Barolo & Co – 4/2014 – La Collina Torinese

La Collina torinese e le alture del Monferrato astigiano spuntarono come isole nel basso mare che sarebbe diventato la pianura Padana: accadde tra il Langhiano e il Messiniano (15/5 mln. di anni fa). Le Alpi erano al loro posto già da qualche milione di anni.

Una curiosità: il Po fino a qualche decina di migliaia di anni fa scorreva a sud-est della Collina!

Poi, 20.000 anni fa, da queste parti arrivarono i nostri antenati Sapiens che rimasero tali – sapiens, voglio dire – fino a quando non cominciarono a modificare l’ambiente invece che adattarsi a esso…

L’interazione, spesse volte scriteriata, dell’uomo con l’ambiente si chiama Antropizzazione: per le nostre colline cominciò assai tardi, dopo che Torino divenne, con Emanuele Filiberto, la capitale del Ducato di Savoia, verso la fine del  XVI secolo.

Ma, prima di ritornare alla Storia – e soprattutto alle straordinarie storie che la Collina racconta – vediamo di definire con i numeri questo magnifico angolo di  Piemonte su cui Torino ha la fortuna di insistere: sono circa 350 Kmq che comprendono 27 comuni la cui popolazione, con la porzione dell’oltrepò torinese, supera le 300.000 anime. Oltre 700 km. di strade ne costituiscono la complessa viabilità. Il Colle della Maddalena con i suoi 715 mslm. è il suo culmine.                                                            La nobiltà torinese scoprì la Collina durante il XVII secolo: presero a costruire delle magnifiche ville nelle quali era costume andare a villeggiare. Queste ville erano letteralmente circondate da orti e vigne: durante l’assedio del 1706 le truppe francesi saccheggiarono e distrussero almeno 150 appezzamenti coltivati a vigneto con vitigni autoctoni oggi scomparsi o rarissimi.                                      Tracce di quei vigneti si conservano a Villa Abegg e nei giardini di Vigna Chinet, come testimonia il suo attuale proprietario Giuseppe Crosetto, secondo cui ancora 20-30 anni fa l’uva era coltivata regolarmente e racconta anche di una certa Vigna di Mongreno, proprietà di un tizio che distillava acquavite.

E qui bisogna raccontare forse la più bella tra le storie che la Collina torinese custodisce: riguarda Villa della Regina. Risalendo la monumentale via Po – progettata dal Castellamonte e inaugurata nel 1674 – si arriva in piazza Vittorio Veneto (per i torinesi, semplicemente piazza Vittorio).                                                                                                                                                  Lo scenario è davvero formidabile: oltre il ponte, la cupola – ricorda il Pantheon – della Gran Madre di Dio; sopra quell’edificio neoclassico si compone lo scenario variegato dei verdi che la Collina torinese sa dipingere con le sfumature diverse per ogni ora e ogni stagione. E, tra quei verdi, a mezza costa, si staglia una serie di edifici compresi tra una vigna e splendidi giardini: è il complesso di Villa della Regina, oggi magnificamente restaurato, Vigna della Regina compresa.                                          Ecco la storia: questo formidabile insieme barocco di edifici, fontane e giardini fu voluto dal Cardinale Maurizio di Savoia (1593/1657), uomo coltissimo, fratello di Vittorio Amedeo I. Il progetto pare sia di Ascanio Vitozzi e la prima pietra fu posata nel 1617. Nel 1642 il Cardinale tornò da Roma, depose la porpora e sposò la tredicenne nipote Luisa Cristina (detta Ludovica, 1629/1692), figlia della cognata reggente, Maria Cristina d’Orleans, Madama Reale: quel matrimonio sancì finalmente la fine della guerra civile nel Ducato di Savoia.                                                                                                                                                         Ma si verificò un fatto straordinario: quello fu un matrimonio d’amore e la Villa della Regina fu il dono di un appassionato e innamorato cinquantenne alla sua giovanissima sposa Ludovica!                                                                                                            Oggi che il restauro è completo vale la pena di visitare questo luogo dal fascino unico: a parte la bellezza di tutto il complesso barocco, si gode un panorama su Torino che è ineguagliabile, soprattutto quando la giornata è tersa, magari all’alba (con le Alpi tinte di un pallido rosa) o al tramonto, in autunno, quando il sole va a nascondersi dietro la piramide perfetta del Monviso.                                                                                                                                                                                                                            Va detto che la Vigna della Regina – magnifica la sua Freisa di Chieri – è gemellata, proprio da quest’anno, con la celeberrima Vigna di Montmartre, a Parigi.

Se lo sguardo, magari passeggiando lungo i Murazzi, si sposta verso la sinistra, seguendo le ondulazioni delle colline oltre il fiume, a un certo punto si incrocia in lontananza una cupola: è la Basilica di Superga. Il 2 settembre 1706 il granduca Vittorio Amedeo II e suo cugino Eugenio di Savoia, da uno dei colli più alti della collina torinese, osservavano i movimenti delle truppe francesi che assediavano Torino. Lo sfortunato artigliere Pietro Micca era saltato per aria pochi giorni prima, il 29 agosto. Vittorio fece un voto alla Madonna: se avesse sconfitto i Francesi, Le avrebbe dedicato una chiesa edificata proprio su quell’altura. Il 7 settembre, tra Lucento e Madonna di Campagna, gli eserciti piemontese e austriaco sconfissero i francesi in quella che venne chiamata la Battaglia di Torino. Vittorio sciolse il voto e incaricò Filippo Juvarra di edificare la Basilica su quel colle, posto a 672 mslm. La prima pietra venne posta nel 1717 e la Chiesa fu inaugurata il 1° novembre 1731: Vittorio Amedeo II, primo re dei Savoia, era morente, fu suo figlio Carlo Emanuele III a inaugurare la Basilica di Superga.

Attraversando il Po più o meno dove il fiume riceve la Dora Riparia e salendo verso Pino Torinese – oggi paese residenziale di una ricca borghesia subalpina e sede di un osservatorio astronomico di fama europea – s’imbocca sulla sinistra, proprio prima del centro urbano, una strada: è la Panoramica. Unisce Pino Torinese alla Basilica di Superga: è una di quelle strade che rimangono impresse per sempre nella memoria. Pur tralasciando il panorama mozzafiato sulla Città e sulla corona delle Alpi che chiudono la vista in lontananza e che costituiscono uno spettacolo cangiante a ogni ora e in ogni stagione, la strada si dipana dolce, con curve lunghe e riposanti che sembrano intagliate dentro i boschi di querce, faggi, castagni, pini silvestri a cui l’opera dell’uomo ha aggiunto le specie esotiche di magnolie, cedri, platani, eucalipti e l’infestante, americana robinia (acacia, gaggìa…) che dalle nostre parti è arrivata dopo il 1750.                                                                                                             Arrivare a Superga percorrendo la Panoramica, magari in autunno, è forse il mio suggerimento più prezioso. E Superga è luogo delle mille storie: le tombe dei Savoia, la faccenda del cuore del Principe Eugenio (c’è o non c’è: mistero) e poi quel brutto giorno che fu il 4 maggio 1949…la Collina, complice una nebbia assassina, inghiotte in un solo, tragico boccone la più bella favola del nostro sport: il Grande Torino di Capitan Valentino. Senza dimenticare la Dentiera: circa 3 chilometri di un trenino che s’inerpica su per i ripidi pendii sopra una dentiera d’acciaio: fu inaugurata nel 1884 e rese la Collina più facilmente accessibile a tutti i torinesi.

Altra storia, Mario Soldati, Le due Città: «[…] Dunque, ci dicono Fontana dei Francesi, perché quando, una volta, Torino era assediata dai francesi, be’…i soldati piemontesi la difendevano, si capisce: e la linea del fronte era proprio qui. Sopra, c’erano i francesi. Sotto, i nostri. Ma non c’è acqua, si capisce, su in cresta. E guarda un po’ che, per bere, i francesi dovevano scendere fino qui. Venivano giù di notte. E i nostri li aspettavano e ci tiravano. Questa, almeno è la leggenda. A me, me l’ha contata mio papà, quando ero piccolo: venivamo sempre qui per Pasquetta.».

