Nerio Griso: definitivo

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Con l’ambientamento in cantina, è vero, è tutt’altra cosa.

Grazie Nerio! E salute.

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Argotec su Barolo & Co n. 2

Il 3 maggio scorso alle ore 12.44 GMT (tempo medio di Greenwich), qualche centinaio di chilometri sopra le nostre teste, nell’ovattata atmosfera priva di gravità della Stazione Spaziale Internazionale (ISS), la nostra Samantha Cristoforetti – astronauta italiana dell’Agenzia Spaziale Europea, capitano dell’Aeronautica Militare, impegnata nella missione Futura, la seconda di lunga durata dell’Agenzia Spaziale Italiana sulla ISS – ha bevuto il primo caffè espresso e poi, presumo, lo ha offerto ai suoi colleghi: un prodotto nella più fulgida tradizione del Made in Italy, declinato per la volontà di offrire, anche nello spazio, la possibilità di gustare in qualche modo la piacevolezza di una delle nostre eccellenze alimentari.

Il progetto, frutto di un brevetto che ha richiesto una ricerca assai sofisticata, si chiama: “ISSpresso”.

Preparare un caffè nello spazio non è semplice: è necessaria una tecnologia assai raffinata. La prima macchina espresso a capsule è in grado di lavorare nelle condizioni estreme dello spazio, dove i principi che regolano la fluidodinamica dei liquidi e delle miscele sono diversi da quelli terrestri. Rappresenta un vero gioiello tecnologico in grado di erogare un espresso a regola d’arte in assenza di peso. Per questo è stato selezionato dall’Agenzia Spaziale Italiana: una piacevole “pausa-caffè” a bordo della ISS. Le operazioni di supporto all’esperimento sono state seguite dal centro di controllo di Argotec e monitorate dall’Agenzia Spaziale Italiana. La macchina ISSpresso – che utilizza le stesse capsule di caffè Lavazza che si trovano sulla Terra – è in grado di preparare non soltanto il tipico espresso italiano, ma anche il caffè lungo e le bevande calde, come tè, tisane e brodo, consentendo anche la reidratazione degli alimenti.

Un’altra importante ricerca riguarda il trasferimento del calore passivo: la tecnologia, detta heat pipe, sviluppata per sopportare le condizioni estreme dello spazio, è stata poi trasformata in un’applicazione terrestre per costruire sistemi di riscaldamento più efficienti e meno dispendiosi delle pompe di calore.

L’Argotec è un’azienda ingegneristica aerospaziale italiana, con sede in Torino, fondata nel 2008, che punta molto su ricerca, innovazione e sviluppo in diversi settori: ingegneria, informatica, integrazione di sistemi e “human space flights and operations” per conto dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) così come di altre industrie o agenzie europee.

La maggior parte dei dipendenti è italiana, ma ci sono anche diversi stranieri, per esempio da Olanda, Argentina, USA. L’età media del personale è 29 anni, perché la Argotec crede fermamente nei giovani: li forma e li responsabilizza, crescendo con le loro idee e con il loro spirito innovativo. Oltretutto, i progetti e gli investimenti, esclusivamente da fondi privati, hanno come target non solamente lo spazio, ma soprattutto la possibile ricaduta sulla vita di tutti i giorni.

Uno delle attività più importanti di quest’azienda consiste nell’addestramento  degli astronauti ESA presso l’European Astronaut Centre (EAC) di Colonia e nella formazione anche del personale di terra: si tratta dei cosiddetti “flight controllers”, il cui ruolo è fondamentale per la buona riuscita di una missione. In Argotec è stato anche ideato e realizzato un sistema per il controllo della telemetria in tempo reale utilizzato in vari centri spaziali, compresa una “mission-room” presso la NASA, a Houston. Nei suoi laboratori all’avanguardia, Argotec ha ideato e sviluppato numerosi prodotti e soluzioni ingegneristiche utilizzabili sulla ISS, ma anche in grado di avere un ritorno immediato sulla Terra. Per esempio, nella area di ricerca si stanno sviluppando soluzioni nel campo delle energie rinnovabili con utilizzo sia in ambito spaziale sia terrestre.

Un’area di particolare interesse scientifico è lo Space Food Lab guidato, da circa tre anni, da Stefano Polato, lo chef ufficiale della missione Futura, nel quale sono stati sviluppati i piatti di Luca Parmitano, Alexander Gerst e Samantha Cristoforetti. Il team formato da tecnologi alimentari, dietisti, nutrizionisti e chef di Argotec ha pianificato i menu in modo da garantire agli equipaggi un corpo sano e ben nutrito durante la permanenza e il duro lavoro nello spazio.

Stefano Polato ha poco più di trent’anni. Di origine veneta, ha aperto da circa otto anni il suo ristorante Campiello a Monselice (PD), specializzato soprattutto in preparazioni tradizionali di pesce. Si è formato a Venezia.

In collaborazione con Samantha Cristoforetti, egli ha sviluppato un programma di ricerca per produrre cibo che ha forti origini nelle tradizioni del Made in Italy per poi declinarlo per lo spazio, dovendo attenersi a rigide specifiche tecniche che prevedono la totale assenza di conservanti e additivi di qualsiasi genere.

Confezionato in pacchetti protettivi di alluminio, durante la produzione del cibo sono stati applicati metodi innovativi di disidratazione e un processo di termostabilizzazione a temperatura tra i 70 e gli 80 gradi Celsius. Viene poi sistemato in contenitori particolari che devono garantirne la perfetta conservazione per almeno 18/24 mesi, sempre nel massimo rispetto delle qualità organolettiche e nutrizionali degli alimenti.

Le dosi di queste preparazioni sono realizzate con un dosaggio perfetto dei vari nutrienti che tengono conto delle particolari esigenze di atleti speciali che lavorano in condizioni di totale assenza di gravità che sono poi gli astronauti della stazione spaziale. Da puntualizzare che le preparazioni comunque conservano un certo sapore, in alcuni casi di sorprendente piacevolezza: preparare cibi che abbiano un loro valore di apprezzabile gusto fa parte delle ricerche della Argotec e dell’impegno di Stefano Polato e del suo staff.

Da  qualche tempo la Argotec ha avviato un programma di collaborazione con la Catena di Home Restaurant Gnammo per rendere queste ricerche disponibili anche per consumatori terrestri, magari atleti con particolari esigenze nutrizionali da soddisfare.

http://www.argotec.it/argotec/

http://gnammo.com/#2

http://www.ristorantecampiello.com/

 

 

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Il lungo travaglio di un murale

Avevo dipinto la silloge di Von Hutten sotto i portici di piazza Vittorio Veneto per i miei amici del Caffè Elena nel 2010.

Avevo usato il Laccento di Montalbera, Ruchè modaiolo e stucchevole.

E d’aver usato quel vino m’ero poi pentito, pur se il murale nel frattempo era entrato in migliaia di fotografie e pubblicato su L’Espresso.

Nel 2013 i miei amici avevano ceduto, ahimè, lo storico caffè e chi lo aveva rilevato non era stato capace di opporsi all’ordine di cancellare quel murale, non riuscendo a spiegare che quella era un’opera d’arte e non un sgorbio qualsiasi.

E m’ero imbufalito!

Nell’agosto del 2014 quegli stessi amici rilevarono il centralissimo ristorante L’Osto Duca Bianco in La Morra e mi chiesero di rifare il murale.

