Origami a Palazzo Barolo

http://www.mostraorigami.it/

Di Palazzo Barolo mi sono occupato più e più volte – http://www.vincenzoreda.it/palazzo-barolo-barolo-2000/ - però forse non ho mai raccontato la triste storia della contessina Elena Matilde Provana di Druent, sposa al marchese Gerolamo IV Gabriele  Falletti di Barolo. Figlia unica del conte Ottavio (Monsù Druent, pessimo carattere e avarissimo) che  restaurato il palazzo attorno al 1670, morì suicida gettandosi dal piano nobile sul selciato della sottostante via delle Orfane. Aveva 26 anni e lasciò 3 figli, uno dei quali, Ottavio Giuseppe ereditò il Palazzo che fece ristrutturare da Benedetto Alfieri. Ottavio fu anche il padre di  Tancredi Maria Falletti di Barolo, sposo della beata Juliette Colbert e sindaco di Torino nel 1827. Palazzo Barolo ospitò Silvio Pellico negli ultimi anni della sua vita: fu infatti, bibliotecario dei coltissimi marchesi. Oggi pare che il fantasma della marchesina Elena Matilde si aggiri tra le magnifiche stanze di Palazzo Barolo senza trovare pace.

Prima di passare a parlare della magnifica mostra sugli origami, inaugurata il 21 dicembre 2014 e che si protrarrà fino al 15 febbraio 2015 (ma pare che, dato il meritato successo, verrà prorogata), occorre raccontare un’altra curiosità che riguarda Palazzo Barolo e che pochi conoscono. Nel 1906, durante la ristrutturazione urbanistica che prevedeva la sistemazione della via Corte d’Appello, una parte del Palazzo venne abbattuta: si convenne di tracciarne sull’acciottolato della via il perimetro originale tramite alcuni cubetti di porfido di colore più chiaro, come si può notare nelle fotografie qui sopra.

Origami è una parola giapponese che significa, più o meno, piegare la carta. Non sto a raccontare le origini medievali di quest’arte affascinante, né i precedenti eventi che a Palazzo Barolo sono stati ospitati in questo campo; vorrei invece mettere enfasi sul particolare allestimento di quest’ultima mostra.

La lettura, di grande fascino emotivo, della mostra disvela il rapporto tra i grandi origami, a carattere essenzialmente naturalistico, e lo spazio che li accoglie. E, nello spazio, elemento di lettura essenziale è costituito  dalla luce che questi magnifici origami avvolge e anima.

Alla mostra si accede attraversando un ambiente “vegetale” abitato da un albero e tante foglie che il minimo soffio agita di movenze impalpabili, gentili; è uno spazio che tende a annullare le dimensioni e i normali riferimenti tridimensionali: uno spazio che abita le dimensioni del sogno…

Si prosegue dentro innumerevoli e labirintici  ambienti  del Palazzo – sono gli antichi sotterranei definiti da muri di mattoni – che rivelano luci e forme, colori e sensazioni sorprendenti, emozionanti: ci sono elementi come il fuoco e spazi emblematici come il planetario, e poi tanto altro ancora.

Tutta da vedere, tutta da gustare, magari portandoci dei bambini: perché i bambini queste suggestioni sanno leggere meglio di noi adulti. E cosa c’è di più suggestivo di un foglio anonimo, bidimensionale, che acquista la terza dimensione e rivive un’altra vita come animale, albero, oggetto!

Pe quanto riguarda orari e prezzi (sempre assai convenienti), il link qui sopra soddisfa ogni esigenza.

Buona visita.

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Vincenzo Reda, un bel curriculum

Sono nato in un paesino della Sila Grande (Calabria), nel 1954 durante la vendemmia. Dal 1960 vivo a Torino.

L1130865 1Ho conseguito il diploma di aiuto regia  nel ‘75 con Adriano Cavallo (aiuto di Orson Welles) al Centro sperimentale di Arte drammatica di Torino con un allestimento de I morti senza tomba di J.P. Sartre; ho lavorato al Gobetti come direttore di scena e direttore delle luci per La calzolaia ammirevole di Federico Garcia Lorca.

Nel ‘76 con Plinio Martelli ho girato il film sperimentale di body art Ogni corpo occupa un suo spazio che è stato presentato alla biennale di Venezia lo stesso anno e oggi è proprietà della Gam di Torino. Poi fino all’83 ho fatto molte mostre di fotografia, delle quali la più importante nel 1980: Il diavolo ti vuole, performance con Bruno Chiarenza, presentata per la prima volta al  Postino Cheval di via Palazzo di Città.

Tra il 1976 e il 1978 ho avuto importanti esperienze a Radio e TeleTorino International e, soprattutto, a Radio ABC Italiana, di cui sono stato direttore e per cui ho realizzato diverse trasmissioni e scritto testi originali.

Tra il 1979 e il 1996 ho diretto aziende, di cui ero socio, nel settore della comunicazione e dell’editoria. Nel biennio ‘89/91 ho ricoperto la carica di Vicepresidente dei Giovani Industriali di Torino e, tra il 1993 e il 1995, sono stato Vicepresidente nazionale dell’Aipe (Associazione piccoli editori italiani). Tra il 1996 e il 2011 ho lavorato come consulente per le riviste Prima Comunicazione, Oasis, Airone,  Archeo e Medioevo, oltre che di numerosi enti fieristici (Ancona, Torino e Cosenza).

Ho cominciato a scrivere di vino e di cibo nel 2003.

Nel 1989 ho pubblicato il mio primo libro: un volume di poesia sperimentale Caccole e tentlalia e dal 1993 dipingo col vino su carta, stoffa e cristallo. Nel 2009 ho pubblicato Più o meno di vino per Edizioni del Capricorno. Nel 2010 è uscito Quisquilie & Pinzillacchere per i tipi di Graphot. Nel 2011 ho pubblicato per Newton Compton 101 Storie Maya che dovresti conoscere prima della fine del mondo. Lo stesso libro è stato distribuito da Focus Storia nel novembre dl 2012, ristampato per Gruner-Mondadori. Nel 2012 è uscito per Graphot Rime Sghembe e nel luglio del 2013 per Edizioni del Capricorno: Di vino e d’altro ancora. Per i tipi di Cinquesensi Editore è  uscito nel 2014  Sulle ali del Barolo di Gianni Gagliardo di cui ho curato le illustrazioni.

