Argotec, space food by chef Stefano Polato, from Turin (Italy)

http://www.argotec.it/argotec/

http://www.ristorantecampiello.com/

Stefano Polato ha poco più di trent’anni. Da tre anni è il responsabile dello Space Food Lab della Argotec di Torino, azienda che si occupa di ideare e produrre il cibo per gli astronauti della stazione spaziale europea. Di origine veneta, ha aperto da circa otto anni il suo ristorante Campiello a Monselice (PD), specializzato soprattutto in preparazioni tradizionali di pesce. Si è formato a Venezia.

E’ stata la conoscenza di Samantha Cristoforetti a permettergli di assumere questo ruolo all’interno della Argotec. A stretto contatto con la nostra astronauta, egli ha sviluppato un programma di ricerca per produrre cibo che ha forti origini nelle tradizioni del Made in Italy e declinarlo per lo spazio, dovendo attenersi a rigide specifiche tecniche che prevedono la totale assenza di conservanti e additivi di qualsiasi genere. Il cibo  viene trattato con un processo di termostabilizzazione a temperatura tra i 70 e gli 80 gradi Celsius. Viene poi sistemato in contenitori particolari che devono garantirne la perfetta conservazione per almeno 18/24 mesi.

Le dosi di queste preparazioni sono realizzate con un dosaggio perfetto dei vari nutrienti che tengono conto delle particolari esigenze di atleti speciali che lavorano in condizioni di totale assenza di gravità che sono poi gli astronauti della stazione spaziale.

Da  qualche tempo la Argotec ha avviato un programma di collaborazione con la Catena di Home Restaurant Gnammo per rendere queste ricerche disponibili anche per consumatori terrestri, magari atleti con particolari esigenze nutrizionali da soddisfare.

Le preparazioni comunque conservano un certo sapore, in alcuni casi di sorprendente piacevolezza: preparare cibi che abbiano un loro valore di apprezzabile gusto fa parte delle ricerche della Argotec e dell’impegno di Stefano Polato e del suo staff.

Importante citare, infine, il brevetto di una macchina per realizzare il caffè all’italiana in orbita, in collaborazione con la Lavazza.

http://gnammo.com/#3

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Il coniglio al civet di Cesare Giaccone per il mio libro

La dodicesima, e ultima, ricetta d’autore per il mio libro sui peperoni di Carmagnola avrà come straordinario esecutore Stefano Polato e saranno dei peperoni spaziali, cucinati per gli astronauti!
Questa, raccolta ieri, è l’undicesima. Senza nulla togliere agli altri amici cuochi, ieri ho avuto l’immenso privilegio di passare due ore in cucina con Cesare Giaccone.
Tutti gli altri sono cuochi, Cesare è un artista.
Mi ha preparato un coniglio al civet con peperoni sbalorditivo per la delicatezza e la complessità. Domani farò l’articolo per il mio sito, ma non svelerò uno dei segreti (il più importante) che fanno di questo piatto semplice un piatto di Cesare Giaccone.

Comunque, innanzi tutto il coniglio: grigio, di Carmagnola. Poi la scelta del vino, importantissima: un Dolcetto d’Alba appena imbottigliato con 12%vol. di alcol (mezza bottiglia per mezzo coniglio di circa un chilogrammo, pulito). L’olio per soffriggere il coniglio: un olio extravergine di rara delicatezza, arriva dalle tenute reatine di un artista, il maestro Gigi Vessicchio (davvero incomparabile). Dopo la soffrittura si versa il vino e si cuoce a fuoco alto per almeno 30/45 minuti aggiungendo le varie spezie e i peperoni tagliati non troppo sottili. Quando il vino è tutto evaporato, a fuoco lento, comincia il lavoro di rifinitura con una stufatura nel brodo. E qui c’è un segreto, che non svelo. Il risultato è sensazionale, provare per credere.

Oggi Cesare cucina soltanto su appuntamento, ma ne vale la pena per davvero; chi ha una volta soltanto avuto il privilegio di gustare, per esempio, il suo capretto arrosto lo ricorderà per tutta la vita.

E poi, omaggio estremo e incommensurabile, mi ha preparato la sua zuppa di castagne: sapori antichi che sono indescrivibili.
Sono onorato di poter scrivere queste parole e di poter mostrare queste immagini: un Maestro vero come Cesare Giaccone (Albaretto della Torre, Alta Langa) merita questo e ben altro ancora.

La Botega ‘d Cesare -Via Umberto, 9 – Albaretto della Torre (CN) – 333 6840852/0173 520147

info@cristalerbe.com – Facebook: La Botega ‘d Cesare.

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La Tonda gentile a Grinzane Cavour con l’Accademia Italiana della cucina

Sabato 18 aprile alle 9,45, presso il castello di Grinzane Cavour, s’è svolto il convegno: “La nocciola Piemonte Igp (o tonda gentile) – Qualità e ricchezza del Piemonte tra le Langhe e Torino“. Promosso dalle delegazioni di Alba-Langhe, Torino e Torino Lingotto dell‍’Accademia italiana di Cucina, istituzione culturale nata con lo scopo di valorizzare e proteggere le tradizioni della cucina italiana, sia nel nostro paese sia all’estero.

Con intereventi di: Tino Cornaglia, Mauro F. Frascisco e Paoletta Picco, senatore Tomaso Zanoletti (presidente dell’Enoteca regionale piemontese di Grinzane Cavour), Flavio Borgna (presidente dell’Ente Fiera della nocciola), Pierluigi Vaccaneo (direttore della Fondazione Cesare Pavese), Alberto Cirio (componente Commissioni Ambiente, Sanità e Sicurezza alimentare, Agricoltura e Sviluppo Rurale presso il Parlamento europeo), Francesco Caffa (presidente di Nocciole Marchisio), Gian Paolo Braceschi (food technologist del Centro studi assaggiatori – Ente certificazione Prodotti agroalimentari), Elisabetta Cocito (direttore del Centro studi regionale dell’accademia) e lo chef stellato Marc Lanteri.

Nell’occasione è stato consegnato il premio intitolato a Paolo Bertani (scomparso presidente della delegazione e coordinatore del Piemonte), dedicato a uno chef torinese che abbia valorizzato la cucina italiana nel mondo. La scelta è caduta quest’anno su  Fabrizio Schenardi, nato a Rivoli, attualmente executive chef del Four Seasons resort al Walt Disney World in Orlando (Florida).

Interventi di profilo alto tra i quali non posso non segnalare le parole lucide, calde, incisive di Bruno Ceretto, un Grande Vero. Poi, Pierluigi Vaccaneo (che scopro marito della mia amica Cristina Torrengo), direttore della Fondazione Cesare Pavese, ha introdotto i lavori del convegno sulla Tonda Gentile. E’ stata una bellissima introduzione, impreziosita da alcune memorabili citazioni di Cesare Pavese, Chi mi conosce sa che amo poco Cesare Pavese: meno come poeta che in qualità di romanziere. Per me Cesare Pavese è il più grande traduttore italiano, meglio anche di Quasimodo (poeta anch’egli da me poco apprezzato), e intellettuale inarrivabile alla guida dell’Einaudi.

In conclusione, Marc Canteri – allievo di Alain Ducasse a Montecarlo e stella Michelin nei suoi precedenti ristoranti di Cuneo e Mondovì, da pochi mesi il nuovo cuoco del Ristorante Al Castello di Grinzane Cavour – ha cucinato per noi un pranzo di tradizione impeccabile (con citazione speciale per agnolotti e uno straordinario, leggerissimo sambajon). Chiaro che è un mio suggerimento: andateci di corsa, per il ristorante e per la bellezza (anche storica, oltre che paesaggistica) del luogo.

Istruttivo, poi, fare un’analisi sensoriale paragonata tra la nostra Tonda Gentile, la Napoletana e la turca (i turchi sono i maggiori produttori al mondo, ma la qualità…).

Grazie a Tino Cornaglia e all’ Accademia Italiana della Cucina.

http://www.accademiaitalianacucina.it/

http://www.castellodigrinzane.it/

http://www.fondazionecesarepavese.it/fondazione.php

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Note di cucina di Leonardo da Vinci

leonardo-1Leonardo da Vinci nacque il 15 aprile 1452, figlio della popolana di Vinci Caterina e del notaio fiorentino Ser Pietro; entrambi si sposarono poco dopo e Leonardo ebbe come padre adottivo, pur riconosciuto da quello effettivo, Accatabriga di Piero del Vacca, di professione pasticcere che gli inculca la passione per la cucina, che, pochi sanno, sarà più forte di ogni altro suo interesse. A bottega dal Verrocchio con l’amico Sandro Botticelli, prende a fare il garzone prima e lo chef poi alla Taverna delle Tre Lumache sul Ponte Vecchio, tra il 1472 e il 1478, anno in cui il locale va a fuoco e Leonardo, col suo amico Sandro, fonda la Taverna delle Tre Rane.

