Auguri a tutti

Formulare gli auguri per la fine dell’anno è considerato un atto di buona creanza, di buona educazione. In fondo – che lo si compia per dovere, per prassi, per noia, per piacere o per calcolo – costa davvero poco, se non si vuol proprio esagerare.

Dal punto di vista storico/antropologico, presso tutte le culture di ogni tempo e di ogni spazio questa consuetudine è vecchia tanto quanto lo sgomento di affrontare l’Ignoto che comincia dal prossimo attimo futuro e sempre sconosciuto; se chi ci vuol bene, ci stima o anche chi soltanto abbia a cuore, per i motivi più vari, le nostre buone sorti, ci esprime parole di sostegno con lo scopo di aiutarci nell’affrontare questo benedetto ignoto, pare ovvio: ci reca piacere.

Il termine ha etimo latino: l’àugure era un sacerdote che divinava osservando il volo degli uccelli e personalmente trovo questo fatto di fascino straordinario!

I miei, di auguri, hanno invece origine nell’uso rituale di condividere un calice di vino: consuetudine antica soltanto quanto la cultura di questo fermento d’uva e dunque non più di qualche millennio.

Dal 1998 scelgo sempre un Dolcetto, vino piemontese forse quanto mai altri: dev’essere un Dolcetto che conosco, di cui conosco il vignaiolo, delle cui vigne ho calpestato il suolo e goduto dei raggi del sole.

Lo stendo su 73 biglietti di carta di cotone e poi scelgo 73 persone che, secondo un rituale tutto mio, ritengo possano apprezzare questa mia particolare manifestazione augurale. Tutta questa operazione dura almeno una quindicina di giorni, e di notti: è una faccenda nella quale il mio coinvolgimento emotivo è di particolare intensità, in tutti i vari passaggi che richiede; quello che mi tormenta in maniera ogni volta più inquietante riguarda la scelta dei destinatari. Sembra una stupidaggine, eppure mi porta via energie inenarrabili.

Quest’anno la scelta è caduta, non a caso pare ovvio, sul Dolcetto di Diano DOCG 2013 di Gigi Rosso: dedicato a questo grande Signore del vino e ai due figli Claudio e Maurizio, con cui nel recente passato ho interloquito con grande piacevolezza e reciproca stima.

Dunque: i miei migliori auguri a tutti, proprio tutti: senza distinzioni di sesso, età, nazionalità, istruzione, cultura, intensità di frequentazione, simpatia, empatia, convinzioni etiche e politiche. Auguri a tutti, soprattutto senza calcoli, come insegna La Bhagavad Gita.

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Libri da gustare 2014

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PROCLAMATI I VINCITORI DELLA XVIII EDIZIONE

DI LIBRI DA GUSTARE 2014

  

A Torino la premiazione, nel ricordo di CLAUDIA FERRARESI, “la gentildonna del Barolo” fondatrice della Ca dj’ Amis, della Biblioteca enogastronomica e di territorio, ideatrice e promotrice del concorso. Tra i vincitori, il cuoco attore Andy Luotto.

Sono stati proclamati ieri 15 dicembre al Centro Congressi dell’Unione Industriale di Torino i vincitori della XVIII edizione di Libri da Gustare, manifestazione dedicata all’editoria enogastronomica e di territorio. Ad accogliere i numerosi ospiti della serata, a cui sono intervenuti, tra gli altri, Barbara Ronchi della Rocca, Mario Zucca e Roberto Antonetto, Alessandro Locatelli, figlio di Claudia Ferraresi, della cantina Rocche Costamagna.

Suddivisi nelle quattro categorie, sono stati premiati:

CULTURA DEL CIBO: Padella story. Le mie cucine. Andy Luotto. Reverdito
CULTURA DEL VINO E DEL BERE: L’acino fuggente. Sulle strade del vino tra Monferrato Langhe e Roero. Enrico Remmert e Luca Ragagnin. Laterza editori  
IL CIBO IN LETTERATURA: La cucina dell’anima. 99 ricette sapienziali. Giuseppe Conte e Maria Rosa Teodori. Ponte alle Grazie  
PRIME PAGINE PER BAMBINI E RAGAZZI: Chiara pasticcera. 54 ricette da preparare senza l’aiuto degli adulti, senza utilizzare elettrodomestici, forno e fornelli. Alessandro Corallo. Falzea editore  

FOTO_AndyLuotto_BarbaraRonchidellaRocca_AlessandroLocatelliPromosso dall’Associazione Culturale Ca dj’ Amisil Premio letterario nazionale Libri da Gustare è parte di un progetto integrato che comprende anche il Salone del Libro Enogastronomico e di Territorio e la Biblioteca Enogastronomica. Ogni anno i venti titoli più gustosi dell’editoria nazionale per la capacità distintiva di trattare e rappresentare il tema dell’enogastronomia e del territorio – selezionati da una commissione formata da giornalisti, librerie, biblioteche e gourmet – partecipano ad una gara dove anche il pubblico esprime le proprie preferenze in occasione degli eventi dell’Associazione o nell’apposita sezione del sito internet www.libridagustare.it. Dall’esordio ad oggi, sono stati coinvolti più di 400 tra autori e case editrici e nell’ultima edizione hanno preso parte alla fase di votazione migliaia di lettori. Prima tappa a maggio, nell’ambito del Salone Internazionale del Libro di Torino, presso lo SPAZIO RAI ERI, con la presentazione al pubblico dei venti titoli in lizza. La seconda a giugno, al Salone del Libro Enogastronomico e di Territorio organizzato a La Morra (CN), un weekend a “tutto gusto” che, dal 1997, rappresenta una delle manifestazioni più significative della Ca dj’Amis.

La serata è stata dedicata al ricordo di Claudia Ferraresi, fondatrice e anima della Ca dj’Amis, ideatrice e promotrice dell’evento, recentemente scomparsa con un percorso attraverso i suoi quadri, le sue poesie, il suo amore profondo per le Langhe: la “gentildonna del Barolo” si è sempre impegnata con passione Copertina_PadellaStorynell’incentivare la cultura dell’enogastronomia anche nei suoi aspetti editoriali. Come testimonia la creazione della prima “Biblioteca enogastronomica e di territorio” in Italia, inserita nel Sistema Bibliotecario regionale. Inaugurata nel 2005 presso la sede della Ca’ dj’ Amis a La Morra (CN), raccoglie circa 4.000 volumi
tra testi più recenti, libri rari, numerati, edizioni limitate, pubblicazioni di enti e associazioni, guide.
Personalità eclettica e versatile, Claudia Ferraresi è stata pittrice e critico d’arte, imprenditrice agricola, “Donna del vino” e testimonial pluripremiata, per oltre vent’anni, dell’enogastronomia piemontese e della cultura del cibo in senso universale. Con questo spirito, nel 1976 ha creato nella sua casa-museo di La Morra la Ca’ dj’ Amis, un’associazione culturale per proporre una lettura del Piemonte nei suoi diversi aspetti: dall’arte locale alla piccola storia, dalle minoranze e alla cultura enogastronomica della Langa e del recupero delle “eccellenze” come risorsa turistica e culturale.

Per maggiori informazioni:
www.libridagustare.it

 

 

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Leaves (Foliage)

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Sud

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Dopo un paio di mesi di elaborazione e due o tre settimane di lavoro tecnico, finalmente una notte insonne m’è servita per far sgorgare, con la consueta fatica, queste rime. Sofferte, affaticate, speciali; pensate e ispirate da qualcuno in particolare ma tutte mie, tutte per il mio rigoglioso Sud che perdo e rincontro mille volte ogni giorno. Che ogni giorno mi pervade con i suoi riverberi improvvisi, a volte abbacinanti. Parto davvero travagliato ma dal risultato come di rado mi riempie di soddisfazione.