Ho cominciato a esporre i miei quadri dipinti con il vino a Capo Liveri (Isola d’Elba) nel 1998; sono stato invitato a partecipare alle principali manifestazioni legate al vino in Italia e ho esposto in molte città italiane, negli Usa e in India. Ho mostre permanenti presso i ristoranti Li Jalantuumene, Monte S. Angelo (FG) e L’Ostu Duca Bianco di La Morra (CN). Ho realizzato etichette per vini importanti e alcune mie opere sono state acquistate da collezionisti di India, USA, Brasile, Germania, Sud Africa, Cina e Giappone. La mia scacchiera di vino su cristallo è stata usata in occasione delle Olimpiadi degli scacchi a Torino, nel 2006.

Attualmente scrivo sul periodico professionale Barolo & C0 e su Focus Storia.

Curo personalmente dei corsi di storia del cibo e del vino a Eataly Lingotto. Sono consulente per la comunicazione di alcuni importanti produttori di vino.

Sono sposato dal 1990 e ho una figlia indiana, adottata nel 1998 (nata a Bombay nel 1992).

Vincenzo Reda - Via Piave, 9 - 10122 Torino - Tel/Fax: +39011 4362398 - Cell: +39335 5358828

redavincenzo@libero.it

www.vincenzoreda.it

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Sulle ali del Barolo di Gianni Gagliardo

Sulle ali del Barolo

Editore Cinquesensi di Lucca, 15 euro per 160 pagine fresche, curiose, insolite.

Gianni Gagliardo, grande del vino e grandissimo del Barolo (ah! il suo Preve, Barolo di ogni tanto e per pochi…), ha voluto 21 dei miei bicchieri e la copertina dipinta proprio con qualche goccia di Preve 2007. Devo ringraziarlo, è venuto un gran bel lavoro, così come eccellente è stata l’opera di Leonardo Castellucci, l’amico editore di Lucca (ma fiorentino autentico e tra i pochi fiorentini simpatici).
Avanti Savoia!!

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I miei quadri per G. Gagliardo

Sulle Ali del Barolo, di Gianni Gagliardo, Cinquesensi Editore di Lucca.

Qui sopra i miei tre testi d’introduzione alle tre sezioni (7 quadri ciascuna) che sono contenute fuori testo nel libro.

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Franco Cardini, L’appetito dell’Imperatore

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«Scrivo da quel nomade che ormai sono già da molti anni, perché da sempre lo sono dentro: e il nomade Cardininon è colui che si muove di terra in terra senza mai affezionarsi ad alcun luogo e ad alcun paesaggio ma, al contrario, è colui che li ama tutti e che dovunque sia prova sempre l’acuta nostalgia di un Altrove

«Ma la (Trattoria della) Pesa è famosa anche per ben altri motivi. Una lapide murata quasi sopra l’ingresso del vecchio e ben noto locale ricorda infatti com’esso fosse stato frequentato per un certo temo, all’inizio degli anni Trenta, da Ho Chi Minh, futuro presidente del Vietnam. Proprio lui: “Zio Ho”, come lo avrebbero più tardi chiamato i suoi giovani seguaci  e come, tra anni Sessanta e anni Settanta, ai tempi del forse troppo mitizzato Sessantotto, lo chiamavamo anche noialtri studenti o giovani professori che gli volevamo quasi altrettanto bene che al “Che” Guevara. A dir la verità quella lapide è un po’ troppo aulica. L’allora giovane Ho non “frequentava” semplicemente la trattoria: ci lavorava proprio, faceva il cuoco (aveva fatto pratica di grande cuisine nientemeno che da Escoffier e peraltro non si sognò nemmeno di offrire ai meneghini la zuppa Pho del suo paese). E abitava di sopra, in una di quelle case popolari “di ringhiera” che Fo, Gaber, Jannacci e Celentano avrebbero più tardi rese celebri in tutta Italia.»Cardini 1

«Un buon Carmignano oppure un Chianti giovane sono adatti a questo grande piatto povero (i piatti poveri non sono mai poveri piatti)

L’ultima citazione si riferisce alla Panzanella. Libro di gradevolezza estrema, ricolmo di curiosità, finezze, acute osservazioni da uno dei nostri più grandi storici, certo il sommo dei medievisti e tra quelli che ha più indagato il rapporto tra Cristianesimo e Islam. Ma qui sorprendente gourmet per un volume di gran fascino e di sicura sorpresa. Ho avuto il piacere di conoscere Franco Cardini, di cui ho letto numerosi lavori, nell’ottobre del 2008 ad Ancona, quando era uno dei nostri relatori per l’anteprima della Fiera del Medioevo e della rievocazione storica (che poi non si fece e fu per me, che la avevo ideata e organizzata, una terribile delusione). Ebbi il piacere di discutere con lui per molto tempo e dunque di apprezzarne l’ironia, il disincanto, il distacco dialettico.

Comprate questo libro e leggetelo; regalatelo e consigliatelo – garantisco io!

Franco Cardini, L’appetito dell’Imperatore - Storie e sapori segreti della Storia                                             Mondadori, pp. 350, 19,00€

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Torino 2015: Holy Shroud

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Melaverde: Vincenzo Reda

http://www.video.mediaset.it/video/mela_verde/pillole/504768/un-artista-particolare.html

Andato in onda domenica 28 dicembre 2014 alle ore 12.00, il servizio fu registrato presso la barricaia delle Cantine Gianni Gagliardo il 6 novembre 2014. Mi buttarono giù dal letto presto la stessa mattina dicendomi che quelli di Canale 5 avevano visto le mie immagini del libro di Gianni Gagliardo (Sulle ali del Barolo) e che gli erano piaciute e volevano fare un servizio su di me per Melaverde, la trasmissione dedicata ai prodotti della terra che va in onda tutte le domeniche mattina su Canale 5, condotta da Edoardo Raspelli con Ellen Hidding.

Misi in macchina l’occorrente e mi precipitai a La Morra (ci va circa un’ora, dal centro di Torino).

Raspelli fu di grande disponibilità e io da parte mia m’impegnai in un lavoro in diretta, cosa che mi è ostica come un riccio dentro agli slip. Ma credo sia venuto bene, ne è valsa la pena e Edoardo Raspelli è stato comprensivo e non invasivo: gli dissi che io non volevo fare del folklore….

Grazie anche all’autore della trasmissione: Giacomo Tiraboschi. E grazie, pare ovvio, A Giaani Gagliardo e ai suoi tre  splendidi figlioli: Stefano, Alberto e Paolo.

