Fuochi artificiali, immagini creative di Vincenzo Reda a Sanremo

14 agosto, porto di Sanremo: fuochi artificiali fotografati con tecniche particolari.

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Vincenzo Reda a Eataly

Il Vino nello spazio e nel tempo

Una serie di incontri per un approccio al vino inusuale: storico, antropologico, letterario, geografico.

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. Brindando nei secoli (Breve storia del vino) – Vini Gianni Gagliardo

28 marzo 2014

Dalle recenti scoperte archeologiche nei paesi caucasici alle mitologie greche; dai vini egizi e romani a quelli delle abbazie benedettine medievali. E ancora, il vino nelle Americhe, i vini dei papi di Sante Lancerio nel rinascimento, il leggendario Dom Perignon e il successo del Marsala nel XVIII secolo. Per arrivare alle vicende della fillossera e i conseguenti reimpianti su piedi di viti americane, fino alla rivoluzione degli anni Ottanta. Una cavalcata quasi mozzafiato per comprendere come le diverse culture umane, nelle successive fasi storiche, si siano confrontate con la bevanda “vino”.

. Le rime del vino (Vino e letteratura) – Vini Bucci

4 aprile 2014

Quasi tutti conoscono i versi composti dai grandi poeti greci sul vino, assai meno hanno frequentato i componimenti straordinari di  Orazio e Marziale. Quasi nessuno sa delle magnifiche poesie arabe e persiane di poeti musulmani come Abu Nuwas o Hafiz. Così come tutti conoscono le poesie dedicate al vino dal poeta Baudelaire ma pochi sanno che anche Eugenio Montale ha scritto versi dedicati al vino. Questo incontro servirà ad aprire uno scenario sorprendente per quanto riguarda la letteratura del vino.

Le Rivoluzioni alimentariDiapositiva1

Non si è consapevoli, in generale, che l’alimentazione umana si è evoluta nei secoli al pari della conoscenza e degli scontri/incontri fra popoli differenti. Queste prime  lezioni hanno lo scopo di illustrare alcuni momenti storici particolari in cui si sono verificati cambiamenti epocali nelle abitudini alimentari umane.

. Dagli alberi ai villaggi (Preistoria dell’alimentazione) – Vini Gigi Rosso

11 aprile 2014

Tra 7 e 3 milioni di anni fa alcune scimmie arboricole scesero a raccogliere dei frutti caduti dall’albero su cui si agitavano e cominciarono a frequentare la savana africana. Quegli animali cominciarono a trasformarsi in uomini cambiando il loro regime di alimentazione. Divennero animali opportunisti e impararono a cibarsi di qualunque cosa, alzandosi sulle zampe posteriori e liberando gli arti superiori dalla funzione di semplice deambulazione. Quell’animale si evolve fino a diventare Homo Sapiens, circa 200.000 anni fa. E continua a evolvere fino a scoprire, 10/12.000 anni fa, l’agricoltura e l’allevamento. E qui comincia un’altra storia.

. La scoperta dell’America – Vini Bava

18 aprile 2014

Colombo arriva nei Carabi nel 1492, ma occorsero almeno tre secoli perché gli europei imparassero a consumare alimenti come pomodori, patate, fagioli, cacao….Mentre il peperoncino si diffonde immediatamente in tutto il mondo, la patata e il pomodoro vengono snobbati come cibi non buoni, se non addirittura velenosi. La storia dell’avvocato cuneese Vincenzo Giovanni Virginio, che portò la conoscenza delle patate a Torino e in Piemonte, è emblematica in questo senso: morì povero in un ospizio torinese nel 1830 e i suoi conterranei ancora non erano convinti di quanto fossero buone, convenienti e nutrienti le patate.

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Le Rime del Vino

GIACOMO LEOPARDI (1798/1837)

Diapositiva1In casa Leopardi era cosa consueta e antica il culto del vino. Tant’è che nella biblioteca di famiglia vi è un libretto illustrato di M. Bidet, tradotto dal francese da un accademico etrusco e georgofilo, stampato a Venezia nel 1757, riguardante la coltivazione della vite e il modo di fare i vini. Da un appunto di Monaldo si apprende che era appartenuto al conte Vito, nonno di Giacomo.

Ritorniamo al poeta, che, da quel che era, pallido, malaticcio, pessimista per eccellenza e depresso, non avrebbe potuto amare il vino, che invece è vita, gioia, sogno e vigore. Ebbe più di un detrattore a riguardo. Il primo fu Mariano Luigi Patrizi, fisiologo lombrosiano. Stilò un saggio psico-antropologico sul Leopardi prendendo spunto da una lettera di costui al cugino Melchiorri, scritta da Recanati il 20 ottobre 1822, in cui confidava che “era solito mangiar poco e non beveva vino”. Altri due detrattori furono l’amico del poeta, il letterato liberale napoletano Antonio Ranieri (1806-1888), autore tra l’altro di una storia, sulla loro settennale amicizia (1830-1837), pettegola e inattendibile, Sette anni di sodalizio con G. Leopardi del 1880, e sua sorella Paolina.Leopardi,_Giacomo_(1798-1837)_-_ritr._A_Ferrazzi,_Recanati,_casa_Leopardi

Si possono ritenere, le considerazioni di questi detrattori, come delle vere e proprie tesi precostituite e fuorvianti.

Chi ha confutato queste tesi, è stata la contessa Anna Leopardi, affermando in una conferenza che se Giacomo Leopardi fosse stato astemio, dalla sua famiglia ciò sarebbe stato considerato se non un’anomalia, quanto meno una stranezza. Ha potuto fare questo leggendo attentamente l’Epistolario e Lo Zibaldone. In quest’ultimo vi sono riflessioni sugli effetti del vino e, nel 1823, Leopardi annotava: “come ho provato più volte per esperienza” e ancora “come ho pure osservato in me stesso più volte”. Quindi, queste considerazioni scritte tolgono ogni dubbio e fanno del Leopardi un normale degustatore di vino. Se ancora qualche dubbio persistesse, basterebbe leggere una delle prime note in versi de Lo Zibaldone, scritta il 14 novembre 1820, che così recita: Il vino è il più certo, e / (senza paragone) il più / efficace consolatore. / Dunque il vigore; / dunque la natura. Essa si lega molto bene con l’ultima nota in versi del 17 luglio 1827: Il piacere del vino…/ Non è corporale / semplicemente. / Anzi consiste / principalmente / nello spirito ec. ec.

JORGE LUIS BORGES (Buenos Aires, 1899 – 1986)

SONETTO AL VINO

In quale regno o secolo e sotto quale tacita congiunzione di astri, in che giorno segreto non segnato dal marmo, nacque la fortunata e singolare idea di inventare l’allegria? Con autunni dorati fu inventata. Ed il vino fluisce rosso lungo mille generazioni come il fiume del tempo e nell’arduo cammino ci fa dono di musica, di fuoco e di leoni. Nella notte del giubilo e nell’infausto giorno esalta l’allegria o attenua la paura, e questo ditirambo nuovo che oggi gli canto lo intonarono un giorno l’arabo e il persiano. Vino, insegnami come vedere la mia storia quasi fosse già fatta cenere di memoria.

ALDA MERINI (Milano, 1931 -2009 )

SETE PERENNE

Vino, gagliardo come la dea ragione. In te l’idea si fa suono e si colora il Mito. Appaiono vestali tinte di giada, il periplo del canto si snoda in veli che ricordano l’anima. O vino che canti il mio dolore, vino che sei il precipizio estremo, vino che dai l’illusione della morte e fai solo dormire fino al nuovo dolore.

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Postcards from Rimini beach

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Wonderful food from Rimini, Romagna

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Ristorante La Canonica di Casteldimezzo

http://www.ristorantelacanonica.it/

Sul finire del 2004, anno che avevo trascorso lavorando da Emilio Marengo in Toscana, tramite Gegè Mangano fui messo in contatto con uno chef romagnolo suo amico: Angelo Rignoli. Con lui lavorava Davide Marino.

Combinammo di fare una mostra di miei quadri nella primavera del 2005, in questo posto magnifico che è situato dentro le mura di un minuscolo borgo (Casteldimezzo), nel territorio del Parco di Monte San Bartolo (sopra Gabicce, a due passi da Pesaro).

Partii il 23 aprile a portare i quadri; nel frattempo un esame medico mi aveva destinato subito dopo un intervento di quelli terribili, con il rischio della vita. Andai giù, conobbi Andrea e Davide e mi rimpinzai senza ritegno di cibo (ricordo una tagliata di tonno imperiale) e dei vini sempre eccellenti e sorprendenti di Andrea. Rimasi fino al 25 aprile, quando dovetti ritornare a Torino per il ricovero.

Tornai a smontare la mostra il 1 ottobre successivo, con mia moglie. La mostra ebbe successo e, soprattutto, si instaurò un bellissimo rapporto di amicizia  e di stima che perdura e va consolidandosi nel tempo.

Poco tempo fa mi ha chiamato Davide, che nel frattempo è andato a occuparsi della Tenuta Biodinamica Mara e mi ha proposto un bellissimo lavoro per quest’azienda, posta a due passi da Cattolica.

