Una storia esemplare: Laccento Montalbera e il murale

Una storia esemplare. Il 4 maggio del 2010 dipinsi il murale del Caffè Elena con il Ruchè Laccento di Montalbera (il bellimbusto stravaccato che mi sta osservando è Franco Morando, titolare). Il murale fu fotografato migliaia di volte e pubblicato anche su L’Espresso. 3 anni più tardi cambiò la proprietà e venne inopinatamente cancellato, coperto con una bella mano di vernice. Mi arrabbiai tantissimo, ma nel frattempo il Ruchè di Montalbera era diventato un vino imbarazzante e quasi mi ero pentito di averlo usato per il mio murale.
Oggi sono felice che quel bel lavoro, eseguito con un vino modaiolo di un’azienda che non mi piace, non esiste più se non nei ricordi di una documentazione fotografica.

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Barolo Preve 2007 su legno per Gianni Gagliardo

Per i Gagliardo ho eseguito diversi lavori che si possono vedere su questo sito.

Tempo fa Piero Antonio Daviso, che cura il neg0zio Gianni Gagliardo in via Roma a Barolo, mi regalò lo stimolo per una bella idea nuova: dipingere con il vino i coperchi in pioppo delle cassette di sei bottiglie.

Ho dovuto faticare parecchio per ottenere questi risultati. Il vino semplice, anche concentrato, tende infatti a diluirsi a casaccio tra le fibre del legno e non mantiene il colore. Così, sfruttando l’esperienza del lavoro sui tini di calcestruzzo eseguito nel giugno 2015 per la Tenuta Mara nel riminese, ho messo a punto una miscela speciale (segretissima) che mi permettesse di raggiungere i risultati che desideravo. Anche la tecnica di pittura è abbastanza differente da tutte quelle che ho messo a punto per stendere il vino sulle altre superfici (carta, stoffa, scagliola, cristallo, cemento).

A questo punto sono pronto per realizzare, e saranno sempre su commissione, questo tipo di lavoro per le Cantine che me lo vorranno richiedere: mi pare una bella idea, sia per importatori sia per enoteche e ristoranti.

Vedremo come reagiranno i miei potenziali clienti.

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Painted with Chianti wine and my right foot (2006)

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Om, la preghiera universale, Mandukya Upanishad

Tra i simboli universali che mi ossessionano c’è la sillaba sacra Om. Ne ho elaborate molte opere: quella qui riprodotta è ora in India.

La Mandukya Upanishad appartiene all’Atharvaveda benché porti il nome d’una scuola rigvedica, ed è anch’essa tra le più recenti delle Upanishad antiche. Assai breve, la Mandukya Upanishad insiste singolarmente sull’identità tra l’Atman individuale e Brahman e studia la mistica equivalenza dell’assoluto con la sacra sillaba OM, nella quale tutto l’universo è compreso [...]

7. Si considera come quarto [modo di essere] quello che è privo di conoscenza delle cose interiori, privo di conoscenza delle cose esteriori, privo della conoscenza di entrambe. Esso non è costituito soltanto di conoscenza, non è conoscitore né non conoscitore. Esso è invisibile, inavvicinabile, inafferrabile, indefinibile, impensabile, indescrivibile, ha come caratteristica essenziale di dipendere soltanto da se stesso; in esso il mondo visibile si risolve, è serenità e benevolenza, è assolutamente non duale. Esso è l’Atman: esso deve essere conosciuto.

8. Per quel che riguarda i fonemi, questo Atman corrisponde alla sillaba OM, considerandone gli elementi costitutivi. Gli elementi costitutivi corrispondono ai modi di essere, e i modi di essere corrispondono agli elementi costitutivi, ossia ai suoni A U M.

9. Lo stato di veglia, vaishvanara, corrisponde alla lettera A, che è il primo elemento, per il fatto che ottiene (ap) [tutto], oppure per il fatto che è il primo (adi). In verità ottiene tutti i desideri e diventa il primo colui che così conosce.

10. Lo stato di sogno, taijasa, corrisponde alla lettera U, che è il secondo elemento, per il fatto di essere il più alto (utkarsha) [del precedente] o per il fatto di partecipare (ubhayatva) degli altri due [stati fra i quali si trova]. In verità colui che così conosce tiene alta la tradizione della conoscenza [nella sua famiglia], è indifferente [a gioie e dolori] e nella sua stirpe non nasce chi non conosca il Brahman.

11. Lo stato di sonno profondo, prajna, corrisponde alla lettera M, che è il terzo elemento, per il fatto che crea (miti) o che [in esso] si dissolve (apiti) [l'universo]. In verità colui che così conosce crea tutto questo universo e lo  riassorbe in sé.

12. Il quarto [stato] non corrisponde a un [singolo]  elemento, è inavvicinabile, in esso il mondo visibile si risolve, è benevolenza, è assolutamente non duale. Così la sillaba Om è in verità l’Atman [nei suoi quattro stati]. Colui che così conosce penetra nel sé [assoluto] con il sé [individuale].”

Nota: il testo è ripreso dal libro “Upanishad Vediche – a cura di Carlo della Casa”, TEA, prima edizione del 1988. Non riporto i complicati accenti che permettono la pronuncia corretta della trascrizione dal sanscrito: correttamente si dovrebbe scrivere Upanisad con un puntino sotto la lettera S, che significa pressapoco che quella lettera va pronunciata (molto pressapoco) come il nostro fonema SC o il fonema inglese SH.

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Pisco, altri lavori

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I colori del Pisco, dedicati al Perù

I lavori sopra illustrati sono acquerelli diluiti con distillati, Grappa e Pisco. E’ una sperimentazione che vedrà soltanto poi l’uso del Pisco con soggetti ispirati alla cultura e alla storia del Perù. I distillati con cui uso i colori ad acqua sono più densi e asciugano più velocemente, dunque la tecnica è un poco diversa di quella “normale”. Questi sono in formato 35×50, i prossimi invece saranno 50×70, sempre su carte Fabriano o Archer.

Come al solito, i miei lavori hanno una struttura e una genesi concettuale: uso, come con il vino, soltanto distillati che conosco e che ho bevuto.

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Cucina Nikkei al Made in Perù di Torino

Ristorante Made in Perù – Via Germanasca, 32/B – 10138 TORINO – Tel. 011 2074536/392 5386626  www.ristorantemadeinperu.com

Grazie a Gloria Carpinelli ho incontrato Miguel Bustinza e Patricia Trujillo Villar che nel loro ristorante Vale un Perù mi hanno fatto conoscere la magnifica cucina peruviana, di cui ho ampiamente trattato sia sul mio web site sia su Barolo & Co sia sui social. Poi ho avuta la buona ventura di gustare i piatti a base di Quinoa e di Tarwi (il lupino andino) preparati da Alfonso Perret, grande tra i cuochi peruviani.
Ora sono entrato in contatto con la cucina peruviana nei suoi risvolti più tradizionali e, grazie a Milagros Mayer (Paola), ho conosciuto e apprezzato (devo ammettere: con emozione) un piatto sensazionale: il Tiradito.
Figlio della tradizione Nikkei, fusion nippo-peruviana: oggi figura nella top ten dei food trend, il cui massimo esponente è lo chef Mitsuharu Tsumura, nato in Perù ma di origini giapponesi, con il suol Maido di Lima, uno dei 50 ristoranti più apprezzati dell’America Latina. La cucina Nikkei ha conquistato l’Occidente anche grazie al prezioso contributo di Gaston Acurio, di Astrid y Gastòn e Ferran Adrià: quest’ultimo, insieme al fratello Adrian, ha aperto a Barcellona un ristorante dedicato  alla cucina nippo-peruviana. Si chiama Pakta e ormai è diventata meta irrinunciabile dei gourmet di tutto il mondo. Lo chef catalano, maestro sempre all’avanguardia cucinaria, ha immediatamente compreso il valore di questa contaminazione cucinaria. Il Tiradito è un piatto invero assai semplice:  è composto da fettine sottili di ricciola marinate nel succo di lime e condite con coriandolo, aglio e zenzero, ai quali si aggiungono due salsine a base di ajì amarillo e rocoto. Il risultato è delizioso: equilibrio, eleganza, sapori distinti e sorprendenti: sono rimasto estasiato. Tutto il resto, ottimo (Chaufa, Causa e dolce di Lùcuma) e con sapori nei quali spiccano qualità di materia prima e abilità di preparazione.
Il ristorante di Paola e Ricardo Canales Cortez si chiama Made in Perù, via Germanasca angolo via Monginevro: da provare di corsa.

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PISCO PARTY 2017 – TORINO

COMUNICATO STAMPA

Il PISCO, patrimonio culturale del Perù è un’acquavite  dal gusto intenso e raffinato ottenuta dalla distillazione di mosto d’uva fermentato. In seguito alla straordinaria accoglienza dello scorso anno, tornerà protagonista a Torino, ospite dei  migliori bar e ristoranti della città.

