Gonzalo Guerrero, lo spagnolo che si fece maya e per i Maya morì

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Lo scritto qui di seguito è un vecchio articolo: sul mio ultimo libro c’è un capitolo assai più documentato e approfondito, si intitola: “L’archibugiere rinnegato“, è la storia n. 32.

“Tutto quel che possiedo come documentazione diretta della vicenda di Gonzalo Guerrero è riportato fedelmente nel capitolo precedente.

Se io fossi uno scrittore, se poi fossi  anche uno scrittore di successo, potrei scrivere uno di quei magnifici romanzi, più o meno, storici sulla vicenda; non so se dire purtroppo: non solo non sono uno scrittore, ma meno che mai potrei ardire al successo. Dunque, niente romanzo storico.

Gonzalo me lo figuro uno dei tanti marinai di Palos e dintorni, un po’ affascinati dai racconti di quelli che tornavano da occidente, un po’ perché quello era il loro mestiere e forse perché le diarie più invitanti erano offerte da quei capitani e hidalgos che salpavano alla volta delle ricchezze e della gloria, verso le Indie occidentali.

Probabilmente Gonzalo era un popolano molto realista e pragmatico, ma con qualche caratteristica bizzarra: da Cabeza de Vaca a Hans Staden (si leggano sia le avventure di Cabeza, sia “La mia prigionia fra i cannibali-1553/1555″ del tedesco), non pochi europei ebbero la ventura di passare periodi di tempo più o meno lunghi tra le popolazioni americane, eppure nessuno, almeno per quanto è dato sapere (io sono certo che nelle pieghe del passato si nasconde qualche altra storia analoga a quella di Gonzalo), ebbe l’ardire di dimenticare prima, rifiutare poi, infine combattere e morire contro il proprio popolo.

E’ lecito pensare che sulle prime il buon marinaio abbia agito più pensando a salvare la pelle che a altro; più oltre avrà pensato che su quella terra sconosciuta, tra quella gente che usava cucinare i nemici, occorresse adattarsi, perché chissà tra quanto tempo gli spagnoli, ammesso che ci fossero riusciti, sarebbero arrivati fin lì.

E poi egli non era un prete come Aguilar, dunque se qualcuno gli chiedeva qualcosa che  sapesse fare e se da ciò ne fosse venuto un qualsiasi favore, ebbene non c’era proprio ragione di rifiutare.

Io credo che di favore in favore, Gonzalo abbia cominciato a non star troppo male e gli alieni personaggi intorno a lui a scoprire che quell’essere estraneo di cose utili ne conosceva parecchie: che meritasse la pena  non trattarlo male; anzi, era conveniente cercare di farlo star bene, ché c’era forse da trarne buon utile.

Eppoi gli anni passano: vince il quotidiano se uno è un marinaio senza patria e attaccato più alle cose di questa terra che alle favole dei preti.

Volevano che si tatuasse, va bene: in fondo che male c’era a tatuarsi come loro! Tutti i marinai erano tatuati.

Quella vita dopotutto dovette cominciare a piacergli: i frutti tropicali, le tortillas, qualche gallina ogni tanto, un bel clima, la gente in fondo pulita e gentile; c’era, a volte ma non troppo spesso, da sopportare qualche disgusto come i sacrifici e l’odioso costume del cannibalismo rituale, ma tra i maya tutto ciò era assai meno frequente che tra i mèxica.

Forse la cosa che dovette inizialmente recargli maggior fastidio dovette essere l’ossessione maya per l’autosacrificio rituale, ma anche quella col tempo fu assimilata.

E poi venne il premio più grande di tutti: una donna, una donna maya, dolce, fedele, sottomessa, gentile, pulita e devota!

E i figli: il marinaio aveva finalmente trovato la sua patria e per quella sarebbe morto!

Ridicolo Aguilar che viene a proporgli di tornare tra gli spagnoli a fare dopo tutto lo schiavo di un padrone inflessibile che gli avrebbe solo riservato lunghe marce, fame, massacri, sporcizia di corpo e d’animo in cambio di qualche soldo.

Meglio i maya, molto meglio i maya.

E così Gonzalo sceglie, ma aveva già scelto da anni, forse da subito: semplicemente, non sollevando lo scudo dell’ostilità e della diffidenza verso il diverso, cercando di adattarsi e di capire senza nessun pregiudizio, qualità che solo un uomo semplice, dotato di sano buonsenso popolare, può, meglio d’altri, possedere: egli comunque non ha nulla da perdere.

Nel 1511 avrà avuto tra i venti e i trenta anni e probabilmente niente d’importante da ricordare in Spagna, forse neanche i genitori.

Arrivano i compatrioti, ma è tardi, ormai, per Gonzalo.

Ho ragione di crederlo impegnato in tutta la regione dello Yucatàn, che pure è molto estesa, tra il 1517 e il 1536, quando viene ucciso, a combattere, direttamente o indirettamente, contro gli spagnoli: certamente non dev’essere casuale che i Maya riuscirono a resistere quasi vent’anni alla conquista.

Ci dev’essere stata parecchia dell’opera del buonsenso, e della tradizione occidentale millenaria della guerra,  del Guerrero Gonzalo in molte tra le sconfitte degli spagnoli.”

I Maya continuarono a rivoltarsi fino a questo secolo contro gli spagnoli prima, contro il potere creolo poi: figure come Lempira, Tecùn Umàn e Canek sono esempi che oggi i Maya  hanno in  considerazione al pari di eroi, ma nessuno ricorda Gonzalo Guerrero.

Forse perché tutto sommato è un rinnegato, come la Malinche; forse perché comunque uno spagnolo venuto, anche se più o meno suo malgrado, a ficcare il naso in faccende non sue: io trovo profondamente e storicamente ingiusto tutto ciò, a maggior ragione da parte di un popolo che è oggi il risultato, e non si può discutere se la storia sia giusta o sbagliata, dell’unione, violenta quanto si vuole, ma pur sempre unione, di due culture.

I tre figlioletti di cui parla Bernal Dìaz sono i primi meticci di cui conosciamo con certezza l’esistenza, e sono meticci frutto d’amore, non di violenza: qualcuno oggi nello Yucatàn porta per certo un po’ di sangue di Gonzalo; allo stesso modo, qualche traccia del rude Droctulft sarà rimasta nei secoli nei dintorni di Ravenna.

