Working for japanese Tv: Vincenzo Reda dipinge con il vino

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Giappone, appunti di viaggio by Angelo Gaja

Giappone, visitato nel maggio 2016.

Il mio primo viaggio lo feci nel 1980. Sembrava allora un paese triste nonostante l’economia a macinare successi, i servizi pubblici ad un livello di grande efficienza, l’organizzazione della società curata con minuzia. Le donne indossavano vestiti di un blu mesto, gli uomini in grigio o nero di ordinanza, era un paese che amava l’isolamento, non gradiva la presenza dei forestieri. A Tokyo erano allora 48 i locali che proponevano cucina italiana, svettava Sabatini originario romano. Da allora, il paese è molto cambiato. La grande rivoluzione l’hanno vissuta le donne, guadagnando considerazione nell’ambito familiare, rispetto, libertà e bellezza. Non è più l’uomo giapponese ad essere al centro del creato. Per osservare alcuni dei molteplici aspetti della Tokyo di oggi merita immergersi nella vivacità e nei colori di Omotesando, passeggiare nella quiete mistica del vicino parco di Meiji Jingu, godere del pullulare di gioventù e dei gradevoli luoghi di intrattenimento che sono nel complesso di librerie di Tsutaya, nel quartiere di Daikanyama. L’atteggiamento del paese ad isolarsi, a restare chiuso all’immigrazione si è modificato. L’accoglienza ai turisti è molto migliorata e gode di nuovi incentivi. E’ del 2016 la concessione ai cittadini di Tokyo di affittare le loro abitazioni ai turisti esteri anche per pochissimi giorni. Il che non toglie che ad un giapponese che scorge un mozzicone di sigaretta perso su di un marciapiedi immacolato venga da pensare che a buttarlo sia stato un cinese. Amici non lo diventeranno mai, ma i cinesi che arrivano spendono, riempiono i negozi ed i ristoranti, tocca sopportarli. Ora nella Tokyo metropolitana i locali che propongono cucina italiana sono più di 5.000, in larga maggioranza con cuochi di origine giapponese che vantano un percorso in Italia a praticare la nostra cucina. Il successo della cucina italiana ha contagiato Osaka ed altre città, e si è esteso gradualmente anche alla provincia. Si deve a questi ristoranti la diffusione e la conoscenza dei prodotti dell’agro-alimentare italiano, vino incluso.

Ho goduto nel mio ultimo viaggio anche di una visita al mercato del pesce, Tsukiji, il più grande al mondo, frenetico, con moltissime varietà di pesci che gli europei non si sognano neppure di consumare, permeato dal profumo del mare. Occupa una vasta area a fianco della centralissima Ginza. Entro l’anno Tsukiji verrà trasferito per fare posto alle installazioni che dovranno accogliere le olimpiadi del 2020. I giapponesi, degli asiatici, sono quelli che hanno più gusto, per il bello e per il buono. All’Italia guardano con grande interesse, ammirano le nostre bellezze, il made in Italy e la nostra gastronomia, molti dei nostri scrittori sono tradotti, guardano con grande curiosità all’arte italiana.                                                                                                                                                 Il 13 maggio 2016, presso l’ISTITUTO ITALIANO DI CULTURA di Tokyo, su pregevole iniziativa del direttore prof. Amitrano, alla presenza del maestro Tullio Pericoli è stata inaugurata la mostra:

Il GIAPPONE che ho visto_27.05.16

Cosa dire del mercato del vino in Giappone? L’Italia nel tempo ha guadagnato posizioni, ottimamente sostenuta dai ristoranti di cucina italiana. In termini di volumi di importazione di vino in Giappone nel 2015 l’Italia è terza, incollata alla Francia ed al Cile che per la prima volta ha conquistato il primato. Mentre in termini di valore la Francia è prima e l’ultimo è il Cile. Il primato in volume del Cile è dovuto ai bassi prezzi, ai pochi nomi varietali indicati in etichetta (Cabernet, Chardonnay, …) in grado di facilitare le scelte dei consumatori occasionali che costituiscono la maggioranza, ad una promozione efficace ed al vantaggio imputabile ad una tassazione leggermente più favorevole. Cosa deve fare l’Italia per crescere l’export di vino verso il Giappone? Avere conoscenza che il vino italiano, così come molti prodotti dell’agroalimentare di casa nostra, gode già in Giappone di ottima immagine e non si fa un buon servizio al nostro paese proporlo di qualità modesta ed a prezzi svaccati; continuare a costruire domanda in favore del vino italiano, come già si sta facendo; favorire l’accesso su quel mercato dei produttori che ancora non ci sono arrivati, attingendo anche al vasto numero di importatori di dimensione medio-piccola, ideali per fare conoscere i vini di produzione artigianale; porre maggiore attenzione a penetrare nei ristoranti di cucina giapponese che hanno aperto al vino come soltanto 15 anni fa’ appariva improbabile; accogliere con cura i giapponesi che vengono in visita alle cantine italiane, affascinarli, fare affidamento sulla loro fidelizzazione. Con la consapevolezza che in Giappone il vino ha il vento in poppa. Il consumo annuale pro-capite è superiore a 3 litri e può soltanto crescere. Negli ultimi 15 anni la birra, la bevanda nazionale preferita dagli uomini unitamente agli spiriti, ha avuto un calo di consumo del 15%. Il saké è in caduta libera. Il whisky dà segni di lenta ripresa dopo anni di rallentamento dei consumi. Il vino è l’unico a crescere con tassi annuali superiori al 5% . Al vino si sono avvicinate le donne, che gli riconoscono la valenza di bevanda culturale. Le ditte giapponesi produttrici di birra, Asahi, Suntory, Kirin, Sapporo, da tempo hanno fiutato l’aria che tira ed investito acquistando aziende distributrici di vino. E’ successo anche per l’importatore Enoteca – www.enoteca.co.jp  - con il quale lavoro, acquisito da Asahi, che continua ad operare con elevata professionalità. Il Giappone è per il vino italiano il mercato asiatico più importante. I consumatori conoscitori sono numerosi, i sommeliers sono molto preparati. E’ stata una delle prime volte, nel mio recente viaggio, che ho raccolto critiche non più velate nei confronti di produttori che praticano l’uso molto limitato, se non anche l’eliminazione, di anidride solforosa per vini che storicamente godevano del riconoscimento di spiccata longevità. Perché longevi non lo sarebbero più, manifestando già nel primo decennio di vita i segni di una prematura ossidazione (premox), una maturazione accelerata. Anche gli importatori cominciano a diffidarne assumendo atteggiamenti di cautela.                                                                                                                     Ho imparato ad ammirarlo il Giappone, mi piace molto e confido di poterci ritornare.

Angelo Gaja, 27 maggio 2016

E mentre Angelo Gaja era in Giappone, una troupe della televisione giapponese registrava un programma monografico sul mio lavoro con il vino. E il brindisi, in suo onore, è stato realizzato con il Barbaresco Gaja 2012.

 

 

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Il Signore delle pietre

Piero è un ex funzionario di banca in pensione. Ma è anche un grande appassionato di vino e cibo (sommelier AIS, assaggiatore di olio ed esperto di miele e riso, tra le altre cose), pavese ma da 16 anni ormai quasi ligure: respira e ascolta i litorali di Sanremo dove possiede una casa quasi in riva al mare.

Da qualche anno, da solo e soltanto per soddisfazione personale, crea delle sculture effimere impilando una sull’altra pietre, pietrine e pietroni a creare delle presenze verticali che sanno parlare una qualche lingua sconosciuta, a volte inquietante; altre volte rassicurante, altre ancora quasi evocativa.

E sono semplicemente poggiate, in equilibrio spesse volte assai precario, una sopra l’altra.

Il posto deputato di questo artista dell’effimero è un piccolo promontorio adiacente, a ovest, il porto di Sanremo, località San Martino.

L’ho trovato affascinante. Mi ha ricordato i giochi di Calder.

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Fuochi artificiali, immagini creative di Vincenzo Reda a Sanremo

14 agosto, porto di Sanremo: fuochi artificiali fotografati con tecniche particolari.

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Bagni Lido, ovvero della semplicità che si fa virtù

Avevo chiesto all’amico Luigi Bellucci – Tigullio vino – alcuni suggerimenti sui locali migliori di Bordighera, avendo deciso di trascorrere da quelle parti la ricorrenza dei vent’anni di matrimonio con mia moglie Margherita. Luigi, molto gentile e disponibile come sempre, aveva provveduto a mandarmi via e-mail alcune dettagliate informazioni, nel merito delle quali (mi pare ovvio) non desidero entrare. Avevamo scelto di soggiornare in un gioiellino che è l’albergo Piccolo Lido (3 stelle, ma ne vale 4): grazioso, pulito, direttamente sul mare, poco costoso.

Per pranzo avevamo deciso con mia moglie di fare una prova dal suo vecchio compagno di liceo (lo scientifico Piero Gobetti, in origine 6° liceo, di Torino: prima nel lontano 1971) Paolo Bisoglio: proviamo come si mangia, è sul mare, è un tuo compagno, ci tratterà come si deve; se poi non ci troviamo bene, per la sera andiamo in uno dei ristoranti che ci ha consigliato Luigi.

Il posto è piccino (neanche 50 coperti), direttamente sul mare, arredato con semplicità ma carino. Mia moglie, senza farsi riconoscere, prende una nicoise; io provo con un filetto di tonno alla griglia: rischiosissimo, ma se va bene…Lo accompagno con un Pigato di Feola.

Ci va benissimo: l’insalata è come si deve – ma qui non c’erano grandi dubbi – e il tonno è fresco, non stopposo (lo avevo chiesto di cottura media, non fidandomi: avrei dovuto mangiarlo con una cottura più leggera, sarebbe stato ancora più buono). Il Pigato di Feola, pur non essendo eccezionale, mi è parso corretto, discreto, magari con profumi scarsi ma in bocca un buon vino con una discreta persistenza.

Fattasi finalmente riconoscere, bevuto un bicchiere di Rossese insieme (un Rossese corretto, anche questo, pur non eccezionale: Feola, enologo di origine campana, vinifica in Diano Marina e da quelli di Dolceacqua non è gran che considerato – pur sempre un foresto!), decidiamo che la sera torneremo a cenare dal vecchio compagno Paolo Bisoglio.

