Visita da Piero Rondolino e il suo Carnaroli Acquerello

Con Silvio tra i Settanta e gli Ottanta eravamo all’avanguardia a Torino fra teatro, cinema, fotografia e pubblicità. E quanto ci siamo divertiti e quante cose magnifiche abbiamo fatte. Alcune, rifatte tanti anni dopo, hanno dato smalto e notorietà ( e soldi…) ad altri. Ma nessuno ci può togliere certi divertimenti e la consapevolezza di alcune faccende, non da poco. E’ Silvio che mi porta a conoscere Piero Rondolino e il suo riso. Il SUO RISO. Questa è soltanto una piccola anteprima del mio incontro con un personaggio davvero fuori del comune. Una bella azienda. Una bella famiglia. Soprattutto una bella cosa da mangiare che Piero e i suoi sanno dare a chi se lo merita. Mica poco, di questi tempi…

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I cru di Barolo sotto La Morra

Cerequio, Brunate, Cannubi, Liste: eccole qui le vigne che dànno i migliori Barolo. Si estendono tra La Morra, in alto e Barolo, più in basso. Sono terre preziose (in tutti i sensi, qui un solo ettaro vale uno sproposito, ammesso che chi lo possiede voglia venderlo) che offrono uno dei vini più eleganti del mondo. Sono fotografate nel momento in cui i grappoli sono ancora verdi e gli acini non più grandi di pochissimi millimetri. Praticamente in fasce…

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2018

Vincenzo Reda, 35×50 cm., olio su tavola, 2002 (anno palindromo).

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2018 by Vincenzo Reda

Auguri da Vincenzo Reda.

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2018, my very best wine wishes

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My last poetry book: Un po’ eta

“Un po’ eta” (40 pp., 10€) è la mia ultima raccolta di poesie, appena pubblicato per i tipi di Graphot, Torino. Con la medesima casa editrice pubblicai nel 2013 “Rime sghembe”(100 pp., 13,60€). Il mio primo libro lo pubblicai a miei spese e con il mio marchio nel 1988. Composto in linotype, ne feci stampare soltanto 73 copie; il suo titolo: “Caccole e Tentlalia”, oggi introvabile. Ho anche pubblicato sette composizioni poetiche nell’antologia “Impronte”, 2014. Ho scritto quasi venti libri tra saggistica, racconti, arte e poesia: i miei scritti di poesia sono quelli preferiti.                                 Io mi sento poeta più d’ogni altra sostanza.

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Rabindranath Tagore

Rabindranath Tagore nacque a Calcutta il 6 di maggio 1861 e morì in un villaggio del suo amato Bengala il 7 di agosto del 1941. Ebbe nel 1913 il Premio Nobel della Letteratura. Si chiamava Thakhur per la verità: cognome che trasformò dopo un soggiorno di studio durato tre anni in Inghilterra. Era un uomo molto bello e dolce, figlio di un ricco bramino in odore di santità.

E’ un poeta che ho sempre amato, conosciuto, tradotto e apprezzato in tutto il mondo; la sua è una poesia che parla di natura, di bellezza, di amore e di armonia. E sono parole semplici, a volte quasi preghiere.

Ho da poco finito di leggere questa piccola antologia di poesie e di scritti, pubblicata da Guanda nel 2005 e da poco uscita in seconda edizione: sono letture rilassanti, che rassicurano. Oggi ne abbiamo particolare necessità.

“Ciò che ritorna più spesso nella mia mente, ripensando alla mia infanzia, è il mistero che circonda la vita e il mondo del fanciullo. Qualche cosa di sconosciuto e d’inafferrabile si nascondeva dovunque, e sempre ci domandavamo con inquieta insistenza:«Quando, oh, ma quando potremo saperne di più?» E ci sembrava come se la natura tenesse un segreto chiuso nella mano e ci domandasse sorridendo:«Che ho qui?» Quello che era impossibile che avesse era ciò di cui non avevamo ancora idea. Ricordo benissimo il seme di annona, che avevo piantato con tanta cura nell’angolo occidentale della veranda, innaffiandolo ogni giorno. L’idea che esso si sarebbe trasformato in albero mi riempiva di meraviglia; il melo seguitava a germogliare, ma oggi non desta più in me quel senso di profondo stupore: la differenza non è nell’albero, ma nel mio modo di pensare.”

“…il suolo, che non solo aiuta l’albero a crescere, ma mantiene la sua crescita entro certi limiti. L’albero deve provare l’avventura della vita, innalzare e allargare i suoi rami da ogni parte, ma i suoi più profondi legami sono con la terra, e ciò l’aiuta a vivere. Anche la nostra civiltà deve avere il suo elemento passivo, una base larga e stabile; non dev’essere solo crescita, ma crescita armonica. essa deve avere un tempo, una misura di tempo. Il tempo non è un ostacolo; è ciò che le sponde sono per il fiume: esse guidano la corrente che altrimenti si perderebbe nella palude. E’ un ritmo, il ritmo che guida il mondo, nei suoi movimenti, verso la verità e la bellezza.”

