“La mimosa” di Pablo Neruda

Io ho tanto amato Pablo Neruda da adolescente: ho scoperto da solo Il Canto General, le Veinte Poemas de amor. Ho letto il suo splendido Confesso che ho vissuto (prestato a chissà chi e oggi scomparso dalla mia Biblioteca). Ho poi visto una vecchia fotografia in cui il grande Pablo regge sulle ginocchia il mio amico Enrico, all’ombra della locomotiva, in Alpignano.

E amo gli alberi e i fiori degli alberi: le mimose sopra tutti. Il giallo sfacciato, provocante sensuale. Franco, quasi scostumato. E quell’olezzo inebriante, che ubriaca più di un grande vino.

Ma questa poesia, tra le mie preferite, non l’ho scoperta io: fu mia figlia, alle elementari, che me la fece conoscere e amare.

E’ tempo di mimose: come ogni anno, è giusto in questa stagione regalarla a chi ancora non la conoscesse: è un mio omaggio fatto con lo stomaco, più che con il cuore. E con l’organo (non so quale sia) che produce la sensibilità e il bisogno di donare senza aspettare alcuna ricompensa in cambio. Sono i regali più belli.

Andavo da San Jeronimo

verso il porto

quasi addormentato

quando

dall’inverno

una montagna

di luce gialla

una torre fiorita

spuntò sulla strada e tutto

si riempì di profumo.

Era una mimosa.

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Libertà – Freedom

imbianchino

Non ho scelto se nascere o meno.

Non ho scelto dove, quando e da chi nascere.

Non ho scelto la sequenza delle macromolecole degli amminoacidi che compongono la doppia elica del mio acido desossiribonucleico, dunque non ho potuto stabilire se essere alto, basso, grasso, magro, bruno, biondo, eccetera.

Non ho scelto, soprattutto, se essere maschio o femmina.

Non ho scelto il grado di complessità che regola l’organizzazione delle sinapsi dei miei neuroni.

Non è detto che possa scegliere dove, quando e come morire.

Posso scegliere che vino bere questa notte, forse.

Posso scegliere quale libro leggere e per quale fazione politica votare – ammesso che queste scelte non siano condizionate già dalle mie origini e dalla mia educazione, che non ho scelto per certo io.

Date queste premesse, come posso affermare di essere una persona libera?

(I did not choose whether born or not. I did not choose where, when and by whom to be born. I did not choose the sequence of amino acid molecules that make up the double helix of deoxyribonucleic acid mine, so I have not be able to establish whether high, low, fat, thin, brown, blond, and so on. I have no choice, especially if being a male or female. I did not choose the degree of complexity that governs the organization of the synapses of my brain cells. It is not said I could choose where, when and how to die. I can choose what wine to drink tonight, maybe. I can choose which book to read and for what political faction to vote – if these choices are not already conditioned by my roots and my upbringing, which I did not choose me for sure.

In these circumstances, how can I claim to be a free person?)

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Pancho Villa, Emiliano Zapata e altri ancora

 

