Working for japanese Tv: Vincenzo Reda dipinge con il vino

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Vincenzo Reda Wines Paintings in La Piazza Restaurant – Torino

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Botti concettuali e concetto di botti

La prima visita alla Cantina della Tenuta Biodinamica Mara, sulle dolci colline di San Clemente (basso riminese, a non più di 3/4 chilometri in linea d’aria dall’Adriatico), l’ho effettuata il 5 maggio scorso.

Mi ero portato del vino ridotto e così ho effettuato i primi interventi sulle pareti in cemento dei due tini a forma di uovo.

Visto il luogo, unico nel suo genere sia per la luce sia per le musiche (Canti Gregoriani), ho deciso di non alterare con uno strato di gesso le pareti dei tini, cosa che senza dubbio avrebbe messo in maggior risalto il colore del vino ma che sarebbe stata invasiva.

Avendo preso questa decisione, mi è venuto naturale ispirarmi a un certo graffitismo d’autore: Keith Haring e, soprattutto, Jean-Michel Basquiat, entrambi americani vissuti (e scomparsi giovanissimi) tra gli anni ’60 e  ’80 del secolo scorso.

Chiaro che ho declinato questo stile con le mie ossessioni sul simbolismo di tipo antropologico e cultuale che mira da sempre a un utopistico sincretismo: certi simboli sono, senza dubbio alcuno, di valore universale.

Su tutti, i due che contraddistinguono con la loro dimensione e posizione i due tini: quello più grande, a sinistra, reca l’OM sanscrito che rappresenta la sacra sillaba dei Veda (risalente ad almeno il X sec. a. C.), il mantra per eccellenza; la Preghiera Universale, in estrema sintesi. Il tino di destra reca invece il simbolo egizio ANKH, ovvero La Vita (Eterna): simbolo antichissimo spesso associato alla dea dell’Ordine Universale Maat e al Dio Horus (Falco), il cui sacro occhio sinistro è inscritto nell’ansa della croce.

Dopo questi due simboli importantissimi, ho deciso di riportare su entrambi i tini il Quadrato magico della Palindrome Sacra: SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS; attribuita a un vescovo di Lione della seconda metà del II secolo, è una frase che si legge nello stesso modo sia da destra a sinistra che viceversa e, messa nel quadrato, si legge sempre uguale da qualunque parte di cominci. La frase è in latino e significa: Il contadino Arepo lavora con difficoltà la ruota (dell’aratro). Considerata una frase beneaugurante, in verità è l’anagramma doppio di Pater Noster che viene incrociato e reca ai quattro lati dei bracci della Croce 2 α e 2 ω, ovvero le 4 vocali che crescono: l’ α e l’ω sono l’inizio e la fine di tutto.

Altri simboli importanti sono la sequenza di Fibonacci (1 1 2 3 5 8 13 21 34 55 89…); scoperta dal matematico pisano dopo i contatti con il mondo arabo, rappresenta lo schema che regola la matematica dell’Universo: ogni numero è la somma dei due precedenti e con l’ingrandirsi delle cifre il rapporto tra un numero e quello che lo precede diventa 1,618…. che è chiamato Numero D’Oro (il rapporto tra i lati che regola il Rettangolo Aureo del Rinascimento italiano). φ (fi) è il simbolo greco che rappresenta il Numero D’oro.

Poi c’è il glifo Kan: a seconda del determinativo che lo identifica, nella complessa scrittura dei Maya classici, significa Signore, Sole, Quattro ed è forse il glifo più importante di quella straordinaria cultura americana.

E ancora ci sono l’ideogramma cinese della fortuna, la spirale, la stella a sei punte, la falce e il martello, la Menorah (il candelabro a sette bracci ebraico)….

Detto della complessa simbologia che ho riportato sul cemento dei due tini a uovo, il lavoro è cominciato domenica 21 ed è finito giovedì 25 giugno 2015. In fasi successive ho spennellato con il Sangiovese Maramia 2012 e 2103, prodotto con processo biodinamico da Tenuta Mara, tutta la superficie dei tini.

Ho messo in evidenza macchie e colature che in questa fase sono di colore grigio-blu. Su questa patina ho cominciato a spennellare con vino ridotto di almeno ¼: occorrono molte mani e tanta pazienza.

Ma poi il risultato è stato pari a quanto avevo immaginato e progettato. E il vino che sarà contenuto in questi due specialissimi tini sarà, credetemi, più buono.

Salute!

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Tenuta Mara, painting in the cellar

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Thelonious Sphere Monk

Thelonious Sphere Monk, nasce a Rocky Mount (North Carolina) e ci abbandona a Weehawken (New Jersey) il 17 febbraio 1982. Assistito con cure amorevoli dalla famosa baronessa Nica de Koenigswarter (Pannonica), gli ultimi dieci anni della sua vita li trascorse senza proferire parola né toccare la tastiera di un pianoforte. Scoprii questo artista sensazionale nella seconda metà degli anni Ottanta: ero a Parigi e il mio amico Renzo Angelosanto, italo-francese appassionato di jazz, mi fece ascoltare alcuni pezzi di questo pianista che suonava l’assurdo, il silenzio, il controtempo, le note sbagliate. Acquistai a Parigi, nel 1986, il Cd qui sotto illustrato: Thelonous Solo in San Francisco, Riverside, stampato dai giapponesi a Tokyo nello stesso anno e m’innamorai perdutamente di questo pazzo, maniaco di copricapo, che ogni tanto, tra una nota e l’altra, si alzava e compiva dei giri su sé stesso. Associato senza ragione al Bebop (la musica di Monk è antitetica al diluvio di note di questo genere) soltanto perché aveva suonato con Dizzy e Charlie negli anni a cavallo tra i Quaranta e i Cinquanta, raggiunse la sua notorietà come solista nel decennio successivo. Insegnò il silenzio a Miles Davis e suonò con tutti i maggiori musicisti jazz del suo tempo, in particolare fu vicino a quell’altro scombinato genio pianistico di Bud Powell e collaborò per molti anni con il sassofonista Charlie Rouse  e il batterista Art Blakey. Celeberrimo il suo ‘Round Midnight, classico rifatto da tutti (anche da Amy Winehouse…). Il mio pezzo preferito, tra le sue circa 70 composizioni, è Blu Monk.

Con Bach, Nino Rota, Dylan, Guccini, Mercedes Sosa, Miles Davis, Mahalia Jackson e Billie Holliday è il musicista, tra i tantissimi miei, che ascolto di più e che mi aiutano, certe volte, a sopravvivere.

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Mumbai/Bombay

Questo è un vecchio (2008) articolo. Lo ripubblico perché sto lavorando a un pezzo che accosta la cucina indiana con i vini piemontesi.

A febbraio ho passato circa 15 giorni in India, meglio, a Mumbai (fino a ieri, e oggi ancora non certo in disuso: Bombay, dal portoghese “buona baia”, toponimo che descrive per bene la morfologia del sito in cui la città fu fondata). Perché Bombay è in India, ma è la città meno indiana tra tutte le città indiane. Un po’ Madras, un po’ Delhi, un po’ Milano, un po’ New York o Londra: sempre e comunque India, dove tutto si mescola, convive, si fonde e si distingue, vive e lascia vivere miliardari storpi ingegneri divi Dei computer vacche sari e blazer…

Spesso ci si scorda che la Grande India geografica, quella che comprende Pakistan e Bangladesh, con una superficie inferiore alla metà di quella cinese è di questa più popolosa di qualche decina di milioni di anime…e l’India, quella politica, è la più grande democrazia di questo sempre più angusto nostro mondo. Due piccoli aneddoti per cercare di raccontare in sintesi che cosa può essere questo universo a noi lontano. Appena sbarcati nell’immenso Chhatrapati Shivaji International Airport, a notte fonda nel caos di ombre e luci e forti odori veniamo, chiedendo e contrattando, affidati a un tassista sik: alto, barbuto e farcito di regolare turbante. Il mezzo è il solito nerogiallo Fiat 1100R, cambio al volante e guida a destra con sospensioni a balestra e alimentazione a gas: praticamente indistruttibile. L’ora volge quasi all’alba, per le immense strade di Bombay non si vede pressappoco nessuno; eppure, come per incanto, a uno dei tanti intricati crocicchi, si crea dal nulla un ingorgo di qualche decina di mezzi. Penso, ecco che ci siamo! E adesso quando ne usciamo da quest’ammasso di pazzi. Ebbene, senza alcuna imprecazione, pur se i clacson erano roventi, senza alcun insulto e in pochi secondi, l’ingorgo inestricabile così come s’era creato dal nulla nel nulla svanisce: un incanto indiano… L’altro aneddoto che racconto volentieri per significare di che materiale alieno siano costruiti gli indiani, è il seguente. Altro tassista occasionale – è bene servirsi di autisti conosciuti e contrattati a priori, a Bombay – preso al volo dalle parti del Gateway e che serviva a riportarci in albergo: quanto vuoi per l’Ambassador? Ah, poi vediamo….Giunti in poco tempo a destinazione gli chiedo, e allora? Beh, vedi tu, quello che vuoi tu a me va bene. Gli ho dato cinquanta rupie – circa 80/90 centesimi di euro – un prezzo più che onesto nei suoi confronti. Questi sono alcuni aspetti dell’India, di quelli che colpiscono. Appena scendi dall’aereo, Bombay, come tutti gli altri posti del mondo, ti pervade del suo olezzo particolare: arrivavo da Kuwait City dove il profumo della spezia è più secco, più, come dire, tagliente; l’odore di Bombay è uno speziato dolciastro, oleoso, appiccicoso. Le spezie sono la chiave di volta per descrivere la cucina indiana: di qui si parte e qui si arriva. Curry è una parola inglese che in India dice poco o nulla: masala , letteralmente spezia, è il termine che definisce l’universo dei miscugli di spezie indiane. Garam Masala: spezia calda, hot nel senso di piccante, è l’altra espressione comune con cui vengono identificate le mille e mille misture tritate di semi radici e cortecce che costituiscono cumino, cardamomo, curcuma, cannella, zenzero, chiodi di garofano, finocchio, sesamo, zafferano, noce moscata, pepe, peperoncino, coriandolo, macis, papavero. Alle spezie si deve sempre accostare lo yogurt o il ghee, burro chiarificato della tradizione già in epoca vedica. Spezie e latticini introducono un’altra delle caratteristiche della cucina indiana: il celebre tandoor. Tandoor è una parola di lontane origini forse semitiche o iraniane (tanur, tandir, tannur: tutti termini che si ritrovano nell’arabo, nell’urdu, ma anche presso turchi e azeri), certo è che questa sorta di giara in terracotta, cilindrica e aperta sul fondo per ospitare le braci di cottura, è stata rinvenuta per la prima volta presso le rovine delle civiltà di Harappa e Mohenjo Daro, siti risalenti al terzo millennio avanti Cristo e situati tra India e Pakistan sul fiume Indo. In origine, questo manufatto era usato per cuocere, spalmati sulle pareti calde, i sottili impasti di acqua e farina non lievitati da cui si svilupperà la tradizione dei vari tipi di pane come il chapati e il naan (quest’ultimo mescolato al ghee e leggermente lievitato). Solo intorno al XVIII secolo, nelle aree intorno a Peshawar in Pakistan, il forno tandoor cominciò a essere usato per la cottura delle carni, tramite spiedi infilati direttamente nelle braci. E’ chiaro che si tratta di una cottura a secco che richiede una lunga marinatura, a base appunto di ghee, yogurt e spezie, che permette alla polpa di cuocere in modo uniforme, essendo morbida e ricca di liquidi; questo tipo di cottura rende il cibo leggermente affumicato e molto secco, da ciò l’uso di salse per ammorbidirne e caratterizzarne il gusto. Oggi le esigenze della ristorazione hanno richiesto la trasformazione di quelle antiche giare in più semplici forni metallici che sono simili a pentole a pressione: i gusti, è chiaro, non sono più gli stessi. Inoltre, e questo fatto ai puristi è inviso, con le caratteristiche della cottura tandoori si cucina di tutto, pesce e crostacei inclusi.

