Ghërsa, ghërssin, grissino: un po’ di storia seria…..

IMG_7211La vulgata  racconta che Maria Giovanna Battista di Nemours, fresca vedova del duca Carlo Emanuele II e dunque reggente del Granducato di Savoia, volendo porre rimedio ai problemi intestinali del giovanissimo figlio, nonché erede al trono, Vittorio Amedeo II Francesco – poi soprannominato, a ragione, La Volpe Savoiarda – incaricasse il medico di corte, Don Teobaldo Pecchio, di trovare un rimedio efficace che guarisse il delicato e prezioso principe. La diagnosi del medico individuò l’origine del male nella pessima qualità del pane, la ghërsa (una sorta di pagnotta allungata), che allora nutriva tutti i piemontesi, nobili e plebei.

Il medico era di Lanzo, paese vicino alla reggia della Venaria, e dallo stesso paese proveniva il panettiere di corte, Antonio Brunero che certo ben conosceva la Bottega della Ghërsa, situata  in contrada Maestra, a Venaria Reale, nei pressi di quella che oggi è piazza Don Alberione; in quel forno si produceva un pane allungato mal impastato e mal cotto che tutti mangiavano (la ghërsa, che in piemontese significa “fila”, e si pronuncia con la “e” muta).

Medico e panettiere si misero al lavoro e, così racconta A. Viriglio, inventarono il grissino stirato: ghërsa, ghërssin, grissino, come è facile intuire senza ricorrere a sofisticate analisi etimologiche.

Era il 1675, Vittorio Amedeo aveva nove anni  (nacque a Torino il 14 maggio 1666) e il padre era appena deceduto.L1210860

Il principe guarì così bene che poi divenne il primo sovrano dei Savoia e a Venaria si racconta che a tutt’oggi, oramai trapassato da sovrano a fantasma, si aggiri nottetempo nelle sale della Reggia sgranocchiando i suoi amatissimi grissini.

La storia è una palese invenzione.

Già oltre trent’anni prima, nel 1643, l’abate fiorentino Vincenzo Rucellai, passando per Chivasso in un suo viaggio verso la Francia, scriveva di aver apprezzato: «[…] una novità, sebbene di stravagante forma, vale a dire del pane lungo quanto un braccio e mezzo e sottile a similitudine di ossa di morti».

Non soltanto: in alcuni documenti del XIV secolo si cita un certo tipo di  Pane Barotellatus, e in piemontese barot significa “bastone”. Non ci sono certezze se non che già nella prima metà del XVII il grissino, nelle due varianti classiche – stirato e robatà (la “o”  quando non ha l’accento, nella grafia moderna, si pronuncia “u”; ma si può trovare anche la variante rübatà) – era già assai diffuso e apprezzato a Torino e nei paesi limitrofi.

Quando e dove sia stato impastato il primo grissino e se fosse stirato o robatà è impossibile da stabilirsi.

Rimanendo ai fatti storici certi, è acclarato quanto Napoleone fosse ghiotto di quelli che chiamava: les petites batons de Turin. Provò a portarsi dei panificatori a Parigi ma lì i grissini non venivano bene; allora mise a punto un servizio postale celere che glieli servisse fragranti di giornata!

Pure Carlo Felice di Savoia era ghiotto di grissini: pare se li facesse impastare con polpa di trota (e li sgranocchiava nel suo palco del Teatro Regio…).

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L’obelisco anticlericale di Torino

Dopo un’epico scontro nel Parlamento sabaudo, il 9 aprile 1850, furono aboliti nel Regno di  Sardegna i tribunali speciali ecclesiastici, su proposta del ministro della Giustizia, conte Giuseppe Siccardi (1802/1857). Il punto fondamentale stava nel fatto che fino ad allora il clero era sottoposto soltanto alle leggi ecclesiastiche e ai loro tribunali, sottratti così alla giustizia civile e violando palesemente l’articolo 24 dello Statuto sull’eguaglianza dei cittadini.

L’arcivescovo di Torino, monsignor Luigi Fransoni (1789/1862) protestò e invitò i parroci alla disobbedienza. Gli fu comminata una multa di 500 lire e fu condannato a un mese di carcere. La multa fu pagata  tramite sottoscrizioni polemiche promosse dai giornali cattolici che aizzarono anche i fedeli a schierarsi contro la legge. Di contro, la stampa liberale promosse una sottoscrizione per riconoscere un omaggio simbolico al conte Siccardi. Ebbene, ebbe così tanto successo che si decise di erigere un monumento in quella che allora era piazza Paesana, sede del  marcà dle pate (mercato delle pulci), e oggi piazza Savoia. Fu scelto l’obelisco dello scultore Luigi Quarenghi di Casalmaggiore (1810/1882) su cui vennero incisi i nomi degli 800 comuni sottoscrittori.

Quando venne posata la prima pietra, il 17 giugno 1852, si decise di murare sotto l’obelisco quelli che erano considerati i simboli del monumento stesso e della città che lo ospitava: una copia della legge Siccardi, i numeri 141 e 142 de La Gazzetta del Popolo, alcuni semi di riso, delle monete, una bottiglia di Barbera e….una scatola di grissini!

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Sulle ali del Barolo di Gianni Gagliardo

Sulle ali del Barolo

Editore Cinquesensi di Lucca, 15 euro per 160 pagine fresche, curiose, insolite.

Gianni Gagliardo, grande del vino e grandissimo del Barolo (ah! il suo Preve, Barolo di ogni tanto e per pochi…), ha voluto 21 dei miei bicchieri e la copertina dipinta proprio con qualche goccia di Preve 2007. Devo ringraziarlo, è venuto un gran bel lavoro, così come eccellente è stata l’opera di Leonardo Castellucci, l’amico editore di Lucca (ma fiorentino autentico e tra i pochi fiorentini simpatici).
Avanti Savoia!!

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I miei quadri per G. Gagliardo

Sulle Ali del Barolo, di Gianni Gagliardo, Cinquesensi Editore di Lucca.

Qui sopra i miei tre testi d’introduzione alle tre sezioni (7 quadri ciascuna) che sono contenute fuori testo nel libro.

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Vincenzo Reda, un bel curriculum

Sono nato in un paesino della Sila Grande (Calabria), nel 1954 durante la vendemmia. Dal 1960 vivo a Torino.

L1130865 1Ho conseguito il diploma di aiuto regia  nel ‘75 con Adriano Cavallo (aiuto di Orson Welles) al Centro sperimentale di Arte drammatica di Torino con un allestimento de I morti senza tomba di J.P. Sartre; ho lavorato al Gobetti come direttore di scena e direttore delle luci per La calzolaia ammirevole di Federico Garcia Lorca.

Nel ‘76 con Plinio Martelli ho girato il film sperimentale di body art Ogni corpo occupa un suo spazio che è stato presentato alla biennale di Venezia lo stesso anno e oggi è proprietà della Gam di Torino. Poi fino all’83 ho fatto molte mostre di fotografia, delle quali la più importante nel 1980: Il diavolo ti vuole, performance con Bruno Chiarenza, presentata per la prima volta al  Postino Cheval di via Palazzo di Città.

Tra il 1976 e il 1978 ho avuto importanti esperienze a Radio e TeleTorino International e, soprattutto, a Radio ABC Italiana, di cui sono stato direttore e per cui ho realizzato diverse trasmissioni e scritto testi originali.