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Feste 2014, i miei vini e cibi

La zuppa di pesce era così buona che abbiamo esagerato!! Base di gallinelle e naselli che ho sfilettato per evitare problemi di lische. Brodo estratto con opportune cotture e riposi estratto da tutto quel che è rimasto dei pesci dopo la sfilettatura, con aggiunte di molluschi e gamberetti al momento opportuno. Ma il trucco, che vi regalo, è questo: due fette di pane pugliese tostato, olio extra giovane sul pane e una buona dose di peperoncino, sopra questo bel lettone il brodo e tutto il resto. Alle 23 eravamo in coma, oltretutto avendo bevuto (mai successo) pochissimo di due ottimi bianchi (il Bisol è un fenomenale metodo classico millesimo 2004). Devo fare i complimenti al mio amico Alessandro Fiore: il suo Sauvignon Blanc 2007 (14% vol.) delle colline forlivesi è un bianco di estrema eleganza e finezza in cui il territorio prevale sulle note varietali (mica poco!). Davvero eccellente e ancora un bianco italiano invecchiato benissimo che promette ulteriori anni di sorprese (uso delle tonneau da 350 lt. con cognizione di causa). A Natale agnolotti liguri di borragine con salsa di noci e quaglie lardellate. Lysipp 2008, una magnum di Montepulciano degli amici tedeschi di Fattoria San Martino, ma prima devo ricordare lo strepitoso Passito da uve Arneis di Cascina Pellegrini (Monteu Roero), per accompagnare alla grande un paté di foie gras. Poi quanto stanno bene le bottiglie (vuote) tra gli scaffali dei libri: qui quelle bevute nei dintorni di Natale, tra Piemonte, Veneto, Romagna e Marche. Ormai dolci ricordi. Piatto povero, le acciughe in salsa rossa. Il trucco è quello di aggiungere qualche goccia di un grande aceto. Se è quello, formidabile, dell’amico Claudio Rosso (prodotto a Serralunga), tanto meglio! Per la prima volta, dopo tanti anni, ho brindato al nuovo anno con Champagne invece che con spumante italiano, ma ne è valsa la pena: Gosset Gran Riserva (la più antica casa di Champagne francese, 1584), davvero sensazionale. Ringrazio il grande amico che me lo ha omaggiato, e alla sua salute l’ho bevuto: un Grandissimo del vino e dell’imprenditoria italiana. Che Iddio, o chi per lui, ce lo conservi a lungo. E’ stato anche il primo anno (non mi ricordo da quando) che non ho bevuto Barolo, ma il Dolcetto dell’amico Enzo Brezza non me lo sono fatto mancare, E poi la Malvasia di Hauner (sempre strepitosa) e i vini della Famiglia Fiore. E poi la chicca: il Cirò di Giuseppe Ippolito! Sono un uomo fortunato (mica soltanto per i vini, pare ovvio…). Poi, la domenica tra Capodanno e l’Epifania, sono tornato a casa, finalmente, con vini di Langa. Dopo i Nebbiolo di ieri a La Morra (Marrone e Bosco), oggi il Barolo Paesi tuoi 2011 di Terre da Vino. E’ un Barolo discreto, pur non grandissimo, un assemblaggio da diverse zone che mescola tortoniani e elveziani: soprattutto un bel rapporto qualità/prezzo (siamo sotto i 20 €). E poi un Altalanga Serafini 2007 e un ottimo Moscato (sempre Terre da vino dell’amico Quadrumolo). Con classica lasagna… E per chiudere (prima della scontata ferrea dieta analcolica e ana..tutto) una Grande Barbera D’Asti Superiore che a me piace assai: La Luna e i Falò 2011 di Terre Da vino (14%vol., non abbastanza apprezzata dalla critica perché se ne producono 300.000 bottiglie, sempre di eccellente livello, ma questo fa storcere il naso a certi pretesi “puri”). Ci ho accompagnato una strepitosa ribollita (avevo ottimo Chianti, ma volevo proprio quella Barbera), con la mia solita base di pane pugliese, olio calabro e peperoncino) e poi una bella qualgliotta lardellata.

Salute.

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Vino e cultura

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Queste 17 bottiglie (delle quali una magnum, una mezza e una da 0,500) sono a consuntivo il mio consumo personale durante il periodo delle feste di fine anno 2014 (da domenica 21 dicembre a martedì 6 gennaio). C’è un po’ di tutto: sopra, i vini spumanti, moscati e passiti; sotto, i rossi e i bianchi fermi. Molte regioni italiane rappresentate, ma quest’anno una scelta non delle mie classiche: comunque, Piemonte, Veneto, Romagna, Marche, Calabria, Sicilia e…. Francia. Le bottiglie (vuote) stanno bene tra i libri di una delle mie tante librerie (con oltre 7.000 volumi in casa, l’ambientazione tra i libri non costituisce un problema..).

Auguri e salute.

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I Lari l’aria, Sud

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Dopo un paio di mesi di elaborazione e due o tre settimane di lavoro tecnico, finalmente una notte insonne m’è servita per far sgorgare, con la consueta fatica, queste rime. Sofferte, affaticate, speciali; pensate e ispirate da qualcuno in particolare ma tutte mie, tutte per il mio rigoglioso Sud che perdo e rincontro mille volte ogni giorno. Che ogni giorno mi pervade con i suoi riverberi improvvisi, a volte abbacinanti. Parto davvero travagliato ma dal risultato che, come di rado succede, mi riempie di soddisfazione.

Sono contento, questo lavoro (14 dicembre 2014) mi è venuto proprio come desiderato.

Il Grande Da Venosta mi ha protetto e sorvegliato, come sempre sussurrandomi: Carpe, carpe diem…

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Cotto by Michael Pollan

«Responsabili di queste creazioni sono varie reazioni chimiche di diverso tipo: una delle più importanti, però, è Pollanquella che prende il suo nome da Louis-Camille Maillard, il medico francese che la identificò nel 1912. Maillard scoprì che quando gli aminoacidi sono riscaldati insieme agli zuccheri, ha luogo una reazione che produce centinaia di nuove molecole le quali conferiscono al cibo cotto il suo caratteristico colore e gran parte del suo profumo. La reazione di Maillard è responsabile degli aromi presenti nel caffé tostato, nella crosta del pane, nel cioccolato, nella birra, nella salsa di soia e nelle carni fritte: a partire da qualche aminoacido e qualche zucchero si genera un’enorme quantità di complessità chimica (per non parlare del piacere).»

Come tutti i libri di Michael Pollan, quest’ultimo lavoro (Cotto, 506 pp. 28,00 €, Adelphi) è un volume irrinunciabile per chiunque si occupi di cibo in maniera professionale. Un saggio impegnativo ma illuminante e con una, al solito, prospettiva antropologica (cui si aggiungono delle riflessioni a carattere socio-economico) da cui si valutano le quattro possibili preparazioni del cibo: Fuoco (cottura diretta), Acqua (cottura in recipiente), Aria (lieviti) e Terra (fermenti).

