Vino su carta, i miei vecchi lavori

Ho ritrovato le stampe analogiche di alcuni miei vecchi lavori, antecedenti al 2005, anno in cui ho cominciato a lavorare in digitale anche per la riproduzione dei miei quadri.

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Gaja, la news letter.
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In questo numero

1. Storia La porta dell’osteria, porta d’ingresso nel mondo Gaja

1.

Gentile VINCENZO 

 

Il mondo Gaja è un mondo fatto di storie, incontri, immagini e suoni che da oltre un secolo e mezzo narrano chi siamo e cosa produciamo.

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Ti scrivo perché oggi abbiamo deciso di condividere tutto questo con un ristretto club di amici, a cui vogliamo aprire la porta del nostro mondo. Per questo è nato un nuovo progetto che sarà un momento di incontro, un viaggio nella memoria ma soprattutto il racconto di tante scommesse sul futuro, quelle che ogni generazione della nostra famiglia ha onorato guardando lontano.
Vi racconteremo da dove veniamo e le sfide che ci stanno più a cuore, dal cambiamento climatico alla biodiversità, dalla costante ricerca della qualità a quello che accade ogni giorno tra le vigne e in cantina.

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Sono passati cento sessantuno anni ma per scendere in cantina, per entrare nella nostra casa, bisogna ancora varcare quella porta, passare in quella piccola sala dove, vendemmia dopo vendemmia, è cresciuta la nostra storia.
La posizione era strategica: Barbaresco si trova sulla grande ansa del fiume Tanaro, dove i barcaioli trasportavano da una sponda all’altra persone, carrozze, cavalli, bestiame carri coperti d’uva in autunno e carichi di botti e damigiane in primavera, e poi, con il nuovo secolo, le prime automobili.
Sopra il porto, all’ombra della torre, c’era l’osteria dove lavoravano tutte le donne della famiglia. Si fermavano notai, geometri, commercianti e medici che venivano a Barbaresco e nelle Langhe per lavoro. Molti restavano più di un giorno, così Giovanni aggiunse alcune camere per i viaggiatori, garantendo l’ospitalità.

Giovanni Gaja capì subito che l’osteria era il miglior biglietto da visita per il suo vino e per la sua cantina: chi lo assaggiava a tavola poi ne poteva ordinare una damigiana che gli sarebbe stata consegnata a casa. Così il vino di Gaja iniziò a diffondersi attraverso il passaparola, il miglior marketing per quei tempi, le damigiane viaggiavano in tutto il Piemonte e in Valle d’Aosta e la clientela si allargava. Presto, accanto al vino sfuso, arrivarono le bottiglie con l’etichetta, considerate il non plus ultra, un salto di qualità.

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Fin da subito la scommessa fu sul quel vino che nell’Ottocento veniva chiamato Nebbiolo di Barbaresco ma che già nel passaggio di secolo diventò solamente Barbaresco. Era il fiore all’occhiello della cantina, come ci racconta il menù di un pranzo organizzato nel 1914, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale: ad accompagnare gli agnolotti, il fritto piemontese, il filetto di bue e l’arrosto di capretto c’erano dolcetto e Barbaresco. Nel menù a prezzo fisso i vini erano compresi: “Dolcetto una bottiglia ciascuno, Barbaresco 1909 produzione propria una bottiglia ogni quattro persone”. Non solo si specificava già l’annata, ma si sottolineava l’esclusività di una bottiglia a cui era attribuito un valore quattro volte superiore al più comune vino da pasto di allora.

L’osteria è rimasta aperta fino al 1933, ma a chiuderla non fu la crisi economica della Grande Depressione e nemmeno il ponte costruito più a valle che permetteva di arrivare a Torino molto più velocemente, ma il successo della cantina. Era appena stata presa in mano da un altro Giovanni, il nipote del fondatore, la terza generazione della famiglia. Fu lui nel 1937 a stampare sull’etichetta le quattro lettere del cognome Gaja in rosso e in una dimensione superiore alla denominazione del vino per rivendicare l’eccezionalità di una produzione e la scommessa sulla qualità.

Da allora sono spariti i tavoli, le sedie e la cucina, ma la porta in legno dell’osteria è rimasta l’ingresso principale alla cantina, che nei decenni ha continuato ad allargarsi. Quella porta, con le sue scanalature create da un’antica lavorazione chiamata “grissinatura” è stata di ispirazione per le cassette porta vino nate dal dialogo tra Angelo Gaja e il grande designer del vino Giacomo Bersanetti. La nostra idea è che ogni volta che si apre la cassettina di legno con la grissinatura è come se si aprisse la porta dell’osteria per entrare nel mondo Gaja.

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E così, adesso, aprendo questa porta potrete ricevere i nostri racconti
e a novembre il report dell’annata,
un diario della terra, della vigna
e del nostro lavoro. Questo viaggio sarà fatto anche di brevi comunicazioni,
ve le manderemo ogni volta che accadrà qualcosa che vale la pena partecipare: l’immagine di una nevicata,
i suoni della vigna d’estate, una nuova etichetta, un avvenimento speciale.

Vi aspettiamo

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Cucina giapponese: Miyabi a Torino, non soltanto sushi

