Sulle ali del Barolo di Gianni Gagliardo

Sulle ali del Barolo

Editore Cinquesensi di Lucca, 15 euro per 160 pagine fresche, curiose, insolite.

Gianni Gagliardo, grande del vino e grandissimo del Barolo (ah! il suo Preve, Barolo di ogni tanto e per pochi…), ha voluto 21 dei miei bicchieri e la copertina dipinta proprio con qualche goccia di Preve 2007. Devo ringraziarlo, è venuto un gran bel lavoro, così come eccellente è stata l’opera di Leonardo Castellucci, l’amico editore di Lucca (ma fiorentino autentico e tra i pochi fiorentini simpatici).
Avanti Savoia!!

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Sulle Ali del Barolo

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I miei quadri per G. Gagliardo

Sulle Ali del Barolo, di Gianni Gagliardo, Cinquesensi Editore di Lucca.

Qui sopra i miei tre testi d’introduzione alle tre sezioni (7 quadri ciascuna) che sono contenute fuori testo nel libro.

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La Fisiologia del gusto di J. A. Brillat-Savarin

Gli anni erano quelli di Marie Antoine Carême (1784/1833) cuoco di Napoleone – che era un pessimo commensale ma lo usava per i suoi ospiti illustri, spesse volte veri gourmet -, dello zar Alessandro I, di Re Giorgio IV d’Inghilterra ma soprattutto di Talleyrand, grande diplomatico e soprattutto grande buongustaio.

savarin iLa Rivoluzione aveva costretto i cuochi a lasciare le sicure e esclusive cucine nobiliari e affrontare finalmente “il mercato”: stava nascendo la ristorazione e la Francia con Parigi erano la frontiera.

Nel 1803 era stato pubblicato l’Almanach des Gourmands di Grimod de la Reynière.

Jean Anthelme Brillat-Savarin era nato il 22 febbraio 1755 a Belley, pochi chilometri a nord-ovest di Chambery (Ain) e aveva studiato giurisprudenza. Divenne importante magistrato durante la Rivoluzione ma dovette fuggire negli Stati Uniti durante il Terrore, ritornò in Francia dopo la caduta di Robespierre nel 1796.

Napoleone lo nominò giudice a vita della Corte di Cassazione.

La Physiologie du goût uscì anonima (Savarin pensava di doversene vergognare) nei primi giorni di dicembre 1825. Ebbe un immediato successo e il magistrato si fece riconoscere e ebbe agio di assaporare un po’ di successo prima di defungere due mesi più tardi, il 1 febbraio 1826, causa una polmonite.

Riposa in Père Lachaise.

Chiaro che questo è uno testi irrinunciabili per chi di cibo, cucina, alimentazione si occupa a qualsiasi titolo.

Libro tradotto, citato, lodato – a pieno merito, pare ovvio – ovunque e in qualsiasi epoca.savarin 1 i

La struttura prevede una parte introduttiva che comprende XX Aforismi del Professore per servire da prolegomeni alla sua opera e di base eterna alla scienza, XXX Meditazioni composte di 148 capitoletti (l’ultimo è dedicato alla sua Gastarea, dea e musa del piacere del gusto che si venera – guarda un po’! – a Parigi e si festeggia il 21 settembre) e XXVII Varietà. Un Congedo ai gastronomi dei due mondi chiude il libro.

La lettura è proprio gustosa, soprattutto se la si fa da un punto di vista filologico (ci separano due secoli di scienza dell’alimentazione, due secoli di ristorazione, centinaia di prodotti e preparazioni nuove, 6 miliardi di uomini in più….) e non si prende tutto per buono quel che il buon magistrato pensa e racconta negli anni Venti del XIX secolo nella Parigi della Restaurazione.

Bella l’edizione cartonata di Slow Food (2008 con riedizioni successive), 400 pp. per 14,50 euro.

Per certo da leggere con attenzione e (buon)gusto e da conservare con gran cura  in biblioteca. E, attenzione (vale per tutti i libri ma di più per quelli importanti): guai a prestarlo agli amici!

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Gusto e Disgusto

E’ finito questo….come definirlo: evento, salone, fiera, manifestazione, kermesse, mostro mediatico, show-business? Non saprei proprio. Certo, i numeri sono impressionanti: oltre 200.000 visitatori, chissà quanto fatturato tra biglietti e vendite; grande ricaduta in termini economici sulla Città; enorme eco mediatica….

Tutto a posto, tutti contenti, certo.

Ma tutti presi per i fondelli, presi per il naso, presi in giro, turlupinati, imbrogliati, fatti fessi. Ma perché?

Perché di cultura, storia, etica dell’alimentazione – a parte vane e retoriche parole nate e morte dentro inutili convegni – in giro per il salone non se n’è vista neanche l’ombra; in giro per il salone si sono viste calche immani di folle pressarsi l’un l’altro, spingersi trainando borse e carrelli (!!), masticando in maniera parossistica cibo comunque sia o bevendo dentro bicchieri di plastica – certo rigorosamente riciclabile, pare ovvio – qualunque cosa, purché possibilmente gratis… E poi tanto folklore, tanta superficialità, tanti miserabili vip lì soltanto per apparire, per essere immortalati negli insopportabili selfie dopo le importanti interviste televisive o, peggio ancora, destinate agli insopportabili, superficiali, banali, insulsi “food-blog”.

