Saper mangiare (e bere) a Peschiera del Garda

Una delle mie regole ferree nell’alimentazione è costituita dal seguente intendimento: in ogni posto bere e mangiare, se possibile, le specialità locali. In Italia è abbastanza facile e quasi sempre premiante.

Vinitaly significa fuggire da Verona al più presto possibile e rifugiarsi, la sera, nei magnifici posti seminati lì intorno nel raggio di pochi chilometri: Peschiera del Garda, per molti versi, è un’ottima scelta.

Quest’anno ho alloggiato all’Hotel San Marco, proprio in riva al lago: un tre stelle da consigliare senza indugi: rapporto prezzo/qualità eccellente, pulizia, servizio attento, location magnifica.

Ho mangiato due volte al ristorante (pizzeria) La Terrazza e una volta a La Plume: sono entrambi sul Viale del Risorgimento, distanti un paio di centinaia di metri uno dall’altro e poco di più entrambi dall’albergo.

Qui gli operatori turistici sono tra i migliori d’Italia: abituati da molti decenni a una clientela mitteleuropea esigente e assai educata. Si vede: nella qualità del servizio, dell’accoglienza e nell’onestà dei prezzi.

Bevuti due vini eccellenti e in bottiglia da 0,375 (pratica quando si è da soli a bere): Lugana Ottella (tra i migliori dei Trebbiano che qui si declinano come Lugana), complesso, fruttato, persistente; Chiaretto di Ca’ Maiol, un classico uvaggio del Garda (Marzemino, Sangiovese, Groppello e Barbera) vinificato in rosè, ottimo a far compagnia al Lavarello.

Specialità: il Lavarello in primis. Salmonide di lago (arriva nel XIX secolo dai laghi del nord), Coregonus Lavaretus (nei laghi del centro Italia si chiama Coregone), carni pregiatissime, si pesca soltanto con la rete. Consumato con una semplice griagliatura.

Capunsei: gnocchi tipici dell’alto Mantovano nella tradizione dei cibi poveri. Sono gnocchi di pane pesto impastati con uova, formaggio e brodo (anche vegetale). Cuoca Arleta e scelta deliziosa:per certo da provare.

Per il resto un po’ di mare: ottimi polipetti in umido con polenta e una classica frittura rivisitata con l’aggiunta di melanzane.

Il tutto con grande soddisfazione.

 

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Come si vende un vino, raccontando il Territorio: il Cirò di Giuseppe Ippolito

http://www.vincenzoreda.it/ciro-du-cropio/

Una delle motivazioni per cui vengo volentieri al Vinitaly, malgrado la mia sempre più fastidiosa idiosincrasia per le folle le calche le cacofonie i cafoni – tutta roba che il Vinitaly sa dispensare con rara classe e grande professionalità – è rappresentata dalla possibilità di incontrare ogni anno gli amici e i loro vini. Tutte persone eccezionali, ognuna a modo suo: pare ovvio.

Tra questi, primus inter pares, Giuseppe Ippolito, Seppetto per gli amici cirotani, con i suoi tre Cirò, soltanto rossi: Damis, Serra Sanguigna e Dom Giuvà.

Quel che ogni anno mi stupisce è la sua capacità di coniugare i suoi vini con il territorio e le specialità, uniche di quella straordinaria parte ionica della Calabria. Giuseppe sa vendere storie, suggestioni, cibo, paesaggio, uomini.

E ogni anno, con sorprendente puntualità, nella sua rete intessuta con i suoi Cirò, la sardella, le confetture di peperoncino, ‘a sazizza, ‘e suppressate s’impigliano personaggi incredibili, storie improbabili.

E non a caso restano impigliati, attaccati a quei palamiti impostati con l’esca della passione e dell’unicità di prodotti straordinari e poco conosciuti: questo è saper vendere un vino, un posto, secoli di storia; suggerire sapori, indicare accompagnamenti insospettabili (pecorino e confettura di peperoncino o di cipolla di Tropea, per esempio…).

Quest’anno nella rete portentosa di Seppetto s’è impigliato Dionigi (Dio, per gli amici) con la figlia Ines: Ristorante Italiano a Kygali, Rwanda, Africa Nera (ci vanno ospiti ogni tanto i grandi maschi alfa dalla schiena argentata che sono i leader dei Gorilla di montagna….). Storia straordinaria di un viaggiatore nato a Foggia che gira l’Italia, sposa una ragazza di colore e con lei tutto il suo paese: la bellissima Ines e il ristorante Soleluna ne sono i magnifici risultati.

E in piena Africa Nera si berranno i Cirò rossi dell’azienda Du Cropio di quell’adorabile bucaniere che si chiama Giuseppe Ippolito, Seppetto per gli amici cirotani.

Salute!

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Riedel, giocando con i decanter, Vinitaly 2015

I decanter di Riedel sono per davvero di straordinario fascino: per eleganza, per creatività, per l’armonia di linee e volumi.

Esposti in una vetrina dello stand di Gaja Distribuzione non ho saputo resistere a giocare con la mia macchina fotografica e con il mio estro.

Il risultato credo sia quantomeno interessante. Certo, in studio (con controllo di luci e prospettive) si potrebbe fare ben altro…

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Barolo & Co 1/2015: il mio articolo sui grissini

http://www.vincenzoreda.it/lobelisco-anticlericale-di-torino/

http://www.vincenzoreda.it/ghersa-gherssin-grissino-un-po-di-storia-seria/

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Vinitaly 2015, Bilancio in sintesi

50ª edizione dal 10 al 13 aprile 2016

VINITALY 2015, UN’OTTIMA ANNATA

CRESCONO I BUYER ESTERI IN ARRIVO DA 140 PAESI. NEL 2014 ERANO 120.

I visitatori a quota 150mila. Oltre 2.600 giornalisti da 46 nazioni. Riprende il mercato interno con operatori horeca e Gdo.

Verona, 25 marzo 2015

Tutto il mondo a Vinitaly, con operatori professionali da 140 Paesi, ben 20 in più rispetto al 2014. «Il risultato centra l’obiettivo che ci eravamo prefissati. Grazie all’aumento del 34% degli investimenti dedicati all’incoming e alla collaborazione con il Ministero dello Sviluppo economico, l’Agenzia-ICE e il Ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali, abbiamo aumentato la già alta partecipazione di buyer stranieri», ha affermato Ettore Riello, presidente di Veronafiere.

In totale i visitatori sono stati circa 150mila, ma rispetto al passato c’è più Far East, con Thailandia, Vietnam, Singapore, Malesia. Crescono il Messico e anche l’Africa, con new entry interessanti come Camerun e Mozambico. Bene pure il Nord Africa, con la ripresa di Egitto, Tunisia e Marocco sia per il vino che per l’olio extravergine di oliva di Sol&Agrifood.

«I grandi mercati di Usa e Canada da soli rappresentano il 20% degli oltre 55mila visitatori esteri. L’area di lingua tedesca, Germania, Svizzera e Austria, si conferma la più importante con il 25% delle presenze, il Regno Unito è al terzo posto con il 10%, seguono in termini numerici i buyer dei Paesi Scandinavi e quelli del Benelux – ha detto Giovanni Mantovani, direttore generale di Veronafiere –. Abbiamo registrato grande soddisfazione da parte degli gli espositori, per la capacità di Vinitaly di migliorare di anno in anno il numero di buyer esteri e la qualità dei visitatori, mantenendo alto il numero dei contatti, tanto che aziende private di grande rilevanza hanno già sottoscritto rinnovi triennali per le prossime edizioni».

Merito anche della nuova profilazione dei visitatori adottata quest’anno, con un ulteriore affinamento della selezione del target dei visitatori e con la registrazione di tutte le persone in ingresso: questo costituirà un data base di straordinario valore per le prossime iniziative di marketing e sviluppo internazionale.

Nella top ten dei Paesi, impressiona la crescita della Francia, che precede il Giappone, mentre Cina, Hong Kong e Taiwan si collocano all’ottavo posto. La Russia, nona, è l’unica in controtendenza come conseguenza della difficile situazione geopolitica in atto. Chiude al decimo posto il Brasile.

Sono in aumento le presenze da altri Paesi dell’Unione Europea, in particolare da Polonia e Romania.

Questo Vinitaly assiste anche al ritorno di un certo ottimismo per il mercato interno, con operatori interessati provenienti da tutta Italia, sia del canale horeca, sia della Gdo.

La manifestazione è stata seguita da oltre 2.600 giornalisti da 46 nazioni.

ALCUNE DICHIARAZIONI

Mastroberardino – Piero Mastroberardino

«Tanta clientela business con una copertura completa dei mercati classici e al lunedì grande partecipazione di clientela business nazionale. I numeri sono importanti e abbiamo meeting con operatori anche oggi che è l’ultimo giorno.

Abbiamo avuto contatti anche con operatori di mercati non maturi e in fase di sviluppo, che approcciano al vino con interesse. Siano riusciti a presentare alcune nostre nuove iniziative innovative e a veicolare messaggi più raffinati che in passato».

