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Becuét di Giuliano Bosio

Accompagnando i miei adorati bucatini alla carbonara e poi una semplice insalata – di cui sono ghiotto: soltanto olio come si deve, sale e un po’ di aceto mio – ho gustato alcuni sorsi del primo Becuét in purezza Ël Prussian 2019 di Giuliano Bosio che  qualche giorno fa mi ha portato l’amico Piero D’Alessandro.
Non mi basta un primo assaggio, ho bisogno di ritornarci ancora qualche volta, come sempre.
Comunque: è un vino dal colore rosso rubino intenso con riflessi violacei; al naso si presenta con un profumo netto di ciliegia matura che nel finale tende alla confettura; i tannini sono leggeri, non mostra un gran corpo ma in bocca dona una sensazione di “fruttato rustico” assai piacevole. Il finale è leggermente abboccato con 12,5% vol. A tutta prima lo consiglierei per accompagnare agnello, bolliti e affettati non troppo stagionati. Ma ci ritornerò sopra con più calma.                                                       Pochi giorni dopo ho potuto ancora gustare il Becuét 2019 Ël Prussian in compagnia di Piero D’Alessandro.Questa volta eravamo sulla terrazza della casa con annessa cantina di Giuliano a Almese, sopra uno splendido balcone che sorveglia l’imbocco della Valle di Susa. Mi sono ritrovato a arzigogolare tra me e me, interrogandomi su quale fosse quel particolare profumo che sentivo nel calice, profumo che il palato corrispondeva appieno. Mentre così mi arrovellavo, ho alzato lo sguardo e ho notato dirimpetto, in alto, l’Abbazia della Sacra di San Michele; eureka! quel vino aveva i profumi e i sentori propri dell’Abbazia di San Michele!!
Il vitigno Becuét è originario delle valli di Savoia Isère dove si conosce da oltre un paio di secoli con il nome di Persàn. Nelle valli delle Alpi Cozie è citato a partire dal 1877 con le varianti Becoutte (beccuccio) o Berla ‘d crava (deiezione di capra.
E’ un vitigno delicato dai grappoli piccoli, così come gli acini ovoidali e assai pruinosi. Maturazione medio-tarda e potatura lunga sono caratteristiche di questa varietà di solito usata per migliorare l’Avanà. In purezza è un vino di rustico fruttato e soprattutto dal colore rubino intenso davvero tipico.

http://www.baratuciat.com/page_5.html

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Cascina Castlet: il rosso Ucelline di Mariuccia Borio

http://www.vincenzoreda.it/go-wine-2017-bere-il-territorio/

https://www.cascinacastlet.com/it/azienda

«Mi chiamano Uceline. Sono il volo di un piccolo stormo di uccelli che partono per terre lontane dopo la vendemmia o tornano con la primavera dopo aver passato l’inverno nelle terre calde d’Africa. Lascio spazio all’immaginazione e ai sogni. Ero rimasto in fondo ai filari e si erano dimenticate le mie virtù. Uvalino è il nome della mia uva. Pareva un diminutivo, un vezzeggiativo che si regala ai piccoli. Gli uccellini all’alba becchettano i miei acini maturi. Loro non avevano mai smesso di sapere quanto valevo. Tenacia e ricerca, anno dopo anno, mi hanno fatto tornare grande tra i grandi. Ho forza straordinaria di vulcano che si ridesta. Ho il gusto intenso che viene da terre antiche. Radici profonde, foglie assetate di sole, grappoli che maturano quando l’autunno entra nell’inverno e le nebbie sfumano il rosso intenso dei filari. Non ho superbia, ma la certezza di saper conquistare chi capirà tutta la mia storia. Sono serviti i racconti dei vecchi e la loro memoria. E’ servita la capacità dei giovani e la loro nuova conoscenza per scoprire che faccio bene e parlo al cuore. Ho in me, più degli altri vini rossi, un componente che, in altri tempi, avrebbero definito pozione magica. Il suo nome è difficile da ricordare: resveratrolo e la scienza dice che “pulisce” il sangue.
Eccomi pronto a dimostrarlo».                                                                                                                                     «L’Uvalino ha sempre fatto parte della mia vita. Per noi bambini, la raccolta dell’Uvalino era una festa – racconta Mariuccia Borio – Nel 1992 impiantai il primo filare. Oggi ho circa un ettaro e mezzo di Uvalino, in due vigneti. La prima annata in commercio fu la vendemmia 2006: uscì nel 2009. Oggi ne produco circa 5 mila bottiglie. È un vino che deve essere apprezzato con qualche anno d’età».                                                                                                                                                                      Nel febbraio del 2017, durante un evento organizzato dai miei amici di Go Wine ero rimasto davvero sorpreso dall’Uceline 2011, vino spremuto da uve raccolte surmature dal rarissimo vitigno Uvalino, riscoperto da quella autentica fuoriclasse che risponde al nome di Mariuccia Borio con il suo enologo Giorgio Gozzelino. Di recente, 3 anni dopo, l’amico Piero D’Alessandro mi ha portato una bottiglia di Uceline  2012 (con la bellissima etichetta creata dal grande Giacomo Bersanetti, purtroppo scomparso prematuramente) da gustare e valutare, impiegando tutto il tempo che mi serve.                                                                                                                                                                   Gustato con calma a casa mia, prima con la bresaola e poi, soprattutto, a fine pasto con ottimi duroni, mi è parso un vino inaudito, un vino iperbolico, strabiliante. A cominciare dal colore rubino intenso con importanti riflessi granati, per continuare con profumi penetranti di confettura di marasca che nei sentori secondari e terziari riportano al tabacco e al caffè; per finire con un palato lunghissimo, impastato da tannino e acidità che danzano in splendida armonia. In un vino del genere 15,5% vol di alcol nemmeno si percepiscono. Io non amo l’Amarone che ho sempre considerato un vino finto e posticcio, mentre il suo tradizionale papà, il Recioto (ma anche il Ripasso) non li ho mai stimati abbastanza. Ebbene, L’Uceline, stessa tipologia di vino da uve surmature e passite, rispetto a questi è di gran lunga migliore, più schietto, più complesso: non a caso si parla di uve e vini tradizionali, peculiari delle Terre astigiane da secoli. E costa anche meno…

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Jean Giono: Melville
Ho finito di leggere questo libro stranissimo e non poco complicato. Jean Giono (1895/1970) è celebre per essere stato il primo traduttore di Moby Dick in Francia, così come Pavese lo fu per l’Italia. Egli per 5 o 6 anni si immerse totalmente nel personaggio di Melville e questo libro, pubblicato da Guanda, di non semplice lettura, ne è testimonianza.
Jean Giono lo conoscevo per alcune righe acute e peculiari che scrisse su Torino nel 1951:
«Già ieri sera avevo visto certe soglie, certe porte, certe viuzze, certi portici che recitavano la commedia, e persino il Riccardo III. Eppure è soltanto Torino, è la Torino di cui non si parla mai».

