Idda by Angelo Gaja

Finalmente mi sono arrivati il Carricante e il Nerello Mascalese, i primi vini spremuti dalle vigne etnee che il mio grande amico Angelo Gaja produce con Alberto Graci.
Scopro con immenso piacere che parte delle vigne sono a Belpasso, paese che ho nel cuore (con tutta quella zona inenarrabile) fin da quando feci una mostra memorabile nel 2001, grazie soprattutto a Luciano Signorello.                                                                                                                                                                                    Frequento le pendici di Idda (Lei, l’Etna, divinità femminile) fin dal 1977 e ne bevevo i vini quando fuori della Sicilia non li conosceva nessuno.
Comincio con l’Idda rosso:14,5 %vol, meraviglioso colore rubino scarico con riflessi caldi; all’olfatto, appena mesciuto nel grande calice – un Riedel firmato Angelo Gaja sbreccato, io uso soltanto questo per i grandi vini: è un calice che ha una storia – esala profumi di ciliegia matura per aprirsi successivamente con sentori d’erbe di macchia mediterranea (salvia e timo, soprattutto) e una leggera speziatura di pepe bianco. Al palato è largo, sensuale, armonioso con tannini eleganti e lunga persistenza, più sulla lingua che in gola.
L’ho bevuto con un piatto tipico calabrese (pipi – friggitelli – e patate) e con la tradizionale sazizza piccante.
Che dire? Come al solito Angelo Gaja ha messo al mondo l’ennesimo grande vino che vorrei gustare tra un paio d’anni, quando senza dubbio avrà raggiunto la piena maturità (e il 2017 non fu per l’Etna una grande annata…)

E dopo l’Idda rosso, ampiamente gustato e valutato (e apprezzato) per almeno tre giorni, mi dedico all’Idda bianco 2018, un Catarricante che già dai primi assaggi mi si è presentato con promesse e premesse entusiasmanti, forse anche più del Nerello Mascalese.                                                                                                                        Ho cominciato con un assaggio aperitivo prima di a pranzo a gustarlo e valutarlo.                                                     A cena l’ho accompagnato con anelli di calamaretti cucinati in bianco e in umido; per il pranzo successivo ho scelto di ritornare sull’Etna, a Nicolosi precisamente, dove nella metà degli anni Novanta avevo scoperto le sensazionali penne saltate con pistacchi di Bronte. Un vino che saprà nei prossimi anni diventare davvero importante: le premesse e le promesse sono sorprendenti.
Abbiate cura di bere i bianchi, a maggior ragione se sono vini di grande personalità, non troppo freddi.
Dunque, 13% vol, questo Carricante dona alla vista un bianco paglierino pieno e saturo. Il primo impatto al naso è un delicato sentore di foglia di limone che evolve poi con profumi di fiori bianchi (tiglio tra gli altri) e successivamente accenni di erbe di macchia mediterranea. Al palato tutto subito inganna con una sensazione abboccata che però vira immediatamente verso spiccate note di agrumi che persistono a lungo sia in bocca sia in gola. Un vino di complessa personalità che promette di diventare grandissimo.
Ne riparliamo tra qualche tempo, per ora ringrazio Angelo per questo ennesimo regalo.

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WINE SPECTATOR, VINCENZO REDA wine painter by Collin Dreizen

 

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La Stampa 20.4.2020 articolo su Vincenzo Reda

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Pablo Neruda ritrovato, Amiga no te mueras…

Da anni inseguivo il ricordo di una poesia della mia adolescenza, finalmente l’ho ritrovata, è tratta dalla raccolta “Il fromboliere entusiasta (El hondero entusiastas, del 1924)

 

Amica, non morire…

Amica, non morire.

Ascolta queste parole che m’escono ardendo

e che nessuno direbbe se io non le dicessi.

Amica, non morire.

Son io colui che t’attende nella notte stellata.

Colui che sotto il tramonto insanguinato t’attende.

Guardo cadere i frutti nella terra cupa.

Guardo danzare le gocce di rugiada nell’erba.

Nella notte al denso profumo delle rose,

quando danza la ronda delle ombre immense.

Sotto il cielo del Sud, chi t’attende quando

l’aria della sera bacia come una bocca.

Amica, non morire.

Sono io colui che tagliò le ghirlande ribelli

per il ghiaccio selvatico fragrante di sole e di selva.

Colui che recò tra le braccia gialli giacinti.

E rose lacerate. E papaveri insanguinati.

Colui che incrociò le braccia per attenderti, ora.

Colui che spezzò i suoi archi. Colui che piegò le sue frecce.

Son io colui che sulle labbra conserva sapore d’uva.

Grappoli sfregati. Morsi vermigli.

Colui che ti chiama dalle pianure germogliate.

Son io colui che nell’ora dell’amore ti desidera.

L’aria della sera dondola gli alti rami.

Ebbro, cuor mio, sotto Dio, vacilla.

Il fiume scatenato scoppia a piangere e a volte

la sua voce s’assottiglia e si fa pura e tremula.

Risuona al tramonto, l’azzurro lamento dell’acqua.

Amica, non morire!

Son io colui che ti attende nella notte stellata,

sopra le spiagge auree, sopra le bionde aie.

Colui che colse i giacinti per il tuo letto, e le rose.

Disteso tra le erbe son io colui che ti attende!

 

Amiga, no te mueras….

Amiga, no te mueras./Oyeme estas palabras que me salen ardiendo/ y que nadie dirìa si yo las dijera./ Amiga, no te mueras./Yo soy el que te espera en la estrellada noche./El que bajo el sangriento sol ponente te espera./Miro caer los frutos en la tierra sombrìa./Miro bailar las gotas de rocìo en las hierbas./En la noche al espeso perfume de las rosas,/cuando danza la ronda de las sombras inmensas./Bajo el cielo del Sur, el que te espera cuando el aire de la tarde como una boca besa./ Amiga, no te mueras./Yo soy el que cortò las guirnaldas rebeldes/para el lecho selvatico fragrante a sol y a selva./El que trajo en los brazos jacintos amarillos./Y rosas desgarradas. Y amapolas sangrientas./El que cruzò los brazos por esperante, ahora./El que quebrò sus arcos. El que doblò sus flechas./Yo soy el que en los labios guarda sabor de uvas./Racimos refregados. Mordeduras bermejas./El que te llama desde las llanuras brotadas./Yo soy el que en la hora del amor te desea./El aire de la tarde timbra las ramas altas./Ebrio, mi corazon, bajo Dios, tambalea./El rìo desatado rompe a llorar y a veces/se adelgaza su voz y se hace pura y trémula./Retumba, atardecida, la queja azul del agua./ Amiga, no te mueras./Yo soy el que te espera en la estrellada noche,/sobre las playas àureas, sobre las rubias eras./El que cortò jacintos para tu lecho, y rosas./Tendilo entre las hierbas yo soy el que te espera!

 

 

 

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Nebbiolo Brume 2015 Casabuffetto

brume-2015-17420A sorpresa oggi ho ricevuto il Nebbiolo Doc Terre Alfieri Brume 2015 prodotto in S. Damiano d’Asti da Paola Casabuffetto con il contributo irrinunciabile del mio grande amico, l’enologo Vincenzo Munì.
Ho tante volte – ogni volta che ne ho resa libera una bottiglia – cantato le lodi del Brume 2011, l’ultima è stata in occasione della Pasqua appena trascorsa.
Aspettavo il 2015 dopo 3 vendemmie afone.
E questo millesimo, anche grazie a un’annata assai favorevole (abbondante neve in inverno e caldo in estate), l’ho trovato anche migliore, se possibile, del 2011 che fu una vendemmia strana. Questo Nebbiolo si presenta con un colore particolarmente scarico, profumi importanti di frutti rossi direi surmaturi (marasca, mora ma anche leggere fragranze di fragole di bosco), poco alcol al naso (non si sentono i 14% vol.) e in bocca tannino di eccezionale morbidezza e una persistenza in bocca e in gola che lascia in trance. Certo, per me 5/7 anni sono l’età ideale per gustare al meglio un grande vino da uve Nebbiolo, anche Barbaresco e Barolo: io sono animale che predilige i vini giovani.
Mi è venuta in mente Audrey Hepburn: eleganza, classe, armonia. Non cercate le rotondità e le sensualità di certe maggiorate mozzafiato, qui siamo a tutt’altre rarefazioni.
Amici miei, grazie per le bottiglie, aspettando con trepidazione di gustarlo insieme, come si conviene.
Intanto io l’ho bevuto con uno dei piatti miei prediletti: patate ‘mpacchiuse (la pronuncia corretta è impossibile per i non calabresi).

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Francisco Coloane

coloaneEra un omaccione di quasi due metri, così lo descrive Luis Sepulveda, grazie al quale, per le Edizioni Guanda – come Littin, Fajardo, Letelier – ho conosciuto questo novello Jack London (come lo definisce Alvaro Mutis): Francisco Coloane.

Cileno di Quemchì, nell’isola di Chiloè, dove nacque nel 1910, si imbarcò giovanissimo, figlio di un capitano di baleniere, e navigò in quelle fredde acque del Sud del mondo fino a circa trent’anni, quando decise che la sua vita sarebbe cambiata: divenne scrittore, lo scrittore dell’epopea del Sud del mondo.

La Patagonia l’avevo incontrata, come molti, nelle storie di Bruce  Chatwin: ma questo inglese un po’ snob non era un vero scrittore – la sua opera letteraria è assai sopravalutata. Chatwin era in realtà un viaggiatore, solamente un grande viaggiatore e non è poca cosa.

Dentro l’opera di Coloane, al contrario, si respira forte il vento gelido e la desolazione e le tragedie di esistenze strampalate.

L’opera di Coloane è la testimonianza dello sterminio delle razze e, peggio ancora se possibile, delle culture Ona, Yagan, Tehuelche, Alacaluf: indios cacciati come animali da criminali che riscotevano le ricompense, una o due sterline per ogni assassinio, in virtù delle paia di orecchie tagliate alle povere spoglie che consegnavano alle compagnie di allevamento del bestiame.

