ENOTECA da E. M. HEMINGWAY: vini liquori distillati e altro

Il confronto col ber vino non è così lontano come potrebbe parere. Il vino è uno dei maggiori segni di civiltà nel mondo e una delle cose naturali del mondo portata alla massima perfezione, e offre un  maggior campo di gioia e apprezzamento di qualunque altra cosa puramente sensoriale che si possa acquistare. Si può passar tutta la vita con grande gioia a studiare i vini e a perseguire l’educazione del proprio palato, e via via il palato diventa più educato e capace di apprezzamento e si accresce continuamente la gioia e l’apprezzamento del vino anche se magari si indeboliscono i reni, incomincia a dolere l’alluce e a irrigidirsi le giunture delle dita fino a che, proprio quando lo si ama di più, il vino viene assolutamente vietato. Proprio l’occhio, che all’inizio è unicamente un sano strumento, diventa capace, anche quando non è più così forte ed è indebolito e logorato dagli abusi, di continuare a trasmettere al cervello una maggior gioia in virtù dell’esperienza e dell’abilità a vedere che ha acquistato. Tutti i nostri corpi si consumano in un modo o nell’altro e si muore, e io preferirei avere un palato che mi dia la gioia di godere pienamente un Château Margaux o un Haut Brion, anche se gli eccessi a cui mi sono abbandonato per conseguirlo mi hanno procurato un fegato che non mi consente di bere Richelbourg o Corton o Chambertin, piuttosto che avere i ferrei intestini della mia fanciullezza quando tutti i vini rossi mi riuscivano amari tranne il Porto, e il bere consisteva nel processo di buttar giù abbastanza roba da sentirsi eroici. Naturalmente si tratta di evitare di dover rinunciare completamente al vino proprio come, con l’occhio, si tratta di evitare di diventar cieco. Ma in tutte queste cose ha gran parte la fortuna, e nessuno può evitare la morte con questi sforzi, o sapere a quale uso può reggere una parte del suo corpo finchè non l’ha provato.

(……)una persona a misura che cresce la sua esperienza e la sua educazione sensoriale può derivare dal vino gioia sempre maggiore, come la gioia di un uomo davanti alle corride può aumentare fino a diventare una delle sue maggiori infatuazioni, e tuttavia una persona che beve – che non gusta o assaggia, ma beve – il vino per la prima volta sa, anche se non gli importa di gustarlo o di essere in grado di gustarlo, se il vino gli piace o no, e se va o non va bene per lei. Per il vino, la maggior parte della gente all’inizio preferisce uve dolci, Sauternes, Graves, Barsac e vini frizzanti, come champagne non troppo secco e Borgogna frizzante, a causa delle loro qualità pittoresche, mentre più tardi li darebbe tutti per un campione leggero ma ricco e buono di Grand Crus di Médoc, anche se è in bottiglia semplice, senz’etichetta, polvere né ragnatele, senza nulla di pittoresco, e soltanto la sua genuinità e finezza e il suo corpo leggero sulla lingua, fresco in bocca e caldo appena bevuto.”

E’, questa sopra, una bella pagina che Ernest Miller Hemingway, americano di Oak Park, regione dei Grandi Laghi, dedica al vino in quell’opera di scrittura affascinante e astrusa che è “Morte nel pomeriggio”.

Volume pubblicato nel 1932 a oltre trent’anni d’età, già ricco e famoso sia come scrittore sia come personaggio.

Nato il 21 lug1io 1899 da ottima famiglia borghese, era stato accolto come un eroe al ritorno dalla sua partecipazione volontaria e breve, seppur fortunata, alla Grande Guerra sul fronte italiano. Ferito, decorato per atto di eroico coraggio, curato da un nugolo di crocerossine americane a Milano ( c’erano più infermiere che infermi americani), innamorato corrisposto da una di loro: per questo bel figuro, ragazzo del ‘99, a vent’anni la vita non si prospettava poi malaccio. Oltretutto, l’esperienza della Grande Guerra in Italia gli aveva fatto mettere da parte un bel po’ di materiale per opere successive.

Non mi è mai piaciuto Hemingway: e tutti a dirmi, ma come? a uno come te che ama Melville e Conrad e Stevenson e London e Fante non piace Hemingway! ma se neanche lo conosci.

Sempre risposto: non ho bisogno di conoscerlo, per quel poco che ho letto, non mi piace, non mi racconta niente di interessante, non mi ci ritrovo.

E infine stufo, ho deciso di leggere tutto o quasi quello che il grande Ernest ha scritto ( non ho avuto il coraggio e  il masochismo di spolparmi “Per chi suona la campana”).

Ebbene? Hemingway continua a non piacermi: un buon scrittore di racconti, un bel racconto lungo ( “Il vecchio e il mare”, del 1952, suo ultimo romanzo pubblicato in vita); un’opera sorprendente, ma che è in sostanza una sorta di saggio autobiografico sul mondo delle corride: “Morte nel pomeriggio”; eppoi niente d’altro di interessante, dal mio punto di vista, va per inteso.

Partiamo da “Fiesta”, suo primo romanzo e immediato successo, del 1926: un librino esile che letto e riletto oggi non lascia nulla, se non l’odore di alcol, di svagato sesso, di noia: che sono gli ingredienti del suo successo negli anni venti: “La generazione perduta”. Mah.

Pubblicò successivamente “Addio alle armi”, decoroso ma diseguale e rozzamente autobiografico (1929); “Verdi colline d’Africa”(1935), un papocchio insignificante sulle cacce grosse di annoiati borghesi, anche questo autobiografico fino all’inverosimile; “Avere e non avere” (1937), una sorta di unione di tre racconti che hanno l’unica attrattiva di puzzare di ottimo rum rurale diluito a volte con cola, più spesso con nafta e sangue.

“I quarantanove racconti”  è una raccolta che Hemingway dà alle stampe nel 1938, insieme alla commedia “La quinta colonna”. Certo, alcuni racconti di questa raccolta, scritti nell’arco di una decina d’anni, sono più che buoni: ma il tutto è sopravvalutato, a cominciare dalla famosa tecnica di scrittura che Hemingway elaborò. Una scrittura scarna, priva quasi di aggettivi, poco descrittiva. Il punto è che a me non è mai piaciuta quella che io chiamo mancanza di ritmo, e non soltanto.

Alcuni di questi racconti sono celeberrimi, con fortunate riduzioni cinematografiche e tutto il resto: ai mie lettori consiglio “Vino dello Wyoming”.

Pubblica ancora “Per chi suona la campana” nel 1940, “Di là dal fiume e tra gli alberi”, secondo me il suo peggior lavoro, nel 1950 e, infine, “Il vecchio e il mare”, pubblicato su Life : 5.318.650  copie che vengono esaurite in 48 ore e che rendono nel 1952 Ernest Miller Hemingway una star internazionale, da quel momento in poi inseguito ovunque da turbe di ammiratori, ammiratrici, giornalisti, opportunisti, uomini politici di ogni fazione, fisco…..

Nel 1954, in gennaio, durante un ennesimo safari in Africa, gli capita l’ennesimo incidente, questa volta quasi mortale. Lo danno per morto, se la cava, gli conferiscono il Nobel – ho sempre pensato che gli Accademici di Svezia, in occasione delle riunioni nelle quali decidere il conferimento dei nobel per la letteratura, profittassero per alzare il gomito (certo vinacci da supermercato) o per sperimentare qualche nuovo allucinogeno, alcaloide o roba sintetica – che non ritira di persona perché a pezzi da qualche parte. In quel benedetto anno io nasco, per inciso, e lui comincia irrimediabilmente a morire: il fisico devastato dai mille incidenti della sua vita di coraggioso, generoso e maldestro ( aveva cominciato a piantarsi un pezzo di legno in gola a sette o otto anni), la mente annebbiata dagli abusi alcolici di ogni tipo, dalle ormai inefficaci medicine e, per ultimi ma certo non meno devastanti, dagli elettroshock che gli azzerano la prodigiosa memoria.

Ernest Miller Hemingway riesce, dopo ripetuti tentativi sventati dalla quarta moglie, a piantarsi due pallottole di fucile in testa all’alba del 2 luglio 1961, nella sua casa di Ketchum (Idaho).

Suo padre s’era sparato un colpo di pistola in testa una trentina d’anni prima.

Hemingway, quattro mogli e tre figli, era un americanone grande e grosso, generoso, coraggioso, forse spaccone, pieno di sé, un poco balbuziente, malaccorto e maldestro, uno scrittore famoso per i suoi incredibili errori grammaticali eppure capace di una grande applicazione, di un metodo ferreo: comunque uno scrittore tragico i cui libri puzzano, tutti, di morte.

Il suo miglior romanzo è stata la sua vita: è questa che esce e entra in tutti i suoi lavori, quelli buoni e quelli brutti e che esalano tutti, invero, un insopprimibile profumo di alcol. C’è tutto l’alcol dell’universo dentro gli scritti di Hemingway, un alcol quotidiano, abituale, ritmico, mai rituale o mitico. A partire da Fiesta, si beve a ogni ora, ogni cosa, qualunque abbinamento, roba buona, anche ottima e roba semplice, spesso scadente: è importante che si beva e non poco, per favore. E mi pare che ogni suo titolo abbia una propria devozione alcolica: il vino di “Addio alle armi”, il rum di “Avere e non avere”, brandy e gin in “Fiesta”, champagne dentro quel brutto “Oltre il fiume e tra gli alberi”.

Nel “Il vecchio e il mare” niente alcol, solo sapore di sale, di umido, di ostinazione, di sconfitta, di morte.

Io non amo Hemingway, ma anch’egli qualche cosa me l’ha regalata.

(Il brano riprodotto è tratto dall’edizione Mondadori, collana I Meridiani: “Ernest Hemingway Romanzi” a cura e con traduzione di Fernanda Pivano, che consiglio vivamente a chiunque volesse conoscere o conoscere meglio l’opera di Hemingway. Ricordo che Fernanda Pivano ebbe modo di frequentare lo scrittore e fu da lui non soltanto assai stimata, ma anche coccolata e viziata, per certo fra i suoi traduttori prediletti – Fernanda era da giovane una gran bella ragazza, oltre che una grandissima esperta di letteratura nordamericana.).

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Barbera Del Monferrato, Cantine Valpane 1994

Non mi piace granché parlare – altri direbbe recensire- di vini in particolare: io non sono un giornalista e non so occuparmi di cronaca e recensioni. A me piacciono le storie, ho bisogno di tempo; ho bisogno che un qualche strato di polvere si depositi sulle cose di cui m’interessa parlare, o scrivere. Bene o male che ciò possa essere giudicato: “tat tvam asi”, io sono questo, per dirla alla maniera hindu, in sanscrito.