Umani Ronchi – Michele Bernetti

«Vinitaly è la fiera dove c’è il focus del vino italiano e dove tutto il mondo converge. Sono per noi giorni importanti e di grande soddisfazione».

Ferrari – Camilla Lunelli

«Per quanto riguarda i buyer esteri il bilancio è positivo. Bene anche il mercato-Italia, con Gdo e ristoratori di alto livello. Ottima l’anteprima di OperaWine».

Marchesi di Barolo – Valentina Abbona

«In questo Vinitaly abbiamo avuto la conferma che, almeno per quanto riguarda il settore agroalimentare, quanto da tempo auspicato si sta rapidamente realizzando: un flusso continuo di operatori da ogni Paese del mondo. Australia, Malesia, Indonesia, Taiwan, Corea, Giappone, Kazakistan, Emirati e tanti altri: un interesse vero che coniuga cultura e passione con il business».

Peter Lundgard Schmidt – Buyer dalla Danimarca

«Le domande del mercato danese relativamente al settore vitivinicolo sono indirizzate verso la ricerca di vini fruttati e poco corposi. È proprio nella produzione italiana che il nostro mercato trova la risposta ideale a queste esigenze. Ho frequentato diverse fiere dedicate al settore, ma è la mia prima volta a Vinitaly. Ho scelto di venire a Verona con la consapevolezza di trovare nuovi produttori ed occasioni di business molto interessanti».

 

Clinton Ang – Corner Stone, buyer da Singapore (il principale importatore dal sud-est asiatico)

«Il mercato del vino italiano a Singapore sta vivendo una stagione molto positiva. Il nostro Paese ha scoperto da poco il cibo italiano e le qualità enogastronomiche dell’Italia intera. Tutte le regioni sanno offrire una produzione vitivinicola eccellente e in grado di rispondere a tutte le esigenze, nonché a sposare sapientemente qualsiasi pietanza.

La mia famiglia viene a Vinitaly da tre generazioni e per me è già il quinto anno. Solo qui troviamo tutti i produttori che ci interessano e riusciamo a fare business in modo efficiente e molto concentrato, è la fiera perfetta in questo senso ed ogni anno ci consente di stringere rapporti commerciali molto importanti.

Sono in questi giorni a Verona rappresentando circa 27 regioni del Sud-est asiatico da Singapore a Hong Kong: l’obiettivo che ci eravamo posti prima della partenza era quello di trovare un Prosecco che rispondesse a determinate caratteristiche. Non solo ho già trovato quello che cercavo, ma da questo incontro è nata una joint venture con l’azienda. Non posso che ritenermi soddisfatto».

Wong Yin-How – Managing Director Vintry, buyer dalla Malesia

«Il mercato del vino in Malesia sta crescendo di circa del 10% e anche i vini italiani stanno guadagnando nuove quote di mercato. Per il momento i vini più venduti sono quelli toscani, ma ho scelto di venire a Vinitaly proprio per cercare nuove cantine che producano vini bianchi e freschi. Posso definirla sicuramente un’esperienza costruttiva, ho trovato produttori del Piemonte, Sicilia, Umbria e Campania, davvero molto interessanti. La mia permanenza in fiera non è ancora conclusa, sono certo che troverò anche altri produttori potenzialmente interessanti per il nostro mercato».

Maurizio Martina, ministro delle Politiche agricole, agroalimentari e forestali

«Il settore vitivinicolo è un patrimonio fondamentale per l’Italia con oltre 14 miliardi di euro di fatturato e migliaia di aziende che rappresentano con passione, innovazione e professionalità la ricchezza dei nostri territori. Vogliamo aiutare queste esperienze a crescere, liberandole da lacci burocratici che le hanno appesantite in questi anni. In questi dodici mesi abbiamo messo in campo un’operazione di semplificazione che ha portato alla dematerializzazione di 64mila registri, al taglio di burocrazia inutile e che ha iniziato davvero a mettere la pubblica amministrazione al servizio delle aziende. Abbiamo anche approvato il tanto atteso decreto per i diritti d’impianto e siamo stati protagonisti del piano straordinario per l’internazionalizzazione che vedrà proprio l’agroalimentare al centro delle azioni».

Andrea Olivero, viceministro delle Politiche agricole, agroalimentari e forestali

«Questa edizione ha manifestato ancora più delle precedenti la grande voglia di internazionalizzazione del nostro Paese che nel settore del vino vede uno degli elementi di massima qualità. Qui abbiamo una straordinaria espressione di quell’Italia che vuole farsi conoscere nel mondo per eccellenza e innovazione.

Per questo abbiamo dato il via ad un grande progetto per l’agroalimentare made in Italy, che coinvolge Mipaaf, Mise e Affari esteri, con anche un Piano Fiere finalmente strategico. Se vogliamo arrivare ai 50 miliardi di export in questo comparto, dobbiamo mettere in campo tutto questo».

 

Servizio Stampa Veronafiere

Tel.: + 39.045.829.82.42 – 82.85

E-mail: pressoffice@veronafiere.it

Twitter: @pressVRfiere

Web: www.vinitaly.com

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Ristorante La Piazza, Piazza dei Mestieri a Torino

Te la trovi davanti alla cima di una piccola salita, ti si apre luminosa la corte quadrata della Piazza dei Mestieri, nel cuore del quartiere San Donato, le cui pietre raccontano storie di oltre 2 secoli.

I 7000 mq in puro stile liberty sono stati fabbrica e opificio, per poi trasformarsi in progetti e socialità. I portoni che nell’800 accoglievano gli operai e i lavoranti si aprono oggi a un plotone di studenti, oltre 500 giovanissimi avviati a un mestiere direttamente dai maestri della migliore tradizione culinaria e artigianale piemontese.

La Piazza dei Mestieri è prima di tutto un progetto che crea il futuro dei ragazzi, fatto di aule per le nozioni, laboratori per sperimentare, spazi condivisi per crescere: entrano allievi, ne escono cuochi, barman, cioccolatieri, pasticcieri, panettieri e grafici.

Dalla formazione alla tavola, ci si ritrova pochi metri più in là: alle tavolate del

Birrificio, dove il luppolo ambrato porta i nomi di Chagall e Renoir. Un capolavoro a

misura di boccale”.

Locale arioso, posto al secondo piano di un vecchio opificio ristrutturato con giudizio oltre dieci anni fa in zona San Donato (due passi da piazza dello Statuto). Aperto sette giorni su sette e gestito da circa un anno e mezzo da Maurizio Camilli e sua moglie Olga. Maurizio ha una bella carriera maturata in anni di lavoro con Teo Musso.

Servizio impeccabile,  arredamento, tovagliati, posate e bicchieri all’altezza di un locale fine/medio fine. Circa 50/60 coperti disposti con bella ariosità. Ottima carta dei vini (magari migliorabile, ma senza appunti gravi) con preponderanza, come si deve, per i nostri piemontesi.

Ho bevuto un Pelaverga di Alessandria, ottimo.

La cucina è davvero eccellente con una materia prima impeccabile a partire dalle carni, gli insaccati, i latticini, le verdure. Tra tutti i piatti gustati (nessuno meno che eccellente), davvero memorabili l’antipasto con la polpa di granchio (sensazionale) e il guanciale di patanegra (cotto a lungo a 60° e guarnito in maniera impeccabile con spinaci, carciofi e radicchio).

Si mangia e si beve benissimo (citazione per la birra speziata offerta come aperitivo) spendendo meno di 40 euro, vini esclusi (vini che comunque hanno ricarichi più che onesti: si può bere un Barolo discreto spendendo 35 euro!!).

Locale che consiglio con convinzione: chi seguirà le mie indicazioni, sono certo, mi ringrazierà  (è sufficiente che lo faccia tra sé e sé: iddio sa ascoltare…).

Insalata di verdura, foglie aromatiche, frutta, maionese vegetale e quinoa soffiata  
 10 €


Sfilata di antipasti (tonno di coniglio, salsiccia di Bra, giardiniera, acciughe del  cantabrico)    
11 €


Carpaccio di Gambero rosso e burrata con frutta disidratata     
11 €


Farro risottato con carciofi e capasanta
    10 €


Strozzapreti al burro, acciugha e cavolfiore   
 9 €

Guancetta di patanegra    16 € 

 

011.197.09.679

331.889.72.92

ristorante@piazzadeimestieri.it

http://www.ristorantelapiazza.com/lacarta/

Via Durandi 13 – Torino

 

 

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La confraternita dell’uva/ The brotherhood of the grape by John Fante

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“ Nick Molise…Era un montanaro venuto dall’Abruzzo, un nasone dalle mani grosse, basso (uno e sessanta), largo come una porta, nato in una parte dell’Italia in cui la miseria era spettacolare quanto i ghiacciai circostanti e dove qualunque bambino che fosse riuscito a sopravvivere per i primi cinque anni ne avrebbe campati ottantacinque…..Non gli piaceva quasi niente, in modo particolare sua moglie, i suoi figli, i vicini, la chiesa, il prete, la città, lo stato, il suo paese e il paese dal quale era emigrato…. Ma le donne, quelle gli piacevano…Gli piacevano pure il suo lavoro e una mezza dozzina di paisani che, come lui, erano italiani del genere dittatoriale…Il suo amore per la pietra rappresentava un piacere ancor più pregnante della sua passione per il gioco, o per il vino, o per le donne.”