Devono chiudere poco dopo causa il clamoroso insuccesso: i fiorentini non apprezzavano le stravaganze di Leonardo in cucina (vera sorta di nouvelle cuisine ante litteram), né i menu scritti da destra a sinistra con disegni incomprensibili ai più. Intorno al 1482 Leonardo si reca a Milano, presso la corte di Ludovico Sforza (il Moro) da cui ottiene l’incarico di attendere alle fortificazioni e di ricoprire la carica di Gran Maestro di feste e banchetti alla corte degli Sforza.

In questi anni comincia a scrivere quello che viene chiamato Codex Romanoff, una sorta di quaderno degli appunti di cucina del vasari1Maestro. Il testo non è di certissima attribuzione, anche perché mancano notizie storiche sul percorso di queste carte, trovate all’Hermitage come copia che un certo Pasquale Pisapia sostiene aver tratto da un manoscritto originale di Leonardo.

Tutti i particolari lasciano pensare che il testo sia davvero del Maestro e così ritengono i due autori inglesi – Shelagh e Jonathan Routh – che pubblicarono il libro nel 1987.

Il testo è interessante, esilarante e sorprendente: si legge il genio straordinario, distratto, pasticcione, curioso, fuori del suo tempo, mai soddisfatto.

Giorgio Vasari, in quella stupefacente miniera che è costituita dalle sue Vite, ne parla così: “Vedesi bene che Lionardo per l’intelligenza de l’arte cominciò molte cose e nessuna mai ne finì, parendoli che la mano aggiungnere non potesse alla perfezzione dell’arte ne le cose, che egli si imaginava, conciò sia che si formava nell’idea alcune difficultà sottili e tanto maravigliose, che con le mani, ancora ch’elle fussero eccellentissime, non si sarebbono espresse mai. E tanti furono i suoi capricci, che, filosofando de le cose naturali, attese a intendere la proprietà delle erbe, continuando et osservando il moto del cielo, il corso della Luna e gl’andamenti del Sole.”.

Leonardo era bellissimo, suonava la lira e cantava come nessuno, declamava versi, inventava indovinelli e intratteneva le dame di corte con una capacità affabulatoria senza pari. Aveva una passione feroce per la cucina: inventò la forchetta a tre rebbi, inventò una macchina per fare gli spaghetti, costruì un numero impressionante di macchine per rendere il lavoro in cucina meno duro, ma spesse volte le sue macchine si rivelarono marchingegni assurdi che complicavano invece di semplificare il lavoro. E combinò dei gran guai. Tanto che Ludovico, che pure lo stimava immensamente, lo sollevò dalle incombenze cucinarie per invogliarlo a dipingere e a occuparsi delle fortificazioni, faccende cui attendeva, pare, senza alcun interesse, come dimostrano i tre anni passati a prendere tempo durante la realizzazione dell’Ultima Cena (che dipinse poi in soli tre mesi – con una preparazione approssimativa delle pareti -, quando tutti, Priore compreso, si erano spazientiti).

Per concludere, il libro – Edizioni Voland, Roma, 2004 - è un gioiello godibilissimo. Tutto da leggere e rileggere per ripensare la figura immensa di un Mastro irripetibile che però viene sempre presentato in modo tuttaffatto diverso da come, con tutta probabilità, egli era e si sentiva per davvero.

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Massimo Camia e le sue Lasagne al ragout di coniglio con peperoni

http://www.vincenzoreda.it/massimo-camia

Massimo Camia (Stella Michelin) a Barolo: la sua ricetta d’autore per il mio libro in 20 fotografie che raccontano la preparazione di questa ricetta d’Autore.

Dal tirare la sfoglia (26 tuorli per chilogrammo di farina 00), a disossare il coniglio grigio; soffriggerlo con il peperone già arrostito, sbollentare la sfoglia e poi preparare gli strati successivi delle lasagne con ragout e besciamella.

Infine i dettagli per il rifinimento dell’impiattamento, la presentazione e il vino che lo accompagnerà con grande affinità.

Lasagne al ragout di coniglio grigio con peperoni: piatto di preparazione semplice e veloce (non più di una mezz’oretta) ma il risultato è sensazionale. Gusti distinti ma armonizzati con disarmante maestria, da rimanere di stucco (anzi: di sale).

Accompagnato da un Cannubi Damilano 2011 (14,5%vol.) che già adesso non soltanto promette ma è di complessità quantomeno sorprendente, pensando che è appena stato messo in bottiglia: cercatelo e gustatelo fin da ora (al solito: suggerimento disinteressato, ma so che qualcuno mi ringrazierà, almeno in cuor suo: A me basta e avanza).

Buon appetito e salute!!

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Angelo Gaja: ovvero mitopoiesi

http://www.vincenzoreda.it/barolo-gaja-dagromis-2005/

http://www.vincenzoreda.it/il-cremes-di-gaja-una-piccola-eresia/

Se dal volgare marketing ci spostiamo verso territori a me più cari come la letteratura o l’antropologia culturale, scopriamo che lemmi come “marchio” o “brand” sono parole banali e poco significanti se vogliamo descrivere fenomeni  particolari come quelli legati a certi personaggi e alle loro attività che, spesse volte, dall’area meramente commerciale debordano verso questioni che attengono assai più alla sfera culturale e sociale.

Mitopoiesi è una parola di origine greca che significa, più o meno: “capacità di generare nuovi miti“.

E Angelo Gaja, con la sua storia, la storia della sua famiglia, i suoi vini e quella capacità carismatica di poco apparire e meno ancora parlare se non quando la parole devono pesare con la giusta tara, appartiene alla mitopoiesi.

Espletato il mio solito rito, pedante e presuntuoso (ma mi divertono queste faccende),  di questa introduzione, e rimandando ai link sopra evidenziati che trattano con esaustive note di Barolo Dagromis (Barolo “gay“, come lo definisco) e di Cremes (vino “eretico“), desidero qui parlare brevemente del Sito Moresco 2012 che ho bevuto, insieme al Dagromis 2010, di recente.

Innanzi tutto va detto che questi tre prodotti sono da considerare i gradini d’ingresso alla galassia del mito Gaja, vini che si trovano a prezzi compresi tra i 20 e i 40/50 € a bottiglia e che, considerando che si tratta di Gaja, sono prezzi onesti per vini che comunque possiedono, al di là del fascino del mito, caratteristiche organolettiche comunque di livello almeno medio-alto.

Il Sito Moresco è un vino che Gaja ha cominciato a produrre tra la fine dei Settanta e gli Ottanta in diversi ettari situati in zone differenti della proprietà (comunque tra Barbaresco e Treiso), è costitutito da un uvaggio di Nebbiolo, Cabernet Sauvignon e Merlot in percentuali più o meno paritarie. Uso di barrique non nuove che in questo caso sono proprio opportune per arrotondare e armonizzare tre vini assai differenti tra loro. Il risultato è un prodotto di qualità elevata, gran corpo, alcol al 14% e bel colore rubino intenso con tannini dolci e quel certo sentore erbaceo del Cabernet che spicca tra i velluti del Merlot. Vino di grande equilibrio e lunga persistenza (più al palato che in gola). Vino a tutto pasto che si può accompagnare con tanta roba. Mi raccomando: servire abbastanza fresco (15/16° sono la temperatura giusta).

Certo, avendo la fortuna di berlo in compagnia di Angelo Gaja, e magari della sua famiglia, si gusta più assai.

Salute.

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Nebbiolo crying in Langa/Il pianto della vite

Il Nebbiolo piange e gemma in questi giorni attorno alla Pasqua.
Queste viti le ho fotografate ieri a Vergne.
Quando vedo piangere le viti, mi commuovo: è un pianto di gioia, un pianto di vita.
IL PIANTO DELLA VITE PER LA VITA…

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Le parole lucide di Attilio Scienza

Riporto assai volentieri uno scritto di Attilio Scienza, tratto dal settimanale economico del Gamberorosso on-line del 26 marzo 2015 (anno 6, numero 13). L’intervento del Prof. Scienza è quanto mai lucido e opportuno; soprattutto, come al solito, indica una via: la sola perseguibile, fuori da mode illusorie e disinformazione mediatica.

vini&scienza.

SOSTENIBILITÀ, BENE COMUNE?