Non ne posso più, per davvero.

E non ho dubbi, stavolta: ho ragione io.

Questo mondo non ha nulla da spartire con l’etica, con la cultura, con i ritmi lenti, con le riflessioni, con le gambe sotto il tavolo un bel tovagliato belle posate calici di cristallo profumi inebrianti sapori conditi di parole pronunciate per bene tra amici che non devono dimostrare niente a nessuno.

Ma neanche nulla ha da spartire con quei tanti al mondo che mangiano ancora per alimentarsi, per i quali sapori e profumi sono le ultime tra le loro preoccupazioni.

Non sono un moralista: va benissimo tutta la faccende del Salone del Gusto e di Terra Madre, ma chiamiamola con il suo giusto nome.

Business: non fa male a nessuno, anzi!

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Langa foliage

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Focus Storia: I Càtari di Monforte

http://www.vincenzoreda.it/il-castello-dei-catari-di-maurizio-rosso/

I Càtari

La dottrina càtara, la cui origine è oscura, è una sorta di sintesi delle eresie sviluppatesi dopo il III secolo: manicheismo, arianesimo, paulicianesimo, bogomilismo… La parola deriva dal greco katharós: “puro” e fu coniata verso la fine del XII secolo. L’eresia si diffuse rapidamente in quel periodo tra la Francia meridionale, la Renania e l’Italia settentrionale.

Il papa Innocenzo III indisse una crociata contro di loro nel 1208.

A Béziers, il 22 luglio del 1209, i crociati, guidati da Simon de Montfort,  massacrarono tutti gli abitanti – quasi 20.000 persone – in maggioranza cattolici tra cui vi erano poche centinaia di càtari. Al legato papale, Arnaldo Amaury, si deve la celebre (ma assai dubbia) frase: «Uccideteli tutti! Dio riconoscerà i suoi».

Papa Gregorio IX istituì contro questi eretici la Santa Inquisizione nel 1233 e Domenico di Guzman, predicando nelle terre degli albigesi – altro nome degli eretici, derivato dalla città di Albi – fondò l’ordine dei Domenicani proprio in quegli anni.

In Italia, il 13 febbraio 1278, vennero bruciati a Verona i perfecti delle comunità càtare di Desenzano e Sirmione. All’inizio del XIV l’accurato lavoro di sterminio ebbe termine.

I Càtari credevano che tutto il mondo reale fosse opera del Demonio: perciò i perfecti non dovevano riprodursi e consideravano la morte (che si davano per fame) la loro massima aspirazione. Erano integralisti, vegetariani, praticavano la povertà e la comunione dei beni; riconoscevano il solo sacramento del consolamentum: un’imposizione delle mani che rendeva perfecto un semplice credente.

 

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Gastromania di Gianfranco Marrone

GM«Tuttavia il problema, in quel frangente, non era la cattiva qualità del cibo come tale. Quella c’è un po’ dovunque negli iperluoghi contemporanei: stazioni ferroviarie, autostrade, centri commerciali, aeroporti e quant’altro. Ciò che rendeva la situazione assolutamente tipica e spaventosamente imbarazzante era il contesto in cui ci si trovava – evidente epitome del destino attuale del cibo. Innanzitutto,  c’era il fatto che ognuno mangiava per i fatti suoi. Si stava in qualche modo spaparanzati su specie di potlroncine avvitate al pavimento, dinnanzi a tavolini bassi: mancava però la tavola come dispositivo spaziale, oggetto che, distribuendo il cibo su di essa, ripartisce i commensali al suo intorno».

Che cosa si può dire di uno che scrive in questa maniera? In poche righe è possibile trovare il meglio del peggio: assolutamente, quant’altro, iperluoghi, epitome, spaventosamente….

Il librino (Saggi Bompiani, cartonato con sovracopertina, formato tascabile 14×19 cm, circa 200 pp. per 14 €) sarebbe anche interessante se fosse scritto bene e argomentato con meno confusione: l’ho letto come si piglia una purga, ahimè!GM 1

Gianfranco Marrone è un docente di semiotica all’Università di Palermo, collabora con diversi giornali e ha già scritto (ahinoi) diversi libri. Alcune sue osservazioni sono interessanti: sul fatto che in televisione si cucini troppo e che si mangi quasi nulla direi che siamo tutti d’accordo. Oggi lo Chef è diventato un Divo, mentre del Maître nessuno pare ormai occuparsi. Grandi materie prime, grandi preparazioni, grandi impiattamenti e poi qualche piluccamento… Ovvero: la convivialità è andata a farsi…friggere! In televisione come nella vita di tutti i giorni.

Ma torniamo a Marrone. Troppa confusione, troppa lingua in libertà e poca chiarezza, professore. Bene soltanto qualche neologismo: ingenuinità e terroirismo (non è suo, ma va bene lo stesso); abbastanza bene l’enfasi posta sul film di Marco Ferreri La Grande Bouffe, anche se poi l’esegesi lascia a desiderare… Bene le ultime venti pagine di pseudo-bibliografia, possono essere utili a qualcuno non del mestiere.