L’altro pilastro della cucina indiana è costituito dalle innumerevoli ricette con cui si prepara il riso, sia come contorno, sia come piatto principale (mescolato a carne, pesce e, soprattutto, verdure e leguminose).
Non si possono, infine, dimenticare le famose salse chutney, fredde o calde, a base di latte, yogurt, cocco, limone e sempre con abbondante uso di aglio, cipolla e spezie varie. Tikka, dhal e fugath sono altrettanti modi di cucinare (allo spiedo, stufati, al vapore, ecc.).
Quando si parla di carne si tratta in genere di pollame e di agnello, poco diffuso il maiale e proibito il manzo; per pesce s’intende quasi sempre il pomfret, il grande pesce castagna con polpa e gusto simili alla nostra ricciola, e poi scampi, gamberi e gamberoni propinati in tutti i modi e con tutte le salse e sempre, comunque, deliziosi.
Gli indiani, è una delle impressioni più immediate e forti, mangiano per strada a tutte le ore e di tutto: frittelle, spiedini, involtini, insalate, intrugli varii, frutta, fresca e secca, verdure e dolci di tutti i generi. Ci sono banchi e banchetti di ogni tipo e per tutti i gusti a ogni angolo e in tutti i quartieri, centrali o periferici che siano.
Birra e alcolici sono somministrati solo negli esercizi che hanno la speciale licenza, mai nei banchi lungo le strade; la birra indiana – Kingfisher o Fosters – è ottima, non altrettanto il vino, prodotto nello stato del Maharashtra (di cui è appunto capitale Bombay e che conta 55/60 milioni di abitanti la cui lingua è il maharati, cugino dell’hindi e discendente diretto del sanscrito con cui ha in comune l’alfabeto devanagari): ho bevuto soprattutto bianco, da uve Chenin blanc, di scarsa qualità, pur se non con gravi difetti. Ottimi, secondo la buona tradizione britannica, il whisky, sia blended sia di malto singolo, e il rum.
Ho mangiato in ogni categoria di ristorante: dal magnifico “The pearl of the orient” – un posto davvero straordinario collocato dentro una sorta di cilindro che ruota di 360°, molto lentamente, e che mostra mentre si sta a tavola l’immenso agglomerato di Bombay ( la città è lunga oltre 120 km e larga mediamente 20/30…) dall’alto dell’hotel Ambassador! – a certe locande in Andheri, quartiere popolare intorno all’aeroporto; dai ristoranti di catene Goane alle bettole per turisti dell’isola di Elephanta e ne ho ricavato sempre un preciso insegnamento, che già avevo recepito quando venni a Bombay qualche anno fa per la prima volta: il cliente è sacro! Il cliente viene sempre trattato con deferente rispetto, a volte con gradevoli attenzioni e servito come fosse un principe, in qualsiasi posto e senza distinzione di classe, etnia o provenienza ( gli indiani, ho osservato, venivano trattati esattamente come noi).
Arrivando da un paese come il nostro, che del turismo e dell’accoglienza dovrebbe fare religione, si resta allibiti; quante volte nei nostri locali pubblici si è trattati con sufficienza, quasi indesiderati ospiti; quante volte si è trattati con maleducazione, serviti in modo sciatto, trascurato; quante volte si è addirittura maltrattati e insultati e a che prezzi! Tutte situazioni che mai ho avuto la ventura di vivere in India, anche nei banchetti per strada, anche in certi poverissimi negozi di mercatini rionali dove le famiglie lavorano, dormono, mangiano….
Non devo scordare di ricordare il “Gaylord”, un ristorante situato dirimpetto all’hotel Ambassador in zona Churchgate, downtown: di categoria medio alta, frequentato da impiegati e uomini d’affari, qualità e servizio memorabili a 1500 rupie (circa 25/28 euro..) per tre persone e con vino discreto!
Ho provato ristoranti cinesi e finanche una pizzeria in cui ho mangiato una “pizza calabrese” nemmeno malvagia, anche se di gusti, beh, leggermente diversi dai nostri…..E notato che ci potrebbe essere un mercato enorme per cibo e vino italiano, oggi scarsamente presenti in un contesto in cui australiani, californiani e, ancora, francesi la fanno da padroni.
A Bombay abitano ufficialmente 16/17 milioni di persone, stime attendibili ci dicono che in realtà si superano di gran lunga i 20 milioni di anime: vivono con un grande senso del rispetto, tutte mescolate insieme in una gigantesca sorta di Garam Masala pestato con cura dentro un mortaio immenso. La limousine del luminoso divo del cinema passa accanto a famiglie che vivono sulle strade, con stoviglie e legna per accendere il fuoco e pargoli elemosinanti: non c’è né superbia, né distacco, né commiserazione da una parte; dall’altra non si percepisce malanimo, invidia, cattiveria. Essere straricchi o poverissimi costituisce un semplice dato di fatto: non è colpa né merito diretto del ricco essere ricco e del povero essere povero. I punti di vista marxisti della lotta di classe, nati due secoli fa in Europa, sono più che lontanissimi: alieni. E ciò non costituisce né un bene né un male: è semplicemente così! Dura da capire per noi, che per storia e tradizioni riteniamo essere sempre dalla parte della ragione e dunque essere naturalmente destinati a stabilire cos’è giusto e cos’è sbagliato o cos’è bene e cos’è male.
(Scrivo questo resoconto di viaggio nei giorni in cui Ratan Tata ha acquistato Jaguar e Land Rover – illustri marchi dei colonizzatori inglesi – dalla Ford e l’altro magnate indiano, Vijay Mallya, partecipa con il marchio Kingfisher al campionato di Formula 1: sono fatti epocali, e non solo per gli indiani…).
28 marzo 2008
Vincenzo Reda

 

 

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Un bicchiere per Mamiko

Una decina di giorni fa mi arriva una telefonata. Mi chiamo Mamiko, sono un’amica di Alessandro del ristorante Quanto Basta e vorrei comprare un suo quadro da portare in Giappone. Vorrei che non fosse di dimensioni troppo grandi per portarlo in valigia.

Io dipingo quadri un po’ più grandi (50×70 o 60×80 cm.), bisogna che ne dipinga uno apposta. Va bene 35×50? Sì, mi risponde lei, e il quadro è da dedicare allo chef Tomoyuki che ha un ristorante italiano nella regione di Aichi (tra Tokio e Osaka): si chiama Osteria Camparo. Va bene, dammi una settimana di tempo e avrai il tuo quadro.

L’ho dipinto con il Dolcetto d’Alba 2012 di Brezza, con quello che mi era avanzato dai miei biglietti di auguri realizzati quest’anno: è diventato incredibilmente blu! Il risultato mi pare assai buono: ho scelto una delle mie forme classiche. Speriamo che lo chef Tomoyuki apprezzi e con lui i suoi clienti giapponesi: è il mio primo quadro che va in Giappone.

Ho poi scoperto che Mamiko lavora in cucina nel ristorante Baravàn (via Principe Tommaso, 16 a Torino). E’ in Italia da 8 anni e ci sta molto bene.