Tra il 1979 e il 1996 ho diretto aziende, di cui ero socio, nel settore della comunicazione e dell’editoria. Nel biennio ‘89/91 ho ricoperto la carica di Vicepresidente dei Giovani Industriali di Torino e, tra il 1993 e il 1995, sono stato Vicepresidente nazionale dell’Aipe (Associazione piccoli editori italiani). Tra il 1996 e il 2011 ho lavorato come consulente per le riviste Prima Comunicazione, Oasis, Airone,  Archeo e Medioevo, oltre che di numerosi enti fieristici (Ancona, Torino e Cosenza).

Ho cominciato a scrivere di vino e di cibo nel 2003.

Nel 1989 ho pubblicato il mio primo libro: un volume di poesia sperimentale Caccole e tentlalia e dal 1993 dipingo col vino su carta, stoffa e cristallo. Nel 2009 ho pubblicato Più o meno di vino per Edizioni del Capricorno. Nel 2010 è uscito Quisquilie & Pinzillacchere per i tipi di Graphot. Nel 2011 ho pubblicato per Newton Compton 101 Storie Maya che dovresti conoscere prima della fine del mondo. Lo stesso libro è stato distribuito da Focus Storia nel novembre dl 2012, ristampato per Gruner-Mondadori. Nel 2012 è uscito per Graphot Rime Sghembe e nel luglio del 2013 per Edizioni del Capricorno: Di vino e d’altro ancora. Per i tipi di Cinquesensi Editore è  uscito nel 2014  Sulle ali del Barolo di Gianni Gagliardo di cui ho curato le illustrazioni.

Il 28 dicembre 2014 ho partecipato a Mela Verde, Canale 5, intervistato da Edoardo Raspelli.

Ho cominciato a esporre i miei quadri dipinti con il vino a Capo Liveri (Isola d’Elba) nel 1998; sono stato invitato a partecipare alle principali manifestazioni legate al vino in Italia e ho esposto in molte città italiane, negli Usa e in India. Ho mostre permanenti presso i ristoranti Li Jalantuumene, Monte S. Angelo (FG) e L’Ostu Duca Bianco di La Morra (CN). Ho realizzato etichette per vini importanti e alcune mie opere sono state acquistate da collezionisti di India, USA, Brasile, Germania, Sud Africa, Cina e Giappone. La mia scacchiera di vino su cristallo è stata usata in occasione delle Olimpiadi degli scacchi a Torino, nel 2006.

Attualmente scrivo sul periodico professionale Barolo & Co e su Focus Storia.

Curo personalmente dei corsi di storia del cibo e del vino a Eataly Lingotto. Sono consulente per la comunicazione di alcuni importanti produttori di vino. Dal 2012 collaboro, con diversi ruoli, all’evento Collisioni in Barolo.

Sono sposato dal 1990 e ho una figlia indiana, adottata nel 1998 (nata a Bombay nel 1992).

Vincenzo Reda - Via Piave, 9 - 10122 Torino - Tel/Fax: +39011 4362398 - Cell: +39335 5358828

redavincenzo@libero.it

www.vincenzoreda.it

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Jacques-Ives Cousteau: un vino di 2200 anni

“Sotto uno dei tappi di pozzolana trovammo un rivestimento interno di sughero ermeticamente sigillato con pece resinosa. E si sentiva del liquido sciaguattare nell’interno. Avevamo trovato lo «strato del vino» nei nostri scavi. Dissi, «Come faremo a non ubriacare il Calypso con le migliaia di ettolitri che dovranno venire a bordo?». Travasammo un litro circa di liquido trasparente, appena rosato, in un fiasco. Non seppi resistere alla tentazione di bere del vino vecchio di 2200 anni. Sentii la muffa dell’antichità del mondo in quel vino fantastico. Aveva perduto tutto l’alcool, ma non sapeva per niente di salmastro. Un compagno di bordo vide l’espressione del mio volto e domandò, «Un secolo di cattiva vendemmia?». Sul fondo della giara trovammo una feccia resinosa, porporina. Originariamente, l’interno delle anfore era stato rivestito di pece per impedire l’evaporazione attraverso le pareti d’argilla porosa. Questa consuetudine diffusa tra gli antichi mercanti di vino dava al vino un gusto di resina.

Fra tutte le migliaia di anfore che ritrovammo nel relitto, non ne capitò più nessuna contenente vino. Era chiaro che la nave aveva a bordo un carico di vino rosso quando la mala sorte l’aveva ghermita, ma, eccettuata quella sola anfora, il mare se lo era bevuto tutto.”

Il brano qui sopra è tratto dal volume Vita nel mare (The living sea), pubblicato da Garzanti nel 1963 e scritto da Cousteau con James Dugan. Si tratta di una delle prime imprese di archeologia subacquea: una nave da carico romana, lunga circa 30 mt. e larga 9, ritrovata su un fondale di una quarantina di metri al largo di Marsiglia nell’estate del 1952. Era una grande nave da circa 10.000 anfore naufragata intorno al III secolo a. C.

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Joseph Campbell, L’eroe dai mille volti – The Hero with a Thousand Faces

Fu pubblicato nel 1949 per i tipi della Bollingen Foundation di New York, casa editrice fondata dal miliardario americano Paul Mellon su suggerimento di C. G. Jung. In Italia è stato tradotto nel 1958 da Feltrinelli e nel 2000 da Guanda per la Biblioteca della Fenice. E’ il libro più famoso di Joseph Campbell (1904/1987), studioso di mitologia comparata e religioni.

Questo è uno di quei libri che non smetto mai di leggere, di consultare, di usare come lenimento, sedativo, unguento e anche come suggerimento, come conferma, come finestra da spalancare sui dubbi. Ho appena finito di rileggerlo e ne ho  di già il rimpianto.

Mi piacerebbe riportare un numero spropositato di citazioni: così tante che non mi sento di privilegiarne alcuna da scrivere sul mio sito. In verità, ognuno dei molti capitoli del libro è una miniera inesauribile di notizie, di storie, di considerazioni.

Sono circa 400 pagine, di cui un supplemento di note di circa 40 pagine – scritte in corpo 6 – che sono preziosissime e irrinunciabili ulteriori informazioni. Per chi studia o, anche in maniera più semplice, è appassionato di religioni e di mitologia questo volume è insostituibile: vengono citati, analizzati e comparati miti e riti (religioni incluse) di ogni parte del mondo e di ogni epoca storica, senza alcun pregiudizio e con una lucidità antropologica, storica, psicoanalitica che non ho trovato in alcuna altra pubblicazione simile anche di studiosi di grande prestigio (Boas, Malinowski, Levy-Strauss…).

Non ho idea se sia stato ristampato o se sia tuttora reperibile nel catalogo della Guanda: ma questo sarebbe certo un regalo bellissimo da fare a persone che in qualche modo amano o studiano mitologie, mitopoiesi, religioni.