Dentro le pagine di Coloane c’è l’erba coiròn, ci sono i caranchos, gli stermini delle foche, le carcasse di balene spolpate dal vento e dagli avvoltoi, i velieri fantasma.

Capo Horn (il primo, del 1941), Terra del Fuoco, L’ultimo mozzo della Baquedano, Naufragi, I conquistatori dell’Antartide, Galàpagos, Antartico, La scia della baleniera, I balenieri di Quintay, Cacciatori di indios e la splendida autobiografia Una vita alla fine del mondo.

Li ho letti tutti ed è un gran bel leggere.

Se n’è andato nell’agosto del 2002, quel gran vecchio, adolescente, dalla grande barba bianca:

“Mi chiamo Francisco Coloane e vengo dalla fine del mondo”.

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Solo la Muerte, Pablo Neruda

E’ il bisogno come cibo – come acqua, come aria – di poesia che mi possiede, certe volte. E allora devo trovare sollievo al mio animo riarso con le parole di qualcuno dei Miei. Questo è un librino della collezione di poesia Einaudi, finito di stampare il 17 maggio 1969; lo acquistai un anno dopo, circa: il Principe Giulio era ancora regnante e io annaspavo nelle zacchere della mia adolescenza densa di scoperte.

Pablo lo conoscevano soltanto gli appassionati e gli specialisti, il mio eccellente professore di Italiano (scuola serale) ignorava chi fosse. Non c’era ancora stato Pinochet e il Nobel e Pablo era ancora soltanto un diplomatico: per me, sedicenne, fu come un pugno nello stomaco…La traduzione, stupenda, è di Salvatore Quasimodo che ho sempre considerato un poeta mediocre (i miei soliti giudizi trancianti e presuntuosi: ma così è) ma un grandissimo, quasi inarrivabile, traduttore di versi.

Da Resindencia el la tierra, II (1931/1935)

Solo la morte

Vi sono cimiteri solitari,/tombe piene d’ossa senza suono,/se il cuore passa da una galleria/buia,buia,buia,/

come in un naufragio dentro di noi moriamo/come annegando nel cuore/come scivolando dalla pelle all’anima.

………………

A volte vedo/solo bare a vela/salpare con pallidi defunti, con donne dalle trecce morte

con panettieri bianchi come angeli,/con fanciulle assorte spose di notai,

bare che salgono il fiume verticale dei morti,/ il fiume livido

in su con le vele gonfiate dal suono verticale della morte.

La morte arriva a risuonare

come una scarpa senza piede, un vestito senza uomo,

riesce a bussare come un anello senza pietra né dito,

riesce a gridare senza bocca, né lingua, né gola.

…………….

La morte sta sulle brande;/sui materassi che affondano, sulle coltri nere

vive distesa, e all’improvviso soffia:/soffia un suono oscuro che gonfia le lenzuola;

e ci sono letti che navigano verso un porto/dove sta in attesa vestita da ammiraglio.

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Aldo Palazzeschi, “Le carovane” e “Chi sono”

Le carovane

Oggi

io mi vedo davanti

una lunghissima,

interminabile via,

zeppa di carovane.

Lunghissima via polverosa

che si estende all’infinito

proprio davanti a casa mia.

Alla finestra della mia stanza da letto

io me ne sto a guardare

tutto quell’andare, quell’ansare, quel sostare.

Ferme, vaganti, volanti carovane,

si perdono nella via a me davanti.

Carovane alte e verdi

d’olivi e di castagni,

d’abeti, di platani e d’ontani,

di cipressi e di pini

vicini e lontani

lontani e vicini.

Carovane di casse, di capanne e di castelli,

di bovi, di cavalli e di cammelli,

carovane d’uccelli;

carovane d’insetti

sopra carovane di tetti;

carovane di navi e di barchette

su carovane di flutti;

carovane a ghirlande di rose e di violette,

carovane di fiori, carovane di frutti.

Carovane d’ali

scìan sagge o frullan folli,

carovane d’occhi,

occhi molli, pollini, grifagni,

sguardi vivi d’intelligenti,

sguardi privi, d’idioti.

Carovane di ragni

carovane di cani

carovane di piedi

carovane di mani,

scarpe, babbucce guanti,

carovane di grucce

carovane di calzoni

carovane di sottane.

Uomini giganteschi ricoperti di ferro,

uomini seminudi ravvolti di pellicce,

infustiti nell’eleganza delle marsine

o disinvolti nel vestito sport,

van via avanti avanti,

or lesti or lenti,

mescolati al bestiame tutti in carovane.

Rigidissime dame

bene composte nelle loro vittorie,

sguaiatissime puttane a sciame.

E sotto l’acque chiare

carovane di pesci si vedono gioiosi scivolare

luccicando,

e sotto quelle torve

gonfi di rabbia ingoian la sabbia

boccheggiando.

Mi fischiano agli orecchi

tanti stupidi pensieri,

volan per l’arialeggeri leggeri,

qualcheduno cammina più profondo

e pigia con la stampella

sicuro di sfondare il mondo.

Di sopra, a spiare argutamente,

carovane di stelle luccicanti.

Ma che cos’è tutto quel passare,

tutto quell’andare, sostare e ripigliare?

Son tutte carovane carovane carovane

vane vane vane vane vane vane

ane ane ane ane ane ane

eeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee

e… e… e… e… e… e… e…

In fondo io me ne sto a guardare

tranquillo alla finestra

della mia stanza da letto:

guardo e aspetto.

Ma ditemi, dove andate?

Dove andate, si può sapere?

Che cosa c’è in fondo a quella via?

Andate alla Città del Sole mio?

Idioti, mammalucchi: fermatevi!

Non lo sapete

che in quella città

non posso andarci che io?

Perdio!

Chi sono?

Son forse un poeta?

No, certo.

Non scrive che una parola, ben strana,

la penna dell’anima mia:

«follìa».

Son dunque un pittore?

Neanche.

Non ha che un colore

la tavolozza dell’anima mia:

«malinconìa».

Un musico, allora?

Nemmeno.

Non c’è che una nota

nella tastiera dell’anima mia:

«nostalgìa».

Son dunque… che cosa?

Io metto una lente

davanti al mio cuore

per farlo vedere alla gente.

Chi sono?

Il saltimbanco dell’anima mia.

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Best wishes for a Happy Easter

Best wishes for a Happy Easter with my Egg of Wine, painting in 2018 with Ruchè, wine of Piedmont, Italy.

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Abu Nuwàs. Il poeta iracheno del vino

Amici, in nome di Dio, non mi scavate

la tomba se non a Qutrabbul,

tra i frantoi e le vigne; non mi mettete
vicino alle spighe.

Chi sa che io non senta nella mia fossa,
quando si pigia il vino, il calpestio
dei piedi.

“Le mille e una notte” è un testo che tutti dicono di conoscere, non foss’altro che per le storie, ormai entrate nell’immaginario collettivo e saccheggiate in ogni possibile modo dalla fame di esotico del nostro Occidente, di Alì Babà e di Aladino; in realtà, ben pochi hanno letto quel tesoro ineguagliabile di storie che comprende le tradizioni indiane, persiane, irachene e egiziane, la cui compilazione si estende per molti secoli e che fu portato in Europa, alla corte del tramontante Re Sole, tra il 1704 e il 1717, dal francese Antoine Galland.
Comincio da questo libro perché qui, diverse volte, sono raccontati aneddoti che riguardano il libertino, sodomita, ubriacone poeta di corte Abu Nuwàs.
Egli si chiamava al-Hasan ibn Hani (760-815 circa), era nato a Ahwàz in Persia da padre arabo e madre persiana, ma visse tra Bàssora e Baghdàd alla corte prima del mitico califfo Harùn ar-Rashìd (il Califfo delle “Mille e una notte”) e poi del successore di questi, suo figlio al-Amìn.
Erano gli anni, quelli, del dominio Abbaside, iniziato nel 750 e durato fino al 1258, la capitale dei domini arabi era appunto Baghdàd e la cultura straordinaria che quella dinastia contribuì a sviluppare e a diffondere influenzò in modo per certo importante l’Occidente: l’influenza araba sulla civiltà europea del medioevo non è posta nel dovuto rilievo nell’insegnamento della storia nelle nostre scuole, ma non è questa la sede di una tale polemica.
Abu Nuwàs (soprannome che significa “Il ricciutello”): “Godeva, stando a quanto si racconta, di una condizione fisica straordinaria. La perfezione delle sue forme e la sua grazia riempivano gli occhi di chi lo guardava. Nessuna meraviglia dunque per i molti cuori che ha spezzato, tanto con questi pregi quanto con il suo genio di poeta. Tutta la gioventù di Basra voleva essergli amica, per l’attrazione erotica che esercitava così come per il piacere della sua compagnia”. Lo racconta così Ahmad al-Tifachi, un erudito tunisino che visse tra il 1184 e il 1253, a cui si deve la compilazione di un testo sui costumi sessuali del suo tempo che è un gioiello di freschezza, chiarezza e approccio quasi scientifico ai temi, che noi cristiani diremmo scabrosi, che affronta; si tratta di omosessualità maschile (tema in cui il nostro Abu Nuwàs è raccontato in molte testimonianze come uno degli esponenti più famosi) e femminile, di prostituzione, dei più vari costumi e vizi sessuali con grande naturalezza e senza alcun pregiudizio. Ricorda, questo testo arabo del XIII secolo, il celeberrimo (anche qui, tutti lo conoscono e quasi nessuno lo ha letto) “Kamasutra” di Vatsyayana, autore seguace della corrente Carvaka, che equivale alla nostra filosofia epicurea e, poi, del “Carpe diem”.
Il contesto storico e culturale entro cui agisce Abu Nuwàs, le civilissime Baghdàd e Basra (la Bàssora di oggi), è per quei tempi il più evoluto, tollerante, multietnico e multilingue; ebrei, cristiani, musulmani convivono in un ambito sociale di straordinaria tolleranza.
Nei versi del Nostro s’incontrano notti e giornate consumate, all’insegna del piacere sempre gaudente, sempre estetico, dentro gli accoglienti conventi cristiani, depositari della scienza del vino, dentro le bettole, dentro le case di tolleranza in cui fanciulli e fanciulle potevano essere comprati, con la loro assoluta compiacenza, per il piacere delle allegre compagnie: e sono scene di grande bellezza, scene in cui il fanciullo è ammirato e desiderato fin dal momento in cui serve le coppe della magica “Khamr” (sostantivo femminile che in arabo definisce il vino), la sposa con la quale si passerà la notte. Mai volgarità, mai bassezze, mai violenza: i fanciulli e il vino sono strumenti di piacere reciproco, magari contrattati, magari anelati invano, magari irraggiungibili, ma sempre poetici, estetici, definitivi.