Ovvio che è stata l’occasione per una rimpatriata e ho conosciuto così il nuovo chef di Andrea: lui si chiama Paolo Bissàro, nato a Bolzano ma da sempre riminese; è uno che si è fatto da solo, ragazzo disincantato più o meno quarantenne (Ariete!): più che altro, come dice lui: “Mi allergico con facilità e sono…agnostico“.

A parte le sue facili allergie, Paolo è un fuoriclasse: mi ha fatto felice ed è stato immediatamente arruolato nella mia specialissima squadra di cuochi. Lavora alla Canonica da circa un anno e mezzo e con Andrea si è ormai consolidato un rapporto privilegiato.

Ho gustato del pesce crudo formidabile: mazzancolle al gelso, spigola, tonno e una mormora indimenticabile. Poi triglie grandiose, un trancio di ombrina con frutta e, ancora, gnocchi di seppia e patate; e, per finire, un polpo senza senso. Il valore aggiunto sono le erbe del parco, che Paolo usa con grandissima cura e straordinaria sensibilità.

Poi il posto è di assoluta gradevolezza, soprattutto d’estate (abbastanza in alto, sulla scogliera), immerso nel silenzio più accogliente e rassicurante, carezzato dalle brezze dell’Adriatico prospiciente.

E, nota ultima ma mica la meno importante, Andrea affida i suoi sottofondi musicali (quelli nobili dei Tempi Nostri) al glorioso, morbido, lento vinile. E quanto si beve bene…E mai si verrebbe via.

In autunno,  a distanza di dieci anni esatti dalla mia mostra qui, abbiamo previsto un evento di quelli che, per certo, sarà memorabile.

Parola Mia.

 

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Il Fiano Minutolo, Salento Doc, di Vincenzo Vita

Fiano m.Jancis Robinson, nella bibbia che è il suo Guida ai vitigni del mondo (Slow Food editore, 1998), cita il Susumaniello come Susumaiello e parla dell‘Ottavianello come varietà del francese Cisnaut (o Cisnault), ma, tra i vitigni autoctoni pugliesi che oggi godono di nuova vita, non cita il Fiano Minutolo.

L’amico Eustachio Cazzorla, sommelier e giornalista pugliese (lo conobbi in occasione di una mia mostra a Casteldimezzo, ristorante La Canonica – dove si mangia uno straordinario filetto di tonno), a proposito del Fiano Minutolo cita gli articoli di Giorgia Benvenuto, Enzo Scivetti e Pasquale Porcelli: studi del dr.Calò e di Lino Carparelli indicano questo vitigno essere non altro che il Greco Aromatico o Greco bianco, componente del classico assembaggio della Doc Locorotondo, vitigno abbandonato perché non troppo produttivo, in favore dei più convenienti Verdeca e Bianco d’Alessano.

E’ stato riscoperto agli inizi di questo millennio e, presentato al Vinitaly del 2004, ha subito avuto un prestigioso riconoscimento che ha ricevuto una clamorosa conferma al Salone di Bordeaux del 2007.

Il Fiano Minutolo, che Eustachio precisa dover essere più propriamente chiamato Minutola, poco avendo a che fare col Fiano di Avellino, è indubbiamente un vino di interesse straordinario: palati e nasi poco raffinati lo accostano a vitigni famosi tedeschi o dell’Alto Adige: in verità il primo impatto al naso è di grande sentore aromatico e floreale, ma sono il limone e il gelsomino i più forti profumi e al palato l’acidità è assai spiccata. Molto persistente e con un colore giallo paglierino tenue con riflessi verdi, è un vino di difficile abbinamento.

IMG_7901Ho cominciato a bere questa bottiglia venerdì, molto fresca; ho continuato a berne sabato e domenica: il terzo giorno erano quasi scomparsi i sentori di foglie di agrumi e di gelsomino, mi è parso di sentire la banana e la vaniglia in un vino che pareva molto meno acido. Questa bottiglia è un Salento Doc di Vincenzo Vita, del 2008. Vincenzo ne possiede 2 ha nel territorio di Manduria, a 200 mt. sul livello del mare: ne ricava circa 10.000 bottiglie. Egli sostiene che il miglior abbinamento si ottiene accompagnando il sushi e sta mettendo a punto una strategia per far conoscere al mercato giapponese questa meraviglia. Credo abbia ragione, ma io non amo il sushi e il Fiano Minutolo me lo bevo da solo, prima o dopo i pasti. Gli ho reso il grande onore di essere contenuto in due dei miei bicchieri più nobili, entrambi di Murano. Nella foto qui sopra i due bicchieri con il Fiano Minutolo: quello di sinistra è un classico cristallo con molto piombo, soffiato in due pezzi; quello di destra è un prodigio soffiato in un unico pezzo, povero di piombo e che pesa come una piuma, ne possiedo 6 pezzi che all’epoca erano costati una follia: ci bevo soltanto i vini che se lo meritano. Il Fiano Minutolo se lo merita, parola mia.

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Focus Storia Luglio 2014, Pedro de Alvarado

E’ in edicola, dal 18 luglio scorso, il numero 94 di Focus Storia, mensile per cui collaboro. Su questo numero, nel contesto di uno speciale dedicato alla conquista del Messico, si può leggere un corposo articolo che ho scritto con particolare interesse e che riguarda la figura, straordinaria quanto inquietante, di Pedro de Alvarado.

Gli aztechi (sarebbe meglio chiamarli “Mexica“) lo avevano soprannominato “Tonatiuh“: sole. Era alto, bello e biondo. Fu, senza dubbio alcuno, il più feroce tra i conquistador spagnoli, con una vicenda personale per davvero straordinaria.

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Poetry Reading by Vincenzo Reda

http://www.vincenzoreda.it/my-last-poetry-book-un-po-eta/

Grazie innanzi tutto a Barbara Colombotto Rosso (Magica Torino) e Giulio Tedeschi (Camion). Oltre a leggere alcuni componimenti da Rime sghembe (2012) e Un po’ eta (2017), ho letto alcune poesie inedite delle quali ne riporto due qui appresso.

L’ASSOLUTA VERITÀ

SOLTANTO IL PIACERE

D’IMMAGINARE LA NOIA DEL DOMANIMATTINA.

GUSTARNE IL GRIGIO SCORRERE DELLE ORE.

COMPRENDERNE L’ASSOLUTA VERITÀ

ACCOGLIENDOLO INSODDISFATTO COMUNQUE

BENVENUTO.

 

NON ERI TU

NON ERI TU
QUELLA CHE LE BREZZE
DEI MIEI ANARCHICI SVOLAZZI
DISSOLVEVANO E RICOMPONEVANO
 
SECONDO LE GEOMETRIE RIGIDE DEL VENTO.

CERTO

GLI OCCHI ERI TU
ERI TU GLI SGUARDI
IL NOME ERI TU E LA VOCE ERI TU.

MA TU IO SEMPRE

ERO SOLTANTO.

                                                                         

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My last poetry book: Un po’ eta

“Un po’ eta” (40 pp., 10€) è la mia ultima raccolta di poesie, appena pubblicato per i tipi di Graphot, Torino. Con la medesima casa editrice pubblicai nel 2013 “Rime sghembe”(100 pp., 13,60€). Il mio primo libro lo pubblicai a miei spese e con il mio marchio nel 1988. Composto in linotype, ne feci stampare soltanto 73 copie; il suo titolo: “Caccole e Tentlalia”, oggi introvabile. Ho anche pubblicato sette composizioni poetiche nell’antologia “Impronte”, 2014. Ho scritto quasi venti libri tra saggistica, racconti, arte e poesia: i miei scritti di poesia sono quelli preferiti.                                 Io mi sento poeta più d’ogni altra sostanza.

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La ragazza con la Leica

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«Gerda era Gerda…Era la gioia di vivere. Qualcosa che esisteva, si rinnovava, accadeva ovunque».

Conclusa l’ardua, e oltremodo soddisfacente, lettura del Don Chisciotte, in questi giorni ho letto questo libro di Helena Janeczek appena pubblicato (332 pp. 18 €, Guanda). Lavoro complesso in cui è narrata la storia di Gerda Taro (pseudonimo di Gerta Pohovylle), fotografa tedesca morta a 27 anni durante la guerra di Spagna. La vicenda di questa straordinaria figura viene raccontata annodando e sciogliendo più volte il filo del tempo. Di scrittura non semplice, tra il saggio e il romanzo, mette in luce il fascino carismatico della giovane donna, borghese ebrea e comunista, compagna di Robert Capa (André Friedman), il grandissimo reporter caduto egli pure qualche anno più tardi, 1954, in Indocina. Di non facile lettura e per palati assai fini, mi sento di consigliarlo con convinzione.