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Alejandro Jodorowsky – “La danza della realtà” e altri libri

Sono nato nel 1929 nel nord del Cile, in terre conquistate al Perù e alla Bolivia: Tocopilla è il nome del mio paese natale. Un piccolo porto ubicato, forse non per caso, all’altezza del ventiduesimo parallelo. Nei tarocchici sono ventidue arcani maggiori. Ciascunodei ventidue arcani dei Tarocchi marsigliesi è disegnato all’interno di un rettangolo composto da due quadrati. Il quadrato superiore può simboleggiare il cielo, la vita spirituale, mentre quello inferiore la terra, la vita materiale. Al centro del rettangolo s’iscrive un terzo quadrato che simboleggia l’essere umano, unione tra la luce e l’ombra, ricettivo verso l’alto, attivo verso la terra….In lingua quechua Toco significa ‘doppio quadrato sacro‘ e Pilla ‘diavolo‘. Qui il diavolo non è l’incarnazione del male ma un essere della dimensione sotterranea che si affaccia da una finestra fatta di spirito e materia, il corpo, per osservare il mondo e apportarvi la propria conoscenza. Presso i mapuche, Pillàn significa ‘anima, spirito umano giunto allo stadio definitivo‘.” Questo è l’incipit del libro “La danza della realtà” di Alejandro Jodorowsky, scritto nel 2001 e pubblicato in Italia per i tipi di Feltrinelli nel 2004.Quando illustro ai miei lettori un autore o un libro, alle essenziali note biografiche e alle scarne, ma quanto più chiare possibile, mie riflessioni sono solito accompagnare ampie citazioni che ho avuto modo di scegliere con cura e che forniscono una sorta di spiraglio su quel che l’autore o l’opera hanno da comunicare al potenziale lettore. In buona sostanza, il mio compito non è quello di spiegare in modo esauriente, bensì cercare di incuriosire e portare alla conoscenza di chi lo desidera un nuovo, piccolo brandello di sapere, o semplicemente un nuovo punto di vista.

Per la conoscenza di questo personaggio straordinario, il percorso deve necessariamente cominciare dal libro sopra citato. E’ la sua biografia, la storia di una vita per certo unica e stravolgente.

Alejandro Jodorowsky nasce appunto in Cile da una famiglia di profughi ebrei ucraini. Si trasferisce a Parigi nel 1953, forte di un’esperienza teatrale e poetica dovuta a un’intensa attività assai innovativa svolta in patria. A Parigi fonda con Arrabal e Topor il movimento di teatro, che diventerà anche cinema, “panico”.

In Italia viene conosciuto a metà degli anni settanta come autore del film “La montagna sacra”, una pellicola cult, oggi di difficile reperimento. Dopo il successo, soprattutto in ambienti artistici e culturali d’elite, di quell’opera, venne distribuito anche “El Topo”, film che in realtà Jodorowsky aveva girato prima ( 1971 questo, 1973 “La montagna sacra”) e sempre in Messico, paese che egli considera magico per eccellenza.

Oltre a un altro film, egli è autore teatrale, sceneggiatore e collaboratore dei più grandi disegnatori di fumetti, mimo, scrittore e grande esperto di tarocchi.

Il secondo libro di cui consiglio la lettura è proprio “La via dei Tarocchi”, scritto nel 2004 e pubblicato in Italia sempre da Feltrinelli nel 2005. E’ senza ombra di dubbio il più esauriente, interessante, straordinario libro dedicato ai tarocchi mai scritto: un volumone di quasi 600 pagine di lettura impegnativa, da rileggere e consultare per sempre. Importante perché, a prescindere dall’interesse verso l’argomento, vi si trova la genesi della sua ricerca sulla psicomagia.

Citerò di seguito alcuni passi da “La danza della realtà”.

“.. L’albero genealogico si comporta, con tutte le sue componenti, come un individuo, un essere vivente. Ho chiamato lo studio di questi problemi “psicogenealogia” (così come ho chiamato lo studio dei tarocchi “tarologia”. Nel giro di pochi anni i “tarologi” e gli “psicogenealogi” si sono moltiplicati). Alcuni terapeuti che hanno compiuto studi genealogici hanno cercato di ricondurre tale albero a formule matematiche, ma non è possibile ingabbiarle nella razionalità. L’inconscio non è scientifico, è artistico. Lo studio delle famiglie va condotto diversamente. Di un corpo geometrico si conoscono perfettamente le relazioni fra tutte le parti, per cui non è modificabile. Un corpo organico sviluppa relazioni misteriose….

…..Il paziente deve fare la pace con il suo in coscio, non deve liberarsi di lui, ma trasformarlo in un alleato. Se impariamo il suo linguaggio, si mette a lavorare per noi. Se la famiglia che vive dentro di noi ancorata alla memoria infantile è alla base del nostro inconscio, allora dobbiamo far evolvere ogni nostro parente trasformandolo in un archetipo….

……I clienti continuavano ad aumentare, quindi fui costretto a effettuare sedute di gruppo durante i fine settimana. Per curare la famiglia ho deciso di drammatizzarla.

……Questi esercizi ci avevano convinti che, divenendo consapevoli delle relazioni malate, le avevamo guarite. Eppure ritornando dalla situazione terapeutica alla normalità, i sintomi dolorosi erano di nuovo presenti. Per risolvere un problema non bastava identificarlo! Una presa di coscienza, un confronto drammatizzato, un perdono immaginato se non venivano seguiti da un atto nella vita quotidiana, alla fine erano sterili.”

Ancora.

“Perché un atto magico sortisca buoni risultati, il ciarlatano popolare deve per forza presentarsi come un essere superiore che conosce ogni mistero. Il paziente accetta i suoi consigli in modo superstizioso, senza capire come né perché agiscano sul suo inconscio. Invece lo psicomago si presenta come il semplice conoscitore di una tecnica, come un istruttore, e si preoccupa di spiegare al paziente il significato di ogni atto e la sua finalità.

Chi viene a chiedere un consulto sa che cosa sta facendo. Ogni superstizione viene bandita: eppure non appena si mettono in pratica gli atti prescritti, la realtà inizia a danzare in un modo diverso, nuovo.”

Per finire con “La danza della realtà”: “… Fondamentalmente, ogni malattia è una mancanza di consapevolezza impregnata di paura. Tale incoscienza nasce da un divieto imposto senza fornire spiegazioni……Lo psicosciamano, così come il guaritore primitivo, mentre opera deve eludere non soltanto le difese del paziente ma anche le sue paure…..Se la realtà è come un sogno, dobbiamo agire senza subirla, così come facciamo in un sogno lucido, ben sapendo che il mondo è quello che crediamo che sia. I nostri pensieri attraggono i loro simili….”.

L’atto finale, per concludere questo sentiero non facile, ma certo assai interessante, è la lettura di un libro tutto sommato non ponderoso all’apparenza ma al contrario di non facilissima comprensione e interpretazione: “Psicomagia – Una terapia panica””, è in buona sostanza il testo di alcune conversazioni avute da Gilles Farcet con Jodorosky tra il 1989 e il ’93, pubblicato in Francia nel ’95 e in Italia, sempre da Feltrinelli, nel 1997.

Un testo di grande fascinazione su cui non voglio pronunciarmi, anche per lasciare a chi ne ha voglia l’incanto di questa scoperta. E’ un libro che si può leggere anche solo per curiosità, senza lasciarsi trascinare in analisi approfondite che devono riguardare soltanto chi volesse andare oltre la superficie del gusto delle storie, pur incredibili.

Cito solamente alcuni brani che sono in conclusione del volume.

“…Gilles, esiste una sola cura globale: incontrare Dio. Non ne esiste altra. Soltanto la scoperta del proprio dio interiore può curarci per sempre. Il resto è solo un arrampicarsi sui vetri. Qualsiasi terapia è solo parziale……..Se insegno qualcosa, quel qualcosa è proprio l’immaginazione………Per la maggior parte del tempo, non abbiamo la minima idea di quello che può essere l’immaginazione, non ci lasciamo toccare dall’ampiezza dei suoi registri. Perché, oltre all’immaginazione intellettuale, esiste l’immaginazione sentimentale, sessuale, corporale, economica, mistica, scientifica…L’immaginazione è presente in tutti i campi, compresi quelli che consideriamo ‘razionali‘. E’ ovunque. Quindi bisogna svilupparla per affrontare la realtà, non partire da una prospettiva unicama da molteplici angoli visuali….pensare e sentire partendo da prospettive diverse…..Mi piacerebbe che i lettori del nostro libro ammettessero, perlomeno, l’idea del potere terapeutico dell’immaginazione, della quale la psicomagia, in fin dei conti, non è altro che una modesta applicazione.”

