Lucilla Pacini Barbesino e il suo Osteria Casa del Pescatore

Dopo oltre trenta anni di esperienza come insegnante (Alberghiero Colombatto, Istituto For.Mont di Venaria Reale, Piazza dei Mestieri) e come consulente gastronomica di molte aziende italiane e straniere, il sogno si è finalmente realizzato nel giugno dello 2010 a Marina di Pietrasanta.

Luci è lucchese di nascita, torinese per amore avendo sposato il mio amico Claudio: tornare in Versilia è stato come tornare a casa. E all’Osteria Casa del Pescatore sta mettendo in pratica tutto quello che in una vita dedicata a insegnare cucina ha da sempre professato: la qualità quella vera. Io non amo il sushi né il sashimi – pur se quando ho avuto modo di mangiarne, preparato da un grande chef giapponese, al Lila di Delhi, sono rimasto estasiato – ma la tartare di tonno su radicchio, i gamberoni grigi e gli scampi crudi che ho avuto modo di mangiare da Lucia mi hanno lasciato senza fiato! Avevo mangiato i gamberoni rossi crudi da amici a Bordighera, ma qui siamo in paradiso: quando ti vien voglia di succhiare l’intera testa del gambero crudo e la trovi dolce, non c’è altro da dire. Senza parlare dei fritti e delle grigliate: la qualità qui è  ai massimi livelli possibili, parola di pescatore. E poi c’è Nicolò, l’aiuto in cucina di Luci. Niccolò ha avuto modo di frequentare uno dei migliori master possibili in fatto di pesce: suo nonno materno Franco Raffaelli, pescatore da sempre! Ho parlato della sua bottarga, ma parlare di cibo è inutile: il cibo bisogna mangiarlo e gli aggettivi li deve scegliere la lingua (anche il naso e gli occhi, ma in ossequio giudizioso al re gusto che deve sempre imperare). La cucina di Luci è un inno semplice alla qualità: l’olio, le paste, la deliziosa leggerezza e delicatezza della sua filosofia cucinaria.

Il ristorante ha una cinquantina di coperti che diventano ottanta d’estate; si trova nella prima, tranquilla parallela del lungomare di Marina di Pietrasanta. Come ho già suggerito su questo mio sito, che non ha alcun aspetto commerciale né deve rendere conto ad alcuna filosofia se non il mio giudizio (che può anche non essere condivisibile, ma che è franco e schietto): provate, se vi piace il pesce, ad andare a mangiare da Lucilla. Poi, se volete, ringraziatemi. Buon appetito.

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William Blake, Il Sorriso – The Smile
Barolo Cannubi 2003 by Brezza

Barolo Cannubi 2003 by Brezza

C’è un Sorriso d’Amore,

E c’è un Sorriso d’Inganno,

E c’è un Sorriso dei Sorrisi

In cui questi due Sorrisi si incontrano.

 

E c’è uno Sguardo d’Odio,

E c’è uno Sguardo di Disprezzo,

E c’è uno Sguardo degli Sguardi

Che tentate di scordare in vano;

 

Perché si pianta nel profondo del Cuore,

E si pianta nel profondo della Schiena

E nessun Sorriso che mai fu sorriso,

Ma un solo Sorriso soltanto,

 

Che fra la Culla & la Tomba

Si può Sorridere soltanto una volta;

Ma, quando è Sorriso una volta,

C’è una fine a tutta l’Angoscia.

 

(There is a Smile of Love,/And there is a Smile of Deceit,/And there is a Smile of Smiles/In which these two Smiles meet.//And there is a Frown of Hate,/And there is a Frown of Disdain,/And there is a Frown of Frowns/Which you strive to forget in vain;//For it sticks in the Hart’s deep Core/And it sticks in the deep Back bone,/And no Smile that ever was smil’d,/But only one Smile alone,//That betwixt the Cradle & Grave/It only once Smil’d can be;/But, when il once is Smil’d,/There’s an end to all Misery.).

 

Questa poesia è tratta da “Pickering Manuscript”, tradotta (non benissimo) da Giacomo Conserva per Newton Compton. Per esempio, l’ultimo verso della terza quartina:”But only one Smile alone” io lo avrei tradotto: “Ma soltanto un Sorriso solingo”.

 

William Blake, poeta e pittore romantico e visionario, nacque a Londra il 28 novembre del 1757 e ivi morì il agosto 1827.

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La famiglia Bisol amplia l’offerta turistica di Venissa

http://www.vincenzoreda.it/ah-venissa-venissa/

http://www.vincenzoreda.it/burano/

Ricevo e volentieri pubblico, raccomandando personalmente un posto unico al mondo.

Il Venissa Wine Resort inaugura le nuove residenze diffuse a Burano, per vivere le Isole della Laguna di Venezia assieme alle eccellenze del Design Made in Veneto

Le nuove residenze diffuse nell’Isola di Burano, create in collaborazione con dieci tra le migliori aziende del territorio, propongono un’esperienza autentica a contatto con le tradizioni e le bellezze della Venezia Nativa

L’isola di Mazzorbo, che assieme a Torcello e Burano rappresenta la Venezia Nativa, ospita la Tenuta Venissa. In questo arcipelago di natura, colori, sapori e arte si trova la “vigna murata di Venissa” dove la famiglia Bisol ha riportato alla luce l’antico vitigno Dorona di Venezia.

Il vigneto fa da sfondo al Ristorante Stellato, all’Osteria Contemporanea e alle camere del Wine Resort, rendendo Venissa il luogo ideale per un soggiorno nella laguna all’insegna del relax e della buona cucina. Quest’anno il progetto compie un ulteriore passo con l’inaugurazione delle nuove residenze di Burano. Residenze diffuse nell’Isola, in più edifici, per far vivere all’ospite l’atmosfera del paese, che così ritrova il contatto con gli abitanti locali, ancora oggi molti dei quali operano nei mestieri tipici dell’isola tra quali pescatori e merlettaie.

L’ospite di Venissa potrà soggiornare in una delle camere che si trovano all’interno della casa padronale della tenuta Venissa nell’isola di Mazzorbo, o in una delle residenze diffuse nell’isola di Burano. La famiglia Bisol ha infatti ristrutturato alcune delle tipiche case colorate, abitate un tempo da merlettaie e pescatori, in collaborazione con gli artigiani locali e dieci tra le migliori aziende del triveneto.

I pavimenti degli ingressi sono stati realizzati con gli smalti di Orsoni, l’unica fornace presente ancora oggi a Venezia, che dal 1888 produce artigianalmente mosaico di vetro a foglia d’oro e quasi 3.000 tonalità di smalti che sono impiegati nei mosaici più importanti al mondo. Salendo ai piani superiori delle case invece troviamo i legni Itlas, realizzati con le stesse tavole del Piave un tempo usate per la realizzazione della flotta navale della Serenissima. Le parti più importanti dell’arredamento sono prodotti di aziende icone del design del Triveneto come Moroso, azienda per le sedute ed i complementi di Udine che collabora con alcuni tra i più grandi designers al mondo; Arclinea, che a Vicenza produce cucine innovative con materiali naturali e tecnologie d’avanguardia; Trend, azienda vicentina fondata nel 2000 da Pino Bisazza, che realizza decori in mosaico CAD ed artistico, dai motivi classici e moderni e rivestimenti dal design contemporaneo; Glass 1989, azienda di Oderzo leader nella progettazione e realizzazione di soluzioni benessere; Panto, le cui finestre incorniciano gli scorci e i colori delle case di Burano; FontanaArte, brand storico dell’illuminazione di design entrata a far parte del Gruppo Nice con sede a Oderzo; Bolzan Letti, azienda trevigiana che coniuga design ed artigianalità nella creazione di letti sartoriali; e Vimar, azienda di Marostica (VI) leader nel settore elettrico ed elettronico, che ha applicato la sua tecnologia domotica a Venissa per rendere ancora più confortevole il soggiorno degli ospiti del Wine Resort.

Queste aziende hanno creduto in questo progetto e contribuito a realizzare, di fatto, uno showroom da vivere.

L’amore della famiglia Bisol per il proprio territorio si manifesta così, non solo tramite il vino e la cucina, ma anche con il meglio del design Made in Italy.

Ai suoi ospiti Venissa propone inoltre una serie di attività ed esperienze per scoprire il territorio, come il corso di voga alla veneta grazie alla collaborazione con gli istruttori della remiera di Burano, workshop con i fotografi dell’isola o uscite di pesca assieme ai pescatori della cooperativa.

