Kuo Ji, Cucina cinese e vini piemontesi, su Barolo & Co.

La Cina è il terzo paese più esteso dopo la Russia (17 mln di kmq) e il Canada (9,8 mln), con i suoi circa 9,6 milioni di kmq ha una superficie di poco inferiore all’Europa ma con il doppio della popolazione: 1,4 mln di persone. Il suo territorio si estende tra il tropico del Cancro e la Siberia, con una varietà climatica e geografica quasi senza eguali: 18.000 km di coste, le cime del Tibet, i deserti della Mongolia interna, le foreste sub-tropicali del sud e i grandi fiumi che ne incidono il territorio da ovest verso est.                                                                                                                                 Se si considera quanto sopra in rapporto con la sua storia millenaria e la sua straordinaria cultura, appare evidente che l’universo enogastronomico di questo paese è un insieme incredibilmente variegato di materie prime, di preparazioni, di tradizioni e di suggestioni. Ai cinesi dobbiamo la domesticazione del maiale, delle oche, delle anatre e dei bufali; così come la coltivazione del miglio, del riso (prima del 7.500 a. C.), della soia, del tè e del baco da seta, senza dimenticare gli agrumi, le pesche e le pere.                                                                                                                                                             Nel corso dei millenni la cucina cinese si è diversificata in otto differenti tradizioni regionali: Anhui, Cantonese, Fujian, Hunan, Jiangsu, Shandong, Sichuan, e Zhejiang che in buona sostanza sono rappresentative della diversità delle materie prime presenti nelle rispettive aree geografiche. A tutto questo occorre aggiungere che la tradizione cucinaria cinese è stata esportata in quasi tutto il mondo con importanti contaminazioni che hanno dato luogo a risultati sorprendenti soprattutto in Nord America e in Perù, senza contare l’influenza sui territori limitrofi di Corea e Giappone.                                                                                                                                                                                                   Gli strumenti di questa millenaria tradizione sono essenzialmente due: le bacchette e il wok. L’uso delle bacchette si fa risalire già all’epoca della dinastia Zhou (XII-III sec. a.C.), mentre l’invenzione della “frittura saltata”, oggi usata in tutto il mondo, risale al periodo Tang (VII-X sec.) e prevede l’uso del wok, una sorta di padella concava e profonda che può essere usata anche per la cottura a vapore. I piatti che oggi sono tipici della cucina cinese sono quasi tutti originari dell’ultimo periodo imperiale, la dinastia Qing (1644-1911).                                                                                           Fondamentale è capire la ricerca dell’armonia nell’alimentazione cinese; al principio femminile yin appartengono le verdure, gli ortaggi, le leguminose e la frutta: alimenti umidi e rinfrescanti. La carne, le fritture e i cibi speziati sono considerati cibi maschili, caldi: yang. Anche i cinque sapori (dolce, salato, acido, amaro, umami) devono essere in armonica sequenza, senza contare tutti gli incredibili riferimenti che intercorrono tra l’alimentazione e la medicina tradizionale.                                                                                                                                                                                   Comunque, quando si parla di cucina cinese in Italia, fatte salve rarissime eccezioni, ci si riferisce alla cucina tradizionale cantonese e di Hong Kong. Il primo ristorante cinese aperto in Italia fu lo Shanghai, nel 1949 a Roma in via Borgognona; si dovette aspettare la metà degli anni Sessanta perché anche a Milano e Firenze aprissero i primi locali che proponevano la loro cucina soprattutto alle comunità di immigrati, impiegati soprattutto nelle attività tessili e commerciali.                                                   A Torino, tra gli anni Settanta e gli Ottanta aprono i primi, storici ristoranti (ancora piuttosto cari e percepiti come vere curiosità esotiche): King Hua, Hong Kong, Mister Hu, Via della Seta e Zheng Yang. La comunità cinese a Torino è forse la più numerosa d’Italia e certo la più antica: i primi immigrati arrivarono durante la Grande Guerra a sostituire gli operai impegnati al fronte; ma l’immigrazione più importante si ebbe negli ultimi due decenni dello scorso secolo.                                                  Ho scelto il ristorante Kuo Ji, in via San Massimo, 4 a Torino, per effettuare gli accompagnamenti di vini piemontesi ai piatti della cucina cantonese. Aperto nel 1987 dalla signora Yu Mei, proveniente da Shanghai, oggi è gestito da Giusto, suo figlio quarantenne ancora nato in Cina ma con tre eredi ormai italiani a tutti gli effetti. Ristorante luminoso e pulito, 90/100 coperti, con materie di prim’ordine e servizio impeccabile. Lo frequento da quasi 25 anni e non ho mai avuto brutte sorprese; oltretutto, presenta una carta di vini interessante e un rapporto qualità/prezzo di assoluta convenienza.                                                                                       Cinque i piatti: riso cantonese, ravioloni di gamberetti, maiale in agrodolce, gamberetti alla griglia e anatra alla cantonese.                                                                                                                                                                                                Quattro, come al solito i vini e tutti del 2015: una Favorita storica da vigne di Langa e Roero, un sensazionale Arneis DOCG da Canale, un rosato di Nebbiolo da Barolo e un classico Dolcetto d’Alba da Monforte.                                                                 La Favorita  (vitigno Vermentino coltivato in Piemonte), con la sua piacevolezza e quel leggero pizzicore che non è propriamente frizzante, si sposa perfettamente con il riso cantonese che poi sostituisce il pane: riso tipo basmati (sottospecie japonica) bollito e poi saltato con uova strapazzate, cubetti di prosciutto cotto, piselli, salsa di soia e cipolla. Più sofisticato l’accompagnamento del riso con l’Arneis di Canale: vino complesso e corposo (13 % vol), vinificato in parte sulle bucce e con un’alta percentuale di mosto che non ha svolto la fermentazione malo-lattica. Ideale con gli ottimi gamberetti alla griglia, ma capace di accompagnare anche i ravioli di gamberi (la pastella è di farina di riso), come del resto anche la Favorita. Il maiale in agrodolce (a pezzetti e preparato in pastella con ananas e pomodoro) viene esaltato dall’eccellente rosato di Nebbiolo: vino fresco, franco, di grandissima piacevolezza ma capace di conservare parte delle note speziate di questo vitigno unico al mondo e con un retrogusto secco che ne esalta la semplice eleganza. Per l’anatra alla cantonese (brasata e poi stufata con succo e pezzi di ananas) ho scelto invece un classico Dolcetto d’Alba (13% vol) proveniente da vigne della zona di Monforte: un rosso di buona complessità ma non troppo corposo e invadente per un piatto che potrebbe anche sposarsi con un Nebbiolo giovane e fresco.                                                         In conclusione, mi pare che la cucina cantonese possa definirsi ideale per essere accompagnata da alcuni dei nostri vini: dovessi suggerirne uno soltanto, opterei per il rosato, vino che mi pare eccellente per quasi tutti i piatti complessi di questa straordinaria cucina.

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From Terra Madre, Turin 2016

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Body art 1976, Each body takes up its own space, Plinio Martelli

Oggi il film (25′ in 16 mm, b/n) è di proprietà della Gam di Torino. Avevo poco più di 21 anni e Plinio Martelli mi aveva scoperto alla mia prima mostra di fotografia, pochi mesi prima, al Set Club.

Il film fu girato in una squallida mansarda di un palazzo tra i corsi Sommelier e Re Umberto, sempre a Torino. E’ una ripresa a inquadratura fissa con il rumore dell’acqua che scorre dal rubinetto del lavandino sulla sinistra. Sono 25 minuti del mio corpo che si contorce dentro uno spazio che lo assedia: angoscia e frustrazione che pervadono un’atmosfera di atroce costrizione. Superbo.

Questo lavoro di Plinio, in cui il mio contributo è fondamentale, ha partecipato alla Biennale di Venezia del Cinema d’artista (ricordo con piacere un gruppo formidabile di giovani artisti tra i quali Ugo Nespolo) nell’autunno del 1976 e è stato proiettato in molti paesi del mondo. Get back in pride, parafrasando Osborne.

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Il Tartufo Bianco d’Alba

Il mio libro è in uscita abbinato con il quotidiano La Stampa in tutte le edicole del nord-ovest dai primi di ottobre. Il prezzo di copertina è di 9,90 € per 160 pp. Edito dalle Edizioni del Capricorno di Torino.