Attilio-Scienza-RiccagioiaL’Italia è in preda ad un incantesimo ideologico che esalta un passato dal quale siamo fortunatamente usciti grazie alla sofferenza ed al lavoro delle generazioni precedenti: si vuol far credere che i “contadini” possano costruire sulla nostalgia, la prospettiva economica del terzo millennio. Il cibo “narrato e naturale”, del quale non abbiamo nessuna prova sia migliore dell’altro, ci costa però molto di più. Mentre noi narriamo il cibo, il resto del mondo sta incrementando le rese per ettaro e ci fornisce le commodity necessarie per il nostro made in Italy. Serve innovazione, ricerca e sperimentazione per migliorare la qualità e la quantità delle nostre produzioni. Mentre i Paesi nordeuropei si aspettano per le grandi problematiche quali cambiamenti climatici, protezione ambientale e produzione di energia, che le innovazioni scientifiche e tecnologiche avranno un impatto positivo, l’Italia assieme all’Austria è il Paese dove ci si aspettano meno ricadute positive. Si ascoltano più le sirene nostalgiche che il parere dei ricercatori. Dall’ultimo dopoguerra ad oggi le persone a rischio della vita per fame è sceso di tre volte. Il cambiamento è avvenuto per le innovazioni portate nelle campagne: meccanizzazione, selezione dei semi, la chimica fine che ha aiutato a combattere funghi, insetti, etc. La nuova religione è la gastrolatria: meglio degustare che mangiare, meglio assaggiare che bere. Se oggi l’Italia marca un ritardo economico ed una stanchezza progettuale è perché ha smarrito le capacità organizzative del sistema. Resilienza non significa decrescita, piuttosto maggiore comprensione dei processi produttivi per individuarne i punti deboli ed introdurre innovazioni che consentono un migliore utilizzo delle risorse naturali. I progetti di sostenibilità non possono essere ricondotti ad un travaso passivo di norme dall’ente certificatore al viticoltore, come da un bicchiere pieno ad uno vuoto, nel nostro caso le teste dei viticoltori entro le quali versare il sacro liquido del sapere, ma quello di aprire in loro il vuoto. Nella pedagogia di un progetto di sostenibilità, la cosa più importante è creare nel viticoltore il vuoto, un luogo (in senso aristotelico) dove coltivare la curiosità e la voglia di imparare e capire.

Attilio Scienza Ordinario di Viticoltura Università degli Studi di Milano

 

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Ristorante La Piazza, Piazza dei Mestieri a Torino

Te la trovi davanti alla cima di una piccola salita, ti si apre luminosa la corte quadrata della Piazza dei Mestieri, nel cuore del quartiere San Donato, le cui pietre raccontano storie di oltre 2 secoli.

I 7000 mq in puro stile liberty sono stati fabbrica e opificio, per poi trasformarsi in progetti e socialità. I portoni che nell’800 accoglievano gli operai e i lavoranti si aprono oggi a un plotone di studenti, oltre 500 giovanissimi avviati a un mestiere direttamente dai maestri della migliore tradizione culinaria e artigianale piemontese.

La Piazza dei Mestieri è prima di tutto un progetto che crea il futuro dei ragazzi, fatto di aule per le nozioni, laboratori per sperimentare, spazi condivisi per crescere: entrano allievi, ne escono cuochi, barman, cioccolatieri, pasticcieri, panettieri e grafici.

Dalla formazione alla tavola, ci si ritrova pochi metri più in là: alle tavolate del

Birrificio, dove il luppolo ambrato porta i nomi di Chagall e Renoir. Un capolavoro a

misura di boccale”.

Locale arioso, posto al secondo piano di un vecchio opificio ristrutturato con giudizio oltre dieci anni fa in zona San Donato (due passi da piazza dello Statuto). Aperto sette giorni su sette e gestito da circa un anno e mezzo da Maurizio Camilli e sua moglie Olga. Maurizio ha una bella carriera maturata in anni di lavoro con Teo Musso.

Servizio impeccabile,  arredamento, tovagliati, posate e bicchieri all’altezza di un locale fine/medio fine. Circa 50/60 coperti disposti con bella ariosità. Ottima carta dei vini (magari migliorabile, ma senza appunti gravi) con preponderanza, come si deve, per i nostri piemontesi.

Ho bevuto un Pelaverga di Alessandria, ottimo.

La cucina è davvero eccellente con una materia prima impeccabile a partire dalle carni, gli insaccati, i latticini, le verdure. Tra tutti i piatti gustati (nessuno meno che eccellente), davvero memorabili l’antipasto con la polpa di granchio (sensazionale) e il guanciale di patanegra (cotto a lungo a 60° e guarnito in maniera impeccabile con spinaci, carciofi e radicchio).

Si mangia e si beve benissimo (citazione per la birra speziata offerta come aperitivo) spendendo meno di 40 euro, vini esclusi (vini che comunque hanno ricarichi più che onesti: si può bere un Barolo discreto spendendo 35 euro!!).

Locale che consiglio con convinzione: chi seguirà le mie indicazioni, sono certo, mi ringrazierà  (è sufficiente che lo faccia tra sé e sé: iddio sa ascoltare…).

Insalata di verdura, foglie aromatiche, frutta, maionese vegetale e quinoa soffiata  
 10 €


Sfilata di antipasti (tonno di coniglio, salsiccia di Bra, giardiniera, acciughe del  cantabrico)    
11 €


Carpaccio di Gambero rosso e burrata con frutta disidratata     
11 €


Farro risottato con carciofi e capasanta
    10 €


Strozzapreti al burro, acciugha e cavolfiore   
 9 €

Guancetta di patanegra    16 € 

 

011.197.09.679

331.889.72.92

ristorante@piazzadeimestieri.it

http://www.ristorantelapiazza.com/lacarta/

Via Durandi 13 – Torino

 

 

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Barolo & Co 1/2015: il mio articolo sui grissini

 

http://www.vincenzoreda.it/lobelisco-anticlericale-di-torino/

http://www.vincenzoreda.it/ghersa-gherssin-grissino-un-po-di-storia-seria/

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Postcards from Vinitaly 2015

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Saper mangiare (e bere) a Peschiera del Garda

Una delle mie regole ferree nell’alimentazione è costituita dal seguente intendimento: in ogni posto bere e mangiare, se possibile, le specialità locali. In Italia è abbastanza facile e quasi sempre premiante.

Vinitaly significa fuggire da Verona al più presto possibile e rifugiarsi, la sera, nei magnifici posti seminati lì intorno nel raggio di pochi chilometri: Peschiera del Garda, per molti versi, è un’ottima scelta.

Quest’anno ho alloggiato all’Hotel San Marco, proprio in riva al lago: un tre stelle da consigliare senza indugi: rapporto prezzo/qualità eccellente, pulizia, servizio attento, location magnifica.

Ho mangiato due volte al ristorante (pizzeria) La Terrazza e una volta a La Plume: sono entrambi sul Viale del Risorgimento, distanti un paio di centinaia di metri uno dall’altro e poco di più entrambi dall’albergo.

Qui gli operatori turistici sono tra i migliori d’Italia: abituati da molti decenni a una clientela mitteleuropea esigente e assai educata. Si vede: nella qualità del servizio, dell’accoglienza e nell’onestà dei prezzi.

Bevuti due vini eccellenti e in bottiglia da 0,375 (pratica quando si è da soli a bere): Lugana Ottella (tra i migliori dei Trebbiano che qui si declinano come Lugana), complesso, fruttato, persistente; Chiaretto di Ca’ Maiol, un classico uvaggio del Garda (Marzemino, Sangiovese, Groppello e Barbera) vinificato in rosè, ottimo a far compagnia al Lavarello.

Specialità: il Lavarello in primis. Salmonide di lago (arriva nel XIX secolo dai laghi del nord), Coregonus Lavaretus (nei laghi del centro Italia si chiama Coregone), carni pregiatissime, si pesca soltanto con la rete. Consumato con una semplice griagliatura.

Capunsei: gnocchi tipici dell’alto Mantovano nella tradizione dei cibi poveri. Sono gnocchi di pane pesto impastati con uova, formaggio e brodo (anche vegetale). Cuoca Arleta e scelta deliziosa:per certo da provare.

Per il resto un po’ di mare: ottimi polipetti in umido con polenta e una classica frittura rivisitata con l’aggiunta di melanzane.

Il tutto con grande soddisfazione.

 

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Come si vende un vino, raccontando il Territorio: il Cirò di Giuseppe Ippolito

http://www.vincenzoreda.it/ciro-du-cropio/

Una delle motivazioni per cui vengo volentieri al Vinitaly, malgrado la mia sempre più fastidiosa idiosincrasia per le folle le calche le cacofonie i cafoni – tutta roba che il Vinitaly sa dispensare con rara classe e grande professionalità – è rappresentata dalla possibilità di incontrare ogni anno gli amici e i loro vini. Tutte persone eccezionali, ognuna a modo suo: pare ovvio.

Tra questi, primus inter pares, Giuseppe Ippolito, Seppetto per gli amici cirotani, con i suoi tre Cirò, soltanto rossi: Damis, Serra Sanguigna e Dom Giuvà.