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ANGELO GAJA: APPUNTI DI VIAGGIO IN SUDAFRICA

IMG_2286Il mio primo viaggio in Sud Africa l’ho fatto prima di Pasqua.   Il Sud Africa ha una popolazione di 55 milioni di abitanti, dei quali 7 milioni di bianchi. Presidente della Repubblica é Jacob Zuma che non soltanto è stato condannato recentemente dalla Corte Costituzionale, ma ha anche la sfiga di arrivare dopo il grande e carismatico Mandela, grazie al quale venne messo fine all’apartheid. La lingua maggiormente parlata é l’afrikaans, introdotta dai colonizzatori olandesi, a fianco di una cinquantina di altre lingue e dialetti. Da qualche anno la prima lingua che viene insegnata a scuola è l’inglese, che sta guadagnando spazio anche in altre nazioni africane e sarà destinata nel tempo a divenire assai più di una lingua veicolare. Sono stati gli olandesi ad introdurre la viticoltura in Sud Africa nella seconda metà del 1600, ricorrendo alle varietà francesi. La varietà storicamente più diffusa era il Pinotage, incrocio Pinot nero-cinsault. La produzione annuale di vino sfiora i 10 milioni di ettolitri, per il 60% controllato da cantine cooperative, il 50% consumata in loco ed il resto esportato. In tutto il paese le cantine sono 700, esigua la presenza di cantine artigianali. A pochi chilometri da Cape Town e dalla costa (mi sovviene Tachis: “la vite ed il vino amano il respiro del mare”) si trova STELLENBOSCH, che corrisponde sia al nome della città che a quello dell’area viticola d’eccellenza, incorniciata in un paesaggio mozzafiato. Nell’area operano 170 cantine, tutte di proprietà dei bianchi di ceppo olandese, anglosassone, … Le cantine cooperative qui controllano soltanto il 10% della produzione. Il clima trae beneficio dalle correnti fredde oceaniche originatesi dal polo antartico. Suoli che derivano da alterazioni del granito. Vigneti a media/bassa densità di impianto, a spalliera, potati a cordone speronato, irrigati, condotti in sistema convenzionale; qualche interesse per la conduzione biologica. Il Pinotage praticamente soppiantato dalle varietà internazionali, quelle a tutti note già piantate nei paesi del “nuovo mondo”, quelli al di fuori dell’Europa. Alcuni luoghi di produzione esibiscono abitazioni storiche, ville ampie di grande fascino, di stile architettonico olandese. Le cantine visitate sono immerse in giardini vasti, ricchi di vegetazione e di fiori, curati da mano d’opera di colore e di bassi salari. Ovunque bacini per la raccolta di acqua piovana e sorgiva ove c’e’. La produzione é affidata a macchinari moderni: l’avvento di Mandela, 1992, aprì le porte alle importazioni ed avviò la modernizzazione del paese. Locali capienti per la degustazione e l’acquisto diretto di vino in cantina, personale qualificato, attenzione alla temperatura di servizio dei vini. Presso molte cantine i visitatori possono godere dell’accoglienza di luoghi di ristoro e camere. Grande sfoggio in etichetta di nomi varietali, oltreché di nomi di fantasia. Livello di qualità dei vini assaggiati: medio-alto. Nei vini bianchi eccelle una varietà scarsamente diffusa nel ”nuovo mondo”, lo CHENIN BLANC, che ho molto apprezzato per eleganza, sapidità e freschezza conferitagli da una acidità vibrante. Con il cambiamento climatico in atto è questa una varietà che, i produttori che lo desiderano, dovrebbero essere autorizzati a piantare anche in Italia centro-meridionale. Nelle varietà ad uva nera primeggiano SHIRAZ, oltreché Cabernet Sauvignon.

Cantine visitate:

JORDAN, www.jordanwines.com – accolti dalla proprietaria Kathy Jordan, molto attenta alla storia dei luoghi, con grande affabilità e professionalità.

MEERLUST, www.meerlust.co.za – fondata nel 1693, cantina storica per eccellenza. Dal 1980 produce RUBICON, porta lo stesso nome del vino prodotto a Napa da Francis Ford Coppola. Le due cantine hanno trovato modo di non litigare, assegnandosi sul mercato aree diverse di competenza. Rubicon é stato il primo vino sud-africano ispirato al taglio bordolese classico.

L1170303

Con Giorgio Dallacia, Giuseppe Ippolito Cirò, Du Cropio) e Vincenzo Munì

A Meerlust incontro a pranzo, organizzato magistralmente in cantina, Giorgio Dallacia giorgio@dallacia.com pordenonese trapiantato a Stellenbosch dal 1974. Di lui ho poi sentito soltanto parlare bene nel prosieguo del mio viaggio. Gli viene riconosciuto il merito di avere favorito la crescita qualitativa dei vini di diverse cantine offrendo consulenze, consigli e suggerimenti, oltreché instancabile promotore della cultura italiana. Mi è successo spesso, nei paesi esteri, di incontrare personaggi, di origine italiana e non, la cui azione ha portato beneficio di immagine all’Italia e sempre ho sofferto la mancanza di generosità del nostro paese, l’incapacità di istituire un riconoscimento, CAVALIERI D’ITALIA?, da assegnare loro. Giorgio sarebbe un candidato ideale.

DEMORGENZON, www.demorgenzon.co.za – a fianco dell’ingresso della cantina un vigneto soffuso di musica. Già visto anche in Italia. Però mi sorprende il proprietario, Hylton Appelbaum, allorché mi dice di avere seguito da tempo gli studi sul linguaggio delle piante, condotti dal prof. Stefano Mancuso stefano.mancuso@unifi.it. Sempre alle ricerche condotte dal prof. Mancuso sul modo di comunicare delle piante ha fatto riferimento Andrew Jefford nell’articolo pubblicato sul numero di DECANTER aprile 2016. Una sensibilità in più per fare sorridere le viti.

RUSTENBERG, www.rustenberg.co.za – vasta proprietà condotta da Simon Barlow e dal figlio Murray. Villa splendida, luogo incantevole che i proprietari affittano anche per riprese ai cineasti holliwoodiani.

RUST EN VREDE, www.rustenvrede.com – di proprietà di Jean Engelbrecht, molto intraprendente, anche proprietario di 8 ristoranti in Sud Africa attraverso i quali promuove i suoi vini.

DELAIRE GRAFF, www.delaire.co.za – investimento recente e faraonico operato dallo svizzero Laurence Graff, ricchissimo imprenditore dei diamanti e delle pietre preziose. 35 ettari di vigneto, oltre 5 ettari di giardini tenuti che è un incanto, una architettura ricercata e curata nei particolari, cantina super-attrezzata, un relais chateau con 10 suites per abbienti, 3 ristoranti, opere d’arte preziose degne di museo disseminate ovunque. Una esagerazione? Un capriccio? non solo, anche un investimento operato da un soggetto ricchissimo che trasmette un segnale molto forte: di condivisione e di fiducia nel futuro glorioso dei vini di Stellenbosch.

MORGENSTER, www.morgenster.co.za – di Giulio Bertrand, biellese del tessile convertitosi dal 1992 alla produzione di vino ed olio d’oliva eccellente, giudicato dagli esperti come quello di migliore qualità in provenienza dall’emisfero Sud. A Morgenster ha piantato anche Nebbiolo e Sangiovese. Ad 89 anni di età portati gagliardamente, Giulio coltiva progetti futuri avvincenti. Un onore avere il piacere di ascoltarlo.

HAMILTON RUSSELL VINEYARDS, www.hamiltonrussellvineyards.com – non è a Stellenbosch, ma nell’area vicina di Hemel-en-Aarde Valley. Distante dalla costa non più di 2 chilometri, con un clima ancora più fresco. Conduzione biologica dei vigneti con passaggio al biodinamico. Il miglior Pinot Nero assaggiato.

NESSUN DORMA. Le aree vitivinicole più vocate del “nuovo mondo” sono in grande spolvero. Con crescenti cure dedicate a vigneto, cantina, accoglienza e marketing.

Angelo Gaja, aprile 2016

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I KALASH, IL POPOLO DEL VINO

Ho scritto questo articolo anni fa, è stato pubblicato su Barolo & Co e sul mio libro Più o meno di vino . Lo riporto oggi sul mio sito per due ragioni. Sono molto preoccupato perché nell’area dove vive questo popolo straordinario oggi infuria la caccia ai talebani e i kalash nulla hanno da spartire con queste faccende. La seconda ragione è dovuta al fatto che devo occuparmi di un convegno, per conto della Regione Valle d’Aosta, che tratterà della Memoria delle Montagne, con taglio archeologico e antropologico. Mi piacerebbe molto fare intervenire qualcuno di quel popolo o qualche studioso che quel popolo conosce: il mio è da considerarsi un appello e sono disponibile in questo senso. Grazie.

Alessandro Magno, di bassa statura, gran beone, d’intelligenza e vedute avanti secoli rispetto al suo tempo (allievo di un certo Aristotele), era partito intorno al 334 a.C. dalla sua Macedonia, inseguendo il sogno del favoloso oriente. Due anni prima, il padre Filippo era incappato in un pugnale vagante: fu così che il figlio Alessandro, prediletto dalla moglie Olimpia, a circa vent’anni aveva ereditato il potere devastante della falange macedone, della sarissa e del genio militare di Parmenione.

Giunse nel mitico Paropamiso, oggi Afghanistan nord-orientale ai confini dell’Hindukush, intorno al 327, dopo aver annichilito i Persiani e averne fatti propri costumi, risorse, territori e sudditi.

In Afghanistan Alessandro fondò almeno tre delle sue innumerevoli Alessandrie: le odierne Herat, Kandahar e Begram ( nei pressi di Kabul ), in ognuna lasciò presidi del suo multietnico esercito.

Narrarano le cronache che una città, situata in quei luoghi, e poi ribattezzata Nysa in onore della nutrice di Dioniso, si arrese al gran Re che identificò il dio locale con il dio  greco del vino ( probabilmente un vedico Shiva o Indra ) e credette che  fossero  suoi discendenti. Nei pressi, oltretutto, crescevano l’edera e l’alloro: Alessandro sacrificò e celebrò una grande festa bacchica (una delle sue solenni ubriacature che non mancarono mai nel corso di tutta la campagna e che generarono spesso assassinii e altre varie nefandezze), citata da Teofrasto, e rese libera la città afghana.

Alessandro proseguì verso l’Indo e gli scontri con gli elefanti di re Poro, ma lasciò un sacco di gente, molti di origine mediterranea, in quelle terre.

Narra una leggenda kalash che il generale Salik Shah, chiamato dai greci anche generale Selefous, con cinque soldati delle armate di Alessandro si stabilì nella regione e diede così inizio alla stirpe Kalash.

Oggi questo popolo, ridotto a un numero che le varie fonti attestano tra i 2500 e i 4000 individui, vive diviso in tre valli, isolate e raggiungibili con molte difficoltà, a qualche decina di chilometri dalla città di Chitral, nel Pakistan nord occidentale ai confini con l’Afghanistan. Sono le valli di Birir – dove risiede la comunità più numerosa – Rumboor e Bumburate, situate alle soglie della catena dell’Hindukush a un’altezza media di circa 2000 metri.

