Massimo Camia a Collisioni 2014: un omaggio personale

Un mio omaggio personale. Senza parole e senza didascalie: le mie parole le ho già scritte nell’articolo che si può leggere al link qui sotto. Grazie di cuore, Massimo. Per tutto, non soltanto per i tuoi piatti e per quel posto impareggiabile di suggestioni e d’incontri.

http://www.vincenzoreda.it/massimo-camia/

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Focus Storia Luglio 2014, Pedro de Alvarado

E’ in edicola, dal 18 luglio scorso, il numero 94 di Focus Storia, mensile per cui collaboro. Su questo numero, nel contesto di uno speciale dedicato alla conquista del Messico, si può leggere un corposo articolo che ho scritto con particolare interesse e che riguarda la figura, straordinaria quanto inquietante, di Pedro de Alvarado.

Gli aztechi (sarebbe meglio chiamarli “Mexica“) lo avevano soprannominato “Tonatiuh“: sole. Era alto, bello e biondo. Fu, senza dubbio alcuno, il più feroce tra i conquistador spagnoli, con una vicenda personale per davvero straordinaria.

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Cartoline da Barolo, durante Collisioni 2014

Luci insolite dovute a un tempo mutevole e capriccioso. Ma quando si verificano queste strane situazioni meteorologiche, soprattutto nel tardo pomeriggio, i paesaggi si animano di colori e sfumature e voci e profumi che sanno di sogno. E anche il panorama più scontato, più retorico, più fotografato diventa uno spettacolo dal fascino insolito. E poi siamo a Barolo, durante Collisioni….mica poco!!

Salute.

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Soriano nel Cimino, jazz e vino: musica e pittura

http://www.comune.sorianonelcimino.vt.it/

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I Vini di Collisioni 2014, by Made in Piedmont

Ecco, qui sotto le pagine dell’opuscolo pubblicitario di Collisioni in cui sono riportate le Aziende  cui Vini che si potranno gustare (e per certo apprezzare) a Barolo durante Collisioni 2014 (18/21 luglio)
Dunque, salute!

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Made in Piedmont a Collisioni 2014

Mip_new4BEVIAMO VINO è l’head-line che l’Associazione Made in Piedmont ha scelto per comunicare in maniera semplice e sintetica la decisione di sposare l’evento Collisioni 2014, che avrà luogo in Barolo dal 18 al 21 luglio prossimi.

Made in Piedmont è nata nel 2010 dall’associazione di 52 aziende piemontesi d’eccellenza produttrici di vino: oggi sono diventate 83 e diffondere la cultura del vino di qualità in Italia e nel mondo ne costituisce la mission.

La scelta di appoggiare un evento come Collisioni, giunto con crescente successo alla sua sesta edizione, significa rafforzare, in un contesto di grande interesse culturale a carattere internazionale, lo scopo per cui Made in Piedmont è nata.4 E allo stesso tempo contribuire a incoraggiare un evento che privilegia la presenza sul territorio, e si tratta di Barolo (!), di fruitori il cui numero e la cui grande diversificazione costituisce un fatto di indubbio interesse.

Made in Piedmont, in stretta collaborazione con lo staff di Collisioni, metterà a punto una serie di iniziative di particolare novità e rilevanza e cercherà di veicolare le comunicazioni relative dando priorità, visto il target, soprattutto ai social network.

 

Ufficio Stampa: Vincenzo Reda  redavincenzo@libero.it

Cell. 335 5358828

 

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Wine and food: programma Collisioni 2014

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Collisioni 2014 a Barolo

http://www.collisioni.it/it

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Collisioni 2014 al Circolo dei Lettori di Torino

https://www.youtube.com/watch?v=xJC539151hE&feature=youtu.be

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Quartetto Messengers-PiemonteJazz al Jazz Club di Torino

 

Fulvio Albano (tenore), Diego Borotti (tenore), Sergio Belcastro (tastiere) e Giorgio Diaferia (batteria): 2 luglio scorso al Jazz Club per una session per davvero ispirata. Grande jazz, di quello come si deve!

https://www.youtube.com/watch?v=goDHifsR0qc&feature=youtu.be

 

 

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Barolo & Co

Venerdì 27 luglio scorso, presso la bella sede dei Vignaioli Piemontesi – via Alba, 15 a CastagnitoGianluigi Biestro (Dir. Editoriale) e Giancarlo Montaldo hanno presentato il primo numero interamente curato dalla nuova squadra di collaboratori e impostato dalla nuova proprietà, nel senso comunque della tradizione di questa testata prestigiosa, fondata da Elio Archimede – a cui va sempre indirizzato un pensiero di particolare stima e simpatia – e giunta oggi al suo XXXII anno.

In sala, oltre a tutti, o quasi, i collaboratori anche personaggi di grande prestigio come Angelo Gaja e Massimo Martinelli (per certi versi anch’essi collaboratori).

La serata ha visto Claudio Rosso e il sottoscritto aggregarsi a una tavolata d’eccezione al ristorante del Belbo da Bardon di San Marzano Oliveto: G. Morino, F. Mussio, la siciliana Marilena Barbera e altri ancora. Chiaro, come dimostra la prateria di calici pieni e i pochi piatti vuoti, che di grande bevuta s’è trattato. E come altrimenti avrebbe potuto essere? A ogni modo, il ristorante è da frequentare con passione: è un gran bel posto in cui si mangia benissimo, si beve altrettanto bene e, soprattutto, ci si sente bene per davvero (ristorantedabardon@alice.it).

Fateci un salto e, se vi fa piacere, dite che vi mando io.