Se come sosteneva Ludwig Feuerbach (filosofo tedesco,1804/1872): «Siamo quel che mangiamo», i giapponesi, con oltre 85 anni di aspettativa media di vita, mangiano proprio bene!                                                                                                                           Il Giappone (Nippon, nella loro lingua) è un arcipelago che si estende lungo circa 3.500 chilometri nell’oceano Pacifico, quasi parallelo alle coste cinesi, coreane e russe. Composto da migliaia di isole, il 97% della superficie totale (377.000 kmq) appartiene alle quattro principali: HonshūHokkaidōKyūshū e Shikoku. Con una popolazione di oltre 127 mln di abitanti, il paese è una delle prime economie mondiali.                                                                                                                                  Abitato già in epoche antichissime, l’arcipelago, secondo la tradizione leggendaria, si costituì in Impero attorno al VI/VII secolo a.C. Il buddismo venne introdotto nel VI secolo della nostra era e segnò in maniera importante le tradizioni giapponesi. Durante il medioevo fiorì la cultura dei samurai e degli shogun che, di fatto, detenevano il potere. Furono i portoghesi, nel XVI secolo, i primi occidentali a conoscere queste popolazioni che fino a quel momento erano vissute abbastanza isolate.                                                                                                                                                                           Fondamentale la guerra civile, 1866/1868, che portò alla restaurazione Meiji: gli shogun cedettero il potere  all’imperatore e questi aprì le porte del paese al resto del mondo.                                                                                                                                 Dopo la pesante sconfitta della Seconda Guerra mondiale, il popolo giapponese seppe ripartire con prontezza e in maniera efficiente: per almeno quattro decenni il Pil del paese crebbe ininterrottamente alla media annua di oltre il 10%!                L’arcipelago nipponico si sviluppa sopra una linea di faglia che costituisce la principale caratteristica tettonica dell’oceano Pacifico: dunque, paese devastato da terremoti, tsunami, eruzioni vulcaniche. Sono oltre un centinaio i vulcani attivi di cui il celebre Fujiyama, o Fujisan, è il più alto (circa 3.800 mslm).                                                                                                             Con le premesse di cui sopra, è comprensibile quanto le caratteristiche della cultura giapponese siano peculiari, raffinati e complessi. E, poiché la cucina tradizionale di un popolo ne rappresenta la sintesi storico-geografica, si capisce quanto quella giapponese sia altrettanto unica, sofisticata, multiforme.                                                                                                        Oryza sativa: è il nome scientifico del riso e la varietà che si coltiva più a nord si chiama japonica, a differenza di quella, indica, che alimenta le popolazioni del sud-est asiatico. Il riso fu domesticato dai cinesi intorno al VI millennio prima della nostra era e si diffuse rapidamente in tutta l’Asia, Giappone compreso. Qualche millennio più tardi furono le proteine della soia (Glycine max) a integrare la dieta dei primi insediamenti neolitici e permettere lo sviluppo di una civiltà importante; ovvio poi rimarcare il fatto che le popolazioni di un arcipelago solevano aggiungere alla loro alimentazione vegetale tutto quanto riuscivano a ricavare dal generoso mare che le circondava. Assodato quanto sopra, il sushi, ovvero riso e pesce, si può considerare il piatto simbolico e più rappresentativo del Giappone. Ma, attenzione: ridurre la cucina giapponese al sushi è un po’ come sostenere che la cucina italiana sia soltanto maccheroni e pizza…                                                                                               Nori sushi e nigiri sushi sono le due differenti maniere con cui questa specialità viene preparata; la prima è quella più conosciuta: rotelle di riso contenenti porzioni di pesce crudo, avvolte nell’alga nori; il nigiri sushi, invece, si presenta come polpettine di riso sopra le quali è adagiato il pesce. Bisogna precisare che il riso per il sushi è sempre trattato con aceto di riso fermentato.                                                                                                                                                                                                L’altro piatto assai noto è il sashimi: semplice pesce crudo, in genere tonno, maguro, (il taglio più pregiato è la ventresca che viene chiamata: otoro), insaporito da particolari salse.                                                                                                                       Tra queste, insieme a quelle rinomate di soia, occorre ricordare il wasabi: è ricavata dalla radice di una brassicacea – famiglia che comprende senape, cavolfiori, verze, ecc. – Eutrema japonicum, spesso chiamata Wasabia japonica, coltivata a climi freddi e in acque purissime; viene poi trattata e raffinata usando come grattugia la pelle di squalo: non è semplice trovare in Italia il wasabi originale, parecchio costoso…                                                                                                                          Il brodo di pesce, dashi, le numerosissime alghe, i poco conosciuti noodles o spaghetti (ramen, soba, udon) di grano, grano saraceno, riso e soia; le innumerevoli zuppe e la carne (a esempio, il tonkatsu: cotoletta di maiale con cavolo e il costosissimo manzo di Kobe dalle carni marezzate) sono alcune specialità giapponesi non abbastanza note. La tempura, verdura e pesce fritto in pastella, è un piatto di contaminazione portoghese.                                                                                      I giapponesi usano bere sakè (riso fermentato con lieviti koji) e tè, ma apprezzano il vino e, curiosità, sono grandi intenditori e ottimi produttori di whisky  di malto. Parlando di cucina giapponese non si deve dimenticare la raffinata arte della coltelleria che permette di usare in tavola le bacchette, hashi. Altrettanto fondamentale è l’arte di impiattare secondo precisi dettami che armonizzano volumi e colori dei piatti.                                                                                                                      Il giovane Masanori Tezuka, nel suo ristorante Miyabi, aperto da circa un anno a Torino – due passi dalla chiesa della Gran Madre – mi ha guidato nella conoscenza della tradizione cucinaria giapponese e aiutato a scegliere alcuni vini piemontesi con cui accompagnare al meglio i suoi piatti eccellenti.                                                                                                                   Masanori, da quasi otto anni in Italia, è un maniaco nella scelta delle materie prime: pesce, verdure (che spesso coltiva da sé), alghe e riso sono sempre di prima qualità e, quando possibile, importati dal Giappone.                                                        Abbiamo cominciato con un piatto a base di germogli di bambù biologico che ho accompagnato con un Cortese di Gavi DOCG biodinamico, senza solfiti aggiunti, che ho gustato anche con una magnifica ombrina marinata con alghe kombu, erba shungiku e limone giapponese yuzu. Un altro Cortese, questo soltanto bio, ha con grande dignità accompagnato una gelatina di sesamo insaporita con wasabi. Per gli spaghetti di grano saraceno, con gamberi e piccoli asparagi, ho scelto un Timorasso di un paio d’anni di gran corpo, lunghissimo: magnifico.                                                                                                     Per tenere compagnia a un nigiri sushi, memorabile, ho scelto due ottimi Riesling: uno di La Morra e l’altro di un grande produttore di Serralunga; i nostri bianchi, quando sono figli di grandi produttori, reggono il confronto con vini assai più blasonati! Gustare  capesante di Hokkaido, salmone scozzese con relative uova, gambero rosso di Mazzara con uova di pesce volante, ombrina e fettine di tonno affumicato e fermentato, bevendo un grande Riesling di Langa è un bel modo di onorare sé stessi, chi ha preparato i piatti e chi ha spremuto da par suo le uve…                                                                                 Ho finito bevendo Freisa di Chieri, sia frizzante sia ferma, con un semplice petto di pollo reso sublime da una salsa di riso fermentato: credo che anche un giovane Nebbiolo, magari roerino, non avrebbe fatto brutta figura.

 

 

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Ho compiuto 66 anni

Il 1° ottobre 2020 ho compiuto ben 66 anni, non pensavo di arrivarci.

Ho passato questa giornata tra amici, parenti più stretti e i miei vini. Non avrei potuto fare di meglio!

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Love/Amore

Ecco alcune tra le mie ultime poesie dedicate all’Amore. Quello con la A maiuscola.

 

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Michelangelo Massano, recensione “Sul Lungomare di Torino”

20200701_170658-2La struttura del libro è inusuale, molto originale. Il linguaggio e il periodare sono semplici e la narrativa scorre, fluida, con un dialogare intermittente e riflessioni essenziali.
La complessità iniziale della trama sorprende e poi avvolge e coinvolge nel viaggio “Sul Lungomare di Torino”.

Fa da guida Gilda, antica tartaruga marina, in un mare creato apposta, per la sua surreale presenza, nella curiosa copertina del libro, che ne coglie l’anima. Il viaggio comincia, fra poveri casolari di pietra, vicino ai pini dei verdi altipiani calabri, ove è nato Gregorio, che, ancora bambino, si trasferisce al Nord. Porta con sé, con bella raffigurazione creativa, un baule “preparato con un letto di aghi di pino, foglie secche di granoturco, qualche riccio aperto di castagna, zaffate di muschio, funghi freschi e una chitarra che sembrava una scopa”.

Approda in un cortile di periferia della grande città.
Confortano il suo iniziale disagio due Parrucchetti, che presto muoiono, con disperazione del bimbo.
Rimane, ben custodito, il baule, con il suo carico prezioso di profumi di bosco. Sono le sue radici.
Scorrono veloci i richiami agli anni di scuola e, in parallelo, alle lunghe partite a calcio con altri ragazzi venuti dal Sud, sui campi dell’oratorio o, negli spazi vuoti, attorno al vecchio “Comunale”. Anche i padri di quei ragazzi alla domenica si radunano a giocare a carte e “smadonnare” nel loro aspro dialetto, mentre stanno trasformandosi in “operai inurbati”.
Finiscono gli anni ’60. Il tram numero 10 porta al Liceo un ragazzino che ha un irrefrenabile desiderio di nuove esperienze.