Ma di questo vino mi necessita parlare, anche perché ne saranno rimaste più o meno una decina di bottiglie e che io ne scriva significa commercialmente poca cosa.

Mi è stato chiesto di fare un quadro con questo vino: un dipinto dedicato a una fanciulla nata proprio in quell’anno; quasi a perpetuare quella buona abitudine che usava in tempi passati di mettere da parte un certo numero di bottiglie, che potessero accompagnare i momenti migliori della vita futura del nascituro.

Il vino, lo conosco bene, esce dalle vigne del mio amico Pietro Arditi: ho usato molte volte i suoi vini, direi meglio le sue Barbera, per i miei quadri. Il fatto è che Pietro, a Ozzano Monferrato, ha la fortuna e la capacità di fare delle Barbera che tanto mi piacciono; Barbera dal grande corpo, di struttura e alcol importanti e gusto pulito, con un colore sempre rubino carico.

Il ’94 ricordo certamente d’averla bevuta e per certo mi è piaciuta: il punto è che per dipingere con un vino io, quel vino, debbo per necessità berlo, e mi deve anche piacere. Faccenda complicata per una Barbera di 14 anni….

L’ho aperta che sono tre o quattro giorni: bevuto un sorso, subito mi ha stupito; nel colore: granato, certo, ma ancora con riflessi di rubino, limpido, carico; naso schietto della famosa pietra focaia, senza le opulenze di cuoio e pelli di animali varii, intenso, fine, armonico; alla lingua, franco, leggermente secco, buona persistenza, corpo ottimo, una buona acidità. Sorprendente!

Ne bevo oggi, dopo alcuni giorni con la bottiglia appena scolmata alla spalla:

oggi mi colpiscono l’armonia, la persistenza e una certa secca e schietta eleganza: non un Barolo né un Barbaresco, ma un vino più secco, un poco più acido e direi di grande finezza. E molto, molto persistente, la caratteristica che più mi piace in un vino.

Che Barbera, Pietro: alla salute della piccola Eleonora, nata in quell’anno, sotto il segno dell’acquario.

Ci dipingerò un bicchiere-simbolo: le tre lettere – A,U,M – della sillaba-preghiera “OM”, capovolte, che quasi sembrano uno strano bicchiere. Quando sarà pronto, vedrò di riprodurlo in coda a questo piccolo scritto. Finalmente, eccolo (più altri 2):

Canone inverso 2006

Canone inverso 2005

Bicchiere "OM" dipinto con Barbera Cantine Valpane 1994

Barbera Cantine Valpane 1994

bicchiere dipinto con "Canone Inverso" Cantine Valpane 2006

Canone inverso 2005

Vincenzo Reda

Ottobre 2008

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Conversazioni con Federico Zeri

senza-titolo-12“- Si ritiene ateo?

- No, l’ateismo è una forma di religione. Mi ritengo agnostico. Credo in un modo non ufficiale. Ho scoperto la natura della mia posizione, molto tempo dopo aver raggiunto un determinato punto di vista. Ciò in cui credo era già stato espresso nel tredicesimo secolo da un certo Amaury De Ben: sono un amauricense. Costui era un filosofo francese che venne mandato al rogo e i suoi scritti distrutti. Sappiamo di lui qualcosa attraverso i seguaci. Egli sosteneva che tutta la materia è intelligente ed eterna. Io credo che  la materia sia eterna; la materia è il Dio Padre dei cristiani, non ha principio né fine, non si distrugge né si crea: E’ pervasa da una intelligenza intima che è lo Spirito Santo dei cristiani. Tale Spirito Santo o intelligenza spinge la materia ad aggregarsi secondo modi sempre più complessi. Il più complesso di tutti è la mente dell’uomo che consente alla materia di riconoscere sé stessa. Tutti gli uomini sono figli di Dio, tutta la materia è divina ed eterna. non credo a redentori, o cose simili. La legge morale è andare d’accordo con il mondo circostante. Sia ben chiaro, questo non è panteismo.

[...] – Non si è mai posto il problema della morte?

- La morte è semplicemente un aspetto della vita. Come si viene al mondo così si scompare; ma poiché siamo fatti di una materia eterna come è l’intelligenza, ritorniamo al punto dal quale siamo venuti. Io non ho nessuna paura di morire. Del resto finché siamo vivi, la morte non esiste; il giorno in cui saremo morti non esisteremo più noi. Quindi è inutile porsi il problema. Quanto alle religioni rivelate e ai loro dei punitivi, mi sembra sintomatico che nei Dieci Comandamenti dettati sul Sinai, ce ne siano due contro la sessualità e uno solo contro l’omocidio…..” .

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Greetings from Turin: Portapalazzo, the largest market in Europe

http://www.vincenzoreda.it/porta-palazzo-il-mercato-piu-grande-deuropa/

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Kamasutra di Vatsyayana

kamasutraParte Quinta (Capitolo V)

Dell’amore degli uomini potenti per le mogli degli altri

I re e i loro ministri non possono entrare nelle dimore di altri, e come se non bastasse il loro modo di vivere è costantemente tenuto d’occhio, giudicato e limitato dal popolo nel suo complesso, esattamente come accade tra gli animali i quali, vedendo il sole sorgere, si destano con esso, e quando l’altro cala la sera, a sua somiglianza si coricano. Coloro che godono di autorità non dovrebbero pertanto commettere, in pubblico, atti riprovevoli, in quanto contraddittori con la loro posizione e che sarebbero meritevoli di censura. Ma, qualora ritengano che un atto del genere sia inevitabile, dovrebbero osservare le precauzioni del caso, qui di seguito indicate.

Il capo di un villaggio, il funzionario del re a esso preposto, e l’uomo che ha il compito di ammassare il grano, sono in grado di procurarsi le villane semplicemente chiedendo loro. E’ per tale ragione che le donne di questa classe sono definite poco caste dai licenziosi….

Questo testo indiano dei primi secoli della nostra era è una fonte di sorprendenti scoperte: tutt’altro da quanto è assimilato dall’immaginario collettivo – tutti lo citano, a sproposito, e pochi lo hanno letto . Ho riportato questo breve brano pensando alle miserie di casa nostra: a Silvio Berlusconi, in particolare, Il Grande Tanghero….

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86^ FIERA DEL TARTUFO BIANCO DI ALBA, 2 ottobre – 27 novembre 2016

L’86ª FIERA INTERNAZIONALE DEL TARTUFO BIANCO D’ALBA SCEGLIE L’ALBERO COME SIMBOLO DELL’EDIZIONE 2016, UN TRIBUTO AL MISTERO E AL RISPETTO DELLA NATURA CHE, ATTORNO ALLE SUE RADICI, GENERA IL PIÙ PREZIOSO FRUTTO DELLA TERRA

Venerdì 8 luglio, presso l’Albergo dell’Agenzia di Pollenzo (Bra), all’interno del complesso che è sede dell’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche, è stata presentata la nuova edizione della Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba, consacrata dal New York Times come evento “foodie” da non perdere e inserita dal Mipaaf, Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, tra le dodici principali manifestazioni nazionali.

In una sala gremita da oltre 200 persone, Liliana Allena, presidente dell’Ente Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba, ha illustrato le principali novità dell’edizione 2016: dal nuovo LOGO del Tartufo Bianco d’Alba, all’Abero come immagine e tema della nuova edizione; dal progetto che, nei prossimi anni, trasformerà la Fiera in un evento «green» e sostenibile, al primo crowdfunding per tutelare le aree tartufigene del Piemonte; dalle iniziative che legheranno il design internazionale al Tartufo Bianco d’Alba, alla sua candidatura come Patrimonio Immateriale dell’Umanità Unesco; fino alle grandi mostre, le manifestazioni culturali, folcloristiche, musicali e quelle dedicate ai bambini.

La Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba quest’anno abbraccia un periodo di otto settimane, dall’8 ottobre al 27 novembre, con il Palio degli Asini fissato per il 2 ottobre. Due intensi mesi di eventi che valorizzano il Tartufo Bianco d’Alba nel pieno della sua stagione di raccolta e promuovono il territorio di Langhe, Roero e Monferrato in uno dei periodi dell’anno più vivaci dal punto di vista culturale, turistico ed enogastronomico.

Tra i molti ospiti della conferenza stampa sono intervenuti Bruna Sibille, sindaco della Città di Bra, Maurizio Marello, primo cittadino della Città di Alba, Luigi Barbero, presidente dell’Ente Turismo Alba Bra Langhe e Roero, Giuliano Viglione, vicepresidente della Fondazione Cassa Risparmio di Cuneo, Piercarlo Grimaldi, rettore dell’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, Antonella Parigi, assessore alla Cultura e Turismo della Regione Piemonte e l’europarlamentare Alberto Cirio.

«La Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba è riconosciuta come il principale evento fieristico legato al mondo dei tartufi», spiega Liliana Allena, presidente dell’Ente Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba. «Con oltre mezzo milione di presenze sul territorio e centomila ingressi al Mercato Mondiale del Tartufo Bianco d’Alba, rappresenta l’apice delle manifestazioni turistiche ed enogastronomiche della Regione Piemonte. Una Fiera che, quest’anno, presenta importanti novità, a partire dalla creazione del nuovo LOGO, un’icona studiata per essere un brand duraturo, in grado di comunicare con immediatezza e semplicità il fascino, la rarità e la preziosità del Tartufo Bianco d’Alba nel mondo».

«Il simbolo scelto per la nuova edizione della Fiera è l’Albero», continua l’Allena, «come custode del paesaggio naturale riconosciuto Patrimonio Mondiale dell’Umanità, come culla dove nasce il Tartufo Bianco d’Alba e come emblema delle nostre radici: quelle della nostra cultura, delle nostre tradizioni, quelle della nostra storia e dell’enogastronomia, le radici che contraddistinguono i grandi uomini delle Langhe e del Roero, persone che sanno guardare al mondo senza perdere il legame con il proprio territorio. Sono queste le nostre “Radici del Gusto!”».

«Quest’anno la Fiera arriva a fine novembre – ha sottolineato il sindaco di Alba Maurizio Marello – Fino a sette anni fa gli eventi si fermavano ai primi di novembre. È segno dell’incremento turistico  degli ultimi anni, frutto di un grande lavoro nel tempo che abbiamo colto e riseminato. Oggi la nostra stagione turistica inizia a Pasqua e finisce a Natale. Quest’anno proseguirà fino a fine febbraio 2017 grazie alla mostra biennale della Fondazione Ferrero dedicata alle opere di Giacomo Balla. Un forte incremento di flussi c’è stato negli ultimi due anni grazie anche al riconoscimento Unesco sui nostri paesaggi vitivinicoli. Risultati importanti che ci responsabilizzano e ci spronano a continuare a lavorare in questo settore con capacità di innovazione accanto a tradizione e folclore. Dobbiamo avere anche la capacità di migliorare ulteriormente la nostra accoglienza. Abbiamo fatto tanto negli ultimi anni, ma dobbiamo continuare a lavorare per mantenere questo livello con grande spirito di umiltà».