Quel che ogni anno mi stupisce è la sua capacità di coniugare i suoi vini con il territorio e le specialità, uniche di quella straordinaria parte ionica della Calabria. Giuseppe sa vendere storie, suggestioni, cibo, paesaggio, uomini.

E ogni anno, con sorprendente puntualità, nella sua rete intessuta con i suoi Cirò, la sardella, le confetture di peperoncino, ‘a sazizza, ‘e suppressate s’impigliano personaggi incredibili, storie improbabili.

E non a caso restano impigliati, attaccati a quei palamiti impostati con l’esca della passione e dell’unicità di prodotti straordinari e poco conosciuti: questo è saper vendere un vino, un posto, secoli di storia; suggerire sapori, indicare accompagnamenti insospettabili (pecorino e confettura di peperoncino o di cipolla di Tropea, per esempio…).

Quest’anno nella rete portentosa di Seppetto s’è impigliato Dionigi (Dio, per gli amici) con la figlia Ines: Ristorante Italiano a Kygali, Rwanda, Africa Nera (ci vanno ospiti ogni tanto i grandi maschi alfa dalla schiena argentata che sono i leader dei Gorilla di montagna….). Storia straordinaria di un viaggiatore nato a Foggia che gira l’Italia, sposa una ragazza di colore e con lei tutto il suo paese: la bellissima Ines e il ristorante Soleluna ne sono i magnifici risultati.

E in piena Africa Nera si berranno i Cirò rossi dell’azienda Du Cropio di quell’adorabile bucaniere che si chiama Giuseppe Ippolito, Seppetto per gli amici cirotani.

Salute!

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Riedel, giocando con i decanter, Vinitaly 2015

I decanter di Riedel sono per davvero di straordinario fascino: per eleganza, per creatività, per l’armonia di linee e volumi.

Esposti in una vetrina dello stand di Gaja Distribuzione non ho saputo resistere a giocare con la mia macchina fotografica e con il mio estro.

Il risultato credo sia quantomeno interessante. Certo, in studio (con controllo di luci e prospettive) si potrebbe fare ben altro…

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Vinitaly 2015, Bilancio in sintesi

50ª edizione dal 10 al 13 aprile 2016

VINITALY 2015, UN’OTTIMA ANNATA

CRESCONO I BUYER ESTERI IN ARRIVO DA 140 PAESI. NEL 2014 ERANO 120.

I visitatori a quota 150mila. Oltre 2.600 giornalisti da 46 nazioni. Riprende il mercato interno con operatori horeca e Gdo.

Verona, 25 marzo 2015

Tutto il mondo a Vinitaly, con operatori professionali da 140 Paesi, ben 20 in più rispetto al 2014. «Il risultato centra l’obiettivo che ci eravamo prefissati. Grazie all’aumento del 34% degli investimenti dedicati all’incoming e alla collaborazione con il Ministero dello Sviluppo economico, l’Agenzia-ICE e il Ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali, abbiamo aumentato la già alta partecipazione di buyer stranieri», ha affermato Ettore Riello, presidente di Veronafiere.

In totale i visitatori sono stati circa 150mila, ma rispetto al passato c’è più Far East, con Thailandia, Vietnam, Singapore, Malesia. Crescono il Messico e anche l’Africa, con new entry interessanti come Camerun e Mozambico. Bene pure il Nord Africa, con la ripresa di Egitto, Tunisia e Marocco sia per il vino che per l’olio extravergine di oliva di Sol&Agrifood.

«I grandi mercati di Usa e Canada da soli rappresentano il 20% degli oltre 55mila visitatori esteri. L’area di lingua tedesca, Germania, Svizzera e Austria, si conferma la più importante con il 25% delle presenze, il Regno Unito è al terzo posto con il 10%, seguono in termini numerici i buyer dei Paesi Scandinavi e quelli del Benelux – ha detto Giovanni Mantovani, direttore generale di Veronafiere –. Abbiamo registrato grande soddisfazione da parte degli gli espositori, per la capacità di Vinitaly di migliorare di anno in anno il numero di buyer esteri e la qualità dei visitatori, mantenendo alto il numero dei contatti, tanto che aziende private di grande rilevanza hanno già sottoscritto rinnovi triennali per le prossime edizioni».

Merito anche della nuova profilazione dei visitatori adottata quest’anno, con un ulteriore affinamento della selezione del target dei visitatori e con la registrazione di tutte le persone in ingresso: questo costituirà un data base di straordinario valore per le prossime iniziative di marketing e sviluppo internazionale.

Nella top ten dei Paesi, impressiona la crescita della Francia, che precede il Giappone, mentre Cina, Hong Kong e Taiwan si collocano all’ottavo posto. La Russia, nona, è l’unica in controtendenza come conseguenza della difficile situazione geopolitica in atto. Chiude al decimo posto il Brasile.

Sono in aumento le presenze da altri Paesi dell’Unione Europea, in particolare da Polonia e Romania.

Questo Vinitaly assiste anche al ritorno di un certo ottimismo per il mercato interno, con operatori interessati provenienti da tutta Italia, sia del canale horeca, sia della Gdo.

La manifestazione è stata seguita da oltre 2.600 giornalisti da 46 nazioni.

ALCUNE DICHIARAZIONI

Mastroberardino – Piero Mastroberardino

«Tanta clientela business con una copertura completa dei mercati classici e al lunedì grande partecipazione di clientela business nazionale. I numeri sono importanti e abbiamo meeting con operatori anche oggi che è l’ultimo giorno.

Abbiamo avuto contatti anche con operatori di mercati non maturi e in fase di sviluppo, che approcciano al vino con interesse. Siano riusciti a presentare alcune nostre nuove iniziative innovative e a veicolare messaggi più raffinati che in passato».

Umani Ronchi – Michele Bernetti

«Vinitaly è la fiera dove c’è il focus del vino italiano e dove tutto il mondo converge. Sono per noi giorni importanti e di grande soddisfazione».

Ferrari – Camilla Lunelli

«Per quanto riguarda i buyer esteri il bilancio è positivo. Bene anche il mercato-Italia, con Gdo e ristoratori di alto livello. Ottima l’anteprima di OperaWine».

Marchesi di Barolo – Valentina Abbona

«In questo Vinitaly abbiamo avuto la conferma che, almeno per quanto riguarda il settore agroalimentare, quanto da tempo auspicato si sta rapidamente realizzando: un flusso continuo di operatori da ogni Paese del mondo. Australia, Malesia, Indonesia, Taiwan, Corea, Giappone, Kazakistan, Emirati e tanti altri: un interesse vero che coniuga cultura e passione con il business».

Peter Lundgard Schmidt – Buyer dalla Danimarca

«Le domande del mercato danese relativamente al settore vitivinicolo sono indirizzate verso la ricerca di vini fruttati e poco corposi. È proprio nella produzione italiana che il nostro mercato trova la risposta ideale a queste esigenze. Ho frequentato diverse fiere dedicate al settore, ma è la mia prima volta a Vinitaly. Ho scelto di venire a Verona con la consapevolezza di trovare nuovi produttori ed occasioni di business molto interessanti».

 

Clinton Ang – Corner Stone, buyer da Singapore (il principale importatore dal sud-est asiatico)

«Il mercato del vino italiano a Singapore sta vivendo una stagione molto positiva. Il nostro Paese ha scoperto da poco il cibo italiano e le qualità enogastronomiche dell’Italia intera. Tutte le regioni sanno offrire una produzione vitivinicola eccellente e in grado di rispondere a tutte le esigenze, nonché a sposare sapientemente qualsiasi pietanza.

La mia famiglia viene a Vinitaly da tre generazioni e per me è già il quinto anno. Solo qui troviamo tutti i produttori che ci interessano e riusciamo a fare business in modo efficiente e molto concentrato, è la fiera perfetta in questo senso ed ogni anno ci consente di stringere rapporti commerciali molto importanti.

Sono in questi giorni a Verona rappresentando circa 27 regioni del Sud-est asiatico da Singapore a Hong Kong: l’obiettivo che ci eravamo posti prima della partenza era quello di trovare un Prosecco che rispondesse a determinate caratteristiche. Non solo ho già trovato quello che cercavo, ma da questo incontro è nata una joint venture con l’azienda. Non posso che ritenermi soddisfatto».

Wong Yin-How – Managing Director Vintry, buyer dalla Malesia

«Il mercato del vino in Malesia sta crescendo di circa del 10% e anche i vini italiani stanno guadagnando nuove quote di mercato. Per il momento i vini più venduti sono quelli toscani, ma ho scelto di venire a Vinitaly proprio per cercare nuove cantine che producano vini bianchi e freschi. Posso definirla sicuramente un’esperienza costruttiva, ho trovato produttori del Piemonte, Sicilia, Umbria e Campania, davvero molto interessanti. La mia permanenza in fiera non è ancora conclusa, sono certo che troverò anche altri produttori potenzialmente interessanti per il nostro mercato».