Mario Soldati frequentava il ristorante Fontana dei Francesi del mitico cavalier Guerino Franzin, tra i primi sommelier italiani. Situato in posizione panoramica (strada Pecetto), tra gli anni Sessanta e Settanta questo locale fu uno dei più in voga a Torino: celebre per le frequentazioni di Cesare Pavese e poi di tutta la congrega di intellettuali einaudiani, il Principe in testa. Pavese lo cita più volte in alcuni dei suoi romanzi e racconti.                                                                                                Purtroppo, chiuse i battenti nel 1998, con la scomparsa del cavalier Guerino: ma il pozzo, alimentato dalla famosa Fontana, c’è ancora nelle cantine dell’edificio che ospitava il ristorante.                                                                                                                    Villa Somis: un’altra storia che vale la pena di conoscere. I conti Somis acquistarono verso la fine del XVII secolo una stupenda dimora situata in strada Val Pattonera (sulla sinistra, salendo verso Cavoretto). Lorenzo Francesco (1662-1736), musicista e medico di corte, fu il capostipite di una famiglia di valenti musicisti: i figli Giovanni Battista (1686-1763) e Lorenzo Giovanni (1688-1775) furono violinisti virtuosi, direttori e compositori noti in Italia e in Europa.  Più tardi Villa Somis venne venduta e dopo alterne vicende ospitò un famoso albergo con ristorante annesso. Dopo un periodo di chiusura abbastanza lungo, Villa Somis è stata rilevata dalla famiglia Chiodi Latini e oggi Stefano la sta riportando agli antichi fasti: che merita un luogo di bellezza fuori del comune.                                                                                                                                                                                             Ci sarebbero ancora tante storie da raccontare: Il Monte dei Cappuccini e il Museo della Montagna, Cavoretto e il Parco Europa, l’Eremo con il Faro della Vittoria e il Parco della Rimembranza; e ancora, il Cari: vino ciularino di Cavour, l’Abbazia di Vezzolano…..

Purtroppo, lo spazio è limitato, dunque concludo con il consiglio più ovvio: il mio invito a zonzolare per le strade della Collina Torinese, una qualche emozione è li, dietro una curva, che vi attende.

 

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Anteprima Vendemmia 2014, Palazzo Barolo

Piemonte anteprima vendemmia di Fiammetta Mussio (Da Millevigne)

Anteprima vendemmia 2014, l’annuale incontro promosso da Vignaioli Piemontesi, Regione Piemonte e Piemonte Land of Perferction per presentare dati e valutazioni sulla vendemmia e tracciare una previsione sull’andamento dell’annata, sarà ospitato lunedì 24 novembre a Torino, nelle sale di Palazzo Barolo, in via delle Orfane 7, in chiusura del congresso nazionale dell’Associazione nazionale sommelier. L’appuntamento è alle 10. Apre con un saluto Fabio Gallo, presidente Ais Piemonte. Intervengono l’assessore regionale all’Agricoltura Giorgio Ferrero (“Il Piemonte vitivinicolo e il suo contesto”), il presidente Piemonte Land of Perfection Giorgio Bosticco (“Aggregazione: fattore critico di successo del territorio e delle sue denominazioni”) e il presidente Vignaioli Piemontesi Giulio Porzio (“Ruolo delle organizzazioni dei produttori fra mercato globale e campanilismo”). L’agronomo Daniele Dellavalle e il giornalista Giancarlo Montaldo presenterà l’andamento della maturazione delle uve e la previsione sulla qualità della vendemmia 2014, assegnando le tradizionali “stelline” (da 1 a 5 a seconda della qualità che si prevede). L’annuale incontro sarà l’occasione per fare una riflessione sull’andamento del comparto vitivinicolo, di quali nuove sfide attendono il vino piemontese e quali strategie mettere in campo per vincerle. A orchestrare il dibattito sarà Fernanda Roggero, Food and Wine Editor de Il Sole24Ore. Il premio Piemonte Anteprima Vendemmia andrà alla memoria di Luigi Veronelli nel 10° anniversario della morte. Il premio sarà ritirato da Alberto Dragone, consigliere del Comitato decennale Luigi Veronelli.

Durante l’evento, si presenta il nuovo numero della rivista Barolo&Co diretta da Giancarlo Montaldo.

Aperitivo al vermouth e pranzo a buffet.

Info: 0173 210311, ufficiostampa@vignaioli.it

 

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Torino, 48° Congresso Nazionale AIS

Comunicato Stampa

Ufficio Stampa: WELL COM srl
Comunicazione | Relazioni Pubbliche| Eventi
Marta Sobrino
+39 338 8100520
marta@wellcomonline.com
www.wellcomonline.com

Grande successo di pubblico per il 48° Congresso Nazionale
dell’Associazione Italiana Sommelier

Per due giorni la magia del vino ha “incantato” Torino 


Torino, 24 novembre 2014 – 2000 ingressi a Palazzo Carignano, 160 produttori piemontesi, 3 degustazioni guidate sold out, 200 partecipanti al Convegno sulle MeGA e 300 spettatori per il Gran Gala di Palazzo Reale: ecco i numeri del 48° Congresso Nazionale AIS di Torino.

Sabato 22 novembre il Congresso si è aperto nella splendida cornice del Teatro Carignano con l’Assemblea Nazionale dei soci AIS che quest’anno è stata inaugurata dal presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino. A questo importante appuntamento associativo è seguito il convegno, organizzato dal Consorzio Barolo, Barbaresco, Alba, Langhe e Dogliani, dedicato alle Menzioni Geografiche Aggiuntive, che ha contato più di duecento partecipanti tra autorità, produttori, stampa e associati.

Nei pomeriggi di sabato e domenica i produttori vinicoli sono stati i veri protagonisti del Congresso e hanno animato le sale storiche di Palazzo Carignano proponendo in degustazione al pubblico i grandi vini piemontesi:Barolo, Barbaresco, Roero, Alto Piemonte Nizza.

Sabato sera è andato in scena a Palazzo Reale il Gran Gala, organizzato in collaborazione con Masters of Magic. Sei artisti internazionali si sono alternati sul palco, allestito per l’occasione nel Salone degli Svizzeri, e per un’ora e mezza hanno incantato il pubblico con numeri ispirati alla magia del vino. Dopo lo spettacolo, la serata è proseguita con un’esclusiva visita in notturna a Palazzo Reale e con la degustazione di una selezione di champagne: Paul Bara, Alexandre Bonnet, Bouquin Dupont, Corbon, Pierre Gimonnet, Lamiable, Vesselle, Vilmart.

Il Congresso si è chiuso, nel pomeriggio di domenica, con la premiazione di Ottavio Venditto che si è aggiudicato il 10° Master del Nebbiolo, concorso che ha come scopo quello di contribuire a valorizzare la figura professione del Sommelier e incrementare la conoscenza e la divulgazione del vitigno Nebbiolo.

Corollario a questi eventi, si sono svolte a Palazzo Barolo tre degustazioni guidate d’eccezione, con vecchie annate di Barolo e BarbarescoBordeaux e Borgogna.

Siamo decisamente soddisfatti del risultato raggiunto. – racconta il presidente di AIS Piemonte Fabio Gallo – “Volevamo organizzare un congresso unico nel suo genere e ci siamo riusciti. Per due giorni i palazzi storici di Torino hanno celebrato il vino piemontese, regalando un’atmosfera magica ai numerosi appassionati che hanno potuto degustare più di 500 etichette di Barolo, Barbaresco, Roero, Alto Piemonte e Nizza e partecipare a interessanti momenti di approfondimento”.

Per la realizzazione dell’evento si ringraziano: Città di Torino, Albeisa, Consorzio Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani, Piemonte Land of Perfection, Regione Piemonte, Assopiemonte DOP&IGP, Diam, Enolmac, Booking Piemonte, Bormioli, Feyles, Relanghe, Surgiva, Carlo Angela concessionario Winterhalter.

 

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All’ombra eretica della Mole un Caffé visionario

Non v’è alcun dubbio che Alessandro Antonelli (1798/1888), professione architetto, fosse un eresiarca visionario: trasformare un tempio ebreo in un assurdo pinnacolo – il più alto in muratura per i suoi tempi – senza senso apparente ma dotato di un’eleganza quasi imbarazzante può essere soltanto opera di un pazzo visionario. Come, del resto, quello sconclusionato palazzo – a pochi metri dalla Mole – che i torinesi conoscono come: “Fetta di Torta“. L’Antonelli non riuscì a vedere ultimata la sua pazzia: morì nove anni prima dell’inaugurazione (1897). Né poteva prevedere che quell’inutile pinnacolo dopo oltre un secolo avrebbe ospitato il sogno di un’altra visionaria, Maria Adriana Prolo: il Museo del Cinema, inaugurato alla Mole nel luglio del 2000 e presto diventato tra i più frequentati musei italiani (oltre mezzo milione di visitatori all’anno). Anche la Prof.ssa Prolo non riuscì a vedere sistemata la sua creatura: tolse il disturbo terreno nel 1991.