«Insieme all’estensione della Fiera – dichiara l’Assessore a Cultura, Turismo e Manifestazioni del Comune di Alba Fabio Tripaldi – stiamo lavorando anche per incrementare l’offerta culturale della nostra città durante l’anno. Quest’anno, oltre alle mostre già previste come “Futur Balla” in Fondazione Ferrero, “After Omeros” di Francesco Clemente a cura della famiglia Ceretto, “Mario Lattes. Antologia personale”, altre esposizioni sono in via di definizione. Oltre a ciò, grazie alla collaborazione con la Fondazione Bottari Lattes, il 14 ottobre il nostro Teatro Sociale ospiterà Amos Oz. Il grande scrittore e saggista israeliano di spessore internazionale, vincitore del premio Bottari Lattes Grinzane – sezione “ La Quercia 2016” sarà ad Alba il giorno prima della premiazione a Grinzane Cavour, con una grande lectio magistralis. Insomma, si allunga la fiera, ma aumentano anche gli eventi culturali».

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Vino & Jazz

ASCOLTIAMO IL BAROLO, SORSEGGIANDO JAZZ

Armonia è un sostantivo che accomuna il vino e la musica.

Quando un vino si presenta al palato con un certo equilibrio di sapori – acidità, tannini, alcol, giusti residui zuccherini – lo si definisce armonico.

L’armonia nella musica rappresenta lo studio degli accordi: la tradizione della musica classica occidentale è di carattere armonico, così come la melodia è propria dell’oriente e il ritmo ci arriva dalla primordiale sensibilità musicale di mamma Africa, la Terra che ha generato la nostra specie.

In America, nei primi anni del XIX secolo, armonia, melodia e ritmo hanno trovato la loro sintesi prodigiosa in una musica suonata da gente oppressa: schiavi e immigrati.

Una musica di dolore e di redenzione.

Senza scomodare i baccanali dionisiaci in cui si fondevano vino, musica e teatro, il vino trova la sua larga metafora nel jazz: ogni bottiglia è una sorpresa, ogni bottiglia una scoperta, ogni bottiglia una nuova interpretazione che dipende non soltanto dal fatto che il vino contenuto è, seppure impercettibilmente, differente; è diverso il suo sentire che dipende dalla compagnia, dall’ora, dall’occasione, dallo stato d’animo.

Proprio come il jazz.

E il Barolo, con i suoi tannini regali, il suo tenue colore, le sue spezie e l’eleganza che sa raggiungere quand’è maturo e grande, è il vino del jazz: quand’è giovane può essere un bebop nervoso e veloce di Parker, per trasformarsi in hardbop quando acquisisce invecchiamento e diventare cool raggiungendo la piena maturità.

Un grandissimo come Miles Davis può essere paragonato a un grande Barolo: con quell’eleganza e quelle pause da cui ogni nota pare sortire con raffinata cura, con colta e insuperabile tecnica, con estrema sensibilità.

Miles Davis più che ogni altro: Monk lo assimilerei a un Aglianico; Duke Ellington a uno champagne; Coltrane a un Barbaresco; Parker a una grande Barbera d’Asti; e Louis Armstrong a un meraviglioso Dolcetto d’Alba…..

E dunque, ascoltiamo jazz come gustassimo una sorprendente grande bottiglia di Barolo. E gustiamoci un Barolo come si ascolta uno stimolante brano, con le giuste improvvisazioni, di jazz.

Beviamo ascoltando, ascoltiamo bevendo.

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Terra Madre

 

COMUNICATO STAMPA:

Terra Madre Salone del Gusto: la generosità del Piemonte, 
casa di tutti nei giorni dell’evento
Raggiunto il traguardo dei 1000 posti letto messi a disposizione dalle famiglie torinesi e piemontesi per ospitare i delegati di Terra Madre Salone del Gusto 
«Tempo fa, in un momento terribile per l’ospitalità in Europa, ho chiesto ai torinesi e ai piemontesi un grande favore. Ho chiesto loro di rinnovare e di superare il grande impegno con cui hanno sempre accolto i delegati di tutto il mondo durante gli eventi organizzati da Slow Food. Oggi, a pochi mesi di distanza, in un momento in cui si ergono muri invece di costruire ponti, e in una situazione in cui dominano ancora la diffidenza e l’odio verso lo straniero e verso l’estraneo, come sottolineato dai tragici fatti di queste ore, ecco che io sento di poter dire che sì, come si suol dire, “la paura fa 90″: ma la gentilezza, l’accoglienza, la condivisione, fanno 1000».Sono queste le parole con cui il Presidente di Slow Food Carlo Petrini fa il punto sulla situazione dell’ospitalità per i delegati che saranno ospitati dalla popolazione del capoluogo piemontese e della provincia durante l’edizione 2016 di Terra Madre Salone del Gusto. Proprio alle famiglie lo stesso Petrini si era rivolto lo scorso primo marzo, durante la conferenza stampa di presentazione dell’evento, per chiedere un impegno particolare sul tema dell’ospitalità nell’anno in cui la manifestazione abbandona per la prima volta la storica sede del Lingotto e si allarga ad abbracciare buona parte del territorio urbano. La risposta non si è fatta attendere, e il numero 1000 non è citato casualmente: tanti sono infatti i posti letto messi a disposizione dei delegati delle famiglie, 150 nel territorio cittadino e circa 850 nelle province limitrofe.«Si tratta di un risultato enorme, che testimonia ancora una volta l’affetto dei torinesi e dei piemontesi verso Terra Madre Salone del Gusto e verso la grande rete delle Comunità del cibo, una grande famiglia fatta di storie, di volti e di mani che, in 170 Paesi in tutto il mondo, lavorano e combattono per garantire cibo buono, pulito e giusto non soltanto a noi, ma soprattutto ai nostri figli. Una famiglia di cui tutti facciamo parte, perché il diritto al piacere del cibo vero è un diritto che ci rende tutti fratelli, e fa di tutti noi i protagonisti di un cambiamento necessario».

Grazie alla generosità delle famiglie ospitanti, al lavoro dei referenti sul territorio e alla collaborazione del Comune di Torino e della Regione Piemonte i delegati di Terra Madre potranno dal 22 al 26 settembre presentare e rappresentare il meglio della biodiversità della loro terra nel Parco del Valentino e dell’area dedicata ai Presìdi internazionali Slow Food, raccontare le tradizioni ereditate dalle passate generazioni nei Forum di Terra Madre, discutere problematiche e progetti futuri nel corso delle Conferenze e soprattutto condividere con i visitatori e con gli altri delegati le proprie esperienze, i propri sogni, le proprie paure e le proprie speranze, gettando semi destinati a crescere e a durare ben oltre il termine dell’evento. Al loro rientro nei rispettivi paesi d’origine, il ricordo dei giorni della manifestazione sarà un tesoro da condividere con tutti i membri della Comunità, per migliorare le tecniche di lavorazione della terra, allargare gli orizzonti tecnici e culturali, e rinsaldare i legami tra produttori, trasformatori e consumatori. E, ne siamo certi, anche i cittadini potranno dire di sentirsi arricchiti.

Tutte le informazioni sull’evento su www.slowfood.it

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Sapori di Calabria

Ecco perché il capocollo di Domenico Timpano, imprenditore e fondatore dell’azienda commerciale di qualità Sapori di Calabria, è straordinario: le parti magre sono marezzate di grasso come il celebre Manzo di Kobe. La marezzatura del grasso rende il magro di particolare delicatezza. Garantisco la qualità eccelsa. Mi sono arrivati alcuni prodotti che distribuisce il mio amico Domenico Timpano: sono profumi e sapori autentici, selezionati con cura, della Calabria. Finalmente un’azienda seria e affidabile che diffonde con amore e professionalità la conoscenza di una Terra difficile e tanto affascinante: una Terra Eretica (non a caso dette i natali a Gioacchino da Fiore e Tommaso Campanella).

Domenico Timpano così si definisce: «Spirito libero. Testardo e selettivo, meticoloso nello scegliere soltanto il meglio per i propri clienti, anche i più esigenti. La scommessa è quella di riuscirci. E sono certo di vincerla!».

Qui di seguito il profilo dell’azienda e il link che permette anche di ordinare i prodotti, tutti di qualità ottima. Garantisco.

 WWW.PROFUMIESAPORIDICALABRIA.COM  

QUALITÀ MADE IN CALABRIA

CHI SIAMO

Azienda nata nell’ottobre del 2015 con l’obiettivo di esportare il Made in Calabria nel mondo. Ci occupiamo di promuovere e distribuire le Eccellenze della nostra Terra. La CALABRIA vanta numerose aziende di livello qualitativo nazionale e internazionale e altre poco conosciute che meritano la giusta rappresentanza per lo standard eccelso delle loro produzioni.                                                                                                                                                                 La nostra formazione è quella  di agenti di viaggio, specialisti in tour enogastronomici. Vogliamo far viaggiare i nostri clienti attraverso i sapori della nostra Terra: siano essi gustati nelle loro città e nazioni, sia offrendo loro un servizio turistico di in-coming in Calabria per apprezzarne direttamente la sua millenaria Cultura, l’Arte, la tradizionale e affascinante Cucina.  Ci occupiamo di organizzare eventi culinari durante i quali, oltre a presentare i nostri prodotti, facciamo rivivere il percorso produttivo, associandolo alle tradizioni popolari della Calabria. Siamo presenti in numerose fiere durante il corso dell’anno, sia in Italia sia all’estero. Presto sarà aperto un nostro punto di rappresentanza in OLANDA, dove siamo già presenti con i nostri prodotti, definiti da esperti del settore FUORI DALLO STANDARD.

Questi siamo noi.                                                                                                                                                                                        Siamo diversi. Portiamo la qualità e vogliamo la soddisfazione del nostro cliente, sia esso individuale sia esso un’azienda. Ci auguriamo, in tempi brevi, di entrare a far parte della prestigiosa ACCADEMIA della DIETA MEDITERRANEA di RIFERIMENTO che sancirebbe PROFUMI e SAPORI di CALABRIA come un azienda leader nel settore della distribuzione di Prodotti Tipici di Calabria e del  Turismo Enogastronomico.