Termina gli studi quando già lavora in un cantiere edile, ove si mescolano i dialetti del Sud, con quelli della prima migrazione veneta.
Affina la sua sensibilità artistica sentendo musica, leggendo libri, “anche i non soliti libri di scuola” che compera sulle bancarelle. L’antro dell’artigiano-artista Ivano, stimola la sua creatività. Per il ragazzo, diventato giovane, incombe la necessità quotidiana. E’ la Torino industriale e operaia dei primi anni ’70. Una mattina varca il cancello n. 3 di C.so Tazzoli. E’ un componente della prima squadra della linea della 127 in carrozzeria. La descrizione dell’anno di lavoro alla Fiat, è una delle pagine più intense, fra le tante già scritte sull’argomento. Coglie, con vivezza essenziale, gli aspetti esteriori e anche l’interiorità di un ambiente di lavoro e di chi ad esso si applica, soggiogato al ritmo della grande fabbrica. Dopo un anno ritorna libero. E riprende a nuotare insieme alla sua tartaruga. Cominciano i giorni e le serate negli Studi pubblicitari e fotografici, svolazzanti di personaggi con molto talento e poca cura per l denaro, vivacemente decritti. Un vortice di piccole società che nascono, si scompongono, si ricompongono per poi sparire. Le donne, “fra questa creatività tumultuosa ed incosciente”, hanno un rilievo importante, con personalità forti e volitive che si impongono nel lavoro e nella vita.

La tartaruga assiste agli incontri dell’autore con personaggi che avranno successo e altri che “imperterriti continueranno a seguire un destino di fallimento”.
Come ben evidenzia l’autore, questi “talentuosi” che popolano gli Studi e le Agenzie di pubblicità, di comunicazione, di marketing che si agitano fra il fascinoso richiamo delle scene teatrali e le prime Radio libere (fra cui indimenticabile e indimenticata Radio ABC 97 mhz) saranno l’avanguardia della trasformazione della città.
La città operaia diviene anche la città dei libri, degli editori, dei creativi.
La piccola tartaruga marina assiste in quegli anni ad una ulteriore evoluzione intellettuale e artistica del protagonista: nelle fotografie, nella musica, nella pubblicità, nella comunicazione. Coglie la bellezza evolutiva di un percorso interiore che porta l’autore a frequentare le lezioni della Scuola di Teatr0 all’Università ove affina la sua vasta e nomade cultura con l’approfondimento dei classici latini e greci, guidato da una donna che ha l’arte di insegnare e fare amare ciò che insegna.

E’ di questo periodo la bella descrizione degli incontri nel secentesco teatrino situato nei sotterranei di Palazzo Campana.

Il cammino professionale del protagonista prosegue: le sue doti innate, l’esperienza maturata, lo conducono ad essere Amministratore Delegato di importante Società. Vive il tempo del manager di successo. Conduce a traguardi sempre più prestigiosi la Società che dirige.

Ma incontra la delusione.
La tartaruga, come aveva visto i lestofanti senza talento, ma attenti al denaro, soppiantare la prima avanguardia dei talentuosi creativi, così vede accadere per l’autore.
Con il crollo del lavoro, crolla un fragile amore.
Ma, parafrasando Quasimodo, a primavera le gemme spaccano il tronco, “che pareva già morto”, con un verde più nuovo dell’erba”. Il verde si perpetuerà fra le navate gotiche di S. Domenico e il lavoro riprende in un mare più quieto. Lo accompagnano le nebbie di un tempo, umide e fredde, della città. E le nebbioline azzurrine di fumo del “Bar Roberto” di Via Po popolato dal “furore ciarliero” di una varia umanità impegnata in sproloqui sconclusionati e discussioni coltissime senza alcuna finalità.
Ritrova sistemazione stabile il baule, con ancora intatto il profumo di bosco di quando, bambino, lo portò con sé a Torino.
Gilda, la vecchia tartaruga Gilda, dai mille trascorsi, smette di raccontare e torna a nuotare nel suo etereo mare.
Il lettore, ormai pienamente partecipe della narrazione, sente la mancanza della surreale presenza dell’antica tartaruga di mare, che lo ha accompagnato di pagina in pagina.

Michelangelo Massano

 

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Sul Lungomare di Torino – All’Ombra del vino

Questo è l’incipit del mio romanzo, appena uscito:

«QUEI TRE
Non so che viso avesse, neppure come si chiamava.
A dire il vero non si era presentato: era apparso, s’era materializzato di tra le nebbie di un mio qualche sogno e, senza sapere né come né perché, avevo immaginato il suo nome: Marlow; era del tutto evidente che quel nome non fosse il suo: un nome venuto a galla per caso, forse il primo che mi era venuto in mente. 
Marlow!».

Layout 1

E così finisce, dopo 199 pp. complicate:
«IO, finalmente io, riguadagnai il tavolino sotto i portici barocchi della grande piazza e, come al solito, dove finivano le dita della mia mano destra cominciava inevitabilmente lo stelo di un calice, ancora una volta pieno, per compiere il suo dovere di ristoratrice piacevolezza.
E mi sentivo un po’ così…
quasi triste, come i fiori e l’erba
di scarpata ferroviaria.
Il silenzio era scalfito solo dalle mie chimere
che tracciavo con un dito dentro ai cerchi del bicchiere».

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Angelo Gaja: Il colore della crisi

Ricevo da Angelo Gaja e volentieri pubblico.

img_5972IL COLORE DELLA CRISI 

E se fosse il 2021 la continuazione dell’anno orribile del vino italiano? Le premesse non mancano. In Italia si suonano le trombe per la vendemmia 2020 che promette di essere la più ricca di uva al mondo. Non è un primato invidiabile in presenza di una crisi dei consumi senza precedenti che si abbatte su tutti i mercati e coinvolge TUTTE le cantine del mondo gonfiandone le giacenze. Per fronteggiare la quale il ministro Bellanova aveva stanziato misure di distruzione dell’uva e del vino (distillazione) finanziabili con 150 milioni di euro di denaro pubblico, giunti però in ritardo ed utilizzati appena per un terzo. L’errore, però, non è affatto della Bellanova, bensì dei suggeritori esterni che fanno capo ad associazioni varie e presenziano alle tavole di concertazione. Quelli che dapprima non volevano sentire parlare di distillazione, per poi concederla ai soli vini da tavola mentre ad averne necessità sono i vini IGP e DOP. Quelli che preferivano misure in favore dello stoccaggio, incoraggiando ad accumulare scorte in cantina confidando nella rapida fine della crisi e pronta ripresa dei consumi, che invece non ci saranno e si prolungherà l’agonia. Quelli che avanzavano mille riserve, rallentando e rendendo intempestiva l’entrata in vigore delle misure di intervento pubblico facendole perdere di efficacia. Il comparto del vino conoscerà una crisi più lunga legato com’è all’Ho.Re.Ca ed al turismo. Fino ad ora è stata una pioggia di numeri reali- stimati-probabili-farlocchi, anche da fonti autorevoli, a commentare il procedere della crisi. Solo a fine anno si conosceranno le giacenze totali di vino nelle cantine italiane e si attendono pessime notizie in merito. Sempre a fine anno, a fronte del preoccupante calo in volume, si registrerà il più drammatico e vistoso calo in valore dell’export del vino italiano. A piangere saranno i fatturati. Quando nella primavera 2021 verranno resi pubblici i bilanci delle mega cantine italiane e verranno svelati i numeri veri, si evidenzierà che per molte di esse le perdite di fatturato rispetto al 2019 supereranno il 20%. A perdere di più, però, saranno i viticoltori venditori di uva e le cantine artigianali dalle dimensioni piccole e medio piccole, il settore più numeroso e fragile. E’ a questi che il ministro Bellanova deve pretendere di destinare maggiori risorse durante il confronto che condurrà con i suggeritori esterni. 