 

Il vino è luce:


“Se ci mescolassi luce, essa si mescolerebbe
con lui, e ne nascerebbero altre luci
e fulgori.
Circola quel vino tra i giovani, cui si piega
docile il destino, dando loro soltanto
le sorti da essi volute”.
Il vino è “profumo del mondo”:
“Un vino cui padre è l’acqua, e madre
la vigna, e nutrice la calura
meridiana bollente.
…..
Vino ebreo di lignaggio, musulmano
di territorio, siro di esportazione,
iracheno di nascita.
E’ del paese dei Magi, ma ha lasciato
I suoi correligionari, per odio del fuoco
che presso di loro si attizza.”

Io ho amato nella mia gioventù lontana Charles Baudelaire, l’ho amato profondamente: i suoi fiori maledetti sbocciati sul vino mi parevano sublimi; fiori di una civiltà che il vino l’ha insegnato al mondo intero; ma poco o niente in confronto ai versi del “ricciutello” di Baghdàd:

“Fate circolare la coppa, e si dileguerà
la sventura, e il mio occhio godrà
lo squisito profumo del mondo.
Un vino nel cui luccichio brilla il lampo,
e quando si svela alla vista, questa
ne è quasi accecata.
…..
Mescolato, cresce il suo profumo,
quasi cenno d’assenso di chi ami
a tutto ciò che ami.”

Certo, il paese di Baudelaire il vino l’ha insegnato al mondo intero; ma il paese di Abu Nuwàs il vino l’ha creato: nella Mesopotamia, la terra tra i due fiumi, la Vitis Vinifera Sativa è stata addomesticata e diffusa a occidente e a oriente.
Poi la Storia s’ingarbuglia e s’attorciglia: oggi beviamo il vino che è originario delle terre della Mesopotamia e che è innestato sui portainnesti americani; noi beviamo quel vino, mentre i due paesi si sono appena fatti la guerra ( la guerra, probabilmente, è un’invenzione o una scoperta, come la vite, di quelle terre tra i due fiumi).

Nota: per lo scritto di cui sopra sono debitore a Enrico Tallone. E’ dalla sua edizione del 1990 “Antologia Bacchica”, commentata e tradotta dal grande arabista Francesco Gabrieli (curata dal quale ho anche l’edizione Einaudi de “Le mille e una notte”), pubblicata in 436 esemplari e composta con il prezioso carattere disegnato da William Caslon, che ho preso spunto e citazioni.

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La Bhagavadgītā

«Quando la delusione mi fissa negli occhi e, tutto solo, non scorgo nemmeno un raggio di luce, io rivado alla Bhagavadgītā. Trovo un verso qui e uno verso là e immediatamente comincio a sorridere nel mezzo di tragedie soverchianti. Essa ci parla con una voce sovrana, serena, continua: la voce di un’intelligenza antica che in un’altra epoca e sotto un antico cielo seppe discutere e risolvere le questioni che ci travagliano».

Queste sono le parole di Hermann Hesse: le faccio mie, in toto.

La Bhagavadgītā (letteralmente: Canto del Beato) è un poema di argomento religioso composto da circa 700 versi (śloka), diviso in 18 canti (adhyāya) e contenuto nel VI parvan(libri) dello sterminato (4 volte la Bibbia) poema epico Mahābhārata, il più grande ciclo di racconti dell’intera storia della letteratura mondiale, scritto dal mitico Vyāsa.

Di epoca incerta, ma senza dubbio con origini di racconti tramandati oralmente che si pongono molti secoli prima della nostra èra, la Bhagavadgītā rappresenta uno degli apici del pensiero filosofico (prima che religioso) indiano. È in buona sostanza la storia del principe Arjuna (uno dei fratelli  Pāṇḍava) che, illuminato da Krishna, deve affrontare in battaglia la stirpe usurpatrice dei Kurava. A fronte delle esitazioni del Principe, il Dio gli fa capire che egli deve agire, senza preoccuparsi di cosa accadrà: questo è il suo dovere. E l’azione – libera da ogni speculazione, desiderio, aspettativa – diventa il messaggio centrale del poema che presenta versi sublimi, diluiti in un contesto che discende direttamente dalla poesia e dalla sapienza dei Veda e delle Upaniṣad .

Questa edizione, tradotta e commentata da Raniero Gnoli, è della Economica Bur: la comprai oltre 10 anni fa quando l’India, causa mia figlia Geeta (che significa canto, nella trascrizione inglese in cui la “ī”, vocale lunga, viene scritta come due “e”), entrò inaspettata nella mia vita. E me la cambiò: dentro e fuori.

 

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Driving Arturo Merzario’s Ferrari on Tazio Nuvolari Circuit (Pavia, Italy)

On March Saturday 29, 2014.

This was an amazing experience! Half a day of full immersion in the world of GT car racing on the Tazio Nuvolari circuit near Pavia (south of Milano).

I was “In pista con Arturo Merzario“, the formula 1 driver of the 70s,  who is now running its own racing pilot academy together with Paolo Meroni.

Last Saturday under sunny weather conditions together with other 14 drivers I got the chance to sit in a Ferrari 360 F1 GT3 and get a ride on the race track. With the help of Arturo and his team I could enjoy the motoring pleasure, Power of a V8, paddle-shift transmission direct derived from Ferrari Formula 1 cars that made me grinning until now and for the next days.

Beside the experience on the track I also enjoyed the Italian food and wine as well as city sighting in Pavia!

The good news is this is an experience at an affordable price. With 200 € you can get a ride (2 laps) as passenger and with 300 you can seat at the steering wheel with the instructor sitting beside you. Anyway there are many combinations possible and Arturo is very flexible.

 

Further information can be found directly on the web site: www.inpistaconarturo.it

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Una fastidiosa malattia….

La storia è questa, pare di Gorbacev, rielaborata letterariamente dal

sottoscritto.

“Zonzolando nello spazio infinito – di infiniti mondi e stelle e galassie e

di chissà cos’altro popolato – la Terra incontrò tempo fa un pianeta suo

amico. Erano tanti e tanti eoni che non s’incontravano e fu un bisogno quasi

ovvio, naturale quello di  ristare un momento a raccontarsi i fatti loro.

Parlando del più e del meno, il pianeta a un certo punto chiese alla Terra:

«A dire il vero non mi sembri in buonissima salute. Cosa ti sta capitando?».

Rispose, un poco avvilita, la Terra:

«Beh, sai, non è una questione grave, ma mi sono buscata una di quelle

malattie fastidiose, che portano pruriti, disagi di temperatura, qualche

bubboncello qui e là. Insomma, mi sono buscata l’umanità!».

L’altro pianeta, a quel punto visibilmente rilassato, la tranquillizzò:

«Se è così, stai pur tranquilla. E’ successo anche a me tempo fa, ma è

durata poco e sono guarita in fretta. E ora sto meglio di prima. E’ una

malattia fastidiosa, ma non porta alcuna conseguenza.».

La Terra ringraziò il vecchio amico e trasse un profondo sospiro di

sollievo.”

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Arte: “Tavolvino” e “Scacchiera di vino”

Queste fotografie sono state riprese durante la mia esposizione a Eataly, nel dicembre del 2007. Sono due lavori che mi sono costati lunga fatica e hanno avuto una gestazione lunghissima. In particolare il “Tavolvino” è una sintesi metaforica – attraverso simboli, geometria e matematica – della mia visione del mondo. Chi è pratico di simbologia può trovarci un sacco di roba: dai primordi dell’uomo alle complicazioni di Fibonacci, passando tra cultura egizia e simbologia massonica. In fondo è un omaggio a Marcel Duchamp e al suo Grande Vetro, opera totalmente differente dalla mia….
Il mio “Tavolvino”, opera del 2007. E’ un tavolo di doppio cristallo inciso con le incisioni colmate di vino (Barbera). Il tavolo è inscritto in un rettangolo di dimensioni auree (110×68 cm.). E’ sorretto da due vasi di vetro che contengono vino bianco e vino rosso più tutti i tappi delle bottiglie che ho bevuto durante la realizzazione dell’opera. E’ stato esposto soltanto a Eataly e nel foyer del Cinema Empire, accanto al Caffè Elena a Torino. E’ disponibile per esposizione.

La mia “Scacchiera di vino” del 2005, è realizzata con vino bianco e vino rosso steso tra due cristalli di 64×64 cm. I bicchieri sono comuni calici che simboleggiano i pezzi degli scacchi, colmi di vino bianco e vino rosso. E’ stata esposta a Eataly e al Cinema Empire è stata usata per una partita simbolica alle Olimpiadi degli scacchi ti Torino, nel 2006, vedi foto sotto. E’ disponibile per esposizione.

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Vincenzo Reda Curriculum Vitae in english

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I was born in a small village (Calabria), in 1954 during the harvest. Since 1960 I  moved to Turin.

I obtained the diploma of assistant director in ’75 with Adriano Cavallo (help of Orson Welles) at the Experimental Center of Dramatic Art of Turin with apresentatation  of I morti senza tomba by J.P. Sartre;

I worked at the Gobetti theater as stage director and lighting director for Federico Garcia Lorca’s La calzolaia admirabile.

In ’76 with Plinio Martelli I shot the experimental body art film Every body occupies its own space that was presented at the Venice Biennale in 1978, and is now owned by the G.A.M.(Gallery of Modern Art) in Turin.

Then until 1983 I did many photography exhibitions, of which the most important in 1980: The Devil wants you, performance with Bruno Chiarenza, presented for the first time at the Postino Cheval in Via Palazzo di Città.