La Rivoluzione messicana (1910/1920 circa) fu un’epopea che non ha eguali nella storia dell’uomo. Per parecchi motivi: le figure memorabili di alcuni personaggi assurti ormai all’onore del mito; per la crudeltà degli scontri e la totale assenza di qualsiasi regola; per il fatto che la rivoluzione fu combattuta attivamente da donne e bambini.                                                                                                                                                                                 Cominciò alla fine del 1910 contro l’ennesima rielezione del dittatore Porfirio Diaz, guidata da Francisco Madero cui si unì il già mitico Pancho Villa, bandito del nord. Diaz andò in esilio nel 1911 (morì ottantacinquenne in Europa nel 1915). Gli successe Francisco Madero che fu ucciso del suo generale Victoriano Huerta che rimase in carica fino al 1914 quando dovette fuggire in esilio (morì un paio d’anni dopo di cirrosi epatica a El Paso). A Huerta successe Venustiano Carranza, assassinato nel 1920. Alvaro Obregon, che aveva guidato la rivolta contro Carranza, fu assassinato nel 1928.                                                                                                                                                           Fino a oggi avevo sempre pensato Emiliano Zapata Salazar come il rivoluzionario perfetto e Pancho Villa come una sorta di bucaniere prestato per caso alla Rivoluzione. Ho cambiato questa mia idea, non tanto su Zapata quanto su José Doroteo Arango Aràmbula noto ai più come Francisco (Pancho) Villa, personaggio che è stato vittima di una leggenda “nera” che la sua vita non merita. Non è questo il posto per approfondimenti che sarebbero doverosi, ma una precisazione a esempio: Pancho era completamente astemio e non fumava… Pancho del nord (Durango), nato sotto il segno dei gemelli; Emiliano, di un anno più giovane, del sud (Morelos), leone di agosto. Furono entrambi assassinati a 4 anni di distanza: Emiliano nel 1919, ancora jefe indiscusso dei suoi; Pancho nel 1923 quando ormai si era ritirato a amministrare il suo ranch.                                    Le vicende della Rivoluzione (il libro migliore, anche se tutt’altro che storicamente esaustivo, è Il Messico insorge, dell’americano John Reed, 1914) sono stracolme di personaggi incredibili, per tutti il colonnello Peppino Garibaldi (figlio di Ricciotto e nipote di Giuseppe) che comandava una compagnia di stranieri tra i quali non si può non citare Dynamite Devil (Oscar Creghton), un americano che morì da eroe nel 1911. Però forse il generale Rodolfo Fierro (1880/1915) è uno dei personaggi più incredibili in cui mi è capitato d’imbattermi. Soprannominato “El Carnicero” (il carnefice), nei 3 anni scarsi che trascorse a fianco all’unica persona che riusciva a renderlo mansueto, Pancho Villa, uccise a sangue freddo molte centinaia di uomini. Coraggioso in battaglia come nessun altro, quando si ubriacava diventava una belva incontrollabile con supremo sprezzo della vita, sua e degli altri. Morì annegato perché s’intestardì a guadare un fiume a cavallo in un posto impossibile. Ma fu sempre fedele al suo Pancho Villa, astemio che fucilava chiunque dei suoi soldati si facesse trovare ubriaco. Tutti, tranne Rodolfo Fierro.

La storia della sua breve vita è una vicenda tragica fin dall’infanzia: meriterebbe una biografia appassionata.

 

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La Dignità, Subcomandante Marcos

c_4_articolo_2047147__imagegallery__imagegalleryitem_0_imageChissà quanti ricordano oggi il Subcomandante Marcos (al secolo, Rafael Sebastiàn Guillén Vicente, nato il 19 giugno 1957 a Tàmpico, Tamaulipas)?
Venne agli onori delle cronache mondiali il 1° gennaio 1994, quando rese pubblico dalle selve maya del Chiapas il primo proclama dell’Ezln.
Sto concludendo il mio ciclo di approfondimento sulla Rivoluzione messicana (1910/1920) e quella Zapatista di Marcos di fine XX secolo né è il naturale corollario.
Ebbene, tutte queste 2000 pagine di letture e riletture mi stanno portando a profondi ripensamenti sulle mie posizioni (da sempre assai moderate e prudenti) sul concetto di Rivoluzione, pur nelle sue differenti declinazioni.     Tra i tanti scritti e proclami di Marcos mi piace riportare queste poche righe qui sotto. Parole che ogni uomo, ogni popolo dovrebbe pronunciare come proprie:                                                                                                                           «..e vedemmo, fratelli, che era la DIGNITA’ tutto quel che avevamo, e vedemmo che era grande vergogna averlo dimenticato, e vedemmo che era importante la DIGNITA’ affinché gli uomini fossero un’altra volta uomini, e la DIGNITA’ tornò ad abitare nel nostro cuore, allora tornammo ancora nuovi..».