 

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El Beso, unico ristorante messicano autentico a Torino

«Poi presero a discutere sulla creazione e la formazione della nostra prima madre e del nostro primo padre. Di mais giallo e di mais bianco venne fatta la loro carne; di pasta di mais vennero fatte le braccia e le gambe dell’uomo. Soltanto pasta di mais compose la carne dei nostri padri, i quattro uomini che furono creati.».  Questa è la leggenda della creazione degli uomini secondo il Popol Vuh, libro sacro dei Maya.Il mais venne domesticato tra il settimo e il quinto millennio prima dell’Era cristiana nel sud-est del Messico; intorno al terzo millennio si diffuse poi in tutta l’area centro e sudamericana e rese possibile, come accadde del resto per le regioni degli altri cerali – grano e riso – la nascita e lo sviluppo di culture evolute. Fagioli e fave apportavano preziose proteine.Per comprendere la cucina messicana odierna, in cui rimangono importanti retaggi precolombiani, occorre  conoscere la cultura del mais. «La principale fonte di alimentazione è il mais da cui ricavano svariati cibi e bevande; preso poi dopo essere stato trattato come essi usano, serve loro da cibo e bevanda insieme. Le donne indie mettono il mais a bagno in acqua e calce per una notte cosicché la mattina seguente è morbido e cotto a metà; si possono in tal modo togliere la buccia e il picciolo e macinarlo a due pietre. Quando è macinato a metà, ne confezionano delle palle e dei carichi e li danno ai viaggiatori, ai lavoratori ed ai naviganti poiché, così trattato, dura alcuni mesi e acquista soltanto una certa acidità.». La citazione è tratta dalla Relaciòn de las cosas de Yucatàn, del francescano spagnolo Diego de Landa (1566); ebbene, oggi non è cambiato praticamente niente: il mais si tratta ancora più o meno alla stessa maniera. La calce era fondamentale per evitare quella terribile malattia che si diffuse in Europa quando il mais lo si consumava semplicemente bollito: la pellagra. Cibo in maya yucateco si dice echà che significa anche, per antonomasia, mais e a questo cereale, fondamentale nella loro esistenza, era dedicato addirittura un dio: Yum Kaax, un giovane ornato di pannocchie. La tortilla di mais (uah in maya) è la base dell’alimentazione messicana: cotte su piastra e ripiene di carne, verdure e ortaggi, soprattutto peperoncini, i tacos sono consumati a ogni ora e in ogni posto. Lo stato del Messico è una democrazia federale di 31 stati che si estende tra Atlantico e Pacifico per quasi 2 mln di kmq e una popolazione di 120 milioni di abitanti. L’alimentazione, differente perché differenti le condizioni ambientali, di Aztechi e Maya ha lasciato tracce importanti nell’odierna cucina messicana. Mais, ortaggi (zucche, pomodori, fagioli, fave e peperoncino) e selvaggina sull’altopiano dove non c’erano grandi mammiferi  e allevavano soltanto tacchini; mais, erbe e frutta tropicale, pesce, uccelli e mammiferi nella foresta pluviale (pecari, armadilli, coati). Non avendo grandi animali, gli Aztechi non disdegnavano la carne umana, consumata in forma rituale. I Maya, pur con una religione che pretendeva sacrifici umani, non erano cannibali. Le diete di questi popoli erano integrate con serpenti, iguane, coccodrilli e diverse specie di vermi e insetti. Ancora oggi in diverse regioni del Messico si consumano con gusto queste specie di animali. Così come noi occidentali imparammo immediatamente a coltivare mais, pomodori, cacao e peperoncino, i messicani apprezzarono subito il maiale, il manzo, l’uva, le banane. In Italia moltissimi sono i ristoranti messicani: per la verità, la stragrande maggioranza propone quella cucina che viene definita Tex-mex, basata soprattutto sulle tradizioni degli Stati Uniti meridionali e del Messico settentrionale: chili con carne e burritos (tortillas di frumento ripiene di carne). Invece i ristoranti che propongono cucina messicana tradizionale si possono contare sulle dita di una mano; a Torino abbiamo la fortuna di ospitarne uno tra i migliori. Inaugurato nel giugno del 2016, occupa i muri che furono del glorioso ristorante La Pace, zona San Salvario, in gran voga negli anni Ottanta. Si chiama El Beso, i titolari sono i coniugi Toni e Andrea, lei messicana di Città del Messico con un passato importante in cucina, lui italiano. Il cuoco è un trentenne messicano di Cuernavaca, (Morelos): Gerardo (Jerry) Sánchez Sotelo, con una storia bellissima; fin da piccolo misteriosamente attratto dall’Italia, e da Torino in particolare, sognava di gestire un locale proprio da noi. Dopo la laurea in gastronomia approfittò di un master a Ca’ Foscari e poi un’esperienza al Westin di Venezia per venire da noi e proprio in quel periodo Toni e Andrea, per caso, lo chiamarono a El Beso. Attentissimo alle materie prime e alla tradizione, mi ha preparato quattro ricette. Guacamole tradizionale: crema di avocado, lime e cipolla con peperoncino verde jalapeño, accompagnata da chips di mais. Tostadas de mar: un piatto con tre diverse proposte di pesce; ceviche di ombrina marinata con sugo di frutti tropicali, guarnita da ananas e altri frutti tropicali; aguachile (guazzetto) di gambero con cipolla rossa, cetriolo, coriandolo e chili; escabeche (marinatura in aceto) di polpo con salsa valentina, purea di avocado, maionese di coriandolo e prezzemolo. Le basi sono tortillas tradizionali di mais differenti. Pulpo del golfo. Prima bollito e poi fritto, servito con condimento a freddo di una speciale salsina, siete chiles (peperoncini, lime e sale), foglie di cactus, erbe aromatiche, ortaggi e frutta tropicale.Infine, cochinita pibil (cotto sotto terra): 3 tagli di maiale (costine, spalla e capocollo) marinati con achiote, condite da cipolle marinate e dalla salsa X’nipek (muso di cane) di origine maya, ottenuta mischiando habanero e sale. Accompagnano i piatti tortillas di mais giallo e nero, servite calde nel tradizionale cestino intrecciato a mano. Sono ricette in cui si mescolano con leggerezza sapidità, freschezza e una piccantezza variabile che può essere, a richiesta, di intensità terribile, in particolare se si usa l’habanero. Piatti gustosi ma leggeri che richiedono vini di non eccessiva struttura, freschi, giovani. Trovo indicatissimi i nostri rosati e bianchi come la Favorita e il Cortese. Quanto ai rossi: Grignolino, Pelaverga e giovani Nebbiolo del Roero sono quelli che suggerisco. Può essere una bella alternativa la Freisa di Chieri. Per chi ama le bollicine a tutto pasto, trovo interessante l’accompagnamento di questi piatti con i Metodo Classico Alta Langa (suggerisco quelli a base Pinot Nero), ma non disdegnerei gli ultimi, interessantissimi, Metodo Classico da uve Nebbiolo. I messicani con i loro cibi bevono birra, mentre Maya e Aztechi bevevano mais fermentato o pulque, succo di agave maguey da cui oggi si distillano tequila e mezcal. Vengono prodotti vini messicani, rari e di scarso pregio, da vigne allevate al confine con la California; io ho bevuto un Cabernet Sauvignon e uno Chardonnay dell’azienda La Cetto: vini grossi, squilibrati e poco consigliabili, soprattutto per accompagnare i raffinati piatti messicani.

EL BESO – Via Galliari, 22 – Torino.  www.elbeso.it

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Vietnamese Food

Per quanto riguarda il cibo vietnamita non ho avuto sorprese se non in meglio, per ciò che già conoscevo (mi sono occupato di questa cucina per Barolo & Co.). Ovvio che in Vietnam si mangia con una qualità e una tipicità di gusti che i pochi ristoranti vietnamiti in Italia non possono raggiungere. Meravigliose le zuppe (la Pho di manzo, piatto nazionale, è davvero buona), le insalate, gli innumerevoli involtini (affatto diversi da quelli cantonesi cui siamo abituati e spesso molto piccanti), i dolci. Con due curiosità: polpo essiccato e sfilacciato proposto crudo (una bella esperienza…) e una meravigliosa zuppa di zucca. Ho gustato, tra l’altro, un formidabile piatto di gamberoni grigliata con salsa di tamarindo. Anche  l’acqua liscia delle isole Fiji è una bella faccenda!
Le birre vietnamite sono tutte ottime.

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Camera di Commercio Italia Vietnam a Hanoi

Una delegazione della Camera di Commercio Italia Vietnam ha organizzato e realizzato, il 22 giugno 2018, un evento presso Casa Italia di Hanoi in cui si presentava il vino e il cibo italiano, raccontandolo e offrendolo in degustazione. Io ne facevo parte con il Pres. Fulvio Albano, il Segretario Dr.Walter Cavrenghi, Denis Sciandra, Giovanni Bianco e infine la segretaria e stagista Alessandra Cursio. Avevamo con noi diverse tipologia di vini piemontesi (tra i quali non poteva mancare il Barolo) e marchigiani (tra gli altri, Verdicchio e Lacrima di Morro d’Alba assai apprezzata dai vietnamiti), insaccati crudi e cotti e diversi formaggi (ovvio, anche e soprattutto il Parmigiano). Abbiamo presentato ai numerosi intervenuti – un pubblico qualificato con la presenza di uomini politici, importatori, commercianti e ristoratori – alcune aziende italiane: Teo Costa, Buscareto, Lenti, Monferrato Quality, Albino Armani, Fratelli VI. Certo, non è semplice raccontare cibo e vino italiani a un pubblico che non conosce i nostri prodotti, ma la bontà di questi ha entusiasmato tutti gli ospiti e le numerose ospiti presenti e comunque molto attenti e interessati. Possiamo affermare, date le numerose ed entusiastiche attestazioni di gradimento, che l’evento è stato un successo. Sarà impegno e cura della Camera di Commercio Italia Vietnam replicare l’evento in autunno a Ho Chi Minh City. Un grazie particolare per l’ex ambasciatore vietnamita in Italia, Nguyen Van Nam e per la mia interprete, particolarmente brava, Mai Xuan Huong che ha saputo trasferire ai suoi connazionali tutto il mio amore, e le mie competenze, per il nostro vino.

www.camcom-italiavietnam.it

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June 2018, postcards from Hanoi

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Amedeo Guillet

Conoscevo abbastanza la vita straordinaria di Amedeo Guillet: sul web si possono trovare diverse notizie in proposito. Ma il fatto di aver scovato sulle mie solite bancarelle questo libro, e di averlo letto in un amen, mi ha permesso di conoscere a fondo questa figura leggendaria e troppo poco apprezzata nella nostra trasandata Italia di quest’epoca scialba e sbrindellata.

