Cucina romana tradizionale

Racconterò quattro specialità che rappresentano la tradizione romana senza alcun dubbio di sorta: Carbonara, Abbacchio, Saltimbocca e Carciofi alla giudia.                                 Secondo quanto di più verosimile si racconta (le versioni sono tanto numerose almeno quanto le differenti variazioni della ricetta…), gli spaghetti alla Carbonara videro la luce in un certo giorno del 1944, in una trattoria di via della Scrofa, due passi da Palazzo Madama e San Luigi dei Francesi. Si racconta che un gruppo di soldati americani chiese a un cuoco romano di preparare qualcosa con il loro bacon e fu così che con qualche rosso d’uovo, pepe nero, pecorino e spaghetti nacque l’archetipo di uno dei primi piatti più celebrati della nostra cucina. Non sto a entrare nel merito di quale sia la ricetta ortodossa: come ogni piatto tradizionale, le variazioni sul tema sono innumerevoli e ognuno ne vanta la primogenitura e l’ortodossia. Le diatribe sul fatto che sia il guanciale e non la pancetta affumicata il suo classico ingrediente sono infinite e ancora irrisolte; assai personale è il numero di rossi d’uovo per ogni piatto; sì pepe, no pepe; spolverata di pecorino o pecorino in abbondanza; spaghetti o bucatini… Personalmente preferisco i bucatini, tanto pepe nero, poco pecorino e mi piace che le uova formino una crema quasi liquida. Se la tradizione della Carbonara è una faccenda abbastanza recente, quando parliamo dell’Abbacchio andiamo indietro di secoli se non di millenni. Degli allevamenti di ovini trattano già Varrone e Columella uno o due secoli prima di Cristo, quando Roma è ancora una piccola città repubblicana, molto aggressiva e che ha già spostato i suoi domini in Africa. L’abbacchio è il piccolo della pecora non ancora svezzato, l’etimo è incerto ma si può ritenere verosimile la sua ascendenza al temine latino “ad baculum”, ossia (vicino) al bastone (del pastore).                                                                                 Il tradizionale Abbacchio alla romana è una preparazione assai semplice: un agnellino di 5/6 settimane con la sua carne saporita e ricca di grassi delicati viene macellato e, in tranci relativamente piccoli, messo in padella con olio, sale, pepe e aglio. Alcuni usano marinarne le carni nel vino per una notte intera, i più mettono la carne in padella senza alcuna marinatura; ancora: alcuni sostengono che sia sufficiente la cottura in padella, altri invece ripassano in forno per rifinire al meglio la cottura. Ma è il bagnetto di acciughe dissalate, pestate e mescolate con aceto a identificare l’Abbacchio alla Romana: viene aggiunto, con rametti di rosmarino (alcuni usano anche foglie di salvia), al termine della cottura, prima dell’impiattamento. È assai diffuso unire in cottura delle patate tagliate a spicchio che ne costituiscono il classico contorno. Anche a questo proposito c’è chi sostiene che le patate debbono essere cotte a parte e chi come contorno preferisce i Carciofi alla giudia.                                                                                                               Procedendo nel segno delle tradizioni romane più tipiche e ovunque apprezzate e conosciute, non si può non parlare dei Saltimbocca. L’origine della ricetta è probabilmente nordica (qualcuno parla di Lombardia o Svizzera meridionale), comunque oggi quando si parla di Saltimbocca non si può non pensare: “alla romana”. Il piatto è di preparazione assai semplice e veloce: si tratta di scaloppine di noce di vitello battute sottili su cui si mettono una fetta di prosciutto crudo e una foglia di salvia unite alla carne con uno stuzzicadente. Le fettine vengono leggermente infarinate e messe in padella con olio e un poco di burro. Alcuni le sfumano con vino bianco, altri preferiscono il Marsala. Vengono impiattate con il condimento della salsina creata dall’olio, dal burro e dai residui del vino. Per finire, non posso esimermi dal citare i Carciofi alla giudia.                                    Cynara scolymus è il nome scientifico del carciofo, originario della Sicilia dove fu domesticato intorno all’era cristiana (prima Greci e Romani conoscevano e utilizzavano specie selvatiche); il termine italiano ha etimo arabo. I romani, e in tutto il Lazio, usano la cultivar (termine tecnico che indica una particolare varietà) detta Mammola romana, coltivata tra Ladispoli e Civitavecchia, si distingue per l’assenza di spine e la forma arrotondata delle foglie, è inoltre di consistenza più delicata dei normali carciofi. La preparazione è apparentemente semplice, perché si tratta di carciofi leggermente marinati con succo di limone e fritti in olio caldo in verticale, poggiati sulle foglie allargate. In verità per una preparazione come si deve, una volta che i carciofi sono cotti al dente, bisogna toglierli dalla padella, asciugarli con carta assorbente e tuffarli in olio bollente per 3/4 minuti. Dovrebbero poi essere spruzzati con acqua fredda, asciugati e serviti caldissimi, in genere due per persona. La ricetta ha origini rinascimentali nel ghetto ebraico di Roma.

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Driving Arturo Merzario’s Ferrari on Tazio Nuvolari Circuit (Pavia, Italy)

On March Saturday 29, 2014.

This was an amazing experience! Half a day of full immersion in the world of GT car racing on the Tazio Nuvolari circuit near Pavia (south of Milano).

I was “In pista con Arturo Merzario“, the formula 1 driver of the 70s,  who is now running its own racing pilot academy together with Paolo Meroni.

Last Saturday under sunny weather conditions together with other 14 drivers I got the chance to sit in a Ferrari 360 F1 GT3 and get a ride on the race track. With the help of Arturo and his team I could enjoy the motoring pleasure, Power of a V8, paddle-shift transmission direct derived from Ferrari Formula 1 cars that made me grinning until now and for the next days.

Beside the experience on the track I also enjoyed the Italian food and wine as well as city sighting in Pavia!

The good news is this is an experience at an affordable price. With 200 € you can get a ride (2 laps) as passenger and with 300 you can seat at the steering wheel with the instructor sitting beside you. Anyway there are many combinations possible and Arturo is very flexible.

 

Further information can be found directly on the web site: www.inpistaconarturo.it

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A new wine art work is going to born…


Ho finalmente ripreso a dipingere.
Sto usando un Syrah siciliano assai particolare.
La tecnica che uso è la mia solita, la più complicata: stendere il vino direttamente sul foglio (questo è un Fabriano 50% cotone da 300 gr a grana fine, formato 50×70 cm) e aspettare che il vino penetri nelle fibre, regolandone l’intensità con la gradazione della sua quantità. Per ottenere dei toni più intensi, ne ho messo un poco in un piattino e ho atteso qualche giorno che evaporassero alcol e acqua e ricavarne in maniera naturale l’estratto secco denso di coloranti (polifenoli antociani) che mi serviranno allo scopo. Per completare il quadro servono almeno 12/15 gg.
Ovvio che ho provveduto a gustarne qualche bicchiere….