Sono contento, questo lavoro (14 dicembre 2014) mi è venuto proprio come desiderato.

Il Grande Da Venosta mi ha protetto e sorvegliato, come sempre sussurrandomi: Carpe, carpe diem…

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I miei (usuali) auguri dipinti con il Dolcetto

Ho cominciato il lavoro per i miei 73 biglietti d’auguri con il Dolcetto di Diano DOCG 2013 di Gigi Rosso. Ci metterò altri 8/10 giorni per finire (taglia i cartoncini uno a uno, prepara il fondo, rifinisci e firma, scrivi con la stilo il retro uno a uno, imbusta e scrivi gli indirizzi e poi consegna a mano o spedisci….: soltanto un pazzo come me può fare ogni anno ‘sta manfrina e anche gratis!!).

Ho finito l’1/73 e il 73/73 che sono su carta Archer da 300 gr. e in formato 27,5×35, mentre gli altri 71 sono su carta Fabriano 300 gr. 50% cotone e in formato 15×22. Il primo è destinato a Gigi Rosso, mi pare ovvio; l’ultimo lo avevo pensato per una certa persona, che forse non lo merita. Ci devo pensare. Nel frattempo, a vedere questa roba, come al solito, mi assale la depressione: mi viene da piangere e vorrei sparami in bocca. Perché? E’ troppo complicato da spiegare e forse non so neanch’io perché.

Finiti, anche prima del previsto. Ora sono soltanto più da imbustare, spedire e consegnare. Con i soliti dubbi che mi tormentano: chi scegliere tra i 73. Aggiungere è sempre (o quasi) gratificante; eliminare è sempre (o quasi) doloroso. Per quel poco che vale, ma mica poi tanto poco, almeno per quanto mi riguarda: questo è più che un gioco, un mio rito che vado officiando dal 1998 e, come tutte le cose mie, lo prendo assai sul serio. Con leggerezza, ma sul serio.

Il signore in fotografia è Gigi Rosso, il cui Dolcetto quest’anno ho scelto. Vuol essere anche un omaggio al personaggio, uno degli ultimi patriarchi del Nostro Vino. Che il Signore, o chi per lui, ce lo conservi in buona salute.

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Fall in Turin, just a little bit

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I racconti della tavola

MontanariMassimo Montanari insegna Storia medievale e Storia dell’alimentazione all’Università di Bologna e per certo si può considerare uno dei massimi esperti mondiali di Storia dell’alimentazione (qui ho parlato del volume Storia dell’alimentazione curato dal Montanari con J. L. Flandrin, Laterza, un volume irrinunciabile per chiunque si occupi di questa particolare disciplina).

Suo questo delizioso volumetto edito da Laterza (217 pp., 18 €): una raccolta agile di episodi storici dedicati al cibo tra il Medioevo e il Rinascimento.Montanari 2

Montanari ci racconta di Carlo Magno e di Dante, ma ricorda anche il celebre cuoco comasco conosciuto come Maestro Martino e il suo estimatore Bartolomeo Sacchi, detto Il Plàtina, umanista famoso anche per il primo libro che tratta di cucina: De honesta voluptate et valetudine in cui sono incluse molte delle ricette che Maestro Martino aveva inserito nel suo Libro de arte coquinaria, siamo nel XV secolo. Poco più tardi sarà Bartolomeo Scappi, cuoco bolognese, cuoco di Papi e Imperatori che scriverà nel 1570 il suo Opera, lavoro composto di sei volumi che contiene tutta la sua scienza cucinaria. Un vero monumento alla cucina rinascimentale italiana che sarà la base di partenza della grande cucina francese.

Questo librino è una bellissima idea per un presente natalizio fuori degli schemi, anche per chi non è particolarmente interessato alla storia dell’alimentazione.

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L’Ombra – di vino – spiegata da Giuseppe Comisso

Un esempio di ebra incertezza è dato dal volere spiegare l’origine della parola ombra che nel Veneto IMG_5757viene usata quando si vuole chiedere un bicchiere di vino. Qualcuno dice che siccome le osterie un tempo erano frequentate in grande parte da pittori qualcuno di questi ebbe l’ispirazione di sostituire l’idea oggettiva formata dal bicchiere con quella pittorica dell’ombra che il vino determina sulla tavola, quando si riempie il bicchiere.

Altri dicono che il chiamare ombra un bicchiere di vino fu per un euforismo in una epoca in cui si giudicava volgare bere vino.

Infine qualche altro vuole spiegare questa espressione come per indicare l’effetto che un bicchiere di vino può dare a un cervello, cioè un poco di ombra sulle idee chiare talvolta tristi e dolorose. Ma siccome la filologia può anche servire a spiegare la storia dei popoli si dice che l’essere venuti a chiamare ombra un bicchiere di vino nel Veneto è stato determinato da un avvenimento storico. Nel secolo passato i vini veneti erano generalmente bianchi e leggeri e se venivano lasciati in un bicchiere rotondo retto da un gambo più o meno snello sotto non davano ombra.L1180302

Questa ombra apparve nella seconda metà dell’Ottocento quando anche i vigneti veneti subirono il flagello delle malattie che avevano invaso l’Europa e s’importarono specialmente dalle vigne delle Puglie vini rossi e densi i quali a differenza degli altri davano ombra sul tavolo.

Fu questo il tempo in cui per chiedere un bicchiere di vino in una qualsiasi osteria del Veneto si cominciò a dire: « Mi dia un’ombra ».”

Questo breve scritto è di Giuseppe Comisso (1895-1969) ed è tratto dall’introduzione al capitolo dedicato ai vini di Veneto  e Venezia Giulia di I vini d’Italia di Luigi Veronelli (Canesi editore, Roma 1961): il primo libro del grande Gino e forse il più bel libro mai scritto sul vino.

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La Langa secondo Peppo Parolini

Peppo i«Un posto che mi piace un casino è la Langa, io trovo che in quella parte del Piemonte siano tutti pazzi scatenati, ospitali, belli. Hanno il gusto della vita, sanno mangiare, vivono per fare l’amore. Ma poi c’è della gente lì che gioca d’azzardo come da nessun’altra parte. Ci sono delle bische in piena campagna nelle Langhe, gente che parte dalla cascina coi rotoli di banconote e si gioca tutto. E c’è anche il colonnello dei carabinieri lì con loro, sono tutti amici. Il colonnello arriva e gli offrono i tajarin con tartufo, il brasato al civet… E’ una terra difficile da lavorare. In questo do ragione a Pavese. Ma c’è poesia in quella terra, perché vedi una donna sul trattore, un bambino di otto anni in motocicletta che corre come un pazzo, questi campi di granoturco che sembrano il mare, e le vigne con ‘sti filari che disegnano delle linee che non sai dove vanno, verso la cima delle colline, verso l’infinito… E’ una terra dove respiri la vita e la morte. Ecco, non mi dispiacerebbe morire lì, in Langa, in mezzo ai barotti».

Tratto dal volume Dal basso dei cieli, di  Marilena Moretti e Peppo Parolini – Baldini  Castoldi e Dalai Editore, Torino 2007 – pp. 357, 18,00 €

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In Bianco

Per la prima volta ho avvertito netta la sensazione che anche nel campo dei vini bianchi i francesi li abbiamo acchiappati! Fino a ieri per me non c’era storia tra i vari Meursault (mio bianco preferito), Chassagne-Montrachet, Chablis, Rieseling alsaziani e i nostri.

Ebbene, comincio a ricredermi!

