Ristorante La Canonica di Casteldimezzo

http://www.ristorantelacanonica.it/

Sul finire del 2004, anno che avevo trascorso lavorando da Emilio Marengo in Toscana, tramite Gegè Mangano fui messo in contatto con uno chef romagnolo suo amico: Angelo Rignoli. Con lui lavorava Davide Marino.

Combinammo di fare una mostra di miei quadri nella primavera del 2005, in questo posto magnifico che è situato dentro le mura di un minuscolo borgo (Casteldimezzo), nel territorio del Parco di Monte San Bartolo (sopra Gabicce, a due passi da Pesaro).

Partii il 23 aprile a portare i quadri; nel frattempo un esame medico mi aveva destinato subito dopo un intervento di quelli terribili, con il rischio della vita. Andai giù, conobbi Andrea e Davide e mi rimpinzai senza ritegno di cibo (ricordo una tagliata di tonno imperiale) e dei vini sempre eccellenti e sorprendenti di Andrea. Rimasi fino al 25 aprile, quando dovetti ritornare a Torino per il ricovero.

Tornai a smontare la mostra il 1 ottobre successivo, con mia moglie. La mostra ebbe successo e, soprattutto, si instaurò un bellissimo rapporto di amicizia  e di stima che perdura e va consolidandosi nel tempo.

Poco tempo fa mi ha chiamato Davide, che nel frattempo è andato a occuparsi della Tenuta Biodinamica Mara e mi ha proposto un bellissimo lavoro per quest’azienda, posta a due passi da Cattolica.

Ovvio che è stata l’occasione per una rimpatriata e ho conosciuto così il nuovo chef di Andrea: lui si chiama Paolo Bissàro, nato a Bolzano ma da sempre riminese; è uno che si è fatto da solo, ragazzo disincantato più o meno quarantenne (Ariete!): più che altro, come dice lui: “Mi allergico con facilità e sono…agnostico“.

A parte le sue facili allergie, Paolo è un fuoriclasse: mi ha fatto felice ed è stato immediatamente arruolato nella mia specialissima squadra di cuochi. Lavora alla Canonica da circa un anno e mezzo e con Andrea si è ormai consolidato un rapporto privilegiato.

Ho gustato del pesce crudo formidabile: mazzancolle al gelso, spigola, tonno e una mormora indimenticabile. Poi triglie grandiose, un trancio di ombrina con frutta e, ancora, gnocchi di seppia e patate; e, per finire, un polpo senza senso. Il valore aggiunto sono le erbe del parco, che Paolo usa con grandissima cura e straordinaria sensibilità.

Poi il posto è di assoluta gradevolezza, soprattutto d’estate (abbastanza in alto, sulla scogliera), immerso nel silenzio più accogliente e rassicurante, carezzato dalle brezze dell’Adriatico prospiciente.

E, nota ultima ma mica la meno importante, Andrea affida i suoi sottofondi musicali (quelli nobili dei Tempi Nostri) al glorioso, morbido, lento vinile. E quanto si beve bene…E mai si verrebbe via.

In autunno,  a distanza di dieci anni esatti dalla mia mostra qui, abbiamo previsto un evento di quelli che, per certo, sarà memorabile.

Parola Mia.

 

Condividi: facebook Twitter

Botti concettuali e concetto di botti

La prima visita alla Cantina della Tenuta Biodinamica Mara, sulle dolci colline di San Clemente (basso riminese, a non più di 3/4 chilometri in linea d’aria dall’Adriatico), l’ho effettuata il 5 maggio scorso.

Mi ero portato del vino ridotto e così ho effettuato i primi interventi sulle pareti in cemento dei due tini a forma di uovo.

Visto il luogo, unico nel suo genere sia per la luce sia per le musiche (Canti Gregoriani), ho deciso di non alterare con uno strato di gesso le pareti dei tini, cosa che senza dubbio avrebbe messo in maggior risalto il colore del vino ma che sarebbe stata invasiva.

Avendo preso questa decisione, mi è venuto naturale ispirarmi a un certo graffitismo d’autore: Keith Haring e, soprattutto, Jean-Michel Basquiat, entrambi americani vissuti (e scomparsi giovanissimi) tra gli anni ’60 e  ’80 del secolo scorso.

Chiaro che ho declinato questo stile con le mie ossessioni sul simbolismo di tipo antropologico e cultuale che mira da sempre a un utopistico sincretismo: certi simboli sono, senza dubbio alcuno, di valore universale.

Su tutti, i due che contraddistinguono con la loro dimensione e posizione i due tini: quello più grande, a sinistra, reca l’OM sanscrito che rappresenta la sacra sillaba dei Veda (risalente ad almeno il X sec. a. C.), il mantra per eccellenza; la Preghiera Universale, in estrema sintesi. Il tino di destra reca invece il simbolo egizio ANKH, ovvero La Vita (Eterna): simbolo antichissimo spesso associato alla dea dell’Ordine Universale Maat e al Dio Horus (Falco), il cui sacro occhio sinistro è inscritto nell’ansa della croce.

Dopo questi due simboli importantissimi, ho deciso di riportare su entrambi i tini il Quadrato magico della Palindrome Sacra: SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS; attribuita a un vescovo di Lione della seconda metà del II secolo, è una frase che si legge nello stesso modo sia da destra a sinistra che viceversa e, messa nel quadrato, si legge sempre uguale da qualunque parte di cominci. La frase è in latino e significa: Il contadino Arepo lavora con difficoltà la ruota (dell’aratro). Considerata una frase beneaugurante, in verità è l’anagramma doppio di Pater Noster che viene incrociato e reca ai quattro lati dei bracci della Croce 2 α e 2 ω, ovvero le 4 vocali che crescono: l’ α e l’ω sono l’inizio e la fine di tutto.

Altri simboli importanti sono la sequenza di Fibonacci (1 1 2 3 5 8 13 21 34 55 89…); scoperta dal matematico pisano dopo i contatti con il mondo arabo, rappresenta lo schema che regola la matematica dell’Universo: ogni numero è la somma dei due precedenti e con l’ingrandirsi delle cifre il rapporto tra un numero e quello che lo precede diventa 1,618…. che è chiamato Numero D’Oro (il rapporto tra i lati che regola il Rettangolo Aureo del Rinascimento italiano). φ (fi) è il simbolo greco che rappresenta il Numero D’oro.

Poi c’è il glifo Kan: a seconda del determinativo che lo identifica, nella complessa scrittura dei Maya classici, significa Signore, Sole, Quattro ed è forse il glifo più importante di quella straordinaria cultura americana.

E ancora ci sono l’ideogramma cinese della fortuna, la spirale, la stella a sei punte, la falce e il martello, la Menorah (il candelabro a sette bracci ebraico)….

Detto della complessa simbologia che ho riportato sul cemento dei due tini a uovo, il lavoro è cominciato domenica 21 ed è finito giovedì 25 giugno 2015. In fasi successive ho spennellato con il Sangiovese Maramia 2012 e 2103, prodotto con processo biodinamico da Tenuta Mara, tutta la superficie dei tini.