E ci troviamo benissimo; Paolo non è uno chef di quelli stellati/stellari, ma ha una grande dote: cucina in maniera semplice una materia prima di grande qualità. Indimenticabili i gamberoni rossi (rarissimi, provenienti da secche al largo di San Remo) crudi; una specie di tartare di ombrina con zucchine, sempre cruda e delle alici marinate, con ricetta rubata alla tradizione, presentate sopra una foglia di radicchio e accompagnate con capperi. Poi, un delizioso fritto di pesci di scoglio freschi, passato in olio (non esaurito!) di palma: fosse stato olio di oliva extravergine ligure sarebbe stato il massimo, comunque, un signor fritto difficile da provare altrove.

Ecco la dimostrazione che se la cucina è semplice, di tradizione; se la materia prima è come si deve, non bisogna armeggiare malamente con sifoni, azoto liquido e stramberie di moda che hanno la sola caratteristica di rovinare i sapori del cibo, quando è buono.

Siamo stati bene, accompagnati dal rumore del frangersi delle onde che è un ingrediente fondamentale quando si mangia pesce, checchè se ne dica.

Grazie Paolo e per certo mi prenderò la briga di consigliare il tuo Bagni Lido di Bordighera a chi se lo merita. (Per inciso, abbiamo pagato un conto assai conveniente, ma al di là del fatto che si era tra vecchi amici, i prezzi sono nella media per un locale non pretenzioso ma assai accogliente).

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Some postcards from Sanremo, Italy

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Guatemala

Una Storia dal Guatemala.

E’ questa una storia raccontata in un volume pubblicato nei primi anni sessanta da un viaggiatore italiano, straordinario e non famoso. Non cito la fonte, preziosa: se qualcuno fosse interessato, lieto di soddisfare direttamente la curiosità.

“ …Alcuni giorni più tardi, accompagnato da Giuseppe Ogniben, mi recai a San José Pinula, a una ventina di chilometri dalla capitale, nella solitaria villa di Carlos Martinez Duràn, Rettore Magnifico dell’Università di San Carlos.

(…..) Carlos Martinez Duràn è una delle personalità più notevoli nel mondo intellettuale di Guatemala e non solo per il suo incarico. Laureato in medicina, egli è un dotto umanista, la cui aperta onestà morale mi fece spesso venire in mente quei galantuomini della vita politica milanese fin de siècle, che amavano riunirsi sovente in casa di mio padre, in Via Principe Amedeo, prima ancora che io fossi di questo mondo: Matteo Renato Imbriani, Leonida Bissolati, Andrea Costa, Filippo Turati, in compagnia di amici di passaggio, quali Giovanni Verga, Arrigo Boito, Alberto Franchetti e Umberto Giordano.

(….) Gente dabbene, insomma, della quale pare si sia proprio smarrito il seme, almeno per il momento. Ma nel Guatemala l’atmosfera politica e ideale degli anni sessanta può essere bene paragonata a quella dell’Italia al principio del secolo.

La ragione della mia visita a San Josè Pinula era di ottenere l’appoggio del Rettore Magnifico per partecipare a una spedizione attraverso la foresta tropicale a ridosso del fiume Usumacinta, tra il corso di quest’ultimo e quello del rio de la Pasìon, non lungi dalla località di Sayaxché, dove è stato segnalato un nuovo centro maya.

(……) Carlos Martinez Duràn fu ambasciatore del Guatemala a Roma subito dopo la seconda guerra mondiale e compì verso l’Italia un gesto di grande nobiltà. Quando fu pubblicato il testo del trattato di pace con l’Italia – anche il Guatemala non aveva potuto resistere alle pressioni nordamericane e aveva dichiarato la guerra -, egli non solo si rifiutò di firmarlo come era stato delegato a fare, ma ottenne dal suo governo che lo respingesse. ‘Come è possibile’ ebbe a dire, precedendo di non pochi anni la resipiscenza degli alleati occidentali, ‘trattare in questo modo un Paese tanto nobile, un popolo che tanto ha dato alla cultura, alla civiltà, all’arte e che, anzi, ha certamente dato più di tutti i popoli della terra? Noi non possiamo associarci a questi barbari anglosassoni e russi, che non hanno per niente il diritto di mettersi in cattedra’.

E la storia andò a finire che fra l’Italia e il Guatemala venne firmato un accordo di pace a parte, in base alle proposte di Carlos Martinez Duràn.

(…..) Ci eravamo conosciuti molti mesi prima, quando ero reduce dalle mie deludenti esperienze cubane ed egli, dopo aver ascoltato le mie soggettive impressioni, mi aveva narrato un episodio, avvenuto in una aula universitaria durante la « repubblica rossa » di Arbenz, e che aveva avuto per protagonista Ernesto Guevara, detto El Che, colui che doveva diventare il braccio destro di Fidél Castro.

Un giorno – raccontò – mentre stavo per iniziare una lezione, vidi entrare in aula il giovane Ernesto Guevara, che bazzicava nell’entourage di Arbenz e predicava il comunismo integrale. Quando vidi che portava alla cintura due pistole, io gli ordinai di uscire.

« Qui siamo in una aula d’umanesimo », gli dissi, « non di gangsterismo ».

Il Guevara rimase senza fiato, divenne pallidissimo. Poi, tremando di rabbia, mi rispose: « Ora lei mi caccia. Ma verrà il giorno nel quale io, con queste stesse pistole, la ucciderò ». Però uscì…E vuol sapere? Quel giorno uscì dall’Università anche il comunismo. Quella promessa di uccidermi non garbò a nessuno. Però questo non evita che mi si definisca un comunista.

Sospirò.”

Vincenzo Reda, 4 novembre 2008

Que maravilloso paìs, que gente amable, gentil, cortés….

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Lo sconosciuto, Torino on the road

Eccolo in queste immagini, Gaetano. Il protagonista di questo racconto, tratto dal libro Torino on the Road di Nico Ivaldi e Vincenzo Reda (Edizioni Il Punto-Piemonte in bancarella, Torino 2015).

 

«L’hai veduto passare stasera?

L’ho visto.

Lo vedesti ieri sera?

Lo vidi, lo vedo ogni sera.

Ti guarda?

Non guarda da lato

soltanto egli guarda laggiù,

laggiù dove il cielo incomincia

e finisce la terra, laggiù

nella riga di luce

che lascia il tramonto.

E dopo il tramonto egli passa.

Solo?

Solo.

Vestito?

Di nero è sempre vestito di nero.

Ma dove si sosta?

A quale capanna?

A quale palazzo?

La lirica qui sopra, di Aldo Giurlani – conosciuto dai più come Aldo Palazzeschi – è stata composta nei primi decenni del secolo scorso: uno sgangherato e improbabile figuro, che spunta tutte le sere verso le 18 dai portici di piazza dello Statuto e imbocca a passo svelto la via Garibaldi, pare quasi appropriarsene a pieno titolo.

[...] succede ogni tardo pomeriggio, estate e inverno, che piova che nevischi che il sole si attardi ancora a riscaldare le nostre anime: annunciato da una canzone sparata a tutto volume, spunta dall’angolo sinistro, sotto i portici guardando la piazza dalla via Garibaldi, un omino spelacchiato che pare sortito dalle fantasie nordiche di Tolkien.

Non arriva a toccare il metro e mezzo, è di quelli magri per missione: fuori e dentro; i radi capelli sono bianchi lunghi e stopposi; veste dei jeans larghi e lisi con sopra in genere una camicia e ai piedi grandi scarpe sportive chiare. L’incarnato è scuro, i lineamenti della faccia sono delicati con lo sguardo vigile e forse gli occhi pungenti.

Potrà avere cinquant’anni mal portati, o sessanta portati così così e, addirittura, settanta quasi buoni. Chissà.

Ma è quella benedetta appendice che trasporta sulla schiena che fa la differenza: uno zaino, non sempre dello stesso colore, che ai lati possiede due diffusori acustici da cui escono a tutto volume note delle canzoni degli anni Sessanta. E sono canzoni di tutti i generi, sempre italiane, a volte di quelle che tutti conoscono, a volte poco o punto sentite ma sempre di gradevole ascolto.

Con questo zaino acustico sulla schiena e sempre un sacchetto di plastica, di quelli voluminosi da supermercato, in mano a passo sveltissimo, con andatura quasi concitata imbocca la via Garibaldi. E non alza lo sguardo verso nessuno.

Tutte le sere.

E poi, dopo una mezz’oretta, lo si vede ritornare e svanire, di dove era venuto, sotto i portici di piazza dello Statuto.

Chi è, di dove viene, dove va; perché le canzoni degli anni Sessanta, perché a tutto volume; perché sempre lo stesso percorso e sempre lo stesso orario…

Sono almeno un paio d’anni che questa storia si ripete.

Forse basterebbe fermare un momento quel suo veloce procedere e rivolgergli delle domande, domande che potrebbero essere lecite, accettabili, sopportabili.

O invece è meglio così: non sapere nulla, non indagare; lasciare questa storia sospesa e immaginarne tutti i possibili risvolti formulando le ipotesi quelle più impensabili; e continuare a elaborare congetture: è piemontese, è sposato, ha figli, è povero, è ricco, è uno squilibrato, è uno snob, è un semplice appassionato delle canzoni degli anni Sessanta…

Chissà».

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Danza coi Lupi, vino su carta

Lavoro complicato con un grande vino del Rodano: Gigondas Classique 2010.

Uvaggio di Grenache (80% almeno), Sirah e Mourvèdre per un bere di grandi tannini e notevole complessità, 14%vol. Sei anni d’invecchiamento sembrano ancora pochi per tentare di definirlo abbastanza maturo. Il colore, e dunque gli antociani, sono importanti: ideali per il mio lavoro. Per completare un lavoro come questo, usando il magnifico supporto Archer da 300 gr di circa 76×55 cm, mi sono occorsi circa 15 giorni, periodo a cui bisogna aggiungere almeno altrettanti giorni per elaborare il progetto nella mia immaginazione.

La realizzazione di questo progetto ha visto prevalere più del solito quel che avevo in testa (almeno per il 70%): di solito lascio molto a quello che il Vino mi suggerisce quando lo spargo sulla carta in prima stesura e spesse volte il Vino vuol fare di testa sua e non sempre ha ragione….

Questa volta il risultato mi soddisfa in pieno.

Salute.

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Enoteca (piola) Brosio, dal 1922 in via Del Carmine

Luigi Brosio, Gino per gli amici, classe 1938, ha gestito la Piòla di famiglia dal 1952 al 2001, in quell’anno il vecchio locale ha chiuso i battenti per trasferirsi esattamente dall’altro lato della strada (via Del Carmine angolo via Piave) e diventare “Enoteca Brosio”.

La storia della Piòla Brosio comincia nel 1922, quando i nonni di Gino si trasferirono da Montegrosso, poco lontano da Asti, a Torino.