Subcomandante Marcos, 1 febbraio 1994.

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Welcome 2019 by Vincenzo Reda

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1 January 2019, Walking by night in Turin

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My Christmas tree, albero di Natale (Merry Christmas!)

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Birds in the city park Pellerina, Turin

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My best Christmas and New Year’s Greetings painted with Barolo Wine

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Ecco i miei auguri di quest’anno: due lavori dipinti con un Barolo del 1982 e un Nebbiolo del 2016.

Buona fortuna e belle cose a tutti, amici e non.

Vincenzo Reda.

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Turin, via Garibaldi rainy

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Perché Torino è Torino: manifestazione sì Tav del 10 novembre 2018

Stamani in piazza Castello era doveroso esserci.
È stato anche un piacere vedere tanta gente di ogni tipo, classe e età stare lì a significare il suo pensiero, la propria visione.                                                                                                                                                                                Il tutto scevro di ogni sfumatura politica.                                                                                                                                                                     Non amo le folle e ancora meno i posti affollati.
Perché la folla è anonima e di solito è un’entità poco affidabile.
Non è un caso che nella Storia le folle sono state prima il successo dei dittatori e poi, le stesse folle hanno annichilito gli stessi dittatori.
Oggi però la gente che affollava piazza Castello era diversa in qualche modo dalle solite folle.
Dentro le folle poi ci sono gli individui, con le loro caratteristiche, particolarità, ossessioni. Con tutta probabilità questa manifestazione diventerà un riferimento storico importante: come sempre, a Torino si anticipano i Tempi.

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Vincenzo Reda, mostra presso ristorante Fratelli La Bufala, Torino

Sono stato assai soddisfatto ieri sera all’inaugurazione della mia piccola personale presso Fratelli La Bufala (Torino, via Barbaroux, 37/39). Mi è piaciuto parecchio l’allestimento, particolare e scenografico, e mi hanno fatto piacere gli amici intervenuti tra i quali ricordo con piacere Giulio Tedeschi (cui devo questa mostra) e Nadia Sponzilli che è tra i pochi a scrivere (e recitare) poesie degne di questo nome.
La mostra è visitabile tutti i giorni a pranzo e cena, magari gustando l’ottima pizza (e non soltanto) che offre questo ristorante.

Miguel Bustinza e Patricia Trujillo Villar erano con noi ieri sera. Dopo la mostra abbiamo cenato al ristorante Fratelli La Bufala e insieme all’ottima pizza ho fatto loro gustare due vini poco o punto conosciuti a Torino: il Gragnano e il Lacryma Christi. Soprattutto il primo, leggermente frizzante, è un rosso fresco e leggero che accompagna la pizza in maniera davvero formidabile (è citato da Totò in una famosa scena del film Miseria e Nobiltà). Anche se non interessa la mia mostra, vi consiglio di provare questo ristorante e bere questi eccellenti vini vesuviani (Sorrentino ne è il produttore).

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Castello di Pocapaglia (Piedmont, Italy)

Pocapaglia è un antico centro situato pochi km a est di Bra, circa 60 km a sud di Torino. E’ un paese di origini medievali, oggi ha poco più di 3.000 abitanti. Si trova nel territorio chiamato Rocche del Roero, sponda sinistra del Tanaro. Il suo castello risale al IX secolo d.C. ed è posto in posizione panoramica, in cima all’abitato urbano, come sempre. Fantasmi (tanti e davvero balordi), templari, re (Savoia), regine, crociate, stanze di tortura, cripte magiche, ecc. Di proprietà del signor Gandolfo, gentiluomo siciliano, venne acquistato circa una ventina di anni fa e restaurato in maniera stupefacente. Il portale è del Sansovino, ma dentro ci sono testimonianze del passaggio di Umberto II, del Card. Maurizio di Savoia e tanto altro ancora.