Ho messo in evidenza macchie e colature che in questa fase sono di colore grigio-blu. Su questa patina ho cominciato a spennellare con vino ridotto di almeno ¼: occorrono molte mani e tanta pazienza.

Ma poi il risultato è stato pari a quanto avevo immaginato e progettato. E il vino che sarà contenuto in questi due specialissimi tini sarà, credetemi, più buono.

Salute!

Condividi: facebook Twitter

Tenuta Mara, painting in the cellar

Condividi: facebook Twitter

Charles Baudelaire, Del vino e dell’hashish

Charles«Un individuo alquanto celebre e al contempo un emerito imbecille, qualità che, a quanto pare, insieme non stridono, come avrò modo di dimostrare più volte, in un libro sulla tavola concepito dal duplice punto di vista dell’igiene e del piacere, alla voce vino ha osato scrivere quanto segue: Noè, il patriarca, passa per essere l’inventore del vino, un liquore tratto dal frutto della vite.

E dopo? Dopo niente. Altro che questo. Avrete un bello scorrere il volume, rigirarlo, leggerlo di dritto e di rovescio, da destra a sinistra e viceversa: non troverete altro sul vino nelle Phisiologie Du Gout dell’illustre Brillat Savarin.

Provo a immaginare un abitante della luna o di qualche remoto pianeta che, viaggiando sulla terra, affaticato dal viaggio pensi di rinfrescarsi il palato e riempirsi lo stomaco. Egli, interessato a conoscere i nostri piaceri e le nostre abitudini, ha avuto notizia di liquori deliziosi con i quali ci procuriamo coraggio e gioia. per non sbagliare nella scelta, extraterrestre apre l’oracolo del gusto, il rinomato e infallibile Brillat-Savarin dove rileva alla voce vino la preziosa informazione di cui sopra. Dopo di che è impossibile non avere un’idea coerente e precisa di tutte le varietà di vini, delle diverse qualità e inconvenienti, del loro potere sullo stomaco e sulla psiche.Pavese

Ah cari amici, non leggete quel Brillat-Savarin. Dio preservi coloro che gli sono cari dalle letture inutili: è una massima tratta da un libretto di Lavater, un filosofo che ha amato gli uomini più di tutti i magistrati del mondo antico e moderno. Nessun dolce è stato battezzato con il nome di Lavater, ma la memoria di quell’uomo sarà ancora viva nel popolo quando anche i bravi borghesi avranno obliato il Brillat-Savarin, una sorta di brioches insipida, il cui minor difetto consiste nel servire da scusa a una litania di massime scioccamente pedanti, tratte dal più volte citato capolavoro».

Baudelaire scrive queste parole nel 1851, circa 25 anni dopo la pubblicazione del libro di Brillat-Savarin, che ebbe un successo immediato e clamoroso. Purtroppo, egli ha ragione ma sbaglierà completamente le sue valutazioni: oggi tutti sanno chi è Brillat-Savarin e pochi ricordano lo svizzero Johann Caspar Lavater (1741/1801). Non v’è dubbio che il lavoro di Brillat-Savarin è stato ed è sopravvalutato: Baudelaire ha mille volte ragione!

In questo libro Baudelaire tratta benissimo il vino, pare ovvio, e in maniera assai approfondita descrive con il suo stile unico le malefatte che causa il consumo (allora la sostanza si assumeva per via orale come una sorta di marmellata; pochissimi la fumavano) dell’hashish, contro cui si schiera senza alcuna esitazione.

Testo di notevole interesse, purtroppo tradotto non benissimo e redatto anche peggio (Edizioni Clandestine, 2015 Massa, pp. 91, 7,50€).

Condividi: facebook Twitter

Casa Buffetto, Sabato 6 giugno 2015, Festa di primavera

Casa Buffetto, sabato 6 giugno:  come al solito, la classe e l’eleganza rilassata e rilassante di Paola, padrona di casa in questo luogo di rara piacevolezza, ha reso possibile un momento di tranquillo straniamento tra persone tutte dotate del giusto atteggiamento. Voglio significare: disponibilità franca senza mai assilli né invadenza eccessiva.

Bella giornata (ma è quasi sempre così), eccellente il menù, straordinari i vini di Vincenzo (su tutti, pare ovvio, il Nebbiolo 2011: posso dire il Mio Brume!).

E con la solita lotteria/asta abbiamo messo insieme anche un po’ di quattrini da destinare a chi ne ha bisogno.

Alla prossima e sempre con piacere.

http://www.vincenzoreda.it/ca-d-bufet-casa-buffetto/

http://www.vincenzoreda.it/casa-buffetto-con-vincenzo-muni/

Condividi: facebook Twitter

Premio Cesare Pavese 2015

Domenica scorsa nella storica sede del CEPAM (Centro Pavesiano Museo Casa Natale) a Santo Stefano Belbo, e casa natale del grande scrittore piemontese e cofondatore della casa editrice Einaudi, si è svolta la 14° edizione del premio “Il vino nella letteratura, nell’arte, nella musica e nel cinema”.

Il premio è stato assegnato a  Sulle ali del Barolo. Appunti di viaggi scritto dall’appassionato produttore langhetto Gianni Gagliardo e illustrato dal pittore e scrittore Vincenzo Reda.

Un libro di appunti di viaggio, che attraverso il fil rouge del Barolo, racconta alcune delle esperienze più intense a livello umano e professionale che l’autore ha vissuto in ogni parte del mondo.

Da uno stralcio della motivazione del premio, riportiamo volentieri questo passo: “Storia personale e storia di un vino si intrecciano, dunque, in modo indissolubile e l’una cresce con l’altra fino a superare rapidamente i confini della realtà locale per condurci nel glocale: infatti, Gianni Gagliardo trasporta i valori e i contenuti della sua realtà locale in una realtà globale, favorendo il dialogo, lo scambio e la condivisione tra comunità diverse”.

Un esempio questo, di trasversalità letteraria che conferma la bontà della scelta della Casa editrice Cinque Sensi e che motiva fortemente a immaginare altre interessanti scritture e testimonianze non necessariamente identificabili nei consueti riferimenti narrativi.

Sulle ali del Barolo. Appunti di viaggi - Introduzione di Aldo Cazzullo – Autore: Gianni Gagliardo
Illustratore: Vincenzo Reda – Formato: 16,5×24 cm – Pagine: 160 – Prezzo libro: 15 euro – PrezzoeBook: 7,99

Qui sopra ecco le immagini della premiazione ufficiale.

Sulle ali del Barolo di Gianni Gagliardo è un libro che, oltre ad aver redatto e per il quale ho scelto personalmente l’editore, ho illustrato con grande passione. Il fatto di aver contribuito al primo premio della narrativa assegnato a una persona straordinaria, oltre che un amico, mi riempie di orgoglio. Il secondo premio per la saggistica guadagnato con Di vino e d’altro ancora mi fa piacere soprattutto per la motivazione in cui si citano l’Ode a Luigi (Gino per gli amici) Veronelli – cui il libro è dedicato, e il pezzo che parla del Barolo come “Vino jazz“. Un questo libro l’incipit è il mio celebre “Decalogo del vino“.

Salute a tutti, amici nemici e farabutti.