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101 Storie Maya che dovresti conoscere…(a prescindere dalla bufala della fine del mondo)

Fino a ieri il popolo maya era considerato un popolo pacifico di osservatori del cielo, oggi invece sempre più spesso vengono descritti come una civiltà di feroci guerrieri, ossessionata da una concezione ciclica del tempo, unica nella storia. È nota a tutti l’oscura profezia che condannerebbe il mondo che conosciamo a scomparire il 21 dicembre 2012… I 101 racconti qui presentati intendono fare chiarezza su questa ricca cultura, fiorita tra selve inestricabili e altipiani tormentati da terremoti ed eruzioni, e rivelarne tutti gli aspetti ancora poco noti. A cominciare dalla verità sui sacrifici umani e sui riti, che includevano il cannibalismo, in cui i sacerdoti strappavano i cuori ancora palpitanti dai petti dei prigionieri. E ancora: racconti di piramidi altissime scoperte da avventurieri, sovrani costretti a donare il proprio sangue, eserciti di moderni “conquistadores” che scavano tra le rovine con la dinamite.

Dalla preistoria al colonialismo, un racconto in parte inedito che espone le scoperte archeologiche recenti, ma anche le teorie della New Age e della fantarcheologia: la vicenda dei Maya finalmente narrata a tutto tondo e che tocca anche il teatro e la poesia maya di cui quasi nessuno, fino a oggi, s’era mai occupato.

Dettagli prodotto

  • Brossura: 311 pagine
  • Editore: Newton Compton (10 novembre 2011)
  • Collana: 101
  • ISBN-10: 885413323X
  • ISBN-13: 978-8854133235
  • Prezzo:  € 12,90

Un grande ringraziamento a Marco Casareto, direttore di Focus Storia e Geo, e a Andrea Frediani, scrittore e editor (occasionale, ma assai gradito) del libro che è dedicato alla memoria del mio grande maestro dauno: Nicola Silvano Borrelli. Qui sotto i link della Casa Editrice e quello di amzon.it dove il volume si può acquistare on-line.

http://www.amazon.it/storie-dovresti-conoscere-prima-della/dp/885413323X/ref=pd_rhf_ee_p_t_3

http://www.newtoncompton.com/libro/978-88-541-3323-5/101-storie-maya-che-dovresti-conoscere-prima-della-fine-del-mondo

http://www.newtoncompton.com/collane/centouno 

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101 Storie Maya su INFLY

INFLY è il magazine degli Aeroporti di Roma. Al terzo anno di vita, è un bel prodotto editoriale: ben confezionato, ben impaginato e con i contenuti che deve necessariamente avere un mensile come questo, con il proprio target bene identificato. Diretto da Antonella Euli, presenta 112 pagine patinate con una stampa di qualità. Il n.34, dicembre 2012, ha segnalato, dedicandomi mezza pagina, il mio libro sui Maya. Ne sono contento e, per ciò, ringrazio Pier Domenico Garrone e Angela Valenti.

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ECHA’- Cibo in lingua maya

 

Aré u xe oher tzih varal Quiché u bi (Questo è il principio delle antiche storie di questo luogo chiamato Quiché)….”

Così comincia il Popol Vuh ( Popol Wuj, nella più moderna trascrizione), quella che si definisce “Bibbia Maya”: il libro sacro dei maya Quiché, trascritto daPadre fra Fancisco Ximénez, dell’Ordine deiDomenicani, nei primi anni del settecento su un testo redatto con grafia occidentale, probabilmente intorno al 1550 nei dintorni di Chichicastenango, Guatemala. Popol Wuj significa: “libro del consiglio, carta della comunità, libro nazionale”. In questo testo poetico si racconta di come i Progenitori, Tepeu e Gucumatz – il Creatore e il Formatore – crearono gli uomini.

E’ una storia, tenera per certi versi, fatta di tentativi sbagliati: dopo aver provato malamente, con il fango e con il legno, di creare l’uomo, ci riuscirono col mais:

Poi presero a discutere sulla creazione e la formazione della nostra prima madre e del nostro primo padre. Di mais giallo e di mais bianco venne fatta la loro carne; di pasta di mais vennero fatte le braccia e le gambe dell’uomo. Soltanto pasta di mais compose la carne dei nostri padri, i quattro uomini che furono creati.”.

Il mais venne domesticato tra il quinto e il terzo millennio prima dell’Era cristiana nel nord del Messico: da quelle caverne si diffuse poi in tutta la l’area che si definisce Mesoamerica e rese possibile, come accadde del resto per le regioni degli altri cerali - grano e riso -, la nascita e lo sviluppo di culture evolute.Non nel Nordamerica, area in cui quelli che si definiscono “Indiani” rimasero popoli nomadi di cacciatori-raccoglitori; neanche nel Sudamerica, regione in cui fu la patata, adatta a essere coltivata alle altezze considerevoli dell’altopiano andino, a costituire il cibo principale delle culture Quechua.

Non è possibile parlare di cucina del Centroamerica senza parlare del mais: oltretutto, oggi questo cereale costituisce la fonte principale della nostra alimentazione, considerando che tutti gli allevamenti intensivi di carne, rossa o bianca che sia, hanno come alimento fondamentale composti a base di mais.

La principale fonte di alimentazione è il mais da cui ricavano svariati cibi e bevande; preso poi dopo essere stato trattato come essi usano, serve loro da cibo e bevanda insieme. Le donne indie mettono il mais a bagno in acqua e calce per una notte cosicché la mattina seguente è morbido e cotto a metà; si possono in tal modo togliere la buccia e il picciolo e macinarlo a due pietre. Quando è macinato a metà, ne confezionano delle palle e dei carichi e li danno ai viaggiatori, ai lavoratori ed ai naviganti poiché, così trattato, dura alcuni mesi e acquista soltanto una certa acidità. Prendono poi un poco di quest’impasto e lo stemperano in un vaso ricavato dalla scorza di un certo frutto – prodotto da un albero per mezzo del quale Dio li ha provvisti di recipienti – e sorgono quell’intruglio che è saporito e assai nutriente.Dal mais completamente macinato ricavano una specie di latte e lo mettono al fuoco preparando delle farinate che mangiano al mattino ben calde; a ciò che avanza della colazione aggiungono acqua per bere il tutto durante la giornata, dato che non usano mai bere acqua pura.