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La donna Marina di Angelo Morino

donna-marinaDonna Marina si chiamava Tenépatl o Malinalli, visse 25/30 anni tra il 1500 e il 1526/27. Agli spagnoli fu donata tre giorni più tardi, insieme a una ventina di sue compagne, dai Cacicchi maya sconfitti nel Tabasco dopo la battaglia cruentissima di Ceutla del 12 marzo 1519. Cortés era nelle terre dei Maya e ricevette da questi, in segno di sottomissione, il dono più prezioso: una persona che sapeva parlare il maya e il nàhuatl, lingua degli aztechi: la Marina era di origine nàhuatl, venduta o rapita per essere data in schiavitù a genti maya. La descrivono come una donna di bell’aspetto e di notevole personalità. Durante i primi giorni della Conquista,  Cortés liberò un chierico spagnolo prigioniero per diversi anni di popolazioni maya di cui imparò la lingua: Jerònimo de Aguilàr. Dunque, la Malinche traduceva le parole degli aztechi in maya per Aguilar che li traduceva in spagnolo a Cortés e viceversa. Fino a quando Donna Marina (così battezzata per poter avere “rapporti” con gli spagnoli) non imparò velocemente lo spagnolo e si fece amante del Capitano. A questi dette almeno 4 figli e figlie di cui il più noto, il primogenito, fu chiamato Martìn, come il padre di Hernàn. A Conquista conclusa Marina venne data in moglie a uno degli uomini di fiducia di Cortés, Juan Jaramillo con cui stette un paio d’anni; sappiamo che passò a miglior vita tra il 1526 e l’anno successivo: è probabile che fu vittima di una delle numerose epidemie di peste o di vaiolo. Fu la Lengua di H. Cortés, tramite la quale egli fu in grado di interloquire con i popoli americani che poi egli annientò. Sempre a suo fianco, presto il Conquistador fu soprannominato egli stesso dagli aztechi: Malinche, il nome della donna india da cui mai si separava (da Malintzin, ovvero il signor Malinalli).                                                                                                                          La Malinche è diventata una figura emblematica, simbolo ormai mitopoietico, oggi da quasi tutti additata come traditrice del suo popolo.                                                                                                                                          Io la penso diversamente: ceduta come schiava agli spagnoli, ella soltanto obbedì, come aveva obbedito a chi l’aveva rapita e venduta. E poi, semplicemente, s’innamorò del suo Signore a cui donò sé stessa. La Storia, prima di essere mitizzata, è soltanto la somma dei comportamenti degli Uomini: odio, amore, invidia, ambizione….                                                                                                                                                                Il librino di A. Morino raccoglie tutte le scarse testimonianze che le fonti originali dedicarono a Donna Marina. Fu pubblicato nel 1984 e ristampato nel 1992 da Sellerio. Oggi è introvabile.

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I colloqui dei Dodici di Bernardino de Sahagùn

i-12In quest’epoca in cui all’Altro va di gran moda rivolgere, nel migliore dei casi, uno sguardo trucido, questo librino inaudito dovrebbe essere portato alla conoscenza dei più invece che essere riservato agli storici e a pochi appassionati.
Narra di una vicenda unica nella storia dell’Uomo: tra giugno e luglio del 1524, 12 frati minori francescani spiegarono in contraddittorio a un gruppo di dignitari e dotti aztechi l’essenza della religione cattolica.
Il Messico era stato conquistato alla Spagna da tre anni, ma il grande H. Cortés aveva sollecitato a Carlo V e a papa Leone X, Medici, l’invio di monaci capaci di conquistare al cattolicesimo i pagani aztechi. Partirono da Siviglia, guidati da fray Martìn de Valencia, il 25 gennaio del 1524, sbarcarono a San Juan de Ulùa il 13 marzo e giunsero, scalzi, in Messico City, Tenochtitlàn, il 18 giugno di quell’anno.
Fu Bernardino de Sahagùn nel 1564 a pubblicare la cronaca di quei colloqui. Francescano anch’egli, giunto in Messico nel 1529, redasse l’opera più completa, il primo testo etnografico della storia: Historia General de la cosas de la Nueva Espana. L’opera è composta di 12 libri e questo ne costituisce l’ultimo. Il lavoro del francescano, con tutti i testi che riguardavano la Conquista, fu proibito da Filippo II con la cedola reale del 22 aprile del 1577. Questo, mutilo, venne trovato negli archivi vaticani nel 1920.
Ripeto, per i pochi interessati, è un libro straordinario, unico.