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AKHENATON, Torino (27 febbraio/14 giugno 2009), Palazzo Bricherasio

Questo è un articolo di qualche tempo fa. Desidero rendere omaggio a quei cittadini egiziani che hanno difeso il Museo Egizio del Cairo, difendendo non soltanto le proprie tradizioni, ma difendendo un patrimonio che appartiene a tutte le genti del mondo.

Francesco Tiradritti

MOSTRA

Il grande inno di Aton (1345 a.C., circa)

[...]Quante sono le tue opere!
 Esse sono misteriose agli occhi degli uomini.                                                             Oh unico, incomparabile dio onnipotente,
                                                                                                                                tu hai creato la terra in solitudine
come desidera il tuo cuore,
                                                                                          gli uomini tu hai creato, e le bestie grandi e piccole,
                                                                                                      tutto ciò che è sulla terra,
e tutto ciò che cammina,
                                                                                                         tutto ciò che fende l’aria suprema,
                                                                                                                                            tu hai creato strani paesi, Khor e Kush
e anche la terra d’Egitto,
                                                                                     tu metti ogni uomo al posto giusto
con cibo e possedimenti 
e giorni che sono contati.                                               Gli uomini parlano molte lingue,
sono diversi nel corpo e nella pelle,
                                                                            perché tu hai distinto popolo da popolo.[...]”

“All’inizio del Novecento Akhenaton non è più soltanto una figura della storia egizia; egli è divenuto, per via del suo rapporto con la religione, un personaggio che si vuole collegare alla tradizione occidentale. L’apice di questa ‘cooptazione’ del faraone verrà raggiunto da Sigmund Freud. Nel suo ultimo saggio,L’uomo Mosè e la religione monoteista, l’inventore della psicanalisi corona la propria riflessione sulla religione e più specificamente sul monoteismo e le sue conseguenze. Prima di essre riunite sotto un unico titolo, le diverse parti dell’Uomo Mosè… apparvero sulla rivista ‘Imago’ tra il 1937 e il 1938.

[…] Mosè viene descritto come un egizio che avrebbe trasmesso agli ebrei la religione di Akhenaton, il culto di Aton, il dio unico. Una religione che per Freud fu storicamente il primo tentativo di ‘rigoroso monoteismo’ e che allo stesso tempo rese possibile la nascita dell’‘intolleranza religiosa’, altrimenti estranea, secondo lo psichiatra, al mondo antico. Come fonte di questo ‘monoteismo egizio’ viene indicata una ‘corrente’ assai antica, interna alla ‘scuola sacerdotale del Sole di On (Eliopoli)’, sostenitrice della fede in un dio unico. Freud ipotizza che Mosè fosse un parente di Akhenaton e un convinto sostenitore della nuova religione e che, dopo la morte del faraone, ambisse a fondare un nuovo regno cui far adorare il dio intransigente che l’Egitto disdegnava. Egli avrebbe acquisito autorità sugli Ebrei schiavi in Egitto, insegnato loro la nuova fede e condotto l’esodo dal paese (tra il 1358 e il 1350 a.C., prima del regno di Horemheb, secondo Freud). Questo strato, il nucleo più antico di quella che sarebbe divenuta la religione ebraica, sarebbe stato dimenticato dopo le vicissitudini sinaitiche che videro da un lato la morte di Mosè….e dall’altro l’incontro con altri semiti adoratori di Jahvè, dio dei vulcani. Le due religioni (quella di Aton e quella di Jahvè) si fusero dopo che un ‘secondo Mosè, la cui memoria si confuse col primo, divenne capo del popolo ebreo’. Un racconto bizzarro si converrà, ma in grado di dar corpo all’ipotesi che il monoteismo ebraico derivasse dall’episodio monoteista egizio.”.

Questa lunga citazione è tratta dal notevole saggio del Prof. Youri Volokhine, Università di Ginevra, titolato: Atonismo e monoteismo: alcune tappe di un moderno dibattito e inserito nel catalogo, curatissimo e interessante assai (Silvana Editoriale, a cura di F. Tiradritti con M. Vandenbeusch e J.L. Chappaz), della mostra AKHENATON – Faraone del Sole, ospite dal 27 febbraio e fino al 14 giugno 2009 di Palazzo Bricherasio a Torino.

“Con la successiva monografia su Akhenaton (1995) Hornung realizza senza dubbio una delle migliori sintesi della religione dell’età amarniana. Riguardo i tratti monoteisti del culto di Aton, Hornung individua tre aspetti:

- l’esclusività (affermazione del ‘dio unico [cui] non esiste alternativa’) ‘ancor più radicale di quella del Deutero-Isaia 44,6’, segno di una rigidità che, secondo Hornung, è stata superata solo da alcune correnti dell’Islam;

- la persecuzione delle antiche divinità, primo tentativo precristiano di annientare il mondo pletorico degli dei;

- un culto destinato al solo Aton.”

Con questa sintesi, citando Erik Hornung, dopo aver esaminato le pubblicazioni di autorità come Jan  Assmann, il Prof. Volokhine si avvia a chiudere il suo saggio che tante domande e riflessioni apre a fronte di un tema troppo complesso e su cui non si possono formulare ipotesi definitive.

Visito la mostra accompagnato da Antonella Galeandro, un giovane e recente acquisto della Fondazione Bricherasio che si occupa di comunicazione, assunta dopo uno stage opportuno.