Between 1976 and 1978 I had important experiences at Radio and TeleTorino International and, above all, at Radio ABC Italiana, of which I was Artistic director and for which I made several transmissions and wrote original texts.

Between 1979 and 1996 I directed companies, of which I was a partner, in the field of communication and publishing.

In the two-year period 1989/91 I held the position of Vice President of the Young Industrialists of Turin and, in 1993 and 1995, I was National Vice President of the AIPE (Association of small Italian publishers). Between 1996 and 2011 I worked as a consultant for the magazines : Prima Comunicazione, Oasis, Airone, Archeo and Medioevo, as well as numerous exhibitions (Ancona, Turin and Cosenza).

I started writing about wine and food in 2003.

In 1989 I published my first book: a volume of experimental poetry Caccole and tentlalia

Since 1993 I have been painting with wine on paper, fabric and crystal. In 2009 I publisheda new Book titled PIU O MENO DI VINO for Edizioni del Capricorno.

In 2010  a new book titled Quisquilie & Pinzillaccherewas released for Graphot types.

In 2011 I published for Newton Compton 101 Mayan Stories that you should know before the end of the world.

The same book was distributed by Focus Storia in November 2012, reprinted for Gruner-Mondadori.

In 2012 Rime Sghembe was released by Graphot. In July 2013 by Edizioni del Capricorno: Di vino e altro ancora. For Castelluccio Editore, 2016 the release of Sulle ali del Barolo by Gianni Gagliardo whose illustrations I took care of.

Between 2013 and 2016, with the national newspaper La Stampa, I published Il Peperone, 35th Piedmontese Festivals and The White Truffle of Alba.

On December 28th 2014 I participated in Mela Verde, Tv Canale 5, interviewed by Edoardo Raspelli.

In 2016, National Japanese TVteam came to Italy to film me fo a Special exclusive program on Wine and Wine Painting.

I began to exhibit my paintings at Capo Liveri (Isola d’Elba) in 1998; I was invited to participate in the main events related to wine in Italy and I exhibited in many Italian cities.

I have permanent exhibitions at the restaurantsLi Jalantuumene, Monte S. Angelo (FG) and L’Ostu Duca Bianco of La Morra (CN).

I exhibited in the USA in 2008/2009 and in New Delhi in 2009/2010.

I have alsopainted many  labels for important wines and some of my works have been purchased by collectors from India, USA, Brazil, Germany, South Africa, China and Japan.

The Piedmont Region has dedicated a monograph to me and the Radisson in New Delhi has printed a book with my works exhibited in India. The Air India magazine dedicated a page to me in 2010.

My chess board of wine on crystal was used for the Chess Olympics in Turin in 2006.

Last year I presented Italian food and wine in Hanoi (Vietnam), hosted by the Italian-Vietnamese Chamber of Commerce.

Currently I write for the professional magazine Barolo & Co and in Focus Storia.

I personally give lessons and courses in  history of food and wine at Eataly Lingotto.

I am a consultant for the communication of some important wine producers.

I have been married since 1990 and I have an Indian daughter, adopted in 1998 (born in Bombay in 1992)

Vincenzo Reda - Via Piave, 9 –  10122 Torino

Tel/Fax: +39011 18893288   Cell: +39335 5358828

redavincenzo@libero.it

www.vincenzoreda.it

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Gianni Mura: Non c’è gusto

Mura«Non c’è gusto ma c’è una logica, almeno spero. O un senso. Una specie di filo d’Arianna che non condurrà necessariamente nel posto giusto, nel ristorante indimenticabile, ma servirà a evitare solenni fregature. Fregature ne ho prese molte. Mi sono servite. E poi, come dicono gli sportivi, solo chi cade può rialzarsi, una sconfitta oggi può diventare una vittoria domani. Confesso che ho vissuto, che ho mangiato, che ho bevuto, che ho sbagliato».

Questo sopra è l’incipit del librino, appena pubblicato e assai interessante, di Gianni Mura. La conclusione, che è sintesi esemplare di quanto il giornalista milanese – classe 1945 – espone nel centinaio abbondante di pagine precedenti, merita d’essere citata e letta con attenzione.

«Questo ci riporta al gusto, che è percezione, cultura, comportamento, condivisione, affinamento, abbinamento, incontro, qualcosa di assoluto e relativo al tempo stesso. Allo stesso tavolo uno dice: è buono. L’altro: non è buono. E’ buono perché piace o piace perché è buono? Il buono ha la stessa valenza del bello. Mio nonno pastore di fronte a Guernica avrebbe detto che Picasso non sapeva dipingere. Giusto è una parola strana. Aggiungi una vocale prima della u e ottieni giusto, ne aggiungi una dopo  e ottieni guasto. Meglio non aggiungere nulla. Oppure, come nella commedia musicale, un posto a tavola. “I tabù religiosi riguardano solo la la tavola e il letto”, osservava Veronelli. Uno slogan c’invita a fare l’amore con il sapore. Mica facile, siamo in una fase di voyeurismo coatto, di onanismo ciarliero. Ma ancora possibile. Una buona tavola, una buona compagnia, un buon vino, ognuno dei tre ingredienti con il suo 33,3% di importanza. La perfezione non esiste ma il 99,9% è un ottimo risultato e si può raggiungere senza troppa fatica. Basta saper scegliere, e poi lasciarsi andare».Mura 1

Scritto con la lingua scorrevole del giornalista; scritto con quel bel gusto per allitterazioni, calembour e anagrammi; scritto con tante citazioni anche colte  - Bartolomeo Scappi, mica fesserie…- ma mai pedanti: sempre con esemplare leggerezza. E scritto soprattutto con tanto buon senso: il buon senso di chi assai ha frequentato ristoranti, osterie, pizzerie, chioschi in giro per il mondo e con ogni tipo di compagnia.

Dedicato con amore al mio grande Amico Gino VeronelliLe lion ivrogne (il leone ubriaco) suo magnifico  anagramma – con prefazione di Carlin Petrini, è un libro che consiglio a tutti: una sorta di manuale da consultare ogni qualvolta c’è da scegliere un ristorante. Invece che lasciarsi contagiare da quell’epidemia assassina che viene chiamata Tripadvisor

Editore Minimum Fax, 108 pp. per 13 € (che saranno ben investiti). Libro ben confezionato, in brossura, con una grafica di copertina semplice e chiara. Peccato per l’editing non impeccabile (una decina di refusi sono troppi). Qui sotto la mia recensione di qualche anno fa per un altro bel lavoro, per il medesimo editore, di Gianni Mura.

http://www.vincenzoreda.it/gianni-mura-la-fiamma-rossa/

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“Pudore” di Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – Milano, 3 dicembre 1938)

Antonia Pozzi è una poetessa milanese morta suicida, a neanche 27 anni di età.

antoniapozzi-500-tkFiglia di un avvocato importante e di una contessa, studiò al Liceo Manzoni e si laureò con una tesi su Flaubert. Innamorata del suo professore di greco e latino, prigioniera dentro il perbenismo borghese della sua famiglia e di suo padre Roberto, sensibilissima e coltissima, percepì sulla sua pelle – di sensibilità estrema, letale infine – il disfacimento dei suoi tempi, immediatamente prima della Seconda Guerra Mondiale.

Scelse lucidamente i barbiturici per lasciare un mondo che le era diventato ormai insopportabile. La sua opera poetica, Parole, fu pubblicata postuma da Mondadori.

La poesia che qui offro ai miei lettori è tra quelle che mi sono più care. Anche perché la sola parola, il semplice concetto di “pudore” è oggigiorno alieno alla nostra sconsiderata cultura. E quanto questo mi procura dolore.

Pudore

Se qualcuna delle mie parole

ti piace

e tu me lo dici

sia pur solo con gli occhi

io mi spalanco

in un riso beato

ma tremo

come una mamma piccola giovane

che perfino arrossisce

se un passante le dice

che il suo bambino è bello.

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Vincenzo Reda, painting with wine

Ogni tanto qualcuno si sveglia e racconta che ha inventato la pittura con il vino. Per esempio, oggi (24 agosto 2019) su La Stampa, pg. 32 in nazionale a firma Roberto Fiori, è apparso un articolo secondo il quale una certa signora in Barolo ha inventato quattro anni fa la pittura con il vino…
Io ho cominciato nel 1993, ispirandomi alle macchie cadute sopra un bigliettino da visita del grande Aldo Novarese (il più grande disegnatore di caratteri del XX secolo, lavorava alla Nebiolo di Torino). Nel 1997 l’amico Luigi Veronelli vide i miei lavori e mi spinse a metterli in mostra: avvenne per la prima volta a Capoliveri (Isola d’Elba) nel 1998. Nel 2003 la Regione Piemonte pubblicò una mia monografia che venne stampata in molte migliaia di esemplari e già erano usciti diversi articoli su media importanti (magnifico quello di BarGiornale su due pagine). Dopo il 2008, quando cominciai a pubblicare i miei lavori sul mio sito www.vincenzoreda.it, diversi artisti in giro per il mondo vennero folgorati da questa tecnica e ne fui contento. Io non mi sono mai sognato di affermare che ho inventato la pittura con il vino, soltanto ho scoperto questa tecnica senza copiare nessuno; molto probabilmente qualcuno prima di me aveva certamente provato a usare questa particolare materia per qualche esperimento, non è possibile saperlo con certezza. Comunque, dipingere con il vino è una tecnica, un mezzo e non un fine o una manifestazione folcloristica: per me è un’ossessione dovuta alla forma bicchiere e alla materia di cui mi occupo da molti anni e nessuno può copiare le ossessioni di un artista se non scimmiottandone maldestramente lo stile.
Nei giorni scorsi, secondo quella preveggenza che abbiamo noi artisti, ero arrivato alla decisione di non pubblicare più i miei lavori sul web: ora è definitivo, non vedrete più alcuno dei miei nuovi lavori se non nelle mostre che farò sempre più di rado. Intanto sto preparando la prossima a Hyderabad, in India, in ottobre. Negli articoli successivi alcune testimonianze tratte da media in giro per il mondo. Salute.