GuilletIl volume è stato scritto da un giornalista inglese amico di Amedeo: pubblicato nel 2002 da Rizzoli (392 pp. 18,50 €, cartonato con sovracoperta 14×22) con Amedeo ancora in vita, è per la maggior parte frutto dei ricordi raccolti dalla viva voce, e dalla straordinaria memoria, del protagonista già ultranovantenne. Amedo Guillet era nato a Piacenza, da una famiglia piemontese di alto rango, il 7 febbraio 1909. E’ deceduto il 16 giugno 2010 a Roma e riposa nella tomba di famiglia dei Gandolfo a Capua.

Sarebbe sufficiente soltanto l’episodio bellico di Cheru per giustificare l’interesse e l’ammirazione per questa figura leggendaria. Il 21 gennaio 1941, presso questo forte nel nord dell’Eritrea, il Comandante Diavolo, alias Ahmed Abdullah al Redai, alias Amedeo Guillet, carica a cavallo le artiglierie e i carri pesanti inglesi alla testa del suo reggimento di irregolari libici, abissini e yemeniti. Sul suo cavallo bianco, Sandor – un berbero grigio – seguito dai suoi 1.700 fedelissimi semina il panico tra gli inglesi increduli. Perde 800 compagni e tra questi alcuni dei suoi amici più cari, ma permette al grosso dell’esercito italiano in rotta un disimpegno vitale. Quella di Cheru fu l’ultima carica di cavalleria della storia militare.

Ho citato questo straordinario episodio a esempio di una vita prodigiosa, ma la sua storia d’amore con Kadija meriterebbe un intero romanzo e il suo matrimonio con la cugina Bice Gandolfo (mancata nel 1991) un altro ancora…Amico di Montanelli (che lo stimava come pochi altri), fu combattente e decorato nella guerra civile spagnola, partecipò alla campagna d’Abissinia nel 1936 e fu l’unico italiano a non arrendersi mai agli inglesi in Africa Orientale. Fuggì in Yemen, dove fu accolto dal sovrano che a malavoglia gli permise di rientrare in Italia dove continuò a operare come ufficiale di collegamento con gli alleati. Terminata la guerra si dimise e intraprese una straordinaria carriera diplomatica: fu ambasciatore in Yemen, Giordania (amico personale di re Hussein), Egitto (apprezzato da Sadat), India (Indira Gandhi lo stimò come nessun altro). Si ritirò a allevare cavalli in Irlanda dove molti vecchi nemici inglesi presero a frequentarlo e a essere onorati della sua amicizia.

Ma le sue gesta alla testa del Gruppo Bande dell’Amhara in Eritrea restano memorabili: un pazzo piemontese a cavallo di un bianco stallone che carica alla testa di centinaia di uomini di etnie, le più varie, senza paura: “Ca costa lòn ca costa (Costi quel che costi, in piemontese)!”.

Fosse stato un inglese sarebbe diventato un altro Lawrence. Da noi è un eroe dimenticato.

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June.22.2018 Hanoi (Vietnam) Italian Food&Wine

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L’olio di Santo Aquilino

 

Oggi è conosciuta come Enoteca Brosio, fino a pochissimi anni fa era una piola di quelle storiche, tradizionali, frequentate da persone che, in quell’ambiente traboccante di alcol e di suggestioni, diventavano personaggi.                                           Pare ovvio che oggi le enoteche non possano più essere piole, ma da Brosio qualcosa di quei tempi, ch’erano soltanto ieri e sono diventati cambriani, s’è miracolosamente preservata. Da Brosio tra un bicchiere e l’altro s’incontra gente di ogni età, di ogni ceto, di ogni cultura. E si chiacchiera di faccende perlopiù inutili, pur se disquisite sempre alla stregua di massimi sistemi: i differenti livelli alcolici ne determinano il grado di profondità e di affidabilità. Spesse volte dell’interlocutore s’ignora addirittura il nome, poi di cosa combina nella vita per guadagnare i quattrini da investire in salutari bicchieri di vino è in genere argomento di punto interesse. Ci si conosce, si beve, si interloquisce e tutto rimane sigillato nell’anonimato rassicurante della piola. Poi si scopre che qualcuno conosce vita morte e miracoli di tutti e a costoro ci si riferisce per soddisfare curiosità, pettegolezzi, pruriginose dicerie.            Da Brosio tutti sanno che mi occupo di enogastronomia e rare volte qualcuno mi torrona con argomenti di ogni tipo, magari pensando di farmi piacere: faccio sempre buon viso a cattivo gioco ma ogni tanto scopro qualcosa di interessante.                     Di Santino qualcuno mi aveva parlato, forse Anna che è una di quelle che conoscono tutti, ma non avevo registrato alcun interesse e non sapevo neanche accoppiare il nome a una di quelle tante facce che frequentano il locale. Da Brosio a me interessa andare a gustare i miei Kerner o Vermentino, nulla di più e lascio di norma pascere la mia distrazione. Poi succede che, seduti vicini per caso – e si sa che il caso è una fanfaluca – si comincia a parlare e la mia fama di giornalista mi porta a scoprire l’olio di Santo Aquilino ovvero la storia di Santo Aquilino.                                                  A un giovane laureato in Scienze politiche, metà degli anni Settanta, un paesino del calabro Aspromonte doveva naturalmente stare parecchio stretto e forse anche scomodo; dunque, discesa a rotta di collo verso quella specie di terra promessa che Torino rappresentava all’epoca. Lavoretti di vario genere, come usava allora, e poi un impiego rassicurante nella Pubblica Amministrazione. Raggiunta la pensione  con il grado di funzionario, il richiamo delle radici diventa non più sopportabile e la risalita verso i colli di Fossato Jonico, baciati dalle brezze dello Stretto, ne costituiscono la prevedibile soluzione.                                                                                                   Nel frattempo la sorella minore Rosetta aveva provveduto a curare le terre di famiglia: 15 ettari, quasi 2.500 piante di olivi centenari già di proprietà del nonno paterno. E così Santino si appassiona a quelle sue radici e contribuisce, con la sorella, a migliorare la produzione e a coprire nuovi mercati con quel suo olio di peculiari caratteristiche.                                                                                                  Nella provincia di Reggio Calabria, a cominciare dalla Piana di Gioia Tauro a nord-ovest, sono endemiche due cultivar di olivi: la Ottobratica (sinonimi: Dolce, Mirtoleo, Ottobratico) e la Sinopolese (sinonimi: Coccitana, Sciolarea, Chianota, Seminara), Sono piante più grandi delle cultivar più diffuse (Leccino, Frantoio, Coratina) e vanno a maturazione più tardi, tra ottobre e dicembre; le drupe sono piccine e danno una resa che non supera il 20%.                                                         La piantagione di proprietà dei Fratelli Aquilino, tale è il nome dell’azienda (con specificazione: Olivicoltori in Fossato Jonico dal 1878) è costituita da Ottobratiche per il 30% e Sinopolesi per il restante 70%. Ho valutato un olio di colore giallo dorato scarico, limpido, con profumi erbacei e palato inizialmente di grande finezza, con note di foglia di olivo e frutta bianca che termina con una persistenza gradevolmente amarognola che riporta alla mandorla. Un olio di bassa acidità che ho usato, dopo averlo gustato con fettine di pane raffermo tipo pugliese, per insalata mista, a crudo su pasta e ceci e a condire la delicata polpa di due gallinelle al forno con pomodoro e vino bianco: si è mostrato sempre un olio di sorprendente finezza e di palato gradevolissimo (davvero eccellente, crudo, per la minestra di ceci).            Io, come sa chi mi conosce, non parlo di prodotti che non ho provato e che non mi soddisfano, dunque quest’olio, di prezzo assai interessante, lo consiglio a chi mi segue con stima da anni.                                                                                          Sante Aquilino vende in tutta Italia, confezioni da 3, 5, 10 lt.                                     Per informazioni: Sante Aquilino (Az. Fratelli Aquilino), 328 0987894 – santo.aquilino53@gmail.com.

Ps: Santo ha pubblicato un volume interessante, scritto con tecnica più che dignitosa, ben redatto e ben stampato e di non sgradevole lettura (Il tempo era d’inverno, Edizioni Nosside Editore, 2017, 232 pp. 12,00 €).