Purtroppo, c’era un’immagine precedente fissata in affresco sopra una superficie ruvida e con delle dimensioni che non permettevano la riproduzione pari pari al lavoro torinese, oltretutto sopra un muro esposto alle intemperie.

Feci un lavoro faticoso e frettoloso, sotto la pioggia di un triste ottobre del 2014: era da poco scomparsa la cara Claudia Ferraresi, cui dedicai il lavoro effettuato con il suo Dolcetto d’Alba.

Lavoro venuto male sul quale mi ripromisi di intervenire ancora.

In questo luglio 2015, finalmente ho rimesso mano al murale, stravolgendolo. Ho finito, fissandolo per impedirne il degrado dovuto agli elementi atmosferici, venerdì 24 luglio scorso.

Adesso sono soddisfatto: il colore è dato sì dal Dolcetto delle Cantine Rocche di Costamagna, ma c’è del Barolo, della Barbera e addirittura il Sangiovese romagnolo e biodinamico di Tenuta Mara.

Ma è venuto un gran bel murale!

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Collisioni: i miei millanta mah….

Scendevo domenica 19 luglio, verso le 19, dalla frescura di La Morra per la strada che taglia l’Annunziata e incrocia la provinciale 3 che unisce Alba a Barolo: andavo a incontrare l’amico Claudio Rosso con cui avevamo fissato una chiacchierata rilassante ai 700 metri di Albaretto della Torre, ospiti di Filippo Giaccone, della sua cucina, dei suoi vini, della sua calda amicizia, del suo riservo.

Subito dopo la cantina di Piero Ratti, addossate alle vigne di prezioso Nebbiolo in incipiente invaiatura, notavo file di automobili appiccicate l’una a l’altra, senza soluzione di continuità. Automobili di ogni tipo quasi a assediare i filari che parevano ritrarsi orripilati da queste presenze invadenti che li costringevano in una stretta mortale. E da queste automobili sciamavano verso Barolo, distante qualche chilometro, genti d’ogni tipo: giovani perloppiù e, data l’afa, poco o punto vestiti.

Ripensavo a quanto si diceva, neanche tanto tempo fa, da queste parti: «Abbiamo bisogno di quelli che vengono qui con le Mercedes, ma specialmente quelle con le ruote larghe…». E cercavo d’indovinare cos’avrebbe detto quel mio amico, antico lombardo, filosofo, giocatore di calcio, buon intenditore di musica classica, che usava e conosceva il Battaglia; che sapeva di vino e tanto ne scriveva e ne beveva e, soprattutto, che sapeva di uomini e era un gran conoscitore di anime semplici. Cosa ne avrebbe detto il Gran Gino di ‘sta roba qui?

Partecipai a Collisioni 2012, la prima a Barolo, dopo i tre anni di Novello. La prima edizione si tenne il 2 e il 3 maggio 2009, con Jovanotti e pochi altri; l’anno dopo ci fu Lucio Dalla con Capossela e Gino Paoli il 4 giugno; quello successivo – 27, 28 e 29 maggio –  vide la partecipazione di Salman Rushdie, Caparezza, Ligabue e Michael Cimino.

Il 2012 fu la consacrazione – 13, 14, 15 e 16 luglio – con la scelta di Barolo e il grande concerto di Bob Dylan. Io, su invito di Francesca Tablino, tenni una lectio magistralis su vino e letteratura, con una piccola mostra dei miei quadri. Ne fui entusiasta.

L’anno successivo fui affiancato a Lorenzo Tablino per una massacrante maratona di gustazioni: quell’anno ci fu il flop di Elton John, ma anche le presenze di Gianna Nannini, Elio e le storie tese, Fabri Fibra. E comunque il successo fu discreto.

Lo scorso anno ero responsabile dell’ufficio stampa di Made in Piedmont e lavorai come un asino, rimettendoci quasi la salute. Fu l’anno in cui si toccarono, nei quattro giorni, le 100.000 presenze: un’enormità per la realtà di Barolo. Malgrado un terribile acquazzone non ci furono eccessivi disguidi e i due concerti principali – Deep Purple e Neil Young – andarono esauriti.

Alla resa dei conti si ebbe la netta sensazione che l’evento andava ripensato.

Invece non c’è stato alcun ripensamento: più convegni, più cantine e consorzi che cacciano soldi – non pochi – e che sono presentati a cottimo dentro le sale esauste del Castello davanti a un pubblico scarso e poco interessato; concerti d’ogni tipo a mescolare diavolo e acquasanta; ospiti disputati, a volte in maniera imbarazzante, dai vari grandi produttori di Barolo (evito di fare nomi). E un muro di pubblico accaldato e consumatore soprattutto di acqua e birra – pare ovvio – che cerca i selfie con i numerosissimi vip ambulanti. E poi un sacco di ragazzi che lavorano gratis: perché lavorare a Collisioni è comunque tanta roba…

No, non mi piace più Collisioni così com’è diventata. E non mi piace ancor più perché quest’anno, non essendo stato coinvolto, ho potuto effettuare le mie osservazioni con distanza dialettica. Tutto subito mi ero anche arrabbiato per non essere stato chiamato e la faccenda mi aveva dato non poco fastidio; poi, invece, sono stato contento di non aver partecipato e me ne sono tenuto accuratamente distante anche come giornalista o semplice fruitore.

Così com’è Collisioni non rappresenta un valore aggiunto per Barolo: non è dei grandi numeri che qui si sente il bisogno. Barolo, ricordo, è un paesino di 700 anime, un solo albergo, qualche B&B e 5 o 6 ristoranti. Qui necessita la qualità, necessitano i tempi giusti, necessitano gli incontri di alto livello che, pare ovvio, non possono consumarsi tra i selfie, le birre, le caudane e i sudori rumorosi e fastidiosi di folle barbare. E nessuno pensi che queste faccende sono investimenti sui consumatori di domani. Non così, non tracannando qualsiasi vino in calici di plastica a 36°!

Qualità, cultura – cultura del territorio che sanno i patriarchi di qui, non i Master of Wine di Hong Kong, che sono utili, certo, ma non utilizzati in questo modo – tradizione, sensibilità, curiosità.

E qui mi fermo. Basta e avanza, sperando che Collisioni – idea comunque magnifica – lasci le autostrade a 8 corsie e riprenda certi magnifici sentieri che sono unici e impagabili (e che il provincialismo debordante sappia essere orgoglioso di questi nostri sentieri).

Salute.

Ps: intanto, nel mio prossimo volume di racconti (Racconti Alticci) ci sarà una storia straordinaria ispirata da Collisioni. A modo mio, pare ovvio.

 

 

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Da Filippo, mentre un po’ più sotto infuria Collisioni

http://www.vincenzoreda.it/da-filippo-in-albaretto-della-torre/

Era un bel po’ che non andavo a trovare Filippo e Silvia; l’occasione mi è stata fornita dal caldo di questi giorni, da fuggire l’assedio di Barolo dalle orde barbariche, da una chiacchierata con Claudio Rosso e, infine, dal consegnare ai freschi sposini un mio quadro (Dolcetto di zona) a loro dedicato.

E scopro che Dog, il cagnino egizio, più non è ma ha lasciato una prole numerosa!

Scopro che Filippo è stato abbandonato dalla sua cuoca Michela Bruno e ora sta in cucina: e quanto ci sta bene!