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Ristorante e Locanda di Cucco, Finale Ligure

Cucco, Locanda e Ristorante, si trova in via Marco Polo a San Bernardino di Finale Ligure (019 691267 - www.ristorantecucco.it). Il cuoco è un giovane trentenne, nipote del fondatore e si chiama Paolo Colombo. Nei giorni scorsi ci ha deliziati con specialità tradizionali. Abbiamo dormito in una delle tre camere sopra il ristorante in una posizione panoramica mozzafiato. Tengo a rilevare la gentilezza e la disponibilità di Paolo e della sua mamma, la signora Tiziana.                                                                                                                                  La storia di questo locale è di particolare interesse e non certo banale. Un ex partigiano della Divisione Garibaldi, Giovanni Colombo, nome di battaglia “Cucco”, nel primo dopoguerra soleva invitare gli ex commilitoni nella sua vecchia casa, posta in uno splendido poggio panoramico a San Bernardino, tra gli olivi, l’orto e i coltivi di famiglia; in cucina sempre la moglie Iole e le ricette soprattutto quelle a base delle erbe e degli animali della macchia mediterranea: pesce poco o punto. Poi, cucina oggi e cucina domani sempre al meglio, quella consolidata abitudine divenne una piccola locanda per 20/30 affezionati clienti e menu fisso. Andò per il meglio fino alla fine degli Ottanta, quando in pochi mesi un tragico destino portò via Iole e sua figlia. A quel punto il figlio maschio Sergio subentrò al vecchio comandante partigiano e avviò la ristrutturazione della casa avita allargando gli interni e costruendo un magnifico pergolato con vista su Finale. Anche la cucina evolve e compaiono i primi piatti di pesce: siamo nei primi Novanta e all’esplosione del turismo nel finalese. Paolo, figlio di Sergio, dopo la frequenza dell’Istituto Alberghiero di Finale subentra al papà intorno al 2010 e effettua l’ultima ristrutturazione del locale a cui vengono aggiunte le camere della locanda pochi anni dopo. Oggi il ristorante offre un centinaio di coperti in un ambiente arredato con semplice e luminosa eleganza e propone una cucina in cui tradizione e attente rivisitazioni convivono con una scelta di materie prime di qualità che rispettano e esaltano il territorio.                                                                                                                                                                        Dovendo sintetizzare la cucina ligure tradizionale, partirei da due erbe aromatiche annuali di lontanissime origini orientali: Basilico (Ocimum basilicum) e Borragine (Borago officinalis). Paolo mi ha proposto le sue trofie al pesto: Basilico di Albenga, pinoli, aglio piemontese, Pecorino romano, un poco di Grana padano e olio degli olivi di famiglia con pasta fresca. Con il ripieno di sola Borragine ho gustato i tradizionali agnolotti conditi con un delicato ragout di manzo tagliato a coltello, stracotto a fuoco lento con vino rosso e rifinito con pinoli.  Una ricetta non semplice da trovare è la Buridda. Nasce come una classica zuppa di stoccafisso e si può gustare, come tutte le zuppe di pesce italiane, preparata con le più differenti tipologie di fauna marina. Quella di Paolo, imparata dalla nonna materna, è a base di seppie e totani soffritti e poi cotti in brodo insaporito con pinoli, origano, rosmarino, maggiorana, timo e alloro. Due fette di pane raffermo completano un piatto sensazionale. Non posso non citare il celebre e delizioso Brandacujun (stoccafisso e patate con olio e prezzemolo “brandate”, ovvero mescolate a lungo da chi non sa fare altro…). Ancora un piatto non semplice da trovare, anche questo imparato dalle nonne, sono le lumache che Paolo prepara prima soffritte e poi annegate nel vino bianco e finite con un croccante pesto di frutta secca: le ho trovate davvero eccellenti. Eccellente il coniglio alla ligure (in padella con olive taggiasche); una classica focaccia, la Panissa (farina di ceci trattata come polenta); un inarrivabile tortino di acciughe con patate, pinoli, olive e prezzemolo e, per finire, magnifici tagliolini freschi con ragout di polpo e scampi. Bevuto ottimi vini liguri: Ormeasco, Pigato, Vermentino, Ciliegiolo.                                                                                                                       Più che un consiglio, per gli amici che apprezzano questo genere di piaceri della vita.

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Postcards from Finale Ligure (North-west Italy)

Ho passato a Finale Ligure qualche giorno della prima metà di agosto 2014.

E’ stato un periodo tranquillo e felice in cui ho avuto modo di riscoprire un posto che conoscevo bene e avevo frequentato, anche d’inverno, tanti anni fa. E’ un bel posto Finale: un posto in cui si sta bene.

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Happyness: heavy sea in Liguria (Italy)

Un giorno di agosto, in Liguria (nei pressi di Finale Ligure, Savona): il mare grosso dipinge chiaroscuri di felicità. Attimi contrastati che sanno di fresche carezze dolcemente violente e salate e umide.

E la luce: che luce!

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Some postcards from Sanremo, Italy

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Il Signore delle pietre

Piero è un ex funzionario di banca in pensione. Ma è anche un grande appassionato di vino e cibo (sommelier AIS, assaggiatore di olio ed esperto di miele e riso, tra le altre cose), pavese ma da 16 anni ormai quasi ligure: respira e ascolta i litorali di Sanremo dove possiede una casa quasi in riva al mare.

Da qualche anno, da solo e soltanto per soddisfazione personale, crea delle sculture effimere impilando una sull’altra pietre, pietrine e pietroni a creare delle presenze verticali che sanno parlare una qualche lingua sconosciuta, a volte inquietante; altre volte rassicurante, altre ancora quasi evocativa.

E sono semplicemente poggiate, in equilibrio spesse volte assai precario, una sopra l’altra.

Il posto deputato di questo artista dell’effimero è un piccolo promontorio adiacente, a ovest, il porto di Sanremo, località San Martino.

L’ho trovato affascinante. Mi ha ricordato i giochi di Calder.

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La Sardella di Cirò

Bisogna essere scriteriati e eresiarchi come me per bere Nebbiolo e Barolo (Anselma di Serralunga) con la sardella di Cirò: posso assicurare che la spremuta di uve Nebbiolo non ha nulla da invidiare al Cirò di uve Gaglioppo, almeno in termini di fidanzamento con la piccante mostarda di bianchetto che si fa dalle nostre parti. Si chiama anche “rosamarina” e  la zona originaria di produzione più pura è la costa ionica tra Torre Melissa, a sud, e Marina di Cariati a nord: in mezzo c’è Cirò Marina che si può considerare la patria della sardella. E mia cugina Fortunata abita, a pochi metri dal mare, dirimpetto al porto di questo recente paesone (il comune fu istituito nel 1951, essendo prima soltanto la frazione di Cirò Superiore, pochi chilometri distante nell’entroterra su un balcone da cui si gode un panorama unico). La sardella me la spedisce negli anni in cui il bianchetto è quello giusto: non sempre il minutame (sono i cuccioli neonati) di pesce azzurro è abbastanza fine da permettere una sardella come si deve. La pesca si fa in primavera a poche centinaia di metri dalla costa: si usano reti di particolare finezza che vengono trainate da barche a remi. Il bianchetto viene poi impastato con peperoncino macinato: l’intensità del piccante può essere assai variabile, dipende dai gusti di chi la prepara. Certo, questa che mi manda Fortunata è di qualità sensazionale e il piccante è di media intensità (per palati abituati, naturalmente). Il miglior modo di gustarla è semplicissimo: un bel po’ di olio come si deve e spalmata – fredda – sopra un buon pezzo di pane. E vino rosso a volontà: Il Barolo Collaretto 2006 e il Nebbiolo 2008, vini di Serralunga, quindi di grande struttura, mi sono stati grandissimi compagni. A Torino la sardella si può trovare, non così buona, in un certo banco del mercato di Porta Palazzo.

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ASCOLTIAMO IL BAROLO, SORSEGGIANDO JAZZ

Armonia è un sostantivo che accomuna il vino e la musica.

IMG_3305Quando un vino si presenta al palato con un certo equilibrio di sapori – acidità, tannini, alcol, giusti residui zuccherini – lo si definisce armonico.

L’armonia nella musica rappresenta lo studio degli accordi: la tradizione della musica classica occidentale è di carattere armonico, così come la melodia è propria dell’oriente e il ritmo ci arriva dalla primordiale sensibilità musicale di mamma Africa, la Terra che ha generato la nostra specie.

In America, nei primi anni del XX secolo, armonia, melodia e ritmo hanno trovato la loro sintesi prodigiosa in una musica suonata da gente oppressa: schiavi e immigrati.

Una musica di dolore e di redenzione.

Senza scomodare i baccanali dionisiaci in cui si fondevano vino, musica e teatro, il vino trova la sua larga metafora nel jazz: ogni bottiglia è una sorpresa, ogni bottiglia una scoperta, ogni bottiglia una nuova interpretazione che dipende non soltanto dal fatto che il vino contenuto è, seppure impercettibilmente, differente; è diverso il suo sentire che dipende dalla compagnia, dall’ora, dall’occasione, dallo stato d’animo.