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Storia dei mercati di Torino

I MERCATI DI TORINO: UNA VOCAZIONE STORICA

Sopra quella piana alluvionale che vede la confluenza di tre torrenti nel placido Po, a sorvegliare lo strategico imbocco dello Valle di Susa, le tribù celto-liguri dei Taurini, già qualche secolo prima di Cristo, abitavano diversi villaggi.                                   Gente bellicosa e imprudente: nel 218 a. C. si misero a questionare con Annibale che in due o tre giorni si liberò di loro in quattro e quattr’otto, radendo al suolo quegli insediamenti.                                                                                                     Nel 58 a.C. passò da quelle parti Giulio Cesare che, con tutta probabilità, lasciò un accampamento fortificato a presidiare quell’area strategica. Poco più tardi, nel 49, i Taurini ottennero la cittadinanza romana. Si legge ovunque che Torino fu fondata nel 28 o nel 27 a.C.: sono date arbitrarie, non sorrette da alcuna testimonianza storica né archeologica. Secondo serie e accurate analisi storiche, la nascita di Iulia Augusta Taurinorum si può ipotizzare avvenuta tra il 25 e il 14 a.C.                    L’insediamento romano non conobbe particolare interesse né sviluppo a fronte di centri assai più importanti come Susa, Pollenzo, Libarna, ecc. Nell’alto medioevo divenne sede vescovile (celebre la figura di San Massimo, intorno al IV secolo) ma continuò a essere poco importante nell’area piemontese.                                               Una data certa e fondamentale è il 30 giugno 1149: presso il notaio Oggero si redige un documento che attesta l’elezione dei consoli rappresentanti della popolazione del centro, è l’atto che sancisce la nascita del comune di Torino.                                     «Da tempo non precisabile, anteriore al 1034, metà del mercato torinese era nelle mani del grande monastero modenese di Nonantola, il quale possedeva inoltre “prope eodem mercato” case, orti, cortili e una cappella. Il fatto che quest’ultima – come sapremo da documenti successivi – fosse dedicata a San Silvestro, significa che, con tutta probabilità, era stata fondata almeno un secolo prima e perciò sin d’allora il monastero doveva essere giunto quasi a monopolizzare l’attività commerciale cittadina. Nel 1034 beni e diritti appartenenti a Nonantola passarono ai conti di Pombia e da essi, verisimilmente, alla famiglia marchionale torinese, la quale peraltro già in precedenza aveva manifestato interesse per l’area del mercato urbano […] Un altro importante monastero di recente fondazione, San Benigno di Fruttuaria, sin dal 1014 possiede beni non meglio precisati “in Taurino civitate, intus et foris” donatigli da illustri membri della famiglia arduinica: una porzione di essi doveva essere ubicata intorno al mercato, dove Fruttuaria apparirà in seguito in possesso della chiesa di San Benigno, già esistente nel 1080; nelle vicinanze, presso la chiesa di San Gregorio, nel 1096 possedeva beni immobili anche l’abate di San Solutore, e, da parte sua, il monastero femminile di Santa Maria di Brione, almeno dall’anno 1200, aveva una casa “in Taurinum in mercato”. Sono tessere sparse di un mosaico tutt’altro che completo, sufficiente tuttavia a dimostrare l’assiduo interessamento manifestato da grandi signori ed enti monastici (cioè, in sostanza, dai maggiori produttori di derrate alimentari) per il mercato cittadino sul quale smerciare le loro eccedenze: un segno di indiscussa vivacità commerciale e, per conseguenza, di sviluppo demografico ed economico cui, almeno dall’xi secolo, la città partecipava, non diversamente da quanto avveniva, nel medesimo periodo, nei più importanti centri dell’Italia settentrionale […] Proprio la posizione delle chiese, rimasta pressoché inalterata, permette di accertare che il mercato cittadino aveva la sua sede nell’attuale piazza Palazzo di Città, da dove si espandeva nelle piazze minori ad essa adiacenti e sui principali assi di attraversamento del centro urbano. La documentazione fornisce, per la seconda metà del XIII secolo, particolari che, almeno in parte, sono certamente retrodatabili a età anteriore. Nell’ultimo decennio del secolo davanti alle case private che delimitano la “platea fori comunis Taurini” sono sorti indebitamente “plura ruzolia” cioè veri e propri portici in muratura; a cose fatte il comune ne accetta l’esistenza purché “non possano essere chiusi”, non insistano sul suolo pubblico per uno spazio superiore a due “rasi” e mezzo (cioè circa 150 centimetri), siano sostenuti da pilastri in muratura, con un primo piano di tre “alne” (cioè circa 3 metri e 60 centimetri) e siano alti quanto basta per potervi cavalcare sotto o farvi passare un carro a pieno carico. La piazza del mercato appare pavimentata, percorsa da un canaletto (roeria) e con il perimetro segnato da una grossa trave (bordonale); una “via publica” metteva in comunicazione il “forum solatum” e la “curia grani”, cioè la vicina piazza di San Silvestro riservata al mercato delle granaglie. Un lato della via, sovrastato da archivolto, era vigilato da una torre, forse la stessa chiamata sin dal 1254 “turris de mercato”; lungo i muri, in corrispondenza di essa, stavano allineati banchi di vendita larghi due “rasi” e mezzo. Il complesso costituito dal “forum solatum” e dalla “curia grani” ha come appendice spazi riservati alla vendita della carne macellata (becharia) e delle calzature (caligaria). Quest’ultima era già divenuta insufficiente nel 1230 allorché il comune dispone l’allargamento della “via publica” o strata, “che si snoda accanto al mercato delle calzature ovvero dei negozianti di Torino”, espropriando e rimovendo i banchi di vendita (stationes) ivi disordinatamente tenuti da un gran numero di persone della città; costoro vengono indennizzati per il danno subito e hanno il permesso di ricostruire i banchi di vendita fissi raggruppandoli in un unico blocco. Essi devono essere coperti da un tetto, sostenuto dai necessari pilastri tanto alti e distanziati da consentire il passaggio di un uomo a cavallo, e la facile circolazione intorno ad essi. I negozianti possono disporne gratuitamente solo nei giorni di fiera e di mercato. Da analoghe strutture era costituita la beccheria della quale conosciamo soltanto particolari isolati. Nel 1214 viene lasciato in eredità un banco per la vendita di carne “in strata Taurino”, cioè lungo la strada centrale corrispondente all’odierna via Garibaldi; esso è costituito da un piccolo magazzino coperto (tale il significato da attribuire qui a receolum) davanti al quale è collocato il banco sovrastato da un tetto sostenuto da quattro pilastri. Simile doveva essere la banca “in becharia Taurini” di cui si ha notizia nel 1244. Al XIII secolo possono riferirsi le disposizioni statutarie che si preoccupano dell’igiene della “platea mercati rerum venalium”: a spese dei vicini essa deve essere ripulita dal letame e dal fango una volta al mese d’inverno e ogni quindici giorni d’estate; non deve essere ingombrata con carri e altri materiali, regole valevoli anche per la “strada che va da porta Segusina a porta Fibellona”. Grano e legumi, fieno, paglia e legname potevano essere esposti solo nell’apposita “piazza del grano” dove tali merci “si sono usate vendere fin dai tempi antichi”».                                                                              La lunga e preziosa citazione qui sopra è tratta dal volume: Storia di Torino – Dalla preistoria al comune medievale (a cura di Giuseppe Sergi, Einaudi, 1997).               Torino era allora un agglomerato di povere abitazioni costruite in legno con tetti di paglia, pochissime le costruzioni in muratura; si estendeva per poco meno di un chilometro quadrato e la sua popolazione non oltrepassava le 5.000 anime, assai meno di centri più importanti come Asti, Chieri e Vercelli.                                      Le vicende del centro cominciarono a mutare quando nel 1280 divenne proprietà dei conti di Savoia che ne affidarono il controllo ai cugini del ramo degli Acaia. Pur se il centro più importante era Pinerolo, Torino conobbe un periodo di crescita importante: l’ultimo dei principi d’Acaia, Ludovico (1366-1418), fondò l’Università nel 1404. Con l’estinzione degli Acaia il “Conte RossoAmedeo VIII riprese il controllo dei territori piemontesi che divennero parte integrante del neonato ducato (1416).                        Poco cambiò in termini di popolazione e urbanizzazione nel centro sabaudo (da ricordare la costruzione della chiesa del Corpus Domini e del Duomo) almeno fino al ducato di Carlo II (1486-1553 che durante i travagliati anni del suo dominio cominciò a spostare in baricentro dei suoi domini da Chambery a Torino. Ma fu suo figlio, Emanuele Filiberto “Testa di Ferro” (1528-1580), a trasferire la capitale del ducato nel piccolo ma strategico centro sulle rive della Dora il 7 febbraio 1563. E per Torino cominciò uno sviluppo che la vide finalmente diventare capitale di regno nel 1713 (Regno di Sicilia fino al 1720, dopo di cui la Sicilia venne scambiata con la Sardegna) sotto Vittorio Amedeo II (1666-1732). Prima i duchi Carlo Emanuele I e II e poi Vittorio Amedeo provvidero ad ampliare la città verso il Po e ad arricchirla di chiese ed edifici firmati dai migliori architetti del tempo: Castellamonte, Guarini, Juvarra. Pur dovendo sopportare pesanti epidemie di peste, la popolazione arriva a toccare le 50.000 anime verso la prima metà del XVIII secolo.                               Durante questo periodo le aree mercatali occupano la piazza delle Erbe, oggi l’area antistante il municipio, e la piazza del Corpus Domini; hanno cadenza settimanale e sono organizzate e controllate dalle corporazioni.                                                      Dopo la parentesi della dominazione napoleonica, importante per la costruzione del ponte che unisce la piazza Vittorio Veneto all’area precollinare su cui venne edificata la chiesa della Gran Madre (per festeggiare la restaurazione) e importante anche per la progettazione dell’attuale piazza della Repubblica, la popolazione di Torino passa in pochi anni da 80.000 a quasi 130.000 abitanti (1849). L’architetto G. Lombardi viene incaricato della realizzazione del progetto napoleonico relativo a Porta Palazzo sulla cui area, tra il 1826 e il 1837, vennero trasferiti tutti i mercati di Torino.           La tettoia dell’orologio venne edificata nella seconda metà del secolo (e ricostruita dopo il devastante incendio del 1910).                                                           Intanto Torino era diventata la capitale del Regno d’Italia (17 marzo 1861): durò soltanto circa tre anni fino a quando, tra la fine del 1864 e l’inizio del ’65, per volere dei Francesi la capitale venne trasferita a Firenze. Ci furono sollevazioni sanguinose tra la popolazione che viveva soprattutto sui bisogni della corte: dai 220.000 abitanti del ’64 si passò ai 190.000 del 1870. Torino conobbe una gravissima crisi che durò qualche decennio, periodo durante il quale la capitale sabauda dovette elaborare una differente visione di futuro: dopo le grandi fiere universali trovò nello sviluppo industriale, soprattutto automobilistico, la sua nuova identità.                                        La città abbracciò rapidamente i nuovi orizzonti: 400.000 abitanti nel 1911, 800.000 alla metà degli anni Cinquanta, un milione nel 1961.                                                Con gli impetuosi flussi immigratori, prima dalle campagne del Piemonte, poi dal Veneto e infine dal Meridione d’Italia, Torino conobbe uno sviluppo straordinario e ampliò notevolmente i suoi confini con la nascita dei nuovi borghi operai: San Paolo, Madonna di Campagna, Mirafiori, Vallette. Nel primo e nel secondo dopoguerra, per soddisfare le esigenze di questi nuovi insediamenti si sviluppano i mercati rionali; tra i primi, negli anni Venti, quello prestigioso della Crocetta.                                 Torino raggiunge l’apice dello sviluppo demografico nel 1972: 1.200.000 abitanti. Tra gli anni Settanta e i primi anni del nuovo millennio i mercati rionali conoscono il loro periodo migliore: oltre 40 sedi distribuite in ogni quartiere per quasi 8.000 esercenti, con l’offerta dei prodotti esotici sui banchi dei recenti immigrati extracomunitari: marocchini, cinesi, albanesi, romeni.                                             Dal 2005 in poi, ma soprattutto con la crisi del 2008,  anche in virtù dell’incontrollato sorgere di super e ipermercati, gli ambulanti di Torino vedono impoverire sempre più la loro influenza sul mercato.                                                                                  Oggi gli esercenti sono poco più di 5.000 di cui quasi un terzo non italiani: è un panorama sconfortante di involuzione anche, forse soprattutto, culturale che non prevede a breve alcuna inversione di tendenza, per la quale sarebbe opportuna una precisa e forte volontà politica: salvaguardare la cultura del mercato rionale a Torino dovrebbe costituire un obiettivo fondamentale, direi strategico, a carico degli amministratori della città.