Questa breve introduzione per tratteggiare lo straordinario contesto che ospita dai primi giorni di ottobre un magnifico luogo di ristoro – proprio così: né semplicemente bar, né banalmente ristorante – sistemato all’interno del piano terreno della Mole. Allestito e arredato con la filosofia di Eataly e la grande tradizione del Caffé Vergnano, è uno spazio in cui si può sostare per un semplice caffé, una colazione, un aperitivo, un pasto; e, nel contempo, si possono acquistare alcuni prodotti selezionati dai cataloghi delle due aziende. Lo spazio è luminoso e confortevole e offre almeno 30/40 coperti. Gli orari corrispondono a quelli del Museo del Cinema.

Sono stato ospite, insieme a una ventina di food-blogger, di una bella iniziativa che prevedeva un pranzo a base di caffé: pranzo in qualche modo eretico, ben sistemato in un luogo eretico e visionario per davvero.

Offerto da Museo del Cinema (rappresentato al tavolo da Veronica Geraci), Caffé Vergano (con Carolina Vergnano e Maria Garrone) e Eataly (nomino il bravissimo chef Marco Iozzolino), il pranzo si è rivelato per davvero ottimo.

Riso Carnaroli del Falasco con toma piemontese DOP, miele d’acacia e polvere di Caffé Vergnano; Tagliata di Fassona piemontese con riduzione al Caffé Vergnano e flan di patate; Semifreddo al Caffé Vergnano e mandorle. Il tutto innaffiato da un discreto Nebbiolo 2012 di Santa Vittoria e da un ottimo Grillo 2013 di Calatrasi & Miccichè (Vino libero). Le preparazioni cucinarie le ho trovate tutte equilibrate e di gusto piacevolmente stimolante, con una citazione speciale per la tagliata, davvero eccellente.

Che dire d’altro se non raccomandare senza alcun ritegno di frequentare questo posto speciale e magari sostare qualche momento – ma anche per un ottimo pasto – prima o dopo aver fatto un giro mozzafiato sulla Mole (e sullo straordinario panorama che offre Torino, città di speciale bellezza) o un colto zonzolare tra i magnifici cimeli e materiali vari che il Museo del Cinema mette in bella mostra per i visitatori curiosi e esigenti.

Tutto assai ben allestito e per certo gradevole: non fosse per il fatto che il termine food-blogger riferito a me stesso mi è simpatico come un riccio dentro gli slip….

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La Langa secondo Peppo Parolini

Peppo i«Un posto che mi piace un casino è la Langa, io trovo che in quella parte del Piemonte siano tutti pazzi scatenati, ospitali, belli. Hanno il gusto della vita, sanno mangiare, vivono per fare l’amore. Ma poi c’è della gente lì che gioca d’azzardo come da nessun’altra parte. Ci sono delle bische in piena campagna nelle Langhe, gente che parte dalla cascina coi rotoli di banconote e si gioca tutto. E c’è anche il colonnello dei carabinieri lì con loro, sono tutti amici. Il colonnello arriva e gli offrono i tajarin con tartufo, il brasato al civet… E’ una terra difficile da lavorare. In questo do ragione a Pavese. Ma c’è poesia in quella terra, perché vedi una donna sul trattore, un bambino di otto anni in motocicletta che corre come un pazzo, questi campi di granoturco che sembrano il mare, e le vigne con ‘sti filari che disegnano delle linee che non sai dove vanno, verso la cima delle colline, verso l’infinito… E’ una terra dove respiri la vita e la morte. Ecco, non mi dispiacerebbe morire lì, in Langa, in mezzo ai barotti».

Tratto dal volume Dal basso dei cieli, di  Marilena Moretti e Peppo Parolini – Baldini  Castoldi e Dalai Editore, Torino 2007 – pp. 357, 18,00 €

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Torino si veste d’autunno/Fall in Turin

Una passeggiata al Parco della Pellerina, angolo ovest della Città, un pomeriggio di novembre: per fissare i colori stupendi dell’autunno. I Ginko gialli, i Liquidambar quasi viola e le querce americane rosse come i faggi. Colori cangianti che si mescolano con i verdi eterni dei pini, dei cedri, degli abeti. Anche in città la Natura parla: bisogna ascoltarne le parole, intenderle; bisogna essere capaci e disponibili a investire al meglio il Tempo che troppo spesso si spreca e quando è speso malamente – magari con persone inutili, noiose, anche dannose – purtroppo non si ricupera più.

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Burano

Burano fa parte di quel gruppo di isole a nord-est di Venezia (Torcello, Mazzorbo, Mazzorbetto e Isola dei Laghi) che costituirono i primi insediamenti fissi nella laguna veneta delle popolazioni in fuga dalle città romane (Altino, Aquileia) devastate da Unni e Longobardi, tra il V e il VII secolo. Il primo documento ufficiale che parla di Burano è dell’840. Fu comune fino al 1923, quando venne assorbito nella municipalità di Venezia.

Oggi conta circa 2.700 abitanti distribuiti su quattro isole separate da tre canali per un totale di 21 ettari. Una chiesa soltanto (San Martino, che ospita una tela importante del Tiepolo) con caratteristico campanile pendente. E una piazza dedicata al compositore (caro a Benedetti Michelangeli) buranese dell’XVIII secolo, Baldassarre Galuppi. Curiosità: a Burano è nato anche, nel 1941, il cantautore Pino Donaggio.

Burano è collegata a Mazzorbo da un ponte, mentre Torcello dista qualche centinaio di metri. Celebre per i suoi merletti, è caratterizzata dalle sue coloratissime case: se ne ignora il motivo. E’ possibile mangiare e dormire bene sia a Burano sia, soprattutto nello splendido resort Venissa della famiglia Bisol sull’isola di Mazzorbo.

Un consiglio personale: andateci in autunno e rimaneteci almeno tre giorni: saranno indimenticabili. Parola mia.

http://venissa.it/

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Ah, Venissa Venissa….

http://venissa.it/

Dura ormai da qualche giorno il travaglio di scrivere queste righe dedicate alla  visita a Venissa: succede sempre quando il contenuto della scrittura va a toccare certe diaboliche cordicelle della mia sensibilità. Allora mi dilanio sulla forma con cui modellare la scrittura: in fondo, l’arte è pura forma, anche nelle sue espressioni più semplici, come questa.

Il motivo di questa premessa sta nel fatto che avrei dovuto scrivere una delle mie storie peculiari: partire dagli incontri – Ivan Garlassi a Arezzo, una tristissima sera di febbraio del 2004 e Gianluca Bisol, una magnifica sera di luglio del 2013 a Barolo – narrare del viaggio complicato e affascinante per guadagnare l’isola di Mazzorbo; raccontare della storia straordinaria di Altino, Attila, i Longobardi, Torcello, Santa Maria Assunta. E poi, ancora, raccontare di come Gianluca anni fa si metta a rovistare tra i giardini delle isole per raccogliere qualche decina di fossili di Dorona e delle microvinificazioni e dell’impianto di un ettaro scarso di vigna e di Roberto Cipresso e delle scarse 5.000 mezze bottiglie prodotte nel 2010….

Invece no!

Tutte queste notizie, e ben altro ancora, si possono trovare ben raccontate e illustrate sul web site di cui sopra ho riportato il link. E ci sono parecchie e ottime recensioni che illustrano tecnicamente le faccende che riguardano Venissa.

Io, invece, stavolta desidero soltanto scrivere del vino che ho bevuto, che ho gustato e a cui ho dedicato una piccola nicchia nella cattedrale gotica della mia memoria.

Matteo Bisol, dopo una visita alla straordinaria vigna di Dorona, mi ha introdotto in una sala dalla scarsa illuminazione: sala ampia e ben restaurata con numerose immagini alle pareti e un grande schermo. Dopo la proiezione di un filmato parecchio emozionale su Venissa, mi ha portato una bottiglia scura, tracagnotta, impreziosita da due lamine d’oro inserite a caldo nel vetro e l’incisione a mano del nome del vino e del numero progressivo della bottiglia.