Segnalo ancora “Quando Teresa si arrabbiò con Dio”, sempre reperibile nella UE di Feltrinelli.

Avvertenza: i libri citati si trovano assai facilmente. Ho la speranza di aver suscitato qualche curiosità e magari aperto qualche nuova prospettiva.

Vincenzo Reda

Primavera 2007

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Artistas, locos y criminales: Obdulio Varela by El Gordo Soriano

Quasi tutti quelli che conoscono Soriano hanno letto di Obdulio Varela su Futbol, l’antologia pubblicata postuma nel 1998; per la verità, l’intervista (del 16 luglio 1972, pubblicata sul quotidiano La Opinión) al campione uruguagio fu inserita nel volume del 1983, Artistas, locos y criminales ( Artisti, pazzi e criminali, pubblicato in Italia, da Einaudi, nel 1996 e la mia copia che riporto a fianco è quella prima edizione).

Obdulio era nato il 20 settembre 1917, aveva cominciato a giocare nella massima serie uruguagia nel 1934 e giocò fino al 1955. Non era gigantesco, come dicono le cronache: non arrivava infatti al metro e ottanta; morì il 2 agosto 1996 a Montevideo, la sua città natale. Osvaldo Soriano (nato a Mar del Plata il giorno dell’Epifania del 1943) scomparve pochi mesi dopo a Buenos Ayres, il 29 gennaio del 1997: El Gordo fu portato via da un cancro ai polmoni, inevitabile data la quantità immane di sigarette che aveva fumato.

Domani, 16 luglio 2010, sono 60 anni da quella fatidica finale, la citazione è d’obbligo: ma rispetto a tutti gli altri che ogni tanto citano questo scritto di Soriano, a me piace riportare il dopo partita: quello sì per davvero memorabile.

Questa intervista mi fu suggerita da Hermenegildo Sábat, il quale illustrò sul quotidiano quasi tutti i testi, poi raccolti nel volume Artisti, pazzi e criminali.

Il 16 luglio 1950, nello stadio Maracaná di Rio de Janeiro, nacque una delle ultime leggende del calcio rioplatense; quel giorno, l’imponente centromediano uruguayano Obdulio Varela mise a tacere centocinquantamila tifosi che inneggiavano al goal brasiliano durante la finale della Coppa del Mondo, segnato dall’attaccante Friaca. Al sesto minuto del secondo tempo, il Brasile aprì le marcature incoraggiato dalle tribune zeppe del Maracaná, inaugurato proprio per questa partita. Allora, tutta Rio de Janeiro fu un’esplosione di giubilo; i petardi e i fuochi d’artificio si accesero nello stesso tempo. Obdulio, un ragazzone tagliato con l’accetta, raggiunse la sua porta già violata, prese il pallone in silenzio e lo strinse fra il braccio destro e il corpo. I brasiliani ardevano di giubilo e chiedevano altri goal. Quella modesta squadra uruguayana, seppure temibile, era una buona preda per conquistare il titolo mondiale. Forse l’unico che seppe capire la drammaticità di quell’istante, di ponderarla freddamente, fu il grande Obdulio, capitano – e molto di più – di quella squadra giovane che cominciava a disperarsi.

Sicché piantò gli occhi grigi, neri, bianchi, rilucenti, contro tutta quella luce, gonfiò il petto massiccio, e si avviò muovendo appena i piedi, provocatore, senza rivolgere una parola a nessuno, e la gente dovette aspettare tre minuti prima che arrivasse in mezzo al campo e rivolgesse all’arbitro dieci parole in uno spagnolo incomprensibile. Non ebbe orecchi per i brasiliani che lo insultavano perché avevano capito la sua manovra geniale: Obdulio raffreddava gli animi, metteva distanza fra il goal e la ripresa di modo che, da quel momento, la partita e l’avversario di ritrovassero diversi.Varela

Quella sera sono andato col mio massaggiatore a fare un giro nei locali per berci qualche birra e siamo capitati in quello di un amico. Non avevamo neanche un cruzeiro e ci siamo fatti fare credito. Ci siamo ficcati in un angolo a bere e di là guardavamo la gente. Tutti stavano piangendo. Sembrava una bugia; la gente aveva le lacrime agli occhi. D’improvviso vedo entrare un tizio grande e grosso che sembrava disperato. Piangeva come un bambino e diceva: «Obdulio ci ha fottuti» e piangeva sempre di più. Io lo guardavo e mi faceva pena. Loro avevano preparato il carnevale più grosso del mondo per quella sera e se l’erano rovinato. A sentire quel tizio, gliel’avevo rovinato io. Mi sentivo male. Mi sono accorto che ero amareggiato quanto lui. Sarebbe stato bello vedere quel carnevale, vedere come la gente se la spassava con una cosa così semplice. Noi avevamo rovinato tutto e non avevamo ottenuto niente. Avevamo un titolo, ma cosa importava  confronto a tutta quella tristezza? Ho pensato all’Uruguay. Là la gente doveva essere felice. Ma io ero a Rio de Janeiro, in mezzo a tutte quelle persone sconsolate. Mi sono ricordato del mio odio quando ci avevano segnato il gol, della mia rabbia, che adesso non era più mia ma mi faceva male lo stesso.

Il proprietario del bar si è avvicinato a noi insieme a quel tizio grande e grosso che piangeva. Gli ha detto: «Lo sa chi è questo qui? E’ Obdulio». Io ho pensato che quel tizio mi avrebbe ammazzato. Ma mi ha guardato, mi ha abbracciato e ha continuato a piangere. Subito dopo mi ha detto: «Obdulio, accetta di venire a bere un bicchiere con noi? Vogliamo dimenticare, capisce?». Come potevo dirgli di no! Abbiamo passato tutta la notte a sbevazzare da un bar all’altro. Io ho pensato: “Se devo morire questa notte, così sia”. Però eccomi qui.

Se adesso dovessi giocare di nuovo quella finale, mi segnerei un gol contro, sissignore. No, non si stupisca. L’unica cosa che abbiamo ottenuto vincendo quel titolo è stato dar lustro ai dirigenti dell’Associazione Uruguayana di Calcio. Loro si sono fatti consegnare le medaglie d’oro e ai giocatori ne hanno date altre d’argento. Lei crede che si siano mai ricordati di festeggiare i titoli del 1924, del 1928, del 1930 e del 1950? Mai. Noi giocatori che abbiamo partecipato a quei campionati ci riuniamo adesso per conto nostro ogni anno il 18 luglio, che è la festa nazionale. Festeggiamo per conto nostro. Non vogliamo neanche ricordarci dei dirigenti.

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ϕ,phi, 1,6180339887

ϕ: questa è la ventunesima lettera dell’alfabeto greco, consonante fricativa bilabiale sorda, si pronuncia, più o meno, phi. In matematica è il simbolo del numero d’oro, o numero aureo teorizzato da Euclide d’Alessandria (325-265 a.C.) nel suo fondamentale Elementi di Geometria, VI libro (di XIII).

AureaIl numero esprime la medesima proporzione che lega una retta e i suoi due segmenti disuguali: quando la lunghezza totale della retta e il suo segmento maggiore hanno la stessa proporzione del segmento maggiore rispetto al segmento minore si ha un rapporto aureo: 1,618…periodico (numero irrazionale, ovvero i decimali proseguono all’infinito senza alcuna regola).

Pare impossibile ma questo numero è una delle costanti dell’Universo e c’entra con la Natura e l’Arte.

