FESTIVAL COLLINE D’ARTE, Parco Quarelli, 8 settembre 2019

«C’è un territorio in Piemonte alla sinistra del triangolo d’oro della Langa – Alba, Barolo, Barbaresco – chiamato Alta Langa … sono tra i luoghi selvatici più naturali rimasti nella nostra regione sotto i 1.000 metri: il bosco ceduo collinare. 

La I° Edizione del FESTIVAL COLLINE d’ARTE al Parco Quarelli porta in kermesse nella giornata di Domenica 8 Settembre l’eccellenza del territorio ALTA LANGA VALLE BORMIDA scegliendo il più evocativo dei parchi d’arte numerosi in questo territorio. Realizzato da Marianna Giordano, industriale in pensione, e aperto tutto i giorni gratuitamente, per la comunità, il Parco Quarelli è certo il protagonista del Festival, sculture ed allestimenti prestigiosi di forte impatto emotivo. 

Quindi … è terra di una produzione agricola con una lunga storia, una ricchezza di varietà enogastronomiche. In Alta Langa ogni vallata ha una tradizione e il fermento culturale ha creato innovazione. Un esempio tra tutti: il Tartufo Bianco e il Metodo Classico Alta Langa. I partner enogastronomici, le aziende, le cantine che presenteranno il meglio del territorio nella passeggiata enogastronomica ed artistica “il Bello e il Buono” e per la cena – spettacolo “Alta Langa in abito da Sera” ci sono : Azienda Agricola Buganza, Borgo Maragliano, Tenuta Antica.

L’Agenzia CRU ha sempre promosso nei suoi eventi artisti residenti in Piemonte, provenienti da tutto il mondo, molti formatesi a Torino, altri che hanno scelto questa splendida regione per vivere. D’altronde questa è la storia della mia vita: da Torino all’Alta Langa e ho avuto il piacere di costituire un trait d’union tra le eccellenze enogastronomiche e l’eccellente produzione artistica della nostra capitale nell’ambiente delle arti performative e della musica»

Silvia con Aragorn Molinar

Aragorn Molinar con Silvia Galliano di Borgo Maragliano

 

 

Queste sono le parole di Aragorn Emrys Silvio jr. Molinar, Direttore artistico e ideatore con Marianna Giordano dell’evento.

 

 

 

 

 

 

 

Lo staff è composto da:Paolo Romano, Erica Alice, Matteo Pranzini, mszlab; Pietro Ramunno, IMPRESSO Srl; Aragorn Emrys Silvio jr. Molinar, Fiammetta Lari, Agenzia CRU; Loretta Verzegnassi, LANGAMYLOVE; Anna Fila Robattino, CASTELLOTTODIPAN; Claudio Gallo, MONFERRATODAVEDERE; Marianna Giordano, B&B QUARELLI; Vincenzo Reda, artista e scrittore.

PROGRAMMA

Partenza Navette: h 11:00 – sino alle h 12:00 con relativa accoglienza in area B&B Quarelli

Apertura Festival: h 12:30 Ingresso 10 € concalice di vino ACQUI ROSE’ DOCG e apribouche Ingresso Ridotto: 5 € per bambini sotto i 13 anni

Intrattenimento in Corte Quarelli

Passeggiata enogastronomica ed artistica il Bello e il Buono

Attraverso un sentiero segnalato per un percorso ad anello per 4 Postazioni. Per ogni postazione una offertaenogastronomica, un gruppo espositivo tra i più suggestivi, uno spettacolo di circo contemporaneo.

Per chi vuole gustare  tutte le offerte enogastronomiche del percorso: Menu Completo Pranzo: 30 €.

A richiesta opzionale per gli ospiti verranno attivati percorsi guidati al costo di 5 € a persona 

- Guida Artistica ed Enogastronomica: condotta dallo scrittore e artista Vincenzo Reda per conoscere e capire i prodotti del territorio e i vini presentati nelle postazioni, con una critica attenta e acuta delle sculture e delle installazioni del Parco.

- Guida Storica ed Artistica: condotta dalla Guida Turistica Claudio Gallo di MONFERRATODAVEDERE, con la visita alla Torre romanica di Vengore, presentazione del contesto storico e culturale del territorio e dell’ambiente e delle opere del Parco, con una guida alle installazioni artistiche fuori dal circuito.

- Guida Naturalistica ed Esperienziale: condotta dalla Omeopata e Naturalista Anna Fila RobattinoCASTELLOTTODIPAN, per una comprensione dei diversi habitat del parco, il riconoscimento delle erbe spontanee officinali e alimentari, e suggestive esperienze di immersione nella Natura.

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* La passeggiata “il Bello e il Buono” dura indicativamente 3 h
(di cui 2 h per i pasti e gli spettacoli e 1 h per il percorso)
* Se guidata dura indicativamente 4 h
(di cui 2 per i pasti e gli spettacoli e 1 h per il percorso, 1 h per la guida)

Pomeriggio in Corte Quarelli: 

- I prodotti enogastronomici del territorio e dei partner in vendita e degustazione a cura LangaMyLove; – Arte e artigianato originale con stand interattivi.
- Area chill out.

Dalle 17:00

- Intrattenimento con flash mob di danza e circo contemporaneo con musica originale dal vivo e concerto di Nabil Hamai;

- Brevi escursioni alle opere e agli ambienti offerte dalle guide del Festival per una durata di circa 30 min; – Ristoro con Punto Green.

I° Rientro: Navette a partire dalle 17:30 sino alle 18:30

Allestimento Cena – Spettacolo Cena – Spettacolo: h 19:30 Costo 40 € a persona

- La Cena “l’Alta Langa in abito da Sera” a 4 portate con Cabaret degli artisti del Festival coniuga i prodotti del territorio per una cena servita di alto livello a cura del catering mszlab. Nel classico stile: un calice – intrattenimento – portata.

