Pietro Aretino, Sonetti lussuriosi

I.

 

Fottiamci, anima mia, fottiamci presto,

poiché tutti per fotter nati siamo;

e se tu’l cazzo adori, io la potta amo,

e saria ‘l mondo un cazzo senza questo.

 

E se post mortem fotter fosse honesto,

direi: Tanto fottiam, che ci moiamo;

e di là fotterem Eva e Adamo,

che trovarno il morir sì disonesto.

 

- Veramente egli è ver, che se i furfanti

non mangiavan quel frutto traditore,

io so che si sfoiavano gli amanti.

 

Ma lasciam’ir le ciancie, e sino al core

ficcami il cazzo, e fà che mi si schianti

l’anima, ch’in sul cazzo hor nasce hor muore;

 

e se possibil fore,

non mi tener della potta anche i coglioni,

d’ogni piacer fortuni testimoni.

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Aldo Palazzeschi

Lo portai alla maturità, circa 37 anni fa: Aldo Giurlani se ne andò quella stessa estate, il 18 agosto 1974, quasi novantenne. Morì a Roma, ma era nato a Firenze il 2 febbraio 1885. Ho sempre amato questo autore immenso, mai di moda e mai apprezzato quanto avrebbe meritato. Di lui credo di aver letto tutto, soprattutto tanta poesia, e poi i racconti e i grandi romanzi. Personalmente lo preferisco come poeta, fra i tre o quattro più grandi del secolo scorso. E poi come insuperabile narratore di piccole storie. I suoi romanzi, pur molto conosciuti e apprezzati, sono secondo il mio immodesto parere un poco meno interessanti.

Qui riproduco le copertine del suo ultimo libro di poesie, stupendo, pubblicato nel 1972 e il romanzo postumo, uscito nel 1988, Interrogatorio della Contessa Maria: una chicca che soltanto una sensibilità raffinatissima, omosessuale poteva aver scritto (è probabile che il manoscritto originale risalga agli anni Venti). Si trova facilmente questo libro (Mondadori): per le vacanze è una lettura leggera, divertente, ironica. Seguite i miei consigli e, magari, fatemi sapere.

 

Anche la morte ama la vita (Da Via delle cento stelle)

 

Non fare che la morte

ti trovi già cadavere.

Posta davanti alla carne putrefatta

arriccia il naso e corruga la fronte

contrariata e mal disposta,

ama la carne ancora fresca e gioiosa.

Fa’ che ti colga in piena danza

e ti mostri la sua faccia

incuriosita e soddisfatta:

«stai pur tranquillo»

ti sussurra in un orecchio

«che non sono tanto brutta»

mettendosi a danzare con te.


 

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Spagnolino, peperoncino, capsicum anuum

SPAGNOLINI, RIMEDIO PER OGNI MALE

Cristoforo Colombo, già nella relazione del suo primo viaggio, nomina il peperoncino appena scoperto nelle isole caraibiche: lo chiama axì e lo descrive piccante come il pepe e consumato in abbondanza da quelle nuove popolazioni che reputano l’ortaggio dotato di grandi proprietà medicinali.

Durante il secondo viaggio del 1494, sarà il medico personale dell’Ammiraglio, Diego Alvarez Chanca, a occuparsi di portare e diffondere in Spagna i semi e le piantine di quella portentosa spezie.

Pochi sanno che il peperoncino, una solanacea – come pomodori, patate e melanzane – del genere Capsicum, è stata la prima pianta del nuovo mondo a diffondersi in Europa e, in maniera assai rapida, in tutti gli altri continenti: si può affermare che il peperoncino sia stata la prima pianta globale del mondo.

Mais, pomodori e patate entrarono nell’uso quotidiano della cucina europea a partire dalla seconda metà del XVII secolo e soltanto dopo il 1750, circa, si può cominciare a ragionare di cucina mediterranea come la intendiamo oggi.

All’epoca di Colombo le specie del genere Capsicum erano poche decine, oggi sono senza dubbio circa un centinaio; quella più comune e usata da noi è la Capsicum annuum, una piantina annuale che non cresce più di 80/90 centimetri, ama il caldo e presenta piccoli fiorellini bianchi da cui spunteranno i preziosi frutti, prima verdi e poi rossi.

La capsaicina, che è l’alcaloide che costituisce il principio piccante del frutto, è la sostanza cui si attribuiscono tutte le innumerevoli, vere o false che siano, proprietà medicinali associate al peperoncino.

Bisogna precisare che i nostri antenati, prima della scoperta di Colombo, conoscevano già il pepe del genere Piper, piante di origine indiana conosciute in Europa fin dal V secolo a.C. ma entrate nell’uso quotidiano in epoca imperiale, insieme alle mode e ai costumi orientali che, già in quei tempi, stuzzicavano appetiti bisognosi di faccende esotiche.

Dalla parola sanscrita pippali, che significa bacca, traggono origine etimologica, in tutte le lingue europee, i termini che indicano il pepe e il peperoncino.

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La luce del vino, ph. by Vincenzo Reda, poems by Abu Nuwàs

ABU NUWAS

«Fate circolare la coppa, e si dileguerà
la sventura, e il mio occhio godrà
lo squisito profumo del mondo.
Un vino nel cui luccichio brilla il lampo,
e quando si svela alla vista, questa
ne è quasi accecata».

«Se ci mescolassi luce, essa si mescolerebbe
con lui, e ne nascerebbero altre luci
e fulgori».