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Massimo Camia

E’ stato il mio vecchio amico Giovanni Leopardi a insegnarmi  che per capire un cuoco – chef è un termine che comincia a darmi sui nervi – bisogna stare con lui in cucina, e non soltanto. Su nel New England, tra Vermont e New Hampshire ho imparato a osservare un cuoco nel suo ambiente naturale. E poi a far spesa nelle fattorie bio lungo il Connecticut e poi ancora al Radisson di New Delhi e in quelle sterminate cucine indiane con immensi forni tandoori (che significa, appunto, forno…) a cuocere chapati per centinaia di ricchi hindi belli floridi e così tanto colorati.

A Giovanni, che oggi lavora a Baltimora, devo questa passione: stare in cucina con i cuochi e osservare la loro manualità, la precisione, le piccole ossessioni (ognuno di questi ne ha più di una!).

Di cuochi, dunque, ne ho conosciuti, osservati e fotografati tanti e alcuni tra quelli più bravi: a nessuno mai avevo sentito rivolgersi ai sottoposti, in cucina, con: “Per favore….”.
Di Massimo Camia, persona vera prima che grande cuoco, sono rimasto per davvero impressionato. Prima che dalle sue indiscutibili caratteristiche cucinarie, dal suo essere persona gentile, disponibile.

Gli ho richiesto delle preparazioni tradizionali, non tanto perché Massimo è considerato il meglio in questo genere di piatti, quanto perché di questi sono particolarmente appassionato e, soprattutto, intenditore: da come mi viene preparato e presentato un vitello tonnato o un piatto di tajarin capisco di quale livello è il cuoco. Inutile dire che i piatti che mi ha preparato Massimo sono stati più che eccellentI: gusti distinti, sapori combinati come si deve, preparazioni impeccabili, tocchi di genialità nel segno della semplicità. Raccomando l’agnello alla piastra (più che un’emozione) e il vitello tonnato rivisitato (la sua salsa tonnata è qualcosa di indescrivibile). Ma gli agnolotti del plin con il ripieno di vitello sono il meglio; così come le due fettine di fassona ripiene di insalata primavera e rifiniti con il tartufo nero estivo. E l’entrèe, e il pane, e i dolci…

 

Ma di tutte queste cose molti hanno parlato, io non aggiungo nulla di speciale se non la mia personale ammirazione e la raccomandazione, convinta, a frequentare (con calma e con tutti i sensi accesi) questo magnifico ristorante.

A me interessano le storie, e la storia di Massimo è un’altra bella storia. Nato a Dogliani – segno zodiacale della Vergine – e cresciuto a Monforte, mezzo monfortino (papà) e mezzo calabrese (mamma di Gioiosa Jonica, ma romana d’adozione). Alberghiero a Ceres, in giro per ristoranti di hotel, sempre in cucina. In proprio a 26 anni in quel di Mondovì e poi alla Locanda del Borgo Antico di Barolo dove prende la famigerata stella Michelin nel 2001. Intanto aveva conosciuto Luciana, che sposa nel 1989 e che gli regala Iacopo (oggi appena diplomato e fresco iscritto a Architettura a Torino) e Elisabetta che lo ha appena reso felice con la sua decisione di frequentare un istituto alberghiero dopo la licenza media – gli occhi di Massimo, quando racconta questa faccenda, sono gli specchi di un papà raggiante.

La famiglia Damilano era da molto tempo che lo tentava: finalmente, all’inizio del 2013, Massimo e Luciana capitolano e, dopo 7 mesi di lavori importanti, trasformano un angolo del capannone della sede Damilano in un ristorante accogliente e particolare. Inaugurano nel settembre del 2013, la posizione – lochescion è un rumore barbaro – è straordinaria: al primo piano dell’edificio (la strada sottostante è invisibile) le ampie finestre si aprono sui Cannubi e più in alto sui campanili di La Morra. Sono 40/50 coperti a cui se ne aggiungeranno altri 25 con una struttura coperta verso l’interno. In cucina si avvale di 6 collaboratori (con qualche ragazzo, anche straniero, a stage) e in sala c’è Luciana con  Francesco e un altro supporto.

Strepitosa la cantina, soprattutto di Barolo (ricarichi di particolare onestà) e Champagne. Non ho parlato di vini perché di Damilano ho ampiamente scritto (segnalo la sempre eccellente Barbera La Blu 2011) e il Cannubi di Scavino non ha bisogno di commenti.

Dunque, tutto ok? Sì, certo e con la considerazione che se si parla di stelle – a me piacciono soprattutto quelle dei cieli notturni – qui ne manca una.

Poi, qualche appunto lo avrei anche, ma c’entra poco con la cucina e il servizio. E  gli appunti i galantuomini se li comunicano in privato…..

http://www.locandanelborgo.com/index1.php

 

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Gian Piero Marrone, i vini

«Un paio di giorni fa un giornalista monegasco mi ha detto: “Raccontami in breve qualcosa sulla tua famiglia, sul tuo lavoro e su cosa significa essere donna nel mondo del vino”.

In breve…ma come posso essere breve quando io e le mie sorelle stiamo vivendo la nostra esistenza in un mondo prettamente maschile, quando stiamo affermando pian piano la nostra personalità e il nostro gusto tra i nostri colleghi e amici uomini?