Concerto: h 22:00 Condivisione in Loop Fine Concerto: h 22:30

II° Rientro: Navette a partire dalle 22:30 sino alle 23:30 Chiusura Festival: h 24:00

 

Passeggiata Enogastronomica ed Artistica  “Il Bello e il Buono”

David Tranquilli

David Tranquilli

 1 Postazione

OPERE: The End of the Beginning di Adrian Tranquilli – Senza titolo di Riccardo Cordero – Light a Star di Enrica Borghi
Agnolotti d’Asino al sugo d’arrosto BOTTEGA DEL GUSTO
Barbera Superiore Gerbole BUGANZA

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2 Postazione

OPERE: Sutura e Forma di Salvatore Astore
Succhi ed infusi corroboranti a cura CASTELLOTTODIPAN Green food a cura TENUTA ANTICA
Fabrizio Solinas in performance

Ciro Vitale

Ciro Vitale

3 Postazione

OPERE: You’ll never get to me di Adrian Tranquilli – Bouvet Island di Stefano Cagol – Libri Combusti di Ciro Vitale – Scultura 5 di Pierluigi Calignano
Battuta al coltello di Fassona CARNI VALLE BELBO
Barolo BUGANZA
Fiammetta Lari in performance 

Xu Zhongmin

Xu Zhongmin

4 Postazione

OPERE: NGC 6543 di Alfredo Aceto – Egg Shape n°2 di Xu Zhongmin – The Prayer di A. C. Andre Tanama – Cocoon 03 di Donna Ong
Mousse e Torta di Nocciola con Croccante ROBBA DUSSA
Chardonnay Met. Martinotti oppure Moscato d’Asti La Caliera BORGO MARAGLIANO
Raffaele Riggio in performance

Artisti:
- Nabil Hamai https://www.youtube.com/watch?v=CLv_1GdRCjE
- Rio Ballerani https://www.youtube.com/watch?v=70YCNpFp_0E
- Massimiliano Semenzato https://www.youtube.com/watch?v=6AVx51iAuHA

- Fiammetta Lari https://www.youtube.com/watch?v=JKPGXkn1iqc
- Fabrizio Solinas https://www.youtube.com/watch?v=oyJl7YIkKw8
- Valentina Padellini https://www.youtube.com/watch?v=7BcUc4-gTSU
- Raffaele Riggio https://www.youtube.com/watch?v=E2O1-uStxpU

 

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Borgo Maragliano, Loazzolo, Alta Langa Astigiana, Piedmont (Italy)

Borgo Maragliano, Loazzolo (At), Piemonte - Tel. 0144 87132

www.borgomaragliano.com

«Le vigne di Loazzolo sono difficili ed erte così che proprio qui ho avvertito parlare la terra, attraverso le vigne al cielo; noi ne beviamo il vino e ci avviciniamo agli dei». Non potevo non cominciare un mio intervento a proposito di un vignaiolo di Loazzolo senza citare Luigi Veronelli: è un articolo de L’Espresso del 10 aprile 1989. Fu proprio Gino che, pochi anni prima, aveva incoraggiato Giancarlo Scaglione (Forteto della Luja) a credere nel tradizionale Moscato vendemmia Tardiva degli erti colli di Loazzolo. Scaglione immediatamente coinvolse il suo amico Giuseppe Galliano, viticoltore da molte generazioni in Loazzolo e nacque così la storia gloriosa della minuscola Doc Loazzolo Vendemmia Tardiva, istituita ufficialmente nel 1992. Non sono più di 30 ha (su circa 200 coltivati a Moscato) con una produzione di non oltre 20.000 bottiglie (da 375 cl.) per sei produttori (scarsi). Ho visitato Borgo Maragliano sabato 17 agosto scorso con Aragorn Molinar nell’ambito del progetto del festival di Parco Quarelli dell’8 settembre prossimo. Carlo Galliano e sua moglie Silvia Galliano Quirico ci hanno accompagnati prima in cantina e poi nella stupenda, panoramica sala di degustazione, a conoscere la loro lunga storia e i loro eccellenti prodotti. Non entro qui nel merito delle mie valutazioni organolettiche, ma la qualità dei loro Metodo Classico, sia da Pinot Noir sia da Chardonnay, sta ai vertici della Doc Alta Langa e, dunque, ai vertici della produzione italiana di vini spumanti. Cito il notevolissimo “Dogma” (Pinot in purezza, pas dosé, 36 mesi sui lieviti) e il classico “Giuseppe Galliano” (80% Pinot, 20% Chardonnay, con prima vendemmia nel 1989…). Mi riservo di ritornare con maggior dettaglio a occuparmi di questa magnifica realtà (40 ha per circa 400.000 bottiglie).

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Parco Quarelli, more

Domenica 8 settembre 2019 avrà luogo una manifestazione del tutto peculiare che avrà la presunzione di sintetizzare in una sola giornata i valori paesaggistici e enogastronomici dell’Alta Langa inserendoli nel contesto del Parco d’Arte Quarelli in Roccaverano, il più alto comune della provincia piemontese di Asti. Il Parco Quarelli nasce dal sogno di due imprenditori torinesi, marito e moglie, con la passione del paesaggio e dell’arte. Già editori di successo, acquistano su consiglio di un giovane sacerdote alcuni terreni boschivi con casali in stato di abbandono: Roccaverano è uno di quei paesi spopolato dallo sviluppo industriale, con conseguente e incontrollata inurbazione: passa da circa 2000 abitanti dell’immediato dopoguerra ai 400 scarsi attuali. La loro passione artistica li invoglia a sognare una galleria a cielo aperto in cui le opere e le installazioni artistiche possano vivere in simbiosi con i colori, i profumi e le luci dei boschi e delle radure che la Natura ha saputo mettere a disposizione delle umane cure. E così, nell’arco di qualche decennio, si concretizza il sogno di creare un parco che ospita una sessantina di opere di artisti internazionali, differenti per ispirazione, materiali, ossessioni, suggestioni. Sono presenti opere straordinarie di Luigi Mainolfi, Bruno Munari, David Tranquilli,  Francesco Lupo, Xu Zhongmin, Ciro Vitale, Johannes Pfeiffer, Ciro Vitale, Ronald Ventura… Aggirarsi tra questi boschi, inebriati dei loro profumi e luci e colori, e poi imbambolarsi all’improvviso al cospetto di un’installazione che inquieta, che rasserena, che induce a riflettere (non c’è, volutamente, unità artistica: qui si privilegia la diversità, la mutevolezza, la disomogeneità dell’arte, metafora della Vita): queste sono le suggestioni uniche che si provano percorrendo i sentieri del Parco Quarelli, il sogno di due persone straordinarie regalato a chi a queste faccende è sensibile.

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Ristorante Birilli, Torino

https://www.foodandcompany.com/ristorante-birilli/
Da Birilli ero stato diverse volte appena aperto, molti anni fa e mi ero trovato sempre abbastanza bene. Il Birilli è stato, nel 1991, il primo investimento nel campo della ristorazione di Piero Chiambretti (che conosco fin da quando eravamo giovani di belle speranze e lavoravamo insieme a Radio ABC Italiana). Quando ho scelto questo posto per il pranzo di ferragosto 2019 non nascondo che qualche timore lo avevo. Invece ho trovato dei miglioramenti: tutti i piatti cucinati e presentati in maniera più che accettabile. Eccellente lo zabaione (il nostro insuperabile sambajun), come le pesche e la crema di piselli con baccalà. Buono il sottofiletto e corretto il vitello tonnato. Ci abbiamo bevuto un impeccabile Nebbiolo rosa (non si trova facilmente e tra i vini rosa quello di Nebbiolo rappresenta, secondo me, l’eccellenza). Ho poi concluso il pranzo con un bicchiere di sorprendente Lugana. Abbiamo speso 40 € a testa e merita di ritornarci, magari durante la settimana. Il ristorante è ubicato nella prima precollina torinese, sulla destra orografica del Po.