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Liceo Scientifico G. Ferraris di Torino, sez. H: 1968-1970

Beppe Margarita, oggi medico radiologo, è il compagno che si fa carico di tenere i contatti, avvisare ognuno e mettere a disposizione la sua bella e accogliente casa nei dintorni di Chivasso affinché la piccola magia del rincontrarsi, ogni due o tre anni, abbia a verificarsi. E di piccola magia si tratta: è evidente che, tutto sommato, siamo gente che sta invecchiando bene. Perché il ritrovarsi ogni tanto, dopo tanti anni che ci separano da una adolescenza che per certo non fu spensierata – almeno per quanto mi riguarda – è sempre un piacere. E sono certo che non è cosa di poco conto: sento amici e parenti che con i loro antichi compagni non hanno tenuto i rapporti e nemmeno questo fatto ritengono spiacevole. Noi, no: noi ci ritroviamo con piacere e ci divertiamo; siamo ancora capaci di farlo. E si mangia bene e si beve altrettanto bene. Speriamo che questo piccolo rito duri ancora nel tempo. Purtroppo, qualcuno manca definitivamente all’appello: è un fatto statistico, ahinoi! Dunque è doveroso ricordare, per tutti gli altri tre, Roberto, che se n’è andato di recente: era il più bravo della classe, sempre però con un velo di tristezza dipinto sul volto che lo accompagnava, quasi fosse un segnale del destino. Riporto il link di un mio scritto, pubblicato anche su Quisquilie & Pinzillacchere (Ed. Graphot), che bene esprime cosa è stata la nostra generazione, quelli nati quando nasceva la televisione.

http://www.vincenzoreda.it/la-generazione-fortunata/

 

 

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I miei auguri di vino dal 2005 al 2010, wine greetings 2005 2010

Il 2005, anno per me terribile, lo inaugurai con il Dolcetto d’Alba Vigna S. Lorenzo 2003 di Giribaldi: un produttore con cui non ebbi alcun feeling (e appunto l’anno fu disastroso…). Per gli auguri successivi scelsi il Murrae 2004 di Rocche Costamagna (avevo già usato il Rubis); il soggetto è uno dei miei più belli: un fiore-bicchiere fatto con i polpastrelli per un 2006 prospero. L’anno successivo scelsi il Dolcetto San Luigi 2005 di Quinto Chionetti, un altro produttore con cui non ebbi alcun feeling (anche maleducato, perché nemmeno mi ringraziò per gli auguri e io non avendogli chiesto proprio nulla, nemmeno le bottiglie che comprai…); il soggetto fu l’Ankh, simbolo della vita egizio. dipinsi una serie speciale, dedicata a faccende iniziatiche, con il soggetto G (7° lettera dell’alfabeto con potenti significati, anche personali – la abbino sempre alla M, 11° lettera): questa serie fu dipinta con il Dolcetto Colombè 2005 di Ratti dell’amico Massimo Martinelli e fu benaugurante. Il 2008 fu introdotto da un altro Dolcetto di Dogliani, il San Luigi 2006 di Bruno Porro: il simbolo l’0tt0 orizzontale che è l’infinito. Fu l’anno dei grandi viaggi in India, Guatemala, Stati Uniti. Il 2009 fu l’anno del magnifico Dolcetto 2007 di Flavio Roddolo: l’anno dell’OM e l’anno delle grandi mostre in India. Con il Dolcetto Borgogno 2008 dell’amico Oscar Farinetti augurai il 2010 che, alla sua fine, si sta rivelando una ottima annata. Mi auguro che il Bricco Mollea 2009, Dolcetto delle Langhe Monregalesi, di Massimo Martinelli accompagni un 2011 favorevole.

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I miei auguri di vino dal 1999 al 2004

Ho cominciato nel dicembre del 1998 a dipingere, uno a uno, i miei auguri. Sempre con un Dolcetto diverso di anno in anno e sempre scelto a seconda dei miei gusti, dei miei capricci, delle mie suggestioni.

Il primo era un Dolcetto d’Alba 1997 di una riserva speciale dei Marchesi di Barolo che mi aveva regalato un amico. Il secondo il Dolcetto d’Alba Cremes 1998 di Gaja.Il terzo, per gli auguri del 2001, il Dolcetto Dogliani 1998 dei Poderi Einaudi (in quell’anno dipinsi anche una piccola serie speciale per Gegè Mangano con il Primitivo di Felline 1998). Per il 2002 scelsi il Dolcetto d’Alba Villa Ile del 2000. L’anno successivo ne usai due: il magnifico Rubis, Dolcetto d’Alba, di Rocche Costamagna del 2001 e il Dolcetto di Diano 2001 Sorì Bric Maiolica dei Poderi Sinaglio. Infine, per il 2004, dipinsi con un Dolcetto di Ovada Superiore (Villa Montoggia 1998). Le riproduzioni dei biglietti da visita sono assai brutte: in quel periodo non usavo il digitale e neanche tutta la mia capacità tecnica nella riproduzione analogica: le immagini qui sotto sono assai brutte, ma sono scansioni di stampe fotografiche scadenti.

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I miei auguri

Quest’anno non ci saranno più i 73 biglietti dipinti uno per uno e spediti a amici e collezionisti che dal 1998 ho sempre usato per i miei auguri (qui riporto gli ultimi quattro, tutti dipinti con eccellenti Dolcetto di cari amici produttori).