 

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“La mimosa” di Pablo Neruda

Io ho tanto amato Pablo Neruda da adolescente: ho scoperto da solo Il Canto General, le Veinte Poemas de amor. Ho letto il suo splendido Confesso che ho vissuto (prestato a chissà chi e oggi scomparso dalla mia Biblioteca). Ho poi visto una vecchia fotografia in cui il grande Pablo regge sulle ginocchia il mio amico Enrico, all’ombra della locomotiva, in Alpignano.

E amo gli alberi e i fiori degli alberi: le mimose sopra tutti. Il giallo sfacciato, provocante sensuale. Franco, quasi scostumato. E quell’olezzo inebriante, che ubriaca più di un grande vino.

Ma questa poesia, tra le mie preferite, non l’ho scoperta io: fu mia figlia, alle elementari, che me la fece conoscere e amare.

E’ tempo di mimose: come ogni anno, è giusto in questa stagione regalarla a chi ancora non la conoscesse: è un mio omaggio fatto con lo stomaco, più che con il cuore. E con l’organo (non so quale sia) che produce la sensibilità e il bisogno di donare senza aspettare alcuna ricompensa in cambio. Sono i regali più belli.

Andavo da San Jeronimo

verso il porto

quasi addormentato

quando

dall’inverno

una montagna

di luce gialla

una torre fiorita

spuntò sulla strada e tutto

si riempì di profumo.

Era una mimosa.

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Da “Vino al vino”, Mario Soldati

«…Un bicchiere d’acqua quando il nostro corpo ha sete è come un bicchiere di vino quando ha sete la nostra anima. Ecco perché un pasto senza vino mi fa pensare a un bambino incapace di ridere».

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«… Concludendo, il vino lo si giudica proprio da questo: che aiuta, nel ricordo o nella speranza, nella riconoscenza o nel desiderio, a sognare. E non si può descrivere il gusto di un vino se non si ricorre in qualche modo al sogno».

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Antonin Artaud, “Van Gogh il suicidato della società”

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«L’occhio di Van Gogh è quello di un grande genio, ma nel modo in cui lo vedo disseccare anche me dal fondo della tela da cui è sorto, non è più il genio di un pittore ch’io sento vivere in lui in questo momento, ma quello di un certo filosofo da me mai incontrato nella vita.

No, Socrate non aveva quell’occhio, prima di lui forse solo il povero Nietzsche ebbe questo sguardo che spoglia l’anima, che libera il corpo dall’anima, che mette a nudo il corpo dell’uomo, fuori dai sotterfugi dello spirito».

«E aveva ragione Van Gogh, si può vivere per l’infinito, soddisfarsi solo d’infinito, c’è abbastanza infinito sulla terra e nelle sfere per saziare mille grandi geni, e se Van Gogh non è riuscito ad appagare il desiderio di irradiarne l’intera sua vita, è perché la società glielo ha vietato. [...] Inoltre, non ci si suicida da soli. Nessuno è mai nato da solo. Così come nessuno muore da solo».
Antonin Artaud (Marsiglia, 4 settembre 1896 /Ivry-sur-Seine, 4 marzo 1948) scrisse questo saggio inaudito nel 1947, un anno prima di morire. Necessita ricordare che Artaud fu internato per nove anni in manicomio e da cui uscì nel 1945.

Se si ama Vincent Van Gogh, non si può ignorare questo scritto.

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Giancarlo Fulgenzi: lo sfogo di un Maestro Artigiano (2)

Questo era l’ artigianato, potrei seguitare a lungo se non temessi di annoiarvi..

Bene, i  soliti capoccioni cominciarono a domandarsi cosa ci facevano quelle botteghe affumicate per le strade della città.

Perché non si potevano spostare in zone fuori dai centri abitati? Iniziò cosi una operazione scellerata e criminale che fece sorgere le famose  “zone industriali” che non solo furono realizzate attorno alle città di una certa dimensione stringendole in una assedio mortale di orribili capannoni, come è accaduto ad Arezzo, ma l’ idea fu realizzata anche nei piccoli paesi dove la morte delle botteghe artigiane ha determinato anche la morte e lo sfollamento dei paesini stessi, vere perle del nostro territorio, oggi vuoti e solo destinati a dormitori per extracomunitari e simili.

Vennero espropriati con le buone o le cattive maniere i terreni favorendo speculazioni dei soliti bene  informati, poi si costruirono capannoni indecenti e pericolosissimi (come purtroppo hanno dimostrato i terremoti nelle zone dell’Emilia recentemente). I capannoni erano la speculazione ideale per cementifici e Banche per la concessione dei relativi finanziamenti.

Gli artigiani furono cacciati  dalle loro botteghe accusati di inquinamento e disturbo della quiete pubblica. Si ritrovarono in mezzo a selve di capannoni semivuoti, soli in spazi assurdi per le loro attività e vessati da gabelle e imposte assurde in nome di urbanizzazioni e di servizi inesistenti.

Soli in capannoni sproporzionati alla loro attività, scatole di cemento dove anche la persona più Creativa del mondo perde ogni capacità di espressione, angosciati da montagne di cambiali e mutui di cui non riesci mai a intravedere la fine, gli artigiani hanno tentato negli anni passati, di trasformarsi in qualcosa che assomigliasse all’industria con la prospettiva di aumentare gli incassi per far fronte alle innumerevoli ruberie di cui erano vittime da parte dello Stato e dei Comuni.