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Il Duomo di Orvieto

Orvieto è oggi una città con circa 20.000 abitanti, situata sopra uno sperone di tufo a circa 300 mslm. E’ un comune umbro in provincia di Terni. L’insediamento umano è antichissimo e la città fu una delle più importanti e potenti in epoca etrusca: conobbe il suo apogeo tra il VI e il IV secolo avanti Cristo. Distrutta dai Romani, fu vita via conquistata da Goti, Bizantini e Longobardi. Divenne libero comune intorno al XIII secolo. L’edificazione del Duomo di Orvieto, dedicato a Santa Maria dell’Assunta, fu iniziata nel 1290 e terminata verso la fine del XVI secolo. Vi hanno lavorato decine e decine di architetti, scultori e pittori. In queste immagini alcune immagini descrittive e alcuni particolari suggestivi. Ho cercato di descrivere il fascino che colpisce il visitatore al confronto degli spazi, della luce e degli affreschi. Le Cappelle laterali di San Brizio e del Corporale contengono tesori del Beato Angelico, di Benozzo Gozzoli, di Luca Signorelli, dell’Orcagna (autore anche del celebre rosone della facciata).Queste mie brevi note e le immagini hanno soltanto la pretesa (ottimistica) di invogliare qualche curioso/a a approfondire altrimenti il tema.

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La cucina di Fortunata

Abbiamo passato una settimana a Cirò Marina, mia moglie e io: per una settimana, quasi senza eccezioni, abbiamo avuto la buona sorte di essere ospiti alla tavola di mia cugina Fortunata, cuoca straordinaria di cui ho già trattato nei miei libri.

Sposò, ormai sono passati tanti anni (e in mezzo ci sono ben cinque figli e  di già un nipotino, Antonio), Totonno arrivando da Cirò Superiore e da una tradizione cucinaria montanara più che di mare. Ma la casa di Antonio (Totonno è il diminutivo dialettale) è proprio di fronte al mare, da cui soltanto una strada la separa. Oggi il vecchio lido sabbioso è diventato un bel porto, ma le barche arrivano sempre al mattino dopo la notte passata a pescare. Antonio è figlio e parente di famiglie di pescatori che furono tra le fondatrici di questo paesone (quasi 20.000 abitanti), nato nel 1952 da una costola della vecchia e sovrastante Cirò. E Fortunata a cucinare il pesce ha imparato in maniera magnifica. E pesce qui vuol dire pesce di ogni genere, spesse volte qualità che molti altri nemmeno conoscono: qui non si mangiano le solite e banali orate, spigole (quasi sempre d’allevamento) e aragoste. Questi sono i posti della nobilissima Sardella (o Rosamarina), crema di bianchetto mescolato con peperoncino rosso in polvere, del pesce spada, del pesce azzurro, del tonno, delle sarde….

Strepitosa la frittata di bianchetto con polvere di peperoncino (moderatamente piccante): soltanto olio, bianchetto e peperoncino e non so come riesca a farla stare insieme. Così come le triglie fritte con l’onnipresente peperone verde e rotondo appena appena piccante: una delizia! E le pastelle di gattuccio, le alici ripiene (!), le delicatissime fritture varie, la pasta con ragout di pesce spada…

Chiaro che avendo una materia prima di assoluta freschezza (spesso pescata poche ore prima da parenti), cucinare è più facile. Ma Fortunata ha una varietà di preparazioni e di pesce che è certo inusuale e riesce a prepararla in molte maniere diverse, anche se qui sono prevalenti ricette assai saporose e di particolare tipicità.

A proposito di freschezza, ho sperimentato personalmente gamberetti mangiati crudi di cui si può succhiare la testa e che ha una delicatissima nota dolciastra: faccenda per davvero rara….

Per parte mia, oltre a metterci occhi, naso e palato, ho provveduto ai vini: esclusivamente Cirò eccellenti di Du Cropio (Beppe Ippolito), Caparra & Siciliani (Giansalvatore Caparra) Iuzzolini (Pasquale Iuzzolini), ‘A Vita (Francesco De Franco)….

Purtroppo, non è un ristorante che posso consigliare: peccato per voi!

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Hotel Il Gabbiano, Cirò Marina, Crotone, South Italy

http://www.gabbiano-hotel.it

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Some postcards from Sila, the biggest plateau in Europe (Calabria, South Italy)

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Parco d’arte Quarelli, Roccaverano (Piedmont, Italy)

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Cucina Ligure, Barolo & Co 2/2019

http://www.vincenzoreda.it/ristorante-e-locanda-di-cucco-finale-ligure/

Che la nostra bella Italia sia una Nazione, prima che un Paese, di peculiari caratteristiche è un fatto per certo acquisito e si potrebbe sostenere addirittura enfatizzato, forse più del dovuto. Caratteristiche uniche, come succede sempre, grazie alla posizione geografica e, per logica conseguenza, alla sua storia. Queste ovvie considerazioni introduttive sono ancora più valide se il campo d’interesse si restringe alle nostre tradizioni alimentari. Sappiamo che una ricetta tradizionale rappresenta la sintesi del territorio che l’ha resa possibile e territorio significa, appunto, geografia e storia. L’Italia è una penisola con quasi 7.500 km di coste posta al centro del Mediterraneo, con la testa in Europa e i piedi in Africa. Malgrado questo enorme sviluppo costiero, quasi tutti i piatti tradizionali italiani sono da considerarsi continentali, con poche eccezioni. Non è un caso che su 10 ristoranti che quest’anno possono fregiarsi delle chimeriche (io direi meglio: famigerate) Trestellemichelin, soltanto uno, il più recente, si può definire un locale di tradizione costiera. E non sono moltissimi i ristoranti di mare onorati dalle oltre 360 stelle italiane della benedetta guida. Aggiungerei, inoltre, che in genere la qualità della cucina offerta sulle nostre belle coste è in genere abbastanza banale e poco rispettosa delle tradizioni delle marinerie locali. Con poche, e meno male notevolissime, eccezioni. Tra queste non troviamo, a mio avviso, la Liguria che, ossequiosa della Nazione di cui è parte importante, ha elaborato una tradizione che rappresenta il suo entroterra montagnoso meglio che i suoi oltre 300 chilometri di magnifica costa. Questa piccola regione, che disegna un arco sottile schiacciato tra mare e montagne incombenti, oggi vive una stagione turistica non proprio florida a causa di scelte storiche sbagliate (aver incoraggiato soprattutto la pessima mania delle “seconde case”): è una regione con circa 1,5 milioni di abitanti, assai vecchia come età media, con infrastrutture inadeguate che non ne valorizzano la bellezza ammaliatrice dei suoi innumerabili paesi, monumenti, paesaggi. A queste desolanti considerazioni occorre aggiungere il pessimo carattere dei suoi abitanti: i liguri, in genere, sono poco ospitali e poco disponibili verso “gli Altri”, quali che siano. Forse la loro storia travagliata li ha forgiati così non certo a caso.                                                                                     Da buon torinese, seppure d’adozione, sono innamorato della Liguria e la conosco assai bene, da Ventimiglia a Lerici; dovendo però scegliere un posto da eleggere a mio preferito, pur con difficoltà, sceglierei il Finalese. E dovendo trattare di cucina ligure tradizionale – escludendo locali costieri dediti a turisti che perlopiù sgranocchiano unti fritti misti, orate e branzini di dubbia provenienza, onnipresenti polpi sciatti e banali – ho scelto un locale situato nell’entroterra di Finale Ligure, nel suo borgo posto più in alto: San Bernardino. E l’ho scelto dopo un’accurata ricerca e, soprattutto, dopo una conversazione telefonica con la signora Tiziana: la sua inaspettata gentilezza e disponibilità mi hanno conquistato e, come di solito mi succede quando ragiono poco e mi fido dell’istinto, non ho sbagliato. Devo aggiungere che un motivo importante che mi guidato in questa scelta è dovuto al non trascurabile particolare che il ristorante offre alcune confortevoli camere per godere un dopo pasto privo di preoccupazioni varie e eventuali.                                               La ristorazione italiana più importante, e largamente più diffusa, è a base familiare per diversi motivi: storici, culturali e, fatto non trascurabile, sopravvivenza economica…