Chiamo a testimoniare il Petit Arvine  Vigne Rovettaz 2009 di Vincent Grosjean, il  Timorasso Derthona 2005 di Claudio Mariotto, il Timorasso Sterpi 2007 di Walter Massa, il Nascetta Anas-Cetta 2010 di Elvio Cogno, il Collaretto 2010 di Poderi Oddero, il Riesling Pétracine 2011 di Vajra, il Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Riserva 2004 di Ampelio Bucci (e gli altri due Verdicchio quasi allo stesso livello: Pievalta e Fattoria San Lorenzo) e, dulcis in fundo, gli elegantissimi Etna Bianco Superiore (Carricante) Pietramarina 2010 e 2008 di Benanti.

Una cavalcata magnifica dentro una realtà produttiva che comincia ad apprezzare i vini bianchi da invecchiamento: e finalmente i francesi dovranno cominciare a preoccuparsi anche in questo campo particolare dove, fino a ieri, erano maestri indiscussi (ma hai voglia a essere bravo se non hai i terreni e le esposizioni dell’Etna o certi vitigni autoctoni come il Timorasso e il Verdicchio….).

Forza Italia ché stiamo andando bene (adesso bisogna convincere la ristorazione e i consumatori che i vini bianchi, quando sono come si deve, possono invecchiare quasi come i rossi)!!

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Barolo & Co – 4/2014 – La Collina Torinese

La Collina torinese e le alture del Monferrato astigiano spuntarono come isole nel basso mare che sarebbe diventato la pianura Padana: accadde tra il Langhiano e il Messiniano (15/5 mln. di anni fa). Le Alpi erano al loro posto già da qualche milione di anni.

Una curiosità: il Po fino a qualche decina di migliaia di anni fa scorreva a sud-est della Collina!

Poi, 20.000 anni fa, da queste parti arrivarono i nostri antenati Sapiens che rimasero tali – sapiens, voglio dire – fino a quando non cominciarono a modificare l’ambiente invece che adattarsi a esso…

L’interazione, spesse volte scriteriata, dell’uomo con l’ambiente si chiama Antropizzazione: per le nostre colline cominciò assai tardi, dopo che Torino divenne, con Emanuele Filiberto, la capitale del Ducato di Savoia, verso la fine del  XVI secolo.

Ma, prima di ritornare alla Storia – e soprattutto alle straordinarie storie che la Collina racconta – vediamo di definire con i numeri questo magnifico angolo di  Piemonte su cui Torino ha la fortuna di insistere: sono circa 350 Kmq che comprendono 27 comuni la cui popolazione, con la porzione dell’oltrepò torinese, supera le 300.000 anime. Oltre 700 km. di strade ne costituiscono la complessa viabilità. Il Colle della Maddalena con i suoi 715 mslm. è il suo culmine.                                                            La nobiltà torinese scoprì la Collina durante il XVII secolo: presero a costruire delle magnifiche ville nelle quali era costume andare a villeggiare. Queste ville erano letteralmente circondate da orti e vigne: durante l’assedio del 1706 le truppe francesi saccheggiarono e distrussero almeno 150 appezzamenti coltivati a vigneto con vitigni autoctoni oggi scomparsi o rarissimi.                                      Tracce di quei vigneti si conservano a Villa Abegg e nei giardini di Vigna Chinet, come testimonia il suo attuale proprietario Giuseppe Crosetto, secondo cui ancora 20-30 anni fa l’uva era coltivata regolarmente e racconta anche di una certa Vigna di Mongreno, proprietà di un tizio che distillava acquavite.

E qui bisogna raccontare forse la più bella tra le storie che la Collina torinese custodisce: riguarda Villa della Regina. Risalendo la monumentale via Po – progettata dal Castellamonte e inaugurata nel 1674 – si arriva in piazza Vittorio Veneto (per i torinesi, semplicemente piazza Vittorio).                                                                                                                                                  Lo scenario è davvero formidabile: oltre il ponte, la cupola – ricorda il Pantheon – della Gran Madre di Dio; sopra quell’edificio neoclassico si compone lo scenario variegato dei verdi che la Collina torinese sa dipingere con le sfumature diverse per ogni ora e ogni stagione. E, tra quei verdi, a mezza costa, si staglia una serie di edifici compresi tra una vigna e splendidi giardini: è il complesso di Villa della Regina, oggi magnificamente restaurato, Vigna della Regina compresa.                                          Ecco la storia: questo formidabile insieme barocco di edifici, fontane e giardini fu voluto dal Cardinale Maurizio di Savoia (1593/1657), uomo coltissimo, fratello di Vittorio Amedeo I. Il progetto pare sia di Ascanio Vitozzi e la prima pietra fu posata nel 1617. Nel 1642 il Cardinale tornò da Roma, depose la porpora e sposò la tredicenne nipote Luisa Cristina (detta Ludovica, 1629/1692), figlia della cognata reggente, Maria Cristina d’Orleans, Madama Reale: quel matrimonio sancì finalmente la fine della guerra civile nel Ducato di Savoia.                                                                                                                                                         Ma si verificò un fatto straordinario: quello fu un matrimonio d’amore e la Villa della Regina fu il dono di un appassionato e innamorato cinquantenne alla sua giovanissima sposa Ludovica!                                                                                                            Oggi che il restauro è completo vale la pena di visitare questo luogo dal fascino unico: a parte la bellezza di tutto il complesso barocco, si gode un panorama su Torino che è ineguagliabile, soprattutto quando la giornata è tersa, magari all’alba (con le Alpi tinte di un pallido rosa) o al tramonto, in autunno, quando il sole va a nascondersi dietro la piramide perfetta del Monviso.                                                                                                                                                                                                                            Va detto che la Vigna della Regina – magnifica la sua Freisa di Chieri – è gemellata, proprio da quest’anno, con la celeberrima Vigna di Montmartre, a Parigi.

Se lo sguardo, magari passeggiando lungo i Murazzi, si sposta verso la sinistra, seguendo le ondulazioni delle colline oltre il fiume, a un certo punto si incrocia in lontananza una cupola: è la Basilica di Superga. Il 2 settembre 1706 il granduca Vittorio Amedeo II e suo cugino Eugenio di Savoia, da uno dei colli più alti della collina torinese, osservavano i movimenti delle truppe francesi che assediavano Torino. Lo sfortunato artigliere Pietro Micca era saltato per aria pochi giorni prima, il 29 agosto. Vittorio fece un voto alla Madonna: se avesse sconfitto i Francesi, Le avrebbe dedicato una chiesa edificata proprio su quell’altura. Il 7 settembre, tra Lucento e Madonna di Campagna, gli eserciti piemontese e austriaco sconfissero i francesi in quella che venne chiamata la Battaglia di Torino. Vittorio sciolse il voto e incaricò Filippo Juvarra di edificare la Basilica su quel colle, posto a 672 mslm. La prima pietra venne posta nel 1717 e la Chiesa fu inaugurata il 1° novembre 1731: Vittorio Amedeo II, primo re dei Savoia, era morente, fu suo figlio Carlo Emanuele III a inaugurare la Basilica di Superga.