Gli auguri che ho dipinto per le feste del 2017 e per l’anno prossimo sono due lavori particolari, realizzati con Barbera e Dolcetto. Uno racchiude i topos tipici del Natale occidentale, dipinti alla mia maniera in cui le macchie sono peculiarità imprescindibili. L’altro è un’opera complessa, sofferta che racchiude una simbologia personale a cui sono avvinghiato come e più tignoso di un’edera: è un lavoro realizzato principalmente a spatola, utilizzando residui secchi di vini differenti. Lo considero un capolavoro, almeno per quanto mi concerne.

Anyway, auguri a tutti quelli che mi seguono e che mi vogliono bene; e auguri particolari a quei pochi che mi capiscono e che sopportano le mie distonie, le mie pause, le mie assenze, le mie rudezze.

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Ristorante Dadò di Chiara Antoniotti, Torino

http://ristorantedado.it/online/

Chiara Antoniotti l’ho conosciuta nel maggio del 2016: era la responsabile degli eventi a La Piazza dei Mestieri nel cui ristorante (cuoco Maurizio Camilli) si tenne una mia mostra.

Nell’autunno dello stesso anno rilevò il ristorante di famiglia e iniziò a occuparsene in prima persona.

Cominciò in sordina, con ragazzi giovani: ricordo degli eccellenti maltagliati con vongole e frutti di mare.

Nel maggio di quest’anno  Chiara chiamò a dirigere le cucine il celebre chef stellato (Vintage 1997) Pierluigi Consonni. Questa collaborazione si è interrotta lo scorso Novembre.

Oggi dirige la cucina lo chef Massimiliano Nucera (già all’Oinos Vini di Torino).

Il locale è assai accogliente, caldo e rassicurante, ricavato in una foresteria ottocentesca dell’attiguo Santuario di Sant’Antonio. In un paio di ambienti di largo respiro accoglie circa 45 coperti. Il menù è in buona sostanza una rivisitazione moderna di piatti tradizionali. Ho mangiato una versione delicatissima del brandacujun ligure (stoccafisso mantecato ligure) con pane carasau e uova di Beluga, poi sono passato a un classico polpo grigliato sopra un’ottima crema di mais con un’interessante maionese, ricavata dalla riduzione dell’acqua di cottura del polpo; ho finito gustando una zuppa di cavolfiore con broccoletti, pane tostato e vongole: ecco un piatto insolito che mi ha stupito e per cui tornerei volentieri a sedere ai tavoli di questo ristorante che regala un’atmosfera abbastanza unica. Chiara offre un centinaio di etichette che coprono in maniera omogenea il territorio italiano con qualche ovvia presenza francese. Si spendono mediamente 30/40 € senza vino.

Credo che ci siano ancora alcune cose da mettere a punto, soprattutto in cucina: anche per la ristorazione il tempo (la pazienza) è una risorsa irrinunciabile. In ogni caso, in pieno centro della città (una traversa di corso Vinzaglio e a due passi dalla stazione ferroviaria di Porta Susa), Dadò è un’ottima opzione, sia per un brunch veloce sia per una cena rilassante.

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Vincenzo Reda e i suoi Piscarelli al ChickenRiko di Torino

Lo scorso 8 novembre ho dipinto un Piscarello nel corso della serata in cui presentavo la mia mostra nel locale di cucina peruviana ChickenRiko, in via Artisti, 1 a Torino.

E’ stata una serata di particolare intensità e di imbarazzante emozione.

Il pezzo dipinto con il Pisco e con l’aggiunta di polvere di peperoncino peruviano l’ho lasciato in omaggio ai gentilissimi proprietari del locale: Fiordeliz  e Salvatore, chef italiano.

Nella galleria di immagini anche i Piscarelli esposti a La Piazza dei Mestieri e quelli di proprietà del ristorante Made in Perù.

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Monsù Barolo: Massimo Martinelli

La Langa a metà ottobre ti assedia le narici con i suoi profumi di vinacce che ne pervadono ogni angolo. La Langa a metà ottobre lascia sulle viti ancora verdi pochi grappoli di uve nebbiolo ancora da vendemmiare. La Langa preserva ancora Uomini che ti sanno raccontare storie interessanti: uomini che ti parlano di altri uomini che non ci sono più fisicamente ma che – se ne sei capace – vedi ancora girellare per le vigne. Massimo Martinelli, enologo e pittore, oggi mi racconta di Renato Ratti e Bartolo Mascarello; mi racconta  di come con lo zio materno Renato, in realtà più fratello maggiore che zio (c’erano soltanto 9 anni di differenza), misero insieme L’ Abbazia dell’Annunziata; di come cominciarono a usare la fermentazione malo-lattica (molti langhetti dicono ancora “mano-lattica”); di come furono i primi a vendere direttamente al pubblico….E dopo molte storie di cui parlerò ancora, si beve e si beve come si deve: noi non degustiamo, noi beviamo. Un consiglio: se lo trovate (ma se si cerca si trova) leggetevi il più bello e completo libro scritto sul Barolo, “Il Barolo come lo sento io” di Massimo Martinelli; l’ultima edizione, di Sagittario Editore (Elio Archimede, per intenderci), è del 1993. Auguri.