Condividi: facebook Twitter

Monticello d’Alba: Sulle ali del Barolo

Luogo e momento di suggestioni indimenticabili: al tramonto di un caldissimo venerdì d’inizio giugno, sotto un immenso tiglio secolare, tra un pubblico folto di amici. Gianni Gagliardo è tornato a Casa Sua a presentare, con la voce magnifica di Remo Girone, il suo libro: Sulle ali del Barolo, decollato da Monticello quasi per caso e, sorvolando il Mondo, atterrato nelle Terre più lontane, più esotiche, più altre eppure fraterne, vicine.

Straordinario il Viaggio, anche metaforico, che racconta questo libro che ho l’orgoglio d’aver contribuito a realizzare e illustrato con i miei Bicchieri di Vino.

La serata è stata magnifica: lunghi discorsi di pittura e teatro con Remo e la colta moglie argentina e poi bei brindisi, con il Fallegro e, soprattutto, con il superbo Nebbiolo San Ponzio di Gianni (qui bevuto a chilometri zero, per davvero!) con gli amici (Tino, Alfio, Marco…). Infine la conoscenza della contessa Elisa, padrona di casa.

Siamo tornati a Torino con mia figlia, cantando a squarciagola e abbiamo finito la giornata in un pub con birra e hot dog, parlando come parlano padre e figlia quando i rapporti sono come devono essere.

Condividi: facebook Twitter

Gianni Mura: Non c’è gusto

Mura«Non c’è gusto ma c’è una logica, almeno spero. O un senso. Una specie di filo d’Arianna che non condurrà necessariamente nel posto giusto, nel ristorante indimenticabile, ma servirà a evitare solenni fregature. Fregature ne ho prese molte. Mi sono servite. E poi, come dicono gli sportivi, solo chi cade può rialzarsi, una sconfitta oggi può diventare una vittoria domani. Confesso che ho vissuto, che ho mangiato, che ho bevuto, che ho sbagliato».

Questo sopra è l’incipit del librino, appena pubblicato e assai interessante, di Gianni Mura. La conclusione, che è sintesi esemplare di quanto il giornalista milanese – classe 1945 – espone nel centinaio abbondante di pagine precedenti, merita d’essere citata e letta con attenzione.

«Questo ci riporta al gusto, che è percezione, cultura, comportamento, condivisione, affinamento, abbinamento, incontro, qualcosa di assoluto e relativo al tempo stesso. Allo stesso tavolo uno dice: è buono. L’altro: non è buono. E’ buono perché piace o piace perché è buono? Il buono ha la stessa valenza del bello. Mio nonno pastore di fronte a Guernica avrebbe detto che Picasso non sapeva dipingere. Giusto è una parola strana. Aggiungi una vocale prima della u e ottieni giusto, ne aggiungi una dopo  e ottieni guasto. Meglio non aggiungere nulla. Oppure, come nella commedia musicale, un posto a tavola. “I tabù religiosi riguardano solo la la tavola e il letto”, osservava Veronelli. Uno slogan c’invita a fare l’amore con il sapore. Mica facile, siamo in una fase di voyeurismo coatto, di onanismo ciarliero. Ma ancora possibile. Una buona tavola, una buona compagnia, un buon vino, ognuno dei tre ingredienti con il suo 33,3% di importanza. La perfezione non esiste ma il 99,9% è un ottimo risultato e si può raggiungere senza troppa fatica. Basta saper scegliere, e poi lasciarsi andare».Mura 1

Scritto con la lingua scorrevole del giornalista; scritto con quel bel gusto per allitterazioni, calembour e anagrammi; scritto con tante citazioni anche colte  - Bartolomeo Scappi, mica fesserie…- ma mai pedanti: sempre con esemplare leggerezza. E scritto soprattutto con tanto buon senso: il buon senso di chi assai ha frequentato ristoranti, osterie, pizzerie, chioschi in giro per il mondo e con ogni tipo di compagnia.

Dedicato con amore al mio grande Amico Gino VeronelliLe lion ivrogne (il leone ubriaco) suo magnifico  anagramma – con prefazione di Carlin Petrini, è un libro che consiglio a tutti: una sorta di manuale da consultare ogni qualvolta c’è da scegliere un ristorante. Invece che lasciarsi contagiare da quell’epidemia assassina che viene chiamata Tripadvisor

Editore Minimum Fax, 108 pp. per 13 € (che saranno ben investiti). Libro ben confezionato, in brossura, con una grafica di copertina semplice e chiara. Peccato per l’editing non impeccabile (una decina di refusi sono troppi). Qui sotto la mia recensione di qualche anno fa per un altro bel lavoro, per il medesimo editore, di Gianni Mura.

http://www.vincenzoreda.it/gianni-mura-la-fiamma-rossa/

Condividi: facebook Twitter

La ragazza che vendicò Che Guevara

ErtlAmburgo, 1 aprile 1971: nel suo ufficio, il console generale della Bolivia in Germania viene ferito a morte con tre colpi di una Colt Cobra 38 special a tamburo. A sparare è stata una giovane donna che viene affrontata dalla moglie del console che non riesce a fermarla; nella breve colluttazione la donna perde la parrucca, una borsetta e la pistola. Sono circa le 10.30 del mattino, il console spirerà poco più tardi per una devastante emorragia interna procurata dalle pallottole corazzate.

A sparare, ormai fatto assodato – ma non assolutamente certo – è stata Monica Ertl, militante tedesca dell’ELN boliviano: doveva vendicare gli assassinii di Che Guevara (9 ottobre 1967) e del suo luogotenente – compagno di Monika – Inti Peredo. La questione ha enormi implicazioni internazionali: il tutto è stato architettato assai probabilmente tra Cuba, Bolivia, Italia e Germania Est e con la non trascurabile collaborazione degli estremisti della Germania Federale. La pistola è stata fornita nientemeno che da Giangiacomo Feltrinelli (che salterà per aria il 14 marzo 1972 accanto al celebre traliccio di Segrate), Monika è stata supportata da un giornalista danese e nella fuga ha avuto l’appoggio di alcuni personaggi legati alla sinistra estremista tedesca occidentale.

Il console generale della Bolivia in Amburgo era il famigerato colonnello Roberto Quntanilla Pereira, aguzzino e torturatore efferato: a lui sono attribuiti la cattura e l’ordine di eliminare il Che (tagliandogli poi le mani); egli è l’assassino di Inti Peredo a fianco al cui cadavere posa con pomposo orgoglio.Ertl 1

Ma è tutta la tragica, complessa vicenda di Monika Ertl – nata a Monaco di Baviera il 7 agosto 1937 – a costituire una storia straordinaria e affascinante che si svolge avendo come scenografia i fondali più  tragici del XIX secolo. Figlia di Hans Ertl, geniale cameraman di Leni Riefenstahl si trasferisce in Bolivia nel 1952 per evitare i problemi del post-nazismo tedesco del padre, colluso pesantemente con il regime. In Bolivia collabora con Hans per i bellissimi documentari girati da questi negli ambienti selvaggi della Bolivia. La sua famiglia frequenta “zio Klaus”: Barbie, il boia di Lione. Si sposa, malamente, a venti anni e entra in clandestinità tra il ’68 e il ’69. E’ una donna bellissima, atletica, di fascino straordinario e coraggio fuor del comune.

