Vincenzo Reda on japanese TV

https://vimeo.com/178164159

(se richiesta, password: vr )

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Autumn in Langa: walking between vineyards in november

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Language of colors in autumn, Langa (Piedmont, Italy)

Il poema lirico dei colori di Langa quando l’oceano di viti dipinge il degrado dopo aver donato i suoi frutti meravigliosi che in questi giorni stanno diventando vini.

A questi colori, camminando i paesi di Langa, si mescolano gli effluvi inebrianti dei mosti in ebollizione. Gli Dei del Vino, in questi giorni, fanno festa: onore a loro!

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All’Harry’s Bar con Arrigo Cipriani, Venezia 11 marzo 2008

Il cellulare squilla improvviso: Cipriani mi chiede scusa e risponde in inglese.

Ha luogo una breve conversazione che non seguo; chiusa la comunicazione, Cipriani, con un sorriso disincantato, né beffardo né compiaciuto, mi dice: l’hanno preso, Il Grande Moralizzatore, quello che ci ha sempre massacrati…

??? di chi si tratta, mi scusi.

Il governatore di New York, non lo conosce?

Ma chi, Giuliani?

No, no: Spitzer, Eliot Spitzer, il governatore di New York: l’hanno beccato per una storia di prostitute di lusso. Proprio lui che perseguitava tutto e tutti con l’ossessione di moralizzare il Mondo.

Sono al primo piano dell’Harry’s Bar, ospite a pranzo di Arrigo Cipriani: avevo richiesto l’incontro dopo aver letto il suo ultimo libro “Harry’s Bar – L’impresa, la ristorazione, la salute”, appena pubblicato per i tipi di Spirali e di cui ho scritto per i lettori di Barolo & Co.Quando è possibile, gli autori di cui parlo desidero conoscerli di persona: è fondamentale, per me, conoscere lo sguardo, seguire la gestualità, sentire il tono di voce, osservare come vestono. Nulla di scritto e neanche nulla di mediato da fotografie, cinema, televisione può dirti di una persona quanto un incontro: è la più vera delle banalità.

Arrigo Cipriani è un uomo ovviamente non più giovane, veste un impeccabile doppiopetto celeste scuro di ottimo taglio: la camicia e, soprattutto, la cravatta – una regimental dai colori pastello – raccontano sense of humor come lo sguardo franco, chiaro, aperto senza essere fastidiosamente indagatore, racconta un carattere libero e disponibile.

Egli è nato quasi quando nacque il suo Bar e di cui, non a caso, porta il nome: certo che gli anni gli danno fastidio, certo che, si vede bene assai, invecchiare non gli piace; lo spirito è quello di sempre: libero, birichino, bisognoso di misurarsi con gli uomini, le cose, i fatti.

Di sé dice non essere un genio: i due Giuseppe, padre e figlio, essi invece sono geni autentici. Uno ha creato la Leggenda, e il Carpaccio e il Bellini, senza aver alcun talento per i denari; l’altro, suo figlio quarantenne, della Leggenda sta facendo un grande business di respiro mondiale, come i tempi richiedono.

Era in Dubai ieri e stamattina si è presentato a Venezia; sa, si è comprato un aereo personale, e non potremmo proprio permettercelo: il fatto è che quando si mette in testa una cosa, non c’è verso di fargli cambiare idea, e devo dire che ha sempre, o quasi, ragione. Come quando, lo seppi dai giornali, comprò per 28 milioni di dollari il primo palazzo a New York: tutti quei soldi ovviamente non li avevamo, ma egli seppe trovarli e aveva ragione! Ha un grande carisma, come suo nonno e anche con le donne…

Le donne: la mamma Giulia, la moglie Ina (Tommasina) e quelle che comunque non nasconde di apprezzare. Ho letto “Anch’io ti amo”, un librino pubblicato nel ’96 da Baldini & Castoldi: i due scritti più belli sono quelli che Arrigo Cipriani dedica alla moglie e alla madre; scritti non banali, anche amari, struggenti, non privi di un certo fascino letterario.

Ho sempre pensato che gli uomini che sono stati educati dalle donne, quelli che hanno vissuto tra e con le donne, sviluppano una sensibilità particolare.

L’astrologia, per quel che vale e per chi ci crede: Arrigo è un toro di maggio, il papà Giuseppe uno scorpione di novembre, il figlio Giuseppe un leone di agosto: certe volte sembra quasi una disciplina seria…

Sa, Gianni Agnelli mi chiedeva sempre come stava mia zia….io che magari non la vedevo da mesi. E Berlusconi, ha fatto una serata da noi con Amato e poi è arrivato anche il suo cantante Apicella, di persona è simpatico, coinvolgente. Come Naomi Campbell, tutta un’altra persona rispetto a quello che si pensa seguendo i media.

Sì, Cipriani, ma a me non interessa che mi parli dei personaggi passati dall’Harry’s in tanti anni: ormai è tutto pubblicato e risaputo, la Leggenda è ormai proprietà dell’immaginario collettivo; mi parli di suo padre, mi parli di suo figlio…

Mio padre certe volte lo caricavo sull’auto, a me sono sempre piaciute le automobili veloci – oggi possiedo una AMG da più di 500 cavalli e sapesse come mi diverto ancora ai semafori: da 0 a 100 in 4 secondi! – a quei tempi avevo una Giulietta, e con  lui scorazzavamo per la provincia per un giorno intero, mangiando e, ancor più bevendo, in trattorie incredibili. Si tornava sempre con le gambe ben ben traballanti….

Di mio figlio, che vedo pochissimo perché è sempre in giro per il mondo, mi ricordo una volta in cui riuscimmo a stare insieme per sei ore consecutive e a parlare come non avevamo mai fatto: era una circostanza non bella, eppure la ricordo con piacere per quel lungo momento di intimità, di vicinanza.

Oggi, il nostro è un grande affare che occupa più di 1000 persone in diversi continenti: stiamo per aprire a Las Vegas e a Miami, e anche qui mio figlio Giuseppe ha saputo scegliere i posti migliori, e la sfida è rappresentata dalla necessità di valutare e incentivare al meglio i collaboratori cui delegare compiti importanti. Stiamo trasformando un’azienda familiare in una moderna organizzazione con strategie mondiali, e non è cosa semplice.

Pensi che Giuseppe ha comprato una grande azienda agricola in Uruguay, un affare come li sa fare solo lui: ci vado ogni tanto a trascorrere qualche bel momento con gli amici.