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Tallone Editore: Manuel des Amphitryons di Grimod de la Reyniére

«Un vrai gourmand aime autant faire diète que d’être obligé de manger précipitamment un bon diner» (Un vero goloso ama fare le diete quanto mangiare in fretta una buona cena).
Una citazione dall’Almanach des Gourmands (Parigi 1803) di Alexandre Balthazar Laurente Grimod de la Reynière (Parigi20 novembre 1758 /Villiers-sur-Orge25 dicembre 1837) di cui per i tipi di Tallone Editore è stato pubblicato nel 2015 il Manuel des Amphytrions(Parigi, 1808) in lingua originale e composto con carattere Caslon per 368 esemplari in 4° su carte Fabriano e Magnani. Testo fondamentale della civiltà del convivio e della gastronomia occidentale, il Manuel des Amphitryons fu scritto durante anni dell’Impero, quando a Parigi, scampato il periodo della Rivoluzione e del Terrore, intellettuali, nobili, artisti e amanti delle buon vivere ricominciarono a animare le serate parigine.                                                                                                     Il volume, in lingua francese, con saggi di Armando Torno Gérard Roero di Cortanze, composto a mano con 360.000 caratteri Caslon originali in molti anni di lavoro, rappresenta un primato dell’editoria contemporanea; l’iniziativa e le carte italiane, il testo francese, gli inchiostri tedeschi e i caratteri inglesi, uniscono in quest’opera brillante l’Europa del sapere e del fare. Le 18 tavole, incise sul modello dei rami originali, sono state realizzate dall’Incisoria Baroli di Milano.                                                                                                  Purtroppo, in molti conoscono Brillat-Savarin e quasi nessuno questo straordinario dandy dall’ironia che spesso rasentava il sarcasmo, anche lugubre, che manifestò in alcuni scherzi rimasti memorabili. Di origini nobili, fu cacciato dall’ordine degli avvocati causa un suo libro antinobiliare e questo fatto, probabilmente, costituì il suo salvacondotto durante la Rivoluzione. Ricchissimo e dall’appetito formidabile, era conosciutissimo a Parigi per le sue cene spesso stravaganti. Era piccolo di statura e aveva mani deformi che nascondeva sempre con eleganti guanti. Si può considerare il primo critico cucinario e il suo Almanach (pubblicato in otto successive edizioni tra il 1803 e il 1812) è senza dubbio la prima guida gastronomica in quei tempi in cui stava affermandosi la grande ristorazione come impresa privata. Suo coevo il grande cuoco Marie Antoine Carême Arfäně (Parigi8 giugno 1784/Parigi12 gennaio 1833). A oggi non esiste una traduzione italiana integrale dei lavori di Grimod.

https://www.talloneeditore.com/tallone/

http://www.vincenzoreda.it/i-vini-di-papa-paolo-iii-farnese-raccontati-da-sante-lancerio/

http://www.vincenzoreda.it/la-fisiologia-del-gusto-di-j-a-brillat-savarin/

 

 

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Enrico Tallone: un omaggio al Maestro Cesare Giaccone

Allorché, di tanto in tanto, mi vien fatto di ricordare quel giorno che Enrico Tallonemi portò da Cesare Giacconee ebbi la buona fortuna di gustare il suo capretto, ebbene mi pare di rivivere un piccolo angolo di paradiso: quel capretto è uno dei pochissimi ricordi che ti si fissano nella memoria e diventa piacevole assai rivisitarlo, riviverlo.                                                                                                                                                                    Ogni tanto.                                                                                                                                                                                        Da Cesare, al suo “Cacciatori” in Albaretto della Torre, ci sono tornato tante volte e spesso con Enrico Tallone e sempre con noi Cesare ha dato il meglio e non succede sempre: Cesare è un Artista, un uomo sensibile e non il noioso e impeccabile professionista che oggi va tanto di moda. Cesare annusa le atmosfere, sente le persone, fiuta l’aria come un segugio di razza e se c’è qualcosa che lo urta la sua cucina ne risente. Se non hai capito questo, non andare da Cesare.                                                                                                                                          Ho pubblicato sui miei libri dedicati al peperone e al tartufo due ricette che Cesare mi preparò per la bisogna e fu semplicemente straordinario vederlo all’opera in cucina.                                                                                           Enrico Tallone ha di recente reso omaggio al nostro grande Cesare: cuoco indicibile, uomo senza tempo, persona pronta a stupire – nel bene e nel male – con le sue imprevedibili stravaganze. Gli ha stampato una semplice plaquette, ben introdotta da Orlando Perera, contenente tre ricette d’autore: quasi come una sorta di lascito ereditario a chi ha goduto della sua cucina.
Tallone ha usato un coltissimo carattere cinquecentesco e ne ha tirati soltanto 76 esemplari numerati, usando le sue preziose carte.                                                                                                                                                              Insomma, l’omaggio di un Maestro a un altro Maestro.

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Idda by Angelo Gaja

Finalmente mi sono arrivati il Carricante e il Nerello Mascalese, i primi vini spremuti dalle vigne etnee che il mio grande amico Angelo Gaja produce con Alberto Graci.
Scopro con immenso piacere che parte delle vigne sono a Belpasso, paese che ho nel cuore (con tutta quella zona inenarrabile) fin da quando feci una mostra memorabile nel 2001, grazie soprattutto a Luciano Signorello.                                                                                                                                                                                    Frequento le pendici di Idda (Lei, l’Etna, divinità femminile) fin dal 1977 e ne bevevo i vini quando fuori della Sicilia non li conosceva nessuno.
Comincio con l’Idda rosso:14,5 %vol, meraviglioso colore rubino scarico con riflessi caldi; all’olfatto, appena mesciuto nel grande calice – un Riedel firmato Angelo Gaja sbreccato, io uso soltanto questo per i grandi vini: è un calice che ha una storia – esala profumi di ciliegia matura per aprirsi successivamente con sentori d’erbe di macchia mediterranea (salvia e timo, soprattutto) e una leggera speziatura di pepe bianco. Al palato è largo, sensuale, armonioso con tannini eleganti e lunga persistenza, più sulla lingua che in gola.
L’ho bevuto con un piatto tipico calabrese (pipi – friggitelli – e patate) e con la tradizionale sazizza piccante.
Che dire? Come al solito Angelo Gaja ha messo al mondo l’ennesimo grande vino che vorrei gustare tra un paio d’anni, quando senza dubbio avrà raggiunto la piena maturità (e il 2017 non fu per l’Etna una grande annata…)

E dopo l’Idda rosso, ampiamente gustato e valutato (e apprezzato) per almeno tre giorni, mi dedico all’Idda bianco 2018, un Catarricante che già dai primi assaggi mi si è presentato con promesse e premesse entusiasmanti, forse anche più del Nerello Mascalese.                                                                                                                        Ho cominciato con un assaggio aperitivo prima di a pranzo a gustarlo e valutarlo.                                                     A cena l’ho accompagnato con anelli di calamaretti cucinati in bianco e in umido; per il pranzo successivo ho scelto di ritornare sull’Etna, a Nicolosi precisamente, dove nella metà degli anni Novanta avevo scoperto le sensazionali penne saltate con pistacchi di Bronte. Un vino che saprà nei prossimi anni diventare davvero importante: le premesse e le promesse sono sorprendenti.
Abbiate cura di bere i bianchi, a maggior ragione se sono vini di grande personalità, non troppo freddi.
Dunque, 13% vol, questo Carricante dona alla vista un bianco paglierino pieno e saturo. Il primo impatto al naso è un delicato sentore di foglia di limone che evolve poi con profumi di fiori bianchi (tiglio tra gli altri) e successivamente accenni di erbe di macchia mediterranea. Al palato tutto subito inganna con una sensazione abboccata che però vira immediatamente verso spiccate note di agrumi che persistono a lungo sia in bocca sia in gola. Un vino di complessa personalità che promette di diventare grandissimo.
Ne riparliamo tra qualche tempo, per ora ringrazio Angelo per questo ennesimo regalo.

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WINE SPECTATOR, VINCENZO REDA wine painter by Collin Dreizen

 

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La Stampa 20.4.2020 articolo su Vincenzo Reda

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Pablo Neruda ritrovato, Amiga no te mueras…

Da anni inseguivo il ricordo di una poesia della mia adolescenza, finalmente l’ho ritrovata, è tratta dalla raccolta “Il fromboliere entusiasta (El hondero entusiastas, del 1924)

 

Amica, non morire…

Amica, non morire.