TORINO PISCO PARTY 2017

L’evento di inaugurazione del TORINO PISCO PARTY è fissato presso il ristorante La Piazza dei Mestieri, il 27 aprile alle ore 18.00, con l’autorevole intervento del Console del Perú e di alcune autorità della città di Torino. Inoltre, saranno presenti numerosi e prestigiosi giornalisti e operatori del settore food & beverage.

Una manifestazione esclusiva e promettente, un’occasione speciale per scoprire e assaporare il Pisco, ovvero: più che un delizioso distillato, un simbolo, un emblema che identifica e unisce l’intero Popolo Peruviano.

Il Torino Pisco Party presenta, tra gli altri, uno dei cocktail protagonista indiscusso della mixology internazionale: il Pisco Sour, noto per la sua bontà, originalità e unicità, viene considerato dall’International  Bartender Association come: cocktail della nuova era.

L’Evento prevede che tutti i locali torinesi coinvolti proporranno cocktail a base di Pisco, inserendoli nel proprio menu durante l’intero mese di maggio

Inoltre, saranno realizzati singoli eventi Pisco Party presso molti dei locali nei quali si effettuerà una breve conferenza sul Pisco e uno show mixing dove si sveleranno i segreti di preparazione del Pisco Sour.

A seguire, saranno offerti al pubblico presente finger food della cucina peruviana e Pisco Sour.

 

Di seguito l’elenco dei locali dove poter degustare i cocktail a base di pisco

Ristorante La Piazza – via J. Durandi, 13

Ristorante La Rustica – via Osasco , 30/a

Cafè París – via Garibaldi, 59/F

Bar Cavour – piazza Carignano, 2

Km 5 – via S. Domenico, 14

Biberón – via Silvio Pellico, 2f

Smile Tree Cocktail Bar – piazza Consolata, 9

Barz8 – corso Moncalieri, 5

Paperwall – piazza Gran Madre 10

Cèntral Cocktail Bar – via Luigi Des  Ambrois 3

 

IL PISCO

Il Pisco, Denominazione di Origine Controllata e Protetta riconosciuta dalla UE nel 2013 come prodotto originario del Perù,  è un’acquavite dal gusto intenso e raffinato ottenuta dalla distillazione di mosto d’uva fermentato.

La produzione prevede l’utilizzo dei processi tradizionali, ormai in uso da circa quattro secoli.

Si tutela e si valorizza l’autenticità del prodotto e si controllano i requisiti organolettici di qualità, selezionando soltanto alcune varietà di uva, denominata Pisquera, che proviene da zone strategiche di produzione, riconosciute dal marchio d’origine: aree enologiche delle valli intorno a Lima e dalle coste del sud, nelle regioni di Ica, Arequipa, Moquegua e Tacna.

PROGRAMMA

Gloria Carpinelli D’Onofrio: promotrice della gastronomia peruviana e del pisco, autrice del libro Il Fiore della Cannella, sapori, profumi, gusti e colori della cucina peruviana, apre l’evento spiegandone significato e importanza.

Vincenzo Reda: scrittore artista, storico , esperto enologo, introduce il Perù e presenta  in anteprima i suoi acquarelli dipinti con pisco e peperoncino peruviano, creati in esclusiva per questa particolare occasione di promozione del Pisco.

Federico Solari Recavarren:  peruviano, esperto conoscitore del Pisco e rappresentante europeo del Comité Vitivinicola della SNI -  Sociedad Nacional de Industrias e Consorzio Nazionale del Pisco – introdurrà la storia, i luoghi di coltivazione e i vitigni; ne approfondirà gli aspetti di produzione e condurrà la degustazione del Pisco, al fine di analizzare e classificare le sue diverse qualità.

Luca Granero: International Bartender, Bar Manager del Hasu Sushi Lounge Bar di Alba, guiderà la degustazione dei più celebri cocktail a base di Pisco, raccontando storie e aneddoti  e, insieme a Federico Solari, dalla work-station preparerà i cocktail e guiderà il pubblico nella degustazione del Pisco Sour.

Roxana Rondan: imprenditrice, presidente dell’associazione Gastronomica Peruviana (AGAPE). Titolare del ristorante La Rustica,  presenta  il  piatto bandiera peruviano: il cebiche, con preparazione in diretta e relativa degustazione .

Infine, saranno offerti finger food  di alcuni piatti tipici della  cucina peruviana preparati a cura del ristorante La Rustica.

All’evento si accede esclusivamente su invito riservato a un numero limitato di persone.

CENA PERUVIANA

Dopo l’inaugurazione del 27 aprile, si potrà gustare un menù peruviano curato dallo chef Maurizio Camilli con la consulenza di Gloria Carpinelli D’Onofrio, presso il Ristorante La Piazza dei Mestieri.

Antipasto: CAUSA DE ATÚN, sformato di patate condito con ají amarillo (peperoncino giallo peruviano) e limone   ripieno  di tonno, avocado, uova sode, maionese e salsina cipolle rosse leggermente piccante. PULPO AL OLIVO, polpo tenero tagliato a rondelle insaporito   con maionese alle olive nere “de botija “. YUCAS A LA HUANCAINA, bastoncini di manioca fritti con salsa di ají amarillo e formaggio fresco

Primo

ARROZ CHAUFA MIXTO

Riso fritto dal gusto orientale con carne, gamberi e verdure, un pizzico di zenzero fresco una tradizione peruviana dalle origini cinesi

Secondo

AJÍ DE GALLINA

Pietanza peruviana per eccellenza,  una ricetta particolare che mescola il pollo insaporito in un soffritto di aglio e ají amarillo con l’aggiunta di noci, crema e parmigiano.

Dolce

Cheesecake al frutto della passione amazzonico

Vini, bevande e caffè compresi: 30 €

Prenotazioni: 011.197.09.679 349.003.14.60

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Gao Xingjian: La Montagna dell’Anima

Nel mausoleo di Yu non c’è più nulla di autentico, tranne una stele di fronte alla sala principale del tempio incisa con caratteri simili a girini che gli studiosi non sono riusciti a decifrare. La osservo da ogni lato, mi spremo le meningi e di colpo m’illumino. Scopro che può essere letta così:

 Costala storia è un enigma

oppure: la storia è menzogna

o: la storia è balordaggine

o anche: la storia è profezia

o ancora: la storia è un frutto amaro

e ancora: la storia ha un suono metallico come il ferro

e può anche essere letta come: la storia è una polpetta di farina

oppure: la storia è un lenzuolo intorno ai cadaveri

o spingendosi oltre può essere letta come: la storia è un fantasma che bussa alla parete

oppure allo stesso modo: la storia è antichità

e anche: la storia è raziocinio

e pure: la storia è esperienza

e ancora: la storia è dimostrazione

fino a: la storia è un vassoio di perle sparse

e pure fino a: la storia è concatenazione di cause ed effetti

o: la storia è metaforaCosta 1

oppure:la storia è stato mentale

e infine: la storia è storia

e: la storia non è niente

e anche: la storia è un sospiro

ah, la storia, la storia, la storia, la storia.

In realtà la storia può essere letta come ti pare.

Questa sì che è una scoperta importante!

…..

Una notte, sul battello ormeggiato a Wanxian, mentre guardavo le luci a riva, il capitano in seconda era venuto sul ponte a fumare e a chiacchierare con me, e mi aveva raccontato la terribile carneficina cui aveva assistito, nascosto nella cabina di comando, durante la Rivoluzione Culturale. Carneficina di uomini, non di pesci. A gruppi di tre, con i polsi legati insieme con un filo di ferro, furono spinti in acqua a colpi di mitragliatrice. Era sufficiente centrarne uno perché finissero tutti e tre in acqua. Si dibattevano per un po’ come pesci presi all’amo, poi la corrente li trascinava via come cani morti. È strano, gli uomini più li ammazzi e più aumentano, mentre i pesci più li peschi e più diminuiscono. Certo sarebbe meglio il contrario.

Hanno una cosa in comune, uomini e pesci: sono scomparsi sia i grandi uomini sia i grossi pesci. È chiaro che questo mondo non è fatto per loro”.

Queste qui sopra due citazione dal libro “La Montagna dell’Anima” di Gao Xingjian.

Scritto tra Cina e Francia in sette anni (1982/1989) e pubblicato nel 1990 a Taiwan, è proibito in Cina. In Italia è stato pubblicato nel 2002. Ho appena finito di leggerlo: 640 pagine straordinarie per un’opera letteraria impossibile da definire e, senza alcun dubbio, fra le più complesse, difficili, appassionanti da me mai lette. Mi ha lasciato come una sorta di vertigine, uno sconvolgimento, uno stato di stordimento.

Difficile da consigliare: una lettura così può essere apprezzata appieno soltanto da addetti ai lavori che hanno dimestichezza con letterature altre che le nostre.