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I miei classici nudi in b/n degli anni Ottanta

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Anni Ottanta Body-art

Questi scatti fanno parte di alcune ricerche che conducevo tra la fine dei Settanta e l’inizio degli Ottanta. La sequenza a colori è la rivisitazione dell’assassinio di Marat: il bagno è costituito da un monoblocco in plastica firmato da un famoso architetto (di cui non ricordo il nome). L’opera fu esposta a La Spezia per una rassegna biennale e pubblicata sul catalogo. Gli altri due scatti, ispirati tecnicamente a Newton, furono effettuati in una splendida casa nel quartiere Crocetta, a Torino. Per il colore usai una Hasselblad con un 50 mm; il b/n fu realizzato con una Nikon F2 e un 20 mm. con pellicola a alta sensibilità, da me sviluppata e stampata ad hoc.

 

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I nuovi vini della Cantina Brigante di Enzo Sestito

Oggi mi sono arrivati i vini di Enzo Brigante Sestito da Cirò Superiore. Ne parlerò diffusamente perché sono vini eccellenti prodotti da un piccolo vignaiolo appassionato e competente da vigne che abitano le colline che dominano la vecchia Cirò, il paese della mia famiglia materna.
Ne parlai già qualche anno fa:
http://www.vincenzoreda.it/ciro-brigante-un-cerchio-che-si…/

Comincio con il nuovissimo rosa ZeroGaglioppo in purezza senza solfiti aggiunti, senza lieviti selezionati e non filtrato; oggi questi vini va di gran moda chiamarli “Naturali“, anche se non può esistere il “vino naturale”. Comunque, questo vino rosa (solo acciaio, 14% vol., 2018) di Enzo è come al solito un bel vino, secco profumato, complesso, persistente. Altrettanto eccellente il Cirò rosso Zero da uve Gaglioppo (14%vol, 2018), vino che al naso e al palato racconta senza mezzi termini i frutti da cui è stato spremuto. Ricordo che l’etichetta Zero è stata premiata all’ultimo Vinitaly e comunque tutte le etichette di questo produttore sono contraddistinte da elegante semplicità.

Phemina è il Cirò bianco di Enzo Brigante Sestito, un vino di delicatezza assoluta, profumi erbacei di macchia mediterranea, leggermente abboccato ma con una persistenza amarognola lunghissima. 13% vol., 2018, 80% Greco biancoe 20% Chardonnay per un vino che è davvero femminile. Mi ha fatto pensare alla femminilità leggera e coinvolgente delle ragazze vietnamite: né sexy né sensuale ma straordinariamente femminile. L’ho accompagnato con le cozze alla tarantina, meravigliose ma troppo forti per questo vino delicato e elegante. L’ho meglio gustato con semplicissime patate silane bollite, condite con olio ligure, rosmarino e sale rosa (che mi piace soltanto per questioni meramente estetiche): fantastico! Certo che con il delicatissimo bianchetto sotto aceto (arrivato fresco fresco dalle mani calabre e prodigiose di mia cugina Fortunata), condito con l’olio ligure di Paolo Colombo, questo bianco regala il suo meglio. Attenzione, non esistono piatti poveri (espressione sciatta e deprecabile quasi come “street food“), i piatti sono di tradizione o semplicemente semplici: pochi, selezionatissimi ingredienti per esaltare il godimento del gusto.

Ecco altri suggerimenti per gustare il rosa di Enzo Sestito: risotto agli asparagi e insalata di fragole al limone accompagnati dal delizioso Cirò rosato Manyarì (13%vol., uve Gaglioppo in purezza). Garantisco deliziosi e sorprendenti risultati sia per l’olfatto (i profumi sono formidabili) sia per il palato. Un’altra bella proposta per le giornate più calde: preparate una bella insalata di frutta di stagione, finitela con zucchero, succo di limone e un po’ d’acqua. Aspettate che fermenti un paio di giorni e poi gustatela con un bel bicchiere di Manyarì. Dopo aggiungete 1/2 dose del succo della macedonia al rosato e gustatevi questo semplice e delizioso cocktail fruttato e poco alcolico.
Il grande Kingsley Amis sarebbe orgoglioso di me.

I vini Brigante sono complicati da trovare perché la cantina di Enzo è piccola e fuori mano (Cirò Superiore, Crotone). Ma io, soltanto per amici davvero interessati, posso essere utile (in maniera disinteressata: io il vino lo bevo e lo scrivo ma certo non lo commercio).

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I miei dipinti a olio su tavola

Io sono famoso per essere il pittore che dipinge con il vino (fin dal 1993, prima mostra a Capo Liveri, Isola d’Elba, nel 1998), eppure a me piace anche usare tecniche classiche come olio o acquarello. Questi tre lavori sono del 2002  e sono olio su tavola e non su tela. Il più scuro è in formato 20×30 cm, gli altri due 35×50. Li ho esposti una volta soltanto e non sono incorniciati.