Proprio come il jazz.

L1100496E il Barolo, con i suoi tannini regali, il suo tenue colore, le sue spezie e l’eleganza che sa raggiungere quand’è maturo e grande, è il vino del jazz: quand’è giovane può essere un bebop nervoso e veloce di Parker, per trasformarsi in hard bop quando acquisisce invecchiamento e diventare cool raggiungendo la piena maturità.

Un grandissimo come Miles Davis può essere paragonato a un grande Barolo: con quell’eleganza e quelle pause da cui ogni nota pare sortire con raffinata cura, con colta e insuperabile tecnica, con estrema sensibilità.

Miles Davis più che ogni altro: Monk lo assimilerei a un Aglianico; Duke Ellington a uno champagne; Coltrane a un Barbaresco; Parker a una grande Barbera d’Asti; e Louis Armstrong a un meraviglioso Dolcetto d’Alba…..

E dunque, ascoltiamo jazz come gustassimo una sorprendente grande bottiglia di Barolo. E gustiamoci un Barolo come si ascolta uno stimolante brano, con le giuste improvvisazioni, di jazz.

Beviamo ascoltando, ascoltiamo bevendo.

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Cirò Brigante: un cerchio che si chiude

http://www.vinocirobrigante.it/

Stefania, la mia figlioccia, ha tanto insistito per farmi visitare una cantina a Cirò Superiore – il paese di mia madre, il paese in cui i miei genitori si sono sposati nel 1953 – e, per accontentarla, ieri ho accettato la sua proposta.

Sant’Elia è una piccola borgata che si trova a poche centinaia di metri dal paese, verso nord-est, un poco più in alto dell’Arenacchio. La cantina mi era praticamente sconosciuta.

Ci accoglie Stefania, la moglie di Enzo Sestito: una persona franca, piacevole, dai modi semplici; il marito non c’è, ma forse arriva più tardi. Stefania mi spiega che la cantina è stata costruita interamente da suo padre Giovanni, mio cugino purtroppo scomparso causa un bruttissimo male nel febbraio di quest’anno. Giovanni era un mastro muratore provetto, ma era anche un grande intenditore di vino, essendo figlio di quello zio Stefano per decenni uomo di fiducia della famiglia Siciliani, storica produttrice del Cirò. E mio cugino Giovanni il suo vino lo prendeva da questa cantina: sfuso e per lui questo era il Cirò migliore.

Assaggio il rosato (Gaglioppo in purezza, sulle bucce per 12 ore) Mayarì: 13% vol., 2013, colore più carico dei soliti rosati di queste parti. Vino di grande armonia, tannini evidenti ma dolci, complessità, persistenza: mammamia, forse il migliore tra i rosati di Cirò che ho bevuti – e tanti ne ho bevuti.

Rimango sbalordito. Passo al rosso Etefe, sempre 2013, stessa gradazione ma di colore rubino scarico che, secondo me, è quello più giusto per il Cirò: anche qui il bicchiere mi bacia con un vino di straordinaria eleganza e armonia, tannini che hanno straordinaria assonanza con quelli dei nostri Nebbiolo. Anche meglio del Volvito di Caparra & Siciliani, assimilabile al Cirò di ‘A Vita del mio amico Francesco De Franco. Sensazionale!

Poi, ultimo, il Greco in purezza, Phemina: gran naso con profumi di macchia mediterranea e una buona persistenza, con un bel colore giallo paglierino intenso. Un bianco di buona personalità, un palmo sopra i soliti, sempre un poco stucchevoli Cirò Bianchi.

Finalmente arriva Enzo: ragazzo semplice, appassionato al suo lavoro, che si è fatto lavorando per anni nelle migliori cantine della zona e che, nel 2000, ha rilevato le terre del padre Cataldo – circa 10 ettari di cui 5 vitati – e ha cominciato a produrre vino per conto proprio. Soltanto Gaglioppo e Greco Bianco, impianti di 5.000 esemplari per ha, condotti a cordone speronato e rese di 70/80 ql. per ha. Vinificazione tradizionale in vasche di acciaio termocontrollate. Poca solforosa per vini di straordinaria franchezza ed eleganza. 650 ql. di uva che per la maggior parte viene fermentata in vino commercializzato sfuso, neanche 10.000 bottiglie totali per le tre etichette che Enzo vende direttamente quasi tutto in Calabria (dovendo sempre misurarsi con i soliti Librandi e Iuzzolini, onnipresenti).

Poi ho sentito i prezzi: per pudore non li comunico perché sono incredibili, bassissimi. Altroché convenienti: giustificazione, unico modo per competere, per vendere. Per davvero un altro mondo.

Ho ripreso la famiglia di Enzo, con la moglie Stefania e i tre figli: Cataldo di 8 anni (fiero tifoso juventino contro il padre romanista…), Margherita di 5 anni e Selena, 8 mesi appena. Una famiglia bellissima, per una di quelle Storie che mi affascinano e mi coinvolgono. Devo, lo devo a mio cugino Giovanni, dare una mano – per quanto mi è possibile – a queste belle persone. Lo meritano anche i loro vini straordinari.

Una scoperta inaspettata e sorprendente.

Salute.

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I miei auguri per la Santa Pasqua

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Ecco il mio ultimo lavoro per augurare a tutti i miei amici un Buona Santa Pasqua (Cristiana, pare ovvio).

In formato 35×50 cm. è stato realizzato su carta Fabriano 50% Cotton, 300 gr.

Ho usato il Ruchè Terra, 2016 (15% vol) di Cascina Tavijn di Katia Verrua (Scurzolengo, Asti).

Auguri e salute a Tutti.

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Cena storica peruviana, dal Siwichi al Seco de Ternera.