Erano commercianti di commestibili, con un allevamento di un centinaio di maiali (allora chi faceva e chi vendeva assai spesso era la stessa figura, eliminando gli oneri dei passaggi successivi che fanno crescere a dismisura il prezzo finale al consumatore); l’afta gli sterminò le bestie in un amen e si videro così costretti a tentare, in un dopoguerra pieno di problemi e di incertezze, l’avventura nella Grande Città, costituendo, in buona sostanza, la prima avanguardia di immigrazione verso Torino (astigiani e cuneesi precedettero semplicemente le ondate successive, e non ancora concluse, di veneti, meridionali, magrebini, albanesi, nigeriani, romeni….).

Avrebbero voluto un negozio in via Barbaroux, allora il cuore commerciale della città, ma  lì gli affitti erano troppo onerosi, ripiegarono così per quel locale del Convivio Umbertino, in via Del Carmine, 7 angolo via Piave.

Non era il meglio ma si trovavano nel regno delle piòle, alimentate dal vicino distretto militare di corso Valdocco, dove i giovani venivano “a tiré ël numer “, cioè a passare la visita di leva con qualche soldo in tasca che le famiglie provvedevano a fornir loro per i tre giorni da trascorrere a Torino.

Quel locale aveva una caratteristica unica: le cantine, immense, erano state attrezzate con grandi vasconi per la vinificazione. I Brosio compravano le uve, sempre e solo Barbera, e vinificavano in via Del Carmine tre o quattrocento ettolitri di vino che poi alimentavano la mescita in piòla.

Mi racconta Gino che questa attività è proseguita fino ai primi anni settanta, quando venne sospesa perché non più conveniente.

Servivano quasi esclusivamente vino sfuso e soltanto Barbera, girava qualche “bota stopa” o “1/2 stopa”, ma solo per le grandi occasioni; i fiaschi non esistevano e si cercava di riciclare le fiaschette di Chianti, già famose allora.

Naturalmente si serviva da mangiare la classica cucina piemontese e naturalmente si cantava e , soprattutto, si giocava a Tarocchi e a Tressette.

La Piòla restava aperta fino a mezzanotte o l’una.

Gino mi racconta di un certo Fioretta, artigiano vetraio, che abitava in via Piave al numero 9: smetteva di lavorare nel primo pomeriggio (come quasi tutti gli artigiani di quei tempi) e si piazzava in piòla verso le 16; “soa fomna” gli portava da mangiare all’ora di cena e, continuando a rimanere in piòla a bere e giocare a Tarocchi, tirava mezzanotte.

Tutti i santi giorni.

Trecentosessantacinque giorni all’anno!!

Oggi all’Enoteca Brosio è cambiato tutto, però si respira ancora un’aria diversa da quella che si percepisce nei moderni locali che, da metà anni novanta, hanno infestato i dintorni nel cosidetto “Quadrilatero romano”.

Enoteche e Wine-bar tra via Bellezia, via Sant’Agostino, via San Domenico e piazza Emanuele Filiberto attirano la movida nelle sere e nelle notti specialmente dei fine settimana: si beve molto, anche molto vino insieme a bevande assai più esotiche (sarebbe più appropriato “globali”, ma questo neologismo mi fa venire l’acetone – parola che letta al contrario suona: enoteca(!).

Nelle vecchie piòle la bevanda più strana era il vino chinato (antenato di vermouth e martini), che veniva prodotto soltanto dalla Riccadonna e consegnato in damigiane.

Da Brosio, ancora oggi, trovi qualche strano figuro dalle guance rubizze che inaugura la giornata con un bel bicchiere di Barbera.

LA CANSON DËL VIN

Da’n téra an pianta

òh che bela pianta

pianta, pianton, piantin,

col ciribiribin ch’am pianta ‘l vin

òh che bon vin dë pianta.

 

Da’n pianta an rapa

òh che bela rapa

rapa, rapon, rapin,

col ciribiribin ch’am pianta ‘lvin

òh che bon vin dë rapa.

 

Da’n rapa an bote

òh  che bela bota

bota, boton, botin,

col ciribiribin ch’am pianta’l vin

òh che bon vin dë bota.

 

Da’n bota an boca

òh che bela boca

boca, bocon, bochin

col ciribiribin ch’am pianta’l vin

òh bon vin dë boca.

 

Da’n boca an pansa

òh che bela pansa

pansa, panson, pansin,

col ciribiribin ch’am pianta’l vin

òh che bon vin dë pansa.

 

Da’n pansa an tèra

òh che bela tèra

tèra, teron, terin,

col ciribiribin ch’am pianta’l vin

òh che bon vin dë tèra.

 

LA CANZONE DEL VINO

Dalla terra alla pianta/oh che bella pianta, /pianta, piantona, piantina,/quel ciribiribin che mi pianta il vino, /oh che buon vino di pianta! /Dalla pianta al grappolo,/ oh che bel grappolo,/ grappolo, grappolone, grappolino,/ quel ciribiribin che mi pianta il vino,/oh buon vino di grappolo! /Dal grappolo alla bottiglia,/ oh che bella bottiglia,/ bottiglia, bottiglione, botticino,/ quel ciribiribin  ce mi pianta il vino,/ oh che buon vino di bottiglia!/Dalla bottiglia alla bocca,/ oh che bella bocca,/ bocca, boccone, bocconcino,/ quel ciribiribin mi pianta il vino,/ oh che buon vino di bocca!/Dalla bocca alla pancia,/oh che bella pancia, pancia, pancione, pancino,/ quel ciribiribin mi pianta il vino,/oh che buon vino di pancia!/Dalla pancia alla terra,/ oh che bella terra,/ terra, terrone, terrino,/ quel ciribiribin mi piantail vino,/ oh che buon vino di terra!

 

Voglio concludere questo piccolo contributo alla tradizione della piòla con l’aiuto, ancora una volta di Piergiorgio e Roberto Balocco.

Nel loro ultimo lavoro, un CD come al solito prodotto da Mùsica Nòsta (Libreria Piemontese Editrice – Via S. Secondo, 11 – Torino), “Cheur giojos ël ciel l’agiuta – Omaggio a Ignazio Isler”, si trova una canzone straordinaria, “Il testamento di Giaco Tross”.

Due parole per dire che l’Abate Ignazio Isler, di origine svizzera ma nato a Torino nel 1702 e ivi morto nel 1778 (seppellito tra le mura della chiesa della Crocetta), è considerato il padre della canzone della piòla, pur essendo un prelato ci ha lasciato dei veri capolavori di arguzia e poesia popolare (già pubblicato dall’amica Giovanna Viglongo nel 1968).

La canzone è del 1748 e ne riporto le ultime strofe:

 

Cogeme drinta a un arbi

Ch’am servirà për cassia,

ma fàit con bon-a grassia,

e ch’a sia bin vinà.

E për cussin im lasso

mè car barlat ëd frasso

Ch’a l’è tant nominà.

         Ch’a l’è tant nominà.

I veuj, për compagneme,

dosent drindor an gala

con la soa brinda an spala

e so pongon an man,

e sent bronson për banda

ma tuti bin d’Olanda

E cioch tant ch’a podran.

         E cioch tant ch’a podran.

Për strà mi i veuj ch’am canto

A tuta gran ganassa,

massimament an piassa,

cola bela canson.

Cola che noi cantavo

Ant ël mentre s’anciocavo

Veuidand bote e pinton.

         Veuidand bote e pinton.

Buteme su la tampa

Cost’iscrission bin scrita:

a l’ha perdù la vita

col pòver Giaco Tross,

përchè na sola vòta,

anvece d’andé an cròta

L’é andàit a bèive al poss.

L’è andàit a bèive al poss

 

Povero Giacomo, morto stecchito perché una volta, una sola volta invece di bere vino in piòla, bevve acqua dal pozzo……..

 

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Il grande bevitore, Vincenzo Reda

 

«Quel vino faceva schifo: una vera ciofeca.

Aveva lo stesso colore, lo stesso naso, la stessa lingua di quello del nonno, quando riuscivo a berne ancora qualche gotto che egli non era stato capace, per chissà quale miracolo, di finire: a agosto, quando ragazzo scendevo in Sila, il vino della nostra grande vigna di Pietrafitta era già stato tutto bevuto dal nonno prodigioso.

Lo beveva fuori pasto, a bicchieroni come fosse tè o caffé alla francese: nonno poco mangiava e per quel poco non occorreva vino. Il vino egli lo tracannava come una bevanda qualsiasi.

Erano uve gaglioppo, malvasia, greco cresciute a 600 metri sui colli presilani sopra Cosenza, vendemmiate alla come viene e malamente messe a fermentare ai 1400 metri di Rovale, in Sila, a temperature che non permettevano ai lieviti di fare completamente il loro dovere.

E quel vino “aveva lo spunto”: una sorta di punta acidula, non proprio acetosa ma qualcosa di assai vicino, per la verità assai sgradevole.

Tornavo in Sila dopo anni, il nonno non c’era più: zio Vittorio aveva fatto apparecchiare sull’aia antica il tavolo solo per noi.

Avevo in bocca e dentro il naso i vini di Francia che Renzo mi faceva conoscere quando ci si trovava a Parigi per lavoro: i Bordeaux, i Bourgogne prodigiosi che mi insegnava sulle rare note di Monk; ricordo una meraviglia ventenne di Meursault goduta una sera davanti alla Tour….

Vittorio mi riempiva quei gotti fino all’orlo e bisognava mandarli giù alla brutta, cosa che almeno in principio non era proprio negativa, non da gustare perché c’era poco da gustare, per la verità.

Eppure, col passare delle ore, rompendo ogni tanto il ritmo dei gotti rubino chiaro con intermezzi di grappa, quel vinaccio cominciava a piacermi: coi funghi silani – i rusiti, i vavusi, i silli, i gallinazzi – col prosciutto saporoso, quasi allappante, dei maiali macellati in inverno, con le patate di montagna, con la selvaggina quel vino cominciava a essere gradevole.

Finimmo alle due, forse le tre di notte: avevamo cominciato verso le tredici e sette o otto litri di vino prima, con un paio di litri di grappa per rompere il ritmo ossessivo dei gotti rubini riempiti all’orlo.

Due giorni impiegai a ritornare normale.

E capii il nonno, e zu Pasquale, e zu Giuvanni u fallitu: quelli erano bevitori, bevitori veri, autentici, portentosi.

Sono tutti capaci di bere i vini buoni, i grandi vini, le grandi etichette: il vero bevitore beve tutto, tutto e tanto.