Dopo l’eliminazione di Quintanilla è braccata dai servizi di sicurezza boliviani legati alla Cia; malgrado ciò, si rintana negli slum di La Paz: qui viene sorpresa e giustiziata il 12 maggio 1973.

Tutta questa vicenda è narrata in un volume complesso e di difficile lettura di circa 400 pagine, pubblicato e ben tradotto in Italia dall’editore Nutrimenti di Roma nel 2011 (19,50 €), è un lavoro del giornalista tedesco Jurgen Schreiber, pubblicato in Germania due anni prima.

Lo consiglio con convinzione a chi è appassionato di storia ma con una buona formazione: è un testo complicato, di non facile lettura.

Condividi: facebook Twitter

Sylla Sebaste, cena speciale sotto la Luna di Langa

Sabato sera, sotto una bella Luna che dominava un cielo franco e pulito sulla Langa – serata di fine maggio, freddina – invitati dall’amico Aragorn dell’agenzia Cru, abbiamo partecipato a una cena davvero particolare nella cantina di Sylla Sebaste, produttore relativamente giovane con una posizione – borgata Vergne, Barolo – che è tra le più belle della Langa: a sud est di La Morra, a fianco della famosa cappelletta del XIV secolo, domina un panorama unico al mondo.

L’occasione era data da due eventi contemporanei: un addio al celibato e un addio al nubilato, insieme. Roba divertente e di grande simpatia.

Il giovane chef – si è formato a Londra – Matteo Morra ha proposto alcune specialità tradizionali accompagnate da gelati: strepitosa la battuta di fassone con il gelato alle olive taggiasche e ottimo il dolce con la pera al Nebbiolo; meno azzeccate le altre due proposte. Eccellenti i cocktail (uno con polvere d’oro di grande eleganza) di Fabiano Omodeo e ottimi i vini di Sylla Sebaste: Fabrizio Merlo, titolare, mi ha fatto bere un buon rosato di Nebbiolo (Rosis), un ottimo Nebbiolo roerino del 2011 (davvero notevole) e il suo Barolo Bussia 2010 (e qui siamo dalle parti del Paradiso).

Fantastico lo spettacolo quasi circense che Aragorn ha allestito con i suoi giovani e talentuosi artisti: Fiammetta Lari, Annibal Virgilio e Elisa Mutto.

Serata fredda, ma di grande suggestione.

www.syllasebaste.com

Agenzia CRU
Via Chivasso 15 – 10152 Torino
Castellotto di Pan già Drapè
Reg. Boglioli 14050 Olmo Gentile (AT)
0144/953402 – 327/7678054 – 328/4127002

Condividi: facebook Twitter

Nozze d’argento

Il 27 maggio 1990 – nell’unica chiesa gotica di Torino (Convento domenicano, in via San Domenico angolo via Milano) - Margherita e mi ci siamo detti sì.
Alla presenza dei testimoni: Enrico Tallone e Sergio Musumeci (editori), per me; Marisa Paschero e Vittorio Pasteris per Margherita.

E, per festeggiare il nostro 25° anno di matrimonio, abbiamo scelto il ristorante del Circolo dei Lettori – Palazzo Graneri della Roccia, 1680, in via Bogino, 9. Secondo me è il miglior ristorante di Torino e il cuoco, nonché titolare, è il mio amico Stefano Fanti: soltanto tradizione (rivisitata come si deve) e vini piemontesi. A parte il resto, non mi sono fatto mancare un delizioso assaggio di Finanziera…E per il vino ho scelto un Lessona 2009: elegante Nebbiolo del biellese (Pietro Cassina). L’unica nota fuor di tradizione un Caroni (rum) come si deve.

http://www.vincenzoreda.it/a-cena-con-un-friulano-circolo-…/

Condividi: facebook Twitter

Torino on the road, again

Personaggi famosi e non; protagonisti delle nostre storie; presentazioni, interviste, amici….Insomma: Torino on the road!

http://www.vincenzoreda.it/torino-on-the-road/

https://www.youtube.com/watch?v=6smtAY8dXSI

Condividi: facebook Twitter

Torino On The Road

(QUASI UNA) PREFAZIONE

L’hai incontrata una sera tardi per caso, era quasi anonima rispetto a tante altre che sfolgoravano le loro attrazioni accurate di smalti, fondotinta, ciglia finte, acconciature elaborate e piccanti scollature.

Ti ha colpito la sua semplicità e forse uno sguardo dalla profondità insondabile che ti ha scagliato addosso quasi con noncuranza: e quell’occhiata è stata come un colpo di zagaglia. E hai scommesso, al buio.

Al mattino presto la guardi mentre dorme a fianco a te e realizzi che quella scommessa scriteriata l’hai vinta. Pensi: che fortuna ho avuto, mentre segui il taglio delle sue labbra socchiuse e noti la bocca piccola, sensuale. E poi ti soffermi sugli zigomi e i capelli e quella pelle così liscia, senza trucchi, senza creme bugiarde che sanno mentire così bene nelle penombre rumorose delle sere e delle notti artificiose, false, poco credibili.

Notti affollate di mala gente in mali affari indaffarata.

E lei, invece, così bella al mattino.

E questa Donna come larga metafora di una Città che non sa portare trucchi e belletti e scollature vertiginose e acconciature studiate da parrucchieri barocchi.

Torino che è bella alle sette di mattina: con i rosa pallidi della giogaia delle montagne che la imbellettano di luce irreale.

Torino che rivela i suoi sguardi furtivi ma profondi che feriscono come lame assassine tra i portici e le prospettive di certe piazze e di certe vie.

Torino che parla lingue sconosciute dalle pietre antiche dei suoi palazzi che sembrano anonimi e invece raccontano storie inaudite d’amore, d’odio, di morte.

Storie che si rivelano a chi sa intendere le lingue che parlano le pietre.

E poi, tra quelle pietre, ecco spuntare fantasime, geni, jinn, folletti, spiritelli, forse financo putti.

E allora fluiscono racconti di vite sballate, di vite vissute fino all’ultima goccia, di vite gettate via, di vite impossibili, di vite svitate e riavvitate mille volte.

Ma bisogna frequentare posti strani o posti normali in ore strane; e ancora posti conosciuti in apparenza con persone strane che sanno scovare e dar voce a certi racconti altrimenti muti, incastrati nelle pietre che li custodiscono come ineffabili secondini.

Di queste voci, di questi racconti, di queste vite squinternate, di queste esistenze nomadi – nomadi nel tempo, nomadi nello spazio – questo libro è narrazione.

Narrazione appassionata, narrazione faticosa, narrazione estratta quasi a forza dall’oblio cui i Giusti, i Belli, i Colti, i Famosi, i Potenti avevano affidato il compito criminoso di occultare tra i portici, le strade, le piazze e i loro porfidi e i loro basalti.

E il portone atroce di questo oblio i nostri due eroi, senza macchia e senza paura, hanno avuto l’ardire di scardinare.

E l’hanno divelto semplicemente per amore, l’hanno sventrato con la forza immane che dà l’Amore.