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AKHENATON, Torino (27 febbraio/14 giugno 2009), Palazzo Bricherasio

Questo è un articolo di qualche tempo fa. Desidero rendere omaggio a quei cittadini egiziani che hanno difeso il Museo Egizio del Cairo, difendendo non soltanto le proprie tradizioni, ma difendendo un patrimonio che appartiene a tutte le genti del mondo.

Francesco Tiradritti

MOSTRA

Il grande inno di Aton (1345 a.C., circa)

[...]Quante sono le tue opere!
 Esse sono misteriose agli occhi degli uomini.                                                             Oh unico, incomparabile dio onnipotente,
                                                                                                                                tu hai creato la terra in solitudine
come desidera il tuo cuore,
                                                                                          gli uomini tu hai creato, e le bestie grandi e piccole,
                                                                                                      tutto ciò che è sulla terra,
e tutto ciò che cammina,
                                                                                                         tutto ciò che fende l’aria suprema,
                                                                                                                                            tu hai creato strani paesi, Khor e Kush
e anche la terra d’Egitto,
                                                                                     tu metti ogni uomo al posto giusto
con cibo e possedimenti 
e giorni che sono contati.                                               Gli uomini parlano molte lingue,
sono diversi nel corpo e nella pelle,
                                                                            perché tu hai distinto popolo da popolo.[...]”

“All’inizio del Novecento Akhenaton non è più soltanto una figura della storia egizia; egli è divenuto, per via del suo rapporto con la religione, un personaggio che si vuole collegare alla tradizione occidentale. L’apice di questa ‘cooptazione’ del faraone verrà raggiunto da Sigmund Freud. Nel suo ultimo saggio,L’uomo Mosè e la religione monoteista, l’inventore della psicanalisi corona la propria riflessione sulla religione e più specificamente sul monoteismo e le sue conseguenze. Prima di essre riunite sotto un unico titolo, le diverse parti dell’Uomo Mosè… apparvero sulla rivista ‘Imago’ tra il 1937 e il 1938.

[…] Mosè viene descritto come un egizio che avrebbe trasmesso agli ebrei la religione di Akhenaton, il culto di Aton, il dio unico. Una religione che per Freud fu storicamente il primo tentativo di ‘rigoroso monoteismo’ e che allo stesso tempo rese possibile la nascita dell’‘intolleranza religiosa’, altrimenti estranea, secondo lo psichiatra, al mondo antico. Come fonte di questo ‘monoteismo egizio’ viene indicata una ‘corrente’ assai antica, interna alla ‘scuola sacerdotale del Sole di On (Eliopoli)’, sostenitrice della fede in un dio unico. Freud ipotizza che Mosè fosse un parente di Akhenaton e un convinto sostenitore della nuova religione e che, dopo la morte del faraone, ambisse a fondare un nuovo regno cui far adorare il dio intransigente che l’Egitto disdegnava. Egli avrebbe acquisito autorità sugli Ebrei schiavi in Egitto, insegnato loro la nuova fede e condotto l’esodo dal paese (tra il 1358 e il 1350 a.C., prima del regno di Horemheb, secondo Freud). Questo strato, il nucleo più antico di quella che sarebbe divenuta la religione ebraica, sarebbe stato dimenticato dopo le vicissitudini sinaitiche che videro da un lato la morte di Mosè….e dall’altro l’incontro con altri semiti adoratori di Jahvè, dio dei vulcani. Le due religioni (quella di Aton e quella di Jahvè) si fusero dopo che un ‘secondo Mosè, la cui memoria si confuse col primo, divenne capo del popolo ebreo’. Un racconto bizzarro si converrà, ma in grado di dar corpo all’ipotesi che il monoteismo ebraico derivasse dall’episodio monoteista egizio.”.

Questa lunga citazione è tratta dal notevole saggio del Prof. Youri Volokhine, Università di Ginevra, titolato: Atonismo e monoteismo: alcune tappe di un moderno dibattito e inserito nel catalogo, curatissimo e interessante assai (Silvana Editoriale, a cura di F. Tiradritti con M. Vandenbeusch e J.L. Chappaz), della mostra AKHENATON – Faraone del Sole, ospite dal 27 febbraio e fino al 14 giugno 2009 di Palazzo Bricherasio a Torino.

“Con la successiva monografia su Akhenaton (1995) Hornung realizza senza dubbio una delle migliori sintesi della religione dell’età amarniana. Riguardo i tratti monoteisti del culto di Aton, Hornung individua tre aspetti:

- l’esclusività (affermazione del ‘dio unico [cui] non esiste alternativa’) ‘ancor più radicale di quella del Deutero-Isaia 44,6’, segno di una rigidità che, secondo Hornung, è stata superata solo da alcune correnti dell’Islam;

- la persecuzione delle antiche divinità, primo tentativo precristiano di annientare il mondo pletorico degli dei;

- un culto destinato al solo Aton.”

Con questa sintesi, citando Erik Hornung, dopo aver esaminato le pubblicazioni di autorità come Jan  Assmann, il Prof. Volokhine si avvia a chiudere il suo saggio che tante domande e riflessioni apre a fronte di un tema troppo complesso e su cui non si possono formulare ipotesi definitive.

Visito la mostra accompagnato da Antonella Galeandro, un giovane e recente acquisto della Fondazione Bricherasio che si occupa di comunicazione, assunta dopo uno stage opportuno.

Al solito, la facilità di fruizione della mostra da parte di ogni tipologia di visitatore è al centro delle attenzioni degli allestitori, costume raro e prezioso nel nostro Paese.

I 226 reperti che la compongono sono mostrati, illustrati e valorizzati per il valore unico che rappresentano: sono quasi tutti pezzi prestati da prestigiosi musei non italiani, pezzi dunque che non rivedremo facilmente.

Il Prof. Francesco Tiradritti, archeologo ed egittologo toscano di fama (scava oggi a Luxor su vestigia egizie dell’VIII e VII secolo, riva sinistra del Nilo), che ha ideato e curato l’esposizione, mi spiega che l’allestimento di Ginevra, precedente questo torinese, è stato in verità un ripiego logistico, in quanto la mostra avrebbe dovuto esordire proprio nella nostra Città.

Non sto a raccontare in dettaglio le vicende di Akhenaton, anche perché le mie competenze archeologiche hanno radici profonde in altre aree: però, una rapidissima sintesi ho da fornirla a chi mi segue, se non altro per invogliare chi ha sete di approfondimento a visitare questa interessantissima, e unica, esposizione.

Akhenaton è secondogenito di Amenofi III (1387/1350 a.C.), diventa faraone nel 1350 a.C., dopo la morte del fratello, col nome di Amenofi IV.

Intorno al IV anno del suo regno compare accanto a lui la figura, enorme, di Nefertiti. L’anno successivo vede la decisione di fondare, in quello che oggi è il sito di Tell el-Amarna (a circa metà strada tra Luxor e Il Cairo), la nuova città di Akhet-Aton (L’orizzonte dell’Aton); in quegli anni cambia nome in Akhenaton e fonda il nuovo culto per l’Aton, il disco solare, che diventa la rappresentazione del dio-falco Ra-Horathky. La città si trasforma in una sorta di laboratorio di ricerca su nuove frontiere artistiche, architettoniche (l’invenzione della talatat, un blocchetto di pietra calcarea che ha le funzioni di un mattone, delle dimensioni di cm.52x26x22 e del peso di una quarantina di kg: sarà l’unità di costruzione dei nuovi edifici a cielo aperto, concepiti per accogliere direttamente i raggi del dio) e religiose.

L’apogeo del regno di Akhenaton si pone intorno all’anno XII del regno che termina con la morte, a pochi mesi di distanza, dei due regnanti nel 1333 a.C., XVII anno di regno.

Da citare come notevolissimo il ritrovamento, intorno al 1886/7, di quelle che vengono definite le Lettere di Tell el-Amarna: circa 380 tavolette di argilla redatte in carattere cuneiforme, che testimoniano una fitta corrispondenza con i lontani regni dei Mitanni e dei Babilonesi.

Si sono formulate infinite congetture sull’influenza di Nefertiti; sulla figura della  concubina (forse di stirpe Mitanna) Kiya, a cui qualcuno fa risalire la maternità di Tutakhamon; sulla misteriosa persona, forse donna, che successe a Akhenaton; su come e quanto il culto di Aton sopravvisse al suo creatore…

L’archeologia è una scienza che ricerca prove e testimonianze: le speculazioni intellettuali, le ricostruzioni e le ricerche degli storici costituiscono altre discipline.

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Il Baratuciat di Giuliano Bosio

Quella vecchia vite, con la sua pergola che perdeva sempre un sacco di foglie che disordinavano il bel giardino, dava un sacco di fastidio alla Signora. Fu così che, Giorgio Falca (la vite era un fossile della vigna di famiglia), decise di tagliarla ma, prima, interessò un vivaista per ricavarne e conservarne alcune barbatelle. Giorgio Falca, oggi scomparso, lasciò quelle barbatelle in eredità al suo amico Giuliano Bosio. Nel 2004 questi decise rimettere in ordine tre dei 14 ettari che la sua famiglia aveva lasciati incolti fin dagli anni Sessanta, e dunque riconvertì i magnifici terreni morenici – esposti a sud, sopra una terrazza a circa 450 mslm all’imbocco della Val di Susa, nel comune di Almese – in vigneto, frutteto e oliveto. Da quelle barbatelle, circa una decina di anni fa, vennero piantati due piccoli vigneti per un totale di circa 1/3 di ettaro (una “giornata” piemontese) da cui Giuliano vinificò lo scomparso autoctono Baratuciat; è un vitigno a bacca bianca, vigoroso, di media maturazione che fruttifica grappoli di media densità con gli acini color ambra. Oggi ne ricava poche centinaia di bottiglie per un bianco di caratteristiche organolettiche uniche e che ha chiamato Gesia Veja. Vino di profumi delicati che riportano a fiori e frutti bianchi con note balsamiche, giusta acidità, palato complesso e persistenza straordinaria. Il Baratuciat è prodotto da un paio di altri viticultori ma a breve nuovi vignaioli si cimenteranno con questo piccolo portento. Giuliano Bosio produce anche altri vini assai interessanti: il La Goja, un Syrah in purezza rosso e rosato; il rosso Le Mute, da uve autoctone Avanà al 40% e Bequét per il restante 60%; e infine il rosso Invigna da uve Chatus (è il Nebbiolo di Dronero che in Val Susa si chiama Brunetta e nel Pinerolese è conosciuto come Neiret). Sono tutti vini di estremo interesse, prodotti con la supervisione dell’Università di Torino in circa un unico ettaro che Giuliano cura con una passione che descrivere sarebbe comunque riduttivo. Di grandissimo pregio l’olio che produce da poche decine di viti (Leccino toscano e Peranzana pugliese): acidità quasi nulla con profumi e gusti delicatissimi che fanno invidia ai celebratissimi olii liguri e gardesani. Pare ovvio che questo genere di produzioni, più che di nicchia, hanno prezzi che non sono certo da GDO: i numeri sono soltanto per appassionati e conoscitori in grado di apprezzarli al meglio. Cos’altro posso dire se non invitare chi mi segue a fare una visita a Giuliano Bosio, chiamando prima e disponendo l’animo al giusto rispetto di un posto, ricordo, sorvegliato e protetto dalla severa dirimpettaia: la Sacra di San Michele.

