
Lo scritto qui di seguito è un vecchio articolo: sul mio ultimo libro c’è un capitolo assai più documentato e approfondito, si intitola: “L’archibugiere rinnegato“, è la storia n. 32.
“Tutto quel che possiedo come documentazione diretta della vicenda di Gonzalo Guerrero è riportato fedelmente nel capitolo precedente.
Se io fossi uno scrittore, se poi fossi anche uno scrittore di successo, potrei scrivere uno di quei magnifici romanzi, più o meno, storici sulla vicenda; non so se dire purtroppo: non solo non sono uno scrittore, ma meno che mai potrei ardire al successo. Dunque, niente romanzo storico.
Gonzalo me lo figuro uno dei tanti marinai di Palos e dintorni, un po’ affascinati dai racconti di quelli che tornavano da occidente, un po’ perché quello era il loro mestiere e forse perché le diarie più invitanti erano offerte da quei capitani e hidalgos che salpavano alla volta delle ricchezze e della gloria, verso le Indie occidentali.
Probabilmente Gonzalo era un popolano molto realista e pragmatico, ma con qualche caratteristica bizzarra: da Cabeza de Vaca a Hans Staden (si leggano sia le avventure di Cabeza, sia “La mia prigionia fra i cannibali-1553/1555″ del tedesco), non pochi europei ebbero la ventura di passare periodi di tempo più o meno lunghi tra le popolazioni americane, eppure nessuno, almeno per quanto è dato sapere (io sono certo che nelle pieghe del passato si nasconde qualche altra storia analoga a quella di Gonzalo), ebbe l’ardire di dimenticare prima, rifiutare poi, infine combattere e morire contro il proprio popolo.
E’ lecito pensare che sulle prime il buon marinaio abbia agito più pensando a salvare la pelle che a altro; più oltre avrà pensato che su quella terra sconosciuta, tra quella gente che usava cucinare i nemici, occorresse adattarsi, perché chissà tra quanto tempo gli spagnoli, ammesso che ci fossero riusciti, sarebbero arrivati fin lì.
E poi egli non era un prete come Aguilar, dunque se qualcuno gli chiedeva qualcosa che sapesse fare e se da ciò ne fosse venuto un qualsiasi favore, ebbene non c’era proprio ragione di rifiutare.
Io credo che di favore in favore, Gonzalo abbia cominciato a non star troppo male e gli alieni personaggi intorno a lui a scoprire che quell’essere estraneo di cose utili ne conosceva parecchie: che meritasse la pena non trattarlo male; anzi, era conveniente cercare di farlo star bene, ché c’era forse da trarne buon utile.
Eppoi gli anni passano: vince il quotidiano se uno è un marinaio senza patria e attaccato più alle cose di questa terra che alle favole dei preti.
Volevano che si tatuasse, va bene: in fondo che male c’era a tatuarsi come loro! Tutti i marinai erano tatuati.
Quella vita dopotutto dovette cominciare a piacergli: i frutti tropicali, le tortillas, qualche gallina ogni tanto, un bel clima, la gente in fondo pulita e gentile; c’era, a volte ma non troppo spesso, da sopportare qualche disgusto come i sacrifici e l’odioso costume del cannibalismo rituale, ma tra i maya tutto ciò era assai meno frequente che tra i mèxica.
Forse la cosa che dovette inizialmente recargli maggior fastidio dovette essere l’ossessione maya per l’autosacrificio rituale, ma anche quella col tempo fu assimilata.
E poi venne il premio più grande di tutti: una donna, una donna maya, dolce, fedele, sottomessa, gentile, pulita e devota!
E i figli: il marinaio aveva finalmente trovato la sua patria e per quella sarebbe morto!
Ridicolo Aguilar che viene a proporgli di tornare tra gli spagnoli a fare dopo tutto lo schiavo di un padrone inflessibile che gli avrebbe solo riservato lunghe marce, fame, massacri, sporcizia di corpo e d’animo in cambio di qualche soldo.
Meglio i maya, molto meglio i maya.
E così Gonzalo sceglie, ma aveva già scelto da anni, forse da subito: semplicemente, non sollevando lo scudo dell’ostilità e della diffidenza verso il diverso, cercando di adattarsi e di capire senza nessun pregiudizio, qualità che solo un uomo semplice, dotato di sano buonsenso popolare, può, meglio d’altri, possedere: egli comunque non ha nulla da perdere.
Nel 1511 avrà avuto tra i venti e i trenta anni e probabilmente niente d’importante da ricordare in Spagna, forse neanche i genitori.
Arrivano i compatrioti, ma è tardi, ormai, per Gonzalo.
Ho ragione di crederlo impegnato in tutta la regione dello Yucatàn, che pure è molto estesa, tra il 1517 e il 1536, quando viene ucciso, a combattere, direttamente o indirettamente, contro gli spagnoli: certamente non dev’essere casuale che i Maya riuscirono a resistere quasi vent’anni alla conquista.
Ci dev’essere stata parecchia dell’opera del buonsenso, e della tradizione occidentale millenaria della guerra, del Guerrero Gonzalo in molte tra le sconfitte degli spagnoli.”
I Maya continuarono a rivoltarsi fino a questo secolo contro gli spagnoli prima, contro il potere creolo poi: figure come Lempira, Tecùn Umàn e Canek sono esempi che oggi i Maya hanno in considerazione al pari di eroi, ma nessuno ricorda Gonzalo Guerrero.
Forse perché tutto sommato è un rinnegato, come la Malinche; forse perché comunque uno spagnolo venuto, anche se più o meno suo malgrado, a ficcare il naso in faccende non sue: io trovo profondamente e storicamente ingiusto tutto ciò, a maggior ragione da parte di un popolo che è oggi il risultato, e non si può discutere se la storia sia giusta o sbagliata, dell’unione, violenta quanto si vuole, ma pur sempre unione, di due culture.
I tre figlioletti di cui parla Bernal Dìaz sono i primi meticci di cui conosciamo con certezza l’esistenza, e sono meticci frutto d’amore, non di violenza: qualcuno oggi nello Yucatàn porta per certo un po’ di sangue di Gonzalo; allo stesso modo, qualche traccia del rude Droctulft sarà rimasta nei secoli nei dintorni di Ravenna.