E’ una popolazione pagana, che festeggia con riti orgiastici, in cui sono uniti uomini e donne, i propri dei e che ha conservato la cultura della vite e dell’uva (esclusiva della valle di Birir). I tratti sono indoeuropei: recenti studi, condotti nell’ambito di una ricerca sviluppata dal Dipartimento di Genetica della facoltà di medicina della Standford University e affidata al dottor Qasim Mehdi, pakistano, hanno attestato una parentela genetica nel DNA dei kalash con italiani e tedeschi. Si stanno oggi compiendo studi di paragone genetico con marker di greci e macedoni, ben sapendo che le etnie dell’armata di Alessandro erano le più variegate.

La scoperta dei kalash per il mondo occidentale avvenne negli anni sessanta a opera degli hippy che cercavano nel sub-continente indiano strade alternative alla Conoscenza. Già Rudyard Kipling nel XIX secolo s’era occupato di queste popolazioni (vedi il romanzo “L’uomo che volle farsi re”).

Fino alla fine dell’800, pur perseguitate per secoli dalla colonizzazione islamica, popolazioni di origine indoeuropea e di religione pagana abitavano l’ampio territorio che oggi è l’Afghanistan nord orientale: tale regione veniva infatti chiamata Kafiristan, in arabo “terra degli infedeli” e Kafiri, “infedeli”, i suoi abitanti.

Tra il 1895 e il 1898, l’emiro di Kabul, Abdur Rahman, scatenò una guerra feroce contro questi infedeli che avevano oltretutto velleità di indipendenza. In buona sostanza, risolse il problema alla radice: li sterminò quasi tutti. I pochi sopravvissuti dovettero spostarsi poco alla volta in luoghi sempre più lontani e meno accesssibili. Narra la leggenda che un dehar, un veggente, nel corso di una trance fu visitato da una divinità che gli disse che avrebbe lanciato nel cielo tre frecce di colore rosso, giallo e nero. I figli dell’ultimo capo kalash, di nome Birir, Bumburate e Rumboor, avrebbero dovuto cercare le frecce e fondare tre villaggi nei luoghi in cui le avrebbero trovate. In quei villaggi, che si sarebbero chiamati coi loro nomi, avrebbero vissuto in pace in mezzo agli dei.

Così parlò la divinità e così avvenne.

Quella parte di Afghanistan, ormai bonificata, venne rinominata Nuristan “terra della luce” (Nur in arabo significa luce, appunto).

Il governo pakistano ha smesso di perseguitare questo popolo nel momento in cui ha realizzato che poteva costituire una grande attrazione turistica: le fotografie dei  copricapo delle belle donne kalash, bionde e con gli occhi chiari, chiamati kupass e ricoperti di perline, conchiglie e monete, sono usati nelle brochure turistiche del paese.

Purtroppo, come sempre avviene, il turismo, anche se non di massa viste le oggettive difficoltà per raggiungere le valli kalash, sta compiendo danni irreversibili. E’ impossibile, infatti, impedire contaminazioni e condizionamenti di ogni genere, soprattutto sulle generazioni più giovani, sebbene c’è un nucleo di saggi che vuol tutelare e tramandare la cultura kalash. La loro lingua è il Kalashwar, un idioma solo parlato di chiara parentela sanscrita, che viene tramandato, insieme alle tradizioni, ai miti e alle leggende, dai Kasi, i saggi kalash che girano di capanna in capanna e di villaggio in villaggio raccontando, istruendo, consigliando.

Duccio Canestrini, in un articolo pubblicato nel 1989 su Airone, è stato uno dei primi in Italia a occuparsi dei kalash e cita una cotta per questo popolo di Fosco Maraini, il grande orientalista, che già nel 1959 aveva incontrato quest’etnia.

Canestrini descrive  il “folle politeismo” di questa gente, animato da divinità maschili e femminili, di fate con tre seni, di numi solari e cavalli soprannaturali; cita i Gandau, statue funerarie, e la Jestak-han, sorta di edificio che al tempo stesso è tempio, macello e municipio, sede della dea Jestak, una sorta di Giunone che pretende ecatombe di capretti durante la festa di Chaumos, cerimonia in onore del solstizio d’inverno.

E’ questa una delle tre feste che questo popolo celebra: le altre due sono le feste di Joshi, in primavera e Prun, la festa del vino, tra settembre e ottobre.

Durante queste cerimonie si scatenano rituali che vedono uomini, donne e bambini scatenati in rituali di danze, trance, battaglie di insulti osceni, sacrifici rituali e ancora banchetti, digiuni, abluzioni, possessioni. Il tutto sotto il potente influsso del gran dio

Di-Zao o De-Zau e del suo messaggero, il dio Balumain, una sorta di Apollo.

Le feste durano diversi giorni e alcune fasi sono interdette agli estranei.

Prun è la festa del vino.

Ho saputo dell’esistenza del popolo kalash leggendo un articolo pubblicato su National Geografic dell’ottobre 2001, firmato dalla giornalista Silvie Brieu e titolato: “Il vino degli dei”.

La giornalista parla di viti coltivate alla maniera di greci e romani, ovvero abbarbicate a alberi da frutta tipo il melo, con conseguente vendemmia effettuata da agricoltori acrobati. Parla di uve a bacca chiara e nera vendemmiate insieme e fatte pestare dentro tini di legno esclusivamente da bambini e adolescenti maschi, perché considerati puri; le donne devono stare lontane da questa attività che è, naturalmente, rituale.

Il succo così ottenuto viene fatto fermentare e si beve giovane quando arriva il solstizio d’inverno, è acidulo, corposo e scarsamente fruttato: i kalash si ubriacano con questo vino per stare più vicini ai Deva, sorta di spiriti emanazioni del dio Dezau.

I Dehars, invece, sono gli sciamani designati dagli dei: cadono in trance senza bisogno di ubriacarsi e predicono il futuro.

E’ chiaro che tutto questo mondo magico, e per molti versi quasi incredibile, sopravvive grazie a un sottile gioco di fragili equilibri, circondato com’è di integralismi, interessi turistici, tentazioni di stili di vita occidentali più attraenti e meno complicati. Si parla di un’etnia di poche centinaia di individui, sempre meno isolata e sempre più a rischio di estinzione culturale.

Bisogna però essere ottimisti: c’è una sorta di reazione all’inglobamento nel mondo musulmano o negli stili di vita occidentali: è nata la Kalash Welfare Society, sponsorizzata da volontari greci che raccoglie canti e leggende per tramandarli alle generazioni future. Ci sono poi molti attivisti tra i kalash che svolgono un’intensa attività di sensibilizzazione culturale verso le nuove generazioni.

C’è di che sperare.

Troppe storie ci sono nel nostro passato di sterminio non solo di etnie, ma addirittura del loro retaggio culturale, annichilito per determinata volontà o anche semplicemente per comodità culturali, per vampirismo occidentale o anche islamico o confuciano o comunista…..tutto il mondo è paese, in questo senso.

Per quanto mi riguarda, ho un piccolo sogno: dipingere col vino kalash e magari portare i kalash in qualche salone del vino ……..

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Paolo Poli, “Siamo tutte delle gran bugiarde”

Il librino è esile, esilino, ma Paolo Poli è Paolo Poli: un miracolo che ci è stato donato, forse senza neanche meritarcelo. Ma è uno di quei miracolini piccolini, che valgono poco:”… ho ritrovato per miracolo quel….. che avevo perso; che miracolo, averti visto oggi! è stato un miracolo riuscire a trovare posto…”

Ma sono i miracoli piccoli quelli che aiutano a vivere tutti i giorni.

“Devi sapere che noi finocchi si piace alle donne isteriche. Quelle che pensano: lui odia tutte le donne, ma io sarò l’unica! Questa signora, quando io avevo trentatré anni e lei una quarantina, mi chiese un figlio. Io le risposi con la celebre battuta di George Bernard Shaw. Quando una bellissima attrice gli chiese un figlio, certa che sarebbe venuto bello come lei e geniale come lui, il commediografo le disse ‘Mia cara, ho paura che venga brutto come me e imbecille come lei’. E così risposi io alla signora”.

“Non c’è distinzione fra il mio lavoro e il resto. Sai, queste sono cose ottocentesche, tipo: stimo in lui il padre, ma detesto il medico! Non è così, siamo un tutt’uno con quello che facciamo. Chi è stato capace di realizzarsi in qualcosa, porta tutte le sue componenti in quella cosa e io anche tutte le mie componenti di finocchiezza le ho messe lì, nel teatro. Una volta mi si è rotta la cerniera lampo sulla schiena e ho detto alla sarta: ‘Lasciala aperta! Se non posso mostrare le tette mostrerò il culo!’”.

E dire che questo prodigio delle nostre scene è considerato spesso una sorta di semplice icona, come usa dire oggi, di una certa ristretta cerchia di omosessuali snob e intellettuali: non amo incensare né lodare chi non ne ha bisogno e mi fermo qui. Spero che il buon dio, o chi per lui, ci conservi il più a lungo possibile e al meglio possibile quest’uomo, questo artista, questo personaggio per davvero straordinario e fuori del comune ( eppoi, ha anche avuto la fortuna di conoscere Aldo Giurlani ancora vivo…).

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Rime sghembe: Paolo Poli

Che un Signore, ormai non più giovane, si prenda la briga di scrivermi di suo pugno una cartolina, ringraziandomi per avergli inviato il mio Rime Sghembe e che, oltretutto, mi scrive queste parole, mi riempie di gioia. Se poi le parole sono scritte da un Signore che si chiama Paolo Poli, be’: soltanto questo vale per me aver scritto e pubblicato questo libro!

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Paolo Poli

Quello qui riprodotto è il biglietto, scritto di pugno, che ho ricevuto da Paolo Poli.