E poi incontriamo Cesare con un suo amico cuoco da Brescia: Claudio Mombelli.

E ben mangiamo e ben beviamo: tra amici, come si conviene tra i Giusti.

Salute.

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Quanto Basta: la continuità

http://www.vincenzoreda.it/quanto-basta-per-star-bene-in-via-s-domenico-12b/

Era un fine febbraio del 2011 quando, su suggerimento di Stefano Fanti, andai a trovare questi due baldi giovanotti ventitreenni che avevano aperto un piccolo locale davanti al Mao, in via San Domenico, due passi da casa mia.

A distanza di quasi cinque anni, Alessandro e Stefano lasciano nelle buone e affidabili – la passione neanche si discute – mani dei loro collaboratori Anduela e Walter il prosieguo dell’ottimo percorso del Ristorante Quanto Basta.

Mentre scrivo queste note, fine luglio 2015, il Ristorante è chiuso perché è in arrivo Sofia: il semplice risultato dell’amore che lega Walter e Anduela. E’ una storia bella questa qui: nemmeno trentenni, hanno lavorato – lei in sala e lui in cucina – per circa un anno con Stefano e Alessandro, assimilandone bene lo spirito e ereditando i clienti particolari di questo ristorante assai sui generis. Anduela è una bella ragazza di origini albanesi (Scutari), da 17 anni in Italia e ormai cittadina italiana a tutti gli effetti. Walter è uno di quelli che il mestiere l’ha imparato non nelle scuole classiche ma girando tante cucine e partendo proprio dal basso; comunque: Mago Rabin, Golden Palace, Hotel Boston, diversi altri locali del Quadrilatero.

La cucina di Walter è semplice, con la materia prima rispettata e esaltata: consiglio – vedi fotografie sopra – la crema di spinaci, gli ottimi spaghetti al ragout di piccione (amo la selvaggina, poco diffusa da noi) e l’anatra preparata con tre differenti tagli.

La carta dei vini è il risultato delle ricerche e della passione di Alessandro Gioda che Anduela continua a rispettare: tra quelli proposti, segnalo lo strepitoso – e finissimo – Barolo Chinato di Barale, una vera sorpresa.

Che altro dire? Andateci quando vi occorre una serata rilassante, coccolosa, con persone per cui ne valga davvero la pena.

PS: entrando mi ha accolto, a giusto volume, un pezzo famoso di Nina Simone. E anche la musica conta, ah se conta!

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Salute di Nerio Griso

Salute - Vincenzo Reda

La considero una delle più belle gratificazioni della mia vita: senza che ne sapessi nulla, il pittore Nerio Griso ha realizzato questo mio ritratto a olio su tela (60×60). Si è ispirato a un video girato in occasione di una mostra collettiva di Art & Wine dell’amico Fabio Carisio. Mi piace perché in questo quadro c’è il mio sguardo. E poi l’eterno, immancabile calice di vino…

Nerio Griso è stato allievo di Ottavio Mazzonis, grande figurativo torinese (1921/2010), nato tra l’altro in via S. Domenico, 11: due passi dietro casa mia.

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Vale un Perù, per davvero…

http://www.vincenzoreda.it/focus-storia-linganno-di-cajamarca-by-vincenzo-reda

Il 16 novembre 1532 a Cajamarca, Ande peruviane, l’hidalgo spagnolo, ignorante e spietato, Francisco Pizarro catturò con un inganno indegno l’Inca Atahualpa. Un paio di centinaia scarsi di avventurieri, quasi tutti reduci del Tercio, lasciarono sul terreno circa 3.000 nobili, dignitari e guerrieri inca. Pizarro fondò Lima 3 anni più tardi e fu assassinato dai fedelissimi del suo socio Diego de Almagro nel 1541. L’ultimo Inca, Tupàc Amaru, fu decapitato il 24 settembre 1572 a Cuzco.

Il 28 luglio 1821, il generale argentino José de San Martìn, dopo aver liberato il Cile, dichiarò l’indipendenza del Perù.

Quelli qui sopra i fatti e le date fondamentali di questo grande Paese di cui da noi poco si conosce, malgrado le comunità di peruviani in Italia si vanno facendo sempre più numerose: a Torino sono ben oltre le 10 mila persone.

Il Perù è una Repubblica presidenziale che copre quasi 1,3 milioni di chilometri quadrati (4 volte l’Italia) con circa 30 milioni di abitanti. Si estende tra l’oceano Pacifico, le Ande e l’alto bacino del Rio delle Amazzoni che qui nasce dall’unione dell’Ucayali e del Rio Maranon.

Nazione dalla  storia ricca e importante, cominciata almeno un paio di millenni prima dell’era cristiana; Chavin, Paracas, Ica, Nazca, Mochica, Chanca, Wari: sono alcuni orizzonti culturali che precedettero il Tahuantinsuyo (il Regno delle quattro Regioni) Inca, fondato dopo il XIII secolo. Oggi questa nazione è composta da quasi il 50% di etnie indigene (quechua e aymara), il 30% di meticci e per la restante parte da un incredibile miscuglio di razze arrivate da tutto il mondo.

La varietà dei climi e la sua complessa morfologia, che si può definire unica, rendono la cucina peruviana una delle più affascinanti del mondo: il Pacifico con la Corrente di Humbolt e una ricchezza di fauna marina straordinaria, le regioni andine (con picchi di oltre 6.000 mt.), i deserti incredibili, la regione amazzonica… E siamo debitori verso questo paese soprattutto per la più importante solanacea del mondo: la patata, che qui è coltivata in centinaia di varietà differenti.

Da pochi anni (2012) anche a Torino è possibile gustare e apprezzare la tradizione cucinaria di questo Paese: il mio ristorante preferito si chiama Vale un Perù (via San Paolo, 52) di Miguel Bustinza e Patricia Trujillo. Li ho conosciuti grazie a Gloria Carpinelli,  che ha appena pubblicato un libro (il primo in italiano) sulla cucina peruana, edito da il Punto: Il fiore della cannella.

Locale arioso, pulito, accogliente e preparazioni cucinarie per davvero eccellenti a cominciare dai Ceviche – pesce crudo marinato di origini precolombiane e considerato piatto nazionale – e poi il formidabile polpo anticucho, le papas rellenas, il cuore di vitello, le molte ricette a base di riso… e ancora il delizioso rocoto, peperone piacevolmente piccante (Capsicum pubescens), grosso come un bel pomodoro e dai semi neri. Si beve ottima birra e, soprattutto, si deve bere il Pisco (bevanda nazionale distillata da mosto di vino); si spende una cifra più che onesta e si conosce una tradizione per davvero unica.

Io ho un desiderio da molti anni, poter gustare una Pachamanca: carni, verdure e tuberi cotte con pietre roventi dentro una fossa! E’ una tradizione peruviana che risale a molte migliaia di anni fa.

Ps: ci sono due scrittori peruviani per i quali nutro una stima immensa. Se non li conoscete, il mio è un consiglio prezioso e privo di qualunque interesse che non sia la curiosità culturale. Parlo di Cesar Vallejo (cercate il romanzo El Tungsteno) e di Manuel Scorza (tutta la sua opera incredibile, ma soprattutto Rulli di tamburo per Rancas).