Straordinarie le parti dedicate soprattutto al Fuoco e all’Aria, con la lievitazione del pane che è analizzata in maniera sorprendente e forse con una trattazione esaustiva e completa come mai mi è successo di leggere.

Libro non da consigliare, ma da imporre!!

http://www.vincenzoreda.it/gli-ultimi-libri-di-m-pollan-e-b-bigazzi/

http://www.vincenzoreda.it/il-dilemma-dellonnivoro-di-michael-pollan/

 

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Auguri a tutti

Formulare gli auguri per la fine dell’anno è considerato un atto di buona creanza, di buona educazione. In fondo – che lo si compia per dovere, per prassi, per noia, per piacere o per calcolo – costa davvero poco, se non si vuol proprio esagerare.

Dal punto di vista storico/antropologico, presso tutte le culture di ogni tempo e di ogni spazio questa consuetudine è vecchia tanto quanto lo sgomento di affrontare l’Ignoto che comincia dal prossimo attimo futuro e sempre sconosciuto; se chi ci vuol bene, ci stima o anche chi soltanto abbia a cuore, per i motivi più vari, le nostre buone sorti, ci esprime parole di sostegno con lo scopo di aiutarci nell’affrontare questo benedetto ignoto, pare ovvio: ci reca piacere.

Il termine ha etimo latino: l’àugure era un sacerdote che divinava osservando il volo degli uccelli e personalmente trovo questo fatto di fascino straordinario!

I miei, di auguri, hanno invece origine nell’uso rituale di condividere un calice di vino: consuetudine antica soltanto quanto la cultura di questo fermento d’uva e dunque non più di qualche millennio.

Dal 1998 scelgo sempre un Dolcetto, vino piemontese forse quanto mai altri: dev’essere un Dolcetto che conosco, di cui conosco il vignaiolo, delle cui vigne ho calpestato il suolo e goduto dei raggi del sole.

Lo stendo su 73 biglietti di carta di cotone e poi scelgo 73 persone che, secondo un rituale tutto mio, ritengo possano apprezzare questa mia particolare manifestazione augurale. Tutta questa operazione dura almeno una quindicina di giorni, e di notti: è una faccenda nella quale il mio coinvolgimento emotivo è di particolare intensità, in tutti i vari passaggi che richiede; quello che mi tormenta in maniera ogni volta più inquietante riguarda la scelta dei destinatari. Sembra una stupidaggine, eppure mi porta via energie inenarrabili.

Quest’anno la scelta è caduta, non a caso pare ovvio, sul Dolcetto di Diano DOCG 2013 di Gigi Rosso: dedicato a questo grande Signore del vino e ai due figli Claudio e Maurizio, con cui nel recente passato ho interloquito con grande piacevolezza e reciproca stima.

Dunque: i miei migliori auguri a tutti, proprio tutti: senza distinzioni di sesso, età, nazionalità, istruzione, cultura, intensità di frequentazione, simpatia, empatia, convinzioni etiche e politiche. Auguri a tutti, soprattutto senza calcoli, come insegna La Bhagavad Gita.

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I miei (usuali) auguri dipinti con il Dolcetto

Ho cominciato il lavoro per i miei 73 biglietti d’auguri con il Dolcetto di Diano DOCG 2013 di Gigi Rosso. Ci metterò altri 8/10 giorni per finire (taglia i cartoncini uno a uno, prepara il fondo, rifinisci e firma, scrivi con la stilo il retro uno a uno, imbusta e scrivi gli indirizzi e poi consegna a mano o spedisci….: soltanto un pazzo come me può fare ogni anno ‘sta manfrina e anche gratis!!).

Ho finito l’1/73 e il 73/73 che sono su carta Archer da 300 gr. e in formato 27,5×35, mentre gli altri 71 sono su carta Fabriano 300 gr. 50% cotone e in formato 15×22. Il primo è destinato a Gigi Rosso, mi pare ovvio; l’ultimo lo avevo pensato per una certa persona, che forse non lo merita. Ci devo pensare. Nel frattempo, a vedere questa roba, come al solito, mi assale la depressione: mi viene da piangere e vorrei sparami in bocca. Perché? E’ troppo complicato da spiegare e forse non so neanch’io perché.

Finiti, anche prima del previsto. Ora sono soltanto più da imbustare, spedire e consegnare. Con i soliti dubbi che mi tormentano: chi scegliere tra i 73. Aggiungere è sempre (o quasi) gratificante; eliminare è sempre (o quasi) doloroso. Per quel poco che vale, ma mica poi tanto poco, almeno per quanto mi riguarda: questo è più che un gioco, un mio rito che vado officiando dal 1998 e, come tutte le cose mie, lo prendo assai sul serio. Con leggerezza, ma sul serio.

Il signore in fotografia è Gigi Rosso, il cui Dolcetto quest’anno ho scelto. Vuol essere anche un omaggio al personaggio, uno degli ultimi patriarchi del Nostro Vino. Che il Signore, o chi per lui, ce lo conservi in buona salute.

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Giocare i miei giochi bambini

Giochi Bambini

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Aria & Vino

Aria e vino def

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Libri da gustare 2014

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PROCLAMATI I VINCITORI DELLA XVIII EDIZIONE

DI LIBRI DA GUSTARE 2014

  

A Torino la premiazione, nel ricordo di CLAUDIA FERRARESI, “la gentildonna del Barolo” fondatrice della Ca dj’ Amis, della Biblioteca enogastronomica e di territorio, ideatrice e promotrice del concorso. Tra i vincitori, il cuoco attore Andy Luotto.

Sono stati proclamati ieri 15 dicembre al Centro Congressi dell’Unione Industriale di Torino i vincitori della XVIII edizione di Libri da Gustare, manifestazione dedicata all’editoria enogastronomica e di territorio. Ad accogliere i numerosi ospiti della serata, a cui sono intervenuti, tra gli altri, Barbara Ronchi della Rocca, Mario Zucca e Roberto Antonetto, Alessandro Locatelli, figlio di Claudia Ferraresi, della cantina Rocche Costamagna.