Questo link rimanda al sito che descrive il posto felice dove Massimo Martinelli ha scelto di vivere e di produrre il suo Dolcetto Doc Langhe Monregalesi Bricco Mollea:

http://www.relais-art.com

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I miei EMOTICON di vino al Bar Pietro, Torino

Invitato da Filippo Maria Paladini, dell’associazione pre/tesTO, ho dipinto 11 lavori su carta Fabriano 50% cotton da 300 gr. formato 25×35 per una mostra che si è inaugurata giovedì 23 novembre alle ore 18.30 presso il Bar Pietro di via San Domenico, 34/f in Torino.

Ho usato un particolare Ruchè di Scurzolengo (Asti) della Cascina Tavijn, un Ruchè quasi amabile di 15% vol., di colore rubino intenso.

Durante la serata ho dipinto con un vino Oliena (Cannonau) di una vecchissima bottiglia custodita nelle cantine del Bar Pietro da almeno 25/30 anni. Vino liquoroso, ancora bevibile.

I quadri sono in vendita.

La mostra è dedicata al mio grande amico Mariano Gai Lofaso.

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L’Ambasciatore vietnamita Cao Chinh Thien in visita nelle Langhe

Con grande piacere e inaspettata soddisfazione, ieri ho accompagnato in Langa Sua Eccellenza l’Ambasciatore vietnamita in Italia Cao Chinh Thien, a capo di una delegazione della Camera di Commercio Italo-vietnamita con gli amici Fulvio Albano (presidente) e Walter Cavrenghi (segretario).

Abbiamo visitato le cantine Gianni Gagliardo (guidati dalla competenza e dalla passione di Alberto Gagliardo) a La Morra e, successivamente in Barolo, quelle dei Marchesi di Barolo dove poi abbiamo pranzato, presenti Anna ed Ernesto Abbona, proprietari della storica azienda vitivinicola.

Ho scelto un menù tradizionale con abbondante grattata di tartufo bianco d’Alba,  assai gradito da tutti e in particolare dall’Ambasciatore, che conosce e apprezza il nostro prezioso fungo e assai anche i nostri Barolo.

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Vincenzo Reda, un bel curriculum

Sono nato in un paesino della Sila Grande (Calabria), nel 1954 durante la vendemmia. Dal 1960 vivo a Torino.

L1130865 1Ho conseguito il diploma di aiuto regia  nel ‘75 con Adriano Cavallo (aiuto di Orson Welles) al Centro sperimentale di Arte drammatica di Torino con un allestimento de I morti senza tomba di J.P. Sartre; ho lavorato al Gobetti come direttore di scena e direttore delle luci per La calzolaia ammirevole di Federico Garcia Lorca.

Nel ‘76 con Plinio Martelli ho girato il film sperimentale di body art Ogni corpo occupa un suo spazio che è stato presentato alla biennale di Venezia lo stesso anno e oggi è proprietà della Gam di Torino. Poi fino all’83 ho fatto molte mostre di fotografia, delle quali la più importante nel 1980: Il diavolo ti vuole, performance con Bruno Chiarenza, presentata per la prima volta al  Postino Cheval di via Palazzo di Città.

Tra il 1976 e il 1978 ho avuto importanti esperienze a Radio e TeleTorino International e, soprattutto, a Radio ABC Italiana, di cui sono stato direttore e per cui ho realizzato diverse trasmissioni e scritto testi originali.

Tra il 1979 e il 1996 ho diretto aziende, di cui ero socio, nel settore della comunicazione e dell’editoria. Nel biennio ‘89/91 ho ricoperto la carica di Vicepresidente dei Giovani Industriali di Torino e, tra il 1993 e il 1995, sono stato Vicepresidente nazionale dell’Aipe (Associazione piccoli editori italiani). Tra il 1996 e il 2011 ho lavorato come consulente per le riviste Prima Comunicazione, Oasis, Airone,  Archeo e Medioevo, oltre che di numerosi enti fieristici (Ancona, Torino e Cosenza).

Ho cominciato a scrivere di vino e di cibo nel 2003.HPIM0473.JPG

Nel 1989 ho pubblicato il mio primo libro: un volume di poesia sperimentale Caccole e tentlalia e dal 1993 dipingo col vino su carta, stoffa e cristallo. Nel 2009 ho pubblicato Più o meno di vino per Edizioni del Capricorno. Nel 2010 è uscito Quisquilie & Pinzillacchere per i tipi di Graphot. Nel 2011 ho pubblicato per Newton Compton 101 Storie Maya che dovresti conoscere prima della fine del mondo. Lo stesso libro è stato distribuito da Focus Storia nel novembre dl 2012, ristampato per Gruner-Mondadori. Nel 2012 è uscito per Graphot Rime Sghembe e nel luglio del 2013 per Edizioni del Capricorno: Di vino e d’altro ancora. Per i tipi di Cinquesensi Editore è  uscito nel 2014  Sulle ali del Barolo di Gianni Gagliardo di cui ho curato le illustrazioni.

Il 28 dicembre 2014 ho partecipato a Mela Verde, Canale 5, intervistato da Edoardo Raspelli.img_7539

Ho cominciato a esporre i miei quadri dipinti con il vino a Capo Liveri (Isola d’Elba) nel 1998; sono stato invitato a partecipare alle principali manifestazioni legate al vino in Italia e ho esposto in molte città italiane, negli Usa e in India. Ho mostre permanenti presso i ristoranti Li Jalantuumene, Monte S. Angelo (FG) e L’Ostu Duca Bianco di La Morra (CN). Ho realizzato etichette per vini importanti e alcune mie opere sono state acquistate da collezionisti di India, USA, Brasile, Germania, Sud Africa, Cina e Giappone. La mia scacchiera di vino su cristallo è stata usata in occasione delle Olimpiadi degli scacchi a Torino, nel 2006.