Al solito, la facilità di fruizione della mostra da parte di ogni tipologia di visitatore è al centro delle attenzioni degli allestitori, costume raro e prezioso nel nostro Paese.

I 226 reperti che la compongono sono mostrati, illustrati e valorizzati per il valore unico che rappresentano: sono quasi tutti pezzi prestati da prestigiosi musei non italiani, pezzi dunque che non rivedremo facilmente.

Il Prof. Francesco Tiradritti, archeologo ed egittologo toscano di fama (scava oggi a Luxor su vestigia egizie dell’VIII e VII secolo, riva sinistra del Nilo), che ha ideato e curato l’esposizione, mi spiega che l’allestimento di Ginevra, precedente questo torinese, è stato in verità un ripiego logistico, in quanto la mostra avrebbe dovuto esordire proprio nella nostra Città.

Non sto a raccontare in dettaglio le vicende di Akhenaton, anche perché le mie competenze archeologiche hanno radici profonde in altre aree: però, una rapidissima sintesi ho da fornirla a chi mi segue, se non altro per invogliare chi ha sete di approfondimento a visitare questa interessantissima, e unica, esposizione.

Akhenaton è secondogenito di Amenofi III (1387/1350 a.C.), diventa faraone nel 1350 a.C., dopo la morte del fratello, col nome di Amenofi IV.

Intorno al IV anno del suo regno compare accanto a lui la figura, enorme, di Nefertiti. L’anno successivo vede la decisione di fondare, in quello che oggi è il sito di Tell el-Amarna (a circa metà strada tra Luxor e Il Cairo), la nuova città di Akhet-Aton (L’orizzonte dell’Aton); in quegli anni cambia nome in Akhenaton e fonda il nuovo culto per l’Aton, il disco solare, che diventa la rappresentazione del dio-falco Ra-Horathky. La città si trasforma in una sorta di laboratorio di ricerca su nuove frontiere artistiche, architettoniche (l’invenzione della talatat, un blocchetto di pietra calcarea che ha le funzioni di un mattone, delle dimensioni di cm.52x26x22 e del peso di una quarantina di kg: sarà l’unità di costruzione dei nuovi edifici a cielo aperto, concepiti per accogliere direttamente i raggi del dio) e religiose.

L’apogeo del regno di Akhenaton si pone intorno all’anno XII del regno che termina con la morte, a pochi mesi di distanza, dei due regnanti nel 1333 a.C., XVII anno di regno.

Da citare come notevolissimo il ritrovamento, intorno al 1886/7, di quelle che vengono definite le Lettere di Tell el-Amarna: circa 380 tavolette di argilla redatte in carattere cuneiforme, che testimoniano una fitta corrispondenza con i lontani regni dei Mitanni e dei Babilonesi.

Si sono formulate infinite congetture sull’influenza di Nefertiti; sulla figura della  concubina (forse di stirpe Mitanna) Kiya, a cui qualcuno fa risalire la maternità di Tutakhamon; sulla misteriosa persona, forse donna, che successe a Akhenaton; su come e quanto il culto di Aton sopravvisse al suo creatore…

L’archeologia è una scienza che ricerca prove e testimonianze: le speculazioni intellettuali, le ricostruzioni e le ricerche degli storici costituiscono altre discipline.

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I Macchiaioli, Telemaco Signorini e Silvestro Lega

Fu in occasione della mostra a Palazzo Bricherasio, Torino – inaugurata nel maggio del 2007 – che m’innamorai perdutamente della pittura dei Macchialioli e, soprattutto dei quadri di Telemaco Signorini (Firenze, 1835-1901) e di Silvestro Lega (1826-1895). Certo era una faccenda che conoscevo, ma pensavo fosse una di quelle correnti artistiche provinciali e defilate che non avesse prodotto nulla d’interessante, a parte i grandi quadri a tema bellico e paesaggistico di Giovanni Fattori, verso cui non provavo particolare predilezione. Invece scoprii questi due pittori straordinari e mi resi conto che costoro, stimolati dai critici Diego Martelli e Adriano Cecioni a partire dalla metà degli anni Cinquanta del XIX secolo in Firenze, avevano anticipato gli Impressionisti francesi di quasi due decenni. Si ritrovavano nello storico Caffè Michelangelo e sviluppavano temi pittorici che spingevano l’arte pittorica verso gli orizzonti dell’avanguardia, stimolati dalla recente invenzione della fotografia. Le donne di Silvestro Lega e alcuni quadri (l’alzaia e il manicomio femminile) di Telemaco Signorini mi sono rimasti nel cuore.

 

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Von Hutten a La Morra

Non è stato semplice, domenica 12 ottobre a La Morra, cancellare quell’orrrribbbile gelato (dipinto assai bene e con gran tecnica) con dosi intense di cartavetro e olio di gomito (aiutato da uno dei ragazzi del Duca Bianco).

E non è stato semplice preparare il muro con il Dolcetto 2012 Rocche di Costamagna (ottimo) ridotto in percentuali differenti e aggiunto con uno speciale collante che non influisce sul colore del vino.

Nel frattempo ci si è messa di mezzo anche una sottile pioggerellina di quelle ce sono state inventate per rompere i…, ma no: per creare fastidio, insieme con i passanti che fanno osservazioni sempre fuori luogo o insulse (quasi sempre in buona fede, intendiamoci).