Il fatto che questo personaggio straordinario mi ringrazi e definisca il mio Quisquilie & Pinzillacchere un “bel libro” è faccenda che mi riempie di gioia e mi rende tanto orgoglioso. Conta poco o punto, dal punto di vista del successo del prestigio o del denaro, questo piccolo scritto: ma è una delle più belle soddisfazioni della mia vita. La soddisfazione di un attestato di stima che mi giunge da quello che per me è stato un mito, quand’ero adolescente e oggi – che vivo meno di miti che di giudizi ponderati – è senza dubbio uno dei giganti del Teatro contemporaneo, e non soltanto italiano.

Tante grazie Paolo, e che il Signore ti conservi (a lungo) la vista – come si dice qui da noi, in Piemonte.

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Postcards from Langa, on March 2016

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Ulrich Von Hutten

” Qui bene bibit bene dormit

qui bene dormit non peccat

qui non peccat venit in coelum

ergo qui bene bibit venit in coelum”

(Chi beve bene dorme bene/ chi dorme bene non pecca/chi non pecca va in cielo/dunque chi beve bene va in cielo).

Questi versi che compongono un sillogismo classico sono di un personaggio tedesco nato nel 1488 e morto di sifilide in Svizzera, in esilio, nel 1523. Definirlo un teologo è dir poco: cavaliere, seguace e amico di Lutero, utopista e sognatore di una Germania governata da una casta di cavalieri contro i nobili, filosofo amico di Erasmo (per la verità, sia Lutero sia Erasmo cercarono di mantenere le distanze da un personaggio che ritenevano scomodo e eccessivo nelle sue violente manifestazioni contro la Chiesa Cattolica e le grandi casate nobiliari germaniche), protetto in Svizzera da Zwingli….

Murale al Caffè Elena di Piazza Vittorio Veneto a Torino, vino Ruché Laccento di Montalbera 2008

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Gabriele D’ANNUNZIO: L’ONDA

Questa poesia è un prodigio – quasi stucchevole, quasi fine a sé stesso, quasi sublime – del Grande Gabriele; prodigio tecnico, prodigio di parola, di ritmo, di immaginazione. Eppure il contenuto è la semplice osservazione e conseguente descrizione del fluire delle onde: banale, banalissimo. E, appunto, l’Arte è Forma, non contenuto. E in questo senso, forse, nell’adoperare la Lingua nessuno come l’Abruzzese. Il componimento appartiene alla raccolta Alcyone.

L’Onda

Nella cala tranquilla
scintilla,
intesto di scaglia
come l’antica
lorica
del catafratto,
il Mare.
Sembra trascolorare.
S’argenta? S’oscura?
A un tratto
come colpo dismaglia
l’arme, la forza
del vento l’intacca.
Non dura.
Nasce l’onda fiacca,
sùbito s’ammorza.
Il vento rinforza.
Altra onda nasce,
si perde,
come agnello che pasce
pel verde:
un fiocco di spuma
che balza!
Ma il vento riviene,
rincalza, ridonda.
Altra onda s’alza,
nel suo nascimento
più lene
che ventre virginale!
Palpita, sale,
si gonfia, s’incurva,
s’alluma, propende.
Il dorso ampio splende
come cristallo;
la cima leggiera
s’arruffa
come criniera
nivea di cavallo.
Il vento la scavezza.
L’onda si spezza,
precipita nel cavo
del solco sonora;
spumeggia, biancheggia,
s’infiora, odora,
travolge la cuora,
trae l’alga e l’ulva;
s’allunga,
rotola, galoppa;
intoppa
in altra cui ‘l vento
diè tempra diversa;
l’avversa,
l’assalta, la sormonta,
vi si mesce, s’accresce.
Di spruzzi, di sprazzi,
di fiocchi, d’iridi
ferve nella risacca;
par che di crisopazzi
scintilli
e di berilli
viridi a sacca.
O sua favella!
Sciacqua, sciaborda,
scroscia, schiocca, schianta,
romba, ride, canta,
accorda, discorda,
tutte accoglie e fonde
le dissonanze acute
nelle sue volute
profonde,
libera e bella,
numerosa e folle,
possente e molle,
creatura viva
che gode
del suo mistero
fugace.
E per la riva l’ode
la sua sorella scalza
dal passo leggero
e dalle gambe lisce,
Aretusa rapace
che rapisce la frutta
ond’ha colmo suo grembo.
Sùbito le balza
il cor, le raggia
il viso d’oro.
Lascia ella il lembo,
s’inclina
al richiamo canoro;
e la selvaggia
rapina,
l’acerbo suo tesoro
oblìa nella melode.
E anch’ella si gode
come l’onda, l’asciutta
fura, quasi che tutta
la freschezza marina
a nembo
entro le giunga!                                                                                                                                                           Musa, cantai la lode                                                                                                                                                 della mia Strofe Lunga.

 

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SHAMS OD-DIN MOHAMMAD HÂFEZ: VERSI SUL VINO

SHAMS OD-DIN MOHAMMAD HÂFEZ: VERSI SUL VINO

Questa magnifica antologia, tratta dal Canzoniere del poeta persiano Hâfez (Shirâz, circa 1320/1390), fu pubblicata con grande merito dall’Associazione Culturale Giulia Falletti di Barolo per i tipi de L’Artistica Editore (Savigliano, CN) nel 2006. Edizione fuori commercio, presentata da due giganti del Barolo: Maria Teresa Mascarello e Giuseppe Rinaldi (dal quale l’ho avuta in omaggio, con squisita sensibilità). Prefazione di Sandro Sangiorgi e, soprattutto, una straordinaria introduzione del curatore Riccardo Zipoli che spiega con dovuta competenza, e passione, i canoni del tutto peculiari del GHAZAL persiano: uno stilema culturale in cui Amore e Vino sono elementi fondamentali con i quali gli artisti persiani si confrontano soprattutto in maniera simbolica ed emblematica. I riferimenti alla letteratura araba di epoca abbaside sono assai evidenti (vedi Abu Nuwas e dintorni), con una sostanziale differenza: i poeti persiani non necessariamente sono nel quotidiano consumatori del vino dei conventi cristiani: il Vino in questi versi è da intendersi come simbolo e metafora.           L’antologia, 100 pp., include una scelta di 486 ghazal, che sono componimenti in rima simili ai nostri sonetti di 7/10 versi divisi in due emistichi.

Qui di seguito ne cito, a esempio, sette: vere perle.

Mesci ancora il tuo vino, o coppiere, perché in paradiso non trovi                                                                  le sponde del fresco ruscello e il giardino fiorito di questa città.

Bevi, o poeta il tuo vino, e poi lasciati andare a serena follia,                                                                            non seguire l’usanza di far del Corano un tranello che inganna.

Tu reca a me il vino, e io a te dico il segreto del cosmo,                                                                                          di quale aroma volersi ubriaco, e qual(e) volto si debba sognare.

Ecco che qua sono giunti due amici perfetti:                                                                                                           una brocca di limpido vino e(d) un libro di versi.        

Morto il cuore, lo spirito esanime, ed ecco,                                                                                                             un sentore di vino nel vento, e son vivo.

Felice quello cui, come al poeta,                                                                                                                                   vino d’eterno fa colma la coppa.

Solo il vino che giace nell’otre                                                                                                                                       sapiente disvela misteri e segreti.

Nota finale ma tutt’altro che marginale: il libro è illustrato in maniera magnifica da Eugenio Comencini Savona, 1939/2015, Torino).

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“La mimosa” di Pablo Neruda

Io ho tanto amato Pablo Neruda da adolescente: ho scoperto da solo Il Canto General, le Veinte Poemas de amor. Ho letto il suo splendido Confesso che ho vissuto (prestato a chissà chi e oggi scomparso dalla mia Biblioteca). Ho poi visto una vecchia fotografia in cui il grande Pablo regge sulle ginocchia il mio amico Enrico, all’ombra della locomotiva, in Alpignano.

E amo gli alberi e i fiori degli alberi: le mimose sopra tutti. Il giallo sfacciato, provocante sensuale. Franco, quasi scostumato. E quell’olezzo inebriante, che ubriaca più di un grande vino.

Ma questa poesia, tra le mie preferite, non l’ho scoperta io: fu mia figlia, alle elementari, che me la fece conoscere e amare.

E’ tempo di mimose: come ogni anno, è giusto in questa stagione regalarla a chi ancora non la conoscesse: è un mio omaggio fatto con lo stomaco, più che con il cuore. E con l’organo (non so quale sia) che produce la sensibilità e il bisogno di donare senza aspettare alcuna ricompensa in cambio. Sono i regali più belli.

Andavo da San Jeronimo

verso il porto

quasi addormentato

quando

dall’inverno

una montagna

di luce gialla

una torre fiorita

spuntò sulla strada e tutto

si riempì di profumo.

Era una mimosa.

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Angelo Gaja: Nessuno ha la verità in tasca

Ricevo da Angelo Gaja e volentieri pubblico.

NESSUNO HA LA VERITA’ IN TASCA

084Tra il 1850 ed il 1890 si abbatterono sulla viticoltura europea l’oidio e la peronospora, fitopatologie nuove ed aggressive come non si erano mai viste nei secoli precedenti. I viticoltori dovettero imparare a combatterle sistematicamente con l’impiego di antiparassitari, zolfo e rame, se volevano salvare la produzione d’uva. Come non bastasse, qualche tempo dopo arrivò la fillossera ad innescare la moria delle viti, a seguito della quale si fu costretti ad estirpare la totalità dei vigneti per reimpiantarli successivamente su portainnesto di vite americana, quest’ultima resistente alla malattia. Sembrò a quel tempo che la viticoltura europea ricevesse un colpo mortale. Non fu possibile allora attribuire il disastro al supposto cattivo stato di salute della viticoltura causato da un impiego eccessivo della chimica, perché non se n’era mai fatto uso prima; alla monocoltura, perché si era sempre praticata la policoltura; alla perdita di biodiversità, perché non ce n’era mai stata così tanta. Ci fu un ampio abbandono della viticoltura in favore di altre coltivazioni. Poi, gradualmente, si trovarono le contromisure e nel secolo scorso si individuò nella chimica il mezzo più efficace per contrastare le fitopatologie attraverso l’impiego di antiparassitari, definiti via via anche come fitofarmaci, pesticidi, veleni chimici. E la chimica, a farla da padrona, continuò a fornire altri prodotti ancora da impiegare in qualità di fertilizzanti e diserbanti. E’ nel secolo corrente che prende forza la domanda di una agricoltura che faccia meno ricorso alla chimica e si affermano per il cibo l’esigenza della sanità, a protezione della salute del consumatore, e della pulizia, affinché la coltivazione non divenga inquinante per l’ambiente.