In questo momento di grave emergenza occorrono misure straordinarie. La prima preoccupazione deve essere quella di cercare di riequilibrare il mercato dando la priorità ad un ampio-e-mai-visto- prima progetto di distillazione che includa anche i vini IGP e DOP, da avviare SUBITO per consentire il recupero già entro il 2020 dei quasi 100 milioni non spesi nella misura precedente, per poi concluderlo nel 2021. Prendendo ispirazione da quanto saggiamente aveva già fatto prima di noi la Francia. 

Sarebbe utile inoltre introdurre in Italia per i prossimi due-tre anni il divieto di impiego del Mosto Concentrato Rettificato, che costituisce per chi ne fa uso l’incentivo per eccellenza a produrre maggiori volumi di uva in vigneto.
Bene la richiesta di maggiori finanziamenti per la promozione consentendone l’accesso anche ai progetti di investimento contenuto. Non scordando che, nei prossimi due-tre anni, sarà baraonda sui mercati internazionali perché le cantine di tutto il mondo avranno il vino che uscirà loro dalle orecchie e saranno sui mercati per cercare di collocarlo. Occorrono idee nuove, pensare di utilizzare solamente gli strumenti del passato non sarà di grande giovamento prima del ritorno alla normalità. 

Angelo Gaja
7 settembre 2020 

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La cucina siciliana

Si può affermare che la Sicilia rappresenta, senza tema di smentita, l’eccellenza di quanto offre la macchia mediterranea: grano, olivo, vite, agrumi, ortaggi, erbe e spezie, frutta secca. Inoltre, in Sicilia sono presenti allevamenti di pregiate razze ovine, caprine e, nella provincia di Ragusa, bovine (senza dimenticare il maialino nero dei Nebrodi). A queste ricchezze bisogna aggiungere la tradizione delle marinerie siciliane di cui Mazzara del Vallo (nettamente la più importante d’Italia) è la più celebre, con le flotte di Sciacca, Trapani, Scoglitti, ecc. Le tonnare e le saline del trapanese sono tradizioni consolidate. In epoca romana l’isola era indicata come il granaio di Roma e vi si coltivava il grano duro (Triticum durum) che  gli Arabi elaborarono nella pasta secca che oggi conosciamo: i pastai siciliani erano attivi, con il loro grano, a Genova già a partire dal XII secolo. La cultura musulmana portò in Sicilia gli agrumi (alcuni erano conosciuti già in epoca romana), le melanzane, i primi distillati (gli Arabi inventarono l’alambicco, termine che deriva dalla loro lingua). Poi venne il tempo dei Normanni che fecero conoscere agli isolani il gusto per la selvaggina. Gli spagnoli introdussero i frutti e gli ortaggi americani: mais, peperoncino, pomodori, zucche e zucchine, fagioli, fichi d’India. Molti di questi prodotti agricoli – pomodori, melanzane, arance dolci, ecc. – entrarono nelle ricette siciliane assai tardi, non prima del XVII secolo. Ricordo la tradizione del vino Marsala che ebbe origine nel 1773 per merito dell’inglese John Woodhouse e poco più tardi del calabrese Vincenzo Florio. Nel 1969 questo vino guadagnò la prima DOC siciliana. Da ricordare Francesco Procopio Cutò o Coltelli, nato a metà del XVII secolo, che trasformò il tradizionale sherbet (sorbetto) arabo nel moderno gelato e, emigrato in Francia, nel 1686 fondò il primo e più celebre caffè parigino: Le Procope. Da non dimenticare il fenomeno dei pomodori di Pachino: ebbe origine soltanto nel 1989, quando un’azienda israeliana selezionò gli ibridi Noemi e Rita da cui discendono i celebri pomodorini. Dopo aver ricordato lupini e legumi vari, insieme ai noti pistacchi di Bronte, comincio a esaminare gli innumerevoli antipasti siciliani e tra questi scelgo la caponata e l’arancino. La prima è una delle specialità tradizionali legata alla melanzana (con parmigiana e pasta alla norma); si tratta di dadi di melanzane leggermente stufati e fritti con pomodoro, olive, cipolla, sedano, capperi. Come tutti i piatti tradizionali ne esistono moltissime varianti a seconda di dove la si gusta. Una versione assai diffusa è quella bianca, ossia priva di pomodoro o di salsa. Può anche essere considerato un contorno. Tra gli antipasti si può annoverare l’arancino o arancina: attorno a questa specialità i siciliani si azzuffano sia per il nome sia per l’origine, senza comunque arrivare a un accordo: maschile nella Sicilia centrale e orientale, femminile nel palermitano e trapanese. Si tratta di una sorta di supplì: riso con zafferano impanato e fritto, ripieno in genere di piselli e ragù. Oltre che sul nome e sull’origine, i siciliani litigano anche sulla forma, sferica o conica, e sul ripieno, che può essere il più vario. Anche questa specialità è di probabile origine araba e forse dolce nella sue versioni più arcaiche. Tra le infinite ricette di primi piatti, oltre alla pasta alla Norma (maccheroni con sugo e melanzane fritte) e alla pasta e sarde (spaghetti o pasta corta con sarde e pan pesto tostato), mi piace ricordare una specialità etnea semplicissima: penne rigate con ragù di pistacchio. Si pestano nel mortaio pistacchi freschi e si stemperano con olio di oliva extravergine, si aggiunge qualche spicchio di cipolla e si soffrigge appena, saltandoci la pasta scolata. Garantisco un piatto di eccezionale sapore. Tra i classici secondi, oltre alla parmigiana (melanzane fritte, formaggio e sugo di pomodoro) ormai diffusa in tutta Italia e alle più esclusive sarde alla beccafico (sarde aperte a libro, impanate, farcite e infornate: ne esiste una varietà catanese e, manco a dirlo, una versione palermitana), mi piace ricordare il cous cous alla trapanese (con mandorle) o semplicemente di pesce. In estrema sintesi, è una zuppa di pesce (la scelta di pesci e/o crostacei e molluschi è oggetto di infinite diatribe) a cui si aggiunge il classico cous cous di semola. I dolci siciliani sono tantissimi e assai conosciuti: cassate, brioche e granite, pasticceria a base di mandorle e pistacchi, ecc. Scelgo di citare l’ormai universale cannolo: una semplice cialda fritta ripiena di ricotta di pecora e canditi.