 

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Ristorante La Canonica di Casteldimezzo

http://www.ristorantelacanonica.it/

Sul finire del 2004, anno che avevo trascorso lavorando da Emilio Marengo in Toscana, tramite Gegè Mangano fui messo in contatto con uno chef romagnolo suo amico: Angelo Rignoli. Con lui lavorava Davide Marino.

Combinammo di fare una mostra di miei quadri nella primavera del 2005, in questo posto magnifico che è situato dentro le mura di un minuscolo borgo (Casteldimezzo), nel territorio del Parco di Monte San Bartolo (sopra Gabicce, a due passi da Pesaro).

Partii il 23 aprile a portare i quadri; nel frattempo un esame medico mi aveva destinato subito dopo un intervento di quelli terribili, con il rischio della vita. Andai giù, conobbi Andrea e Davide e mi rimpinzai senza ritegno di cibo (ricordo una tagliata di tonno imperiale) e dei vini sempre eccellenti e sorprendenti di Andrea. Rimasi fino al 25 aprile, quando dovetti ritornare a Torino per il ricovero.

Tornai a smontare la mostra il 1 ottobre successivo, con mia moglie. La mostra ebbe successo e, soprattutto, si instaurò un bellissimo rapporto di amicizia  e di stima che perdura e va consolidandosi nel tempo.

Poco tempo fa mi ha chiamato Davide, che nel frattempo è andato a occuparsi della Tenuta Biodinamica Mara e mi ha proposto un bellissimo lavoro per quest’azienda, posta a due passi da Cattolica.

Ovvio che è stata l’occasione per una rimpatriata e ho conosciuto così il nuovo chef di Andrea: lui si chiama Paolo Bissàro, nato a Bolzano ma da sempre riminese; è uno che si è fatto da solo, ragazzo disincantato più o meno quarantenne (Ariete!): più che altro, come dice lui: “Mi allergico con facilità e sono…agnostico“.

A parte le sue facili allergie, Paolo è un fuoriclasse: mi ha fatto felice ed è stato immediatamente arruolato nella mia specialissima squadra di cuochi. Lavora alla Canonica da circa un anno e mezzo e con Andrea si è ormai consolidato un rapporto privilegiato.

Ho gustato del pesce crudo formidabile: mazzancolle al gelso, spigola, tonno e una mormora indimenticabile. Poi triglie grandiose, un trancio di ombrina con frutta e, ancora, gnocchi di seppia e patate; e, per finire, un polpo senza senso. Il valore aggiunto sono le erbe del parco, che Paolo usa con grandissima cura e straordinaria sensibilità.

Poi il posto è di assoluta gradevolezza, soprattutto d’estate (abbastanza in alto, sulla scogliera), immerso nel silenzio più accogliente e rassicurante, carezzato dalle brezze dell’Adriatico prospiciente.

E, nota ultima ma mica la meno importante, Andrea affida i suoi sottofondi musicali (quelli nobili dei Tempi Nostri) al glorioso, morbido, lento vinile. E quanto si beve bene…E mai si verrebbe via.

In autunno,  a distanza di dieci anni esatti dalla mia mostra qui, abbiamo previsto un evento di quelli che, per certo, sarà memorabile.

Parola Mia.

 

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Botti concettuali e concetto di botti

La prima visita alla Cantina della Tenuta Biodinamica Mara, sulle dolci colline di San Clemente (basso riminese, a non più di 3/4 chilometri in linea d’aria dall’Adriatico), l’ho effettuata il 5 maggio scorso.

Mi ero portato del vino ridotto e così ho effettuato i primi interventi sulle pareti in cemento dei due tini a forma di uovo.

Visto il luogo, unico nel suo genere sia per la luce sia per le musiche (Canti Gregoriani), ho deciso di non alterare con uno strato di gesso le pareti dei tini, cosa che senza dubbio avrebbe messo in maggior risalto il colore del vino ma che sarebbe stata invasiva.

Avendo preso questa decisione, mi è venuto naturale ispirarmi a un certo graffitismo d’autore: Keith Haring e, soprattutto, Jean-Michel Basquiat, entrambi americani vissuti (e scomparsi giovanissimi) tra gli anni ’60 e  ’80 del secolo scorso.

Chiaro che ho declinato questo stile con le mie ossessioni sul simbolismo di tipo antropologico e cultuale che mira da sempre a un utopistico sincretismo: certi simboli sono, senza dubbio alcuno, di valore universale.

Su tutti, i due che contraddistinguono con la loro dimensione e posizione i due tini: quello più grande, a sinistra, reca l’OM sanscrito che rappresenta la sacra sillaba dei Veda (risalente ad almeno il X sec. a. C.), il mantra per eccellenza; la Preghiera Universale, in estrema sintesi. Il tino di destra reca invece il simbolo egizio ANKH, ovvero La Vita (Eterna): simbolo antichissimo spesso associato alla dea dell’Ordine Universale Maat e al Dio Horus (Falco), il cui sacro occhio sinistro è inscritto nell’ansa della croce.

Dopo questi due simboli importantissimi, ho deciso di riportare su entrambi i tini il Quadrato magico della Palindrome Sacra: SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS; attribuita a un vescovo di Lione della seconda metà del II secolo, è una frase che si legge nello stesso modo sia da destra a sinistra che viceversa e, messa nel quadrato, si legge sempre uguale da qualunque parte di cominci. La frase è in latino e significa: Il contadino Arepo lavora con difficoltà la ruota (dell’aratro). Considerata una frase beneaugurante, in verità è l’anagramma doppio di Pater Noster che viene incrociato e reca ai quattro lati dei bracci della Croce 2 α e 2 ω, ovvero le 4 vocali che crescono: l’ α e l’ω sono l’inizio e la fine di tutto.

Altri simboli importanti sono la sequenza di Fibonacci (1 1 2 3 5 8 13 21 34 55 89…); scoperta dal matematico pisano dopo i contatti con il mondo arabo, rappresenta lo schema che regola la matematica dell’Universo: ogni numero è la somma dei due precedenti e con l’ingrandirsi delle cifre il rapporto tra un numero e quello che lo precede diventa 1,618…. che è chiamato Numero D’Oro (il rapporto tra i lati che regola il Rettangolo Aureo del Rinascimento italiano). φ (fi) è il simbolo greco che rappresenta il Numero D’oro.

Poi c’è il glifo Kan: a seconda del determinativo che lo identifica, nella complessa scrittura dei Maya classici, significa Signore, Sole, Quattro ed è forse il glifo più importante di quella straordinaria cultura americana.

E ancora ci sono l’ideogramma cinese della fortuna, la spirale, la stella a sei punte, la falce e il martello, la Menorah (il candelabro a sette bracci ebraico)….

Detto della complessa simbologia che ho riportato sul cemento dei due tini a uovo, il lavoro è cominciato domenica 21 ed è finito giovedì 25 giugno 2015. In fasi successive ho spennellato con il Sangiovese Maramia 2012 e 2103, prodotto con processo biodinamico da Tenuta Mara, tutta la superficie dei tini.

Ho messo in evidenza macchie e colature che in questa fase sono di colore grigio-blu. Su questa patina ho cominciato a spennellare con vino ridotto di almeno ¼: occorrono molte mani e tanta pazienza.

Ma poi il risultato è stato pari a quanto avevo immaginato e progettato. E il vino che sarà contenuto in questi due specialissimi tini sarà, credetemi, più buono.

Salute!