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SURFANTA, a Palazzo Lascaris (Torino)

Se a Torino un tardo pomeriggio plumbeo e afoso ti riscopre dentro un Palazzo (Lascaris, in via Alfieri, 15) di quelli importanti che s’è fatto galleria per ricordarti un movimento artistico dimenticato (Surfanta), architettato da alcuni Personaggi fuor d’ogni normale prospettiva. Se in quel Palazzo ti hanno invitato Amici di quelli veri e se in quel Palazzo riscopri Pietro Municchi a rimirar un Colombotto Rosso che proprio non pare un Colombotto Rosso. E se in quel Palazzo ritrovi Plinio Martelli con Titti Garelli che ti onora di una fotografia insieme a lui con lo sfondo di un magnifico Pontecorvo, vuol dire che sei un uomo fortunato. Ed era ancora soltanto un tardo pomeriggio, tutto il resto doveva accadere. Andate a visitare questa mostrae a riscoprire una Torino dei Sessanta oggi dimenticata. La mostra è stata inaugurata da Mauro Laus, Presidente del Consiglio della Regione Piemonte, e organizzata dall’Associazione Magica Torino, presieduta da Barbara Colombotto Rosso e animata dal musicista Luigi Antinucci e dall’intelletuale Michele Auddino.          Nota finale: tra gli altri artisti – senza dimenticare il genio ironico di Italo Cremona -Lorenzo Alessandri era un artista ma anche un gran furbacchione e usava il suo studio di Giaveno per giochi simpatici…Per la verità, dietro tutto il movimento Surfanta si agitava un personaggio davvero surreale, uno strano tipo di intellettuale oggi quasi dimenticato. Si chiamava Gianluigi Marianini, scomparso nel 2009 a 91 anni.

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Waiting for Terra Madre, in Turin (Italy)

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Creative Art & Food a Torino in occasione di Terra Madre

Inaugurata sabato 17 settembre 2016 la mostra collettiva “Creative Art & Food” al MIIT di C.so Cairoli, 4. Affollatissima e assai interessante, la mostra è visitabile fino al 26 settembre con orari 15.30/19.30 da martedì a sabato.

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86^ FIERA DEL TARTUFO BIANCO DI ALBA, 2 ottobre – 27 novembre 2016

L’86ª FIERA INTERNAZIONALE DEL TARTUFO BIANCO D’ALBA SCEGLIE L’ALBERO COME SIMBOLO DELL’EDIZIONE 2016, UN TRIBUTO AL MISTERO E AL RISPETTO DELLA NATURA CHE, ATTORNO ALLE SUE RADICI, GENERA IL PIÙ PREZIOSO FRUTTO DELLA TERRA

Venerdì 8 luglio, presso l’Albergo dell’Agenzia di Pollenzo (Bra), all’interno del complesso che è sede dell’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche, è stata presentata la nuova edizione della Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba, consacrata dal New York Times come evento “foodie” da non perdere e inserita dal Mipaaf, Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, tra le dodici principali manifestazioni nazionali.

In una sala gremita da oltre 200 persone, Liliana Allena, presidente dell’Ente Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba, ha illustrato le principali novità dell’edizione 2016: dal nuovo LOGO del Tartufo Bianco d’Alba, all’Abero come immagine e tema della nuova edizione; dal progetto che, nei prossimi anni, trasformerà la Fiera in un evento «green» e sostenibile, al primo crowdfunding per tutelare le aree tartufigene del Piemonte; dalle iniziative che legheranno il design internazionale al Tartufo Bianco d’Alba, alla sua candidatura come Patrimonio Immateriale dell’Umanità Unesco; fino alle grandi mostre, le manifestazioni culturali, folcloristiche, musicali e quelle dedicate ai bambini.

La Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba quest’anno abbraccia un periodo di otto settimane, dall’8 ottobre al 27 novembre, con il Palio degli Asini fissato per il 2 ottobre. Due intensi mesi di eventi che valorizzano il Tartufo Bianco d’Alba nel pieno della sua stagione di raccolta e promuovono il territorio di Langhe, Roero e Monferrato in uno dei periodi dell’anno più vivaci dal punto di vista culturale, turistico ed enogastronomico.

Tra i molti ospiti della conferenza stampa sono intervenuti Bruna Sibille, sindaco della Città di Bra, Maurizio Marello, primo cittadino della Città di Alba, Luigi Barbero, presidente dell’Ente Turismo Alba Bra Langhe e Roero, Giuliano Viglione, vicepresidente della Fondazione Cassa Risparmio di Cuneo, Piercarlo Grimaldi, rettore dell’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, Antonella Parigi, assessore alla Cultura e Turismo della Regione Piemonte e l’europarlamentare Alberto Cirio.

«La Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba è riconosciuta come il principale evento fieristico legato al mondo dei tartufi», spiega Liliana Allena, presidente dell’Ente Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba. «Con oltre mezzo milione di presenze sul territorio e centomila ingressi al Mercato Mondiale del Tartufo Bianco d’Alba, rappresenta l’apice delle manifestazioni turistiche ed enogastronomiche della Regione Piemonte. Una Fiera che, quest’anno, presenta importanti novità, a partire dalla creazione del nuovo LOGO, un’icona studiata per essere un brand duraturo, in grado di comunicare con immediatezza e semplicità il fascino, la rarità e la preziosità del Tartufo Bianco d’Alba nel mondo».

«Il simbolo scelto per la nuova edizione della Fiera è l’Albero», continua l’Allena, «come custode del paesaggio naturale riconosciuto Patrimonio Mondiale dell’Umanità, come culla dove nasce il Tartufo Bianco d’Alba e come emblema delle nostre radici: quelle della nostra cultura, delle nostre tradizioni, quelle della nostra storia e dell’enogastronomia, le radici che contraddistinguono i grandi uomini delle Langhe e del Roero, persone che sanno guardare al mondo senza perdere il legame con il proprio territorio. Sono queste le nostre “Radici del Gusto!”».

«Quest’anno la Fiera arriva a fine novembre – ha sottolineato il sindaco di Alba Maurizio Marello – Fino a sette anni fa gli eventi si fermavano ai primi di novembre. È segno dell’incremento turistico  degli ultimi anni, frutto di un grande lavoro nel tempo che abbiamo colto e riseminato. Oggi la nostra stagione turistica inizia a Pasqua e finisce a Natale. Quest’anno proseguirà fino a fine febbraio 2017 grazie alla mostra biennale della Fondazione Ferrero dedicata alle opere di Giacomo Balla. Un forte incremento di flussi c’è stato negli ultimi due anni grazie anche al riconoscimento Unesco sui nostri paesaggi vitivinicoli. Risultati importanti che ci responsabilizzano e ci spronano a continuare a lavorare in questo settore con capacità di innovazione accanto a tradizione e folclore. Dobbiamo avere anche la capacità di migliorare ulteriormente la nostra accoglienza. Abbiamo fatto tanto negli ultimi anni, ma dobbiamo continuare a lavorare per mantenere questo livello con grande spirito di umiltà».

«Insieme all’estensione della Fiera – dichiara l’Assessore a Cultura, Turismo e Manifestazioni del Comune di Alba Fabio Tripaldi – stiamo lavorando anche per incrementare l’offerta culturale della nostra città durante l’anno. Quest’anno, oltre alle mostre già previste come “Futur Balla” in Fondazione Ferrero, “After Omeros” di Francesco Clemente a cura della famiglia Ceretto, “Mario Lattes. Antologia personale”, altre esposizioni sono in via di definizione. Oltre a ciò, grazie alla collaborazione con la Fondazione Bottari Lattes, il 14 ottobre il nostro Teatro Sociale ospiterà Amos Oz. Il grande scrittore e saggista israeliano di spessore internazionale, vincitore del premio Bottari Lattes Grinzane – sezione “ La Quercia 2016” sarà ad Alba il giorno prima della premiazione a Grinzane Cavour, con una grande lectio magistralis. Insomma, si allunga la fiera, ma aumentano anche gli eventi culturali».

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Tartufi nel cuore della notte

E’ passata mezzanotte, è un venerdì sera e finalmente gli ultimi clienti del ristorante hanno abbandonato soddisfatti il loro tavolo. Una bottiglia di magnifico Chablis 2009 è già stata abbondantemente saccheggiata mentre un’altra – Barolo Sperss 2003 di Angelo Gaja – aperta da qualche tempo aspetta con pazienza che giunga l’ora sua.