 

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L’origine del mercato

L’ORIGINE DEL MERCATO

«La piazza più grande è […] interamente circondata da portici, dove ogni giorno tra compratori e venditori ci saranno più di sessantamila persone; lì vi è ogni genere di mercanzia: viveri, gioielli d’oro e d’argento, di piombo, di rame, di stagno, di pietre, di osso, di conchiglie, di chiocciole e di piume […] C’è la strada della caccia dove si vendono tutte le specie di uccelli esistenti in quella terra […] Vendono anche conigli, lepri, cervi e piccoli cani, che allevano dopo averli castrati, per nutrirsene […] C‘è la strada delle erbe dove si possono trovare tutte le radici e le piante medicinali che crescono sulla terra […] C‘è ogni tipo di verdura: cipolle, crescioni, agli, porri, ramolacci, borragine, acetoselle, cardi e gobbi; e frutti abbondantissimi di ogni specie, come ciliegie e prugne, simili a quelle di Spagna. Vendono miele d’api, e cera e miele di canna di granturco, dolcissimi come lo zucchero […] Ci sono in vendita molte varietà di filati di cotone in matassa di tutti i colori, che ricordano i mercati delle sete di Granada e che anzi li superano per quantità […] Vendono granoturco in chicchi, macinato e lavorato come pane che supera in qualità e bontà quello delle isole e della terraferma […] Insomma nei mercati di Temixtitan si vendono tutte le cose che è possibile trovare in quella terra, che sono così numerose, oltre a quelle già descritte, che per non essere noioso e perché mi è difficile ricordarle tutte, e anche perché ne ignoro i nomi, tralascio. C’è una strada per ogni tipo di mercanzia e tutti sono rispettosissimi di quest’ordine. Le cose sono vendute a misura e numero, ma, per quello che ho visto, mai a peso. In questa grande piazza c’è una sorta di palazzo della giustizia dove siedono dieci o dodici persone, giudici, che dirimono le diverse cause che riguardano il mercato, e castigano i delinquenti. Sempre nella stessa piazza è possibile vedere delle persone che si aggirano nelle diverse strade e controllano attentamente la merce in vendita e in qualche occasione sono stati visti distruggere le misure false».                                                                                                      La citazione, straordinaria, è tratta dalla seconda lettera che il conquistador spagnolo Hernàn Cortés (1485/1547) inviò al suo sovrano, l’imperatore Carlo V, nei primi mesi del 1521.                                                                                                     Ho deciso di riportare il brano di cui sopra per alcune ragioni che ritengo funzionali alla trattazione dell’argomento di questo libro.                                                                                                                                            Tralasciando la meravigliata descrizione di un mercato immenso come forse non ne aveva mai visti, il colto capitano, dopo un incontro che si può definire avvenuto tra alieni in una terra aliena, ritrova nell’esposizione e nel commercio di quelle genti così diverse le analogie con le merci e i costumi della propria terra. La visita al mercato di Tenochtitlàn (Temixtitàn è l’errata trascrizione che ne fornisce Cortés), oggi Città del Messico, allora capitale dell’impero azteco con almeno 300.000 abitanti, è la prima sortita degli spagnoli dopo lo storico incontro tra civiltà aliene dell’8 novembre 1519: ed è proprio nel mercato che le enormi diversità delle due culture sembrano annullarsi.                                                                                                                                                                                  Necessita a questo punto tornare indietro nella storia dell’evoluzione dell’uomo e mettere in risalto che l’idea di mercato nasce quando dalla fase neolitica del villaggio la comunità, cresciuta in termini di numero, diventa così complessa da richiedere l’elaborazione di un’autorità centrale forte e un efficiente apparato burocratico, militare e sacerdotale di controllo. Ovvero: l’uomo ha inventato la città, lo stato e con essi la guerra e… il mercato                                                                                           Fino alla fase del villaggio non era possibile organizzare un esercito per combattere una guerra e, allo stesso modo, non era pensabile l’idea di un mercato: zuffe e baratto costituivano i semplici schemi con i quali si confrontavano le differenti comunità. Occorre un potere centrale forte che organizzi e sia in grado di controllare e governare eserciti e mercanti per mezzo di tutte quelle complesse funzioni che la civiltà ha provveduto a elaborare durante l’evoluzione umana.                                                                                                                                                           Le testimonianze dei primi mercati risalgono agli albori delle culture mesopotamiche ed egiziane, intorno a tre millenni prima della nostra era.                                                                                                                                                  Sono poi i Greci (l’Agorà) e i Romani (il Foro) a elaborare ulteriormente il concetto di mercato: si pensi a cosa potevano essere i mercati romani ai tempi di Adriano o Traiano, quando Roma raggiungeva, e forse superava, il milione di abitanti provenienti da Europa, Asia e Africa con la sterminata offerta di prodotti di ogni genere.                                                                                                                    Il collasso dell’Impero Romano determinò un ritorno a forme di commercio quasi primitive che implicavano ancora il baratto e la sussistenza di piccole comunità abbarbicate a castelli e conventi.                                                                      Occorre arrivare al basso Medioevo, intorno al X o XI secolo con la nascita dei Comuni, per assistere all’evoluzione di un nuovo concetto di mercato: nascono in quel periodo i commerci organizzati e controllati dalle singole gilde e corporazioni, distinti dalle grandi fiere a carattere periodico e campionario, in genere allestite in occasione di importanti feste religiose o scadenze stagionali.                                                                                                 I meccanismi delle esposizioni di commercio ambulante rimangono invariati almeno fino all’età della rivoluzione industriale: lo sviluppo della classe operaria in termini di capacità, pur minima, di generare reddito determina l’incremento dei consumi e la necessità di rendere i prodotti disponibili sull’intero territorio di città e paesi.      Nella seconda metà dell’Ottocento i mercati non sono più controllati dalle singole corporazioni, si diffondono nei tessuti urbani e sono in grado di offrire una diversificazione di prodotti in genere capace di soddisfare le esigenze quotidiane della comunità sulla quale insiste: questo è il mercato rionale.                                                                      Pure se questa non è la sede opportuna, pare utile  ricordare che ogni cultura capace di raggiungere lo sviluppo di una urbanizzazione complessa, con questa ha sempre elaborato un proprio concetto di mercato: il suq (oggi va di moda la trascrizione suk) arabo e berbero, i grandi mercati sudamericani, i meravigliosi marasmi di colori, suoni e odori dei mercati africani e asiatici.

