PISCO PARTY 2017 – TORINO

COMUNICATO STAMPA

Il PISCO, patrimonio culturale del Perù è un’acquavite  dal gusto intenso e raffinato ottenuta dalla distillazione di mosto d’uva fermentato. In seguito alla straordinaria accoglienza dello scorso anno, tornerà protagonista a Torino, ospite dei  migliori bar e ristoranti della città.

TORINO PISCO PARTY 2017

L’evento di inaugurazione del TORINO PISCO PARTY è fissato presso il ristorante La Piazza dei Mestieri, il 27 aprile alle ore 18.00, con l’autorevole intervento del Console del Perú e di alcune autorità della città di Torino. Inoltre, saranno presenti numerosi e prestigiosi giornalisti e operatori del settore food & beverage.

Una manifestazione esclusiva e promettente, un’occasione speciale per scoprire e assaporare il Pisco, ovvero: più che un delizioso distillato, un simbolo, un emblema che identifica e unisce l’intero Popolo Peruviano.

Il Torino Pisco Party presenta, tra gli altri, uno dei cocktail protagonista indiscusso della mixology internazionale: il Pisco Sour, noto per la sua bontà, originalità e unicità, viene considerato dall’International  Bartender Association come: cocktail della nuova era.

L’Evento prevede che tutti i locali torinesi coinvolti proporranno cocktail a base di Pisco, inserendoli nel proprio menu durante l’intero mese di maggio

Inoltre, saranno realizzati singoli eventi Pisco Party presso molti dei locali nei quali si effettuerà una breve conferenza sul Pisco e uno show mixing dove si sveleranno i segreti di preparazione del Pisco Sour.

A seguire, saranno offerti al pubblico presente finger food della cucina peruviana e Pisco Sour.

 

Di seguito l’elenco dei locali dove poter degustare i cocktail a base di pisco

Ristorante La Piazza – via J. Durandi, 13

Ristorante La Rustica – via Osasco , 30/a

Cafè París – via Garibaldi, 59/F

Bar Cavour – piazza Carignano, 2

Km 5 – via S. Domenico, 14

Biberón – via Silvio Pellico, 2f

Smile Tree Cocktail Bar – piazza Consolata, 9

Barz8 – corso Moncalieri, 5

Paperwall – piazza Gran Madre 10

Cèntral Cocktail Bar – via Luigi Des  Ambrois 3

 

IL PISCO

Il Pisco, Denominazione di Origine Controllata e Protetta riconosciuta dalla UE nel 2013 come prodotto originario del Perù,  è un’acquavite dal gusto intenso e raffinato ottenuta dalla distillazione di mosto d’uva fermentato.

La produzione prevede l’utilizzo dei processi tradizionali, ormai in uso da circa quattro secoli.

Si tutela e si valorizza l’autenticità del prodotto e si controllano i requisiti organolettici di qualità, selezionando soltanto alcune varietà di uva, denominata Pisquera, che proviene da zone strategiche di produzione, riconosciute dal marchio d’origine: aree enologiche delle valli intorno a Lima e dalle coste del sud, nelle regioni di Ica, Arequipa, Moquegua e Tacna.

PROGRAMMA

Gloria Carpinelli D’Onofrio: promotrice della gastronomia peruviana e del pisco, autrice del libro Il Fiore della Cannella, sapori, profumi, gusti e colori della cucina peruviana, apre l’evento spiegandone significato e importanza.

Vincenzo Reda: scrittore artista, storico , esperto enologo, introduce il Perù e presenta  in anteprima i suoi acquarelli dipinti con pisco e peperoncino peruviano, creati in esclusiva per questa particolare occasione di promozione del Pisco.

Federico Solari Recavarren:  peruviano, esperto conoscitore del Pisco e rappresentante europeo del Comité Vitivinicola della SNI -  Sociedad Nacional de Industrias e Consorzio Nazionale del Pisco – introdurrà la storia, i luoghi di coltivazione e i vitigni; ne approfondirà gli aspetti di produzione e condurrà la degustazione del Pisco, al fine di analizzare e classificare le sue diverse qualità.

Luca Granero: International Bartender, Bar Manager del Hasu Sushi Lounge Bar di Alba, guiderà la degustazione dei più celebri cocktail a base di Pisco, raccontando storie e aneddoti  e, insieme a Federico Solari, dalla work-station preparerà i cocktail e guiderà il pubblico nella degustazione del Pisco Sour.

Roxana Rondan: imprenditrice, presidente dell’associazione Gastronomica Peruviana (AGAPE). Titolare del ristorante La Rustica,  presenta  il  piatto bandiera peruviano: il cebiche, con preparazione in diretta e relativa degustazione .

Infine, saranno offerti finger food  di alcuni piatti tipici della  cucina peruviana preparati a cura del ristorante La Rustica.

All’evento si accede esclusivamente su invito riservato a un numero limitato di persone.

CENA PERUVIANA

Dopo l’inaugurazione del 27 aprile, si potrà gustare un menù peruviano curato dallo chef Maurizio Camilli con la consulenza di Gloria Carpinelli D’Onofrio, presso il Ristorante La Piazza dei Mestieri.

Antipasto: CAUSA DE ATÚN, sformato di patate condito con ají amarillo (peperoncino giallo peruviano) e limone   ripieno  di tonno, avocado, uova sode, maionese e salsina cipolle rosse leggermente piccante. PULPO AL OLIVO, polpo tenero tagliato a rondelle insaporito   con maionese alle olive nere “de botija “. YUCAS A LA HUANCAINA, bastoncini di manioca fritti con salsa di ají amarillo e formaggio fresco

Primo

ARROZ CHAUFA MIXTO

Riso fritto dal gusto orientale con carne, gamberi e verdure, un pizzico di zenzero fresco una tradizione peruviana dalle origini cinesi

Secondo

AJÍ DE GALLINA

Pietanza peruviana per eccellenza,  una ricetta particolare che mescola il pollo insaporito in un soffritto di aglio e ají amarillo con l’aggiunta di noci, crema e parmigiano.

Dolce

Cheesecake al frutto della passione amazzonico

Vini, bevande e caffè compresi: 30 €

Prenotazioni: 011.197.09.679 349.003.14.60

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I colori del Pisco, dedicati al Perù

I lavori sopra illustrati sono acquerelli diluiti con distillati, Grappa e Pisco. E’ una sperimentazione che vedrà soltanto poi l’uso del Pisco con soggetti ispirati alla cultura e alla storia del Perù. I distillati con cui uso i colori ad acqua sono più densi e asciugano più velocemente, dunque la tecnica è un poco diversa di quella “normale”. Questi sono in formato 35×50, i prossimi invece saranno 50×70, sempre su carte Fabriano o Archer.

Come al solito, i miei lavori hanno una struttura e una genesi concettuale: uso, come con il vino, soltanto distillati che conosco e che ho bevuto.

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Pisco, altri lavori

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Barolo & Co: Vigne e orti dentro la città

La suggestione per scrivere questo articolo mi era venuta leggendo sopra una cartina di Roma l’elenco alfabetico delle sue strade; avevo notato che c’era un’abbondanza di riferimenti a orti e vigne: Via degli Ortaggi, Orti d’Alibert, Orti della Farnesina, Orti di Cesare, Orti di Galba, Orti di Mecenate, Orti di Trastevere, Orti Flaviani, Orti Gianicolensi, Orti Giustiniani, Orti Portuensi, Orti Spagnoli, Orti Variani.

Via Vigna Alvi, Vigna Bertone, Vigna Corsetti, Vigna Due Torri, Vigna Fabbri, Vigna Filonardi, Vigna Jacobini, Vigna Lais, Vigna Mangani, Vigna Pia, Vigna Pozzi, Vigna Rosati, Vigna Serafini, Vigna Stellati, Vigne Nuove….Via della Vite.

Ben conoscevo il fatto che durante il medioevo, e fino almeno ai primi anni del Novecento, nella Capitale era abbastanza diffusa l’abitudine di coltivare l’uva, ma un’abbondanza simile di riferimenti toponomastici è in verità sorprendente!

Ho cominciato così a svolgere alcune ricerche e fare relativi approfondimenti in materia.

In età repubblicana e nel successivo ipertrofico sviluppo imperiale non sono attestate testimonianze di coltura della vite dentro le mura di una città che doveva essere sovraffollata: Marco Porcio Catone (234-149 a.C.) è il primo che parla di vino nel De re rustica e nel De agri cultura e sappiamo che possedeva una villa in Tuscolo, dove era nato e dove, come conferma Giunio Modesto Columella due secoli più tardi, si coltivavano vigne molto estese.

Il collasso dell’Impero e la disgregazione di Roma successivi  al IV e al V secolo della nostra era modificano completamente gli usi e i costumi dei sempre più rari e impauriti abitanti: è in questo periodo che, con l’aiuto soprattutto di conventi e monasteri benedettini e cluniacensi – per i quali il vino è un irrinunciabile elemento cultuale – piccole vigne cominciano a essere coltivate all’interno delle mura fortificate di palazzi e castelli romani. E’ molto probabile che, nell’ottica di un’economia di sussistenza, fosse prestata più attenzione all’orto che alla vigna e dunque la complessa e poco redditizia attività legata al vino fosse, durante i secoli bui dell’alto medioevo, una questione appunto di competenza dei monaci.