L’amore per questa Città che sa parlare una lingua straordinaria che occorre prima imparare ad ascoltare e poi a capire.

Condividi: facebook Twitter

Caffè “spaziale” by Argotec, Torino

Il 3 maggio scorso alle ore 12.44 GMT (tempo medio di Greenwich), qualche centinaio di chilometri sopra le nostre teste, nell’ovattata atmosfera priva di gravità della Stazione Spaziale Internazionale (ISS), la nostra Samantha Cristoforetti – astronauta italiana dell’Agenzia Spaziale Europea, capitano dell’Aeronautica Militare, impegnata nella missione Futura, la seconda di lunga durata dell’Agenzia Spaziale Italiana sulla ISS – ha bevuto il primo caffè espresso e poi, presumo, lo ha offerto ai suoi colleghi: un prodotto nella più fulgida tradizione del Made in Italy, declinato per la volontà di offrire, anche nello spazio, la possibilità di gustare in qualche modo la piacevolezza di una delle nostre eccellenze alimentari.

Il progetto, frutto di un brevetto che ha richiesto una ricerca assai sofisticata, si chiama: “ISSpresso”.

Preparare un caffè nello spazio non è semplice: è necessaria una tecnologia assai raffinata. La prima macchina espresso a capsule è in grado di lavorare nelle condizioni estreme dello spazio, dove i principi che regolano la fluidodinamica dei liquidi e delle miscele sono diversi da quelli terrestri. Rappresenta un vero gioiello tecnologico in grado di erogare un espresso a regola d’arte in assenza di peso. Per questo è stato selezionato dall’Agenzia Spaziale Italiana: una piacevole “pausa-caffè” a bordo della ISS. Le operazioni di supporto all’esperimento sono state seguite dal centro di controllo di Argotec e monitorate dall’Agenzia Spaziale Italiana. La macchina ISSpresso – che utilizza le stesse capsule di caffè Lavazza che si trovano sulla Terra – è in grado di preparare non soltanto il tipico espresso italiano, ma anche il caffè lungo e le bevande calde, come tè, tisane e brodo, consentendo anche la reidratazione degli alimenti.

http://www.vincenzoreda.it/argotec-space-food-by-chef-stefano-polato-from-turin-italy/

Condividi: facebook Twitter

Vincenzo Reda anthological exhibition in Turin (Container)

Il 9 maggio, alle ore 19 ho inaugurato la mia personale antologica (1976/2015) presso il concept store Container (Via dei Quartieri, ang. Via del Carmine, Torino).

Sezione lavori con il vino: 2001/2014, oltre ai 21 quadri, anche le due installazioni su cristallo (Scacchiera e Tavolvino), due bottiglie con etichetta originale (Gaja e Idillio), La Sindone Profana (Vino su stoffa) e l’impronta della mano sul piatto.

Sezione immagini storiche: 17 lavori fotografici di vario genere (Diavolo ti vuole, body art, Granserraglio, ecc.), periodo 1976/1983. Inoltre, 6 tele dipinte a olio (2002/2004).

Una mostra così completa non l’avevo mai fatta.

La mostra starà aperta per tutto il mese di maggio. Vi aspetto.

https://www.youtube.com/watch?v=DJe2I48mOeI&feature=share

Condividi: facebook Twitter

Vivaio di piantine di Peperoni di Carmagnola

http://www.paginegialle.it/carmagnola-to/quattrocolo-carlo

Situato nello storico Borgo Salsasio, dove nei primi anni del secolo scorso il commerciante torinese Domenico Ferrero inventò il miracolo del Peperone di Carmagnola, questo vivaio, che vanta una tradizione quasi secolare, è per certo tra quelli più conosciuti e di più elevata qualità.

Il presidente del Consorzio del Peperone di Carmagnola, Domenico Tuninetti, mi ha guidato tra le piantine a dimora nel vivaio, spiegandomi le varie fasi e illustrandomi le diverse specie del Capsicum e le diverse  cultivar del Capsicum annuum: la pianta da cui nascono i quattro tipi di peperone dolce (quadrato, corno o lungo, tomaticòt e trottola) e moltissimi peperoncini piccanti.

Verranno trapiantate fra qualche settimana nella terra e i primi peperoni si raccoglieranno in giugno.

Ne ho approfittato per incrementare la parte iconografica del mio libro sul Peperone di Carmagnola e per approfondire le mie conoscenze in merito a questo ortaggio straordinario.

Condividi: facebook Twitter

Gualtiero Marchesi, La Cucina Italiana

Ricevo da Sara Vitali e pubblico con piacere.

 

«Il passato è pieno di novità.

532-img-1C’è un libro degli anni Settanta, credo ancora letto, che si intitola Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta.

Un bel titolo che cito volentieri per questa summa di ricette che rappresenta il nostro passato culinario.

Lo zen riguarda la parte vuota del bicchiere, il contenuto da riempiere non il contenitore. Il contenuto che comprende la storia, la tradizione, i microclimi, i prodotti, il gusto, è pieno di novità, è ricchissimo di suggerimenti e va, pertanto, curato con la massima attenzione.

Col tempo, per me la cucina è diventata un’arte e ha significato la libertà di viaggiare in moto, di fare manutenzione, aggiornando, tappa dopo tappa, il sapore stesso della vita.

In questo libro, pubblicato da De Agostini, ho fatto il punto sul patrimonio della cucina italiana, osservando con amore quello che è stato fatto, proponendo una versione aggiornata dei piatti, senza doverli stravolgere per sembrare originale.

Rispetto a certe bufale creative, a certi esercizi di stile, all’agonismo televisivo fine a se stesso, studiare e confrontarsi è la scelta migliore.

Nel grande ricettario tradizionale si avverte l’impronta del mondo femminile, il sapere di generazioni di madri, l’attaccamento alla terra, così attuale in tempi diExpo; c’è soprattutto quello che predico da anni: il bello puro è il vero buono, come dice mia figlia Paola.

Se ognuno di noi, responsabile della salute altrui, mettesse la bellezza e la verità al centro del proprio lavoro, lavorerebbe meglio e con più gioia.

Contemplare un bel paesaggio fa bene all’anima.

Parliamoci chiaro, la cucina è prima di tutto un impegno, ma anche un modo di esprimersi, un linguaggio, in cui la personalità non può superare la competenza, né la competenza escludere il talento.

Solo chi è responsabile è veramente libero e chi è libero aggiunge un po’ di bellezza e di verità a questo mondo.

Dopo questa nuova fatica editoriale, che tocca il passato e il presente della cucina italiana, il prossimo appuntamento sarà con un libro di piatti firmati.

Piatti in cui ho cercato di lasciare un segno, in nome della forma e della materia.

Gualtiero Marchesi

 1845-img

 

 

 

 

 

 

 

Gualtiero Marchesi con l’enogastronomo Fabiano Gualtieri

LA CUCINA ITALIANA

De Agostini

Pagine: 1.200

Cartonato con cofanetto

Euro 49,90

(In libreria dal 28 aprile).

Le oltre 1.500 preparazioni di questo ricettario sono quelle della classica cucina italiana, interpretate nella “filosofia” di Gualtiero Marchesi.