La sera di giovedì 19 aprile 2018, si è svolta nel ristorante torinese Vale un Perù (http://www.valeunperu.eu) una cena storica con quattro differenti ricette assemblate con i prodotti riferibili a quel preciso periodo. La cena è stata curata da Martìn Rios e da Miguel Bustinza. I fatti sono stati accompagnati da quattro vini dell’Azienda Marrone di La Morra (http://www.agricolamarrone.com/getcontent.aspx?nID=39&l=it), illustrati da Patricia Trujillo Villar e da Denise Marrone. Qui di seguito alcuni appunti storici e enogastronomici relativi alla serata.                                                                                                                                                                        Il classico piatto peruviano (che ha, come tutti i piatti tradizionali, innumerevoli versioni) è a base di pesce marinato crudo con diversi tipi di frutti. In genere si usano corvine e ricciole (carangide che può superare il quintale anche nei nostri mari). Sono pesci pregiati e solo di cattura. Spesse volte sono sostituiti dal persico, assai più economico. Soltanto un fine intenditore può distinguere il diverso sapore di questi pesci.                                                                                                                     Qualcuno oggi in Italia usa l’Ombrina (Umbrina cirrosa, nome scientifico), ma questo  è un pesce che vive esclusivamente nell’oceano Atlantico orientale, in Mediterraneo, Mar Nero e Mar Rosso. Quindi Moche e Quechua non potevano conoscere questo pesce. Magari oggi è usata l’ombrina, ma noi stiamo parlando di un piatto filologicamente corretto e dunque pesci dell’oceano Pacifico. Cebiche e/o Ceviche sono termini derivati dalla parola Quechua Siwichi che significa, più o meno, pesce fresco.                                                                                                                                                                 Il tumbo è un frutto delle valli andine. Gli ajies sono peperoncini (di varia piccantezza) originari del Perù. I sarandaja (o zarandaja) sono una specie di fagioli.                                                                           Infine, la chicha de jora è una bevanda di mais fermentato che bevevano, e continuano a bere, le popolazioni Quechua e Aymara. Questi prodotti indigeni accompagneranno il raffinato Siwichi di epoca classica (Mochica)                                                                                                                                       La cultura inca, partendo dall’originaria Cuzco nel XIII secolo (Manco Càpac si chiamava il primo, mitico sovrano), arrivò a dominare un impero che si estendeva per oltre 2 milioni di Kmq tra la Colombia e il Cile.                                                                                                                                                   Il mais (Zea Mays, originario del Messico nord-occidentale) era il loro alimento di base. Sara, mais in Quechua, e Lawa, zuppa: ecco il piatto d’epoca inca scelto per la nostra cena storica. Il mais più usato in Perù si chiama Choclo, con chicchi più grandi del normale. La zuppa viene insaporita con le erbe andine huacatay e muña (Minthostachys mollis): questa è una pianta aromatica che appartiene alla famiglia delle Laminacee, la stessa della menta, dell’origano e del rosmarino. Queste erbe, tra le innumerevoli usate da Quechua e Aymara, sono innanzi tutto medicinali e poi anche usate come infusi e per insaporire zuppe e stufati.                                                                                             A Cajamarca, nel nord-ovest del Perù a circa 2.500 mslm, fu catturato con l’inganno l’Inca Atahualpa il 16 novembre 1532.                                                                                                                   Compresa l’avidità degli spagnoli, il sovrano promise loro di riempire d’oro e d’argento la stanza in cui era prigioniero fino al punto in cui arrivava il suo braccio teso. La stanza fu riempita come promesso, ma Atahualpa fu ignobilmente giustiziato (garrota) il 29 agosto 1533.                            Quella stanza, El cuarto del rescate, esiste ancora oggi a Cajamarca (anche se non ci sono prove storiche inconfutabili in proposito). Da questo fatto ebbe origine la perifrasi: “Vale un Perù”.                                                                                     Francisco Pizarro nacque a Trujillo, in Estremadura, intorno al 1475. Era figlio illegittimo di un ufficiale del Tercio che aveva combattuto in Italia. Suo padre lo riconobbe ma non lo volle tra i piedi e così il futuro Conquistador del Perù crebbe analfabeta (sapeva appena scrivere la sua firma) e poverissimo. Guardiano di porci, forse in seguito alla perdita o al furto di una bestia fuggì alla volta del Nuovo Mondo. Fu con V. N. De Balboa nel 1513 a scoprire l’Oceano Pacifico e a sentire parlare di un favoloso e ricchissimo regno nel sud.                                                                                                         Dopo diversi tentativi, nel novembre del 1532 riuscì a catturare l’Inca Atahualpa che giustiziò nell’agosto dell’anno successivo.
Pizarro morì assassinato dagli uomini di un suo rivale (Almagro) nel 1541 a Lima, città ch’egli stesso aveva fondato. Nel settembre del 1572 fu decapitato Tùpac Amaru, l’ultimo Inca.
I maiali, a parte i riferimenti con Pizarro, furono (cavalli a parte) i primi animali che i nativi conobbero, apprezzarono e allevarono. In breve i suini costituirono un alimento fondamentale nella dieta degli amerindi. Pecore, capre, polli e manzi si diffusero un po’ più tardi.                                                                                                                   Sus scrofa domesticus è il nome scientifico del maiale, unico animale allevato soltanto per essere mangiato, tutto, senza scartare neanche le zampe. Oggi nel mondo si allevano oltre 1 miliardo di maiali (1,4 mld di vacche, 12 mld di pollame vario) che rappresentano il 37% di carne consumata, contro il 35% di pollame e il 22% di vacche.
Fu domesticato in Cina e subito dopo in Mesopotamia (8/6.000 anni a.C.). Colombo ne portò, assieme a molti altri animali, alcuni esemplari nel secondo viaggio del 1493. Ma il maiale, com’è ovvio, si diffuse immediatamente presso tutte le popolazioni americane.
Parlando di numeri demografici, ecco quelli relativi alle popolazioni. Nel 1500 nel mondo vivevano circa 460 mln di uomini, 90 in Europa e una quarantina in America (si stima in 15/20 mln la popolazione dell’impero Inca). Un secolo dopo la popolazione degli americani era scesa a meno di 10 mln di individui (in Europa si superavano i 110 mln.).
Dopo lo sterminio, dovuto per la quasi totalità alle malattie, si dovette aspettare la seconda metà del XIX secolo per tornare ai numeri del 1500.                                                                                                      Il chicharron è una specialità tipica sudamericana e spagnola. Equivale più o meno ai nostri ciccioli, ma è in pratica la cotica con residui di carne magra e grasso. Chancho, come cerdo, puerco, marrano e cochino sono i termini spagnoli per maiale.
In Quechua si chiama kuchi.
Il mote (mut’i in quechua) è un particolare mais bianco.
La patata, che gli spagnoli chiamano papa (parola quecha), è un tubero endemico andino. Le popolazioni indigene hanno molti nomi per indicare le differenti cultivar di patata (molte centinaia). In Europa, pur conosciuta, si diffuse in maniera intensiva non prima della fine del XVIII secolo e contribuì, col mais, a sfamare popolazioni colpite da terribili carestie e devastanti guerre. Con l’introduzione massiccia di questi alimenti, dopo le campagne napoleoniche, nessuno morì più di fame.                                                                                                                                                                Simón José Antonio de la Santísima Trinidad Bolívar y Palacios de Aguirre, Ponte-Andrade y Blanco, ossia Simòn Bolìvar, venezuelano (1783/1830) e José Francisco de San Martín y Matorras, ossia José de San Martin, argentino (1778/1850). Sono gli eroi dell’indipendenza delle repubbliche sudamericane. Entrambi massoni, entrambi affascinati dalle rivoluzioni americane e francese (Bolìvar conobbe personalmente Napoleone durante il suo esilio francese), entrambi di origine spagnola lottarono contro la Spagna per l’indipendenza delle colonie.
Il generale argentino José de San Martin conquistò Lima il 28 luglio 1821 e proclamò l’indipendenza del Perù: il 28 luglio è festa nazionale.
La sua statua a cavallo campeggia meritatamente a Lima.
Per la verità, dopo l’indipendenza dei paesi ex colonie spagnole, cominciò fra di questi una serie di guerre che ancora oggi pesano nel retaggio di quei popoli sfortunati.                                                                                                                         «I primi buoi che ho veduto aggiogati all’aratro erano intenti ad arare la valle del Cozco, correva l’anno 1550…Andai a vederli con un vero e proprio esercito di indiani, che accorrevano da tutte le parti, attoniti e sgomenti di fronte a uno spettacolo così incredibile e nuovo…E ben me ne ricordo, perché la curiosità per i buoi mi costò due dozzine frustate…».
Inca Garcilaso de La Vega, Commentari reali degli Incas, 1609.
Ho riportato questa citazione perché rende l’idea di com’era considerati i bovini ancora nel 1550 e di come servivano soprattutto da soma.
Il consumo alimentare di carne bovina, in Sudamerica come in Europa, si diffuse in maniera massiccia soprattutto nella seconda metà del secolo scorso.
Res in spagnolo significa manzo. Il piatto presentato per la nostra cena storica è uno stracotto di manzo, appunto.
Il coriandolo (coriandrum sativum), conosciuto anche come prezzemolo indiano e Cilantro in spagnolo, insaporisce questa ricetta.                                                                                                                   La lucuma (Pouteria lucuma, da non confondersi con il lucumo cileno, Pouteria splendens) è un albero originario delle Ande peruviane. Può arrivare a oltre 15 mt di altezza e fruttificare fino ai 3.000 mslm, anche se 500 mslm sono l’altitudine a cui rende il massimo. Il suo frutto, giallo e lungo fino a 10/15 cm, si può dire sia il frutto nazionale del Perù. Già testimoniato, e assai usato, in epoca Moche, costituisce la base di molti dolci e gelati. Sarà accompagnato dall’eccellente Moscato d’Asti dell’Azienda Marrone che da quattro generazioni (fine XIX secolo) produce vini di qualità in località Annunziata di La Morra. Il Moscato, come tutti gli altri vini, sarà presentato da Denise Marrone e Patricia Trujillo Villar.