Suddivisi nelle quattro categorie, sono stati premiati:

CULTURA DEL CIBO: Padella story. Le mie cucine. Andy Luotto. Reverdito
CULTURA DEL VINO E DEL BERE: L’acino fuggente. Sulle strade del vino tra Monferrato Langhe e Roero. Enrico Remmert e Luca Ragagnin. Laterza editori  
IL CIBO IN LETTERATURA: La cucina dell’anima. 99 ricette sapienziali. Giuseppe Conte e Maria Rosa Teodori. Ponte alle Grazie  
PRIME PAGINE PER BAMBINI E RAGAZZI: Chiara pasticcera. 54 ricette da preparare senza l’aiuto degli adulti, senza utilizzare elettrodomestici, forno e fornelli. Alessandro Corallo. Falzea editore  

FOTO_AndyLuotto_BarbaraRonchidellaRocca_AlessandroLocatelliPromosso dall’Associazione Culturale Ca dj’ Amisil Premio letterario nazionale Libri da Gustare è parte di un progetto integrato che comprende anche il Salone del Libro Enogastronomico e di Territorio e la Biblioteca Enogastronomica. Ogni anno i venti titoli più gustosi dell’editoria nazionale per la capacità distintiva di trattare e rappresentare il tema dell’enogastronomia e del territorio – selezionati da una commissione formata da giornalisti, librerie, biblioteche e gourmet – partecipano ad una gara dove anche il pubblico esprime le proprie preferenze in occasione degli eventi dell’Associazione o nell’apposita sezione del sito internet www.libridagustare.it. Dall’esordio ad oggi, sono stati coinvolti più di 400 tra autori e case editrici e nell’ultima edizione hanno preso parte alla fase di votazione migliaia di lettori. Prima tappa a maggio, nell’ambito del Salone Internazionale del Libro di Torino, presso lo SPAZIO RAI ERI, con la presentazione al pubblico dei venti titoli in lizza. La seconda a giugno, al Salone del Libro Enogastronomico e di Territorio organizzato a La Morra (CN), un weekend a “tutto gusto” che, dal 1997, rappresenta una delle manifestazioni più significative della Ca dj’Amis.

La serata è stata dedicata al ricordo di Claudia Ferraresi, fondatrice e anima della Ca dj’Amis, ideatrice e promotrice dell’evento, recentemente scomparsa con un percorso attraverso i suoi quadri, le sue poesie, il suo amore profondo per le Langhe: la “gentildonna del Barolo” si è sempre impegnata con passione Copertina_PadellaStorynell’incentivare la cultura dell’enogastronomia anche nei suoi aspetti editoriali. Come testimonia la creazione della prima “Biblioteca enogastronomica e di territorio” in Italia, inserita nel Sistema Bibliotecario regionale. Inaugurata nel 2005 presso la sede della Ca’ dj’ Amis a La Morra (CN), raccoglie circa 4.000 volumi
tra testi più recenti, libri rari, numerati, edizioni limitate, pubblicazioni di enti e associazioni, guide.
Personalità eclettica e versatile, Claudia Ferraresi è stata pittrice e critico d’arte, imprenditrice agricola, “Donna del vino” e testimonial pluripremiata, per oltre vent’anni, dell’enogastronomia piemontese e della cultura del cibo in senso universale. Con questo spirito, nel 1976 ha creato nella sua casa-museo di La Morra la Ca’ dj’ Amis, un’associazione culturale per proporre una lettura del Piemonte nei suoi diversi aspetti: dall’arte locale alla piccola storia, dalle minoranze e alla cultura enogastronomica della Langa e del recupero delle “eccellenze” come risorsa turistica e culturale.

Per maggiori informazioni:
www.libridagustare.it

 

 

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Leaves (Foliage)

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Fall in Turin, just a little bit

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I racconti della tavola

MontanariMassimo Montanari insegna Storia medievale e Storia dell’alimentazione all’Università di Bologna e per certo si può considerare uno dei massimi esperti mondiali di Storia dell’alimentazione (qui ho parlato del volume Storia dell’alimentazione curato dal Montanari con J. L. Flandrin, Laterza, un volume irrinunciabile per chiunque si occupi di questa particolare disciplina).

Suo questo delizioso volumetto edito da Laterza (217 pp., 18 €): una raccolta agile di episodi storici dedicati al cibo tra il Medioevo e il Rinascimento.Montanari 2

Montanari ci racconta di Carlo Magno e di Dante, ma ricorda anche il celebre cuoco comasco conosciuto come Maestro Martino e il suo estimatore Bartolomeo Sacchi, detto Il Plàtina, umanista famoso anche per il primo libro che tratta di cucina: De honesta voluptate et valetudine in cui sono incluse molte delle ricette che Maestro Martino aveva inserito nel suo Libro de arte coquinaria, siamo nel XV secolo. Poco più tardi sarà Bartolomeo Scappi, cuoco bolognese, cuoco di Papi e Imperatori che scriverà nel 1570 il suo Opera, lavoro composto di sei volumi che contiene tutta la sua scienza cucinaria. Un vero monumento alla cucina rinascimentale italiana che sarà la base di partenza della grande cucina francese.

Questo librino è una bellissima idea per un presente natalizio fuori degli schemi, anche per chi non è particolarmente interessato alla storia dell’alimentazione.

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L’Ombra – di vino – spiegata da Giuseppe Comisso

Un esempio di ebra incertezza è dato dal volere spiegare l’origine della parola ombra che nel Veneto IMG_5757viene usata quando si vuole chiedere un bicchiere di vino. Qualcuno dice che siccome le osterie un tempo erano frequentate in grande parte da pittori qualcuno di questi ebbe l’ispirazione di sostituire l’idea oggettiva formata dal bicchiere con quella pittorica dell’ombra che il vino determina sulla tavola, quando si riempie il bicchiere.

Altri dicono che il chiamare ombra un bicchiere di vino fu per un euforismo in una epoca in cui si giudicava volgare bere vino.

Infine qualche altro vuole spiegare questa espressione come per indicare l’effetto che un bicchiere di vino può dare a un cervello, cioè un poco di ombra sulle idee chiare talvolta tristi e dolorose. Ma siccome la filologia può anche servire a spiegare la storia dei popoli si dice che l’essere venuti a chiamare ombra un bicchiere di vino nel Veneto è stato determinato da un avvenimento storico. Nel secolo passato i vini veneti erano generalmente bianchi e leggeri e se venivano lasciati in un bicchiere rotondo retto da un gambo più o meno snello sotto non davano ombra.L1180302

Questa ombra apparve nella seconda metà dell’Ottocento quando anche i vigneti veneti subirono il flagello delle malattie che avevano invaso l’Europa e s’importarono specialmente dalle vigne delle Puglie vini rossi e densi i quali a differenza degli altri davano ombra sul tavolo.