Sono Denise Marrone, titolare con la mia famiglia dell’Azienda Agricola Gian Piero Marrone, una piccola cantina di La Morra, nel cuore dell’area di produzione del Barolo, e nessuno mi fa pesare il fatto di essere donna, né che l’azienda sia in mano a tre sorelle, ma non è sempre stato semplice…

Mia nonna si chiama Rita, oggi ha 86 anni e una grinta d’altri tempi. Io e lei abbiamo trascorso insieme le nostre estati da quando avevo 13 anni: queste erano le mie vacanze. Conosco dal di dentro tutte le fasi della vita di una vigna, perché lei me le ha spiegate, nei lunghissimi e caldissimi giorni che abbiamo passato insieme. Un lavoro pesante, che però gli uomini non facevano, perché impegnati in faccende più importanti, come i trattori, che mio papà mi ha insegnato a guidare.

Uomo di larghe vedute ancora oggi che ha 60 anni: è stato il primo a dire che non c’era nessuna differenza tra maschi e femmine. Ricordo le domeniche passate con lui a far legna nei nostri boschi, io sul trattore e lui a terra…e lo ricordo con orgoglio, perché facevo un lavoro che a nessuna ragazzina della mia età era permesso fare. con la mia caparbietà ho aperto le porte a mia sorella Serena, che oggi è l’anima delle vendite all’estero della nostra cantina; anche in mercati come il Giappone, dove il fatto che siamo tutte donne non è visto di buon occhio: il nostro importatore ha contrattato fino alla fine con lei, ma ha firmato il contratto con mio papà…

Ma chi di noi ha la vita meno semplice è mia sorella Valentina, l’enologa: il lavoro di produrre il vino è faticoso, pesante fisicamente, ma di enorme soddisfazione per lei, perché sono suoi i complimenti sulla qualità del vino.

Siamo una famiglia di donne: orgogliose di esserlo perché stiamo guadagnando il rispetto e la stima dei nostri colleghi maschi, e sempre più donne hanno ruoli di rilievo nelle cantine. Io ho una figlia femmina: spero che Martina vorrà portare avanti il nostro amore per la nostra Terra e le nostre tradizioni, per la nostra cultura contadina e il buon vino. Con tanta passione e quel tocco di sensibilità in più tipico di noi donne».

Dell’Azienda Gian Piero Marrone ho trattato con dovizia nell’articolo di cui al link qui sotto. A parte l’intervento qui riportato di Denise Marrone – che quell’articolo intende completare riportandone le parole interessanti scritte in prima persona – mi preme parlare, entrando nei meriti tecnici, di alcuni loro vini.

Non tratterò del magnifico Dolcetto d’Alba DOC che bene conosco e che arriva dalla zona che iddio ha benedetto per coltivare questo vitigno: Madonna di Como, due passi da Alba. Dolcetto di giusta gradazione (12,5%vol.), franco, di pronta beva ma complesso al naso e in bocca: certo fra i 5/6 migliori che abbia bevuto (e di Dolcetto ne ho bevuti proprio tanti e con tanti, visti i magnifici antociani, ci ho dipinto).

Se il Dolcetto è tra i vini miei prediletti, altrettanto non posso dire dell’Arneis che mi piace poco per davvero. Ne producono due etichette: ho assaggiato, come già scritto, il “Tre fie“, e anche qui devo dire che fra i 5/6 Arneis che ritengo degni di essere bevuti, questo forse è il migliore (o il meno peggio, come dovrei dire); con un certo “tocco” personale che ho ritrovato in tutti, proprio tutti i vini Marrone.

Dei tre vini di cui intendo invece scrivere, comincio dallo Chardonnay DOC “Memundis” 2011. Qui questo vitigno, buono per ogni clima e terreno, dimostra la sua estrema capacità di sapere interpretare al meglio il territorio e la tecnica di cantina. Ne producono 7.500 bottiglie (15,20 €, prezzo in cantina): è un gran bianco, invecchiato 15 mesi in barrique austriache di Klaus Pauscha (doghe piegate a vapore) in primo passaggio, dove avviene anche la fermentazione malo-lattica. Chardonnay complesso, di bel colore giallo, al naso meno floreale e più erbaceo dei soliti: poi, miele e fichi hanno il sopravvento sulla vaniglia. 13,5%vol. per un vino che in bocca è piacevole, lungo e con un bel finale amarognolo. Davvero eccellente per un vino che mi piacerebbe valutare in verticale, certo che troverei una bella evoluzione almeno fino ai 5/7 anni.

Altro gran vino è la Barbera d’Alba DOC Superiore 2009 “La Pantalera”. Non ripeto l’etimologia del nome, ma preciso che le uve da cui si spreme sono prodotte da vigne di quaranta anni (zona di Alba), e si sente. 14%vol., 6.000 bottiglie (16,10 €, in cantina) con passaggio di 12 mesi in barrique già usate per lo Chardonnay. Bel colore rosso rubino, naso fruttato, in bocca ha una rara eleganza e grande armonia: chiaro che il finale è lunghissimo con una nota quasi abboccata che si spegne in quel tipico, leggero amarognolo che è la firma di questo produttore.

E infine SAR (leggi come: Sua Altezza Reale) il Barolo DOCG “Pichemej” 2009. Cru Annunziata e, direi, fotografia di questa zona: colore tipico ma un po’ meno scarico dei cru classici di Barolo (Cannubi, Brunate, Sarmassa…); al naso meno pepe e più note balsamiche con grandi sentori di frutta rossa matura che comincia (con i terziari) a virare verso caffè e tabacco. In bocca i tannini sono ancora ben evidenti ma già di elegante armonia. Il finale è quello di un Barolo di rango. 14,5%vol., per 10.000 bottiglie (39,60 €, ben investiti nel farsi una gran coccola in degna compagnia…).

Che dire, per finire: salute!