Intorno al 1202 un matematico toscano (Leonardo Pisano, nato a Pisa nel 1170, meglio noto come Fibonacci, ovvero figlio di Bonacci) pubblicò un libro fondamentale dal titolo Liber Abaci. In questo libro innanzi tutto s’introducono in maniera definitiva i numeri arabi, zero compreso, ignoto in occidente e teorizzato per primo dal matematico indiano Brahmagupta nel suo Brahmasphutasiddhanta, nel 628 d.C. da cui lo presero gli arabi. Ricordando che i Maya lo zero lo usavano già qualche secolo prima di Cristo. Nello stesso libro Fibonacci risolve il celebre problema dei….conigli! Ovvero: quante coppie di conigli avremo a fine anno se ogni mese una coppia genera una coppia di conigli che a loro volta genereranno dopo un mese un’altra coppia, ecc?

La soluzione è rappresentata  dalla famosa Successione di Fibonacci: 1,1,2,3,5,8,13.21,34,55,89,144…. Aurea 1Ecco, alla fine dei dodici mesi si avranno 144 coppie di conigli, ma soprattutto Fibonacci avrà scoperto una sequenza “magica” di numeri legata dal fatto che ogni numero è la somma dei due numeri che lo precedono: quando i numeri cominciano a diventare abbastanza grandi, il rapporto che lega due numeri successivi si avvicina sempre più           al rapporto aureo: 1,61803398874989484820458683…..

Il francescano Luca Pacioli (Borgo Sansepolcro 1445/1517), matematico allievo del concittadino pittore e matematico Piero della Francesca, scrive a Milano un’opera fondamentale: De Divina Proportione, illustrata da Leonardo da Vinci e pubblicata nel 1509 a Venezia. Questo lavoro diventa fondamentale per comprendere tutta l’arte rinascimentale e poi tutta l’arte occidentale che al rapporto aureo, per dritto o per traverso, fanno riferimento.

Tutto questo e tanto assai d’altro ho avuto modo di leggere in questo librino La sezione aurea – Il linguaggio matematico della bellezza, pagato 1,99 € in edicola: mai fatto un investimento migliore.

Personalmente non ne avevo bisogno, ma leggendo questo librino si comprende quanto matematica, arte, poesia, architettura, algebra, natura, scienza, letteratura siano strettamente legate….Al contrario di quanto nelle scuole occidentali da secoli si insegna: la poesia è matematica e la matematica è poesia!

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Octavio Paz

DAMA HUASTECA

Gira per le rive, nuda, salutevole, appena uscita dal bagno, appena nata dalla notte.

Sul suo petto ardono gioielli strappati all’estate.

Copre il suo sesso l’erba liscia, l’erba blu, nera quasi, che cresce sugli orli del vulcano.

Nel suo ventre un’aquila dispiega le ali, due bandiere nemiche si allacciano, riposa l’acqua.

Viene di lontano, dal paese umido.

Pochi l’hanno vista.

Dirò il suo segreto: di giorno, è una pietra a lato della strada;

di notte un fiume che fluisce a fianco dell’uomo.

(Ronda por las orillas, desnuda, saludable, recién salida del baño, recién nacida de la noche.En su pecho arden joyas arrancadas al verano. Cubre su sexo la yerba lacia, la yerba azul, casi negra, que crece en los bordes del volcán. En su vientre un águila despliega sus alas, dos banderas enemigas se enlazan, reposa el agua. Viene de lejos, del páis húmedo. Pocos la han visto. Diré su secreto: de día, es una pietra al lado del camino; de noche, un río que fluye al costado del hombre).

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Torino Altrui 2

To altruiConoscete Torino? Ecco una città secondo il mio cuore. Anzi la sola. Tranquilla, quasi solenne. Terra classica per gli occhi e per i piedi. […] Qui tutto è costruito con liberalità ed ampiezza, specialmente le piazze, così anche nel cuore della città si ha un senso superbo di libertà.

Friedrich Nietzsche, 14 aprile 1888

 

Torino mia, ti debbo riconoscenza. Tu ospitavi sull’orlo del precipizio il povero Nietzsche. Ospitavi Gobineau, Kossuth ed altri degni. Sorridevi e li seducevi. […]

Io ti voglio bene […]

In te vidi il sole della felicità: in te l’anima mia ha pianto e sofferto. Tu mi riconciliasti con il mondo e con la vita…

Kurt Seidel, 1905

 

Queste vie senza marciapiedi, pavimentate a grandi lastre, sono palcoscenici di teatro […]

La lunga abitudine alle passioni ha determinato lo scenario […]

Le mie vecchie facciate di via Garibaldi, di via Po, di piazza Vittorio Veneto non sono belle, ma si sente che dietro a loro ci si può permettere di drammatizzare se si vuole. Ed è una sensazione piacevole. Dico fra me che è abbastanza strano incontrare qui Shakespeare a ogni passo. Già ieri sera avevo visto certe soglie, certe porte, certe viuzze, certi portici che recitavano la commedia, e persino il Riccardo III. Eppure è soltanto Torino, è la Torino di cui non si parla mai.

Jean Giono, 1951

 

E ora addio caro lettore, e grazie dell’ospitalità. Ti confesso che, entrando in casa tua, ero molto imbarazzato. Ma mi bastò poco per accorgermi che di questo imbarazzo voi soffrite quasi quanto coloro a cui lo incutete. Esentatemi da una dichiarazione di amore perché a gente come voi è difficile farne. Ma in questo pudore mi sento vostro pari e vostro complice […]

Mi dicevano che ci avrei sofferto il freddo. Ci ho trovato, sotto una coltre di silenzio, il caldo.

Indro Montanelli, 1974

 

 

http://www.vincenzoreda.it/torino-altrui/

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L’ombra delle Colline, Giovanni Arpino

Giovanni Arpino nasce a Pola (ancora italiana) il 27 gennaio 1927 da padre napoletano, ufficiale di carriera, e madre piemontese. Scompare a Torino il 10 dicembre 1987.Giovanni_Arpino_01

Scrittore che amo come pochi altri, si laureò con una tesi sul poeta russo S. Esenin nel 1951. Scrisse di sport su La Stampa e suo è il miglior libro di letteratura sportiva italiana: Azzurro tenebra (1977). Ci fece conoscere quel portento di Osvaldo Soriano

L’ombra delle colline vinse il Premio Strega nel 1964 (la mia copia è di quell’anno).

Qui sotto cito le ultime parole di questo libro portentoso, costruito con una scrittura straordinaria.

Queste parole mi lasciano, semplicemente, privo di fiato.

Arpino

 

«Tutto è ancora qui, tutto è ancora presente, un minuto o un giorno o un anno possono confondere la nostra storia, un minuto o un giorno o un anno possono restituirci l’animo di ritrovarla, renderla nuovamente piena di noi… Non esiste ricordo da abbandonare come fosse una fredda, stanca cenere cui più non somigliamo: ogni vero ricordo è ancora un richiamo, una verità che ci lavora nelle ossa, un febbrile atto di sfida al buio di domani… Forse ci toccherà soggiacere a un’eterna rassegnazione, e dovremo saper sorridere, mitemente, con dolore educato, entro le spire dell’obbligo quotidiano. O forse un nuovo slancio, un benefico fulmine, ancora ci attendono, più in là, per rapirci in una più ricca, misteriosa ondata, per renderci esperti d’una salvezza umana che ancora abbisogna del nostro intervento…Forse laggiù dove s’annida il pericolo. Noi, proprio noi!, risorgeremo salvatori…

Per ora, già chiaro risulta questo vantaggio: non ci sarà condanna per l’impresa che risultò impossibile, per la qualità raggiunta; saremo condannati solo se rifiuteremo d’esprimere il bene segreto che ci attende nell’umile alba di ogni giorno…».