Un po’ come le donne, se mi è concessa la similitudine: sono tutti capaci di far l’amore con le giovani e fresche bellone, le veline, le attrici, le modelle; il grande amatore apprezza le impiegate, le casalinghe, le signore già avanti con gli anni, quelle apparentemente insignificanti, qualche cellulite qui e là.

E lo fa con amore, con dedizione, con trasporto.

Per il vino è uguale: oggi i veri grandi bevitori sono una razza in via d’estinzione. Anche perché non sono politicamente corretti e poco si curano di leggere le etichette. Sono uomini che non apprezzano le etichette: uomini, direi, senza alcuna etichetta.

Anni dopo, in Toscana, mi facevo riservare dai ragazzi macedoni addetti alla cantina un Montepulciano d’Abruzzo che si usava come vino da taglio per rinvigorire annate di Chianti scadenti: era un vinaccio color della pece, spesso e allappante che mi lasciava la bocca impastata, una meraviglia indicibile. Come certi Colorino o Rossissimo che non bisogna confessare e che pochi o punti sanno di cosa si tratta.

Certo che ogni tanto mi piacciono i Barbaresco e i Barolo e i Brunello di amici come Angelo, Vittorio e altri insigni costruttori di vino: ma il vino che sa di succo d’uva, pieno di difetti, mi esalta.

Lo so, non faccio testo e non voglio aver ragione e ogni tanto mi consolo rileggendo Soldati e ricordando mio nonno e quel suo vino fuori moda e zu Giuvanni che si faceva bagiare dalla boccuccia ditonda della botticella da quindici litri».

Da “Più o meno di vino”.





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ENOTECA da E. M. HEMINGWAY: vini liquori distillati e altro

Il confronto col ber vino non è così lontano come potrebbe parere. Il vino è uno dei maggiori segni di civiltà nel mondo e una delle cose naturali del mondo portata alla massima perfezione, e offre un  maggior campo di gioia e apprezzamento di qualunque altra cosa puramente sensoriale che si possa acquistare. Si può passar tutta la vita con grande gioia a studiare i vini e a perseguire l’educazione del proprio palato, e via via il palato diventa più educato e capace di apprezzamento e si accresce continuamente la gioia e l’apprezzamento del vino anche se magari si indeboliscono i reni, incomincia a dolere l’alluce e a irrigidirsi le giunture delle dita fino a che, proprio quando lo si ama di più, il vino viene assolutamente vietato. Proprio l’occhio, che all’inizio è unicamente un sano strumento, diventa capace, anche quando non è più così forte ed è indebolito e logorato dagli abusi, di continuare a trasmettere al cervello una maggior gioia in virtù dell’esperienza e dell’abilità a vedere che ha acquistato. Tutti i nostri corpi si consumano in un modo o nell’altro e si muore, e io preferirei avere un palato che mi dia la gioia di godere pienamente un Château Margaux o un Haut Brion, anche se gli eccessi a cui mi sono abbandonato per conseguirlo mi hanno procurato un fegato che non mi consente di bere Richelbourg o Corton o Chambertin, piuttosto che avere i ferrei intestini della mia fanciullezza quando tutti i vini rossi mi riuscivano amari tranne il Porto, e il bere consisteva nel processo di buttar giù abbastanza roba da sentirsi eroici. Naturalmente si tratta di evitare di dover rinunciare completamente al vino proprio come, con l’occhio, si tratta di evitare di diventar cieco. Ma in tutte queste cose ha gran parte la fortuna, e nessuno può evitare la morte con questi sforzi, o sapere a quale uso può reggere una parte del suo corpo finchè non l’ha provato.

(……)una persona a misura che cresce la sua esperienza e la sua educazione sensoriale può derivare dal vino gioia sempre maggiore, come la gioia di un uomo davanti alle corride può aumentare fino a diventare una delle sue maggiori infatuazioni, e tuttavia una persona che beve – che non gusta o assaggia, ma beve – il vino per la prima volta sa, anche se non gli importa di gustarlo o di essere in grado di gustarlo, se il vino gli piace o no, e se va o non va bene per lei. Per il vino, la maggior parte della gente all’inizio preferisce uve dolci, Sauternes, Graves, Barsac e vini frizzanti, come champagne non troppo secco e Borgogna frizzante, a causa delle loro qualità pittoresche, mentre più tardi li darebbe tutti per un campione leggero ma ricco e buono di Grand Crus di Médoc, anche se è in bottiglia semplice, senz’etichetta, polvere né ragnatele, senza nulla di pittoresco, e soltanto la sua genuinità e finezza e il suo corpo leggero sulla lingua, fresco in bocca e caldo appena bevuto.”

E’, questa sopra, una bella pagina che Ernest Miller Hemingway, americano di Oak Park, regione dei Grandi Laghi, dedica al vino in quell’opera di scrittura affascinante e astrusa che è “Morte nel pomeriggio”.

Volume pubblicato nel 1932 a oltre trent’anni d’età, già ricco e famoso sia come scrittore sia come personaggio.

Nato il 21 lug1io 1899 da ottima famiglia borghese, era stato accolto come un eroe al ritorno dalla sua partecipazione volontaria e breve, seppur fortunata, alla Grande Guerra sul fronte italiano. Ferito, decorato per atto di eroico coraggio, curato da un nugolo di crocerossine americane a Milano ( c’erano più infermiere che infermi americani), innamorato corrisposto da una di loro: per questo bel figuro, ragazzo del ‘99, a vent’anni la vita non si prospettava poi malaccio. Oltretutto, l’esperienza della Grande Guerra in Italia gli aveva fatto mettere da parte un bel po’ di materiale per opere successive.

Non mi è mai piaciuto Hemingway: e tutti a dirmi, ma come? a uno come te che ama Melville e Conrad e Stevenson e London e Fante non piace Hemingway! ma se neanche lo conosci.

Sempre risposto: non ho bisogno di conoscerlo, per quel poco che ho letto, non mi piace, non mi racconta niente di interessante, non mi ci ritrovo.

E infine stufo, ho deciso di leggere tutto o quasi quello che il grande Ernest ha scritto ( non ho avuto il coraggio e  il masochismo di spolparmi “Per chi suona la campana”).

Ebbene? Hemingway continua a non piacermi: un buon scrittore di racconti, un bel racconto lungo ( “Il vecchio e il mare”, del 1952, suo ultimo romanzo pubblicato in vita); un’opera sorprendente, ma che è in sostanza una sorta di saggio autobiografico sul mondo delle corride: “Morte nel pomeriggio”; eppoi niente d’altro di interessante, dal mio punto di vista, va per inteso.

Partiamo da “Fiesta”, suo primo romanzo e immediato successo, del 1926: un librino esile che letto e riletto oggi non lascia nulla, se non l’odore di alcol, di svagato sesso, di noia: che sono gli ingredienti del suo successo negli anni venti: “La generazione perduta”. Mah.

Pubblicò successivamente “Addio alle armi”, decoroso ma diseguale e rozzamente autobiografico (1929); “Verdi colline d’Africa”(1935), un papocchio insignificante sulle cacce grosse di annoiati borghesi, anche questo autobiografico fino all’inverosimile; “Avere e non avere” (1937), una sorta di unione di tre racconti che hanno l’unica attrattiva di puzzare di ottimo rum rurale diluito a volte con cola, più spesso con nafta e sangue.

“I quarantanove racconti”  è una raccolta che Hemingway dà alle stampe nel 1938, insieme alla commedia “La quinta colonna”. Certo, alcuni racconti di questa raccolta, scritti nell’arco di una decina d’anni, sono più che buoni: ma il tutto è sopravvalutato, a cominciare dalla famosa tecnica di scrittura che Hemingway elaborò. Una scrittura scarna, priva quasi di aggettivi, poco descrittiva. Il punto è che a me non è mai piaciuta quella che io chiamo mancanza di ritmo, e non soltanto.

Alcuni di questi racconti sono celeberrimi, con fortunate riduzioni cinematografiche e tutto il resto: ai mie lettori consiglio “Vino dello Wyoming”.

Pubblica ancora “Per chi suona la campana” nel 1940, “Di là dal fiume e tra gli alberi”, secondo me il suo peggior lavoro, nel 1950 e, infine, “Il vecchio e il mare”, pubblicato su Life : 5.318.650  copie che vengono esaurite in 48 ore e che rendono nel 1952 Ernest Miller Hemingway una star internazionale, da quel momento in poi inseguito ovunque da turbe di ammiratori, ammiratrici, giornalisti, opportunisti, uomini politici di ogni fazione, fisco…..

Nel 1954, in gennaio, durante un ennesimo safari in Africa, gli capita l’ennesimo incidente, questa volta quasi mortale. Lo danno per morto, se la cava, gli conferiscono il Nobel – ho sempre pensato che gli Accademici di Svezia, in occasione delle riunioni nelle quali decidere il conferimento dei nobel per la letteratura, profittassero per alzare il gomito (certo vinacci da supermercato) o per sperimentare qualche nuovo allucinogeno, alcaloide o roba sintetica – che non ritira di persona perché a pezzi da qualche parte. In quel benedetto anno io nasco, per inciso, e lui comincia irrimediabilmente a morire: il fisico devastato dai mille incidenti della sua vita di coraggioso, generoso e maldestro ( aveva cominciato a piantarsi un pezzo di legno in gola a sette o otto anni), la mente annebbiata dagli abusi alcolici di ogni tipo, dalle ormai inefficaci medicine e, per ultimi ma certo non meno devastanti, dagli elettroshock che gli azzerano la prodigiosa memoria.

Ernest Miller Hemingway riesce, dopo ripetuti tentativi sventati dalla quarta moglie, a piantarsi due pallottole di fucile in testa all’alba del 2 luglio 1961, nella sua casa di Ketchum (Idaho).

Suo padre s’era sparato un colpo di pistola in testa una trentina d’anni prima.

Hemingway, quattro mogli e tre figli, era un americanone grande e grosso, generoso, coraggioso, forse spaccone, pieno di sé, un poco balbuziente, malaccorto e maldestro, uno scrittore famoso per i suoi incredibili errori grammaticali eppure capace di una grande applicazione, di un metodo ferreo: comunque uno scrittore tragico i cui libri puzzano, tutti, di morte.

Il suo miglior romanzo è stata la sua vita: è questa che esce e entra in tutti i suoi lavori, quelli buoni e quelli brutti e che esalano tutti, invero, un insopprimibile profumo di alcol. C’è tutto l’alcol dell’universo dentro gli scritti di Hemingway, un alcol quotidiano, abituale, ritmico, mai rituale o mitico. A partire da Fiesta, si beve a ogni ora, ogni cosa, qualunque abbinamento, roba buona, anche ottima e roba semplice, spesso scadente: è importante che si beva e non poco, per favore. E mi pare che ogni suo titolo abbia una propria devozione alcolica: il vino di “Addio alle armi”, il rum di “Avere e non avere”, brandy e gin in “Fiesta”, champagne dentro quel brutto “Oltre il fiume e tra gli alberi”.