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Tenuta Mara, painting in the cellar

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Charles Baudelaire, Del vino e dell’hashish

Charles«Un individuo alquanto celebre e al contempo un emerito imbecille, qualità che, a quanto pare, insieme non stridono, come avrò modo di dimostrare più volte, in un libro sulla tavola concepito dal duplice punto di vista dell’igiene e del piacere, alla voce vino ha osato scrivere quanto segue: Noè, il patriarca, passa per essere l’inventore del vino, un liquore tratto dal frutto della vite.

E dopo? Dopo niente. Altro che questo. Avrete un bello scorrere il volume, rigirarlo, leggerlo di dritto e di rovescio, da destra a sinistra e viceversa: non troverete altro sul vino nelle Phisiologie Du Gout dell’illustre Brillat Savarin.

Provo a immaginare un abitante della luna o di qualche remoto pianeta che, viaggiando sulla terra, affaticato dal viaggio pensi di rinfrescarsi il palato e riempirsi lo stomaco. Egli, interessato a conoscere i nostri piaceri e le nostre abitudini, ha avuto notizia di liquori deliziosi con i quali ci procuriamo coraggio e gioia. per non sbagliare nella scelta, extraterrestre apre l’oracolo del gusto, il rinomato e infallibile Brillat-Savarin dove rileva alla voce vino la preziosa informazione di cui sopra. Dopo di che è impossibile non avere un’idea coerente e precisa di tutte le varietà di vini, delle diverse qualità e inconvenienti, del loro potere sullo stomaco e sulla psiche.Pavese

Ah cari amici, non leggete quel Brillat-Savarin. Dio preservi coloro che gli sono cari dalle letture inutili: è una massima tratta da un libretto di Lavater, un filosofo che ha amato gli uomini più di tutti i magistrati del mondo antico e moderno. Nessun dolce è stato battezzato con il nome di Lavater, ma la memoria di quell’uomo sarà ancora viva nel popolo quando anche i bravi borghesi avranno obliato il Brillat-Savarin, una sorta di brioches insipida, il cui minor difetto consiste nel servire da scusa a una litania di massime scioccamente pedanti, tratte dal più volte citato capolavoro».

Baudelaire scrive queste parole nel 1851, circa 25 anni dopo la pubblicazione del libro di Brillat-Savarin, che ebbe un successo immediato e clamoroso. Purtroppo, egli ha ragione ma sbaglierà completamente le sue valutazioni: oggi tutti sanno chi è Brillat-Savarin e pochi ricordano lo svizzero Johann Caspar Lavater (1741/1801). Non v’è dubbio che il lavoro di Brillat-Savarin è stato ed è sopravvalutato: Baudelaire ha mille volte ragione!

In questo libro Baudelaire tratta benissimo il vino, pare ovvio, e in maniera assai approfondita descrive con il suo stile unico le malefatte che causa il consumo (allora la sostanza si assumeva per via orale come una sorta di marmellata; pochissimi la fumavano) dell’hashish, contro cui si schiera senza alcuna esitazione.

Testo di notevole interesse, purtroppo tradotto non benissimo e redatto anche peggio (Edizioni Clandestine, 2015 Massa, pp. 91, 7,50€).

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Casa Buffetto, Sabato 6 giugno 2015, Festa di primavera

Casa Buffetto, sabato 6 giugno:  come al solito, la classe e l’eleganza rilassata e rilassante di Paola, padrona di casa in questo luogo di rara piacevolezza, ha reso possibile un momento di tranquillo straniamento tra persone tutte dotate del giusto atteggiamento. Voglio significare: disponibilità franca senza mai assilli né invadenza eccessiva.

Bella giornata (ma è quasi sempre così), eccellente il menù, straordinari i vini di Vincenzo (su tutti, pare ovvio, il Nebbiolo 2011: posso dire il Mio Brume!).

E con la solita lotteria/asta abbiamo messo insieme anche un po’ di quattrini da destinare a chi ne ha bisogno.

Alla prossima e sempre con piacere.

http://www.vincenzoreda.it/ca-d-bufet-casa-buffetto/

http://www.vincenzoreda.it/casa-buffetto-con-vincenzo-muni/

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Premio Cesare Pavese 2015

Domenica scorsa nella storica sede del CEPAM (Centro Pavesiano Museo Casa Natale) a Santo Stefano Belbo, e casa natale del grande scrittore piemontese e cofondatore della casa editrice Einaudi, si è svolta la 14° edizione del premio “Il vino nella letteratura, nell’arte, nella musica e nel cinema”.

Il premio è stato assegnato a  Sulle ali del Barolo. Appunti di viaggi scritto dall’appassionato produttore langhetto Gianni Gagliardo e illustrato dal pittore e scrittore Vincenzo Reda.

Un libro di appunti di viaggio, che attraverso il fil rouge del Barolo, racconta alcune delle esperienze più intense a livello umano e professionale che l’autore ha vissuto in ogni parte del mondo.

Da uno stralcio della motivazione del premio, riportiamo volentieri questo passo: “Storia personale e storia di un vino si intrecciano, dunque, in modo indissolubile e l’una cresce con l’altra fino a superare rapidamente i confini della realtà locale per condurci nel glocale: infatti, Gianni Gagliardo trasporta i valori e i contenuti della sua realtà locale in una realtà globale, favorendo il dialogo, lo scambio e la condivisione tra comunità diverse”.

Un esempio questo, di trasversalità letteraria che conferma la bontà della scelta della Casa editrice Cinque Sensi e che motiva fortemente a immaginare altre interessanti scritture e testimonianze non necessariamente identificabili nei consueti riferimenti narrativi.

Sulle ali del Barolo. Appunti di viaggi - Introduzione di Aldo Cazzullo – Autore: Gianni Gagliardo
Illustratore: Vincenzo Reda – Formato: 16,5×24 cm – Pagine: 160 – Prezzo libro: 15 euro – PrezzoeBook: 7,99

Qui sopra ecco le immagini della premiazione ufficiale.

Sulle ali del Barolo di Gianni Gagliardo è un libro che, oltre ad aver redatto e per il quale ho scelto personalmente l’editore, ho illustrato con grande passione. Il fatto di aver contribuito al primo premio della narrativa assegnato a una persona straordinaria, oltre che un amico, mi riempie di orgoglio. Il secondo premio per la saggistica guadagnato con Di vino e d’altro ancora mi fa piacere soprattutto per la motivazione in cui si citano l’Ode a Luigi (Gino per gli amici) Veronelli – cui il libro è dedicato, e il pezzo che parla del Barolo come “Vino jazz“. Un questo libro l’incipit è il mio celebre “Decalogo del vino“.

Salute a tutti, amici nemici e farabutti.

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Monticello d’Alba: Sulle ali del Barolo

Luogo e momento di suggestioni indimenticabili: al tramonto di un caldissimo venerdì d’inizio giugno, sotto un immenso tiglio secolare, tra un pubblico folto di amici. Gianni Gagliardo è tornato a Casa Sua a presentare, con la voce magnifica di Remo Girone, il suo libro: Sulle ali del Barolo, decollato da Monticello quasi per caso e, sorvolando il Mondo, atterrato nelle Terre più lontane, più esotiche, più altre eppure fraterne, vicine.

Straordinario il Viaggio, anche metaforico, che racconta questo libro che ho l’orgoglio d’aver contribuito a realizzare e illustrato con i miei Bicchieri di Vino.