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Giacomo Leopardi il càtaro

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«Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male; ciascuna cosa esiste per fin di male; l’esistenza è un male e ordinata al male; il fine dell’universo è il male; l’ordine e lo stato, le leggi, l’andamento naturale dell’universo non sono altro che male, né diretti ad altro che al male. Non v’è altro bene che il non essere; non v’ha altro di buono che quel che non è; le cose che non son cose: tutte le cose sono cattive. Il tutto esistente; il complesso dei tanti mondi che esistono; l’universo non è che un neo, un bruscolo in metafisica. L’esistenza, per sua natura ed essenza propria e generale, è un’imperfezione, un’irregolarità, una mostruosità. Ma questa imperfezione è una piccolissima cosa, un vero neo, perché tutti i mondi che esistono, per quanti e quanto grandi che essi sieno, non essendo però certamente infiniti né di numero né di grandezza, sono per conseguenza infinitamente piccoli a paragone di ciò che l’universo potrebbe essere se fosse infinito; e il tutto esistente è infinitamente piccolo a paragone della infinità vera, per dir così, del non esistente, del nulla».

Dallo Zibaldone, 1826.

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Umberto Eco, Numero zero

ecohttp://www.vincenzoreda.it/umberto-eco-il-cimitero-di-praga/

Un pregio ce l’ha quest’ultimo romanzo di Umberto Eco: è davvero esiguo. Sono soltanto 218 pagine ma di corpo 14 e non più di 1600 battute per pagina. Meno male e non costa neanche troppo: 17,00 euro, comunque assai mal spesi.

Qui sopra c’è il link della mia impietosa recensione del penultimo lavoro di Eco, ero stato anche abbastanza buono e non avevo infierito troppo: non mi piacciono le stroncature e poi Umberto Eco è un autore (più saggista, senza dubbio, che romanziere) di cui ho letto qualche decina di lavori e che stimo, a prescindere.

Ora, non saprei dire se quest’ultimo romanzo del buon Umberto possa essere anche peggiore di quell’accozzaglia informe e inutile che è costituita dalle oltre 500 (!) pagine de Il cimitero di Pragaeco 1

 

La trama (?) tratta della  redazione di un improbabile quotidiano che forse nemmeno sarà pubblicato, si chiama Domani. I personaggi che compongono questa redazione sono soltanto dei nomi: nessun carattere, nessuna introspezione, nessun vero personaggio (ma questo è abbastanza caratteristico di Eco). Ma il peggio è costituito dal fatto che non esiste trama, che i soliti complotti cari al Nostro sono materia trita e ritrita, che la tesina finale è di una semplicità e di una banalità disarmanti (e non mi si venga a dire che il tutto è voluto!). Per davvero,  i 17 euro spesi per quest’accozzaglia di pagine riempite di caratteri ad minchiam, mi dispiace ma sono proprio mal spesi. Sprecati, se non dessero un poco di lavoro a redattori, stampatori e librai: consoliamoci con questo.

 

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Origami a Palazzo Barolo

http://www.mostraorigami.it/

Di Palazzo Barolo mi sono occupato più e più volte – http://www.vincenzoreda.it/palazzo-barolo-barolo-2000/ - però forse non ho mai raccontato la triste storia della contessina Elena Matilde Provana di Druent, sposa al marchese Gerolamo IV Gabriele  Falletti di Barolo. Figlia unica del conte Ottavio (Monsù Druent, pessimo carattere e avarissimo) che  restaurato il palazzo attorno al 1670, morì suicida gettandosi dal piano nobile sul selciato della sottostante via delle Orfane. Aveva 26 anni e lasciò 3 figli, uno dei quali, Ottavio Giuseppe ereditò il Palazzo che fece ristrutturare da Benedetto Alfieri. Ottavio fu anche il padre di  Tancredi Maria Falletti di Barolo, sposo della beata Juliette Colbert e sindaco di Torino nel 1827. Palazzo Barolo ospitò Silvio Pellico negli ultimi anni della sua vita: fu infatti, bibliotecario dei coltissimi marchesi. Oggi pare che il fantasma della marchesina Elena Matilde si aggiri tra le magnifiche stanze di Palazzo Barolo senza trovare pace.

Prima di passare a parlare della magnifica mostra sugli origami, inaugurata il 21 dicembre 2014 e che si protrarrà fino al 15 febbraio 2015 (ma pare che, dato il meritato successo, verrà prorogata), occorre raccontare un’altra curiosità che riguarda Palazzo Barolo e che pochi conoscono. Nel 1906, durante la ristrutturazione urbanistica che prevedeva la sistemazione della via Corte d’Appello, una parte del Palazzo venne abbattuta: si convenne di tracciarne sull’acciottolato della via il perimetro originale tramite alcuni cubetti di porfido di colore più chiaro, come si può notare nelle fotografie qui sopra.

Origami è una parola giapponese che significa, più o meno, piegare la carta. Non sto a raccontare le origini medievali di quest’arte affascinante, né i precedenti eventi che a Palazzo Barolo sono stati ospitati in questo campo; vorrei invece mettere enfasi sul particolare allestimento di quest’ultima mostra.

La lettura, di grande fascino emotivo, della mostra disvela il rapporto tra i grandi origami, a carattere essenzialmente naturalistico, e lo spazio che li accoglie. E, nello spazio, elemento di lettura essenziale è costituito  dalla luce che questi magnifici origami avvolge e anima.

Alla mostra si accede attraversando un ambiente “vegetale” abitato da un albero e tante foglie che il minimo soffio agita di movenze impalpabili, gentili; è uno spazio che tende a annullare le dimensioni e i normali riferimenti tridimensionali: uno spazio che abita le dimensioni del sogno…

Si prosegue dentro innumerevoli e labirintici  ambienti  del Palazzo – sono gli antichi sotterranei definiti da muri di mattoni – che rivelano luci e forme, colori e sensazioni sorprendenti, emozionanti: ci sono elementi come il fuoco e spazi emblematici come il planetario, e poi tanto altro ancora.

Tutta da vedere, tutta da gustare, magari portandoci dei bambini: perché i bambini queste suggestioni sanno leggere meglio di noi adulti. E cosa c’è di più suggestivo di un foglio anonimo, bidimensionale, che acquista la terza dimensione e rivive un’altra vita come animale, albero, oggetto!

Pe quanto riguarda orari e prezzi (sempre assai convenienti), il link qui sopra soddisfa ogni esigenza.

Buona visita.