Il mais viene anche tostato, macinato e sciolto nell’acqua e se ne ottiene una bevanda molto rinfrescante con l’aggiunta di un po’ di cacao e di pepe. Col mais e col cacao macinati preparano una specie di schiuma molto saporita che usano per celebrare le loro feste; dal cacao poi traggono un grasso che sembra burro e con tale sostanza unita al mais ricavano un’altra bevanda molto buona e ricercata.

(……) Usano preparare vivande con legumi e carne di cervo, uccelli selvatici e domestici, che hanno in quantità, pesci, che sono del pari abbondanti, cosicché dispongono di buoni piatti, e ciò in particolare dopo che hanno cominciato ad allevare maiali e uccelli importati dalla Castiglia.”.

Questa citazione è tratta dalla “Relaciòn de las cosas de Yucatàn”, scritta dal francescano spagnolo Diego de Landa intorno al 1566, in Spagna dove era tornato per subire un processo intentato a suoi danni da un confratello invidioso e geloso. De Landa, nato nel 1524, era arrivato nello Yucatàn, da poco conquistato, nel 1549.

Il Francescano si era guadagnato il favore degli indios per la sua grande e meritoria opera di protezione nei confronti dei crudeli latifondisti – encomenderos – dai quali erano tenuti in considerazione non più che alla stregua di bestie da soma: uscì trionfante dal processo e ritornò nello Yucatàn, nominato vescovo da papa Pio V nel 1572, e il 29 aprile del 1579, a Mérida, lo colse una morteprematura.

Il lavoro di questo religioso si è rivelato fondamentale per la comprensione e per l’inizio della decifrazione della scrittura maya: il paradosso storico vuole che fu egli, nel 1561, a ordinare la distruzione con un rogo immenso di un’intera biblioteca di antichi testi maya!

Quanto descrive Diego de Landa è ancora oggi, dopo cinque secoli, la caratteristica principale che costituisce la cucina india, sia in Messico sia in Guatemala, paese che ho appena visitato per lavoro.

Ho avuto modo a Ciudad de Guatemala di vedere all’opera una donna india preparare le tortillas: il mais ammorbidito è detto kuum, una volta macinato – ai tempi precolombiani con il mano e sul metate, una pietra leggermente concava – diventa zacàn che viene impastato e ridotto a una sorta di focaccia rotonda, la tortilla appunto (uah in maya). L’impasto, del diametro di una quindicina di centimetri, viene messo a cuocere su una piatra metallica rotonda (xamach o comal); la tortilla, appena cotta, viene posta in un recipiente, anticamente una zucca vuota, che ne contiene 10 o 15 tenute caldissime avvolte dentro un panno: è necessario mangiarle calde perché fredde diventano collose e allappanti.

Il dio maya del mais si chiamava Yum Kaax, anche dio del’agricoltura, rappresentato sempre come un giovane con una pannocchia come copricapo e accoppiato al glifo del giorno Kan (serpente), simbolo del mais nei rari codici precolombiani giunti fino a noi. Il mais veniva, e viene ancora oggi coltivato nelle milpas, campi strappati col sistema taglia e brucia (swedden o shifting agriculture) alla foresta: terreni coltivati uno o due anni e poi abbandonati o riutilizzati a rotazione per i fagioli neri, buul , a cui gli steli delle piante di mais possono servire da sostegno.

Per capire l’importanza della tortilla nel mondo maya, soprattutto nelle terre basse del Petén e del Chiàpas, riporto una storia raccontata da un viaggiatore italiano in un suo volume dei primi anni sessanta e successa nei dintorni di Rio Dulce, dipartimento di Izabal, in Guatemala.

“(…) Mi accorsi, infine, che la padrona della miserrima bottega era pronta a darmi tutto ciò che chiedessi, con la sola eccezione delle tortillas. Le chiedemmo nuovamente e, ancora una volta, la risposta fu: « no hay». Solo quando cavammo di tasca il denaro per pagare ciò che ci era stato fornito, la donna, dopo aver confabulato in kekchì con il marito, si decise a mettere sul banco una montagna di tortillas caldissime, che divorammo unitamente a un locale tipo di formaggio, che trovai eccellente, ma che fece storcere la bocca agli altri. E poi si chiarì il mistero di quel « no hay » ripetuto con tanta ostinazione.

La tortilla gode di un tabù penale accettato da tutti senza discussioni: se cioè uno entra in una bottega o in una casa e chiede delle tortillas, le mangia e poi dice di non avere il denaro per pagarle, ma pagherà quando potrà, nessuno può fare storie, nessuno potrà muovere accusa. La legge tradizionale della foresta vuole che una tortilla non si rifiuti mai a un affamato. Ma il mais è scarso e la fame molta; non tutti sono disposti a un dono del genere e meno che meno le botteghe. Così la consuetudine vuole che quando uno sconosciuto si presenti e chieda tortillas, la bottegaia, se non vede il denaro sul banco, risponda no hay, eufemismo per chiedereil denaro. Noi non conoscevamo questo uso e così fu solamente quando mettemmo sul banco una banconota da 5 quetzales per pagare ciò che avevamo comperato che la donna ci pose davanti le tortillas.

Per altre merci, di qualunque specie, il tabù non esiste. E questo significa che chi comandi qualsiasi cosa, salvo le tortillas, e poi non paghi, allora deve sottostare alla legge della foresta, che contempla anche la uccisione del ladro. E tali sono considerati anche il truffatore e l’imbroglione.”.

La storia mi piace di citarla per sottolineare quanto davvero la cultura maya tiene in considerazione il mais e la tortilla, suo comune denominatore: si pensi al nostro pane o ai vari tabù legati al sale (merce una volta preziosissima).

Con la tortilla si può mangiare di tutto: imbottita e arrotolata diventa il famoso taco, che si può considerare come il nostro panino imbottito; può servire anche da base su cui vengono stese, a mo’ di piccola pizza, le preparazioni, a base di carni o di verdure, più disparate. Com’è ovvio, viene spesso consumata come il nostro pane o preparata come zuppa (con pomodori e chili). La cucina guatemalteca non è piccante come quella messicana: chili e pimienta (il pepe), sono usati con molta più parsimonia. Con la conquista occidentale il modo di nutrirsi delle popolazioni locali è cambiato: così come a noi sono stati regalati mais, pomodori, zucche, tacchini, cacao e peperoncino, gli amerindi hanno da subito apprezzato il maiale, il pollo, il manzo, il grano, il riso, l’uva, le banane e il caffé (originario dell’Etiopia, ma di cui in Guatemala sono diventati i migliori produttori del mondo, con i colombiani).