Sopra un tavolo di magnifico legno grezzo.

E ho cominciato il rito della gustazione.

Nella penombra mi sono appartato con quel calice: lui e io.

Tutto il resto del mondo, la galassia, l’universo: inutili, inesistenti.

Dovrei descrivere il colore? Dovrei gettare lì i soliti, noiosi aggettivi più o meno tecnici? No, no: quel colore era una tinta calda, spremuta da secoli di stenti, acque alte, smadonnamenti e raggi stinti di sole in perenne battaglia con nebbie e brume. Forse, chissà, il riflesso abbacinante di un bronzo fuso a Cipro in età alessandrina.

E dovrei adesso raccontare le sensazioni inspirate nelle narici tuffate, svergognate, dentro quel pozzo sacro di cristallo a rubare l’essenza di quel concentrato di sogno?

Ho respirato resine di conifere che forse arrivavano dai monti dolorosi del Libano, ho sentito storie di fiori appassiti aspettando amori bugiardi; ho ascoltato l’ansimare leggero di una brezza salmastra.

Eppoi l’ho bevuto: un sorso, appena un sorso per non farmi stordire, invadere, conquistare da quel vino presuntuoso.

Un sorso è bastato per riascoltare tutte le storie della Laguna: ero circondato da pescatori, contadini, fanciulle sensuali che mi raccontavano stenti, miserie, amori sfortunati, grandi bevute…

Infine, un altro sorso, piccino, che ho lasciato a lungo in bocca, quasi a coccolare con dolcezza il palato.

Concluso, mannaggia!, quell’attimo di sensazionale stordimento, sono ritornato tra i tormenti del mondo: avevo bevuto una delle ultime bottiglie del 2010, la prima vendemmia di quella vigna impiantata nel 2007.

Con Matteo Bisol – figlio primogenito di Gianluca e responsabile in prima persona del progetto Venissa – ho poi gustato il Venissa 2011 e il Rosso Venissa (Merlot 85% e Cabernet 15%) 2011: sono entrambi vini straordinari, pur se ancora, per molti versi, sperimentali. Il Venissa 2011 sarà per certo ancora più complesso del 2010: la resa è stata minore (38 ql/Ha…) e il lavoro in cantina, forti dell’esperienza dell’anno precedente, ancora più accurato. E per questi vini occorre avere tanta pazienza e saper aspettare qualche anno.

Pare ovvio che vini del genere impongono di venire qui, in Laguna, a gustarli: a Venissa, isola di Mazzorbo collegata con Burano, si trova tutto quanto occorre per appartarsi con questi vini e goderne al massimo grado. Chiaro poi che con la compagnia giusta si condividono sensazioni e emozioni.

Ah, dimenticavo il prezzo: assai meno di quel che valgono e comunque non esiste miglior modo di investire i propri denari.

Il mio consiglio?

Partire da qualunque angolo della galassia e venire a respirare la luce umida e torbida di quest’angolo di Laguna: da soli, per assaporare il piacere della propria compagnia esclusiva; in compagnia di persone sensibili, per condividere suggestioni e emozioni.

Qui si trova tutto quel che serve, condito di sensibilità, cultura, discrezione.

Salute!

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Si fa presto a dire Prosecco – 2

 

Era soprattutto per conoscere in loco il Progetto Venissa che avevo concordato questo viaggio in Veneto, però non potevo, una volta giunto lì, non visitare l’azienda Bisol in Valdobbiadene.

Devo ringraziare Michela De Bona, responsabile della comunicazione e delle relazioni esterne, che mi ha organizzato alla perfezione le varie e complicate faccende logistiche.

Finito il magico momento a Mazzorbo e affidato ai ricordi un tramonto sulla Laguna indimenticabile, mi sono recato in treno a Cornuda – uno dei 17 comuni della DOCG Asolo – dove mi aspettavano Desiderio Bisol con Elisa, sua moglie. Siamo andati a cenare in un bel locale in Valdobbiadene (Dobladino, vedi link sotto).

Qui ho avuto modo di bere il Private Cartizze 2009, il Crede 2013 e un interessante Prosecco Brut senza solfiti aggiunti (NoSo2): distratto dalla conversazione che a un certo punto ha preso una piega di estremo interesse per me – il racconto di Elisa dell’occupazione austriaca di Valdobbiadene durante la Grande Guerra: non ne sapevo nulla e poco di questi fatti si conosce – che mi ha distratto da una valutazione attenta dei vini che stavo gustando.

Il giorno appresso, dopo un sonno ristoratore nello storico Bread&breakfast della famiglia di Elisa, Desiderio mi ha accompagnato in uno straordinario giro in alcuni dei 177 ha. gestiti direttamente da Bisol.

Al ritorno Valentino Radaelli, in compagnia di Michela De Bona – con la quale avevo fatto una visita nelle cantine fino a rimanere incantato dentro quella storica nicchia che risale al 1875! – mi ha fatto gustare ulteriori 4 vini: il Prosecco del Fol e il Cartizze (metodo Martinotti) a base Glera; due Metodi Classici Millesimati a base di vitigni classici (Pinot bianco e nero e Chardonnay): il Talento 2003 Brut e l’Eliseo 2004 Pas Dosé Brut.

Ho trovato, in un contesto di qualità altissima, eccezionale l’Eliseo: non mi considero un esperto di vini spumanti, né questa tipologia mi appassiona in maniera particolare, però quando bevo dei vini eccellenti, quale che sia la tipologia, riesco ancora a entusiasmarmi. A questo proposito ho deciso che una bottiglia di Eliseo 2004  festeggerà l’anno nuovo al posto del solito Alta Langa con cui in genere accompagno questo rito.

Eliseo perché dedicato al fondatore dell’azienda Eliseo Bisol (1855/1923), 1.990 bottiglie prodotte di questo millesimo con tiraggio nel maggio del 2005 e sboccatura in ottobre 2014. 12,5%vol., giallo paglierino medio, al naso un delicato e complesso florilegio di sentori che vanno dalla crosta di pane ai fiori bianchi; al palato risulta morbido, sapido e con una eccezionale acidità (oggi va di moda definirla mineralità). Gran vino, tra i migliori che io abbia memoria di aver gustato tra gli spumanti italiani.

Una speciale nota di merito a Valentino: classe, competenza, discrezione. Mica poco!

Nelle valutazioni che ho avuto modo di fare con calma a casa mia – gustazioni che prendono anche due/tre giorni per valutare il vino della medesima bottiglia – sono rimasto impressionato dal Relio 2009 e, soprattutto, dal Private Cartizze 2012.

Sono entrambi vini a base Glera 100% con uve selezionate e vinificati con metodo classico. Il Relio è un dosato Extra Brut di 12%vol. dedicato a Aurelio Bisol, fratello di Antonio e dunque zio di Gianluca e Desiderio. 5878 bottiglie per uno spumante eccellente che dimostra la capacità del Glera, coltivato e vinificato come si deve, di competere con vitigni assai più blasonati: una vera sorpresa per me.

E infine il Private Cartizze 2012, non dosato, Brut per 2657 bottiglie prodotte di questo millesimo con tiraggio nel maggio 2013 e sboccatura nel marzo del 2014.

Fra tutti i vini di Bisol che ho bevuto – a parte il Venissa, pare ovvio – questo è quello che preferisco: 12,5%vol., giallo paglierino intenso con sfumature calde; al naso una straordinaria complessità che dai primari intensi di crosta di pane si va via via a percepire sentori di fiori di prato, frutta bianca, fieno. Al palato risulta sapido, armonioso e con una bella acidità che rimane a lungo con un piacevole e particolare retrogusto che non sono riuscito a riconoscere con certezza.

Gran vino che mi costringe a riformulare le mie valutazioni sul Prosecco!

Ovvio che i prezzi di questi vini ballano intorno ai 35/40 €: ma sono per certo di qualità assai migliore di un qualsiasi Champagne industriale, senza fare nomi e con prezzi spesse volte superiori.

Questo Private Cartizze 2012 l’ho accompagnato con un delizioso baccalà mantecato – ristorante da Ugo, vedi link sotto – e, a casa mia, con i cibi più vari, come da immagini qui sopra; il mio consiglio, però, è di berlo senza accompagnarlo con nulla: compagno straordinario per quelle coccole che ogni tanto ci meritiamo.