 

 

 

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Lo storico Ristorante San Giors di Torino

http://www.sangiors.it
Sono andato a trovare il mio amico Manolo Murroni al ristorante San Giors, in via Borgo Dora 3/A, angolo c.so G. Cesare. Manolo lo conosco da qualche anno, da quando operava nel suo ristorante Tatì , un piccolo gioiello in zona San Salvario. Pubblicai i suoi piatti nel mio lavoro sui peperoni (2015). E’ un cuoco che si è fatto da solo, obbedendo al suo entusiasmo e alla voglia di esplorare, migliorare, imparare. Dopo un paio d’anni trascorsi in giro per l’Europa, me lo ritrovo in uno dei locali storici di Torino, ufficialmente aperto nel 1820, ma attestato come locanda già da fine XV secolo. Inoltre, per attestare quanto è significativa la storia del San Giors, uno degli specchi delle sale porta serigrafato il marchio Bosio&Caratsch, la birra italiana più vecchia. Giacomo Bosio e Simone Caratsch aprirono la loro birreria nel 1845 in via della Consolata a Torino. Nel 1889 il birrificio fu spostato in corso Principe Oddone, 81 e, infine, il glorioso marchio cessò l’attività nel 1969.                     Rilevato da poco dall’architetta Simona Vlaic, oggi propone una cucina tradizionale rivisitata dal talento di Manolo.
Correte a gustare il suo strepitoso bollito, i suoi antipasti (eccezionale l’albese!), i tajarin delicatissimi (ragout di anatra), il suo bonet.                                              Inoltre sono da mettere in risalto il vitello tonnato, ricetta tradizionale senza maionese: diventa sorprendente se gustato con uno spicchio di arancia. L’albese è presentata con verdure crude ma soprattutto con una salsina a base di olio di anice stellata e parmigiano: assicuro sublime.
Meno equilibrati ma di gusto sorprendente gli agnolottini del plin conditi con una riduzione di vino rosso.
Infine, le salsine per il bollito, alcune delle quali (ricordo la tipica cugnà) davvero interessanti.
Ho bevuto l’Arneis Tre fije di Marrone e il Pelaverga di Burlotto, ben proposti dal maitre Massimiliano.

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Angelo Gaja

A prescindere da queste graduatorie, pur sempre gratificanti, è l’UOMO Angelo Gaja che bisognerebbe conoscere di persona.
Uomini piccoli, di piccole famiglie, non possono spremere grandi vini.

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Laura Laurencich Minelli

30707113_10214848848127424_7796377055996740642_nConobbi per caso (ma il caso non esiste) Laura Laurencich Minelli il 14 giugno 2007 a Rimini, a un suo convegno sui quipu durante la Festa dell’archeologia. Oggi apprendo che se n’è andata, in silenzio, con garbo. Eppure fu la studiosa più importante riguardo ai quipu e alla conquista del Perù, grazie ai codici da lei studiati e pubblicati di Padre Blas Valera. Studiosa scomoda di verità storiche scomode. Sono addolorato ma anche felice, perché io ho avuto la fortuna e il piacere di conoscerla e di dedicarle tempo, studi e articoli.

Pubblico questa biografia del Mic di Faenza,

http://www.micfaenza.org/it/news-dal-mic/1759-scomparsa-laura-laurencich-minelli.php

«SCOMPARSA LAURA LAURENCICH MINELLI

Domenica 8 aprile, a Bologna, si è spenta l’importante studiosa di Storia e civiltà precolombiane

Martedì 10 aprile

Il Museo si stringe al lutto di marito e figli per la scomparsa dell’importante studiosa di Storia e Civiltà Precolombiane.Ricordiamo la passione e l’entusiasmo della professoressa Laurencich, in modo particolare, in o occasione della mostra “I tessuti come scrittura. Una raccolta precolombiane del MIC“, curata in collaborazione con l’amico e allievo Antonio Guarnotta, costituita da tessuti andini che coprono un arco di tempo dal VI sec. a.C. al XVI sec. d.C. e presentando in tale occasione il curioso ma alto sistema di comunicazione-scrittura del popolo andino che, probabilmente, per la ricca produzione di  pregiatissime lane e cotoni, era basato sul filo (torsione, intreccio, ecc.), il nodo, il colore, le iconografie tessili: sistema che ha raggiunto i suoi apici nell’amministrazione dei due grandi imperi che si sono susseguiti, quello Huari-Tiahuanaco e l’Impero degli Inca: imperi che, pur appartenendo al cosiddetto Evo Antico, sono giunti fino al XVI secolo. Attraverso i  mazzi di fili annodati (quipu) e questi e altri tessuti, si possono capire molti curiosi aspetti di questo antico mondo teocratico.

Laura Laurencich Minelli è nata a Bologna; nel 1935, è dottoressa con lode (Ph) in Preistoria nella facoltà di Scienze dell’Università di Bologna, nel 1955-1957 vince la borsa di studio dell’Accademia Nazionale delle Scienze per gli studi europei di scienze americanistiche, successivamente, dal 1958 al 1963 è archeologo e antropologo presso il Museo Nazionale della Costa Rica / Università della Costa Rica. Nel 1963 vince la borsa di studio del CNR per lo studio delle lingue indigene americane all’Università di Innsbruck e  nel 1964 vince la borsa di studio del CNR per la museografia americana presso il Museo Etnografico di Göteborg.
I primo incarico accademico è come assistente in Antropologia (Istituto di Antropologia) dell’Università di Bologna dal 1965 al 1973, in seguito (1973-1986) è “professore incaricato” di Storia e civiltà precolombiane nella Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna poi, dal 1986-2005 (quando si ritira per limiti di età) è il professore titolare della cattedra di  Storia e civiltà precolombiane / Civiltà indigene d’America nella Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna. È stata membro, nel periodo 1992-2005, della Society of Doctorate Society, Regality and Priesthood (Università di Bologna, con sede a Ravenna); nel periodo 1995-2000 è il professore di Etnologia presso la Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali dell’Università di Bologna (con sede a Ravenna), infine dal 2005 era direttrice della ricerca scientifica dell’Università di Bologna.

Nel corso della sua carriera professionale ha ricoperto numerore posizioni scientifiche: 1966-1973, direttore della missione archeologica (Regione meridionale del Costa Rica) del “Ministero degli Esteri” italiano; 1979-1980, direttore della missione UNESCO presso il sito archeologico di Barra Honda (Penisola di Nicoya), Costa Rica; dal 1980, membro onorario del Museo Nazionale della Costa Rica; ha diretto, dal 1984, la sezione italiana del Corpus Antiquitatum Americanensium; dal 1984 è stata un membro attivo della UAI - Unione delle Accademie delle Scienze Internazionali; 1994-2000 è il responsabile scientifico del progetto archeologico dell’Unione europea L’arcipelago eco museo del Solentiname (Nicaragua); 1996-2001, direttore e responsabile per la ricerca archeologica Eco museo Valle de Chacas (Ancash, Perù) dell’Università di Bologna – “Ministero degli Esteri” italiano;  2001 – fino ad oggi dirige ed è responsabile scientifico dell’indagine archeo-antropologica Valle del Takesi, in Bolivia, dell’Università di Bologna – “Ministero degli Esteri Italiano”.  Ha diretto numerosi congressi e tavole rotonde nazionaliste e internazionaliste in Italia e all’estero, inoltre, ha organizzato numerose mostre in Italia e all’estero con l’intento sia di sensibilizzare al patrimonio italo-americano sia per incoraggiare l’interesse per le culture dell’America indigena.
La sua ricerca si è concentrata sullo studio e la ricerca di fonti archeologiche e antropologiche sulle culture indigene d’America, sia attraverso campi di lavoro in America Latina sia in archivi e biblioteche italiane.
I risultati possono essere suddivisi in almeno cinque tracce di ricerca: l’individuazione delle collezioni americanistiche dal XVI secolo fino ad oggi, la loro storia, l’organizzazione e le motivazioni della presenza di questi oggetti nei musei italiani dal Rinascimento al “Risorgimento” italiano (XIX secolo); individuazione di curiosi documenti inediti Gesuiti, compresi quelli che furono lasciati dai gesuiti in esilio nello Stato Pontificio, dove si rifugiarono a seguito della soppressione della Società (XVIII secolo) e i controversi documenti Miccinelli (XVII secolo) (Exsul Immeritus Blas Valera Populo Suo e Historia et Rudimenta Linguae Piruanorum) sulla conquista del Perù di Blas Valera, Anello Oliva e Antonio Cumis; individuazione e studio delle collezioni tessili precolombiane inedite e delle loro tecniche di lavoro; studio delle tecniche di lavoro e dei materiali usati per dipingere i codici mesoamericani precolombiani conservati in Italia e nello Stato del Vaticano che hanno fornito nuovi contributi sia sul significato culturale sia su tecniche e materiali delle culture antiche».