Fu questo il tempo in cui per chiedere un bicchiere di vino in una qualsiasi osteria del Veneto si cominciò a dire: « Mi dia un’ombra ».”

Questo breve scritto è di Giuseppe Comisso (1895-1969) ed è tratto dall’introduzione al capitolo dedicato ai vini di Veneto  e Venezia Giulia di I vini d’Italia di Luigi Veronelli (Canesi editore, Roma 1961): il primo libro del grande Gino e forse il più bel libro mai scritto sul vino.

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La Langa secondo Peppo Parolini

Peppo i«Un posto che mi piace un casino è la Langa, io trovo che in quella parte del Piemonte siano tutti pazzi scatenati, ospitali, belli. Hanno il gusto della vita, sanno mangiare, vivono per fare l’amore. Ma poi c’è della gente lì che gioca d’azzardo come da nessun’altra parte. Ci sono delle bische in piena campagna nelle Langhe, gente che parte dalla cascina coi rotoli di banconote e si gioca tutto. E c’è anche il colonnello dei carabinieri lì con loro, sono tutti amici. Il colonnello arriva e gli offrono i tajarin con tartufo, il brasato al civet… E’ una terra difficile da lavorare. In questo do ragione a Pavese. Ma c’è poesia in quella terra, perché vedi una donna sul trattore, un bambino di otto anni in motocicletta che corre come un pazzo, questi campi di granoturco che sembrano il mare, e le vigne con ‘sti filari che disegnano delle linee che non sai dove vanno, verso la cima delle colline, verso l’infinito… E’ una terra dove respiri la vita e la morte. Ecco, non mi dispiacerebbe morire lì, in Langa, in mezzo ai barotti».

Tratto dal volume Dal basso dei cieli, di  Marilena Moretti e Peppo Parolini – Baldini  Castoldi e Dalai Editore, Torino 2007 – pp. 357, 18,00 €

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In Bianco

Per la prima volta ho avvertito netta la sensazione che anche nel campo dei vini bianchi i francesi li abbiamo acchiappati! Fino a ieri per me non c’era storia tra i vari Meursault (mio bianco preferito), Chassagne-Montrachet, Chablis, Rieseling alsaziani e i nostri.

Ebbene, comincio a ricredermi!

Chiamo a testimoniare il Petit Arvine  Vigne Rovettaz 2009 di Vincent Grosjean, il  Timorasso Derthona 2005 di Claudio Mariotto, il Timorasso Sterpi 2007 di Walter Massa, il Nascetta Anas-Cetta 2010 di Elvio Cogno, il Collaretto 2010 di Poderi Oddero, il Riesling Pétracine 2011 di Vajra, il Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Riserva 2004 di Ampelio Bucci (e gli altri due Verdicchio quasi allo stesso livello: Pievalta e Fattoria San Lorenzo) e, dulcis in fundo, gli elegantissimi Etna Bianco Superiore (Carricante) Pietramarina 2010 e 2008 di Benanti.

Una cavalcata magnifica dentro una realtà produttiva che comincia ad apprezzare i vini bianchi da invecchiamento: e finalmente i francesi dovranno cominciare a preoccuparsi anche in questo campo particolare dove, fino a ieri, erano maestri indiscussi (ma hai voglia a essere bravo se non hai i terreni e le esposizioni dell’Etna o certi vitigni autoctoni come il Timorasso e il Verdicchio….).

Forza Italia ché stiamo andando bene (adesso bisogna convincere la ristorazione e i consumatori che i vini bianchi, quando sono come si deve, possono invecchiare quasi come i rossi)!!

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Barolo & Co – 4/2014 – La Collina Torinese

La Collina torinese e le alture del Monferrato astigiano spuntarono come isole nel basso mare che sarebbe diventato la pianura Padana: accadde tra il Langhiano e il Messiniano (15/5 mln. di anni fa). Le Alpi erano al loro posto già da qualche milione di anni.

Una curiosità: il Po fino a qualche decina di migliaia di anni fa scorreva a sud-est della Collina!

Poi, 20.000 anni fa, da queste parti arrivarono i nostri antenati Sapiens che rimasero tali – sapiens, voglio dire – fino a quando non cominciarono a modificare l’ambiente invece che adattarsi a esso…

L’interazione, spesse volte scriteriata, dell’uomo con l’ambiente si chiama Antropizzazione: per le nostre colline cominciò assai tardi, dopo che Torino divenne, con Emanuele Filiberto, la capitale del Ducato di Savoia, verso la fine del  XVI secolo.

Ma, prima di ritornare alla Storia – e soprattutto alle straordinarie storie che la Collina racconta – vediamo di definire con i numeri questo magnifico angolo di  Piemonte su cui Torino ha la fortuna di insistere: sono circa 350 Kmq che comprendono 27 comuni la cui popolazione, con la porzione dell’oltrepò torinese, supera le 300.000 anime. Oltre 700 km. di strade ne costituiscono la complessa viabilità. Il Colle della Maddalena con i suoi 715 mslm. è il suo culmine.                                                            La nobiltà torinese scoprì la Collina durante il XVII secolo: presero a costruire delle magnifiche ville nelle quali era costume andare a villeggiare. Queste ville erano letteralmente circondate da orti e vigne: durante l’assedio del 1706 le truppe francesi saccheggiarono e distrussero almeno 150 appezzamenti coltivati a vigneto con vitigni autoctoni oggi scomparsi o rarissimi.                                      Tracce di quei vigneti si conservano a Villa Abegg e nei giardini di Vigna Chinet, come testimonia il suo attuale proprietario Giuseppe Crosetto, secondo cui ancora 20-30 anni fa l’uva era coltivata regolarmente e racconta anche di una certa Vigna di Mongreno, proprietà di un tizio che distillava acquavite.