bosio.giuliano10@gmail.com

http://www.baratuciat.com/index.htm

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Bohème sauvage. Alba, Bar Risiè. 20 settembre 2019

Organizzata dall’Agenzia Cru, serata anni Venti, animata dallo swing degli ottimi Black Market League sotto i portici del Bar Risiè in piazza Michele Ferrero a Alba. Almeno una sessantina di etichette di vini da gustare, salumi, formaggi e dolci tipici. A seguire, la performance di Valentina Padellini ieri sera nel magnifico scenario di centralissima e storica piazza di Alba. Definire make up l’azione di  Eugenia Skia sul viso di Valentina Padellini è faccenda assai riduttiva: Eugenia è un’artista di body painting e Valentina più che una semplice ballerina. Nel corso della serata Marianna e Aragorn (nella fotografia con Natasha Di Mario e Emanuele Guazzo, i premiati) hanno consegnato i premi ai due vincitori del concorso “Il bello e il buono”, organizzato in occasione del festival Colline d’Arte dell’8 settembre scorso a Parco Quarelli (Roccaverano). Natasha ha scelto l’opera di Simone Benedetto, Emanuele un particolare del Batman di Adrian Tranquilli. La serata al Bar Risiè è stata gradevolissima.

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Fichi d’india

Comincia la breve stagione dei fichi d’india (quest’anno un po’ in ritardo). Siccome ho scoperto che molte persone non sanno come trattarle, ecco il mio suggerimento. Innanzi tutto sceglierle grandi (bastardoni), poi, senza toccarle con le dita, sciacquarle in acqua corrente. Usare una forchetta e tagliare le due estremità ma non completamente. Incidere con il coltello per lungo e sollevare pian piano la scorza con la lama. A questo punto il delizioso frutto è pronto per essere gustato.
Con un buon bicchiere di vino, rosso e non dolce.

Il fico d’india (Opuntia ficus-indica) è originario del Messico e fu portato in Europa da Cristoforo Colombo. Gli Aztechi lo chiamavano Nopal e lo consideravano un frutto sacro: la leggenda racconta che la loro capitale, Tenochititlan, avrebbe dovuto essere fondata nel luogo in cui si fosse trovata un’aquila, posata su una pala della pianta, che stringeva tra il becco un serpente. Essendo una pianta infestante e molto resistente, si diffuse in pochissimo tempo in molti paesi del mondo, soprattutto nel Mediterraneo. Da noi si trova in Calabria, Basilicata, Puglia, Sicilia e Sardegna (anche sui litorali liguri, pur se non molto diffusa).

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I Festival COLLINE d’ARTE Domenica 8 Settembre 2019 Parco d’Arte Quarelli Roccaverano

Abbiamo completato l’allestimento con la tipica concitazione che anticipa un Festival; primo Roberto, BOTTEGA DEL GUSTO e si corre verso la prima postazione, mentre si apre la nuvolaglia sulla torre a Minareto di Adrian Tranquilli – The End of the beginning. Il service – CRUISER SOUND – non molla un attimo, dalle 07:30 della mattina. Pinuccio, il boss, si è portato dietro una bicicletta da cross per raggiungere più velocemente le postazioni lungo i trenta ettari del parco. Gruppi elettrogeni, sedie, plance, gazebo, acqua per le cucine …

Seconda postazione: Anna del CASTELLOTTO DI PAN allestisce il punto green ed intanto arrivano Vittorio Rossi e Irene Valesano … nella fretta abbiamo chiuso loro il passaggio con la postazione della cucina degli agnolotti d’asino con Barbera Superiore Gerbole. Si torna indietro e si risposta il tutto. Quindi scaricano il grande gong e le campane tibetane e i didgeridoo per l’intrattenimento della seconda postazione, mentre la ballerina Irene prova gli spazi e lungo il prato digradante si sistemano i cuscini e le coperte e i materassi in stile. Dal punto più alto del parco i leoni di bronzo di Davide Rivalta mirano l’avanzare dell’azzurro del cielo e del sole che spinge le nuvole lontano, verso oriente. Intanto inizia a squillarmi il telefono: Loretta LANGAMYLOVE – Maria Pia TENUTA ANTICA – Francesca, trentina trasferitasi in Alta Langa e volontaria del Festival, Gualtiero Caiafa, artista ospite in corte Quarelli, Marianna, proprietaria del Parco, etc. etc. Mentre con il service pensiamo a soluzioni, vediamo Pia, come la si chiama tra amici, arrivare con i suoi scatoloni e le sue leccornie green food lungo l’unica strada sterrata che attraversa la parte superiore del Quarelli, sorridente. “Nessun problema” ci dice “al massimo prendo una carriola e faccio da sola”. Una parola gentile, un altro sorriso e prepara tutto da sola. Sono così loro, quelli della Tenuta Antica di Cessole.

Frecce ed indicazioni sentiero e punti ristoro, scatoloni di vino, frighi, più il tempo stringe, più noi dell’organizzazione entriamo in trance lavorativa: deve essere tutto pronto per le 12:30. Corro alla Corte Quarelli, Loretta ha già scaricato tutti i prodotti del banchetto di degustazione e vendita dei prodotti dei partner e giunge Natasha Di Mario, la nostra blogger ed influencer fiamminga. Ed ecco in serie affollare la stretta provinciale per Mombaldone all’ingresso del Parco, gli altri partner: Silvia BORGO MARAGLIANO, Guido DELIZIE DI LANGA, Emanuele e Marta BUGANZA, e il nostro catering, Paolo e il cuoco Massimo, per la battuta di Fassone in terza postazione, MSZLAB, e poi Oscar GEMME DEL FOLLETTO, Maurizio ROMPICAPO, Federica e Marco ANGOLO DEGLI AIRONI, e subito dopo gli artisti della Agenzia CRU guidati da Fiammetta sul pulmino. Un attimo di panico … non ci passano tutti, e tutti chiedono cosa fare …

A questo punto interviene l’uomo che non esito a definire l’eroe della giornata: Mario, langhetto DOP con la sua infaticabile moto-carriola. Avanti e indietro, costante, superando ogni ostacolo, porta tutto e tutti alle postazioni terza e quarta, mentre posso montare la struttura per acrobatica aerea, preparare il backstage, coordinare i sette artisti del Festival giunti da Torino: Nabil Hamai, violino e loop station, Valentina Padellini, ballerina ed acrobata, Rio Ballerani, acrobata circense,

Fiammetta Lari, ballerina acrobata, Massimiliano Semenzato, beat boxer, cantautore, chitarrista, Raffaele Riggio, equilibrista ed acrobata, Eugenia Valentini, pittrice body painting.

Intanto Marianna con le ragazze del RISTORANTE BRAMANTE di Roccaverano preparano il buffet di benvenuto e gli antipasti e Laura, volontaria di LANGAMYLOVE con Clara, volontaria da Bergamo addirittura, impiattano il meraviglioso apribouche di FRANCONE – focacce pane e grissini arrivati prima di tutti alle 07:00 – e montano i bicchieri per il nostro calice di benvenuto Acqui Rosè COVENTO CAPPUCINI.

Si ringraziano ancora: la Proloco di Roccaverano, il Consorzio della ROCCAVERANO DOP, il Sindaco di Roccaverano Fabio Vergellato

Io insisto perché non si apra il Festival finché non è tutto pronto, e le guide, Vincenzo Reda, l’anima del Festival, Claudio Gallo, MONFERRATODAVEDERE, il miglior esperto del territorio, Anna, che abbiamo già incontrato, omeopata e naturalista, si preparano ad accogliere i loro rispettivi gruppi, e la tensione sale, arriva Pietro IMPRESSO STUDIO – sue le fotografie di reportage. La passeggiata enogastronomica ed artistica “il Bello e il Buono” ha incantato i nostri ospiti: i suoni e le danze di Vittorio Rossi e Irene Valesano sotto la vela Satura e Forma di Salvatore Astore erano una mistica del paesaggio, gustare un Barolo come quello di Buganza con la tipica battuta al coltello al cospetto della performance di Fiammetta Lari, trasfigurata in un mostro nato da Culture #1 di Ciro Vitale, risolveva e svelava l’anima carnivora dell’uomo, Raffaele Riggio interpretava alla perfezione in equilibrismo e fachirismo il rapporto dell’uomo contemporaneo con lo zucchero, piacere e veleno assieme, mitigato dallo spumante strepitoso di Borgo Maragliano Chardonnay.

Si tornava alla corte del Parco Quarelli, con l’anima leggera, lo sguardo sorridente, stupiti ed entusiasti.

Voglio in questa sede ringraziare il Capitano dei Carabinieri Alessandro Caprio e il Maresciallo dei Carabinieri Federica Mondo che ho avuto il piacere di condurre, insieme a consorti ed amici, per la passeggiata.