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Viti torinesi monumentali: tifose, intellettuali, vetero-comuniste.

Appena pubblicato sull’ultimo numero di Barolo & Co.

Piazza Statuto, a Torino, è considerata un luogo infausto: in epoca romana di lì verso l’attuale corso Francia, orientata a nord-ovest, vi si trovava la necropoli; nel medioevo e fino ai tempi napoleonici vi si giustiziavano i condannati e, retaggio della rivoluzione francese, vi era collocata la ghigliottina.

Ma la piazza nella sua storia è stata testimone dei moti di sollevamento popolare, repressi con grande spargimento di sangue, che furono la reazione dei torinesi alla decisione di spostare la capitale del Regno da Torino a Firenze, verso la fine del 1864.

Proprio in quell’anno la società londinese di costruzioni Italian Building Society Ltd. iniziò la realizzazione dei palazzi che attualmente circondano la piazza, su progetto dell’architetto Giuseppe Bollati. Fu appunto in seguito all’abbandono di Torino da parte della dinastia dei Savoia che gli inglesi cedettero al Comune i Palazzi e l’intero progetto della piazza che fu intitolata allo Statuto Albertino, promulgato il 4 marzo 1848 da Carlo Alberto.

Non è possibile non citare l’erezione dell’orrendo monumento in onore dei caduti durante i lavori per la galleria del Frejus, realizzata nel 1879 e le durissime manifestazioni cominciate il 7 luglio 1962 delle maestranze della Fiat che protestavano contro la UIL, rea di aver firmato un accordo separato con l’azienda.

In realtà, la piazza Statuto oggi è un posto assai godibile, con molto verde e alcune magnolie che fioriscono molto presto in primavera e donano un tocco di delicato colore: non si respira una brutta aria nella piazza, e lo posso dire io che ai racconti dei posti e delle pietre sono di particolare sensibilità.

Questa lunga introduzione soltanto per fornire ai lettori attenti un adeguato contesto di quanto circonda e aleggia attorno al portone del numero civico 13 della piazza: in quel cortile, sede della gloriosa azienda Perruquet – cinque generazioni, fondata in via San Tommaso nel 1882 da Cipriano – vi sono due esemplari di viti  (uva fragola o uva americana, uva frôla in piemontese) che spuntano dal sottosuolo e sono ormai parte integrante del palazzo che le accoglie. E’ lecito ritenere che le piante siano antecedenti al 1864, anno di costruzione dei palazzi, come sopra ho accennato.

Le piante sono monumentali: si inerpicano per un’altezza di oltre 15 metri e costituiscono un pergolato che supera i 200 mq; floridissime e ben tenute hanno fornito succo da vino fino a qualche anno fa.

Pier Carlo Perruquet, classe 1940, vera istituzione cittadina della fede juventina, mi racconta queste cose e mi racconta di suo padre Emanuele che aprì la nuova sede dell’azienda, che commercia uova, nella piazza nel dopoguerra.

Mi racconta della tessera, datata 1930, di tifoso juventino del padre e del fratello Gianni, pecora nera – meglio: granata – della famiglia, venuto al mondo nel 1933 durante un derby, vinto dalla Juventus, e a cui il padre aveva assistito: “Dottore, io il mio l’ho già fatto nove mesi fa. Adesso vado a vedere il derby! Al resto ci pensa mia moglie, io a che servo?”.

Una delle due  immense viti è associata a un glicine altrettanto notevole: l’intero cortile vive all’ombra di queste piante monumentali: io di viti ne ho viste tante, ma mai come queste e perdippiù inglobate, associate, custodite dai muri ultracentenari di una piazza gloriosa, in pieno centro di quella Città contraddittoria e affascinante che è Torino. Sono certo di una cosa: le viti sono juventine!

Un’altra vite, per certi versi ancora più straordinaria di quelle di piazza Statuto, si trova all’interno di un palazzo al numero civico 34/A di corso Marconi, a due passi dal Palazzo del Valentino e dal fiume Po.

La casa editrice-libreria Cortina e il suo amministratore attuale, Walter Barp, li conosco da molti anni e  da altrettanto tempo so dell’esistenza di questo esemplare straordinario di vite.

Esso spunta dal pavimento degli uffici – non ci sono cantine in quella parte dello stabile – buca il soffitto e va a costituire il suo pergolato al primo piano dello stabile in un appartamento che oggi è sede di una rappresentanza dei sindacati di base.

Proprio Luigi Casali, uno dei responsabili del sindacato, mi dice che di una particolare varietà di moscato bianco, uva da tavola, si tratta.

La pianta è curata con attenzioni particolari e non ha bisogno di alcun tipo di irrigazione, affondando le radici, che devono esser particolarmente estese e profonde, nel terreno alluvionale che caratterizza quel luogo vicino al  Fiume.

Walter Barp, che abita quegli uffici dagli anni Sessanta, mi dice  che la proprietaria dello stabile – ragazza del 1899, scomparsa ultranovantenne – Maria Tabasso in Picco gli raccontava che la vite gloriosa era stata piantata dal nonno. Anche qui ci troviamo a confrontarci con un esemplare che i cent’anni li ha compiuti molto tempo fa: ma questa non è una vite tifosa, questa, vivendo tra libri e sindacalisti, è senza dubbio una vite intellettuale, forse radical-chic!

E proprio Luigi Casali mi indirizza verso un’altra storia: è il numero civico di una strada piccina, zona Pellerina: via Trivero, 16.

Nei primissimi anni cinquanta, un gruppo di ex partigiani e simpatizzanti comunisti si mise in società per acquistare un piccolo terreno su cui fondare un circolo o una sede distaccata del partito; il loro capo era Dino Rebbio, partigiano, scomparso attorno alla metà degli anni novanta, la sezione era la 39: gloriosa sezione che ha fatto la storia del partito comunista a Torino.

Mi racconta queste cose la signora Stefania, che per caso ho incontrato in quella sede che oggi è stata donata alla Fondazione Piero Gobetti e la signora mi mostra con orgoglio una vite che fornisce un pergolato di 250/300 mq che regala uva nera – molto probabilmente anche questa è fragola – e ombra ai frequentatori, un poco nostalgici di un’epoca che non è più, del circolo ancora oggi attivo. Anche questo esemplare, a giudicare dalle dimensioni, è probabile che sia di molto antecedente alla fondazione del circolo: se non sono cent’anni, poco ci manca.

E anche questa vite è in uno stato di conservazione invidiabile. Vite per certo operaia metalmeccanica e vetero-comunista fuor di dubbio!

Ho voluto raccontare tre storie che riguardano esemplari di viti cittadine che sono testimoni di fatti, di tradizioni, di uomini, di imprese straordinarie: perché la Vite non è una semplice pianta, è Storia, è Cultura, è trasmissione di Civiltà.

 

 

 

 

 

 

 

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Il Cari vino raro delle Colline Torinesi

Ne parla Giovanni Battista Croce per la prima volta in un testo, oggi abbastanza conosciuto, pubblicato nel 1606: lo cita come “Cario” e lo elogia come vino delicato, dolce, buono …che meglio dir si potria caro per la bontà sua. Era costui un milanese di cui si conosce poco: nato intorno alla metà del XVI secolo e morto intorno al 1616; orafo e architetto al servizio del duca Emanuele Filiberto, possedeva una vigna sulla collina torinese e vi attendeva con grande cura e competenza, essendo anche un esperto di orti e giardini. Di questo volume ne possiedo due copie: quella qui riprodotta è un’edizione anastatica abbastanza rara, pubblicata nel 1970 dall’editore torinese Ruggero Aprile e con un’introduzione di grande interesse scritta da Ada Peyrot. Nel 2000 ne venne pubblicata un’edizione a cura dell’Enoteca del Piemonte, con prefazione di  Pier Domenico Garrone.

Parlo del Cari perché è il vino che ho scelto per realizzare un lavoro che andrà a illustrare la locandina del convegno  ”Strade reali e vini dei Re” che si svolgerà presso la Palazzina di Caccia di Stupinigi il 25 settembre prossimo. In quell’occasione avrà luogo una mia mostra, completa delle installazioni in cristallo (Tavolvino e scacchiera), presso le scuderie della magnifica Palazzina. Questa manifestazione è stata ideata e voluta dall’attuale Commissario Straordinario del Parco di Stupinigi, Dr. Roberto Saini e avrà il patrocinio della Regione Piemonte e della Provincia di Torino con la collaborazione dell’Associazione “Strada reale dei vini piemontesi” e la presenza il suo Presidente, Dr. Francesco Balbiano.

http://www.vincenzoreda.it/stupinigi-25-settembre-2010-strade-reali-e-vini-dei-re/

Dal momento che io non dipingo mai con un vino che non ho prima bevuto, ho avuto modo di abbinare questo vino dolce e delicato, di colore rubino scarico, con dei fichi d’India: bevuto fresco, si sposa in maniera eccellente con questi frutti. Il Cari è un vino di difficile reperibilità che si spreme da uve Pelaverga di Pagno – il Pelaverga di Saluzzo che nulla ha da spartire con l’omonimo vitigno di Verduno, né con il rarissimo Peilavert del Canavese.


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