Attraversando il Po più o meno dove il fiume riceve la Dora Riparia e salendo verso Pino Torinese – oggi paese residenziale di una ricca borghesia subalpina e sede di un osservatorio astronomico di fama europea – s’imbocca sulla sinistra, proprio prima del centro urbano, una strada: è la Panoramica. Unisce Pino Torinese alla Basilica di Superga: è una di quelle strade che rimangono impresse per sempre nella memoria. Pur tralasciando il panorama mozzafiato sulla Città e sulla corona delle Alpi che chiudono la vista in lontananza e che costituiscono uno spettacolo cangiante a ogni ora e in ogni stagione, la strada si dipana dolce, con curve lunghe e riposanti che sembrano intagliate dentro i boschi di querce, faggi, castagni, pini silvestri a cui l’opera dell’uomo ha aggiunto le specie esotiche di magnolie, cedri, platani, eucalipti e l’infestante, americana robinia (acacia, gaggìa…) che dalle nostre parti è arrivata dopo il 1750.                                                                                                             Arrivare a Superga percorrendo la Panoramica, magari in autunno, è forse il mio suggerimento più prezioso. E Superga è luogo delle mille storie: le tombe dei Savoia, la faccenda del cuore del Principe Eugenio (c’è o non c’è: mistero) e poi quel brutto giorno che fu il 4 maggio 1949…la Collina, complice una nebbia assassina, inghiotte in un solo, tragico boccone la più bella favola del nostro sport: il Grande Torino di Capitan Valentino. Senza dimenticare la Dentiera: circa 3 chilometri di un trenino che s’inerpica su per i ripidi pendii sopra una dentiera d’acciaio: fu inaugurata nel 1884 e rese la Collina più facilmente accessibile a tutti i torinesi.

Altra storia, Mario Soldati, Le due Città: «[…] Dunque, ci dicono Fontana dei Francesi, perché quando, una volta, Torino era assediata dai francesi, be’…i soldati piemontesi la difendevano, si capisce: e la linea del fronte era proprio qui. Sopra, c’erano i francesi. Sotto, i nostri. Ma non c’è acqua, si capisce, su in cresta. E guarda un po’ che, per bere, i francesi dovevano scendere fino qui. Venivano giù di notte. E i nostri li aspettavano e ci tiravano. Questa, almeno è la leggenda. A me, me l’ha contata mio papà, quando ero piccolo: venivamo sempre qui per Pasquetta.».

Mario Soldati frequentava il ristorante Fontana dei Francesi del mitico cavalier Guerino Franzin, tra i primi sommelier italiani. Situato in posizione panoramica (strada Pecetto), tra gli anni Sessanta e Settanta questo locale fu uno dei più in voga a Torino: celebre per le frequentazioni di Cesare Pavese e poi di tutta la congrega di intellettuali einaudiani, il Principe in testa. Pavese lo cita più volte in alcuni dei suoi romanzi e racconti.                                                                                                Purtroppo, chiuse i battenti nel 1998, con la scomparsa del cavalier Guerino: ma il pozzo, alimentato dalla famosa Fontana, c’è ancora nelle cantine dell’edificio che ospitava il ristorante.                                                                                                                    Villa Somis: un’altra storia che vale la pena di conoscere. I conti Somis acquistarono verso la fine del XVII secolo una stupenda dimora situata in strada Val Pattonera (sulla sinistra, salendo verso Cavoretto). Lorenzo Francesco (1662-1736), musicista e medico di corte, fu il capostipite di una famiglia di valenti musicisti: i figli Giovanni Battista (1686-1763) e Lorenzo Giovanni (1688-1775) furono violinisti virtuosi, direttori e compositori noti in Italia e in Europa.  Più tardi Villa Somis venne venduta e dopo alterne vicende ospitò un famoso albergo con ristorante annesso. Dopo un periodo di chiusura abbastanza lungo, Villa Somis è stata rilevata dalla famiglia Chiodi Latini e oggi Stefano la sta riportando agli antichi fasti: che merita un luogo di bellezza fuori del comune.                                                                                                                                                                                             Ci sarebbero ancora tante storie da raccontare: Il Monte dei Cappuccini e il Museo della Montagna, Cavoretto e il Parco Europa, l’Eremo con il Faro della Vittoria e il Parco della Rimembranza; e ancora, il Cari: vino ciularino di Cavour, l’Abbazia di Vezzolano…..

Purtroppo, lo spazio è limitato, dunque concludo con il consiglio più ovvio: il mio invito a zonzolare per le strade della Collina Torinese, una qualche emozione è li, dietro una curva, che vi attende.

 

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Anteprima Vendemmia 2014, Palazzo Barolo

Piemonte anteprima vendemmia di Fiammetta Mussio (Da Millevigne)

Anteprima vendemmia 2014, l’annuale incontro promosso da Vignaioli Piemontesi, Regione Piemonte e Piemonte Land of Perferction per presentare dati e valutazioni sulla vendemmia e tracciare una previsione sull’andamento dell’annata, sarà ospitato lunedì 24 novembre a Torino, nelle sale di Palazzo Barolo, in via delle Orfane 7, in chiusura del congresso nazionale dell’Associazione nazionale sommelier. L’appuntamento è alle 10. Apre con un saluto Fabio Gallo, presidente Ais Piemonte. Intervengono l’assessore regionale all’Agricoltura Giorgio Ferrero (“Il Piemonte vitivinicolo e il suo contesto”), il presidente Piemonte Land of Perfection Giorgio Bosticco (“Aggregazione: fattore critico di successo del territorio e delle sue denominazioni”) e il presidente Vignaioli Piemontesi Giulio Porzio (“Ruolo delle organizzazioni dei produttori fra mercato globale e campanilismo”). L’agronomo Daniele Dellavalle e il giornalista Giancarlo Montaldo presenterà l’andamento della maturazione delle uve e la previsione sulla qualità della vendemmia 2014, assegnando le tradizionali “stelline” (da 1 a 5 a seconda della qualità che si prevede). L’annuale incontro sarà l’occasione per fare una riflessione sull’andamento del comparto vitivinicolo, di quali nuove sfide attendono il vino piemontese e quali strategie mettere in campo per vincerle. A orchestrare il dibattito sarà Fernanda Roggero, Food and Wine Editor de Il Sole24Ore. Il premio Piemonte Anteprima Vendemmia andrà alla memoria di Luigi Veronelli nel 10° anniversario della morte. Il premio sarà ritirato da Alberto Dragone, consigliere del Comitato decennale Luigi Veronelli.

Durante l’evento, si presenta il nuovo numero della rivista Barolo&Co diretta da Giancarlo Montaldo.

Aperitivo al vermouth e pranzo a buffet.

Info: 0173 210311, ufficiostampa@vignaioli.it

 

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Torino, 48° Congresso Nazionale AIS

Comunicato Stampa

Ufficio Stampa: WELL COM srl
Comunicazione | Relazioni Pubbliche| Eventi
Marta Sobrino
+39 338 8100520
marta@wellcomonline.com
www.wellcomonline.com

Grande successo di pubblico per il 48° Congresso Nazionale
dell’Associazione Italiana Sommelier

Per due giorni la magia del vino ha “incantato” Torino 


Torino, 24 novembre 2014 – 2000 ingressi a Palazzo Carignano, 160 produttori piemontesi, 3 degustazioni guidate sold out, 200 partecipanti al Convegno sulle MeGA e 300 spettatori per il Gran Gala di Palazzo Reale: ecco i numeri del 48° Congresso Nazionale AIS di Torino.

Sabato 22 novembre il Congresso si è aperto nella splendida cornice del Teatro Carignano con l’Assemblea Nazionale dei soci AIS che quest’anno è stata inaugurata dal presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino. A questo importante appuntamento associativo è seguito il convegno, organizzato dal Consorzio Barolo, Barbaresco, Alba, Langhe e Dogliani, dedicato alle Menzioni Geografiche Aggiuntive, che ha contato più di duecento partecipanti tra autorità, produttori, stampa e associati.

Nei pomeriggi di sabato e domenica i produttori vinicoli sono stati i veri protagonisti del Congresso e hanno animato le sale storiche di Palazzo Carignano proponendo in degustazione al pubblico i grandi vini piemontesi:Barolo, Barbaresco, Roero, Alto Piemonte Nizza.