L’obiettivo primario di ridurre l’impatto della chimica in viticoltura viene oggi perseguito con la lotta integrata, che riduce l’uso di antiparassitari integrandoli con prodotti che non sono di origine chimica; la conduzione biologica, che  limita l’uso di prodotti chimici ai soli rame e zolfo; la conduzione biodinamica che esclude l’uso della chimica. Ma non ci si può fermare soltanto qui. Vanno utilizzati anche quei sistemi che consentono di arrivare a produrre viti che offrano una buona resistenza alle malattie, inseguendo così l’obiettivo di contenere/abbattere il ricorso alla chimica per combatterle. La recente scoperta del sequenzionamento del genoma della vite offre oggi alla ricerca nuove importanti opportunità: di individuare le viti che ospitano il gene della resistenza (al patogeno) e trasferirlo nel genoma di viti che non lo posseggono. Pratica da avviare attraverso l’impiego di biotecnologie che non sono equiparabili agli OGM transgenici. Andrà chiesto ai vivaisti di dedicare maggiore attenzione al materiale derivante da selezione massale, per non affidarsi totalmente alla selezione clonale che produce viti più fragili.  Al fine poi di recuperare salute al vigneto, andranno estese le pratiche che consentono di rafforzare la vitalità del suolo. La strada per abbattere l’uso della chimica nel vigneto è lunga, se la si vuole condurre con successo va percorsa senza paraocchi, utilizzando tutti gli strumenti disponibili.

Angelo Gaja

4 marzo

 

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Highlights from Turin, Olimpic City 2006/2016

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Terra Madre, Torino 22/26 settembre 2016

Petrini: «Terra Madre Salone del Gusto è un pezzo di diplomazia del nostro Paese. Insieme raccogliamo i frutti di un’avventura che ha varcato gli oceani». 

Lanciata oggi la campagna di ospitalità per la prossima edizione di Terra Madre Salone del Gusto, a Torino dal 22 al 26 settembre.

«Voler bene alla terra significa voler bene a chi la abita e la vive, dare il segno di una fraternità universale che fa della nostra una terra ospitale. Per questo Terra Madre Salone del Gusto è un pezzo di diplomazia del nostro Paese». Così Carlo Petrini, presidente di Slow Food, sintetizza il senso della manifestazione in programma dal 22 al 26 settembre e che quest’anno lancia una grande scommessa: aprirsi alla città animando piazze e palazzi del centro (e non soltanto).

«Uscire in città è una scelta audace. Ma tutta la società civile, le istituzioni e le associazioni hanno subito dimostrato simpatia verso questa nuova formula. Questo concorso di forze ci ha incoraggiati. Insieme raccogliamo i frutti di un’avventura che ha varcato gli oceani: Terra Madre nasce nel 2004 all’interno del Salone del Gusto, ma a questo punto è il Salone del Gusto a essere entrato a far parte di Terra Madre, che ha conquistato il cuore delle comunità del cibo in oltre 170 Paesi» continua il presidente di Slow Food. «Come è ormai tradizione, anche quest’anno Torino e il Piemonte accolgono in famiglia i delegati delle comunità del cibo da tutto il mondo: un’occasione unica per conoscere culture, tradizioni e storie lontane. E ai piemontesi dico: aprite il vostro cuore a quest’umanità, lasciatevi coinvolgere dal loro entusiasmo e dalla loro energia!».

«In questi 12 anni di vita Terra Madre è sempre riuscita a rinnovarsi, intrecciandosi in modo sempre più stretto con il territorio e con la città che la ospita: nata nel 2004 come una sorta di think tank di riferimento del Salone del Gusto,  e portatrice di una sana contaminazione culturale, insieme a Slow Food, a Cheese e alle tante manifestazioni nate nella grande famiglia creata da Carlo Petrini, ha fatto crescere in Piemonte la filiera del cibo, del vino e dell’agricoltura di qualità, che sono tra i principali traini dell’economia della nostra regione» ribadisce il presidente della Regione, Sergio Chiamparino.

Vent’anni sono una data fatidica, osserva il sindaco di Torino, Piero Fassino: «L’età del cambiamento, in cui ognuno a livello individuale si proietta nella vita. Anche Terra Madre Salone del Gusto fa un salto proiettandosi nella città con un format ancora più ambizioso e più capace di stabilire una relazione col territorio». Al centro dell’esperienza, sottolinea Fassino, rimane la dimensione umana che si esprime: «…nella promozione dell’ospitalità così come nel volontariato».

«La cultura dell’accoglienza va oltre le parole, oltre le barriere linguistiche che cadono di fronte a una tavola o a un bicchiere di vino». Lo testimonia il sindaco di Fossano, Davide Sordella, che aggiunge: «Per noi Terra Madre non è mai stata un semplice meeting, ma un’invasione di costumi e tradizioni. Dal 2004, infatti, oltre mille delegati sono stati ospitati da 500 famiglie della nostra città».

Raffaella Firpo, parlando a nome delle famiglie ospitanti, racconta come il messaggio di fratellanza di Terra Madre abbia trasformato un’intera comunità dell’Astigiano: «È stato incredibile osservare una piccola realtà che si apre a volti e voci provenienti dal Sudamerica, dall’Africa, dai Paesi dell’Est. Momenti unici che ci hanno portati a continuare nel tempo questa esperienza».

Terra Madre Salone del Gusto è organizzato da Slow Food insieme a Regione Piemonte e Città di Torino, con il sostegno di Compagnia di San Paolo, Fondazione CRT, Associazione delle Fondazioni di origine bancaria del Piemonte.

Chi vuole collaborare all’evento come volontario, può registrarsi qui.

Per dare la propria disponibilità a ospitare un delegato di Terra Madre scrivere a ospitalitainfamiglia@comune.torino.it  (se a Torino), oppure ospitalita@slowfood.it (se fuori Torino).

Ufficio Stampa Terra Madre Salone del Gusto
c/o Slow Food: Tel. +39 0172 419 653 – press@slowfood.it
c/o Regione Piemonte: Tel. +39 011 432 2871 – gianni.gennaro@regione.piemonte.it
c/o Comune di Torino: Tel. +39 011 442 3606 – raffaela.gentile@comune.torino.it

 

 

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Gianfranco Fulgenzi: lo sfogo di un Maestro Artigiano (2)

Questo era l’ artigianato, potrei seguitare a lungo se non temessi di annoiarvi..

Bene, i  soliti capoccioni cominciarono a domandarsi cosa ci facevano quelle botteghe affumicate per le strade della città.

Perché non si potevano spostare in zone fuori dai centri abitati? Iniziò cosi una operazione scellerata e criminale che fece sorgere le famose  “zone industriali” che non solo furono realizzate attorno alle città di una certa dimensione stringendole in una assedio mortale di orribili capannoni, come è accaduto ad Arezzo, ma l’ idea fu realizzata anche nei piccoli paesi dove la morte delle botteghe artigiane ha determinato anche la morte e lo sfollamento dei paesini stessi, vere perle del nostro territorio, oggi vuoti e solo destinati a dormitori per extracomunitari e simili.

Vennero espropriati con le buone o le cattive maniere i terreni favorendo speculazioni dei soliti bene  informati, poi si costruirono capannoni indecenti e pericolosissimi (come purtroppo hanno dimostrato i terremoti nelle zone dell’Emilia recentemente). I capannoni erano la speculazione ideale per cementifici e Banche per la concessione dei relativi finanziamenti.

Gli artigiani furono cacciati  dalle loro botteghe accusati di inquinamento e disturbo della quiete pubblica. Si ritrovarono in mezzo a selve di capannoni semivuoti, soli in spazi assurdi per le loro attività e vessati da gabelle e imposte assurde in nome di urbanizzazioni e di servizi inesistenti.

Soli in capannoni sproporzionati alla loro attività, scatole di cemento dove anche la persona più Creativa del mondo perde ogni capacità di espressione, angosciati da montagne di cambiali e mutui di cui non riesci mai a intravedere la fine, gli artigiani hanno tentato negli anni passati, di trasformarsi in qualcosa che assomigliasse all’industria con la prospettiva di aumentare gli incassi per far fronte alle innumerevoli ruberie di cui erano vittime da parte dello Stato e dei Comuni.

Così è finito tragicamente l’artigianato, sono finite quelle migliaia di botteghe-scuola dove si formavano e prendevano forza nuovi lavoratori, è finito tutto l’ indotto che dietro le botteghe lavorava per fornire materiali naturali, ferramenta, e una miriade di materiali che l’ industria non userà mai. Si dice che esiste una alta disoccupazione fra i giovani. Quanti mestieri i nostri capoccioni hanno distrutto? Quante persone avrebbero ancora impiegato quei mestieri se fossero stati incoraggiati anziché ostacolati?

Eravamo rimasti a quando io, ventenne, facevo l’odontotecnico e poi iniziai la lavorazione di animali in paglia. Quel bigone che vidi mi illuminò la mente e mi fece capire che tutte quelle capacità lavorative non potevano andare perdute. Recuperai ceramisti sull’orlo della chiusura, andai in cerca di giovani che lavoravano il legno solo per fare gabbie da conigli, vetrai che ritrovarono mercato attingendo a opere di vetrai dei secoli passati, cercai nuovi materiali, vetroresina, plastiche, PVC e cercai soluzioni diverse da quelle che qualche industria aveva saputo pigramente realizzare.

Per ogni lavoro, ogni attività, io mi impegnai personalmente a trovare le tecniche di lavoro giuste e mi preoccupai di formare nuovi lavoranti.