Così è finito tragicamente l’artigianato, sono finite quelle migliaia di botteghe-scuola dove si formavano e prendevano forza nuovi lavoratori, è finito tutto l’ indotto che dietro le botteghe lavorava per fornire materiali naturali, ferramenta, e una miriade di materiali che l’ industria non userà mai. Si dice che esiste una alta disoccupazione fra i giovani. Quanti mestieri i nostri capoccioni hanno distrutto? Quante persone avrebbero ancora impiegato quei mestieri se fossero stati incoraggiati anziché ostacolati?

Eravamo rimasti a quando io, ventenne, facevo l’odontotecnico e poi iniziai la lavorazione di animali in paglia. Quel bigone che vidi mi illuminò la mente e mi fece capire che tutte quelle capacità lavorative non potevano andare perdute. Recuperai ceramisti sull’orlo della chiusura, andai in cerca di giovani che lavoravano il legno solo per fare gabbie da conigli, vetrai che ritrovarono mercato attingendo a opere di vetrai dei secoli passati, cercai nuovi materiali, vetroresina, plastiche, PVC e cercai soluzioni diverse da quelle che qualche industria aveva saputo pigramente realizzare.

Per ogni lavoro, ogni attività, io mi impegnai personalmente a trovare le tecniche di lavoro giuste e mi preoccupai di formare nuovi lavoranti.

Ho lavorato l’argento facendo portaritratti e serviti da tavola cominciando dalla lavorazione degli stampi e dei prototipi; ho lavorato la pelle utilizzando la vacchetta: la pelle più comune ma anche la più adattabile alla realizzazione di oggetti d’ uso. Cercai vecchi cestai che sapessero raccogliere vinchi e giunchi alla luna buona per fare cesti che ci valsero anche un premio in Svizzera. Trovai i fabbricanti di cesti in castagno. Erano usati per imballare agnelli e polli. Pensai che tanta maestria era sprecata per fare oggetti che valevano meno di un foglio di carta. Per modificare le loro lavorazioni che ormai compivano a occhi chiusi, dovei imparare prima le loro tecniche e poi realizzare da me i necessari cambiamenti. Centinaia di persone ho avuto il piacere di istruire, spronare, sorreggere quando qualche insuccesso li voleva spingere a desistere. Ho lavorato per il cinema facendo oggetti per il film La Bibbia, ho lavorato per il teatro La Pergola di Firenze, ho lavorato per Gucci e per Cartier, ho dimostrato il mio lavoro in giro per il mondo. Ho lavorato per la cartoleria, con linee realizzate con materiali naturali; ho studiato una linea di alimenti liofilizzati, già pronti per una cottura semplice: piatti completi come ce ne sono oggi in commercio.

Ho lavorato con aziende importanti, come la Zonin e la Pavesi. Ho avuto il piacere e l’onore di lavorare con il vecchio Pavesi sempre mettendo alloro servizio le mie capacità di Artigiano, capace di creare oggetti e situazioni che trasmettessero entusiasmo e fantasia a possibili acquirenti. Ho arredato diecine di negozi e realizzato certo 100 o 200 stand in Fiere in Italia o all’estero partendo sempre da un carico di legno grezzo, un seghetto alternativo e pochi attrezzi.

Ognuna delle attività a cui ho accennato meriterebbe molte pagine di descrizione, molte, tante delle persone che hanno lavorato nelle mie botteghe e nei miei laboratori meriterebbero molta più attenzione. Probabilmente lo farò in un prossimo libro. Una mia allieva ha restaurato le vetrate del Duomo di Orvieto e gli stucchi del teatro Petruzzelli, altri hanno dato vita a importanti industrie, altri hanno invece sfruttato poi le capacità acquisite, impegnandosi nel mondo dell’ arte.

Credo quindi, concludendo di aver fatto veramente il mio lavoro di artigiano, ne sono fiero anche se mi meraviglia non poco, il fatto che la città ingrata e becera dove sono nato e dove ho lavorato come base, non abbia mai sentito il dovere di rivolgermi una attenzione qualsiasi.

Io ho dato vita e messo in moto un artigianato che non esisteva, non solo ad Arezzo ma ho coinvolto ampie zone come il Casentino, Val di Chiana e anche Valdarno. Io esportavo i miei prodotti in tutto il mondo, ho lavorato in 18 Paesi quando ad Arezzo nascevano timidamente le prime industrie poi fatte fallire dalla incompetenza dei figli di famiglia. Io posso prendere qualsiasi materiale e sono in grado di realizzare qualcosa con il semplice aiuto delle mie mani e di qualche attrezzo elementare. Ho creato negli anni ’60, una nuova Grafica, nuovi colori, nuovi caratteri da stampa. Io sono un artigiano, io sono un:

MAESTRO ARTIGIANO.

Sono grato agli aretini che non mi hanno mai degnato neppure di uno sguardo: non è per loro che avrei voluto spendere l’ impegno che io e i miei collaboratori abbiamo messo nel nostro lavoro. Lo abbiamo fatto, senza alcun aiuto, lo abbiamo fatto con gioia e divertimento e io personalmente sono lieto quando vedo in giro prodotti, attività o aziende che sono il frutto del seme che io a suo tempo ho seminato.

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Giancarlo Fulgenzi: lo sfogo di un Maestro Artigiano (1)

Giancarlo Fulgenzi, prima di essere un mio grande amico, è un Grande Uomo. Uomo di spessore morale e di spessore storico di rara schiatta. Ha scritto queste parole, amare ma d’amore; bisogna leggerle, fa bene.