 

 

 

 

 

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La cucina indiana con i vini piemontesi (Barolo & Co 2/16)

BAROLO&CO_02-2016_WEB.pdfLe spezie sono la chiave di volta per descrivere la cucina indiana: di qui si parte e qui si arriva. Curry (mistura) è una parola inglese che in India dice poco o nulla; masala, letteralmente: spezie, è il termine che definisce l’universo dei miscugli di spezie indiane. Garam Masala: spezia calda, hot nel senso di piccante, è l’altra espressione comune con cui vengono identificate le mille e mille misture tritate di semi radici e cortecce che costituiscono cumino, cardamomo, curcuma, cannella, zenzero, chiodi di garofano, finocchio, sesamo, zafferano, noce moscata, pepe, peperoncino, coriandolo, macis, papavero. Alle spezie si deve sempre accostare lo yogurt o il ghee, burro chiarificato della tradizione già in epoca vedica. Spezie e latticini introducono un’altra delle caratteristiche della cucina indiana: il celebre tandoor. Tandoor è una parola di lontane origini forse semitiche o iraniane (tanur, tandir, tannur: termini che si ritrovano nell’arabo, nell’urdu, ma anche presso turchi e azeri), certo è che questa sorta di giara in terracotta, cilindrica e aperta sul fondo per ospitare le braci di cottura, è stata rinvenuta per la prima volta presso le rovine delle civiltà di Harappa e Mohenjo Daro, siti risalenti al terzo millennio avanti Cristo e situati tra India e Pakistan sul fiume Indo. In origine, questo manufatto era usato per cuocere, spalmati sulle pareti interne calde, i sottili impasti di acqua e farina non lievitati da cui si svilupperà la tradizione dei vari tipi di pane come il chapati e il naan, quest’ultimo mescolato al ghee e leggermente lievitato. Soltanto intorno al XVIII secolo, nelle aree intorno a Peshawar in Pakistan, il forno tandoor cominciò a essere usato per la cottura delle carni, tramite spiedi infilati direttamente nelle braci. È chiaro che si tratta di una cottura a secco che richiede una lunga marinatura, a base appunto di ghee, yogurt e spezie, che permette alla polpa di cuocere in modo uniforme, essendo morbida e ricca di liquidi; questo tipo di cottura rende il cibo leggermente affumicato e molto secco, da ciò l’uso di salse per ammorbidirne e caratterizzarne il gusto. Oggi le esigenze della ristorazione hanno richiesto la trasformazione di quelle antiche giare in più semplici forni metallici che sono simili a pentole a pressione: i gusti, è chiaro, non sono più gli stessi. Inoltre, e questo fatto ai puristi è inviso, con le caratteristiche della cottura tandoori si cucina di tutto, pesce e crostacei inclusi.

L’altro pilastro della cucina indiana è costituito dalle innumerevoli ricette con cui si prepara il riso basmati (varietà indica, i nostri sono di tipo japonica), sia come contorno, sia come piatto principale, mescolato a carne, pesce e, soprattutto, verdure e leguminose.BAROLO&CO_02-2016_WEB.pdf

Non si possono, infine, dimenticare le famose salse chutney, fredde o calde, a base di latte, yogurt, cocco, limone e sempre con abbondante uso di aglio, cipolla e spezie varie. Tikka, dhal e fugath sono altrettanti modi di cucinare: allo spiedo, stufati, al vapore, ecc..

Quando si parla di carne si tratta in genere di pollame e di agnello, poco diffuso il maiale e proibito il manzo; per pesce s’intende quasi sempre il pomfret, il grande pesce castagna con polpa e gusto simili alla nostra ricciola, e poi scampi, gamberi e gamberoni propinati in tutti i modi e con tutte le salse e sempre, comunque, deliziosi.

In India il cliente è sacro! Il cliente viene sempre trattato con deferente rispetto, a volte con gradevoli attenzioni e servito come fosse un principe, in qualsiasi posto e senza distinzione di classe, etnia o provenienza.

La comunità indiana a Torino conta non più di qualche centinaio di persone ma la ristorazione offre da almeno due decenni alcuni ottimi ristoranti nei quali la tradizionale cucina indiana viene offerta con sufficiente credibilità e buona qualità. Gandhi è un locale situato in corso Regio Parco, due passi dal centro storico torinese, aperto da Kumar, originario del Punjab, nord-ovest del sub-continente indiano, e dai suoi familiari nel 2001. È un locale che offre circa 85 coperti, arredato in maniera assai tipica con statue, suppellettili e luci calde e soffuse che permettono di sentirsi un poco in India. Pulizia, cortesia e accuratezza del servizio sono peculiari dei costumi di questo grande e coltissimo paese. Mi hanno preparato due piatti a base vegetariana: i classici Chana Samosa, sfoglie ripiene di crema di patate e piselli; e un Mix Pakora, verdure servite con farina di ceci; due piatti di pesce: Fish Tikka Tadoori (pesce spada condito con una salsa di spezie di leggera piccantezza e assai gustosa) e Jhinga Balchao, che sono gamberoni marinati in una salsa di pomodori e spezie, saporosissima ma non troppo piccante. Ho chiuso con un classico pollo al masala, tipico della zona di Nuova Delhi e un delizioso agnello al tamarindo, parecchio piccante, peculiare di Madras. Con i primi due piatti ho gustato un eccellente metodo classico 100% uve Nebbiolo della zona di Barolo. Ai piatti di pesce ho accompagnato un delizioso, tra i miei preferiti, Chardonnay 2013 con passaggio importante in barrique, vinificato da una storica famiglia di vignaioli dell’Annunziata di La Morra; è stato un incontro di grande intensità… Per il pollo al masala ho scelto uno dei vini piemontesi che, per le sue caratteristiche note olfattive di pepe, meglio si presta ad accompagnare le spezie indiane: il Pelaverga di Verduno, di cui ho scelto un 2015 del produttore che ritengo il migliore. Ovvio che un sontuoso Nebbiolo 2014, zona Barolo e vignaiolo tra i migliori, è stato capace di intrattenere una relazione eccellente con l’agnello di Madras.                   Nota finale importante: rispetto ad altre cucine etniche, nei ristoranti indiani è abbastanza normale bere vino, soprattutto piemontese; quando si tratta di rosso; per i bianchi i clienti chiedono di solito vini friulani, dell’Alto Adige e campani.      Kumar, buon intenditore, ha in carta una trentina di etichette di livello discreto e offre un ottimo Nebbiolo del Roero che i clienti, anche dato il buon rapporto prezzo/qualità, mostrano di assai gradire.

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Il coniglio grigio di Carmagnola (Barolo & Co 2/16)

BAROLO&CO_02-2016_WEB.pdfA fronte di circa 58 miliardi di polli e 1, 4 mld di suini (che, dato il peso, rappresentano la quantità di carne più consumata al mondo: 114 mln di tonnellate, mentre i polli toccano, in aumento, 106 mln di tonnellate), i conigli macellati in un anno sono circa 1,2 miliardi, in aumento nei paesi orientali e in diminuzione del 20% in Europa.                                              L’Italia alleva il 7% dei conigli del mondo e il 25% dell’Europa, con 43 razze riconosciute dall’Anci e distinte in leggere, medie e pesanti.                                                                                                          Il coniglio (Oryctolagus cuniculus) è un mammifero roditore appartenente all’ordine dei Lagomorfi. È allevato in molte decine di razze che si differenziano per taglia, colore, lunghezza e forma delle orecchie. I ricoveri per conigli devono avere gabbie in materiale lavabile e disinfettabile, quindi preferibilmente in metallo. L’ANCI gestisce le attività istituzionali (Libro Genealogico e Registro Anagrafico) sotto la vigilanza del MiPAAF, promuove lo sviluppo della coniglicoltura nazionale e svolge attività di assistenza tecnica a favore delle aziende cunicole.

Il coniglio raggiunge  la maturità sessuale dopo i 4 mesi nella femmina e dopo i 5 nel maschio; in linea generale, le razze giganti tendono a essere più tardive rispetto alle razze commerciali. Nell’allevamento del coniglio da carne si tende, in media, a far accoppiare la femmina intorno ai 4,5 mesi e ai 5,5 il maschio.
                                                                                                           Il coniglio è una specie a ovulazione indotta il che significa che l’ovulazione è indotta dal coito.
La monta naturale prevede che sia la femmina a essere portata dal maschio e, se è ricettiva, si lascerà coprire con facilità. Si preferisce fare accoppiare la coniglia quando i genitali assumono un colore che varia dal rosso al bluastro; una femmina può partorire fino a 14 piccoli. L’adozione è una pratica molto diffusa che prevede lo spostamento di coniglietti da una fattrice a un’altra in modo da pareggiare le nidiate e renderle omogenee per numero e dimensione dei piccoli.
Lo svezzamento avviene intorno ai 28-35 giorni, togliendo i piccoli alla madre e mettendoli in una gabbia separata.                                                                                                                  Il coniglio Grigio di Carmagnola ha avuto origine da una popolazione locale di conigli comuni a mantello grigio, molto diffusa nelle aziende piemontesi alla fine degli anni Cinquanta e poi quasi completamente scomparsa agli inizi degli anni Ottanta, almeno come razza pura.
Nel maggio del 1982 un gruppo di ricercatori dell’Istituto di Zootecnica Generale (ora Dipartimento di Scienze Zootecniche) della Facoltà di Agraria dell’Università di Torino ha dato il via a un’indagine su una popolazione di conigli a mantello grigio, costituendo un primo nucleo operativo di femmine acquistate sul territorio in cui tale popolazione risultava abitualmente presente: i comuni di Carmagnola, Piobesi e Vigone. La popolazione venne denominata “Grigio di Carmagnola” causa il colore e perché diffusa soprattutto nel territorio di questo comune della provincia di Torino, sede del Centro di Allevamento.
In assenza di uno standard di razza, i ricercatori ne stabilirono uno, sulla base delle caratteristiche tradizionali di questi conigli.                                                                                                                Razza media con muscolatura asciutta e soda, corpo allungato con spalle e lombi carnosi, dorso forte e ben curvato, bacino ampio, arti mediamente lunghi con cuscinetto plantare rivestito da pelo forte e folto.
Il peso varia, nei maschi da 3,5 a 5,5 kg; nelle femmine da 3 a 4,5 kg.                                                                                                                                                                      Dal 2008 è Presidio Slow Food, voluto dal compianto Renato Dominici che ha sempre creduto nell’eccezionale qualità delle carni del Grigio di Carmagnola, di gran lunga superiori a quelle degli altri conigli.

L’area di produzione è nel
Comune di Carmagnola e nelle aree limitrofe in provincia di Torino.