Si ringraziano i locali:

https://ortigiabistrot.it      https://iltabisca.it

E, inoltre, la gelateria https://www.facebook.com/vintagegelateria/?ref=page_internal

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Enrico Tallone, la sua stamperia e i suoi treni

Conobbi Enrico Tallone e la sua mamma Bianca a fine del 1989, ero vicepresidente dei Giovani Imprenditori dell’Unione Industriale di Torino: l’occasione la offrì l’istituzione di un premio per i piemontesi che si erano particolarmente destini nella loro attività. Il premio fu istituito in occasione del 30° anniversario della costituzione del nostro gruppo (il primo in Italia, tanto per cambiare). Successivamente conobbi la splendida moglie di Enrico, Maria Rosa e i tre figli, Eleonora, Elisa e Lorenzo. Era ancora in vita il fratello maggiore di Enrico, Aldo Tallone, scomparso prematuramente pochi anni dopo. Confesso che ho avuto e continuo a avere per la signora Bianca Bianconi – che Alberto Tallone conobbe e sposò a Vinci – una vera e propria adorazione: lo merita una delle donne più grandi che mi è capitato di conoscere, e sia come madre sia come grandissima esponente della cultura italiana del ’900. Con Enrico trovai un’immediata empatia che mi spinse a chiedergli di fare il mio testimone di nozze nel 1990. Poi vennero tante giornate memorabili e nella stamperia e in giro per il Piemonte e l’Italia, sempre onorate da ottimi cibi e vini eccezionali, e sempre con persone di grande interesse e singolare formazione. Per comprendere il valore di questo monumento dell’editoria e della stampa mondiale, occorrerebbe conoscere la storia della famiglia Tallone e soprattutto la vita dei tre fratelli Alberto (padre di Enrico e già stampatore in Parigi negli anni ’30), Cesare Augusto (accordatore di pianoforti e uomo di fiducia di Arturo Benedetti Michelangeli) e il celebre pittore Guido Tallone. I tre fratelli, figli di Cesare, erano appassionati di treni e non trovano altro che sistemarsene un paio nel giardino della stamperia in Alpignano.

www.talloneeditore.com

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I piatti da gustare a Rimini

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Cucina marchigiana

 

Ho avuto modo, a cavallo tra gli anni Novanta e i primi Duemila, di frequentare per motivi professionali soprattutto Ancona e i suoi dintorni e ho scoperto una Terra che offre bellezze paesaggistiche, storia, arte e tradizioni enogastronomiche di grande suggestione. Nell’immaginario collettivo sono celebri i borghi storici dell’Umbria e le città d’arte toscane, ma qui ho scoperto la bellezza di luoghi come Ascoli, Camerino, Urbino, Fabriano, le gole del Furlo, le grotte di Frasassi, i litorali di Numana e Sirolo e la macchia mediterranea di Monte San Bartolo e del bellissimo Conero. E poi, ultima in ordine di elencazione ma forse prima per quanto riguarda i miei interessi, la ricchissima e variegata tradizione enogastronomica.                          In questa mia breve trattazione desidero esplorare una sorta di vero ossimoro: accompagnare alcuni piatti tradizionali di una Terra celebre per i suoi vini bianchi proprio con i vini bianchi di una Terra celebre per i suoi vini rossi! I nostri bianchi piemontesi, che oggi sempre più stanno conoscendo un sorprendente ma meritatissimo successo, per accompagnare quattro piatti tradizionali marchigiani: i vincisgrassi, il baccalà anconetano, le cicale di mare e le chioccioline in umido.           Ma prima di entrare nel merito delle mie scelte, mi è d’obbligo una rapida descrizione dei prodotti e delle tradizioni enogastronomiche di questa Terra ricchissima che cerca in tutti i modi di nascondere i propri tesori. Comincio col citare l’eccellente tartufo bianco di Acqualagna che poco o punto ha da invidiare al nostro più celebre Bianco d’Alba; il ciauscolo, salame molle da spalmare sul pane, il salame di Fabriano, la salsiccia di fegato, ecc. Tra i formaggi: il Raviggiolo, la casciotta di Urbino e i numerosi formaggi di fossa. Eccezionale l’agnello della razza Vissana e i manzi di Vitellone bianco marchigiano, così come non si possono dimenticare i maccheroncini Igp di Campofilone e le produzioni di lenticchie, cicerchie e fave del parco dei Monti Sibillini. Una trattazione a parte meriterebbero le ormai modaiole e banalizzate olive ascolane. Fino a venti, trent’anni fa non le conosceva nessuno fuori delle Marche, oggi sono diventate una delle più conosciute specialità di quello che si chiama street-food ma che poco hanno da spartire con le olive ascolane preparate nelle famiglie con la Dop Tenera ascolana (oliva che arriva a pesare fino a 10 gr.) e farcite con una crema ricavata da varie carni, formaggio, spezie e poi fritte con una panatura di pane e uovo. Se la cucina marchigiana dell’entroterra può essere abbastanza simile alle limitrofe tradizioni laziali, umbre e abruzzesi, le specialità legate alla pesca sono abbastanza assimilabili ai piatti diffusi lungo tutto il litorale adriatico, da Trieste a S. Maria di Leuca. Le quattro marinerie da pesca marchigiane (basate a Fano, Ancona, Civitanova e S. Benedetto del Tronto) sono seconde per tonnellaggio soltanto alle flottiglie siciliane. Sulle coste marchigiane si cucina il celebre brodetto, che è poi la solita diffusissima zuppa di pesce (bouillabaisse, cacciucco, buridda, quatara, ecc.) con le tipiche, infinite piccole o grandi varianti dovute alla stagione o agli usi consolidati dei retaggi familiari. A questo punto ecco le mie scelte e i vini piemontesi che propongo per accompagnarle. Comincio dai vincisgrassi: sono semplici lasagne la cui particolarità è rappresentata dal ragù che dev’essere preparato con carni diverse (manzo, pollo e/ agnello) e soprattutto con rigaglie e frattaglie di pollo e/o agnello. Le variazioni sul tema, anche per questo piatto, sono tantissime. È una di quelle specialità che definire di digestione impegnativa è usare una vergognosa metafora…Per un simile cimento, oltre ai nostri scontati rossi come Freisa secca di Langa o anche la più gentile Doc di Chieri, io suggerisco di affrontare una fatica come questa con un apparente sacrilego accostamento: un abbondante calice di un nostro Alta Langa 100% Pinot noir, provare per credere! Lo stoccafisso alla anconetana è un piatto rustico che risale alle tradizioni marinare delle genti di Ancona che solcavano mari lontani fino alla Norvegia. Merluzzo affumicato ammollato con acqua e latte, alternato a strati di patate e stufato con passata di pomodoro, gusti vari e con l’eventuale aggiunta di olive. Un bel nostro Timorasso invecchiato di qualche anno mi pare un suggerimento sfizioso, anche se è chiaro che rossi leggeri come Grignolino, Nebbiolo giovane o Pelaverga di Verduno non ci starebbero male, anzi!                                                       Per le chioccioline in umido, antipasto di cui sono ghiottissimo, la mia indicazione è un Cortese di Gavi ben strutturato e non giovanissimo; uno sfizio azzardato potrebbe essere quello di sorseggiare, tra una chiocciolina e l’altra, un Brachetto secco. Le cicale di mare (o pannocchie, o canocchie), semplicemente preparate al forno o bollite, sono una delle migliori offerte con cui il mare ci conquista; un piatto delizioso, saporito e delicato allo stesso tempo che è bene preparare quando, soprattutto in autunno, questo crostaceo è particolarmente ricco di polpa. Con una simile ghiottoneria io propongo uno dei nostri Riesling di Langa: oggi da questo vitigno i vignaioli langhetti stanno producendo vini di qualità  sempre più eccelsa che non fanno certo torto ai loro cugini alsaziani e renani.

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Vincenzo Reda, Sul Lungomare di Torino (Graphot)

Appena pubblicato per i tipi di Graphot, Torino. 198 pp, €, disponibile presso l’Editore (http://www.graphot.com) e, da settembre 2020, su Amazon.