ARTIGIANATO, MAESTRI ARTIGIANI E CIALTRONI.

COSI COMINCIAMMO

“ECLISSI ARTIGIANA – NEL 2015 SONO SPARITE 21.780 IMPRESE ARTIGIANE – ALCUNI MESTIERI COME BARBIERI, CALZOLAI, PELLICCIAI E CORNICIAI STANNO PER SCOMPARIRE – I GIOVANI NON SI AVVICINANO PIU’ A QUESTI MESTIERI E SENZA RICAMBIO I SAPERI SI PERDONO

LA CHIUSURA DI QUESTE ATTIVITÀ STA CAMBIANDO IL VOLTO DEI CENTRI URBANI. MA LA CRISI NON C’È PER TUTTI: IN AUMENTO PARRUCCHIERI, ESTETISTE, GELATERIE, ROSTICCERIE E IMPRESE DI PULIZIA…”

Ho ricavato queste note dal Blog di Dagospia. Lui giustamente pone l’accento su un problema che è di vitale importanza per l’ assetto, e l’ economia della attuale società, ma non coglie nel segno e trascura la parte principale del problema che accenna solo marginalmente: l’ importanza dell’ Artigiano nella Cultura, nella formazione di nuovi allievi, nella ricerca continua di nuove tecniche di lavoro e nuovi materiali; Artigianato come anticamera di attività artistiche.

Occorre per prima cosa stabilire che cosa si intende per Artigianato. Da sempre si confondono le piccole imprese con gli Artigiani veri. Non si possono mettere nella stessa categoria di lavoratori Intagliatori di legno, scultori, ceramisti, soffiatori di vetro, orefici, decoratori, con Imprese di pulizia e tassisti. L’Artigianato è una attività assolutamente creativa, l’ Artigiano è quel lavoratore che dalla materia prima grezza, con tecniche assolutamente personali e senza l’ aiuto di impianti e macchinari tipici dell’ industria produce manufatti di pregio che generalmente sono pezzi unici o riproducibili in piccola serie solo dall’Autore e dai suoi allievi.

L’ Artigiano insegna e tramanda ai suoi aiutanti tecniche e trucchi di un mestiere  ed è per questo che una volta si chiamavano giustamente Maestri Artigiani. L’ artigianato non è Arte, ma è un gradino sotto , ed è quell’attività che si svolge in botteghe dove perfino i ferri e gli attrezzi da lavoro sono opera e invenzione del Maestro. Tanti di quelli che oggi sono ritenuti Artisti eccellenti del passato e le loro opere ammirate giustamente come opere d’ arte, nella loro epoca erano ritenuti semplici artigiani.

Io non ho mai avuti ne voluti titoli di benemerenza nella mia vita , sono stato Presidente di associazioni, di commissioni, Amministratore delegato di importanti aziende, Direttore generale di questo o di quell’ altro  ma  credo che nessuno mi abbia mai sentito rammentare associato a queste situazioni, che mi sono capitate, che spesso non ho potuto rifiutare ma delle quali non mi sono mai vantato.

Una qualifica importante alla quale tengo molto invece c’è: io sono un

MAESTRO ARTIGIANO.

Quando ancora frequentavo il liceo ho lavorato tutti i pomeriggi nel laboratorio di Odontotecnico di mio padre.

Ora questi laboratori sono specializzati, nelle varie componenti delle protesi e dotati di materiali sofisticati. Quando lavoravo io ( anni 1945-55) dovevamo fare da noi anche i ferri per lavorare. Con quel mestiere io ho imparato a modellare a cera, modellare a gesso, ho imparato la fusione a cera persa sia di acciaio che di oro. Ho lavorato il caucciù, una gomma che serviva per le protesi mobili, ho lavorato le resine, ho battuto capsule in metallo oro o acciaio usando semplicemente un punzone di bismuto, una mattonella di piombo, e un martellino. Lucidavamo acciaio, caucciù e resine con acqua e pomice e tappi di sughero perche non c’erano soldi per i feltri.

Scusate questa lunga introduzione ma deve servire solo a dimostrare quante operazioni devono impararsi quando si fa dell’ artigianato vero.

Poi negli anni ’50 per una strana combinazione mi fu chiesto di fare galline di paglia.. Feci le galline di paglia (truciolo di legno, in verità) ed ebbero tanto successo che  mi indussero a sviluppare la tecnica ad una quantità di altri animali e ornamenti. Centinaia di persone lavorarono per quel progetto ed ebbi la gioia poi di essere chiamato in tanti paesi (Stati uniti, Sud Africa, e Australia principalmente), a mostrare il mio modo di lavorare.

So che la cosa vi sembrerà ingenua e strana ma la considererete  diversamente quando vi dirò che ad esempio in Sud Africa ho insegnato negli ospedali quelle lavorazioni, come attività di fisioterapia per che aveva handicap alle mani, negli Stati Uniti ho lavorato nei College per dimostrare ai ragazzi le imprevedibili capacità delle mani dell’ uomo quando queste sono abbinate a creatività e fantasia.

Compito e attività importantissima dell’artigiano è quella di formare nuovi lavoratori (ragazzi di Bottega) tramandando tecniche, trucchi e astuzie e nuove soluzioni di lavoro che altrimenti andrebbero perdute. Spesso da tutto ciò nascono spunti e suggerimenti che l’ industria riprende per svilupparli in progetti più vasti con grandi benefici per l’occupazione. 