Siamo seduti in un tavolo d’angolo al primo piano del locale: l’Harry’s Bar è un localino piccino, proprio di fronte alla fermata S. Marco delle linee di traghetti veneziani. Colpisce lo spazio minuscolo, colpisce la straordinaria accoglienza, sempre discreta dei camerieri, i tavoli bassi, le comode poltrone, le piccole posate, i bicchieri quasi ordinari: Riedle, quando viene da noi si porta i suoi bicchieri, ma io non gliene ho mai comprato uno! Da noi si usano quelli che piacciono a me, non si discute. E non ci sono chef, non ci sono tendenze da seguire, cucine novelle o sifoni da rincorrere: da noi si viene perché siamo noi.

Ovviamente, la discussione viene a toccare l’argomento guide e giornalisti e critici enogastronomici di cui Arrigo Cipriani non ha grande considerazione: e come dargli torto! Non c’è un grande editore che pubblichi una guida vera del settore – parlo di Editori come li ho conosciuti io,  Giulio Einaudi, Mario Lattes, Gianni Merlini – perché posti come Il Bar dovrebbero occupare una sezione hors categorie: non si danno voti alle Leggende. Anche il mio amico Gino Veronelli, grande personaggio di questo mondo ma certo non grande editore, ebbe i suoi bravi torti. Cipriani mi racconta di una battaglia a suon di anagrammi: trovò un bel Er vinello  che non piacque molto al buon Gino; si riappacificarono in un incontro casuale a New York…

Due aneddoti prima di concludere: una volta a New York a  Silvester Stallone che si lamentava di essere da molto in attesa di un tavolo, Giuseppe Cipriani replicò che per vedere un suo film aveva dovuto fare due ore di coda, e dunque che lasciasse perdere…

Gael Green, giornalista esperta di enogastronomia ma anche di faccende inerenti il sesso, fu mandata dal New York Magazine a scrivere un pezzo su uno dei locali di Cipriani: ne scrisse malissimo e a torto; Arrigo spedì una lettera al giornale dicendo che la signora aveva mangiato dimenticandosi di togliere il preservativo dalla lingua. E la lettera venne pubblicata integralmente, con grandi complimenti di tutti gli addetti ai lavori al sarcasmo opportuno del buon Arrigo.

Concludo parlando della pasta all’uovo, confezionata nel pastificio di proprietà in Veneto – non più di qualche quintale al giorno con una macchina ideata da Cipriani stesso – di qualità eccelsa, preparata con un ragout ineccepibile. Così come di ottima qualità la tartare guarnita con una buona salsa tonnata. Una bottiglia di un giovane Cabernet ha svolto il suo compito in modo adeguato – Arrigo Cipriani mi ha fatto notare che a Venezia non si possono avere cantine in cui tenere i grandi vini e ci si deve attrezzare in altro modo.

Di cibo e di vino ho parlato poco: non sono stato ospite di Arrigo Cipriani per giudicare la qualità della ristorazione, peraltro impeccabile: spesse volte ci si dimentica che la ristorazione è solo un mezzo.

Il fine naturale è nutrirsi bene.

Il fine delle persone, quelle che piacciono a me, è invece quello d’incontrare altri uomini, sensibili e curiosi ( non tralasciando le donne, naturalmente…).

Torino 17 marzo 2008

Vincenzo Reda

 

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Fattoria Serra San Martino: la boutique marchigiana del vino

Forse è la prima volta che scrivo di vini di cui non conosco personalmente i produttori, né ho avuto modo di “camminarne le vigne”, come diceva con proprietà letteraria tutta sua l’amico Gino.

La storia è questa: in seguito alla mia partecipazione, nello scorso mese di ottobre, al convegno “Verdicchio 2.0”, organizzato dall’azienda CasalFarneto in quel di Serra de’ Conti, ho avuto tempo e modo di scrivere molto a quel proposito. In tutta evidenza, quel che ho scritto dev’essere stato apprezzato, tant’è che poco tempo dopo mi è giunta la telefonata di una signora, Kirsten Weydemann, che mi chiedeva se poteva inviarmi i suoi vini per una mia valutazione. La signora mi diceva che il mio nome le era stato consigliato da persone di CasalFarneto.

Nei primi giorni di novembre mi sono arrivate quattro bottiglie di vino rosso che non ho potuto bere nei tempi che di solito occorrono per le mie valutazioni, che sono lunghe e richiedono diversi giorni: impegni di lavoro mi portavano infatti lontano da Torino.

Al mio ritorno ho potuto dedicarmi con calma a conoscere innanzi tutto la bella storia di questa piccolissima realtà e poi a gustarne i vini.

Kirsten e Thomas Weydemann sono due architetti tedeschi originari di Amburgo. Accade che nel 1997 visitano le Marche e, com’è successo fin dai tempi di Goethe e Winckelmann, s’innamorano in maniera irrimediabile di un posto situato nel centro di questa magnifica regione. Il luogo è un’antica azienda ottocentesca di circa 6 ettari con casa colonica in completo abbandono.

La coppia tedesca, con la tipica serietà e applicazione teutonica, prende possesso del posto, ne restaura la casa e provvede al rimpianto di 3 ettari di vigna, oltretutto situati in una zona a DOC della provincia di Ancona.

Le scelte sono orientate verso una strategia produttiva di vitigni a bacca rossa con portainnesti di scarso vigore: Montepulciano, Syrah, Merlot e – incredibile – Sagrantino.

A un’altitudine media di 220 metri, con esposizione verso sud-ovest e caratteristiche geologiche di terreni calcarei e conchigliferi (tipico fondo di mare), gli impianti sono stati fatti seguendo le più moderne tecniche agronomiche: 6.000 piante per ettaro, conduzione a cordone speronato e guyot, inerbimento spontaneo e, dal 2007, conduzione bio con basso ricorso a concimazione e conseguente basso impatto ambientale. Poi, lavorando sempre in prima persona, potature corte e diradamento opportuno che portano la produzione a non più di un chilogrammo di frutto per singola pianta.

In cantina la strategia seguita è la medesima: nessuna chiarifica e nessuna filtratura, uso scarsissimo di solforosa. Dopo un’accurata vendemmia manuale, le tipologie sono vinificate in vasche di cemento in cui restano per circa 4 settimane (ma a volte anche fino a 4 mesi, per piccole quantità) per la macerazione/fermentazione, usando la tecnica del batonage. La successiva svinatura viene svolta con l’uso di legno piccolo francese (225 e 500 lt.) in cui i vini restano a contatto con le fecce nobili e svolgono la fermentazione malolattica. Questa fase dura dai 15 ai 30 mesi, dopo di che i vini vengono imbottigliati: a seconda delle annate e delle caratteristiche organolettiche, si decide se effettuare delle cuvée o di lasciare le rispettive varietà in purezza.