Ascolta queste parole che m’escono ardendo

e che nessuno direbbe se io non le dicessi.

Amica, non morire.

Son io colui che t’attende nella notte stellata.

Colui che sotto il tramonto insanguinato t’attende.

Guardo cadere i frutti nella terra cupa.

Guardo danzare le gocce di rugiada nell’erba.

Nella notte al denso profumo delle rose,

quando danza la ronda delle ombre immense.

Sotto il cielo del Sud, chi t’attende quando

l’aria della sera bacia come una bocca.

Amica, non morire.

Sono io colui che tagliò le ghirlande ribelli

per il ghiaccio selvatico fragrante di sole e di selva.

Colui che recò tra le braccia gialli giacinti.

E rose lacerate. E papaveri insanguinati.

Colui che incrociò le braccia per attenderti, ora.

Colui che spezzò i suoi archi. Colui che piegò le sue frecce.

Son io colui che sulle labbra conserva sapore d’uva.

Grappoli sfregati. Morsi vermigli.

Colui che ti chiama dalle pianure germogliate.

Son io colui che nell’ora dell’amore ti desidera.

L’aria della sera dondola gli alti rami.

Ebbro, cuor mio, sotto Dio, vacilla.

Il fiume scatenato scoppia a piangere e a volte

la sua voce s’assottiglia e si fa pura e tremula.

Risuona al tramonto, l’azzurro lamento dell’acqua.

Amica, non morire!

Son io colui che ti attende nella notte stellata,

sopra le spiagge auree, sopra le bionde aie.

Colui che colse i giacinti per il tuo letto, e le rose.

Disteso tra le erbe son io colui che ti attende!

 

Amiga, no te mueras….

Amiga, no te mueras./Oyeme estas palabras que me salen ardiendo/ y que nadie dirìa si yo las dijera./ Amiga, no te mueras./Yo soy el que te espera en la estrellada noche./El que bajo el sangriento sol ponente te espera./Miro caer los frutos en la tierra sombrìa./Miro bailar las gotas de rocìo en las hierbas./En la noche al espeso perfume de las rosas,/cuando danza la ronda de las sombras inmensas./Bajo el cielo del Sur, el que te espera cuando el aire de la tarde como una boca besa./ Amiga, no te mueras./Yo soy el que cortò las guirnaldas rebeldes/para el lecho selvatico fragrante a sol y a selva./El que trajo en los brazos jacintos amarillos./Y rosas desgarradas. Y amapolas sangrientas./El que cruzò los brazos por esperante, ahora./El que quebrò sus arcos. El que doblò sus flechas./Yo soy el que en los labios guarda sabor de uvas./Racimos refregados. Mordeduras bermejas./El que te llama desde las llanuras brotadas./Yo soy el que en la hora del amor te desea./El aire de la tarde timbra las ramas altas./Ebrio, mi corazon, bajo Dios, tambalea./El rìo desatado rompe a llorar y a veces/se adelgaza su voz y se hace pura y trémula./Retumba, atardecida, la queja azul del agua./ Amiga, no te mueras./Yo soy el que te espera en la estrellada noche,/sobre las playas àureas, sobre las rubias eras./El que cortò jacintos para tu lecho, y rosas./Tendilo entre las hierbas yo soy el que te espera!

 

 

 

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Nebbiolo Brume 2015 Casabuffetto

brume-2015-17420A sorpresa oggi ho ricevuto il Nebbiolo Doc Terre Alfieri Brume 2015 prodotto in S. Damiano d’Asti da Paola Casabuffetto con il contributo irrinunciabile del mio grande amico, l’enologo Vincenzo Munì.
Ho tante volte – ogni volta che ne ho resa libera una bottiglia – cantato le lodi del Brume 2011, l’ultima è stata in occasione della Pasqua appena trascorsa.
Aspettavo il 2015 dopo 3 vendemmie afone.
E questo millesimo, anche grazie a un’annata assai favorevole (abbondante neve in inverno e caldo in estate), l’ho trovato anche migliore, se possibile, del 2011 che fu una vendemmia strana. Questo Nebbiolo si presenta con un colore particolarmente scarico, profumi importanti di frutti rossi direi surmaturi (marasca, mora ma anche leggere fragranze di fragole di bosco), poco alcol al naso (non si sentono i 14% vol.) e in bocca tannino di eccezionale morbidezza e una persistenza in bocca e in gola che lascia in trance. Certo, per me 5/7 anni sono l’età ideale per gustare al meglio un grande vino da uve Nebbiolo, anche Barbaresco e Barolo: io sono animale che predilige i vini giovani.
Mi è venuta in mente Audrey Hepburn: eleganza, classe, armonia. Non cercate le rotondità e le sensualità di certe maggiorate mozzafiato, qui siamo a tutt’altre rarefazioni.
Amici miei, grazie per le bottiglie, aspettando con trepidazione di gustarlo insieme, come si conviene.
Intanto io l’ho bevuto con uno dei piatti miei prediletti: patate ‘mpacchiuse (la pronuncia corretta è impossibile per i non calabresi).

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Francisco Coloane

coloaneEra un omaccione di quasi due metri, così lo descrive Luis Sepulveda, grazie al quale, per le Edizioni Guanda – come Littin, Fajardo, Letelier – ho conosciuto questo novello Jack London (come lo definisce Alvaro Mutis): Francisco Coloane.

Cileno di Quemchì, nell’isola di Chiloè, dove nacque nel 1910, si imbarcò giovanissimo, figlio di un capitano di baleniere, e navigò in quelle fredde acque del Sud del mondo fino a circa trent’anni, quando decise che la sua vita sarebbe cambiata: divenne scrittore, lo scrittore dell’epopea del Sud del mondo.

La Patagonia l’avevo incontrata, come molti, nelle storie di Bruce  Chatwin: ma questo inglese un po’ snob non era un vero scrittore – la sua opera letteraria è assai sopravalutata. Chatwin era in realtà un viaggiatore, solamente un grande viaggiatore e non è poca cosa.

Dentro l’opera di Coloane, al contrario, si respira forte il vento gelido e la desolazione e le tragedie di esistenze strampalate.

L’opera di Coloane è la testimonianza dello sterminio delle razze e, peggio ancora se possibile, delle culture Ona, Yagan, Tehuelche, Alacaluf: indios cacciati come animali da criminali che riscotevano le ricompense, una o due sterline per ogni assassinio, in virtù delle paia di orecchie tagliate alle povere spoglie che consegnavano alle compagnie di allevamento del bestiame.

Dentro le pagine di Coloane c’è l’erba coiròn, ci sono i caranchos, gli stermini delle foche, le carcasse di balene spolpate dal vento e dagli avvoltoi, i velieri fantasma.

Capo Horn (il primo, del 1941), Terra del Fuoco, L’ultimo mozzo della Baquedano, Naufragi, I conquistatori dell’Antartide, Galàpagos, Antartico, La scia della baleniera, I balenieri di Quintay, Cacciatori di indios e la splendida autobiografia Una vita alla fine del mondo.

Li ho letti tutti ed è un gran bel leggere.

Se n’è andato nell’agosto del 2002, quel gran vecchio, adolescente, dalla grande barba bianca:

“Mi chiamo Francisco Coloane e vengo dalla fine del mondo”.