La cucina guatemalteca è varia e molto ricca: ne parleremo più diffusamente in un prossimo articolo, con un’avvertenza: oggi, purtroppo, tranne alcune zone ancora inesplorate e dunque intatte – la foresta del Petén è considerata foresta pluviale vergine come Amazzonia, centro Africa e pochissime altre aree del mondo – anche il Guatemala è sempre più colonizzato dalla cultura occidentale degradata e degradante; fino agli anni settanta c’era la United Fruit Co. americana (successivamente rilevata dalla Del Monte, vedi foto) con la Cia, oggi ci sono le sette evangeliche, i fast food e le catene di cibo take away, pure declinate alla guatemalteca (vedi foto con guardie armate di fucili a pompa calibro 12 e motorette dai colori che si possono vedere solamente da quelle parti)….

Vincenzo Reda novembre 2008  (Pubblicato sul numero di dicembre di Barolo & Co)

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Cocina guatemalteca

Ecco alcuni piatti tipici dell’odierna cucina guatemalteca. Meno piccante di quella messicana, più delicata. Sempre a base di mais (le immancabili tortillas preparate in maniera tradizionale), di pomodori, avocado, erbe e frutti tropicali per comporre gustose zuppe e salsine e per insaporire carni di pollo e di maiale (così come riso e caffé) portate dagli europei dopo la scoperta del nuovo continente.

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Smart City “La città intelligente”

Si è svolto il 24 gennaio 2012 – presso il Blah Blah di via Po, 21 a Torino – il primo dei quattro incontri dedicati al tema “Stiamo più attenti all’ambiente“. Ideata e organizzata dal Dr. Giorgio Diaferia, questa iniziativa, curata dalla Vas Piemonte, intende portare all’attenzione dei cittadini tutte quelle complesse tematiche che legano ambiente e salute. Moderata da Antonella Frontani – giornalista e conduttrice della trasmissione Antropos di 4ReteTv, nonché caporedattrice di Ecograffi w.j. – si è avuta una carrellata assai interessante su quel che significa, oggi e a Torino, il concetto di Smart City. Gli ospiti, tutti autorevoli, hanno presentato i loro punti di vista supportati dalle loro importanti esperienze e competenze. Nelle fotografie sotto, da sin.: Massimo Guerrini (pres. Circoscrizione 1), Enzo Lavolta (Assessore Ambiente della Giunta guidata da Piero Fassino), Antonella Frontani, Filiberto Rossi (ex Assessore nelle giunte guidate da Diego Novelli) e Roberto Bertasio (funzionario della GTT, azienda trasporti della Città di Torino). L’incontro ha visto la proiezione di una intervista all’ex sindaco Diego Novelli, incentrata soprattutto sulle vicende della grande immigrazione svoltasi tra i Sessanta e i Settanta: la sintesi consiste che, in fondo, gli schemi di quei fatti sono tuttora, pur nel cambiamento, immutati. Sono stati poi proiettate alcune scene tratte dal film di Gianni AmelioCosì Ridevano“, del 1998: anche questa pellicola svolge temi legati all’immigrazione delle genti del Sud verso la Grande Città con la Grande Fabbrica.

L’incontro, di notevole interesse, si è concluso con alcuni interventi incisivi di un pubblico attento e competente. Consiglio, personalmente e con entusiasmo, la partecipazione agli incontri successivi di questa interessante iniziativa, tutt’altro che banale e politicamente schierata: i temi trattati sono di interesse collettivo; svolti con competenza e approfondimento sempre da persone competenti, autorevoli e di statura etica adeguata.

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Suggestioni torinesi – Winter sunset in Turin

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José Argüelles, Il Fattore Maya – La Via al di Là della Tecnologia

Di libri ne ho tanti – diverse migliaia – e tanti ne ho letti: uno come questo mi mancava, per davvero!!

«Pacal Votan viaggia attraverso la “Dimora dei Tredici Serpenti”, un riferimento al passaggio intergalattico tramite il Kuxan Suum. In quanto fibra vitale galattica, sarebbe naturale rappresentare il Kuxan Suum come serpente o in forma di serpente. 13, il numero del movimento, è anche il numero del più alto dei cieli, del livello superiore dell’essere al di là del nostro sistema solare, quello più vicino all’informazione centrale – Hunab Ku, il fulcro galattico. Sculture di esseri-serpente in trasformazione, simili a quelli di Quiriguà, ornano il Tempio delle Iscrizioni di Palenque, registrazione plastica del transito attraverso il Kuxan Suum di Pacal Votan, Agente Galattico 13 66 56. Valum Votan, vicino all’attuale Palenque, indica il luogo di arrivo e/o nascita di Pacal Votan nel 631 d.C., Armonica 13 66 56 0. La data del suo arrivo dovrebbe anche coincidere con le aspettative del successivo avatar di Kukulkan, il cui ruolo sarebbe stato assunto da Pacal Votan. In tale ruolo, sarebbe semplicemente naturale fondare una città – corrispondente alla mitica Tollan – da chiamare Xibalanque o, nella forma moderna, Palenque. Nel Popol Vuh, Xibalanque corrisponderebbe alla mitica Xibalba, il luogo del mondo inferiore, mondo della manifestazione e delle prove eroiche della mortalità. Questo sarebbe un riferimento alla forma umana “mortale” dell’Agente Galattico 13 66 56, marcato e commemorato nella “tomba” sotterranea all’interno dei nove livelli del Tempio delle Iscrizioni.».