Senza fiato, per davvero.

Ho letto l’edizione Bur, che costa 10.80 € per 640 pp. e discreta (non splendida) traduzione di Mirella  Fratamico e ottima introduzione a cura di Alessandra C. Lavagnino.

http://www.vincenzoreda.it/la-dedica-di-un-premio-nobel-gao-xingjian/

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La dedica di un Premio Nobel: Gao Xingjian

Me lo ha portato da Parigi il mio amico Beppe: con dedica personale. Non capita spesso di avere un libro con dedica da parte di un Premio Nobel. Un regalo magnifico che mi impegna a conoscere meglio questo straordinario artista e uomo di cultura cinese.

Nato a Ganzhou il 4 gennaio 1940, Gao Xingjian è in esilio a Parigi dal 1987; è stato insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 2000, primo cinese.

Ha viaggiato in Italia: è narratore, drammaturgo, poeta, critico letterario, pittore e regista. Un artista  a tutto tondo, come quelli che piacciono a me. Il libro che mi ha dedicato è stato tradotto in Italia da Rizzoli nel 2002: La montagna dell’anima (1990). E’ un viaggio spirituale e reale alla ricerca del proprio Graal, poetico e lirico come è tipico della letteratura cinese alta.

Altre sue opere letterarie: Una canna da pesca per mio nonno (Racconti, Rizzoli 2001) e Il libro di un uomo solo (Romanzo, Rizzoli 2003). Ha inoltre scritto due pezzi assai importanti per il teatro: L’altra riva e La fuga.

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Tra i miei preferiti

Questi sono alcuni dei miei lavori preferiti. Due sono stati venduti, gli altri due sono ancora miei.

Coprono un arco di quasi 15 anni.

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La cucina futurista

Cuc. Fut.-1L’ho notato qualche mese fa esposto nella vetrina di una grande libreria antiquaria torinese. Sono entrato e ne ho chiesto il prezzo, sul serio intenzionato a acquistarlo: 1.500 €! Questa è la quotazione della prima edizione, Milano 1930 – editore Sonzogno, di questo volume esilarante di cui tanto e assai s’è parlato, in questo che è l’anno in cui ricorre il centenario della prima stesura del manifesto futurista di Marinetti.

L’edizione che sono riuscito a comprare è quella recente, in copia anastatica, di Viennepierre, molto bene introdotta da Pietro Frassica (docente alla Princeton University), e che costa molto più abbordabili 20 €.

Lo sciocco che legge questo volume dei due bellimbusti, Filippo Tommaso Marinetti e Luigi Colombo (Fillia), pensando di leggere un libro di cucina, sciocco si conferma.

Cuc. Tennis-1Non è un libro di cucina: questo volume è una esilarante sequenza di provocazioni, assurdità, ossimori, eresie, fantasticherie, barzellette, sogni, stravolgimenti che sono architettati nei dintorni di cibo e bevande. E’ una lettura strepitosa che necessita di approccio dialettico, storico, linguistico.

Non voglio dilungarmi oltre, cito soltanto la seconda parte del celebre Manifesto della cucina futurista, riportato nel libro ma pubblicato il 28 dicembre del 1930 su La Gazzetta del Popolo di Torino, città che ospitò, in via Vanchiglia, 2, la Taverna del Santopalato, inaugurata l’8 marzo del 1931 con il primo pranzo ufficiale futurista a base di: carneplastico, dolcelastico, aerovivanda, ultravirile, pollofiat e innaffiato con Vini Costa, Birra Metzger e Spumanti Cora. Ricordo, legato a Marinetti, il Sollazzo Gastrico di via Palazzo di Città che chiudeva nella stagione felice del Postino Cheval, alla fine degli anni settanta.

“Il pranzo perfetto esige:

1. Un’armonia originale della tavola (cristalleria vasellame addobbo) coi sapori e colori delle vivande.

2. L’originalità assoluta delle vivande.

Il Carneplastico. Esempio: Per preparare il Salmone dell’Alaska ai raggi del sole con salsa Marte, si prende un bel salmone dell’Alaska, lo si trancia e passa alla griglia con pepe e sale e olio buono finchè è bene dorato. Si aggiungono pomodori tagliati a metà preventivamente cotti sulla griglia con prezzemolo e aglio. Al momento di servirlo si posano sopra alle trancie dei filetti di acciuga intrecciati a dama. Su ogni trancia una rotellina di limone con capperi. La salsa sarà composta di acciughe, tuorli d’uova sode, basilico, olio d’oliva, un bicchierino di liquore italiano Aurum, e passata al setaccio. (Formula di Bulgheroni, primo cuoco della Penna d’Oca). Esempio: Per preparare la Beccaccia al Monterosa salsa Venere, prendete una bella beccaccia, pulitela, copritene lo stomaco con delle fette di prosciutto e lardo, mettetela in casseruola con burro, sale, pepe, ginepro, cuocetela in un forno molto caldo per quindici minuti innaffiandola di cognac. Appena tolta dalla casseruola posatela sopra un crostone di pane quadrato inzuppato di rhum e cognac e copritela con una pasta sfogliata. Rimettetela poi nel forno finchè la pasta è ben cotta. Servitela con questa salsa: un mezzo bicchiere di marsala e vino bianco, quattro cucchiai di mirtilli, della buccia di arancio tagliuzzata, il tutto bollito per 10 minuti. Ponete la salsa nella salsiera e servitela molto calda. (Formula di Bulgheroni, primo cuoco della Penna d’Oca).

3) L’invenzione di complessi plastici saporiti, la cui armonia originale di forma e colore nutra gli occhi ed ecciti la fantasia prima di tentare le labbra.

Esempio: Il Carneplastico creato dal pittore futurista Fillìa, interpretazione sintetica dei paesaggi italiani, è composto di una grande polpetta cilindrica di carne di vitello arrostita ripiena di undici qualità diverse di verdure cotte. Questo cilindro disposto verticalmente nel centro del piatto, è coronato da uno spessore di miele e sostenuto alla base da un anello di salsiccia che poggia su tre sfere, dorate di carne di pollo. Equatore + Polo Nord. Esempio: Il complesso plastico mangiabile Equatore + Polo Nord creato dal pittore futurista Enrico Prampolini è composto da un mare equatoriale di tuorli rossi d’uova all’ostrica con pepe sale limone. Nel centro emerge un cono di chiaro d’uovo montato e solidificato pieno di spicchi d’arancio come succose sezioni di sole. La cima del cono sarà tempestata di pezzi di tartufo nero tagliati in forma di aeroplani negri alla conquista dello zenit. Questi complessi plastici saporiti colorati profumati e tattili formeranno perfetti pranzi simultanei.

4) L’abolizione della forchetta e del coltello per i complessi plastici che possono dare un piacere tattile prelabiale.

5) L’uso dell’arte dei profumi per favorire la degustazione. Ogni vivanda (deve essere preceduta da un profumo che verrà cancellato dalla tavola mediante ventilatori.

6) L’uso della musica limitato negli intervalli tra vivanda e vivanda perchè non distragga la sensibilità della lingua e del palato e serva ad annientare il sapore goduto ristabilendo una verginità degustativa.

7) L’abolizione dell’eloquenza e della Politica a tavola.

8) L’uso dosato della poesia e della musica come ingredienti improvvisi per accendere con la loro intensità sensuale i sapori di una data vivanda.

9) La presentazione rapida tra vivanda e vivanda, sotto le nari e gli occhi dei convitati, di alcune vivande che essi mangeranno e di altre che essi non mangeranno, per favorire la curiosità, la sorpresa e la fantasia.

10) La creazione dei bocconi simultanei e cangianti che contengano dieci, venti sapori da gustare in pochi attimi. Questi bocconi avranno nella cucina futurista la funzione analogica immensificante che le immagini hanno nella letteratura. Un dato boccone potrà riassumere una intera zona di vita, lo svolgersi di una passione amorosa o un intero viaggio nell’Estremo Oriente.

11) Una dotazione di strumenti scientifici in cucina: ozonizzatori che diano il profumo dell’ozono a liquidi e a vivande, lampade per emissione di raggi ultravioletti (poichè molte sostanze alimentari irradiate con raggi ultravioletti acquistano proprietà attive, diventano più assimilabili, impediscono il rachitismo nei bimbi, ecc.), elettrolizzatori per scomporre succhi estratti ecc. in modo da ottenere da un prodotto noto un nuovo prodotto con nuove proprietà, mulini colloidali per rendere possibile la polverizzazione di farine, frutta secca, droghe, ecc., apparecchi di distillazione a pressione ordinaria e nel vuoto, autoclavi centrifughe, dializzatori. L’uso di questi apparecchi dovrà essere scientifico, evitando p. es. l’errore di far cuocere le vivande in pentole a pressione di vapore, il che provoca la distruzione di sostanze attive (vitamine, ecc.) a causa delle alte temperature. Gli indicatori chimici renderanno conto dell’acidità e della basicità degli intingoli e serviranno a correggere eventuali errori: manca di sale, troppo aceto, troppo pepe, troppo dolce.”