Una nota di merito va però sicuramente data a Eugenia per il suo lavoro di body painting sul tema naif di Henri Rousseau e per la performance su musica dal vivo di Nabil Hamai di Valentina Padellini. Quando l’arte sa davvero parlare improvvisamente in un evento affollato scende il silenzio …

La Cena Spettacolo conclude la giornata Con Paolo Romano, titolare MSZLAB, non ci siamo certo fatti fermare. Si è allestito in fretta, ma con la consueta cura per i particolari, nella sala museo del Quarelli una cena in alto stile per più di quaranta invitati, quasi tutti stranieri, i partner, i gestori del RISTORANTE DELLA POSTA con una folta rappresentanza di Olmo Gentile, i nostri blogger. Gli artisti della Agenzia CRU vengono ancora una volta ringraziati per la disponibilità a modificare, senza perdere forza ed intensità, il programma artistico della cena.

Una prima edizione quasi perfetta …

Aragorn Emrys Silvio jn. Molinar Dir. Art. Festival COLLINE d’ARTE

 

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Festival Colline d’Arte (Roccaverano). Storie di produttori, prodotti e personaggi

Di seguito la presentazione di produttori, aziende e personaggi che saranno con noi Domenica 8 Settembre 2019

https://www.tenuta-antica.it
Verso la fine dello scorso millennio una coppia di informatici lombardi, Maria Pia di Bergamo e Mauro di Como, stanchi della frenetica vita milanese e in procinto di mettere al mondo il loro primogenito, decidono di cercare un’alternativa nella Langa astigiana. Rilevano un rudere composto da due ampi casali in rovina e 7 ettari di terreno parte incolto, parte con vigne in stato di abbandono. Ristrutturano il tutto, piantano un paio d’ettari di vigne nuove e un ettaro di noccioleto: dopo anni di lavoro imbottigliano la loro prima bottiglia di Barbera e cominciano ad accogliere e coccolare ospiti nelle numerose stanze dell’agriturismo. Ottengono intanto la certificazione Bio dell’ICEA e nel 2010 producono il loro Pinot Nero “La Follia”. Oggi Mauro, che è partito davvero dal nulla, produce quattro vini da uve bio: sono circa 10.000 bottiglie di Barbera d’Asti DOCG, Dolcetto d’Asti DOC, Pinot Nero e un ottimo rosa (50% Dolcetto e 50% Pinot Noir). Maria Pia si è specializzata nella cucina tradizionale che offre anche in versione vegetariana e vegana. Ho gustato sia i loro vini sia la loro cucina e sono rimasto colpito dalla qualità dei loro prodotti.
Oggi Luca e Daniele mostrano lo stesso entusiasmo e la stessa passione dei loro genitori, persone davvero formidabili.

Anna Fila Robattino nasce in un paesino del Biellese all’ombra ingombrante di Trivero e di un cognome importante ma di lontana e ormai non più efficace parentela. Dopo il diploma vorrebbe frequentare l’Isef ma riesce soltanto a iscriversi alla facoltà di filosofia a Palazzo Nuovo, a Torino: sono gli anni in cui imperversa Gianni Vattimo, per intenderci. Compie l’intero iter di studi ma, quando si tratta di discutere la tesi, abbandona tutto e si getta in quell’avventura che le cambierà la vita: ha incontrato i libri di Carlos Castaneda e comincia a studiare naturopatia e omeopatia. Nei primi anni 2000 incontra Aragon Molinar e tra i due si accende la magica scintilla dell’amore e nel 2008 nasce Elric. Trascina il suo compagno a Olmo Gentile, Alta Langa astigiana, e acquistano un casale in rovina che ristrutturano con tanto lavoro e immensi sacrifici. Oggi è diventato Castellotto di Pan dove, in collaborazione con Maria Pia di https://www.tenuta-antica.it, Anna tiene i suoi corsi e accompagna gli appassionati a conoscere e cucinare fiori e erbe selvatiche edibili. Equiseto, Amaranto, Luppolo, Artemisia, Farinello, Pimpinella, Melissa, Nepitella… Ho sperimentato la gioia di passeggiare conoscendo e assaggiando queste erbe straordinarie e ne ho gustato le preparazioni cucinarie: sempre emozionante. E ho potuto apprezzare la competenza e la passione di Anna sempre espresse in maniera morbida, semplice, accattivante: certo Anna, e io me ne intendo, è persona rara.

Loretta Verzegnassi l’avevo conosciuta quando andai a visitare Tenuta Antica di Cessole, il giorno in cui conobbi Maria Pia Lottini. Insieme a Anna Fila Robattino costituiscono un trio di donne, nessuna nata in Alta Langa, che stanno animando queste terre magnifiche in maniera straordinaria: la loro passione, la loro tigna, le loro competenze ne fanno un trio ineguagliabile. Loretta è nata a Trieste e fino ai suoi trent’anni inoltrati si occupò di insegnamento (matematica) e poi ebbe un’impiego nella pubblica amministrazione. Poi Bacco scagliò la sua magica freccia e allora decise di seguire il suo Gianni a Ricaldone nella di lui casa avita (siamo stati loro ospiti e ho fotografato il cortile con le cascate di viti americane). Misero al mondo Daniela, che oggi studia in una high school in Israele, e Loretta cominciò a perseguire le sue passioni: impostare e seguire progetti didattici e sociali. Ha maturato esperienze di rilievo soprattutto nei campi del turismo sostenibile e del commercio ecosolidale. Nel 2019 ha fondato http://www.langamylove.com, trovando ospitalità nel medievale castello di Monastero Bormida, grazie alla particolare sensibilità del sindaco, Luigi Gallareto.
Il suo contributo all’organizzazione del nostro evento Colline d’Arte, domenica 8 settembre, è imprescindibile. Personalmente, ho grande stima e apprezzamento per la dedizione e le competenze di Loretta e non lo scrivo per piaggeria.

http://www.ristorantedellaposta.it/index.html
Olmo Gentile è un comune astigiano (il più piccolo) di circa 70 anime. Situato a oltre 600 mslm, quasi al confine con la Liguria savonese, ha lontane origini medievali (è posto sulla famosa Via del sale) con un castello importante e la sua torre d’avvistamento. Il Ristorante della Posta è un locale storico, da molte generazioni fondato e gestito dalla stessa famiglia: oggi Silvana e le sue sorelle perpetuano questa tradizione da par loro. Qui si mangia una cucina tradizionalissima, familiare, con materie prime del posto (nocciole, robiole, latte, carni, insaccati, farine) di primissima qualità. Un locale con 50/60 coperti arredato in maniera tradizionale, servizio discreto e rapporto qualità/prezzo eccezionale. Fantastica la carne cruda con porcini freschi, così come il frittino piemontese, i tajarin ai funghi, la faraona arrosto e tutti i dolci. Ho bevuto un discreto Frumentin (è poi una varietà di Vermentino locale) come vino sfuso della cantina Terre Nostre. Certo qui profumi, sapori e atmosfere sono faccende da rimemorare.

Oltre al Ristorante della Posta di Olmo Gentile, avremo anche la disponibilità dell’Osteria Bramante, in piazza Barbero a Roccaverano. Devo sottolineare la qualità eccellente dei piatti di carne, preparati dalla titolare e ottima cuoca Giselda (nella foto con Aragorn). A circa 800 mslm, questa bellissima piazza accoglie la chiesa di Santa Maria Annunziata, la cui facciata, risalente ai primi anni del XVI secolo, è attribuita al Bramante.

Domenica 8 settembre prossimo, durante la passeggiata tra le installazioni artistiche di Parco Quarelli, faremo 4 soste dove si potranno consumare prodotti dell’Alta Langa. A questo proposito, racconto in breve due belle storie. La prima riguarda Guido Ladislao (Delizie di Langa, il suo laboratorio/bottega a Bistagno) che ci proporrà, nella 4° postazione, la sua torta di nocciole e altre delizie che saranno accompagnate dai vini della Cantina Borgo Maragliano di Loazzolo (di cui ho già trattato). Guido è un trentenne che avrebbe dovuto fare l’avvocato e invece il suo DNA (è il figlio di Maria Grazia, la cuoca del Ristorante della Posta di Olmo Gentile) ha prevalso e circa 3 anni fa s’è messo a lavorare come artigiano pasticcere di qualità: giuro, è diventato bravissimo.
Nella 1° postazione invece verranno serviti gli esclusivi agnolotti d’asino al sugo d’arrosto, prodotti dalla La Bottega del Gusto, storica macelleria di Aqui Terme dei fratelli Moretti, gestita da Marco Moretti e dalla cognata Monica. Credo sia sufficiente la loro fotografia per capire quanto sono bravi e affidabili…
Produttori di vino ne ho conosciuti a bizzeffe e aziende ne ho visitate millanta e millanta e quindi è difficile (certo non impossibile…) che possa prendere abbagli in questo campo. Aragorn mi mena in Roero a conoscere l’ultimo dei fornitori di suggestioni per il nostro evento dell’8 settembre a Parco Quarelli. Arriviamo a Piobesi d’Alba, Azienda Renato Buganza (http://www.renatobuganza.it). Ci accoglie Emanuele, unico erede del perito agrario Renato, figlio di una violoncellista e marito di Agnese, diplomata in pianoforte. Emanuele mi presenta un bicchiere di un Arneis DOCG (sono stati tra i primi a imbottigliare questo vino negli anni Ottanta) che ha chiamato “La Giga“: per me è troppo!! E poi scopro che le etichette del loro ottimo Barolo (La Morra, Annunziata) e del Metodo Classico Claudette (Arneis e altri autoctoni per un risultato più che interessante) sono illustrate con un dipinto di un noto pittore del XIX secolo che è in bella mostra nella sala di accoglienza della cantina. Vengo anche a sapere che Emanuele lavora in Rai e anima un pupazzo che da anni rende allegri i bambini. Intanto gusto ottimi Nebbiolo e Barbera d’Alba (Barolo e Barbera li berremo a Roccaverano, domenica prossima). Li producono in circa 11 ettari vitati degli oltre 30 di proprietà (con nocciole, seminativi e bosco) fin dai primi anni Ottanta. Sono tutti vini di livello eccellente e con un rapporto qualità/prezzo davvero sorprendente. Oggi ho gustato il loro Arneis Coclicò (surmacerato per 12 giorni, 13%: ottimo) con i miei amici Stefano Bonetto (titolare del Café Paris di via Garibaldi) e Roberto Ghiringhelli (vecchio predatore di vini): sono rimasti impressionati dalla qualità di questo Arneis così particolare. Ne riparlerò. Intanto venite a gustarli a Parco Quarelli con noi.