Se il piccolo esempio qui sopra non bastasse, si legga il passo successivo, scelto con imbarazzo tra l’immane quantità di sproloqui per davvero galattici:

«La chiave per la realizzazione di quanto sopra è sempre nel modulo armonico, lo Tzolkin a 260 unità. Così come ci fornisce la copia del corpo luminoso individuale che vivifica ognuno di noi, lo Tzolkin descrive anche il flusso modellato di energia ed intelligenza solare, la corrente incessante di energia spirituale creativa universale. Anche questo fa parte della conoscenza degli AH KINES, i realizzati, che pertanto praticano l’arte della guarigione – in cui sono maestri – oltre a quella dell’espressione creativa risonante – musica e canto, colore e forma – che sono tutte governate o almeno mediate dalle sottili frequenze del Sole, che penetrano tutto. Infatti, essendo tutti i nostri sensi informati dal campo elettromagnetico solarmente attivato, possiamo ritrovare le ottave eliotropiche dei profumi, e le frequenze delle macchie solari in ciò che gustiamo. E tutto questo non è solo metaforico, è letterale, poiché la batteria bio-elettromagnetica dell’organismo umano individuale si collega direttamente mediante i suoi organi sensoriali alle batterie planetaria e solare.».

José Argüelles, scomparso qualche mese fa, è stato l’autore di questi deliri da cui è partita tutta la faccenda della “profezia” Maya del 21 dicembre 2012. Il famoso libro non lo avevo mai trovato: pubblicato nel 1987 negli Usa, è stato tradotto nel 1999 in Italia, per i tipi di Wip Edizioni di Bari. La mia copia è parte della 4° ristampa (!), costa 13 € per 254 pp. Per chi ama questi fantastici sproloqui, posso suggerire gli altri libri di Argüelles (5 o 6), più o meno dello stesso tenore di questo: sono stati tutti pubblicati a cura dello stesso Editore pugliese, avendo il Nostro tenuto diversi stage in Terra Pugliese e avendone oltremodo apprezzato la bellezza! Certo, scriveva enormità (magari divertendosi), ma era un ottimo pittore e un docente di storia dell’arte.

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21 dicembre 2011: manca un anno…..

La faccenda del 2012 fu tirata in ballo dal geniale artista, nato a Rochester, Minnesota, il 24 gennaio del 1939, Joseph Anthony Arguelles, meglio noto come José Argüelles.

Questo pittore visionario, ma anche docente, sperimentatore di droghe pesanti, geniale interprete della concezione New Age, pubblicò nel 1987 il libro: Il fattore maya: la via al di là della tecnologia, un libro in cui elaborava astruse teorie basate sulla numerologia e applicate, a vanvera, ai calendari maya.

Joseph Antony Arguelles

Argüelles, ironia della sorte, è passato tra i più il 23 marzo 2011, a 72 anni di età (proprio quando ero impegnato a scrivere il mio libro, serio, sui Maya…). Il caso ha voluto che egli non riuscisse ad arrivare a vedere gli sconvolgimenti da lui teorizzati e profetizzati per il 2012!

La numerologia è un’attività che, se si possiedono in buona dose tempo e fantasia, può dare soddisfazioni incredibili: e nei numeri, nelle loro infinite combinazioni, ci sta tutto e il contrario di tutto.

All’intuizione geniale di Argüelles bisogna aggiungere il bisogno di “millenarismo”, conosciuto anche come principio escatologico o apocalittico: tutto ciò è insito nell’uomo, fin da epoche remote.

Ancora, occorre aggiungere la moda del catastrofismo che sta imperversando nel cinema, nella letteratura di evasione ma anche in quella divulgativa e scientifica.

Ci sono fior di scienziati che predicono sconquassi cosmici di ogni genere e altrettanti che invece si affannano a dimostrare che non è vero niente: che il mondo non finisce, che la storia delle macchie solari non è vera, che il buco dell’ozono non ha alcuna influenza e che il pianeta non è né sovrappopolato, né surriscaldato.

Anche la fede cieca nella scienza, quando i dati sono assai opinabili, è una brutta faccenda. Come ogni fede cieca.

Tutto quanto si va dicendo attorno al 2012, più o meno, è stato detto qualche anno prima attorno al 2000. Basta rileggere le cronache della fine degli anni Novanta: c’è da ridere

4 Ahau 8 Cumkú corrisponde all’11 agosto 3114 a.C. e la data espressa come 13.0.0.0.0 4 Ahau 3 Kankín corrisponde al 21 dicembre 2012.

Queste correlazioni sono ottenute secondo il metodo detto GMT, che è quello accettato dalla stragrande maggioranza degli studiosi maya. Ma, attenzione: non è l’unico. Vi sono altri metodi di correlazione abbastanza strampalati e in palese discordanza con le datazioni chimico-fisiche in uso nelle ricerche archeologiche. L’unica altra possibile alternativa seria è la datazione GMT che non prevede la correzione di due giorni: le date corrisponderebbero rispettivamente al 13 agosto 3114 e al 23 dicembre 2012. Tutte le altre date non hanno alcuna credibilità, soprattutto quelle che riportano il 3113 a.C. Queste infatti non tengono conto che non esiste l’anno zero. Il numero esatto di anni che compone il Grande Ciclo maya corrisponde a 5.125,37, arrotondato per eccesso. Questo numero di anni è espresso dal concetto matematico maya dei 13 baktun, ossia 13 periodi di 144.000 giorni: 1.872.000 giorni che corrispondono al numero di anni sopra citato.

Quando si parla di 2012 e di Maya si scorda, o non si conosce, che si sta trattando di un concetto elaborato dalla cultura che i popoli maya delle foreste del Petén e del Chiapas seppero sviluppare, approssimativamente, tra il II secolo a.C. e il X secolo d.C.

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Pacal il Grande

La lastra che ricopre il sarcofago di Pacal («scudo») il Grande è un monolito di 220×380 cm., pesa 5 tonnellate ed è interamente scolpito in bassorilievo.

Fu scoperta nel 1952 da Alberto Ruz Lhuillier, archeologo messicano di origini francesi, che non sapeva ancora chi fosse il sovrano di Palenque (nome spagnolo che significa «palizzata») che giaceva, coperto da una splendida maschera di giada, nel sarcofago sottostante, all’interno del Tempio delle Iscrizioni.

Occorsero decine di anni per decifrare le iscrizioni che narravano le gesta di questo grande personaggio nato nel 603 d.C. e morto a 80 anni, dopo 68 anni di regno.