A cominciare però dall’XII secolo le vigne si diffondono nelle città e il Bacci e Sante Lancerio, bottigliere misterioso di papa Paolo III, ne testimoniano l’esistenza durante il rinascimento in zone come il Gianicolo e a Monte Mario. E’ questa ormai una pratica che si è diffusa in tutta Europa: in un progetto di ricerca di Katia Mori – Archeologia Medievale dell’Università di Siena – si attesta che nella città senese : “(i dati) che emergono da un registro della Biccherna relativo alla tassazione imposta nel 1454 a tutti i cittadini possessori di orti o vigne all’interno delle mura. Dalla Tavola delle possessioni si viene a conoscenza della presenza di 202 case con orto, 47 orti isolati e 14 vigne dislocati soprattutto nel popolo di Abbazia Nuova ed in quello di San Marco.”.

Ma succede che tra il XVIII e il XIX secolo le vigne cittadine si diffondono con uno sviluppo che va di pari passo con le tecnologie sempre più raffinate che viticoltura e enologia hanno raggiunto: ci sono vigne in tutte le città, grandi o piccole che siano; certo Roma è quella che vanta le più famose e numerose che alimentano le sempre più diffuse osterie.

Sulla via di Tor Pignattara, la vigna di Monte d’Oro; sull’Aventino, tra le terme di Caracalla, la vigna Guerrieri e le vigne della famiglia Torlonia; a Monte Mario la vigna del farmacista Alberto Langeli. Ma la più famosa, rimasta ancora oggi nella memoria collettiva, è la «Vigna dei frati»: nei pressi delle terme di Caracalla, appartenuta prima alla Compagnia di Gesù e visitata da S. Ignazio di Loyola, e poi – si chiamava vigna Antoniana – passata ai frati Minori Conventuali.

Il poeta dialettale Francesco Possenti la celebra con un sonetto che vale la pena di ricordare:

Er vino de li frati a Via Baccelli,

straportato per fusto de coppella

da li vigneti attorno a li Castelli,

te ristora la gola e le budella.

 

Si te ne scoli un litro a garganella,

a sede’ sotto l’arberi gemelli

che l’estate funzioneno da ombrelli,

te pare che la vita sia più bella.

 

Vino de le campagne nostre care,

spisciolato dall’uve bianche e nere,

bono pe’ di’ la Messa su l’artare,

sei te lo sciuro, identico e preciso,

sversato da li frati ner bicchiere,

bevuto da li santi in paradiso!

Ma se a Roma fioriscono orti e vigneti, non si può dire che altrove questo costume sia inconsueto: è celebre il Vigneto di Leonardo che il duca Ludovico il Moro donò al Genio, appassionato di vino e di cucina, riportato in un documento ufficiale e datato 26 aprile 1499. Ubicato vicino al convento di Santa Maria delle Grazie, dove Leonardo aveva appena finito di dipingere il Cenacolo, si estendeva per circa un ettaro. Fu lasciato in eredità, nel testamento redatto il 23 aprile 1519, ai fedeli Giovanbattista Villani e Salaì. Vi sono testimonianze della sua esistenza fino agli anni 40 del Novecento: era un vigneto a pergola. Oggi all’interno del giardino di Casa degli Atellani, al numero civico 65 di corso Magenta, non se ne conserva più traccia: pare sia stato distrutto causa un incendio.

Ma non posso non menzionare il celeberrimo Clos Montmatre, vigneto impiantato nel 1929 da alcuni artisti che intendevano salvare le ultime testimonianze delle vigne parigine (nell’800 si calcola che dentro la città ci fossero almeno 20.000 ha di terreni coltivati a vigneto). Il vigneto è situato a due passi dal Moulin Rouge, 1.500 mq con circa 2.000 piante di Gamay e Pinot noir.

Orti e vigne cittadine sparirono quasi tutte con la fine del XIX secolo: a Roma la causa principale fu lo sviluppo edilizio e urbano dopo il 20 settembre 1870; altrove le ragioni della distruzione di questi terreni agricoli cittadini furono soprattutto dovute all’inurbamento selvaggio e alle speculazioni edilizie.

Vi fu una riscoperta, com’è ovvio, dell’agricoltura cittadina durante la guerra: a Roma, e non soltanto, rispuntarono i famosi «orti di guerra».

Ma è da qualche anno che ovunque, in Europa e negli Stati Uniti, si vanno riscoprendo le attività agricole e vitivinicole cittadine.

Da citare il progetto di ricerca Senearum vinea che ha permesso di identificare dentro la città di Siena vitigni autoctoni sconosciuti o di cui s’erano perse le tracce: Abrusco, Mammolo, Gorgottesco, Poverina, Rossone, Tenerone, Occhio di Pernice, Zuccaccio, Vaiano.

Da segnalare il  Vigneto della Pusterla, 4 ettari di vigna nel centro di Brescia curati da Piero Bonomi (Bellavista) e Pierluigi Villa (Università di Milano): da uve Invernenga (a bacca bianca) e Marzemino (una varietà autotona), Uva uccellino, Maiolica, Schiava, Corva, Merlot, Barbera e Brugnera (a bacca rossa) si producono circa 100 hl. di mosto con cui si imbottigliano gli IGT Pusterla Bianco e Pusterla Rosso Ronchi di Brescia.

La Vigna di San Martino, centro di Napoli, all’ombra dell’omonima Certosa, è la creatura di Peppe Morra, gallerista partenopeo che nel 1987 acquistò 7,5 ettari di terreno incolto da cui ricavò una vigna di 4 ettari e un giardino impreziosito da alcuni superstiti olivi centenari e altre piante di particolare interesse: Falanghina dei Campi Flegrei (uno dei miei due vini bianchi del Sud preferiti, l’altro è il pugliese Fiano Minutolo), Piedirosso (in Campania chiamato Pér ‘e palummo, zampa di colombo), Catalanesca e Aglianico, tutti autoctoni e a piede franco, sono i vitigni che Peppe Morra e i suoi amici curano in questo gioiello nel centro di Napoli da cui la vista abbraccia Capri e il Vesuvio, Sorrento e tutto il golfo.

E infine bisogna parlare di Torino.

Pochi sanno che nel XVII e XVIII secolo era abitudine diffusa dei nobili torinesi passare brevi vacanze nelle ville collinari i cui giardini ospitavano orti e vigne: durante l’assedio del 1706 le truppe francesi saccheggiarono e distrussero almeno 150 appezzamenti coltivati a vigneto. Oggi tracce di quei vigneti si conservano a Villa Abegg e nei giardini di Vigna Chinet, come mi testimonia il suo attuale proprietario Giuseppe Crosetto, secondo cui ancora venti, trent’anni fa l’uva era coltivata regolarmente; mi cita anche una certa Vigna di Mongreno di proprietà di un tizio che distillava acquavite.

Negli orti, spesso coltivati abusivamente, ancora presenti lungo i fiumi e nelle zone periferiche della città, la vite è quasi sempre presente, come c’era nel suo terreno che mio padre coltivava al confine tra Beinasco e Torino: era uva fragola bianca e nera, frutti di piante che non dovevano avere meno di 50/60 anni.

Oggi a Torino è straordinario il vigneto ripiantato a Villa della Regina durante il ricupero e restauro della splendida dimora a due passi da Piazza Vittorio: è un appezzamento esposto a sud-ovest di circa 0,7 ettari (la vigna originale si estendeva per un ettaro e mezzo), piantumato a girapoggio con l’autoctona Freisa di Chieri (2.500 barbatelle di Freisa  e altre 200 barbatelle di vitigni rari come il famoso Cari, il Balaran, il Grisa roussa e il Neretto duro). La vigna è stata data in concessione all’Azienda Balbiano di Andezeno, storica cantina produttrice della migliore Freisa di Chieri che è un vino più fine, più delicato, più beverino della Freisa d’Asti.

Il titolare, Franco Balbiano, mi racconta che nel 2009 c’è stata la seconda vendemmia: in effetti, quella del 2008 dette soltanto una decina di ql che vennero impiegati nelle sperimentazioni di microvinificazione. L’anno scorso la vigna ha dato circa 34,40 hl – con una resa del 60/65 % – di un vino che presenta 13,60 % di grado alcolico e 5,5 gr/L di acidità totale: oggi riposa e matura in vasche d’acciaio, sarà imbottigliato a novembre di quest’anno e sarà il vino con cui si festeggerà il 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

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I vini di Papa Paolo III Farnese raccontati da Sante Lancerio

Tallone pubblicò questo librino ( in 32° con il preziosissimo Garamond corpo 9, fuso a Parigi da Deberny & Peignod) in 470 esemplari nel 1991. Bisogna ricordare, pur se il ricordo è un ben brutto ricordo, il giorno della presentazione in stamperia a Alpignano: un giorno maledetto….senza-titolo-11

L’introduzione è di Luigi Veronelli : “Mai quanto alla vista delle bozze di questo libro ho meglio avvertito la validità d’una mia affermazione: il vino è un valore reale perché ci dà l’irreale…..”. Il manoscritto originale fu ritrovato nella Biblioteca Ariostea di Ferrara e pubblicato a cura di Giuseppe Ferraro nel 1876, che lo accompagna con una prefazione assai interessante: “Paolo III fu uno dei papi più robusti, e uno dei vecchi tra i più vecchi. Forte per natura, aiutato, nella ricerca dei vini, da un Bottigliere di quella fatta, com’era Sante Lancerio, malgrado i pensieri dei figliuoli e dello Stato, visse fino a 82 anni. Segno e prova certa, che i giudizi, dati da lui e dal suo cantiniere, intorno ai vini d’Italia, erano fondati sul sodo. quindi io invito gli intendenti della materia a tenere conto di questa operetta del Lancerio, che ha tre titoli all’attenzione degli enologi italiani. Tratta dei vini nostrani, è antica di 3 secoli, ed ha la prova di un Sacro Bottigliere e di un Papa, gli anni del quale auguro a me ed ai miei lettori.”.