Il mio primo romanzo, scritto tra il 2013 e il 2017, è un testo surreale e piuttosto complicato di non facile lettura. Consiglio l’acquisto a chi ha dimestichezza con scritture complesse e impegnative, dense di citazioni dissimulate o sottintese tra le righe. L’immagine di copertina è stata realizzata dalla mia carissima amica Ossidiana Tattooart: è un acquarello che sviluppa l’idea che mi sono creata della mia tartaruga Caretta caretta che si chiama Gilda e che agita da par suo le acque del testo. La IV di copertina è un mio lavoro di vino su carta che amo definire come “Autoritratto“. Non assimilabile a alcun genere letterario, questo è un romanzo in cui una tartaruga Caretta caretta che si chiama Gilda, nata sulle spiagge di Torino in tempi di cui non è rimasta memoria, conosce i nomi magici, quasi fossero password, che innescano di volta in volta i racconti surreali di Marlow, che si presume essere un vecchio marinaio di cui però non esiste una faccia, un viso, un volto. Ne escono suggestioni che riportano a atmosfere di tempi passati in una Torino surreale eppure riconoscibile. Forse parzialmente autobiografico o forse un semplice gomitolo inesplicabile in cui sogni e ricordi si annodano in maniera irrimediabile stravolgendo il Tempo e lo Spazio.

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Francesco Guccini, Tralummescuro

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Gerhard Rohlfs (1892/1982) fu un grandissimo linguista, glottologo e grande studioso degli innumeri dialetti italiani (studiò soprattutto i dialetti calabresi). Francesco Guccini ben lo conosce e lo apprezza (e lo cita), ma questa sua ultima fatica (in realtà è la penultima, essendo appena uscita una sua autobiografia) è un’incompiuta e stucchevole via di mezzo tra un saggio di ricerca linguistica e un’insieme scombinato e ripetitivo rimestar tra i ricordi dei tempi che furono (com’eran belli! E più non torneranno…). Non m’è piaciuto: 220 pp. con l’aggiunta di 60 pp. di vocabolario (colto e anche interessante) di voci del dialetto della sua Pàvana. 19 € per la Giunti. Non lo consiglio e rimango della mia opinione: immenso, irripetibile cantautore; mediocre scrittore.

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My last wine artworks

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Becuét di Giuliano Bosio

Accompagnando i miei adorati bucatini alla carbonara e poi una semplice insalata – di cui sono ghiotto: soltanto olio come si deve, sale e un po’ di aceto mio – ho gustato alcuni sorsi del primo Becuét in purezza Ël Prussian 2019 di Giuliano Bosio che  qualche giorno fa mi ha portato l’amico Piero D’Alessandro.
Non mi basta un primo assaggio, ho bisogno di ritornarci ancora qualche volta, come sempre.
Comunque: è un vino dal colore rosso rubino intenso con riflessi violacei; al naso si presenta con un profumo netto di ciliegia matura che nel finale tende alla confettura; i tannini sono leggeri, non mostra un gran corpo ma in bocca dona una sensazione di “fruttato rustico” assai piacevole. Il finale è leggermente abboccato con 12,5% vol. A tutta prima lo consiglierei per accompagnare agnello, bolliti e affettati non troppo stagionati. Ma ci ritornerò sopra con più calma.                                                       Pochi giorni dopo ho potuto ancora gustare il Becuét 2019 Ël Prussian in compagnia di Piero D’Alessandro.Questa volta eravamo sulla terrazza della casa con annessa cantina di Giuliano a Almese, sopra uno splendido balcone che sorveglia l’imbocco della Valle di Susa. Mi sono ritrovato a arzigogolare tra me e me, interrogandomi su quale fosse quel particolare profumo che sentivo nel calice, profumo che il palato corrispondeva appieno. Mentre così mi arrovellavo, ho alzato lo sguardo e ho notato dirimpetto, in alto, l’Abbazia della Sacra di San Michele; eureka! quel vino aveva i profumi e i sentori propri dell’Abbazia di San Michele!!
Il vitigno Becuét è originario delle valli di Savoia Isère dove si conosce da oltre un paio di secoli con il nome di Persàn. Nelle valli delle Alpi Cozie è citato a partire dal 1877 con le varianti Becoutte (beccuccio) o Berla ‘d crava (deiezione di capra.
E’ un vitigno delicato dai grappoli piccoli, così come gli acini ovoidali e assai pruinosi. Maturazione medio-tarda e potatura lunga sono caratteristiche di questa varietà di solito usata per migliorare l’Avanà. In purezza è un vino di rustico fruttato e soprattutto dal colore rubino intenso davvero tipico.

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Cascina Castlet: il rosso Ucelline di Mariuccia Borio

http://www.vincenzoreda.it/go-wine-2017-bere-il-territorio/

https://www.cascinacastlet.com/it/azienda

«Mi chiamano Uceline. Sono il volo di un piccolo stormo di uccelli che partono per terre lontane dopo la vendemmia o tornano con la primavera dopo aver passato l’inverno nelle terre calde d’Africa. Lascio spazio all’immaginazione e ai sogni. Ero rimasto in fondo ai filari e si erano dimenticate le mie virtù. Uvalino è il nome della mia uva. Pareva un diminutivo, un vezzeggiativo che si regala ai piccoli. Gli uccellini all’alba becchettano i miei acini maturi. Loro non avevano mai smesso di sapere quanto valevo. Tenacia e ricerca, anno dopo anno, mi hanno fatto tornare grande tra i grandi. Ho forza straordinaria di vulcano che si ridesta. Ho il gusto intenso che viene da terre antiche. Radici profonde, foglie assetate di sole, grappoli che maturano quando l’autunno entra nell’inverno e le nebbie sfumano il rosso intenso dei filari. Non ho superbia, ma la certezza di saper conquistare chi capirà tutta la mia storia. Sono serviti i racconti dei vecchi e la loro memoria. E’ servita la capacità dei giovani e la loro nuova conoscenza per scoprire che faccio bene e parlo al cuore. Ho in me, più degli altri vini rossi, un componente che, in altri tempi, avrebbero definito pozione magica. Il suo nome è difficile da ricordare: resveratrolo e la scienza dice che “pulisce” il sangue.
Eccomi pronto a dimostrarlo».                                                                                                                                     «L’Uvalino ha sempre fatto parte della mia vita. Per noi bambini, la raccolta dell’Uvalino era una festa – racconta Mariuccia Borio – Nel 1992 impiantai il primo filare. Oggi ho circa un ettaro e mezzo di Uvalino, in due vigneti. La prima annata in commercio fu la vendemmia 2006: uscì nel 2009. Oggi ne produco circa 5 mila bottiglie. È un vino che deve essere apprezzato con qualche anno d’età».                                                                                                                                                                      Nel febbraio del 2017, durante un evento organizzato dai miei amici di Go Wine ero rimasto davvero sorpreso dall’Uceline 2011, vino spremuto da uve raccolte surmature dal rarissimo vitigno Uvalino, riscoperto da quella autentica fuoriclasse che risponde al nome di Mariuccia Borio con il suo enologo Giorgio Gozzelino. Di recente, 3 anni dopo, l’amico Piero D’Alessandro mi ha portato una bottiglia di Uceline  2012 (con la bellissima etichetta creata dal grande Giacomo Bersanetti, purtroppo scomparso prematuramente) da gustare e valutare, impiegando tutto il tempo che mi serve.                                                                                                                                                                   Gustato con calma a casa mia, prima con la bresaola e poi, soprattutto, a fine pasto con ottimi duroni, mi è parso un vino inaudito, un vino iperbolico, strabiliante. A cominciare dal colore rubino intenso con importanti riflessi granati, per continuare con profumi penetranti di confettura di marasca che nei sentori secondari e terziari riportano al tabacco e al caffè; per finire con un palato lunghissimo, impastato da tannino e acidità che danzano in splendida armonia. In un vino del genere 15,5% vol di alcol nemmeno si percepiscono. Io non amo l’Amarone che ho sempre considerato un vino finto e posticcio, mentre il suo tradizionale papà, il Recioto (ma anche il Ripasso) non li ho mai stimati abbastanza. Ebbene, L’Uceline, stessa tipologia di vino da uve surmature e passite, rispetto a questi è di gran lunga migliore, più schietto, più complesso: non a caso si parla di uve e vini tradizionali, peculiari delle Terre astigiane da secoli. E costa anche meno…