Ps: dimentico sempre di ricordare che il logo Marrone fu creato anni fa da un signore che si chiama Giorgetto Giugiaro.

http://www.vincenzoreda.it/marrone/

http://www.agricolamarrone.com/getcontent.aspx?nID=39&l=it

 

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Fallegro: è qui la festa!

http://www.gagliardo.it/home.html

«La Festa dell’Allegria della Maison Gagliardo quest’anno celebra la 40° vendemmia della Favorita di casa, che al tempo portava in etichetta il nome ‘ Favorita Allegra’ e che poi divenne una sola parola: Fallegro.

Al tempo di uva Favorita non ce n’era praticamente più, la poca era coltivata sulle esposizioni minori, non adatte a varietà considerate più nobili, e si lasciava tutta la produzione sulla pianta, senza diradare, ed era tanta. Si otteneva quindi il risultato che è facile immaginare.

L’approccio di Gianni Gagliardo fu invece diverso, di totale rispetto e cura per questa varietà che già si ipotizzava essere un clone di Vermentino.

La prova scientifica a questa teoria venne negli anni successivi. Si trattava proprio di un sottotipo di Vermentino, uno dei più diffusi vitigni a bacca bianca del Mediterraneo e questo spiegava molte cose sul successo del Fallegro nel mondo. Non in ultimo si trattava dell’unico esempio di questo vitigno coltivato in un clima continentale, senza l’influenza del mare. Questo aspetto lo rendeva particolare, diverso, alternativo.

La diffusione di Favorita nei vigneti del Roero e sulle tavole di tutto il mondo oggi è anche merito di Gagliardo che ha caparbiamente svolto questo lavoro di recupero e di promozione.

Oggi Fallegro è l’ unico bianco prodotto dalla Famiglia Gagliardo, che continua ad investire sia in vigneto che in cantina per migliorarlo sempre. Esportato in 15 paesi del Mondo, oggi Fallegro continua a sorprendere e conquistare nuovi consumatori. Ogni estate la Festa dell’Allegria riceve ottocento persone a La Morra. Tante ne può contenere la terrazza panoramica dei Poderi Gianni Gagliardo, per festeggiarlo».

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Claudio Rosso: vini e aceto

Viene un giorno di fine dell’anno scorso in cui mi serve chiedere un favore a Stefano Gagliardo, mi consiglia di sentire la famiglia Rosso, che conosco di nome ma di cui non conosco i vini. Segue un appuntamento nella sede dell’Azienda Gigi Rosso, lungo la strada Alba-Barolo, ancora per pochi metri posta nel comune di Castiglione Falletto. Conosco Gigi, il patriarca, Claudio, enologo e Maurizio, l’intellettuale di famiglia (di cui ho già trattato su questo sito).

Nasce spontanea un’amicizia particolare, sia con Maurizio sia con Claudio; ma se di Maurizio e dei suoi libri ho ampiamente parlato, con Claudio ho maturato un debito.

Avendo finalmente potuto gustare il suo strepitoso aceto balsamico di moscato “Asì“, è in fine giunto il momento di sdebitarmi, e con grande piacere.

E comincio proprio dall’aceto che Claudio cura con amore speciale. Questo è un aceto balsamico prodotto da mosto di moscato secondo la tradizione emiliana dei passaggi successivi in botticelle di legni pregiati e invecchiato almeno 3 anni. Ne produce uno più tradizionale da vino Barolo, buono anche questo. Li si possono trovare distribuiti da Eataly e, garantisco, sono per davvero aceti eccellenti. Claudio li produce nei casolari posti in Serralunga, località Airone: è il cru più alto del Nebbiolo da Barolo e l’ultimo del disciplinare al confine con l’Alta Langa. Il Barolo Arione che Claudio qui produce è senza dubbio uno dei migliori da me conosciuti, nella tipologia elveziana (Barolo con più struttura, tannini e colore).

Il balsamico l’ho usato per condire un piatto tanto semplice quanto gustoso: alici in umido. Provare per credere, ma le alici devono essere freschissime e con quelle poche gocce di aceto il piatto diventa sublime.

Già che ci sono, parlo anche della Freisa ferma 2012 – che purtroppo non verrà più prodotta: tende a scomparire perché poco richiesta, un vero delitto. Vino secco, vinoso, piacevolissimo anche leggermente fresco che oggi non gode di stima particolare ed è un vero peccato. Molti produttori di Langa ormai tendono a non produrre più questo vino in favore di “roba” più modaiola e così si perde un vino ideale per accompagnare certi salumi, certi formaggi, certi antipasti tipici. E non soltanto: la Freisa può essere un vino a tutto pasto, di particolare piacevolezza e non impegnativo. Questo fa 13,5% vol., bel colore rosso rubino medio, note di frutta rossa non troppo invasive, in bocca è secco, vinoso, con un finale piacevolmente amaro.

Del rosato di Nebbiolo ho parlato in altre occasioni: è uno dei miei preferiti, pare ovvio. Il Nebbiolo 2011, dalle vigne di Altavilla (due passi a est di Alba, zona del Barbaresco) è un buon Nebbiolo più balsamico che speziato, 14% vol., colore più carico del normale. Al palato è un vino largo, quasi pastoso di buona piacevolezza e lungo finale. Prezzo assai conveniente, come tutta la produzione Gigi Rosso di cui Claudio, enologo proveniente dal prestigioso istituto albese, è padre amorevole. Tra le altre cose, ha scritto un bel libro, assai divulgativo e di buon successo, sulle tecniche del vino in vigna e in cantina.

http://www.gigirosso.com/getcontent.aspx?nID=52&l=it

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Casa Mad

Enoteca, winebar? No, qualcosa di diverso, d’altro: di più!