I vini rimangono in bottiglia dagli 8 ai 18 mesi per l’ulteriore affinamento.

Mi hanno mandato il Paonazzo 2008 (Syrah in purezza), lo Sconosciuto 2007 (Sagrantino in purezza), il Roccuccio 2008 (uvaggio di Montepulciano 60%, Merlot 30% e Syrah 10%) e il Lysipp 2007 (Montepulciano in purezza).

Le mie bevute sono durate una settimana circa, ho cominciato con i primi due per finire con il Lysipp.

La prima considerazione è che tutti i vini sono pienamente riconoscibili: l’eleganza e l’armonia sono caratteristiche che li accomuna insieme a una nota caratteristica di ampia confettura, sia al naso sia al palato, che evidentemente è tipica del territorio.

Se il Syrah è di gusto più internazionale, con un colore leggermente più scarico e note di frutta rossa di grande eleganza con tannini leggeri, il Sagrantino marchigiano è stata una gradevolissima sorpresa. Colore rubino intenso, ma naso e palato di un’eleganza e di un’armonia, soprattutto nei tannini e nell’acidità, che il Sagrantino umbro non ha, almeno a questa giovane età. Insieme con il Montepulciano in purezza, altro vino straordinario in cui la confettura di lampone e marasca regalano all’olfatto e al gusto grandi sensazioni, questo è senza dubbio il vino che più mi è piaciuto. Molto più morbido, e per alcuni può essere anche meglio, il Roccuccio, in cui Merlot e Syrah rendono meno aggressivo un vitigno come il Montepulciano che io amo in maniera particolare.

Per chi ha dimestichezza con grappoli, centesimi e bicchieri ( a me personalmente valutare i vini con voti percentuali fa venire la cacarella), questi vini non vanno sotto i 90/100, con Lo Sconosciuto e Il Roccuccio che superano i 92/100. Il loro grado alcolico sta tra i 14 e i 14,5% vol che non sono mai invadenti. Naturalmente, la persistenza è di quelle che si ricordano e, altrettanto naturalmente, i vini migliorano con l’ossigenazione: eccellenti anche uno o due giorni dopo la prima beva.

E sono vini il cui prezzo varia tra i 14 e i 24/25 €! Purtroppo, le quantità sono da boutique: per ognuno non più di 1500/2.000 bottiglie (con l’eccezione del Roccuccio di cui se ne producono 4.000), non superando la produzione totale dell’azienda le 12.000 bottiglie.

Come nota finale devo elogiare l’eleganza delle etichette, rara.

Io personalmente metterei in evidenza il brand Fattoria Serra San Martino rispetto al nome del vino e terrei soltanto due tipi di etichetta: quella scura (tipo Lysipp) per i monovitigni e quella bicolore (tipo Roccuccio) per le cuvée.

Comunque, se li trovate questi sono davvero grandi vini che consiglio con entusiasmo. In attesa di conoscere personalmente Kirsten e Thomas Weydemann, e magari di assaggiare anche il loro olio.

KIRSTEN & THOMAS WEYDEMANN
VIA SAN MARTINO 1 • I – 60030 SERRA DE’ CONTI/AN • TEL. +39.0731.878025 • FAX +39.0731.870651
CHRISTIAN AUGUST WEG 15 • D – 22587 HAMBURG • TEL. +49.(0)40.865860 • FAX +49.(0)40.8663837

www.serrasanmartino.de
info@serrasanmartino.de

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Lysipp 2009: mammamia!!

Oggi ho avuto l’onore di bere il Lysipp 2009 che i miei magnifici amici e produttori (aggettivo riduttivo) di vino Kirsten e Thomas Weydemann spremono in quel di Serra de’ Conti, Esino provincia di Ancona, zona vocata per il bianco Verdicchio dei Castelli di Jesi.

Il Lysipp è un Montepulciano in purezza.

Di vini negli ultimi due mesi ne ho bevuti da nord a sud, da est a ovest dell’Italia di ogni tipo e assai assai per davvero ottimi, alcuni di piccoli produttori senza dubbio eccellenti.

Con questo sono senza fiato.

Si fa presto a dire confettura di marasca e lamponi, con secondari e terziari di straordinaria complessità: ma bisogna metterci il naso dentro a questa confettura. L’intensità e l’armonia sono qualcosa che nel mondo del vino, assicuro, sono quasi introvabili.

E sul palato si stende un vino grasso, morbidissimo che mantiene quel che l’olfatto aveva promesso, anzi di più.

Il colore è rosso rubino inchiostro: la luce non passa da queste parti. Thomas i suoi vini li lascia sulle bucce per tempi che non posso neanche specificare; non usa barrique ma tonneau di 350 e 500 lt., mai interamente nuove. Qui il legno non si sente e non si sentono i 14,5% vol. di alcol.

Avevo bevuto il 2007 che mi aveva colpito, questo è a dir poco strepitoso: ai vertici dei rossi italiani e non ho paura di espormi.

Prossimamente berrò il Sagrantino Lo Sconosciuto 2009: qui sarò a riferire.

http://www.vincenzoreda.it/fattoria-serra-san-martino-la-boutique-marchigiana-del-vino/

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My birthday wines and food

Il primo regalo me lo ha fatto Angelo, sommelier del Berbel: una bottiglia di Piano Alto 2003, Barbera sensazionale di Bava. Arriva da un cru di Agliano ed è affinata in botti di legno nuove da 15 hl. Nelle mie recenti valutazioni dei vini di Bava avevo bevuto le Barbera Libera e Stradivario, comunque più che ottime: questa è qualcosa di indescrivibile, con un’armonia e una complessità che si trovano di rado in una Barbera. La prima sensazione è stata quella di bere un enorme Merlot! Ci ho accompagnato un Patanegra. Prima avevo bevuto il mio amato Balciana degli amici Sartarelli: un 2011 splendido ma ancora giovane, con polpo e patate preparato alla grande dallo chef  Nicola Di Tarsia.

Per la cena in famiglia avevo riservato una bottiglia di Cirò Volvito 2008 mandatami dall’amico Giansalvatore Caparra. Vino grande che ho bevuto con gli insaccati preparati da mia cugina Fortunata e stagionati di quasi un anno. Con l’insalata di ovuli crudi e i tajarin con i porcini piemontesi ho bevuto il fantastico Barolo Vigna Rionda 2003 dei miei amici Maria e Franco Anselma.