La serata è stata magnifica: lunghi discorsi di pittura e teatro con Remo e la colta moglie argentina e poi bei brindisi, con il Fallegro e, soprattutto, con il superbo Nebbiolo San Ponzio di Gianni (qui bevuto a chilometri zero, per davvero!) con gli amici (Tino, Alfio, Marco…). Infine la conoscenza della contessa Elisa, padrona di casa.

Siamo tornati a Torino con mia figlia, cantando a squarciagola e abbiamo finito la giornata in un pub con birra e hot dog, parlando come parlano padre e figlia quando i rapporti sono come devono essere.

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Gianni Mura: Non c’è gusto

Mura«Non c’è gusto ma c’è una logica, almeno spero. O un senso. Una specie di filo d’Arianna che non condurrà necessariamente nel posto giusto, nel ristorante indimenticabile, ma servirà a evitare solenni fregature. Fregature ne ho prese molte. Mi sono servite. E poi, come dicono gli sportivi, solo chi cade può rialzarsi, una sconfitta oggi può diventare una vittoria domani. Confesso che ho vissuto, che ho mangiato, che ho bevuto, che ho sbagliato».

Questo sopra è l’incipit del librino, appena pubblicato e assai interessante, di Gianni Mura. La conclusione, che è sintesi esemplare di quanto il giornalista milanese – classe 1945 – espone nel centinaio abbondante di pagine precedenti, merita d’essere citata e letta con attenzione.

«Questo ci riporta al gusto, che è percezione, cultura, comportamento, condivisione, affinamento, abbinamento, incontro, qualcosa di assoluto e relativo al tempo stesso. Allo stesso tavolo uno dice: è buono. L’altro: non è buono. E’ buono perché piace o piace perché è buono? Il buono ha la stessa valenza del bello. Mio nonno pastore di fronte a Guernica avrebbe detto che Picasso non sapeva dipingere. Giusto è una parola strana. Aggiungi una vocale prima della u e ottieni giusto, ne aggiungi una dopo  e ottieni guasto. Meglio non aggiungere nulla. Oppure, come nella commedia musicale, un posto a tavola. “I tabù religiosi riguardano solo la la tavola e il letto”, osservava Veronelli. Uno slogan c’invita a fare l’amore con il sapore. Mica facile, siamo in una fase di voyeurismo coatto, di onanismo ciarliero. Ma ancora possibile. Una buona tavola, una buona compagnia, un buon vino, ognuno dei tre ingredienti con il suo 33,3% di importanza. La perfezione non esiste ma il 99,9% è un ottimo risultato e si può raggiungere senza troppa fatica. Basta saper scegliere, e poi lasciarsi andare».Mura 1

Scritto con la lingua scorrevole del giornalista; scritto con quel bel gusto per allitterazioni, calembour e anagrammi; scritto con tante citazioni anche colte  - Bartolomeo Scappi, mica fesserie…- ma mai pedanti: sempre con esemplare leggerezza. E scritto soprattutto con tanto buon senso: il buon senso di chi assai ha frequentato ristoranti, osterie, pizzerie, chioschi in giro per il mondo e con ogni tipo di compagnia.

Dedicato con amore al mio grande Amico Gino VeronelliLe lion ivrogne (il leone ubriaco) suo magnifico  anagramma – con prefazione di Carlin Petrini, è un libro che consiglio a tutti: una sorta di manuale da consultare ogni qualvolta c’è da scegliere un ristorante. Invece che lasciarsi contagiare da quell’epidemia assassina che viene chiamata Tripadvisor

Editore Minimum Fax, 108 pp. per 13 € (che saranno ben investiti). Libro ben confezionato, in brossura, con una grafica di copertina semplice e chiara. Peccato per l’editing non impeccabile (una decina di refusi sono troppi). Qui sotto la mia recensione di qualche anno fa per un altro bel lavoro, per il medesimo editore, di Gianni Mura.

http://www.vincenzoreda.it/gianni-mura-la-fiamma-rossa/

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La ragazza che vendicò Che Guevara

ErtlAmburgo, 1 aprile 1971: nel suo ufficio, il console generale della Bolivia in Germania viene ferito a morte con tre colpi di una Colt Cobra 38 special a tamburo. A sparare è stata una giovane donna che viene affrontata dalla moglie del console che non riesce a fermarla; nella breve colluttazione la donna perde la parrucca, una borsetta e la pistola. Sono circa le 10.30 del mattino, il console spirerà poco più tardi per una devastante emorragia interna procurata dalle pallottole corazzate.

A sparare, ormai fatto assodato – ma non assolutamente certo – è stata Monica Ertl, militante tedesca dell’ELN boliviano: doveva vendicare gli assassinii di Che Guevara (9 ottobre 1967) e del suo luogotenente – compagno di Monika – Inti Peredo. La questione ha enormi implicazioni internazionali: il tutto è stato architettato assai probabilmente tra Cuba, Bolivia, Italia e Germania Est e con la non trascurabile collaborazione degli estremisti della Germania Federale. La pistola è stata fornita nientemeno che da Giangiacomo Feltrinelli (che salterà per aria il 14 marzo 1972 accanto al celebre traliccio di Segrate), Monika è stata supportata da un giornalista danese e nella fuga ha avuto l’appoggio di alcuni personaggi legati alla sinistra estremista tedesca occidentale.

Il console generale della Bolivia in Amburgo era il famigerato colonnello Roberto Quntanilla Pereira, aguzzino e torturatore efferato: a lui sono attribuiti la cattura e l’ordine di eliminare il Che (tagliandogli poi le mani); egli è l’assassino di Inti Peredo a fianco al cui cadavere posa con pomposo orgoglio.Ertl 1

Ma è tutta la tragica, complessa vicenda di Monika Ertl – nata a Monaco di Baviera il 7 agosto 1937 – a costituire una storia straordinaria e affascinante che si svolge avendo come scenografia i fondali più  tragici del XIX secolo. Figlia di Hans Ertl, geniale cameraman di Leni Riefenstahl si trasferisce in Bolivia nel 1952 per evitare i problemi del post-nazismo tedesco del padre, colluso pesantemente con il regime. In Bolivia collabora con Hans per i bellissimi documentari girati da questi negli ambienti selvaggi della Bolivia. La sua famiglia frequenta “zio Klaus”: Barbie, il boia di Lione. Si sposa, malamente, a venti anni e entra in clandestinità tra il ’68 e il ’69. E’ una donna bellissima, atletica, di fascino straordinario e coraggio fuor del comune.

Dopo l’eliminazione di Quintanilla è braccata dai servizi di sicurezza boliviani legati alla Cia; malgrado ciò, si rintana negli slum di La Paz: qui viene sorpresa e giustiziata il 12 maggio 1973.

Tutta questa vicenda è narrata in un volume complesso e di difficile lettura di circa 400 pagine, pubblicato e ben tradotto in Italia dall’editore Nutrimenti di Roma nel 2011 (19,50 €), è un lavoro del giornalista tedesco Jurgen Schreiber, pubblicato in Germania due anni prima.

Lo consiglio con convinzione a chi è appassionato di storia ma con una buona formazione: è un testo complicato, di non facile lettura.