E’ un posto, più che un localino, incastonato dentro le mura barocche del Quadrilatero Romano di Torino, proprio dietro il Santuario della Consolata, in via Santa Chiara, 24/bis.

E’ una storia, più che un posto più che un localino.

La storia di Daniela – pittrice – e Antonio, architetto: una storia disponibile tutti i giorni dalle 18 in poi.

Se siete persone sensibili e curiose, andateci di corsa ma, appena arrivati, smettete di correre e respirate profondamente, con tutti i sensi.

Ecco l’articolo pubblicato su Barolo & Co di giugno:

«Via Santa Chiara è una via un poco strana: a un certo punto pare finire contro un muro secentesco e invece no! Bisogna attraversare la via delle Orfane e spostarsi a sinistra di pochi metri: la strada acciottolata ricomincia imperterrita e poco oltre ci si imbatte in un localino particolare. Sarà un’enoteca, forse un wine-bar?                                        

A dire il vero, qualcosa di diverso, d’altro: di più! È un posto, più che un localino, incastonato dentro le mura barocche del Quadrilatero Romano di Torino, proprio dietro il Santuario della Consolata, in via Santa Chiara, 24/bis. E si tratta di una storia, più che un posto e più che un localino. La storia di Daniela e Antonio: lei pittrice, stilista e già collaboratrice per diversi anni di Elio Fiorucci. Antonio, architetto con la passione della cucina e del buon bere. S’incontrano per caso alla fine del 2006 e, dopo quasi tre anni passati a cucinare per gli amici tutti i venerdì sera, aprono a sorpresa questo posticino incredibile nel novembre del 2009. Tre ambienti piccini, stipati di quadri, sculture, oggetti strani dentro cui i pochi tavoli – non più di una trentina di coperti – pare stiano a usurpare lo spazio. E invece no! Ai tavoli, dopo le 18, tutti i giorni della settimana, si alternano artisti, musicisti, persone sensibili e colte ma semplici e aperte che godono delle “mescite” – Antonio chiama così i suoi cocktail – delle “merende sinoire”, delle minestre e delle insalate più o meno vegetariane (d’inverno i salumi sono d’obbligo). Oltre a birra di qualità, CasaMad offre una quarantina di etichette di vini, soprattutto piemontesi e sardi. Si tratta di vini di piccoli produttori selezionati con cura: le scelta delle etichette sarde è un omaggio alle origini di Daniela, torinese di nascita ma di famiglia orgogliosamente, come si conviene, sarda. Inutile sottolineare l’atmosfera che qui si respira; e sforzo vano tentare di descriverla: occorre andarci. E di corsa, per smettere di correre appena arrivati e allertare i sensi, con calma. 

CasaMad                                                                                                                       

Via Santa Chiara, 24/bis – Torino                                                                                     

Tel. 335 529488

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About Piedmont in Unesco World Heritage Sites

Ricordo assai bene quel 18 maggio 2012 a La Morra: ero in compagnia di Angelo Gaja – che fece uno dei suoi proverbiali interventi incisivi - per assistere a questo convegno, durante il quale alcuni architetti del territorio fornivano suggerimenti per riformulare la domanda di ammissione dei paesaggi vitivincoli piemontesi all’elenco dell’Unesco World Heritage Sites. Avevano appena comunicato che la precedente domanda era stata ritenuta non completamente valida.

In buona sostanza: ci avevano rimandati.

Il tempo è trascorso non invano e, alla buon’ora, da oggi siamo a pieno titolo, con non dissimulato orgoglio, parte di questa sorta di diadema di gioielli mondiali.

Ora, a proposito di questa bella faccenda, propongo un bel brindisi a modo mio (il fiocco rosa del Giro d’Italia in Barolo, a maggio 2014) e una considerazione.
Al di là di tutte le vuote parole di circostanza che sentiremo e leggeremo, quest’atto – che è sostanzialmente formale ma che può innescare virtuosi meccanismi di prospettiva – deve semplicemente rappresentare un punto d’inizio e un pungolo che serva a lavorare sempre meglio, a imparare a comunicare verso il Mondo, a imparare ad accogliere sempre più persone (non semplici turisti, di quelli non c’è bisogno) a cui, oltre al resto, saper anche raccontare le Storie importanti delle nostre Terre, dei nostri Prodotti, della nostra Gente.
Salute, amici miei.

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Landscapes of Langa, Unesco World Heritage Site

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Moscato e moscato e moscato, by GoWine

Sensazionale un Moscato di Siracusa (Fausta Mansio 2009, un portento) tra i migliori mai bevuti, ma anche Aulos 2008 e 2011 di Blundo Gaetano mica scherza.

Eccellenti i Moscato di Scanzo Gocce di Sole 2012 di Caminella, Magri 2011 e Fegioja 2008.

Graditi, di Bera, l’Alta Langa Metodo Classico 2007 (70% Chardonnay, 30% Pinot Noir) e il Moscato d’Asti, quest’ultimo tra i migliori (ma lo sapevo di già).

La vera sorpresa, però, è stata un Metodo Classico da Erbaluce 100% di La Masera: per davvero di grande interesse; sarà importante seguirne le successive evoluzioni rispetto a questo sui lieviti per 18 mesi.

Per concludere: è sempre interessante quest’incontro annuale promosso da GoWine al Principi di Piemonte.