Nel “Il vecchio e il mare” niente alcol, solo sapore di sale, di umido, di ostinazione, di sconfitta, di morte.

Io non amo Hemingway, ma anch’egli qualche cosa me l’ha regalata.

(Il brano riprodotto è tratto dall’edizione Mondadori, collana I Meridiani: “Ernest Hemingway Romanzi” a cura e con traduzione di Fernanda Pivano, che consiglio vivamente a chiunque volesse conoscere o conoscere meglio l’opera di Hemingway. Ricordo che Fernanda Pivano ebbe modo di frequentare lo scrittore e fu da lui non soltanto assai stimata, ma anche coccolata e viziata, per certo fra i suoi traduttori prediletti – Fernanda era da giovane una gran bella ragazza, oltre che una grandissima esperta di letteratura nordamericana.).

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Barbera Del Monferrato, Cantine Valpane 1994

Non mi piace granché parlare – altri direbbe recensire- di vini in particolare: io non sono un giornalista e non so occuparmi di cronaca e recensioni. A me piacciono le storie, ho bisogno di tempo; ho bisogno che un qualche strato di polvere si depositi sulle cose di cui m’interessa parlare, o scrivere. Bene o male che ciò possa essere giudicato: “tat tvam asi”, io sono questo, per dirla alla maniera hindu, in sanscrito.

Ma di questo vino mi necessita parlare, anche perché ne saranno rimaste più o meno una decina di bottiglie e che io ne scriva significa commercialmente poca cosa.

Mi è stato chiesto di fare un quadro con questo vino: un dipinto dedicato a una fanciulla nata proprio in quell’anno; quasi a perpetuare quella buona abitudine che usava in tempi passati di mettere da parte un certo numero di bottiglie, che potessero accompagnare i momenti migliori della vita futura del nascituro.

Il vino, lo conosco bene, esce dalle vigne del mio amico Pietro Arditi: ho usato molte volte i suoi vini, direi meglio le sue Barbera, per i miei quadri. Il fatto è che Pietro, a Ozzano Monferrato, ha la fortuna e la capacità di fare delle Barbera che tanto mi piacciono; Barbera dal grande corpo, di struttura e alcol importanti e gusto pulito, con un colore sempre rubino carico.

Il ’94 ricordo certamente d’averla bevuta e per certo mi è piaciuta: il punto è che per dipingere con un vino io, quel vino, debbo per necessità berlo, e mi deve anche piacere. Faccenda complicata per una Barbera di 14 anni….

L’ho aperta che sono tre o quattro giorni: bevuto un sorso, subito mi ha stupito; nel colore: granato, certo, ma ancora con riflessi di rubino, limpido, carico; naso schietto della famosa pietra focaia, senza le opulenze di cuoio e pelli di animali varii, intenso, fine, armonico; alla lingua, franco, leggermente secco, buona persistenza, corpo ottimo, una buona acidità. Sorprendente!

Ne bevo oggi, dopo alcuni giorni con la bottiglia appena scolmata alla spalla:

oggi mi colpiscono l’armonia, la persistenza e una certa secca e schietta eleganza: non un Barolo né un Barbaresco, ma un vino più secco, un poco più acido e direi di grande finezza. E molto, molto persistente, la caratteristica che più mi piace in un vino.

Che Barbera, Pietro: alla salute della piccola Eleonora, nata in quell’anno, sotto il segno dell’acquario.

Ci dipingerò un bicchiere-simbolo: le tre lettere – A,U,M – della sillaba-preghiera “OM”, capovolte, che quasi sembrano uno strano bicchiere. Quando sarà pronto, vedrò di riprodurlo in coda a questo piccolo scritto. Finalmente, eccolo (più altri 2):

Canone inverso 2006

Canone inverso 2005

Bicchiere "OM" dipinto con Barbera Cantine Valpane 1994

Barbera Cantine Valpane 1994

bicchiere dipinto con "Canone Inverso" Cantine Valpane 2006

Canone inverso 2005

Vincenzo Reda

Ottobre 2008

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Conversazioni con Federico Zeri

senza-titolo-12“- Si ritiene ateo?

- No, l’ateismo è una forma di religione. Mi ritengo agnostico. Credo in un modo non ufficiale. Ho scoperto la natura della mia posizione, molto tempo dopo aver raggiunto un determinato punto di vista. Ciò in cui credo era già stato espresso nel tredicesimo secolo da un certo Amaury De Ben: sono un amauricense. Costui era un filosofo francese che venne mandato al rogo e i suoi scritti distrutti. Sappiamo di lui qualcosa attraverso i seguaci. Egli sosteneva che tutta la materia è intelligente ed eterna. Io credo che  la materia sia eterna; la materia è il Dio Padre dei cristiani, non ha principio né fine, non si distrugge né si crea: E’ pervasa da una intelligenza intima che è lo Spirito Santo dei cristiani. Tale Spirito Santo o intelligenza spinge la materia ad aggregarsi secondo modi sempre più complessi. Il più complesso di tutti è la mente dell’uomo che consente alla materia di riconoscere sé stessa. Tutti gli uomini sono figli di Dio, tutta la materia è divina ed eterna. non credo a redentori, o cose simili. La legge morale è andare d’accordo con il mondo circostante. Sia ben chiaro, questo non è panteismo.

[...] – Non si è mai posto il problema della morte?

- La morte è semplicemente un aspetto della vita. Come si viene al mondo così si scompare; ma poiché siamo fatti di una materia eterna come è l’intelligenza, ritorniamo al punto dal quale siamo venuti. Io non ho nessuna paura di morire. Del resto finché siamo vivi, la morte non esiste; il giorno in cui saremo morti non esisteremo più noi. Quindi è inutile porsi il problema. Quanto alle religioni rivelate e ai loro dei punitivi, mi sembra sintomatico che nei Dieci Comandamenti dettati sul Sinai, ce ne siano due contro la sessualità e uno solo contro l’omocidio…..” .

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Greetings from Turin: Portapalazzo, the largest market in Europe

http://www.vincenzoreda.it/porta-palazzo-il-mercato-piu-grande-deuropa/

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Kamasutra di Vatsyayana

kamasutraParte Quinta (Capitolo V)

Dell’amore degli uomini potenti per le mogli degli altri

I re e i loro ministri non possono entrare nelle dimore di altri, e come se non bastasse il loro modo di vivere è costantemente tenuto d’occhio, giudicato e limitato dal popolo nel suo complesso, esattamente come accade tra gli animali i quali, vedendo il sole sorgere, si destano con esso, e quando l’altro cala la sera, a sua somiglianza si coricano. Coloro che godono di autorità non dovrebbero pertanto commettere, in pubblico, atti riprovevoli, in quanto contraddittori con la loro posizione e che sarebbero meritevoli di censura. Ma, qualora ritengano che un atto del genere sia inevitabile, dovrebbero osservare le precauzioni del caso, qui di seguito indicate.

Il capo di un villaggio, il funzionario del re a esso preposto, e l’uomo che ha il compito di ammassare il grano, sono in grado di procurarsi le villane semplicemente chiedendo loro. E’ per tale ragione che le donne di questa classe sono definite poco caste dai licenziosi….

Questo testo indiano dei primi secoli della nostra era è una fonte di sorprendenti scoperte: tutt’altro da quanto è assimilato dall’immaginario collettivo – tutti lo citano, a sproposito, e pochi lo hanno letto . Ho riportato questo breve brano pensando alle miserie di casa nostra: a Silvio Berlusconi, in particolare, Il Grande Tanghero….

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86^ FIERA DEL TARTUFO BIANCO DI ALBA, 2 ottobre – 27 novembre 2016

L’86ª FIERA INTERNAZIONALE DEL TARTUFO BIANCO D’ALBA SCEGLIE L’ALBERO COME SIMBOLO DELL’EDIZIONE 2016, UN TRIBUTO AL MISTERO E AL RISPETTO DELLA NATURA CHE, ATTORNO ALLE SUE RADICI, GENERA IL PIÙ PREZIOSO FRUTTO DELLA TERRA

Venerdì 8 luglio, presso l’Albergo dell’Agenzia di Pollenzo (Bra), all’interno del complesso che è sede dell’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche, è stata presentata la nuova edizione della Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba, consacrata dal New York Times come evento “foodie” da non perdere e inserita dal Mipaaf, Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, tra le dodici principali manifestazioni nazionali.

In una sala gremita da oltre 200 persone, Liliana Allena, presidente dell’Ente Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba, ha illustrato le principali novità dell’edizione 2016: dal nuovo LOGO del Tartufo Bianco d’Alba, all’Abero come immagine e tema della nuova edizione; dal progetto che, nei prossimi anni, trasformerà la Fiera in un evento «green» e sostenibile, al primo crowdfunding per tutelare le aree tartufigene del Piemonte; dalle iniziative che legheranno il design internazionale al Tartufo Bianco d’Alba, alla sua candidatura come Patrimonio Immateriale dell’Umanità Unesco; fino alle grandi mostre, le manifestazioni culturali, folcloristiche, musicali e quelle dedicate ai bambini.

La Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba quest’anno abbraccia un periodo di otto settimane, dall’8 ottobre al 27 novembre, con il Palio degli Asini fissato per il 2 ottobre. Due intensi mesi di eventi che valorizzano il Tartufo Bianco d’Alba nel pieno della sua stagione di raccolta e promuovono il territorio di Langhe, Roero e Monferrato in uno dei periodi dell’anno più vivaci dal punto di vista culturale, turistico ed enogastronomico.

Tra i molti ospiti della conferenza stampa sono intervenuti Bruna Sibille, sindaco della Città di Bra, Maurizio Marello, primo cittadino della Città di Alba, Luigi Barbero, presidente dell’Ente Turismo Alba Bra Langhe e Roero, Giuliano Viglione, vicepresidente della Fondazione Cassa Risparmio di Cuneo, Piercarlo Grimaldi, rettore dell’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, Antonella Parigi, assessore alla Cultura e Turismo della Regione Piemonte e l’europarlamentare Alberto Cirio.