Poco o nulla si sa di Sante Lancerio, mentre molto si conosce di Papa Paolo III della schiatta nobilissima e potentissima dei Farnese: fu un personaggio di notevole statura politica che ebbe la capacità di pacificare, soltanto per poco, Francesco I e Carlo V; benedisse la nascita dei Gesuiti, avviò il Concilio di Trento…..

Un piccolo omaggio a Sante Lancerio: Il Vino di Montepulciano. E’ perfettissimo tanto il verno quanto la state, et meglio è il rosso la state, io ne sono certo. Tali vini hanno odore, colore et sapore, et volentieri S.S. ne beveva, non tanto in Roma dove gli erano portati in fiaschi, ma ancora in Perugia. Marcello Cervino, poi papa et domandato Marcello II, che non regnò se non 20 giorni, et  Tarugio Tarugi, Senatore Romano, faceano a concorrenza di chi di loro donava meglio. Volendo conoscere la bontà di questo vino, vuole essere odorifero, polputo, non agrestino, né carico di colore. Volendolo per la state alli caldi grandi, sia crudo, et di vigna vecchia…”. Formidabile il vino polputo e non agrestino….

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Il Darmagi di Gaja

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“APRILE 2017

Primavera in fiore a DARMAGI, primo vigneto di Cabernet Sauvignon in Piemonte, proprio nel cuore di Barbaresco. Piantato nel 1978. Giovanni Gaja, 1908-2002, che pure amava il pensiero diverso, si lasciò allora scappare: “Darmagi!” = che peccato. La stessa parola, in dialetto piemontese, diede nome al vino. Quarant’anni dopo il vigneto è ancora là. Tutte le primavere si copre di verde e di fiori: quest’anno sono gialli, di Senape, a rallegrare la folta compagnia degli insetti succhiatori di nettare”.

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Ho ricevuto il testo sopra dai miei amici della Cantina Gaja. Lo pubblico volentieri perché con il Cabernet Sauvignon Gaja del millesimo 1995 feci due lavori per me indimenticabili e tra i miei migliori e, tra l’altro, fu l’occasione della conoscenza di Angelo Gaja, era la primavera del 1999.

Dipinsi le etichette di due bottiglie di quel gran vino usando una piccola parte del contenuto delle bottiglie senza aprirle.

Fu un’operazione di estrema difficoltà per effettuare la quale fui costretto a escogitare alcuni accorgimenti dei quali non parlo: roba segreta, frutto di miei studi e intuizioni.

Di quelle due bottiglie una la donai a Angelo, l’altra la tengo io ma finirà, probabilmente a breve, in una collezione dei miei lavori con il vino presso una sede pubblica prestigiosa.

 

 

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Curzio Malaparte: Maledetti Toscani

Non è, in tutta franchezza, un libro che si possa consigliare a chicchesia. E’ un libro difficile, sgembo, scorrettissimo: toscano fino alle più recondite budella.

Libro di cui soltanto in pochi possiamo goderne il fascino e la scrittura sinistri, diversi, fuori luogo, fuori d’ogni convenienza.

Kurt lo scrisse nel 1956, un anno prima di defungere in maniera improvvisa, inaspettata, crudele dopo un viaggio in Asia.

I passi memorabili da citare sarebbero tanti in questo libro; cerco di limitarmi e propongo un brano, quasi alla conclusione del volume,  che mi pare possa bene rendere in sintesi tutto il resto:

Imparate dai toscani a stimare un onore il male che dicon di voi. E tutti dicon male di noi toscani, e non ci vogliono, e ci tengono a bada, sol perché siamo, e a ragione, crudeli e faziosi, cinici e ironici; perché abbiamo il sangue caldo e la testa fredda; perché siamo nati proprio e soltanto per dire quel che agli altri non piace sia detto; perché non ci pentiamo delle nostre cattive azioni per non doverci pentire anche delle buone; perché godiamo nel mettere a nudo i fìgnoli, i bitorzoli, i bubboni, le ossa storte, gli occhi guerci, e non tanto quelli degli altri, quanto i nostri; perché siamo i soli, in Italia, che pur nel vivo delle fazioni, delle sommosse, delle mischie, degli ammazzamenti, non perdiamo mai la testa, i soli che ci scaldiamo a freddo, e a un certo punto ammazziamo non per la ragione che non ne possiamo fare a meno, o che ci piaccia ammazzare, ma per la ragione che è ora di farla finita, e di andare a desinare; perché siamo pallidi e non chiediamo perdono a nessuno, e dimentichiamo più presto i beneficii che le offese, e non perdoniamo chi ha paura di noi. E sopra tutto perché noi toscani siamo la cattiva coscienza d’Italia.

Ribadisco: un libro per pochi. Ma che piacere leggere certi passi, anche per la lingua!

http://www.vincenzoreda.it/kurt-erik-suckertcurzio-malaparte-uno-fuori-moda/

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Blas Valera: F. Pizarro conquista il Perù col vino avvelenato


Silvio era una persona distinta, colta, elegante. Alto, pareva un Cary Grant di casa nostra: abito sempre blu, di buon taglio, viso regolare dai lineamenti netti, marcati; bella capigliatura tenuta non cortissima ma sempre in ordine; eppure….

Era un uomo perdente, sfortunato: con espressione di oggi, brutta ma efficace, uno sfigato; anzi, la sfiga fatta uomo.

Era riuscito a farsi rubare una Nsu Prinz, di quelle verde oliva che si vedevano in quegli anni; era riuscito a sposare, in età non più fresca, una donna che immediatamente l’aveva abbandonato; era perfino riuscito a perdere una scommessa con me – io non vinco mai scommesse – su Novella Calligaris che avevo pronosticato in medaglia alle Olimpiadi di  Monaco… Gli avevo vinto un libro di Peter Farb, Mondadori, di argomento precolombiano.

Silvio era il nostro rappresentante di libri: trattava la rateale dell’Einaudi, me lo aveva presentato Nicola Silvano il Dauno. Minuscolo e bruttarello si accompagnava con Silvio in grandi battute di pesca alla mosca: ovviamente le trote le prendeva sempre Silvano mentre l’altro smoccolava con eleganza e rassegnato distacco.

E le trote come le donne: uno era un tanghero stortignaccolo sempre sicuro e a proprio agio, l’altro un elegante perdente sempre in difficoltà.

Nicola Silvano il Dauno mi ha insegnato l’archeologia, la paletnologia, l’antropologia, l’uso delle mani – iddio gli aveva baciate le sue; a Silvio devo l’amore per i libri e il principio della mia, oggi di grande importanza per qualità e quantità, biblioteca.

Uno dei primi acquisti fu la prima edizione, 1970, del cofanetto in due volumi della collana “I Millenni” di Einaudi delle opere di William Hickling Prescott sulle conquiste di Messico e Perù. Costava 18.000 lire in anni in cui uno stipendio medio ammontava a poco più di centomila lire: un sacrificio per me importante, allora che studiavo di sera e lavoravo nella boita di Silvano, che era pure spilorcio e poco mi pagava.

Avevo 18 anni e sognavo di andare in Messico a scavare nelle foreste e sugli altopiani del Centroamerica piramidi maya e azteche.

Divoravo saggi di archeologia e storia e antropologia precolombiana, compravo National Geografic e Life, litigavo con Peter Kolosimo che faceva soldi con strampalate teorie di astronauti extraterrestri e astroporti peruviani…. E sognavo il Messico.

Sbranai in un amen le vicende di Cortèz narrate dal quasi cieco avvocato mancato di Salem, il povero Prescott che pubblicò tra il 1843 e il 1847 i due straordinari resoconti delle conquiste di Messico e Perù. Con il secondo volume, le storie di Francisco Pizarro e degni compari in Sudamerica, ci andai un poco più piano: a quel tempo il mio orizzonte comprendeva quasi esclusivamente il Messico.

Da allora ho letto e riletto e consumato quei due volumi Einaudi, composti ancora in linotype e le cui pagine continuano a darmi l’emozione del tatto: uno dei fatti ormai sedimentati della mia cultura era costituito dagli avvenimenti tragici di Cajamarca.

Il povero guardiano di porci spagnolo, analfabeta e assetato d’oro e di gloria, alla testa di 177 assatanati come e peggio di lui, aveva massacrato, con colpo di mano tanto assurdo quanto eroico, il fior fiore della nobiltà inca, catturato il crudele Atahualpa e fatto suo l’immenso impero andino: era il crepuscolo di un sabato, il 16 novembre 1532.

L’eroico, inconsulto azzardo di un pazzo al comando di pochi altri pazzi come lui che in un amen s’erano conquistati un impero con la disperazione e la determinazione di chi non ha nulla da perdere: una delle mie certezze, fino a giugno 2007.

E di qui principia un’altra storia, questa, che spunta improvvisa di tra le nebbie incerte di uno dei tanti passati ancora da venire. Passati che nascondono futuri: il tempo s’annoda, come un quipu….Altra certezza svanita in un pomeriggio di giugno: la cultura inca, un orizzonte ricco e prospero privo di scrittura, capace solamente di produrre cordicelle annodate per far di conto….