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Solo la Muerte, Pablo Neruda

E’ il bisogno come cibo – come acqua, come aria – di poesia che mi possiede, certe volte. E allora devo trovare sollievo al mio animo riarso con le parole di qualcuno dei Miei. Questo è un librino della collezione di poesia Einaudi, finito di stampare il 17 maggio 1969; lo acquistai un anno dopo, circa: il Principe Giulio era ancora regnante e io annaspavo nelle zacchere della mia adolescenza densa di scoperte.

Pablo lo conoscevano soltanto gli appassionati e gli specialisti, il mio eccellente professore di Italiano (scuola serale) ignorava chi fosse. Non c’era ancora stato Pinochet e il Nobel e Pablo era ancora soltanto un diplomatico: per me, sedicenne, fu come un pugno nello stomaco…La traduzione, stupenda, è di Salvatore Quasimodo che ho sempre considerato un poeta mediocre (i miei soliti giudizi trancianti e presuntuosi: ma così è) ma un grandissimo, quasi inarrivabile, traduttore di versi.

Da Resindencia el la tierra, II (1931/1935)

Solo la morte

Vi sono cimiteri solitari,/tombe piene d’ossa senza suono,/se il cuore passa da una galleria/buia,buia,buia,/

come in un naufragio dentro di noi moriamo/come annegando nel cuore/come scivolando dalla pelle all’anima.

………………

A volte vedo/solo bare a vela/salpare con pallidi defunti, con donne dalle trecce morte

con panettieri bianchi come angeli,/con fanciulle assorte spose di notai,

bare che salgono il fiume verticale dei morti,/ il fiume livido

in su con le vele gonfiate dal suono verticale della morte.

La morte arriva a risuonare

come una scarpa senza piede, un vestito senza uomo,

riesce a bussare come un anello senza pietra né dito,

riesce a gridare senza bocca, né lingua, né gola.

…………….

La morte sta sulle brande;/sui materassi che affondano, sulle coltri nere

vive distesa, e all’improvviso soffia:/soffia un suono oscuro che gonfia le lenzuola;

e ci sono letti che navigano verso un porto/dove sta in attesa vestita da ammiraglio.

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Aldo Palazzeschi, “Le carovane” e “Chi sono”

Le carovane

Oggi

io mi vedo davanti

una lunghissima,

interminabile via,

zeppa di carovane.

Lunghissima via polverosa

che si estende all’infinito

proprio davanti a casa mia.

Alla finestra della mia stanza da letto

io me ne sto a guardare

tutto quell’andare, quell’ansare, quel sostare.

Ferme, vaganti, volanti carovane,

si perdono nella via a me davanti.

Carovane alte e verdi

d’olivi e di castagni,

d’abeti, di platani e d’ontani,

di cipressi e di pini

vicini e lontani

lontani e vicini.

Carovane di casse, di capanne e di castelli,

di bovi, di cavalli e di cammelli,

carovane d’uccelli;

carovane d’insetti

sopra carovane di tetti;

carovane di navi e di barchette

su carovane di flutti;

carovane a ghirlande di rose e di violette,

carovane di fiori, carovane di frutti.

Carovane d’ali

scìan sagge o frullan folli,

carovane d’occhi,

occhi molli, pollini, grifagni,

sguardi vivi d’intelligenti,

sguardi privi, d’idioti.

Carovane di ragni

carovane di cani

carovane di piedi

carovane di mani,

scarpe, babbucce guanti,

carovane di grucce

carovane di calzoni

carovane di sottane.

Uomini giganteschi ricoperti di ferro,

uomini seminudi ravvolti di pellicce,

infustiti nell’eleganza delle marsine

o disinvolti nel vestito sport,

van via avanti avanti,

or lesti or lenti,

mescolati al bestiame tutti in carovane.

Rigidissime dame

bene composte nelle loro vittorie,

sguaiatissime puttane a sciame.

E sotto l’acque chiare

carovane di pesci si vedono gioiosi scivolare

luccicando,

e sotto quelle torve

gonfi di rabbia ingoian la sabbia

boccheggiando.

Mi fischiano agli orecchi

tanti stupidi pensieri,

volan per l’arialeggeri leggeri,

qualcheduno cammina più profondo

e pigia con la stampella

sicuro di sfondare il mondo.

Di sopra, a spiare argutamente,

carovane di stelle luccicanti.

Ma che cos’è tutto quel passare,

tutto quell’andare, sostare e ripigliare?

Son tutte carovane carovane carovane

vane vane vane vane vane vane

ane ane ane ane ane ane

eeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee

e… e… e… e… e… e… e…

In fondo io me ne sto a guardare

tranquillo alla finestra

della mia stanza da letto:

guardo e aspetto.

Ma ditemi, dove andate?

Dove andate, si può sapere?

Che cosa c’è in fondo a quella via?

Andate alla Città del Sole mio?

Idioti, mammalucchi: fermatevi!

Non lo sapete

che in quella città

non posso andarci che io?

Perdio!

Chi sono?

Son forse un poeta?

No, certo.

Non scrive che una parola, ben strana,

la penna dell’anima mia:

«follìa».

Son dunque un pittore?

Neanche.

Non ha che un colore

la tavolozza dell’anima mia:

«malinconìa».

Un musico, allora?

Nemmeno.

Non c’è che una nota

nella tastiera dell’anima mia:

«nostalgìa».

Son dunque… che cosa?

Io metto una lente

davanti al mio cuore

per farlo vedere alla gente.

Chi sono?

Il saltimbanco dell’anima mia.

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Best wishes for a Happy Easter

Best wishes for a Happy Easter with my Egg of Wine, painting in 2018 with Ruchè, wine of Piedmont, Italy.

uovo

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Abu Nuwàs. Il poeta iracheno del vino

Amici, in nome di Dio, non mi scavate

la tomba se non a Qutrabbul,

tra i frantoi e le vigne; non mi mettete
vicino alle spighe.

Chi sa che io non senta nella mia fossa,
quando si pigia il vino, il calpestio
dei piedi.