Una bottiglia di A Rilento 2010 (Fattoria Serra di San Martino) ha accompagnato i gamberoni grigliati e i dolci: questo vino è un Verdicchio dei Castelli di Jesi che sta sulle bucce per un tempo incredibile e restituisce al palato dei gusti di assoluta peculiarità che non a tutti possono piacere. Io lo adoro.

E così ho festeggiato i miei usurati 59 anni: in compagnia di vini tutti prodotti da miei amici del Sud, del Centro e del Nord; così come i cibi di rigorosa tradizione. Il tutto al riparo della Famiglia e delle mura domestiche. Come si conviene in questi casi.

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Fichi d’india (nopàl) alla calce

Pensare che si crede, a cinquant’anni suonati, di sapere se non tutto almeno un sacco di cose e intorno a certe faccende davvero tutto, o quasi. Nessuno mi aveva ancora detto che i fichi d’india, debitamente passati nella calce e staccati con un pezzo di pianta, si conservano fino a natale e a tutto l’inverno inoltrato. C’è voluto Vincenzo Vita per spiegarmi questa tradizione pugliese, siamo nel Salento tra San Vito e Manduria: a Natale potrò gustarmi i miei meravigliosi fichi d’india, magari bevendoci insieme un bel Primitivo di Manduria (Il Trullo?)!

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Civiltà

Piazza degli Zingari, a Roma, è situata in quel dedalo meraviglioso tra via Cavour e via Nazionale: lì ci sono piccole e splendide strade di ciottoli incise in una struttura per lo più barocca, pur se spuntano qui e là gli insopprimibili avanzi di muri d’epoca romana. Via Baccina, via dei Serpenti, via Leonina: una angolo di Roma da passeggiare, da respirare, da ascoltare, da annusare.

E qui, in piazza degli Zingari, si trova questa lapide: a ricordare che le tragedie sono di tutti, come il dolore e la solidarietà.

La cultura e la civiltà, purtroppo, non appartengono a tutti. Come la sensibilità.

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Paolo Monelli: Alessandro Tassoni e il vino omerico

“…narra infatti il poeta (Alessandro Tassoni) che Venere Bacco e Marte scesi in terra per dare manforte ai modenesi in guerra con i bolognesi per la faccenda della secchia, la prima sera a Modena « a un’osteria si trassero in disparte – ch’avea un trebbian di Dio dolce e rodente; – e con capponi e starne e quel buon vino – cenaron tutti e tre da paladino ». (Il trebbiano di cui parla il poeta è quello che si fa sulla collina di Sassuolo; un altro trebbiano si fa in piano nel forlivese, asciutto, di colore paglierino, piuttosto leggero). E la canina (uno dei rari vini di genere femminile, come l’albana, la barbera, la freisa e la dôle del Vallese), che bevvi a Terra del Sole ospite del dottissimo Giovanni Giulianini, che lodava quel vino, mescendolo con aggettivi omerici, erythrós, eúphros, aíthops, vermiglio, giosioso, vivace; certo non vidi mai  un rosso più pieno e sfavillante. E sarebbe eresia confondere questa linfa robusta con il canina che piace ai faentina ed ai ravennati, innocuo vinello di scarsa gradazione e dagli aliti di violetta.”

Paolo Monelli (I vini d’Italia di Luigi Veronelli)

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Massimo Camia e le sue Lasagne al ragout di coniglio con peperoni

http://www.vincenzoreda.it/massimo-camia

Massimo Camia (Stella Michelin) a Barolo: la sua ricetta d’autore per il mio libro in 20 fotografie che raccontano la preparazione di questa ricetta d’Autore.

Dal tirare la sfoglia (26 tuorli per chilogrammo di farina 00), a disossare il coniglio grigio; soffriggerlo con il peperone già arrostito, sbollentare la sfoglia e poi preparare gli strati successivi delle lasagne con ragout e besciamella.

Infine i dettagli per il rifinimento dell’impiattamento, la presentazione e il vino che lo accompagnerà con grande affinità.

Lasagne al ragout di coniglio grigio con peperoni: piatto di preparazione semplice e veloce (non più di una mezz’oretta) ma il risultato è sensazionale. Gusti distinti ma armonizzati con disarmante maestria, da rimanere di stucco (anzi: di sale).

Accompagnato da un Cannubi Damilano 2011 (14,5%vol.) che già adesso non soltanto promette ma è di complessità quantomeno sorprendente, pensando che è appena stato messo in bottiglia: cercatelo e gustatelo fin da ora (al solito: suggerimento disinteressato, ma so che qualcuno mi ringrazierà, almeno in cuor suo: A me basta e avanza).

Buon appetito e salute!!

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I Macchiaioli, Telemaco Signorini e Silvestro Lega

Fu in occasione della mostra a Palazzo Bricherasio, Torino – inaugurata nel maggio del 2007 – che m’innamorai perdutamente della pittura dei Macchialioli e, soprattutto dei quadri di Telemaco Signorini (Firenze, 1835-1901) e di Silvestro Lega (1826-1895). Certo era una faccenda che conoscevo, ma pensavo fosse una di quelle correnti artistiche provinciali e defilate che non avesse prodotto nulla d’interessante, a parte i grandi quadri a tema bellico e paesaggistico di Giovanni Fattori, verso cui non provavo particolare predilezione. Invece scoprii questi due pittori straordinari e mi resi conto che costoro, stimolati dai critici Diego Martelli e Adriano Cecioni a partire dalla metà degli anni Cinquanta del XIX secolo in Firenze, avevano anticipato gli Impressionisti francesi di quasi due decenni. Si ritrovavano nello storico Caffè Michelangelo e sviluppavano temi pittorici che spingevano l’arte pittorica verso gli orizzonti dell’avanguardia, stimolati dalla recente invenzione della fotografia. Le donne di Silvestro Lega e alcuni quadri (l’alzaia e il manicomio femminile) di Telemaco Signorini mi sono rimasti nel cuore.

 

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Nudi di donna

Queste due immagini sono divise da circa cinque o sei anni: quella a colori è una stampa da diapositiva ripresa nel 1975 in un teatrino di via Carlo Alberto con una Minolta Srt 101 e un obiettivo da 20 mm; la seconda fu scattata nel 1981 per la copertina di un libro di poesie e usai una Hasselblad.