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Il Tartufo Bianco d’Alba

Il mio libro, abbinato con il quotidiano La Stampa, si trova in tutte le edicole del nord-ovest fino alla fine di ottobre. Il prezzo di copertina è di 9,90 € per 160 pp. Edito dalle Edizioni del Capricorno di Torino.

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Tartufo bianco/Langa white truffle

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11 Settembre 2001, nine-eleven in New York

Ho dipinto questi due quadri nel 2001, verso fine anno.

Sono stati dipinti con succo di uve Barbera raccolte nelle vigne di Piero Arditi (Cantine Valpane di Ozzano Monferrato) nel settembre del 2001.

Rappresentano il mio contributo di simbolica partecipazione al dolore di quel giorno.

Entrambi sono stati esposti degli Usa.

Il lavoro con lo sfondo del foglio di giornale oggi è a Baltimora.

Che iddio, o chi per lui, benedica i martiri, i terroristi e tutti noi, uomini assetati di cosmici dolori.

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I colori fascinosi di Porta Palazzo

Percorrere le corsie tra una bancarella e l’altra e fare attenzione ai carrelli, ai passeggini, ai sacchetti che ostruiscono gli stretti spazi tra le bancarelle è un esercizio faticoso. Però nel frattempo ascolti i profumi intensi, guardi i suoni deformati da bocche di razze diversi, annusi i colori che sono ogni stagione diversi. E ti accorgi che ancora esistono le stagioni, con le loro frutta diverse e le verdure e gli ortaggi. E devi necessariamente ringraziare il Cielo (o la Terra, se preferisci).

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Citrico/Beppe Rinaldi

Era ormai lungo tempo che dovevo avere un incontro ravvicinato con Beppe Rinaldi, a Barolo e dintorni meglio conosciuto come Citrico.

L’occasione me l’ha fornita Collisioni con l’incontro, da Brezza, di Ornella Bonifacio: ti ci porto io da Citrico!

Così, dentro un caldo pomeriggio di luglio, forniti di un paio di calici di ottimo Brezza-Barolo ci siamo incamminati dalla periferia nord di Barolo verso la periferia sud, lungo la strada che unisce Monforte a Alba.

Il casale dove dimorano Citrico, le sue manie e i suoi vini sta poco fuori Barolo, sulla sinistra salendo verso Monforte; vi si accede violando un antico cancello di ferro battuto. Beppe era intento a armeggiare intorno a delle Vespe o Lambrette – io proprio non ho dimestichezza con la roba a motore a due ruote – nel suo apparente disordinato e farraginoso spazio (ma gli spazi sono sempre disegnati su misura e mai disposti casualmente, pare ovvio): fastidito da quei due intrusi che andavano a sovvertire tempo e spazio esclusivo e privatissimo.

Ma poi, dietro le apparenti superfici abrasive, Citrico è una persona di grande sensibilità e le persone, dopo averle rapidamente annusate, le classifica con estrema velocità: da una botte di 33 ettolitri ci ha spillato una bevuta in anteprima del suo Brunate 2011 che avrà tanto tempo da investire a riposare in cantina per poi essere sposato  con un Barolo proveniente da un altro cru (Le Coste) e dar vita a quel vino che avrà il compito di lenire gli stenti quotidiani di gente di buona volontà (sperando che sia gente in grado di meritarselo).