In piazza Guido Monaco, c’era nel palazzo Madiai una vetrina della Camera di Commercio che espose un giorno un bigone di castagno di quelli che si usavano per vendemmiare . Un bigone è a modo suo un’opera d’arte e se vedete un uomo prendere legno di castagno grezzo e realizzare un oggetto come un bigone, certo vi domandate se quelle mani non sono state benedette da Dio. Vedendolo io pensai che il bigone con la crisi dell’agricoltura crescente e l’uso scellerato di botti e contenitori in cemento, probabilmente non era più interessante, ma le capacità di chi lo aveva saputo realizzare erano un tesoro da valorizzare e utilizzare per la produzione di oggetti più attuali.

Stava cominciando il miracolo industriale italiano, spesso basato su improvvisazioni politiche. Nello stesso tempo cominciò una serrata caccia all’Artigiano che ancora oggi deve finire. Camminando per le strade dei quartieri più vecchi delle città, era normale vedere spesso che in quei fondi poi trasformati in negozi fallimentari, lavorava un Artigiano, magari affiancato da uno o due ragazzi di bottega (come si chiamavano anche se erano un età adulta). Odore di colla calda, di legno piallato o scorniciato a mano (allora si usavano fra l’ altro ancora legni tipo cipresso o olivo molto profumati). 

In un altra bottega di fronte ad un banchetto piccolo e pieno di piccoli attrezzi, un calzolaio iniziava da una pelle di vacchetta e con lesiva , trincetto pece e qualche semenza sfornava scarpe e scarponi che sembravano opere divine. Più in la seduto su di uno strano trespolo con una ruota che faceva girare con i movimenti di un solo piede, un ceramista prendeva una palla di argilla e dopo averla rimbalzata ripetutamente tra le mani, la sbatteva al centro di una ruota che girava e affondandoci decisamente i pollici e poi accarezzandola con tutte le dita come a suonare uno strumento, tirava su, come per incanto un vaso, una brocca una ciotola che poi staccava dal fondo con un sottile filo di ferro, che riponeva poi con cura, incastrandolo in una fessura del legno del primitivo tornio, con cura e attenzione come se si fosse trattato di uno strumento raro e delicato.

I ragazzi andando o tornando da scuola si  fermavano volentieri davanti a quelle fabbriche della magia e spesso poi finivano loro stessi a entrare come “ragazzi di bottega” per imparare il mestiere. Se nel lavorare mancavano una manciata di bullette o un p0’ di terra colorata, oppure olio di lino, l’artigiano faceva due passi fino al droghiere o alla ferramenta vicina ed era cosi anche l’occasione per due parole fra amici. Le botteghe restavano aperte senza pericolo alcuno e spesso un foglietto di carta attaccato ad un chiodo avvertiva: «Torno subito».

 

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Luigi (Gino per gli amici, tanti) Veronelli: “Farla mia come una vergine”

Mi permetto di citare un testo di Gino Veronelli ritrovato da Gian Arturo Rota.

«Stimolato da un “antico” lettore – Mario Leone – ho recuperato un testo veronelliano di eccezionale bellezza, anche per la sua candida e maliziosa insieme ambiguità; un testo, sottolinea Leone, sull’ardito parallelismo tra l’arte dello stappare una bottiglia e il rapporto carnale e amoroso.

Ardito o non ardito non so dire. Veronelli scriveva – sapeva scrivere – di vino, di cibo, di amore, di piacere, quant’altro, con soavità ed eleganza, oltre che con onesta libertà intellettuale.
So dire invece che ardore metteva – ardore sino all’attacco senza riserve – quando scriveva per denunciare le “volgarità” di chi operava contro il bene dell’uomo e della società. (Gian Arturo Rota)

L’ho salita dalla mia cantina con attenta cura, coricata sullo stesso fianco su cui giaceva, in un cestello di vimini, senza scosse, senza sobbalzi, senza ciondolamenti, fin sulla tavola (la bottiglia vi era sicura, coricata, con la bocca più alta, poco, del centro del suo fondo).
Dal momento che l’avrò aperta mi offrirà una creatura nuova.
Così che mi ripropongo di farla mia come una vergine (deflorare può ben volere dire cogliere un fiore, e non toglierlo).
Asporto la parte superiore della capsula metallica, con un taglio di mezzo centimetro sotto l’orlo della bocca (nel punto in cui il vetro fa di solito una piega) in modo che, quando si versa, il vino non abbia a trovarvi ostacolo; pulisco la bocca soprattutto nei punti di contatto col tappo; introduco il cava-cava ben diritto nel centro e lo faccio penetrare, lento, senza violenza alcuna, a fondo; lo estraggo anche lento, senza violenza; pulisco di nuovo la bocca; annuso il tappo (se ha cattivo odore, quasi certo il contenuto avrà cattivo sapore).
Mi verso il vino.
Contro quanto si è sempre detto e si dice, va bevuto/posseduto per sé solo ossia in due soli; meglio: in quell’esser, gioioso ed indicibile, di due fatti uno.

Il solo paragone possibile è con la compagna (non con la visione dell’arte o l’audizione della musica che ci penetrano ma non sono penetrati): quando ci fai l’amore sei solo con lei, lei sola con te, di due divenuti uno, a vicenda soggetto ed oggetto (ch’è poi la ragione “enoteica”).
Il rapporto non può essere multiplo; quando lo è (avviene) – fosse pure più “goduto” – è viziato dal voyeurismo degli altri e dall’esibizionismo “di noi due”.