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Luigi Veronelli, I Vini d’Italia: il più bel libro mai scritto sul vino

Questo autentico gioiello ho comprato di recente, e non m’è costato neanche troppi euri: era dimenticato tra tanti vecchi libri in una di quelle bancarelle di usato che addobbano e nobilitano Torino.

 

È in 4° piccolo, cartonato con custodia, stampato in linotype su carta degna; inserite dentro pagine che si aprono fuori formato in 4 ante, sono incollate una per una le etichette originali di molte bottiglie di quel periodo. Costava 11.000 lire, moltissimo per un tempo in cui il salario di un operaio medio era di 60/70.000 lire e con un paio di milioni si poteva comperare un appartamentino già di buona metratura. Ma quei soldi il libro li meritava tutti: più lo leggo e rileggo e consulto, più mi pare di trovarmi con la migliore opera scritta sul vino. In questa sede dovrò, per forza, riportarne altre citazioni, oltre quella che ho messo di seguito.

Il libro fu pubblicato da Canesi Editore, Roma, nel 1961 e costituisce un corpo di oltre 500 pagine in cui il buon Gino presenta i vini italiani catalogati per regione.

A introdurre ogni regione, il contributo di una firma di valore; tra gli altri: Leonida Rèpaci, Giorgio Caproni, Giuseppe Dessì, Giovanni Comisso e Giovanni Arpino.

Di quest’ultimo, uno dei miei grandi amori svergognati, cito di seguito.



“In questo mondo affannato – e affannato anche perché è schiavo dell’aperitivo rossastro, del comico «detergente da budella» nero inchiostrato – acquista spicco di gigante la figura di un vecchio signore piemontese, la cui memoria va al di là di ogni possibile lapide.

Era un austero, com’è logico, eppure non mangiò mai tagliatelle che non fossero state impastate con abili manipolazioni di natiche da una sua speciale cuoca. Peso e forma di costei concedevano all’impasto delicato un amalgama altrimenti inarrivabile. E quando morì, sdraiato immenso e duro nel suo gran letto dopo due mesi di forzato digiuno, due cose con l’ultimo fiato richiese. Un tocco di gorgonzola e una bottiglia di un certo suo Barolo.

Arrivò il gorgonzola e se lo fece passare sotto il naso, a occhi già chiusi. Arrivò quindi il vino, una nera bottiglia. Gliela aprirono e la lasciarono stappata vicino al letto. Dopo un minuto o due l’aroma barolesco cominciò a salire nella stanza. Il vecchio tendeva le narici, poi alzò la mano.

- Bastardi, – disse ai parenti gessosi immobili attorno: – Non è il Barolo della terza nicchia…..”


Il personaggio in questione è il nonno di Arpino: lo stesso racconto, meno colorito, si può ritrovare nel suo capolavoro del 1964 All’ombra delle colline (la mia copia è la prima edizione Mondadori, con sopracoperta illustrata da Bruno Munari: me lo lasciò un parente e ne sono molto orgoglioso).

Di Giovanni Arpino riproduco la copertina del celeberrimo, direi di più: celebrissimo Azzurro Tenebra, altro suo capolavoro del 1977. Si tratta dell’edizione originale Einaudi, fuori collana,rilegato in brossura: questo libro lo comprai io stesso all’epoca, costava 4.500 lire. È un oggetto a cui tengo assai; tra le altre cose, fu stampato dalle Industrie Grafiche Zeppegno di Torino, una gloriosa tipografia con cui più tardi molto lavorai per i volumi della Casa Editrice Centro Scientifico Torinese.

La foto di copertina che raffigura Giacinto Bacchetti è di Marco Ravezzani. E mi preme mettere in evidenza la perfezione, sia nella grafica sia nella comunicazione, di questa copertina: 4 elementi – autore, titolo, fotografia in b/n incorniciata dentro un filetto celeste, editore. La bellezza assoluta della semplicità e dell’eleganza (si ricordi la grafica del pacchetto bianco e celeste delle sigarette nazionali senza filtro…).

Non parlo di quello che c’è scritto dentro: cani e porci hanno già detto tutto o quasi; davvero, in questo caso, ogni parola in più sarebbe superflua.

Arpino se ne andò 10 anni dopo e, oltre ai suoi capolavori, ci regalò la conoscenza di Osvaldo Soriano. Che dire d’altro, se non che si era laureato con una tesi su Esenin?

Gennaio 2009

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Taittirīya Upanişad

(parte seconda)

Secondo Anuvāka 

« Dal cibo nascono le creature che si trovano sulla terra. Esse vivono invero di cibo e in esso ritornano al momento della morte. Il cibo infatti è la prima delle cose create e perciò è chiamato rimedio universale. Ogni cibo ottengono in verità coloro che onorano come cibo il Brahman. Il cibo è davvero la prima tra le cose create e perciò è chiamato rimedio universale. Le creature nascono dal cibo, crescono in grazia del cibo. Il cibo è mangiato e mangia (ad): per questo è chiamato cibo (anna) ».

         Distinto da questo [involucro] costituito dell’essenza del cibo e posto più all’interno, c’è un involucro fatto di soffi vitali. Esso riempie il precedente, che ha forma di uomo. In conseguenza di questa somiglianza con l’uomo anche il secondo è simile ad un uomo. Il prāna è la testa, il vyāna il fianco destro, apāna il fianco sinistro, lo spazio etereo è il tronco, la terra è la coda, il fondamento. A questo riguardo c’è una strofa:

Terzo Anuvāka

         « In conseguenza del soffio vitale gli dei respirano e anche gli uomini e le bestie. Il respiro è la vita delle creature, per questo è detto vita universale. Ottengono una vita completa [di cento anni] coloro che onorano il soffio vitale come Brahman. Il respiro è la vita delle creature, perciò è chiamato vita universale ». L’aspetto suo corporeo è [simile a ] quello precedente.

         Distinto da questo [involucro] costituito di soffi vitali e posto più all’interno, c’è un involucro costituito di pensiero. Questo riempie il precedente, che ha la forma di un uomo. In conseguenza di questa somiglianza con l’uomo, anche il secondo è simile a un uomo. Il Yajurveda è la sua testa, il Ŗgveda è il fianco destro, il Sāmaveda è il fianco sinistro, la regola sacrificale (ossia i libri del Brāhmana) è il tronco, gli inni degli Atharvan e degli Angiras costituiscono la coda, il fondamento…  

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Umberto Eco, A passo di gambero

Di seguito la conclusione di un lucidissimo intervento di Umberto Eco del 2001 contenuto nel libro di cui sopra. Si tratta del tema del conflitto generazionale e di come questa faccenda stia evolvendo oggi alla luce dei sincretismi imposti dai media. Al solito, Eco è insostituibile punto di vista.