Nel frattempo si è unito a noi Maurizio Rosso: bella e degna compagnia. E poi giunge Marta, la figlia di Beppe: tutto si fa più normale; Citrico è quasi come si fosse messo di quinta…

Lascio la Cantina con una bottiglia di Nebbiolo 2011: l’ho bevuto con calma a casa mia. E’ un Nebbiolo vinifero, vinoso, antico; affatto (nel senso di completamente) differente dai Nebbiolo che conosco: più carico, più denso, con tannini importanti ma morbidi, rotondi. Mi è paiciuto!

Conosco poco i Barolo Rinaldi e sarei curioso di bere i suoi Freisa e Dolcetto: non mancheranno le occasioni, ne sono sicuro. Certo, mi vien fatto di pensare che se ci sono vini barricati – a me piace definirli legnati, ma comunque senza farsi prendere dall’eccesso di integralismo – qui siamo nel dominio dei vini barricaderi…e, trattando di Barolo, direi che siamo nel giusto.

Non mi dilungo sulla Storia della Famiglia Rinaldi, né entro nel merito dei vini e della produzione: sarebbe tautologico.

O no?

 

 

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Nico Ivaldi: Non mi sono mai arreso – Intervista all’avvocato Bruno Segre

Non ho mai sprecato il mio tempo, ciò che ritengo avere di più prezioso, nel leggere libri inutili come best-seller, romanzi gialli, biografie di personaggi di nessun interesse; nei libri che ho letto e che continuo a leggere – e sono tantissimi e di generi assai differenti – cerco di imparare, di conoscere faccende nuove, o anche soltanto prospettive diverse con cui guardare agli uomini e ai fatti del mondo.

Questo, scritto, o meglio raccontato, dal mio amico Nico è un libro di eccezionale interesse, perché tratta dell’appassionata vicenda umana di Bruno Segre, ebreo torinese, figlio di un padre ebreo, laico e libertario, e di una madre cattolica.

Bruno Segre è nato a Torino il 4 settembre 1918; si è laureato in giurisprudenza nel 1940 – ultimo ebreo a ottonere la laurea, causa le spregevoli leggi razziali che ancora infangano la nostra storia – con Luigi Einaudi, discutendo una tesi incentrata su un personaggio libertario francese.

E’ stato, e in fondo non ha mai smesso di esserlo, un giornalista: ha lavorato, tra gli altri, con quell’autentico “animale” di Giulio De Benedetti.

Ma è stato un protagonista della vita civile, torinese e italiana, prima da partigiano e, successivamente, da avvocato, assumendo tra l’altro la difesa del primo obiettore di coscienza italiano – Pietro Pinna. Si è battuto per il divorzio e contro il nefasto referendum abrogativo del 1974. Ha conosciuto il Pandit Nehru e ha lavorato, nel Partito Socialista, con Pietro Nenni, Calamandrei e  Ferruccio Parri. Ricoprì la carica di consigliere comunale di Torino nel 1975, sindaco Diego Novelli: durante quel mandato contribuì a far nascere iniziative come “Estate ragazzi” e “I punti verdi”.

D’altro canto, Dario Segre, suo padre, tra i fondatori della Famija Turineisa (1925), aveva avuto stretti rapporti personali, nei primi anni del Novecento in Svizzera, con due esuli speciali: Benito Mussolini e un certo russo Vladimir Ulianov, meglio conosciuto come Lenin. Suo lontano parente anche un certo Dino Segre (Pitigrilli). Nel libro, tra le sue memorie, si legge anche di un infatuamento giovanile per la compagna Natalia Levi, poi sposata Ginzburg…

Insomma, un gran libro che aiuta a credere nei valori quelli veri, quelli alti: con semplicità, con schiettezza, con umile dedizione.

Oggi, Bruno Segre naviga ancora in buone acque con 93 primavere sulle spalle – nemmeno curve: che iddio, o chi per lui, gli conservi la vista (come si dice da noi).