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Lo storico Ristorante San Giors di Torino

http://www.sangiors.it
Sono andato a trovare il mio amico Manolo Murroni al ristorante San Giors, in via Borgo Dora 3/A, angolo c.so G. Cesare. Manolo lo conosco da qualche anno, da quando operava nel suo ristorante Tatì , un piccolo gioiello in zona San Salvario. Pubblicai i suoi piatti nel mio lavoro sui peperoni (2015). E’ un cuoco che si è fatto da solo, obbedendo al suo entusiasmo e alla voglia di esplorare, migliorare, imparare. Dopo un paio d’anni trascorsi in giro per l’Europa, me lo ritrovo in uno dei locali storici di Torino, ufficialmente aperto nel 1820, ma attestato come locanda già da fine XV secolo. Inoltre, per attestare quanto è significativa la storia del San Giors, uno degli specchi delle sale porta serigrafato il marchio Bosio&Caratsch, la birra italiana più vecchia. Giacomo Bosio e Simone Caratsch aprirono la loro birreria nel 1845 in via della Consolata a Torino. Nel 1889 il birrificio fu spostato in corso Principe Oddone, 81 e, infine, il glorioso marchio cessò l’attività nel 1969.                     Rilevato da poco dall’architetta Simona Vlaic, oggi propone una cucina tradizionale rivisitata dal talento di Manolo.
Correte a gustare il suo strepitoso bollito, i suoi antipasti (eccezionale l’albese!), i tajarin delicatissimi (ragout di anatra), il suo bonet.                                              Inoltre sono da mettere in risalto il vitello tonnato, ricetta tradizionale senza maionese: diventa sorprendente se gustato con uno spicchio di arancia. L’albese è presentata con verdure crude ma soprattutto con una salsina a base di olio di anice stellata e parmigiano: assicuro sublime.
Meno equilibrati ma di gusto sorprendente gli agnolottini del plin conditi con una riduzione di vino rosso.
Infine, le salsine per il bollito, alcune delle quali (ricordo la tipica cugnà) davvero interessanti.
Ho bevuto l’Arneis Tre fije di Marrone e il Pelaverga di Burlotto, ben proposti dal maitre Massimiliano.

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Tatì by Manolo Chef in Turin

http://www.ristorantetati.it/

Manolo Chef, fino a quando non ho accettato il suo cortese invito, era una di quelle amicizie virtuali che si incontrano sui social network. Però aveva qualcosa che mi ispirava e io, quando sono così saggio da seguire le mie sensazioni ingiustificate dal punto di vista del ragionamento, non sbaglio mai.

Sono andato a trovarlo, servendomi della metropolitana, un giorno luminoso di fine ottobre. Zona San Salvario, via Bidone è una traversa di via Nizza, dirimpetto alla stazione di Porta Nuova. Già dall’impatto esterno si comprende che il locale dev’essere particolare.

E particolare lo è: nella saletta di accoglienza, nella sala principale (non più di 20 coperti), nella deliziosa salettina laterale (10/12 coperti). Arredato con gusto, tinte calde, tovagliati semplici come le posate, sedie e tavolini ma di sobria eleganza; luce soffusa e musica di sottofondo al giusto volume.

Conosco Manolo Chef, finalmente. Di origini sarde – Iglesias – con alberghiero frequentato a Alghero. Capita a Torino, forse per amore: la fanciulla sparisce, l’amore per la Città (e chi può dubitarne) rimane.

Dopo varie esperienze – soprattutto un periodo proficuo da Querio, in via Cernaia – circa due anni fa si decide a aprire, con la compagna Tatiana (diminutivo Tati, francesizzato con la “i” accentata: ecco l’origine del nome del locale) che cura le questioni amministrative, questo bel ristorante.

Manolo Murroni è un trentenne con una grande passione per la cucina che ha imparato “rubando”, come si dovrebbe fare sempre, qui e là, da questo e da quello i piatti, il mestiere, i piccoli trucchi, le malizie. E poi, pare ovvio, ci ha messo molto del suo: santa materia prima (scelta con cura e rispettata al massimo grado), preparazioni cucinarie semplici, ricerca ossessiva degli accostamenti con sempre una interpretazione e una lettura personale di ogni piatto.

Ho gustato un eccellente cocktail solido a base di Inzolia siciliano, fico d’India, ananas, arancia e limone; una battuta di fassona con uovo di quaglia, uvetta di Corinto e miele di tiglio; coniglio grigio con nocciole nostre sopra una salsa – quella che si chiama volgarmente “letto” – a base di datterini e cipolla di Tropea; poi uno strepitoso ragout di cinghiale con spaghetti di Gragnano (cottura come si deve) e dei gustosissimi agnolotti di grano saraceno ripieni di carne e insaporiti con burro chiarificato, noci, speck e erba cipollina.  I dolci, sempre a cura di Manolo, sono deliziosi (soprattutto un certo suo torrone liquido) e poi non ho fotografato un fuori programma che forse è, nella sua estrema semplicità, la preparazione migliore che ho gustato: stracotto di guanciale di vitello al Barbaresco. Senza parole: bisogna provarlo.

Abbiamo bevuto un Cabernet Sauvignon di Marilena Barbera (Menfi, Agrigento): La Vota 2008, eccellente! E assai curata la carta dei vini con una scelta che abbraccia l’Italia intera, pur con prevalenza piemontese: segnalo i vini dei miei amici Marrone di La Morra.

Chiaro che lo consiglio con grande convinzione! Anche se non ci andate a nome mio, sarete per certo trattati con grande professionalità accompagnata da una palpabile passione e un piacevole, misurato, entusiasmo: mica poco (i prezzi sono assolutamente in linea con le aspettative, 40/50 € senza esagerare con i vini).

Per i contatti e ogni ulteriore informazione, il link del sito qui sopra.

Salute!

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La mia Sindone profana

Questo lavoro l’ho concepito e eseguito nel 1998 su un tovagliato di cotone di fine ’800 formato 220×110 cm. circa. E’ un occhio/bicchiere speculare, dipinto lasciando colare il vino sulla stoffa piegata a metà e lasciando per diffusione capillare macchiare il tessuto sottostante: così ho realizzato l’effetto speculare.

Il vino è un Colorino toscano vinificato nel ’97 in purezza per le Cantine Corna da Claudio Gori; la piccola macchia scura in mezzo è il mio sangue autentico: firma che più mia non può essere.

Si intitola: “S’intona Sidone con Sindona?”. Quando ho immaginato questo lavoro è ovvio che pensavo (con tutto il rispetto dovuto, fuori da ogni dubbio) al Sacro Lenzuolo – The Holy Shroud – ma volevo comporre uno scherzo/riflessione dada sulla tradizione che lega sangue-vino-coppa-tessuto. Era il 1998, e a Torino si esponeva la Sacra Sindone. Quest’anno la Reliquia, che per me ha un fascino speciale – che poco o punto ha a che vedere, almeno direttamente, con le credenze cristiane – viene di nuovo esposta.