Altro che Ferran Adrià: ma questi erano Artisti veri!

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Amin Maalouf, Un mondo senza regole

Senza titolo-1Ho appena finito di leggere questo saggio dell’autore libanese: costituisce una riflessione, direi da una prospettiva privilegiata, sul momento sociale, politico, economico che stiamo vivendo. Riflessione sullo scontro che è in atto tra Occidente e paesi di cultura islamica, ma anche tra Occidente e tutti gli altri paesi.

L’autore vive in Francia da molti anni, è certo una persona equidistante e sopra le parti: con questo lavoro egli fornisce una analisi attenta, lucida, basata su precise motivazioni storiche che troppe volte dimentichiamo o addirittura non conosciamo.

Una lettura che consiglio a tutti quelli che hanno l’ansia, la necessità, la cultura di capire il momento storico cruciale che stiamo vivendo. E chi sta nel ricco Occidente in piena decadenza, più di tutti gli altri.

Non c’è alcun dubbio che questa impasse storica del mondo musulmano sia uno dei sintomi più palesi della regressione verso cui sta dirigendosi l’intera umanità, con gli occhi bendati. E’ colpa degli arabi, dei musulmani, e del modo in cui vivono la loro religione? In parte sì. Non è ugualmente colpa degli occidentali, e del modo in cui hanno gestito, per secoli, i loro rapporti con gli altri popoli? Sì, in parte. E negli ultimi decenni non c’è stata una responsabilità più specifica degli americani, come anche degli israeliani? Senza dubbio. Tutti questi protagonisti dovrebbero modificare radicalmente il loro comportamento se si vuole porre fine a una situazione che, partendo dalla piaga aperta rappresentata oggi dal Medio Oriente, comincia a fare incancrenire l’insieme del pianeta, minacciando di rimettere in discussione tutte le acquisizioni della nostra civiltà.

E’ questa una evidenza che suona come una pia speranza, ma non la si può scartare con un’alzata di spalle. E’ già troppo tardi per attuare un compromesso storico che prenda in considerazione al tempo stesso la tragedia del popolo ebraico, la tragedia del popolo palestinese, la tragedia del popolo musulmano, la tragedia dei cristiani d’Oriente, e anche l’impasse in cui si è smarrito l’Occidente?

Anche se l’orizzonte appare oscuro in questo inizio di secolo, bisogna ostinarsi a cercare qualche soluzione.”

Peccato che la traduzione lasci molto a desiderare, ma queste 300 pagine circa di Amin Maalouf (18,00 €, Saggi Bompiani) sono per davvero una lettura illuminante.

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Vincenzo Reda on japanese TV

https://vimeo.com/178164159

(se richiesta, password: vr )

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Ristorante Il Cascinalenuovo di Isola d’Asti (Piemonte)

http://www.walterferretto.com/

Il Cascinalenuovo l’ho inserito tra i locali di cui ho scritto nel mio libro sul tartufo. Il servizio lo realizzai a fine 2015 e Walter Ferretto mi preparò un magnifico filetto insaporito con salsa di Barbera, erbe e tartufo bianco. Mi ripromisi di rivisitarlo con calma. L’occasione è stata il 60° compleanno di mia moglie. Un poco nauseato da quella che sta diventando RETORICA di LANGA, per me ormai priva di sorprese e attrattive (fatti salvi quei 4/5 che stanno al di fuori dello scontato e del trito), ho scelto questo ristorante nel basso Monferrato che conosco da oltre vent’anni. E non ho sbagliato, come mi succede quasi sempre.
Assente Walter (lo sapevo) Roberto Ferretto, mio coetaneo che guarda caso compiva anch’egli i suoi anni proprio ieri, ci ha accolti da par suo: leggerezza, disincanto, mestiere e esperienza da vendere.

Allora parliamo di cibo, di piatti, di quel che INNANZITUTTO SI MANGIA…

Di scontato, ma qualità d’eccellenza, soltanto la battuta di piemontese. Io ho scelto i tacos di baccalà: semplicità geniale (sono ghiotto di baccalà e di cucina messicana). I primi: formidabili i tajarin alle erbe e indimenticabile il risotto verde con anguilla. Per i secondi, anatra per me (preparata in maniera impeccabile e senza arzigogoli strambi) e un polpo in cui mi ha sorpreso l’armonia della crema di melanzane (c’era anche la provola affumicata che io non mangio) invece che le solite patate.
                                                                                                                       Cucina inappuntabile, realizzata con passione, esperienza, mestiere. Priva di voli pindarici ma gustosa e a volte sorprendente. Per mangiare, da gustare innanzi tutto con il palato: gli occhi e le suggestioni vengono dopo, parecchio dopo.
                                                                                                                                                                                   A tavola, prima di tutto, si mangia. E, pur se importanti, le STELLE non si mangiano (come, ahimè, in tanti pensano)….

E ora parliamo di roba da bere.

Se per quanto riguarda il cibo sono uno abbastanza complicato, quando si parla di bere sono per davvero uno parecchio complicato (ma è questione di punti di vista).

Conosco Roberto Ferretto e sapevo benissimo in quali mani mi cacciavo: è riuscito a stupirmi e a soddisfare le miei manie di qualità rare, difficili da trovare, lontane dalla retorica di moda imperante e insopportabile.

Ho cominciato con un buon Arneis di Pescaja: gente professionalmente affidabile e con un prodotto, pur non eccelso, di qualità incontestabile. Poi mi ha portato una bottiglia di un Sauvignon monferrino ormai introvabile: 2010, una roba pazzesca che mi ha riportato a certi miei bianchi francesi di quando a Parigi ero di casa. Eccellente la Barbera d’Asti Superiore 2012 di Sciorio, piccolo produttore di Costigliole. L’apoteosi è stato il Moscato (2003!!!) di Marco Bianco: un’ossidazione leggera, corretta e gradevolissima che raccontare è francamente impossibile. Il finale: un cognac 1995 e, se pur io preferisca Single malt e rum, sono rimasto assai soddisfatto.
      Ho finito fumandomi il mio solito mezzo Garibaldi sul bordo della piscina.                                                                        Avanti Savoia!

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Sangiovese biodinamico Mara Mia 2014/2015

 

http://www.vincenzoreda.it/tenuta-mara-painting-in-the-cellar/

http://www.vincenzoreda.it/botti-concettuali-e-concetto-di-botti/

Venerdì 28 aprile scorso, onorati da uno splendido tramonto che illustrava la magia della Tenuta Mara sulle colline riminesi, Leonardo Pironi (enologo e padre del Sangiovese Mara Mia) e il sommelier Gennaro Buono hanno presentato le annate 2014 e 2015 del Mara Mia. È un vino che conosco bene assai e devo puntualizzare che il millesimo 2015 raggiunge una qualità organolettica di livello assoluto: la complessità e la persistenza ne sono le caratteristiche peculiari.

Un Grande Vino.                                                                                                                                                                                          Gustato ascoltando il suono meraviglioso di uno strepitoso pianoforte a coda lunga suonato da un pianista virtuoso, Marco Vitaliti, riminese classe 1991, formatosi al Conservatorio di Pesaro. Il pianoforte, oltre a essere uno strumento prodigioso, è anche un’opera d’arte unica con la sua insolita e affascinante tinta profondo blu: proprietà di Giordano Emendatori che, oltre al vino e all’arte, è un grande appassionato di musica.                                                                                                            Marco ha interpretato con gran tocco alcune composizioni di Brahms e di Chopin.                                                                           I ragazzi del catering Summertrade di Rimini hanno proposto tra gli altri un piatto sensazionale: trancio di ricciola marinato insaporito da ortaggi e verdure di stagione per accompagnare in maniera sorprendente questo rosso fenomenale.         Complimenti a tutti.

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Scrittura Maya, Maria Longhena

Ho letto e riletto questo libro di Maria Longhena e ne rimango sconcertato.

Sconcertato perché in un impianto generale ben documentato, qui e là sono seminate sviste clamorose che non sono accettabili da parte di un divulgatore serio e, a maggior ragione, da parte di chi si definisce studioso.

Yuriy Valentinovich Knorozov (o Knorosov, come scrive M. Coe, da anglofono), personaggio chiave nell’opera di decifrazione della scrittura maya, viene citato più volte come: Knorosof, che è una trascrizione senza senso. L’abate francese Charles Etienne Brasseur de Bourbourg viene citato come: Brasseur de Bouburg; e la grande Tatiana (Tania, per gli amici), anch’ella perde una vocale e da Proskouriakoff diventa Proskuriakoff….