Venissa infatti crede in un turismo autentico, alla scoperta delle tradizioni e delle bellezze della Venezia Nativa, un angolo di paradiso all’interno di uno dei siti Unesco più visitati al mondo: la laguna di Venezia.

Informazioni: Matteo Bisol  matteo@venissa.it  M +39 340 5979252

Photo Gallery e Press kit   Clicca qui  per visualizzare

Venissa Wine Resort. Fondamenta Santa Caterina – 330142 – Isola di Mazzorbo, Venezia – Italia

tel +39 041 5272281

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My last wine artworks

Painting with Piedmont Pinot Noir (Brigante 2008 from Neviglie, Cuneo), Barbera La Pantalera 2011 Marrone (from La Morra, Cuneo) and Dolcetto 2014 Brezza (from Barolo, Cuneo). Also, I used two different papers: I like very much these.

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San Vitale (Ravenna, Italy)

La Basilica di San Vitale fu eretta tra il 525 (regnante l’ostrogoto Teodorico) e il 547 (sotto il bizantino Giustiniano II il Grande. E’ una delle più belle chiese cristiane di ogni epoca.

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Sant’Apollinare in Classe

La basilica di Sant’Apollinare in Classe (5 km dal centro di Ravenna) fu edificata tra il 532 e il 549 d.C., anno della sua consacrazione da parte di Massiminiano, primo arcivescovo di Ravenna.

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Some postcards from Rimini

Rimini (Ariminus) fu fondata nel 286 a.C. dai Romani su precedenti insediamenti antichissimi.

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Il cibo come cultura, Massimo Montanari

Montanari

«L’analogia tra cibo e linguaggio che abbiamo messo a confronto come sistemi di segni oltre che (nel caso del cibo) di realtà materiali, li connota entrambi come codici di comunicazione, che, all’interno e all’esterno delle società che li esprimono, trasmettono valori simbolici e significati di varia natura (economici, sociali, politici, religiosi, etnici, estetici ecc.). Come la lingua parlata, il sistema alimentare contiene e trasporta la cultura di chi la pratica, è depositario delle tradizioni e dell’identità di gruppo. Costituisce pertanto uno straordinario veicolo di auto-rappresentazione e di scambio culturale: è strumento di identità, ma anche il primo modo per entrare in contatto con culture diverse, giacché mangiare il cibo altrui è più facile – almeno in apparenza – che decodificarne la lingua. Più ancora della parola, il cibo si presta a mediare fra culture diverse, aprendo i sistemi di cucina a ogni sorta di invenzioni, incroci e contaminazioni».

«Una vicenda esemplare è quella del Medioevo europeo, che, come abbiamo già messo in luce, vide formarsi un’identità alimentare e gastronomica nuova, sostanzialmente innovativa rispetto al passato (di cui, pure, trasmetteva l’eredità) grazie a uno straordinario esperimento di contaminazione, anche conflittuale, tra culture diverse e in qualche misura opposte. La nuova civiltà, come sappiamo, nacque dall’innesto della tradizione romana (ripresa e rafforzata dal cristianesimo) su quella “barbarica”: la cultura del pane, del vino e dell’olio si incrociò con la cultura della carne, della birra e dei grassi animali, e quello che ne scaturì fu un modello inedito di produzione e di consumo, in cui la carne (soprattutto la carne di maiale) affiancava il pane come “valore forte” del sistema, in una dinamica di reciproca integrazione, al tempo stesso economica e simbolica, che costituisce uno dei più interessanti episodi nella storia alimentare».

«Che le identità alimentari (e culturali in genere) siano un prodotto della storia, solo parzialmente riconducibile Montanari 1a situazioni ambientali e geografiche, lo scopriamo con chiarezza anche nel processo di costruzione della cosiddetta “dieta mediterranea”, frettolosamente celebrata (soprattutto dai media americani) come frutto di una “saggezza antica”, di una “tradizione” lungamente sperimentata. Ora, a parte il fatto che parlare di “dieta mediterranea” al singolare è una sorta di astrazione metafisica, che ignora la varietà estrema di situazioni che la stessa geografia ha creato tra – mettiamo – Provenza e Libano, Tunisia e Dalmazia, Sicilia e Egitto; a parte questo, dobbiamo ammettere che molti fattori costitutivi di questa “dieta mediterranea” non sono affatto, in origine, mediterranei, bensì escono da una storia, spesso di fresca data, di scambi e di incroci con altre regioni e continenti del mondo. Le cucine mediterranee attuali in realtà non hanno molto di antico salvo l’uso del pane, del vino, dell’olio d’oliva, della carne ovina, della cipolla e di poco altro».

Massimo Montanari (Imola, 1949) insegna Storia medievale e Storia dell’alimentazione all’università di Bologna. Considerato uno dei massimi esperti mondiali di storia dell’alimentazione, ha pubblicato diversi libri che sono fondamentali in questo settore (imperdibile La Storia dell’alimentazione, Laterza 1997, curato con Jean Louis Flandrin).

Il lavoro qui presentato è un testo fondamentale per le riflessioni che suggerisce nell’ambito della cultura alimentare. Ho riportato alcune citazioni illuminanti, a parer mio.

Il Cibo come cultura, M. Montanari – pp. 170, Laterza (Roma/Bari) 2004, 9,00 €.

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Giappone, appunti di viaggio by Angelo Gaja

Giappone, visitato nel maggio 2016.

Il mio primo viaggio lo feci nel 1980. Sembrava allora un paese triste nonostante l’economia a macinare successi, i servizi pubblici ad un livello di grande efficienza, l’organizzazione della società curata con minuzia. Le donne indossavano vestiti di un blu mesto, gli uomini in grigio o nero di ordinanza, era un paese che amava l’isolamento, non gradiva la presenza dei forestieri. A Tokyo erano allora 48 i locali che proponevano cucina italiana, svettava Sabatini originario romano. Da allora, il paese è molto cambiato. La grande rivoluzione l’hanno vissuta le donne, guadagnando considerazione nell’ambito familiare, rispetto, libertà e bellezza. Non è più l’uomo giapponese ad essere al centro del creato. Per osservare alcuni dei molteplici aspetti della Tokyo di oggi merita immergersi nella vivacità e nei colori di Omotesando, passeggiare nella quiete mistica del vicino parco di Meiji Jingu, godere del pullulare di gioventù e dei gradevoli luoghi di intrattenimento che sono nel complesso di librerie di Tsutaya, nel quartiere di Daikanyama. L’atteggiamento del paese ad isolarsi, a restare chiuso all’immigrazione si è modificato. L’accoglienza ai turisti è molto migliorata e gode di nuovi incentivi. E’ del 2016 la concessione ai cittadini di Tokyo di affittare le loro abitazioni ai turisti esteri anche per pochissimi giorni. Il che non toglie che ad un giapponese che scorge un mozzicone di sigaretta perso su di un marciapiedi immacolato venga da pensare che a buttarlo sia stato un cinese. Amici non lo diventeranno mai, ma i cinesi che arrivano spendono, riempiono i negozi ed i ristoranti, tocca sopportarli. Ora nella Tokyo metropolitana i locali che propongono cucina italiana sono più di 5.000, in larga maggioranza con cuochi di origine giapponese che vantano un percorso in Italia a praticare la nostra cucina. Il successo della cucina italiana ha contagiato Osaka ed altre città, e si è esteso gradualmente anche alla provincia. Si deve a questi ristoranti la diffusione e la conoscenza dei prodotti dell’agro-alimentare italiano, vino incluso.