E allora ho dovuto affrettarmi a dare una prima forma di opera finita: ma non è così. Dovrò tornarci, magari più volte, e rifinirla come dico io! Così com’è non va ancora bene, come successe per quella fatta in piazza Vittorio: ci ritornai sopra almeno tre o quattro volte.

Però sono riuscito a scriverci la dedica: per Claudia Ferraresi, con il suo vino.

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Vincenzo Reda al Duca Bianco di La Morra

http://www.vincenzoreda.it/la-mia-personale-al-duca-bianco-di-la-morra/

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Il 30 settembre prossimo, intorno alle 19.30 sarò con  i miei amici – passati presenti futuri (purché veri) – quelli che vorranno o potranno esserci (meglio se non tantissimi), al Duca Bianco di La Morra (Via Umberto I, 25 – Tel. 0173 500368) per inaugurare la mia mostra personale che sarà permanente. E’ importante questa data: il giorno appresso compio gli anni e non mi ricordo se sono 41, 49 o addirittura di più, boh (ma poi che importa)!

Berremo vini, faremo chiacchiere e metteremo sotto i denti qualcosa. Se poi qualcuno vuole restare per la cena, sarà gradito (ma la cena se la paga, magari a prezzo conveniente: giusto per essere chiari!).

Il Duca Bianco, essendo stato rilevato da un mio vecchio amico, sarà il mio riferimento in Langa: mi troverete spesso a bere, a dipingere il murale che era in piazza Vittorio (e non c’è più: lo rifarò al posto di quel gelato, dipingendolo con il vino di qualche amico, vedremo), a dipingere sugli specchi, a leggere i tarocchi, a sproloquiare….

Vi aspetto.

Salute.

 

 

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Elogio della mortadella

mortadella

La mortadella arrivava da Porta Palazzo insieme agli insopportabili lezzi delle forme di pecorino sardo che tanto piaceva a mio padre. La mortadella era ancora priva di polifosfati e il giorno dopo era quasi immangiabile, ma invece dei grani di pepe nero, a volte, c’erano i pistacchi e a me pareva più buona.

Più tardi cominciammo a comprarla in salumeria e poi al supermercato o in gastronomia: i tempi continuavano a cambiare.

C’erano le gite scolastiche o le domeniche in montagna, i bagni nel Sangone dei primissimi anni sessanta, i lunghi viaggi in treno dei ritorni verso il Sud: erano fette di pane imbottite di mortadella o panini, biove, rosette, bocconcini avvolti nella carta stagnola che li manteneva soffici per qualche ora o fino al giorno dopo.

In cantiere non mangiavo panini: c’era il baracchino e quel cibo che sapeva di baracchino, che puzzava di baracchino, che aveva una consistenza di baracchino.

paniniBisognava usare il baracchino di acciaio e mangiare quei cibi scaldati che sapevano di disgusto: ma era necessario mangiare la pasta e la pietanza perché il lavoro era duro e faticoso e a sedici o diciassette anni c’è bisogno di mangiare tanto.

I panini, o le fette di pane toscano che si mangiava a casa mia, imbottiti di mortadella ritornarono in auge nella stagione di Mirafiori: è vero, lì c’era la mensa e si poteva anche usare il baracchino, ma a me non piaceva di perdere tempo in mensa a ascoltare le discussioni sempre eguali e noiosissime in cui si annodavano i miei colleghi operai, tutti più vecchi di me e quasi tutti con famiglia a carico e dunque dentro problemi e argomenti lontani da me anni luce.

Io restavo giù in catena, mi rinserravo dentro una scocca a masticare, veloce, i miei panini, bevevo una birra, sfogliavo, finalmente solo, il mio giornale – La Stampa – tutti i santi giorni; se rimaneva, dei quaranta minuti di pausa, un po’ di tempo, cercavo di ricuperare del sonno, verso cui ero in debito perenne.

Non era poi malaccio dormire in quelle scocche penzolanti e dondolanti e sforacchiate: avevo la sensazione di essere nascosto e protetto. Prediligevo le centoventisette bianche in principio di catena, fresche di lastroferratura e verniciatura, ancora pezzi di lamiera saldati e colorati, prima di cominciare a divenire autovetture, macchine, prigioni ambulanti, debiti, abitudini, assassine, strumenti di satana….

Venne poi la stagione dei bar e dei tramezzini, raramente mortadella perché non era di moda negli anni settanta: tramezzini con pancarré ripieni di tonno e pomodori, tonno e carciofini, insalata russa o capricciosa e birra, tanta, a volontà.

La mortadella la ritrovai, ormai manager in carriera, in certi ristoranti di Modena o di Bologna: tagliata a pezzettini spessi, come antipasto, da infilare con gli stuzzicadenti: mi piaceva anche così, ma continuavo a preferirla in fette sottilissime da mangiare dentro al pane, qualsiasi tipo di pane.

Con il benessere economico i viaggi non si attrezzavano ormai più con vettovaglie preparate  dalle mamme oculate e sparagnine: ci si fermava negli autogrill, come succede ancora oggi, a consumare sfilatini ripieni di, quasi sempre, ottima mortadella.

Ho nella memoria un localaccio lungo la statale che da Livorno si percorreva per andare a Piombino e imbarcarsi alla volta dell’Isola d’Elba, un itinerario che negli anni novanta mi è successo di frequentare assai spesso.