Ma ci sono sviste ben più gravi. A pagina 102 si legge: «..una sorta di “anno zero” che per noi corrisponde al 2 agosto del 3114 (per alcuni 3113) a.C.»!!! Quasi tutti gli studiosi accettano l’11 agosto e alcuni (Coe e Schele, per esempio) insistono sul 13 agosto, non ritenendo attendibile la correzione di due giorni della correlazione GMT: il 2 agosto è un arbitrio senza senso della Longhena.

Mi limito a citarne ancora una. A pagina 164 si legge che Huitzilopochtli, divinità tribale degli aztechi, significa “Colibrì del sud” oppure “Colibrì sulla sinistra“. Orbene, bisogna precisare che le genti precolombiane si orientavano rivolgendo la faccia verso il sole nascente, dunque l’est era di fronte, l’ovest dietro, il nord a sinistra e a destra il sud. Huitzilopochtli significa, più o meno, “Colibrì di sinistra, che viene dalla sinistra”: ovvero, colibrì del nord!! E del nord perché dal nord i mexica (aztechi o tenochca) invasero l’atipiano messicano tra il XII e il XIII secolo.

Eliminate le molte sviste, il libro illustra abbastanza bene circa 200 glifi maya, tra quelli fondamentali. La scrittura è semplice e comprensibile; purtroppo, si fa spesso molta confusione tra usi, costumi e credenze delle diverse culture mesoamericane e, come non bastasse, ogni tanto  si trova qui e là un poco di Perù, che non guasta…

Che dire? Come lavoro divulgativo è tutto sommato poco organico e non molto fruibile; dal punto di vista scientifico, ci troviamo davanti a troppe imprecisioni e si ha l’impressione di trovarsi al confronto con un’autore che non soltanto non ha una preparazione specifica (almeno per quanto attiene all’epigrafia maya), ma ha svolto un lavoro non abbastanza accurato.

Il volume è una riedizione aggiornata (vista l’attualità) nel 2011 di Mondadori Arte di un libro edito nel 1998 da Mondadori. Costa 24 € (mal spesi se proprio non si è addentro alla materia) e si compone di 180 pagine  con una veste abbastanza pretenziosa (non brutta, comunque) e la solita carta patinata opaca a occhio di 135 gr. con stampa a due colori.

Per finire, e per la cronaca, Maria Longhena è quella bella figura di esperta che aveva sostenuto che la fine del mondo (l’ennesima, che noia!) sarebbe avvenuta lunedì 5 giugno 2012, sulle basi di sue ricerche….Mah.

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Pacal il Grande

http://www.vincenzoreda.it/101-storie-maya-che-dovresti-conoscere-a-prescindere-dalla-bufala-della-fine-del-mondo/

La lastra che ricopre il sarcofago di Pacal («scudo») il Grande è un monolito di 220×380 cm., pesa 5 tonnellate ed è interamente scolpito in bassorilievo.

Fu scoperta nel 1952 da Alberto Ruz Lhuillier, archeologo messicano di origini francesi, che non sapeva ancora chi fosse il sovrano di Palenque (nome spagnolo che significa «palizzata») che giaceva, coperto da una splendida maschera di giada, nel sarcofago sottostante, all’interno del Tempio delle Iscrizioni.

Occorsero decine di anni per decifrare le iscrizioni che narravano le gesta di questo grande personaggio nato nel 603 d.C. e morto a 80 anni, dopo 68 anni di regno.

Le immagini incise mostrano la complessa cosmogonia maya che simboleggia il passaggio dalla vita alla morte. Chissà cosa avrebbe pensato Pacal se avesse potuto prevedere che gli uomini del XX secolo ne avrebbero fatto l’archetipo di un astronauta: forse gli sarebbe piaciuto. In fondo, i Maya vivevano quasi in simbiosi con il cielo stellato e nei misteri delle luci del cosmo erano certi di decifrare precisi messaggi che gli dèi inviavano loro. Dèi crudeli che i sacrifici li richiedevano innanzi tutto agli uomini di rango più elevato. Erano, infatti, sovrani, dignitari e sacerdoti che si pungevano la lingua e il pene per offrire il loro sangue prezioso alle crudeli divinità. Presso i Maya i sacrifici si richiedevano innanzitutto ai potenti, forse consapevoli che i più umili e i più deboli i sacrifici già li compivano ogni giorno….

 

 

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Barolo & Co: Vigne e orti dentro la città

La suggestione per scrivere questo articolo mi era venuta leggendo sopra una cartina di Roma l’elenco alfabetico delle sue strade; avevo notato che c’era un’abbondanza di riferimenti a orti e vigne: Via degli Ortaggi, Orti d’Alibert, Orti della Farnesina, Orti di Cesare, Orti di Galba, Orti di Mecenate, Orti di Trastevere, Orti Flaviani, Orti Gianicolensi, Orti Giustiniani, Orti Portuensi, Orti Spagnoli, Orti Variani.

Via Vigna Alvi, Vigna Bertone, Vigna Corsetti, Vigna Due Torri, Vigna Fabbri, Vigna Filonardi, Vigna Jacobini, Vigna Lais, Vigna Mangani, Vigna Pia, Vigna Pozzi, Vigna Rosati, Vigna Serafini, Vigna Stellati, Vigne Nuove….Via della Vite.

Ben conoscevo il fatto che durante il medioevo, e fino almeno ai primi anni del Novecento, nella Capitale era abbastanza diffusa l’abitudine di coltivare l’uva, ma un’abbondanza simile di riferimenti toponomastici è in verità sorprendente!

Ho cominciato così a svolgere alcune ricerche e fare relativi approfondimenti in materia.

In età repubblicana e nel successivo ipertrofico sviluppo imperiale non sono attestate testimonianze di coltura della vite dentro le mura di una città che doveva essere sovraffollata: Marco Porcio Catone (234-149 a.C.) è il primo che parla di vino nel De re rustica e nel De agri cultura e sappiamo che possedeva una villa in Tuscolo, dove era nato e dove, come conferma Giunio Modesto Columella due secoli più tardi, si coltivavano vigne molto estese.

Il collasso dell’Impero e la disgregazione di Roma successivi  al IV e al V secolo della nostra era modificano completamente gli usi e i costumi dei sempre più rari e impauriti abitanti: è in questo periodo che, con l’aiuto soprattutto di conventi e monasteri benedettini e cluniacensi – per i quali il vino è un irrinunciabile elemento cultuale – piccole vigne cominciano a essere coltivate all’interno delle mura fortificate di palazzi e castelli romani. E’ molto probabile che, nell’ottica di un’economia di sussistenza, fosse prestata più attenzione all’orto che alla vigna e dunque la complessa e poco redditizia attività legata al vino fosse, durante i secoli bui dell’alto medioevo, una questione appunto di competenza dei monaci.

A cominciare però dall’XII secolo le vigne si diffondono nelle città e il Bacci e Sante Lancerio, bottigliere misterioso di papa Paolo III, ne testimoniano l’esistenza durante il rinascimento in zone come il Gianicolo e a Monte Mario. E’ questa ormai una pratica che si è diffusa in tutta Europa: in un progetto di ricerca di Katia Mori – Archeologia Medievale dell’Università di Siena – si attesta che nella città senese : “(i dati) che emergono da un registro della Biccherna relativo alla tassazione imposta nel 1454 a tutti i cittadini possessori di orti o vigne all’interno delle mura. Dalla Tavola delle possessioni si viene a conoscenza della presenza di 202 case con orto, 47 orti isolati e 14 vigne dislocati soprattutto nel popolo di Abbazia Nuova ed in quello di San Marco.”.

Ma succede che tra il XVIII e il XIX secolo le vigne cittadine si diffondono con uno sviluppo che va di pari passo con le tecnologie sempre più raffinate che viticoltura e enologia hanno raggiunto: ci sono vigne in tutte le città, grandi o piccole che siano; certo Roma è quella che vanta le più famose e numerose che alimentano le sempre più diffuse osterie.

Sulla via di Tor Pignattara, la vigna di Monte d’Oro; sull’Aventino, tra le terme di Caracalla, la vigna Guerrieri e le vigne della famiglia Torlonia; a Monte Mario la vigna del farmacista Alberto Langeli. Ma la più famosa, rimasta ancora oggi nella memoria collettiva, è la «Vigna dei frati»: nei pressi delle terme di Caracalla, appartenuta prima alla Compagnia di Gesù e visitata da S. Ignazio di Loyola, e poi – si chiamava vigna Antoniana – passata ai frati Minori Conventuali.

Il poeta dialettale Francesco Possenti la celebra con un sonetto che vale la pena di ricordare:

Er vino de li frati a Via Baccelli,

straportato per fusto de coppella

da li vigneti attorno a li Castelli,

te ristora la gola e le budella.

 

Si te ne scoli un litro a garganella,

a sede’ sotto l’arberi gemelli

che l’estate funzioneno da ombrelli,

te pare che la vita sia più bella.