Le immagini incise mostrano la complessa cosmogonia maya che simboleggia il passaggio dalla vita alla morte. Chissà cosa avrebbe pensato Pacal se avesse potuto prevedere che gli uomini del XX secolo ne avrebbero fatto l’archetipo di un astronauta: forse gli sarebbe piaciuto. In fondo, i Maya vivevano quasi in simbiosi con il cielo stellato e nei misteri delle luci del cosmo erano certi di decifrare precisi messaggi che gli dèi inviavano loro. Dèi crudeli che i sacrifici li richiedevano innanzi tutto agli uomini di rango più elevato. Erano, infatti, sovrani, dignitari e sacerdoti che si pungevano la lingua e il pene per offrire il loro sangue prezioso alle crudeli divinità. Presso i Maya i sacrifici si richiedevano innanzitutto ai potenti, forse consapevoli che i più umili e i più deboli i sacrifici già li compivano ogni giorno….

 

 

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I sacrifici, tra i Maya, erano dovere soprattutto dei potenti…

Nelle storie 60 e 61 del mio libro sui Maya, si tratta con dovizia di particolari a proposito di sacrifici umani, autosacrifici e cannibalismo. Qui sotto si può osservare la raffigurazione di un importante dignitario maya mentre si sta trafiggendo il pene per donare il proprio sangue prezioso alle sue esigenti divinità: questi dei crudeli, per garantire agli uomini la vita, esigevano sangue nobile che doveva spillare dalla lingua o, meglio, dagli organi sessuali. La raffigurazione qui sotto è parte delle recentissime scoperte del giovane archeologo americano William A. Saturno nel sito di San Bartòlo, nel nord-est del Petén, Guatemala. La faccenda che sta rivoluzionando tutta la storia dei Maya classici è che questi magnifici affreschi sono stati eseguiti tra il II e il I secolo a. C., vale a dire 6/7 secoli prima di quello che veniva ritenuto l’apice culturale di questo popolo! Oggi altre scoperte stanno confermando che i Maya avevano raggiunto certi vertici artistici e culturali assai prima di quanto si era fino a oggi creduto.

http://www.vincenzoreda.it/101-storie-maya-che-dovresti-conoscere-a-prescindere-dalla-bufala-della-fine-del-mondo/

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Un bicchiere di Bacò, vino antico

Ho bevuto un bicchiere di Bacò, uno solo, purtroppo. Me lo ha portato la mia amica Stefania dall’entroterra del Finalese. Produce questo vino – che non si può commercializzare perché è spremuto da uve che derivano da un incrocio di vite american e vite europea – un vecchio contadino ligure. Contrariamente a quanto si dice – vino da consumarsi entro ottobre, massimo – era eccellente: colore tipico blu profondo, quasi nero, naso d’uva e palato di confettura d’uva, leggermente abboccato. Straordinario! Meno di 10% vol. per un vino di quelli che discendono dai vari Clinton, Clinto, Fragolino: tutti incroci con viti americane. Proibiti perché, ufficialmente, contenenti un alto tasso di pectina (presente nei tannini delle bucce) e quindi di alcol metilico pericoloso per la salute. E’ vero: ma bisognerebbe berne un ettolitro tutti i santi giorni! Infatti, il contadino ligure sta benissimo. E’ una vecchia storia, questa dei vini proibiti per legge, sulla quale meriterebbe trattare in maniera approfondita. Lascio la parola a Giampiero Rorato che, in un convegno organizzato dalla Fisar il 29 aprile 2009 a Casarsa della Delizia (PN), su questi vini ha trattato con dovizia e competenza:

«Altro vitigno abbastanza diffuso in passato è il Bacò, un Ibrido Produttore Diretto, ottenuto dall’incrocio di Vitis Vinifera per Vitis Riparia. È originario della Francia, ottenuto probabilmente nei vigneti sperimentali dell’Università di Montpellier e il suo nome, secondo alcuni, si riferirebbe a Bacco, l’antico dio romano del vino. È però vero che il tecnico che ha selezionato questo ibrido si chiamava proprio “Baco” e la varietà ottenuta fu chiamata Baco noir. La storia di questo vitigno, poi, è molto simile a quella del Clinton col quale condivide la zona di tradizionale insediamento e, soprattutto, la bassa qualità del vino.

Tra gli Ibridi Produttori Diretti di prima generazione è uno dei pochi nel quale non è presente la Vitis Labrusca ma la Vitis vinifera europea, i cui caratteri più gentili sono, infatti, ben evidenti, confrontando questo vino con altri ibridi, come Isabella, Clinton, Oberlin, ecc. Abbiamo già ricordato che si tratta di un vino leggero, dal gusto particolare, con fondo dolciastro e di corta vita. Prodotto in piena estate, non regge a lungo le temperature elevate e soprattutto gli sbalzi termici che già a settembre possono essere notevoli. Praticamente, con l’arrivo dell’autunno, il Bacò era già finito e l’ultimo bevuto non lasciava rimpianti.»

http://giampierororato.blogspot.com/2009/05/i-vini-proibiti.html

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Ita, la birra di Stefania

Stefania Bessone la conobbi in occasione del Vinitaly 2001. Ero allora consulente di Lingotto Fiere il cui patron era Alfredo Cazzola e Beppe Bitti ne era l’ammistratore delegato: li portai a incontrare Gino Veronelli, nel cui stand erano esposti alcuni dei miei quadri di vino. Scopo dell’incontro era esplorare le possibilità di coinvolgimento del grande Gino nell’organizzazione del nascente Salone del Vino di Torino. Purtroppo, non se ne fece nulla, e non per colpa né mia, né di Veronelli: le vicende successive dimostrarono quanto poco felice fu la scelta di non tenere in conto le nostre conoscenze nel campo. Stefania era stata appena assunta proprio per occuparsi delle fasi operative della nuova manifestazione che Lingotto Fiere stava per organizzare. Mi colpì la sua grande passione e lo scrupolo con cui lavorava. Del Salone del Vino si occupò per vari anni con riconosciuta competenza e  lavoro appassionato. Con la nuova proprietà, cambiata nel frattempo, Stefania è  ancora oggi parte dello staff di Lingotto Fiere.