Sono ricette familiari e regionali, rivisitate con gli occhi di un cuoco d’eccellenza che sa valorizzare i piatti della tradizione e interpretare le nuove tendenze con tecniche e segreti dell’alta cucina.

La suddivisione delle preparazioni è fatta sulla base della provenienza territoriale, sotto il nome di “ricette di costa” e “ricette dell’entroterra”.

Ma l’esperienza di Marchesi e la sua capacità di leggere le trasformazioni degli stili di vita hanno portato a rivedere molti piatti, i cui nomi sono dei “classici” nella nostra tradizione culinaria, adattandole in base alle esigenze moderne, ormai mutate rispetto a quello degli anni del Dopoguerra: l’uso delle materie prime è attualizzato ed è reso più consono ai nostri giorni, permettendo realizzazioni più leggere ma altrettanto gustose.

Dall’antipasto al dolce, un percorso nelle vie del gusto ricco di proposte e di idee.

Dalle preparazioni più classiche a quelle più ricercate, un vademecum completo per cuochi appassionati, ma anche un aiuto prezioso per chi muove i primi passi in cucina seguendo gli insegnamenti di un grande Maestro.

UFFICIO STAMPA DE AGOSTINI LIBRI

Silvia Introzzi e Noemi Colombo

Tel. 031.303482 – 92

Ristorante Il Marchesino – Teatro alla Scala – Milano

Piazza della Scala angolo via Filodrammatici 2, Milano

Tel +39 02 72094338 – Fax +39 02 72023286

ristorante@marchesi.itwww.marchesi.it

Relazioni con la stampa: sara.vitali@cinquesensi.it – Tel. +39 3356347230».

Condividi: facebook Twitter

Argotec, space food by chef Stefano Polato, from Turin (Italy)

http://www.argotec.it/argotec/

http://www.ristorantecampiello.com/

Stefano Polato ha poco più di trent’anni. Da tre anni è il responsabile dello Space Food Lab della Argotec di Torino, azienda che si occupa di ideare e produrre il cibo per gli astronauti della stazione spaziale europea. Di origine veneta, ha aperto da circa otto anni il suo ristorante Campiello a Monselice (PD), specializzato soprattutto in preparazioni tradizionali di pesce. Si è formato a Venezia.

E’ stata la conoscenza di Samantha Cristoforetti a permettergli di assumere questo ruolo all’interno della Argotec. A stretto contatto con la nostra astronauta, egli ha sviluppato un programma di ricerca per produrre cibo che ha forti origini nelle tradizioni del Made in Italy e declinarlo per lo spazio, dovendo attenersi a rigide specifiche tecniche che prevedono la totale assenza di conservanti e additivi di qualsiasi genere. Il cibo  viene trattato con un processo di termostabilizzazione a temperatura tra i 70 e gli 80 gradi Celsius. Viene poi sistemato in contenitori particolari che devono garantirne la perfetta conservazione per almeno 18/24 mesi.

Le dosi di queste preparazioni sono realizzate con un dosaggio perfetto dei vari nutrienti che tengono conto delle particolari esigenze di atleti speciali che lavorano in condizioni di totale assenza di gravità che sono poi gli astronauti della stazione spaziale.

Da  qualche tempo la Argotec ha avviato un programma di collaborazione con la Catena di Home Restaurant Gnammo per rendere queste ricerche disponibili anche per consumatori terrestri, magari atleti con particolari esigenze nutrizionali da soddisfare.

Le preparazioni comunque conservano un certo sapore, in alcuni casi di sorprendente piacevolezza: preparare cibi che abbiano un loro valore di apprezzabile gusto fa parte delle ricerche della Argotec e dell’impegno di Stefano Polato e del suo staff.

Importante citare, infine, il brevetto di una macchina per realizzare il caffè all’italiana in orbita, in collaborazione con la Lavazza.

http://gnammo.com/#3

Condividi: facebook Twitter

Il coniglio al civet di Cesare Giaccone per il mio libro

La dodicesima, e ultima, ricetta d’autore per il mio libro sui peperoni di Carmagnola avrà come straordinario esecutore Stefano Polato e saranno dei peperoni spaziali, cucinati per gli astronauti!
Questa, raccolta ieri, è l’undicesima. Senza nulla togliere agli altri amici cuochi, ieri ho avuto l’immenso privilegio di passare due ore in cucina con Cesare Giaccone.
Tutti gli altri sono cuochi, Cesare è un artista.
Mi ha preparato un coniglio al civet con peperoni sbalorditivo per la delicatezza e la complessità. Domani farò l’articolo per il mio sito, ma non svelerò uno dei segreti (il più importante) che fanno di questo piatto semplice un piatto di Cesare Giaccone.

Comunque, innanzi tutto il coniglio: grigio, di Carmagnola. Poi la scelta del vino, importantissima: un Dolcetto d’Alba appena imbottigliato con 12%vol. di alcol (mezza bottiglia per mezzo coniglio di circa un chilogrammo, pulito). L’olio per soffriggere il coniglio: un olio extravergine di rara delicatezza, arriva dalle tenute reatine di un artista, il maestro Gigi Vessicchio (davvero incomparabile). Dopo la soffrittura si versa il vino e si cuoce a fuoco alto per almeno 30/45 minuti aggiungendo le varie spezie e i peperoni tagliati non troppo sottili. Quando il vino è tutto evaporato, a fuoco lento, comincia il lavoro di rifinitura con una stufatura nel brodo. E qui c’è un segreto, che non svelo. Il risultato è sensazionale, provare per credere.

Oggi Cesare cucina soltanto su appuntamento, ma ne vale la pena per davvero; chi ha una volta soltanto avuto il privilegio di gustare, per esempio, il suo capretto arrosto lo ricorderà per tutta la vita.

E poi, omaggio estremo e incommensurabile, mi ha preparato la sua zuppa di castagne: sapori antichi che sono indescrivibili.
Sono onorato di poter scrivere queste parole e di poter mostrare queste immagini: un Maestro vero come Cesare Giaccone (Albaretto della Torre, Alta Langa) merita questo e ben altro ancora.

La Botega ‘d Cesare -Via Umberto, 9 – Albaretto della Torre (CN) – 333 6840852/0173 520147

info@cristalerbe.com – Facebook: La Botega ‘d Cesare.

Condividi: facebook Twitter

La Tonda gentile a Grinzane Cavour con l’Accademia Italiana della cucina

Sabato 18 aprile alle 9,45, presso il castello di Grinzane Cavour, s’è svolto il convegno: “La nocciola Piemonte Igp (o tonda gentile) – Qualità e ricchezza del Piemonte tra le Langhe e Torino“. Promosso dalle delegazioni di Alba-Langhe, Torino e Torino Lingotto dell‍’Accademia italiana di Cucina, istituzione culturale nata con lo scopo di valorizzare e proteggere le tradizioni della cucina italiana, sia nel nostro paese sia all’estero.