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Jean Giono: Melville
Ho finito di leggere questo libro stranissimo e non poco complicato. Jean Giono (1895/1970) è celebre per essere stato il primo traduttore di Moby Dick in Francia, così come Pavese lo fu per l’Italia. Egli per 5 o 6 anni si immerse totalmente nel personaggio di Melville e questo libro, pubblicato da Guanda, di non semplice lettura, ne è testimonianza.
Jean Giono lo conoscevo per alcune righe acute e peculiari che scrisse su Torino nel 1951:
«Già ieri sera avevo visto certe soglie, certe porte, certe viuzze, certi portici che recitavano la commedia, e persino il Riccardo III. Eppure è soltanto Torino, è la Torino di cui non si parla mai».

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Tallone Editore: Manuel des Amphitryons di Grimod de la Reyniére

«Un vrai gourmand aime autant faire diète que d’être obligé de manger précipitamment un bon diner» (Un vero goloso ama fare le diete quanto mangiare in fretta una buona cena).
Una citazione dall’Almanach des Gourmands (Parigi 1803) di Alexandre Balthazar Laurente Grimod de la Reynière (Parigi20 novembre 1758 /Villiers-sur-Orge25 dicembre 1837) di cui per i tipi di Tallone Editore è stato pubblicato nel 2015 il Manuel des Amphytrions(Parigi, 1808) in lingua originale e composto con carattere Caslon per 368 esemplari in 4° su carte Fabriano e Magnani. Testo fondamentale della civiltà del convivio e della gastronomia occidentale, il Manuel des Amphitryons fu scritto durante anni dell’Impero, quando a Parigi, scampato il periodo della Rivoluzione e del Terrore, intellettuali, nobili, artisti e amanti delle buon vivere ricominciarono a animare le serate parigine.                                                                                                     Il volume, in lingua francese, con saggi di Armando Torno Gérard Roero di Cortanze, composto a mano con 360.000 caratteri Caslon originali in molti anni di lavoro, rappresenta un primato dell’editoria contemporanea; l’iniziativa e le carte italiane, il testo francese, gli inchiostri tedeschi e i caratteri inglesi, uniscono in quest’opera brillante l’Europa del sapere e del fare. Le 18 tavole, incise sul modello dei rami originali, sono state realizzate dall’Incisoria Baroli di Milano.                                                                                                  Purtroppo, in molti conoscono Brillat-Savarin e quasi nessuno questo straordinario dandy dall’ironia che spesso rasentava il sarcasmo, anche lugubre, che manifestò in alcuni scherzi rimasti memorabili. Di origini nobili, fu cacciato dall’ordine degli avvocati causa un suo libro antinobiliare e questo fatto, probabilmente, costituì il suo salvacondotto durante la Rivoluzione. Ricchissimo e dall’appetito formidabile, era conosciutissimo a Parigi per le sue cene spesso stravaganti. Era piccolo di statura e aveva mani deformi che nascondeva sempre con eleganti guanti. Si può considerare il primo critico cucinario e il suo Almanach (pubblicato in otto successive edizioni tra il 1803 e il 1812) è senza dubbio la prima guida gastronomica in quei tempi in cui stava affermandosi la grande ristorazione come impresa privata. Suo coevo il grande cuoco Marie Antoine Carême Arfäně (Parigi8 giugno 1784/Parigi12 gennaio 1833). A oggi non esiste una traduzione italiana integrale dei lavori di Grimod.

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Enrico Tallone: un omaggio al Maestro Cesare Giaccone

Allorché, di tanto in tanto, mi vien fatto di ricordare quel giorno che Enrico Tallonemi portò da Cesare Giacconee ebbi la buona fortuna di gustare il suo capretto, ebbene mi pare di rivivere un piccolo angolo di paradiso: quel capretto è uno dei pochissimi ricordi che ti si fissano nella memoria e diventa piacevole assai rivisitarlo, riviverlo.                                                                                                                                                                    Ogni tanto.                                                                                                                                                                                        Da Cesare, al suo “Cacciatori” in Albaretto della Torre, ci sono tornato tante volte e spesso con Enrico Tallone e sempre con noi Cesare ha dato il meglio e non succede sempre: Cesare è un Artista, un uomo sensibile e non il noioso e impeccabile professionista che oggi va tanto di moda. Cesare annusa le atmosfere, sente le persone, fiuta l’aria come un segugio di razza e se c’è qualcosa che lo urta la sua cucina ne risente. Se non hai capito questo, non andare da Cesare.                                                                                                                                          Ho pubblicato sui miei libri dedicati al peperone e al tartufo due ricette che Cesare mi preparò per la bisogna e fu semplicemente straordinario vederlo all’opera in cucina.                                                                                           Enrico Tallone ha di recente reso omaggio al nostro grande Cesare: cuoco indicibile, uomo senza tempo, persona pronta a stupire – nel bene e nel male – con le sue imprevedibili stravaganze. Gli ha stampato una semplice plaquette, ben introdotta da Orlando Perera, contenente tre ricette d’autore: quasi come una sorta di lascito ereditario a chi ha goduto della sua cucina.
Tallone ha usato un coltissimo carattere cinquecentesco e ne ha tirati soltanto 76 esemplari numerati, usando le sue preziose carte.                                                                                                                                                              Insomma, l’omaggio di un Maestro a un altro Maestro.

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Idda by Angelo Gaja

Finalmente mi sono arrivati il Carricante e il Nerello Mascalese, i primi vini spremuti dalle vigne etnee che il mio grande amico Angelo Gaja produce con Alberto Graci.
Scopro con immenso piacere che parte delle vigne sono a Belpasso, paese che ho nel cuore (con tutta quella zona inenarrabile) fin da quando feci una mostra memorabile nel 2001, grazie soprattutto a Luciano Signorello.                                                                                                                                                                                    Frequento le pendici di Idda (Lei, l’Etna, divinità femminile) fin dal 1977 e ne bevevo i vini quando fuori della Sicilia non li conosceva nessuno.
Comincio con l’Idda rosso:14,5 %vol, meraviglioso colore rubino scarico con riflessi caldi; all’olfatto, appena mesciuto nel grande calice – un Riedel firmato Angelo Gaja sbreccato, io uso soltanto questo per i grandi vini: è un calice che ha una storia – esala profumi di ciliegia matura per aprirsi successivamente con sentori d’erbe di macchia mediterranea (salvia e timo, soprattutto) e una leggera speziatura di pepe bianco. Al palato è largo, sensuale, armonioso con tannini eleganti e lunga persistenza, più sulla lingua che in gola.
L’ho bevuto con un piatto tipico calabrese (pipi – friggitelli – e patate) e con la tradizionale sazizza piccante.
Che dire? Come al solito Angelo Gaja ha messo al mondo l’ennesimo grande vino che vorrei gustare tra un paio d’anni, quando senza dubbio avrà raggiunto la piena maturità (e il 2017 non fu per l’Etna una grande annata…)