Maurizio Martina, ministro delle Politiche agricole, agroalimentari e forestali

«Il settore vitivinicolo è un patrimonio fondamentale per l’Italia con oltre 14 miliardi di euro di fatturato e migliaia di aziende che rappresentano con passione, innovazione e professionalità la ricchezza dei nostri territori. Vogliamo aiutare queste esperienze a crescere, liberandole da lacci burocratici che le hanno appesantite in questi anni. In questi dodici mesi abbiamo messo in campo un’operazione di semplificazione che ha portato alla dematerializzazione di 64mila registri, al taglio di burocrazia inutile e che ha iniziato davvero a mettere la pubblica amministrazione al servizio delle aziende. Abbiamo anche approvato il tanto atteso decreto per i diritti d’impianto e siamo stati protagonisti del piano straordinario per l’internazionalizzazione che vedrà proprio l’agroalimentare al centro delle azioni».

Andrea Olivero, viceministro delle Politiche agricole, agroalimentari e forestali

«Questa edizione ha manifestato ancora più delle precedenti la grande voglia di internazionalizzazione del nostro Paese che nel settore del vino vede uno degli elementi di massima qualità. Qui abbiamo una straordinaria espressione di quell’Italia che vuole farsi conoscere nel mondo per eccellenza e innovazione.

Per questo abbiamo dato il via ad un grande progetto per l’agroalimentare made in Italy, che coinvolge Mipaaf, Mise e Affari esteri, con anche un Piano Fiere finalmente strategico. Se vogliamo arrivare ai 50 miliardi di export in questo comparto, dobbiamo mettere in campo tutto questo».

 

Servizio Stampa Veronafiere

Tel.: + 39.045.829.82.42 – 82.85

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Twitter: @pressVRfiere

Web: www.vinitaly.com

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La confraternita dell’uva/ The brotherhood of the grape by John Fante

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“ Nick Molise…Era un montanaro venuto dall’Abruzzo, un nasone dalle mani grosse, basso (uno e sessanta), largo come una porta, nato in una parte dell’Italia in cui la miseria era spettacolare quanto i ghiacciai circostanti e dove qualunque bambino che fosse riuscito a sopravvivere per i primi cinque anni ne avrebbe campati ottantacinque…..Non gli piaceva quasi niente, in modo particolare sua moglie, i suoi figli, i vicini, la chiesa, il prete, la città, lo stato, il suo paese e il paese dal quale era emigrato…. Ma le donne, quelle gli piacevano…Gli piacevano pure il suo lavoro e una mezza dozzina di paisani che, come lui, erano italiani del genere dittatoriale…Il suo amore per la pietra rappresentava un piacere ancor più pregnante della sua passione per il gioco, o per il vino, o per le donne.”

The Brotherood of the Grape, titolo originale del libro, fu pubblicato per la prima volta a puntate nel 1975 sul settimanale di Francis Ford Coppola City Magazine, il regista avrebbe voluto farne un film, fatto che inorgoglì John Fante, una vita passata a lavorare con alterne fortune come sceneggiatore cinematografico. Fu pubblicato in volume nel 1977 e immediatamente ristampato col favore di critica e pubblico.

Per tutta la vita John Fante, nato a Denver (Colorado) l’8 aprile del 1909 e figlio di Nick, abruzzese emigrato in  America nel 1901, ha scritto di suo padre e della sua scombinata famiglia, a cominciare dal  romanzo d’esordio (1938) Aspetta primavera, Bandini.

La Confraternita è la storia del ricupero di una rapporto impossibile padre-figlio-famiglia, un ricupero che può consumarsi solo dopo la morte dell’ingombrante figura paterna: solo allora padre, madre e figli riacquistano i valori originari nella Famiglia.
Ma la confraternita è la storia del portentoso Chianti e del chiaretto di Angelo Musso, è la storia della dissoluzione nel lavoro, nel vino e nelle donne di Nick; è la storia di sua moglie, Mamma Maria, geneticamente disposta a sopportare ogni umiliazione, perché la sua vita ha senso solo vicino a quel figlio di puttana di Nick.

Ritorna di lontano, John, uomo fatto con moglie, figli e carriera sicura, ritorna a San Elmo per lasciarsi coinvolgere nell’ultima follia di suo padre: un’opera inutile e impossibile, almeno per l’avanzata età del genitore, che diventa il ridicolo testamento di una vita.

L’opera diventa un fallimento, il diabete distrugge l’ormai condannato Nick che conclude i suoi giorni ubriacandosi, e dunque suicidandosi, con una colossale sbronza coi vecchi amici della Confraternita.

A quel punto, però, John ha ritrovato definitivamente suo padre.

“Maestosamente piegato, il mio vecchio giaceva su una sedia di vimini, sbronzo fradicio, con le braccia abbandonate sui braccioli. Era come un patrizio dell’antica Roma in attesa che il sangue finisse di scorrere dai suoi polsi incisi. Uno davanti all’altro, seduti su panche, c’erano i quattro zoticoni del caffè Roma: Zarlingo, Cavallaro, Antrilli e Benedetti. Erano tutti strafatti, ma sotto controllo, e tracannavano da grossi boccali. Sul lungo tavolo erano sparsi boccioni di vino e vassoi di roba da mangiare: salame, salsicce, prosciutto, pane e pasticciotti all’anice. Avevano banchettato a lungo e bene nel gran caldo…..tra i grappoli troppo maturi di uva moscatello che pendevano dalla vigna.”

Gran libro, grande storia: la sola invenzione della signorina Quinlan, infermiera, merita tutto il libro, insieme al vino di Angelo Musso.

Ci ho ritrovato le mie origini: Zu Vicìenzu, Zu Pasquale, Zu Giuvanni u fallitu, Rollicchiu. Mio nonno, nannuzzu, Zu Vicìenzu: andavano a ricuperarlo strafatto, che piangeva e stramalediva l’universo mondo, dopo aver perso a carte, dopo aver sperperato gli ultimi soldi con gli amici, sapendo che l’indomani sarebbe bastato rompersi di nuovo la schiena nei campi o sugli alberi ( prodigioso potino, innestino con accette affilate come rasoi )…..

M’insegnò il valore del brindisi in rima, a braccio, quando la lingua scivola e l’occhio diventa vitreo……..

John Fante è morto nel 1983, cieco e con le gambe amputate a causa del diabete, come suo padre, quel figlio di puttana di Nick Fante, alias Molise, alias Bandini, alias…..

La confraternita dell’uva 

Di John Fante

Einaudi Stile Libero, pp. XXXII – 232, € 9,00

 

 

 

 

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Aspetta primavera Bandini (Wait until spring, Bandini) di John Fante.

 Il libro costa 10 euro, è un  titolo Einaudi della collana Stile libero: è un bel regalo, per chi se lo merita, e costa anche poco.

Come mi compiaccio di dire, e vorrei urlare: non sprecate i soldi a comprare accozzaglie di fogli senza alcun significato, pubblicate solamente per compiacere mode che finiscono prima ancora di cominciare; non regalate i soldi a personaggi di nessun interesse che hanno per aggiunta anche la colpa di tormentarci in tanti altri modi e di farci pure un sacco di soldi.

John Fante è certo conosciuto, non è una novità: ma quanti lo ignorano, per quanti costituirebbe una scoperta e un piacere straordinario?

Ebbene, lo si regali, lo si faccia conoscere meglio: non sarà certo fatica sprecata e qualcuno potrebbe anche essere riconoscente per la vita.

Magnifica l’introduzione di Niccolò Ammaniti: un atto d’amore titolato Scrittori da tana e da prateria, da condividere in toto.

Il libro fu pubblicato nel 1938, quando l’autore aveva 29 anni; si trattò del suo esordio sul mercato editoriale, anche se qualche anno prima aveva scritto La strada per Los Angeles, pubblicato poi, postumo, nel 1985, due anni dopo la morte di Fante.

Di John Fante ho recensito per Barolo & Co La confraternita dell’uva, del 1977, romanzo straordinario che precede il suo ultimo lavoro, Sogni di Bunker Hill, pubblicato nel 1982.

Altri suoi titoli da citare, memorabili: Chiedi alla polvere, Dago red, Il mio cane stupido.

John Fante di professione svolgeva il mestiere, ben pagato ma mal sopportato, di sceneggiatore a Los Angeles, sua città di adozione: era nato a Denver, ma aveva trascorso la sua infanzia a Boulder, sempre in Colorado; figlio di quel Nick che sarà il vero protagonista della sua opera, un muratore abruzzese emigrato in America da un paesino della provincia di Chieti e che aveva sposato Mary Capoluongo, nata a Chicago da un padre di origini lucane.