The Brotherood of the Grape, titolo originale del libro, fu pubblicato per la prima volta a puntate nel 1975 sul settimanale di Francis Ford Coppola City Magazine, il regista avrebbe voluto farne un film, fatto che inorgoglì John Fante, una vita passata a lavorare con alterne fortune come sceneggiatore cinematografico. Fu pubblicato in volume nel 1977 e immediatamente ristampato col favore di critica e pubblico.

Per tutta la vita John Fante, nato a Denver (Colorado) l’8 aprile del 1909 e figlio di Nick, abruzzese emigrato in  America nel 1901, ha scritto di suo padre e della sua scombinata famiglia, a cominciare dal  romanzo d’esordio (1938) Aspetta primavera, Bandini.

La Confraternita è la storia del ricupero di una rapporto impossibile padre-figlio-famiglia, un ricupero che può consumarsi solo dopo la morte dell’ingombrante figura paterna: solo allora padre, madre e figli riacquistano i valori originari nella Famiglia.
Ma la confraternita è la storia del portentoso Chianti e del chiaretto di Angelo Musso, è la storia della dissoluzione nel lavoro, nel vino e nelle donne di Nick; è la storia di sua moglie, Mamma Maria, geneticamente disposta a sopportare ogni umiliazione, perché la sua vita ha senso solo vicino a quel figlio di puttana di Nick.

Ritorna di lontano, John, uomo fatto con moglie, figli e carriera sicura, ritorna a San Elmo per lasciarsi coinvolgere nell’ultima follia di suo padre: un’opera inutile e impossibile, almeno per l’avanzata età del genitore, che diventa il ridicolo testamento di una vita.

L’opera diventa un fallimento, il diabete distrugge l’ormai condannato Nick che conclude i suoi giorni ubriacandosi, e dunque suicidandosi, con una colossale sbronza coi vecchi amici della Confraternita.

A quel punto, però, John ha ritrovato definitivamente suo padre.

“Maestosamente piegato, il mio vecchio giaceva su una sedia di vimini, sbronzo fradicio, con le braccia abbandonate sui braccioli. Era come un patrizio dell’antica Roma in attesa che il sangue finisse di scorrere dai suoi polsi incisi. Uno davanti all’altro, seduti su panche, c’erano i quattro zoticoni del caffè Roma: Zarlingo, Cavallaro, Antrilli e Benedetti. Erano tutti strafatti, ma sotto controllo, e tracannavano da grossi boccali. Sul lungo tavolo erano sparsi boccioni di vino e vassoi di roba da mangiare: salame, salsicce, prosciutto, pane e pasticciotti all’anice. Avevano banchettato a lungo e bene nel gran caldo…..tra i grappoli troppo maturi di uva moscatello che pendevano dalla vigna.”

Gran libro, grande storia: la sola invenzione della signorina Quinlan, infermiera, merita tutto il libro, insieme al vino di Angelo Musso.

Ci ho ritrovato le mie origini: Zu Vicìenzu, Zu Pasquale, Zu Giuvanni u fallitu, Rollicchiu. Mio nonno, nannuzzu, Zu Vicìenzu: andavano a ricuperarlo strafatto, che piangeva e stramalediva l’universo mondo, dopo aver perso a carte, dopo aver sperperato gli ultimi soldi con gli amici, sapendo che l’indomani sarebbe bastato rompersi di nuovo la schiena nei campi o sugli alberi ( prodigioso potino, innestino con accette affilate come rasoi )…..

M’insegnò il valore del brindisi in rima, a braccio, quando la lingua scivola e l’occhio diventa vitreo……..

John Fante è morto nel 1983, cieco e con le gambe amputate a causa del diabete, come suo padre, quel figlio di puttana di Nick Fante, alias Molise, alias Bandini, alias…..

La confraternita dell’uva 

Di John Fante

Einaudi Stile Libero, pp. XXXII – 232, € 9,00

 

 

 

 

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Aspetta primavera Bandini (Wait until spring, Bandini) di John Fante.

 Il libro costa 10 euro, è un  titolo Einaudi della collana Stile libero: è un bel regalo, per chi se lo merita, e costa anche poco.

Come mi compiaccio di dire, e vorrei urlare: non sprecate i soldi a comprare accozzaglie di fogli senza alcun significato, pubblicate solamente per compiacere mode che finiscono prima ancora di cominciare; non regalate i soldi a personaggi di nessun interesse che hanno per aggiunta anche la colpa di tormentarci in tanti altri modi e di farci pure un sacco di soldi.

John Fante è certo conosciuto, non è una novità: ma quanti lo ignorano, per quanti costituirebbe una scoperta e un piacere straordinario?

Ebbene, lo si regali, lo si faccia conoscere meglio: non sarà certo fatica sprecata e qualcuno potrebbe anche essere riconoscente per la vita.

Magnifica l’introduzione di Niccolò Ammaniti: un atto d’amore titolato Scrittori da tana e da prateria, da condividere in toto.

Il libro fu pubblicato nel 1938, quando l’autore aveva 29 anni; si trattò del suo esordio sul mercato editoriale, anche se qualche anno prima aveva scritto La strada per Los Angeles, pubblicato poi, postumo, nel 1985, due anni dopo la morte di Fante.

Di John Fante ho recensito per Barolo & Co La confraternita dell’uva, del 1977, romanzo straordinario che precede il suo ultimo lavoro, Sogni di Bunker Hill, pubblicato nel 1982.

Altri suoi titoli da citare, memorabili: Chiedi alla polvere, Dago red, Il mio cane stupido.

John Fante di professione svolgeva il mestiere, ben pagato ma mal sopportato, di sceneggiatore a Los Angeles, sua città di adozione: era nato a Denver, ma aveva trascorso la sua infanzia a Boulder, sempre in Colorado; figlio di quel Nick che sarà il vero protagonista della sua opera, un muratore abruzzese emigrato in America da un paesino della provincia di Chieti e che aveva sposato Mary Capoluongo, nata a Chicago da un padre di origini lucane.

Il romanzo è la storia della vita grama di Arturo Bandini, adolescente figlio di poveri immigrati italiani: la povertà, lo spaesamento, i problemi di identità di chi mai si sente a proprio agio…

“Avanzava, scalciando la neve profonda. Era un uomo disgustato. Si chiamava Svevo Bandini e abitava in quella strada, tre isolati più avanti. Aveva freddo, e le scarpe sfondate. Quella mattina le aveva rattoppate con dei pezzi di cartone di una scatola di pasta. Pasta che non era stata pagata. Ci aveva pensato proprio mentre infilava il cartone nelle scarpe.

Detestava la neve. Faceva il muratore e la neve gelava la calce tra i mattoni che posava. Era diretto a casa, ma che senso aveva tornare a casa? Anche da ragazzo in Italia, in Abruzzo, detestava la neve. Niente sole, niente lavoro. Adesso viveva in America, nella città di Rocklin, Colorado….”

 

Dicembre 2008

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Alejandro Jodorowsky – “La danza della realtà” e altri libri

Sono nato nel 1929 nel nord del Cile, in terre conquistate al Perù e alla Bolivia: Tocopilla è il nome del mio paese natale. Un piccolo porto ubicato, forse non per caso, all’altezza del ventiduesimo parallelo. Nei tarocchici sono ventidue arcani maggiori. Ciascunodei ventidue arcani dei Tarocchi marsigliesi è disegnato all’interno di un rettangolo composto da due quadrati. Il quadrato superiore può simboleggiare il cielo, la vita spirituale, mentre quello inferiore la terra, la vita materiale. Al centro del rettangolo s’iscrive un terzo quadrato che simboleggia l’essere umano, unione tra la luce e l’ombra, ricettivo verso l’alto, attivo verso la terra….In lingua quechua Toco significa ‘doppio quadrato sacro‘ e Pilla ‘diavolo‘. Qui il diavolo non è l’incarnazione del male ma un essere della dimensione sotterranea che si affaccia da una finestra fatta di spirito e materia, il corpo, per osservare il mondo e apportarvi la propria conoscenza. Presso i mapuche, Pillàn significa ‘anima, spirito umano giunto allo stadio definitivo‘.” Questo è l’incipit del libro “La danza della realtà” di Alejandro Jodorowsky, scritto nel 2001 e pubblicato in Italia per i tipi di Feltrinelli nel 2004.Quando illustro ai miei lettori un autore o un libro, alle essenziali note biografiche e alle scarne, ma quanto più chiare possibile, mie riflessioni sono solito accompagnare ampie citazioni che ho avuto modo di scegliere con cura e che forniscono una sorta di spiraglio su quel che l’autore o l’opera hanno da comunicare al potenziale lettore. In buona sostanza, il mio compito non è quello di spiegare in modo esauriente, bensì cercare di incuriosire e portare alla conoscenza di chi lo desidera un nuovo, piccolo brandello di sapere, o semplicemente un nuovo punto di vista.