«La Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba è riconosciuta come il principale evento fieristico legato al mondo dei tartufi», spiega Liliana Allena, presidente dell’Ente Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba. «Con oltre mezzo milione di presenze sul territorio e centomila ingressi al Mercato Mondiale del Tartufo Bianco d’Alba, rappresenta l’apice delle manifestazioni turistiche ed enogastronomiche della Regione Piemonte. Una Fiera che, quest’anno, presenta importanti novità, a partire dalla creazione del nuovo LOGO, un’icona studiata per essere un brand duraturo, in grado di comunicare con immediatezza e semplicità il fascino, la rarità e la preziosità del Tartufo Bianco d’Alba nel mondo».

«Il simbolo scelto per la nuova edizione della Fiera è l’Albero», continua l’Allena, «come custode del paesaggio naturale riconosciuto Patrimonio Mondiale dell’Umanità, come culla dove nasce il Tartufo Bianco d’Alba e come emblema delle nostre radici: quelle della nostra cultura, delle nostre tradizioni, quelle della nostra storia e dell’enogastronomia, le radici che contraddistinguono i grandi uomini delle Langhe e del Roero, persone che sanno guardare al mondo senza perdere il legame con il proprio territorio. Sono queste le nostre “Radici del Gusto!”».

«Quest’anno la Fiera arriva a fine novembre – ha sottolineato il sindaco di Alba Maurizio Marello – Fino a sette anni fa gli eventi si fermavano ai primi di novembre. È segno dell’incremento turistico  degli ultimi anni, frutto di un grande lavoro nel tempo che abbiamo colto e riseminato. Oggi la nostra stagione turistica inizia a Pasqua e finisce a Natale. Quest’anno proseguirà fino a fine febbraio 2017 grazie alla mostra biennale della Fondazione Ferrero dedicata alle opere di Giacomo Balla. Un forte incremento di flussi c’è stato negli ultimi due anni grazie anche al riconoscimento Unesco sui nostri paesaggi vitivinicoli. Risultati importanti che ci responsabilizzano e ci spronano a continuare a lavorare in questo settore con capacità di innovazione accanto a tradizione e folclore. Dobbiamo avere anche la capacità di migliorare ulteriormente la nostra accoglienza. Abbiamo fatto tanto negli ultimi anni, ma dobbiamo continuare a lavorare per mantenere questo livello con grande spirito di umiltà».

«Insieme all’estensione della Fiera – dichiara l’Assessore a Cultura, Turismo e Manifestazioni del Comune di Alba Fabio Tripaldi – stiamo lavorando anche per incrementare l’offerta culturale della nostra città durante l’anno. Quest’anno, oltre alle mostre già previste come “Futur Balla” in Fondazione Ferrero, “After Omeros” di Francesco Clemente a cura della famiglia Ceretto, “Mario Lattes. Antologia personale”, altre esposizioni sono in via di definizione. Oltre a ciò, grazie alla collaborazione con la Fondazione Bottari Lattes, il 14 ottobre il nostro Teatro Sociale ospiterà Amos Oz. Il grande scrittore e saggista israeliano di spessore internazionale, vincitore del premio Bottari Lattes Grinzane – sezione “ La Quercia 2016” sarà ad Alba il giorno prima della premiazione a Grinzane Cavour, con una grande lectio magistralis. Insomma, si allunga la fiera, ma aumentano anche gli eventi culturali».

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Vino & Jazz

ASCOLTIAMO IL BAROLO, SORSEGGIANDO JAZZ

Armonia è un sostantivo che accomuna il vino e la musica.

Quando un vino si presenta al palato con un certo equilibrio di sapori – acidità, tannini, alcol, giusti residui zuccherini – lo si definisce armonico.

L’armonia nella musica rappresenta lo studio degli accordi: la tradizione della musica classica occidentale è di carattere armonico, così come la melodia è propria dell’oriente e il ritmo ci arriva dalla primordiale sensibilità musicale di mamma Africa, la Terra che ha generato la nostra specie.

In America, nei primi anni del XIX secolo, armonia, melodia e ritmo hanno trovato la loro sintesi prodigiosa in una musica suonata da gente oppressa: schiavi e immigrati.

Una musica di dolore e di redenzione.

Senza scomodare i baccanali dionisiaci in cui si fondevano vino, musica e teatro, il vino trova la sua larga metafora nel jazz: ogni bottiglia è una sorpresa, ogni bottiglia una scoperta, ogni bottiglia una nuova interpretazione che dipende non soltanto dal fatto che il vino contenuto è, seppure impercettibilmente, differente; è diverso il suo sentire che dipende dalla compagnia, dall’ora, dall’occasione, dallo stato d’animo.

Proprio come il jazz.

E il Barolo, con i suoi tannini regali, il suo tenue colore, le sue spezie e l’eleganza che sa raggiungere quand’è maturo e grande, è il vino del jazz: quand’è giovane può essere un bebop nervoso e veloce di Parker, per trasformarsi in hardbop quando acquisisce invecchiamento e diventare cool raggiungendo la piena maturità.

Un grandissimo come Miles Davis può essere paragonato a un grande Barolo: con quell’eleganza e quelle pause da cui ogni nota pare sortire con raffinata cura, con colta e insuperabile tecnica, con estrema sensibilità.

Miles Davis più che ogni altro: Monk lo assimilerei a un Aglianico; Duke Ellington a uno champagne; Coltrane a un Barbaresco; Parker a una grande Barbera d’Asti; e Louis Armstrong a un meraviglioso Dolcetto d’Alba…..

E dunque, ascoltiamo jazz come gustassimo una sorprendente grande bottiglia di Barolo. E gustiamoci un Barolo come si ascolta uno stimolante brano, con le giuste improvvisazioni, di jazz.

Beviamo ascoltando, ascoltiamo bevendo.

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Terra Madre

 

COMUNICATO STAMPA:

Terra Madre Salone del Gusto: la generosità del Piemonte, 
casa di tutti nei giorni dell’evento
Raggiunto il traguardo dei 1000 posti letto messi a disposizione dalle famiglie torinesi e piemontesi per ospitare i delegati di Terra Madre Salone del Gusto 
«Tempo fa, in un momento terribile per l’ospitalità in Europa, ho chiesto ai torinesi e ai piemontesi un grande favore. Ho chiesto loro di rinnovare e di superare il grande impegno con cui hanno sempre accolto i delegati di tutto il mondo durante gli eventi organizzati da Slow Food. Oggi, a pochi mesi di distanza, in un momento in cui si ergono muri invece di costruire ponti, e in una situazione in cui dominano ancora la diffidenza e l’odio verso lo straniero e verso l’estraneo, come sottolineato dai tragici fatti di queste ore, ecco che io sento di poter dire che sì, come si suol dire, “la paura fa 90″: ma la gentilezza, l’accoglienza, la condivisione, fanno 1000».Sono queste le parole con cui il Presidente di Slow Food Carlo Petrini fa il punto sulla situazione dell’ospitalità per i delegati che saranno ospitati dalla popolazione del capoluogo piemontese e della provincia durante l’edizione 2016 di Terra Madre Salone del Gusto. Proprio alle famiglie lo stesso Petrini si era rivolto lo scorso primo marzo, durante la conferenza stampa di presentazione dell’evento, per chiedere un impegno particolare sul tema dell’ospitalità nell’anno in cui la manifestazione abbandona per la prima volta la storica sede del Lingotto e si allarga ad abbracciare buona parte del territorio urbano. La risposta non si è fatta attendere, e il numero 1000 non è citato casualmente: tanti sono infatti i posti letto messi a disposizione dei delegati delle famiglie, 150 nel territorio cittadino e circa 850 nelle province limitrofe.«Si tratta di un risultato enorme, che testimonia ancora una volta l’affetto dei torinesi e dei piemontesi verso Terra Madre Salone del Gusto e verso la grande rete delle Comunità del cibo, una grande famiglia fatta di storie, di volti e di mani che, in 170 Paesi in tutto il mondo, lavorano e combattono per garantire cibo buono, pulito e giusto non soltanto a noi, ma soprattutto ai nostri figli. Una famiglia di cui tutti facciamo parte, perché il diritto al piacere del cibo vero è un diritto che ci rende tutti fratelli, e fa di tutti noi i protagonisti di un cambiamento necessario».

Grazie alla generosità delle famiglie ospitanti, al lavoro dei referenti sul territorio e alla collaborazione del Comune di Torino e della Regione Piemonte i delegati di Terra Madre potranno dal 22 al 26 settembre presentare e rappresentare il meglio della biodiversità della loro terra nel Parco del Valentino e dell’area dedicata ai Presìdi internazionali Slow Food, raccontare le tradizioni ereditate dalle passate generazioni nei Forum di Terra Madre, discutere problematiche e progetti futuri nel corso delle Conferenze e soprattutto condividere con i visitatori e con gli altri delegati le proprie esperienze, i propri sogni, le proprie paure e le proprie speranze, gettando semi destinati a crescere e a durare ben oltre il termine dell’evento. Al loro rientro nei rispettivi paesi d’origine, il ricordo dei giorni della manifestazione sarà un tesoro da condividere con tutti i membri della Comunità, per migliorare le tecniche di lavorazione della terra, allargare gli orizzonti tecnici e culturali, e rinsaldare i legami tra produttori, trasformatori e consumatori. E, ne siamo certi, anche i cittadini potranno dire di sentirsi arricchiti.

Tutte le informazioni sull’evento su www.slowfood.it

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Sapori di Calabria

Ecco perché il capocollo di Domenico Timpano, imprenditore e fondatore dell’azienda commerciale di qualità Sapori di Calabria, è straordinario: le parti magre sono marezzate di grasso come il celebre Manzo di Kobe. La marezzatura del grasso rende il magro di particolare delicatezza. Garantisco la qualità eccelsa. Mi sono arrivati alcuni prodotti che distribuisce il mio amico Domenico Timpano: sono profumi e sapori autentici, selezionati con cura, della Calabria. Finalmente un’azienda seria e affidabile che diffonde con amore e professionalità la conoscenza di una Terra difficile e tanto affascinante: una Terra Eretica (non a caso dette i natali a Gioacchino da Fiore e Tommaso Campanella).

Domenico Timpano così si definisce: «Spirito libero. Testardo e selettivo, meticoloso nello scegliere soltanto il meglio per i propri clienti, anche i più esigenti. La scommessa è quella di riuscirci. E sono certo di vincerla!».

Qui di seguito il profilo dell’azienda e il link che permette anche di ordinare i prodotti, tutti di qualità ottima. Garantisco.