 

 

 

 

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Caffè Vini Emilio Ranzini, autentica Piola torinese

 

Caffè Vini Emilio Ranzini

Via Porta Palatina, 9/g

10122 Torino

Tel. 011 765 0477

viniranzini@yahoo.it    Pagina FB: Caffè-Vini Emilio Ranzini

Referenti: Alberto Ranzini e Emiliano Ranzini

Vini in mescita: circa 20 etichette, esclusivamente vini piemontesi

Altri prodotti: specialità tradizionali piemontesi

Orario: Lunedì/Venerdì, 9.30-15.30, 17.30-20.30; Sabato, 10.00-15.30

 

Era l’autunno dell’illusorio Sessantotto quando cominciai a frequentare la prima liceo scientifico Galileo Ferraris, succursale Porte Palatine. Era un tetro edificio proprio dirimpetto al celebre rudere romano: oggi ospita un commissariato di polizia. Quando, e succedeva spesso, marinavo (allora in gergo si diceva: tagliare) la scuola, imboccavo via Porta Paladina verso via Garibaldi e passavo davanti a una delle più famose piole torinesi: Ranzini, dove ogni tanto mi fermavo a mangiare uno o due ova sode, stordito da pesanti odori di vini grossi e altri effluvi di varia origine. La piola Emilio Ranzini è rimasta tale e quale me la ricordo a distanza di oltre cinquanta anni: stesse vetrine, stessi arredi, stesso bancone, stessa atmosfera; forse i profumi non sono più quelli di allora e i clienti meno coloriti, meno pittoreschi. Seduto a uno dei vecchi tavoli con Mario Ranzini, gustando i suoi vini, ascolto dalla sua voce il racconto della storia del suo locale. Mi dice che tracce della locanda risalgono almeno a metà dell’Ottocento. Ai primi del secolo scorso una sua prozia materna, Ernestina Riva con il marito Francesco Pelissetti, la rilevarono e la gestirono fino al 1956, anno in cui Emilio Ranzini, suo padre, subentrò nella proprietà. Oggi Mario, passati con storia e gloria i suoi sessant’anni, ha affidato ai figli Emiliano e Alberto la gestione del locale. Incastonato nella Torino medievale, a due passi dal Duomo, Ranzini dona un’atmosfera che non si può descrivere; e si ascoltano  profumi, sapori, suoni (certe vecchie espressioni torinesi sono echi che impregnano l’aria) che fanno viaggiare indietro nel tempo. Oggi non si gioca più a carte in questo piccolo locale (20 posti con un dehors nel cortile di altrettanta capienza), ma si trovano ancora friciulin (frittatine), giardiniera, uova sode, vitello tonnato, salumi e formaggi tipici, lingua e acciughe al verde, queste ultime una vera esperienza mistica: arrivano dalla siciliana Sciacca. I vini sono tutti di piccoli produttori e vengono offerti a prezzi tra 1 e 4 € a calice! Raccomando il Nebbiolo roerino (Vezza, 2 € a bicchiere) e un incredibile Nascato, uvaggio di Nascetta e Moscato prodotto a Trezzo Tinella. Frequentato dalla clientela più varia, non accetta prenotazioni: c’è sempre da armarsi di tanta pazienza, a tutte le ore. In conclusione: se si vuol gustare qualcosa della Torino più vera, si visiti Ranzini.

 

 

 

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Angelo Gaja: “Cambiamenti”

Ricevo da Angelo Gaja e volentieri pubblico.

CAMBIAMENTI. Non è solo il clima a minacciare di cambiare. VINEXPO BORDEAUX è stata per lungo tempo la fiera internazionale del vino per eccellenza. Nata nel 1981, con cadenza biennale, è via via cresciuta attirando espositori e visitatori da tutto il mondo. Anche troppi per una città che non era abbastanza grande da accoglierli tutti e soffriva momenti di forte disagio. Fu così che un numero crescente di produttori dell’area bordolese, in concomitanza, si attrezzarono ad accogliere negli chateaux gli ospiti più qualificati offrendo loro di partecipare agli eventi prestigiosi che venivano in essi organizzati; innescando una competizione con le manifestazioni fieristiche che non fu di beneficio alla qualità di Vinexpo Bordeaux e produsse disaffezione negli espositori. A gennaio 2020 per la prima volta nella capitale francese si svolgerà VINEXPO PARIGI, da tenersi ogni due anni in alternanza a VINEXPO BORDEAUX. Se non sorgeranno intoppi sarà Parigi in futuro ad ospitare la più prestigiosa fiera internazionale del vino che abbia luogo in Europa.

FIERE DEL VINO. Sarà invece sui mercati esteri dell’Asia e dell’Africa che i vini europei dovranno procurarsi nuovi consumatori. Assai più che attirarli a casa nostra, diventerà importante saperli intercettare a casa loro. Con questo obiettivo già competono VINEXPO, VINITALY, PROWEIN che grazie all’incentivo-droga dei contributi stanziati dall’OCM Vino organizzano eventi ripetitivi sul mercato asiatico che mettono a dura prova le cantine esponendole alla minaccia di uno spreco di risorse e di tempo. Cambiamento augurabile: che VINEXPO e VINITALY si alleino, progettino un unico salone congiunto capace di accogliere e divenire espressione di promozione del vino europeo sui mercati internazionali. L’interesse è reciproco, i produttori ringrazierebbero.

WINE ADVOCATE è la prestigiosa rivista americana nata per iniziativa di Robert Parker. Qualche anno fa venne acquistata da un imprenditore di Hong Kong che successivamente ne cedette il 40% alla Guida Michelin. Le voci che si rincorrono supporrebbero che la Guida Michelin sia interessata a rilevare il restante 60%. Così oltre che essere riconosciuta per le stelle assegnate alla ristorazione, diventerebbe anche la guida ai vini più prestigiosi francesi e non soltanto. Un primato strategico.

Angelo Gaja

Marzo 2019                                                                                                                                                                   

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Un vero libraccio: Taccuino di un vecchio bevitore di Kingsley Amis

Disgraziatamente, come per le leggende che riguardano il non diventare ubriachi, anche le cosiddette cure per il dopo-sbronza si rivelano inutili o addirittura dannose…… Non ho mai trovato una cura efficace al cento per cento. Ai miei tempi me ne sono state indicate due: mezz’ora di volo in un aeroplano dalla carlinga scoperta o il primo turno in una miniera di carbone. Se ne avete l’occasione, provateli. Altrimenti il riposo è un grande medico. E – unica cosa certa – alla fine il tempo è galantuomo. Un’affermazione abbastanza ovvia ma, in una mattinata davvero brutta, è ciò che più vi serve ricordare.”

Ho appena finito di leggere questo libraccio scritto dal celebre autore inglese, ahinoi defunto purtroppo ormai da 15 anni (1922/1995). E’ una raccolta di articoli datata e assai inglese, nel bene e nel male. Nel bene, perché un certo umorismo anglosassone è per davvero unico e insostituibile; nel male, perché poco si parla di vino in genere e italiano in particolare – non bisogna dimenticare che gli scritti sono assai datati e si riferiscono a tempi, anni ’80 e ’90, in cui il nostro vino cominciava a affacciarsi con i primi successi sui mercati internazionali importanti.

Ma lo scrittore inglese è una vera merdaccia e, sopra ogni cosa, politicamente scorretto eppoi un vero, grande, esagerato bevitore e esteta di ogni alcol del mondo. Non un grande, un grandissimo di quelli che piacciono a me. Consiglio per quelli giusti: non perdetevelo.

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Pietro Aretino, Sonetti lussuriosi

I.

 

Fottiamci, anima mia, fottiamci presto,

poiché tutti per fotter nati siamo;

e se tu’l cazzo adori, io la potta amo,

e saria ‘l mondo un cazzo senza questo.

 

E se post mortem fotter fosse honesto,

direi: Tanto fottiam, che ci moiamo;

e di là fotterem Eva e Adamo,

che trovarno il morir sì disonesto.