Ho goduto nel mio ultimo viaggio anche di una visita al mercato del pesce, Tsukiji, il più grande al mondo, frenetico, con moltissime varietà di pesci che gli europei non si sognano neppure di consumare, permeato dal profumo del mare. Occupa una vasta area a fianco della centralissima Ginza. Entro l’anno Tsukiji verrà trasferito per fare posto alle installazioni che dovranno accogliere le olimpiadi del 2020. I giapponesi, degli asiatici, sono quelli che hanno più gusto, per il bello e per il buono. All’Italia guardano con grande interesse, ammirano le nostre bellezze, il made in Italy e la nostra gastronomia, molti dei nostri scrittori sono tradotti, guardano con grande curiosità all’arte italiana.                                                                                                                                                 Il 13 maggio 2016, presso l’ISTITUTO ITALIANO DI CULTURA di Tokyo, su pregevole iniziativa del direttore prof. Amitrano, alla presenza del maestro Tullio Pericoli è stata inaugurata la mostra:

Il GIAPPONE che ho visto_27.05.16

Cosa dire del mercato del vino in Giappone? L’Italia nel tempo ha guadagnato posizioni, ottimamente sostenuta dai ristoranti di cucina italiana. In termini di volumi di importazione di vino in Giappone nel 2015 l’Italia è terza, incollata alla Francia ed al Cile che per la prima volta ha conquistato il primato. Mentre in termini di valore la Francia è prima e l’ultimo è il Cile. Il primato in volume del Cile è dovuto ai bassi prezzi, ai pochi nomi varietali indicati in etichetta (Cabernet, Chardonnay, …) in grado di facilitare le scelte dei consumatori occasionali che costituiscono la maggioranza, ad una promozione efficace ed al vantaggio imputabile ad una tassazione leggermente più favorevole. Cosa deve fare l’Italia per crescere l’export di vino verso il Giappone? Avere conoscenza che il vino italiano, così come molti prodotti dell’agroalimentare di casa nostra, gode già in Giappone di ottima immagine e non si fa un buon servizio al nostro paese proporlo di qualità modesta ed a prezzi svaccati; continuare a costruire domanda in favore del vino italiano, come già si sta facendo; favorire l’accesso su quel mercato dei produttori che ancora non ci sono arrivati, attingendo anche al vasto numero di importatori di dimensione medio-piccola, ideali per fare conoscere i vini di produzione artigianale; porre maggiore attenzione a penetrare nei ristoranti di cucina giapponese che hanno aperto al vino come soltanto 15 anni fa’ appariva improbabile; accogliere con cura i giapponesi che vengono in visita alle cantine italiane, affascinarli, fare affidamento sulla loro fidelizzazione. Con la consapevolezza che in Giappone il vino ha il vento in poppa. Il consumo annuale pro-capite è superiore a 3 litri e può soltanto crescere. Negli ultimi 15 anni la birra, la bevanda nazionale preferita dagli uomini unitamente agli spiriti, ha avuto un calo di consumo del 15%. Il saké è in caduta libera. Il whisky dà segni di lenta ripresa dopo anni di rallentamento dei consumi. Il vino è l’unico a crescere con tassi annuali superiori al 5% . Al vino si sono avvicinate le donne, che gli riconoscono la valenza di bevanda culturale. Le ditte giapponesi produttrici di birra, Asahi, Suntory, Kirin, Sapporo, da tempo hanno fiutato l’aria che tira ed investito acquistando aziende distributrici di vino. E’ successo anche per l’importatore Enoteca – www.enoteca.co.jp  - con il quale lavoro, acquisito da Asahi, che continua ad operare con elevata professionalità. Il Giappone è per il vino italiano il mercato asiatico più importante. I consumatori conoscitori sono numerosi, i sommeliers sono molto preparati. E’ stata una delle prime volte, nel mio recente viaggio, che ho raccolto critiche non più velate nei confronti di produttori che praticano l’uso molto limitato, se non anche l’eliminazione, di anidride solforosa per vini che storicamente godevano del riconoscimento di spiccata longevità. Perché longevi non lo sarebbero più, manifestando già nel primo decennio di vita i segni di una prematura ossidazione (premox), una maturazione accelerata. Anche gli importatori cominciano a diffidarne assumendo atteggiamenti di cautela.                                                                                                                     Ho imparato ad ammirarlo il Giappone, mi piace molto e confido di poterci ritornare.

Angelo Gaja, 27 maggio 2016

E mentre Angelo Gaja era in Giappone, una troupe della televisione giapponese registrava un programma monografico sul mio lavoro con il vino. E il brindisi, in suo onore, è stato realizzato con il Barbaresco Gaja 2012.

 

 

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Working for japanese Tv: Vincenzo Reda dipinge con il vino

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Vincenzo Reda Wines Paintings in La Piazza Restaurant – Torino

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Botti concettuali e concetto di botti

La prima visita alla Cantina della Tenuta Biodinamica Mara, sulle dolci colline di San Clemente (basso riminese, a non più di 3/4 chilometri in linea d’aria dall’Adriatico), l’ho effettuata il 5 maggio scorso.

Mi ero portato del vino ridotto e così ho effettuato i primi interventi sulle pareti in cemento dei due tini a forma di uovo.

Visto il luogo, unico nel suo genere sia per la luce sia per le musiche (Canti Gregoriani), ho deciso di non alterare con uno strato di gesso le pareti dei tini, cosa che senza dubbio avrebbe messo in maggior risalto il colore del vino ma che sarebbe stata invasiva.

Avendo preso questa decisione, mi è venuto naturale ispirarmi a un certo graffitismo d’autore: Keith Haring e, soprattutto, Jean-Michel Basquiat, entrambi americani vissuti (e scomparsi giovanissimi) tra gli anni ’60 e  ’80 del secolo scorso.

Chiaro che ho declinato questo stile con le mie ossessioni sul simbolismo di tipo antropologico e cultuale che mira da sempre a un utopistico sincretismo: certi simboli sono, senza dubbio alcuno, di valore universale.

Su tutti, i due che contraddistinguono con la loro dimensione e posizione i due tini: quello più grande, a sinistra, reca l’OM sanscrito che rappresenta la sacra sillaba dei Veda (risalente ad almeno il X sec. a. C.), il mantra per eccellenza; la Preghiera Universale, in estrema sintesi. Il tino di destra reca invece il simbolo egizio ANKH, ovvero La Vita (Eterna): simbolo antichissimo spesso associato alla dea dell’Ordine Universale Maat e al Dio Horus (Falco), il cui sacro occhio sinistro è inscritto nell’ansa della croce.

Dopo questi due simboli importantissimi, ho deciso di riportare su entrambi i tini il Quadrato magico della Palindrome Sacra: SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS; attribuita a un vescovo di Lione della seconda metà del II secolo, è una frase che si legge nello stesso modo sia da destra a sinistra che viceversa e, messa nel quadrato, si legge sempre uguale da qualunque parte di cominci. La frase è in latino e significa: Il contadino Arepo lavora con difficoltà la ruota (dell’aratro). Considerata una frase beneaugurante, in verità è l’anagramma doppio di Pater Noster che viene incrociato e reca ai quattro lati dei bracci della Croce 2 α e 2 ω, ovvero le 4 vocali che crescono: l’ α e l’ω sono l’inizio e la fine di tutto.

Altri simboli importanti sono la sequenza di Fibonacci (1 1 2 3 5 8 13 21 34 55 89…); scoperta dal matematico pisano dopo i contatti con il mondo arabo, rappresenta lo schema che regola la matematica dell’Universo: ogni numero è la somma dei due precedenti e con l’ingrandirsi delle cifre il rapporto tra un numero e quello che lo precede diventa 1,618…. che è chiamato Numero D’Oro (il rapporto tra i lati che regola il Rettangolo Aureo del Rinascimento italiano). φ (fi) è il simbolo greco che rappresenta il Numero D’oro.

Poi c’è il glifo Kan: a seconda del determinativo che lo identifica, nella complessa scrittura dei Maya classici, significa Signore, Sole, Quattro ed è forse il glifo più importante di quella straordinaria cultura americana.

E ancora ci sono l’ideogramma cinese della fortuna, la spirale, la stella a sei punte, la falce e il martello, la Menorah (il candelabro a sette bracci ebraico)….

Detto della complessa simbologia che ho riportato sul cemento dei due tini a uovo, il lavoro è cominciato domenica 21 ed è finito giovedì 25 giugno 2015. In fasi successive ho spennellato con il Sangiovese Maramia 2012 e 2103, prodotto con processo biodinamico da Tenuta Mara, tutta la superficie dei tini.

Ho messo in evidenza macchie e colature che in questa fase sono di colore grigio-blu. Su questa patina ho cominciato a spennellare con vino ridotto di almeno ¼: occorrono molte mani e tanta pazienza.

Ma poi il risultato è stato pari a quanto avevo immaginato e progettato. E il vino che sarà contenuto in questi due specialissimi tini sarà, credetemi, più buono.

Salute!