Era una sorta di bar o locanda in località La California, patria del leggendario “Grillo” Bettini, il ciclista sempre all’assalto: facevano delle schiacce, versione toscana della focaccia o pizza bianca, generosamente imbottite con una mortadella memorabile.

Non era un posto particolarmente attraente, a parte quel cibo e gli stupenti pini marittimi di cui era circondato: mi successe, un bel giorno, di avere una urgenza e di dover frequentare il bagno di quel posto e mi ritrovai in uno dei peggiori cessi della mia vita, quasi asfissiato da sporcizie e fetori che nemmeno Mastro Dante avrebbe organizzato meglio per uno dei suoi gironi infernali.

Eppure la schiaccia con la mortadella era di bontà assoluta e nessuna parentela, neanche lontana, pareva spartire con quel cesso orripilante.

Altri orizzonti, altri tempi, altra mortadella memorabile: Vinitaly, a Verona.

Mi toglievo dalle orge vinifiche, dalle degustazioni selvagge e spesse volte ossessive e addirittura fastidiose accompagnate dai soliti, corretti grissini, per gettarmi su quelle montagne di panini imbottiti con generosa abbondanza di fette tagliate spesse e in modo irregolare di mortadella: accompagnare il panino con una buona birra fresca, bionda e abbondante era una coccola per un palato che di vini e grissini davvero spesse volte non ne poteva sopportare oltre.

Ecco, se c’è un pregio da sottolineare con piacere nella manifestazione che, a titolo personale – nessuno me ne voglia, certo sono consapevole del valore che nel mondo ha guadagnato un evento certo unico e impareggiabile, per molti versi – non amo in modo particolare, questo è proprio il gusto e l’abbondanza di mortadella dei panini del Vinitaly: una meraviglia.

Il massimo della goduria – dopo aver mangiato un panino all’olio o al latte, una focaccia, due fette di pane pugliese non freschissimo, due fette di pane toscano ancora caldo di forno, un panino dolce o un semplice grissino rubatà, insomma una qualsiasi di queste varietà di pane accompagnato con sottili fette di mortadella al pistacchio – è di prendere a mani nude un’intera fetta della suddetta mortadella e cacciarsela in bocca alla brutta, senza pane, e godersela come il miglior cibo di questa parte periferica della galassia, senza ritegno e senza vergogna.

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1 ottobre 2014, my five dozens

Varigotti, Aqua di Varigotti con Francesco, scialatelli, calamarata Vicidomini, Ahmed, spada ai ferri, Chianti Ruffina 1997, Hasan, Vista mare, giornata luminosa, il mare una tavola, tramonto a richiesta e poi alba come da film, ecc. ecc.

A chi chiedere grazie?

http://www.vincenzoreda.it/restaurant-aqua-di-varigotti/

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I have a dream, just a little dream

Il mio piccolo sogno è presto disvelato: portare il Barolo a Cirò e farlo incontrare con suppressate e sazizze, melanzane chiene, sardella, pipi e patate, ficu ‘ndiane e ficu paletta (Barolo chinato).

Portare il Cirò a Barolo e farlo incontrare con il bollito, la carne cruda, gli agnolottini del plin, il fritto misto, le acciughe al verde. il vitello tonnato.

Chiaro che mi piacerebbe allargare il concetto ai due vitigni: Nebbiolo e Gaglioppo, per tanti versi simili.

Sono tutti incroci che ho personalmente esperimentato e posso affermare essere eccezionali, come sempre essere eccezionale è l’incontro benedetto dagli dei fra due culture diverse che hanno la disponibilità all’apertura e alla conoscenza.

Potremmo partire da un evento per pochi in quel laboratorio culturale che sta diventando Casa Buffetto, forse.

Vedremo.

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Patricia Lowe al Mood

Brava Patricia! Era un bel po’ che avrei dovuto scrivere qualcosa su di lei: l’occasione me la fornisce questo piccolo evento al Mood di piazza Carignano a Torino. Evento per pochi intimi di una cantante e un trio (ottimi musicisti con citazione particolare per il batterista) di artisti che sanno porgere un jazz quasi pop con professionalità e garbo da noi poco consueti.

Sentire la voce cool, smooth, morbida e dal volume basso, quasi sussurrato e confidenziale di Patricia è una sorta di benefico balsamo. Standard come Summertime, My baby just cares for me, Love for sale, St. Thomas o Four women sono eseguiti con personalità, tinte sfumate, eleganza…

Consiglio il cd che ho messo tra le immagini: un piccolo capolavoro.

Patricia è inglese di origini jamaicane ma ormai torinese: ha sposato un musicista italiano e insieme hanno impastato un paio di pargoli ancora adolescenti che promettono bene, assai bene!

Consiglio: seguite Patricia. Se lo merita lei ma lo meritate voi (sempre che il vostro gusto sia di quelli come dico io…).

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Ciclo completo dei lavori per Casa Buffetto

Questa è la documentazione completa delle varie fasi, a cominciare dal grappolo d’uva, della realizzazione dei miei lavori (due grafiche, tre quadri e quattro etichette) per Casa Buffetto. A parte uno, gli altri hanno contribuito a raccogliere tramite una lotteria e un’asta un bel gruzzoletto da destinare in beneficenza (di cui darò conto). Insieme all’uva Nebbiolo, raccolta a metà agosto a invaiatura ancora in corso (come qualsiasi esperto può constatare), ho utilizzato due bottiglie di Barbera d’Asti DOCG Superiore 2012 e Nebbiolo DOC Terre Alfieri 2011.