E dopo l’Idda rosso, ampiamente gustato e valutato (e apprezzato) per almeno tre giorni, mi dedico all’Idda bianco 2018, un Catarricante che già dai primi assaggi mi si è presentato con promesse e premesse entusiasmanti, forse anche più del Nerello Mascalese.                                                                                                                        Ho cominciato con un assaggio aperitivo prima di a pranzo a gustarlo e valutarlo.                                                     A cena l’ho accompagnato con anelli di calamaretti cucinati in bianco e in umido; per il pranzo successivo ho scelto di ritornare sull’Etna, a Nicolosi precisamente, dove nella metà degli anni Novanta avevo scoperto le sensazionali penne saltate con pistacchi di Bronte. Un vino che saprà nei prossimi anni diventare davvero importante: le premesse e le promesse sono sorprendenti.
Abbiate cura di bere i bianchi, a maggior ragione se sono vini di grande personalità, non troppo freddi.
Dunque, 13% vol, questo Carricante dona alla vista un bianco paglierino pieno e saturo. Il primo impatto al naso è un delicato sentore di foglia di limone che evolve poi con profumi di fiori bianchi (tiglio tra gli altri) e successivamente accenni di erbe di macchia mediterranea. Al palato tutto subito inganna con una sensazione abboccata che però vira immediatamente verso spiccate note di agrumi che persistono a lungo sia in bocca sia in gola. Un vino di complessa personalità che promette di diventare grandissimo.
Ne riparliamo tra qualche tempo, per ora ringrazio Angelo per questo ennesimo regalo.

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WINE SPECTATOR, VINCENZO REDA wine painter by Collin Dreizen

 

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La Stampa 20.4.2020 articolo su Vincenzo Reda

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Pablo Neruda ritrovato, Amiga no te mueras…

Da anni inseguivo il ricordo di una poesia della mia adolescenza, finalmente l’ho ritrovata, è tratta dalla raccolta “Il fromboliere entusiasta (El hondero entusiastas, del 1924)

 

Amica, non morire…

Amica, non morire.

Ascolta queste parole che m’escono ardendo

e che nessuno direbbe se io non le dicessi.

Amica, non morire.

Son io colui che t’attende nella notte stellata.

Colui che sotto il tramonto insanguinato t’attende.

Guardo cadere i frutti nella terra cupa.

Guardo danzare le gocce di rugiada nell’erba.

Nella notte al denso profumo delle rose,

quando danza la ronda delle ombre immense.

Sotto il cielo del Sud, chi t’attende quando

l’aria della sera bacia come una bocca.

Amica, non morire.

Sono io colui che tagliò le ghirlande ribelli

per il ghiaccio selvatico fragrante di sole e di selva.

Colui che recò tra le braccia gialli giacinti.

E rose lacerate. E papaveri insanguinati.

Colui che incrociò le braccia per attenderti, ora.

Colui che spezzò i suoi archi. Colui che piegò le sue frecce.

Son io colui che sulle labbra conserva sapore d’uva.

Grappoli sfregati. Morsi vermigli.

Colui che ti chiama dalle pianure germogliate.

Son io colui che nell’ora dell’amore ti desidera.

L’aria della sera dondola gli alti rami.

Ebbro, cuor mio, sotto Dio, vacilla.

Il fiume scatenato scoppia a piangere e a volte

la sua voce s’assottiglia e si fa pura e tremula.

Risuona al tramonto, l’azzurro lamento dell’acqua.

Amica, non morire!

Son io colui che ti attende nella notte stellata,

sopra le spiagge auree, sopra le bionde aie.

Colui che colse i giacinti per il tuo letto, e le rose.

Disteso tra le erbe son io colui che ti attende!

 

Amiga, no te mueras….

Amiga, no te mueras./Oyeme estas palabras que me salen ardiendo/ y que nadie dirìa si yo las dijera./ Amiga, no te mueras./Yo soy el que te espera en la estrellada noche./El que bajo el sangriento sol ponente te espera./Miro caer los frutos en la tierra sombrìa./Miro bailar las gotas de rocìo en las hierbas./En la noche al espeso perfume de las rosas,/cuando danza la ronda de las sombras inmensas./Bajo el cielo del Sur, el que te espera cuando el aire de la tarde como una boca besa./ Amiga, no te mueras./Yo soy el que cortò las guirnaldas rebeldes/para el lecho selvatico fragrante a sol y a selva./El que trajo en los brazos jacintos amarillos./Y rosas desgarradas. Y amapolas sangrientas./El que cruzò los brazos por esperante, ahora./El que quebrò sus arcos. El que doblò sus flechas./Yo soy el que en los labios guarda sabor de uvas./Racimos refregados. Mordeduras bermejas./El que te llama desde las llanuras brotadas./Yo soy el que en la hora del amor te desea./El aire de la tarde timbra las ramas altas./Ebrio, mi corazon, bajo Dios, tambalea./El rìo desatado rompe a llorar y a veces/se adelgaza su voz y se hace pura y trémula./Retumba, atardecida, la queja azul del agua./ Amiga, no te mueras./Yo soy el que te espera en la estrellada noche,/sobre las playas àureas, sobre las rubias eras./El que cortò jacintos para tu lecho, y rosas./Tendilo entre las hierbas yo soy el que te espera!

 

 

 

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Nebbiolo Brume 2015 Casabuffetto

brume-2015-17420A sorpresa oggi ho ricevuto il Nebbiolo Doc Terre Alfieri Brume 2015 prodotto in S. Damiano d’Asti da Paola Casabuffetto con il contributo irrinunciabile del mio grande amico, l’enologo Vincenzo Munì.
Ho tante volte – ogni volta che ne ho resa libera una bottiglia – cantato le lodi del Brume 2011, l’ultima è stata in occasione della Pasqua appena trascorsa.
Aspettavo il 2015 dopo 3 vendemmie afone.
E questo millesimo, anche grazie a un’annata assai favorevole (abbondante neve in inverno e caldo in estate), l’ho trovato anche migliore, se possibile, del 2011 che fu una vendemmia strana. Questo Nebbiolo si presenta con un colore particolarmente scarico, profumi importanti di frutti rossi direi surmaturi (marasca, mora ma anche leggere fragranze di fragole di bosco), poco alcol al naso (non si sentono i 14% vol.) e in bocca tannino di eccezionale morbidezza e una persistenza in bocca e in gola che lascia in trance. Certo, per me 5/7 anni sono l’età ideale per gustare al meglio un grande vino da uve Nebbiolo, anche Barbaresco e Barolo: io sono animale che predilige i vini giovani.
Mi è venuta in mente Audrey Hepburn: eleganza, classe, armonia. Non cercate le rotondità e le sensualità di certe maggiorate mozzafiato, qui siamo a tutt’altre rarefazioni.
Amici miei, grazie per le bottiglie, aspettando con trepidazione di gustarlo insieme, come si conviene.
Intanto io l’ho bevuto con uno dei piatti miei prediletti: patate ‘mpacchiuse (la pronuncia corretta è impossibile per i non calabresi).

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