 WWW.PROFUMIESAPORIDICALABRIA.COM  

QUALITÀ MADE IN CALABRIA

CHI SIAMO

Azienda nata nell’ottobre del 2015 con l’obiettivo di esportare il Made in Calabria nel mondo. Ci occupiamo di promuovere e distribuire le Eccellenze della nostra Terra. La CALABRIA vanta numerose aziende di livello qualitativo nazionale e internazionale e altre poco conosciute che meritano la giusta rappresentanza per lo standard eccelso delle loro produzioni.                                                                                                                                                                 La nostra formazione è quella  di agenti di viaggio, specialisti in tour enogastronomici. Vogliamo far viaggiare i nostri clienti attraverso i sapori della nostra Terra: siano essi gustati nelle loro città e nazioni, sia offrendo loro un servizio turistico di in-coming in Calabria per apprezzarne direttamente la sua millenaria Cultura, l’Arte, la tradizionale e affascinante Cucina.  Ci occupiamo di organizzare eventi culinari durante i quali, oltre a presentare i nostri prodotti, facciamo rivivere il percorso produttivo, associandolo alle tradizioni popolari della Calabria. Siamo presenti in numerose fiere durante il corso dell’anno, sia in Italia sia all’estero. Presto sarà aperto un nostro punto di rappresentanza in OLANDA, dove siamo già presenti con i nostri prodotti, definiti da esperti del settore FUORI DALLO STANDARD.

Questi siamo noi.                                                                                                                                                                                        Siamo diversi. Portiamo la qualità e vogliamo la soddisfazione del nostro cliente, sia esso individuale sia esso un’azienda. Ci auguriamo, in tempi brevi, di entrare a far parte della prestigiosa ACCADEMIA della DIETA MEDITERRANEA di RIFERIMENTO che sancirebbe PROFUMI e SAPORI di CALABRIA come un azienda leader nel settore della distribuzione di Prodotti Tipici di Calabria e del  Turismo Enogastronomico.

 

 

 

 

 

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La cucina indiana con i vini piemontesi (Barolo & Co 2/16)

BAROLO&CO_02-2016_WEB.pdfLe spezie sono la chiave di volta per descrivere la cucina indiana: di qui si parte e qui si arriva. Curry (mistura) è una parola inglese che in India dice poco o nulla; masala, letteralmente: spezie, è il termine che definisce l’universo dei miscugli di spezie indiane. Garam Masala: spezia calda, hot nel senso di piccante, è l’altra espressione comune con cui vengono identificate le mille e mille misture tritate di semi radici e cortecce che costituiscono cumino, cardamomo, curcuma, cannella, zenzero, chiodi di garofano, finocchio, sesamo, zafferano, noce moscata, pepe, peperoncino, coriandolo, macis, papavero. Alle spezie si deve sempre accostare lo yogurt o il ghee, burro chiarificato della tradizione già in epoca vedica. Spezie e latticini introducono un’altra delle caratteristiche della cucina indiana: il celebre tandoor. Tandoor è una parola di lontane origini forse semitiche o iraniane (tanur, tandir, tannur: termini che si ritrovano nell’arabo, nell’urdu, ma anche presso turchi e azeri), certo è che questa sorta di giara in terracotta, cilindrica e aperta sul fondo per ospitare le braci di cottura, è stata rinvenuta per la prima volta presso le rovine delle civiltà di Harappa e Mohenjo Daro, siti risalenti al terzo millennio avanti Cristo e situati tra India e Pakistan sul fiume Indo. In origine, questo manufatto era usato per cuocere, spalmati sulle pareti interne calde, i sottili impasti di acqua e farina non lievitati da cui si svilupperà la tradizione dei vari tipi di pane come il chapati e il naan, quest’ultimo mescolato al ghee e leggermente lievitato. Soltanto intorno al XVIII secolo, nelle aree intorno a Peshawar in Pakistan, il forno tandoor cominciò a essere usato per la cottura delle carni, tramite spiedi infilati direttamente nelle braci. È chiaro che si tratta di una cottura a secco che richiede una lunga marinatura, a base appunto di ghee, yogurt e spezie, che permette alla polpa di cuocere in modo uniforme, essendo morbida e ricca di liquidi; questo tipo di cottura rende il cibo leggermente affumicato e molto secco, da ciò l’uso di salse per ammorbidirne e caratterizzarne il gusto. Oggi le esigenze della ristorazione hanno richiesto la trasformazione di quelle antiche giare in più semplici forni metallici che sono simili a pentole a pressione: i gusti, è chiaro, non sono più gli stessi. Inoltre, e questo fatto ai puristi è inviso, con le caratteristiche della cottura tandoori si cucina di tutto, pesce e crostacei inclusi.

L’altro pilastro della cucina indiana è costituito dalle innumerevoli ricette con cui si prepara il riso basmati (varietà indica, i nostri sono di tipo japonica), sia come contorno, sia come piatto principale, mescolato a carne, pesce e, soprattutto, verdure e leguminose.BAROLO&CO_02-2016_WEB.pdf

Non si possono, infine, dimenticare le famose salse chutney, fredde o calde, a base di latte, yogurt, cocco, limone e sempre con abbondante uso di aglio, cipolla e spezie varie. Tikka, dhal e fugath sono altrettanti modi di cucinare: allo spiedo, stufati, al vapore, ecc..

Quando si parla di carne si tratta in genere di pollame e di agnello, poco diffuso il maiale e proibito il manzo; per pesce s’intende quasi sempre il pomfret, il grande pesce castagna con polpa e gusto simili alla nostra ricciola, e poi scampi, gamberi e gamberoni propinati in tutti i modi e con tutte le salse e sempre, comunque, deliziosi.

In India il cliente è sacro! Il cliente viene sempre trattato con deferente rispetto, a volte con gradevoli attenzioni e servito come fosse un principe, in qualsiasi posto e senza distinzione di classe, etnia o provenienza.

La comunità indiana a Torino conta non più di qualche centinaio di persone ma la ristorazione offre da almeno due decenni alcuni ottimi ristoranti nei quali la tradizionale cucina indiana viene offerta con sufficiente credibilità e buona qualità. Gandhi è un locale situato in corso Regio Parco, due passi dal centro storico torinese, aperto da Kumar, originario del Punjab, nord-ovest del sub-continente indiano, e dai suoi familiari nel 2001. È un locale che offre circa 85 coperti, arredato in maniera assai tipica con statue, suppellettili e luci calde e soffuse che permettono di sentirsi un poco in India. Pulizia, cortesia e accuratezza del servizio sono peculiari dei costumi di questo grande e coltissimo paese. Mi hanno preparato due piatti a base vegetariana: i classici Chana Samosa, sfoglie ripiene di crema di patate e piselli; e un Mix Pakora, verdure servite con farina di ceci; due piatti di pesce: Fish Tikka Tadoori (pesce spada condito con una salsa di spezie di leggera piccantezza e assai gustosa) e Jhinga Balchao, che sono gamberoni marinati in una salsa di pomodori e spezie, saporosissima ma non troppo piccante. Ho chiuso con un classico pollo al masala, tipico della zona di Nuova Delhi e un delizioso agnello al tamarindo, parecchio piccante, peculiare di Madras. Con i primi due piatti ho gustato un eccellente metodo classico 100% uve Nebbiolo della zona di Barolo. Ai piatti di pesce ho accompagnato un delizioso, tra i miei preferiti, Chardonnay 2013 con passaggio importante in barrique, vinificato da una storica famiglia di vignaioli dell’Annunziata di La Morra; è stato un incontro di grande intensità… Per il pollo al masala ho scelto uno dei vini piemontesi che, per le sue caratteristiche note olfattive di pepe, meglio si presta ad accompagnare le spezie indiane: il Pelaverga di Verduno, di cui ho scelto un 2015 del produttore che ritengo il migliore. Ovvio che un sontuoso Nebbiolo 2014, zona Barolo e vignaiolo tra i migliori, è stato capace di intrattenere una relazione eccellente con l’agnello di Madras.                   Nota finale importante: rispetto ad altre cucine etniche, nei ristoranti indiani è abbastanza normale bere vino, soprattutto piemontese; quando si tratta di rosso; per i bianchi i clienti chiedono di solito vini friulani, dell’Alto Adige e campani.      Kumar, buon intenditore, ha in carta una trentina di etichette di livello discreto e offre un ottimo Nebbiolo del Roero che i clienti, anche dato il buon rapporto prezzo/qualità, mostrano di assai gradire.

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Il coniglio grigio di Carmagnola (Barolo & Co 2/16)

BAROLO&CO_02-2016_WEB.pdfA fronte di circa 58 miliardi di polli e 1, 4 mld di suini (che, dato il peso, rappresentano la quantità di carne più consumata al mondo: 114 mln di tonnellate, mentre i polli toccano, in aumento, 106 mln di tonnellate), i conigli macellati in un anno sono circa 1,2 miliardi, in aumento nei paesi orientali e in diminuzione del 20% in Europa.                                              L’Italia alleva il 7% dei conigli del mondo e il 25% dell’Europa, con 43 razze riconosciute dall’Anci e distinte in leggere, medie e pesanti.                                                                                                          Il coniglio (Oryctolagus cuniculus) è un mammifero roditore appartenente all’ordine dei Lagomorfi. È allevato in molte decine di razze che si differenziano per taglia, colore, lunghezza e forma delle orecchie. I ricoveri per conigli devono avere gabbie in materiale lavabile e disinfettabile, quindi preferibilmente in metallo. L’ANCI gestisce le attività istituzionali (Libro Genealogico e Registro Anagrafico) sotto la vigilanza del MiPAAF, promuove lo sviluppo della coniglicoltura nazionale e svolge attività di assistenza tecnica a favore delle aziende cunicole.