Salute.

http://www.vincenzoreda.it/si-fa-presto-a-dire-prosecco/

www.dobladino.it

www.daugo.net

 

 

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Si fa presto a dire Prosecco

http://www.bisol.it/

«Prima di passare alle schede tecniche, mi concedo un ricordo personale che testimonia di come il Prosecco sia uno di quei vini che possono risolvere, con semplicità e eleganza, qualsiasi situazione: uno di quegli amici sicuri che c’è quando ti occorre; una di quelle donne, amiche o amanti, la cui compagnia è un balsamo privo di controindicazioni.

La piramide dell’isola di Montecristo si ergeva al nostro traverso indorata da un sole basso che pareva un’arancia. Il mare latteo ristava senza un’onda e le vele erano silenziose e mosce: lo sconforto di una bonaccia, il peggio per una barca a vela. Ma avevamo appena pescato un tonnetto che era stato immediatamente stufato. Ci bevemmo in abbondanza un Cartizze, anonimo, che uno di noi aveva portato in cambusa. E chi se lo dimentica più quel Cartizze bevuto al tramonto davanti a Montecristo!».

In questa maniera concludevo un articolo pubblicato sul n.59 (settembre 2011) del mensile Horeca Magazine: si trattava di un articolo dedicato a una delle più importanti case produttrici di Prosecco DOCG Conegliano-Valdobbiadene.

Prosecco oggi significa oltre 300 mln. di bottiglie, una gran parte delle quali esportate in tutto il mondo (nel 2013 per numero di bottiglie esportate ha superato Sua Altezza Reale lo Champagne), oltre 8.000 produttori che operano in circa 600 comuni di 9 province tra Veneto (5) e Friuli 4).

Il Prosecco ottenne la DOC nel 2009, stesso anno in cui Conegliano-Valdobbiadene guadagnò la DOCG; due anni più tardi fu riconosciuta la DOCG Asolo.

Valdobbiadene è oggi un comune, addossato sulla riva sinistra del Piave, di circa 11.000 abitanti; nel suo territorio 107 ha. di vigne costituiscono il Sancta Sanctorum del Prosecco: Cartizze, distribuito nelle frazioni di Santo Stefano, San Pietro di Barbozza e Saccol. La denominazione esatta è: “Prosecco di Valdobbiadene Superiore di Cartizze”, oltre 100 diversi vignaioli ne producono 1,4 milioni di bottiglie. Vale la pena ricordare che oggi un ettaro di vigna in Cartizze è forse il terreno agricolo più costoso del nostro Paese (si arriva anche a 2,5 mln. di euro!).

Ho avuto la fortuna di camminare le vigne di Cartizze accompagnato da Desiderio Bisol, enologo diplomato al celebre Istituto G.B. Cerletti di Conegliano, prima scuola enologica italiana fondata dal chimico Antonio Carpené, nel 1876.

Desiderio è il fratello più giovane di Gianluca, che si occupa di gestione e amministrazione: è ancora in gran forma il papà Antonio, figlio di quel Desiderio Bisol che nel dopoguerra trasformò una storica famiglia di vignaioli – presenti sul territorio fin dal XVI secolo – in una moderna azienda che esporta i suoi vini in tutto il mondo e che può essere considerata al vertice qualitativo del Prosecco, e non soltanto. Oggi la famiglia Bisol, con diversi marchi, produce oltre 1,5 mln. di bottiglie di cui circa 400.000 commercializzate con il marchio Bisol, ovvero l’apice della piramide della qualità.

Ma desidero ritornare alle vigne, a camminare le vigne, come soleva scrivere Gino Veronelli. Perché camminando per le sue vigne ti accorgi che cosa significa una certa bottiglia di vino, quale che sia.

Gustare un calice di Cartizze, vinificato con il metodo classico, dopo aver visitato – una mattina luminosissima di fine ottobre – queste vigne piantate su pendii impossibili (le famose Rive) che permettono soltanto faticose lavorazioni manuali, accompagnato da chi conosce le sue viti una per una,  significa che quel calice di Cartizze avrà tutt’altro gusto, tutt’altro valore.

Delle faccende organolettiche dei vini Bisol tratterò a parte, qui mi preme spiegare quanto il lavoro in vigna che si fa da queste parti non viene abbastanza raccontato, quando del Prosecco si ha un’immagine di vino industriale, facile, che tutto sommato vale poco.

Desiderio lavora con un agronomo, con un botanico e, addirittura, con un entomologo e non sproloquia sul bio o sul biodinamico: la serietà, la competenza, la ricerca, l’impegno non seguono slogan modaioli. Poi, alla resa dei conti, i vini sanno raccontare le storie giuste. A chi queste storie sa prestare orecchio.

A chi, in fondo, se le merita.

http://www.vincenzoreda.it/si-fa-presto-a-dire-prosecco-2/

 

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L’Ombra – di vino – spiegata da Giuseppe Comisso

Un esempio di ebra incertezza è dato dal volere spiegare l’origine della parola ombra che nel Veneto IMG_5757viene usata quando si vuole chiedere un bicchiere di vino. Qualcuno dice che siccome le osterie un tempo erano frequentate in grande parte da pittori qualcuno di questi ebbe l’ispirazione di sostituire l’idea oggettiva formata dal bicchiere con quella pittorica dell’ombra che il vino determina sulla tavola, quando si riempie il bicchiere.

Altri dicono che il chiamare ombra un bicchiere di vino fu per un euforismo in una epoca in cui si giudicava volgare bere vino.

Infine qualche altro vuole spiegare questa espressione come per indicare l’effetto che un bicchiere di vino può dare a un cervello, cioè un poco di ombra sulle idee chiare talvolta tristi e dolorose. Ma siccome la filologia può anche servire a spiegare la storia dei popoli si dice che l’essere venuti a chiamare ombra un bicchiere di vino nel Veneto è stato determinato da un avvenimento storico. Nel secolo passato i vini veneti erano generalmente bianchi e leggeri e se venivano lasciati in un bicchiere rotondo retto da un gambo più o meno snello sotto non davano ombra.L1180302

Questa ombra apparve nella seconda metà dell’Ottocento quando anche i vigneti veneti subirono il flagello delle malattie che avevano invaso l’Europa e s’importarono specialmente dalle vigne delle Puglie vini rossi e densi i quali a differenza degli altri davano ombra sul tavolo.

Fu questo il tempo in cui per chiedere un bicchiere di vino in una qualsiasi osteria del Veneto si cominciò a dire: « Mi dia un’ombra ».”

Questo breve scritto è di Giuseppe Comisso (1895-1969) ed è tratto dall’introduzione al capitolo dedicato ai vini di Veneto  e Venezia Giulia di I vini d’Italia di Luigi Veronelli (Canesi editore, Roma 1961): il primo libro del grande Gino e forse il più bel libro mai scritto sul vino.

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Venissa by Mattia Mionetto

http://venissa.it/

mattia@bisol.it

Qui sopra alcune immagini descrittive di Venissa a cura di Mattia Mionetto. Il resort, strepitoso, è disponibile durante l’inverno ma il ristorante stellato di Antonia Klugmann è chiuso, anche se sono disponibili pasti deliziosi a cura dello staff con gli ortaggi e il pesce di stagione. E il vino, anzi: IL VINO! pare ovvio..

I link sopra per saperne di più e l’indirizzo e-mail per prenotare.

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Tatì by Manolo Chef in Turin

http://www.ristorantetati.it/

Manolo Chef, fino a quando non ho accettato il suo cortese invito, era una di quelle amicizie virtuali che si incontrano sui social network. Però aveva qualcosa che mi ispirava e io, quando sono così saggio da seguire le mie sensazioni ingiustificate dal punto di vista del ragionamento, non sbaglio mai.

Sono andato a trovarlo, servendomi della metropolitana, un giorno luminoso di fine ottobre. Zona San Salvario, via Bidone è una traversa di via Nizza, dirimpetto alla stazione di Porta Nuova. Già dall’impatto esterno si comprende che il locale dev’essere particolare.

E particolare lo è: nella saletta di accoglienza, nella sala principale (non più di 20 coperti), nella deliziosa salettina laterale (10/12 coperti). Arredato con gusto, tinte calde, tovagliati semplici come le posate, sedie e tavolini ma di sobria eleganza; luce soffusa e musica di sottofondo al giusto volume.