Con intereventi di: Tino Cornaglia, Mauro F. Frascisco e Paoletta Picco, senatore Tomaso Zanoletti (presidente dell’Enoteca regionale piemontese di Grinzane Cavour), Flavio Borgna (presidente dell’Ente Fiera della nocciola), Pierluigi Vaccaneo (direttore della Fondazione Cesare Pavese), Alberto Cirio (componente Commissioni Ambiente, Sanità e Sicurezza alimentare, Agricoltura e Sviluppo Rurale presso il Parlamento europeo), Francesco Caffa (presidente di Nocciole Marchisio), Gian Paolo Braceschi (food technologist del Centro studi assaggiatori – Ente certificazione Prodotti agroalimentari), Elisabetta Cocito (direttore del Centro studi regionale dell’accademia) e lo chef stellato Marc Lanteri.

Nell’occasione è stato consegnato il premio intitolato a Paolo Bertani (scomparso presidente della delegazione e coordinatore del Piemonte), dedicato a uno chef torinese che abbia valorizzato la cucina italiana nel mondo. La scelta è caduta quest’anno su  Fabrizio Schenardi, nato a Rivoli, attualmente executive chef del Four Seasons resort al Walt Disney World in Orlando (Florida).

Interventi di profilo alto tra i quali non posso non segnalare le parole lucide, calde, incisive di Bruno Ceretto, un Grande Vero. Poi, Pierluigi Vaccaneo (che scopro marito della mia amica Cristina Torrengo), direttore della Fondazione Cesare Pavese, ha introdotto i lavori del convegno sulla Tonda Gentile. E’ stata una bellissima introduzione, impreziosita da alcune memorabili citazioni di Cesare Pavese, Chi mi conosce sa che amo poco Cesare Pavese: meno come poeta che in qualità di romanziere. Per me Cesare Pavese è il più grande traduttore italiano, meglio anche di Quasimodo (poeta anch’egli da me poco apprezzato), e intellettuale inarrivabile alla guida dell’Einaudi.

In conclusione, Marc Canteri – allievo di Alain Ducasse a Montecarlo e stella Michelin nei suoi precedenti ristoranti di Cuneo e Mondovì, da pochi mesi il nuovo cuoco del Ristorante Al Castello di Grinzane Cavour – ha cucinato per noi un pranzo di tradizione impeccabile (con citazione speciale per agnolotti e uno straordinario, leggerissimo sambajon). Chiaro che è un mio suggerimento: andateci di corsa, per il ristorante e per la bellezza (anche storica, oltre che paesaggistica) del luogo.

Istruttivo, poi, fare un’analisi sensoriale paragonata tra la nostra Tonda Gentile, la Napoletana e la turca (i turchi sono i maggiori produttori al mondo, ma la qualità…).

Grazie a Tino Cornaglia e all’ Accademia Italiana della Cucina.

http://www.accademiaitalianacucina.it/

http://www.castellodigrinzane.it/

http://www.fondazionecesarepavese.it/fondazione.php

Condividi: facebook Twitter

Note di cucina di Leonardo da Vinci

leonardo-1Leonardo da Vinci nacque il 15 aprile 1452, figlio della popolana di Vinci Caterina e del notaio fiorentino Ser Pietro; entrambi si sposarono poco dopo e Leonardo ebbe come padre adottivo, pur riconosciuto da quello effettivo, Accatabriga di Piero del Vacca, di professione pasticcere che gli inculca la passione per la cucina, che, pochi sanno, sarà più forte di ogni altro suo interesse. A bottega dal Verrocchio con l’amico Sandro Botticelli, prende a fare il garzone prima e lo chef poi alla Taverna delle Tre Lumache sul Ponte Vecchio, tra il 1472 e il 1478, anno in cui il locale va a fuoco e Leonardo, col suo amico Sandro, fonda la Taverna delle Tre Rane.

Devono chiudere poco dopo causa il clamoroso insuccesso: i fiorentini non apprezzavano le stravaganze di Leonardo in cucina (vera sorta di nouvelle cuisine ante litteram), né i menu scritti da destra a sinistra con disegni incomprensibili ai più. Intorno al 1482 Leonardo si reca a Milano, presso la corte di Ludovico Sforza (il Moro) da cui ottiene l’incarico di attendere alle fortificazioni e di ricoprire la carica di Gran Maestro di feste e banchetti alla corte degli Sforza.

In questi anni comincia a scrivere quello che viene chiamato Codex Romanoff, una sorta di quaderno degli appunti di cucina del vasari1Maestro. Il testo non è di certissima attribuzione, anche perché mancano notizie storiche sul percorso di queste carte, trovate all’Hermitage come copia che un certo Pasquale Pisapia sostiene aver tratto da un manoscritto originale di Leonardo.

Tutti i particolari lasciano pensare che il testo sia davvero del Maestro e così ritengono i due autori inglesi – Shelagh e Jonathan Routh – che pubblicarono il libro nel 1987.

Il testo è interessante, esilarante e sorprendente: si legge il genio straordinario, distratto, pasticcione, curioso, fuori del suo tempo, mai soddisfatto.

Giorgio Vasari, in quella stupefacente miniera che è costituita dalle sue Vite, ne parla così: “Vedesi bene che Lionardo per l’intelligenza de l’arte cominciò molte cose e nessuna mai ne finì, parendoli che la mano aggiungnere non potesse alla perfezzione dell’arte ne le cose, che egli si imaginava, conciò sia che si formava nell’idea alcune difficultà sottili e tanto maravigliose, che con le mani, ancora ch’elle fussero eccellentissime, non si sarebbono espresse mai. E tanti furono i suoi capricci, che, filosofando de le cose naturali, attese a intendere la proprietà delle erbe, continuando et osservando il moto del cielo, il corso della Luna e gl’andamenti del Sole.”.

Leonardo era bellissimo, suonava la lira e cantava come nessuno, declamava versi, inventava indovinelli e intratteneva le dame di corte con una capacità affabulatoria senza pari. Aveva una passione feroce per la cucina: inventò la forchetta a tre rebbi, inventò una macchina per fare gli spaghetti, costruì un numero impressionante di macchine per rendere il lavoro in cucina meno duro, ma spesse volte le sue macchine si rivelarono marchingegni assurdi che complicavano invece di semplificare il lavoro. E combinò dei gran guai. Tanto che Ludovico, che pure lo stimava immensamente, lo sollevò dalle incombenze cucinarie per invogliarlo a dipingere e a occuparsi delle fortificazioni, faccende cui attendeva, pare, senza alcun interesse, come dimostrano i tre anni passati a prendere tempo durante la realizzazione dell’Ultima Cena (che dipinse poi in soli tre mesi – con una preparazione approssimativa delle pareti -, quando tutti, Priore compreso, si erano spazientiti).

Per concludere, il libro – Edizioni Voland, Roma, 2004 - è un gioiello godibilissimo. Tutto da leggere e rileggere per ripensare la figura immensa di un Mastro irripetibile che però viene sempre presentato in modo tuttaffatto diverso da come, con tutta probabilità, egli era e si sentiva per davvero.

Condividi: facebook Twitter

Massimo Camia e le sue Lasagne al ragout di coniglio con peperoni

http://www.vincenzoreda.it/massimo-camia

Massimo Camia (Stella Michelin) a Barolo: la sua ricetta d’autore per il mio libro in 20 fotografie che raccontano la preparazione di questa ricetta d’Autore.