Per la conoscenza di questo personaggio straordinario, il percorso deve necessariamente cominciare dal libro sopra citato. E’ la sua biografia, la storia di una vita per certo unica e stravolgente.

Alejandro Jodorowsky nasce appunto in Cile da una famiglia di profughi ebrei ucraini. Si trasferisce a Parigi nel 1953, forte di un’esperienza teatrale e poetica dovuta a un’intensa attività assai innovativa svolta in patria. A Parigi fonda con Arrabal e Topor il movimento di teatro, che diventerà anche cinema, “panico”.

In Italia viene conosciuto a metà degli anni settanta come autore del film “La montagna sacra”, una pellicola cult, oggi di difficile reperimento. Dopo il successo, soprattutto in ambienti artistici e culturali d’elite, di quell’opera, venne distribuito anche “El Topo”, film che in realtà Jodorowsky aveva girato prima ( 1971 questo, 1973 “La montagna sacra”) e sempre in Messico, paese che egli considera magico per eccellenza.

Oltre a un altro film, egli è autore teatrale, sceneggiatore e collaboratore dei più grandi disegnatori di fumetti, mimo, scrittore e grande esperto di tarocchi.

Il secondo libro di cui consiglio la lettura è proprio “La via dei Tarocchi”, scritto nel 2004 e pubblicato in Italia sempre da Feltrinelli nel 2005. E’ senza ombra di dubbio il più esauriente, interessante, straordinario libro dedicato ai tarocchi mai scritto: un volumone di quasi 600 pagine di lettura impegnativa, da rileggere e consultare per sempre. Importante perché, a prescindere dall’interesse verso l’argomento, vi si trova la genesi della sua ricerca sulla psicomagia.

Citerò di seguito alcuni passi da “La danza della realtà”.

“.. L’albero genealogico si comporta, con tutte le sue componenti, come un individuo, un essere vivente. Ho chiamato lo studio di questi problemi “psicogenealogia” (così come ho chiamato lo studio dei tarocchi “tarologia”. Nel giro di pochi anni i “tarologi” e gli “psicogenealogi” si sono moltiplicati). Alcuni terapeuti che hanno compiuto studi genealogici hanno cercato di ricondurre tale albero a formule matematiche, ma non è possibile ingabbiarle nella razionalità. L’inconscio non è scientifico, è artistico. Lo studio delle famiglie va condotto diversamente. Di un corpo geometrico si conoscono perfettamente le relazioni fra tutte le parti, per cui non è modificabile. Un corpo organico sviluppa relazioni misteriose….

…..Il paziente deve fare la pace con il suo in coscio, non deve liberarsi di lui, ma trasformarlo in un alleato. Se impariamo il suo linguaggio, si mette a lavorare per noi. Se la famiglia che vive dentro di noi ancorata alla memoria infantile è alla base del nostro inconscio, allora dobbiamo far evolvere ogni nostro parente trasformandolo in un archetipo….

……I clienti continuavano ad aumentare, quindi fui costretto a effettuare sedute di gruppo durante i fine settimana. Per curare la famiglia ho deciso di drammatizzarla.

……Questi esercizi ci avevano convinti che, divenendo consapevoli delle relazioni malate, le avevamo guarite. Eppure ritornando dalla situazione terapeutica alla normalità, i sintomi dolorosi erano di nuovo presenti. Per risolvere un problema non bastava identificarlo! Una presa di coscienza, un confronto drammatizzato, un perdono immaginato se non venivano seguiti da un atto nella vita quotidiana, alla fine erano sterili.”

Ancora.

“Perché un atto magico sortisca buoni risultati, il ciarlatano popolare deve per forza presentarsi come un essere superiore che conosce ogni mistero. Il paziente accetta i suoi consigli in modo superstizioso, senza capire come né perché agiscano sul suo inconscio. Invece lo psicomago si presenta come il semplice conoscitore di una tecnica, come un istruttore, e si preoccupa di spiegare al paziente il significato di ogni atto e la sua finalità.

Chi viene a chiedere un consulto sa che cosa sta facendo. Ogni superstizione viene bandita: eppure non appena si mettono in pratica gli atti prescritti, la realtà inizia a danzare in un modo diverso, nuovo.”

Per finire con “La danza della realtà”: “… Fondamentalmente, ogni malattia è una mancanza di consapevolezza impregnata di paura. Tale incoscienza nasce da un divieto imposto senza fornire spiegazioni……Lo psicosciamano, così come il guaritore primitivo, mentre opera deve eludere non soltanto le difese del paziente ma anche le sue paure…..Se la realtà è come un sogno, dobbiamo agire senza subirla, così come facciamo in un sogno lucido, ben sapendo che il mondo è quello che crediamo che sia. I nostri pensieri attraggono i loro simili….”.

L’atto finale, per concludere questo sentiero non facile, ma certo assai interessante, è la lettura di un libro tutto sommato non ponderoso all’apparenza ma al contrario di non facilissima comprensione e interpretazione: “Psicomagia – Una terapia panica””, è in buona sostanza il testo di alcune conversazioni avute da Gilles Farcet con Jodorosky tra il 1989 e il ’93, pubblicato in Francia nel ’95 e in Italia, sempre da Feltrinelli, nel 1997.

Un testo di grande fascinazione su cui non voglio pronunciarmi, anche per lasciare a chi ne ha voglia l’incanto di questa scoperta. E’ un libro che si può leggere anche solo per curiosità, senza lasciarsi trascinare in analisi approfondite che devono riguardare soltanto chi volesse andare oltre la superficie del gusto delle storie, pur incredibili.

Cito solamente alcuni brani che sono in conclusione del volume.

“…Gilles, esiste una sola cura globale: incontrare Dio. Non ne esiste altra. Soltanto la scoperta del proprio dio interiore può curarci per sempre. Il resto è solo un arrampicarsi sui vetri. Qualsiasi terapia è solo parziale……..Se insegno qualcosa, quel qualcosa è proprio l’immaginazione………Per la maggior parte del tempo, non abbiamo la minima idea di quello che può essere l’immaginazione, non ci lasciamo toccare dall’ampiezza dei suoi registri. Perché, oltre all’immaginazione intellettuale, esiste l’immaginazione sentimentale, sessuale, corporale, economica, mistica, scientifica…L’immaginazione è presente in tutti i campi, compresi quelli che consideriamo ‘razionali‘. E’ ovunque. Quindi bisogna svilupparla per affrontare la realtà, non partire da una prospettiva unicama da molteplici angoli visuali….pensare e sentire partendo da prospettive diverse…..Mi piacerebbe che i lettori del nostro libro ammettessero, perlomeno, l’idea del potere terapeutico dell’immaginazione, della quale la psicomagia, in fin dei conti, non è altro che una modesta applicazione.”

Segnalo ancora “Quando Teresa si arrabbiò con Dio”, sempre reperibile nella UE di Feltrinelli.

Avvertenza: i libri citati si trovano assai facilmente. Ho la speranza di aver suscitato qualche curiosità e magari aperto qualche nuova prospettiva.

Vincenzo Reda

Primavera 2007

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Non Avrai Altro dio, Jan Assmann

Jan Assmann, tedesco, professore di Egittologia a Heidelberg, in questo magnifico librino tratta delle origini della violenza religiosa inscritta tra le caratteristiche principali delle tre religioni monoteiste. Il tutto a partire dalla Bibbia (Esodo e Deuteronomio, soprattutto) e dalla fuga di Mosè e del suo popolo dall’Egitto della XVIII dinastia verso la terra promessa di Canaan.

Librino complesso ma di estremo interesse.

Non avrai altro dio, Jan Assmann, 147 pp., 9 €, Il Mulino, Bologna 2007

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Chile Comapeño

http://comapeno.com/

http://www.bizjournals.com/baltimore/print-edition/2014/10/03/joao-noro-a-imports-a-rare-heirloom-chili-pepper.html?page=all

Peperoni e peperoncini sono originari delle foreste pluviali del Centroamerica, lì crescono endemici. La pianta appartiene alla famiglia delle solanacee (patate, melanzane, pomodori ma anche tabacco), e il genere è Capsicum, con la specie più importante che è la Annuum, una piantina annuale (si deve seminare ogni anno in primavera e muore in inverno dopo aver fruttificato tra giugno e settembre, a secondo dei climi). Da questa piantina si ricavano più o meno tutti i peperoni e peperoncini conosciuti, piccanti e non.