Sabato sera è andato in scena a Palazzo Reale il Gran Gala, organizzato in collaborazione con Masters of Magic. Sei artisti internazionali si sono alternati sul palco, allestito per l’occasione nel Salone degli Svizzeri, e per un’ora e mezza hanno incantato il pubblico con numeri ispirati alla magia del vino. Dopo lo spettacolo, la serata è proseguita con un’esclusiva visita in notturna a Palazzo Reale e con la degustazione di una selezione di champagne: Paul Bara, Alexandre Bonnet, Bouquin Dupont, Corbon, Pierre Gimonnet, Lamiable, Vesselle, Vilmart.

Il Congresso si è chiuso, nel pomeriggio di domenica, con la premiazione di Ottavio Venditto che si è aggiudicato il 10° Master del Nebbiolo, concorso che ha come scopo quello di contribuire a valorizzare la figura professione del Sommelier e incrementare la conoscenza e la divulgazione del vitigno Nebbiolo.

Corollario a questi eventi, si sono svolte a Palazzo Barolo tre degustazioni guidate d’eccezione, con vecchie annate di Barolo e BarbarescoBordeaux e Borgogna.

Siamo decisamente soddisfatti del risultato raggiunto. – racconta il presidente di AIS Piemonte Fabio Gallo – “Volevamo organizzare un congresso unico nel suo genere e ci siamo riusciti. Per due giorni i palazzi storici di Torino hanno celebrato il vino piemontese, regalando un’atmosfera magica ai numerosi appassionati che hanno potuto degustare più di 500 etichette di Barolo, Barbaresco, Roero, Alto Piemonte e Nizza e partecipare a interessanti momenti di approfondimento”.

Per la realizzazione dell’evento si ringraziano: Città di Torino, Albeisa, Consorzio Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani, Piemonte Land of Perfection, Regione Piemonte, Assopiemonte DOP&IGP, Diam, Enolmac, Booking Piemonte, Bormioli, Feyles, Relanghe, Surgiva, Carlo Angela concessionario Winterhalter.

 

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All’ombra eretica della Mole un Caffé visionario

Non v’è alcun dubbio che Alessandro Antonelli (1798/1888), professione architetto, fosse un eresiarca visionario: trasformare un tempio ebreo in un assurdo pinnacolo – il più alto in muratura per i suoi tempi – senza senso apparente ma dotato di un’eleganza quasi imbarazzante può essere soltanto opera di un pazzo visionario. Come, del resto, quello sconclusionato palazzo – a pochi metri dalla Mole – che i torinesi conoscono come: “Fetta di Torta“. L’Antonelli non riuscì a vedere ultimata la sua pazzia: morì nove anni prima dell’inaugurazione (1897). Né poteva prevedere che quell’inutile pinnacolo dopo oltre un secolo avrebbe ospitato il sogno di un’altra visionaria, Maria Adriana Prolo: il Museo del Cinema, inaugurato alla Mole nel luglio del 2000 e presto diventato tra i più frequentati musei italiani (oltre mezzo milione di visitatori all’anno). Anche la Prof.ssa Prolo non riuscì a vedere sistemata la sua creatura: tolse il disturbo terreno nel 1991.

Questa breve introduzione per tratteggiare lo straordinario contesto che ospita dai primi giorni di ottobre un magnifico luogo di ristoro – proprio così: né semplicemente bar, né banalmente ristorante – sistemato all’interno del piano terreno della Mole. Allestito e arredato con la filosofia di Eataly e la grande tradizione del Caffé Vergnano, è uno spazio in cui si può sostare per un semplice caffé, una colazione, un aperitivo, un pasto; e, nel contempo, si possono acquistare alcuni prodotti selezionati dai cataloghi delle due aziende. Lo spazio è luminoso e confortevole e offre almeno 30/40 coperti. Gli orari corrispondono a quelli del Museo del Cinema.

Sono stato ospite, insieme a una ventina di food-blogger, di una bella iniziativa che prevedeva un pranzo a base di caffé: pranzo in qualche modo eretico, ben sistemato in un luogo eretico e visionario per davvero.

Offerto da Museo del Cinema (rappresentato al tavolo da Veronica Geraci), Caffé Vergano (con Carolina Vergnano e Maria Garrone) e Eataly (nomino il bravissimo chef Marco Iozzolino), il pranzo si è rivelato per davvero ottimo.

Riso Carnaroli del Falasco con toma piemontese DOP, miele d’acacia e polvere di Caffé Vergnano; Tagliata di Fassona piemontese con riduzione al Caffé Vergnano e flan di patate; Semifreddo al Caffé Vergnano e mandorle. Il tutto innaffiato da un discreto Nebbiolo 2012 di Santa Vittoria e da un ottimo Grillo 2013 di Calatrasi & Miccichè (Vino libero). Le preparazioni cucinarie le ho trovate tutte equilibrate e di gusto piacevolmente stimolante, con una citazione speciale per la tagliata, davvero eccellente.

Che dire d’altro se non raccomandare senza alcun ritegno di frequentare questo posto speciale e magari sostare qualche momento – ma anche per un ottimo pasto – prima o dopo aver fatto un giro mozzafiato sulla Mole (e sullo straordinario panorama che offre Torino, città di speciale bellezza) o un colto zonzolare tra i magnifici cimeli e materiali vari che il Museo del Cinema mette in bella mostra per i visitatori curiosi e esigenti.

Tutto assai ben allestito e per certo gradevole: non fosse per il fatto che il termine food-blogger riferito a me stesso mi è simpatico come un riccio dentro gli slip….

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Torino si veste d’autunno/Fall in Turin

Una passeggiata al Parco della Pellerina, angolo ovest della Città, un pomeriggio di novembre: per fissare i colori stupendi dell’autunno. I Ginko gialli, i Liquidambar quasi viola e le querce americane rosse come i faggi. Colori cangianti che si mescolano con i verdi eterni dei pini, dei cedri, degli abeti. Anche in città la Natura parla: bisogna ascoltarne le parole, intenderle; bisogna essere capaci e disponibili a investire al meglio il Tempo che troppo spesso si spreca e quando è speso malamente – magari con persone inutili, noiose, anche dannose – purtroppo non si ricupera più.

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Burano

Burano fa parte di quel gruppo di isole a nord-est di Venezia (Torcello, Mazzorbo, Mazzorbetto e Isola dei Laghi) che costituirono i primi insediamenti fissi nella laguna veneta delle popolazioni in fuga dalle città romane (Altino, Aquileia) devastate da Unni e Longobardi, tra il V e il VII secolo. Il primo documento ufficiale che parla di Burano è dell’840. Fu comune fino al 1923, quando venne assorbito nella municipalità di Venezia.

Oggi conta circa 2.700 abitanti distribuiti su quattro isole separate da tre canali per un totale di 21 ettari. Una chiesa soltanto (San Martino, che ospita una tela importante del Tiepolo) con caratteristico campanile pendente. E una piazza dedicata al compositore (caro a Benedetti Michelangeli) buranese dell’XVIII secolo, Baldassarre Galuppi. Curiosità: a Burano è nato anche, nel 1941, il cantautore Pino Donaggio.

Burano è collegata a Mazzorbo da un ponte, mentre Torcello dista qualche centinaio di metri. Celebre per i suoi merletti, è caratterizzata dalle sue coloratissime case: se ne ignora il motivo. E’ possibile mangiare e dormire bene sia a Burano sia, soprattutto nello splendido resort Venissa della famiglia Bisol sull’isola di Mazzorbo.

Un consiglio personale: andateci in autunno e rimaneteci almeno tre giorni: saranno indimenticabili. Parola mia.

http://venissa.it/

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Ah, Venissa Venissa….

http://venissa.it/

Dura ormai da qualche giorno il travaglio di scrivere queste righe dedicate alla  visita a Venissa: succede sempre quando il contenuto della scrittura va a toccare certe diaboliche cordicelle della mia sensibilità. Allora mi dilanio sulla forma con cui modellare la scrittura: in fondo, l’arte è pura forma, anche nelle sue espressioni più semplici, come questa.