 

- Veramente egli è ver, che se i furfanti

non mangiavan quel frutto traditore,

io so che si sfoiavano gli amanti.

 

Ma lasciam’ir le ciancie, e sino al core

ficcami il cazzo, e fà che mi si schianti

l’anima, ch’in sul cazzo hor nasce hor muore;

 

e se possibil fore,

non mi tener della potta anche i coglioni,

d’ogni piacer fortuni testimoni.

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Aldo Palazzeschi

Lo portai alla maturità, circa 37 anni fa: Aldo Giurlani se ne andò quella stessa estate, il 18 agosto 1974, quasi novantenne. Morì a Roma, ma era nato a Firenze il 2 febbraio 1885. Ho sempre amato questo autore immenso, mai di moda e mai apprezzato quanto avrebbe meritato. Di lui credo di aver letto tutto, soprattutto tanta poesia, e poi i racconti e i grandi romanzi. Personalmente lo preferisco come poeta, fra i tre o quattro più grandi del secolo scorso. E poi come insuperabile narratore di piccole storie. I suoi romanzi, pur molto conosciuti e apprezzati, sono secondo il mio immodesto parere un poco meno interessanti.

Qui riproduco le copertine del suo ultimo libro di poesie, stupendo, pubblicato nel 1972 e il romanzo postumo, uscito nel 1988, Interrogatorio della Contessa Maria: una chicca che soltanto una sensibilità raffinatissima, omosessuale poteva aver scritto (è probabile che il manoscritto originale risalga agli anni Venti). Si trova facilmente questo libro (Mondadori): per le vacanze è una lettura leggera, divertente, ironica. Seguite i miei consigli e, magari, fatemi sapere.

 

Anche la morte ama la vita (Da Via delle cento stelle)

 

Non fare che la morte

ti trovi già cadavere.

Posta davanti alla carne putrefatta

arriccia il naso e corruga la fronte

contrariata e mal disposta,

ama la carne ancora fresca e gioiosa.

Fa’ che ti colga in piena danza

e ti mostri la sua faccia

incuriosita e soddisfatta:

«stai pur tranquillo»

ti sussurra in un orecchio

«che non sono tanto brutta»

mettendosi a danzare con te.


 

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Spagnolino, peperoncino, capsicum anuum

SPAGNOLINI, RIMEDIO PER OGNI MALE

Cristoforo Colombo, già nella relazione del suo primo viaggio, nomina il peperoncino appena scoperto nelle isole caraibiche: lo chiama axì e lo descrive piccante come il pepe e consumato in abbondanza da quelle nuove popolazioni che reputano l’ortaggio dotato di grandi proprietà medicinali.

Durante il secondo viaggio del 1494, sarà il medico personale dell’Ammiraglio, Diego Alvarez Chanca, a occuparsi di portare e diffondere in Spagna i semi e le piantine di quella portentosa spezie.

Pochi sanno che il peperoncino, una solanacea – come pomodori, patate e melanzane – del genere Capsicum, è stata la prima pianta del nuovo mondo a diffondersi in Europa e, in maniera assai rapida, in tutti gli altri continenti: si può affermare che il peperoncino sia stata la prima pianta globale del mondo.

Mais, pomodori e patate entrarono nell’uso quotidiano della cucina europea a partire dalla seconda metà del XVII secolo e soltanto dopo il 1750, circa, si può cominciare a ragionare di cucina mediterranea come la intendiamo oggi.

All’epoca di Colombo le specie del genere Capsicum erano poche decine, oggi sono senza dubbio circa un centinaio; quella più comune e usata da noi è la Capsicum annuum, una piantina annuale che non cresce più di 80/90 centimetri, ama il caldo e presenta piccoli fiorellini bianchi da cui spunteranno i preziosi frutti, prima verdi e poi rossi.

La capsaicina, che è l’alcaloide che costituisce il principio piccante del frutto, è la sostanza cui si attribuiscono tutte le innumerevoli, vere o false che siano, proprietà medicinali associate al peperoncino.

Bisogna precisare che i nostri antenati, prima della scoperta di Colombo, conoscevano già il pepe del genere Piper, piante di origine indiana conosciute in Europa fin dal V secolo a.C. ma entrate nell’uso quotidiano in epoca imperiale, insieme alle mode e ai costumi orientali che, già in quei tempi, stuzzicavano appetiti bisognosi di faccende esotiche.

Dalla parola sanscrita pippali, che significa bacca, traggono origine etimologica, in tutte le lingue europee, i termini che indicano il pepe e il peperoncino.

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La luce del vino, ph. by Vincenzo Reda, poems by Abu Nuwàs

ABU NUWAS

«Fate circolare la coppa, e si dileguerà
la sventura, e il mio occhio godrà
lo squisito profumo del mondo.
Un vino nel cui luccichio brilla il lampo,
e quando si svela alla vista, questa
ne è quasi accecata».

«Se ci mescolassi luce, essa si mescolerebbe
con lui, e ne nascerebbero altre luci
e fulgori».

 

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“La mimosa” di Pablo Neruda

Io ho tanto amato Pablo Neruda da adolescente: ho scoperto da solo Il Canto General, le Veinte Poemas de amor. Ho letto il suo splendido Confesso che ho vissuto (prestato a chissà chi e oggi scomparso dalla mia Biblioteca). Ho poi visto una vecchia fotografia in cui il grande Pablo regge sulle ginocchia il mio amico Enrico, all’ombra della locomotiva, in Alpignano.

E amo gli alberi e i fiori degli alberi: le mimose sopra tutti. Il giallo sfacciato, provocante sensuale. Franco, quasi scostumato. E quell’olezzo inebriante, che ubriaca più di un grande vino.

Ma questa poesia, tra le mie preferite, non l’ho scoperta io: fu mia figlia, alle elementari, che me la fece conoscere e amare.

E’ tempo di mimose: come ogni anno, è giusto in questa stagione regalarla a chi ancora non la conoscesse: è un mio omaggio fatto con lo stomaco, più che con il cuore. E con l’organo (non so quale sia) che produce la sensibilità e il bisogno di donare senza aspettare alcuna ricompensa in cambio. Sono i regali più belli.

Andavo da San Jeronimo

verso il porto

quasi addormentato

quando

dall’inverno

una montagna

di luce gialla

una torre fiorita

spuntò sulla strada e tutto

si riempì di profumo.

Era una mimosa.

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Da “Vino al vino”, Mario Soldati

«…Un bicchiere d’acqua quando il nostro corpo ha sete è come un bicchiere di vino quando ha sete la nostra anima. Ecco perché un pasto senza vino mi fa pensare a un bambino incapace di ridere».

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«… Concludendo, il vino lo si giudica proprio da questo: che aiuta, nel ricordo o nella speranza, nella riconoscenza o nel desiderio, a sognare. E non si può descrivere il gusto di un vino se non si ricorre in qualche modo al sogno».

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Antonin Artaud, “Van Gogh il suicidato della società”

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«L’occhio di Van Gogh è quello di un grande genio, ma nel modo in cui lo vedo disseccare anche me dal fondo della tela da cui è sorto, non è più il genio di un pittore ch’io sento vivere in lui in questo momento, ma quello di un certo filosofo da me mai incontrato nella vita.

No, Socrate non aveva quell’occhio, prima di lui forse solo il povero Nietzsche ebbe questo sguardo che spoglia l’anima, che libera il corpo dall’anima, che mette a nudo il corpo dell’uomo, fuori dai sotterfugi dello spirito».

«E aveva ragione Van Gogh, si può vivere per l’infinito, soddisfarsi solo d’infinito, c’è abbastanza infinito sulla terra e nelle sfere per saziare mille grandi geni, e se Van Gogh non è riuscito ad appagare il desiderio di irradiarne l’intera sua vita, è perché la società glielo ha vietato. [...] Inoltre, non ci si suicida da soli. Nessuno è mai nato da solo. Così come nessuno muore da solo».
Antonin Artaud (Marsiglia, 4 settembre 1896 /Ivry-sur-Seine, 4 marzo 1948) scrisse questo saggio inaudito nel 1947, un anno prima di morire. Necessita ricordare che Artaud fu internato per nove anni in manicomio e da cui uscì nel 1945.