Lo chef è in cucina a preparare i due piatti che saranno la base per ospitare una dolce e abbondante coltre di tartufi.

Arriva una battuta di fassone con tuorlo d’uovo e poi i tajarin.

Il tartufo è un magnifico tubero bianco di qualche decina di grammi di straordinaria compattezza e sensazionale profumo che esalta la carne cruda con l’uovo e nobilita i magnifici tajarin. Chiaro che lo Sperss 2003 li accompagna con regale portamento.

Per il finale, che dev’essere importante, arriva in tavola un Pinot Noir di Borgogna 2002 che fa dell’eleganza la sua cifra quasi con prepotenza.

Abbiamo tirato tardi e ne è valsa la pena. Tra amici, come si conviene.

Confessato il peccato non posso nominare, va da sé, i peccatori.

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Tartufo bianco/Langa white truffle

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Working for japanese Tv: Vincenzo Reda dipinge con il vino

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Vincenzo Reda Wines Paintings in La Piazza Restaurant – Torino

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I vini di Papa Paolo III Farnese raccontati da Sante Lancerio

Tallone pubblicò questo librino ( in 32° con il preziosissimo Garamond corpo 9, fuso a Parigi da Deberny & Peignod) in 470 esemplari nel 1991. Bisogna ricordare, pur se il ricordo è un ben brutto ricordo, il giorno della presentazione in stamperia a Alpignano: un giorno maledetto….senza-titolo-11

L’introduzione è di Luigi Veronelli : “Mai quanto alla vista delle bozze di questo libro ho meglio avvertito la validità d’una mia affermazione: il vino è un valore reale perché ci dà l’irreale…..”. Il manoscritto originale fu ritrovato nella Biblioteca Ariostea di Ferrara e pubblicato a cura di Giuseppe Ferraro nel 1876, che lo accompagna con una prefazione assai interessante: “Paolo III fu uno dei papi più robusti, e uno dei vecchi tra i più vecchi. Forte per natura, aiutato, nella ricerca dei vini, da un Bottigliere di quella fatta, com’era Sante Lancerio, malgrado i pensieri dei figliuoli e dello Stato, visse fino a 82 anni. Segno e prova certa, che i giudizi, dati da lui e dal suo cantiniere, intorno ai vini d’Italia, erano fondati sul sodo. quindi io invito gli intendenti della materia a tenere conto di questa operetta del Lancerio, che ha tre titoli all’attenzione degli enologi italiani. Tratta dei vini nostrani, è antica di 3 secoli, ed ha la prova di un Sacro Bottigliere e di un Papa, gli anni del quale auguro a me ed ai miei lettori.”.

Poco o nulla si sa di Sante Lancerio, mentre molto si conosce di Papa Paolo III della schiatta nobilissima e potentissima dei Farnese: fu un personaggio di notevole statura politica che ebbe la capacità di pacificare, soltanto per poco, Francesco I e Carlo V; benedisse la nascita dei Gesuiti, avviò il Concilio di Trento…..

Un piccolo omaggio a Sante Lancerio: Il Vino di Montepulciano. E’ perfettissimo tanto il verno quanto la state, et meglio è il rosso la state, io ne sono certo. Tali vini hanno odore, colore et sapore, et volentieri S.S. ne beveva, non tanto in Roma dove gli erano portati in fiaschi, ma ancora in Perugia. Marcello Cervino, poi papa et domandato Marcello II, che non regnò se non 20 giorni, et  Tarugio Tarugi, Senatore Romano, faceano a concorrenza di chi di loro donava meglio. Volendo conoscere la bontà di questo vino, vuole essere odorifero, polputo, non agrestino, né carico di colore. Volendolo per la state alli caldi grandi, sia crudo, et di vigna vecchia…”. Formidabile il vino polputo e non agrestino….

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Shaikh Nasir: Masala Chef

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Shaikh Nasir è un Masala Chef, forse il migliore, o tra i migliori, dell’India. A un recente concorso nazionale è stato il vincitore con un en plein davvero eccezionale. Nasir ha 42 anni, è sposato e ha due figli. Da almeno 26 anni si occupa del magico mestiere di mescolare le spezie e creare con la sua sensibilità speciale Masala portentosi.

E’ originario del Maharastra, lo stato di Bombay (o Mumbay, come hanno deciso di rinominare, in maniera falsa, la città di origine portoghese): di Aurangabad, per la precisione. Ha incominciato nel ristorante dell’Hotel Leela di Bombay come aspirante masala chef. Oggi è un Master Chef e lavora per il Radisson di New Delhi.

La cultura del Masala, che in hindi significa semplicemente “spezie”, è una delle caratteristiche fondamentali della cucina indiana. Ogni famiglia, ogni villaggio, ogni stato ha le sue ricette particolari con cui vengono mischiate e polverizzate una quarantina di spezie – misture tritate di semi, radici e cortecce che costituiscono cumino, cardamomo, curcuma, cannella, zenzero, chiodi di garofano, finocchio, sesamo, zafferano, noce moscata, pepe, peperoncino, coriandolo, macis, papavero… - per insaporire verdure, carni (in India soprattutto pollo) e pesce.

Nasir ne usa, da fuoriclasse, circa 50/55 e i suoi preparati sono per davvero eccezionali. Più o meno “Garam” che vuol dire caldo, inteso come “hot” inglese, dunque il nostro piccante. Sono misture che hanno sentori e sapori di fantastiche suggestioni, create con lo scopo di vestire i cibi con abiti che attraggono naso e lingua in maniera sublime. Quando noi parliamo di “curry” possiamo paragonarci agli indiani che parlano di “wine”: è lo stesso discorso; ignoto a loro l’universo incredibile dei nostri vini, ignoto a noi l’universo strabiliante delle loro spezie.

Nelle foto qui sotto le 8 differenti misture che Nasir ha preparato per me e che sono indicate per le varie e diverse preparazioni cucinarie: non si possono descrivere, bisognerebbe avere la fortuna, quella che ho io, di provarle ogni tanto….

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Giappone, appunti di viaggio by Angelo Gaja

Giappone, visitato nel maggio 2016.

Il mio primo viaggio lo feci nel 1980. Sembrava allora un paese triste nonostante l’economia a macinare successi, i servizi pubblici ad un livello di grande efficienza, l’organizzazione della società curata con minuzia. Le donne indossavano vestiti di un blu mesto, gli uomini in grigio o nero di ordinanza, era un paese che amava l’isolamento, non gradiva la presenza dei forestieri. A Tokyo erano allora 48 i locali che proponevano cucina italiana, svettava Sabatini originario romano. Da allora, il paese è molto cambiato. La grande rivoluzione l’hanno vissuta le donne, guadagnando considerazione nell’ambito familiare, rispetto, libertà e bellezza. Non è più l’uomo giapponese ad essere al centro del creato. Per osservare alcuni dei molteplici aspetti della Tokyo di oggi merita immergersi nella vivacità e nei colori di Omotesando, passeggiare nella quiete mistica del vicino parco di Meiji Jingu, godere del pullulare di gioventù e dei gradevoli luoghi di intrattenimento che sono nel complesso di librerie di Tsutaya, nel quartiere di Daikanyama. L’atteggiamento del paese ad isolarsi, a restare chiuso all’immigrazione si è modificato. L’accoglienza ai turisti è molto migliorata e gode di nuovi incentivi. E’ del 2016 la concessione ai cittadini di Tokyo di affittare le loro abitazioni ai turisti esteri anche per pochissimi giorni. Il che non toglie che ad un giapponese che scorge un mozzicone di sigaretta perso su di un marciapiedi immacolato venga da pensare che a buttarlo sia stato un cinese. Amici non lo diventeranno mai, ma i cinesi che arrivano spendono, riempiono i negozi ed i ristoranti, tocca sopportarli. Ora nella Tokyo metropolitana i locali che propongono cucina italiana sono più di 5.000, in larga maggioranza con cuochi di origine giapponese che vantano un percorso in Italia a praticare la nostra cucina. Il successo della cucina italiana ha contagiato Osaka ed altre città, e si è esteso gradualmente anche alla provincia. Si deve a questi ristoranti la diffusione e la conoscenza dei prodotti dell’agro-alimentare italiano, vino incluso.