Conosco Manolo Chef, finalmente. Di origini sarde – Iglesias – con alberghiero frequentato a Alghero. Capita a Torino, forse per amore: la fanciulla sparisce, l’amore per la Città (e chi può dubitarne) rimane.

Dopo varie esperienze – soprattutto un periodo proficuo da Querio, in via Cernaia – circa due anni fa si decide a aprire, con la compagna Tatiana (diminutivo Tati, francesizzato con la “i” accentata: ecco l’origine del nome del locale) che cura le questioni amministrative, questo bel ristorante.

Manolo Murroni è un trentenne con una grande passione per la cucina che ha imparato “rubando”, come si dovrebbe fare sempre, qui e là, da questo e da quello i piatti, il mestiere, i piccoli trucchi, le malizie. E poi, pare ovvio, ci ha messo molto del suo: santa materia prima (scelta con cura e rispettata al massimo grado), preparazioni cucinarie semplici, ricerca ossessiva degli accostamenti con sempre una interpretazione e una lettura personale di ogni piatto.

Ho gustato un eccellente cocktail solido a base di Inzolia siciliano, fico d’India, ananas, arancia e limone; una battuta di fassona con uovo di quaglia, uvetta di Corinto e miele di tiglio; coniglio grigio con nocciole nostre sopra una salsa – quella che si chiama volgarmente “letto” – a base di datterini e cipolla di Tropea; poi uno strepitoso ragout di cinghiale con spaghetti di Gragnano (cottura come si deve) e dei gustosissimi agnolotti di grano saraceno ripieni di carne e insaporiti con burro chiarificato, noci, speck e erba cipollina.  I dolci, sempre a cura di Manolo, sono deliziosi (soprattutto un certo suo torrone liquido) e poi non ho fotografato un fuori programma che forse è, nella sua estrema semplicità, la preparazione migliore che ho gustato: stracotto di guanciale di vitello al Barbaresco. Senza parole: bisogna provarlo.

Abbiamo bevuto un Cabernet Sauvignon di Marilena Barbera (Menfi, Agrigento): La Vota 2008, eccellente! E assai curata la carta dei vini con una scelta che abbraccia l’Italia intera, pur con prevalenza piemontese: segnalo i vini dei miei amici Marrone di La Morra.

Chiaro che lo consiglio con grande convinzione! Anche se non ci andate a nome mio, sarete per certo trattati con grande professionalità accompagnata da una palpabile passione e un piacevole, misurato, entusiasmo: mica poco (i prezzi sono assolutamente in linea con le aspettative, 40/50 € senza esagerare con i vini).

Per i contatti e ogni ulteriore informazione, il link del sito qui sopra.

Salute!

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Sulle ali del Barolo di Gianni Gagliardo

Sulle ali del Barolo

Editore Cinquesensi di Lucca, 15 euro per 160 pagine fresche, curiose, insolite.

Gianni Gagliardo, grande del vino e grandissimo del Barolo (ah! il suo Preve, Barolo di ogni tanto e per pochi…), ha voluto 21 dei miei bicchieri e la copertina dipinta proprio con qualche goccia di Preve 2007. Devo ringraziarlo, è venuto un gran bel lavoro, così come eccellente è stata l’opera di Leonardo Castellucci, l’amico editore di Lucca (ma fiorentino autentico e tra i pochi fiorentini simpatici).
Avanti Savoia!!

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Sulle Ali del Barolo

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I miei quadri per G. Gagliardo

Sulle Ali del Barolo, di Gianni Gagliardo, Cinquesensi Editore di Lucca.

Qui sopra i miei tre testi d’introduzione alle tre sezioni (7 quadri ciascuna) che sono contenute fuori testo nel libro.

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La Fisiologia del gusto di J. A. Brillat-Savarin

Gli anni erano quelli di Marie Antoine Carême (1784/1833) cuoco di Napoleone – che era un pessimo commensale ma lo usava per i suoi ospiti illustri, spesse volte veri gourmet -, dello zar Alessandro I, di Re Giorgio IV d’Inghilterra ma soprattutto di Talleyrand, grande diplomatico e soprattutto grande buongustaio.

savarin iLa Rivoluzione aveva costretto i cuochi a lasciare le sicure e esclusive cucine nobiliari e affrontare finalmente “il mercato”: stava nascendo la ristorazione e la Francia con Parigi erano la frontiera.

Nel 1803 era stato pubblicato l’Almanach des Gourmands di Grimod de la Reynière.

Jean Anthelme Brillat-Savarin era nato il 22 febbraio 1755 a Belley, pochi chilometri a nord-ovest di Chambery (Ain) e aveva studiato giurisprudenza. Divenne importante magistrato durante la Rivoluzione ma dovette fuggire negli Stati Uniti durante il Terrore, ritornò in Francia dopo la caduta di Robespierre nel 1796.

Napoleone lo nominò giudice a vita della Corte di Cassazione.

La Physiologie du goût uscì anonima (Savarin pensava di doversene vergognare) nei primi giorni di dicembre 1825. Ebbe un immediato successo e il magistrato si fece riconoscere e ebbe agio di assaporare un po’ di successo prima di defungere due mesi più tardi, il 1 febbraio 1826, causa una polmonite.

Riposa in Père Lachaise.

Chiaro che questo è uno testi irrinunciabili per chi di cibo, cucina, alimentazione si occupa a qualsiasi titolo.

Libro tradotto, citato, lodato – a pieno merito, pare ovvio – ovunque e in qualsiasi epoca.savarin 1 i

La struttura prevede una parte introduttiva che comprende XX Aforismi del Professore per servire da prolegomeni alla sua opera e di base eterna alla scienza, XXX Meditazioni composte di 148 capitoletti (l’ultimo è dedicato alla sua Gastarea, dea e musa del piacere del gusto che si venera – guarda un po’! – a Parigi e si festeggia il 21 settembre) e XXVII Varietà. Un Congedo ai gastronomi dei due mondi chiude il libro.

La lettura è proprio gustosa, soprattutto se la si fa da un punto di vista filologico (ci separano due secoli di scienza dell’alimentazione, due secoli di ristorazione, centinaia di prodotti e preparazioni nuove, 6 miliardi di uomini in più….) e non si prende tutto per buono quel che il buon magistrato pensa e racconta negli anni Venti del XIX secolo nella Parigi della Restaurazione.

Bella l’edizione cartonata di Slow Food (2008 con riedizioni successive), 400 pp. per 14,50 euro.

Per certo da leggere con attenzione e (buon)gusto e da conservare con gran cura  in biblioteca. E, attenzione (vale per tutti i libri ma di più per quelli importanti): guai a prestarlo agli amici!

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Gusto e Disgusto

E’ finito questo….come definirlo: evento, salone, fiera, manifestazione, kermesse, mostro mediatico, show-business? Non saprei proprio. Certo, i numeri sono impressionanti: oltre 200.000 visitatori, chissà quanto fatturato tra biglietti e vendite; grande ricaduta in termini economici sulla Città; enorme eco mediatica….

Tutto a posto, tutti contenti, certo.

Ma tutti presi per i fondelli, presi per il naso, presi in giro, turlupinati, imbrogliati, fatti fessi. Ma perché?

Perché di cultura, storia, etica dell’alimentazione – a parte vane e retoriche parole nate e morte dentro inutili convegni – in giro per il salone non se n’è vista neanche l’ombra; in giro per il salone si sono viste calche immani di folle pressarsi l’un l’altro, spingersi trainando borse e carrelli (!!), masticando in maniera parossistica cibo comunque sia o bevendo dentro bicchieri di plastica – certo rigorosamente riciclabile, pare ovvio – qualunque cosa, purché possibilmente gratis… E poi tanto folklore, tanta superficialità, tanti miserabili vip lì soltanto per apparire, per essere immortalati negli insopportabili selfie dopo le importanti interviste televisive o, peggio ancora, destinate agli insopportabili, superficiali, banali, insulsi “food-blog”.

Non ne posso più, per davvero.

E non ho dubbi, stavolta: ho ragione io.

Questo mondo non ha nulla da spartire con l’etica, con la cultura, con i ritmi lenti, con le riflessioni, con le gambe sotto il tavolo un bel tovagliato belle posate calici di cristallo profumi inebrianti sapori conditi di parole pronunciate per bene tra amici che non devono dimostrare niente a nessuno.

Ma neanche nulla ha da spartire con quei tanti al mondo che mangiano ancora per alimentarsi, per i quali sapori e profumi sono le ultime tra le loro preoccupazioni.