Attualmente scrivo sul periodico professionale Barolo & Co e su Focus Storia.

Curo personalmente dei corsi di storia del cibo e del vino a Eataly Lingotto. Sono consulente per la comunicazione di alcuni importanti produttori di vino. Dal 2012 collaboro, con diversi ruoli, all’evento Collisioni in Barolo.

Sono sposato dal 1990 e ho una figlia indiana, adottata nel 1998 (nata a Bombay nel 1992).

Vincenzo Reda - Via Piave, 9 - 10122 Torino - Tel/Fax: +39011 4362398 - Cell: +39335 535882810405264_721187604591479_4244521715593523021_n

redavincenzo@libero.it

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Etichette d’autore

Finalmente ho finito. Un lavoro innanzitutto concettuale durato mesi e poi la difficile realizzazione: dipingere in rilievo (ed è vino!) una per una 73 etichette che andranno a impreziosire altrettante bottiglie di un grande Barolo, il Preve 2007 di Gagliardo. Ovvio che il vino usato è quello di un’unica bottiglia di Preve di cui, almeno un sorso, ho prima bevuto. E’ un lavoro “sinfonico” perché ha un senso nel suo svolgimento complessivo: interpretare una linea e uno spazio definito tramite le mie ossessioni, pur vivendo ogni etichetta una vita propria. Sono soddisfatto. Soddisfatto ma esausto.

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Gianni Gagliardo: quando l’etichetta diventa arte concettuale

Il pomeriggio di giovedì 21 novembre 2013 mi sono recato a La Morra, nella cantina di Gianni Gagliardo per firmare (con lo stesso vino con il quale ho dipinto le etichette, e stessa bottiglia di Preve) uno a uno i 73 poster che portano stampate le 73 etichette che ho dipinto con il Barolo Preve 2007, in rilievo. Ognuna di queste etichette sarà attaccata sopra una bottiglia di quel Barolo portentoso e a ogni acquirente verrà dato in omaggio il relativo poster con lo stesso numero della bottiglia (entrambi numerati da 1 a 73): così che ogni possessore di bottiglia sarà partecipe di un lavoro artistico più globale che ha inteso unire l’uno con l’insieme, il singolo con la collettività, il micro con il macro. Il Brahman con l’Atman, secondo la concezione vedica e upanishadica hindu.

In nome del Vino. In nome del Barolo. E grazie alla sensibilità di un produttore fuori del comune.

http://www.vincenzoreda.it/etichette-dautore/

 

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Vincenzo Reda on japanese TV

https://vimeo.com/178164159

(se richiesta, password: vr )

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Autumn in Langa: walking between vineyards in november

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Language of colors in autumn, Langa (Piedmont, Italy)

Il poema lirico dei colori di Langa quando l’oceano di viti dipinge il degrado dopo aver donato i suoi frutti meravigliosi che in questi giorni stanno diventando vini.

A questi colori, camminando i paesi di Langa, si mescolano gli effluvi inebrianti dei mosti in ebollizione. Gli Dei del Vino, in questi giorni, fanno festa: onore a loro!

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All’Harry’s Bar con Arrigo Cipriani, Venezia 11 marzo 2008

Il cellulare squilla improvviso: Cipriani mi chiede scusa e risponde in inglese.

Ha luogo una breve conversazione che non seguo; chiusa la comunicazione, Cipriani, con un sorriso disincantato, né beffardo né compiaciuto, mi dice: l’hanno preso, Il Grande Moralizzatore, quello che ci ha sempre massacrati…

??? di chi si tratta, mi scusi.

Il governatore di New York, non lo conosce?

Ma chi, Giuliani?

No, no: Spitzer, Eliot Spitzer, il governatore di New York: l’hanno beccato per una storia di prostitute di lusso. Proprio lui che perseguitava tutto e tutti con l’ossessione di moralizzare il Mondo.

Sono al primo piano dell’Harry’s Bar, ospite a pranzo di Arrigo Cipriani: avevo richiesto l’incontro dopo aver letto il suo ultimo libro “Harry’s Bar – L’impresa, la ristorazione, la salute”, appena pubblicato per i tipi di Spirali e di cui ho scritto per i lettori di Barolo & Co.Quando è possibile, gli autori di cui parlo desidero conoscerli di persona: è fondamentale, per me, conoscere lo sguardo, seguire la gestualità, sentire il tono di voce, osservare come vestono. Nulla di scritto e neanche nulla di mediato da fotografie, cinema, televisione può dirti di una persona quanto un incontro: è la più vera delle banalità.

Arrigo Cipriani è un uomo ovviamente non più giovane, veste un impeccabile doppiopetto celeste scuro di ottimo taglio: la camicia e, soprattutto, la cravatta – una regimental dai colori pastello – raccontano sense of humor come lo sguardo franco, chiaro, aperto senza essere fastidiosamente indagatore, racconta un carattere libero e disponibile.