Il gusto piccante è dato da una sostanza alcaloide (vera e propria droga tossica) che si chiama capsaicina che pura, in dosi di 10/15 grammi, uccide un uomo di taglia media per arresto cardiaco. Esiste una scala, empirica non scientifica, che si chiama Scoville (dal nome dell’americano, Wilbur Scoville, che la mise a punto nel 1912) che misura il grado di piccantezza dei peperoni: la capsaicina pura secondo questa scale vale 16.000.000 di punti SU (o SHU), i peperoncini più piccanti (Carolina Reaper, Scorpion di Trinidad, Naga Morich) variano tra 1.000.000 e oltre 2.000.000, valori questi che arrivano a ustionare la pelle! Un peperoncino di media piccantezza sta tra i 50 e i 100.000 punti SU, l’Habanero arriva a 600.000. Quasi tutti i peperoncini più piccanti sono della specie Chinense o Frutescens (a volte ibridati), le altre specie più comuni, oltre al ‘Annuum, sono la Pubescens e la Baccatum.

Il nome messicano (lingua nahuatl) era Chilli o Xilli, da cui derivano le specie Chilitecpintl e Chiltelpin (Capsicum Anuum); in lingua quechua (Inca del Sudamerica) il peperoncino si chiama Uchu, mentre i sudamericani odierni lo chiamano Ajì (dalla parola antillana Asci).

Un paio di anni fa Joao Noroña (di Baltimora, ma nato in Mexico) e  sua moglie Renee, vennero a conoscenza di una varietà rarissima di peperoncino endemico delle foreste pluviali situate sulle pendici del vulcano Orizaba (Chitlaltépetl, in Nahuatl, 5.610 mslm, la montagna più alta del Mexico)). La pianta stava per estinguersi e decisero di salvarla e di promuoverne la produzione aiutando i contadini locali a coltivarla. La pianta cresce a oltre 1.200 mslm nella foresta pluviale e i suoi frutti, piccoli e di media piccantezza, posseggono una straordinaria varietà di sentori davvero complessi e abbastanza unici. I coniugi Noroña, decisero così di commercializzare questa deliziosa bacca , confezionando vari tipi di prodotti, come illustrato nelle fotografie e che si possono apprezzare e comprare sul loro sito (vedi link sopra). La loro storia è magnificamente raccontata in un articolo che si può leggere nel link evidenziato sotto quello precedente.

Io, che posso ritenermi un ottimo esperto (essendo anche di origine calabrese e conoscendo la cultura e la civiltà messicana) ho assaggiato questo peperoncino particolare (di cui si ignora la specie, pur essendo comunque del genere Capsicum) spalmandolo in dosi notevoli (se non siete abituati, evitate) su tranci di polenta grigliati e l’ho trovato davvero delizioso. Così com’è deliziosa la salsa si peperoncino e albicocche, ideale per i nostri bolliti.

Fidatevi di me e provate il  Chile Comapeño, un’emozione unica. E poi anche un modo per aiutare poveri contadini messicani e contribuire a preservare un poco di biodiversità!

Un grazie speciale a Giovanni Leopardi che questa storia me l’ha fatta conoscere.

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L’obelisco anticlericale di Torino

Dopo un’epico scontro nel Parlamento sabaudo, il 9 aprile 1850, furono aboliti nel Regno di  Sardegna i tribunali speciali ecclesiastici, su proposta del ministro della Giustizia, conte Giuseppe Siccardi (1802/1857). Il punto fondamentale stava nel fatto che fino ad allora il clero era sottoposto soltanto alle leggi ecclesiastiche e ai loro tribunali, sottratti così alla giustizia civile e violando palesemente l’articolo 24 dello Statuto sull’eguaglianza dei cittadini.

L’arcivescovo di Torino, monsignor Luigi Fransoni (1789/1862) protestò e invitò i parroci alla disobbedienza. Gli fu comminata una multa di 500 lire e fu condannato a un mese di carcere. La multa fu pagata  tramite sottoscrizioni polemiche promosse dai giornali cattolici che aizzarono anche i fedeli a schierarsi contro la legge. Di contro, la stampa liberale promosse una sottoscrizione per riconoscere un omaggio simbolico al conte Siccardi. Ebbene, ebbe così tanto successo che si decise di erigere un monumento in quella che allora era piazza Paesana, sede del  marcà dle pate (mercato delle pulci), e oggi piazza Savoia. Fu scelto l’obelisco dello scultore Luigi Quarenghi di Casalmaggiore (1810/1882) su cui vennero incisi i nomi degli 800 comuni sottoscrittori.

Quando venne posata la prima pietra, il 17 giugno 1852, si decise di murare sotto l’obelisco quelli che erano considerati i simboli del monumento stesso e della città che lo ospitava: una copia della legge Siccardi, i numeri 141 e 142 de La Gazzetta del Popolo, alcuni semi di riso, delle monete, una bottiglia di Barbera e….una scatola di grissini!

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Ghërsa, ghërssin, grissino: un po’ di storia seria…..

IMG_7211La vulgata  racconta che Maria Giovanna Battista di Nemours, fresca vedova del duca Carlo Emanuele II e dunque reggente del Granducato di Savoia, volendo porre rimedio ai problemi intestinali del giovanissimo figlio, nonché erede al trono, Vittorio Amedeo II Francesco – poi soprannominato, a ragione, La Volpe Savoiarda – incaricasse il medico di corte, Don Teobaldo Pecchio, di trovare un rimedio efficace che guarisse il delicato e prezioso principe. La diagnosi del medico individuò l’origine del male nella pessima qualità del pane, la ghërsa (una sorta di pagnotta allungata), che allora nutriva tutti i piemontesi, nobili e plebei.

Il medico era di Lanzo, paese vicino alla reggia della Venaria, e dallo stesso paese proveniva il panettiere di corte, Antonio Brunero che certo ben conosceva la Bottega della Ghërsa, situata  in contrada Maestra, a Venaria Reale, nei pressi di quella che oggi è piazza Don Alberione; in quel forno si produceva un pane allungato mal impastato e mal cotto che tutti mangiavano (la ghërsa, che in piemontese significa “fila”, e si pronuncia con la “e” muta).

Medico e panettiere si misero al lavoro e, così racconta A. Viriglio, inventarono il grissino stirato: ghërsa, ghërssin, grissino, come è facile intuire senza ricorrere a sofisticate analisi etimologiche.

Era il 1675, Vittorio Amedeo aveva nove anni  (nacque a Torino il 14 maggio 1666) e il padre era appena deceduto.L1210860

Il principe guarì così bene che poi divenne il primo sovrano dei Savoia e a Venaria si racconta che a tutt’oggi, oramai trapassato da sovrano a fantasma, si aggiri nottetempo nelle sale della Reggia sgranocchiando i suoi amatissimi grissini.

La storia è una palese invenzione.

Già oltre trent’anni prima, nel 1643, l’abate fiorentino Vincenzo Rucellai, passando per Chivasso in un suo viaggio verso la Francia, scriveva di aver apprezzato: «[…] una novità, sebbene di stravagante forma, vale a dire del pane lungo quanto un braccio e mezzo e sottile a similitudine di ossa di morti».

Non soltanto: in alcuni documenti del XIV secolo si cita un certo tipo di  Pane Barotellatus, e in piemontese barot significa “bastone”. Non ci sono certezze se non che già nella prima metà del XVII il grissino, nelle due varianti classiche – stirato e robatà (la “o”  quando non ha l’accento, nella grafia moderna, si pronuncia “u”; ma si può trovare anche la variante rübatà) – era già assai diffuso e apprezzato a Torino e nei paesi limitrofi.

Quando e dove sia stato impastato il primo grissino e se fosse stirato o robatà è impossibile da stabilirsi.

Rimanendo ai fatti storici certi, è acclarato quanto Napoleone fosse ghiotto di quelli che chiamava: les petites batons de Turin. Provò a portarsi dei panificatori a Parigi ma lì i grissini non venivano bene; allora mise a punto un servizio postale celere che glieli servisse fragranti di giornata!

Pure Carlo Felice di Savoia era ghiotto di grissini: pare se li facesse impastare con polpa di trota (e li sgranocchiava nel suo palco del Teatro Regio…).

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Peppers: lights & colors by Vincenzo Reda

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Vinolibero & Nomacorc, Eataly Lingotto

 

VINO LIBERO AND NOMACORC TASTING CHAMPIONSHIP

 

Serralunga d’Alba, 24 febbraio 2015 – Dalla partnership stipulata lo scorso Vinitaly tra l’Associazione Vino Libero e Nomacorc, leader mondiale nel settore dei tappi per vino, nasce l’idea del Vino Libero & Nomacorc Tasting Championship, un vero e proprio campionato di degustazione che vede protagonisti i vini senza concimi di sintesi, senza diserbanti e senza almeno il 40% di solfiti rispetto al limite previsto per legge realizzati dalle 12 cantine d’Italia che hanno aderito al Disciplinare dell’Associazione.

A seguito della scelta di Vino Libero di adottare su alcune referenze i tappi Select Bio di Nomacorc, realizzati con materiale bioplastic derivante dalla canna da zucchero che, oltre ad avere un’impronta di carbonio assente, grazie all’uso di polimeri rinnovabili di origine vegetale, consentono di ridurre lo spreco di vino causato dal sapore di tappo o da alterazioni dovute al passaggio non ottimale di ossigeno, è sorta infatti l’esigenza di comunicare tutti gli evidenti e soddisfacenti risultati positivi che si sono sviluppati a seguito della collaborazione. E quale miglior modo per abbattere le diffidenze verso una chiusura sintetica se non un vero e proprio test sul campo, con la possibilità di esprimere un voto?