Se si ama Vincent Van Gogh, non si può ignorare questo scritto.

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Giancarlo Fulgenzi: lo sfogo di un Maestro Artigiano (2)

Questo era l’ artigianato, potrei seguitare a lungo se non temessi di annoiarvi..

Bene, i  soliti capoccioni cominciarono a domandarsi cosa ci facevano quelle botteghe affumicate per le strade della città.

Perché non si potevano spostare in zone fuori dai centri abitati? Iniziò cosi una operazione scellerata e criminale che fece sorgere le famose  “zone industriali” che non solo furono realizzate attorno alle città di una certa dimensione stringendole in una assedio mortale di orribili capannoni, come è accaduto ad Arezzo, ma l’ idea fu realizzata anche nei piccoli paesi dove la morte delle botteghe artigiane ha determinato anche la morte e lo sfollamento dei paesini stessi, vere perle del nostro territorio, oggi vuoti e solo destinati a dormitori per extracomunitari e simili.

Vennero espropriati con le buone o le cattive maniere i terreni favorendo speculazioni dei soliti bene  informati, poi si costruirono capannoni indecenti e pericolosissimi (come purtroppo hanno dimostrato i terremoti nelle zone dell’Emilia recentemente). I capannoni erano la speculazione ideale per cementifici e Banche per la concessione dei relativi finanziamenti.

Gli artigiani furono cacciati  dalle loro botteghe accusati di inquinamento e disturbo della quiete pubblica. Si ritrovarono in mezzo a selve di capannoni semivuoti, soli in spazi assurdi per le loro attività e vessati da gabelle e imposte assurde in nome di urbanizzazioni e di servizi inesistenti.

Soli in capannoni sproporzionati alla loro attività, scatole di cemento dove anche la persona più Creativa del mondo perde ogni capacità di espressione, angosciati da montagne di cambiali e mutui di cui non riesci mai a intravedere la fine, gli artigiani hanno tentato negli anni passati, di trasformarsi in qualcosa che assomigliasse all’industria con la prospettiva di aumentare gli incassi per far fronte alle innumerevoli ruberie di cui erano vittime da parte dello Stato e dei Comuni.

Così è finito tragicamente l’artigianato, sono finite quelle migliaia di botteghe-scuola dove si formavano e prendevano forza nuovi lavoratori, è finito tutto l’ indotto che dietro le botteghe lavorava per fornire materiali naturali, ferramenta, e una miriade di materiali che l’ industria non userà mai. Si dice che esiste una alta disoccupazione fra i giovani. Quanti mestieri i nostri capoccioni hanno distrutto? Quante persone avrebbero ancora impiegato quei mestieri se fossero stati incoraggiati anziché ostacolati?

Eravamo rimasti a quando io, ventenne, facevo l’odontotecnico e poi iniziai la lavorazione di animali in paglia. Quel bigone che vidi mi illuminò la mente e mi fece capire che tutte quelle capacità lavorative non potevano andare perdute. Recuperai ceramisti sull’orlo della chiusura, andai in cerca di giovani che lavoravano il legno solo per fare gabbie da conigli, vetrai che ritrovarono mercato attingendo a opere di vetrai dei secoli passati, cercai nuovi materiali, vetroresina, plastiche, PVC e cercai soluzioni diverse da quelle che qualche industria aveva saputo pigramente realizzare.

Per ogni lavoro, ogni attività, io mi impegnai personalmente a trovare le tecniche di lavoro giuste e mi preoccupai di formare nuovi lavoranti.

Ho lavorato l’argento facendo portaritratti e serviti da tavola cominciando dalla lavorazione degli stampi e dei prototipi; ho lavorato la pelle utilizzando la vacchetta: la pelle più comune ma anche la più adattabile alla realizzazione di oggetti d’ uso. Cercai vecchi cestai che sapessero raccogliere vinchi e giunchi alla luna buona per fare cesti che ci valsero anche un premio in Svizzera. Trovai i fabbricanti di cesti in castagno. Erano usati per imballare agnelli e polli. Pensai che tanta maestria era sprecata per fare oggetti che valevano meno di un foglio di carta. Per modificare le loro lavorazioni che ormai compivano a occhi chiusi, dovei imparare prima le loro tecniche e poi realizzare da me i necessari cambiamenti. Centinaia di persone ho avuto il piacere di istruire, spronare, sorreggere quando qualche insuccesso li voleva spingere a desistere. Ho lavorato per il cinema facendo oggetti per il film La Bibbia, ho lavorato per il teatro La Pergola di Firenze, ho lavorato per Gucci e per Cartier, ho dimostrato il mio lavoro in giro per il mondo. Ho lavorato per la cartoleria, con linee realizzate con materiali naturali; ho studiato una linea di alimenti liofilizzati, già pronti per una cottura semplice: piatti completi come ce ne sono oggi in commercio.

Ho lavorato con aziende importanti, come la Zonin e la Pavesi. Ho avuto il piacere e l’onore di lavorare con il vecchio Pavesi sempre mettendo alloro servizio le mie capacità di Artigiano, capace di creare oggetti e situazioni che trasmettessero entusiasmo e fantasia a possibili acquirenti. Ho arredato diecine di negozi e realizzato certo 100 o 200 stand in Fiere in Italia o all’estero partendo sempre da un carico di legno grezzo, un seghetto alternativo e pochi attrezzi.

Ognuna delle attività a cui ho accennato meriterebbe molte pagine di descrizione, molte, tante delle persone che hanno lavorato nelle mie botteghe e nei miei laboratori meriterebbero molta più attenzione. Probabilmente lo farò in un prossimo libro. Una mia allieva ha restaurato le vetrate del Duomo di Orvieto e gli stucchi del teatro Petruzzelli, altri hanno dato vita a importanti industrie, altri hanno invece sfruttato poi le capacità acquisite, impegnandosi nel mondo dell’ arte.

Credo quindi, concludendo di aver fatto veramente il mio lavoro di artigiano, ne sono fiero anche se mi meraviglia non poco, il fatto che la città ingrata e becera dove sono nato e dove ho lavorato come base, non abbia mai sentito il dovere di rivolgermi una attenzione qualsiasi.

Io ho dato vita e messo in moto un artigianato che non esisteva, non solo ad Arezzo ma ho coinvolto ampie zone come il Casentino, Val di Chiana e anche Valdarno. Io esportavo i miei prodotti in tutto il mondo, ho lavorato in 18 Paesi quando ad Arezzo nascevano timidamente le prime industrie poi fatte fallire dalla incompetenza dei figli di famiglia. Io posso prendere qualsiasi materiale e sono in grado di realizzare qualcosa con il semplice aiuto delle mie mani e di qualche attrezzo elementare. Ho creato negli anni ’60, una nuova Grafica, nuovi colori, nuovi caratteri da stampa. Io sono un artigiano, io sono un:

MAESTRO ARTIGIANO.

Sono grato agli aretini che non mi hanno mai degnato neppure di uno sguardo: non è per loro che avrei voluto spendere l’ impegno che io e i miei collaboratori abbiamo messo nel nostro lavoro. Lo abbiamo fatto, senza alcun aiuto, lo abbiamo fatto con gioia e divertimento e io personalmente sono lieto quando vedo in giro prodotti, attività o aziende che sono il frutto del seme che io a suo tempo ho seminato.

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Giancarlo Fulgenzi: lo sfogo di un Maestro Artigiano (1)

Giancarlo Fulgenzi, prima di essere un mio grande amico, è un Grande Uomo. Uomo di spessore morale e di spessore storico di rara schiatta. Ha scritto queste parole, amare ma d’amore; bisogna leggerle, fa bene.

ARTIGIANATO, MAESTRI ARTIGIANI E CIALTRONI.