“Le mille e una notte” è un testo che tutti dicono di conoscere, non foss’altro che per le storie, ormai entrate nell’immaginario collettivo e saccheggiate in ogni possibile modo dalla fame di esotico del nostro Occidente, di Alì Babà e di Aladino; in realtà, ben pochi hanno letto quel tesoro ineguagliabile di storie che comprende le tradizioni indiane, persiane, irachene e egiziane, la cui compilazione si estende per molti secoli e che fu portato in Europa, alla corte del tramontante Re Sole, tra il 1704 e il 1717, dal francese Antoine Galland.
Comincio da questo libro perché qui, diverse volte, sono raccontati aneddoti che riguardano il libertino, sodomita, ubriacone poeta di corte Abu Nuwàs.
Egli si chiamava al-Hasan ibn Hani (760-815 circa), era nato a Ahwàz in Persia da padre arabo e madre persiana, ma visse tra Bàssora e Baghdàd alla corte prima del mitico califfo Harùn ar-Rashìd (il Califfo delle “Mille e una notte”) e poi del successore di questi, suo figlio al-Amìn.
Erano gli anni, quelli, del dominio Abbaside, iniziato nel 750 e durato fino al 1258, la capitale dei domini arabi era appunto Baghdàd e la cultura straordinaria che quella dinastia contribuì a sviluppare e a diffondere influenzò in modo per certo importante l’Occidente: l’influenza araba sulla civiltà europea del medioevo non è posta nel dovuto rilievo nell’insegnamento della storia nelle nostre scuole, ma non è questa la sede di una tale polemica.
Abu Nuwàs (soprannome che significa “Il ricciutello”): “Godeva, stando a quanto si racconta, di una condizione fisica straordinaria. La perfezione delle sue forme e la sua grazia riempivano gli occhi di chi lo guardava. Nessuna meraviglia dunque per i molti cuori che ha spezzato, tanto con questi pregi quanto con il suo genio di poeta. Tutta la gioventù di Basra voleva essergli amica, per l’attrazione erotica che esercitava così come per il piacere della sua compagnia”. Lo racconta così Ahmad al-Tifachi, un erudito tunisino che visse tra il 1184 e il 1253, a cui si deve la compilazione di un testo sui costumi sessuali del suo tempo che è un gioiello di freschezza, chiarezza e approccio quasi scientifico ai temi, che noi cristiani diremmo scabrosi, che affronta; si tratta di omosessualità maschile (tema in cui il nostro Abu Nuwàs è raccontato in molte testimonianze come uno degli esponenti più famosi) e femminile, di prostituzione, dei più vari costumi e vizi sessuali con grande naturalezza e senza alcun pregiudizio. Ricorda, questo testo arabo del XIII secolo, il celeberrimo (anche qui, tutti lo conoscono e quasi nessuno lo ha letto) “Kamasutra” di Vatsyayana, autore seguace della corrente Carvaka, che equivale alla nostra filosofia epicurea e, poi, del “Carpe diem”.
Il contesto storico e culturale entro cui agisce Abu Nuwàs, le civilissime Baghdàd e Basra (la Bàssora di oggi), è per quei tempi il più evoluto, tollerante, multietnico e multilingue; ebrei, cristiani, musulmani convivono in un ambito sociale di straordinaria tolleranza.
Nei versi del Nostro s’incontrano notti e giornate consumate, all’insegna del piacere sempre gaudente, sempre estetico, dentro gli accoglienti conventi cristiani, depositari della scienza del vino, dentro le bettole, dentro le case di tolleranza in cui fanciulli e fanciulle potevano essere comprati, con la loro assoluta compiacenza, per il piacere delle allegre compagnie: e sono scene di grande bellezza, scene in cui il fanciullo è ammirato e desiderato fin dal momento in cui serve le coppe della magica “Khamr” (sostantivo femminile che in arabo definisce il vino), la sposa con la quale si passerà la notte. Mai volgarità, mai bassezze, mai violenza: i fanciulli e il vino sono strumenti di piacere reciproco, magari contrattati, magari anelati invano, magari irraggiungibili, ma sempre poetici, estetici, definitivi.

 

Il vino è luce:


“Se ci mescolassi luce, essa si mescolerebbe
con lui, e ne nascerebbero altre luci
e fulgori.
Circola quel vino tra i giovani, cui si piega
docile il destino, dando loro soltanto
le sorti da essi volute”.
Il vino è “profumo del mondo”:
“Un vino cui padre è l’acqua, e madre
la vigna, e nutrice la calura
meridiana bollente.
…..
Vino ebreo di lignaggio, musulmano
di territorio, siro di esportazione,
iracheno di nascita.
E’ del paese dei Magi, ma ha lasciato
I suoi correligionari, per odio del fuoco
che presso di loro si attizza.”

Io ho amato nella mia gioventù lontana Charles Baudelaire, l’ho amato profondamente: i suoi fiori maledetti sbocciati sul vino mi parevano sublimi; fiori di una civiltà che il vino l’ha insegnato al mondo intero; ma poco o niente in confronto ai versi del “ricciutello” di Baghdàd:

“Fate circolare la coppa, e si dileguerà
la sventura, e il mio occhio godrà
lo squisito profumo del mondo.
Un vino nel cui luccichio brilla il lampo,
e quando si svela alla vista, questa
ne è quasi accecata.
…..
Mescolato, cresce il suo profumo,
quasi cenno d’assenso di chi ami
a tutto ciò che ami.”

Certo, il paese di Baudelaire il vino l’ha insegnato al mondo intero; ma il paese di Abu Nuwàs il vino l’ha creato: nella Mesopotamia, la terra tra i due fiumi, la Vitis Vinifera Sativa è stata addomesticata e diffusa a occidente e a oriente.
Poi la Storia s’ingarbuglia e s’attorciglia: oggi beviamo il vino che è originario delle terre della Mesopotamia e che è innestato sui portainnesti americani; noi beviamo quel vino, mentre i due paesi si sono appena fatti la guerra ( la guerra, probabilmente, è un’invenzione o una scoperta, come la vite, di quelle terre tra i due fiumi).

Nota: per lo scritto di cui sopra sono debitore a Enrico Tallone. E’ dalla sua edizione del 1990 “Antologia Bacchica”, commentata e tradotta dal grande arabista Francesco Gabrieli (curata dal quale ho anche l’edizione Einaudi de “Le mille e una notte”), pubblicata in 436 esemplari e composta con il prezioso carattere disegnato da William Caslon, che ho preso spunto e citazioni.

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La Bhagavadgītā

«Quando la delusione mi fissa negli occhi e, tutto solo, non scorgo nemmeno un raggio di luce, io rivado alla Bhagavadgītā. Trovo un verso qui e uno verso là e immediatamente comincio a sorridere nel mezzo di tragedie soverchianti. Essa ci parla con una voce sovrana, serena, continua: la voce di un’intelligenza antica che in un’altra epoca e sotto un antico cielo seppe discutere e risolvere le questioni che ci travagliano».

Queste sono le parole di Hermann Hesse: le faccio mie, in toto.

La Bhagavadgītā (letteralmente: Canto del Beato) è un poema di argomento religioso composto da circa 700 versi (śloka), diviso in 18 canti (adhyāya) e contenuto nel VI parvan(libri) dello sterminato (4 volte la Bibbia) poema epico Mahābhārata, il più grande ciclo di racconti dell’intera storia della letteratura mondiale, scritto dal mitico Vyāsa.

Di epoca incerta, ma senza dubbio con origini di racconti tramandati oralmente che si pongono molti secoli prima della nostra èra, la Bhagavadgītā rappresenta uno degli apici del pensiero filosofico (prima che religioso) indiano. È in buona sostanza la storia del principe Arjuna (uno dei fratelli  Pāṇḍava) che, illuminato da Krishna, deve affrontare in battaglia la stirpe usurpatrice dei Kurava. A fronte delle esitazioni del Principe, il Dio gli fa capire che egli deve agire, senza preoccuparsi di cosa accadrà: questo è il suo dovere. E l’azione – libera da ogni speculazione, desiderio, aspettativa – diventa il messaggio centrale del poema che presenta versi sublimi, diluiti in un contesto che discende direttamente dalla poesia e dalla sapienza dei Veda e delle Upaniṣad .

Questa edizione, tradotta e commentata da Raniero Gnoli, è della Economica Bur: la comprai oltre 10 anni fa quando l’India, causa mia figlia Geeta (che significa canto, nella trascrizione inglese in cui la “ī”, vocale lunga, viene scritta come due “e”), entrò inaspettata nella mia vita. E me la cambiò: dentro e fuori.

 

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Driving Arturo Merzario’s Ferrari on Tazio Nuvolari Circuit (Pavia, Italy)

On March Saturday 29, 2014.

This was an amazing experience! Half a day of full immersion in the world of GT car racing on the Tazio Nuvolari circuit near Pavia (south of Milano).

I was “In pista con Arturo Merzario“, the formula 1 driver of the 70s,  who is now running its own racing pilot academy together with Paolo Meroni.

Last Saturday under sunny weather conditions together with other 14 drivers I got the chance to sit in a Ferrari 360 F1 GT3 and get a ride on the race track. With the help of Arturo and his team I could enjoy the motoring pleasure, Power of a V8, paddle-shift transmission direct derived from Ferrari Formula 1 cars that made me grinning until now and for the next days.

Beside the experience on the track I also enjoyed the Italian food and wine as well as city sighting in Pavia!