E qui bisogna raccontare forse la più bella tra le storie che la Collina torinese custodisce: riguarda Villa della Regina. Risalendo la monumentale via Po – progettata dal Castellamonte e inaugurata nel 1674 – si arriva in piazza Vittorio Veneto (per i torinesi, semplicemente piazza Vittorio).                                                                                                                                                  Lo scenario è davvero formidabile: oltre il ponte, la cupola – ricorda il Pantheon – della Gran Madre di Dio; sopra quell’edificio neoclassico si compone lo scenario variegato dei verdi che la Collina torinese sa dipingere con le sfumature diverse per ogni ora e ogni stagione. E, tra quei verdi, a mezza costa, si staglia una serie di edifici compresi tra una vigna e splendidi giardini: è il complesso di Villa della Regina, oggi magnificamente restaurato, Vigna della Regina compresa.                                          Ecco la storia: questo formidabile insieme barocco di edifici, fontane e giardini fu voluto dal Cardinale Maurizio di Savoia (1593/1657), uomo coltissimo, fratello di Vittorio Amedeo I. Il progetto pare sia di Ascanio Vitozzi e la prima pietra fu posata nel 1617. Nel 1642 il Cardinale tornò da Roma, depose la porpora e sposò la tredicenne nipote Luisa Cristina (detta Ludovica, 1629/1692), figlia della cognata reggente, Maria Cristina d’Orleans, Madama Reale: quel matrimonio sancì finalmente la fine della guerra civile nel Ducato di Savoia.                                                                                                                                                         Ma si verificò un fatto straordinario: quello fu un matrimonio d’amore e la Villa della Regina fu il dono di un appassionato e innamorato cinquantenne alla sua giovanissima sposa Ludovica!                                                                                                            Oggi che il restauro è completo vale la pena di visitare questo luogo dal fascino unico: a parte la bellezza di tutto il complesso barocco, si gode un panorama su Torino che è ineguagliabile, soprattutto quando la giornata è tersa, magari all’alba (con le Alpi tinte di un pallido rosa) o al tramonto, in autunno, quando il sole va a nascondersi dietro la piramide perfetta del Monviso.                                                                                                                                                                                                                            Va detto che la Vigna della Regina – magnifica la sua Freisa di Chieri – è gemellata, proprio da quest’anno, con la celeberrima Vigna di Montmartre, a Parigi.

Se lo sguardo, magari passeggiando lungo i Murazzi, si sposta verso la sinistra, seguendo le ondulazioni delle colline oltre il fiume, a un certo punto si incrocia in lontananza una cupola: è la Basilica di Superga. Il 2 settembre 1706 il granduca Vittorio Amedeo II e suo cugino Eugenio di Savoia, da uno dei colli più alti della collina torinese, osservavano i movimenti delle truppe francesi che assediavano Torino. Lo sfortunato artigliere Pietro Micca era saltato per aria pochi giorni prima, il 29 agosto. Vittorio fece un voto alla Madonna: se avesse sconfitto i Francesi, Le avrebbe dedicato una chiesa edificata proprio su quell’altura. Il 7 settembre, tra Lucento e Madonna di Campagna, gli eserciti piemontese e austriaco sconfissero i francesi in quella che venne chiamata la Battaglia di Torino. Vittorio sciolse il voto e incaricò Filippo Juvarra di edificare la Basilica su quel colle, posto a 672 mslm. La prima pietra venne posta nel 1717 e la Chiesa fu inaugurata il 1° novembre 1731: Vittorio Amedeo II, primo re dei Savoia, era morente, fu suo figlio Carlo Emanuele III a inaugurare la Basilica di Superga.

Attraversando il Po più o meno dove il fiume riceve la Dora Riparia e salendo verso Pino Torinese – oggi paese residenziale di una ricca borghesia subalpina e sede di un osservatorio astronomico di fama europea – s’imbocca sulla sinistra, proprio prima del centro urbano, una strada: è la Panoramica. Unisce Pino Torinese alla Basilica di Superga: è una di quelle strade che rimangono impresse per sempre nella memoria. Pur tralasciando il panorama mozzafiato sulla Città e sulla corona delle Alpi che chiudono la vista in lontananza e che costituiscono uno spettacolo cangiante a ogni ora e in ogni stagione, la strada si dipana dolce, con curve lunghe e riposanti che sembrano intagliate dentro i boschi di querce, faggi, castagni, pini silvestri a cui l’opera dell’uomo ha aggiunto le specie esotiche di magnolie, cedri, platani, eucalipti e l’infestante, americana robinia (acacia, gaggìa…) che dalle nostre parti è arrivata dopo il 1750.                                                                                                             Arrivare a Superga percorrendo la Panoramica, magari in autunno, è forse il mio suggerimento più prezioso. E Superga è luogo delle mille storie: le tombe dei Savoia, la faccenda del cuore del Principe Eugenio (c’è o non c’è: mistero) e poi quel brutto giorno che fu il 4 maggio 1949…la Collina, complice una nebbia assassina, inghiotte in un solo, tragico boccone la più bella favola del nostro sport: il Grande Torino di Capitan Valentino. Senza dimenticare la Dentiera: circa 3 chilometri di un trenino che s’inerpica su per i ripidi pendii sopra una dentiera d’acciaio: fu inaugurata nel 1884 e rese la Collina più facilmente accessibile a tutti i torinesi.

Altra storia, Mario Soldati, Le due Città: «[…] Dunque, ci dicono Fontana dei Francesi, perché quando, una volta, Torino era assediata dai francesi, be’…i soldati piemontesi la difendevano, si capisce: e la linea del fronte era proprio qui. Sopra, c’erano i francesi. Sotto, i nostri. Ma non c’è acqua, si capisce, su in cresta. E guarda un po’ che, per bere, i francesi dovevano scendere fino qui. Venivano giù di notte. E i nostri li aspettavano e ci tiravano. Questa, almeno è la leggenda. A me, me l’ha contata mio papà, quando ero piccolo: venivamo sempre qui per Pasquetta.».

Mario Soldati frequentava il ristorante Fontana dei Francesi del mitico cavalier Guerino Franzin, tra i primi sommelier italiani. Situato in posizione panoramica (strada Pecetto), tra gli anni Sessanta e Settanta questo locale fu uno dei più in voga a Torino: celebre per le frequentazioni di Cesare Pavese e poi di tutta la congrega di intellettuali einaudiani, il Principe in testa. Pavese lo cita più volte in alcuni dei suoi romanzi e racconti.                                                                                                Purtroppo, chiuse i battenti nel 1998, con la scomparsa del cavalier Guerino: ma il pozzo, alimentato dalla famosa Fontana, c’è ancora nelle cantine dell’edificio che ospitava il ristorante.                                                                                                                    Villa Somis: un’altra storia che vale la pena di conoscere. I conti Somis acquistarono verso la fine del XVII secolo una stupenda dimora situata in strada Val Pattonera (sulla sinistra, salendo verso Cavoretto). Lorenzo Francesco (1662-1736), musicista e medico di corte, fu il capostipite di una famiglia di valenti musicisti: i figli Giovanni Battista (1686-1763) e Lorenzo Giovanni (1688-1775) furono violinisti virtuosi, direttori e compositori noti in Italia e in Europa.  Più tardi Villa Somis venne venduta e dopo alterne vicende ospitò un famoso albergo con ristorante annesso. Dopo un periodo di chiusura abbastanza lungo, Villa Somis è stata rilevata dalla famiglia Chiodi Latini e oggi Stefano la sta riportando agli antichi fasti: che merita un luogo di bellezza fuori del comune.                                                                                                                                                                                             Ci sarebbero ancora tante storie da raccontare: Il Monte dei Cappuccini e il Museo della Montagna, Cavoretto e il Parco Europa, l’Eremo con il Faro della Vittoria e il Parco della Rimembranza; e ancora, il Cari: vino ciularino di Cavour, l’Abbazia di Vezzolano…..