Ho goduto nel mio ultimo viaggio anche di una visita al mercato del pesce, Tsukiji, il più grande al mondo, frenetico, con moltissime varietà di pesci che gli europei non si sognano neppure di consumare, permeato dal profumo del mare. Occupa una vasta area a fianco della centralissima Ginza. Entro l’anno Tsukiji verrà trasferito per fare posto alle installazioni che dovranno accogliere le olimpiadi del 2020. I giapponesi, degli asiatici, sono quelli che hanno più gusto, per il bello e per il buono. All’Italia guardano con grande interesse, ammirano le nostre bellezze, il made in Italy e la nostra gastronomia, molti dei nostri scrittori sono tradotti, guardano con grande curiosità all’arte italiana.                                                                                                                                                 Il 13 maggio 2016, presso l’ISTITUTO ITALIANO DI CULTURA di Tokyo, su pregevole iniziativa del direttore prof. Amitrano, alla presenza del maestro Tullio Pericoli è stata inaugurata la mostra:

Il GIAPPONE che ho visto_27.05.16

Cosa dire del mercato del vino in Giappone? L’Italia nel tempo ha guadagnato posizioni, ottimamente sostenuta dai ristoranti di cucina italiana. In termini di volumi di importazione di vino in Giappone nel 2015 l’Italia è terza, incollata alla Francia ed al Cile che per la prima volta ha conquistato il primato. Mentre in termini di valore la Francia è prima e l’ultimo è il Cile. Il primato in volume del Cile è dovuto ai bassi prezzi, ai pochi nomi varietali indicati in etichetta (Cabernet, Chardonnay, …) in grado di facilitare le scelte dei consumatori occasionali che costituiscono la maggioranza, ad una promozione efficace ed al vantaggio imputabile ad una tassazione leggermente più favorevole. Cosa deve fare l’Italia per crescere l’export di vino verso il Giappone? Avere conoscenza che il vino italiano, così come molti prodotti dell’agroalimentare di casa nostra, gode già in Giappone di ottima immagine e non si fa un buon servizio al nostro paese proporlo di qualità modesta ed a prezzi svaccati; continuare a costruire domanda in favore del vino italiano, come già si sta facendo; favorire l’accesso su quel mercato dei produttori che ancora non ci sono arrivati, attingendo anche al vasto numero di importatori di dimensione medio-piccola, ideali per fare conoscere i vini di produzione artigianale; porre maggiore attenzione a penetrare nei ristoranti di cucina giapponese che hanno aperto al vino come soltanto 15 anni fa’ appariva improbabile; accogliere con cura i giapponesi che vengono in visita alle cantine italiane, affascinarli, fare affidamento sulla loro fidelizzazione. Con la consapevolezza che in Giappone il vino ha il vento in poppa. Il consumo annuale pro-capite è superiore a 3 litri e può soltanto crescere. Negli ultimi 15 anni la birra, la bevanda nazionale preferita dagli uomini unitamente agli spiriti, ha avuto un calo di consumo del 15%. Il saké è in caduta libera. Il whisky dà segni di lenta ripresa dopo anni di rallentamento dei consumi. Il vino è l’unico a crescere con tassi annuali superiori al 5% . Al vino si sono avvicinate le donne, che gli riconoscono la valenza di bevanda culturale. Le ditte giapponesi produttrici di birra, Asahi, Suntory, Kirin, Sapporo, da tempo hanno fiutato l’aria che tira ed investito acquistando aziende distributrici di vino. E’ successo anche per l’importatore Enoteca – www.enoteca.co.jp  - con il quale lavoro, acquisito da Asahi, che continua ad operare con elevata professionalità. Il Giappone è per il vino italiano il mercato asiatico più importante. I consumatori conoscitori sono numerosi, i sommeliers sono molto preparati. E’ stata una delle prime volte, nel mio recente viaggio, che ho raccolto critiche non più velate nei confronti di produttori che praticano l’uso molto limitato, se non anche l’eliminazione, di anidride solforosa per vini che storicamente godevano del riconoscimento di spiccata longevità. Perché longevi non lo sarebbero più, manifestando già nel primo decennio di vita i segni di una prematura ossidazione (premox), una maturazione accelerata. Anche gli importatori cominciano a diffidarne assumendo atteggiamenti di cautela.                                                                                                                     Ho imparato ad ammirarlo il Giappone, mi piace molto e confido di poterci ritornare.

Angelo Gaja, 27 maggio 2016

E mentre Angelo Gaja era in Giappone, una troupe della televisione giapponese registrava un programma monografico sul mio lavoro con il vino. E il brindisi, in suo onore, è stato realizzato con il Barbaresco Gaja 2012.

 

 

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Il Signore delle pietre

Piero è un ex funzionario di banca in pensione. Ma è anche un grande appassionato di vino e cibo (sommelier AIS, assaggiatore di olio ed esperto di miele e riso, tra le altre cose), pavese ma da 16 anni ormai quasi ligure: respira e ascolta i litorali di Sanremo dove possiede una casa quasi in riva al mare.

Da qualche anno, da solo e soltanto per soddisfazione personale, crea delle sculture effimere impilando una sull’altra pietre, pietrine e pietroni a creare delle presenze verticali che sanno parlare una qualche lingua sconosciuta, a volte inquietante; altre volte rassicurante, altre ancora quasi evocativa.

E sono semplicemente poggiate, in equilibrio spesse volte assai precario, una sopra l’altra.

Il posto deputato di questo artista dell’effimero è un piccolo promontorio adiacente, a ovest, il porto di Sanremo, località San Martino.

L’ho trovato affascinante. Mi ha ricordato i giochi di Calder.

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Fuochi artificiali, immagini creative di Vincenzo Reda a Sanremo

14 agosto, porto di Sanremo: fuochi artificiali fotografati con tecniche particolari.

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Bagni Lido, ovvero della semplicità che si fa virtù

Avevo chiesto all’amico Luigi Bellucci – Tigullio vino – alcuni suggerimenti sui locali migliori di Bordighera, avendo deciso di trascorrere da quelle parti la ricorrenza dei vent’anni di matrimonio con mia moglie Margherita. Luigi, molto gentile e disponibile come sempre, aveva provveduto a mandarmi via e-mail alcune dettagliate informazioni, nel merito delle quali (mi pare ovvio) non desidero entrare. Avevamo scelto di soggiornare in un gioiellino che è l’albergo Piccolo Lido (3 stelle, ma ne vale 4): grazioso, pulito, direttamente sul mare, poco costoso.

Per pranzo avevamo deciso con mia moglie di fare una prova dal suo vecchio compagno di liceo (lo scientifico Piero Gobetti, in origine 6° liceo, di Torino: prima nel lontano 1971) Paolo Bisoglio: proviamo come si mangia, è sul mare, è un tuo compagno, ci tratterà come si deve; se poi non ci troviamo bene, per la sera andiamo in uno dei ristoranti che ci ha consigliato Luigi.

Il posto è piccino (neanche 50 coperti), direttamente sul mare, arredato con semplicità ma carino. Mia moglie, senza farsi riconoscere, prende una nicoise; io provo con un filetto di tonno alla griglia: rischiosissimo, ma se va bene…Lo accompagno con un Pigato di Feola.

Ci va benissimo: l’insalata è come si deve – ma qui non c’erano grandi dubbi – e il tonno è fresco, non stopposo (lo avevo chiesto di cottura media, non fidandomi: avrei dovuto mangiarlo con una cottura più leggera, sarebbe stato ancora più buono). Il Pigato di Feola, pur non essendo eccezionale, mi è parso corretto, discreto, magari con profumi scarsi ma in bocca un buon vino con una discreta persistenza.

Fattasi finalmente riconoscere, bevuto un bicchiere di Rossese insieme (un Rossese corretto, anche questo, pur non eccezionale: Feola, enologo di origine campana, vinifica in Diano Marina e da quelli di Dolceacqua non è gran che considerato – pur sempre un foresto!), decidiamo che la sera torneremo a cenare dal vecchio compagno Paolo Bisoglio.