The good news is this is an experience at an affordable price. With 200 € you can get a ride (2 laps) as passenger and with 300 you can seat at the steering wheel with the instructor sitting beside you. Anyway there are many combinations possible and Arturo is very flexible.

 

Further information can be found directly on the web site: www.inpistaconarturo.it

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Una fastidiosa malattia….

La storia è questa, pare di Gorbacev, rielaborata letterariamente dal

sottoscritto.

“Zonzolando nello spazio infinito – di infiniti mondi e stelle e galassie e

di chissà cos’altro popolato – la Terra incontrò tempo fa un pianeta suo

amico. Erano tanti e tanti eoni che non s’incontravano e fu un bisogno quasi

ovvio, naturale quello di  ristare un momento a raccontarsi i fatti loro.

Parlando del più e del meno, il pianeta a un certo punto chiese alla Terra:

«A dire il vero non mi sembri in buonissima salute. Cosa ti sta capitando?».

Rispose, un poco avvilita, la Terra:

«Beh, sai, non è una questione grave, ma mi sono buscata una di quelle

malattie fastidiose, che portano pruriti, disagi di temperatura, qualche

bubboncello qui e là. Insomma, mi sono buscata l’umanità!».

L’altro pianeta, a quel punto visibilmente rilassato, la tranquillizzò:

«Se è così, stai pur tranquilla. E’ successo anche a me tempo fa, ma è

durata poco e sono guarita in fretta. E ora sto meglio di prima. E’ una

malattia fastidiosa, ma non porta alcuna conseguenza.».

La Terra ringraziò il vecchio amico e trasse un profondo sospiro di

sollievo.”

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Arte: “Tavolvino” e “Scacchiera di vino”

Queste fotografie sono state riprese durante la mia esposizione a Eataly, nel dicembre del 2007. Sono due lavori che mi sono costati lunga fatica e hanno avuto una gestazione lunghissima. In particolare il “Tavolvino” è una sintesi metaforica – attraverso simboli, geometria e matematica – della mia visione del mondo. Chi è pratico di simbologia può trovarci un sacco di roba: dai primordi dell’uomo alle complicazioni di Fibonacci, passando tra cultura egizia e simbologia massonica. In fondo è un omaggio a Marcel Duchamp e al suo Grande Vetro, opera totalmente differente dalla mia….
Il mio “Tavolvino”, opera del 2007. E’ un tavolo di doppio cristallo inciso con le incisioni colmate di vino (Barbera). Il tavolo è inscritto in un rettangolo di dimensioni auree (110×68 cm.). E’ sorretto da due vasi di vetro che contengono vino bianco e vino rosso più tutti i tappi delle bottiglie che ho bevuto durante la realizzazione dell’opera. E’ stato esposto soltanto a Eataly e nel foyer del Cinema Empire, accanto al Caffè Elena a Torino. E’ disponibile per esposizione.

La mia “Scacchiera di vino” del 2005, è realizzata con vino bianco e vino rosso steso tra due cristalli di 64×64 cm. I bicchieri sono comuni calici che simboleggiano i pezzi degli scacchi, colmi di vino bianco e vino rosso. E’ stata esposta a Eataly e al Cinema Empire è stata usata per una partita simbolica alle Olimpiadi degli scacchi ti Torino, nel 2006, vedi foto sotto. E’ disponibile per esposizione.

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Vincenzo Reda Curriculum Vitae in english

img_8962-c

I was born in a small village (Calabria), in 1954 during the harvest. Since 1960 I  moved to Turin.

I obtained the diploma of assistant director in ’75 with Adriano Cavallo (help of Orson Welles) at the Experimental Center of Dramatic Art of Turin with apresentatation  of I morti senza tomba by J.P. Sartre;

I worked at the Gobetti theater as stage director and lighting director for Federico Garcia Lorca’s La calzolaia admirabile.

In ’76 with Plinio Martelli I shot the experimental body art film Every body occupies its own space that was presented at the Venice Biennale in 1978, and is now owned by the G.A.M.(Gallery of Modern Art) in Turin.

Then until 1983 I did many photography exhibitions, of which the most important in 1980: The Devil wants you, performance with Bruno Chiarenza, presented for the first time at the Postino Cheval in Via Palazzo di Città.

Between 1976 and 1978 I had important experiences at Radio and TeleTorino International and, above all, at Radio ABC Italiana, of which I was Artistic director and for which I made several transmissions and wrote original texts.

Between 1979 and 1996 I directed companies, of which I was a partner, in the field of communication and publishing.

In the two-year period 1989/91 I held the position of Vice President of the Young Industrialists of Turin and, in 1993 and 1995, I was National Vice President of the AIPE (Association of small Italian publishers). Between 1996 and 2011 I worked as a consultant for the magazines : Prima Comunicazione, Oasis, Airone, Archeo and Medioevo, as well as numerous exhibitions (Ancona, Turin and Cosenza).

I started writing about wine and food in 2003.

In 1989 I published my first book: a volume of experimental poetry Caccole and tentlalia

Since 1993 I have been painting with wine on paper, fabric and crystal. In 2009 I publisheda new Book titled PIU O MENO DI VINO for Edizioni del Capricorno.

In 2010  a new book titled Quisquilie & Pinzillaccherewas released for Graphot types.

In 2011 I published for Newton Compton 101 Mayan Stories that you should know before the end of the world.

The same book was distributed by Focus Storia in November 2012, reprinted for Gruner-Mondadori.

In 2012 Rime Sghembe was released by Graphot. In July 2013 by Edizioni del Capricorno: Di vino e altro ancora. For Castelluccio Editore, 2016 the release of Sulle ali del Barolo by Gianni Gagliardo whose illustrations I took care of.

Between 2013 and 2016, with the national newspaper La Stampa, I published Il Peperone, 35th Piedmontese Festivals and The White Truffle of Alba.

On December 28th 2014 I participated in Mela Verde, Tv Canale 5, interviewed by Edoardo Raspelli.

In 2016, National Japanese TVteam came to Italy to film me fo a Special exclusive program on Wine and Wine Painting.

I began to exhibit my paintings at Capo Liveri (Isola d’Elba) in 1998; I was invited to participate in the main events related to wine in Italy and I exhibited in many Italian cities.

I have permanent exhibitions at the restaurantsLi Jalantuumene, Monte S. Angelo (FG) and L’Ostu Duca Bianco of La Morra (CN).

I exhibited in the USA in 2008/2009 and in New Delhi in 2009/2010.

I have alsopainted many  labels for important wines and some of my works have been purchased by collectors from India, USA, Brazil, Germany, South Africa, China and Japan.

The Piedmont Region has dedicated a monograph to me and the Radisson in New Delhi has printed a book with my works exhibited in India. The Air India magazine dedicated a page to me in 2010.

My chess board of wine on crystal was used for the Chess Olympics in Turin in 2006.

Last year I presented Italian food and wine in Hanoi (Vietnam), hosted by the Italian-Vietnamese Chamber of Commerce.

Currently I write for the professional magazine Barolo & Co and in Focus Storia.

I personally give lessons and courses in  history of food and wine at Eataly Lingotto.

I am a consultant for the communication of some important wine producers.

I have been married since 1990 and I have an Indian daughter, adopted in 1998 (born in Bombay in 1992)

Vincenzo Reda - Via Piave, 9 –  10122 Torino

Tel/Fax: +39011 18893288   Cell: +39335 5358828

redavincenzo@libero.it

www.vincenzoreda.it

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Gianni Mura: Non c’è gusto

Mura«Non c’è gusto ma c’è una logica, almeno spero. O un senso. Una specie di filo d’Arianna che non condurrà necessariamente nel posto giusto, nel ristorante indimenticabile, ma servirà a evitare solenni fregature. Fregature ne ho prese molte. Mi sono servite. E poi, come dicono gli sportivi, solo chi cade può rialzarsi, una sconfitta oggi può diventare una vittoria domani. Confesso che ho vissuto, che ho mangiato, che ho bevuto, che ho sbagliato».