Ho lavorato l’argento facendo portaritratti e serviti da tavola cominciando dalla lavorazione degli stampi e dei prototipi; ho lavorato la pelle utilizzando la vacchetta: la pelle più comune ma anche la più adattabile alla realizzazione di oggetti d’ uso. Cercai vecchi cestai che sapessero raccogliere vinchi e giunchi alla luna buona per fare cesti che ci valsero anche un premio in Svizzera. Trovai i fabbricanti di cesti in castagno. Erano usati per imballare agnelli e polli. Pensai che tanta maestria era sprecata per fare oggetti che valevano meno di un foglio di carta. Per modificare le loro lavorazioni che ormai compivano a occhi chiusi, dovei imparare prima le loro tecniche e poi realizzare da me i necessari cambiamenti. Centinaia di persone ho avuto il piacere di istruire, spronare, sorreggere quando qualche insuccesso li voleva spingere a desistere. Ho lavorato per il cinema facendo oggetti per il film La Bibbia, ho lavorato per il teatro La Pergola di Firenze, ho lavorato per Gucci e per Cartier, ho dimostrato il mio lavoro in giro per il mondo. Ho lavorato per la cartoleria, con linee realizzate con materiali naturali; ho studiato una linea di alimenti liofilizzati, già pronti per una cottura semplice: piatti completi come ce ne sono oggi in commercio.

Ho lavorato con aziende importanti, come la Zonin e la Pavesi. Ho avuto il piacere e l’onore di lavorare con il vecchio Pavesi sempre mettendo alloro servizio le mie capacità di Artigiano, capace di creare oggetti e situazioni che trasmettessero entusiasmo e fantasia a possibili acquirenti. Ho arredato diecine di negozi e realizzato certo 100 o 200 stand in Fiere in Italia o all’estero partendo sempre da un carico di legno grezzo, un seghetto alternativo e pochi attrezzi.

Ognuna delle attività a cui ho accennato meriterebbe molte pagine di descrizione, molte, tante delle persone che hanno lavorato nelle mie botteghe e nei miei laboratori meriterebbero molta più attenzione. Probabilmente lo farò in un prossimo libro. Una mia allieva ha restaurato le vetrate del Duomo di Orvieto e gli stucchi del teatro Petruzzelli, altri hanno dato vita a importanti industrie, altri hanno invece sfruttato poi le capacità acquisite, impegnandosi nel mondo dell’ arte.

Credo quindi, concludendo di aver fatto veramente il mio lavoro di artigiano, ne sono fiero anche se mi meraviglia non poco, il fatto che la città ingrata e becera dove sono nato e dove ho lavorato come base, non abbia mai sentito il dovere di rivolgermi una attenzione qualsiasi.

Io ho dato vita e messo in moto un artigianato che non esisteva, non solo ad Arezzo ma ho coinvolto ampie zone come il Casentino, Val di Chiana e anche Valdarno. Io esportavo i miei prodotti in tutto il mondo, ho lavorato in 18 Paesi quando ad Arezzo nascevano timidamente le prime industrie poi fatte fallire dalla incompetenza dei figli di famiglia. Io posso prendere qualsiasi materiale e sono in grado di realizzare qualcosa con il semplice aiuto delle mie mani e di qualche attrezzo elementare. Ho creato negli anni ’60, una nuova Grafica, nuovi colori, nuovi caratteri da stampa. Io sono un artigiano, io sono un:

MAESTRO ARTIGIANO.

Sono grato agli aretini che non mi hanno mai degnato neppure di uno sguardo: non è per loro che avrei voluto spendere l’ impegno che io e i miei collaboratori abbiamo messo nel nostro lavoro. Lo abbiamo fatto, senza alcun aiuto, lo abbiamo fatto con gioia e divertimento e io personalmente sono lieto quando vedo in giro prodotti, attività o aziende che sono il frutto del seme che io a suo tempo ho seminato.

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Gianfranco Fulgenzi: lo sfogo di un Maestro Artigiano (1)

Giancarlo Fulgenzi, prima di essere un mio grande amico, è un Grande Uomo. Uomo di spessore morale e di spessore storico di rara schiatta. Ha scritto queste parole, amare ma d’amore; bisogna leggerle, fa bene.

ARTIGIANATO, MAESTRI ARTIGIANI E CIALTRONI.

COSI COMINCIAMMO

“ECLISSI ARTIGIANA – NEL 2015 SONO SPARITE 21.780 IMPRESE ARTIGIANE – ALCUNI MESTIERI COME BARBIERI, CALZOLAI, PELLICCIAI E CORNICIAI STANNO PER SCOMPARIRE – I GIOVANI NON SI AVVICINANO PIU’ A QUESTI MESTIERI E SENZA RICAMBIO I SAPERI SI PERDONO

LA CHIUSURA DI QUESTE ATTIVITÀ STA CAMBIANDO IL VOLTO DEI CENTRI URBANI. MA LA CRISI NON C’È PER TUTTI: IN AUMENTO PARRUCCHIERI, ESTETISTE, GELATERIE, ROSTICCERIE E IMPRESE DI PULIZIA…”

Ho ricavato queste note dal Blog di Dagospia. Lui giustamente pone l’accento su un problema che è di vitale importanza per l’ assetto, e l’ economia della attuale società, ma non coglie nel segno e trascura la parte principale del problema che accenna solo marginalmente: l’ importanza dell’ Artigiano nella Cultura, nella formazione di nuovi allievi, nella ricerca continua di nuove tecniche di lavoro e nuovi materiali; Artigianato come anticamera di attività artistiche.

Occorre per prima cosa stabilire che cosa si intende per Artigianato. Da sempre si confondono le piccole imprese con gli Artigiani veri. Non si possono mettere nella stessa categoria di lavoratori Intagliatori di legno, scultori, ceramisti, soffiatori di vetro, orefici, decoratori, con Imprese di pulizia e tassisti. L’Artigianato è una attività assolutamente creativa, l’ Artigiano è quel lavoratore che dalla materia prima grezza, con tecniche assolutamente personali e senza l’ aiuto di impianti e macchinari tipici dell’ industria produce manufatti di pregio che generalmente sono pezzi unici o riproducibili in piccola serie solo dall’Autore e dai suoi allievi.

L’ Artigiano insegna e tramanda ai suoi aiutanti tecniche e trucchi di un mestiere  ed è per questo che una volta si chiamavano giustamente Maestri Artigiani. L’ artigianato non è Arte, ma è un gradino sotto , ed è quell’attività che si svolge in botteghe dove perfino i ferri e gli attrezzi da lavoro sono opera e invenzione del Maestro. Tanti di quelli che oggi sono ritenuti Artisti eccellenti del passato e le loro opere ammirate giustamente come opere d’ arte, nella loro epoca erano ritenuti semplici artigiani.

Io non ho mai avuti ne voluti titoli di benemerenza nella mia vita , sono stato Presidente di associazioni, di commissioni, Amministratore delegato di importanti aziende, Direttore generale di questo o di quell’ altro  ma  credo che nessuno mi abbia mai sentito rammentare associato a queste situazioni, che mi sono capitate, che spesso non ho potuto rifiutare ma delle quali non mi sono mai vantato.

Una qualifica importante alla quale tengo molto invece c’è: io sono un

MAESTRO ARTIGIANO.

Quando ancora frequentavo il liceo ho lavorato tutti i pomeriggi nel laboratorio di Odontotecnico di mio padre.

Ora questi laboratori sono specializzati, nelle varie componenti delle protesi e dotati di materiali sofisticati. Quando lavoravo io ( anni 1945-55) dovevamo fare da noi anche i ferri per lavorare. Con quel mestiere io ho imparato a modellare a cera, modellare a gesso, ho imparato la fusione a cera persa sia di acciaio che di oro. Ho lavorato il caucciù, una gomma che serviva per le protesi mobili, ho lavorato le resine, ho battuto capsule in metallo oro o acciaio usando semplicemente un punzone di bismuto, una mattonella di piombo, e un martellino. Lucidavamo acciaio, caucciù e resine con acqua e pomice e tappi di sughero perche non c’erano soldi per i feltri.

Scusate questa lunga introduzione ma deve servire solo a dimostrare quante operazioni devono impararsi quando si fa dell’ artigianato vero.

Poi negli anni ’50 per una strana combinazione mi fu chiesto di fare galline di paglia.. Feci le galline di paglia (truciolo di legno, in verità) ed ebbero tanto successo che  mi indussero a sviluppare la tecnica ad una quantità di altri animali e ornamenti. Centinaia di persone lavorarono per quel progetto ed ebbi la gioia poi di essere chiamato in tanti paesi (Stati uniti, Sud Africa, e Australia principalmente), a mostrare il mio modo di lavorare.

So che la cosa vi sembrerà ingenua e strana ma la considererete  diversamente quando vi dirò che ad esempio in Sud Africa ho insegnato negli ospedali quelle lavorazioni, come attività di fisioterapia per che aveva handicap alle mani, negli Stati Uniti ho lavorato nei College per dimostrare ai ragazzi le imprevedibili capacità delle mani dell’ uomo quando queste sono abbinate a creatività e fantasia.

Compito e attività importantissima dell’artigiano è quella di formare nuovi lavoratori (ragazzi di Bottega) tramandando tecniche, trucchi e astuzie e nuove soluzioni di lavoro che altrimenti andrebbero perdute. Spesso da tutto ciò nascono spunti e suggerimenti che l’ industria riprende per svilupparli in progetti più vasti con grandi benefici per l’occupazione. 

In piazza Guido Monaco, c’era nel palazzo Madiai una vetrina della Camera di Commercio che espose un giorno un bigone di castagno di quelli che si usavano per vendemmiare . Un bigone è a modo suo un’opera d’arte e se vedete un uomo prendere legno di castagno grezzo e realizzare un oggetto come un bigone, certo vi domandate se quelle mani non sono state benedette da Dio. Vedendolo io pensai che il bigone con la crisi dell’agricoltura crescente e l’uso scellerato di botti e contenitori in cemento, probabilmente non era più interessante, ma le capacità di chi lo aveva saputo realizzare erano un tesoro da valorizzare e utilizzare per la produzione di oggetti più attuali.