Gli allevatori sono riuniti nel Consorzio di Tutela delle razze 
avicunicole piemontesi
 Bionda, Bianca, Grigio
 Carmagnola (To)
via Papa Giovanni XXIII, 2
- Tel. 338 9317319.BAROLO&CO_02-2016_WEB.pdf

Gli allevatori sono: 

Pier Luigi Anfossi, 
Cavallerleone (Cn)
Via Nosca, 2 – 
Tel. 0172 88075
valerio.anfossi@gmail.com
;
Cascina Lisindrea
di Claudio Voarino,
Vicoforte (Cn)
Via Santo Stefano, 7 – 
Tel. 0174 563644,
331 7454799
 cascina.lisindrea@tiscali.itwww.cascinalisindrea.it; 

La Cerea 
di Ermanno Panero,
Pralormo (To)
Regione Roncaglia, Cascina Cerea, 7 – 
Tel. 011 9481265,  333 5742594, lacerea@libero.itwww.lacerea.com;

 Adriano Delù,
Murisengo (Al)
Via Rivo, 35 – 
Tel. 339 1218119,
331 2574195,
 agri.adri@gmail.com.

                                                                                    Fanno inoltre parte del Consorzio
Valeria Demonte e Carlo Alberto Ferrero.                                                                                                                  Ho avuto modo di visitare la Società agricola La Cerea, in Pralormo e di interloquire con Massimo Panero che, con i fratelli Ermanno e Valerio e le rispettive famiglie, conduce l’attività, ereditata dal padre Spirito, da circa vent’anni. Fu proprio Renato Dominici a spingere questa famiglia, e Massimo soprattutto, ad allevare il coniglio grigio, oltre alle vacche da latte e alle galline bionde piemontesi.                                                                                                              Oggi macellano circa 5/6.000 conigli all’anno, allevati in ambienti tenuti con estrema cura e isolati per evitare il pericolo di contagi e le conseguenti, sconsigliabili, terapie veterinarie. L’alimentazione consiste in orzo, erba medica e girasoli per le fattrici, mentre dopo lo svezzamento ai coniglietti viene tolta l’erba medica e aggiunti i semi di lino che contengono gli antiossidanti naturali omega 3.                                                                                                                                                                                                           Gli animali vengono macellati a un’età compresa fra i 105 e i 140 giorni e un peso lordo di circa 3,5/4 kg che al netto si riduce a 1,9/2,3 kg.                                                                                                                                                                                      Oltre a servire direttamente ristoranti e macellerie di qualità, La Cerea vende direttamente presso la propria sede di Pralormo (la quota sul totale è di circa il 15%) dopo almeno 12 ore di frollatura.                                                                             La carne di coniglio grigio si differenzia da quella degli altri conigli per la sua totale assenza di stopposità e per la delicatezza del gusto. In 100 gr contiene 0,5 gr di carboidrati, 5,3 gr di grassi, 22,1 gr di proteine e un valore energetico di 138 kcal. A fronte dei 5/6 € di prezzo al kg del coniglio normale, per il coniglio grigio occorre spenderne 8 o 9: ma ne vale per certo la pena.

 

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Giancarlo Cara e il suo Centralino

Il testo qui sotto è tratto dal libro Torino on the Road (Il Punto, Piemonte in bancarella, 2015, Torino). E’ il ritratto che ho scritto per il mio amico Giancarlo Cara.

«Poi, e siamo nel 1977, a Torino succede un fatto storico che cambierà in maniera epocale l’orizzonte dello spettacolo italiano. E non è un caso che succeda proprio a Torino, proprio in quegli anni bui del terrorismo e delle tremende lotte sociali; proprio alla fine di quei benedetti anni Settanta.

La Rai si decise finalmente a cercare strade alternative e a sperimentare nuovi generi di spettacolo fuori dei soliti canoni ancora legati a decrepiti schemi teatrali: è di Pippo Baudo l’idea di lanciare volti e talenti nuovi che possano essere inglobati in un contenitore senza presentatore che riunisca musica, ballo e cabaret. L’idea viene suggerita al dirigente Bruno Voglino che la fa sua e incarica Marcello Marchesi di occuparsi della ricerca di gente fresca e giovane. Marchesi però fallisce e gli subentra un giovane che risolve da par suo la situazione: si chiama Giancarlo Magalli.

La trasmissione viene titolata: Non Stop (Ballata senza manovratore); il regista è Enzo Trapani e vanno in onda 6 puntate, trasmesse dal 27 ottobre al 30 novembre 1977 e registrate negli studi Rai di via Verdi, a Torino.

In quella prima serie esordiscono in TV, tra gli altri: Massimo Troisi con La Smorfia, I Gatti di Vicolo Miracoli, Enrico Beruschi, Marco Messeri, Jack La Cayenne, Boris Makaresko…

“Arrivano una sera tre perfetti sconosciuti: si chiamano Massimo Troisi, Enzo De Caro e Lello Arena e mi chiedono di provare il loro numero che dovranno poi registrare in Rai. Mi sta bene, organizzo lo spettacolo immediatamente e faccio girare la voce tra amici. Si esibiscono in un numero da scompiscio, di quelli che oggi sono veri cult: davanti avevano un pubblico estasiato di… dieci spettatori”.

La seconda serie di Non Stop, altre 6 puntate, va in onda dal 28 dicembre 1978 al 1° febbraio 1979. Di questa seconda infornata fanno parte: Carlo Verdone, I Giancattivi (Alessandro Benvenuti, Athina Cenci e Francesco Nuti), Zuzzurro e Gaspare, Stefania Rotolo, Massimo De Rossi….

“In quel periodo ero un po’ come un fratello maggiore, li avevo tutti da me. Gli facevo da balia, quasi. Mi sono legato in maniera particolare a Carlo Verdone con cui è rimasta una grande amicizia anche se mi tocca di sopportare tutte le sue superstizioni, le manie, le medicine…”.

La stagione, magica e irripetibile, del Centralino dura dieci anni. Tra la tarda sera e la notte inoltrata, in quegli anni, in quel locale – unico per davvero e in tutti i sensi – si può incontrare la logorrea divina e straripante di Walter Chiari, la lucida intelligenza sicula di Pino Caruso, il talento primordiale e dirompente di un giovanissimo Piero Chiambretti che prova a fare i primi spettacoli con il suo ingombrante socio Erik Colombardo. E poi ancora: una abbagliante Anna Oxa nei suoi formidabili 20 anni, uno spaesato Abatantuono e un già diabolico Beppe Grillo e, sempre alle prime armi, Beppe Faletti, Teo Teocoli, Massimo Boldi, l’astemio (!!) Lino Toffolo… E sempre con gente come Gianni Basso, Franco Rava, Mondini e Cerri come degno contorno.

Stagione che si concluse verso la fine del 1985: dieci anni di magie ma anche di nessun ritorno economico; legate a quella decisione anche le conseguenze che il terribile evento del cinema Statuto aveva avuto sulle nuove regole che riguardavano la sicurezza dei locali pubblici, e il Centralino, per come era strutturato, qualche problema lo avrebbe avuto e dunque sarebbero occorsi degli investimenti che Giancarlo non poteva sostenere.

E allora si arrese a chi voleva fare di quel locale prodigioso una semplice sala da ballo o da…. banale sballo».

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Un PO’ ETA

ImbianchinoRovistando dentro una notte insonne le confusioni degli angoli più reconditi e dimenticati delle mie cavalcate sfrenate, ho ritrovato questi versi lontani. Scritti chissà quando, per chissà chi. Scritti che nessuno finora ha mai letto e dunque muti, dunque inutili, dunque sordi e ciechi. Però sono versi che assai mi piacciono e meritano che qualcuno, altri che me, abbia l’opportunità di leggerli.

Magari di farli propri.

 

Sai

Sei l’aria che respiro

Amore mio.

Nulla di più per vivere.

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Casa Format

http://www.vincenzoreda.it/quanto-basta-per-star-bene-in-via-s-domenico-12b/

http://www.vincenzoreda.it/fiorfood-della-coop-in-galleria-san-federico-a-torino/

http://www.vincenzoreda.it/ristorante-la-credenza-di-san-maurizio-canavese/

http://www.vincenzoreda.it/igor-macchia/

Di Igor Macchia, Giovanni Grasso, Alessandro Gioda e Stefano Malvardi mi sono più volte occupato e tanto ne ho scritto su questo sito; i link qui sopra aprono alcuni articoli in cui ho raccontato le persone, le figure professionali e la filosofia di ristorazione a cui sono devoti. Come tutti i cuochi di cui parlo, sono diventati quasi degli amici, amici di cui mi fido, che apprezzo e che coinvolgo nelle mie performance d’autore che scrive di cibo, di bevande, di preparazioni culinarie, dell’arte dell’accoglienza e della capacità di soddisfare le esigenze dei clienti sapendole trasformare in piacere. Dunque, mi gratifica presentare la loro nuova idea/impresa appena nata all’ombra della Palazzina di Caccia di Stupinigi (simbolo che Vittorio Amedeo II volle edificare come simbolo del passaggio da Gran Ducato a Regno di Sardegna nella prima metà del XVIII secolo). Sono stato di recente a gustarne gli ambienti, le atmosfere e la cucina: una conferma con la piacevole aggiunta di una filosofia che propone salse e intingoli stimolanti a insaporire e rendere peculiari le proposte culinarie frutto di talento e grande esperienza. Ovvio che suggerisco a chi mi segue di conoscere e frequentare Casa Format (non più di 25′ di auto dal centro di Torino).

Di seguito un estratto del comunicato stampa che illustra al meglio l’intero progetto.

OSPITALITA’ E CUCINA RESPONSABILE

La Natura è equilibrio. La Natura ha i suoi tempi. La Natura è bellezza e unicità.  La Natura non spreca. La Natura accoglie.

Casa Format è il progetto di Ristorazione e Ospitalità responsabile, creato da un’idea del Ristorante La Credenza e che ha preso vita da pochi giorni a Orbassano, alle porte di Torino e a un passo dalla splendida Palazzina di Caccia di Stupinigi e dal suo  parco naturale.

Ospitalità, accoglienza, qualità del cibo, un ambiente in armonia con il luogo che lo circonda e con le persone che lo vivono.

La coltivazione diretta dell’orto di 2000 mq. Offre tutte le verdure utilizzate in cucina, seguendo la stagionalità. Non chiedete i pomodori o le zucchine a dicembre!

Il ciclo delle stagioni e il raccolto dettano la composizione del menù di Casa Format che cambierà seguendo il ritmo della natura. Lo Chef Stefano Malvardi e il suo staff si occupano anche di produrre salse, conserve e verdure sott’olio e sotto aceto con i prodotti appena colti, per portare sulla tavola del ristorante sapori sani e genuini.