Il romanzo è la storia della vita grama di Arturo Bandini, adolescente figlio di poveri immigrati italiani: la povertà, lo spaesamento, i problemi di identità di chi mai si sente a proprio agio…

“Avanzava, scalciando la neve profonda. Era un uomo disgustato. Si chiamava Svevo Bandini e abitava in quella strada, tre isolati più avanti. Aveva freddo, e le scarpe sfondate. Quella mattina le aveva rattoppate con dei pezzi di cartone di una scatola di pasta. Pasta che non era stata pagata. Ci aveva pensato proprio mentre infilava il cartone nelle scarpe.

Detestava la neve. Faceva il muratore e la neve gelava la calce tra i mattoni che posava. Era diretto a casa, ma che senso aveva tornare a casa? Anche da ragazzo in Italia, in Abruzzo, detestava la neve. Niente sole, niente lavoro. Adesso viveva in America, nella città di Rocklin, Colorado….”

 

Dicembre 2008

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Alejandro Jodorowsky – “La danza della realtà” e altri libri

Sono nato nel 1929 nel nord del Cile, in terre conquistate al Perù e alla Bolivia: Tocopilla è il nome del mio paese natale. Un piccolo porto ubicato, forse non per caso, all’altezza del ventiduesimo parallelo. Nei tarocchici sono ventidue arcani maggiori. Ciascunodei ventidue arcani dei Tarocchi marsigliesi è disegnato all’interno di un rettangolo composto da due quadrati. Il quadrato superiore può simboleggiare il cielo, la vita spirituale, mentre quello inferiore la terra, la vita materiale. Al centro del rettangolo s’iscrive un terzo quadrato che simboleggia l’essere umano, unione tra la luce e l’ombra, ricettivo verso l’alto, attivo verso la terra….In lingua quechua Toco significa ‘doppio quadrato sacro‘ e Pilla ‘diavolo‘. Qui il diavolo non è l’incarnazione del male ma un essere della dimensione sotterranea che si affaccia da una finestra fatta di spirito e materia, il corpo, per osservare il mondo e apportarvi la propria conoscenza. Presso i mapuche, Pillàn significa ‘anima, spirito umano giunto allo stadio definitivo‘.” Questo è l’incipit del libro “La danza della realtà” di Alejandro Jodorowsky, scritto nel 2001 e pubblicato in Italia per i tipi di Feltrinelli nel 2004.Quando illustro ai miei lettori un autore o un libro, alle essenziali note biografiche e alle scarne, ma quanto più chiare possibile, mie riflessioni sono solito accompagnare ampie citazioni che ho avuto modo di scegliere con cura e che forniscono una sorta di spiraglio su quel che l’autore o l’opera hanno da comunicare al potenziale lettore. In buona sostanza, il mio compito non è quello di spiegare in modo esauriente, bensì cercare di incuriosire e portare alla conoscenza di chi lo desidera un nuovo, piccolo brandello di sapere, o semplicemente un nuovo punto di vista.

Per la conoscenza di questo personaggio straordinario, il percorso deve necessariamente cominciare dal libro sopra citato. E’ la sua biografia, la storia di una vita per certo unica e stravolgente.

Alejandro Jodorowsky nasce appunto in Cile da una famiglia di profughi ebrei ucraini. Si trasferisce a Parigi nel 1953, forte di un’esperienza teatrale e poetica dovuta a un’intensa attività assai innovativa svolta in patria. A Parigi fonda con Arrabal e Topor il movimento di teatro, che diventerà anche cinema, “panico”.

In Italia viene conosciuto a metà degli anni settanta come autore del film “La montagna sacra”, una pellicola cult, oggi di difficile reperimento. Dopo il successo, soprattutto in ambienti artistici e culturali d’elite, di quell’opera, venne distribuito anche “El Topo”, film che in realtà Jodorowsky aveva girato prima ( 1971 questo, 1973 “La montagna sacra”) e sempre in Messico, paese che egli considera magico per eccellenza.

Oltre a un altro film, egli è autore teatrale, sceneggiatore e collaboratore dei più grandi disegnatori di fumetti, mimo, scrittore e grande esperto di tarocchi.

Il secondo libro di cui consiglio la lettura è proprio “La via dei Tarocchi”, scritto nel 2004 e pubblicato in Italia sempre da Feltrinelli nel 2005. E’ senza ombra di dubbio il più esauriente, interessante, straordinario libro dedicato ai tarocchi mai scritto: un volumone di quasi 600 pagine di lettura impegnativa, da rileggere e consultare per sempre. Importante perché, a prescindere dall’interesse verso l’argomento, vi si trova la genesi della sua ricerca sulla psicomagia.

Citerò di seguito alcuni passi da “La danza della realtà”.

“.. L’albero genealogico si comporta, con tutte le sue componenti, come un individuo, un essere vivente. Ho chiamato lo studio di questi problemi “psicogenealogia” (così come ho chiamato lo studio dei tarocchi “tarologia”. Nel giro di pochi anni i “tarologi” e gli “psicogenealogi” si sono moltiplicati). Alcuni terapeuti che hanno compiuto studi genealogici hanno cercato di ricondurre tale albero a formule matematiche, ma non è possibile ingabbiarle nella razionalità. L’inconscio non è scientifico, è artistico. Lo studio delle famiglie va condotto diversamente. Di un corpo geometrico si conoscono perfettamente le relazioni fra tutte le parti, per cui non è modificabile. Un corpo organico sviluppa relazioni misteriose….

…..Il paziente deve fare la pace con il suo in coscio, non deve liberarsi di lui, ma trasformarlo in un alleato. Se impariamo il suo linguaggio, si mette a lavorare per noi. Se la famiglia che vive dentro di noi ancorata alla memoria infantile è alla base del nostro inconscio, allora dobbiamo far evolvere ogni nostro parente trasformandolo in un archetipo….

……I clienti continuavano ad aumentare, quindi fui costretto a effettuare sedute di gruppo durante i fine settimana. Per curare la famiglia ho deciso di drammatizzarla.

……Questi esercizi ci avevano convinti che, divenendo consapevoli delle relazioni malate, le avevamo guarite. Eppure ritornando dalla situazione terapeutica alla normalità, i sintomi dolorosi erano di nuovo presenti. Per risolvere un problema non bastava identificarlo! Una presa di coscienza, un confronto drammatizzato, un perdono immaginato se non venivano seguiti da un atto nella vita quotidiana, alla fine erano sterili.”

Ancora.

“Perché un atto magico sortisca buoni risultati, il ciarlatano popolare deve per forza presentarsi come un essere superiore che conosce ogni mistero. Il paziente accetta i suoi consigli in modo superstizioso, senza capire come né perché agiscano sul suo inconscio. Invece lo psicomago si presenta come il semplice conoscitore di una tecnica, come un istruttore, e si preoccupa di spiegare al paziente il significato di ogni atto e la sua finalità.

Chi viene a chiedere un consulto sa che cosa sta facendo. Ogni superstizione viene bandita: eppure non appena si mettono in pratica gli atti prescritti, la realtà inizia a danzare in un modo diverso, nuovo.”

Per finire con “La danza della realtà”: “… Fondamentalmente, ogni malattia è una mancanza di consapevolezza impregnata di paura. Tale incoscienza nasce da un divieto imposto senza fornire spiegazioni……Lo psicosciamano, così come il guaritore primitivo, mentre opera deve eludere non soltanto le difese del paziente ma anche le sue paure…..Se la realtà è come un sogno, dobbiamo agire senza subirla, così come facciamo in un sogno lucido, ben sapendo che il mondo è quello che crediamo che sia. I nostri pensieri attraggono i loro simili….”.

L’atto finale, per concludere questo sentiero non facile, ma certo assai interessante, è la lettura di un libro tutto sommato non ponderoso all’apparenza ma al contrario di non facilissima comprensione e interpretazione: “Psicomagia – Una terapia panica””, è in buona sostanza il testo di alcune conversazioni avute da Gilles Farcet con Jodorosky tra il 1989 e il ’93, pubblicato in Francia nel ’95 e in Italia, sempre da Feltrinelli, nel 1997.

Un testo di grande fascinazione su cui non voglio pronunciarmi, anche per lasciare a chi ne ha voglia l’incanto di questa scoperta. E’ un libro che si può leggere anche solo per curiosità, senza lasciarsi trascinare in analisi approfondite che devono riguardare soltanto chi volesse andare oltre la superficie del gusto delle storie, pur incredibili.

Cito solamente alcuni brani che sono in conclusione del volume.