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Tenuta Mara, painting in the cellar

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Thelonious Sphere Monk

Thelonious Sphere Monk, nasce a Rocky Mount (North Carolina) e ci abbandona a Weehawken (New Jersey) il 17 febbraio 1982. Assistito con cure amorevoli dalla famosa baronessa Nica de Koenigswarter (Pannonica), gli ultimi dieci anni della sua vita li trascorse senza proferire parola né toccare la tastiera di un pianoforte. Scoprii questo artista sensazionale nella seconda metà degli anni Ottanta: ero a Parigi e il mio amico Renzo Angelosanto, italo-francese appassionato di jazz, mi fece ascoltare alcuni pezzi di questo pianista che suonava l’assurdo, il silenzio, il controtempo, le note sbagliate. Acquistai a Parigi, nel 1986, il Cd qui sotto illustrato: Thelonous Solo in San Francisco, Riverside, stampato dai giapponesi a Tokyo nello stesso anno e m’innamorai perdutamente di questo pazzo, maniaco di copricapo, che ogni tanto, tra una nota e l’altra, si alzava e compiva dei giri su sé stesso. Associato senza ragione al Bebop (la musica di Monk è antitetica al diluvio di note di questo genere) soltanto perché aveva suonato con Dizzy e Charlie negli anni a cavallo tra i Quaranta e i Cinquanta, raggiunse la sua notorietà come solista nel decennio successivo. Insegnò il silenzio a Miles Davis e suonò con tutti i maggiori musicisti jazz del suo tempo, in particolare fu vicino a quell’altro scombinato genio pianistico di Bud Powell e collaborò per molti anni con il sassofonista Charlie Rouse  e il batterista Art Blakey. Celeberrimo il suo ‘Round Midnight, classico rifatto da tutti (anche da Amy Winehouse…). Il mio pezzo preferito, tra le sue circa 70 composizioni, è Blu Monk.

Con Bach, Nino Rota, Dylan, Guccini, Mercedes Sosa, Miles Davis, Mahalia Jackson e Billie Holliday è il musicista, tra i tantissimi miei, che ascolto di più e che mi aiutano, certe volte, a sopravvivere.

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Mumbai/Bombay

Questo è un vecchio (2008) articolo. Lo ripubblico perché sto lavorando a un pezzo che accosta la cucina indiana con i vini piemontesi.

A febbraio ho passato circa 15 giorni in India, meglio, a Mumbai (fino a ieri, e oggi ancora non certo in disuso: Bombay, dal portoghese “buona baia”, toponimo che descrive per bene la morfologia del sito in cui la città fu fondata). Perché Bombay è in India, ma è la città meno indiana tra tutte le città indiane. Un po’ Madras, un po’ Delhi, un po’ Milano, un po’ New York o Londra: sempre e comunque India, dove tutto si mescola, convive, si fonde e si distingue, vive e lascia vivere miliardari storpi ingegneri divi Dei computer vacche sari e blazer…

Spesso ci si scorda che la Grande India geografica, quella che comprende Pakistan e Bangladesh, con una superficie inferiore alla metà di quella cinese è di questa più popolosa di qualche decina di milioni di anime…e l’India, quella politica, è la più grande democrazia di questo sempre più angusto nostro mondo. Due piccoli aneddoti per cercare di raccontare in sintesi che cosa può essere questo universo a noi lontano. Appena sbarcati nell’immenso Chhatrapati Shivaji International Airport, a notte fonda nel caos di ombre e luci e forti odori veniamo, chiedendo e contrattando, affidati a un tassista sik: alto, barbuto e farcito di regolare turbante. Il mezzo è il solito nerogiallo Fiat 1100R, cambio al volante e guida a destra con sospensioni a balestra e alimentazione a gas: praticamente indistruttibile. L’ora volge quasi all’alba, per le immense strade di Bombay non si vede pressappoco nessuno; eppure, come per incanto, a uno dei tanti intricati crocicchi, si crea dal nulla un ingorgo di qualche decina di mezzi. Penso, ecco che ci siamo! E adesso quando ne usciamo da quest’ammasso di pazzi. Ebbene, senza alcuna imprecazione, pur se i clacson erano roventi, senza alcun insulto e in pochi secondi, l’ingorgo inestricabile così come s’era creato dal nulla nel nulla svanisce: un incanto indiano… L’altro aneddoto che racconto volentieri per significare di che materiale alieno siano costruiti gli indiani, è il seguente. Altro tassista occasionale – è bene servirsi di autisti conosciuti e contrattati a priori, a Bombay – preso al volo dalle parti del Gateway e che serviva a riportarci in albergo: quanto vuoi per l’Ambassador? Ah, poi vediamo….Giunti in poco tempo a destinazione gli chiedo, e allora? Beh, vedi tu, quello che vuoi tu a me va bene. Gli ho dato cinquanta rupie – circa 80/90 centesimi di euro – un prezzo più che onesto nei suoi confronti. Questi sono alcuni aspetti dell’India, di quelli che colpiscono. Appena scendi dall’aereo, Bombay, come tutti gli altri posti del mondo, ti pervade del suo olezzo particolare: arrivavo da Kuwait City dove il profumo della spezia è più secco, più, come dire, tagliente; l’odore di Bombay è uno speziato dolciastro, oleoso, appiccicoso. Le spezie sono la chiave di volta per descrivere la cucina indiana: di qui si parte e qui si arriva. Curry è una parola inglese che in India dice poco o nulla: masala , letteralmente spezia, è il termine che definisce l’universo dei miscugli di spezie indiane. Garam Masala: spezia calda, hot nel senso di piccante, è l’altra espressione comune con cui vengono identificate le mille e mille misture tritate di semi radici e cortecce che costituiscono cumino, cardamomo, curcuma, cannella, zenzero, chiodi di garofano, finocchio, sesamo, zafferano, noce moscata, pepe, peperoncino, coriandolo, macis, papavero. Alle spezie si deve sempre accostare lo yogurt o il ghee, burro chiarificato della tradizione già in epoca vedica. Spezie e latticini introducono un’altra delle caratteristiche della cucina indiana: il celebre tandoor. Tandoor è una parola di lontane origini forse semitiche o iraniane (tanur, tandir, tannur: tutti termini che si ritrovano nell’arabo, nell’urdu, ma anche presso turchi e azeri), certo è che questa sorta di giara in terracotta, cilindrica e aperta sul fondo per ospitare le braci di cottura, è stata rinvenuta per la prima volta presso le rovine delle civiltà di Harappa e Mohenjo Daro, siti risalenti al terzo millennio avanti Cristo e situati tra India e Pakistan sul fiume Indo. In origine, questo manufatto era usato per cuocere, spalmati sulle pareti calde, i sottili impasti di acqua e farina non lievitati da cui si svilupperà la tradizione dei vari tipi di pane come il chapati e il naan (quest’ultimo mescolato al ghee e leggermente lievitato). Solo intorno al XVIII secolo, nelle aree intorno a Peshawar in Pakistan, il forno tandoor cominciò a essere usato per la cottura delle carni, tramite spiedi infilati direttamente nelle braci. E’ chiaro che si tratta di una cottura a secco che richiede una lunga marinatura, a base appunto di ghee, yogurt e spezie, che permette alla polpa di cuocere in modo uniforme, essendo morbida e ricca di liquidi; questo tipo di cottura rende il cibo leggermente affumicato e molto secco, da ciò l’uso di salse per ammorbidirne e caratterizzarne il gusto. Oggi le esigenze della ristorazione hanno richiesto la trasformazione di quelle antiche giare in più semplici forni metallici che sono simili a pentole a pressione: i gusti, è chiaro, non sono più gli stessi. Inoltre, e questo fatto ai puristi è inviso, con le caratteristiche della cottura tandoori si cucina di tutto, pesce e crostacei inclusi.