 

Vino de le campagne nostre care,

spisciolato dall’uve bianche e nere,

bono pe’ di’ la Messa su l’artare,

sei te lo sciuro, identico e preciso,

sversato da li frati ner bicchiere,

bevuto da li santi in paradiso!

Ma se a Roma fioriscono orti e vigneti, non si può dire che altrove questo costume sia inconsueto: è celebre il Vigneto di Leonardo che il duca Ludovico il Moro donò al Genio, appassionato di vino e di cucina, riportato in un documento ufficiale e datato 26 aprile 1499. Ubicato vicino al convento di Santa Maria delle Grazie, dove Leonardo aveva appena finito di dipingere il Cenacolo, si estendeva per circa un ettaro. Fu lasciato in eredità, nel testamento redatto il 23 aprile 1519, ai fedeli Giovanbattista Villani e Salaì. Vi sono testimonianze della sua esistenza fino agli anni 40 del Novecento: era un vigneto a pergola. Oggi all’interno del giardino di Casa degli Atellani, al numero civico 65 di corso Magenta, non se ne conserva più traccia: pare sia stato distrutto causa un incendio.

Ma non posso non menzionare il celeberrimo Clos Montmatre, vigneto impiantato nel 1929 da alcuni artisti che intendevano salvare le ultime testimonianze delle vigne parigine (nell’800 si calcola che dentro la città ci fossero almeno 20.000 ha di terreni coltivati a vigneto). Il vigneto è situato a due passi dal Moulin Rouge, 1.500 mq con circa 2.000 piante di Gamay e Pinot noir.

Orti e vigne cittadine sparirono quasi tutte con la fine del XIX secolo: a Roma la causa principale fu lo sviluppo edilizio e urbano dopo il 20 settembre 1870; altrove le ragioni della distruzione di questi terreni agricoli cittadini furono soprattutto dovute all’inurbamento selvaggio e alle speculazioni edilizie.

Vi fu una riscoperta, com’è ovvio, dell’agricoltura cittadina durante la guerra: a Roma, e non soltanto, rispuntarono i famosi «orti di guerra».

Ma è da qualche anno che ovunque, in Europa e negli Stati Uniti, si vanno riscoprendo le attività agricole e vitivinicole cittadine.

Da citare il progetto di ricerca Senearum vinea che ha permesso di identificare dentro la città di Siena vitigni autoctoni sconosciuti o di cui s’erano perse le tracce: Abrusco, Mammolo, Gorgottesco, Poverina, Rossone, Tenerone, Occhio di Pernice, Zuccaccio, Vaiano.

Da segnalare il  Vigneto della Pusterla, 4 ettari di vigna nel centro di Brescia curati da Piero Bonomi (Bellavista) e Pierluigi Villa (Università di Milano): da uve Invernenga (a bacca bianca) e Marzemino (una varietà autotona), Uva uccellino, Maiolica, Schiava, Corva, Merlot, Barbera e Brugnera (a bacca rossa) si producono circa 100 hl. di mosto con cui si imbottigliano gli IGT Pusterla Bianco e Pusterla Rosso Ronchi di Brescia.

La Vigna di San Martino, centro di Napoli, all’ombra dell’omonima Certosa, è la creatura di Peppe Morra, gallerista partenopeo che nel 1987 acquistò 7,5 ettari di terreno incolto da cui ricavò una vigna di 4 ettari e un giardino impreziosito da alcuni superstiti olivi centenari e altre piante di particolare interesse: Falanghina dei Campi Flegrei (uno dei miei due vini bianchi del Sud preferiti, l’altro è il pugliese Fiano Minutolo), Piedirosso (in Campania chiamato Pér ‘e palummo, zampa di colombo), Catalanesca e Aglianico, tutti autoctoni e a piede franco, sono i vitigni che Peppe Morra e i suoi amici curano in questo gioiello nel centro di Napoli da cui la vista abbraccia Capri e il Vesuvio, Sorrento e tutto il golfo.

E infine bisogna parlare di Torino.

Pochi sanno che nel XVII e XVIII secolo era abitudine diffusa dei nobili torinesi passare brevi vacanze nelle ville collinari i cui giardini ospitavano orti e vigne: durante l’assedio del 1706 le truppe francesi saccheggiarono e distrussero almeno 150 appezzamenti coltivati a vigneto. Oggi tracce di quei vigneti si conservano a Villa Abegg e nei giardini di Vigna Chinet, come mi testimonia il suo attuale proprietario Giuseppe Crosetto, secondo cui ancora venti, trent’anni fa l’uva era coltivata regolarmente; mi cita anche una certa Vigna di Mongreno di proprietà di un tizio che distillava acquavite.

Negli orti, spesso coltivati abusivamente, ancora presenti lungo i fiumi e nelle zone periferiche della città, la vite è quasi sempre presente, come c’era nel suo terreno che mio padre coltivava al confine tra Beinasco e Torino: era uva fragola bianca e nera, frutti di piante che non dovevano avere meno di 50/60 anni.

Oggi a Torino è straordinario il vigneto ripiantato a Villa della Regina durante il ricupero e restauro della splendida dimora a due passi da Piazza Vittorio: è un appezzamento esposto a sud-ovest di circa 0,7 ettari (la vigna originale si estendeva per un ettaro e mezzo), piantumato a girapoggio con l’autoctona Freisa di Chieri (2.500 barbatelle di Freisa  e altre 200 barbatelle di vitigni rari come il famoso Cari, il Balaran, il Grisa roussa e il Neretto duro). La vigna è stata data in concessione all’Azienda Balbiano di Andezeno, storica cantina produttrice della migliore Freisa di Chieri che è un vino più fine, più delicato, più beverino della Freisa d’Asti.

Il titolare, Franco Balbiano, mi racconta che nel 2009 c’è stata la seconda vendemmia: in effetti, quella del 2008 dette soltanto una decina di ql che vennero impiegati nelle sperimentazioni di microvinificazione. L’anno scorso la vigna ha dato circa 34,40 hl – con una resa del 60/65 % – di un vino che presenta 13,60 % di grado alcolico e 5,5 gr/L di acidità totale: oggi riposa e matura in vasche d’acciaio, sarà imbottigliato a novembre di quest’anno e sarà il vino con cui si festeggerà il 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

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I vini di Papa Paolo III Farnese raccontati da Sante Lancerio

Tallone pubblicò questo librino ( in 32° con il preziosissimo Garamond corpo 9, fuso a Parigi da Deberny & Peignod) in 470 esemplari nel 1991. Bisogna ricordare, pur se il ricordo è un ben brutto ricordo, il giorno della presentazione in stamperia a Alpignano: un giorno maledetto….senza-titolo-11

L’introduzione è di Luigi Veronelli : “Mai quanto alla vista delle bozze di questo libro ho meglio avvertito la validità d’una mia affermazione: il vino è un valore reale perché ci dà l’irreale…..”. Il manoscritto originale fu ritrovato nella Biblioteca Ariostea di Ferrara e pubblicato a cura di Giuseppe Ferraro nel 1876, che lo accompagna con una prefazione assai interessante: “Paolo III fu uno dei papi più robusti, e uno dei vecchi tra i più vecchi. Forte per natura, aiutato, nella ricerca dei vini, da un Bottigliere di quella fatta, com’era Sante Lancerio, malgrado i pensieri dei figliuoli e dello Stato, visse fino a 82 anni. Segno e prova certa, che i giudizi, dati da lui e dal suo cantiniere, intorno ai vini d’Italia, erano fondati sul sodo. quindi io invito gli intendenti della materia a tenere conto di questa operetta del Lancerio, che ha tre titoli all’attenzione degli enologi italiani. Tratta dei vini nostrani, è antica di 3 secoli, ed ha la prova di un Sacro Bottigliere e di un Papa, gli anni del quale auguro a me ed ai miei lettori.”.

Poco o nulla si sa di Sante Lancerio, mentre molto si conosce di Papa Paolo III della schiatta nobilissima e potentissima dei Farnese: fu un personaggio di notevole statura politica che ebbe la capacità di pacificare, soltanto per poco, Francesco I e Carlo V; benedisse la nascita dei Gesuiti, avviò il Concilio di Trento…..

Un piccolo omaggio a Sante Lancerio: Il Vino di Montepulciano. E’ perfettissimo tanto il verno quanto la state, et meglio è il rosso la state, io ne sono certo. Tali vini hanno odore, colore et sapore, et volentieri S.S. ne beveva, non tanto in Roma dove gli erano portati in fiaschi, ma ancora in Perugia. Marcello Cervino, poi papa et domandato Marcello II, che non regnò se non 20 giorni, et  Tarugio Tarugi, Senatore Romano, faceano a concorrenza di chi di loro donava meglio. Volendo conoscere la bontà di questo vino, vuole essere odorifero, polputo, non agrestino, né carico di colore. Volendolo per la state alli caldi grandi, sia crudo, et di vigna vecchia…”. Formidabile il vino polputo e non agrestino….