Ero a Rimini per questioni professionali, decido di partecipare a un convegno sulle scritture precolombiane e assisto alla lezione di Laura Laurencich Minelli sui documenti Miccinelli: un terremoto, uno squasso che mi spalanca una prospettiva inimmaginabile fino a poco prima.

La storia.

Padre Blas Valera, gesuita, nato nel 1545 da una violenza di Alonso Valera, rozzo conquistador, perpetrata ai danni della giovinetta Urpay (nome quechua che significa tortora), figlia di un mago-medico, viene dichiarato morto dalla Compagnia nel 1597. In realtà, i padri superiori intendono chiudere la bocca di un confratello scomodo che sa troppe cose sulla conquista del Perù e cose che non si possono dire.

Padre Valera non è morto: viene esiliato in Spagna, morto giuridicamente ma ben vivo e desideroso di lottare per la sua utopia, un Perù governato non da vicerè spagnoli e rapaci, ma dai suoi figli, pur in accordo con i sovrani d’oltre oceano.

Padre Valera era stato allevato dallo zio Luis, anch’egli conquistador ma d’animo buono: a tredici anni aveva visto il padre brutale assassinare la Tortora gentile che non voleva piegarsi all’ennesima violenza.

Aveva scelto deliberatamente la giovane Compagnia per avere l’occasione di lottare per il suo popolo; aveva cominciato a conoscere fatti e accumulare testimonianze sulla Conquista e aveva cominciato a scrivere.

Un gesuita scomodo, da ridurre al silenzio.

Dall’esilio spagnolo e dalla morte giuridica riesce a fuggire con l’aiuto di alcuni confratelli che, come lui, hanno una visione diversa delle cose americane, e torna in patria a continuare la sua lotta. E scrive, ma non con il suo nome: egli è ufficialmente morto.

Trova un indio, Guaman Poma che presta il suo nome, in cambio di un carretto e di un cavallo,  per l’opera che costituirà il fondamento della storia della Conquista; i suoi scritti sono la fonte cui attinge anche l’Inca Garcilaso de la Vega, distorcendo i fatti alla propria convenienza e tacendo sulle vicende più turpi,  per i suoi Commentarii che oggi costituiscono l’altra fonte acclarata di ogni sapere in merito alla storia della cultura Inca e della Conquista.

Padre Blas Valera muore nel 1619, dimenticato: il Generale della Compagnia, Padre Muzio Vitelleschi, di idee più aperte dei Padri Generali suoi predecessori, che ben sapeva delle vicende del suo confratello e la cui sorte aveva in qualche modo a cuore, brucia nel 1617, senza testimoni, una gran parte dell’archivio della Compagnia.

Ma il passato ha una voce che non tace e, misteriosamente, da una storia che è ben più affascinante di qualsiasi invenzione di un Dan Brown qualsiasi, spuntano fuori i documenti della proprietà di Clara Miccinelli, signora napoletana erede di un ufficiale cui Amedeo di Savoia, per gratitudine, aveva donati i preziosi codici.

Tali documenti sono costituiti essenzialmente da due testi segreti: Exsul Immeritus Blas Valera Populo Suo e Historia et Rudimenta Linguae Piruanorum.

Tralascio il secondo, compilato da padri gesuiti italiani successivamente alla morte di Blas Valera e che rappresenta una testimonianza che smentisce il fatto fino a oggi acclarato che la cultura Inca non possedesse una scrittura, e parlo del primo: a firma di Padre Blas Valera, datato 1618, che include la lettera di Francisco de Chavez e che interessa in modo specifico il nostro ambito.

“… Don Francisco Pizarro e i tre religiosi trascorrevano a bordo molto tempo assieme, e non certo per parlare della cura dell’anima del suddetto Capitano; e in quel viaggio accadde, invero, come ora sostengo, che il giorno dopo la partenza, io entrai nel suo alloggio e ascoltai distintamente il discorso fra i detti quattro, e dicendo Don Francisco che gli indios molto gradivano il vino nostro, siccome non lo avevano, bevendo essi un liquore non fatto di uva che si chiama chicha con un sapore diverso, la qual cosa il Capitano aveva annotato nei viaggi precedenti, e trovato come mezzo per fare amicizia  con gli indios, e sconfiggere i nemici che aveva saputo essere numerosi, ferocissimi, ben armati e addestrati; il detto Don Francisco chiese a Frate Yepes se avesse diluito l’oropimento secondo la bisogna, e questo religioso replicò che aveva già provveduto secondo i patti, per assecondare i suoi diabolici pensieri, a riempire e a sigillare 4 barili di moscato con una dose di conseguenza tanto copiosa e potente da piangere già il nemico fra le corna del toro e che così, Dio volendo, non si poteva fallire dal conquistare nuove terre al re e nuove anime al cielo, ma soprattutto molte ricchezze alle loro borse e molti onori ai loro nomi; e tutto ciò senza scontro né battaglia, poiché non c’era frode in questo, disse Valverde, ma solamente un po’ di saggezza e di alchimia, che aiutati e il Cielo t’aiuta.

Francisco de Chavez è un cavaliere originario di Trujillo, come lui altri otto che misteriosamente non vengono citati nell’elenco ufficiale di quanti parteciparono al massacro di Cajamarca e che si presume fossero in disaccordo con i metodi criminali di Francisco Pizarro e dei suoi Domenicani; egli scrive questa lettera indirizzata a Carlo V il 5 agosto 1533, pochi giorni dopo  l’esecuzione, per garrotamento, di Atahualpa ( 26 luglio 1533).

Il cavaliere descrive la carneficina seguita alla morte per avvelenamento da arsenico dei comandanti e dei dignitari Inca, mentre  Atahualpa  era stato semplicemente reso ebbro con vino non avvelenato: l’Inca stonato e i nobili che cadevano come foglie morte senza spiegazione avevano lasciato l’esercito indio, pure forte di 10.000 unità, in balia di poco meno che duecento energumeni i quali in un amen, per tramite di veleno, balestre, archibugi e alabarde avevano fatto tremila vittime, cento più cento meno, come testimonia letteralmente il buon Francisco de Chavez, indignato di cotanto codardo scempio.

La lettera non arrivò mai in Spagna: Pizarro mise a morte Frate Yepes e esercitò una censura inflessibile su quel fatto.

Chavez venne ucciso pochi anni più tardi, Pizarro morì assassinato dai suoi compagni nel 1541: certo qualcuno sapeva, ma non si poteva correre il rischio che non venisse riconosciuta come legittima una conquista effettuata per tramite dell’inganno.

La voce meticcia di Padre Blas Valera ci giunge di lontano come un grido di giustizia e utopia che rivendica per il suo popolo sfortunato la verità della Storia.

Vincenzo Reda

La prof. Laura Laurencich-Minnelli illustra un quipu a Rimini 2007

La prof. Laura Laurencich-Minelli illustra un quipu a Rimini 2007

 

 

 

La citazione è tratta dal volume: “Exsul Immeritus Blas Valera Populo Suo e Historia et Rudimenta Linguae Piruanorum – Indios, gesuiti e spagnoli in due documenti segreti sul Perù del XVII secolo” a cura di Laura Laurencich Minelli

Ed. Clueb, Bologna 2005     € 40,00

 

Nota: gli studi della Prof.ssa Lurencich sui documenti Miccinelli sono stati, e ancora lo sono, assai osteggiati come frutto di speculazione su falsi storici: inutile dover constatare la difficoltà, a fronte di fatti inoppugnabili seppur scomodi, di sovvertire assunti storici consolidati. E’ un meccanismo balordo che funziona sempre.

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Focus Storia: I Càtari di Monforte

http://www.vincenzoreda.it/il-castello-dei-catari-di-maurizio-rosso/

I Càtari

La dottrina càtara, la cui origine è oscura, è una sorta di sintesi delle eresie sviluppatesi dopo il III secolo: manicheismo, arianesimo, paulicianesimo, bogomilismo… La parola deriva dal greco katharós: “puro” e fu coniata verso la fine del XII secolo. L’eresia si diffuse rapidamente in quel periodo tra la Francia meridionale, la Renania e l’Italia settentrionale.

Il papa Innocenzo III indisse una crociata contro di loro nel 1208.

A Béziers, il 22 luglio del 1209, i crociati, guidati da Simon de Montfort,  massacrarono tutti gli abitanti – quasi 20.000 persone – in maggioranza cattolici tra cui vi erano poche centinaia di càtari. Al legato papale, Arnaldo Amaury, si deve la celebre (ma assai dubbia) frase: «Uccideteli tutti! Dio riconoscerà i suoi».

Papa Gregorio IX istituì contro questi eretici la Santa Inquisizione nel 1233 e Domenico di Guzman, predicando nelle terre degli albigesi – altro nome degli eretici, derivato dalla città di Albi – fondò l’ordine dei Domenicani proprio in quegli anni.

In Italia, il 13 febbraio 1278, vennero bruciati a Verona i perfecti delle comunità càtare di Desenzano e Sirmione. All’inizio del XIV l’accurato lavoro di sterminio ebbe termine.

I Càtari credevano che tutto il mondo reale fosse opera del Demonio: perciò i perfecti non dovevano riprodursi e consideravano la morte (che si davano per fame) la loro massima aspirazione. Erano integralisti, vegetariani, praticavano la povertà e la comunione dei beni; riconoscevano il solo sacramento del consolamentum: un’imposizione delle mani che rendeva perfecto un semplice credente.