Questo sopra è l’incipit del librino, appena pubblicato e assai interessante, di Gianni Mura. La conclusione, che è sintesi esemplare di quanto il giornalista milanese – classe 1945 – espone nel centinaio abbondante di pagine precedenti, merita d’essere citata e letta con attenzione.

«Questo ci riporta al gusto, che è percezione, cultura, comportamento, condivisione, affinamento, abbinamento, incontro, qualcosa di assoluto e relativo al tempo stesso. Allo stesso tavolo uno dice: è buono. L’altro: non è buono. E’ buono perché piace o piace perché è buono? Il buono ha la stessa valenza del bello. Mio nonno pastore di fronte a Guernica avrebbe detto che Picasso non sapeva dipingere. Giusto è una parola strana. Aggiungi una vocale prima della u e ottieni giusto, ne aggiungi una dopo  e ottieni guasto. Meglio non aggiungere nulla. Oppure, come nella commedia musicale, un posto a tavola. “I tabù religiosi riguardano solo la la tavola e il letto”, osservava Veronelli. Uno slogan c’invita a fare l’amore con il sapore. Mica facile, siamo in una fase di voyeurismo coatto, di onanismo ciarliero. Ma ancora possibile. Una buona tavola, una buona compagnia, un buon vino, ognuno dei tre ingredienti con il suo 33,3% di importanza. La perfezione non esiste ma il 99,9% è un ottimo risultato e si può raggiungere senza troppa fatica. Basta saper scegliere, e poi lasciarsi andare».Mura 1

Scritto con la lingua scorrevole del giornalista; scritto con quel bel gusto per allitterazioni, calembour e anagrammi; scritto con tante citazioni anche colte  - Bartolomeo Scappi, mica fesserie…- ma mai pedanti: sempre con esemplare leggerezza. E scritto soprattutto con tanto buon senso: il buon senso di chi assai ha frequentato ristoranti, osterie, pizzerie, chioschi in giro per il mondo e con ogni tipo di compagnia.

Dedicato con amore al mio grande Amico Gino VeronelliLe lion ivrogne (il leone ubriaco) suo magnifico  anagramma – con prefazione di Carlin Petrini, è un libro che consiglio a tutti: una sorta di manuale da consultare ogni qualvolta c’è da scegliere un ristorante. Invece che lasciarsi contagiare da quell’epidemia assassina che viene chiamata Tripadvisor

Editore Minimum Fax, 108 pp. per 13 € (che saranno ben investiti). Libro ben confezionato, in brossura, con una grafica di copertina semplice e chiara. Peccato per l’editing non impeccabile (una decina di refusi sono troppi). Qui sotto la mia recensione di qualche anno fa per un altro bel lavoro, per il medesimo editore, di Gianni Mura.

http://www.vincenzoreda.it/gianni-mura-la-fiamma-rossa/

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“Pudore” di Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – Milano, 3 dicembre 1938)

Antonia Pozzi è una poetessa milanese morta suicida, a neanche 27 anni di età.

antoniapozzi-500-tkFiglia di un avvocato importante e di una contessa, studiò al Liceo Manzoni e si laureò con una tesi su Flaubert. Innamorata del suo professore di greco e latino, prigioniera dentro il perbenismo borghese della sua famiglia e di suo padre Roberto, sensibilissima e coltissima, percepì sulla sua pelle – di sensibilità estrema, letale infine – il disfacimento dei suoi tempi, immediatamente prima della Seconda Guerra Mondiale.

Scelse lucidamente i barbiturici per lasciare un mondo che le era diventato ormai insopportabile. La sua opera poetica, Parole, fu pubblicata postuma da Mondadori.

La poesia che qui offro ai miei lettori è tra quelle che mi sono più care. Anche perché la sola parola, il semplice concetto di “pudore” è oggigiorno alieno alla nostra sconsiderata cultura. E quanto questo mi procura dolore.

Pudore

Se qualcuna delle mie parole

ti piace

e tu me lo dici

sia pur solo con gli occhi

io mi spalanco

in un riso beato

ma tremo

come una mamma piccola giovane

che perfino arrossisce

se un passante le dice

che il suo bambino è bello.

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Vincenzo Reda, painting with wine

Ogni tanto qualcuno si sveglia e racconta che ha inventato la pittura con il vino. Per esempio, oggi (24 agosto 2019) su La Stampa, pg. 32 in nazionale a firma Roberto Fiori, è apparso un articolo secondo il quale una certa signora in Barolo ha inventato quattro anni fa la pittura con il vino…
Io ho cominciato nel 1993, ispirandomi alle macchie cadute sopra un bigliettino da visita del grande Aldo Novarese (il più grande disegnatore di caratteri del XX secolo, lavorava alla Nebiolo di Torino). Nel 1997 l’amico Luigi Veronelli vide i miei lavori e mi spinse a metterli in mostra: avvenne per la prima volta a Capoliveri (Isola d’Elba) nel 1998. Nel 2003 la Regione Piemonte pubblicò una mia monografia che venne stampata in molte migliaia di esemplari e già erano usciti diversi articoli su media importanti (magnifico quello di BarGiornale su due pagine). Dopo il 2008, quando cominciai a pubblicare i miei lavori sul mio sito www.vincenzoreda.it, diversi artisti in giro per il mondo vennero folgorati da questa tecnica e ne fui contento. Io non mi sono mai sognato di affermare che ho inventato la pittura con il vino, soltanto ho scoperto questa tecnica senza copiare nessuno; molto probabilmente qualcuno prima di me aveva certamente provato a usare questa particolare materia per qualche esperimento, non è possibile saperlo con certezza. Comunque, dipingere con il vino è una tecnica, un mezzo e non un fine o una manifestazione folcloristica: per me è un’ossessione dovuta alla forma bicchiere e alla materia di cui mi occupo da molti anni e nessuno può copiare le ossessioni di un artista se non scimmiottandone maldestramente lo stile.
Nei giorni scorsi, secondo quella preveggenza che abbiamo noi artisti, ero arrivato alla decisione di non pubblicare più i miei lavori sul web: ora è definitivo, non vedrete più alcuno dei miei nuovi lavori se non nelle mostre che farò sempre più di rado. Intanto sto preparando la prossima a Hyderabad, in India, in ottobre. Negli articoli successivi alcune testimonianze tratte da media in giro per il mondo. Salute.

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AKHENATON, Torino (27 febbraio/14 giugno 2009), Palazzo Bricherasio

Questo è un articolo di qualche tempo fa. Desidero rendere omaggio a quei cittadini egiziani che hanno difeso il Museo Egizio del Cairo, difendendo non soltanto le proprie tradizioni, ma difendendo un patrimonio che appartiene a tutte le genti del mondo.

Francesco Tiradritti

MOSTRA

Il grande inno di Aton (1345 a.C., circa)

[...]Quante sono le tue opere!
 Esse sono misteriose agli occhi degli uomini.                                                             Oh unico, incomparabile dio onnipotente,
                                                                                                                                tu hai creato la terra in solitudine
come desidera il tuo cuore,
                                                                                          gli uomini tu hai creato, e le bestie grandi e piccole,
                                                                                                      tutto ciò che è sulla terra,
e tutto ciò che cammina,
                                                                                                         tutto ciò che fende l’aria suprema,
                                                                                                                                            tu hai creato strani paesi, Khor e Kush
e anche la terra d’Egitto,
                                                                                     tu metti ogni uomo al posto giusto
con cibo e possedimenti 
e giorni che sono contati.                                               Gli uomini parlano molte lingue,
sono diversi nel corpo e nella pelle,
                                                                            perché tu hai distinto popolo da popolo.[...]”