E ci troviamo benissimo; Paolo non è uno chef di quelli stellati/stellari, ma ha una grande dote: cucina in maniera semplice una materia prima di grande qualità. Indimenticabili i gamberoni rossi (rarissimi, provenienti da secche al largo di San Remo) crudi; una specie di tartare di ombrina con zucchine, sempre cruda e delle alici marinate, con ricetta rubata alla tradizione, presentate sopra una foglia di radicchio e accompagnate con capperi. Poi, un delizioso fritto di pesci di scoglio freschi, passato in olio (non esaurito!) di palma: fosse stato olio di oliva extravergine ligure sarebbe stato il massimo, comunque, un signor fritto difficile da provare altrove.

Ecco la dimostrazione che se la cucina è semplice, di tradizione; se la materia prima è come si deve, non bisogna armeggiare malamente con sifoni, azoto liquido e stramberie di moda che hanno la sola caratteristica di rovinare i sapori del cibo, quando è buono.

Siamo stati bene, accompagnati dal rumore del frangersi delle onde che è un ingrediente fondamentale quando si mangia pesce, checchè se ne dica.

Grazie Paolo e per certo mi prenderò la briga di consigliare il tuo Bagni Lido di Bordighera a chi se lo merita. (Per inciso, abbiamo pagato un conto assai conveniente, ma al di là del fatto che si era tra vecchi amici, i prezzi sono nella media per un locale non pretenzioso ma assai accogliente).

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Some postcards from Sanremo, Italy

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Guatemala

Una Storia dal Guatemala.

E’ questa una storia raccontata in un volume pubblicato nei primi anni sessanta da un viaggiatore italiano, straordinario e non famoso. Non cito la fonte, preziosa: se qualcuno fosse interessato, lieto di soddisfare direttamente la curiosità.

“ …Alcuni giorni più tardi, accompagnato da Giuseppe Ogniben, mi recai a San José Pinula, a una ventina di chilometri dalla capitale, nella solitaria villa di Carlos Martinez Duràn, Rettore Magnifico dell’Università di San Carlos.

(…..) Carlos Martinez Duràn è una delle personalità più notevoli nel mondo intellettuale di Guatemala e non solo per il suo incarico. Laureato in medicina, egli è un dotto umanista, la cui aperta onestà morale mi fece spesso venire in mente quei galantuomini della vita politica milanese fin de siècle, che amavano riunirsi sovente in casa di mio padre, in Via Principe Amedeo, prima ancora che io fossi di questo mondo: Matteo Renato Imbriani, Leonida Bissolati, Andrea Costa, Filippo Turati, in compagnia di amici di passaggio, quali Giovanni Verga, Arrigo Boito, Alberto Franchetti e Umberto Giordano.

(….) Gente dabbene, insomma, della quale pare si sia proprio smarrito il seme, almeno per il momento. Ma nel Guatemala l’atmosfera politica e ideale degli anni sessanta può essere bene paragonata a quella dell’Italia al principio del secolo.

La ragione della mia visita a San Josè Pinula era di ottenere l’appoggio del Rettore Magnifico per partecipare a una spedizione attraverso la foresta tropicale a ridosso del fiume Usumacinta, tra il corso di quest’ultimo e quello del rio de la Pasìon, non lungi dalla località di Sayaxché, dove è stato segnalato un nuovo centro maya.

(……) Carlos Martinez Duràn fu ambasciatore del Guatemala a Roma subito dopo la seconda guerra mondiale e compì verso l’Italia un gesto di grande nobiltà. Quando fu pubblicato il testo del trattato di pace con l’Italia – anche il Guatemala non aveva potuto resistere alle pressioni nordamericane e aveva dichiarato la guerra -, egli non solo si rifiutò di firmarlo come era stato delegato a fare, ma ottenne dal suo governo che lo respingesse. ‘Come è possibile’ ebbe a dire, precedendo di non pochi anni la resipiscenza degli alleati occidentali, ‘trattare in questo modo un Paese tanto nobile, un popolo che tanto ha dato alla cultura, alla civiltà, all’arte e che, anzi, ha certamente dato più di tutti i popoli della terra? Noi non possiamo associarci a questi barbari anglosassoni e russi, che non hanno per niente il diritto di mettersi in cattedra’.

E la storia andò a finire che fra l’Italia e il Guatemala venne firmato un accordo di pace a parte, in base alle proposte di Carlos Martinez Duràn.

(…..) Ci eravamo conosciuti molti mesi prima, quando ero reduce dalle mie deludenti esperienze cubane ed egli, dopo aver ascoltato le mie soggettive impressioni, mi aveva narrato un episodio, avvenuto in una aula universitaria durante la « repubblica rossa » di Arbenz, e che aveva avuto per protagonista Ernesto Guevara, detto El Che, colui che doveva diventare il braccio destro di Fidél Castro.

Un giorno – raccontò – mentre stavo per iniziare una lezione, vidi entrare in aula il giovane Ernesto Guevara, che bazzicava nell’entourage di Arbenz e predicava il comunismo integrale. Quando vidi che portava alla cintura due pistole, io gli ordinai di uscire.

« Qui siamo in una aula d’umanesimo », gli dissi, « non di gangsterismo ».

Il Guevara rimase senza fiato, divenne pallidissimo. Poi, tremando di rabbia, mi rispose: « Ora lei mi caccia. Ma verrà il giorno nel quale io, con queste stesse pistole, la ucciderò ». Però uscì…E vuol sapere? Quel giorno uscì dall’Università anche il comunismo. Quella promessa di uccidermi non garbò a nessuno. Però questo non evita che mi si definisca un comunista.

Sospirò.”

Vincenzo Reda, 4 novembre 2008

Que maravilloso paìs, que gente amable, gentil, cortés….

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Lo sconosciuto, Torino on the road

Eccolo in queste immagini, Gaetano. Il protagonista di questo racconto, tratto dal libro Torino on the Road di Nico Ivaldi e Vincenzo Reda (Edizioni Il Punto-Piemonte in bancarella, Torino 2015).

 

«L’hai veduto passare stasera?

L’ho visto.

Lo vedesti ieri sera?

Lo vidi, lo vedo ogni sera.

Ti guarda?

Non guarda da lato

soltanto egli guarda laggiù,

laggiù dove il cielo incomincia

e finisce la terra, laggiù

nella riga di luce

che lascia il tramonto.

E dopo il tramonto egli passa.

Solo?

Solo.

Vestito?

Di nero è sempre vestito di nero.

Ma dove si sosta?

A quale capanna?

A quale palazzo?

La lirica qui sopra, di Aldo Giurlani – conosciuto dai più come Aldo Palazzeschi – è stata composta nei primi decenni del secolo scorso: uno sgangherato e improbabile figuro, che spunta tutte le sere verso le 18 dai portici di piazza dello Statuto e imbocca a passo svelto la via Garibaldi, pare quasi appropriarsene a pieno titolo.

[...] succede ogni tardo pomeriggio, estate e inverno, che piova che nevischi che il sole si attardi ancora a riscaldare le nostre anime: annunciato da una canzone sparata a tutto volume, spunta dall’angolo sinistro, sotto i portici guardando la piazza dalla via Garibaldi, un omino spelacchiato che pare sortito dalle fantasie nordiche di Tolkien.

Non arriva a toccare il metro e mezzo, è di quelli magri per missione: fuori e dentro; i radi capelli sono bianchi lunghi e stopposi; veste dei jeans larghi e lisi con sopra in genere una camicia e ai piedi grandi scarpe sportive chiare. L’incarnato è scuro, i lineamenti della faccia sono delicati con lo sguardo vigile e forse gli occhi pungenti.

Potrà avere cinquant’anni mal portati, o sessanta portati così così e, addirittura, settanta quasi buoni. Chissà.

Ma è quella benedetta appendice che trasporta sulla schiena che fa la differenza: uno zaino, non sempre dello stesso colore, che ai lati possiede due diffusori acustici da cui escono a tutto volume note delle canzoni degli anni Sessanta. E sono canzoni di tutti i generi, sempre italiane, a volte di quelle che tutti conoscono, a volte poco o punto sentite ma sempre di gradevole ascolto.

Con questo zaino acustico sulla schiena e sempre un sacchetto di plastica, di quelli voluminosi da supermercato, in mano a passo sveltissimo, con andatura quasi concitata imbocca la via Garibaldi. E non alza lo sguardo verso nessuno.

Tutte le sere.