“…Gilles, esiste una sola cura globale: incontrare Dio. Non ne esiste altra. Soltanto la scoperta del proprio dio interiore può curarci per sempre. Il resto è solo un arrampicarsi sui vetri. Qualsiasi terapia è solo parziale……..Se insegno qualcosa, quel qualcosa è proprio l’immaginazione………Per la maggior parte del tempo, non abbiamo la minima idea di quello che può essere l’immaginazione, non ci lasciamo toccare dall’ampiezza dei suoi registri. Perché, oltre all’immaginazione intellettuale, esiste l’immaginazione sentimentale, sessuale, corporale, economica, mistica, scientifica…L’immaginazione è presente in tutti i campi, compresi quelli che consideriamo ‘razionali‘. E’ ovunque. Quindi bisogna svilupparla per affrontare la realtà, non partire da una prospettiva unicama da molteplici angoli visuali….pensare e sentire partendo da prospettive diverse…..Mi piacerebbe che i lettori del nostro libro ammettessero, perlomeno, l’idea del potere terapeutico dell’immaginazione, della quale la psicomagia, in fin dei conti, non è altro che una modesta applicazione.”

Segnalo ancora “Quando Teresa si arrabbiò con Dio”, sempre reperibile nella UE di Feltrinelli.

Avvertenza: i libri citati si trovano assai facilmente. Ho la speranza di aver suscitato qualche curiosità e magari aperto qualche nuova prospettiva.

Vincenzo Reda

Primavera 2007

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Non Avrai Altro dio, Jan Assmann

Jan Assmann, tedesco, professore di Egittologia a Heidelberg, in questo magnifico librino tratta delle origini della violenza religiosa inscritta tra le caratteristiche principali delle tre religioni monoteiste. Il tutto a partire dalla Bibbia (Esodo e Deuteronomio, soprattutto) e dalla fuga di Mosè e del suo popolo dall’Egitto della XVIII dinastia verso la terra promessa di Canaan.

Librino complesso ma di estremo interesse.

Non avrai altro dio, Jan Assmann, 147 pp., 9 €, Il Mulino, Bologna 2007

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Chile Comapeño

http://comapeno.com/

http://www.bizjournals.com/baltimore/print-edition/2014/10/03/joao-noro-a-imports-a-rare-heirloom-chili-pepper.html?page=all

Peperoni e peperoncini sono originari delle foreste pluviali del Centroamerica, lì crescono endemici. La pianta appartiene alla famiglia delle solanacee (patate, melanzane, pomodori ma anche tabacco), e il genere è Capsicum, con la specie più importante che è la Annuum, una piantina annuale (si deve seminare ogni anno in primavera e muore in inverno dopo aver fruttificato tra giugno e settembre, a secondo dei climi). Da questa piantina si ricavano più o meno tutti i peperoni e peperoncini conosciuti, piccanti e non.

Il gusto piccante è dato da una sostanza alcaloide (vera e propria droga tossica) che si chiama capsaicina che pura, in dosi di 10/15 grammi, uccide un uomo di taglia media per arresto cardiaco. Esiste una scala, empirica non scientifica, che si chiama Scoville (dal nome dell’americano, Wilbur Scoville, che la mise a punto nel 1912) che misura il grado di piccantezza dei peperoni: la capsaicina pura secondo questa scale vale 16.000.000 di punti SU (o SHU), i peperoncini più piccanti (Carolina Reaper, Scorpion di Trinidad, Naga Morich) variano tra 1.000.000 e oltre 2.000.000, valori questi che arrivano a ustionare la pelle! Un peperoncino di media piccantezza sta tra i 50 e i 100.000 punti SU, l’Habanero arriva a 600.000. Quasi tutti i peperoncini più piccanti sono della specie Chinense o Frutescens (a volte ibridati), le altre specie più comuni, oltre al ‘Annuum, sono la Pubescens e la Baccatum.

Il nome messicano (lingua nahuatl) era Chilli o Xilli, da cui derivano le specie Chilitecpintl e Chiltelpin (Capsicum Anuum); in lingua quechua (Inca del Sudamerica) il peperoncino si chiama Uchu, mentre i sudamericani odierni lo chiamano Ajì (dalla parola antillana Asci).

Un paio di anni fa Joao Noroña (di Baltimora, ma nato in Mexico) e  sua moglie Renee, vennero a conoscenza di una varietà rarissima di peperoncino endemico delle foreste pluviali situate sulle pendici del vulcano Orizaba (Chitlaltépetl, in Nahuatl, 5.610 mslm, la montagna più alta del Mexico)). La pianta stava per estinguersi e decisero di salvarla e di promuoverne la produzione aiutando i contadini locali a coltivarla. La pianta cresce a oltre 1.200 mslm nella foresta pluviale e i suoi frutti, piccoli e di media piccantezza, posseggono una straordinaria varietà di sentori davvero complessi e abbastanza unici. I coniugi Noroña, decisero così di commercializzare questa deliziosa bacca , confezionando vari tipi di prodotti, come illustrato nelle fotografie e che si possono apprezzare e comprare sul loro sito (vedi link sopra). La loro storia è magnificamente raccontata in un articolo che si può leggere nel link evidenziato sotto quello precedente.

Io, che posso ritenermi un ottimo esperto (essendo anche di origine calabrese e conoscendo la cultura e la civiltà messicana) ho assaggiato questo peperoncino particolare (di cui si ignora la specie, pur essendo comunque del genere Capsicum) spalmandolo in dosi notevoli (se non siete abituati, evitate) su tranci di polenta grigliati e l’ho trovato davvero delizioso. Così com’è deliziosa la salsa si peperoncino e albicocche, ideale per i nostri bolliti.

Fidatevi di me e provate il  Chile Comapeño, un’emozione unica. E poi anche un modo per aiutare poveri contadini messicani e contribuire a preservare un poco di biodiversità!

Un grazie speciale a Giovanni Leopardi che questa storia me l’ha fatta conoscere.

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L’obelisco anticlericale di Torino

Dopo un’epico scontro nel Parlamento sabaudo, il 9 aprile 1850, furono aboliti nel Regno di  Sardegna i tribunali speciali ecclesiastici, su proposta del ministro della Giustizia, conte Giuseppe Siccardi (1802/1857). Il punto fondamentale stava nel fatto che fino ad allora il clero era sottoposto soltanto alle leggi ecclesiastiche e ai loro tribunali, sottratti così alla giustizia civile e violando palesemente l’articolo 24 dello Statuto sull’eguaglianza dei cittadini.

L’arcivescovo di Torino, monsignor Luigi Fransoni (1789/1862) protestò e invitò i parroci alla disobbedienza. Gli fu comminata una multa di 500 lire e fu condannato a un mese di carcere. La multa fu pagata  tramite sottoscrizioni polemiche promosse dai giornali cattolici che aizzarono anche i fedeli a schierarsi contro la legge. Di contro, la stampa liberale promosse una sottoscrizione per riconoscere un omaggio simbolico al conte Siccardi. Ebbene, ebbe così tanto successo che si decise di erigere un monumento in quella che allora era piazza Paesana, sede del  marcà dle pate (mercato delle pulci), e oggi piazza Savoia. Fu scelto l’obelisco dello scultore Luigi Quarenghi di Casalmaggiore (1810/1882) su cui vennero incisi i nomi degli 800 comuni sottoscrittori.

Quando venne posata la prima pietra, il 17 giugno 1852, si decise di murare sotto l’obelisco quelli che erano considerati i simboli del monumento stesso e della città che lo ospitava: una copia della legge Siccardi, i numeri 141 e 142 de La Gazzetta del Popolo, alcuni semi di riso, delle monete, una bottiglia di Barbera e….una scatola di grissini!

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Ghërsa, ghërssin, grissino: un po’ di storia seria…..

IMG_7211La vulgata  racconta che Maria Giovanna Battista di Nemours, fresca vedova del duca Carlo Emanuele II e dunque reggente del Granducato di Savoia, volendo porre rimedio ai problemi intestinali del giovanissimo figlio, nonché erede al trono, Vittorio Amedeo II Francesco – poi soprannominato, a ragione, La Volpe Savoiarda – incaricasse il medico di corte, Don Teobaldo Pecchio, di trovare un rimedio efficace che guarisse il delicato e prezioso principe. La diagnosi del medico individuò l’origine del male nella pessima qualità del pane, la ghërsa (una sorta di pagnotta allungata), che allora nutriva tutti i piemontesi, nobili e plebei.

Il medico era di Lanzo, paese vicino alla reggia della Venaria, e dallo stesso paese proveniva il panettiere di corte, Antonio Brunero che certo ben conosceva la Bottega della Ghërsa, situata  in contrada Maestra, a Venaria Reale, nei pressi di quella che oggi è piazza Don Alberione; in quel forno si produceva un pane allungato mal impastato e mal cotto che tutti mangiavano (la ghërsa, che in piemontese significa “fila”, e si pronuncia con la “e” muta).

Medico e panettiere si misero al lavoro e, così racconta A. Viriglio, inventarono il grissino stirato: ghërsa, ghërssin, grissino, come è facile intuire senza ricorrere a sofisticate analisi etimologiche.