Il mio lavoro è in India, ma mi piacerebbe di riportarlo a Torino. E’ stato esposto al pubblico soltanto 3 o 4 volte e mai capito per quel che io l’ho concepito (ma questo è un fatto non insolito).

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Le proposte di Alex, un’artigiano di genio

 

Nel gennaio del 1976 inaugurai la mia prima mostra fotografica presso la sede del Set Club, allora una delle prime associazioni culturali in Torino. Venne a vedere la mia mostra l’artista Plinio Martelli con la moglie Titti Garelli, allora illustratrice presso un’agenzia pubblicitaria. Nacque un rapporto intenso e, tramite loro due, conobbi  Mariano Lofaso Gay, allora geniale art-director di una delle più importanti agenzie pubblicitarie italiane. Diventammo amici per la pelle, pur litigando ogni giorno. Assistente di fiducia di Mariano era un giovanotto tutto fatto a modo suo, forse un tantino snob ma capace di risolvere qualsiasi problema pratico si presentasse: Alex Chiarva. Con Mariano decidemmo, verso la metà del 1980, di metterci in proprio con uno studio pubblicitario: Mariano art geniale e io fotografo di ricerca e artista. Andammo in vacanza insieme, sul Gargano. Al ritorno, un brutto sabato (era il 13 settembre di quell’anno) Mariano scomparve causa un incidente incredibile con la sua maledetta moto Ducati, che io avevo sempre odiata. Fu così che Alex sostituì il povero Mariano e fondammo, con un’altra socia, lo studio pubblicitario Stage snc. Furono anni straordinari, conditi di difficoltà, speranze, successi, delusioni finanziarie. Poi le nostre strade si divisero. Potrei scrivere un intero libro su quei tempi, cancellando tutto il resto (molto di buono e anche parecchio di sgradevole); però ricordo un favoloso viaggio on the road in Francia nell’agosto del 1981: eravamo quattro geni sciagurati e fu davvero memorabile. Alex lo ritrovai molti anni dopo, di ritorno a Torino dopo una serie di vicende inenarrabili che lo segnarono non poco ma che non ne intaccarono il talento né quell’atteggiamento adolescenziale verso i fatti della vita che lo aveva sempre caratterizzato. Oggi è ritornato ai suoi talenti e credetemi in queste faccende è unico, fidatevi del mio giudizio.

Lascio la parola a lui, se a qualcuno interessasse contattarlo può fare riferimento direttamente a me.

«Questo hobby, che man mano vorrebbe diventare attività, nasce da un profondo amore per i legni, per le essenze e le forme naturali.

Nasce dalla ricerca in vecchie segherie, dove ancora si trovano tronchi stagionati magari anche 15 anni.

Nasce nel rovistare in vecchi magazzini o mercatini alla ricerca di apparenti inutilità che, con un po’ di fantasia e manualità, tornano a prender vita trasformandosi in oggetti e complementi d’arredo.

E poi il riciclo: pallets, parti meccaniche o un vecchio baule ricoperto per decenni di orribili pitture che, con estrema pazienza, è stato sottoposto a inenarrabili torture a base di soda caustica e brasature col cannello ossidrico per rivelarne tutta la bellezza della vecchia lamiera con cui era rivestito.

Il reinventare mobili standard, magari di Ikea, che amo trasformare in qualcosa di meno consueto.

Ma alla base di tutto c’è la progettazione, il miscelare il vecchio con il nuovo, il ricercare nuove utilizzazioni, mantenendo le forme naturali delle tavole solo scortecciate o rese “materiche” grazie alla spazzolatura.

Tutte le lavorazioni sono assolutamente artigianali e oltre la metà degli interventi sono realizzati manualmente, con vecchi metodi imparati dai nonni.

È un gioco appassionante pregno di odor di resine e olii naturali, ma anche di tecnologie avanzate come le resine epossidiche per proteggere i top per il bagno dall’umidità o l’illuminazione con led policromi programmabili per le retroilluminazioni».

 

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I miei vini Bag in box di Vinchio Vaglio-Serra

http://www.vincenzoreda.it/apologia-del-vino-bag-in-box/

Nel maggio del 2013 avevo scritto un piccolo articolo sulla mia personale scoperta del vino confezionato nel nuovo packaging del Bag in box. Allora avevo acquistato una Barbera della cooperativa Vinchio Vaglio-Serra nella confezione da 10 litri. Ne ero stato colpito soprattutto dal rapporto qualità/prezzo e avevo consigliato di provare questo nuovo tipo di confezione. A distanza di sei anni devo confermare quelle mie prime impressioni: oggi consumo Nebbiolo, Barbera, Grignolino e Chardonnay nelle confezioni da 3 litri, sempre della medesima cooperativa che garantisce una buona qualità per un prezzo ottimo (più o meno 10 € per i 3 litri, a seconda del vino e del punto vendita scelto). Il trend è in costante crescita: oggi siamo intorno al 10% annuo anche se i volumi globali non superano il 3% del totale. Negli Usa e nei paesi del nord Europa hanno numeri ben più importanti che, comunque, certificano anche per noi un’indicazione forte per il prossimo futuro. Per un single o un consumatore di vino occasionale questo tipo di confezione è una garanzia per la conservazione delle caratteristiche organolettiche del prodotto. Personalmente preferisco i vini di Vinchio Vaglio-Serra (offre una quindicina di differenti tipologie in confezioni da 3 e 10 litri), nata nell’Alto Monferrato (patria della migliore Barbera d’Asti) nel 1959 dall’idea di 18 soci originari. Oggi i soci sono 185 con oltre 400 ha di vigneti e una qualità che garantisce i consumatori senza tema di smentita, quale che sia il vino o la confezione scelta.

https://www.vinchio.com/it/azienda/

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Il Baratuciat di Giuliano Bosio