Il progetto, che  mira a coinvolgere non solo i maggiori esperti del mondo del vino in tutta Italia, tra cui Sommelier, Assaggiatori e giornalisti del settore ma anche semplici appassionati e clienti incuriositi all’interno degli store Eataly, ha l’obiettivo di arrivare a definire quale, tra le otre 50 referenze Vino Libero, identificate dalla tipica bandierina sul collo della bottiglia, sia la loro preferita, prescindendo da ogni giudizio legato alla tipologia di chiusura utilizzata.

 

In ciascuno dei tre appuntamenti previsti, a partire da quello di Torino, cui seguiranno le tappe di Roma e Milano, i partecipanti potranno testare innanzitutto due campioni di diverse tipologie di vino, ciascuno chiuso con tre diversi tappi, e capire così come il processo di ossigenazione in bottiglia sia influenzato dalla chiusura utilizzata. Solo allora inizierà la competizione, incentrata su sei referenze tra le più rappresentative.

 

Tema di Torino saranno i vini rossi, mentre a Roma si esplorerà il mondo dei vini bianchi, per arrivare alla finale di Milano, dove vini bianchi e rossi saranno messi a confronto ed analizzati per le loro caratteristiche organolettiche. Tutti i risultati ed i contributi saranno raccolti in una pubblicazione.

 

Il comunicato stampa qui sopra è a cura dell’Ufficio stampa di Eataly:                                                                      Chiara Destefanis – destefanis@fontanafredda.it - +39 342/6696519                                                                     Andrea Di Curzio – a.dicurzio@winedreamers.com - +39 335/1041358

E’ stata una serata assai interessante. La prima parte ha visto le valutazioni di due vini differenti con tre diverse tipologie di tappi Nomacorc (diversa permeabilità all’ossigeno esterno): molto interessante le differenze, comunque quasi impercettibili, rilevate sul Sangiovese Inno di Gianna Nannini, bene illustrate dall’enologo Manuel Pieri. Presente, per Nomacorc il Direttore Commerciale Filippo Pieroni. Certo, si tratta di questioni di grande complessità e sulle quali non c’è perfetta concordanza tra i veri esperti e ricercatori, ma la serietà dell’esperienza Nomacorc va comunque evidenziata nel giusto risalto.

La seconda parte della serata ha visto la valutazione di cinque vini rossi scelti tra quelli facenti parte del brand Vinolibero: Barolo No Name di Borgogno, Nebbiolo Filari corti di Brandini, Dolcetto di Dogliani Superiore Vigna del Pilone, Già di Fontanafredda e Rosso dell’Abazia di Serafini & Vidotto. Pur non amando in particolare il classico uvaggio bordolese, devo dire che la mia preferenza è andata, tra questi vini, al Rosso dell’Abazia, che ben conoscevo e che si presenta sempre come un prodotto di grande interesse e di qualità superiore (tralascio i dettagli di valutazione organolettica).

Serata come sempre, quando organizza Eataly, di interesse e soddisfazione.

http://www.vincenzoreda.it/vinolibero-by-oscar-farinetti/

http://www.vincenzoreda.it/innno/

http://it.nomacorc.com/

 

 

 

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La Sicilia non delude mai….

GOWINE

MARTEDI’ 3 MARZO 2015
Star Hotel Majestic **** – Corso Vittorio Emanuele, 54 – Torino

VIAGGIO NELLA SICILIA DEL VINO
Focus su una grande regione del vino

Go Wine a  Torino con i vini della Sicilia:

In gustazione  i vini delle seguenti aziende:
Armosa – Scicli (Rg)
Castellucci Miano – Valledolmo (Pa)
Donnafugata – Marsala (Tp)
Duca di Salaparuta – Casteldaccia (Pa)
Fausta Mansio - Siracusa (Sr)
Fenech - Malfa (Me)
Ferracane  - Marsala (Tp)
Giasira – Rosolini (Sr)
Gulfi – Chiaramonte Gulfi (Rg)
Planeta – Menfi (Ag)
Spadafora – Palermo
Valenti – Castiglione di Sicilia (Ct)
Vinifer-Tranchida – Marsala (Tp)
Wiegner – Castiglione di Sicilia (Ct)

Conosco bene i vini siciliani e mi piacciono soprattutto i bianchi del trapanese (in testa il Grillo) e i rossi dell’Etna (Nerello Mascalese in primis), ma stavolta sono stato colpito da due personaggi davvero particolari, e dai loro vini, pare ovvio.

Francesco Fenech e Peter Wiegner: uno siciliano, l’altro svizzero. Fanno vini strepitosi in Sicilia. Il primo a Salina (Eolie), il suo Maddalena (nome della figlia) è una Malvasia delle Lipari secca da togliere il fiato, 2014, imbottigliata da 3/4 giorni: un portento! Detto tra di noi, anche la Malvasia passita non è male…
Peter lavora sull’Etna e i suoi tre vini (un Fiano, un Nerello Mascalese e un Cabernet Franc in purezza) sono tutti eccellenti, con una citazione speciale per il Cabernet, si chiama Artemisio. Fino di grande finezza, poco alcol (12.5%vol), davvero ottimo (e con una personalità lontana parsec dai “soliti” vini…).

Fidatevi di chi giudica facendo riferimento soltanto ai propri sensi, alla propria esperienza, alla propria onestà intellettuale, prima ancora che deontologica.

www.fenech.it

www.wiegnerwine.com

www.gowine.it

 

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“La mimosa” di Pablo Neruda

Io ho tanto amato Pablo Neruda da adolescente: ho scoperto da solo Il Canto General, le Veinte Poemas de amor. Ho letto il suo splendido Confesso che ho vissuto (prestato a chissà chi e oggi scomparso dalla mia Biblioteca). Ho poi visto una vecchia fotografia in cui il grande Pablo regge sulle ginocchia il mio amico Enrico, all’ombra della locomotiva, in Alpignano.

E amo gli alberi e i fiori degli alberi: le mimose sopra tutti. Il giallo sfacciato, provocante sensuale. Franco, quasi scostumato. E quell’olezzo inebriante, che ubriaca più di un grande vino.

Ma questa poesia, tra le mie preferite, non l’ho scoperta io: fu mia figlia, alle elementari, che me la fece conoscere e amare.

E’ tempo di mimose: come ogni anno, è giusto in questa stagione regalarla a chi ancora non la conoscesse: è un mio omaggio fatto con lo stomaco, più che con il cuore. E con l’organo (non so quale sia) che produce la sensibilità e il bisogno di donare senza aspettare alcuna ricompensa in cambio. Sono i regali più belli.

Andavo da San Jeronimo

verso il porto

quasi addormentato

quando

dall’inverno

una montagna

di luce gialla

una torre fiorita

spuntò sulla strada e tutto

si riempì di profumo.

Era una mimosa.

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La Fassoneria a Torino

https://www.facebook.com/Fassoneria?fref=ts

Localino piccino, non più di 30 coperti, situato nella magnifica piazza Emanuele Filiberto (al n. 4) in un seminterrato di fascino particolare dalle cui ampie finestre si gode lo spettacolo di questa storica piazza torinese, compresa nel Quadrilatero romano, che tanto sa di Parigi. A due passi da Porta Palazzo e due passi e mezzo dal Balon.

In due abbiamo preso una tagliata di manzo, una battuta, crocchette di patate e poi, pare ovvio, abbiamo dovuto per forza di cose assaggiare uno dei magnifici hamburgher: la scelta è caduta sul Pepperburger ed è stata una scelta azzeccata!

Dunque: servizio rapido, efficiente e cortese. Materia prima di qualità eccellente (la carne è ottima per davvero), preparazioni mai banali con accostamenti delicati e sapori mai truculenti: una vera sorpresa.

Poche etichette per vino e birra ma scelte di ottima qualità con una citazione speciale per la birra: ho preso la Ambrata e devo ammettere che mi ha sorpreso.

In due, senza esagerare ci si riempie con 15/20 euro a testa: cosa’altro?

Andateci sereni, e non ve lo dico soltanto io: il successo di questo localino testimonia della sua qualità.

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Sulle ali del Barolo di Gianni Gagliardo

Sulle ali del Barolo

Editore Cinquesensi di Lucca, 15 euro per 160 pagine fresche, curiose, insolite.

Gianni Gagliardo, grande del vino e grandissimo del Barolo (ah! il suo Preve, Barolo di ogni tanto e per pochi…), ha voluto 21 dei miei bicchieri e la copertina dipinta proprio con qualche goccia di Preve 2007. Devo ringraziarlo, è venuto un gran bel lavoro, così come eccellente è stata l’opera di Leonardo Castellucci, l’amico editore di Lucca (ma fiorentino autentico e tra i pochi fiorentini simpatici).
Avanti Savoia!!