 

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Autoritratto censurato su Facebook

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Questo non è un selfie, è un autoritratto (d’autore, 1973).
Fu realizzato con una rara Yashica 6×6 biottica (tipo Rolleiflex). Sviluppo e stampa a cura del soggetto.

L’autoritratto qui sopra è stato censurato da Facebook!!

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Oda al Vino, Pablo Neruda

Vino color de día,
 vino color de noche,

vino con pies de púrpura 
o sangre de topacio, 
vino,

estrellado  hijo 
de la tierra, 
vino,  liso como una espada de oro,

suave 
como un desordenado terciopelo,
 vino encaracolado y suspendido,

amoroso,  marino, 
nunca has cabido en una copa,
 en un canto,

en un hombre, 
coral,  gregario eres, 
y cuando menos,  mutuo.

A veces 
te nutres de recuerdos 
mortales,
 en tu ola 
vamos de tumba en tumba,

picapedrero de sepulcro helado, 
y lloramos 
lágrimas transitorias,

pero 
tu hermoso 
traje de primavera 
es diferente,
 el corazón sube a las ramas,

el viento mueve el  día, 
nada  queda
dentro de tu alma inmóvil.

El vino 
mueve  la  primavera,
 crece  como  una planta la  alegría,
 caen  muros,

peñascos,
 se cierran los abismos, 
nace el canto.

Oh tú, jarra de vino, en el desierto
con la sabrosa que  amo, 
dijo  el viejo poeta.

Que el cántaro de vino
 al beso del amor sume su beso.

Amor mio, de pronto 
tu cadera
es la curva colmada 
de  la copa,

tu pecho es el racimo,
 la luz del alcohol tu cabellera,
 las uvas tus pezones,

tu ombligo sello puro
  estampado  en tu vientre de vasija, 
y tu amor la cascada 
de vino inextinguible,

la claridad que cae en mis sentidos, 
el esplendor terrestre de  la vida.

Pero no sólo amor, 
beso quemante  
o corazón quemado 
 eres,  vino de vida,
 sino
amistad de los seres,

transparencia, 
coro de disciplina,
 abundancia de flores.

Amo sobre una mesa,
 cuando se habla,
 la luz de una botella
 de inteligente vino.


Que lo beban, 
que recuerden en  cada 
gota de oro 
o copa de topacio

o cuchara de púrpura 
que trabajó el otoño 
hasta llenar de vino

las vasijas 
y aprenda el hombre oscuro, 
en el ceremonial de su negocio,

a recordar la tierra y sus deberes, 
a propagar el cántico del fruto.

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“Pudore” di Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – Milano, 3 dicembre 1938)

Antonia Pozzi è una poetessa milanese morta suicida, a neanche 27 anni di età.

antoniapozzi-500-tkFiglia di un avvocato importante e di una contessa, studiò al Liceo Manzoni e si laureò con una tesi su Flaubert. Innamorata del suo professore di greco e latino, prigioniera dentro il perbenismo borghese della sua famiglia e di suo padre Roberto, sensibilissima e coltissima, percepì sulla sua pelle – di sensibilità estrema, letale infine – il disfacimento dei suoi tempi, immediatamente prima della Seconda Guerra Mondiale.

Scelse lucidamente i barbiturici per lasciare un mondo che le era diventato ormai insopportabile. La sua opera poetica, Parole, fu pubblicata postuma da Mondadori.

La poesia che qui offro ai miei lettori è tra quelle che mi sono più care. Anche perché la sola parola, il semplice concetto di “pudore” è oggigiorno alieno alla nostra sconsiderata cultura. E quanto questo mi procura dolore.

Pudore

Se qualcuna delle mie parole

ti piace

e tu me lo dici

sia pur solo con gli occhi

io mi spalanco

in un riso beato

ma tremo

come una mamma piccola giovane

che perfino arrossisce

se un passante le dice

che il suo bambino è bello.

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Viva tutti i mercati: Antigua, Guatemala

Molti conoscono per fama mediatica il mercato guatemalteco di Chichicastenango. Io consiglio quello di una delle più belle città del mondo: quasi nessun turista, soltanto maya veri. Mercato di maya per maya. Colori, rumori, odori unici. Una delle tante meraviglie di Antigua, luogo di stupore, di fascino, di storie senza eguali. Parola mia.

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INAUGURATA AL WIMU LA WINE LABELS COLLECTION

COMUNICATO STAMPA – lunedì 20 marzo 2017

INAUGURATA AL WIMU LA WINE LABELS COLLECTION

LA COLLEZIONE FONDO CESARE E MARIA BARONI URBANI – OLTRE 282 MILA ETICHETTE DI OGNI EPOCA E LATITUDINE – DA OGGI E’ LA NUOVA ATTRATTIVA DI BAROLO E DEL MUSEO DEL VINO

Taglio del nastro ieri, domenica 19 marzo, per il WiLa, la Wine Labels Collection ospitata nelle pertinenze del WiMu di Barolo. Il museo del vino multimediale di François Confino ora ha anche le sue etichette, una straordinaria collezione personale di 282 mila pezzi singoli, diversi e autentici, datati dalla fine del Settecento in rappresentanza di tutti i Paesi produttori di vino riconosciuti dall’Onu (tranne l’Iraq), donata dal professor Cesare Baroni Urbani di Sirolo e la moglie Maria al Comune di Barolo, che l’ha messa a disposizione della Barolo & Castles Foundation.

La raccolta, consegnata ufficialmente dal professore a giugno 2016 durante la presentazione della nuova annata del Barolo, è stata collocata negli spazi della vecchia sezione femminile del Collegio Barolo, nell’edificio che già ospita la biglietteria del WiMu e che è stato oggetto di un ampio intervento di recupero, risanamento, abbattimento delle barriere architettoniche e un accurato restauro da parte del Comune con finanziamenti del Gal. L’intera collezione è conservata negli armadi. Mostre temporanee e permanenti nelle sale del WiLa, ma anche all’interno del WiMu, quale parte integrante del percorso di visita, sono finalizzate alla sua fruizione.

Durante la cerimonia inaugurale, dopo i saluti istituzionali del sindaco di Barolo, Renata Bianco, e del presidente dell’Ente Turismo Alba Bra Langhe Roero, Luigi Barbero, gli interventi moderati dal giornalista Roberto Fiori sono stati a cura di Cesare Baroni Urbani, la ricercatrice Simona Stano dell’Università degli Studi di Torino e International Semiotics Institute e Massimo Martinelli, curatore della collezione da quando è stata affidata al Comune di Barolo e alla Barolo & Castles Foundation.

Perché il professore marchigiano ha scelto proprio Barolo per donare un simile tesoro? «Se Barolo è il “re dei vini” è giusto che sia lui a occuparsi di tutti i suoi “sudditi” sparsi per il mondo» ha detto Urbani. Ha aggiunto il sindaco Bianco: «La Collezione Internazionale di Etichette Fondo Cesare e Maria Baroni Urbani è un appassionato e competente lavoro di raccolta e catalogazione. Un autentico capolavoro e un patrimonio che da oggi condivideremo con i visitatori del nostro museo: siamo lusingati che il professor Urbani abbia scelto Barolo e il WiMu

LA STORIA DELLA RACCOLTA

Le etichette sono state ottenute per lo più direttamente dai produttori. Ma alcune cantine, specie tra le più prestigiose, si rifiutano categoricamente di cedere le loro etichette. In questi casi, il professore ha comperato le bottiglie più interessanti per staccarne l’etichetta che, per i vini più famosi e costosi, è protetta da potenti colle al fine di impedirne la rimozione. «Ho cercato di raccogliere tutte le etichette da vino con la sola limitazione che fossero da vino d’uva – racconta il professor Urbani –. La mia maggiore attenzione, però, è sempre stata rivolta a quelle antiche oppure di qualche interesse storico o geografico. Per esempio, sono fiero delle mie etichette di vino iraniano (persiano), nonostante la loro apparenza insignificante, perché in Iran dopo la rivoluzione islamica degli anni Settanta non è più stato prodotto vino. Con Massimo Martinelli è parso pertanto naturale ispirare a tale premessa la selezione degli esemplari da proporre nella prima esposizione temporanea della collezione».

I primi contatti tra Cesare Baroni Urbani e il Comune sono iniziati circa sei anni fa con una mail scritta dal professore marchigiano, già docente all’Università di Basilea. Sono seguiti numerosi incontri e la donazione delle etichette già nell’ottobre 2012, con la costituzione del Fondo Cesare e Maria Baroni Urbani” e la sola condizione di “curare e far crescere la collezione che può costituire un importante supplemento all’esposizione museale”.

LA COLLEZIONE

Sono 104 i Paesi da tutto il mondo rappresentati in questa formidabile raccolta, con pezzi storici che risalgono fino al XVIII secolo: oltre 11 mila etichette sono infatti datate tra 1798 e 1950. Dalle più antiche cantine di Borgogna alle etichette d’autore fatte realizzare a Picasso, Chagall, Mirò ed Andy Warhol dal Barone de Rothschild per festeggiare la fine della guerra, fino alla serie della californiana Nova Wines dedicata a Marilyn Monroe. Ogni etichetta ha una sua particolare storia e aneddoti legati al mondo del vino, del costume, della storia e delle tradizioni del luogo di provenienza.