Era il 1675, Vittorio Amedeo aveva nove anni  (nacque a Torino il 14 maggio 1666) e il padre era appena deceduto.L1210860

Il principe guarì così bene che poi divenne il primo sovrano dei Savoia e a Venaria si racconta che a tutt’oggi, oramai trapassato da sovrano a fantasma, si aggiri nottetempo nelle sale della Reggia sgranocchiando i suoi amatissimi grissini.

La storia è una palese invenzione.

Già oltre trent’anni prima, nel 1643, l’abate fiorentino Vincenzo Rucellai, passando per Chivasso in un suo viaggio verso la Francia, scriveva di aver apprezzato: «[…] una novità, sebbene di stravagante forma, vale a dire del pane lungo quanto un braccio e mezzo e sottile a similitudine di ossa di morti».

Non soltanto: in alcuni documenti del XIV secolo si cita un certo tipo di  Pane Barotellatus, e in piemontese barot significa “bastone”. Non ci sono certezze se non che già nella prima metà del XVII il grissino, nelle due varianti classiche – stirato e robatà (la “o”  quando non ha l’accento, nella grafia moderna, si pronuncia “u”; ma si può trovare anche la variante rübatà) – era già assai diffuso e apprezzato a Torino e nei paesi limitrofi.

Quando e dove sia stato impastato il primo grissino e se fosse stirato o robatà è impossibile da stabilirsi.

Rimanendo ai fatti storici certi, è acclarato quanto Napoleone fosse ghiotto di quelli che chiamava: les petites batons de Turin. Provò a portarsi dei panificatori a Parigi ma lì i grissini non venivano bene; allora mise a punto un servizio postale celere che glieli servisse fragranti di giornata!

Pure Carlo Felice di Savoia era ghiotto di grissini: pare se li facesse impastare con polpa di trota (e li sgranocchiava nel suo palco del Teatro Regio…).

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Peppers: lights & colors by Vincenzo Reda

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Vinolibero & Nomacorc, Eataly Lingotto

 

VINO LIBERO AND NOMACORC TASTING CHAMPIONSHIP

 

Serralunga d’Alba, 24 febbraio 2015 – Dalla partnership stipulata lo scorso Vinitaly tra l’Associazione Vino Libero e Nomacorc, leader mondiale nel settore dei tappi per vino, nasce l’idea del Vino Libero & Nomacorc Tasting Championship, un vero e proprio campionato di degustazione che vede protagonisti i vini senza concimi di sintesi, senza diserbanti e senza almeno il 40% di solfiti rispetto al limite previsto per legge realizzati dalle 12 cantine d’Italia che hanno aderito al Disciplinare dell’Associazione.

A seguito della scelta di Vino Libero di adottare su alcune referenze i tappi Select Bio di Nomacorc, realizzati con materiale bioplastic derivante dalla canna da zucchero che, oltre ad avere un’impronta di carbonio assente, grazie all’uso di polimeri rinnovabili di origine vegetale, consentono di ridurre lo spreco di vino causato dal sapore di tappo o da alterazioni dovute al passaggio non ottimale di ossigeno, è sorta infatti l’esigenza di comunicare tutti gli evidenti e soddisfacenti risultati positivi che si sono sviluppati a seguito della collaborazione. E quale miglior modo per abbattere le diffidenze verso una chiusura sintetica se non un vero e proprio test sul campo, con la possibilità di esprimere un voto?

Il progetto, che  mira a coinvolgere non solo i maggiori esperti del mondo del vino in tutta Italia, tra cui Sommelier, Assaggiatori e giornalisti del settore ma anche semplici appassionati e clienti incuriositi all’interno degli store Eataly, ha l’obiettivo di arrivare a definire quale, tra le otre 50 referenze Vino Libero, identificate dalla tipica bandierina sul collo della bottiglia, sia la loro preferita, prescindendo da ogni giudizio legato alla tipologia di chiusura utilizzata.

 

In ciascuno dei tre appuntamenti previsti, a partire da quello di Torino, cui seguiranno le tappe di Roma e Milano, i partecipanti potranno testare innanzitutto due campioni di diverse tipologie di vino, ciascuno chiuso con tre diversi tappi, e capire così come il processo di ossigenazione in bottiglia sia influenzato dalla chiusura utilizzata. Solo allora inizierà la competizione, incentrata su sei referenze tra le più rappresentative.

 

Tema di Torino saranno i vini rossi, mentre a Roma si esplorerà il mondo dei vini bianchi, per arrivare alla finale di Milano, dove vini bianchi e rossi saranno messi a confronto ed analizzati per le loro caratteristiche organolettiche. Tutti i risultati ed i contributi saranno raccolti in una pubblicazione.

 

Il comunicato stampa qui sopra è a cura dell’Ufficio stampa di Eataly:                                                                      Chiara Destefanis – destefanis@fontanafredda.it - +39 342/6696519                                                                     Andrea Di Curzio – a.dicurzio@winedreamers.com - +39 335/1041358

E’ stata una serata assai interessante. La prima parte ha visto le valutazioni di due vini differenti con tre diverse tipologie di tappi Nomacorc (diversa permeabilità all’ossigeno esterno): molto interessante le differenze, comunque quasi impercettibili, rilevate sul Sangiovese Inno di Gianna Nannini, bene illustrate dall’enologo Manuel Pieri. Presente, per Nomacorc il Direttore Commerciale Filippo Pieroni. Certo, si tratta di questioni di grande complessità e sulle quali non c’è perfetta concordanza tra i veri esperti e ricercatori, ma la serietà dell’esperienza Nomacorc va comunque evidenziata nel giusto risalto.

La seconda parte della serata ha visto la valutazione di cinque vini rossi scelti tra quelli facenti parte del brand Vinolibero: Barolo No Name di Borgogno, Nebbiolo Filari corti di Brandini, Dolcetto di Dogliani Superiore Vigna del Pilone, Già di Fontanafredda e Rosso dell’Abazia di Serafini & Vidotto. Pur non amando in particolare il classico uvaggio bordolese, devo dire che la mia preferenza è andata, tra questi vini, al Rosso dell’Abazia, che ben conoscevo e che si presenta sempre come un prodotto di grande interesse e di qualità superiore (tralascio i dettagli di valutazione organolettica).

Serata come sempre, quando organizza Eataly, di interesse e soddisfazione.

http://www.vincenzoreda.it/vinolibero-by-oscar-farinetti/

http://www.vincenzoreda.it/innno/

http://it.nomacorc.com/

 

 

 

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La Sicilia non delude mai….

GOWINE

MARTEDI’ 3 MARZO 2015
Star Hotel Majestic **** – Corso Vittorio Emanuele, 54 – Torino

VIAGGIO NELLA SICILIA DEL VINO
Focus su una grande regione del vino

Go Wine a  Torino con i vini della Sicilia:

In gustazione  i vini delle seguenti aziende:
Armosa – Scicli (Rg)
Castellucci Miano – Valledolmo (Pa)
Donnafugata – Marsala (Tp)
Duca di Salaparuta – Casteldaccia (Pa)
Fausta Mansio - Siracusa (Sr)
Fenech - Malfa (Me)
Ferracane  - Marsala (Tp)
Giasira – Rosolini (Sr)
Gulfi – Chiaramonte Gulfi (Rg)
Planeta – Menfi (Ag)
Spadafora – Palermo
Valenti – Castiglione di Sicilia (Ct)
Vinifer-Tranchida – Marsala (Tp)
Wiegner – Castiglione di Sicilia (Ct)

Conosco bene i vini siciliani e mi piacciono soprattutto i bianchi del trapanese (in testa il Grillo) e i rossi dell’Etna (Nerello Mascalese in primis), ma stavolta sono stato colpito da due personaggi davvero particolari, e dai loro vini, pare ovvio.

Francesco Fenech e Peter Wiegner: uno siciliano, l’altro svizzero. Fanno vini strepitosi in Sicilia. Il primo a Salina (Eolie), il suo Maddalena (nome della figlia) è una Malvasia delle Lipari secca da togliere il fiato, 2014, imbottigliata da 3/4 giorni: un portento! Detto tra di noi, anche la Malvasia passita non è male…
Peter lavora sull’Etna e i suoi tre vini (un Fiano, un Nerello Mascalese e un Cabernet Franc in purezza) sono tutti eccellenti, con una citazione speciale per il Cabernet, si chiama Artemisio. Fino di grande finezza, poco alcol (12.5%vol), davvero ottimo (e con una personalità lontana parsec dai “soliti” vini…).

Fidatevi di chi giudica facendo riferimento soltanto ai propri sensi, alla propria esperienza, alla propria onestà intellettuale, prima ancora che deontologica.

www.fenech.it

www.wiegnerwine.com

www.gowine.it

 

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