Il sogno di Stefania era, però, quello di poter diventare un giorno  una contadina e rincontrare la vocazione dei suoi avi per la terra (sia i bisnonni paterni che materni, astigiani e cuneesi, erano infatti produttori di vino). A lei piacciono la vite e il luppolo, piante per molti versi simili: nel 2008 acquistò un certo numero di rizomi – questo è il nome tecnico delle pianticelle di questa specie – di luppolo da aroma, sperando un giorno di avere abbastanza terra per piantumarle. Grazie alla mia conoscenza di Roberto Saini, allora Commissario del Parco Naturale di Stupinigi e promotore di una meritoria operazione di ricupero delle attività di agricoltura e allevamento all’interno del parco, Stefania riuscì nel 2010 ad avere in affitto un piccolo terreno di poco meno di una giornata piemontese (3.400 mq.). E finalmente nella primavera dell’anno successivo potè piantare i suoi luppoli. Il raccolto fu buono e, coronando il suo sogno, la materia prima fu affidata al Birrificio Beba di Villarperosa. Così sono nati un migliaio di litri della birra “Ita-Castelvecchio-La Chiara“: birra chiara dal colore biondo tenue, non pastorizzata né filtrata e priva di conservanti. I suoi componenti, oltre al luppolo bio di Stupinigi, sono l’acqua della Valchisone e un malto d’orzo biologico: dunque, birra italiana in tutto e per tutto. L’ho bevuta ed è una birra leggera (4,5% vol.), con delicati aromi e perlage molto fine: davvero straordinaria, molto fresca e beverina per accompagnare un pasto completo o da bere solitaria per spegnere la sete. Confezionata in bottiglie da 1/2 litro costa intorno ai 4/5 €. Brava Stefania! Per informazioni il sito è:

www.laviadelluppolo.it

Curiosità e coincidenze. Stefania abita in via del Carmine, pieno centro di Torino: a due passi – via della Consolata – da casa sua, nel 1845, nacque il primo birrificio italiano: Bosio&Caratsch. E a due passi da casa sua, in via S. Domenico, Alessandro propone la sua birra artigiana (ne produce 20 litri per volta) nel suo piccolo e splendido ristorante “Quanto basta“. La birra di Alessandro è una birra di tipo inglese, molto più aromatica e alcolica di quella di Stefania, comunque una birra di strepitosa qualità anche questa.

 

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I numeri maya

Partendo dal presupposto che le dita di un uomo sono 20 (mani e piedi), l’aritmetica maya è a base vigesimale e si basa soltanto su 3 segni: il punto (unità), la linea (cinquina) e la conchiglia (lo zero). I multipli di venti sono dati dalle posizioni: la più bassa moltiplica per uno, la successiva per venti, la terza per 360, la quarta per 7.200 e via di seguito. I numeri fanno riferimento soltanto al tempo: non esistono testimonianze di computi che ad altro si riferiscano. Nei capitoli 62/66 del mio libro tratto ampiamente di questa affascinante questione.

http://www.vincenzoreda.it/101-storie-maya-che-dovresti-conoscere-a-prescindere-dalla-bufala-della-fine-del-mondo/

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Genesi di un mio quadro di vino (Barolo 2004 Manzoni)

Di seguito 8 scatti che documentano la genesi di un mio quadro eseguito usando il buon Barolo Manzoni 2004 dei Fratelli Ferrero di La Morra, imbottigliato per il marchio cinese “Rosso Rosso” di Shanghai. L’enologo è l’amico Beppe Caviola (una garanzia). Il vino – che ho come sempre prima bevuto – è un Barolo di buon livello (il millesimo non è eccezionale), 14.5%vol., con naso e palato già evoluti verso i tipici sentori di un Barolo di 7 anni, che comunque può ancora crescere, e molto. Il colore è scarico: già quel rosso granato che da pittore definirei meglio come rosso mattone. Non è il massimo per dipingerci: avrò bisogno che il vino resti sulla carta almeno 2/3 giorni per penetrarne le fibre e poi almeno uno per asciugare perfettamente. Sono sufficienti circa 100/150 cl. di vino. Ho scelto un foglio di pregiata Archer da 300 gr. (57×76 cm.) e ho usato il verso anziché il recto, per una questione di trama. Ecco gli scatti della sequenza, a distanza di ore e di giorni.

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Incontro a La Tana del Re

Martedì 1 novembre ho conosciuto Jian Wu, imprenditore di Shanghai innamorato dei vini, della cucina e dell’arte italiana. E’ stato l’artista russo Andrey Tamarchenko a presentarmelo e in compagnia di Davide e Alessandra, che curano gli interessi di Mr. Wu in Italia, abbiamo passato una serata indimenticabile con l’ottima cucina cilentana che al solito Matteo e i suoi propongono, bevendo il Timorasso di Claudio Mariotto e una bottiglia di Lacrima di Morro d’Alba Rosae, molto apprezzata, di CasalFarneto che mi ero portata appresso. Bere, mangiare e chiacchierare di arte e di vino tra i miei quadri, in questo interrato secentesco sotto via Po, mi fa sempre assai piacere. Ancor più quando la compagnia è di questo calibro.

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Il bollito come si fa a casa mia

Scaramella (che è più o meno la parte addominale del bovino), testina, pollo, salsiccette; patate, carote e zucchine; salsa verde, salse rosse, tartare, maionese, senape. E una buona bottiglia: Barolo riserva 2004 Fontanafredda. Nulla di meglio. Poi si può opinare su cosa manca: il punto è che quando si è in pochi in famiglia non è proprio possibile avere tutti i tagli che un Gran Bollito esige: Ma le carni di cui sopra, con le opportune salsine, bastano e avanzano.

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La Bhagavadgītā

«Quando la delusione mi fissa negli occhi e, tutto solo, non scorgo nemmeno un raggio di luce, io rivado alla Bhagavadgītā. Trovo un verso qui e uno verso là e immediatamente comincio a sorridere nel mezzo di tragedie soverchianti. Essa ci parla con una voce sovrana, serena, continua: la voce di un’intelligenza antica che in un’altra epoca e sotto un antico cielo seppe discutere e risolvere le questioni che ci travagliano».

Queste sono le parole di Herman Hesse: le faccio mie, in toto.

La Bhagavadgītā (letteralmente: Canto del Beato) è un poema di argomento religioso composto da circa 700 versi (śloka), diviso in 18 canti (adhyāya) e contenuto nel VI parvan(libri) dello sterminato (4 volte la Bibbia) poema epico Mahābhārata, il più grande ciclo di racconti dell’intera storia della letteratura mondiale, scritto dal mitico Vyāsa.