Non sono un moralista: va benissimo tutta la faccende del Salone del Gusto e di Terra Madre, ma chiamiamola con il suo giusto nome.

Business: non fa male a nessuno, anzi!

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Langa foliage

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Focus Storia: I Càtari di Monforte

http://www.vincenzoreda.it/il-castello-dei-catari-di-maurizio-rosso/

I Càtari

La dottrina càtara, la cui origine è oscura, è una sorta di sintesi delle eresie sviluppatesi dopo il III secolo: manicheismo, arianesimo, paulicianesimo, bogomilismo… La parola deriva dal greco katharós: “puro” e fu coniata verso la fine del XII secolo. L’eresia si diffuse rapidamente in quel periodo tra la Francia meridionale, la Renania e l’Italia settentrionale.

Il papa Innocenzo III indisse una crociata contro di loro nel 1208.

A Béziers, il 22 luglio del 1209, i crociati, guidati da Simon de Montfort,  massacrarono tutti gli abitanti – quasi 20.000 persone – in maggioranza cattolici tra cui vi erano poche centinaia di càtari. Al legato papale, Arnaldo Amaury, si deve la celebre (ma assai dubbia) frase: «Uccideteli tutti! Dio riconoscerà i suoi».

Papa Gregorio IX istituì contro questi eretici la Santa Inquisizione nel 1233 e Domenico di Guzman, predicando nelle terre degli albigesi – altro nome degli eretici, derivato dalla città di Albi – fondò l’ordine dei Domenicani proprio in quegli anni.

In Italia, il 13 febbraio 1278, vennero bruciati a Verona i perfecti delle comunità càtare di Desenzano e Sirmione. All’inizio del XIV l’accurato lavoro di sterminio ebbe termine.

I Càtari credevano che tutto il mondo reale fosse opera del Demonio: perciò i perfecti non dovevano riprodursi e consideravano la morte (che si davano per fame) la loro massima aspirazione. Erano integralisti, vegetariani, praticavano la povertà e la comunione dei beni; riconoscevano il solo sacramento del consolamentum: un’imposizione delle mani che rendeva perfecto un semplice credente.

 

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Gastromania di Gianfranco Marrone

GM«Tuttavia il problema, in quel frangente, non era la cattiva qualità del cibo come tale. Quella c’è un po’ dovunque negli iperluoghi contemporanei: stazioni ferroviarie, autostrade, centri commerciali, aeroporti e quant’altro. Ciò che rendeva la situazione assolutamente tipica e spaventosamente imbarazzante era il contesto in cui ci si trovava – evidente epitome del destino attuale del cibo. Innanzitutto,  c’era il fatto che ognuno mangiava per i fatti suoi. Si stava in qualche modo spaparanzati su specie di potlroncine avvitate al pavimento, dinnanzi a tavolini bassi: mancava però la tavola come dispositivo spaziale, oggetto che, distribuendo il cibo su di essa, ripartisce i commensali al suo intorno».

Che cosa si può dire di uno che scrive in questa maniera? In poche righe è possibile trovare il meglio del peggio: assolutamente, quant’altro, iperluoghi, epitome, spaventosamente….

Il librino (Saggi Bompiani, cartonato con sovracopertina, formato tascabile 14×19 cm, circa 200 pp. per 14 €) sarebbe anche interessante se fosse scritto bene e argomentato con meno confusione: l’ho letto come si piglia una purga, ahimè!GM 1

Gianfranco Marrone è un docente di semiotica all’Università di Palermo, collabora con diversi giornali e ha già scritto (ahinoi) diversi libri. Alcune sue osservazioni sono interessanti: sul fatto che in televisione si cucini troppo e che si mangi quasi nulla direi che siamo tutti d’accordo. Oggi lo Chef è diventato un Divo, mentre del Maître nessuno pare ormai occuparsi. Grandi materie prime, grandi preparazioni, grandi impiattamenti e poi qualche piluccamento… Ovvero: la convivialità è andata a farsi…friggere! In televisione come nella vita di tutti i giorni.

Ma torniamo a Marrone. Troppa confusione, troppa lingua in libertà e poca chiarezza, professore. Bene soltanto qualche neologismo: ingenuinità e terroirismo (non è suo, ma va bene lo stesso); abbastanza bene l’enfasi posta sul film di Marco Ferreri La Grande Bouffe, anche se poi l’esegesi lascia a desiderare… Bene le ultime venti pagine di pseudo-bibliografia, possono essere utili a qualcuno non del mestiere.

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AKHENATON, Torino (27 febbraio/14 giugno 2009), Palazzo Bricherasio

Questo è un articolo di qualche tempo fa. Desidero rendere omaggio a quei cittadini egiziani che hanno difeso il Museo Egizio del Cairo, difendendo non soltanto le proprie tradizioni, ma difendendo un patrimonio che appartiene a tutte le genti del mondo.

Francesco Tiradritti

MOSTRA

Il grande inno di Aton (1345 a.C., circa)

[...]Quante sono le tue opere!
 Esse sono misteriose agli occhi degli uomini.                                                             Oh unico, incomparabile dio onnipotente,
                                                                                                                                tu hai creato la terra in solitudine
come desidera il tuo cuore,
                                                                                          gli uomini tu hai creato, e le bestie grandi e piccole,
                                                                                                      tutto ciò che è sulla terra,
e tutto ciò che cammina,
                                                                                                         tutto ciò che fende l’aria suprema,
                                                                                                                                            tu hai creato strani paesi, Khor e Kush
e anche la terra d’Egitto,
                                                                                     tu metti ogni uomo al posto giusto
con cibo e possedimenti 
e giorni che sono contati.                                               Gli uomini parlano molte lingue,
sono diversi nel corpo e nella pelle,
                                                                            perché tu hai distinto popolo da popolo.[...]”

“All’inizio del Novecento Akhenaton non è più soltanto una figura della storia egizia; egli è divenuto, per via del suo rapporto con la religione, un personaggio che si vuole collegare alla tradizione occidentale. L’apice di questa ‘cooptazione’ del faraone verrà raggiunto da Sigmund Freud. Nel suo ultimo saggio,L’uomo Mosè e la religione monoteista, l’inventore della psicanalisi corona la propria riflessione sulla religione e più specificamente sul monoteismo e le sue conseguenze. Prima di essre riunite sotto un unico titolo, le diverse parti dell’Uomo Mosè… apparvero sulla rivista ‘Imago’ tra il 1937 e il 1938.

[…] Mosè viene descritto come un egizio che avrebbe trasmesso agli ebrei la religione di Akhenaton, il culto di Aton, il dio unico. Una religione che per Freud fu storicamente il primo tentativo di ‘rigoroso monoteismo’ e che allo stesso tempo rese possibile la nascita dell’‘intolleranza religiosa’, altrimenti estranea, secondo lo psichiatra, al mondo antico. Come fonte di questo ‘monoteismo egizio’ viene indicata una ‘corrente’ assai antica, interna alla ‘scuola sacerdotale del Sole di On (Eliopoli)’, sostenitrice della fede in un dio unico. Freud ipotizza che Mosè fosse un parente di Akhenaton e un convinto sostenitore della nuova religione e che, dopo la morte del faraone, ambisse a fondare un nuovo regno cui far adorare il dio intransigente che l’Egitto disdegnava. Egli avrebbe acquisito autorità sugli Ebrei schiavi in Egitto, insegnato loro la nuova fede e condotto l’esodo dal paese (tra il 1358 e il 1350 a.C., prima del regno di Horemheb, secondo Freud). Questo strato, il nucleo più antico di quella che sarebbe divenuta la religione ebraica, sarebbe stato dimenticato dopo le vicissitudini sinaitiche che videro da un lato la morte di Mosè….e dall’altro l’incontro con altri semiti adoratori di Jahvè, dio dei vulcani. Le due religioni (quella di Aton e quella di Jahvè) si fusero dopo che un ‘secondo Mosè, la cui memoria si confuse col primo, divenne capo del popolo ebreo’. Un racconto bizzarro si converrà, ma in grado di dar corpo all’ipotesi che il monoteismo ebraico derivasse dall’episodio monoteista egizio.”.