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Il Darmagi di Gaja

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“APRILE 2017

Primavera in fiore a DARMAGI, primo vigneto di Cabernet Sauvignon in Piemonte, proprio nel cuore di Barbaresco. Piantato nel 1978. Giovanni Gaja, 1908-2002, che pure amava il pensiero diverso, si lasciò allora scappare: “Darmagi!” = che peccato. La stessa parola, in dialetto piemontese, diede nome al vino. Quarant’anni dopo il vigneto è ancora là. Tutte le primavere si copre di verde e di fiori: quest’anno sono gialli, di Senape, a rallegrare la folta compagnia degli insetti succhiatori di nettare”.

darmagi-i

 

 

Ho ricevuto il testo sopra dai miei amici della Cantina Gaja. Lo pubblico volentieri perché con il Cabernet Sauvignon Gaja del millesimo 1995 feci due lavori per me indimenticabili e tra i miei migliori e, tra l’altro, fu l’occasione della conoscenza di Angelo Gaja, era la primavera del 1999.

Dipinsi le etichette di due bottiglie di quel gran vino usando una piccola parte del contenuto delle bottiglie senza aprirle.

Fu un’operazione di estrema difficoltà per effettuare la quale fui costretto a escogitare alcuni accorgimenti dei quali non parlo: roba segreta, frutto di miei studi e intuizioni.

Di quelle due bottiglie una la donai a Angelo, l’altra la tengo io ma finirà, probabilmente a breve, in una collezione dei miei lavori con il vino presso una sede pubblica prestigiosa.

 

 

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Curzio Malaparte: Maledetti Toscani

Non è, in tutta franchezza, un libro che si possa consigliare a chicchesia. E’ un libro difficile, sgembo, scorrettissimo: toscano fino alle più recondite budella.

Libro di cui soltanto in pochi possiamo goderne il fascino e la scrittura sinistri, diversi, fuori luogo, fuori d’ogni convenienza.

Kurt lo scrisse nel 1956, un anno prima di defungere in maniera improvvisa, inaspettata, crudele dopo un viaggio in Asia.

I passi memorabili da citare sarebbero tanti in questo libro; cerco di limitarmi e propongo un brano, quasi alla conclusione del volume,  che mi pare possa bene rendere in sintesi tutto il resto:

Imparate dai toscani a stimare un onore il male che dicon di voi. E tutti dicon male di noi toscani, e non ci vogliono, e ci tengono a bada, sol perché siamo, e a ragione, crudeli e faziosi, cinici e ironici; perché abbiamo il sangue caldo e la testa fredda; perché siamo nati proprio e soltanto per dire quel che agli altri non piace sia detto; perché non ci pentiamo delle nostre cattive azioni per non doverci pentire anche delle buone; perché godiamo nel mettere a nudo i fìgnoli, i bitorzoli, i bubboni, le ossa storte, gli occhi guerci, e non tanto quelli degli altri, quanto i nostri; perché siamo i soli, in Italia, che pur nel vivo delle fazioni, delle sommosse, delle mischie, degli ammazzamenti, non perdiamo mai la testa, i soli che ci scaldiamo a freddo, e a un certo punto ammazziamo non per la ragione che non ne possiamo fare a meno, o che ci piaccia ammazzare, ma per la ragione che è ora di farla finita, e di andare a desinare; perché siamo pallidi e non chiediamo perdono a nessuno, e dimentichiamo più presto i beneficii che le offese, e non perdoniamo chi ha paura di noi. E sopra tutto perché noi toscani siamo la cattiva coscienza d’Italia.

Ribadisco: un libro per pochi. Ma che piacere leggere certi passi, anche per la lingua!

http://www.vincenzoreda.it/kurt-erik-suckertcurzio-malaparte-uno-fuori-moda/

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Blas Valera: F. Pizarro conquista il Perù col vino avvelenato


Silvio era una persona distinta, colta, elegante. Alto, pareva un Cary Grant di casa nostra: abito sempre blu, di buon taglio, viso regolare dai lineamenti netti, marcati; bella capigliatura tenuta non cortissima ma sempre in ordine; eppure….

Era un uomo perdente, sfortunato: con espressione di oggi, brutta ma efficace, uno sfigato; anzi, la sfiga fatta uomo.

Era riuscito a farsi rubare una Nsu Prinz, di quelle verde oliva che si vedevano in quegli anni; era riuscito a sposare, in età non più fresca, una donna che immediatamente l’aveva abbandonato; era perfino riuscito a perdere una scommessa con me – io non vinco mai scommesse – su Novella Calligaris che avevo pronosticato in medaglia alle Olimpiadi di  Monaco… Gli avevo vinto un libro di Peter Farb, Mondadori, di argomento precolombiano.

Silvio era il nostro rappresentante di libri: trattava la rateale dell’Einaudi, me lo aveva presentato Nicola Silvano il Dauno. Minuscolo e bruttarello si accompagnava con Silvio in grandi battute di pesca alla mosca: ovviamente le trote le prendeva sempre Silvano mentre l’altro smoccolava con eleganza e rassegnato distacco.

E le trote come le donne: uno era un tanghero stortignaccolo sempre sicuro e a proprio agio, l’altro un elegante perdente sempre in difficoltà.

Nicola Silvano il Dauno mi ha insegnato l’archeologia, la paletnologia, l’antropologia, l’uso delle mani – iddio gli aveva baciate le sue; a Silvio devo l’amore per i libri e il principio della mia, oggi di grande importanza per qualità e quantità, biblioteca.

Uno dei primi acquisti fu la prima edizione, 1970, del cofanetto in due volumi della collana “I Millenni” di Einaudi delle opere di William Hickling Prescott sulle conquiste di Messico e Perù. Costava 18.000 lire in anni in cui uno stipendio medio ammontava a poco più di centomila lire: un sacrificio per me importante, allora che studiavo di sera e lavoravo nella boita di Silvano, che era pure spilorcio e poco mi pagava.

Avevo 18 anni e sognavo di andare in Messico a scavare nelle foreste e sugli altopiani del Centroamerica piramidi maya e azteche.

Divoravo saggi di archeologia e storia e antropologia precolombiana, compravo National Geografic e Life, litigavo con Peter Kolosimo che faceva soldi con strampalate teorie di astronauti extraterrestri e astroporti peruviani…. E sognavo il Messico.

Sbranai in un amen le vicende di Cortèz narrate dal quasi cieco avvocato mancato di Salem, il povero Prescott che pubblicò tra il 1843 e il 1847 i due straordinari resoconti delle conquiste di Messico e Perù. Con il secondo volume, le storie di Francisco Pizarro e degni compari in Sudamerica, ci andai un poco più piano: a quel tempo il mio orizzonte comprendeva quasi esclusivamente il Messico.

Da allora ho letto e riletto e consumato quei due volumi Einaudi, composti ancora in linotype e le cui pagine continuano a darmi l’emozione del tatto: uno dei fatti ormai sedimentati della mia cultura era costituito dagli avvenimenti tragici di Cajamarca.

Il povero guardiano di porci spagnolo, analfabeta e assetato d’oro e di gloria, alla testa di 177 assatanati come e peggio di lui, aveva massacrato, con colpo di mano tanto assurdo quanto eroico, il fior fiore della nobiltà inca, catturato il crudele Atahualpa e fatto suo l’immenso impero andino: era il crepuscolo di un sabato, il 16 novembre 1532.

L’eroico, inconsulto azzardo di un pazzo al comando di pochi altri pazzi come lui che in un amen s’erano conquistati un impero con la disperazione e la determinazione di chi non ha nulla da perdere: una delle mie certezze, fino a giugno 2007.

E di qui principia un’altra storia, questa, che spunta improvvisa di tra le nebbie incerte di uno dei tanti passati ancora da venire. Passati che nascondono futuri: il tempo s’annoda, come un quipu….Altra certezza svanita in un pomeriggio di giugno: la cultura inca, un orizzonte ricco e prospero privo di scrittura, capace solamente di produrre cordicelle annodate per far di conto….

Ero a Rimini per questioni professionali, decido di partecipare a un convegno sulle scritture precolombiane e assisto alla lezione di Laura Laurencich Minelli sui documenti Miccinelli: un terremoto, uno squasso che mi spalanca una prospettiva inimmaginabile fino a poco prima.

La storia.

Padre Blas Valera, gesuita, nato nel 1545 da una violenza di Alonso Valera, rozzo conquistador, perpetrata ai danni della giovinetta Urpay (nome quechua che significa tortora), figlia di un mago-medico, viene dichiarato morto dalla Compagnia nel 1597. In realtà, i padri superiori intendono chiudere la bocca di un confratello scomodo che sa troppe cose sulla conquista del Perù e cose che non si possono dire.

Padre Valera non è morto: viene esiliato in Spagna, morto giuridicamente ma ben vivo e desideroso di lottare per la sua utopia, un Perù governato non da vicerè spagnoli e rapaci, ma dai suoi figli, pur in accordo con i sovrani d’oltre oceano.