E poi, dopo una mezz’oretta, lo si vede ritornare e svanire, di dove era venuto, sotto i portici di piazza dello Statuto.

Chi è, di dove viene, dove va; perché le canzoni degli anni Sessanta, perché a tutto volume; perché sempre lo stesso percorso e sempre lo stesso orario…

Sono almeno un paio d’anni che questa storia si ripete.

Forse basterebbe fermare un momento quel suo veloce procedere e rivolgergli delle domande, domande che potrebbero essere lecite, accettabili, sopportabili.

O invece è meglio così: non sapere nulla, non indagare; lasciare questa storia sospesa e immaginarne tutti i possibili risvolti formulando le ipotesi quelle più impensabili; e continuare a elaborare congetture: è piemontese, è sposato, ha figli, è povero, è ricco, è uno squilibrato, è uno snob, è un semplice appassionato delle canzoni degli anni Sessanta…

Chissà».

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Danza coi Lupi, vino su carta

Lavoro complicato con un grande vino del Rodano: Gigondas Classique 2010.

Uvaggio di Grenache (80% almeno), Sirah e Mourvèdre per un bere di grandi tannini e notevole complessità, 14%vol. Sei anni d’invecchiamento sembrano ancora pochi per tentare di definirlo abbastanza maturo. Il colore, e dunque gli antociani, sono importanti: ideali per il mio lavoro. Per completare un lavoro come questo, usando il magnifico supporto Archer da 300 gr di circa 76×55 cm, mi sono occorsi circa 15 giorni, periodo a cui bisogna aggiungere almeno altrettanti giorni per elaborare il progetto nella mia immaginazione.

La realizzazione di questo progetto ha visto prevalere più del solito quel che avevo in testa (almeno per il 70%): di solito lascio molto a quello che il Vino mi suggerisce quando lo spargo sulla carta in prima stesura e spesse volte il Vino vuol fare di testa sua e non sempre ha ragione….

Questa volta il risultato mi soddisfa in pieno.

Salute.

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Enoteca (piola) Brosio, dal 1922 in via Del Carmine

Luigi Brosio, Gino per gli amici, classe 1938, ha gestito la Piòla di famiglia dal 1952 al 2001, in quell’anno il vecchio locale ha chiuso i battenti per trasferirsi esattamente dall’altro lato della strada (via Del Carmine angolo via Piave) e diventare “Enoteca Brosio”.

La storia della Piòla Brosio comincia nel 1922, quando i nonni di Gino si trasferirono da Montegrosso, poco lontano da Asti, a Torino.

Erano commercianti di commestibili, con un allevamento di un centinaio di maiali (allora chi faceva e chi vendeva assai spesso era la stessa figura, eliminando gli oneri dei passaggi successivi che fanno crescere a dismisura il prezzo finale al consumatore); l’afta gli sterminò le bestie in un amen e si videro così costretti a tentare, in un dopoguerra pieno di problemi e di incertezze, l’avventura nella Grande Città, costituendo, in buona sostanza, la prima avanguardia di immigrazione verso Torino (astigiani e cuneesi precedettero semplicemente le ondate successive, e non ancora concluse, di veneti, meridionali, magrebini, albanesi, nigeriani, romeni….).

Avrebbero voluto un negozio in via Barbaroux, allora il cuore commerciale della città, ma  lì gli affitti erano troppo onerosi, ripiegarono così per quel locale del Convivio Umbertino, in via Del Carmine, 7 angolo via Piave.

Non era il meglio ma si trovavano nel regno delle piòle, alimentate dal vicino distretto militare di corso Valdocco, dove i giovani venivano “a tiré ël numer “, cioè a passare la visita di leva con qualche soldo in tasca che le famiglie provvedevano a fornir loro per i tre giorni da trascorrere a Torino.

Quel locale aveva una caratteristica unica: le cantine, immense, erano state attrezzate con grandi vasconi per la vinificazione. I Brosio compravano le uve, sempre e solo Barbera, e vinificavano in via Del Carmine tre o quattrocento ettolitri di vino che poi alimentavano la mescita in piòla.

Mi racconta Gino che questa attività è proseguita fino ai primi anni settanta, quando venne sospesa perché non più conveniente.

Servivano quasi esclusivamente vino sfuso e soltanto Barbera, girava qualche “bota stopa” o “1/2 stopa”, ma solo per le grandi occasioni; i fiaschi non esistevano e si cercava di riciclare le fiaschette di Chianti, già famose allora.

Naturalmente si serviva da mangiare la classica cucina piemontese e naturalmente si cantava e , soprattutto, si giocava a Tarocchi e a Tressette.

La Piòla restava aperta fino a mezzanotte o l’una.

Gino mi racconta di un certo Fioretta, artigiano vetraio, che abitava in via Piave al numero 9: smetteva di lavorare nel primo pomeriggio (come quasi tutti gli artigiani di quei tempi) e si piazzava in piòla verso le 16; “soa fomna” gli portava da mangiare all’ora di cena e, continuando a rimanere in piòla a bere e giocare a Tarocchi, tirava mezzanotte.

Tutti i santi giorni.

Trecentosessantacinque giorni all’anno!!

Oggi all’Enoteca Brosio è cambiato tutto, però si respira ancora un’aria diversa da quella che si percepisce nei moderni locali che, da metà anni novanta, hanno infestato i dintorni nel cosidetto “Quadrilatero romano”.

Enoteche e Wine-bar tra via Bellezia, via Sant’Agostino, via San Domenico e piazza Emanuele Filiberto attirano la movida nelle sere e nelle notti specialmente dei fine settimana: si beve molto, anche molto vino insieme a bevande assai più esotiche (sarebbe più appropriato “globali”, ma questo neologismo mi fa venire l’acetone – parola che letta al contrario suona: enoteca(!).

Nelle vecchie piòle la bevanda più strana era il vino chinato (antenato di vermouth e martini), che veniva prodotto soltanto dalla Riccadonna e consegnato in damigiane.

Da Brosio, ancora oggi, trovi qualche strano figuro dalle guance rubizze che inaugura la giornata con un bel bicchiere di Barbera.

LA CANSON DËL VIN

Da’n téra an pianta

òh che bela pianta

pianta, pianton, piantin,

col ciribiribin ch’am pianta ‘l vin

òh che bon vin dë pianta.

 

Da’n pianta an rapa

òh che bela rapa

rapa, rapon, rapin,

col ciribiribin ch’am pianta ‘lvin

òh che bon vin dë rapa.

 

Da’n rapa an bote

òh  che bela bota

bota, boton, botin,

col ciribiribin ch’am pianta’l vin

òh che bon vin dë bota.

 

Da’n bota an boca

òh che bela boca

boca, bocon, bochin

col ciribiribin ch’am pianta’l vin

òh bon vin dë boca.

 

Da’n boca an pansa

òh che bela pansa

pansa, panson, pansin,

col ciribiribin ch’am pianta’l vin

òh che bon vin dë pansa.

 

Da’n pansa an tèra

òh che bela tèra

tèra, teron, terin,

col ciribiribin ch’am pianta’l vin

òh che bon vin dë tèra.

 

LA CANZONE DEL VINO

Dalla terra alla pianta/oh che bella pianta, /pianta, piantona, piantina,/quel ciribiribin che mi pianta il vino, /oh che buon vino di pianta! /Dalla pianta al grappolo,/ oh che bel grappolo,/ grappolo, grappolone, grappolino,/ quel ciribiribin che mi pianta il vino,/oh buon vino di grappolo! /Dal grappolo alla bottiglia,/ oh che bella bottiglia,/ bottiglia, bottiglione, botticino,/ quel ciribiribin  ce mi pianta il vino,/ oh che buon vino di bottiglia!/Dalla bottiglia alla bocca,/ oh che bella bocca,/ bocca, boccone, bocconcino,/ quel ciribiribin mi pianta il vino,/ oh che buon vino di bocca!/Dalla bocca alla pancia,/oh che bella pancia, pancia, pancione, pancino,/ quel ciribiribin mi pianta il vino,/oh che buon vino di pancia!/Dalla pancia alla terra,/ oh che bella terra,/ terra, terrone, terrino,/ quel ciribiribin mi piantail vino,/ oh che buon vino di terra!

 

Voglio concludere questo piccolo contributo alla tradizione della piòla con l’aiuto, ancora una volta di Piergiorgio e Roberto Balocco.