Purtroppo, lo spazio è limitato, dunque concludo con il consiglio più ovvio: il mio invito a zonzolare per le strade della Collina Torinese, una qualche emozione è li, dietro una curva, che vi attende.

 

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Anteprima Vendemmia 2014, Palazzo Barolo

Piemonte anteprima vendemmia di Fiammetta Mussio (Da Millevigne)

Anteprima vendemmia 2014, l’annuale incontro promosso da Vignaioli Piemontesi, Regione Piemonte e Piemonte Land of Perferction per presentare dati e valutazioni sulla vendemmia e tracciare una previsione sull’andamento dell’annata, sarà ospitato lunedì 24 novembre a Torino, nelle sale di Palazzo Barolo, in via delle Orfane 7, in chiusura del congresso nazionale dell’Associazione nazionale sommelier. L’appuntamento è alle 10. Apre con un saluto Fabio Gallo, presidente Ais Piemonte. Intervengono l’assessore regionale all’Agricoltura Giorgio Ferrero (“Il Piemonte vitivinicolo e il suo contesto”), il presidente Piemonte Land of Perfection Giorgio Bosticco (“Aggregazione: fattore critico di successo del territorio e delle sue denominazioni”) e il presidente Vignaioli Piemontesi Giulio Porzio (“Ruolo delle organizzazioni dei produttori fra mercato globale e campanilismo”). L’agronomo Daniele Dellavalle e il giornalista Giancarlo Montaldo presenterà l’andamento della maturazione delle uve e la previsione sulla qualità della vendemmia 2014, assegnando le tradizionali “stelline” (da 1 a 5 a seconda della qualità che si prevede). L’annuale incontro sarà l’occasione per fare una riflessione sull’andamento del comparto vitivinicolo, di quali nuove sfide attendono il vino piemontese e quali strategie mettere in campo per vincerle. A orchestrare il dibattito sarà Fernanda Roggero, Food and Wine Editor de Il Sole24Ore. Il premio Piemonte Anteprima Vendemmia andrà alla memoria di Luigi Veronelli nel 10° anniversario della morte. Il premio sarà ritirato da Alberto Dragone, consigliere del Comitato decennale Luigi Veronelli.

Durante l’evento, si presenta il nuovo numero della rivista Barolo&Co diretta da Giancarlo Montaldo.

Aperitivo al vermouth e pranzo a buffet.

Info: 0173 210311, ufficiostampa@vignaioli.it

 

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Torino, 48° Congresso Nazionale AIS

Comunicato Stampa

Ufficio Stampa: WELL COM srl
Comunicazione | Relazioni Pubbliche| Eventi
Marta Sobrino
+39 338 8100520
marta@wellcomonline.com
www.wellcomonline.com

Grande successo di pubblico per il 48° Congresso Nazionale
dell’Associazione Italiana Sommelier

Per due giorni la magia del vino ha “incantato” Torino 


Torino, 24 novembre 2014 – 2000 ingressi a Palazzo Carignano, 160 produttori piemontesi, 3 degustazioni guidate sold out, 200 partecipanti al Convegno sulle MeGA e 300 spettatori per il Gran Gala di Palazzo Reale: ecco i numeri del 48° Congresso Nazionale AIS di Torino.

Sabato 22 novembre il Congresso si è aperto nella splendida cornice del Teatro Carignano con l’Assemblea Nazionale dei soci AIS che quest’anno è stata inaugurata dal presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino. A questo importante appuntamento associativo è seguito il convegno, organizzato dal Consorzio Barolo, Barbaresco, Alba, Langhe e Dogliani, dedicato alle Menzioni Geografiche Aggiuntive, che ha contato più di duecento partecipanti tra autorità, produttori, stampa e associati.

Nei pomeriggi di sabato e domenica i produttori vinicoli sono stati i veri protagonisti del Congresso e hanno animato le sale storiche di Palazzo Carignano proponendo in degustazione al pubblico i grandi vini piemontesi:Barolo, Barbaresco, Roero, Alto Piemonte Nizza.

Sabato sera è andato in scena a Palazzo Reale il Gran Gala, organizzato in collaborazione con Masters of Magic. Sei artisti internazionali si sono alternati sul palco, allestito per l’occasione nel Salone degli Svizzeri, e per un’ora e mezza hanno incantato il pubblico con numeri ispirati alla magia del vino. Dopo lo spettacolo, la serata è proseguita con un’esclusiva visita in notturna a Palazzo Reale e con la degustazione di una selezione di champagne: Paul Bara, Alexandre Bonnet, Bouquin Dupont, Corbon, Pierre Gimonnet, Lamiable, Vesselle, Vilmart.

Il Congresso si è chiuso, nel pomeriggio di domenica, con la premiazione di Ottavio Venditto che si è aggiudicato il 10° Master del Nebbiolo, concorso che ha come scopo quello di contribuire a valorizzare la figura professione del Sommelier e incrementare la conoscenza e la divulgazione del vitigno Nebbiolo.

Corollario a questi eventi, si sono svolte a Palazzo Barolo tre degustazioni guidate d’eccezione, con vecchie annate di Barolo e BarbarescoBordeaux e Borgogna.

Siamo decisamente soddisfatti del risultato raggiunto. – racconta il presidente di AIS Piemonte Fabio Gallo – “Volevamo organizzare un congresso unico nel suo genere e ci siamo riusciti. Per due giorni i palazzi storici di Torino hanno celebrato il vino piemontese, regalando un’atmosfera magica ai numerosi appassionati che hanno potuto degustare più di 500 etichette di Barolo, Barbaresco, Roero, Alto Piemonte e Nizza e partecipare a interessanti momenti di approfondimento”.

Per la realizzazione dell’evento si ringraziano: Città di Torino, Albeisa, Consorzio Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani, Piemonte Land of Perfection, Regione Piemonte, Assopiemonte DOP&IGP, Diam, Enolmac, Booking Piemonte, Bormioli, Feyles, Relanghe, Surgiva, Carlo Angela concessionario Winterhalter.

 

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