Il motivo di questa premessa sta nel fatto che avrei dovuto scrivere una delle mie storie peculiari: partire dagli incontri – Ivan Garlassi a Arezzo, una tristissima sera di febbraio del 2004 e Gianluca Bisol, una magnifica sera di luglio del 2013 a Barolo – narrare del viaggio complicato e affascinante per guadagnare l’isola di Mazzorbo; raccontare della storia straordinaria di Altino, Attila, i Longobardi, Torcello, Santa Maria Assunta. E poi, ancora, raccontare di come Gianluca anni fa si metta a rovistare tra i giardini delle isole per raccogliere qualche decina di fossili di Dorona e delle microvinificazioni e dell’impianto di un ettaro scarso di vigna e di Roberto Cipresso e delle scarse 5.000 mezze bottiglie prodotte nel 2010….

Invece no!

Tutte queste notizie, e ben altro ancora, si possono trovare ben raccontate e illustrate sul web site di cui sopra ho riportato il link. E ci sono parecchie e ottime recensioni che illustrano tecnicamente le faccende che riguardano Venissa.

Io, invece, stavolta desidero soltanto scrivere del vino che ho bevuto, che ho gustato e a cui ho dedicato una piccola nicchia nella cattedrale gotica della mia memoria.

Matteo Bisol, dopo una visita alla straordinaria vigna di Dorona, mi ha introdotto in una sala dalla scarsa illuminazione: sala ampia e ben restaurata con numerose immagini alle pareti e un grande schermo. Dopo la proiezione di un filmato parecchio emozionale su Venissa, mi ha portato una bottiglia scura, tracagnotta, impreziosita da due lamine d’oro inserite a caldo nel vetro e l’incisione a mano del nome del vino e del numero progressivo della bottiglia.

Sopra un tavolo di magnifico legno grezzo.

E ho cominciato il rito della gustazione.

Nella penombra mi sono appartato con quel calice: lui e io.

Tutto il resto del mondo, la galassia, l’universo: inutili, inesistenti.

Dovrei descrivere il colore? Dovrei gettare lì i soliti, noiosi aggettivi più o meno tecnici? No, no: quel colore era una tinta calda, spremuta da secoli di stenti, acque alte, smadonnamenti e raggi stinti di sole in perenne battaglia con nebbie e brume. Forse, chissà, il riflesso abbacinante di un bronzo fuso a Cipro in età alessandrina.

E dovrei adesso raccontare le sensazioni inspirate nelle narici tuffate, svergognate, dentro quel pozzo sacro di cristallo a rubare l’essenza di quel concentrato di sogno?

Ho respirato resine di conifere che forse arrivavano dai monti dolorosi del Libano, ho sentito storie di fiori appassiti aspettando amori bugiardi; ho ascoltato l’ansimare leggero di una brezza salmastra.

Eppoi l’ho bevuto: un sorso, appena un sorso per non farmi stordire, invadere, conquistare da quel vino presuntuoso.

Un sorso è bastato per riascoltare tutte le storie della Laguna: ero circondato da pescatori, contadini, fanciulle sensuali che mi raccontavano stenti, miserie, amori sfortunati, grandi bevute…

Infine, un altro sorso, piccino, che ho lasciato a lungo in bocca, quasi a coccolare con dolcezza il palato.

Concluso, mannaggia!, quell’attimo di sensazionale stordimento, sono ritornato tra i tormenti del mondo: avevo bevuto una delle ultime bottiglie del 2010, la prima vendemmia di quella vigna impiantata nel 2007.

Con Matteo Bisol – figlio primogenito di Gianluca e responsabile in prima persona del progetto Venissa – ho poi gustato il Venissa 2011 e il Rosso Venissa (Merlot 85% e Cabernet 15%) 2011: sono entrambi vini straordinari, pur se ancora, per molti versi, sperimentali. Il Venissa 2011 sarà per certo ancora più complesso del 2010: la resa è stata minore (38 ql/Ha…) e il lavoro in cantina, forti dell’esperienza dell’anno precedente, ancora più accurato. E per questi vini occorre avere tanta pazienza e saper aspettare qualche anno.

Pare ovvio che vini del genere impongono di venire qui, in Laguna, a gustarli: a Venissa, isola di Mazzorbo collegata con Burano, si trova tutto quanto occorre per appartarsi con questi vini e goderne al massimo grado. Chiaro poi che con la compagnia giusta si condividono sensazioni e emozioni.

Ah, dimenticavo il prezzo: assai meno di quel che valgono e comunque non esiste miglior modo di investire i propri denari.

Il mio consiglio?

Partire da qualunque angolo della galassia e venire a respirare la luce umida e torbida di quest’angolo di Laguna: da soli, per assaporare il piacere della propria compagnia esclusiva; in compagnia di persone sensibili, per condividere suggestioni e emozioni.

Qui si trova tutto quel che serve, condito di sensibilità, cultura, discrezione.

Salute!

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Si fa presto a dire Prosecco – 2

 

Era soprattutto per conoscere in loco il Progetto Venissa che avevo concordato questo viaggio in Veneto, però non potevo, una volta giunto lì, non visitare l’azienda Bisol in Valdobbiadene.

Devo ringraziare Michela De Bona, responsabile della comunicazione e delle relazioni esterne, che mi ha organizzato alla perfezione le varie e complicate faccende logistiche.

Finito il magico momento a Mazzorbo e affidato ai ricordi un tramonto sulla Laguna indimenticabile, mi sono recato in treno a Cornuda – uno dei 17 comuni della DOCG Asolo – dove mi aspettavano Desiderio Bisol con Elisa, sua moglie. Siamo andati a cenare in un bel locale in Valdobbiadene (Dobladino, vedi link sotto).

Qui ho avuto modo di bere il Private Cartizze 2009, il Crede 2013 e un interessante Prosecco Brut senza solfiti aggiunti (NoSo2): distratto dalla conversazione che a un certo punto ha preso una piega di estremo interesse per me – il racconto di Elisa dell’occupazione austriaca di Valdobbiadene durante la Grande Guerra: non ne sapevo nulla e poco di questi fatti si conosce – che mi ha distratto da una valutazione attenta dei vini che stavo gustando.

Il giorno appresso, dopo un sonno ristoratore nello storico Bread&breakfast della famiglia di Elisa, Desiderio mi ha accompagnato in uno straordinario giro in alcuni dei 177 ha. gestiti direttamente da Bisol.

Al ritorno Valentino Radaelli, in compagnia di Michela De Bona – con la quale avevo fatto una visita nelle cantine fino a rimanere incantato dentro quella storica nicchia che risale al 1875! – mi ha fatto gustare ulteriori 4 vini: il Prosecco del Fol e il Cartizze (metodo Martinotti) a base Glera; due Metodi Classici Millesimati a base di vitigni classici (Pinot bianco e nero e Chardonnay): il Talento 2003 Brut e l’Eliseo 2004 Pas Dosé Brut.

Ho trovato, in un contesto di qualità altissima, eccezionale l’Eliseo: non mi considero un esperto di vini spumanti, né questa tipologia mi appassiona in maniera particolare, però quando bevo dei vini eccellenti, quale che sia la tipologia, riesco ancora a entusiasmarmi. A questo proposito ho deciso che una bottiglia di Eliseo 2004  festeggerà l’anno nuovo al posto del solito Alta Langa con cui in genere accompagno questo rito.