L’altro pilastro della cucina indiana è costituito dalle innumerevoli ricette con cui si prepara il riso, sia come contorno, sia come piatto principale (mescolato a carne, pesce e, soprattutto, verdure e leguminose).
Non si possono, infine, dimenticare le famose salse chutney, fredde o calde, a base di latte, yogurt, cocco, limone e sempre con abbondante uso di aglio, cipolla e spezie varie. Tikka, dhal e fugath sono altrettanti modi di cucinare (allo spiedo, stufati, al vapore, ecc.).
Quando si parla di carne si tratta in genere di pollame e di agnello, poco diffuso il maiale e proibito il manzo; per pesce s’intende quasi sempre il pomfret, il grande pesce castagna con polpa e gusto simili alla nostra ricciola, e poi scampi, gamberi e gamberoni propinati in tutti i modi e con tutte le salse e sempre, comunque, deliziosi.
Gli indiani, è una delle impressioni più immediate e forti, mangiano per strada a tutte le ore e di tutto: frittelle, spiedini, involtini, insalate, intrugli varii, frutta, fresca e secca, verdure e dolci di tutti i generi. Ci sono banchi e banchetti di ogni tipo e per tutti i gusti a ogni angolo e in tutti i quartieri, centrali o periferici che siano.
Birra e alcolici sono somministrati solo negli esercizi che hanno la speciale licenza, mai nei banchi lungo le strade; la birra indiana – Kingfisher o Fosters – è ottima, non altrettanto il vino, prodotto nello stato del Maharashtra (di cui è appunto capitale Bombay e che conta 55/60 milioni di abitanti la cui lingua è il maharati, cugino dell’hindi e discendente diretto del sanscrito con cui ha in comune l’alfabeto devanagari): ho bevuto soprattutto bianco, da uve Chenin blanc, di scarsa qualità, pur se non con gravi difetti. Ottimi, secondo la buona tradizione britannica, il whisky, sia blended sia di malto singolo, e il rum.
Ho mangiato in ogni categoria di ristorante: dal magnifico “The pearl of the orient” – un posto davvero straordinario collocato dentro una sorta di cilindro che ruota di 360°, molto lentamente, e che mostra mentre si sta a tavola l’immenso agglomerato di Bombay ( la città è lunga oltre 120 km e larga mediamente 20/30…) dall’alto dell’hotel Ambassador! – a certe locande in Andheri, quartiere popolare intorno all’aeroporto; dai ristoranti di catene Goane alle bettole per turisti dell’isola di Elephanta e ne ho ricavato sempre un preciso insegnamento, che già avevo recepito quando venni a Bombay qualche anno fa per la prima volta: il cliente è sacro! Il cliente viene sempre trattato con deferente rispetto, a volte con gradevoli attenzioni e servito come fosse un principe, in qualsiasi posto e senza distinzione di classe, etnia o provenienza ( gli indiani, ho osservato, venivano trattati esattamente come noi).
Arrivando da un paese come il nostro, che del turismo e dell’accoglienza dovrebbe fare religione, si resta allibiti; quante volte nei nostri locali pubblici si è trattati con sufficienza, quasi indesiderati ospiti; quante volte si è trattati con maleducazione, serviti in modo sciatto, trascurato; quante volte si è addirittura maltrattati e insultati e a che prezzi! Tutte situazioni che mai ho avuto la ventura di vivere in India, anche nei banchetti per strada, anche in certi poverissimi negozi di mercatini rionali dove le famiglie lavorano, dormono, mangiano….
Non devo scordare di ricordare il “Gaylord”, un ristorante situato dirimpetto all’hotel Ambassador in zona Churchgate, downtown: di categoria medio alta, frequentato da impiegati e uomini d’affari, qualità e servizio memorabili a 1500 rupie (circa 25/28 euro..) per tre persone e con vino discreto!
Ho provato ristoranti cinesi e finanche una pizzeria in cui ho mangiato una “pizza calabrese” nemmeno malvagia, anche se di gusti, beh, leggermente diversi dai nostri…..E notato che ci potrebbe essere un mercato enorme per cibo e vino italiano, oggi scarsamente presenti in un contesto in cui australiani, californiani e, ancora, francesi la fanno da padroni.
A Bombay abitano ufficialmente 16/17 milioni di persone, stime attendibili ci dicono che in realtà si superano di gran lunga i 20 milioni di anime: vivono con un grande senso del rispetto, tutte mescolate insieme in una gigantesca sorta di Garam Masala pestato con cura dentro un mortaio immenso. La limousine del luminoso divo del cinema passa accanto a famiglie che vivono sulle strade, con stoviglie e legna per accendere il fuoco e pargoli elemosinanti: non c’è né superbia, né distacco, né commiserazione da una parte; dall’altra non si percepisce malanimo, invidia, cattiveria. Essere straricchi o poverissimi costituisce un semplice dato di fatto: non è colpa né merito diretto del ricco essere ricco e del povero essere povero. I punti di vista marxisti della lotta di classe, nati due secoli fa in Europa, sono più che lontanissimi: alieni. E ciò non costituisce né un bene né un male: è semplicemente così! Dura da capire per noi, che per storia e tradizioni riteniamo essere sempre dalla parte della ragione e dunque essere naturalmente destinati a stabilire cos’è giusto e cos’è sbagliato o cos’è bene e cos’è male.
(Scrivo questo resoconto di viaggio nei giorni in cui Ratan Tata ha acquistato Jaguar e Land Rover – illustri marchi dei colonizzatori inglesi – dalla Ford e l’altro magnate indiano, Vijay Mallya, partecipa con il marchio Kingfisher al campionato di Formula 1: sono fatti epocali, e non solo per gli indiani…).
28 marzo 2008
Vincenzo Reda

 

 

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Un bicchiere per Mamiko

Una decina di giorni fa mi arriva una telefonata. Mi chiamo Mamiko, sono un’amica di Alessandro del ristorante Quanto Basta e vorrei comprare un suo quadro da portare in Giappone. Vorrei che non fosse di dimensioni troppo grandi per portarlo in valigia.

Io dipingo quadri un po’ più grandi (50×70 o 60×80 cm.), bisogna che ne dipinga uno apposta. Va bene 35×50? Sì, mi risponde lei, e il quadro è da dedicare allo chef Tomoyuki che ha un ristorante italiano nella regione di Aichi (tra Tokio e Osaka): si chiama Osteria Camparo. Va bene, dammi una settimana di tempo e avrai il tuo quadro.

L’ho dipinto con il Dolcetto d’Alba 2012 di Brezza, con quello che mi era avanzato dai miei biglietti di auguri realizzati quest’anno: è diventato incredibilmente blu! Il risultato mi pare assai buono: ho scelto una delle mie forme classiche. Speriamo che lo chef Tomoyuki apprezzi e con lui i suoi clienti giapponesi: è il mio primo quadro che va in Giappone.

Ho poi scoperto che Mamiko lavora in cucina nel ristorante Baravàn (via Principe Tommaso, 16 a Torino). E’ in Italia da 8 anni e ci sta molto bene.

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ANGELO GAJA: APPUNTI DI VIAGGIO IN SUDAFRICA

IMG_2286Il mio primo viaggio in Sud Africa l’ho fatto prima di Pasqua.   Il Sud Africa ha una popolazione di 55 milioni di abitanti, dei quali 7 milioni di bianchi. Presidente della Repubblica é Jacob Zuma che non soltanto è stato condannato recentemente dalla Corte Costituzionale, ma ha anche la sfiga di arrivare dopo il grande e carismatico Mandela, grazie al quale venne messo fine all’apartheid. La lingua maggiormente parlata é l’afrikaans, introdotta dai colonizzatori olandesi, a fianco di una cinquantina di altre lingue e dialetti. Da qualche anno la prima lingua che viene insegnata a scuola è l’inglese, che sta guadagnando spazio anche in altre nazioni africane e sarà destinata nel tempo a divenire assai più di una lingua veicolare. Sono stati gli olandesi ad introdurre la viticoltura in Sud Africa nella seconda metà del 1600, ricorrendo alle varietà francesi. La varietà storicamente più diffusa era il Pinotage, incrocio Pinot nero-cinsault. La produzione annuale di vino sfiora i 10 milioni di ettolitri, per il 60% controllato da cantine cooperative, il 50% consumata in loco ed il resto esportato. In tutto il paese le cantine sono 700, esigua la presenza di cantine artigianali. A pochi chilometri da Cape Town e dalla costa (mi sovviene Tachis: “la vite ed il vino amano il respiro del mare”) si trova STELLENBOSCH, che corrisponde sia al nome della città che a quello dell’area viticola d’eccellenza, incorniciata in un paesaggio mozzafiato. Nell’area operano 170 cantine, tutte di proprietà dei bianchi di ceppo olandese, anglosassone, … Le cantine cooperative qui controllano soltanto il 10% della produzione. Il clima trae beneficio dalle correnti fredde oceaniche originatesi dal polo antartico. Suoli che derivano da alterazioni del granito. Vigneti a media/bassa densità di impianto, a spalliera, potati a cordone speronato, irrigati, condotti in sistema convenzionale; qualche interesse per la conduzione biologica. Il Pinotage praticamente soppiantato dalle varietà internazionali, quelle a tutti note già piantate nei paesi del “nuovo mondo”, quelli al di fuori dell’Europa. Alcuni luoghi di produzione esibiscono abitazioni storiche, ville ampie di grande fascino, di stile architettonico olandese. Le cantine visitate sono immerse in giardini vasti, ricchi di vegetazione e di fiori, curati da mano d’opera di colore e di bassi salari. Ovunque bacini per la raccolta di acqua piovana e sorgiva ove c’e’. La produzione é affidata a macchinari moderni: l’avvento di Mandela, 1992, aprì le porte alle importazioni ed avviò la modernizzazione del paese. Locali capienti per la degustazione e l’acquisto diretto di vino in cantina, personale qualificato, attenzione alla temperatura di servizio dei vini. Presso molte cantine i visitatori possono godere dell’accoglienza di luoghi di ristoro e camere. Grande sfoggio in etichetta di nomi varietali, oltreché di nomi di fantasia. Livello di qualità dei vini assaggiati: medio-alto. Nei vini bianchi eccelle una varietà scarsamente diffusa nel ”nuovo mondo”, lo CHENIN BLANC, che ho molto apprezzato per eleganza, sapidità e freschezza conferitagli da una acidità vibrante. Con il cambiamento climatico in atto è questa una varietà che, i produttori che lo desiderano, dovrebbero essere autorizzati a piantare anche in Italia centro-meridionale. Nelle varietà ad uva nera primeggiano SHIRAZ, oltreché Cabernet Sauvignon.