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Sylla Sebaste, cena speciale sotto la Luna di Langa

Sabato sera, sotto una bella Luna che dominava un cielo franco e pulito sulla Langa – serata di fine maggio, freddina – invitati dall’amico Aragorn dell’agenzia Cru, abbiamo partecipato a una cena davvero particolare nella cantina di Sylla Sebaste, produttore relativamente giovane con una posizione – borgata Vergne, Barolo – che è tra le più belle della Langa: a sud est di La Morra, a fianco della famosa cappelletta del XIV secolo, domina un panorama unico al mondo.

L’occasione era data da due eventi contemporanei: un addio al celibato e un addio al nubilato, insieme. Roba divertente e di grande simpatia.

Il giovane chef – si è formato a Londra – Matteo Morra ha proposto alcune specialità tradizionali accompagnate da gelati: strepitosa la battuta di fassone con il gelato alle olive taggiasche e ottimo il dolce con la pera al Nebbiolo; meno azzeccate le altre due proposte. Eccellenti i cocktail (uno con polvere d’oro di grande eleganza) di Fabiano Omodeo e ottimi i vini di Sylla Sebaste: Fabrizio Merlo, titolare, mi ha fatto bere un buon rosato di Nebbiolo (Rosis), un ottimo Nebbiolo roerino del 2011 (davvero notevole) e il suo Barolo Bussia 2010 (e qui siamo dalle parti del Paradiso).

Fantastico lo spettacolo quasi circense che Aragorn ha allestito con i suoi giovani e talentuosi artisti: Fiammetta Lari, Annibal Virgilio e Elisa Mutto.

Serata fredda, ma di grande suggestione.

www.syllasebaste.com

Agenzia CRU
Via Chivasso 15 – 10152 Torino
Castellotto di Pan già Drapè
Reg. Boglioli 14050 Olmo Gentile (AT)
0144/953402 – 327/7678054 – 328/4127002

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Nozze d’argento

Il 27 maggio 1990 – nell’unica chiesa gotica di Torino (Convento domenicano, in via San Domenico angolo via Milano) - Margherita e mi ci siamo detti sì.
Alla presenza dei testimoni: Enrico Tallone e Sergio Musumeci (editori), per me; Marisa Paschero e Vittorio Pasteris per Margherita.

E, per festeggiare il nostro 25° anno di matrimonio, abbiamo scelto il ristorante del Circolo dei Lettori – Palazzo Graneri della Roccia, 1680, in via Bogino, 9. Secondo me è il miglior ristorante di Torino e il cuoco, nonché titolare, è il mio amico Stefano Fanti: soltanto tradizione (rivisitata come si deve) e vini piemontesi. A parte il resto, non mi sono fatto mancare un delizioso assaggio di Finanziera…E per il vino ho scelto un Lessona 2009: elegante Nebbiolo del biellese (Pietro Cassina). L’unica nota fuor di tradizione un Caroni (rum) come si deve.

http://www.vincenzoreda.it/a-cena-con-un-friulano-circolo-…/

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Torino on the road, again

Personaggi famosi e non; protagonisti delle nostre storie; presentazioni, interviste, amici….Insomma: Torino on the road!

http://www.vincenzoreda.it/torino-on-the-road/

https://www.youtube.com/watch?v=6smtAY8dXSI

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Torino On The Road

(QUASI UNA) PREFAZIONE

L’hai incontrata una sera tardi per caso, era quasi anonima rispetto a tante altre che sfolgoravano le loro attrazioni accurate di smalti, fondotinta, ciglia finte, acconciature elaborate e piccanti scollature.

Ti ha colpito la sua semplicità e forse uno sguardo dalla profondità insondabile che ti ha scagliato addosso quasi con noncuranza: e quell’occhiata è stata come un colpo di zagaglia. E hai scommesso, al buio.

Al mattino presto la guardi mentre dorme a fianco a te e realizzi che quella scommessa scriteriata l’hai vinta. Pensi: che fortuna ho avuto, mentre segui il taglio delle sue labbra socchiuse e noti la bocca piccola, sensuale. E poi ti soffermi sugli zigomi e i capelli e quella pelle così liscia, senza trucchi, senza creme bugiarde che sanno mentire così bene nelle penombre rumorose delle sere e delle notti artificiose, false, poco credibili.

Notti affollate di mala gente in mali affari indaffarata.

E lei, invece, così bella al mattino.

E questa Donna come larga metafora di una Città che non sa portare trucchi e belletti e scollature vertiginose e acconciature studiate da parrucchieri barocchi.

Torino che è bella alle sette di mattina: con i rosa pallidi della giogaia delle montagne che la imbellettano di luce irreale.

Torino che rivela i suoi sguardi furtivi ma profondi che feriscono come lame assassine tra i portici e le prospettive di certe piazze e di certe vie.

Torino che parla lingue sconosciute dalle pietre antiche dei suoi palazzi che sembrano anonimi e invece raccontano storie inaudite d’amore, d’odio, di morte.

Storie che si rivelano a chi sa intendere le lingue che parlano le pietre.

E poi, tra quelle pietre, ecco spuntare fantasime, geni, jinn, folletti, spiritelli, forse financo putti.

E allora fluiscono racconti di vite sballate, di vite vissute fino all’ultima goccia, di vite gettate via, di vite impossibili, di vite svitate e riavvitate mille volte.

Ma bisogna frequentare posti strani o posti normali in ore strane; e ancora posti conosciuti in apparenza con persone strane che sanno scovare e dar voce a certi racconti altrimenti muti, incastrati nelle pietre che li custodiscono come ineffabili secondini.

Di queste voci, di questi racconti, di queste vite squinternate, di queste esistenze nomadi – nomadi nel tempo, nomadi nello spazio – questo libro è narrazione.

Narrazione appassionata, narrazione faticosa, narrazione estratta quasi a forza dall’oblio cui i Giusti, i Belli, i Colti, i Famosi, i Potenti avevano affidato il compito criminoso di occultare tra i portici, le strade, le piazze e i loro porfidi e i loro basalti.

E il portone atroce di questo oblio i nostri due eroi, senza macchia e senza paura, hanno avuto l’ardire di scardinare.

E l’hanno divelto semplicemente per amore, l’hanno sventrato con la forza immane che dà l’Amore.

L’amore per questa Città che sa parlare una lingua straordinaria che occorre prima imparare ad ascoltare e poi a capire.

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Caffè “spaziale” by Argotec, Torino

Il 3 maggio scorso alle ore 12.44 GMT (tempo medio di Greenwich), qualche centinaio di chilometri sopra le nostre teste, nell’ovattata atmosfera priva di gravità della Stazione Spaziale Internazionale (ISS), la nostra Samantha Cristoforetti – astronauta italiana dell’Agenzia Spaziale Europea, capitano dell’Aeronautica Militare, impegnata nella missione Futura, la seconda di lunga durata dell’Agenzia Spaziale Italiana sulla ISS – ha bevuto il primo caffè espresso e poi, presumo, lo ha offerto ai suoi colleghi: un prodotto nella più fulgida tradizione del Made in Italy, declinato per la volontà di offrire, anche nello spazio, la possibilità di gustare in qualche modo la piacevolezza di una delle nostre eccellenze alimentari.

Il progetto, frutto di un brevetto che ha richiesto una ricerca assai sofisticata, si chiama: “ISSpresso”.