Eliseo perché dedicato al fondatore dell’azienda Eliseo Bisol (1855/1923), 1.990 bottiglie prodotte di questo millesimo con tiraggio nel maggio del 2005 e sboccatura in ottobre 2014. 12,5%vol., giallo paglierino medio, al naso un delicato e complesso florilegio di sentori che vanno dalla crosta di pane ai fiori bianchi; al palato risulta morbido, sapido e con una eccezionale acidità (oggi va di moda definirla mineralità). Gran vino, tra i migliori che io abbia memoria di aver gustato tra gli spumanti italiani.

Una speciale nota di merito a Valentino: classe, competenza, discrezione. Mica poco!

Nelle valutazioni che ho avuto modo di fare con calma a casa mia – gustazioni che prendono anche due/tre giorni per valutare il vino della medesima bottiglia – sono rimasto impressionato dal Relio 2009 e, soprattutto, dal Private Cartizze 2012.

Sono entrambi vini a base Glera 100% con uve selezionate e vinificati con metodo classico. Il Relio è un dosato Extra Brut di 12%vol. dedicato a Aurelio Bisol, fratello di Antonio e dunque zio di Gianluca e Desiderio. 5878 bottiglie per uno spumante eccellente che dimostra la capacità del Glera, coltivato e vinificato come si deve, di competere con vitigni assai più blasonati: una vera sorpresa per me.

E infine il Private Cartizze 2012, non dosato, Brut per 2657 bottiglie prodotte di questo millesimo con tiraggio nel maggio 2013 e sboccatura nel marzo del 2014.

Fra tutti i vini di Bisol che ho bevuto – a parte il Venissa, pare ovvio – questo è quello che preferisco: 12,5%vol., giallo paglierino intenso con sfumature calde; al naso una straordinaria complessità che dai primari intensi di crosta di pane si va via via a percepire sentori di fiori di prato, frutta bianca, fieno. Al palato risulta sapido, armonioso e con una bella acidità che rimane a lungo con un piacevole e particolare retrogusto che non sono riuscito a riconoscere con certezza.

Gran vino che mi costringe a riformulare le mie valutazioni sul Prosecco!

Ovvio che i prezzi di questi vini ballano intorno ai 35/40 €: ma sono per certo di qualità assai migliore di un qualsiasi Champagne industriale, senza fare nomi e con prezzi spesse volte superiori.

Questo Private Cartizze 2012 l’ho accompagnato con un delizioso baccalà mantecato – ristorante da Ugo, vedi link sotto – e, a casa mia, con i cibi più vari, come da immagini qui sopra; il mio consiglio, però, è di berlo senza accompagnarlo con nulla: compagno straordinario per quelle coccole che ogni tanto ci meritiamo.

Salute.

http://www.vincenzoreda.it/si-fa-presto-a-dire-prosecco/

www.dobladino.it

www.daugo.net

 

 

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Si fa presto a dire Prosecco

http://www.bisol.it/

«Prima di passare alle schede tecniche, mi concedo un ricordo personale che testimonia di come il Prosecco sia uno di quei vini che possono risolvere, con semplicità e eleganza, qualsiasi situazione: uno di quegli amici sicuri che c’è quando ti occorre; una di quelle donne, amiche o amanti, la cui compagnia è un balsamo privo di controindicazioni.

La piramide dell’isola di Montecristo si ergeva al nostro traverso indorata da un sole basso che pareva un’arancia. Il mare latteo ristava senza un’onda e le vele erano silenziose e mosce: lo sconforto di una bonaccia, il peggio per una barca a vela. Ma avevamo appena pescato un tonnetto che era stato immediatamente stufato. Ci bevemmo in abbondanza un Cartizze, anonimo, che uno di noi aveva portato in cambusa. E chi se lo dimentica più quel Cartizze bevuto al tramonto davanti a Montecristo!».

In questa maniera concludevo un articolo pubblicato sul n.59 (settembre 2011) del mensile Horeca Magazine: si trattava di un articolo dedicato a una delle più importanti case produttrici di Prosecco DOCG Conegliano-Valdobbiadene.

Prosecco oggi significa oltre 300 mln. di bottiglie, una gran parte delle quali esportate in tutto il mondo (nel 2013 per numero di bottiglie esportate ha superato Sua Altezza Reale lo Champagne), oltre 8.000 produttori che operano in circa 600 comuni di 9 province tra Veneto (5) e Friuli 4).

Il Prosecco ottenne la DOC nel 2009, stesso anno in cui Conegliano-Valdobbiadene guadagnò la DOCG; due anni più tardi fu riconosciuta la DOCG Asolo.

Valdobbiadene è oggi un comune, addossato sulla riva sinistra del Piave, di circa 11.000 abitanti; nel suo territorio 107 ha. di vigne costituiscono il Sancta Sanctorum del Prosecco: Cartizze, distribuito nelle frazioni di Santo Stefano, San Pietro di Barbozza e Saccol. La denominazione esatta è: “Prosecco di Valdobbiadene Superiore di Cartizze”, oltre 100 diversi vignaioli ne producono 1,4 milioni di bottiglie. Vale la pena ricordare che oggi un ettaro di vigna in Cartizze è forse il terreno agricolo più costoso del nostro Paese (si arriva anche a 2,5 mln. di euro!).

Ho avuto la fortuna di camminare le vigne di Cartizze accompagnato da Desiderio Bisol, enologo diplomato al celebre Istituto G.B. Cerletti di Conegliano, prima scuola enologica italiana fondata dal chimico Antonio Carpené, nel 1876.

Desiderio è il fratello più giovane di Gianluca, che si occupa di gestione e amministrazione: è ancora in gran forma il papà Antonio, figlio di quel Desiderio Bisol che nel dopoguerra trasformò una storica famiglia di vignaioli – presenti sul territorio fin dal XVI secolo – in una moderna azienda che esporta i suoi vini in tutto il mondo e che può essere considerata al vertice qualitativo del Prosecco, e non soltanto. Oggi la famiglia Bisol, con diversi marchi, produce oltre 1,5 mln. di bottiglie di cui circa 400.000 commercializzate con il marchio Bisol, ovvero l’apice della piramide della qualità.

Ma desidero ritornare alle vigne, a camminare le vigne, come soleva scrivere Gino Veronelli. Perché camminando per le sue vigne ti accorgi che cosa significa una certa bottiglia di vino, quale che sia.

Gustare un calice di Cartizze, vinificato con il metodo classico, dopo aver visitato – una mattina luminosissima di fine ottobre – queste vigne piantate su pendii impossibili (le famose Rive) che permettono soltanto faticose lavorazioni manuali, accompagnato da chi conosce le sue viti una per una,  significa che quel calice di Cartizze avrà tutt’altro gusto, tutt’altro valore.

Delle faccende organolettiche dei vini Bisol tratterò a parte, qui mi preme spiegare quanto il lavoro in vigna che si fa da queste parti non viene abbastanza raccontato, quando del Prosecco si ha un’immagine di vino industriale, facile, che tutto sommato vale poco.

Desiderio lavora con un agronomo, con un botanico e, addirittura, con un entomologo e non sproloquia sul bio o sul biodinamico: la serietà, la competenza, la ricerca, l’impegno non seguono slogan modaioli. Poi, alla resa dei conti, i vini sanno raccontare le storie giuste. A chi queste storie sa prestare orecchio.

A chi, in fondo, se le merita.

http://www.vincenzoreda.it/si-fa-presto-a-dire-prosecco-2/

 

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Venissa by Mattia Mionetto

http://venissa.it/

mattia@bisol.it

Qui sopra alcune immagini descrittive di Venissa a cura di Mattia Mionetto. Il resort, strepitoso, è disponibile durante l’inverno ma il ristorante stellato di Antonia Klugmann è chiuso, anche se sono disponibili pasti deliziosi a cura dello staff con gli ortaggi e il pesce di stagione. E il vino, anzi: IL VINO! pare ovvio..