Dalla preistoria al colonialismo, un racconto in parte inedito che espone le scoperte archeologiche recenti, ma anche le teorie della New Age e della fantarcheologia: la vicenda dei Maya finalmente narrata a tutto tondo e che tocca anche il teatro e la poesia maya di cui quasi nessuno, fino a oggi, s’era mai occupato.

































«Pacal Votan viaggia attraverso la “Dimora dei Tredici Serpenti”, un riferimento al passaggio intergalattico tramite il Kuxan Suum. In quanto fibra vitale galattica, sarebbe naturale rappresentare il Kuxan Suum come serpente o in forma di serpente. 13, il numero del movimento, è anche il numero del più alto dei cieli, del livello superiore dell’essere al di là del nostro sistema solare, quello più vicino all’informazione centrale – Hunab Ku, il fulcro galattico. Sculture di esseri-serpente in trasformazione, simili a quelli di Quiriguà, ornano il Tempio delle Iscrizioni di Palenque, registrazione plastica del transito attraverso il Kuxan Suum di Pacal Votan, Agente Galattico 13 66 56. Valum Votan, vicino all’attuale Palenque, indica il luogo di arrivo e/o nascita di Pacal Votan nel 631 d.C., Armonica 13 66 56 0. La data del suo arrivo dovrebbe anche coincidere con le aspettative del successivo avatar di Kukulkan, il cui ruolo sarebbe stato assunto da Pacal Votan. In tale ruolo, sarebbe semplicemente naturale fondare una città – corrispondente alla mitica Tollan – da chiamare Xibalanque o, nella forma moderna, Palenque. Nel Popol Vuh, Xibalanque corrisponderebbe alla mitica Xibalba, il luogo del mondo inferiore, mondo della manifestazione e delle prove eroiche della mortalità. Questo sarebbe un riferimento alla forma umana “mortale” dell’Agente Galattico 13 66 56, marcato e commemorato nella “tomba” sotterranea all’interno dei nove livelli del Tempio delle Iscrizioni.».
La lastra che ricopre il sarcofago di Pacal («scudo») il Grande è un monolito di 220×380 cm., pesa 5 tonnellate ed è interamente scolpito in bassorilievo.























La Bhagavadgītā (letteralmente: Canto del Beato) è un poema di argomento religioso composto da circa 700 versi (śloka), diviso in 18 canti (adhyāya) e contenuto nel VI parvan(libri) dello sterminato (4 volte la Bibbia) poema epico Mahābhārata, il più grande ciclo di racconti dell’intera storia della letteratura mondiale, scritto dal mitico Vyāsa.




















