Nel loro ultimo lavoro, un CD come al solito prodotto da Mùsica Nòsta (Libreria Piemontese Editrice – Via S. Secondo, 11 – Torino), “Cheur giojos ël ciel l’agiuta – Omaggio a Ignazio Isler”, si trova una canzone straordinaria, “Il testamento di Giaco Tross”.

Due parole per dire che l’Abate Ignazio Isler, di origine svizzera ma nato a Torino nel 1702 e ivi morto nel 1778 (seppellito tra le mura della chiesa della Crocetta), è considerato il padre della canzone della piòla, pur essendo un prelato ci ha lasciato dei veri capolavori di arguzia e poesia popolare (già pubblicato dall’amica Giovanna Viglongo nel 1968).

La canzone è del 1748 e ne riporto le ultime strofe:

 

Cogeme drinta a un arbi

Ch’am servirà për cassia,

ma fàit con bon-a grassia,

e ch’a sia bin vinà.

E për cussin im lasso

mè car barlat ëd frasso

Ch’a l’è tant nominà.

         Ch’a l’è tant nominà.

I veuj, për compagneme,

dosent drindor an gala

con la soa brinda an spala

e so pongon an man,

e sent bronson për banda

ma tuti bin d’Olanda

E cioch tant ch’a podran.

         E cioch tant ch’a podran.

Për strà mi i veuj ch’am canto

A tuta gran ganassa,

massimament an piassa,

cola bela canson.

Cola che noi cantavo

Ant ël mentre s’anciocavo

Veuidand bote e pinton.

         Veuidand bote e pinton.

Buteme su la tampa

Cost’iscrission bin scrita:

a l’ha perdù la vita

col pòver Giaco Tross,

përchè na sola vòta,

anvece d’andé an cròta

L’é andàit a bèive al poss.

L’è andàit a bèive al poss

 

Povero Giacomo, morto stecchito perché una volta, una sola volta invece di bere vino in piòla, bevve acqua dal pozzo……..

 

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Il grande bevitore, Vincenzo Reda

 

«Quel vino faceva schifo: una vera ciofeca.

Aveva lo stesso colore, lo stesso naso, la stessa lingua di quello del nonno, quando riuscivo a berne ancora qualche gotto che egli non era stato capace, per chissà quale miracolo, di finire: a agosto, quando ragazzo scendevo in Sila, il vino della nostra grande vigna di Pietrafitta era già stato tutto bevuto dal nonno prodigioso.

Lo beveva fuori pasto, a bicchieroni come fosse tè o caffé alla francese: nonno poco mangiava e per quel poco non occorreva vino. Il vino egli lo tracannava come una bevanda qualsiasi.

Erano uve gaglioppo, malvasia, greco cresciute a 600 metri sui colli presilani sopra Cosenza, vendemmiate alla come viene e malamente messe a fermentare ai 1400 metri di Rovale, in Sila, a temperature che non permettevano ai lieviti di fare completamente il loro dovere.

E quel vino “aveva lo spunto”: una sorta di punta acidula, non proprio acetosa ma qualcosa di assai vicino, per la verità assai sgradevole.

Tornavo in Sila dopo anni, il nonno non c’era più: zio Vittorio aveva fatto apparecchiare sull’aia antica il tavolo solo per noi.

Avevo in bocca e dentro il naso i vini di Francia che Renzo mi faceva conoscere quando ci si trovava a Parigi per lavoro: i Bordeaux, i Bourgogne prodigiosi che mi insegnava sulle rare note di Monk; ricordo una meraviglia ventenne di Meursault goduta una sera davanti alla Tour….

Vittorio mi riempiva quei gotti fino all’orlo e bisognava mandarli giù alla brutta, cosa che almeno in principio non era proprio negativa, non da gustare perché c’era poco da gustare, per la verità.

Eppure, col passare delle ore, rompendo ogni tanto il ritmo dei gotti rubino chiaro con intermezzi di grappa, quel vinaccio cominciava a piacermi: coi funghi silani – i rusiti, i vavusi, i silli, i gallinazzi – col prosciutto saporoso, quasi allappante, dei maiali macellati in inverno, con le patate di montagna, con la selvaggina quel vino cominciava a essere gradevole.

Finimmo alle due, forse le tre di notte: avevamo cominciato verso le tredici e sette o otto litri di vino prima, con un paio di litri di grappa per rompere il ritmo ossessivo dei gotti rubini riempiti all’orlo.

Due giorni impiegai a ritornare normale.

E capii il nonno, e zu Pasquale, e zu Giuvanni u fallitu: quelli erano bevitori, bevitori veri, autentici, portentosi.

Sono tutti capaci di bere i vini buoni, i grandi vini, le grandi etichette: il vero bevitore beve tutto, tutto e tanto.

Un po’ come le donne, se mi è concessa la similitudine: sono tutti capaci di far l’amore con le giovani e fresche bellone, le veline, le attrici, le modelle; il grande amatore apprezza le impiegate, le casalinghe, le signore già avanti con gli anni, quelle apparentemente insignificanti, qualche cellulite qui e là.

E lo fa con amore, con dedizione, con trasporto.

Per il vino è uguale: oggi i veri grandi bevitori sono una razza in via d’estinzione. Anche perché non sono politicamente corretti e poco si curano di leggere le etichette. Sono uomini che non apprezzano le etichette: uomini, direi, senza alcuna etichetta.

Anni dopo, in Toscana, mi facevo riservare dai ragazzi macedoni addetti alla cantina un Montepulciano d’Abruzzo che si usava come vino da taglio per rinvigorire annate di Chianti scadenti: era un vinaccio color della pece, spesso e allappante che mi lasciava la bocca impastata, una meraviglia indicibile. Come certi Colorino o Rossissimo che non bisogna confessare e che pochi o punti sanno di cosa si tratta.

Certo che ogni tanto mi piacciono i Barbaresco e i Barolo e i Brunello di amici come Angelo, Vittorio e altri insigni costruttori di vino: ma il vino che sa di succo d’uva, pieno di difetti, mi esalta.

Lo so, non faccio testo e non voglio aver ragione e ogni tanto mi consolo rileggendo Soldati e ricordando mio nonno e quel suo vino fuori moda e zu Giuvanni che si faceva bagiare dalla boccuccia ditonda della botticella da quindici litri».

Da “Più o meno di vino”.





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ENOTECA da E. M. HEMINGWAY: vini liquori distillati e altro

Il confronto col ber vino non è così lontano come potrebbe parere. Il vino è uno dei maggiori segni di civiltà nel mondo e una delle cose naturali del mondo portata alla massima perfezione, e offre un  maggior campo di gioia e apprezzamento di qualunque altra cosa puramente sensoriale che si possa acquistare. Si può passar tutta la vita con grande gioia a studiare i vini e a perseguire l’educazione del proprio palato, e via via il palato diventa più educato e capace di apprezzamento e si accresce continuamente la gioia e l’apprezzamento del vino anche se magari si indeboliscono i reni, incomincia a dolere l’alluce e a irrigidirsi le giunture delle dita fino a che, proprio quando lo si ama di più, il vino viene assolutamente vietato. Proprio l’occhio, che all’inizio è unicamente un sano strumento, diventa capace, anche quando non è più così forte ed è indebolito e logorato dagli abusi, di continuare a trasmettere al cervello una maggior gioia in virtù dell’esperienza e dell’abilità a vedere che ha acquistato. Tutti i nostri corpi si consumano in un modo o nell’altro e si muore, e io preferirei avere un palato che mi dia la gioia di godere pienamente un Château Margaux o un Haut Brion, anche se gli eccessi a cui mi sono abbandonato per conseguirlo mi hanno procurato un fegato che non mi consente di bere Richelbourg o Corton o Chambertin, piuttosto che avere i ferrei intestini della mia fanciullezza quando tutti i vini rossi mi riuscivano amari tranne il Porto, e il bere consisteva nel processo di buttar giù abbastanza roba da sentirsi eroici. Naturalmente si tratta di evitare di dover rinunciare completamente al vino proprio come, con l’occhio, si tratta di evitare di diventar cieco. Ma in tutte queste cose ha gran parte la fortuna, e nessuno può evitare la morte con questi sforzi, o sapere a quale uso può reggere una parte del suo corpo finchè non l’ha provato.