Stava cominciando il miracolo industriale italiano, spesso basato su improvvisazioni politiche. Nello stesso tempo cominciò una serrata caccia all’Artigiano che ancora oggi deve finire. Camminando per le strade dei quartieri più vecchi delle città, era normale vedere spesso che in quei fondi poi trasformati in negozi fallimentari, lavorava un Artigiano, magari affiancato da uno o due ragazzi di bottega (come si chiamavano anche se erano un età adulta). Odore di colla calda, di legno piallato o scorniciato a mano (allora si usavano fra l’ altro ancora legni tipo cipresso o olivo molto profumati). 

In un altra bottega di fronte ad un banchetto piccolo e pieno di piccoli attrezzi, un calzolaio iniziava da una pelle di vacchetta e con lesiva , trincetto pece e qualche semenza sfornava scarpe e scarponi che sembravano opere divine. Più in la seduto su di uno strano trespolo con una ruota che faceva girare con i movimenti di un solo piede, un ceramista prendeva una palla di argilla e dopo averla rimbalzata ripetutamente tra le mani, la sbatteva al centro di una ruota che girava e affondandoci decisamente i pollici e poi accarezzandola con tutte le dita come a suonare uno strumento, tirava su, come per incanto un vaso, una brocca una ciotola che poi staccava dal fondo con un sottile filo di ferro, che riponeva poi con cura, incastrandolo in una fessura del legno del primitivo tornio, con cura e attenzione come se si fosse trattato di uno strumento raro e delicato.

I ragazzi andando o tornando da scuola si  fermavano volentieri davanti a quelle fabbriche della magia e spesso poi finivano loro stessi a entrare come “ragazzi di bottega” per imparare il mestiere. Se nel lavorare mancavano una manciata di bullette o un p0’ di terra colorata, oppure olio di lino, l’artigiano faceva due passi fino al droghiere o alla ferramenta vicina ed era cosi anche l’occasione per due parole fra amici. Le botteghe restavano aperte senza pericolo alcuno e spesso un foglietto di carta attaccato ad un chiodo avvertiva: «Torno subito».

 

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In cosa crede chi non crede? Carlo Maria Martini, Umberto Eco

ecomartini

Oggi, 31 agosto 2012, se n’è andato Carlo Maria Martini, professione Cardinale. Un uomo grande, a prescindere. Tempo fa avevo recensito un librino stupendo, riporto quelle righe per onorare una grande mente, un grande uomo.

Questo librino è parte di una collana che il periodico Liberal di Ferdinando Adornato pubblicava nella seconda metà degli anni novanta. Quello qui riprodotto è la terza edizione del 1998 (la prima del 1996) di un magnifico carteggio tra il cardinale Carlo Maria Martini e Umberto Eco: contiene delle perle autentiche, riferibili soprattutto a temi di grande profondità trattati con l’acume, la cultura, la franchezza di due autentici giganti del pensiero dei nostri mala tempora.

Riporto una citazione del cardinale Martini e un intervento, struggente nella sua pulizia e franchezza, di Indro Montanelli.

 

“Ma vorrei ricordare una parola di Italo Mancini in uno dei suoi ultimi libri Tornino i volti, quasi un testamento: «Il nostro mondo, per viverci, amare, santificarci, non è dato da una neutra teoria dell’essere, non è dato dagli eventi della storia o dai fenomeni della natura, ma è dato dall’esserci di questi inauditi centri di alterità che sono i volti, i volti da guardare, da rispettare, da accarezzare»”. (giugno 1995 Carlo Maria Martini).

Raramente ho avuto la fortuna di leggere cose così semplici, così profonde, così vere da essere, come sempre, ignorate da quasi tutti.

“Lo confesso: io non ho vissuto e non vivo la mancanza di fede con la disperazione di un Guerriero, di un Prezzolini, di un Giorgio Levi della Vida (per limitarmi alle vicende dei miei contemporanei, di cui posso rendere testimonianza). Ma l’ho sempre sentita e la sento come un’ingiustizia che toglie alla mia vita, ora che ne sono al rendiconto finale, ogni senso. Se è per chiudere gli occhi senza aver saputo di dove vengo, dove vado, e cosa sono venuto a fare qui, tanto valeva non aprirli.

Spero che il cardinale Martini non prenderà questa mia confessione per una impertinenza. Almeno nelle intenzioni, è soltanto una dichiarazione di fallimento.”.

(febbraio 1996 Indro Montanelli).

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Lui (il Barolo) e noi, di Giovanni Arpino

Giovanni-ArpinoIl testo, inedito per quanto so, me lo ha regalato Giuseppe Rinaldi (meglio noto, per gli addetti ai lavori, con il soprannome “Citrico“) produttore tra i sommi di Barolo in Barolo. Non so quando e perché fu stato redatto, ma il solo fatto che sia di Giovanni Arpino (Pola, 27 gennaio 1927/Torino , 10 dicembre 1987) lo rende prezioso.

«Un uomo è sempre in debito con quanto beve. E nei riguardi del Barolo (un vino, sì, ma anche un luogo mentale, una forma di iniziazione, un patto segreto tra esperienze di chi beve e sostanza di quello che sta nel bicchiere) il debito aumenta.

Bisogna essere adulti, cioè maturi, per riconoscersi, tra Barolo e noi. Coscritti e adolescenti, primi assaggi e sbornie giovanili sono cose e passaggi indispensabili anche se spesso grotteschi: ma il Barolo, lui, sta lontano, abita ancora in altri luoghi di conoscenza. Arriva più tardi, come un giudice dall’esperienza finalmente maturata.

I rapporti sono cauti, persino difficoltosi: ad una certa età non si rivolge più con il “tu” a nessuno, tantomeno a un vino. Il Barolo non consente il “tu” ad anima viva. Si sottopone a un esame, a un giudizio, ad assaggi e testimonianze, affronta paralleli con altri ricordi, accetta benignamente e pudicamente uno scontro dottorale, ma sempre su un piano nobile di corrispondenze rispettosissime, che eliminano la facile confidenza o l’aggressivo colloquio intimo troppo prolungato, troppo godereccio.img027

Lui è un signore che allevia, conforta il debole, consola il moribondo, solleva problemi di gusto, impone scelte accurate. Noi possiamo, al massimo, riconoscergli i pregi, assisterlo perché non ci manchi, pregarlo perché non si decida ad abitare in altri paradisi, presso altri palati, più dignitosi e signorili dei nostri.

Lui è un vino che viene “dopo”, cioè quando tutto è già stato consumato, conosciuto, ripetuto, analizzato, depositato, archiviato. E noi queste sue particolarità dobbiamo conoscerle e saperle in ogni sfumatura, perché il rapporto di dare e avere funzioni secondo le regole del rispetto.

L’anima antica del Barolo possiede scintille e sfumature che noi, a lungo andare, abbiamo perduto. È molto raro, ormai, trovare l’uomo degno per la bottiglia meritevole, mentre tempo fa si poteva sostenere il contrario.

L’anima del Barolo è sentenziosa e prudente, ricca ma pudica, esaltante ma entro le quinte di un giudizio che non esorbita mai. Noi, avvicinandosi a quest’anima, ci sentiamo scarsi di concetto, di esperienza, di calibrate virtù umane. Lui è una sintesi, e noi una sperequazione. Lui è un re autentico, e noi soltanto dei sudditi malconci, vogliosi, fracassoni e pieni di smanie rozze.

Dovremmo riconoscere una volta per sempre che il Barolo esiste, sì, ma non è mai stato inventato il suo autentico bevitore.

Medicinale e tonico, indispensabile alla pressione, raro come un principe e conoscitore di ogni linguaggio gastrico, il Barolo è come un fratello, col rischio grave di instaurare, tra lui e noi, un rapporto troppo poco dignitoso e rispettoso.

La gente che sa manipolarlo, ruotarlo, stapparlo, versarlo, tenerlo tra lingua e denti e palato, è una popolazione rarissima, una sétta di fedeli che sa come di Barolo si vive, e spregia coloro che semplicemente, grossolanamente, il Barolo si limitano ad usarlo.

Il sogno di chi conosce il Barolo è una mappa di gesti rituali e propiziatorii, un rito quasi magico, da consumare in segreto. Perché è questo rito che introduce alla conoscenza dell’oggetto – un bicchiere, mezza bottiglia, una bottiglia di vino – e alla sua pensierosa comunicazione.

Chi è fuori del rito, prima impari, s’inginocchi, preghi, compia atti di contrizione. E solo dopo cerchi contatto con lui, il re in quanto simbolo, il re in quanto giustizia dei giusti, il re che non promette, ma dona».

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EMBERTO UCO/Umberto Eco

Sopra uno degli scorsi numeri del settimanale L’espresso, Umberto Eco, tra l’altro, ha scritto:

«…Sempre in data 18 aprile, una rivista on line dal titolo allettante, “La perfetta letizia, Rivista giornalistica cattolica d’informazione e attualità”, recensisce “Quisquilie e pinzillacchere” di Vincenzo Reda, “giunto alla sua seconda pubblicazione, introdotta dalla prefazione di Umberto Eco”. Come è facile intuire non ho mai prefato questo libro (né conosco il Reda) ma la cosa non mi stupisce perché una volta un signore ha pubblicato come prefazione alla sua opera una mia lettera, neppure esageratamente cordiale, in cui declinavo la richiesta di una prefazione.»

La questione è divertente assai, perché chi sa leggere e ha letto il mio libro sa che la prefazione l’ha scritta un certo EMBERTO UCO, mio amico che ha la fortuna, o la sfiga, di chimarsi QUASI come l’illustre professore, saggista, romanziere e tutto il resto…Il fatto, oltre a essere divertente, è la chiara dimostrazione che molte persone leggono quel che vogliono leggere, non quel che è scritto. O No? (Ma lo scherzo è stato concepito a bella posta, perché a me piace scherzare). E non deve volermene Umberto Eco, autore che leggo spesso e stimo tanto. Della persona nulla posso dire per la semplice ragione che non la conosco.

Salute a tutti. Ai belli e ai brutti.

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