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Incontro con l’Av. Bruno Segre

Dopo aver recensito la biografia “Non mi sono mai arreso” scritta dal mio caro amico Nico Ivaldi, questi mi ha portato finalmente a conoscere di persona Bruno Segre. Siamo andati a trovare questo magnifico 93enne – che i suoi anni li porta in maniera spettacolare, nel fisico, nella mente e nello spirito – presso il suo studio di via della Consolata, situato in un austero palazzo secentesco, quasi di fronte alla cattedrale barocca tanto cara ai torinesi.

Il personaggio è di un interesse straordinario: una lucidità e un’umanità che in maniera disarmante effonde intorno a sé; eppoi, una memoria storica depositata negli strati resi ormai compatti da una lunga vita in cui non ha sprecato un attimo del suo tempo.

Sentir raccontare, sempre con lucidità e semplicità quasi disarmanti, del monocolo di Paolo Monelli o delle vicende che lo videro per anni a stretto contatto con “Napoleone” Giulio De Benedetti, inarrivabile direttore de La Stampa (ideatore, tra l’altro, della rubrica Specchio dei Tempi), è stata per noi un’esperienza quasi mistica.

Alcuni aneddoti sono esilaranti: indimenticabile quello del cronista un poco tardo che, sollecitato dal grande direttore a essere un poco più lirico nelle sue cronache, arrivò il giorno appresso con un fatto di “nera” messo in versi! E quando il direttore, sconsolato, cercò di spiegargli che intendeva semplicemente che la sua prosa dovesse essere un poco più scorrevole, più musicale, se ne arrivò con un violino….La carriera giornalistica del povero cronista durò poco: fu paracadutato a dirigere un negozio!

Rimando alla lettura del volume di Nico Ivaldi, di cui riporto il link del mio articolo. E quanto a Bruno Segre: che il signore, o chi per lui, gli conservi (a lungo) la vista, come si dice da noi.

http://www.vincenzoreda.it/nico-ivaldi-non-mi-sono-mai-arreso-intervista-allavvocato-bruno-segre/

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Cucina marocchina a Torino

A Torino i locali che offrono cucina magrebina sono moltissimi, eppure pochi di buona qualità e con ricette davvero tradizionali (spesso come ricette marocchine vengono offerte la Mussakà e l’Hummus che sono invece mediorientali). Sono abbastanza  ben distribuiti, ma concentrati soprattutto nella zona di Porta Palazzo, frequentati volentieri anche da italiani che, spesso, hanno visitato il Marocco.        Non essendo un particolare esperto di cucina magrebina, anche se ho avuto modo di visitare Tunisia e Algeria, sono ricorso a una mia vecchia amica marocchina, ottima cuoca, per i consigli del caso.                                                                                      Ho scelto un locale particolare, Al Andalus, situato nelle adiacenze di Porta Palazzo (in via Fiochetto, 15) e parte di un’associazione culturale araba, Hammam Al Bab. Il ristorante fu inaugurato nel 2000 dall’architetto Karim Muhseen, iracheno di Bagdàd a Torino dal 1980, con il socio,  lo scrittore e giornalista Yunis Tawfik, anch’egli iracheno di Ninive che presiede e gestisce l’associazione culturale.                              Il locale offre 80/100 coperti, con giardino; è arredato con semplicità e senza eccessivi orpelli folcloristici; offre la tipica cucina marocchina (Sadie, cuoca di Casablanca e Houssein, cuoco di Fez) a un prezzo medio di circa 18/20 €; il servizio, a cura di camerieri marocchini, è previsto tutti i giorni sia a pranzo sia a cena; c’è una decorosa carta di vini piemontesi per i clienti italiani.                                               Ho gustato un classico e ottimo Cous cous di manzo, con verdure e ortaggi  tradizionali. Assai particolare il Tajine di vitello con prugne e albicocche condito con sesamo. La pasticceria secca a base soprattutto di miele, mandorle, cioccolato, arachidi e  marmellate varie è di particolare interesse. Finisco con l’antipasto, i Briwat, che sono fagottini di farina di frumento ripieni di qualsiasi cosa, figli dei Samosa mediorientali e indiani, cugini dei Brick tunisini e nonni delle celeberrime Empanadas sudamericane (diffuse con la conquista degli spagnoli che le avevano conosciute dai berberi).