Salute.

http://www.vincenzoreda.it/gowine-moscato-wine-festival/

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Eugenio Montale…e il vino

Nacque a Genova, bilancia, il 12 ottobre 1896 e se ne andò a Milano il 12 settembre 1981. Ragioniere, autodidatta, le lauree le ricevette onoris causa. Per campare fece il redattore e poi il giornalista, per lunghi anni al Corriere della Sera. Era un poeta, forse il più grande italiano del secolo scorso: a lui il Nobel nel 1975, con assai più merito di altri nostri premiati per la Letteratura, prima e dopo di lui. Ebbe il merito di scrivere pochissimo, il primo suo libro fu Ossi di seppia pubblicato nel 1925.

Questi versi sono tratti da Xenia, del 1966, poi pubblicati nel 1971 con la raccolta Satura.I versi di Xenia sono dedicati alla moglie Drusilla Tanzi, deceduta qualche anno prima.

 

Da Xenia II

6

Il vinattiere ti versava un poco

d’Inferno. E tu, atterrita: « Devo berlo? Non basta

esserci stati dentro a fuoco lento?».

 

10

Dopo lunghe ricerche

ti trovai in un bar dell’Avenida

da Libertade; non sapevi un’acca

di portoghese o meglio una parola

sola: Madeira. E venne il bicchierino

con un contorno di aragostine.

 

Le sera fui paragonato ai massimi

lusitani dai nomi impronunciabili

e al Carducci in aggiunta.

Per nulla impressionata io ti vedevo piangere

dal ridere nascosta in una folla

forse annoiata ma composta.

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Gianni Gagliardo: quando l’etichetta diventa arte concettuale

Il pomeriggio di giovedì 21 novembre 2013 mi sono recato a La Morra, nella cantina di Gianni Gagliardo per firmare (con lo stesso vino con il quale ho dipinto le etichette, e stessa bottiglia di Preve) uno a uno i 73 poster che portano stampate le 73 etichette che ho dipinto con il Barolo Preve 2007, in rilievo. Ognuna di queste etichette sarà attaccata sopra una bottiglia di quel Barolo portentoso e a ogni acquirente verrà dato in omaggio il relativo poster con lo stesso numero della bottiglia (entrambi numerati da 1 a 73): così che ogni possessore di bottiglia sarà partecipe di un lavoro artistico più globale che ha inteso unire l’uno con l’insieme, il singolo con la collettività, il micro con il macro. Il Brahman con l’Atman, secondo la concezione vedica e upanishadica hindu.

In nome del Vino. In nome del Barolo. E grazie alla sensibilità di un produttore fuori del comune.

http://www.vincenzoreda.it/etichette-dautore/

 

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Marrone

In una giornata dal caldo secco che morde con le mascelle di giaguaro scendo da La Morra verso la direttrice che unisce Alba a Barolo. Dopo qualche ripido tornante si trova un bivio: a sinistra si va verso Santa Maria e Serra dei Turchi, a destra s’imbocca la strada che porta in frazione Annunziata, nome che è garanzia di grandi vini.

Vado a incontrare Serena Marrone, nella sede di questa particolare azienda che poco, a dire il vero, conosco.

Si tratta di azienda dalle solide tradizioni di Langa, fondata dal bisnonno Pietro (proveniente da Madonna di Como, due passi da Alba e grande cru di Dolcetto): quasi 200.ooo bottiglie che finiscono per il 90% all’esportazione e per il resto vendute nell’accogliente cantina da poco rimessa a nuovo.

E’ Gian Piero oggi che guida questa realtà virata al femminile: mamma Giovanna con le figlie Denise (commerciale), Serena (amministrazione) e Valentina (enologa formatasi a Alba). C’è già una nipotina e un’altra – il progetto si chiamerà Sofia, attesa per la prossima vendemmia – è in lavorazione dentro il pancino di Serena (i migliori auspici, pare ovvio).

Avevo conosciuto qualche anno fa il Dolcetto (ottimo, un Dolcetto d’Alba di quelli che non sono stati concepiti per fare a cazzotti con le Barbera…), ma niente di più: oltretutto i prodotti della famiglia Marrone sono poco o punto recensiti e non sono, se non in qualche raro caso, distribuiti sul mercato nazionale.

Serena è stata assai cortese e disponile. E’ appassionata, pare giusto: come mi ha descritto l’origine del nome “Pantalera” (una specie di palla a pugno ridotta) per la loro Barbera mi ha fatto capire molto dei legami familiari.

In un ambiente da poco ristrutturato e assai piacevole (ordine e pulizia regnano sovrani) ho avuto modo di bere e valutare un Arneis (Tre Fie, appropriato…), un eccellente Chardonnay, l’insolito rosato di Dolcetto, la Barbera e il Barolo Pichemej 2009.

Non entro in dettagli che saranno oggetto di una più approfondita e successiva valutazione (che farò, come al solito, nella calma e nella rigogliosa solitudine di casa mia in cui l’unica distrazione è costituita dalle migliaia di volumi della mia biblioteca che mi controllano con malcelata severità): certo ho bevuto vini ottimi, alcuni eccellenti, che hanno tutti – proprio tutti! – la stessa firma. Fantastico e sorprendente.

Quando mi trovo a valutare questi vini, sono facile preda dell’entusiasmo e mi piace perfino l’Arneis!! Ne parlerò: ne berrò e ne parlerò con dovizia.

Considerazione finale: occorre ammettere che non sono poche le aziende, oggi e specialmente in Langa, che producono vini di livello medio alto e alto.

Avanti così, pare ovvio.

http://www.agricolamarrone.com/getcontent.aspx?nID=39&l=it

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Vincent Grosjean

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Eccellenti i vini di Vincent, forse mi è piaciuto di più il Fumin 2010 – c’è quel certo sentore di erbaceo che mi riporta un po’ al Cabernet Sauvignon di alcuni terroir  specifici – assai fruttato e di gran colore. Comunque niente male il Petit Arvine 2013, con la sua acidità e il suo bel retrogusto secco e asciutto che suggerisce accompagnamenti adeguati, non soltanto marini. 13% vol. di alcol per entrambi i vini.