Tra rarità e curiosità raccontate dallo stesso professor Urbani, spicca dalla Germania la famosa e antica etichetta di “Berncastler Doctor”: il vino è di Bernkastel, Doctor è il nome del vigneto e l’etichetta riproduce un imaginario Dottore arruffone che convince i villici a comprare il suo vino. Per quanto riguarda la Francia, le etichette stampate dalla ditta Labaume Ainé et Fils, la più antica casa vinicola della Borgogna. Questo fatto, unito al nome dei vini e alle caratteristiche della stampa, fanno supporre che tra queste ci sia la più antica etichetta di vino stampata su carta tuttora conservata. E poi, champagne dei produttori Lambry, Geldermann & Deutz, con etichette ottocentesche che raffigurano elefanti per l’esportazione in India e la vendita ai maragià indiani, e dallo Stato di New York il vino kosher (per ebrei ortodossi) degli anni ’30 e ’40, con immagini di cammelli e asini che dovrebbero ricordare la Terra Promessa. Una vera rarità è l’etichetta di Pinot Nero prodotto nella vigna più a Nord del mondo, in Norvegia: la ditta Sveler Hansen tra il 1995 e il 1999 ha imbottigliato 75 casse di vino e ogni annata porta un’etichetta che riproduce un’opera del pittore norvegese Edvard Munch e nella collezione ce n’è una datata 1997 con il ritratto di “Madonna” (1894-1895). Un vino oggi pressoché introvabile.

LA VISITA

Il WiLa, con la Collezione Internazionale di Etichette Fondo Cesare e Maria Baroni Urbani, è visitabile ogni sabato, domenica e giorno festivo a partire dal 18 marzo, dalle 10,30 alle 19.00 con ultimo ingresso alle 18.00. Il biglietto di ingresso costa 2 euro, mentre il ticket cumulativo WiMu + WiLa ha un prezzo di 9 euro.

Info: Tel 0173.38669 –  info@wimubarolo.itUfficio stampa press@wimubarolo.it

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La confraternita dell’uva/ The brotherhood of the grape by John Fante

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“ Nick Molise…Era un montanaro venuto dall’Abruzzo, un nasone dalle mani grosse, basso (uno e sessanta), largo come una porta, nato in una parte dell’Italia in cui la miseria era spettacolare quanto i ghiacciai circostanti e dove qualunque bambino che fosse riuscito a sopravvivere per i primi cinque anni ne avrebbe campati ottantacinque…..Non gli piaceva quasi niente, in modo particolare sua moglie, i suoi figli, i vicini, la chiesa, il prete, la città, lo stato, il suo paese e il paese dal quale era emigrato…. Ma le donne, quelle gli piacevano…Gli piacevano pure il suo lavoro e una mezza dozzina di paisani che, come lui, erano italiani del genere dittatoriale…Il suo amore per la pietra rappresentava un piacere ancor più pregnante della sua passione per il gioco, o per il vino, o per le donne.”

The Brotherood of the Grape, titolo originale del libro, fu pubblicato per la prima volta a puntate nel 1975 sul settimanale di Francis Ford Coppola City Magazine, il regista avrebbe voluto farne un film, fatto che inorgoglì John Fante, una vita passata a lavorare con alterne fortune come sceneggiatore cinematografico. Fu pubblicato in volume nel 1977 e immediatamente ristampato col favore di critica e pubblico.

Per tutta la vita John Fante, nato a Denver (Colorado) l’8 aprile del 1909 e figlio di Nick, abruzzese emigrato in  America nel 1901, ha scritto di suo padre e della sua scombinata famiglia, a cominciare dal  romanzo d’esordio (1938) Aspetta primavera, Bandini.

La Confraternita è la storia del ricupero di una rapporto impossibile padre-figlio-famiglia, un ricupero che può consumarsi solo dopo la morte dell’ingombrante figura paterna: solo allora padre, madre e figli riacquistano i valori originari nella Famiglia.
Ma la confraternita è la storia del portentoso Chianti e del chiaretto di Angelo Musso, è la storia della dissoluzione nel lavoro, nel vino e nelle donne di Nick; è la storia di sua moglie, Mamma Maria, geneticamente disposta a sopportare ogni umiliazione, perché la sua vita ha senso solo vicino a quel figlio di puttana di Nick.

Ritorna di lontano, John, uomo fatto con moglie, figli e carriera sicura, ritorna a San Elmo per lasciarsi coinvolgere nell’ultima follia di suo padre: un’opera inutile e impossibile, almeno per l’avanzata età del genitore, che diventa il ridicolo testamento di una vita.

L’opera diventa un fallimento, il diabete distrugge l’ormai condannato Nick che conclude i suoi giorni ubriacandosi, e dunque suicidandosi, con una colossale sbronza coi vecchi amici della Confraternita.

A quel punto, però, John ha ritrovato definitivamente suo padre.

“Maestosamente piegato, il mio vecchio giaceva su una sedia di vimini, sbronzo fradicio, con le braccia abbandonate sui braccioli. Era come un patrizio dell’antica Roma in attesa che il sangue finisse di scorrere dai suoi polsi incisi. Uno davanti all’altro, seduti su panche, c’erano i quattro zoticoni del caffè Roma: Zarlingo, Cavallaro, Antrilli e Benedetti. Erano tutti strafatti, ma sotto controllo, e tracannavano da grossi boccali. Sul lungo tavolo erano sparsi boccioni di vino e vassoi di roba da mangiare: salame, salsicce, prosciutto, pane e pasticciotti all’anice. Avevano banchettato a lungo e bene nel gran caldo…..tra i grappoli troppo maturi di uva moscatello che pendevano dalla vigna.”

Gran libro, grande storia: la sola invenzione della signorina Quinlan, infermiera, merita tutto il libro, insieme al vino di Angelo Musso.

Ci ho ritrovato le mie origini: Zu Vicìenzu, Zu Pasquale, Zu Giuvanni u fallitu, Rollicchiu. Mio nonno, nannuzzu, Zu Vicìenzu: andavano a ricuperarlo strafatto, che piangeva e stramalediva l’universo mondo, dopo aver perso a carte, dopo aver sperperato gli ultimi soldi con gli amici, sapendo che l’indomani sarebbe bastato rompersi di nuovo la schiena nei campi o sugli alberi ( prodigioso potino, innestino con accette affilate come rasoi )…..

M’insegnò il valore del brindisi in rima, a braccio, quando la lingua scivola e l’occhio diventa vitreo……..

John Fante è morto nel 1983, cieco e con le gambe amputate a causa del diabete, come suo padre, quel figlio di puttana di Nick Fante, alias Molise, alias Bandini, alias…..

La confraternita dell’uva 

Di John Fante

Einaudi Stile Libero, pp. XXXII – 232, € 9,00

 

 

 

 

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Aspetta primavera Bandini (Wait until spring, Bandini) di John Fante.

 Il libro costa 10 euro, è un  titolo Einaudi della collana Stile libero: è un bel regalo, per chi se lo merita, e costa anche poco.

Come mi compiaccio di dire, e vorrei urlare: non sprecate i soldi a comprare accozzaglie di fogli senza alcun significato, pubblicate solamente per compiacere mode che finiscono prima ancora di cominciare; non regalate i soldi a personaggi di nessun interesse che hanno per aggiunta anche la colpa di tormentarci in tanti altri modi e di farci pure un sacco di soldi.

John Fante è certo conosciuto, non è una novità: ma quanti lo ignorano, per quanti costituirebbe una scoperta e un piacere straordinario?

Ebbene, lo si regali, lo si faccia conoscere meglio: non sarà certo fatica sprecata e qualcuno potrebbe anche essere riconoscente per la vita.

Magnifica l’introduzione di Niccolò Ammaniti: un atto d’amore titolato Scrittori da tana e da prateria, da condividere in toto.

Il libro fu pubblicato nel 1938, quando l’autore aveva 29 anni; si trattò del suo esordio sul mercato editoriale, anche se qualche anno prima aveva scritto La strada per Los Angeles, pubblicato poi, postumo, nel 1985, due anni dopo la morte di Fante.

Di John Fante ho recensito per Barolo & Co La confraternita dell’uva, del 1977, romanzo straordinario che precede il suo ultimo lavoro, Sogni di Bunker Hill, pubblicato nel 1982.

Altri suoi titoli da citare, memorabili: Chiedi alla polvere, Dago red, Il mio cane stupido.

John Fante di professione svolgeva il mestiere, ben pagato ma mal sopportato, di sceneggiatore a Los Angeles, sua città di adozione: era nato a Denver, ma aveva trascorso la sua infanzia a Boulder, sempre in Colorado; figlio di quel Nick che sarà il vero protagonista della sua opera, un muratore abruzzese emigrato in America da un paesino della provincia di Chieti e che aveva sposato Mary Capoluongo, nata a Chicago da un padre di origini lucane.

Il romanzo è la storia della vita grama di Arturo Bandini, adolescente figlio di poveri immigrati italiani: la povertà, lo spaesamento, i problemi di identità di chi mai si sente a proprio agio…

“Avanzava, scalciando la neve profonda. Era un uomo disgustato. Si chiamava Svevo Bandini e abitava in quella strada, tre isolati più avanti. Aveva freddo, e le scarpe sfondate. Quella mattina le aveva rattoppate con dei pezzi di cartone di una scatola di pasta. Pasta che non era stata pagata. Ci aveva pensato proprio mentre infilava il cartone nelle scarpe.