“All’inizio del Novecento Akhenaton non è più soltanto una figura della storia egizia; egli è divenuto, per via del suo rapporto con la religione, un personaggio che si vuole collegare alla tradizione occidentale. L’apice di questa ‘cooptazione’ del faraone verrà raggiunto da Sigmund Freud. Nel suo ultimo saggio,L’uomo Mosè e la religione monoteista, l’inventore della psicanalisi corona la propria riflessione sulla religione e più specificamente sul monoteismo e le sue conseguenze. Prima di essre riunite sotto un unico titolo, le diverse parti dell’Uomo Mosè… apparvero sulla rivista ‘Imago’ tra il 1937 e il 1938.

[…] Mosè viene descritto come un egizio che avrebbe trasmesso agli ebrei la religione di Akhenaton, il culto di Aton, il dio unico. Una religione che per Freud fu storicamente il primo tentativo di ‘rigoroso monoteismo’ e che allo stesso tempo rese possibile la nascita dell’‘intolleranza religiosa’, altrimenti estranea, secondo lo psichiatra, al mondo antico. Come fonte di questo ‘monoteismo egizio’ viene indicata una ‘corrente’ assai antica, interna alla ‘scuola sacerdotale del Sole di On (Eliopoli)’, sostenitrice della fede in un dio unico. Freud ipotizza che Mosè fosse un parente di Akhenaton e un convinto sostenitore della nuova religione e che, dopo la morte del faraone, ambisse a fondare un nuovo regno cui far adorare il dio intransigente che l’Egitto disdegnava. Egli avrebbe acquisito autorità sugli Ebrei schiavi in Egitto, insegnato loro la nuova fede e condotto l’esodo dal paese (tra il 1358 e il 1350 a.C., prima del regno di Horemheb, secondo Freud). Questo strato, il nucleo più antico di quella che sarebbe divenuta la religione ebraica, sarebbe stato dimenticato dopo le vicissitudini sinaitiche che videro da un lato la morte di Mosè….e dall’altro l’incontro con altri semiti adoratori di Jahvè, dio dei vulcani. Le due religioni (quella di Aton e quella di Jahvè) si fusero dopo che un ‘secondo Mosè, la cui memoria si confuse col primo, divenne capo del popolo ebreo’. Un racconto bizzarro si converrà, ma in grado di dar corpo all’ipotesi che il monoteismo ebraico derivasse dall’episodio monoteista egizio.”.

Questa lunga citazione è tratta dal notevole saggio del Prof. Youri Volokhine, Università di Ginevra, titolato: Atonismo e monoteismo: alcune tappe di un moderno dibattito e inserito nel catalogo, curatissimo e interessante assai (Silvana Editoriale, a cura di F. Tiradritti con M. Vandenbeusch e J.L. Chappaz), della mostra AKHENATON – Faraone del Sole, ospite dal 27 febbraio e fino al 14 giugno 2009 di Palazzo Bricherasio a Torino.

“Con la successiva monografia su Akhenaton (1995) Hornung realizza senza dubbio una delle migliori sintesi della religione dell’età amarniana. Riguardo i tratti monoteisti del culto di Aton, Hornung individua tre aspetti:

- l’esclusività (affermazione del ‘dio unico [cui] non esiste alternativa’) ‘ancor più radicale di quella del Deutero-Isaia 44,6’, segno di una rigidità che, secondo Hornung, è stata superata solo da alcune correnti dell’Islam;

- la persecuzione delle antiche divinità, primo tentativo precristiano di annientare il mondo pletorico degli dei;

- un culto destinato al solo Aton.”

Con questa sintesi, citando Erik Hornung, dopo aver esaminato le pubblicazioni di autorità come Jan  Assmann, il Prof. Volokhine si avvia a chiudere il suo saggio che tante domande e riflessioni apre a fronte di un tema troppo complesso e su cui non si possono formulare ipotesi definitive.

Visito la mostra accompagnato da Antonella Galeandro, un giovane e recente acquisto della Fondazione Bricherasio che si occupa di comunicazione, assunta dopo uno stage opportuno.

Al solito, la facilità di fruizione della mostra da parte di ogni tipologia di visitatore è al centro delle attenzioni degli allestitori, costume raro e prezioso nel nostro Paese.

I 226 reperti che la compongono sono mostrati, illustrati e valorizzati per il valore unico che rappresentano: sono quasi tutti pezzi prestati da prestigiosi musei non italiani, pezzi dunque che non rivedremo facilmente.

Il Prof. Francesco Tiradritti, archeologo ed egittologo toscano di fama (scava oggi a Luxor su vestigia egizie dell’VIII e VII secolo, riva sinistra del Nilo), che ha ideato e curato l’esposizione, mi spiega che l’allestimento di Ginevra, precedente questo torinese, è stato in verità un ripiego logistico, in quanto la mostra avrebbe dovuto esordire proprio nella nostra Città.

Non sto a raccontare in dettaglio le vicende di Akhenaton, anche perché le mie competenze archeologiche hanno radici profonde in altre aree: però, una rapidissima sintesi ho da fornirla a chi mi segue, se non altro per invogliare chi ha sete di approfondimento a visitare questa interessantissima, e unica, esposizione.

Akhenaton è secondogenito di Amenofi III (1387/1350 a.C.), diventa faraone nel 1350 a.C., dopo la morte del fratello, col nome di Amenofi IV.

Intorno al IV anno del suo regno compare accanto a lui la figura, enorme, di Nefertiti. L’anno successivo vede la decisione di fondare, in quello che oggi è il sito di Tell el-Amarna (a circa metà strada tra Luxor e Il Cairo), la nuova città di Akhet-Aton (L’orizzonte dell’Aton); in quegli anni cambia nome in Akhenaton e fonda il nuovo culto per l’Aton, il disco solare, che diventa la rappresentazione del dio-falco Ra-Horathky. La città si trasforma in una sorta di laboratorio di ricerca su nuove frontiere artistiche, architettoniche (l’invenzione della talatat, un blocchetto di pietra calcarea che ha le funzioni di un mattone, delle dimensioni di cm.52x26x22 e del peso di una quarantina di kg: sarà l’unità di costruzione dei nuovi edifici a cielo aperto, concepiti per accogliere direttamente i raggi del dio) e religiose.

L’apogeo del regno di Akhenaton si pone intorno all’anno XII del regno che termina con la morte, a pochi mesi di distanza, dei due regnanti nel 1333 a.C., XVII anno di regno.

Da citare come notevolissimo il ritrovamento, intorno al 1886/7, di quelle che vengono definite le Lettere di Tell el-Amarna: circa 380 tavolette di argilla redatte in carattere cuneiforme, che testimoniano una fitta corrispondenza con i lontani regni dei Mitanni e dei Babilonesi.

Si sono formulate infinite congetture sull’influenza di Nefertiti; sulla figura della  concubina (forse di stirpe Mitanna) Kiya, a cui qualcuno fa risalire la maternità di Tutakhamon; sulla misteriosa persona, forse donna, che successe a Akhenaton; su come e quanto il culto di Aton sopravvisse al suo creatore…

L’archeologia è una scienza che ricerca prove e testimonianze: le speculazioni intellettuali, le ricostruzioni e le ricerche degli storici costituiscono altre discipline.

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