Egli è nato quasi quando nacque il suo Bar e di cui, non a caso, porta il nome: certo che gli anni gli danno fastidio, certo che, si vede bene assai, invecchiare non gli piace; lo spirito è quello di sempre: libero, birichino, bisognoso di misurarsi con gli uomini, le cose, i fatti.

Di sé dice non essere un genio: i due Giuseppe, padre e figlio, essi invece sono geni autentici. Uno ha creato la Leggenda, e il Carpaccio e il Bellini, senza aver alcun talento per i denari; l’altro, suo figlio quarantenne, della Leggenda sta facendo un grande business di respiro mondiale, come i tempi richiedono.

Era in Dubai ieri e stamattina si è presentato a Venezia; sa, si è comprato un aereo personale, e non potremmo proprio permettercelo: il fatto è che quando si mette in testa una cosa, non c’è verso di fargli cambiare idea, e devo dire che ha sempre, o quasi, ragione. Come quando, lo seppi dai giornali, comprò per 28 milioni di dollari il primo palazzo a New York: tutti quei soldi ovviamente non li avevamo, ma egli seppe trovarli e aveva ragione! Ha un grande carisma, come suo nonno e anche con le donne…

Le donne: la mamma Giulia, la moglie Ina (Tommasina) e quelle che comunque non nasconde di apprezzare. Ho letto “Anch’io ti amo”, un librino pubblicato nel ’96 da Baldini & Castoldi: i due scritti più belli sono quelli che Arrigo Cipriani dedica alla moglie e alla madre; scritti non banali, anche amari, struggenti, non privi di un certo fascino letterario.

Ho sempre pensato che gli uomini che sono stati educati dalle donne, quelli che hanno vissuto tra e con le donne, sviluppano una sensibilità particolare.

L’astrologia, per quel che vale e per chi ci crede: Arrigo è un toro di maggio, il papà Giuseppe uno scorpione di novembre, il figlio Giuseppe un leone di agosto: certe volte sembra quasi una disciplina seria…

Sa, Gianni Agnelli mi chiedeva sempre come stava mia zia….io che magari non la vedevo da mesi. E Berlusconi, ha fatto una serata da noi con Amato e poi è arrivato anche il suo cantante Apicella, di persona è simpatico, coinvolgente. Come Naomi Campbell, tutta un’altra persona rispetto a quello che si pensa seguendo i media.

Sì, Cipriani, ma a me non interessa che mi parli dei personaggi passati dall’Harry’s in tanti anni: ormai è tutto pubblicato e risaputo, la Leggenda è ormai proprietà dell’immaginario collettivo; mi parli di suo padre, mi parli di suo figlio…

Mio padre certe volte lo caricavo sull’auto, a me sono sempre piaciute le automobili veloci – oggi possiedo una AMG da più di 500 cavalli e sapesse come mi diverto ancora ai semafori: da 0 a 100 in 4 secondi! – a quei tempi avevo una Giulietta, e con  lui scorazzavamo per la provincia per un giorno intero, mangiando e, ancor più bevendo, in trattorie incredibili. Si tornava sempre con le gambe ben ben traballanti….

Di mio figlio, che vedo pochissimo perché è sempre in giro per il mondo, mi ricordo una volta in cui riuscimmo a stare insieme per sei ore consecutive e a parlare come non avevamo mai fatto: era una circostanza non bella, eppure la ricordo con piacere per quel lungo momento di intimità, di vicinanza.

Oggi, il nostro è un grande affare che occupa più di 1000 persone in diversi continenti: stiamo per aprire a Las Vegas e a Miami, e anche qui mio figlio Giuseppe ha saputo scegliere i posti migliori, e la sfida è rappresentata dalla necessità di valutare e incentivare al meglio i collaboratori cui delegare compiti importanti. Stiamo trasformando un’azienda familiare in una moderna organizzazione con strategie mondiali, e non è cosa semplice.

Pensi che Giuseppe ha comprato una grande azienda agricola in Uruguay, un affare come li sa fare solo lui: ci vado ogni tanto a trascorrere qualche bel momento con gli amici.

Siamo seduti in un tavolo d’angolo al primo piano del locale: l’Harry’s Bar è un localino piccino, proprio di fronte alla fermata S. Marco delle linee di traghetti veneziani. Colpisce lo spazio minuscolo, colpisce la straordinaria accoglienza, sempre discreta dei camerieri, i tavoli bassi, le comode poltrone, le piccole posate, i bicchieri quasi ordinari: Riedle, quando viene da noi si porta i suoi bicchieri, ma io non gliene ho mai comprato uno! Da noi si usano quelli che piacciono a me, non si discute. E non ci sono chef, non ci sono tendenze da seguire, cucine novelle o sifoni da rincorrere: da noi si viene perché siamo noi.