Preparare un caffè nello spazio non è semplice: è necessaria una tecnologia assai raffinata. La prima macchina espresso a capsule è in grado di lavorare nelle condizioni estreme dello spazio, dove i principi che regolano la fluidodinamica dei liquidi e delle miscele sono diversi da quelli terrestri. Rappresenta un vero gioiello tecnologico in grado di erogare un espresso a regola d’arte in assenza di peso. Per questo è stato selezionato dall’Agenzia Spaziale Italiana: una piacevole “pausa-caffè” a bordo della ISS. Le operazioni di supporto all’esperimento sono state seguite dal centro di controllo di Argotec e monitorate dall’Agenzia Spaziale Italiana. La macchina ISSpresso – che utilizza le stesse capsule di caffè Lavazza che si trovano sulla Terra – è in grado di preparare non soltanto il tipico espresso italiano, ma anche il caffè lungo e le bevande calde, come tè, tisane e brodo, consentendo anche la reidratazione degli alimenti.

http://www.vincenzoreda.it/argotec-space-food-by-chef-stefano-polato-from-turin-italy/

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Vincenzo Reda anthological exhibition in Turin (Container)

Il 9 maggio, alle ore 19 ho inaugurato la mia personale antologica (1976/2015) presso il concept store Container (Via dei Quartieri, ang. Via del Carmine, Torino).

Sezione lavori con il vino: 2001/2014, oltre ai 21 quadri, anche le due installazioni su cristallo (Scacchiera e Tavolvino), due bottiglie con etichetta originale (Gaja e Idillio), La Sindone Profana (Vino su stoffa) e l’impronta della mano sul piatto.

Sezione immagini storiche: 17 lavori fotografici di vario genere (Diavolo ti vuole, body art, Granserraglio, ecc.), periodo 1976/1983. Inoltre, 6 tele dipinte a olio (2002/2004).

Una mostra così completa non l’avevo mai fatta.

La mostra starà aperta per tutto il mese di maggio. Vi aspetto.

https://www.youtube.com/watch?v=DJe2I48mOeI&feature=share

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Vivaio di piantine di Peperoni di Carmagnola

http://www.paginegialle.it/carmagnola-to/quattrocolo-carlo

Situato nello storico Borgo Salsasio, dove nei primi anni del secolo scorso il commerciante torinese Domenico Ferrero inventò il miracolo del Peperone di Carmagnola, questo vivaio, che vanta una tradizione quasi secolare, è per certo tra quelli più conosciuti e di più elevata qualità.

Il presidente del Consorzio del Peperone di Carmagnola, Domenico Tuninetti, mi ha guidato tra le piantine a dimora nel vivaio, spiegandomi le varie fasi e illustrandomi le diverse specie del Capsicum e le diverse  cultivar del Capsicum annuum: la pianta da cui nascono i quattro tipi di peperone dolce (quadrato, corno o lungo, tomaticòt e trottola) e moltissimi peperoncini piccanti.

Verranno trapiantate fra qualche settimana nella terra e i primi peperoni si raccoglieranno in giugno.

Ne ho approfittato per incrementare la parte iconografica del mio libro sul Peperone di Carmagnola e per approfondire le mie conoscenze in merito a questo ortaggio straordinario.

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Gualtiero Marchesi, La Cucina Italiana

Ricevo da Sara Vitali e pubblico con piacere.

 

«Il passato è pieno di novità.

532-img-1C’è un libro degli anni Settanta, credo ancora letto, che si intitola Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta.

Un bel titolo che cito volentieri per questa summa di ricette che rappresenta il nostro passato culinario.

Lo zen riguarda la parte vuota del bicchiere, il contenuto da riempiere non il contenitore. Il contenuto che comprende la storia, la tradizione, i microclimi, i prodotti, il gusto, è pieno di novità, è ricchissimo di suggerimenti e va, pertanto, curato con la massima attenzione.

Col tempo, per me la cucina è diventata un’arte e ha significato la libertà di viaggiare in moto, di fare manutenzione, aggiornando, tappa dopo tappa, il sapore stesso della vita.

In questo libro, pubblicato da De Agostini, ho fatto il punto sul patrimonio della cucina italiana, osservando con amore quello che è stato fatto, proponendo una versione aggiornata dei piatti, senza doverli stravolgere per sembrare originale.

Rispetto a certe bufale creative, a certi esercizi di stile, all’agonismo televisivo fine a se stesso, studiare e confrontarsi è la scelta migliore.

Nel grande ricettario tradizionale si avverte l’impronta del mondo femminile, il sapere di generazioni di madri, l’attaccamento alla terra, così attuale in tempi diExpo; c’è soprattutto quello che predico da anni: il bello puro è il vero buono, come dice mia figlia Paola.

Se ognuno di noi, responsabile della salute altrui, mettesse la bellezza e la verità al centro del proprio lavoro, lavorerebbe meglio e con più gioia.

Contemplare un bel paesaggio fa bene all’anima.

Parliamoci chiaro, la cucina è prima di tutto un impegno, ma anche un modo di esprimersi, un linguaggio, in cui la personalità non può superare la competenza, né la competenza escludere il talento.

Solo chi è responsabile è veramente libero e chi è libero aggiunge un po’ di bellezza e di verità a questo mondo.

Dopo questa nuova fatica editoriale, che tocca il passato e il presente della cucina italiana, il prossimo appuntamento sarà con un libro di piatti firmati.

Piatti in cui ho cercato di lasciare un segno, in nome della forma e della materia.

Gualtiero Marchesi

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Gualtiero Marchesi con l’enogastronomo Fabiano Gualtieri

LA CUCINA ITALIANA

De Agostini

Pagine: 1.200

Cartonato con cofanetto

Euro 49,90

(In libreria dal 28 aprile).

Le oltre 1.500 preparazioni di questo ricettario sono quelle della classica cucina italiana, interpretate nella “filosofia” di Gualtiero Marchesi.

Sono ricette familiari e regionali, rivisitate con gli occhi di un cuoco d’eccellenza che sa valorizzare i piatti della tradizione e interpretare le nuove tendenze con tecniche e segreti dell’alta cucina.

La suddivisione delle preparazioni è fatta sulla base della provenienza territoriale, sotto il nome di “ricette di costa” e “ricette dell’entroterra”.

Ma l’esperienza di Marchesi e la sua capacità di leggere le trasformazioni degli stili di vita hanno portato a rivedere molti piatti, i cui nomi sono dei “classici” nella nostra tradizione culinaria, adattandole in base alle esigenze moderne, ormai mutate rispetto a quello degli anni del Dopoguerra: l’uso delle materie prime è attualizzato ed è reso più consono ai nostri giorni, permettendo realizzazioni più leggere ma altrettanto gustose.

Dall’antipasto al dolce, un percorso nelle vie del gusto ricco di proposte e di idee.

Dalle preparazioni più classiche a quelle più ricercate, un vademecum completo per cuochi appassionati, ma anche un aiuto prezioso per chi muove i primi passi in cucina seguendo gli insegnamenti di un grande Maestro.

UFFICIO STAMPA DE AGOSTINI LIBRI

Silvia Introzzi e Noemi Colombo

Tel. 031.303482 – 92

Ristorante Il Marchesino – Teatro alla Scala – Milano

Piazza della Scala angolo via Filodrammatici 2, Milano

Tel +39 02 72094338 – Fax +39 02 72023286

ristorante@marchesi.itwww.marchesi.it

Relazioni con la stampa: sara.vitali@cinquesensi.it – Tel. +39 3356347230».

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