I link sopra per saperne di più e l’indirizzo e-mail per prenotare.

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Tatì by Manolo Chef in Turin

http://www.ristorantetati.it/

Manolo Chef, fino a quando non ho accettato il suo cortese invito, era una di quelle amicizie virtuali che si incontrano sui social network. Però aveva qualcosa che mi ispirava e io, quando sono così saggio da seguire le mie sensazioni ingiustificate dal punto di vista del ragionamento, non sbaglio mai.

Sono andato a trovarlo, servendomi della metropolitana, un giorno luminoso di fine ottobre. Zona San Salvario, via Bidone è una traversa di via Nizza, dirimpetto alla stazione di Porta Nuova. Già dall’impatto esterno si comprende che il locale dev’essere particolare.

E particolare lo è: nella saletta di accoglienza, nella sala principale (non più di 20 coperti), nella deliziosa salettina laterale (10/12 coperti). Arredato con gusto, tinte calde, tovagliati semplici come le posate, sedie e tavolini ma di sobria eleganza; luce soffusa e musica di sottofondo al giusto volume.

Conosco Manolo Chef, finalmente. Di origini sarde – Iglesias – con alberghiero frequentato a Alghero. Capita a Torino, forse per amore: la fanciulla sparisce, l’amore per la Città (e chi può dubitarne) rimane.

Dopo varie esperienze – soprattutto un periodo proficuo da Querio, in via Cernaia – circa due anni fa si decide a aprire, con la compagna Tatiana (diminutivo Tati, francesizzato con la “i” accentata: ecco l’origine del nome del locale) che cura le questioni amministrative, questo bel ristorante.

Manolo Murroni è un trentenne con una grande passione per la cucina che ha imparato “rubando”, come si dovrebbe fare sempre, qui e là, da questo e da quello i piatti, il mestiere, i piccoli trucchi, le malizie. E poi, pare ovvio, ci ha messo molto del suo: santa materia prima (scelta con cura e rispettata al massimo grado), preparazioni cucinarie semplici, ricerca ossessiva degli accostamenti con sempre una interpretazione e una lettura personale di ogni piatto.

Ho gustato un eccellente cocktail solido a base di Inzolia siciliano, fico d’India, ananas, arancia e limone; una battuta di fassona con uovo di quaglia, uvetta di Corinto e miele di tiglio; coniglio grigio con nocciole nostre sopra una salsa – quella che si chiama volgarmente “letto” – a base di datterini e cipolla di Tropea; poi uno strepitoso ragout di cinghiale con spaghetti di Gragnano (cottura come si deve) e dei gustosissimi agnolotti di grano saraceno ripieni di carne e insaporiti con burro chiarificato, noci, speck e erba cipollina.  I dolci, sempre a cura di Manolo, sono deliziosi (soprattutto un certo suo torrone liquido) e poi non ho fotografato un fuori programma che forse è, nella sua estrema semplicità, la preparazione migliore che ho gustato: stracotto di guanciale di vitello al Barbaresco. Senza parole: bisogna provarlo.

Abbiamo bevuto un Cabernet Sauvignon di Marilena Barbera (Menfi, Agrigento): La Vota 2008, eccellente! E assai curata la carta dei vini con una scelta che abbraccia l’Italia intera, pur con prevalenza piemontese: segnalo i vini dei miei amici Marrone di La Morra.

Chiaro che lo consiglio con grande convinzione! Anche se non ci andate a nome mio, sarete per certo trattati con grande professionalità accompagnata da una palpabile passione e un piacevole, misurato, entusiasmo: mica poco (i prezzi sono assolutamente in linea con le aspettative, 40/50 € senza esagerare con i vini).

Per i contatti e ogni ulteriore informazione, il link del sito qui sopra.

Salute!

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Sulle ali del Barolo di Gianni Gagliardo

Sulle ali del Barolo

Editore Cinquesensi di Lucca, 15 euro per 160 pagine fresche, curiose, insolite.

Gianni Gagliardo, grande del vino e grandissimo del Barolo (ah! il suo Preve, Barolo di ogni tanto e per pochi…), ha voluto 21 dei miei bicchieri e la copertina dipinta proprio con qualche goccia di Preve 2007. Devo ringraziarlo, è venuto un gran bel lavoro, così come eccellente è stata l’opera di Leonardo Castellucci, l’amico editore di Lucca (ma fiorentino autentico e tra i pochi fiorentini simpatici).
Avanti Savoia!!

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Sulle Ali del Barolo

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I miei quadri per G. Gagliardo

Sulle Ali del Barolo, di Gianni Gagliardo, Cinquesensi Editore di Lucca.

Qui sopra i miei tre testi d’introduzione alle tre sezioni (7 quadri ciascuna) che sono contenute fuori testo nel libro.

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La Fisiologia del gusto di J. A. Brillat-Savarin

Gli anni erano quelli di Marie Antoine Carême (1784/1833) cuoco di Napoleone – che era un pessimo commensale ma lo usava per i suoi ospiti illustri, spesse volte veri gourmet -, dello zar Alessandro I, di Re Giorgio IV d’Inghilterra ma soprattutto di Talleyrand, grande diplomatico e soprattutto grande buongustaio.

savarin iLa Rivoluzione aveva costretto i cuochi a lasciare le sicure e esclusive cucine nobiliari e affrontare finalmente “il mercato”: stava nascendo la ristorazione e la Francia con Parigi erano la frontiera.

Nel 1803 era stato pubblicato l’Almanach des Gourmands di Grimod de la Reynière.

Jean Anthelme Brillat-Savarin era nato il 22 febbraio 1755 a Belley, pochi chilometri a nord-ovest di Chambery (Ain) e aveva studiato giurisprudenza. Divenne importante magistrato durante la Rivoluzione ma dovette fuggire negli Stati Uniti durante il Terrore, ritornò in Francia dopo la caduta di Robespierre nel 1796.

Napoleone lo nominò giudice a vita della Corte di Cassazione.

La Physiologie du goût uscì anonima (Savarin pensava di doversene vergognare) nei primi giorni di dicembre 1825. Ebbe un immediato successo e il magistrato si fece riconoscere e ebbe agio di assaporare un po’ di successo prima di defungere due mesi più tardi, il 1 febbraio 1826, causa una polmonite.

Riposa in Père Lachaise.

Chiaro che questo è uno testi irrinunciabili per chi di cibo, cucina, alimentazione si occupa a qualsiasi titolo.

Libro tradotto, citato, lodato – a pieno merito, pare ovvio – ovunque e in qualsiasi epoca.savarin 1 i

La struttura prevede una parte introduttiva che comprende XX Aforismi del Professore per servire da prolegomeni alla sua opera e di base eterna alla scienza, XXX Meditazioni composte di 148 capitoletti (l’ultimo è dedicato alla sua Gastarea, dea e musa del piacere del gusto che si venera – guarda un po’! – a Parigi e si festeggia il 21 settembre) e XXVII Varietà. Un Congedo ai gastronomi dei due mondi chiude il libro.

La lettura è proprio gustosa, soprattutto se la si fa da un punto di vista filologico (ci separano due secoli di scienza dell’alimentazione, due secoli di ristorazione, centinaia di prodotti e preparazioni nuove, 6 miliardi di uomini in più….) e non si prende tutto per buono quel che il buon magistrato pensa e racconta negli anni Venti del XIX secolo nella Parigi della Restaurazione.

Bella l’edizione cartonata di Slow Food (2008 con riedizioni successive), 400 pp. per 14,50 euro.

Per certo da leggere con attenzione e (buon)gusto e da conservare con gran cura  in biblioteca. E, attenzione (vale per tutti i libri ma di più per quelli importanti): guai a prestarlo agli amici!

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