Gli ingredienti utilizzati in cucina, quando non sono autoprodotti, provengono esclusivamente da fornitori del territorio selezionati, che condividono la passione e l’impegno per la sostenibilità ambientale di Casa Format. Sempre e inderogabilmente nel segno dell’eccellenza.

Il progetto è dell’Architetto Carlo Colombo: cinque camere dove soggiornare, il ristorante dalle ampie e luminosissime vetrate, una sala per eventi che accoglie fino a 120 persone. Ogni spazio di Casa Format è irripetibile, arredato con oggetti unici di design scelti dalle collezioni di Poliform e Lago, eccellenze indiscusse nel campo dell’arredamento.

Con la consulenza di Format Progetti Abitativi, tutti gli ambienti di Casa Format sono stati studiati per rappresentare un punto di riferimento per chi lavora nel settore del design. Anche la sala ristorante, diretta dal giovane ed esperto Alessandro Gioda, rispecchia il connubio tra bellezza e unicità, richiamando colori e materiali che si ispirano gli elementi naturali: terra, aria, acqua… gli arredi e i complementi sono stati ideati e realizzati da artigiani di eccellenza, attenti all’ambiente e alla creazione di oggetti che sposino perfettamente lo spirito di questo luogo.

La cucina è a vista: la preparazione dei piatti diventa così un’ulteriore occasione per vivere un’esperienza di familiarità e sostenibilità.

Casa Format è a impatto e spreco zero.

Un edificio prefabbricato realizzato interamente in legno, completamente coibentato, costruito in “classe A” con Certificazione Casa Clima, posizionato per sfruttare al massimo – nell’arco della giornata -  l’energia solare: tutto è stato studiato nei minimi dettagli e particolari per consentire a questa struttura di “vivere di energia propria”.

L’elettricità viene prodotta grazie al sistema fotovoltaico e dai pannelli solari; gli impianti di depurazione e riciclo delle acque abbattono gli sprechi idrici (una grande cisterna raccoglie l’acqua piovana che viene utilizzata per irrigare l’orto), l’illuminazione naturale garantita dalle vetrate ampie durante il giorno e dalle tecnologie più avanzate di illuminotecnica a Led, il sincronismo gestito in domotica di tutti gli apparecchi e gli strumenti della cucina, rendono Casa Format del tutto autosufficiente e parlano di utilizzo razionale delle risorse, amore e cura per l’ambiente, per le persone e per il futuro del nostro pianeta.

Casa Format è il luogo in cui sentirsi a casa. Tutto è stato pensato e realizzato a misura della persona e del corretto rapporto con la natura, sempre in armonia tra loro. L’intera struttura è accessibile ai disabili: dalle stanze, al ristorante, all’area eventi, all’orto luogo nel quale verranno organizzati, nella bella stagione, cene e aperitivi, per un’esperienza di contatto con la terra ed i suoi frutti davvero globale.

Il progetto della casa Ristorante, con il quale si può riassumere – senza peraltro sperare di riuscire a raccontare tutto – questa nuova e grande avventura, nasce dall’idea e dal bagaglio di esperienza e competenza de “La Credenza”, il ristorante stellato di San Maurizio Canavese (TO).

www.casaformat.it

Fecebook: casa format

 

 

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Eataly Smeraldo a Milano, anteprima per la stampa

Sono appena tornato da Milano per la presentazione alla stampa dell’ultima impresa di Oscar Farinetti: Eataly Smeraldo, in piazza XXV aprile, 10 (due passi dalle stazioni Centrale e Garbaldi): la solita, magnifica location “alla Farinetti”, perché Oscar in questo specifico genere di attività credo sia insuperabile.

Tra tutte le Eataly che ho visto questa è quella che più mi piace: sarà che prende il posto di uno storico teatro, sarà che è dedicata a cibo e musica, sarà che durante la serata ho sentito Lucio Dalla che citava Thelonious Monk

«Se vince la Lega, giuro che invece di Eataly Smeraldo apro un Kebab!». Poi la Lega ha vinto e Farinetti s’è reso conto dell’enormità della sua affermazione, sparata un poco troppo alla leggera. Morale della favola: «Ci ho ripensato a bocce ferme e ho chiesto scusa a Maroni. La Democrazia impone che chi vince governa e chi perde accetta di buon grado, pur facendo sentire la propria voce dissidente. Maroni lo inviterò, è certo, ma una piccola sorpresa gliela farò: un bel kebab, di manzo anziché di montone!». Questo, e assai altro ancora, è Oscar Farinetti…

Poi, sul fatto che: “L’Italia dovrebbe essere una democrazia fondata sulla Bellezza“, come si può dargli torto? Ma occorre davvero impegnarsi perché quel “dovrebbe essere” diventi “è“…

Pubblico volentieri di seguito parte del comunicato stampa:

«Il 18 marzo del 1848 iniziavano le Cinque Giornate di Milano e da qui partì il Risorgimento, una data simbolica per ogni italiano e ogni milanese:  Eataly l’ha scelta come data d’apertura del nuovo punto vendita di Milano per ricordare che l’Italia non si deve fermare. Lo Smeraldo che risorge, seppur in forma nuova, può essere la metafora dell’esempio italiano.

Nato nel 1942, il Teatro Smeraldo era dotato della sala più capiente di Milano e ha visto debuttare una giovanissima Mina, il primo Celentano e i grandi cantanti della musica italiana e internazionale. Sede storica della città e meta di riferimento per i cittadini, il Teatro Smeraldo lascia oggi il posto all’ultimo nato della famiglia Eataly. Gianmario Longoni lascia le redini al patron di Eataly Oscar Farinetti che tre anni fa si è innamorato della location di Piazza XXV Aprile.

 

“Ogni Eataly che apriamo è legato a un valore: Eataly Smeraldo è dedicato alla musica. Non possiamo far dimenticare un luogo come lo Smeraldo, dove hanno cantato Bob Dylan e Ray Charles: per questo resterà il palco che ospiterà show e concerti. Eataly ha l’obiettivo di ridare vita a luoghi di pregio come ex librerie, ex teatri che oggi chiudono nel nostro Paese, vogliamo dare uno stimolo all’Italia di oggi per rinascere ”.

 

In omaggio alla storia e alla bellezza della musica e della cultura in cui Eataly crede fortemente, lo Smeraldo ospiterà un vero e proprio palcoscenico che proporrà una programmazione completamente gratuita per i clienti. A partire dal 18 marzo si esibiranno ogni giorno giovani musicisti come Jack Savoretti, Giulia Mazzoni, Marco Sbarbati, Selene Lungarella, Roberta Di Lorenzo e tanti altri. Fino al 22 marzo più di dieci concerti che spazieranno tra tutti i generi musicali per poi proseguire con appuntamenti quotidiani.

 

Con un investimento di circa 40 milioni, compreso l’immobile, oggi gli spazi rinnovati danno lavoro a 350 giovani in oltre 5.000 metri quadrati suddivisi in tre livelli tra vendita, ristorazione e didattica.

Eataly Smeraldo mantiene il suo classico format: mangiare, comprare e imparare, 15 luoghi di ristorazione tematici e informali con i relativi banconi per la vendita:  Salumi, Formaggi, Carne, Pesce, Verdure, Fritto, Pasta, Pizza e Rosticceria e  5 luoghi dedicati alla produzione artigianale a vista, la pasta fresca di Michelis, la panetteria con il suo forno a legna, la pasticceria “Golosi di Salute” di Luca Montersino, il panino ‘Ino di Alessandro Frassica e la piadineria dei Fratelli Maioli. Non poteva mancare il Mozzarella Show: “Miracolo a Milano” è un vero e proprio laboratorio caseario dentro lo Smeraldo, che tutti i giorni produce la mozzarella fiordilatte.

Per il caffè, Eataly Smeraldo ha scelto Lavazza che presenta il concetto “Tierra” al piano terra, mentre al secondo piano avrà posto il Caffe Vergnano.»

 

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All’Harry’s Bar con Arrigo Cipriani, Venezia 11 marzo 2008

Il cellulare squilla improvviso: Cipriani mi chiede scusa e risponde in inglese.

Ha luogo una breve conversazione che non seguo; chiusa la comunicazione, Cipriani, con un sorriso disincantato, né beffardo né compiaciuto, mi dice: l’hanno preso, Il Grande Moralizzatore, quello che ci ha sempre massacrati…

??? di chi si tratta, mi scusi.

Il governatore di New York, non lo conosce?

Ma chi, Giuliani?

No, no: Spitzer, Eliot Spitzer, il governatore di New York: l’hanno beccato per una storia di prostitute di lusso. Proprio lui che perseguitava tutto e tutti con l’ossessione di moralizzare il Mondo.

Sono al primo piano dell’Harry’s Bar, ospite a pranzo di Arrigo Cipriani: avevo richiesto l’incontro dopo aver letto il suo ultimo libro “Harry’s Bar – L’impresa, la ristorazione, la salute”, appena pubblicato per i tipi di Spirali e di cui ho scritto per i lettori di Barolo & Co.Quando è possibile, gli autori di cui parlo desidero conoscerli di persona: è fondamentale, per me, conoscere lo sguardo, seguire la gestualità, sentire il tono di voce, osservare come vestono. Nulla di scritto e neanche nulla di mediato da fotografie, cinema, televisione può dirti di una persona quanto un incontro: è la più vera delle banalità.

Arrigo Cipriani è un uomo ovviamente non più giovane, veste un impeccabile doppiopetto celeste scuro di ottimo taglio: la camicia e, soprattutto, la cravatta – una regimental dai colori pastello – raccontano sense of humor come lo sguardo franco, chiaro, aperto senza essere fastidiosamente indagatore, racconta un carattere libero e disponibile.

Egli è nato quasi quando nacque il suo Bar e di cui, non a caso, porta il nome: certo che gli anni gli danno fastidio, certo che, si vede bene assai, invecchiare non gli piace; lo spirito è quello di sempre: libero, birichino, bisognoso di misurarsi con gli uomini, le cose, i fatti.

Di sé dice non essere un genio: i due Giuseppe, padre e figlio, essi invece sono geni autentici. Uno ha creato la Leggenda, e il Carpaccio e il Bellini, senza aver alcun talento per i denari; l’altro, suo figlio quarantenne, della Leggenda sta facendo un grande business di respiro mondiale, come i tempi richiedono.