 

Sulle spalle dei giganti

[…] Stiamo entrando in una nuova era in cui, col tramonto delle ideologie, l’offuscamento delle divisioni tradizionali tra destra e sinistra, progressisti e conservatori, si attenua definitivamente ogni conflitto generazionale. Ma è biologicamente raccomandabile che la rivolta dei figli sia solo un adeguamento superficiale ai modelli di rivolta provvisti dai padri, e che i padri divorino i figli semplicemente  regalando loro gli spazi di una emarginazione variopinta? Quando il principio stesso del parricidio è in crisi, mala tempora currunt.

Ma i peggiori diagnostici di ogni epoca sono proprio i contemporanei. I miei giganti mi hanno insegnato che ci sono spazi di transizione, in cui vengono a mancare le coordinate, e non si intravede bene il futuro, non si comprendono ancora le astuzie della Ragione, i complotti impercettibili dello Zeitgeist. Forse il sano ideale del parricidio sta già risorgendo in forme diverse e, con le future generazioni, figli clonati si opporranno in modo ancora imprevedibile e al padre legale e al donatore di seme.

         Forse nell’ombra già si aggirano giganti, che ancora ignoriamo, pronti a sedere sulle spalle di noi nani.

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ABC radio italiana, mhz 97.0 – 1977/78

Queste fotografie in bianco e nero (quelle a colori costituiscono un’eccezione) sono state prese intorno al 77/78 in Via Ettore de Sonnaz, 3, una traversa di Corso Vinzaglio a Torino, al secondo piano di una magnifica palazzina liberty – al primo piano c’era il circolo dei calabresi (!).

Una stagione straordinaria e irripetibile che ci vide protagonisti dell’epopea della liberalizzazione dei media. Eravamo tutti dei piccoli personaggi, coi nostri fan, le nostre ragazzine innamorate, le nostre casalinghe sognanti e frustrate. Storie oggi non credibili ma che abbiamo avuto modo di vivere e che io, prima o poi, dovrò decidermi di raccontare. Una dovrebbe riguardare proprio il torneo di calcio per le radio private: noi eravamo convinti di stravincerlo perché tra le nostre fila militava Ernesto “El Concho”, brasiliano che, stando alle sue parole, era davvero un’iradiddio, essendo brasiliano….Peccato che egli fosse l’unico brasiliano esistente al mondo totalmente incapace di giocare al calcio. Albesano sapeva giocare; Chiambretti non stava in piedi e poi insultava gli avversari: la squadra la tenevamo in piedi Toni, Alberto e il sottoscritto, non per nulla capitano. In ogni caso non vincemmo il torneo che fu di Radiocentro 95, l’odiata rivale che schierava giocatori che nulla avevano a che vedere con la radio. Ma noi avevamo il brasiliano……una vera schiappa, però bello e simpatico (è quello in piedi con barba  e folta zazzera).

La Radio era poco meno che un lupanare o un bordello: duravo fatica a evitare situazioni a luci rosse durante tutto l’arco del giorno… E per la notte – perché noi si trasmetteva 24 ore al dì – i miei arrivi al mattino erano sempre quantomeno imbarazzanti.

Nelle foto ci sono Chiambretti, Patrizia Giangrand, Ernesto Saggese, Gianni Gaude, di spalle, alla consolle, Mauro Marcuzzo, Walter Pacchiotti, Roberto Berio, Eric Colombardo….Io scattavo le foto e cercavo di dirigere la baracca e conducevo un mio piccolo programma che si chiamava “Coi miei poeti”: e giuro, avevo anch’io le mie fan. Eppoi scrivevo dei racconti che, unici allora, riuscivamo a sceneggiare.

Che dire: che tempi!

P.s: per Emanuele Fiorilli sono riuscito a trovare solo uno scatto di Roberto Ponte che lavora in quella che era una delle migliori redazioni giornalistiche delle radio di Torino, e non solo: Emanuele Fiorilli, Gianni Ansaldo, Roberto Ponte, Mario Celi (oggi caporedattore a “Il Giornale”)….mica bruscolini. E devo citare il 16 marzo 1978, in radio Emanuele e il sottoscritto. Quella bestia del giornalismo – Emanuele – fece due o tre ore davvero epiche, collegandosi in mezza Italia e in Europa per far commentare lo sbigottimento del rapimento dell’On. Aldo Moro. Indimenticabile.

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Una storia esemplare: Laccento Montalbera e il murale

Una storia esemplare. Il 4 maggio del 2010 dipinsi il murale del Caffè Elena con il Ruchè Laccento di Montalbera (il bellimbusto stravaccato che mi sta osservando è Franco Morando, titolare). Il murale fu fotografato migliaia di volte e pubblicato anche su L’Espresso. 3 anni più tardi cambiò la proprietà e venne inopinatamente cancellato, coperto con una bella mano di vernice. Mi arrabbiai tantissimo, ma nel frattempo il Ruchè di Montalbera era diventato un vino imbarazzante e quasi mi ero pentito di averlo usato per il mio murale.
Oggi sono felice che quel bel lavoro, eseguito con un vino modaiolo di un’azienda che non mi piace, non esiste più se non nei ricordi di una documentazione fotografica.

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Barolo Preve 2007 su legno per Gianni Gagliardo

Per i Gagliardo ho eseguito diversi lavori che si possono vedere su questo sito.

Tempo fa Piero Antonio Daviso, che cura il neg0zio Gianni Gagliardo in via Roma a Barolo, mi regalò lo stimolo per una bella idea nuova: dipingere con il vino i coperchi in pioppo delle cassette di sei bottiglie.

Ho dovuto faticare parecchio per ottenere questi risultati. Il vino semplice, anche concentrato, tende infatti a diluirsi a casaccio tra le fibre del legno e non mantiene il colore. Così, sfruttando l’esperienza del lavoro sui tini di calcestruzzo eseguito nel giugno 2015 per la Tenuta Mara nel riminese, ho messo a punto una miscela speciale (segretissima) che mi permettesse di raggiungere i risultati che desideravo. Anche la tecnica di pittura è abbastanza differente da tutte quelle che ho messo a punto per stendere il vino sulle altre superfici (carta, stoffa, scagliola, cristallo, cemento).