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Franco Cardini, L’appetito dell’Imperatore

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«Scrivo da quel nomade che ormai sono già da molti anni, perché da sempre lo sono dentro: e il nomade Cardininon è colui che si muove di terra in terra senza mai affezionarsi ad alcun luogo e ad alcun paesaggio ma, al contrario, è colui che li ama tutti e che dovunque sia prova sempre l’acuta nostalgia di un Altrove

«Ma la (Trattoria della) Pesa è famosa anche per ben altri motivi. Una lapide murata quasi sopra l’ingresso del vecchio e ben noto locale ricorda infatti com’esso fosse stato frequentato per un certo temo, all’inizio degli anni Trenta, da Ho Chi Minh, futuro presidente del Vietnam. Proprio lui: “Zio Ho”, come lo avrebbero più tardi chiamato i suoi giovani seguaci  e come, tra anni Sessanta e anni Settanta, ai tempi del forse troppo mitizzato Sessantotto, lo chiamavamo anche noialtri studenti o giovani professori che gli volevamo quasi altrettanto bene che al “Che” Guevara. A dir la verità quella lapide è un po’ troppo aulica. L’allora giovane Ho non “frequentava” semplicemente la trattoria: ci lavorava proprio, faceva il cuoco (aveva fatto pratica di grande cuisine nientemeno che da Escoffier e peraltro non si sognò nemmeno di offrire ai meneghini la zuppa Pho del suo paese). E abitava di sopra, in una di quelle case popolari “di ringhiera” che Fo, Gaber, Jannacci e Celentano avrebbero più tardi rese celebri in tutta Italia.»Cardini 1

«Un buon Carmignano oppure un Chianti giovane sono adatti a questo grande piatto povero (i piatti poveri non sono mai poveri piatti)

L’ultima citazione si riferisce alla Panzanella. Libro di gradevolezza estrema, ricolmo di curiosità, finezze, acute osservazioni da uno dei nostri più grandi storici, certo il sommo dei medievisti e tra quelli che ha più indagato il rapporto tra Cristianesimo e Islam. Ma qui sorprendente gourmet per un volume di gran fascino e di sicura sorpresa. Ho avuto il piacere di conoscere Franco Cardini, di cui ho letto numerosi lavori, nell’ottobre del 2008 ad Ancona, quando era uno dei nostri relatori per l’anteprima della Fiera del Medioevo e della rievocazione storica (che poi non si fece e fu per me, che la avevo ideata e organizzata, una terribile delusione). Ebbi il piacere di discutere con lui per molto tempo e dunque di apprezzarne l’ironia, il disincanto, il distacco dialettico.

Comprate questo libro e leggetelo; regalatelo e consigliatelo – garantisco io!

Franco Cardini, L’appetito dell’Imperatore - Storie e sapori segreti della Storia                                             Mondadori, pp. 350, 19,00€

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Torino 2015: Holy Shroud

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Melaverde: Vincenzo Reda

http://www.video.mediaset.it/video/mela_verde/pillole/504768/un-artista-particolare.html

Andato in onda domenica 28 dicembre 2014 alle ore 12.00, il servizio fu registrato presso la barricaia delle Cantine Gianni Gagliardo il 6 novembre 2014. Mi buttarono giù dal letto presto la stessa mattina dicendomi che quelli di Canale 5 avevano visto le mie immagini del libro di Gianni Gagliardo (Sulle ali del Barolo) e che gli erano piaciute e volevano fare un servizio su di me per Melaverde, la trasmissione dedicata ai prodotti della terra che va in onda tutte le domeniche mattina su Canale 5, condotta da Edoardo Raspelli con Ellen Hidding.

Misi in macchina l’occorrente e mi precipitai a La Morra (ci va circa un’ora, dal centro di Torino).

Raspelli fu di grande disponibilità e io da parte mia m’impegnai in un lavoro in diretta, cosa che mi è ostica come un riccio dentro agli slip. Ma credo sia venuto bene, ne è valsa la pena e Edoardo Raspelli è stato comprensivo e non invasivo: gli dissi che io non volevo fare del folklore….

Grazie anche all’autore della trasmissione: Giacomo Tiraboschi. E grazie, pare ovvio, A Giaani Gagliardo e ai suoi tre  splendidi figlioli: Stefano, Alberto e Paolo.

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Feste 2014, i miei vini e cibi

La zuppa di pesce era così buona che abbiamo esagerato!! Base di gallinelle e naselli che ho sfilettato per evitare problemi di lische. Brodo estratto con opportune cotture e riposi estratto da tutto quel che è rimasto dei pesci dopo la sfilettatura, con aggiunte di molluschi e gamberetti al momento opportuno. Ma il trucco, che vi regalo, è questo: due fette di pane pugliese tostato, olio extra giovane sul pane e una buona dose di peperoncino, sopra questo bel lettone il brodo e tutto il resto. Alle 23 eravamo in coma, oltretutto avendo bevuto (mai successo) pochissimo di due ottimi bianchi (il Bisol è un fenomenale metodo classico millesimo 2004). Devo fare i complimenti al mio amico Alessandro Fiore: il suo Sauvignon Blanc 2007 (14% vol.) delle colline forlivesi è un bianco di estrema eleganza e finezza in cui il territorio prevale sulle note varietali (mica poco!). Davvero eccellente e ancora un bianco italiano invecchiato benissimo che promette ulteriori anni di sorprese (uso delle tonneau da 350 lt. con cognizione di causa). A Natale agnolotti liguri di borragine con salsa di noci e quaglie lardellate. Lysipp 2008, una magnum di Montepulciano degli amici tedeschi di Fattoria San Martino, ma prima devo ricordare lo strepitoso Passito da uve Arneis di Cascina Pellegrini (Monteu Roero), per accompagnare alla grande un paté di foie gras. Poi quanto stanno bene le bottiglie (vuote) tra gli scaffali dei libri: qui quelle bevute nei dintorni di Natale, tra Piemonte, Veneto, Romagna e Marche. Ormai dolci ricordi. Piatto povero, le acciughe in salsa rossa. Il trucco è quello di aggiungere qualche goccia di un grande aceto. Se è quello, formidabile, dell’amico Claudio Rosso (prodotto a Serralunga), tanto meglio! Per la prima volta, dopo tanti anni, ho brindato al nuovo anno con Champagne invece che con spumante italiano, ma ne è valsa la pena: Gosset Gran Riserva (la più antica casa di Champagne francese, 1584), davvero sensazionale. Ringrazio il grande amico che me lo ha omaggiato, e alla sua salute l’ho bevuto: un Grandissimo del vino e dell’imprenditoria italiana. Che Iddio, o chi per lui, ce lo conservi a lungo. E’ stato anche il primo anno (non mi ricordo da quando) che non ho bevuto Barolo, ma il Dolcetto dell’amico Enzo Brezza non me lo sono fatto mancare, E poi la Malvasia di Hauner (sempre strepitosa) e i vini della Famiglia Fiore. E poi la chicca: il Cirò di Giuseppe Ippolito! Sono un uomo fortunato (mica soltanto per i vini, pare ovvio…). Poi, la domenica tra Capodanno e l’Epifania, sono tornato a casa, finalmente, con vini di Langa. Dopo i Nebbiolo di ieri a La Morra (Marrone e Bosco), oggi il Barolo Paesi tuoi 2011 di Terre da Vino. E’ un Barolo discreto, pur non grandissimo, un assemblaggio da diverse zone che mescola tortoniani e elveziani: soprattutto un bel rapporto qualità/prezzo (siamo sotto i 20 €). E poi un Altalanga Serafini 2007 e un ottimo Moscato (sempre Terre da vino dell’amico Quadrumolo). Con classica lasagna… E per chiudere (prima della scontata ferrea dieta analcolica e ana..tutto) una Grande Barbera D’Asti Superiore che a me piace assai: La Luna e i Falò 2011 di Terre Da vino (14%vol., non abbastanza apprezzata dalla critica perché se ne producono 300.000 bottiglie, sempre di eccellente livello, ma questo fa storcere il naso a certi pretesi “puri”). Ci ho accompagnato una strepitosa ribollita (avevo ottimo Chianti, ma volevo proprio quella Barbera), con la mia solita base di pane pugliese, olio calabro e peperoncino) e poi una bella qualgliotta lardellata.

Salute.