Era in Dubai ieri e stamattina si è presentato a Venezia; sa, si è comprato un aereo personale, e non potremmo proprio permettercelo: il fatto è che quando si mette in testa una cosa, non c’è verso di fargli cambiare idea, e devo dire che ha sempre, o quasi, ragione. Come quando, lo seppi dai giornali, comprò per 28 milioni di dollari il primo palazzo a New York: tutti quei soldi ovviamente non li avevamo, ma egli seppe trovarli e aveva ragione! Ha un grande carisma, come suo nonno e anche con le donne…

Le donne: la mamma Giulia, la moglie Ina (Tommasina) e quelle che comunque non nasconde di apprezzare. Ho letto “Anch’io ti amo”, un librino pubblicato nel ’96 da Baldini & Castoldi: i due scritti più belli sono quelli che Arrigo Cipriani dedica alla moglie e alla madre; scritti non banali, anche amari, struggenti, non privi di un certo fascino letterario.

Ho sempre pensato che gli uomini che sono stati educati dalle donne, quelli che hanno vissuto tra e con le donne, sviluppano una sensibilità particolare.

L’astrologia, per quel che vale e per chi ci crede: Arrigo è un toro di maggio, il papà Giuseppe uno scorpione di novembre, il figlio Giuseppe un leone di agosto: certe volte sembra quasi una disciplina seria…

Sa, Gianni Agnelli mi chiedeva sempre come stava mia zia….io che magari non la vedevo da mesi. E Berlusconi, ha fatto una serata da noi con Amato e poi è arrivato anche il suo cantante Apicella, di persona è simpatico, coinvolgente. Come Naomi Campbell, tutta un’altra persona rispetto a quello che si pensa seguendo i media.

Sì, Cipriani, ma a me non interessa che mi parli dei personaggi passati dall’Harry’s in tanti anni: ormai è tutto pubblicato e risaputo, la Leggenda è ormai proprietà dell’immaginario collettivo; mi parli di suo padre, mi parli di suo figlio…

Mio padre certe volte lo caricavo sull’auto, a me sono sempre piaciute le automobili veloci – oggi possiedo una AMG da più di 500 cavalli e sapesse come mi diverto ancora ai semafori: da 0 a 100 in 4 secondi! – a quei tempi avevo una Giulietta, e con  lui scorazzavamo per la provincia per un giorno intero, mangiando e, ancor più bevendo, in trattorie incredibili. Si tornava sempre con le gambe ben ben traballanti….

Di mio figlio, che vedo pochissimo perché è sempre in giro per il mondo, mi ricordo una volta in cui riuscimmo a stare insieme per sei ore consecutive e a parlare come non avevamo mai fatto: era una circostanza non bella, eppure la ricordo con piacere per quel lungo momento di intimità, di vicinanza.

Oggi, il nostro è un grande affare che occupa più di 1000 persone in diversi continenti: stiamo per aprire a Las Vegas e a Miami, e anche qui mio figlio Giuseppe ha saputo scegliere i posti migliori, e la sfida è rappresentata dalla necessità di valutare e incentivare al meglio i collaboratori cui delegare compiti importanti. Stiamo trasformando un’azienda familiare in una moderna organizzazione con strategie mondiali, e non è cosa semplice.

Pensi che Giuseppe ha comprato una grande azienda agricola in Uruguay, un affare come li sa fare solo lui: ci vado ogni tanto a trascorrere qualche bel momento con gli amici.

Siamo seduti in un tavolo d’angolo al primo piano del locale: l’Harry’s Bar è un localino piccino, proprio di fronte alla fermata S. Marco delle linee di traghetti veneziani. Colpisce lo spazio minuscolo, colpisce la straordinaria accoglienza, sempre discreta dei camerieri, i tavoli bassi, le comode poltrone, le piccole posate, i bicchieri quasi ordinari: Riedle, quando viene da noi si porta i suoi bicchieri, ma io non gliene ho mai comprato uno! Da noi si usano quelli che piacciono a me, non si discute. E non ci sono chef, non ci sono tendenze da seguire, cucine novelle o sifoni da rincorrere: da noi si viene perché siamo noi.

Ovviamente, la discussione viene a toccare l’argomento guide e giornalisti e critici enogastronomici di cui Arrigo Cipriani non ha grande considerazione: e come dargli torto! Non c’è un grande editore che pubblichi una guida vera del settore – parlo di Editori come li ho conosciuti io,  Giulio Einaudi, Mario Lattes, Gianni Merlini – perché posti come Il Bar dovrebbero occupare una sezione hors categorie: non si danno voti alle Leggende. Anche il mio amico Gino Veronelli, grande personaggio di questo mondo ma certo non grande editore, ebbe i suoi bravi torti. Cipriani mi racconta di una battaglia a suon di anagrammi: trovò un bel Er vinello  che non piacque molto al buon Gino; si riappacificarono in un incontro casuale a New York…

Due aneddoti prima di concludere: una volta a New York a  Silvester Stallone che si lamentava di essere da molto in attesa di un tavolo, Giuseppe Cipriani replicò che per vedere un suo film aveva dovuto fare due ore di coda, e dunque che lasciasse perdere…

Gael Green, giornalista esperta di enogastronomia ma anche di faccende inerenti il sesso, fu mandata dal New York Magazine a scrivere un pezzo su uno dei locali di Cipriani: ne scrisse malissimo e a torto; Arrigo spedì una lettera al giornale dicendo che la signora aveva mangiato dimenticandosi di togliere il preservativo dalla lingua. E la lettera venne pubblicata integralmente, con grandi complimenti di tutti gli addetti ai lavori al sarcasmo opportuno del buon Arrigo.

Concludo parlando della pasta all’uovo, confezionata nel pastificio di proprietà in Veneto – non più di qualche quintale al giorno con una macchina ideata da Cipriani stesso – di qualità eccelsa, preparata con un ragout ineccepibile. Così come di ottima qualità la tartare guarnita con una buona salsa tonnata. Una bottiglia di un giovane Cabernet ha svolto il suo compito in modo adeguato – Arrigo Cipriani mi ha fatto notare che a Venezia non si possono avere cantine in cui tenere i grandi vini e ci si deve attrezzare in altro modo.

Di cibo e di vino ho parlato poco: non sono stato ospite di Arrigo Cipriani per giudicare la qualità della ristorazione, peraltro impeccabile: spesse volte ci si dimentica che la ristorazione è solo un mezzo.

Il fine naturale è nutrirsi bene.

Il fine delle persone, quelle che piacciono a me, è invece quello d’incontrare altri uomini, sensibili e curiosi ( non tralasciando le donne, naturalmente…).

Torino 17 marzo 2008

Vincenzo Reda

 

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Kuo-Ji ristorante cinese – Chinese cooking in Turin

Frequentiamo questo ristorante cinese, aperto dal 1987, da almeno una ventina d’anni. Ci andiamo 6/7 volte all’anno perché mia moglie ama la cucina cinese e in particolare le preparazioni a base di gamberetti e le zuppe. Il ristorante è situato nel pieno centro storico di Torino, in via S. Massimo, 4. E’ un locale pulito e con una sua eleganza tutto sommato abbastanza discreta: è composto da due sale per 60/80 coperti. Il servizio è cordiale e sollecito, sempre discreto. Molto chiaro e leggibile il menù, con una piccola carta dei vini scelta con cura e di particolare convenienza: ho bevuto un discreto Friulano dei Produttori di Cormons a 11 euro! Io amo in particolare gli involtini e la strepitosa zuppa agropiccante – molto piccante – a base di soia, bianco d’uovo, funghi, verdure e piccoli pezzi di pollo: davvero ottima. In tanti anni di frequentazione non abbiamo mai avuto  alcun genere di problemi e, per dare un’idea, si mangia in tre persone – in maniera più che abbondante e alla carta – con poco più di 60 euro! Mica male, di questi tempi….E’ un locale che mi sento di consigliare senza riserve, ovviamente a chi ama la cucina cinese (che a Torino significa soprattutto cucina cantonese, essendo la cucina cinese un universo assai complesso e di gusti e preparazioni molto variegate).

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Lucilla Pacini Barbesino e il suo Osteria Casa del Pescatore

Dopo oltre trenta anni di esperienza come insegnante (Alberghiero Colombatto, Istituto For.Mont di Venaria Reale, Piazza dei Mestieri) e come consulente gastronomica di molte aziende italiane e straniere, il sogno si è finalmente realizzato nel giugno dello 2010 a Marina di Pietrasanta.

Luci è lucchese di nascita, torinese per amore avendo sposato il mio amico Claudio: tornare in Versilia è stato come tornare a casa. E all’Osteria Casa del Pescatore sta mettendo in pratica tutto quello che in una vita dedicata a insegnare cucina ha da sempre professato: la qualità quella vera. Io non amo il sushi né il sashimi – pur se quando ho avuto modo di mangiarne, preparato da un grande chef giapponese, al Lila di Delhi, sono rimasto estasiato – ma la tartare di tonno su radicchio, i gamberoni grigi e gli scampi crudi che ho avuto modo di mangiare da Lucia mi hanno lasciato senza fiato! Avevo mangiato i gamberoni rossi crudi da amici a Bordighera, ma qui siamo in paradiso: quando ti vien voglia di succhiare l’intera testa del gambero crudo e la trovi dolce, non c’è altro da dire. Senza parlare dei fritti e delle grigliate: la qualità qui è  ai massimi livelli possibili, parola di pescatore. E poi c’è Nicolò, l’aiuto in cucina di Luci. Niccolò ha avuto modo di frequentare uno dei migliori master possibili in fatto di pesce: suo nonno materno Franco Raffaelli, pescatore da sempre! Ho parlato della sua bottarga, ma parlare di cibo è inutile: il cibo bisogna mangiarlo e gli aggettivi li deve scegliere la lingua (anche il naso e gli occhi, ma in ossequio giudizioso al re gusto che deve sempre imperare). La cucina di Luci è un inno semplice alla qualità: l’olio, le paste, la deliziosa leggerezza e delicatezza della sua filosofia cucinaria.

Il ristorante ha una cinquantina di coperti che diventano ottanta d’estate; si trova nella prima, tranquilla parallela del lungomare di Marina di Pietrasanta. Come ho già suggerito su questo mio sito, che non ha alcun aspetto commerciale né deve rendere conto ad alcuna filosofia se non il mio giudizio (che può anche non essere condivisibile, ma che è franco e schietto): provate, se vi piace il pesce, ad andare a mangiare da Lucilla. Poi, se volete, ringraziatemi. Buon appetito.

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William Blake, Il Sorriso – The Smile
Barolo Cannubi 2003 by Brezza

Barolo Cannubi 2003 by Brezza

C’è un Sorriso d’Amore,

E c’è un Sorriso d’Inganno,

E c’è un Sorriso dei Sorrisi

In cui questi due Sorrisi si incontrano.