A questo punto sono pronto per realizzare, e saranno sempre su commissione, questo tipo di lavoro per le Cantine che me lo vorranno richiedere: mi pare una bella idea, sia per importatori sia per enoteche e ristoranti.

Vedremo come reagiranno i miei potenziali clienti.

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Painted with Chianti wine and my right foot (2006)

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Om, la preghiera universale, Mandukya Upanishad

Tra i simboli universali che mi ossessionano c’è la sillaba sacra Om. Ne ho elaborate molte opere: quella qui riprodotta è ora in India.

La Mandukya Upanishad appartiene all’Atharvaveda benché porti il nome d’una scuola rigvedica, ed è anch’essa tra le più recenti delle Upanishad antiche. Assai breve, la Mandukya Upanishad insiste singolarmente sull’identità tra l’Atman individuale e Brahman e studia la mistica equivalenza dell’assoluto con la sacra sillaba OM, nella quale tutto l’universo è compreso [...]

7. Si considera come quarto [modo di essere] quello che è privo di conoscenza delle cose interiori, privo di conoscenza delle cose esteriori, privo della conoscenza di entrambe. Esso non è costituito soltanto di conoscenza, non è conoscitore né non conoscitore. Esso è invisibile, inavvicinabile, inafferrabile, indefinibile, impensabile, indescrivibile, ha come caratteristica essenziale di dipendere soltanto da se stesso; in esso il mondo visibile si risolve, è serenità e benevolenza, è assolutamente non duale. Esso è l’Atman: esso deve essere conosciuto.

8. Per quel che riguarda i fonemi, questo Atman corrisponde alla sillaba OM, considerandone gli elementi costitutivi. Gli elementi costitutivi corrispondono ai modi di essere, e i modi di essere corrispondono agli elementi costitutivi, ossia ai suoni A U M.

9. Lo stato di veglia, vaishvanara, corrisponde alla lettera A, che è il primo elemento, per il fatto che ottiene (ap) [tutto], oppure per il fatto che è il primo (adi). In verità ottiene tutti i desideri e diventa il primo colui che così conosce.

10. Lo stato di sogno, taijasa, corrisponde alla lettera U, che è il secondo elemento, per il fatto di essere il più alto (utkarsha) [del precedente] o per il fatto di partecipare (ubhayatva) degli altri due [stati fra i quali si trova]. In verità colui che così conosce tiene alta la tradizione della conoscenza [nella sua famiglia], è indifferente [a gioie e dolori] e nella sua stirpe non nasce chi non conosca il Brahman.

11. Lo stato di sonno profondo, prajna, corrisponde alla lettera M, che è il terzo elemento, per il fatto che crea (miti) o che [in esso] si dissolve (apiti) [l'universo]. In verità colui che così conosce crea tutto questo universo e lo  riassorbe in sé.

12. Il quarto [stato] non corrisponde a un [singolo]  elemento, è inavvicinabile, in esso il mondo visibile si risolve, è benevolenza, è assolutamente non duale. Così la sillaba Om è in verità l’Atman [nei suoi quattro stati]. Colui che così conosce penetra nel sé [assoluto] con il sé [individuale].”

Nota: il testo è ripreso dal libro “Upanishad Vediche – a cura di Carlo della Casa”, TEA, prima edizione del 1988. Non riporto i complicati accenti che permettono la pronuncia corretta della trascrizione dal sanscrito: correttamente si dovrebbe scrivere Upanisad con un puntino sotto la lettera S, che significa pressapoco che quella lettera va pronunciata (molto pressapoco) come il nostro fonema SC o il fonema inglese SH.

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Pisco, altri lavori

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I colori del Pisco, dedicati al Perù

I lavori sopra illustrati sono acquerelli diluiti con distillati, Grappa e Pisco. E’ una sperimentazione che vedrà soltanto poi l’uso del Pisco con soggetti ispirati alla cultura e alla storia del Perù. I distillati con cui uso i colori ad acqua sono più densi e asciugano più velocemente, dunque la tecnica è un poco diversa di quella “normale”. Questi sono in formato 35×50, i prossimi invece saranno 50×70, sempre su carte Fabriano o Archer.

Come al solito, i miei lavori hanno una struttura e una genesi concettuale: uso, come con il vino, soltanto distillati che conosco e che ho bevuto.

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Cucina Nikkei al Made in Perù di Torino

Ristorante Made in Perù – Via Germanasca, 32/B – 10138 TORINO – Tel. 011 2074536/392 5386626  www.ristorantemadeinperu.com

Grazie a Gloria Carpinelli ho incontrato Miguel Bustinza e Patricia Trujillo Villar che nel loro ristorante Vale un Perù mi hanno fatto conoscere la magnifica cucina peruviana, di cui ho ampiamente trattato sia sul mio web site sia su Barolo & Co sia sui social. Poi ho avuta la buona ventura di gustare i piatti a base di Quinoa e di Tarwi (il lupino andino) preparati da Alfonso Perret, grande tra i cuochi peruviani.
Ora sono entrato in contatto con la cucina peruviana nei suoi risvolti più tradizionali e, grazie a Milagros Mayer (Paola), ho conosciuto e apprezzato (devo ammettere: con emozione) un piatto sensazionale: il Tiradito.
Figlio della tradizione Nikkei, fusion nippo-peruviana: oggi figura nella top ten dei food trend, il cui massimo esponente è lo chef Mitsuharu Tsumura, nato in Perù ma di origini giapponesi, con il suol Maido di Lima, uno dei 50 ristoranti più apprezzati dell’America Latina. La cucina Nikkei ha conquistato l’Occidente anche grazie al prezioso contributo di Gaston Acurio, di Astrid y Gastòn e Ferran Adrià: quest’ultimo, insieme al fratello Adrian, ha aperto a Barcellona un ristorante dedicato  alla cucina nippo-peruviana. Si chiama Pakta e ormai è diventata meta irrinunciabile dei gourmet di tutto il mondo. Lo chef catalano, maestro sempre all’avanguardia cucinaria, ha immediatamente compreso il valore di questa contaminazione cucinaria. Il Tiradito è un piatto invero assai semplice:  è composto da fettine sottili di ricciola marinate nel succo di lime e condite con coriandolo, aglio e zenzero, ai quali si aggiungono due salsine a base di ajì amarillo e rocoto. Il risultato è delizioso: equilibrio, eleganza, sapori distinti e sorprendenti: sono rimasto estasiato. Tutto il resto, ottimo (Chaufa, Causa e dolce di Lùcuma) e con sapori nei quali spiccano qualità di materia prima e abilità di preparazione.
Il ristorante di Paola e Ricardo Canales Cortez si chiama Made in Perù, via Germanasca angolo via Monginevro: da provare di corsa.