La cena di domenica sera a Roccaverano sarà conclusa con un dolce particolare: il Bunhot, ovvero un Bonet con gelatina di peperoncino. Questa specialità sarà accompagnata dall’Acqui Secco DOCG prodotto dalla cantina Convento Cappuccini della famiglia Bottohttps://www.bottovini.com.
Sono andato venerdì scorso a visitare la loro nuovissima cantina in Ricaldone (i loro vigneti, 20 ha, si trovano tra questo paesino, Cassine e Strevi, Alto Monferrato). Fu Pierluigi Botto a iniziare a produrre vino per il mercato nel 1994; in verità proviene da una famiglia che la vite la coltiva da 5 generazioni. Cominciò restaurando un antico convento di Cappuccini a Cassine. Oggi i figli Andrea e Stefano producono le DOCG Moscato, Barbera d’Asti, Brachetto d’Acqui (dolce), Acqui secco e Acqui Rosé (parecchio interessante). Inoltre, le DOC Dolcetto d’Acqui, Bianco Monferrato e Albarossa. Ecco, a parte i classici Brachetto, questo loro vino mi ha colpito in maniera particolare. Lo avevo gustato dai miei amici Bava, a Cocconato e mi aveva colpito. E’ spremuto dal vitigno omonimo creato nel 1938 dal grande Giovanni Dalmasso che innestò Chatus (Nebbiolo di Dronero) e Barbera. Un vino dal colore profondo, tannico, acido, di gran corpo che riempie naso e bocca. Da conoscere, pur se la produzione non supera i 70/80 ha per meno di 200.000 bottiglie.

 

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FESTIVAL COLLINE D’ARTE, Parco Quarelli, 8 settembre 2019

«C’è un territorio in Piemonte alla sinistra del triangolo d’oro della Langa – Alba, Barolo, Barbaresco – chiamato Alta Langa … sono tra i luoghi selvatici più naturali rimasti nella nostra regione sotto i 1.000 metri: il bosco ceduo collinare. 

La I° Edizione del FESTIVAL COLLINE d’ARTE al Parco Quarelli porta in kermesse nella giornata di Domenica 8 Settembre l’eccellenza del territorio ALTA LANGA VALLE BORMIDA scegliendo il più evocativo dei parchi d’arte numerosi in questo territorio. Realizzato da Marianna Giordano, industriale in pensione, e aperto tutto i giorni gratuitamente, per la comunità, il Parco Quarelli è certo il protagonista del Festival, sculture ed allestimenti prestigiosi di forte impatto emotivo. 

Quindi … è terra di una produzione agricola con una lunga storia, una ricchezza di varietà enogastronomiche. In Alta Langa ogni vallata ha una tradizione e il fermento culturale ha creato innovazione. Un esempio tra tutti: il Tartufo Bianco e il Metodo Classico Alta Langa. I partner enogastronomici, le aziende, le cantine che presenteranno il meglio del territorio nella passeggiata enogastronomica ed artistica “il Bello e il Buono” e per la cena – spettacolo “Alta Langa in abito da Sera” ci sono : Azienda Agricola Buganza, Borgo Maragliano, Tenuta Antica.

L’Agenzia CRU ha sempre promosso nei suoi eventi artisti residenti in Piemonte, provenienti da tutto il mondo, molti formatesi a Torino, altri che hanno scelto questa splendida regione per vivere. D’altronde questa è la storia della mia vita: da Torino all’Alta Langa e ho avuto il piacere di costituire un trait d’union tra le eccellenze enogastronomiche e l’eccellente produzione artistica della nostra capitale nell’ambiente delle arti performative e della musica»

Silvia con Aragorn Molinar

Aragorn Molinar con Silvia Galliano di Borgo Maragliano

 

 

Queste sono le parole di Aragorn Emrys Silvio jr. Molinar, Direttore artistico e ideatore con Marianna Giordano dell’evento.

 

 

 

 

 

 

 

Lo staff è composto da:Paolo Romano, Erica Alice, Matteo Pranzini, mszlab; Pietro Ramunno, IMPRESSO Srl; Aragorn Emrys Silvio jr. Molinar, Fiammetta Lari, Agenzia CRU; Loretta Verzegnassi, LANGAMYLOVE; Anna Fila Robattino, CASTELLOTTODIPAN; Claudio Gallo, MONFERRATODAVEDERE; Marianna Giordano, B&B QUARELLI; Vincenzo Reda, artista e scrittore.

PROGRAMMA

Partenza Navette: h 11:00 – sino alle h 12:00 con relativa accoglienza in area B&B Quarelli

Apertura Festival: h 12:30 Ingresso 10 € concalice di vino ACQUI ROSE’ DOCG e apribouche Ingresso Ridotto: 5 € per bambini sotto i 13 anni

Intrattenimento in Corte Quarelli

Passeggiata enogastronomica ed artistica il Bello e il Buono

Attraverso un sentiero segnalato per un percorso ad anello per 4 Postazioni. Per ogni postazione una offertaenogastronomica, un gruppo espositivo tra i più suggestivi, uno spettacolo di circo contemporaneo.

Per chi vuole gustare  tutte le offerte enogastronomiche del percorso: Menu Completo Pranzo: 30 €.

A richiesta opzionale per gli ospiti verranno attivati percorsi guidati al costo di 5 € a persona 

- Guida Artistica ed Enogastronomica: condotta dallo scrittore e artista Vincenzo Reda per conoscere e capire i prodotti del territorio e i vini presentati nelle postazioni, con una critica attenta e acuta delle sculture e delle installazioni del Parco.

- Guida Storica ed Artistica: condotta dalla Guida Turistica Claudio Gallo di MONFERRATODAVEDERE, con la visita alla Torre romanica di Vengore, presentazione del contesto storico e culturale del territorio e dell’ambiente e delle opere del Parco, con una guida alle installazioni artistiche fuori dal circuito.

- Guida Naturalistica ed Esperienziale: condotta dalla Omeopata e Naturalista Anna Fila RobattinoCASTELLOTTODIPAN, per una comprensione dei diversi habitat del parco, il riconoscimento delle erbe spontanee officinali e alimentari, e suggestive esperienze di immersione nella Natura.

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* La passeggiata “il Bello e il Buono” dura indicativamente 3 h
(di cui 2 h per i pasti e gli spettacoli e 1 h per il percorso)
* Se guidata dura indicativamente 4 h
(di cui 2 per i pasti e gli spettacoli e 1 h per il percorso, 1 h per la guida)

Pomeriggio in Corte Quarelli: 

- I prodotti enogastronomici del territorio e dei partner in vendita e degustazione a cura LangaMyLove; – Arte e artigianato originale con stand interattivi.
- Area chill out.

Dalle 17:00

- Intrattenimento con flash mob di danza e circo contemporaneo con musica originale dal vivo e concerto di Nabil Hamai;

- Brevi escursioni alle opere e agli ambienti offerte dalle guide del Festival per una durata di circa 30 min; – Ristoro con Punto Green.

I° Rientro: Navette a partire dalle 17:30 sino alle 18:30

Allestimento Cena – Spettacolo Cena – Spettacolo: h 19:30 Costo 40 € a persona

- La Cena “l’Alta Langa in abito da Sera” a 4 portate con Cabaret degli artisti del Festival coniuga i prodotti del territorio per una cena servita di alto livello a cura del catering mszlab. Nel classico stile: un calice – intrattenimento – portata.

Concerto: h 22:00 Condivisione in Loop Fine Concerto: h 22:30

II° Rientro: Navette a partire dalle 22:30 sino alle 23:30 Chiusura Festival: h 24:00

 

Passeggiata Enogastronomica ed Artistica  “Il Bello e il Buono”

David Tranquilli

David Tranquilli

 1 Postazione

OPERE: The End of the Beginning di Adrian Tranquilli – Senza titolo di Riccardo Cordero – Light a Star di Enrica Borghi
Agnolotti d’Asino al sugo d’arrosto BOTTEGA DEL GUSTO
Barbera Superiore Gerbole BUGANZA

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2 Postazione

OPERE: Sutura e Forma di Salvatore Astore
Succhi ed infusi corroboranti a cura CASTELLOTTODIPAN Green food a cura TENUTA ANTICA
Fabrizio Solinas in performance

Ciro Vitale

Ciro Vitale

3 Postazione

OPERE: You’ll never get to me di Adrian Tranquilli – Bouvet Island di Stefano Cagol – Libri Combusti di Ciro Vitale – Scultura 5 di Pierluigi Calignano
Battuta al coltello di Fassona CARNI VALLE BELBO
Barolo BUGANZA
Fiammetta Lari in performance 

Xu Zhongmin

Xu Zhongmin

4 Postazione

OPERE: NGC 6543 di Alfredo Aceto – Egg Shape n°2 di Xu Zhongmin – The Prayer di A. C. Andre Tanama – Cocoon 03 di Donna Ong
Mousse e Torta di Nocciola con Croccante ROBBA DUSSA
Chardonnay Met. Martinotti oppure Moscato d’Asti La Caliera BORGO MARAGLIANO
Raffaele Riggio in performance

Artisti:
- Nabil Hamai https://www.youtube.com/watch?v=CLv_1GdRCjE
- Rio Ballerani https://www.youtube.com/watch?v=70YCNpFp_0E
- Massimiliano Semenzato https://www.youtube.com/watch?v=6AVx51iAuHA

- Fiammetta Lari https://www.youtube.com/watch?v=JKPGXkn1iqc
- Fabrizio Solinas https://www.youtube.com/watch?v=oyJl7YIkKw8
- Valentina Padellini https://www.youtube.com/watch?v=7BcUc4-gTSU
- Raffaele Riggio https://www.youtube.com/watch?v=E2O1-uStxpU

 

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