 

E c’è uno Sguardo d’Odio,

E c’è uno Sguardo di Disprezzo,

E c’è uno Sguardo degli Sguardi

Che tentate di scordare in vano;

 

Perché si pianta nel profondo del Cuore,

E si pianta nel profondo della Schiena

E nessun Sorriso che mai fu sorriso,

Ma un solo Sorriso soltanto,

 

Che fra la Culla & la Tomba

Si può Sorridere soltanto una volta;

Ma, quando è Sorriso una volta,

C’è una fine a tutta l’Angoscia.

 

(There is a Smile of Love,/And there is a Smile of Deceit,/And there is a Smile of Smiles/In which these two Smiles meet.//And there is a Frown of Hate,/And there is a Frown of Disdain,/And there is a Frown of Frowns/Which you strive to forget in vain;//For it sticks in the Hart’s deep Core/And it sticks in the deep Back bone,/And no Smile that ever was smil’d,/But only one Smile alone,//That betwixt the Cradle & Grave/It only once Smil’d can be;/But, when il once is Smil’d,/There’s an end to all Misery.).

 

Questa poesia è tratta da “Pickering Manuscript”, tradotta (non benissimo) da Giacomo Conserva per Newton Compton. Per esempio, l’ultimo verso della terza quartina:”But only one Smile alone” io lo avrei tradotto: “Ma soltanto un Sorriso solingo”.

 

William Blake, poeta e pittore romantico e visionario, nacque a Londra il 28 novembre del 1757 e ivi morì il agosto 1827.

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La famiglia Bisol amplia l’offerta turistica di Venissa

http://www.vincenzoreda.it/ah-venissa-venissa/

http://www.vincenzoreda.it/burano/

Ricevo e volentieri pubblico, raccomandando personalmente un posto unico al mondo.

Il Venissa Wine Resort inaugura le nuove residenze diffuse a Burano, per vivere le Isole della Laguna di Venezia assieme alle eccellenze del Design Made in Veneto

Le nuove residenze diffuse nell’Isola di Burano, create in collaborazione con dieci tra le migliori aziende del territorio, propongono un’esperienza autentica a contatto con le tradizioni e le bellezze della Venezia Nativa

L’isola di Mazzorbo, che assieme a Torcello e Burano rappresenta la Venezia Nativa, ospita la Tenuta Venissa. In questo arcipelago di natura, colori, sapori e arte si trova la “vigna murata di Venissa” dove la famiglia Bisol ha riportato alla luce l’antico vitigno Dorona di Venezia.

Il vigneto fa da sfondo al Ristorante Stellato, all’Osteria Contemporanea e alle camere del Wine Resort, rendendo Venissa il luogo ideale per un soggiorno nella laguna all’insegna del relax e della buona cucina. Quest’anno il progetto compie un ulteriore passo con l’inaugurazione delle nuove residenze di Burano. Residenze diffuse nell’Isola, in più edifici, per far vivere all’ospite l’atmosfera del paese, che così ritrova il contatto con gli abitanti locali, ancora oggi molti dei quali operano nei mestieri tipici dell’isola tra quali pescatori e merlettaie.

L’ospite di Venissa potrà soggiornare in una delle camere che si trovano all’interno della casa padronale della tenuta Venissa nell’isola di Mazzorbo, o in una delle residenze diffuse nell’isola di Burano. La famiglia Bisol ha infatti ristrutturato alcune delle tipiche case colorate, abitate un tempo da merlettaie e pescatori, in collaborazione con gli artigiani locali e dieci tra le migliori aziende del triveneto.

I pavimenti degli ingressi sono stati realizzati con gli smalti di Orsoni, l’unica fornace presente ancora oggi a Venezia, che dal 1888 produce artigianalmente mosaico di vetro a foglia d’oro e quasi 3.000 tonalità di smalti che sono impiegati nei mosaici più importanti al mondo. Salendo ai piani superiori delle case invece troviamo i legni Itlas, realizzati con le stesse tavole del Piave un tempo usate per la realizzazione della flotta navale della Serenissima. Le parti più importanti dell’arredamento sono prodotti di aziende icone del design del Triveneto come Moroso, azienda per le sedute ed i complementi di Udine che collabora con alcuni tra i più grandi designers al mondo; Arclinea, che a Vicenza produce cucine innovative con materiali naturali e tecnologie d’avanguardia; Trend, azienda vicentina fondata nel 2000 da Pino Bisazza, che realizza decori in mosaico CAD ed artistico, dai motivi classici e moderni e rivestimenti dal design contemporaneo; Glass 1989, azienda di Oderzo leader nella progettazione e realizzazione di soluzioni benessere; Panto, le cui finestre incorniciano gli scorci e i colori delle case di Burano; FontanaArte, brand storico dell’illuminazione di design entrata a far parte del Gruppo Nice con sede a Oderzo; Bolzan Letti, azienda trevigiana che coniuga design ed artigianalità nella creazione di letti sartoriali; e Vimar, azienda di Marostica (VI) leader nel settore elettrico ed elettronico, che ha applicato la sua tecnologia domotica a Venissa per rendere ancora più confortevole il soggiorno degli ospiti del Wine Resort.

Queste aziende hanno creduto in questo progetto e contribuito a realizzare, di fatto, uno showroom da vivere.

L’amore della famiglia Bisol per il proprio territorio si manifesta così, non solo tramite il vino e la cucina, ma anche con il meglio del design Made in Italy.

Ai suoi ospiti Venissa propone inoltre una serie di attività ed esperienze per scoprire il territorio, come il corso di voga alla veneta grazie alla collaborazione con gli istruttori della remiera di Burano, workshop con i fotografi dell’isola o uscite di pesca assieme ai pescatori della cooperativa.

Venissa infatti crede in un turismo autentico, alla scoperta delle tradizioni e delle bellezze della Venezia Nativa, un angolo di paradiso all’interno di uno dei siti Unesco più visitati al mondo: la laguna di Venezia.

Informazioni: Matteo Bisol  matteo@venissa.it  M +39 340 5979252

Photo Gallery e Press kit   Clicca qui  per visualizzare

Venissa Wine Resort. Fondamenta Santa Caterina – 330142 – Isola di Mazzorbo, Venezia – Italia

tel +39 041 5272281

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My last wine artworks

Painting with Piedmont Pinot Noir (Brigante 2008 from Neviglie, Cuneo), Barbera La Pantalera 2011 Marrone (from La Morra, Cuneo) and Dolcetto 2014 Brezza (from Barolo, Cuneo). Also, I used two different papers: I like very much these.

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San Vitale (Ravenna, Italy)

La Basilica di San Vitale fu eretta tra il 525 (regnante l’ostrogoto Teodorico) e il 547 (sotto il bizantino Giustiniano II il Grande. E’ una delle più belle chiese cristiane di ogni epoca.

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Sant’Apollinare in Classe

La basilica di Sant’Apollinare in Classe (5 km dal centro di Ravenna) fu edificata tra il 532 e il 549 d.C., anno della sua consacrazione da parte di Massiminiano, primo arcivescovo di Ravenna.

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Some postcards from Rimini

Rimini (Ariminus) fu fondata nel 286 a.C. dai Romani su precedenti insediamenti antichissimi.

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Il cibo come cultura, Massimo Montanari

Montanari

«L’analogia tra cibo e linguaggio che abbiamo messo a confronto come sistemi di segni oltre che (nel caso del cibo) di realtà materiali, li connota entrambi come codici di comunicazione, che, all’interno e all’esterno delle società che li esprimono, trasmettono valori simbolici e significati di varia natura (economici, sociali, politici, religiosi, etnici, estetici ecc.). Come la lingua parlata, il sistema alimentare contiene e trasporta la cultura di chi la pratica, è depositario delle tradizioni e dell’identità di gruppo. Costituisce pertanto uno straordinario veicolo di auto-rappresentazione e di scambio culturale: è strumento di identità, ma anche il primo modo per entrare in contatto con culture diverse, giacché mangiare il cibo altrui è più facile – almeno in apparenza – che decodificarne la lingua. Più ancora della parola, il cibo si presta a mediare fra culture diverse, aprendo i sistemi di cucina a ogni sorta di invenzioni, incroci e contaminazioni».

«Una vicenda esemplare è quella del Medioevo europeo, che, come abbiamo già messo in luce, vide formarsi un’identità alimentare e gastronomica nuova, sostanzialmente innovativa rispetto al passato (di cui, pure, trasmetteva l’eredità) grazie a uno straordinario esperimento di contaminazione, anche conflittuale, tra culture diverse e in qualche misura opposte. La nuova civiltà, come sappiamo, nacque dall’innesto della tradizione romana (ripresa e rafforzata dal cristianesimo) su quella “barbarica”: la cultura del pane, del vino e dell’olio si incrociò con la cultura della carne, della birra e dei grassi animali, e quello che ne scaturì fu un modello inedito di produzione e di consumo, in cui la carne (soprattutto la carne di maiale) affiancava il pane come “valore forte” del sistema, in una dinamica di reciproca integrazione, al tempo stesso economica e simbolica, che costituisce uno dei più interessanti episodi nella storia alimentare».

«Che le identità alimentari (e culturali in genere) siano un prodotto della storia, solo parzialmente riconducibile Montanari 1a situazioni ambientali e geografiche, lo scopriamo con chiarezza anche nel processo di costruzione della cosiddetta “dieta mediterranea”, frettolosamente celebrata (soprattutto dai media americani) come frutto di una “saggezza antica”, di una “tradizione” lungamente sperimentata. Ora, a parte il fatto che parlare di “dieta mediterranea” al singolare è una sorta di astrazione metafisica, che ignora la varietà estrema di situazioni che la stessa geografia ha creato tra – mettiamo – Provenza e Libano, Tunisia e Dalmazia, Sicilia e Egitto; a parte questo, dobbiamo ammettere che molti fattori costitutivi di questa “dieta mediterranea” non sono affatto, in origine, mediterranei, bensì escono da una storia, spesso di fresca data, di scambi e di incroci con altre regioni e continenti del mondo. Le cucine mediterranee attuali in realtà non hanno molto di antico salvo l’uso del pane, del vino, dell’olio d’oliva, della carne ovina, della cipolla e di poco altro».

Massimo Montanari (Imola, 1949) insegna Storia medievale e Storia dell’alimentazione all’università di Bologna. Considerato uno dei massimi esperti mondiali di storia dell’alimentazione, ha pubblicato diversi libri che sono fondamentali in questo settore (imperdibile La Storia dell’alimentazione, Laterza 1997, curato con Jean Louis Flandrin).

Il lavoro qui presentato è un testo fondamentale per le riflessioni che suggerisce nell’ambito della cultura alimentare. Ho riportato alcune citazioni illuminanti, a parer mio.

Il Cibo come cultura, M. Montanari – pp. 170, Laterza (Roma/Bari) 2004, 9,00 €.

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