Quella vecchia vite, con la sua pergola che perdeva sempre un sacco di foglie che disordinavano il bel giardino, dava un sacco di fastidio alla Signora. Fu così che, Giorgio Falca (la vite era un fossile della vigna di famiglia), decise di tagliarla ma, prima, interessò un vivaista per ricavarne e conservarne alcune barbatelle. Giorgio Falca, oggi scomparso, lasciò quelle barbatelle in eredità al suo amico Giuliano Bosio. Nel 2004 questi decise rimettere in ordine tre dei 14 ettari che la sua famiglia aveva lasciati incolti fin dagli anni Sessanta, e dunque riconvertì i magnifici terreni morenici – esposti a sud, sopra una terrazza a circa 450 mslm all’imbocco della Val di Susa, nel comune di Almese – in vigneto, frutteto e oliveto. Da quelle barbatelle, circa una decina di anni fa, vennero piantati due piccoli vigneti per un totale di circa 1/3 di ettaro (una “giornata” piemontese) da cui Giuliano vinificò lo scomparso autoctono Baratuciat; è un vitigno a bacca bianca, vigoroso, di media maturazione che fruttifica grappoli di media densità con gli acini color ambra. Oggi ne ricava poche centinaia di bottiglie per un bianco di caratteristiche organolettiche uniche e che ha chiamato Gesia Veja. Vino di profumi delicati che riportano a fiori e frutti bianchi con note balsamiche, giusta acidità, palato complesso e persistenza straordinaria. Il Baratuciat è prodotto da un paio di altri viticultori ma a breve nuovi vignaioli si cimenteranno con questo piccolo portento. Giuliano Bosio produce anche altri vini assai interessanti: il La Goja, un Syrah in purezza rosso e rosato; il rosso Le Mute, da uve autoctone Avanà al 40% e Bequét per il restante 60%; e infine il rosso Invigna da uve Chatus (è il Nebbiolo di Dronero che in Val Susa si chiama Brunetta e nel Pinerolese è conosciuto come Neiret). Sono tutti vini di estremo interesse, prodotti con la supervisione dell’Università di Torino in circa un unico ettaro che Giuliano cura con una passione che descrivere sarebbe comunque riduttivo. Di grandissimo pregio l’olio che produce da poche decine di viti (Leccino toscano e Peranzana pugliese): acidità quasi nulla con profumi e gusti delicatissimi che fanno invidia ai celebratissimi olii liguri e gardesani. Pare ovvio che questo genere di produzioni, più che di nicchia, hanno prezzi che non sono certo da GDO: i numeri sono soltanto per appassionati e conoscitori in grado di apprezzarli al meglio. Cos’altro posso dire se non invitare chi mi segue a fare una visita a Giuliano Bosio, chiamando prima e disponendo l’animo al giusto rispetto di un posto, ricordo, sorvegliato e protetto dalla severa dirimpettaia: la Sacra di San Michele.

bosio.giuliano10@gmail.com

http://www.baratuciat.com/index.htm

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Cucina romana tradizionale

Racconterò quattro specialità che rappresentano la tradizione romana senza alcun dubbio di sorta: Carbonara, Abbacchio, Saltimbocca e Carciofi alla giudia.                                 Secondo quanto di più verosimile si racconta (le versioni sono tanto numerose almeno quanto le differenti variazioni della ricetta…), gli spaghetti alla Carbonara videro la luce in un certo giorno del 1944, in una trattoria di via della Scrofa, due passi da Palazzo Madama e San Luigi dei Francesi. Si racconta che un gruppo di soldati americani chiese a un cuoco romano di preparare qualcosa con il loro bacon e fu così che con qualche rosso d’uovo, pepe nero, pecorino e spaghetti nacque l’archetipo di uno dei primi piatti più celebrati della nostra cucina. Non sto a entrare nel merito di quale sia la ricetta ortodossa: come ogni piatto tradizionale, le variazioni sul tema sono innumerevoli e ognuno ne vanta la primogenitura e l’ortodossia. Le diatribe sul fatto che sia il guanciale e non la pancetta affumicata il suo classico ingrediente sono infinite e ancora irrisolte; assai personale è il numero di rossi d’uovo per ogni piatto; sì pepe, no pepe; spolverata di pecorino o pecorino in abbondanza; spaghetti o bucatini… Personalmente preferisco i bucatini, tanto pepe nero, poco pecorino e mi piace che le uova formino una crema quasi liquida. Se la tradizione della Carbonara è una faccenda abbastanza recente, quando parliamo dell’Abbacchio andiamo indietro di secoli se non di millenni. Degli allevamenti di ovini trattano già Varrone e Columella uno o due secoli prima di Cristo, quando Roma è ancora una piccola città repubblicana, molto aggressiva e che ha già spostato i suoi domini in Africa. L’abbacchio è il piccolo della pecora non ancora svezzato, l’etimo è incerto ma si può ritenere verosimile la sua ascendenza al temine latino “ad baculum”, ossia (vicino) al bastone (del pastore).                                                                                 Il tradizionale Abbacchio alla romana è una preparazione assai semplice: un agnellino di 5/6 settimane con la sua carne saporita e ricca di grassi delicati viene macellato e, in tranci relativamente piccoli, messo in padella con olio, sale, pepe e aglio. Alcuni usano marinarne le carni nel vino per una notte intera, i più mettono la carne in padella senza alcuna marinatura; ancora: alcuni sostengono che sia sufficiente la cottura in padella, altri invece ripassano in forno per rifinire al meglio la cottura. Ma è il bagnetto di acciughe dissalate, pestate e mescolate con aceto a identificare l’Abbacchio alla Romana: viene aggiunto, con rametti di rosmarino (alcuni usano anche foglie di salvia), al termine della cottura, prima dell’impiattamento. È assai diffuso unire in cottura delle patate tagliate a spicchio che ne costituiscono il classico contorno. Anche a questo proposito c’è chi sostiene che le patate debbono essere cotte a parte e chi come contorno preferisce i Carciofi alla giudia.                                                                                                               Procedendo nel segno delle tradizioni romane più tipiche e ovunque apprezzate e conosciute, non si può non parlare dei Saltimbocca. L’origine della ricetta è probabilmente nordica (qualcuno parla di Lombardia o Svizzera meridionale), comunque oggi quando si parla di Saltimbocca non si può non pensare: “alla romana”. Il piatto è di preparazione assai semplice e veloce: si tratta di scaloppine di noce di vitello battute sottili su cui si mettono una fetta di prosciutto crudo e una foglia di salvia unite alla carne con uno stuzzicadente. Le fettine vengono leggermente infarinate e messe in padella con olio e un poco di burro. Alcuni le sfumano con vino bianco, altri preferiscono il Marsala. Vengono impiattate con il condimento della salsina creata dall’olio, dal burro e dai residui del vino. Per finire, non posso esimermi dal citare i Carciofi alla giudia.                                    Cynara scolymus è il nome scientifico del carciofo, originario della Sicilia dove fu domesticato intorno all’era cristiana (prima Greci e Romani conoscevano e utilizzavano specie selvatiche); il termine italiano ha etimo arabo. I romani, e in tutto il Lazio, usano la cultivar (termine tecnico che indica una particolare varietà) detta Mammola romana, coltivata tra Ladispoli e Civitavecchia, si distingue per l’assenza di spine e la forma arrotondata delle foglie, è inoltre di consistenza più delicata dei normali carciofi. La preparazione è apparentemente semplice, perché si tratta di carciofi leggermente marinati con succo di limone e fritti in olio caldo in verticale, poggiati sulle foglie allargate. In verità per una preparazione come si deve, una volta che i carciofi sono cotti al dente, bisogna toglierli dalla padella, asciugarli con carta assorbente e tuffarli in olio bollente per 3/4 minuti. Dovrebbero poi essere spruzzati con acqua fredda, asciugati e serviti caldissimi, in genere due per persona. La ricetta ha origini rinascimentali nel ghetto ebraico di Roma.