Sono assai soddisfatto di questi lavori, per diversi motivi (non soltanto meramente estetici, pare ovvio).

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Salone del Gusto 2014

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Torino- Lingotto Fiere 23-27 ottobre 2014

Per imparare al Salone del Gusto e Terra Madre

Slow Food vi aspetta al Salone del Gusto e Terra Madre offrendovi tante occasioni per… imparare! Adulti e bambini, famiglie e scolaresche potranno visitare i nostri spazi e partecipare alle numerose attività educative proposte. Nel Padiglione 5 del Lingotto Fiere quest’anno l’offerta sarà molto variegata: dai classici Laboratori del Gusto e Incontri con l’Autore per degustare e approfondire guidati da chef, produttori, birrai, vigneron ed esperti, alle attività rivolte alle famiglie e alle scuole (area Slow Food Educa), per arrivare alle novità di questa edizione. Il Salone del Gusto e Terra Madre 2014 si presenterà con nuovi spazi e nuove attività: la Scuola di Cucina – assaggio della Scuola di Cucina di Pollenzo, ideata dall’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche in collaborazione con Slow Food –, dove il pubblico, coinvolto in prima persona, potrà interagire con lo chef, seguendo il percorso di genesi di un piatto d’alta cucina o della tradizione popolare; Mixology, appuntamenti su prenotazione per chi vuole approfondire l’arte (e la cultura) dei cocktail con la guida dei migliori bartender sulla piazza; la Fucina Pizza&Pane, luogo didattico che accoglierà i gesti e le testimonianze dei maestri pizzaioli e panettieri di tutta Italia, coinvolti dal 2013 nei corsi di Alto Apprendistato dell’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche e metterà i partecipanti alla prova con lieviti e farine.

Non mancheranno gli Appuntamenti a Tavola, per cenare in ambienti unici del Piemonte dove cucineranno i migliori chef italiani e internazionali. Come nel 2012, un grande Mercato prenderà vita nei padiglioni del Lingotto Fiere (1, 2, 3) e all’interno dell’Oval, animato dalle Comunità del cibo di Terra Madre, dai produttori dei Presìdi Slow Food e dagli espositori in arrivo da tutto il mondo.

Da non perdere il ricco calendario di incontri in programma nei cinque giorni dell’appuntamento torinese: tavole rotonde, seminari, ma anche lectio magistralis offriranno momenti di dibattito e approfondimento sulle tante questioni legate al cibo, alla produzione sostenibile e alla salvaguardia della biodiversità.

www.slowfood.it

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Enoteca Millevigne

NOI (MILLEVIGNE)

Enoteca e Vineria

Via San Dalmazzo, 14/bis

Tel/fax. 011 5618296

info@calicitorino.it

Me se sono occupato per una recensione su Barolo & Co, il numero che uscirà a fine settembre.

Un posto che non conoscevo ma che invece consiglio a tutti quelli – e quelle, pare ovvio – che amano i vini piemontesi (150 etichette), che non amano spendere tanto, che non amano i posti alla moda, che non amano essere serviti da incompetenti – Julina è appassionata e bravissima – che non amano i locali banali: qui tavoli e sedie sono originali della Prima Guerra Mondiale, fabbricati per l’esercito belga…

Andateci, beveteci, parlateci e poi…dicetemi.

Salute.

 

 

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Roberto D’Agostino: Libidine, un libro di plastica

Edito da Bum Mondadori nel 1987, questo libro è forse il più incredibile mai stampato: è gonfiabile e interamente di plastica! Io lo acquistai appena uscito, è infatti in I edizione (non credo ne siano state fatte di successive). Il prezzo non è esposto e non mi ricordo quanto lo pagai. I contenuti sono tipici di quella lingua biforcuta di D’Agostino, ma direi trascurabili; geniale, al contrario, l’idea e la realizzazione: un libro che si può leggere anche al mare e che può fungere da salvagente. E’ spuntato di tra le migliaia di libri assai più interessanti nei contenuti – ma di certo meno sconvolgenti nella concezione e nella realizzazione formale – della mia Biblioteca. Credo abbia anche guadagnato un certo valore, di cui però poco o punto mi cale.

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The Monfalletto Cedar, il patriarca di Monfalletto

http://www.corderodimontezemolo.it/pagine/ita/azienda/cedro.lasso

Le immagini sono state riprese sabato 13 settembre 2014, verso le 17.40: la luce era quella di un pomeriggio abbacinante, ventoso, caldo, limpidissimo.

Stavano già giocando, lì sotto, quei quattro.

E bevevano, dio quanto bevevano…..

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La mia personale al Duca Bianco di La Morra

http://www.ostoilducabianco.com/

http://www.vincenzoreda.it/gian-piero-marrone-i-vini/

Da oggi, 6 settembre 2014, presso il ristorante di La Morra Il Duca Bianco, si potranno vedere – magari anche ammirare, chissà… – 10 dei miei quadri di vini (uno dei quali assai particolare per vedere il quale bisogna rivolgersi direttamente al titolare).