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I miei quadri per G. Gagliardo

Sulle Ali del Barolo, di Gianni Gagliardo, Cinquesensi Editore di Lucca.

Qui sopra i miei tre testi d’introduzione alle tre sezioni (7 quadri ciascuna) che sono contenute fuori testo nel libro.

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Vincenzo Reda, un bel curriculum

Sono nato in un paesino della Sila Grande (Calabria), nel 1954 durante la vendemmia. Dal 1960 vivo a Torino.

L1130865 1Ho conseguito il diploma di aiuto regia  nel ‘75 con Adriano Cavallo (aiuto di Orson Welles) al Centro sperimentale di Arte drammatica di Torino con un allestimento de I morti senza tomba di J.P. Sartre; ho lavorato al Gobetti come direttore di scena e direttore delle luci per La calzolaia ammirevole di Federico Garcia Lorca.

Nel ‘76 con Plinio Martelli ho girato il film sperimentale di body art Ogni corpo occupa un suo spazio che è stato presentato alla biennale di Venezia lo stesso anno e oggi è proprietà della Gam di Torino. Poi fino all’83 ho fatto molte mostre di fotografia, delle quali la più importante nel 1980: Il diavolo ti vuole, performance con Bruno Chiarenza, presentata per la prima volta al  Postino Cheval di via Palazzo di Città.

Tra il 1976 e il 1978 ho avuto importanti esperienze a Radio e TeleTorino International e, soprattutto, a Radio ABC Italiana, di cui sono stato direttore e per cui ho realizzato diverse trasmissioni e scritto testi originali.

Tra il 1979 e il 1996 ho diretto aziende, di cui ero socio, nel settore della comunicazione e dell’editoria. Nel biennio ‘89/91 ho ricoperto la carica di Vicepresidente dei Giovani Industriali di Torino e, tra il 1993 e il 1995, sono stato Vicepresidente nazionale dell’Aipe (Associazione piccoli editori italiani). Tra il 1996 e il 2011 ho lavorato come consulente per le riviste Prima Comunicazione, Oasis, Airone,  Archeo e Medioevo, oltre che di numerosi enti fieristici (Ancona, Torino e Cosenza).

Ho cominciato a scrivere di vino e di cibo nel 2003.

Nel 1989 ho pubblicato il mio primo libro: un volume di poesia sperimentale Caccole e tentlalia e dal 1993 dipingo col vino su carta, stoffa e cristallo. Nel 2009 ho pubblicato Più o meno di vino per Edizioni del Capricorno. Nel 2010 è uscito Quisquilie & Pinzillacchere per i tipi di Graphot. Nel 2011 ho pubblicato per Newton Compton 101 Storie Maya che dovresti conoscere prima della fine del mondo. Lo stesso libro è stato distribuito da Focus Storia nel novembre dl 2012, ristampato per Gruner-Mondadori. Nel 2012 è uscito per Graphot Rime Sghembe e nel luglio del 2013 per Edizioni del Capricorno: Di vino e d’altro ancora. Per i tipi di Cinquesensi Editore è  uscito nel 2014  Sulle ali del Barolo di Gianni Gagliardo di cui ho curato le illustrazioni.

Il 28 dicembre 2014 ho partecipato a Mela Verde, Canale 5, intervistato da Edoardo Raspelli.

Ho cominciato a esporre i miei quadri dipinti con il vino a Capo Liveri (Isola d’Elba) nel 1998; sono stato invitato a partecipare alle principali manifestazioni legate al vino in Italia e ho esposto in molte città italiane, negli Usa e in India. Ho mostre permanenti presso i ristoranti Li Jalantuumene, Monte S. Angelo (FG) e L’Ostu Duca Bianco di La Morra (CN). Ho realizzato etichette per vini importanti e alcune mie opere sono state acquistate da collezionisti di India, USA, Brasile, Germania, Sud Africa, Cina e Giappone. La mia scacchiera di vino su cristallo è stata usata in occasione delle Olimpiadi degli scacchi a Torino, nel 2006.

Attualmente scrivo sul periodico professionale Barolo & Co e su Focus Storia.

Curo personalmente dei corsi di storia del cibo e del vino a Eataly Lingotto. Sono consulente per la comunicazione di alcuni importanti produttori di vino. Dal 2012 collaboro, con diversi ruoli, all’evento Collisioni in Barolo.

Sono sposato dal 1990 e ho una figlia indiana, adottata nel 1998 (nata a Bombay nel 1992).

Vincenzo Reda - Via Piave, 9 - 10122 Torino - Tel/Fax: +39011 4362398 - Cell: +39335 5358828

redavincenzo@libero.it

www.vincenzoreda.it

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Jacques-Ives Cousteau: un vino di 2200 anni

“Sotto uno dei tappi di pozzolana trovammo un rivestimento interno di sughero ermeticamente sigillato con pece resinosa. E si sentiva del liquido sciaguattare nell’interno. Avevamo trovato lo «strato del vino» nei nostri scavi. Dissi, «Come faremo a non ubriacare il Calypso con le migliaia di ettolitri che dovranno venire a bordo?». Travasammo un litro circa di liquido trasparente, appena rosato, in un fiasco. Non seppi resistere alla tentazione di bere del vino vecchio di 2200 anni. Sentii la muffa dell’antichità del mondo in quel vino fantastico. Aveva perduto tutto l’alcool, ma non sapeva per niente di salmastro. Un compagno di bordo vide l’espressione del mio volto e domandò, «Un secolo di cattiva vendemmia?». Sul fondo della giara trovammo una feccia resinosa, porporina. Originariamente, l’interno delle anfore era stato rivestito di pece per impedire l’evaporazione attraverso le pareti d’argilla porosa. Questa consuetudine diffusa tra gli antichi mercanti di vino dava al vino un gusto di resina.

Fra tutte le migliaia di anfore che ritrovammo nel relitto, non ne capitò più nessuna contenente vino. Era chiaro che la nave aveva a bordo un carico di vino rosso quando la mala sorte l’aveva ghermita, ma, eccettuata quella sola anfora, il mare se lo era bevuto tutto.”

Il brano qui sopra è tratto dal volume Vita nel mare (The living sea), pubblicato da Garzanti nel 1963 e scritto da Cousteau con James Dugan. Si tratta di una delle prime imprese di archeologia subacquea: una nave da carico romana, lunga circa 30 mt. e larga 9, ritrovata su un fondale di una quarantina di metri al largo di Marsiglia nell’estate del 1952. Era una grande nave da circa 10.000 anfore naufragata intorno al III secolo a. C.

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Joseph Campbell, L’eroe dai mille volti – The Hero with a Thousand Faces

Fu pubblicato nel 1949 per i tipi della Bollingen Foundation di New York, casa editrice fondata dal miliardario americano Paul Mellon su suggerimento di C. G. Jung. In Italia è stato tradotto nel 1958 da Feltrinelli e nel 2000 da Guanda per la Biblioteca della Fenice. E’ il libro più famoso di Joseph Campbell (1904/1987), studioso di mitologia comparata e religioni.

Questo è uno di quei libri che non smetto mai di leggere, di consultare, di usare come lenimento, sedativo, unguento e anche come suggerimento, come conferma, come finestra da spalancare sui dubbi. Ho appena finito di rileggerlo e ne ho  di già il rimpianto.

Mi piacerebbe riportare un numero spropositato di citazioni: così tante che non mi sento di privilegiarne alcuna da scrivere sul mio sito. In verità, ognuno dei molti capitoli del libro è una miniera inesauribile di notizie, di storie, di considerazioni.

Sono circa 400 pagine, di cui un supplemento di note di circa 40 pagine – scritte in corpo 6 – che sono preziosissime e irrinunciabili ulteriori informazioni. Per chi studia o, anche in maniera più semplice, è appassionato di religioni e di mitologia questo volume è insostituibile: vengono citati, analizzati e comparati miti e riti (religioni incluse) di ogni parte del mondo e di ogni epoca storica, senza alcun pregiudizio e con una lucidità antropologica, storica, psicoanalitica che non ho trovato in alcuna altra pubblicazione simile anche di studiosi di grande prestigio (Boas, Malinowski, Levy-Strauss…).

Non ho idea se sia stato ristampato o se sia tuttora reperibile nel catalogo della Guanda: ma questo sarebbe certo un regalo bellissimo da fare a persone che in qualche modo amano o studiano mitologie, mitopoiesi, religioni.

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Artistas, locos y criminales: Obdulio Varela by El Gordo Soriano

Quasi tutti quelli che conoscono Soriano hanno letto di Obdulio Varela su Futbol, l’antologia pubblicata postuma nel 1998; per la verità, l’intervista (del 16 luglio 1972, pubblicata sul quotidiano La Opinión) al campione uruguagio fu inserita nel volume del 1983, Artistas, locos y criminales ( Artisti, pazzi e criminali, pubblicato in Italia, da Einaudi, nel 1996 e la mia copia che riporto a fianco è quella prima edizione).