Detestava la neve. Faceva il muratore e la neve gelava la calce tra i mattoni che posava. Era diretto a casa, ma che senso aveva tornare a casa? Anche da ragazzo in Italia, in Abruzzo, detestava la neve. Niente sole, niente lavoro. Adesso viveva in America, nella città di Rocklin, Colorado….”

 

Dicembre 2008

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Magnolia Lilliflora

Fioritura primaverile di Magnolia Lilliflora nei giardini di piazza dello Statuto, a Torino.

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Sibiriaki, cucina russa e vini piemontesi per Barolo & Co

SIBIRIAKI, via Bellezia, 8/g – Torino – tel. 011 4360738sibir@sibir.itwww.sibir.it

Questo ristorante, unico nel suo genere, occupa uno dei pochissimi edifici risalenti al Quattrocento, in pieno Quadrilatero di Torino. Attivo fin dal 2001, è un locale che offre oltre 100 coperti aperto tutte le sere e a pranzo dal lunedì al venerdì.

Lo avevo visitato diversi anni fa e mi era piaciuto. In questi giorni, dovendo redigere un articolo per Barolo & Co sulla cucina russa da accompagnare con vini piemontesi, mi ha fatto piacere ritrovarlo e interloquire con  Fulvio Griffa, titolare assai collaborativo e prezioso.

Ai piatti scelti abbiamo accompagnato con soddisfazione il Dolcetto d’Alba di Brezza, la Barbera d’Alba di Ratti, l’Erbaluce di Ferrando e il Langhe Nebbiolo Cascina Ca’Rossa. Di seguito il testo completo dell’articolo

«Seguendo quanto abbiamo pubblicato durante lo scorso anno,  suggerendo accompagnamenti di vini piemontesi alle cucine etniche sul nostro territorio (Perù, India, Cina e Argentina), questo primo articolo vuole ulteriormente approfondire tale suggestione. Con una leggera novità: intendiamo dare indicazioni ai nostri vignaioli affinché possano indirizzare la loro produzione verso le ristorazioni di quei paesi in cui i nostri vini sono esportati con maggior successo.

Di solito, i vini piemontesi sono proposti nei locali che offrono cucina italiana; ebbene, riteniamo opportuno che, esplorando e conoscendo le cucine di queste nazioni, si comincino a vendere i nostri vini anche per esaltare i piatti di quelle tradizioni.

Cominciamo con la Russia: un po’ perché in questo periodo ricorre il centenario della Rivoluzione di Ottobre, un po’ perche Eataly sta aprendo a Mosca la sua prima sede russa e, soprattutto, perché questo mercato, in crisi per le note questioni politiche, è comunque uno degli sbocchi più promettenti per i vini piemontesi.

Quella che oggi è la Federazione Russa è una democrazia semipresidenziale che si estende per oltre 17 mln di kmq tra Europa e Asia, abitata da circa 146 mln di abitanti appartenenti a varie etnie e lingue ma con preponderanza di slavi di lingua russa. Mosca (12 mln di abitanti) e la vecchia capitale San Pietroburgo (5,6 mln) sono le città principali.

La gloriosa storia di questa grande nazione si fa risalire alle orde nomadi degli sciti e dei sàrmati che scorrazzavano sui loro cavalli nei primi secoli della nostra era. Le fredde steppe del nord subirono diverse invasioni da parte di tribù sia asiatiche sia finniche, ma furono gli scandinavi variaghi a essere la prima élite che governò da Novgorod il primo vero stato della storia russa, intorno al IX secolo.

Dopo la conversione alla Chiesa Ortodossa (1054) e l’invasione mongola, fu Ivan IV, il Terribile, nella seconda metà del XVI secolo a essere nominato primo zar (parola che deriva dall’etimo latino Caesar). Pietro il Grande, che costruì San Pietroburgo, e Caterina II nel XVIII secolo portarono la Russia a essere tra gli stati più potenti del mondo. Nel febbraio del 1917 a San Pietroburgo scoppiò quella che sarebbe diventata la Rivoluzione di ottobre e avrebbe travolto la dinastia dei Romanov. L’ultima data importante della storia russa è il 1991: la dissoluzione dell’Unione Sovietica.

Con le premesse storiche e geografiche di cui sopra, si comprende come la cucina di questo grande paese possa essere la più varia e di complicato approccio. In verità, si tratta di un’alimentazione con caratteristiche contadine tutto sommato abbastanza uniformi.

Le preparazioni tradizionali offrono soprattutto insalate, zuppe e minestre con una forte componente di cereali.

Okroshka (a base di ortaggi, carne e salame con brodo kefir o kvas e panna acida), svekolnik (la barbabietola è l’ingrediente principale) e zuppa di acetosa (l’acetosa è una pianta assai diffusa) sono preparazioni fredde, tipiche dei giorni caldi.

Tschi (cavolo o acetosa) e bortsh (di origine ucraina, molto famosa:  gli ingredienti principali sono le barbabietole e la carne, con mille possibili varianti) sono le principali zuppe calde. I più diffusi piatti di carne sono il golubtsy (involtini di cavolo ripieni) e il kholodets (o studen’): carne o pesce in gelatina; panna acida, senape e cren sono i condimenti più usati. Il filetto alla Stroganoff è un piatto conosciutissimo: sono pezzi manzo saltati in salsa smetana, ovvero una specie di panna acida più delicata.

Molti sono i dolci tradizionali a base di farina, spesso ripieni e con abbondante uso di semi di papavero, sesamo, cumino e vaniglia: kuleblaka, vetrushka, karaval (pagnotta decorata), kulitch (una specie di panettone) e poi ancora sushky, baranki, bubliki (ciambelle). I bliny sono celebri cialde rotonde a base di farina e lievito e , come le crêpes, possono essere farcite da qualunque ingrediente: caviale, uova di salmone, aringhe ecc.

I russi usano bevande particolari: kvas (linfa di betulla fermentata), kisel (gelatina di frutta), mors (frutti di bosco fermentati) e vodka (distillato di grano ma che nelle sue caratteristiche più povere può anche essere distillato dalle patate).

Un discorso a parte meriterebbe l’insalata Olivier, meglio conosciuta come insalata russa. Lucien Olivier, francese, la proponeva (con ingredienti differenti da quelli oggi usati) ai clienti del ristorante Hermitage, a Mosca (tra il 1864 e il 1917). La questione sarebbe lunga e complessa da trattare, basti per questo articolo sapere che la cucina russa ne propone una versione più delicata di quelle che da noi sono diffusissime.

Abbiamo scelto quattro piatti che il ristorante Sibiriaki (significa: gente della Siberia, è in via Bellezia, 8/g a Torino; assolutamente da provare) ci ha scelti apposta per questo articolo.

1) zakuski bol’shoj: caviale di merluzzo affumicato, caviale di salmone, crostino con salmone affumicato su pane di segale Borodinsky, paté di pesciolini spratti su crostini di pane bianco, filetto d’aringa, fettine di pesce burro crespella di grano tenero e saraceno ripiena di carne e patate, gamberi marinati e flambati alla vodka , salsa smetana bianca e rossa, insalata olivier (russa).

2) pel’meni: agnolottoni ripieni di carne di vitello, carne di maiale e cipolla, serviti con pancetta croccante e salsa smetana.

3) stroganoff: filetti di scamone flambati alla vodka con patate lesse, champignon croccanti e salsa smetana alla senape.

4) kisel: flan di mele e uvetta su salsa di mirtilli con smetana dolce.

Con l’antipasto abbiamo bevuto un Erbaluce di Caluso la cui acidtà si sposa benissimo con le varie componenti (segnalo i filetti di aringa su patate lesse); con gli agnolottoni un magnifico Dolcetto d’Alba; con il manzo abbiamo optato per una Barbera d’Alba di bella struttura e un Nebbiolo di Langa giovane. Il dolce lo abbiamo gustato ancora con l’Erbaluce e, accompagnamento eretico ma di sorprendente piacevolezza, con il Nebbiolo 2015.

In conclusione, date le caratteristiche di origine prettamente contadine della cucina russa, tutti nostri vini ( e penso in particolare alla Freisa, al Grignolino, alla Barbera d’Asti, al Ruché, al Cortese, alla Favorita, al Moscato e ai nostri passiti) sono ottime opzioni. Non ho, volutamente, citato Barolo e Barbaresco (anche il Barolo chinato) per la semplice ragione che ritengo siano vini capaci di accompagnare qualunque piatto di qualunque cucina, prestando soltanto attenzione agli anni di invecchiamento e alla temperatura di servizio»