Ovviamente, la discussione viene a toccare l’argomento guide e giornalisti e critici enogastronomici di cui Arrigo Cipriani non ha grande considerazione: e come dargli torto! Non c’è un grande editore che pubblichi una guida vera del settore – parlo di Editori come li ho conosciuti io,  Giulio Einaudi, Mario Lattes, Gianni Merlini – perché posti come Il Bar dovrebbero occupare una sezione hors categorie: non si danno voti alle Leggende. Anche il mio amico Gino Veronelli, grande personaggio di questo mondo ma certo non grande editore, ebbe i suoi bravi torti. Cipriani mi racconta di una battaglia a suon di anagrammi: trovò un bel Er vinello  che non piacque molto al buon Gino; si riappacificarono in un incontro casuale a New York…

Due aneddoti prima di concludere: una volta a New York a  Silvester Stallone che si lamentava di essere da molto in attesa di un tavolo, Giuseppe Cipriani replicò che per vedere un suo film aveva dovuto fare due ore di coda, e dunque che lasciasse perdere…

Gael Green, giornalista esperta di enogastronomia ma anche di faccende inerenti il sesso, fu mandata dal New York Magazine a scrivere un pezzo su uno dei locali di Cipriani: ne scrisse malissimo e a torto; Arrigo spedì una lettera al giornale dicendo che la signora aveva mangiato dimenticandosi di togliere il preservativo dalla lingua. E la lettera venne pubblicata integralmente, con grandi complimenti di tutti gli addetti ai lavori al sarcasmo opportuno del buon Arrigo.

Concludo parlando della pasta all’uovo, confezionata nel pastificio di proprietà in Veneto – non più di qualche quintale al giorno con una macchina ideata da Cipriani stesso – di qualità eccelsa, preparata con un ragout ineccepibile. Così come di ottima qualità la tartare guarnita con una buona salsa tonnata. Una bottiglia di un giovane Cabernet ha svolto il suo compito in modo adeguato – Arrigo Cipriani mi ha fatto notare che a Venezia non si possono avere cantine in cui tenere i grandi vini e ci si deve attrezzare in altro modo.

Di cibo e di vino ho parlato poco: non sono stato ospite di Arrigo Cipriani per giudicare la qualità della ristorazione, peraltro impeccabile: spesse volte ci si dimentica che la ristorazione è solo un mezzo.

Il fine naturale è nutrirsi bene.

Il fine delle persone, quelle che piacciono a me, è invece quello d’incontrare altri uomini, sensibili e curiosi ( non tralasciando le donne, naturalmente…).

Torino 17 marzo 2008

Vincenzo Reda

 

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Fattoria Serra San Martino: la boutique marchigiana del vino

Forse è la prima volta che scrivo di vini di cui non conosco personalmente i produttori, né ho avuto modo di “camminarne le vigne”, come diceva con proprietà letteraria tutta sua l’amico Gino.

La storia è questa: in seguito alla mia partecipazione, nello scorso mese di ottobre, al convegno “Verdicchio 2.0”, organizzato dall’azienda CasalFarneto in quel di Serra de’ Conti, ho avuto tempo e modo di scrivere molto a quel proposito. In tutta evidenza, quel che ho scritto dev’essere stato apprezzato, tant’è che poco tempo dopo mi è giunta la telefonata di una signora, Kirsten Weydemann, che mi chiedeva se poteva inviarmi i suoi vini per una mia valutazione. La signora mi diceva che il mio nome le era stato consigliato da persone di CasalFarneto.

Nei primi giorni di novembre mi sono arrivate quattro bottiglie di vino rosso che non ho potuto bere nei tempi che di solito occorrono per le mie valutazioni, che sono lunghe e richiedono diversi giorni: impegni di lavoro mi portavano infatti lontano da Torino.

Al mio ritorno ho potuto dedicarmi con calma a conoscere innanzi tutto la bella storia di questa piccolissima realtà e poi a gustarne i vini.

Kirsten e Thomas Weydemann sono due architetti tedeschi originari di Amburgo. Accade che nel 1997 visitano le Marche e, com’è successo fin dai tempi di Goethe e Winckelmann, s’innamorano in maniera irrimediabile di un posto situato nel centro di questa magnifica regione. Il luogo è un’antica azienda ottocentesca di circa 6 ettari con casa colonica in completo abbandono.

La coppia tedesca, con la tipica serietà e applicazione teutonica, prende possesso del posto, ne restaura la casa e provvede al rimpianto di 3 ettari di vigna, oltretutto situati in una zona a DOC della provincia di Ancona.

Le scelte sono orientate verso una strategia produttiva di vitigni a bacca rossa con portainnesti di scarso vigore: Montepulciano, Syrah, Merlot e – incredibile – Sagrantino.

A un’altitudine media di 220 metri, con esposizione verso sud-ovest e caratteristiche geologiche di terreni calcarei e conchigliferi (tipico fondo di mare), gli impianti sono stati fatti seguendo le più moderne tecniche agronomiche: 6.000 piante per ettaro, conduzione a cordone speronato e guyot, inerbimento spontaneo e, dal 2007, conduzione bio con basso ricorso a concimazione e conseguente basso impatto ambientale. Poi, lavorando sempre in prima persona, potature corte e diradamento opportuno che portano la produzione a non più di un chilogrammo di frutto per singola pianta.

In cantina la strategia seguita è la medesima: nessuna chiarifica e nessuna filtratura, uso scarsissimo di solforosa. Dopo un’accurata vendemmia manuale, le tipologie sono vinificate in vasche di cemento in cui restano per circa 4 settimane (ma a volte anche fino a 4 mesi, per piccole quantità) per la macerazione/fermentazione, usando la tecnica del batonage. La successiva svinatura viene svolta con l’uso di legno piccolo francese (225 e 500 lt.) in cui i vini restano a contatto con le fecce nobili e svolgono la fermentazione malolattica. Questa fase dura dai 15 ai 30 mesi, dopo di che i vini vengono imbottigliati: a seconda delle annate e delle caratteristiche organolettiche, si decide se effettuare delle cuvée o di lasciare le rispettive varietà in purezza.