Padre Valera era stato allevato dallo zio Luis, anch’egli conquistador ma d’animo buono: a tredici anni aveva visto il padre brutale assassinare la Tortora gentile che non voleva piegarsi all’ennesima violenza.

Aveva scelto deliberatamente la giovane Compagnia per avere l’occasione di lottare per il suo popolo; aveva cominciato a conoscere fatti e accumulare testimonianze sulla Conquista e aveva cominciato a scrivere.

Un gesuita scomodo, da ridurre al silenzio.

Dall’esilio spagnolo e dalla morte giuridica riesce a fuggire con l’aiuto di alcuni confratelli che, come lui, hanno una visione diversa delle cose americane, e torna in patria a continuare la sua lotta. E scrive, ma non con il suo nome: egli è ufficialmente morto.

Trova un indio, Guaman Poma che presta il suo nome, in cambio di un carretto e di un cavallo,  per l’opera che costituirà il fondamento della storia della Conquista; i suoi scritti sono la fonte cui attinge anche l’Inca Garcilaso de la Vega, distorcendo i fatti alla propria convenienza e tacendo sulle vicende più turpi,  per i suoi Commentarii che oggi costituiscono l’altra fonte acclarata di ogni sapere in merito alla storia della cultura Inca e della Conquista.

Padre Blas Valera muore nel 1619, dimenticato: il Generale della Compagnia, Padre Muzio Vitelleschi, di idee più aperte dei Padri Generali suoi predecessori, che ben sapeva delle vicende del suo confratello e la cui sorte aveva in qualche modo a cuore, brucia nel 1617, senza testimoni, una gran parte dell’archivio della Compagnia.

Ma il passato ha una voce che non tace e, misteriosamente, da una storia che è ben più affascinante di qualsiasi invenzione di un Dan Brown qualsiasi, spuntano fuori i documenti della proprietà di Clara Miccinelli, signora napoletana erede di un ufficiale cui Amedeo di Savoia, per gratitudine, aveva donati i preziosi codici.

Tali documenti sono costituiti essenzialmente da due testi segreti: Exsul Immeritus Blas Valera Populo Suo e Historia et Rudimenta Linguae Piruanorum.

Tralascio il secondo, compilato da padri gesuiti italiani successivamente alla morte di Blas Valera e che rappresenta una testimonianza che smentisce il fatto fino a oggi acclarato che la cultura Inca non possedesse una scrittura, e parlo del primo: a firma di Padre Blas Valera, datato 1618, che include la lettera di Francisco de Chavez e che interessa in modo specifico il nostro ambito.

“… Don Francisco Pizarro e i tre religiosi trascorrevano a bordo molto tempo assieme, e non certo per parlare della cura dell’anima del suddetto Capitano; e in quel viaggio accadde, invero, come ora sostengo, che il giorno dopo la partenza, io entrai nel suo alloggio e ascoltai distintamente il discorso fra i detti quattro, e dicendo Don Francisco che gli indios molto gradivano il vino nostro, siccome non lo avevano, bevendo essi un liquore non fatto di uva che si chiama chicha con un sapore diverso, la qual cosa il Capitano aveva annotato nei viaggi precedenti, e trovato come mezzo per fare amicizia  con gli indios, e sconfiggere i nemici che aveva saputo essere numerosi, ferocissimi, ben armati e addestrati; il detto Don Francisco chiese a Frate Yepes se avesse diluito l’oropimento secondo la bisogna, e questo religioso replicò che aveva già provveduto secondo i patti, per assecondare i suoi diabolici pensieri, a riempire e a sigillare 4 barili di moscato con una dose di conseguenza tanto copiosa e potente da piangere già il nemico fra le corna del toro e che così, Dio volendo, non si poteva fallire dal conquistare nuove terre al re e nuove anime al cielo, ma soprattutto molte ricchezze alle loro borse e molti onori ai loro nomi; e tutto ciò senza scontro né battaglia, poiché non c’era frode in questo, disse Valverde, ma solamente un po’ di saggezza e di alchimia, che aiutati e il Cielo t’aiuta.

Francisco de Chavez è un cavaliere originario di Trujillo, come lui altri otto che misteriosamente non vengono citati nell’elenco ufficiale di quanti parteciparono al massacro di Cajamarca e che si presume fossero in disaccordo con i metodi criminali di Francisco Pizarro e dei suoi Domenicani; egli scrive questa lettera indirizzata a Carlo V il 5 agosto 1533, pochi giorni dopo  l’esecuzione, per garrotamento, di Atahualpa ( 26 luglio 1533).

Il cavaliere descrive la carneficina seguita alla morte per avvelenamento da arsenico dei comandanti e dei dignitari Inca, mentre  Atahualpa  era stato semplicemente reso ebbro con vino non avvelenato: l’Inca stonato e i nobili che cadevano come foglie morte senza spiegazione avevano lasciato l’esercito indio, pure forte di 10.000 unità, in balia di poco meno che duecento energumeni i quali in un amen, per tramite di veleno, balestre, archibugi e alabarde avevano fatto tremila vittime, cento più cento meno, come testimonia letteralmente il buon Francisco de Chavez, indignato di cotanto codardo scempio.

La lettera non arrivò mai in Spagna: Pizarro mise a morte Frate Yepes e esercitò una censura inflessibile su quel fatto.

Chavez venne ucciso pochi anni più tardi, Pizarro morì assassinato dai suoi compagni nel 1541: certo qualcuno sapeva, ma non si poteva correre il rischio che non venisse riconosciuta come legittima una conquista effettuata per tramite dell’inganno.

La voce meticcia di Padre Blas Valera ci giunge di lontano come un grido di giustizia e utopia che rivendica per il suo popolo sfortunato la verità della Storia.

Vincenzo Reda

La prof. Laura Laurencich-Minnelli illustra un quipu a Rimini 2007

La prof. Laura Laurencich-Minelli illustra un quipu a Rimini 2007

 

 

 

La citazione è tratta dal volume: “Exsul Immeritus Blas Valera Populo Suo e Historia et Rudimenta Linguae Piruanorum – Indios, gesuiti e spagnoli in due documenti segreti sul Perù del XVII secolo” a cura di Laura Laurencich Minelli

Ed. Clueb, Bologna 2005     € 40,00

 

Nota: gli studi della Prof.ssa Lurencich sui documenti Miccinelli sono stati, e ancora lo sono, assai osteggiati come frutto di speculazione su falsi storici: inutile dover constatare la difficoltà, a fronte di fatti inoppugnabili seppur scomodi, di sovvertire assunti storici consolidati. E’ un meccanismo balordo che funziona sempre.

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Focus Storia: I Càtari di Monforte

http://www.vincenzoreda.it/il-castello-dei-catari-di-maurizio-rosso/

I Càtari

La dottrina càtara, la cui origine è oscura, è una sorta di sintesi delle eresie sviluppatesi dopo il III secolo: manicheismo, arianesimo, paulicianesimo, bogomilismo… La parola deriva dal greco katharós: “puro” e fu coniata verso la fine del XII secolo. L’eresia si diffuse rapidamente in quel periodo tra la Francia meridionale, la Renania e l’Italia settentrionale.

Il papa Innocenzo III indisse una crociata contro di loro nel 1208.

A Béziers, il 22 luglio del 1209, i crociati, guidati da Simon de Montfort,  massacrarono tutti gli abitanti – quasi 20.000 persone – in maggioranza cattolici tra cui vi erano poche centinaia di càtari. Al legato papale, Arnaldo Amaury, si deve la celebre (ma assai dubbia) frase: «Uccideteli tutti! Dio riconoscerà i suoi».

Papa Gregorio IX istituì contro questi eretici la Santa Inquisizione nel 1233 e Domenico di Guzman, predicando nelle terre degli albigesi – altro nome degli eretici, derivato dalla città di Albi – fondò l’ordine dei Domenicani proprio in quegli anni.

In Italia, il 13 febbraio 1278, vennero bruciati a Verona i perfecti delle comunità càtare di Desenzano e Sirmione. All’inizio del XIV l’accurato lavoro di sterminio ebbe termine.

I Càtari credevano che tutto il mondo reale fosse opera del Demonio: perciò i perfecti non dovevano riprodursi e consideravano la morte (che si davano per fame) la loro massima aspirazione. Erano integralisti, vegetariani, praticavano la povertà e la comunione dei beni; riconoscevano il solo sacramento del consolamentum: un’imposizione delle mani che rendeva perfecto un semplice credente.

 

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Autoritratto censurato su Facebook

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Questo non è un selfie, è un autoritratto (d’autore, 1973).
Fu realizzato con una rara Yashica 6×6 biottica (tipo Rolleiflex). Sviluppo e stampa a cura del soggetto.

L’autoritratto qui sopra è stato censurato da Facebook!!

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