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PISCO PARTY 2017 – TORINO

COMUNICATO STAMPA

Il PISCO, patrimonio culturale del Perù è un’acquavite  dal gusto intenso e raffinato ottenuta dalla distillazione di mosto d’uva fermentato. In seguito alla straordinaria accoglienza dello scorso anno, tornerà protagonista a Torino, ospite dei  migliori bar e ristoranti della città.

TORINO PISCO PARTY 2017

L’evento di inaugurazione del TORINO PISCO PARTY è fissato presso il ristorante La Piazza dei Mestieri, il 27 aprile alle ore 18.00, con l’autorevole intervento del Console del Perú e di alcune autorità della città di Torino. Inoltre, saranno presenti numerosi e prestigiosi giornalisti e operatori del settore food & beverage.

Una manifestazione esclusiva e promettente, un’occasione speciale per scoprire e assaporare il Pisco, ovvero: più che un delizioso distillato, un simbolo, un emblema che identifica e unisce l’intero Popolo Peruviano.

Il Torino Pisco Party presenta, tra gli altri, uno dei cocktail protagonista indiscusso della mixology internazionale: il Pisco Sour, noto per la sua bontà, originalità e unicità, viene considerato dall’International  Bartender Association come: cocktail della nuova era.

L’Evento prevede che tutti i locali torinesi coinvolti proporranno cocktail a base di Pisco, inserendoli nel proprio menu durante l’intero mese di maggio

Inoltre, saranno realizzati singoli eventi Pisco Party presso molti dei locali nei quali si effettuerà una breve conferenza sul Pisco e uno show mixing dove si sveleranno i segreti di preparazione del Pisco Sour.

A seguire, saranno offerti al pubblico presente finger food della cucina peruviana e Pisco Sour.

 

Di seguito l’elenco dei locali dove poter degustare i cocktail a base di pisco

Ristorante La Piazza – via J. Durandi, 13

Ristorante La Rustica – via Osasco , 30/a

Cafè París – via Garibaldi, 59/F

Bar Cavour – piazza Carignano, 2

Km 5 – via S. Domenico, 14

Biberón – via Silvio Pellico, 2f

Smile Tree Cocktail Bar – piazza Consolata, 9

Barz8 – corso Moncalieri, 5

Paperwall – piazza Gran Madre 10

Cèntral Cocktail Bar – via Luigi Des  Ambrois 3

 

IL PISCO

Il Pisco, Denominazione di Origine Controllata e Protetta riconosciuta dalla UE nel 2013 come prodotto originario del Perù,  è un’acquavite dal gusto intenso e raffinato ottenuta dalla distillazione di mosto d’uva fermentato.

La produzione prevede l’utilizzo dei processi tradizionali, ormai in uso da circa quattro secoli.

Si tutela e si valorizza l’autenticità del prodotto e si controllano i requisiti organolettici di qualità, selezionando soltanto alcune varietà di uva, denominata Pisquera, che proviene da zone strategiche di produzione, riconosciute dal marchio d’origine: aree enologiche delle valli intorno a Lima e dalle coste del sud, nelle regioni di Ica, Arequipa, Moquegua e Tacna.

PROGRAMMA

Gloria Carpinelli D’Onofrio: promotrice della gastronomia peruviana e del pisco, autrice del libro Il Fiore della Cannella, sapori, profumi, gusti e colori della cucina peruviana, apre l’evento spiegandone significato e importanza.

Vincenzo Reda: scrittore artista, storico , esperto enologo, introduce il Perù e presenta  in anteprima i suoi acquarelli dipinti con pisco e peperoncino peruviano, creati in esclusiva per questa particolare occasione di promozione del Pisco.

Federico Solari Recavarren:  peruviano, esperto conoscitore del Pisco e rappresentante europeo del Comité Vitivinicola della SNI -  Sociedad Nacional de Industrias e Consorzio Nazionale del Pisco – introdurrà la storia, i luoghi di coltivazione e i vitigni; ne approfondirà gli aspetti di produzione e condurrà la degustazione del Pisco, al fine di analizzare e classificare le sue diverse qualità.

Luca Granero: International Bartender, Bar Manager del Hasu Sushi Lounge Bar di Alba, guiderà la degustazione dei più celebri cocktail a base di Pisco, raccontando storie e aneddoti  e, insieme a Federico Solari, dalla work-station preparerà i cocktail e guiderà il pubblico nella degustazione del Pisco Sour.

Roxana Rondan: imprenditrice, presidente dell’associazione Gastronomica Peruviana (AGAPE). Titolare del ristorante La Rustica,  presenta  il  piatto bandiera peruviano: il cebiche, con preparazione in diretta e relativa degustazione .

Infine, saranno offerti finger food  di alcuni piatti tipici della  cucina peruviana preparati a cura del ristorante La Rustica.

All’evento si accede esclusivamente su invito riservato a un numero limitato di persone.

CENA PERUVIANA

Dopo l’inaugurazione del 27 aprile, si potrà gustare un menù peruviano curato dallo chef Maurizio Camilli con la consulenza di Gloria Carpinelli D’Onofrio, presso il Ristorante La Piazza dei Mestieri.

Antipasto: CAUSA DE ATÚN, sformato di patate condito con ají amarillo (peperoncino giallo peruviano) e limone   ripieno  di tonno, avocado, uova sode, maionese e salsina cipolle rosse leggermente piccante. PULPO AL OLIVO, polpo tenero tagliato a rondelle insaporito   con maionese alle olive nere “de botija “. YUCAS A LA HUANCAINA, bastoncini di manioca fritti con salsa di ají amarillo e formaggio fresco

Primo

ARROZ CHAUFA MIXTO

Riso fritto dal gusto orientale con carne, gamberi e verdure, un pizzico di zenzero fresco una tradizione peruviana dalle origini cinesi

Secondo

AJÍ DE GALLINA

Pietanza peruviana per eccellenza,  una ricetta particolare che mescola il pollo insaporito in un soffritto di aglio e ají amarillo con l’aggiunta di noci, crema e parmigiano.

Dolce

Cheesecake al frutto della passione amazzonico

Vini, bevande e caffè compresi: 30 €

Prenotazioni: 011.197.09.679 349.003.14.60

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