I vini rimangono in bottiglia dagli 8 ai 18 mesi per l’ulteriore affinamento.

Mi hanno mandato il Paonazzo 2008 (Syrah in purezza), lo Sconosciuto 2007 (Sagrantino in purezza), il Roccuccio 2008 (uvaggio di Montepulciano 60%, Merlot 30% e Syrah 10%) e il Lysipp 2007 (Montepulciano in purezza).

Le mie bevute sono durate una settimana circa, ho cominciato con i primi due per finire con il Lysipp.

La prima considerazione è che tutti i vini sono pienamente riconoscibili: l’eleganza e l’armonia sono caratteristiche che li accomuna insieme a una nota caratteristica di ampia confettura, sia al naso sia al palato, che evidentemente è tipica del territorio.

Se il Syrah è di gusto più internazionale, con un colore leggermente più scarico e note di frutta rossa di grande eleganza con tannini leggeri, il Sagrantino marchigiano è stata una gradevolissima sorpresa. Colore rubino intenso, ma naso e palato di un’eleganza e di un’armonia, soprattutto nei tannini e nell’acidità, che il Sagrantino umbro non ha, almeno a questa giovane età. Insieme con il Montepulciano in purezza, altro vino straordinario in cui la confettura di lampone e marasca regalano all’olfatto e al gusto grandi sensazioni, questo è senza dubbio il vino che più mi è piaciuto. Molto più morbido, e per alcuni può essere anche meglio, il Roccuccio, in cui Merlot e Syrah rendono meno aggressivo un vitigno come il Montepulciano che io amo in maniera particolare.

Per chi ha dimestichezza con grappoli, centesimi e bicchieri ( a me personalmente valutare i vini con voti percentuali fa venire la cacarella), questi vini non vanno sotto i 90/100, con Lo Sconosciuto e Il Roccuccio che superano i 92/100. Il loro grado alcolico sta tra i 14 e i 14,5% vol che non sono mai invadenti. Naturalmente, la persistenza è di quelle che si ricordano e, altrettanto naturalmente, i vini migliorano con l’ossigenazione: eccellenti anche uno o due giorni dopo la prima beva.

E sono vini il cui prezzo varia tra i 14 e i 24/25 €! Purtroppo, le quantità sono da boutique: per ognuno non più di 1500/2.000 bottiglie (con l’eccezione del Roccuccio di cui se ne producono 4.000), non superando la produzione totale dell’azienda le 12.000 bottiglie.

Come nota finale devo elogiare l’eleganza delle etichette, rara.

Io personalmente metterei in evidenza il brand Fattoria Serra San Martino rispetto al nome del vino e terrei soltanto due tipi di etichetta: quella scura (tipo Lysipp) per i monovitigni e quella bicolore (tipo Roccuccio) per le cuvée.

Comunque, se li trovate questi sono davvero grandi vini che consiglio con entusiasmo. In attesa di conoscere personalmente Kirsten e Thomas Weydemann, e magari di assaggiare anche il loro olio.

KIRSTEN & THOMAS WEYDEMANN
VIA SAN MARTINO 1 • I – 60030 SERRA DE’ CONTI/AN • TEL. +39.0731.878025 • FAX +39.0731.870651
CHRISTIAN AUGUST WEG 15 • D – 22587 HAMBURG • TEL. +49.(0)40.865860 • FAX +49.(0)40.8663837

www.serrasanmartino.de
info@serrasanmartino.de

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Lysipp 2009: mammamia!!

Oggi ho avuto l’onore di bere il Lysipp 2009 che i miei magnifici amici e produttori (aggettivo riduttivo) di vino Kirsten e Thomas Weydemann spremono in quel di Serra de’ Conti, Esino provincia di Ancona, zona vocata per il bianco Verdicchio dei Castelli di Jesi.

Il Lysipp è un Montepulciano in purezza.

Di vini negli ultimi due mesi ne ho bevuti da nord a sud, da est a ovest dell’Italia di ogni tipo e assai assai per davvero ottimi, alcuni di piccoli produttori senza dubbio eccellenti.

Con questo sono senza fiato.

Si fa presto a dire confettura di marasca e lamponi, con secondari e terziari di straordinaria complessità: ma bisogna metterci il naso dentro a questa confettura. L’intensità e l’armonia sono qualcosa che nel mondo del vino, assicuro, sono quasi introvabili.

E sul palato si stende un vino grasso, morbidissimo che mantiene quel che l’olfatto aveva promesso, anzi di più.

Il colore è rosso rubino inchiostro: la luce non passa da queste parti. Thomas i suoi vini li lascia sulle bucce per tempi che non posso neanche specificare; non usa barrique ma tonneau di 350 e 500 lt., mai interamente nuove. Qui il legno non si sente e non si sentono i 14,5% vol. di alcol.

Avevo bevuto il 2007 che mi aveva colpito, questo è a dir poco strepitoso: ai vertici dei rossi italiani e non ho paura di espormi.

Prossimamente berrò il Sagrantino Lo Sconosciuto 2009: qui sarò a riferire.

http://www.vincenzoreda.it/fattoria-serra-san-martino-la-boutique-marchigiana-del-vino/

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