Degustarlo con altri mi strania e fuorvia; mi irrita; diminuisce in me la capacità di cogliere e d’essere colto.
Confrontarmi col vino per me solo, con lui solo, a tu per tu, se mi estenua nei limiti (alti) delle mie capacità fisiche, aumenta a dismisura l’emozioni e i racconti, ed eccita la voglia di esternarli (quasi certo più per confermarli “miei”, che per missione); e quindi di scrivere.
Così che, faccio esempio, ho scritto – proprio per precisa imposizione, una necessità amorosa – a Tiz soz ciel, poetessa in Panigale: “Ami certo anche vendemmiare e fare all’amore. Non inquietarti! In ogni bicchiere di vino c’è l’immagine di una giovane donna. Vedi? Ti specchi nel giallo oro di questo Semidano. Viene da Sardera, alto sul Campidano di Cagliari, eppure il suo respiro è il tuo, e profuma di miele d’acacia, di banana e di fiori di biancospino; e la sua bocca è dolce, vellutata e sensuale. Ti bevo”.

Luigi Veronelli»

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Libertà – Freedom

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Non ho scelto se nascere o meno.

Non ho scelto dove, quando e da chi nascere.

Non ho scelto la sequenza delle macromolecole degli amminoacidi che compongono la doppia elica del mio acido desossiribonucleico, dunque non ho potuto stabilire se essere alto, basso, grasso, magro, bruno, biondo, eccetera.

Non ho scelto, soprattutto, se essere maschio o femmina.

Non ho scelto il grado di complessità che regola l’organizzazione delle sinapsi dei miei neuroni.

Non è detto che possa scegliere dove, quando e come morire.

Posso scegliere che vino bere questa notte, forse.

Posso scegliere quale libro leggere e per quale fazione politica votare – ammesso che queste scelte non siano condizionate già dalle mie origini e dalla mia educazione, che non ho scelto per certo io.

Date queste premesse, come posso affermare di essere una persona libera?

(I did not choose whether born or not. I did not choose where, when and by whom to be born. I did not choose the sequence of amino acid molecules that make up the double helix of deoxyribonucleic acid mine, so I have not be able to establish whether high, low, fat, thin, brown, blond, and so on. I have no choice, especially if being a male or female. I did not choose the degree of complexity that governs the organization of the synapses of my brain cells. It is not said I could choose where, when and how to die. I can choose what wine to drink tonight, maybe. I can choose which book to read and for what political faction to vote – if these choices are not already conditioned by my roots and my upbringing, which I did not choose me for sure.

In these circumstances, how can I claim to be a free person?)

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Pancho Villa, Emiliano Zapata e altri ancora

 

La Rivoluzione messicana (1910/1920 circa) fu un’epopea che non ha eguali nella storia dell’uomo. Per parecchi motivi: le figure memorabili di alcuni personaggi assurti ormai all’onore del mito; per la crudeltà degli scontri e la totale assenza di qualsiasi regola; per il fatto che la rivoluzione fu combattuta attivamente da donne e bambini.                                                                                                                                                                                 Cominciò alla fine del 1910 contro l’ennesima rielezione del dittatore Porfirio Diaz, guidata da Francisco Madero cui si unì il già mitico Pancho Villa, bandito del nord. Diaz andò in esilio nel 1911 (morì ottantacinquenne in Europa nel 1915). Gli successe Francisco Madero che fu ucciso del suo generale Victoriano Huerta che rimase in carica fino al 1914 quando dovette fuggire in esilio (morì un paio d’anni dopo di cirrosi epatica a El Paso). A Huerta successe Venustiano Carranza, assassinato nel 1920. Alvaro Obregon, che aveva guidato la rivolta contro Carranza, fu assassinato nel 1928.                                                                                                                                                           Fino a oggi avevo sempre pensato Emiliano Zapata Salazar come il rivoluzionario perfetto e Pancho Villa come una sorta di bucaniere prestato per caso alla Rivoluzione. Ho cambiato questa mia idea, non tanto su Zapata quanto su José Doroteo Arango Aràmbula noto ai più come Francisco (Pancho) Villa, personaggio che è stato vittima di una leggenda “nera” che la sua vita non merita. Non è questo il posto per approfondimenti che sarebbero doverosi, ma una precisazione a esempio: Pancho era completamente astemio e non fumava… Pancho del nord (Durango), nato sotto il segno dei gemelli; Emiliano, di un anno più giovane, del sud (Morelos), leone di agosto. Furono entrambi assassinati a 4 anni di distanza: Emiliano nel 1919, ancora jefe indiscusso dei suoi; Pancho nel 1923 quando ormai si era ritirato a amministrare il suo ranch.                                    Le vicende della Rivoluzione (il libro migliore, anche se tutt’altro che storicamente esaustivo, è Il Messico insorge, dell’americano John Reed, 1914) sono stracolme di personaggi incredibili, per tutti il colonnello Peppino Garibaldi (figlio di Ricciotto e nipote di Giuseppe) che comandava una compagnia di stranieri tra i quali non si può non citare Dynamite Devil (Oscar Creghton), un americano che morì da eroe nel 1911. Però forse il generale Rodolfo Fierro (1880/1915) è uno dei personaggi più incredibili in cui mi è capitato d’imbattermi. Soprannominato “El Carnicero” (il carnefice), nei 3 anni scarsi che trascorse a fianco all’unica persona che riusciva a renderlo mansueto, Pancho Villa, uccise a sangue freddo molte centinaia di uomini. Coraggioso in battaglia come nessun altro, quando si ubriacava diventava una belva incontrollabile con supremo sprezzo della vita, sua e degli altri. Morì annegato perché s’intestardì a guadare un fiume a cavallo in un posto impossibile. Ma fu sempre fedele al suo Pancho Villa, astemio che fucilava chiunque dei suoi soldati si facesse trovare ubriaco. Tutti, tranne Rodolfo Fierro.