Cantine visitate:

JORDAN, www.jordanwines.com – accolti dalla proprietaria Kathy Jordan, molto attenta alla storia dei luoghi, con grande affabilità e professionalità.

MEERLUST, www.meerlust.co.za – fondata nel 1693, cantina storica per eccellenza. Dal 1980 produce RUBICON, porta lo stesso nome del vino prodotto a Napa da Francis Ford Coppola. Le due cantine hanno trovato modo di non litigare, assegnandosi sul mercato aree diverse di competenza. Rubicon é stato il primo vino sud-africano ispirato al taglio bordolese classico.

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Con Giorgio Dallacia, Giuseppe Ippolito Cirò, Du Cropio) e Vincenzo Munì

A Meerlust incontro a pranzo, organizzato magistralmente in cantina, Giorgio Dallacia giorgio@dallacia.com pordenonese trapiantato a Stellenbosch dal 1974. Di lui ho poi sentito soltanto parlare bene nel prosieguo del mio viaggio. Gli viene riconosciuto il merito di avere favorito la crescita qualitativa dei vini di diverse cantine offrendo consulenze, consigli e suggerimenti, oltreché instancabile promotore della cultura italiana. Mi è successo spesso, nei paesi esteri, di incontrare personaggi, di origine italiana e non, la cui azione ha portato beneficio di immagine all’Italia e sempre ho sofferto la mancanza di generosità del nostro paese, l’incapacità di istituire un riconoscimento, CAVALIERI D’ITALIA?, da assegnare loro. Giorgio sarebbe un candidato ideale.

DEMORGENZON, www.demorgenzon.co.za – a fianco dell’ingresso della cantina un vigneto soffuso di musica. Già visto anche in Italia. Però mi sorprende il proprietario, Hylton Appelbaum, allorché mi dice di avere seguito da tempo gli studi sul linguaggio delle piante, condotti dal prof. Stefano Mancuso stefano.mancuso@unifi.it. Sempre alle ricerche condotte dal prof. Mancuso sul modo di comunicare delle piante ha fatto riferimento Andrew Jefford nell’articolo pubblicato sul numero di DECANTER aprile 2016. Una sensibilità in più per fare sorridere le viti.

RUSTENBERG, www.rustenberg.co.za – vasta proprietà condotta da Simon Barlow e dal figlio Murray. Villa splendida, luogo incantevole che i proprietari affittano anche per riprese ai cineasti holliwoodiani.

RUST EN VREDE, www.rustenvrede.com – di proprietà di Jean Engelbrecht, molto intraprendente, anche proprietario di 8 ristoranti in Sud Africa attraverso i quali promuove i suoi vini.

DELAIRE GRAFF, www.delaire.co.za – investimento recente e faraonico operato dallo svizzero Laurence Graff, ricchissimo imprenditore dei diamanti e delle pietre preziose. 35 ettari di vigneto, oltre 5 ettari di giardini tenuti che è un incanto, una architettura ricercata e curata nei particolari, cantina super-attrezzata, un relais chateau con 10 suites per abbienti, 3 ristoranti, opere d’arte preziose degne di museo disseminate ovunque. Una esagerazione? Un capriccio? non solo, anche un investimento operato da un soggetto ricchissimo che trasmette un segnale molto forte: di condivisione e di fiducia nel futuro glorioso dei vini di Stellenbosch.

MORGENSTER, www.morgenster.co.za – di Giulio Bertrand, biellese del tessile convertitosi dal 1992 alla produzione di vino ed olio d’oliva eccellente, giudicato dagli esperti come quello di migliore qualità in provenienza dall’emisfero Sud. A Morgenster ha piantato anche Nebbiolo e Sangiovese. Ad 89 anni di età portati gagliardamente, Giulio coltiva progetti futuri avvincenti. Un onore avere il piacere di ascoltarlo.

HAMILTON RUSSELL VINEYARDS, www.hamiltonrussellvineyards.com – non è a Stellenbosch, ma nell’area vicina di Hemel-en-Aarde Valley. Distante dalla costa non più di 2 chilometri, con un clima ancora più fresco. Conduzione biologica dei vigneti con passaggio al biodinamico. Il miglior Pinot Nero assaggiato.

NESSUN DORMA. Le aree vitivinicole più vocate del “nuovo mondo” sono in grande spolvero. Con crescenti cure dedicate a vigneto, cantina, accoglienza e marketing.

Angelo Gaja, aprile 2016

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I KALASH, IL POPOLO DEL VINO

Ho scritto questo articolo anni fa, è stato pubblicato su Barolo & Co e sul mio libro Più o meno di vino . Lo riporto oggi sul mio sito per due ragioni. Sono molto preoccupato perché nell’area dove vive questo popolo straordinario oggi infuria la caccia ai talebani e i kalash nulla hanno da spartire con queste faccende. La seconda ragione è dovuta al fatto che devo occuparmi di un convegno, per conto della Regione Valle d’Aosta, che tratterà della Memoria delle Montagne, con taglio archeologico e antropologico. Mi piacerebbe molto fare intervenire qualcuno di quel popolo o qualche studioso che quel popolo conosce: il mio è da considerarsi un appello e sono disponibile in questo senso. Grazie.

Alessandro Magno, di bassa statura, gran beone, d’intelligenza e vedute avanti secoli rispetto al suo tempo (allievo di un certo Aristotele), era partito intorno al 334 a.C. dalla sua Macedonia, inseguendo il sogno del favoloso oriente. Due anni prima, il padre Filippo era incappato in un pugnale vagante: fu così che il figlio Alessandro, prediletto dalla moglie Olimpia, a circa vent’anni aveva ereditato il potere devastante della falange macedone, della sarissa e del genio militare di Parmenione.

Giunse nel mitico Paropamiso, oggi Afghanistan nord-orientale ai confini dell’Hindukush, intorno al 327, dopo aver annichilito i Persiani e averne fatti propri costumi, risorse, territori e sudditi.

In Afghanistan Alessandro fondò almeno tre delle sue innumerevoli Alessandrie: le odierne Herat, Kandahar e Begram ( nei pressi di Kabul ), in ognuna lasciò presidi del suo multietnico esercito.

Narrarano le cronache che una città, situata in quei luoghi, e poi ribattezzata Nysa in onore della nutrice di Dioniso, si arrese al gran Re che identificò il dio locale con il dio  greco del vino ( probabilmente un vedico Shiva o Indra ) e credette che  fossero  suoi discendenti. Nei pressi, oltretutto, crescevano l’edera e l’alloro: Alessandro sacrificò e celebrò una grande festa bacchica (una delle sue solenni ubriacature che non mancarono mai nel corso di tutta la campagna e che generarono spesso assassinii e altre varie nefandezze), citata da Teofrasto, e rese libera la città afghana.

Alessandro proseguì verso l’Indo e gli scontri con gli elefanti di re Poro, ma lasciò un sacco di gente, molti di origine mediterranea, in quelle terre.

Narra una leggenda kalash che il generale Salik Shah, chiamato dai greci anche generale Selefous, con cinque soldati delle armate di Alessandro si stabilì nella regione e diede così inizio alla stirpe Kalash.

Oggi questo popolo, ridotto a un numero che le varie fonti attestano tra i 2500 e i 4000 individui, vive diviso in tre valli, isolate e raggiungibili con molte difficoltà, a qualche decina di chilometri dalla città di Chitral, nel Pakistan nord occidentale ai confini con l’Afghanistan. Sono le valli di Birir – dove risiede la comunità più numerosa – Rumboor e Bumburate, situate alle soglie della catena dell’Hindukush a un’altezza media di circa 2000 metri.