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Vino e cultura

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Queste 17 bottiglie (delle quali una magnum, una mezza e una da 0,500) sono a consuntivo il mio consumo personale durante il periodo delle feste di fine anno 2014 (da domenica 21 dicembre a martedì 6 gennaio). C’è un po’ di tutto: sopra, i vini spumanti, moscati e passiti; sotto, i rossi e i bianchi fermi. Molte regioni italiane rappresentate, ma quest’anno una scelta non delle mie classiche: comunque, Piemonte, Veneto, Romagna, Marche, Calabria, Sicilia e…. Francia. Le bottiglie (vuote) stanno bene tra i libri di una delle mie tante librerie (con oltre 7.000 volumi in casa, l’ambientazione tra i libri non costituisce un problema..).

Auguri e salute.

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I Lari l’aria, Sud

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Dopo un paio di mesi di elaborazione e due o tre settimane di lavoro tecnico, finalmente una notte insonne m’è servita per far sgorgare, con la consueta fatica, queste rime. Sofferte, affaticate, speciali; pensate e ispirate da qualcuno in particolare ma tutte mie, tutte per il mio rigoglioso Sud che perdo e rincontro mille volte ogni giorno. Che ogni giorno mi pervade con i suoi riverberi improvvisi, a volte abbacinanti. Parto davvero travagliato ma dal risultato che, come di rado succede, mi riempie di soddisfazione.

Sono contento, questo lavoro (14 dicembre 2014) mi è venuto proprio come desiderato.

Il Grande Da Venosta mi ha protetto e sorvegliato, come sempre sussurrandomi: Carpe, carpe diem…

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Cotto by Michael Pollan

«Responsabili di queste creazioni sono varie reazioni chimiche di diverso tipo: una delle più importanti, però, è Pollanquella che prende il suo nome da Louis-Camille Maillard, il medico francese che la identificò nel 1912. Maillard scoprì che quando gli aminoacidi sono riscaldati insieme agli zuccheri, ha luogo una reazione che produce centinaia di nuove molecole le quali conferiscono al cibo cotto il suo caratteristico colore e gran parte del suo profumo. La reazione di Maillard è responsabile degli aromi presenti nel caffé tostato, nella crosta del pane, nel cioccolato, nella birra, nella salsa di soia e nelle carni fritte: a partire da qualche aminoacido e qualche zucchero si genera un’enorme quantità di complessità chimica (per non parlare del piacere).»

Come tutti i libri di Michael Pollan, quest’ultimo lavoro (Cotto, 506 pp. 28,00 €, Adelphi) è un volume irrinunciabile per chiunque si occupi di cibo in maniera professionale. Un saggio impegnativo ma illuminante e con una, al solito, prospettiva antropologica (cui si aggiungono delle riflessioni a carattere socio-economico) da cui si valutano le quattro possibili preparazioni del cibo: Fuoco (cottura diretta), Acqua (cottura in recipiente), Aria (lieviti) e Terra (fermenti).

Straordinarie le parti dedicate soprattutto al Fuoco e all’Aria, con la lievitazione del pane che è analizzata in maniera sorprendente e forse con una trattazione esaustiva e completa come mai mi è successo di leggere.

Libro non da consigliare, ma da imporre!!

http://www.vincenzoreda.it/gli-ultimi-libri-di-m-pollan-e-b-bigazzi/

http://www.vincenzoreda.it/il-dilemma-dellonnivoro-di-michael-pollan/

 

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Auguri a tutti

Formulare gli auguri per la fine dell’anno è considerato un atto di buona creanza, di buona educazione. In fondo – che lo si compia per dovere, per prassi, per noia, per piacere o per calcolo – costa davvero poco, se non si vuol proprio esagerare.

Dal punto di vista storico/antropologico, presso tutte le culture di ogni tempo e di ogni spazio questa consuetudine è vecchia tanto quanto lo sgomento di affrontare l’Ignoto che comincia dal prossimo attimo futuro e sempre sconosciuto; se chi ci vuol bene, ci stima o anche chi soltanto abbia a cuore, per i motivi più vari, le nostre buone sorti, ci esprime parole di sostegno con lo scopo di aiutarci nell’affrontare questo benedetto ignoto, pare ovvio: ci reca piacere.

Il termine ha etimo latino: l’àugure era un sacerdote che divinava osservando il volo degli uccelli e personalmente trovo questo fatto di fascino straordinario!

I miei, di auguri, hanno invece origine nell’uso rituale di condividere un calice di vino: consuetudine antica soltanto quanto la cultura di questo fermento d’uva e dunque non più di qualche millennio.

Dal 1998 scelgo sempre un Dolcetto, vino piemontese forse quanto mai altri: dev’essere un Dolcetto che conosco, di cui conosco il vignaiolo, delle cui vigne ho calpestato il suolo e goduto dei raggi del sole.

Lo stendo su 73 biglietti di carta di cotone e poi scelgo 73 persone che, secondo un rituale tutto mio, ritengo possano apprezzare questa mia particolare manifestazione augurale. Tutta questa operazione dura almeno una quindicina di giorni, e di notti: è una faccenda nella quale il mio coinvolgimento emotivo è di particolare intensità, in tutti i vari passaggi che richiede; quello che mi tormenta in maniera ogni volta più inquietante riguarda la scelta dei destinatari. Sembra una stupidaggine, eppure mi porta via energie inenarrabili.

Quest’anno la scelta è caduta, non a caso pare ovvio, sul Dolcetto di Diano DOCG 2013 di Gigi Rosso: dedicato a questo grande Signore del vino e ai due figli Claudio e Maurizio, con cui nel recente passato ho interloquito con grande piacevolezza e reciproca stima.

Dunque: i miei migliori auguri a tutti, proprio tutti: senza distinzioni di sesso, età, nazionalità, istruzione, cultura, intensità di frequentazione, simpatia, empatia, convinzioni etiche e politiche. Auguri a tutti, soprattutto senza calcoli, come insegna La Bhagavad Gita.

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I miei (usuali) auguri dipinti con il Dolcetto

Ho cominciato il lavoro per i miei 73 biglietti d’auguri con il Dolcetto di Diano DOCG 2013 di Gigi Rosso. Ci metterò altri 8/10 giorni per finire (taglia i cartoncini uno a uno, prepara il fondo, rifinisci e firma, scrivi con la stilo il retro uno a uno, imbusta e scrivi gli indirizzi e poi consegna a mano o spedisci….: soltanto un pazzo come me può fare ogni anno ‘sta manfrina e anche gratis!!).

Ho finito l’1/73 e il 73/73 che sono su carta Archer da 300 gr. e in formato 27,5×35, mentre gli altri 71 sono su carta Fabriano 300 gr. 50% cotone e in formato 15×22. Il primo è destinato a Gigi Rosso, mi pare ovvio; l’ultimo lo avevo pensato per una certa persona, che forse non lo merita. Ci devo pensare. Nel frattempo, a vedere questa roba, come al solito, mi assale la depressione: mi viene da piangere e vorrei sparami in bocca. Perché? E’ troppo complicato da spiegare e forse non so neanch’io perché.

Finiti, anche prima del previsto. Ora sono soltanto più da imbustare, spedire e consegnare. Con i soliti dubbi che mi tormentano: chi scegliere tra i 73. Aggiungere è sempre (o quasi) gratificante; eliminare è sempre (o quasi) doloroso. Per quel poco che vale, ma mica poi tanto poco, almeno per quanto mi riguarda: questo è più che un gioco, un mio rito che vado officiando dal 1998 e, come tutte le cose mie, lo prendo assai sul serio. Con leggerezza, ma sul serio.

Il signore in fotografia è Gigi Rosso, il cui Dolcetto quest’anno ho scelto. Vuol essere anche un omaggio al personaggio, uno degli ultimi patriarchi del Nostro Vino. Che il Signore, o chi per lui, ce lo conservi in buona salute.

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