Obdulio era nato il 20 settembre 1917, aveva cominciato a giocare nella massima serie uruguagia nel 1934 e giocò fino al 1955. Non era gigantesco, come dicono le cronache: non arrivava infatti al metro e ottanta; morì il 2 agosto 1996 a Montevideo, la sua città natale. Osvaldo Soriano (nato a Mar del Plata il giorno dell’Epifania del 1943) scomparve pochi mesi dopo a Buenos Ayres, il 29 gennaio del 1997: El Gordo fu portato via da un cancro ai polmoni, inevitabile data la quantità immane di sigarette che aveva fumato.

Domani, 16 luglio 2010, sono 60 anni da quella fatidica finale, la citazione è d’obbligo: ma rispetto a tutti gli altri che ogni tanto citano questo scritto di Soriano, a me piace riportare il dopo partita: quello sì per davvero memorabile.

Questa intervista mi fu suggerita da Hermenegildo Sábat, il quale illustrò sul quotidiano quasi tutti i testi, poi raccolti nel volume Artisti, pazzi e criminali.

Il 16 luglio 1950, nello stadio Maracaná di Rio de Janeiro, nacque una delle ultime leggende del calcio rioplatense; quel giorno, l’imponente centromediano uruguayano Obdulio Varela mise a tacere centocinquantamila tifosi che inneggiavano al goal brasiliano durante la finale della Coppa del Mondo, segnato dall’attaccante Friaca. Al sesto minuto del secondo tempo, il Brasile aprì le marcature incoraggiato dalle tribune zeppe del Maracaná, inaugurato proprio per questa partita. Allora, tutta Rio de Janeiro fu un’esplosione di giubilo; i petardi e i fuochi d’artificio si accesero nello stesso tempo. Obdulio, un ragazzone tagliato con l’accetta, raggiunse la sua porta già violata, prese il pallone in silenzio e lo strinse fra il braccio destro e il corpo. I brasiliani ardevano di giubilo e chiedevano altri goal. Quella modesta squadra uruguayana, seppure temibile, era una buona preda per conquistare il titolo mondiale. Forse l’unico che seppe capire la drammaticità di quell’istante, di ponderarla freddamente, fu il grande Obdulio, capitano – e molto di più – di quella squadra giovane che cominciava a disperarsi.

Sicché piantò gli occhi grigi, neri, bianchi, rilucenti, contro tutta quella luce, gonfiò il petto massiccio, e si avviò muovendo appena i piedi, provocatore, senza rivolgere una parola a nessuno, e la gente dovette aspettare tre minuti prima che arrivasse in mezzo al campo e rivolgesse all’arbitro dieci parole in uno spagnolo incomprensibile. Non ebbe orecchi per i brasiliani che lo insultavano perché avevano capito la sua manovra geniale: Obdulio raffreddava gli animi, metteva distanza fra il goal e la ripresa di modo che, da quel momento, la partita e l’avversario di ritrovassero diversi.Varela

Quella sera sono andato col mio massaggiatore a fare un giro nei locali per berci qualche birra e siamo capitati in quello di un amico. Non avevamo neanche un cruzeiro e ci siamo fatti fare credito. Ci siamo ficcati in un angolo a bere e di là guardavamo la gente. Tutti stavano piangendo. Sembrava una bugia; la gente aveva le lacrime agli occhi. D’improvviso vedo entrare un tizio grande e grosso che sembrava disperato. Piangeva come un bambino e diceva: «Obdulio ci ha fottuti» e piangeva sempre di più. Io lo guardavo e mi faceva pena. Loro avevano preparato il carnevale più grosso del mondo per quella sera e se l’erano rovinato. A sentire quel tizio, gliel’avevo rovinato io. Mi sentivo male. Mi sono accorto che ero amareggiato quanto lui. Sarebbe stato bello vedere quel carnevale, vedere come la gente se la spassava con una cosa così semplice. Noi avevamo rovinato tutto e non avevamo ottenuto niente. Avevamo un titolo, ma cosa importava  confronto a tutta quella tristezza? Ho pensato all’Uruguay. Là la gente doveva essere felice. Ma io ero a Rio de Janeiro, in mezzo a tutte quelle persone sconsolate. Mi sono ricordato del mio odio quando ci avevano segnato il gol, della mia rabbia, che adesso non era più mia ma mi faceva male lo stesso.

Il proprietario del bar si è avvicinato a noi insieme a quel tizio grande e grosso che piangeva. Gli ha detto: «Lo sa chi è questo qui? E’ Obdulio». Io ho pensato che quel tizio mi avrebbe ammazzato. Ma mi ha guardato, mi ha abbracciato e ha continuato a piangere. Subito dopo mi ha detto: «Obdulio, accetta di venire a bere un bicchiere con noi? Vogliamo dimenticare, capisce?». Come potevo dirgli di no! Abbiamo passato tutta la notte a sbevazzare da un bar all’altro. Io ho pensato: “Se devo morire questa notte, così sia”. Però eccomi qui.

Se adesso dovessi giocare di nuovo quella finale, mi segnerei un gol contro, sissignore. No, non si stupisca. L’unica cosa che abbiamo ottenuto vincendo quel titolo è stato dar lustro ai dirigenti dell’Associazione Uruguayana di Calcio. Loro si sono fatti consegnare le medaglie d’oro e ai giocatori ne hanno date altre d’argento. Lei crede che si siano mai ricordati di festeggiare i titoli del 1924, del 1928, del 1930 e del 1950? Mai. Noi giocatori che abbiamo partecipato a quei campionati ci riuniamo adesso per conto nostro ogni anno il 18 luglio, che è la festa nazionale. Festeggiamo per conto nostro. Non vogliamo neanche ricordarci dei dirigenti.

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ϕ,phi, 1,6180339887

ϕ: questa è la ventunesima lettera dell’alfabeto greco, consonante fricativa bilabiale sorda, si pronuncia, più o meno, phi. In matematica è il simbolo del numero d’oro, o numero aureo teorizzato da Euclide d’Alessandria (325-265 a.C.) nel suo fondamentale Elementi di Geometria, VI libro (di XIII).

AureaIl numero esprime la medesima proporzione che lega una retta e i suoi due segmenti disuguali: quando la lunghezza totale della retta e il suo segmento maggiore hanno la stessa proporzione del segmento maggiore rispetto al segmento minore si ha un rapporto aureo: 1,618…periodico (numero irrazionale, ovvero i decimali proseguono all’infinito senza alcuna regola).

Pare impossibile ma questo numero è una delle costanti dell’Universo e c’entra con la Natura e l’Arte.

Intorno al 1202 un matematico toscano (Leonardo Pisano, nato a Pisa nel 1170, meglio noto come Fibonacci, ovvero figlio di Bonacci) pubblicò un libro fondamentale dal titolo Liber Abaci. In questo libro innanzi tutto s’introducono in maniera definitiva i numeri arabi, zero compreso, ignoto in occidente e teorizzato per primo dal matematico indiano Brahmagupta nel suo Brahmasphutasiddhanta, nel 628 d.C. da cui lo presero gli arabi. Ricordando che i Maya lo zero lo usavano già qualche secolo prima di Cristo. Nello stesso libro Fibonacci risolve il celebre problema dei….conigli! Ovvero: quante coppie di conigli avremo a fine anno se ogni mese una coppia genera una coppia di conigli che a loro volta genereranno dopo un mese un’altra coppia, ecc?

La soluzione è rappresentata  dalla famosa Successione di Fibonacci: 1,1,2,3,5,8,13.21,34,55,89,144…. Aurea 1Ecco, alla fine dei dodici mesi si avranno 144 coppie di conigli, ma soprattutto Fibonacci avrà scoperto una sequenza “magica” di numeri legata dal fatto che ogni numero è la somma dei due numeri che lo precedono: quando i numeri cominciano a diventare abbastanza grandi, il rapporto che lega due numeri successivi si avvicina sempre più           al rapporto aureo: 1,61803398874989484820458683…..

Il francescano Luca Pacioli (Borgo Sansepolcro 1445/1517), matematico allievo del concittadino pittore e matematico Piero della Francesca, scrive a Milano un’opera fondamentale: De Divina Proportione, illustrata da Leonardo da Vinci e pubblicata nel 1509 a Venezia. Questo lavoro diventa fondamentale per comprendere tutta l’arte rinascimentale e poi tutta l’arte occidentale che al rapporto aureo, per dritto o per traverso, fanno riferimento.

Tutto questo e tanto assai d’altro ho avuto modo di leggere in questo librino La sezione aurea – Il linguaggio matematico della bellezza, pagato 1,99 € in edicola: mai fatto un investimento migliore.

Personalmente non ne avevo bisogno, ma leggendo questo librino si comprende quanto matematica, arte, poesia, architettura, algebra, natura, scienza, letteratura siano strettamente legate….Al contrario di quanto nelle scuole occidentali da secoli si insegna: la poesia è matematica e la matematica è poesia!

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