Rimando alla scheda che Fabrizio Gallino ha compilato per il suo affidabilissimo Vino in Valle, riferimento ormai ineludibile.

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Ten Perdu by Didier Gerbelle

Tra i tanti vini che ho bevuti negli ultimi mesi, questo Fumin 2009 di Didier Gerbelle è per certo uno dei migliori, forse quello che mi ha di più stupito. Non è ancora in commercio (leggi sotto). Ho bevuto un vino di straordinaria complessità e eleganza con tutte le caratteristiche varietali in evidenza al naso e in bocca, malgrado(!) l’utilizzo – evidentemente al meglio possibile – dello strumento della barrique. Colore rosso rubino carico, ma meno di altri Fumin, senza alcuna sfumatura aranciata sebbene  l’età non sia freschissima, 13,5% vol. Al naso sentori primari  di frutta matura e confettura con secondari di caffè. In bocca tanta armonia, tannini dolci, bella acidità e un retrogusto leggermente amaro. Devo ribadire: magnifico, semplicemente.

Lascio la parola a Didier, giovanissimo fuoriclasse, se lo merita.

«Valle d’Aosta dop Fumin 2009 Ten Perdu

Trattasi di due vigneti siti nel comune di Aymavilles , uno nei pressi del vigneto La Tour (Les Cretes), l’altro ai piedi della collinetta. La superficie totale è di circa 0,2 Ha. A partire dal 2010 un nuovo vigneto di Fumin sito nel comune di Villeneuve concorrerà alla produzione di questo vino (tutti gli anni intendo produrre sulle 1000/1200 bottiglie). Il primo vigneto è stato impiantato nel 1995 (uno dei primi impianti di vigneto monovarietale Fumin) mentre l’altro nel 2002. In entrambi i casi il sesto d’impianto è di 170 cm tra le file e di 75 cm sulla fila. IL portinnesto usato kober 5bb nel primo e 110 R nel secondo. Entrambe le vigne sono caratterizzate da terreni molto sciolti e ricchi di scheletro.

La forma di allevamento è la controspalliera  (alta perché il Fumin spinge molto e in tal modo si può sfogare) con potatura a guyot. Il Fumin è poco fertile sulle gemme basali quindi predilige potature lunghe. Con un accurata scelta dei germogli si regolerà successivamente l’equilibrio della pianta. Il Fumin è un vitigno rustico, difficile da coltivare e molto sensibile alla colatura. È indispensabile gestire bene la cimatura per ridurre al massimo questo problema. Per quanto riguarda la difesa dalle crittogame effettuo due trattamenti con prodotti sistemici nei periodi più critici (a cavallo del fiore) dopodiché vado in copertura con rame e zolfo. Appena dopo la fioritura effettuo una leggera sfogliatura ed eventualmente dirado i grappoli di troppo. Le produzioni per ettaro di Fumin (nel mio caso) non superano i 75/80 quintali.

Il 2009 è stata la mia prima vinificazione. Si tratta di una sorta di esperimento seguendo i consigli di mio nonno (al quale dedico questo vino), mancato quasi un anno fa. La sua idea, legata a un detto di viticoltori storici di Aymavilles, era quella di vinificare un Fumin e di  affinarlo 5 anni prima di consumarlo . Mi diceva sempre : “Il Fumin va vendemmiato due anni prima per berlo 3 dopo” . Se si leggono poi i testi antichi di viticoltura in Valle, spesso si trova scritto che : “Il vino Fumin non è potabile prima dei tre anni”! Visto che secondo me i “vecchi” ci insegnano molto, mi sono cimentato.

Nel 2009 raccolsi circa 15 quintali di uva. La vendemmia è sempre molto tardiva (cerco di raccogliere dopo San Martino)  per ottenere la piena maturità fenolica. Una volta arrivata l’uva in cantina, diraspo pigio e vado in tino di legno per la fermentazione alcolica. Non inoculo lieviti e scaldo se necessario per avviare la FA. Effettuo rimontaggi durante  questa fase (2/3 al giorno). Terminata la FA non svino. Stecco la botte e lascio il tutto a macerare per altri 60 giorni. Nel mentre il vino effettua anche la malolattica. Svino nel mese di gennaio, lascio decantare il vino per 2/3 giorni e lo metto in barrique nelle quali aveva fermentato e sostato il Pinot grigio per alcuni mesi. Trattandosi della prima esperienza nel 2009 ho tenuto 500 lt. da affinare. L’altra partita di vino l’ho messa nel Peque-Na! Qualche travaso all’anno delle barrique e dopo 2 anni travaso il vino in un tonneau nuovo  da 500 l. Due ulteriori anni di affinamento e successivamente imbottigliamento senza ricorso a nessuna chiarifica e/o stabilizzazione.

L’uscita in commercio del Fumin è prevista per dicembre 2014.

Il prezzo in cantina al ristoratore è di 25 € (iva esclusa); al pubblico sui 35/40 €.».

 

 

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Bla bla … natural wine … bla bla.

Questo è un intervento importante. Lucido, condivisibile e ben scritto. Dunque credo sia giusto pubblicarlo sul mio sito.