La storia della sua breve vita è una vicenda tragica fin dall’infanzia: meriterebbe una biografia appassionata.

 

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La Dignità, Subcomandante Marcos

c_4_articolo_2047147__imagegallery__imagegalleryitem_0_imageChissà quanti ricordano oggi il Subcomandante Marcos (al secolo, Rafael Sebastiàn Guillén Vicente, nato il 19 giugno 1957 a Tàmpico, Tamaulipas)?
Venne agli onori delle cronache mondiali il 1° gennaio 1994, quando rese pubblico dalle selve maya del Chiapas il primo proclama dell’Ezln.
Sto concludendo il mio ciclo di approfondimento sulla Rivoluzione messicana (1910/1920) e quella Zapatista di Marcos di fine XX secolo né è il naturale corollario.
Ebbene, tutte queste 2000 pagine di letture e riletture mi stanno portando a profondi ripensamenti sulle mie posizioni (da sempre assai moderate e prudenti) sul concetto di Rivoluzione, pur nelle sue differenti declinazioni.     Tra i tanti scritti e proclami di Marcos mi piace riportare queste poche righe qui sotto. Parole che ogni uomo, ogni popolo dovrebbe pronunciare come proprie:                                                                                                                           «..e vedemmo, fratelli, che era la DIGNITA’ tutto quel che avevamo, e vedemmo che era grande vergogna averlo dimenticato, e vedemmo che era importante la DIGNITA’ affinché gli uomini fossero un’altra volta uomini, e la DIGNITA’ tornò ad abitare nel nostro cuore, allora tornammo ancora nuovi..».

Subcomandante Marcos, 1 febbraio 1994.

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Welcome 2019 by Vincenzo Reda

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1 January 2019, Walking by night in Turin

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My Christmas tree, albero di Natale (Merry Christmas!)

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Birds in the city park Pellerina, Turin

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My best Christmas and New Year’s Greetings painted with Barolo Wine

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Ecco i miei auguri di quest’anno: due lavori dipinti con un Barolo del 1982 e un Nebbiolo del 2016.

Buona fortuna e belle cose a tutti, amici e non.

Vincenzo Reda.

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Turin, via Garibaldi rainy

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Perché Torino è Torino: manifestazione sì Tav del 10 novembre 2018

Stamani in piazza Castello era doveroso esserci.
È stato anche un piacere vedere tanta gente di ogni tipo, classe e età stare lì a significare il suo pensiero, la propria visione.                                                                                                                                                                                Il tutto scevro di ogni sfumatura politica.                                                                                                                                                                     Non amo le folle e ancora meno i posti affollati.
Perché la folla è anonima e di solito è un’entità poco affidabile.
Non è un caso che nella Storia le folle sono state prima il successo dei dittatori e poi, le stesse folle hanno annichilito gli stessi dittatori.
Oggi però la gente che affollava piazza Castello era diversa in qualche modo dalle solite folle.
Dentro le folle poi ci sono gli individui, con le loro caratteristiche, particolarità, ossessioni. Con tutta probabilità questa manifestazione diventerà un riferimento storico importante: come sempre, a Torino si anticipano i Tempi.

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Vincenzo Reda, mostra presso ristorante Fratelli La Bufala, Torino

Sono stato assai soddisfatto ieri sera all’inaugurazione della mia piccola personale presso Fratelli La Bufala (Torino, via Barbaroux, 37/39). Mi è piaciuto parecchio l’allestimento, particolare e scenografico, e mi hanno fatto piacere gli amici intervenuti tra i quali ricordo con piacere Giulio Tedeschi (cui devo questa mostra) e Nadia Sponzilli che è tra i pochi a scrivere (e recitare) poesie degne di questo nome.
La mostra è visitabile tutti i giorni a pranzo e cena, magari gustando l’ottima pizza (e non soltanto) che offre questo ristorante.

Miguel Bustinza e Patricia Trujillo Villar erano con noi ieri sera. Dopo la mostra abbiamo cenato al ristorante Fratelli La Bufala e insieme all’ottima pizza ho fatto loro gustare due vini poco o punto conosciuti a Torino: il Gragnano e il Lacryma Christi. Soprattutto il primo, leggermente frizzante, è un rosso fresco e leggero che accompagna la pizza in maniera davvero formidabile (è citato da Totò in una famosa scena del film Miseria e Nobiltà). Anche se non interessa la mia mostra, vi consiglio di provare questo ristorante e bere questi eccellenti vini vesuviani (Sorrentino ne è il produttore).