E’ una popolazione pagana, che festeggia con riti orgiastici, in cui sono uniti uomini e donne, i propri dei e che ha conservato la cultura della vite e dell’uva (esclusiva della valle di Birir). I tratti sono indoeuropei: recenti studi, condotti nell’ambito di una ricerca sviluppata dal Dipartimento di Genetica della facoltà di medicina della Standford University e affidata al dottor Qasim Mehdi, pakistano, hanno attestato una parentela genetica nel DNA dei kalash con italiani e tedeschi. Si stanno oggi compiendo studi di paragone genetico con marker di greci e macedoni, ben sapendo che le etnie dell’armata di Alessandro erano le più variegate.

La scoperta dei kalash per il mondo occidentale avvenne negli anni sessanta a opera degli hippy che cercavano nel sub-continente indiano strade alternative alla Conoscenza. Già Rudyard Kipling nel XIX secolo s’era occupato di queste popolazioni (vedi il romanzo “L’uomo che volle farsi re”).

Fino alla fine dell’800, pur perseguitate per secoli dalla colonizzazione islamica, popolazioni di origine indoeuropea e di religione pagana abitavano l’ampio territorio che oggi è l’Afghanistan nord orientale: tale regione veniva infatti chiamata Kafiristan, in arabo “terra degli infedeli” e Kafiri, “infedeli”, i suoi abitanti.

Tra il 1895 e il 1898, l’emiro di Kabul, Abdur Rahman, scatenò una guerra feroce contro questi infedeli che avevano oltretutto velleità di indipendenza. In buona sostanza, risolse il problema alla radice: li sterminò quasi tutti. I pochi sopravvissuti dovettero spostarsi poco alla volta in luoghi sempre più lontani e meno accesssibili. Narra la leggenda che un dehar, un veggente, nel corso di una trance fu visitato da una divinità che gli disse che avrebbe lanciato nel cielo tre frecce di colore rosso, giallo e nero. I figli dell’ultimo capo kalash, di nome Birir, Bumburate e Rumboor, avrebbero dovuto cercare le frecce e fondare tre villaggi nei luoghi in cui le avrebbero trovate. In quei villaggi, che si sarebbero chiamati coi loro nomi, avrebbero vissuto in pace in mezzo agli dei.

Così parlò la divinità e così avvenne.

Quella parte di Afghanistan, ormai bonificata, venne rinominata Nuristan “terra della luce” (Nur in arabo significa luce, appunto).

Il governo pakistano ha smesso di perseguitare questo popolo nel momento in cui ha realizzato che poteva costituire una grande attrazione turistica: le fotografie dei  copricapo delle belle donne kalash, bionde e con gli occhi chiari, chiamati kupass e ricoperti di perline, conchiglie e monete, sono usati nelle brochure turistiche del paese.

Purtroppo, come sempre avviene, il turismo, anche se non di massa viste le oggettive difficoltà per raggiungere le valli kalash, sta compiendo danni irreversibili. E’ impossibile, infatti, impedire contaminazioni e condizionamenti di ogni genere, soprattutto sulle generazioni più giovani, sebbene c’è un nucleo di saggi che vuol tutelare e tramandare la cultura kalash. La loro lingua è il Kalashwar, un idioma solo parlato di chiara parentela sanscrita, che viene tramandato, insieme alle tradizioni, ai miti e alle leggende, dai Kasi, i saggi kalash che girano di capanna in capanna e di villaggio in villaggio raccontando, istruendo, consigliando.

Duccio Canestrini, in un articolo pubblicato nel 1989 su Airone, è stato uno dei primi in Italia a occuparsi dei kalash e cita una cotta per questo popolo di Fosco Maraini, il grande orientalista, che già nel 1959 aveva incontrato quest’etnia.

Canestrini descrive  il “folle politeismo” di questa gente, animato da divinità maschili e femminili, di fate con tre seni, di numi solari e cavalli soprannaturali; cita i Gandau, statue funerarie, e la Jestak-han, sorta di edificio che al tempo stesso è tempio, macello e municipio, sede della dea Jestak, una sorta di Giunone che pretende ecatombe di capretti durante la festa di Chaumos, cerimonia in onore del solstizio d’inverno.

E’ questa una delle tre feste che questo popolo celebra: le altre due sono le feste di Joshi, in primavera e Prun, la festa del vino, tra settembre e ottobre.

Durante queste cerimonie si scatenano rituali che vedono uomini, donne e bambini scatenati in rituali di danze, trance, battaglie di insulti osceni, sacrifici rituali e ancora banchetti, digiuni, abluzioni, possessioni. Il tutto sotto il potente influsso del gran dio

Di-Zao o De-Zau e del suo messaggero, il dio Balumain, una sorta di Apollo.

Le feste durano diversi giorni e alcune fasi sono interdette agli estranei.

Prun è la festa del vino.

Ho saputo dell’esistenza del popolo kalash leggendo un articolo pubblicato su National Geografic dell’ottobre 2001, firmato dalla giornalista Silvie Brieu e titolato: “Il vino degli dei”.

La giornalista parla di viti coltivate alla maniera di greci e romani, ovvero abbarbicate a alberi da frutta tipo il melo, con conseguente vendemmia effettuata da agricoltori acrobati. Parla di uve a bacca chiara e nera vendemmiate insieme e fatte pestare dentro tini di legno esclusivamente da bambini e adolescenti maschi, perché considerati puri; le donne devono stare lontane da questa attività che è, naturalmente, rituale.

Il succo così ottenuto viene fatto fermentare e si beve giovane quando arriva il solstizio d’inverno, è acidulo, corposo e scarsamente fruttato: i kalash si ubriacano con questo vino per stare più vicini ai Deva, sorta di spiriti emanazioni del dio Dezau.

I Dehars, invece, sono gli sciamani designati dagli dei: cadono in trance senza bisogno di ubriacarsi e predicono il futuro.

E’ chiaro che tutto questo mondo magico, e per molti versi quasi incredibile, sopravvive grazie a un sottile gioco di fragili equilibri, circondato com’è di integralismi, interessi turistici, tentazioni di stili di vita occidentali più attraenti e meno complicati. Si parla di un’etnia di poche centinaia di individui, sempre meno isolata e sempre più a rischio di estinzione culturale.

Bisogna però essere ottimisti: c’è una sorta di reazione all’inglobamento nel mondo musulmano o negli stili di vita occidentali: è nata la Kalash Welfare Society, sponsorizzata da volontari greci che raccoglie canti e leggende per tramandarli alle generazioni future. Ci sono poi molti attivisti tra i kalash che svolgono un’intensa attività di sensibilizzazione culturale verso le nuove generazioni.

C’è di che sperare.

Troppe storie ci sono nel nostro passato di sterminio non solo di etnie, ma addirittura del loro retaggio culturale, annichilito per determinata volontà o anche semplicemente per comodità culturali, per vampirismo occidentale o anche islamico o confuciano o comunista…..tutto il mondo è paese, in questo senso.

Per quanto mi riguarda, ho un piccolo sogno: dipingere col vino kalash e magari portare i kalash in qualche salone del vino ……..

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Paolo Poli, “Siamo tutte delle gran bugiarde”

Il librino è esile, esilino, ma Paolo Poli è Paolo Poli: un miracolo che ci è stato donato, forse senza neanche meritarcelo. Ma è uno di quei miracolini piccolini, che valgono poco:”… ho ritrovato per miracolo quel….. che avevo perso; che miracolo, averti visto oggi! è stato un miracolo riuscire a trovare posto…”

Ma sono i miracoli piccoli quelli che aiutano a vivere tutti i giorni.

“Devi sapere che noi finocchi si piace alle donne isteriche. Quelle che pensano: lui odia tutte le donne, ma io sarò l’unica! Questa signora, quando io avevo trentatré anni e lei una quarantina, mi chiese un figlio. Io le risposi con la celebre battuta di George Bernard Shaw. Quando una bellissima attrice gli chiese un figlio, certa che sarebbe venuto bello come lei e geniale come lui, il commediografo le disse ‘Mia cara, ho paura che venga brutto come me e imbecille come lei’. E così risposi io alla signora”.

“Non c’è distinzione fra il mio lavoro e il resto. Sai, queste sono cose ottocentesche, tipo: stimo in lui il padre, ma detesto il medico! Non è così, siamo un tutt’uno con quello che facciamo. Chi è stato capace di realizzarsi in qualcosa, porta tutte le sue componenti in quella cosa e io anche tutte le mie componenti di finocchiezza le ho messe lì, nel teatro. Una volta mi si è rotta la cerniera lampo sulla schiena e ho detto alla sarta: ‘Lasciala aperta! Se non posso mostrare le tette mostrerò il culo!’”.