(……)una persona a misura che cresce la sua esperienza e la sua educazione sensoriale può derivare dal vino gioia sempre maggiore, come la gioia di un uomo davanti alle corride può aumentare fino a diventare una delle sue maggiori infatuazioni, e tuttavia una persona che beve – che non gusta o assaggia, ma beve – il vino per la prima volta sa, anche se non gli importa di gustarlo o di essere in grado di gustarlo, se il vino gli piace o no, e se va o non va bene per lei. Per il vino, la maggior parte della gente all’inizio preferisce uve dolci, Sauternes, Graves, Barsac e vini frizzanti, come champagne non troppo secco e Borgogna frizzante, a causa delle loro qualità pittoresche, mentre più tardi li darebbe tutti per un campione leggero ma ricco e buono di Grand Crus di Médoc, anche se è in bottiglia semplice, senz’etichetta, polvere né ragnatele, senza nulla di pittoresco, e soltanto la sua genuinità e finezza e il suo corpo leggero sulla lingua, fresco in bocca e caldo appena bevuto.”

E’, questa sopra, una bella pagina che Ernest Miller Hemingway, americano di Oak Park, regione dei Grandi Laghi, dedica al vino in quell’opera di scrittura affascinante e astrusa che è “Morte nel pomeriggio”.

Volume pubblicato nel 1932 a oltre trent’anni d’età, già ricco e famoso sia come scrittore sia come personaggio.

Nato il 21 lug1io 1899 da ottima famiglia borghese, era stato accolto come un eroe al ritorno dalla sua partecipazione volontaria e breve, seppur fortunata, alla Grande Guerra sul fronte italiano. Ferito, decorato per atto di eroico coraggio, curato da un nugolo di crocerossine americane a Milano ( c’erano più infermiere che infermi americani), innamorato corrisposto da una di loro: per questo bel figuro, ragazzo del ‘99, a vent’anni la vita non si prospettava poi malaccio. Oltretutto, l’esperienza della Grande Guerra in Italia gli aveva fatto mettere da parte un bel po’ di materiale per opere successive.

Non mi è mai piaciuto Hemingway: e tutti a dirmi, ma come? a uno come te che ama Melville e Conrad e Stevenson e London e Fante non piace Hemingway! ma se neanche lo conosci.

Sempre risposto: non ho bisogno di conoscerlo, per quel poco che ho letto, non mi piace, non mi racconta niente di interessante, non mi ci ritrovo.

E infine stufo, ho deciso di leggere tutto o quasi quello che il grande Ernest ha scritto ( non ho avuto il coraggio e  il masochismo di spolparmi “Per chi suona la campana”).

Ebbene? Hemingway continua a non piacermi: un buon scrittore di racconti, un bel racconto lungo ( “Il vecchio e il mare”, del 1952, suo ultimo romanzo pubblicato in vita); un’opera sorprendente, ma che è in sostanza una sorta di saggio autobiografico sul mondo delle corride: “Morte nel pomeriggio”; eppoi niente d’altro di interessante, dal mio punto di vista, va per inteso.

Partiamo da “Fiesta”, suo primo romanzo e immediato successo, del 1926: un librino esile che letto e riletto oggi non lascia nulla, se non l’odore di alcol, di svagato sesso, di noia: che sono gli ingredienti del suo successo negli anni venti: “La generazione perduta”. Mah.

Pubblicò successivamente “Addio alle armi”, decoroso ma diseguale e rozzamente autobiografico (1929); “Verdi colline d’Africa”(1935), un papocchio insignificante sulle cacce grosse di annoiati borghesi, anche questo autobiografico fino all’inverosimile; “Avere e non avere” (1937), una sorta di unione di tre racconti che hanno l’unica attrattiva di puzzare di ottimo rum rurale diluito a volte con cola, più spesso con nafta e sangue.

“I quarantanove racconti”  è una raccolta che Hemingway dà alle stampe nel 1938, insieme alla commedia “La quinta colonna”. Certo, alcuni racconti di questa raccolta, scritti nell’arco di una decina d’anni, sono più che buoni: ma il tutto è sopravvalutato, a cominciare dalla famosa tecnica di scrittura che Hemingway elaborò. Una scrittura scarna, priva quasi di aggettivi, poco descrittiva. Il punto è che a me non è mai piaciuta quella che io chiamo mancanza di ritmo, e non soltanto.

Alcuni di questi racconti sono celeberrimi, con fortunate riduzioni cinematografiche e tutto il resto: ai mie lettori consiglio “Vino dello Wyoming”.

Pubblica ancora “Per chi suona la campana” nel 1940, “Di là dal fiume e tra gli alberi”, secondo me il suo peggior lavoro, nel 1950 e, infine, “Il vecchio e il mare”, pubblicato su Life : 5.318.650  copie che vengono esaurite in 48 ore e che rendono nel 1952 Ernest Miller Hemingway una star internazionale, da quel momento in poi inseguito ovunque da turbe di ammiratori, ammiratrici, giornalisti, opportunisti, uomini politici di ogni fazione, fisco…..

Nel 1954, in gennaio, durante un ennesimo safari in Africa, gli capita l’ennesimo incidente, questa volta quasi mortale. Lo danno per morto, se la cava, gli conferiscono il Nobel – ho sempre pensato che gli Accademici di Svezia, in occasione delle riunioni nelle quali decidere il conferimento dei nobel per la letteratura, profittassero per alzare il gomito (certo vinacci da supermercato) o per sperimentare qualche nuovo allucinogeno, alcaloide o roba sintetica – che non ritira di persona perché a pezzi da qualche parte. In quel benedetto anno io nasco, per inciso, e lui comincia irrimediabilmente a morire: il fisico devastato dai mille incidenti della sua vita di coraggioso, generoso e maldestro ( aveva cominciato a piantarsi un pezzo di legno in gola a sette o otto anni), la mente annebbiata dagli abusi alcolici di ogni tipo, dalle ormai inefficaci medicine e, per ultimi ma certo non meno devastanti, dagli elettroshock che gli azzerano la prodigiosa memoria.

Ernest Miller Hemingway riesce, dopo ripetuti tentativi sventati dalla quarta moglie, a piantarsi due pallottole di fucile in testa all’alba del 2 luglio 1961, nella sua casa di Ketchum (Idaho).

Suo padre s’era sparato un colpo di pistola in testa una trentina d’anni prima.

Hemingway, quattro mogli e tre figli, era un americanone grande e grosso, generoso, coraggioso, forse spaccone, pieno di sé, un poco balbuziente, malaccorto e maldestro, uno scrittore famoso per i suoi incredibili errori grammaticali eppure capace di una grande applicazione, di un metodo ferreo: comunque uno scrittore tragico i cui libri puzzano, tutti, di morte.

Il suo miglior romanzo è stata la sua vita: è questa che esce e entra in tutti i suoi lavori, quelli buoni e quelli brutti e che esalano tutti, invero, un insopprimibile profumo di alcol. C’è tutto l’alcol dell’universo dentro gli scritti di Hemingway, un alcol quotidiano, abituale, ritmico, mai rituale o mitico. A partire da Fiesta, si beve a ogni ora, ogni cosa, qualunque abbinamento, roba buona, anche ottima e roba semplice, spesso scadente: è importante che si beva e non poco, per favore. E mi pare che ogni suo titolo abbia una propria devozione alcolica: il vino di “Addio alle armi”, il rum di “Avere e non avere”, brandy e gin in “Fiesta”, champagne dentro quel brutto “Oltre il fiume e tra gli alberi”.

Nel “Il vecchio e il mare” niente alcol, solo sapore di sale, di umido, di ostinazione, di sconfitta, di morte.

Io non amo Hemingway, ma anch’egli qualche cosa me l’ha regalata.

(Il brano riprodotto è tratto dall’edizione Mondadori, collana I Meridiani: “Ernest Hemingway Romanzi” a cura e con traduzione di Fernanda Pivano, che consiglio vivamente a chiunque volesse conoscere o conoscere meglio l’opera di Hemingway. Ricordo che Fernanda Pivano ebbe modo di frequentare lo scrittore e fu da lui non soltanto assai stimata, ma anche coccolata e viziata, per certo fra i suoi traduttori prediletti – Fernanda era da giovane una gran bella ragazza, oltre che una grandissima esperta di letteratura nordamericana.).

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