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Fuochi artificiali, immagini creative di Vincenzo Reda a Sanremo

14 agosto, porto di Sanremo: fuochi artificiali fotografati con tecniche particolari.

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Vincenzo Reda a Eataly

Il Vino nello spazio e nel tempo

Una serie di incontri per un approccio al vino inusuale: storico, antropologico, letterario, geografico.

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. Brindando nei secoli (Breve storia del vino) – Vini Gianni Gagliardo

28 marzo 2014

Dalle recenti scoperte archeologiche nei paesi caucasici alle mitologie greche; dai vini egizi e romani a quelli delle abbazie benedettine medievali. E ancora, il vino nelle Americhe, i vini dei papi di Sante Lancerio nel rinascimento, il leggendario Dom Perignon e il successo del Marsala nel XVIII secolo. Per arrivare alle vicende della fillossera e i conseguenti reimpianti su piedi di viti americane, fino alla rivoluzione degli anni Ottanta. Una cavalcata quasi mozzafiato per comprendere come le diverse culture umane, nelle successive fasi storiche, si siano confrontate con la bevanda “vino”.

. Le rime del vino (Vino e letteratura) – Vini Bucci

4 aprile 2014

Quasi tutti conoscono i versi composti dai grandi poeti greci sul vino, assai meno hanno frequentato i componimenti straordinari di  Orazio e Marziale. Quasi nessuno sa delle magnifiche poesie arabe e persiane di poeti musulmani come Abu Nuwas o Hafiz. Così come tutti conoscono le poesie dedicate al vino dal poeta Baudelaire ma pochi sanno che anche Eugenio Montale ha scritto versi dedicati al vino. Questo incontro servirà ad aprire uno scenario sorprendente per quanto riguarda la letteratura del vino.

Le Rivoluzioni alimentariDiapositiva1

Non si è consapevoli, in generale, che l’alimentazione umana si è evoluta nei secoli al pari della conoscenza e degli scontri/incontri fra popoli differenti. Queste prime  lezioni hanno lo scopo di illustrare alcuni momenti storici particolari in cui si sono verificati cambiamenti epocali nelle abitudini alimentari umane.

. Dagli alberi ai villaggi (Preistoria dell’alimentazione) – Vini Gigi Rosso

11 aprile 2014

Tra 7 e 3 milioni di anni fa alcune scimmie arboricole scesero a raccogliere dei frutti caduti dall’albero su cui si agitavano e cominciarono a frequentare la savana africana. Quegli animali cominciarono a trasformarsi in uomini cambiando il loro regime di alimentazione. Divennero animali opportunisti e impararono a cibarsi di qualunque cosa, alzandosi sulle zampe posteriori e liberando gli arti superiori dalla funzione di semplice deambulazione. Quell’animale si evolve fino a diventare Homo Sapiens, circa 200.000 anni fa. E continua a evolvere fino a scoprire, 10/12.000 anni fa, l’agricoltura e l’allevamento. E qui comincia un’altra storia.

. La scoperta dell’America – Vini Bava

18 aprile 2014

Colombo arriva nei Carabi nel 1492, ma occorsero almeno tre secoli perché gli europei imparassero a consumare alimenti come pomodori, patate, fagioli, cacao….Mentre il peperoncino si diffonde immediatamente in tutto il mondo, la patata e il pomodoro vengono snobbati come cibi non buoni, se non addirittura velenosi. La storia dell’avvocato cuneese Vincenzo Giovanni Virginio, che portò la conoscenza delle patate a Torino e in Piemonte, è emblematica in questo senso: morì povero in un ospizio torinese nel 1830 e i suoi conterranei ancora non erano convinti di quanto fossero buone, convenienti e nutrienti le patate.

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