Dal tirare la sfoglia (26 tuorli per chilogrammo di farina 00), a disossare il coniglio grigio; soffriggerlo con il peperone già arrostito, sbollentare la sfoglia e poi preparare gli strati successivi delle lasagne con ragout e besciamella.

Infine i dettagli per il rifinimento dell’impiattamento, la presentazione e il vino che lo accompagnerà con grande affinità.

Lasagne al ragout di coniglio grigio con peperoni: piatto di preparazione semplice e veloce (non più di una mezz’oretta) ma il risultato è sensazionale. Gusti distinti ma armonizzati con disarmante maestria, da rimanere di stucco (anzi: di sale).

Accompagnato da un Cannubi Damilano 2011 (14,5%vol.) che già adesso non soltanto promette ma è di complessità quantomeno sorprendente, pensando che è appena stato messo in bottiglia: cercatelo e gustatelo fin da ora (al solito: suggerimento disinteressato, ma so che qualcuno mi ringrazierà, almeno in cuor suo: A me basta e avanza).

Buon appetito e salute!!

Condividi: facebook Twitter

Angelo Gaja: ovvero mitopoiesi

http://www.vincenzoreda.it/barolo-gaja-dagromis-2005/

http://www.vincenzoreda.it/il-cremes-di-gaja-una-piccola-eresia/

Se dal volgare marketing ci spostiamo verso territori a me più cari come la letteratura o l’antropologia culturale, scopriamo che lemmi come “marchio” o “brand” sono parole banali e poco significanti se vogliamo descrivere fenomeni  particolari come quelli legati a certi personaggi e alle loro attività che, spesse volte, dall’area meramente commerciale debordano verso questioni che attengono assai più alla sfera culturale e sociale.

Mitopoiesi è una parola di origine greca che significa, più o meno: “capacità di generare nuovi miti“.

E Angelo Gaja, con la sua storia, la storia della sua famiglia, i suoi vini e quella capacità carismatica di poco apparire e meno ancora parlare se non quando la parole devono pesare con la giusta tara, appartiene alla mitopoiesi.

Espletato il mio solito rito, pedante e presuntuoso (ma mi divertono queste faccende),  di questa introduzione, e rimandando ai link sopra evidenziati che trattano con esaustive note di Barolo Dagromis (Barolo “gay“, come lo definisco) e di Cremes (vino “eretico“), desidero qui parlare brevemente del Sito Moresco 2012 che ho bevuto, insieme al Dagromis 2010, di recente.

Innanzi tutto va detto che questi tre prodotti sono da considerare i gradini d’ingresso alla galassia del mito Gaja, vini che si trovano a prezzi compresi tra i 20 e i 40/50 € a bottiglia e che, considerando che si tratta di Gaja, sono prezzi onesti per vini che comunque possiedono, al di là del fascino del mito, caratteristiche organolettiche comunque di livello almeno medio-alto.

Il Sito Moresco è un vino che Gaja ha cominciato a produrre tra la fine dei Settanta e gli Ottanta in diversi ettari situati in zone differenti della proprietà (comunque tra Barbaresco e Treiso), è costitutito da un uvaggio di Nebbiolo, Cabernet Sauvignon e Merlot in percentuali più o meno paritarie. Uso di barrique non nuove che in questo caso sono proprio opportune per arrotondare e armonizzare tre vini assai differenti tra loro. Il risultato è un prodotto di qualità elevata, gran corpo, alcol al 14% e bel colore rubino intenso con tannini dolci e quel certo sentore erbaceo del Cabernet che spicca tra i velluti del Merlot. Vino di grande equilibrio e lunga persistenza (più al palato che in gola). Vino a tutto pasto che si può accompagnare con tanta roba. Mi raccomando: servire abbastanza fresco (15/16° sono la temperatura giusta).

Certo, avendo la fortuna di berlo in compagnia di Angelo Gaja, e magari della sua famiglia, si gusta più assai.

Salute.

Condividi: facebook Twitter

Nebbiolo crying in Langa/Il pianto della vite

Il Nebbiolo piange e gemma in questi giorni attorno alla Pasqua.
Queste viti le ho fotografate ieri a Vergne.
Quando vedo piangere le viti, mi commuovo: è un pianto di gioia, un pianto di vita.
IL PIANTO DELLA VITE PER LA VITA…

Condividi: facebook Twitter

Le parole lucide di Attilio Scienza

Riporto assai volentieri uno scritto di Attilio Scienza, tratto dal settimanale economico del Gamberorosso on-line del 26 marzo 2015 (anno 6, numero 13). L’intervento del Prof. Scienza è quanto mai lucido e opportuno; soprattutto, come al solito, indica una via: la sola perseguibile, fuori da mode illusorie e disinformazione mediatica.

vini&scienza.

SOSTENIBILITÀ, BENE COMUNE?

Attilio-Scienza-RiccagioiaL’Italia è in preda ad un incantesimo ideologico che esalta un passato dal quale siamo fortunatamente usciti grazie alla sofferenza ed al lavoro delle generazioni precedenti: si vuol far credere che i “contadini” possano costruire sulla nostalgia, la prospettiva economica del terzo millennio. Il cibo “narrato e naturale”, del quale non abbiamo nessuna prova sia migliore dell’altro, ci costa però molto di più. Mentre noi narriamo il cibo, il resto del mondo sta incrementando le rese per ettaro e ci fornisce le commodity necessarie per il nostro made in Italy. Serve innovazione, ricerca e sperimentazione per migliorare la qualità e la quantità delle nostre produzioni. Mentre i Paesi nordeuropei si aspettano per le grandi problematiche quali cambiamenti climatici, protezione ambientale e produzione di energia, che le innovazioni scientifiche e tecnologiche avranno un impatto positivo, l’Italia assieme all’Austria è il Paese dove ci si aspettano meno ricadute positive. Si ascoltano più le sirene nostalgiche che il parere dei ricercatori. Dall’ultimo dopoguerra ad oggi le persone a rischio della vita per fame è sceso di tre volte. Il cambiamento è avvenuto per le innovazioni portate nelle campagne: meccanizzazione, selezione dei semi, la chimica fine che ha aiutato a combattere funghi, insetti, etc. La nuova religione è la gastrolatria: meglio degustare che mangiare, meglio assaggiare che bere. Se oggi l’Italia marca un ritardo economico ed una stanchezza progettuale è perché ha smarrito le capacità organizzative del sistema. Resilienza non significa decrescita, piuttosto maggiore comprensione dei processi produttivi per individuarne i punti deboli ed introdurre innovazioni che consentono un migliore utilizzo delle risorse naturali. I progetti di sostenibilità non possono essere ricondotti ad un travaso passivo di norme dall’ente certificatore al viticoltore, come da un bicchiere pieno ad uno vuoto, nel nostro caso le teste dei viticoltori entro le quali versare il sacro liquido del sapere, ma quello di aprire in loro il vuoto. Nella pedagogia di un progetto di sostenibilità, la cosa più importante è creare nel viticoltore il vuoto, un luogo (in senso aristotelico) dove coltivare la curiosità e la voglia di imparare e capire.

Attilio Scienza Ordinario di Viticoltura Università degli Studi di Milano

 

Condividi: facebook Twitter