Questa lunga citazione è tratta dal notevole saggio del Prof. Youri Volokhine, Università di Ginevra, titolato: Atonismo e monoteismo: alcune tappe di un moderno dibattito e inserito nel catalogo, curatissimo e interessante assai (Silvana Editoriale, a cura di F. Tiradritti con M. Vandenbeusch e J.L. Chappaz), della mostra AKHENATON – Faraone del Sole, ospite dal 27 febbraio e fino al 14 giugno 2009 di Palazzo Bricherasio a Torino.

“Con la successiva monografia su Akhenaton (1995) Hornung realizza senza dubbio una delle migliori sintesi della religione dell’età amarniana. Riguardo i tratti monoteisti del culto di Aton, Hornung individua tre aspetti:

- l’esclusività (affermazione del ‘dio unico [cui] non esiste alternativa’) ‘ancor più radicale di quella del Deutero-Isaia 44,6’, segno di una rigidità che, secondo Hornung, è stata superata solo da alcune correnti dell’Islam;

- la persecuzione delle antiche divinità, primo tentativo precristiano di annientare il mondo pletorico degli dei;

- un culto destinato al solo Aton.”

Con questa sintesi, citando Erik Hornung, dopo aver esaminato le pubblicazioni di autorità come Jan  Assmann, il Prof. Volokhine si avvia a chiudere il suo saggio che tante domande e riflessioni apre a fronte di un tema troppo complesso e su cui non si possono formulare ipotesi definitive.

Visito la mostra accompagnato da Antonella Galeandro, un giovane e recente acquisto della Fondazione Bricherasio che si occupa di comunicazione, assunta dopo uno stage opportuno.

Al solito, la facilità di fruizione della mostra da parte di ogni tipologia di visitatore è al centro delle attenzioni degli allestitori, costume raro e prezioso nel nostro Paese.

I 226 reperti che la compongono sono mostrati, illustrati e valorizzati per il valore unico che rappresentano: sono quasi tutti pezzi prestati da prestigiosi musei non italiani, pezzi dunque che non rivedremo facilmente.

Il Prof. Francesco Tiradritti, archeologo ed egittologo toscano di fama (scava oggi a Luxor su vestigia egizie dell’VIII e VII secolo, riva sinistra del Nilo), che ha ideato e curato l’esposizione, mi spiega che l’allestimento di Ginevra, precedente questo torinese, è stato in verità un ripiego logistico, in quanto la mostra avrebbe dovuto esordire proprio nella nostra Città.

Non sto a raccontare in dettaglio le vicende di Akhenaton, anche perché le mie competenze archeologiche hanno radici profonde in altre aree: però, una rapidissima sintesi ho da fornirla a chi mi segue, se non altro per invogliare chi ha sete di approfondimento a visitare questa interessantissima, e unica, esposizione.

Akhenaton è secondogenito di Amenofi III (1387/1350 a.C.), diventa faraone nel 1350 a.C., dopo la morte del fratello, col nome di Amenofi IV.

Intorno al IV anno del suo regno compare accanto a lui la figura, enorme, di Nefertiti. L’anno successivo vede la decisione di fondare, in quello che oggi è il sito di Tell el-Amarna (a circa metà strada tra Luxor e Il Cairo), la nuova città di Akhet-Aton (L’orizzonte dell’Aton); in quegli anni cambia nome in Akhenaton e fonda il nuovo culto per l’Aton, il disco solare, che diventa la rappresentazione del dio-falco Ra-Horathky. La città si trasforma in una sorta di laboratorio di ricerca su nuove frontiere artistiche, architettoniche (l’invenzione della talatat, un blocchetto di pietra calcarea che ha le funzioni di un mattone, delle dimensioni di cm.52x26x22 e del peso di una quarantina di kg: sarà l’unità di costruzione dei nuovi edifici a cielo aperto, concepiti per accogliere direttamente i raggi del dio) e religiose.

L’apogeo del regno di Akhenaton si pone intorno all’anno XII del regno che termina con la morte, a pochi mesi di distanza, dei due regnanti nel 1333 a.C., XVII anno di regno.

Da citare come notevolissimo il ritrovamento, intorno al 1886/7, di quelle che vengono definite le Lettere di Tell el-Amarna: circa 380 tavolette di argilla redatte in carattere cuneiforme, che testimoniano una fitta corrispondenza con i lontani regni dei Mitanni e dei Babilonesi.

Si sono formulate infinite congetture sull’influenza di Nefertiti; sulla figura della  concubina (forse di stirpe Mitanna) Kiya, a cui qualcuno fa risalire la maternità di Tutakhamon; sulla misteriosa persona, forse donna, che successe a Akhenaton; su come e quanto il culto di Aton sopravvisse al suo creatore…

L’archeologia è una scienza che ricerca prove e testimonianze: le speculazioni intellettuali, le ricostruzioni e le ricerche degli storici costituiscono altre discipline.

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I Macchiaioli, Telemaco Signorini e Silvestro Lega

Fu in occasione della mostra a Palazzo Bricherasio, Torino – inaugurata nel maggio del 2007 – che m’innamorai perdutamente della pittura dei Macchialioli e, soprattutto dei quadri di Telemaco Signorini (Firenze, 1835-1901) e di Silvestro Lega (1826-1895). Certo era una faccenda che conoscevo, ma pensavo fosse una di quelle correnti artistiche provinciali e defilate che non avesse prodotto nulla d’interessante, a parte i grandi quadri a tema bellico e paesaggistico di Giovanni Fattori, verso cui non provavo particolare predilezione. Invece scoprii questi due pittori straordinari e mi resi conto che costoro, stimolati dai critici Diego Martelli e Adriano Cecioni a partire dalla metà degli anni Cinquanta del XIX secolo in Firenze, avevano anticipato gli Impressionisti francesi di quasi due decenni. Si ritrovavano nello storico Caffè Michelangelo e sviluppavano temi pittorici che spingevano l’arte pittorica verso gli orizzonti dell’avanguardia, stimolati dalla recente invenzione della fotografia. Le donne di Silvestro Lega e alcuni quadri (l’alzaia e il manicomio femminile) di Telemaco Signorini mi sono rimasti nel cuore.

 

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Von Hutten a La Morra

Non è stato semplice, domenica 12 ottobre a La Morra, cancellare quell’orrrribbbile gelato (dipinto assai bene e con gran tecnica) con dosi intense di cartavetro e olio di gomito (aiutato da uno dei ragazzi del Duca Bianco).

E non è stato semplice preparare il muro con il Dolcetto 2012 Rocche di Costamagna (ottimo) ridotto in percentuali differenti e aggiunto con uno speciale collante che non influisce sul colore del vino.

Nel frattempo ci si è messa di mezzo anche una sottile pioggerellina di quelle ce sono state inventate per rompere i…, ma no: per creare fastidio, insieme con i passanti che fanno osservazioni sempre fuori luogo o insulse (quasi sempre in buona fede, intendiamoci).

E allora ho dovuto affrettarmi a dare una prima forma di opera finita: ma non è così. Dovrò tornarci, magari più volte, e rifinirla come dico io! Così com’è non va ancora bene, come successe per quella fatta in piazza Vittorio: ci ritornai sopra almeno tre o quattro volte.

Però sono riuscito a scriverci la dedica: per Claudia Ferraresi, con il suo vino.

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Vincenzo Reda al Duca Bianco di La Morra

http://www.vincenzoreda.it/la-mia-personale-al-duca-bianco-di-la-morra/

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Il 30 settembre prossimo, intorno alle 19.30 sarò con  i miei amici – passati presenti futuri (purché veri) – quelli che vorranno o potranno esserci (meglio se non tantissimi), al Duca Bianco di La Morra (Via Umberto I, 25 – Tel. 0173 500368) per inaugurare la mia mostra personale che sarà permanente. E’ importante questa data: il giorno appresso compio gli anni e non mi ricordo se sono 41, 49 o addirittura di più, boh (ma poi che importa)!

Berremo vini, faremo chiacchiere e metteremo sotto i denti qualcosa. Se poi qualcuno vuole restare per la cena, sarà gradito (ma la cena se la paga, magari a prezzo conveniente: giusto per essere chiari!).

Il Duca Bianco, essendo stato rilevato da un mio vecchio amico, sarà il mio riferimento in Langa: mi troverete spesso a bere, a dipingere il murale che era in piazza Vittorio (e non c’è più: lo rifarò al posto di quel gelato, dipingendolo con il vino di qualche amico, vedremo), a dipingere sugli specchi, a leggere i tarocchi, a sproloquiare….

Vi aspetto.

Salute.

 

 

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