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Castello di Pocapaglia (Piedmont, Italy)

Pocapaglia è un antico centro situato pochi km a est di Bra, circa 60 km a sud di Torino. E’ un paese di origini medievali, oggi ha poco più di 3.000 abitanti. Si trova nel territorio chiamato Rocche del Roero, sponda sinistra del Tanaro. Il suo castello risale al IX secolo d.C. ed è posto in posizione panoramica, in cima all’abitato urbano, come sempre. Fantasmi (tanti e davvero balordi), templari, re (Savoia), regine, crociate, stanze di tortura, cripte magiche, ecc. Di proprietà del signor Gandolfo, gentiluomo siciliano, venne acquistato circa una ventina di anni fa e restaurato in maniera stupefacente. Il portale è del Sansovino, ma dentro ci sono testimonianze del passaggio di Umberto II, del Card. Maurizio di Savoia e tanto altro ancora.

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La donna Marina di Angelo Morino

donna-marinaDonna Marina si chiamava Tenépatl o Malinalli, visse 25/30 anni tra il 1500 e il 1526/27. Agli spagnoli fu donata tre giorni più tardi, insieme a una ventina di sue compagne, dai Cacicchi maya sconfitti nel Tabasco dopo la battaglia cruentissima di Ceutla del 12 marzo 1519. Cortés era nelle terre dei Maya e ricevette da questi, in segno di sottomissione, il dono più prezioso: una persona che sapeva parlare il maya e il nàhuatl, lingua degli aztechi: la Marina era di origine nàhuatl, venduta o rapita per essere data in schiavitù a genti maya. La descrivono come una donna di bell’aspetto e di notevole personalità. Durante i primi giorni della Conquista,  Cortés liberò un chierico spagnolo prigioniero per diversi anni di popolazioni maya di cui imparò la lingua: Jerònimo de Aguilàr. Dunque, la Malinche traduceva le parole degli aztechi in maya per Aguilar che li traduceva in spagnolo a Cortés e viceversa. Fino a quando Donna Marina (così battezzata per poter avere “rapporti” con gli spagnoli) non imparò velocemente lo spagnolo e si fece amante del Capitano. A questi dette almeno 4 figli e figlie di cui il più noto, il primogenito, fu chiamato Martìn, come il padre di Hernàn. A Conquista conclusa Marina venne data in moglie a uno degli uomini di fiducia di Cortés, Juan Jaramillo con cui stette un paio d’anni; sappiamo che passò a miglior vita tra il 1526 e l’anno successivo: è probabile che fu vittima di una delle numerose epidemie di peste o di vaiolo. Fu la Lengua di H. Cortés, tramite la quale egli fu in grado di interloquire con i popoli americani che poi egli annientò. Sempre a suo fianco, presto il Conquistador fu soprannominato egli stesso dagli aztechi: Malinche, il nome della donna india da cui mai si separava (da Malintzin, ovvero il signor Malinalli).                                                                                                                          La Malinche è diventata una figura emblematica, simbolo ormai mitopoietico, oggi da quasi tutti additata come traditrice del suo popolo.                                                                                                                                          Io la penso diversamente: ceduta come schiava agli spagnoli, ella soltanto obbedì, come aveva obbedito a chi l’aveva rapita e venduta. E poi, semplicemente, s’innamorò del suo Signore a cui donò sé stessa. La Storia, prima di essere mitizzata, è soltanto la somma dei comportamenti degli Uomini: odio, amore, invidia, ambizione….                                                                                                                                                                Il librino di A. Morino raccoglie tutte le scarse testimonianze che le fonti originali dedicarono a Donna Marina. Fu pubblicato nel 1984 e ristampato nel 1992 da Sellerio. Oggi è introvabile.

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I colloqui dei Dodici di Bernardino de Sahagùn

i-12In quest’epoca in cui all’Altro va di gran moda rivolgere, nel migliore dei casi, uno sguardo trucido, questo librino inaudito dovrebbe essere portato alla conoscenza dei più invece che essere riservato agli storici e a pochi appassionati.
Narra di una vicenda unica nella storia dell’Uomo: tra giugno e luglio del 1524, 12 frati minori francescani spiegarono in contraddittorio a un gruppo di dignitari e dotti aztechi l’essenza della religione cattolica.
Il Messico era stato conquistato alla Spagna da tre anni, ma il grande H. Cortés aveva sollecitato a Carlo V e a papa Leone X, Medici, l’invio di monaci capaci di conquistare al cattolicesimo i pagani aztechi. Partirono da Siviglia, guidati da fray Martìn de Valencia, il 25 gennaio del 1524, sbarcarono a San Juan de Ulùa il 13 marzo e giunsero, scalzi, in Messico City, Tenochtitlàn, il 18 giugno di quell’anno.
Fu Bernardino de Sahagùn nel 1564 a pubblicare la cronaca di quei colloqui. Francescano anch’egli, giunto in Messico nel 1529, redasse l’opera più completa, il primo testo etnografico della storia: Historia General de la cosas de la Nueva Espana. L’opera è composta di 12 libri e questo ne costituisce l’ultimo. Il lavoro del francescano, con tutti i testi che riguardavano la Conquista, fu proibito da Filippo II con la cedola reale del 22 aprile del 1577. Questo, mutilo, venne trovato negli archivi vaticani nel 1920.
Ripeto, per i pochi interessati, è un libro straordinario, unico.

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Il Tartufo Bianco d’Alba

Il mio libro, abbinato con il quotidiano La Stampa, si trova in tutte le edicole del nord-ovest fino alla fine di ottobre. Il prezzo di copertina è di 9,90 € per 160 pp. Edito dalle Edizioni del Capricorno di Torino.

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