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Driving Arturo Merzario’s Ferrari on Tazio Nuvolari Circuit (Pavia, Italy)

On March Saturday 29, 2014.

This was an amazing experience! Half a day of full immersion in the world of GT car racing on the Tazio Nuvolari circuit near Pavia (south of Milano).

I was “In pista con Arturo Merzario“, the formula 1 driver of the 70s,  who is now running its own racing pilot academy together with Paolo Meroni.

Last Saturday under sunny weather conditions together with other 14 drivers I got the chance to sit in a Ferrari 360 F1 GT3 and get a ride on the race track. With the help of Arturo and his team I could enjoy the motoring pleasure, Power of a V8, paddle-shift transmission direct derived from Ferrari Formula 1 cars that made me grinning until now and for the next days.

Beside the experience on the track I also enjoyed the Italian food and wine as well as city sighting in Pavia!

The good news is this is an experience at an affordable price. With 200 € you can get a ride (2 laps) as passenger and with 300 you can seat at the steering wheel with the instructor sitting beside you. Anyway there are many combinations possible and Arturo is very flexible.

 

Further information can be found directly on the web site: www.inpistaconarturo.it

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A new wine art work is going to born…


Ho finalmente ripreso a dipingere.
Sto usando un Syrah siciliano assai particolare.
La tecnica che uso è la mia solita, la più complicata: stendere il vino direttamente sul foglio (questo è un Fabriano 50% cotone da 300 gr a grana fine, formato 50×70 cm) e aspettare che il vino penetri nelle fibre, regolandone l’intensità con la gradazione della sua quantità. Per ottenere dei toni più intensi, ne ho messo un poco in un piattino e ho atteso qualche giorno che evaporassero alcol e acqua e ricavarne in maniera naturale l’estratto secco denso di coloranti (polifenoli antociani) che mi serviranno allo scopo. Per completare il quadro servono almeno 12/15 gg.
Ovvio che ho provveduto a gustarne qualche bicchiere….

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Ristorante e Locanda di Cucco, Finale Ligure

Cucco, Locanda e Ristorante, si trova in via Marco Polo a San Bernardino di Finale Ligure (019 691267 - www.ristorantecucco.it). Il cuoco è un giovane trentenne, nipote del fondatore e si chiama Paolo Colombo. Nei giorni scorsi ci ha deliziati con specialità tradizionali. Abbiamo dormito in una delle tre camere sopra il ristorante in una posizione panoramica mozzafiato. Tengo a rilevare la gentilezza e la disponibilità di Paolo e della sua mamma, la signora Tiziana.                                                                                                                                  La storia di questo locale è di particolare interesse e non certo banale. Un ex partigiano della Divisione Garibaldi, Giovanni Colombo, nome di battaglia “Cucco”, nel primo dopoguerra soleva invitare gli ex commilitoni nella sua vecchia casa, posta in uno splendido poggio panoramico a San Bernardino, tra gli olivi, l’orto e i coltivi di famiglia; in cucina sempre la moglie Iole e le ricette soprattutto quelle a base delle erbe e degli animali della macchia mediterranea: pesce poco o punto. Poi, cucina oggi e cucina domani sempre al meglio, quella consolidata abitudine divenne una piccola locanda per 20/30 affezionati clienti e menu fisso. Andò per il meglio fino alla fine degli Ottanta, quando in pochi mesi un tragico destino portò via Iole e sua figlia. A quel punto il figlio maschio Sergio subentrò al vecchio comandante partigiano e avviò la ristrutturazione della casa avita allargando gli interni e costruendo un magnifico pergolato con vista su Finale. Anche la cucina evolve e compaiono i primi piatti di pesce: siamo nei primi Novanta e all’esplosione del turismo nel finalese. Paolo, figlio di Sergio, dopo la frequenza dell’Istituto Alberghiero di Finale subentra al papà intorno al 2010 e effettua l’ultima ristrutturazione del locale a cui vengono aggiunte le camere della locanda pochi anni dopo. Oggi il ristorante offre un centinaio di coperti in un ambiente arredato con semplice e luminosa eleganza e propone una cucina in cui tradizione e attente rivisitazioni convivono con una scelta di materie prime di qualità che rispettano e esaltano il territorio.                                                                                                                                                                        Dovendo sintetizzare la cucina ligure tradizionale, partirei da due erbe aromatiche annuali di lontanissime origini orientali: Basilico (Ocimum basilicum) e Borragine (Borago officinalis). Paolo mi ha proposto le sue trofie al pesto: Basilico di Albenga, pinoli, aglio piemontese, Pecorino romano, un poco di Grana padano e olio degli olivi di famiglia con pasta fresca. Con il ripieno di sola Borragine ho gustato i tradizionali agnolotti conditi con un delicato ragout di manzo tagliato a coltello, stracotto a fuoco lento con vino rosso e rifinito con pinoli.  Una ricetta non semplice da trovare è la Buridda. Nasce come una classica zuppa di stoccafisso e si può gustare, come tutte le zuppe di pesce italiane, preparata con le più differenti tipologie di fauna marina. Quella di Paolo, imparata dalla nonna materna, è a base di seppie e totani soffritti e poi cotti in brodo insaporito con pinoli, origano, rosmarino, maggiorana, timo e alloro. Due fette di pane raffermo completano un piatto sensazionale. Non posso non citare il celebre e delizioso Brandacujun (stoccafisso e patate con olio e prezzemolo “brandate”, ovvero mescolate a lungo da chi non sa fare altro…). Ancora un piatto non semplice da trovare, anche questo imparato dalle nonne, sono le lumache che Paolo prepara prima soffritte e poi annegate nel vino bianco e finite con un croccante pesto di frutta secca: le ho trovate davvero eccellenti. Eccellente il coniglio alla ligure (in padella con olive taggiasche); una classica focaccia, la Panissa (farina di ceci trattata come polenta); un inarrivabile tortino di acciughe con patate, pinoli, olive e prezzemolo e, per finire, magnifici tagliolini freschi con ragout di polpo e scampi. Bevuto ottimi vini liguri: Ormeasco, Pigato, Vermentino, Ciliegiolo.                                                                                                                       Più che un consiglio, per gli amici che apprezzano questo genere di piaceri della vita.

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Postcards from Finale Ligure (North-west Italy)

Ho passato a Finale Ligure qualche giorno della prima metà di agosto 2014.

E’ stato un periodo tranquillo e felice in cui ho avuto modo di riscoprire un posto che conoscevo bene e avevo frequentato, anche d’inverno, tanti anni fa. E’ un bel posto Finale: un posto in cui si sta bene.

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