COSI COMINCIAMMO

“ECLISSI ARTIGIANA – NEL 2015 SONO SPARITE 21.780 IMPRESE ARTIGIANE – ALCUNI MESTIERI COME BARBIERI, CALZOLAI, PELLICCIAI E CORNICIAI STANNO PER SCOMPARIRE – I GIOVANI NON SI AVVICINANO PIU’ A QUESTI MESTIERI E SENZA RICAMBIO I SAPERI SI PERDONO

LA CHIUSURA DI QUESTE ATTIVITÀ STA CAMBIANDO IL VOLTO DEI CENTRI URBANI. MA LA CRISI NON C’È PER TUTTI: IN AUMENTO PARRUCCHIERI, ESTETISTE, GELATERIE, ROSTICCERIE E IMPRESE DI PULIZIA…”

Ho ricavato queste note dal Blog di Dagospia. Lui giustamente pone l’accento su un problema che è di vitale importanza per l’ assetto, e l’ economia della attuale società, ma non coglie nel segno e trascura la parte principale del problema che accenna solo marginalmente: l’ importanza dell’ Artigiano nella Cultura, nella formazione di nuovi allievi, nella ricerca continua di nuove tecniche di lavoro e nuovi materiali; Artigianato come anticamera di attività artistiche.

Occorre per prima cosa stabilire che cosa si intende per Artigianato. Da sempre si confondono le piccole imprese con gli Artigiani veri. Non si possono mettere nella stessa categoria di lavoratori Intagliatori di legno, scultori, ceramisti, soffiatori di vetro, orefici, decoratori, con Imprese di pulizia e tassisti. L’Artigianato è una attività assolutamente creativa, l’ Artigiano è quel lavoratore che dalla materia prima grezza, con tecniche assolutamente personali e senza l’ aiuto di impianti e macchinari tipici dell’ industria produce manufatti di pregio che generalmente sono pezzi unici o riproducibili in piccola serie solo dall’Autore e dai suoi allievi.

L’ Artigiano insegna e tramanda ai suoi aiutanti tecniche e trucchi di un mestiere  ed è per questo che una volta si chiamavano giustamente Maestri Artigiani. L’ artigianato non è Arte, ma è un gradino sotto , ed è quell’attività che si svolge in botteghe dove perfino i ferri e gli attrezzi da lavoro sono opera e invenzione del Maestro. Tanti di quelli che oggi sono ritenuti Artisti eccellenti del passato e le loro opere ammirate giustamente come opere d’ arte, nella loro epoca erano ritenuti semplici artigiani.

Io non ho mai avuti ne voluti titoli di benemerenza nella mia vita , sono stato Presidente di associazioni, di commissioni, Amministratore delegato di importanti aziende, Direttore generale di questo o di quell’ altro  ma  credo che nessuno mi abbia mai sentito rammentare associato a queste situazioni, che mi sono capitate, che spesso non ho potuto rifiutare ma delle quali non mi sono mai vantato.

Una qualifica importante alla quale tengo molto invece c’è: io sono un

MAESTRO ARTIGIANO.

Quando ancora frequentavo il liceo ho lavorato tutti i pomeriggi nel laboratorio di Odontotecnico di mio padre.

Ora questi laboratori sono specializzati, nelle varie componenti delle protesi e dotati di materiali sofisticati. Quando lavoravo io ( anni 1945-55) dovevamo fare da noi anche i ferri per lavorare. Con quel mestiere io ho imparato a modellare a cera, modellare a gesso, ho imparato la fusione a cera persa sia di acciaio che di oro. Ho lavorato il caucciù, una gomma che serviva per le protesi mobili, ho lavorato le resine, ho battuto capsule in metallo oro o acciaio usando semplicemente un punzone di bismuto, una mattonella di piombo, e un martellino. Lucidavamo acciaio, caucciù e resine con acqua e pomice e tappi di sughero perche non c’erano soldi per i feltri.

Scusate questa lunga introduzione ma deve servire solo a dimostrare quante operazioni devono impararsi quando si fa dell’ artigianato vero.

Poi negli anni ’50 per una strana combinazione mi fu chiesto di fare galline di paglia.. Feci le galline di paglia (truciolo di legno, in verità) ed ebbero tanto successo che  mi indussero a sviluppare la tecnica ad una quantità di altri animali e ornamenti. Centinaia di persone lavorarono per quel progetto ed ebbi la gioia poi di essere chiamato in tanti paesi (Stati uniti, Sud Africa, e Australia principalmente), a mostrare il mio modo di lavorare.

So che la cosa vi sembrerà ingenua e strana ma la considererete  diversamente quando vi dirò che ad esempio in Sud Africa ho insegnato negli ospedali quelle lavorazioni, come attività di fisioterapia per che aveva handicap alle mani, negli Stati Uniti ho lavorato nei College per dimostrare ai ragazzi le imprevedibili capacità delle mani dell’ uomo quando queste sono abbinate a creatività e fantasia.

Compito e attività importantissima dell’artigiano è quella di formare nuovi lavoratori (ragazzi di Bottega) tramandando tecniche, trucchi e astuzie e nuove soluzioni di lavoro che altrimenti andrebbero perdute. Spesso da tutto ciò nascono spunti e suggerimenti che l’ industria riprende per svilupparli in progetti più vasti con grandi benefici per l’occupazione. 

In piazza Guido Monaco, c’era nel palazzo Madiai una vetrina della Camera di Commercio che espose un giorno un bigone di castagno di quelli che si usavano per vendemmiare . Un bigone è a modo suo un’opera d’arte e se vedete un uomo prendere legno di castagno grezzo e realizzare un oggetto come un bigone, certo vi domandate se quelle mani non sono state benedette da Dio. Vedendolo io pensai che il bigone con la crisi dell’agricoltura crescente e l’uso scellerato di botti e contenitori in cemento, probabilmente non era più interessante, ma le capacità di chi lo aveva saputo realizzare erano un tesoro da valorizzare e utilizzare per la produzione di oggetti più attuali.

Stava cominciando il miracolo industriale italiano, spesso basato su improvvisazioni politiche. Nello stesso tempo cominciò una serrata caccia all’Artigiano che ancora oggi deve finire. Camminando per le strade dei quartieri più vecchi delle città, era normale vedere spesso che in quei fondi poi trasformati in negozi fallimentari, lavorava un Artigiano, magari affiancato da uno o due ragazzi di bottega (come si chiamavano anche se erano un età adulta). Odore di colla calda, di legno piallato o scorniciato a mano (allora si usavano fra l’ altro ancora legni tipo cipresso o olivo molto profumati). 

In un altra bottega di fronte ad un banchetto piccolo e pieno di piccoli attrezzi, un calzolaio iniziava da una pelle di vacchetta e con lesiva , trincetto pece e qualche semenza sfornava scarpe e scarponi che sembravano opere divine. Più in la seduto su di uno strano trespolo con una ruota che faceva girare con i movimenti di un solo piede, un ceramista prendeva una palla di argilla e dopo averla rimbalzata ripetutamente tra le mani, la sbatteva al centro di una ruota che girava e affondandoci decisamente i pollici e poi accarezzandola con tutte le dita come a suonare uno strumento, tirava su, come per incanto un vaso, una brocca una ciotola che poi staccava dal fondo con un sottile filo di ferro, che riponeva poi con cura, incastrandolo in una fessura del legno del primitivo tornio, con cura e attenzione come se si fosse trattato di uno strumento raro e delicato.

I ragazzi andando o tornando da scuola si  fermavano volentieri davanti a quelle fabbriche della magia e spesso poi finivano loro stessi a entrare come “ragazzi di bottega” per imparare il mestiere. Se nel lavorare mancavano una manciata di bullette o un p0’ di terra colorata, oppure olio di lino, l’artigiano faceva due passi fino al droghiere o alla ferramenta vicina ed era cosi anche l’occasione per due parole fra amici. Le botteghe restavano aperte senza pericolo alcuno e spesso un foglietto di carta attaccato ad un chiodo avvertiva: «Torno subito».

 

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