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Osvaldo Soriano, Fùtbol

«[...] el Mìster Peregrino Fernàndez ricordò senz’ombra di pentimento che più di una volta aveva messo in campo dodici giocatore, e nessuno l’aveva scoperto. E tredici, nello  Standard di Melbourne, mi confessò: – Nessuno se n’è accorto e abbiamo vinto per sei a due. Certo, giocavamo in casa -. C’è stato un tempo in cui el Mìster ha fatto scuola con il calcio superoffensivo e ha guadagnato un sacco di soldi. Inventava mille cose: la punta fantasma, lo stopper a quattro zampe, il libero gentile, il marcatore assente; schierava la squadra così avanti che le rimesse lunghe ci mettevano cacciavano nei guai e le partite finivano in goleada. Giunse a tale sfrontatezza, a Melbourne, che mise un omosessuale dichiarato al numero otto, libero sulla destra. –  Un tecnico deve saper sfruttare tutto il potenziale dei giocatori. Quando ero in Australia, andavano di moda gli africani, la gente non veniva allo stadio se non mettevi in squadra due o tre negri che sgambettavano. Be’, siccome il club non aveva soldi per comprarne uno, ho chiamato un nigeriano senza documenti che dormiva in strada, davanti a casa mia, e gli ho detto: questa è la tua occasione, va’ e fai vedere quello che sai fare. Ha segnato qualche goal, Mìster?  - Nemmeno uno. Per il goal c’è un angelo particolare. Un non so che. O ce l’hai o non ce l’hai. Tu l’hai visto: ci sono un sacco di attaccanti che non segnano più di cinque goal a campionato, non è serio! - Nel San Lorenzo c’è stato uno che è rimasto quasi tre anni senza metterla dentro.- Lo vedi? Invece tu eri come Scotta: ogni pallone era goal, o stendevi un cane. – Cercavo di fare del mio meglio, è vero. – Hai segnato un goal a Barda del Medio dov’era proibito farlo, e siamo finiti tutti in galera.- Me lo ricordo, Mìster. Chiedo scusa. – E ti sei lesionato laggiù, nel culo del mondo…Cazzo, che merda che è la vita. Guarda me: con un piede nello spogliatoio e l’altro nel forno crematorio, io che ho inventato l’attaccante elettronico. – Questo non ha giocato con me, però, Mìster- No, è stato in Francia. Gli abbiamo messo un circuito stampato e dei dissipatori nei tacchi delle scarpe. Quando correva mandava scintille come un petardo di Natale e nessuno gli si avvicinava…Sai qual era la fregatura? Non segnava. Portami fino al laghetto, ti va? Se mi compri un altro gelato ti racconto quella del portiere senza mani. In una finale a Barcellona ho messo in campo un portiere senza braccia. Che ti sembra?».

Chi ama il calcio, e sa leggere, non può non conoscere l’agentino El Gordo Osvaldo Soriano, mitico centravanti mancino che o segnava o stordiva qualche cane in tribuna. E poi, infortunatosi gravemente, diventato suo malgrado portentoso scrittore.

Osvaldo Soriano, Fùtbol – 217 pp., Lire 16.000 – Einaudi Tascabili, Torino 1998.

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Non Avrai Altro dio, Jan Assmann

Jan Assmann, tedesco, professore di Egittologia a Heidelberg, in questo magnifico librino tratta delle origini della violenza religiosa inscritta tra le caratteristiche principali delle tre religioni monoteiste. Il tutto a partire dalla Bibbia (Esodo e Deuteronomio, soprattutto) e dalla fuga di Mosè e del suo popolo dall’Egitto della XVIII dinastia verso la terra promessa di Canaan.

Librino complesso ma di estremo interesse.

Non avrai altro dio, Jan Assmann, 147 pp., 9 €, Il Mulino, Bologna 2007

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Vincenzo Reda on japanese TV

https://vimeo.com/178164159

(se richiesta, password: vr )

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Il mio Che di vino

Questo è il mio Che, dipinto con il Borgogno 2009 No Name, Nebbiolo (in verità è un Barolo, ma non per la legge).

Questo lavoro è stato eseguito sulla mia Arches 300 gr. in formato 35×50. L’ho fatto per me, ma poi successe che di questo lavoro se ne innamorò Oscar Farinetti e me lo comprò per pochi euro, da par suo….

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Capoliveri: la prima esposizione in pubblico

Era il 30 maggio del 1998 e in una piazzetta del centro di Capoliveri, paese stupendo dell’isola d’Elba, esponevo per la prima volta in pubblico i miei quadri.

Il giorno appresso venne Vittorio Fiore che molto apprezzò i miei lavori e m’invitò nella sua dimora, uno splendido casale medievale ristrutturato con sensibilità e cultura, in Chianti.

Dipinsi per lui, con il suo Carbonaione, alcuni quadri: posso affermare, non senza orgoglio, che Vittorio Fiore è stato il mio primo collezionista.

Dei 18 pezzi presentati a Capoliveri, 3 fanno parte della mia collezione privata – e sono i più estremi, quelli che mi piacciono di più: in pratica delle macchie di vino. 2 sono in India, uno è a San Damiano d’Asti e tutti gli altri sono stati venduti a prezzi oggi ridicoli.

Non so chi sia la bimba che mi siede a fianco, era una bimba cui ero simpatico e a cui piacevano i miei lavori: curiosamente, mia figlia Geeta sarebbe arrivata dall’India quello stesso anno in novembre.

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Pedro de Alvarado, raccontato da Bartolomé de Las Casas
A proposito di Pedro de Alvarado – Tonatiuh, per gli indigeni – conquistatore del Guatemala, ecco cosa racconta il domenicano Fray Bartolomè de las Casas nella sua “Brevissima relazione della distruzione delle Indie”, scritta intorno al 1542 e pubblicata dieci anni dopo. Il Domenicano, si noti, non nomina mai il personaggio di cui parla.

…Con altre successive devastazioni e carneficine hanno desolato e distrutto un regno vasto più di cento leghe in quadro, una terra delle più ricche, per fertilità e popolazione, che sian mai state al mondo. Lo stesso tiranno ha scritto che era più popolosa del regno di Messico, e diceva il vero. Egli e i suoi fratelli, con tutti gli aguzzini, vi hanno fatto perire in quindici o sedici anni, dal 1524 al 1540, più di quattro o cinque milioni di anime. Oggi continuano a uccidere e a distruggere quelli che restano, e a questa maniera finiranno per estinguerli del tutto.

Quando andava a portar guerra in certi villaggi o province, quel capitano usava condurre con sé quanti più indiani poteva, già sottomessi agli spagnoli, perché facessero guerra agli altri. E siccome a quei dieci o ventimila uomini che si portava appresso non dava da mangiare, lasciava che divorassero gli indiani catturati. Si teneva così nel suo accampamento un vero e proprio macello di carne umana, dove in sua presenza si uccidevano e arrostivano i bambini, e si ammazzavano gli uomini talvolta solo per averne le mani e i piedi, ch’eran considerati i bocconi migliori. Quando le popolazioni di altre terre ricevevano notizia di questi fatti inumani, prese dal terrore non sapevano più dove andare a nascondersi…..

…Oh, quanti orfani fece, quanti genitori depredò dei figli loro! Quanti uomini privò delle lor donne, quante donne lasciò senza mariti! Quanti adultèri, quanti stupri e violenze cagionò! Quanti per colpa sua persero la libertà! Quante lacrime fece versare, di quanti sospiri e gemiti fu causa! Quante solitudini in questa vita per i suoi peccati, quante eterne dannazioni nell’altra!….

…Voglia ilcielo che, placato dalla mala morte che infine gli fece morire, Dio abbia avuto misericordia della sua anima.”

Pedro de Alvarado morì a causa di un calcio sferrato dal cavallo di un suo compagno nei pressi di Guadalajara, nel luglio del 1541. La sua agonia, terribile, durò due o tre giorni. Poco dopo, la capitale che aveva fondato (per la seconda volta, dopo un primo disastro nel 1527), Antigua Guatemala, venne rasa al suolo da una tremenda valanga di acqua e fango precipitata dal sovrastante vulcano Agua.

Nel 1543 venne rifondata“ La muy Noble y muy Leal Ciudad de Santiago de los Caballeros de Goathemala”, capitale fino al 29 luglio 1773, anno in cui fu devastata da un terremoto che la rase al suolo. La città però non fu mai abbandonata e dal 1830 riprese a crescere lentamente. Oggi La Antigua Guatemala è uno dei luoghi più affascinanti del mondo, dal 1979 Patrimonio dell’Umanità per l’UNESCO.

Dicembre 2008

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Guido Cavalcanti, “Perch’i non spero di tornar giammai”

Perch’i’ no spero di tornar giammai

    

Perch’i’ no spero di tornar giammai,

     ballatetta, in Toscana,

     va’ tu, leggera e piana,

     dritt’a la donna mia,

05   che per sua cortesia

     ti farà molto onore.

 

     Tu porterai novelle di sospiri

     piene di dogli’ e di molta paura;

     ma guarda che persona non ti miri

10   che sia nemica di gentil natura:

     ché certo per la mia disaventura

     tu saresti contesa,

     tanto dal lei ripresa

     che mi sarebbe angoscia;

15   dopo la morte, poscia,

     pianto e novel dolore.

 

     Tu senti, ballatetta, che la morte

     mi stringe sì, che vita m’abbandona;

     e senti come ‘l cor si sbatte forte

20   per quel che ciascun spirito ragiona.

     Tanto è distrutta già la mia persona,

     ch’i’ non posso soffrire:

     se tu mi vuoi servire,

     mena l’anima teco

25   (molto di ciò ti preco)

     quando uscirà del core.

     Deh, ballatetta mia, a la tu’ amistate

     quest’anima che trema raccomando:

     menala teco, nella sua pietate,

30   a quella bella donna a cu’ ti mando.

     Deh, ballatetta, dille sospirando,

     quando le se’ presente:

     - Questa vostra servente

     vien per istar con voi,

35   partita da colui

     che fu servo d’Amore – .

 

     Tu, voce sbigottita e deboletta

     ch’esci piangendo de lo cor dolente

     coll’anima e con questa ballatetta

40   va’ ragionando della strutta mente.

     Voi troverete una donna piacente,

     di sì dolce intelletto

     che vi sarà diletto

     starle davanti ognora.

45   Anim’, e tu l’adora

     sempre, nel su’valore.

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