E dire che questo prodigio delle nostre scene è considerato spesso una sorta di semplice icona, come usa dire oggi, di una certa ristretta cerchia di omosessuali snob e intellettuali: non amo incensare né lodare chi non ne ha bisogno e mi fermo qui. Spero che il buon dio, o chi per lui, ci conservi il più a lungo possibile e al meglio possibile quest’uomo, questo artista, questo personaggio per davvero straordinario e fuori del comune ( eppoi, ha anche avuto la fortuna di conoscere Aldo Giurlani ancora vivo…).

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Rime sghembe: Paolo Poli

Che un Signore, ormai non più giovane, si prenda la briga di scrivermi di suo pugno una cartolina, ringraziandomi per avergli inviato il mio Rime Sghembe e che, oltretutto, mi scrive queste parole, mi riempie di gioia. Se poi le parole sono scritte da un Signore che si chiama Paolo Poli, be’: soltanto questo vale per me aver scritto e pubblicato questo libro!

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Paolo Poli

Quello qui riprodotto è il biglietto, scritto di pugno, che ho ricevuto da Paolo Poli.

Il fatto che questo personaggio straordinario mi ringrazi e definisca il mio Quisquilie & Pinzillacchere un “bel libro” è faccenda che mi riempie di gioia e mi rende tanto orgoglioso. Conta poco o punto, dal punto di vista del successo del prestigio o del denaro, questo piccolo scritto: ma è una delle più belle soddisfazioni della mia vita. La soddisfazione di un attestato di stima che mi giunge da quello che per me è stato un mito, quand’ero adolescente e oggi – che vivo meno di miti che di giudizi ponderati – è senza dubbio uno dei giganti del Teatro contemporaneo, e non soltanto italiano.

Tante grazie Paolo, e che il Signore ti conservi (a lungo) la vista – come si dice qui da noi, in Piemonte.

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Postcards from Langa, on March 2016

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Ulrich Von Hutten

” Qui bene bibit bene dormit

qui bene dormit non peccat

qui non peccat venit in coelum

ergo qui bene bibit venit in coelum”

(Chi beve bene dorme bene/ chi dorme bene non pecca/chi non pecca va in cielo/dunque chi beve bene va in cielo).

Questi versi che compongono un sillogismo classico sono di un personaggio tedesco nato nel 1488 e morto di sifilide in Svizzera, in esilio, nel 1523. Definirlo un teologo è dir poco: cavaliere, seguace e amico di Lutero, utopista e sognatore di una Germania governata da una casta di cavalieri contro i nobili, filosofo amico di Erasmo (per la verità, sia Lutero sia Erasmo cercarono di mantenere le distanze da un personaggio che ritenevano scomodo e eccessivo nelle sue violente manifestazioni contro la Chiesa Cattolica e le grandi casate nobiliari germaniche), protetto in Svizzera da Zwingli….

Murale al Caffè Elena di Piazza Vittorio Veneto a Torino, vino Ruché Laccento di Montalbera 2008

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Gabriele D’ANNUNZIO: L’ONDA

Questa poesia è un prodigio – quasi stucchevole, quasi fine a sé stesso, quasi sublime – del Grande Gabriele; prodigio tecnico, prodigio di parola, di ritmo, di immaginazione. Eppure il contenuto è la semplice osservazione e conseguente descrizione del fluire delle onde: banale, banalissimo. E, appunto, l’Arte è Forma, non contenuto. E in questo senso, forse, nell’adoperare la Lingua nessuno come l’Abruzzese. Il componimento appartiene alla raccolta Alcyone.

L’Onda

Nella cala tranquilla
scintilla,
intesto di scaglia
come l’antica
lorica
del catafratto,
il Mare.
Sembra trascolorare.
S’argenta? S’oscura?
A un tratto
come colpo dismaglia
l’arme, la forza
del vento l’intacca.
Non dura.
Nasce l’onda fiacca,
sùbito s’ammorza.
Il vento rinforza.
Altra onda nasce,
si perde,
come agnello che pasce
pel verde:
un fiocco di spuma
che balza!
Ma il vento riviene,
rincalza, ridonda.
Altra onda s’alza,
nel suo nascimento
più lene
che ventre virginale!
Palpita, sale,
si gonfia, s’incurva,
s’alluma, propende.
Il dorso ampio splende
come cristallo;
la cima leggiera
s’arruffa
come criniera
nivea di cavallo.
Il vento la scavezza.
L’onda si spezza,
precipita nel cavo
del solco sonora;
spumeggia, biancheggia,
s’infiora, odora,
travolge la cuora,
trae l’alga e l’ulva;
s’allunga,
rotola, galoppa;
intoppa
in altra cui ‘l vento
diè tempra diversa;
l’avversa,
l’assalta, la sormonta,
vi si mesce, s’accresce.
Di spruzzi, di sprazzi,
di fiocchi, d’iridi
ferve nella risacca;
par che di crisopazzi
scintilli
e di berilli
viridi a sacca.
O sua favella!
Sciacqua, sciaborda,
scroscia, schiocca, schianta,
romba, ride, canta,
accorda, discorda,
tutte accoglie e fonde
le dissonanze acute
nelle sue volute
profonde,
libera e bella,
numerosa e folle,
possente e molle,
creatura viva
che gode
del suo mistero
fugace.
E per la riva l’ode
la sua sorella scalza
dal passo leggero
e dalle gambe lisce,
Aretusa rapace
che rapisce la frutta
ond’ha colmo suo grembo.
Sùbito le balza
il cor, le raggia
il viso d’oro.
Lascia ella il lembo,
s’inclina
al richiamo canoro;
e la selvaggia
rapina,
l’acerbo suo tesoro
oblìa nella melode.
E anch’ella si gode
come l’onda, l’asciutta
fura, quasi che tutta
la freschezza marina
a nembo
entro le giunga!                                                                                                                                                           Musa, cantai la lode                                                                                                                                                 della mia Strofe Lunga.

 

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SHAMS OD-DIN MOHAMMAD HÂFEZ: VERSI SUL VINO

SHAMS OD-DIN MOHAMMAD HÂFEZ: VERSI SUL VINO

Questa magnifica antologia, tratta dal Canzoniere del poeta persiano Hâfez (Shirâz, circa 1320/1390), fu pubblicata con grande merito dall’Associazione Culturale Giulia Falletti di Barolo per i tipi de L’Artistica Editore (Savigliano, CN) nel 2006. Edizione fuori commercio, presentata da due giganti del Barolo: Maria Teresa Mascarello e Giuseppe Rinaldi (dal quale l’ho avuta in omaggio, con squisita sensibilità). Prefazione di Sandro Sangiorgi e, soprattutto, una straordinaria introduzione del curatore Riccardo Zipoli che spiega con dovuta competenza, e passione, i canoni del tutto peculiari del GHAZAL persiano: uno stilema culturale in cui Amore e Vino sono elementi fondamentali con i quali gli artisti persiani si confrontano soprattutto in maniera simbolica ed emblematica. I riferimenti alla letteratura araba di epoca abbaside sono assai evidenti (vedi Abu Nuwas e dintorni), con una sostanziale differenza: i poeti persiani non necessariamente sono nel quotidiano consumatori del vino dei conventi cristiani: il Vino in questi versi è da intendersi come simbolo e metafora.           L’antologia, 100 pp., include una scelta di 486 ghazal, che sono componimenti in rima simili ai nostri sonetti di 7/10 versi divisi in due emistichi.

Qui di seguito ne cito, a esempio, sette: vere perle.

Mesci ancora il tuo vino, o coppiere, perché in paradiso non trovi                                                                  le sponde del fresco ruscello e il giardino fiorito di questa città.

Bevi, o poeta il tuo vino, e poi lasciati andare a serena follia,                                                                            non seguire l’usanza di far del Corano un tranello che inganna.

Tu reca a me il vino, e io a te dico il segreto del cosmo,                                                                                          di quale aroma volersi ubriaco, e qual(e) volto si debba sognare.

Ecco che qua sono giunti due amici perfetti:                                                                                                           una brocca di limpido vino e(d) un libro di versi.        

Morto il cuore, lo spirito esanime, ed ecco,                                                                                                             un sentore di vino nel vento, e son vivo.

Felice quello cui, come al poeta,                                                                                                                                   vino d’eterno fa colma la coppa.

Solo il vino che giace nell’otre                                                                                                                                       sapiente disvela misteri e segreti.

Nota finale ma tutt’altro che marginale: il libro è illustrato in maniera magnifica da Eugenio Comencini Savona, 1939/2015, Torino).

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