Di epoca incerta, ma senza dubbio con origini di racconti tramandati oralmente che si pongono molti secoli prima della nostra èra, la Bhagavadgītā rappresenta uno degli apici del pensiero filosofico (prima che religioso) indiano. È in buona sostanza la storia del principe Arjuna (uno dei fratelli  Pāṇḍava) che, illuminato da Krishna, deve affrontare in battaglia la stirpe usurpatrice dei Kurava. A fronte delle esitazioni del Principe, il Dio gli fa capire che egli deve agire, senza preoccuparsi di cosa accadrà: questo è il suo dovere. E l’azione – libera da ogni speculazione, desiderio, aspettativa – diventa il messaggio centrale del poema che presenta versi sublimi, diluiti in un contesto che discende direttamente dalla poesia e dalla sapienza dei Veda e delle Upaniṣad .

Questa edizione, tradotta e commentata da Raniero Gnoli, è della Economica Bur: la comprai oltre 10 anni fa quando l’India, causa mia figlia Geeta (che significa canto, nella trascrizione inglese in cui la “ī”, vocale lunga, viene scritta come due “e”), entrò inaspettata nella mia vita. E me la cambiò: dentro e fuori.

 

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HoReCa n. 61, il mio articolo su Beppe Caviola

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Intervista sui quotidiani del Gruppo QN a proposito del libro 101 Storie Maya.

Olga Mugnaini, giornalista fiorentina per i quotidiani del Gruppo QN (Giorno, Resto del Carlino e Nazione), mi ha intervistato venerdì 18 a Paestum a proposito del mio libro 101 Storie Maya che dovresti conoscere prima della fine del mondo. L’articolo è stato pubblicato sabato 19, il giorno della presentazione e è uscito contemporaneamente nelle edizioni nazionali dei quotidiani di Milano, Bologna e Firenze. E’ carino e mi piace, a parte il refuso “steli” supposto plurale di stele (che rimane tale e quale al singolare). La curiosità, piacevole, è che nel montaggio hanno pubblicato una fotografia che mi ero fatto con l’autoscatto della mia Leica sul lungomare di Paestum, al tramonto del giorno prima. Compare anche la solita Pietra del Sole che è azteca e non maya: ma questo è un dettaglio trascurabile.

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I miei vini e cibi di Capodanno 2012

Mi piace passare la fine dell’anno a casa mia con amici: quest’anno eravamo soltanto in quattro, essendo ormai i figli adulti. Camino acceso, sotto il murale del prigioniero maya (quest’anno in tema…) e tovagliato come si deve con la nostra storica, ormai, argenteria.Il menù che mettiamo insieme ogni anno è ideato secondo i nostri gusti e le preparazioni sono rigorosamente fatte in casa, evitando nel limite del possibile cibi esotici o eccessivamente costosi. I vini sono sempre di produttori amici, scelti con attenzione maniacale, così come i bicchieri. Quest’anno abbiamo aperto le danze con un rosé Champagne R. Blin & Fils (da Trigny, due passi a nord-ovest di Reims), neanche malvagio. Gli antipasti veri e propri – acciughe al verde e in salsa di pomodoro, vol au vent ripieni di insalata russa, salamino piccante calabrese e salame crudo piemontese (entrambi caserecci), olive ascolane, salmone in crosta – sono stati accompagnati anche dal delizioso Verdicchio Castelli di Jesi Il Coroncino 2009. Il primo, gnocchetti con ragout di mare, ha avuto come compagno il Cacc’e Mitte La Marchesa 2010. Per il cotechino in crosta con spinaci e le classiche lenticchie mignon, ho scomodato il  Bolgheri Camarcanda 2007. Per frutta e dessert, un ottimo Sartarelli Verdicchio dei Castelli di Jesi Passito 2007. Il brindisi al nuovo anno è stato consumato con un eccellente Fontanafredda Alta Langa Vigna Gatinera 2004. Che dio sia con noi!

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Recensioni libriblog.com e altri siti

http://libriblog.com/in-evidenza/101-storie-maya-che-dovresti-conoscere-prima-della-fine-del-mondo/

Questo sopra è un link che permette di acquistare il libro on-line ma che fornisce una buona recensione del mio libro. Qui sotto, invece, un altro link con varie offerte di siti diversi.

http://www.wikio.it/prodotto/reda-vincenzo-101-storie-maya-che-dovresti-conoscere-prima-della-fine-del-mondo-isbn-9788854133235-110876437,g.html

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I miei auguri per il 2012

Come ogni anno, ormai dal 1998, a ripetere un rito – a volte anche faticoso, ma che mi appartiene in esclusiva – ho scelto un Dolcetto, colore dei miei auguri. Quest’anno la scelta è caduta sul Barturot 2009 di Beppe Caviola: uno dei migliori da me bevuti e dunque usati. Ho finito di dipingere (come sempre di notte) i miei tradizionali 73 biglietti d’auguri tagliati a mano, dipinti e scritti sul retro con il mio inchiostro viola Mont Blanc e relativa penna stilografica: uno per uno, e tutto fatto a mano come non usa quasi più. Ma così io desidero e purtroppo ogni anno devo eliminare qualcuno per aggiungere qualcun altro; altrimenti, dovrei dipingere 2/300 biglietti e sarebbero troppi.

Il segno quest’anno è cinese: dopo simboli universali, indiani, egizi, ho scelto un carattere cinese che significa «buon auspicio» e credo si pronunci «Ji» (ma non ne sono certissimo). L’ho scelto perché è assai grafico e semplice; l’ho scelto perché, a seguire alcuni miei lavori che già sono a Shanghai, i primi giorni del 2012 sarò anch’io in Cina a dipingere con il vino e a conoscere una cultura che mi ha da sempre affascinato e di cui so poco.

In ogni caso: che il 2012 sia un anno prospero, in particolare per tutti i miei amici e per chi loro è caro.

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Torino 2011, the best

Alcune fotografie sintesi di quest’anno irripetibile.

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Warm wishes from Turin

Tante immagini da Torino 2011 (tra le quali anche la visita del Papa l’anno prima) per un anno indimenticabile: 150 anni festeggiati come meglio non si poteva con momenti che neanche nell’anno olimpico sono stati così straordinari (gli alpini, soprattutto).

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