«Sento la necessità di comunicare quanto segue a chi il Vino lo Ama, lo Scrive, lo Insegna … lo Vive.

uomo-di-lattaCome alcuni di voi sapranno, non mi è mai piaciuto presentare il nostro lavoro come “biologico” o “biodinamico”. Se sollecitato non posso che rispondere con verità e cioè che la nostra azienda agricola possiede la certificazione biologica e biodinamica, ma solo su specifica e insistente richiesta.

Preferisco sempre parlare di Agricoltura, di quel che facciamo, di Terroir, di Artigianalità.

Se parlo di biologico e biodinamico mi riferisco sempre al metodo agricolo e non all’aggettivo qualificativo del vino. Un vino è Vino, un vino buono è un Vino Buono, qualunque sia la tecnica con il quale sia stato prodotto. Solo successivamente deciderò se acquistare o meno un vino buono basandomi sulle regole morali ed etiche che mi sono dato.

Sempre più spesso, mi sta capitando di imbattermi in situazioni alquanto imbarazzanti: ho scoperto che in degustazioni informali ma anche ufficiali (con enologi, sommeliers, ristoratori, enotecari, giornalisti) si confonde la biodinamica con il biologico e cosa grave vengono presentate aziende non biodinamiche e non biologiche come tali.

Ora, dov’è che noi professionisti (produttori e tutti voi) stiamo sbagliando?

Ho amici – colleghi che praticano seriamente ed efficacemente un’Agricoltura biodinamica o biologica da anni pur non volendo sottostare alla “Certificazione legale”. Però non si presentano come produttori biodinamici o biologici. Non si vendono come produttori naturali.

Un produttore quando si propone come “biodinamico” oppure “biologico” (per essere naturale come minimo devi praticare il biologico) vuol dire che, oltre ad esserne fiero ed orgoglioso e dunque volerlo comunicare, vuole ottenere da questo vantaggi commerciali più che legittimi.

E se questo produttore non ha le dovute certificazioni?

E se questo produttore, senza le dovute certificazioni, non pratica neanche l’Agricoltura biologica o biodinamica?

E se questo produttore, pur non avendo le certificazioni e pur non essendosi presentato come un produttore biologico e biodinamico, viene presentato dai suoi intermediari come bio?

Ho ascoltato in prima persona produttori dichiararsi biodinamici solamente perché utilizzano il sovescio in vigna. Solo questo.

E se un professionista del mondo del vino (mi riferisco a sommeliers, ristoratori, enotecari, giornalisti) presenta, promuove, vende i vini di questo produttore che si proclama biologico o biodinamico senza averne le certificazioni e senza neanche praticare alcun metodo agricolo biologico o biodinamico?

Ripeto: sempre più spesso, mi sta capitando di imbattermi in situazioni alquanto imbarazzanti: ho scoperto che in degustazioni informali ma anche ufficiali (con enologi, sommelier, ristoratori, enotecari, giornalisti) si confonde la biodinamica con il biologico e cosa grave vengono presentate aziende non biodinamiche e non organiche come tali.

Ora, come possiamo noi professionisti (produttori e tutti voi) risolvere queste imbarazzanti situazioni?

La responsabilità di un produttore ma anche di un giornalista (o di un ristoratore o di un sommelier, di tutti i professionisti del vino in effetti) è immensa nei confronti di chi, con il proprio acquisto, ci dona fiducia, passione, tempo e sopratutto la possibilità di fare quello che stiamo facendo.

Noi abbiamo deciso di certificarci piuttosto tardi pur praticando l’Agricoltura biologica e biodinamica da diversi anni, perché ritenevo e ritengo ancora che non debba essere un terzo a garantire le mie parole, che non debba essere un terzo a garantire un lavoro mediante schede e registri da compilare. Un organismo terzo che ti certifica sulla carta senza aver mai praticato l’Agricoltura ed in tanti casi senza neanche avere un’adeguata conoscenza delle comuni pratiche agricole.

Però, in un mondo dove troppo spesso la presunta furbizia abbraccia la più mediocre disonestà, noi agricoltori che pratichiamo con tutte le nostre energie l’Agricoltura biologica o biodinamica e magari ne abbiamo fatto una scelta di Vita, noi stessi, abbiamo la responsabilità di dare una garanzia reale minima.

Ecco, questa responsabilità di noi produttori è più importante della scelta etica e morale di non certificarsi.

È piuttosto chiaro che il processo di certificazione non garantisca pienamente che il metodo biologico o biodinamico venga applicato con qualità. Ma oggi, qua, non si deve parlare di qualità. Non ancora. Oggi, qua, si deve cominciare a parlare con forza di garanzie, cioè di garantire che comunque le pratiche biologiche o biodinamiche vengano realmente eseguite.

In tanti, troppi, criticano i sistemi di certificazione, ma le critiche dall’esterno valgono davvero molto poco, mentre le critiche dall’interno, cioè le critiche fatte da chi è già certificato diventano critiche costruttive che possono migliorare i sistemi di certificazione, le procedure, la qualità stessa della certificazione e di conseguenza delle Aziende agricole certificate.

Ho cari amici produttori, che posso definire spiriti liberi, anarchici, che, per rispetto di questo meraviglioso mondo e delle persone che lo vivono, hanno accettato di certificare le proprie Aziende agricole e quindi il loro lavoro.

Mi auspico pertanto che sempre più colleghi accettino la certificazione e che sempre maggiori comunicatori del vino, apprendano a chiamare le cose col proprio nome, accertandosi del giusto e del vero.

Ringraziandovi per l’attenzione, Vi saluto cordialmente.

Alessandro Dettori

P.S. Gli elenchi delle aziende certificate bio e biodinamiche sono pubblici e pergiunta sul “webbe”.

ph fabio d’uffizi»

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