Seguirà a breve una serata ufficiale di inaugurazione in cui farò un po’ di cose mie (tarocchi, letture, storie…).

Per intanto godetevi la cucina tradizionalissima di Paolo, i vini (specialmente quelli dei miei amici Marrone: li bevo io e mi piacciono), e la piacevolezza del locale da pochissimo rilevato da un mio grande amico.

Ah: dite che vi mando io, magari può servire (ma trattano bene tutti, non c’è bisogno di essere raccomandati…).

Salute!

 

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CoccoWine, Cocconato 6/7 settembre 2014

http://www.comune.cocconato.at.it/

http://www.gowinet.it/

http://cannondoro.it/

http://www.vincenzoreda.it/i-vini-di-bava/

Sabato sera 6 settembre 2014 sono stato a Coccowine (13° edizione) per presentare – nella verticale delle 7 Barbera presentate dalle 6 aziende produttrici nel territorio del Comune di Cocconato (tipologia Barbera d’Asti DOCG) – il Rosso Monferrato 2013 (85% Barbera e 15% Cabernet Sauvignon)  di Marovè e lo Stradivario 2009 (Barbera superiore) di Bava di cui, per il millesimo 2007 tratto nel link qui sopra.

Come sempre quando organizza Go Wine, la serata è stata di grande piacevolezza in un contesto di persone competenti e soprattutto assai disponibili e simpatiche.

Il paese di Cocconato è posto sopra i colli del Monferrato astigiano, sponda destra del Po, a circa 500 metri di altezza e una cinquantina di chilometri di distanza da Torino. Paese di lontane origini romane (ma è probabile fosse già antropizzato in epoca neolitica da popolazioni celto-liguri), molto bello e ben tenuto di circa 1.600 abitanti. Oggi alle storiche vigne della famiglia Bava si sono aggiunti diversi ettari (70 all’interno del territorio comunale) con una produzione di particolare qualità della Barbera, che qui raggiunge gli apici che sono propri e più noti delle zone di Vinchio, Nizza, Agliano: grandi Barbera, dunque: frutto che si conserva longevo, struttura importante ma sempre in un contesto di complessa delicatezza e di bei colori; consiglio con piacere di provare e conoscere.

La manifestazione, ben organizzata (vedere link Go Wine e Cocconato) coinvolge per due giorni l’intero paese che si anima fino a tarda notte con diversi eventi e varie offerte di prodotti tipici. Sono rimasto colpito dalla passione e dall’entusiasmo della giovane sindaco neoeletta: Monica Marello, poco più che trentenne (esponente di una lista civica) ma per davvero di grande ma discreta disponibilità.

E poi, ma qui si va sull’ovvio, la cucina del Cannon d’oro. Ristorante storico e celebre di Cocconato: lo chef Paolo con Roberto ai tavoli – stimolati dalla presenza di Luigi Dezzani, vignaiolo e buongustaio – ha coccolato i miei due colleghi (Bertolli e Pavesio) e me come non sempre succede in questo genere di manifestazioni. Citazione speciale per il fritto misto alla piemontese che da queste parti raggiunge vertici rari, aspettando l’ancor più celebre bollito per una promessa novembrina di ritrovo piacevole.

Salute.

 

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Le 96 straordinarie primavere di Bruno Segre

http://www.vincenzoreda.it/nico-ivaldi-non-mi-sono-mai-arreso-intervista-allavvocato-bruno-segre/

Al link qui sopra è possibile leggere una mia succinta biografia dell’avvocato Bruno Segre di cui ieri, 4 settembre 2014, abbiamo festeggiato i rigogliosi 96 anni.

Non sto a ripetermi, ma Bruno Segre  rappresenta la sintesi di quei valori etici e morali che una società civile evoluta dovrebbe apprezzare come semplici doveri di ognuno, a qualsiasi titolo parte della comunità.

Paiono parole retoriche di uno dei tanti, insopportabili discorsi che infarciscono ad minchiam esistenze minime, personalità nulle, gentina…

Non è questo il caso e le mie parole non sono gettate sui bianchi delle opportunità a casaccio.

Che gli dei ci conservino Bruno, ma del resto egli è un Highlander: chi o cosa mai potranno sperare di scalfirne le fibre di epico e divin tungsteno?

 

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Sinossi di presentazione di me/Short selfportrait of me (the last)

Bilancia con ascendente Gemelli, Luna in Sagittario e Venere in Scorpione. Nato montanaro silano nel 1954, inurbato a Torino nel 1960 ma da sempre amante del mare. Pittore e scrittore, artista e intellettuale, ma anche già operaio, manager, maratoneta, calciatore. Un personaggio sghembo: incontentabile, curioso, contraddittorio, fuori di ogni schema.

Ama la poesia, il vino, l’antropologia e, sopra ogni altra cosa, ama non appartenere; ama non essere definibile e non subire classificazioni che sente come  insostenibili sbarre di gabbie.

Questa fotografia è stata ripresa da Pippo D’Amico, titolare del Caffè Elena: sto dipingendo sopra uno degli storici specchi di questo locale uno dei miei bicchieri di vino. Non sono io, ma il riflesso di me sullo specchio. Superfluo ribadire che gli specchi sono un’altra delle mie ossessioni.

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