Il coniglio raggiunge  la maturità sessuale dopo i 4 mesi nella femmina e dopo i 5 nel maschio; in linea generale, le razze giganti tendono a essere più tardive rispetto alle razze commerciali. Nell’allevamento del coniglio da carne si tende, in media, a far accoppiare la femmina intorno ai 4,5 mesi e ai 5,5 il maschio.
                                                                                                           Il coniglio è una specie a ovulazione indotta il che significa che l’ovulazione è indotta dal coito.
La monta naturale prevede che sia la femmina a essere portata dal maschio e, se è ricettiva, si lascerà coprire con facilità. Si preferisce fare accoppiare la coniglia quando i genitali assumono un colore che varia dal rosso al bluastro; una femmina può partorire fino a 14 piccoli. L’adozione è una pratica molto diffusa che prevede lo spostamento di coniglietti da una fattrice a un’altra in modo da pareggiare le nidiate e renderle omogenee per numero e dimensione dei piccoli.
Lo svezzamento avviene intorno ai 28-35 giorni, togliendo i piccoli alla madre e mettendoli in una gabbia separata.                                                                                                                  Il coniglio Grigio di Carmagnola ha avuto origine da una popolazione locale di conigli comuni a mantello grigio, molto diffusa nelle aziende piemontesi alla fine degli anni Cinquanta e poi quasi completamente scomparsa agli inizi degli anni Ottanta, almeno come razza pura.
Nel maggio del 1982 un gruppo di ricercatori dell’Istituto di Zootecnica Generale (ora Dipartimento di Scienze Zootecniche) della Facoltà di Agraria dell’Università di Torino ha dato il via a un’indagine su una popolazione di conigli a mantello grigio, costituendo un primo nucleo operativo di femmine acquistate sul territorio in cui tale popolazione risultava abitualmente presente: i comuni di Carmagnola, Piobesi e Vigone. La popolazione venne denominata “Grigio di Carmagnola” causa il colore e perché diffusa soprattutto nel territorio di questo comune della provincia di Torino, sede del Centro di Allevamento.
In assenza di uno standard di razza, i ricercatori ne stabilirono uno, sulla base delle caratteristiche tradizionali di questi conigli.                                                                                                                Razza media con muscolatura asciutta e soda, corpo allungato con spalle e lombi carnosi, dorso forte e ben curvato, bacino ampio, arti mediamente lunghi con cuscinetto plantare rivestito da pelo forte e folto.
Il peso varia, nei maschi da 3,5 a 5,5 kg; nelle femmine da 3 a 4,5 kg.                                                                                                                                                                      Dal 2008 è Presidio Slow Food, voluto dal compianto Renato Dominici che ha sempre creduto nell’eccezionale qualità delle carni del Grigio di Carmagnola, di gran lunga superiori a quelle degli altri conigli.

L’area di produzione è nel
Comune di Carmagnola e nelle aree limitrofe in provincia di Torino.

Gli allevatori sono riuniti nel Consorzio di Tutela delle razze 
avicunicole piemontesi
 Bionda, Bianca, Grigio
 Carmagnola (To)
via Papa Giovanni XXIII, 2
- Tel. 338 9317319.BAROLO&CO_02-2016_WEB.pdf

Gli allevatori sono: 

Pier Luigi Anfossi, 
Cavallerleone (Cn)
Via Nosca, 2 – 
Tel. 0172 88075
valerio.anfossi@gmail.com
;
Cascina Lisindrea
di Claudio Voarino,
Vicoforte (Cn)
Via Santo Stefano, 7 – 
Tel. 0174 563644,
331 7454799
 cascina.lisindrea@tiscali.itwww.cascinalisindrea.it; 

La Cerea 
di Ermanno Panero,
Pralormo (To)
Regione Roncaglia, Cascina Cerea, 7 – 
Tel. 011 9481265,  333 5742594, lacerea@libero.itwww.lacerea.com;

 Adriano Delù,
Murisengo (Al)
Via Rivo, 35 – 
Tel. 339 1218119,
331 2574195,
 agri.adri@gmail.com.

                                                                                    Fanno inoltre parte del Consorzio
Valeria Demonte e Carlo Alberto Ferrero.                                                                                                                  Ho avuto modo di visitare la Società agricola La Cerea, in Pralormo e di interloquire con Massimo Panero che, con i fratelli Ermanno e Valerio e le rispettive famiglie, conduce l’attività, ereditata dal padre Spirito, da circa vent’anni. Fu proprio Renato Dominici a spingere questa famiglia, e Massimo soprattutto, ad allevare il coniglio grigio, oltre alle vacche da latte e alle galline bionde piemontesi.                                                                                                              Oggi macellano circa 5/6.000 conigli all’anno, allevati in ambienti tenuti con estrema cura e isolati per evitare il pericolo di contagi e le conseguenti, sconsigliabili, terapie veterinarie. L’alimentazione consiste in orzo, erba medica e girasoli per le fattrici, mentre dopo lo svezzamento ai coniglietti viene tolta l’erba medica e aggiunti i semi di lino che contengono gli antiossidanti naturali omega 3.                                                                                                                                                                                                           Gli animali vengono macellati a un’età compresa fra i 105 e i 140 giorni e un peso lordo di circa 3,5/4 kg che al netto si riduce a 1,9/2,3 kg.                                                                                                                                                                                      Oltre a servire direttamente ristoranti e macellerie di qualità, La Cerea vende direttamente presso la propria sede di Pralormo (la quota sul totale è di circa il 15%) dopo almeno 12 ore di frollatura.                                                                             La carne di coniglio grigio si differenzia da quella degli altri conigli per la sua totale assenza di stopposità e per la delicatezza del gusto. In 100 gr contiene 0,5 gr di carboidrati, 5,3 gr di grassi, 22,1 gr di proteine e un valore energetico di 138 kcal. A fronte dei 5/6 € di prezzo al kg del coniglio normale, per il coniglio grigio occorre spenderne 8 o 9: ma ne vale per certo la pena.

 

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Giancarlo Cara e il suo Centralino

Il testo qui sotto è tratto dal libro Torino on the Road (Il Punto, Piemonte in bancarella, 2015, Torino). E’ il ritratto che ho scritto per il mio amico Giancarlo Cara.

«Poi, e siamo nel 1977, a Torino succede un fatto storico che cambierà in maniera epocale l’orizzonte dello spettacolo italiano. E non è un caso che succeda proprio a Torino, proprio in quegli anni bui del terrorismo e delle tremende lotte sociali; proprio alla fine di quei benedetti anni Settanta.

La Rai si decise finalmente a cercare strade alternative e a sperimentare nuovi generi di spettacolo fuori dei soliti canoni ancora legati a decrepiti schemi teatrali: è di Pippo Baudo l’idea di lanciare volti e talenti nuovi che possano essere inglobati in un contenitore senza presentatore che riunisca musica, ballo e cabaret. L’idea viene suggerita al dirigente Bruno Voglino che la fa sua e incarica Marcello Marchesi di occuparsi della ricerca di gente fresca e giovane. Marchesi però fallisce e gli subentra un giovane che risolve da par suo la situazione: si chiama Giancarlo Magalli.

La trasmissione viene titolata: Non Stop (Ballata senza manovratore); il regista è Enzo Trapani e vanno in onda 6 puntate, trasmesse dal 27 ottobre al 30 novembre 1977 e registrate negli studi Rai di via Verdi, a Torino.

In quella prima serie esordiscono in TV, tra gli altri: Massimo Troisi con La Smorfia, I Gatti di Vicolo Miracoli, Enrico Beruschi, Marco Messeri, Jack La Cayenne, Boris Makaresko…

“Arrivano una sera tre perfetti sconosciuti: si chiamano Massimo Troisi, Enzo De Caro e Lello Arena e mi chiedono di provare il loro numero che dovranno poi registrare in Rai. Mi sta bene, organizzo lo spettacolo immediatamente e faccio girare la voce tra amici. Si esibiscono in un numero da scompiscio, di quelli che oggi sono veri cult: davanti avevano un pubblico estasiato di… dieci spettatori”.

La seconda serie di Non Stop, altre 6 puntate, va in onda dal 28 dicembre 1978 al 1° febbraio 1979. Di questa seconda infornata fanno parte: Carlo Verdone, I Giancattivi (Alessandro Benvenuti, Athina Cenci e Francesco Nuti), Zuzzurro e Gaspare, Stefania Rotolo, Massimo De Rossi….

“In quel periodo ero un po’ come un fratello maggiore, li avevo tutti da me. Gli facevo da balia, quasi. Mi sono legato in maniera particolare a Carlo Verdone con cui è rimasta una grande amicizia anche se mi tocca di sopportare tutte le sue superstizioni, le manie, le medicine…”.

La stagione, magica e irripetibile, del Centralino dura dieci anni. Tra la tarda sera e la notte inoltrata, in quegli anni, in quel locale – unico per davvero e in tutti i sensi – si può incontrare la logorrea divina e straripante di Walter Chiari, la lucida intelligenza sicula di Pino Caruso, il talento primordiale e dirompente di un giovanissimo Piero Chiambretti che prova a fare i primi spettacoli con il suo ingombrante socio Erik Colombardo. E poi ancora: una abbagliante Anna Oxa nei suoi formidabili 20 anni, uno spaesato Abatantuono e un già diabolico Beppe Grillo e, sempre alle prime armi, Beppe Faletti, Teo Teocoli, Massimo Boldi, l’astemio (!!) Lino Toffolo… E sempre con gente come Gianni Basso, Franco Rava, Mondini e Cerri come degno contorno.

Stagione che si concluse verso la fine del 1985: dieci anni di magie ma anche di nessun ritorno economico; legate a quella decisione anche le conseguenze che il terribile evento del cinema Statuto aveva avuto sulle nuove regole che riguardavano la sicurezza dei locali pubblici, e il Centralino, per come era strutturato, qualche problema lo avrebbe avuto e dunque sarebbero occorsi degli investimenti che Giancarlo non poteva sostenere.

E allora si arrese a chi voleva fare di quel locale prodigioso una semplice sala da ballo o da…. banale sballo».

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Un PO’ ETA

ImbianchinoRovistando dentro una notte insonne le confusioni degli angoli più reconditi e dimenticati delle mie cavalcate sfrenate, ho ritrovato questi versi lontani. Scritti chissà quando, per chissà chi. Scritti che nessuno finora ha mai letto e dunque muti, dunque inutili, dunque sordi e ciechi. Però sono versi che assai mi piacciono e meritano che qualcuno, altri che me, abbia l’opportunità di leggerli.

Magari di farli propri.

 

Sai

Sei l’aria che respiro

Amore mio.

Nulla di più per vivere.

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Casa Format

http://www.vincenzoreda.it/quanto-basta-per-star-bene-in-via-s-domenico-12b/

http://www.vincenzoreda.it/fiorfood-della-coop-in-galleria-san-federico-a-torino/

http://www.vincenzoreda.it/ristorante-la-credenza-di-san-maurizio-canavese/

http://www.vincenzoreda.it/igor-macchia/

Di Igor Macchia, Giovanni Grasso, Alessandro Gioda e Stefano Malvardi mi sono più volte occupato e tanto ne ho scritto su questo sito; i link qui sopra aprono alcuni articoli in cui ho raccontato le persone, le figure professionali e la filosofia di ristorazione a cui sono devoti. Come tutti i cuochi di cui parlo, sono diventati quasi degli amici, amici di cui mi fido, che apprezzo e che coinvolgo nelle mie performance d’autore che scrive di cibo, di bevande, di preparazioni culinarie, dell’arte dell’accoglienza e della capacità di soddisfare le esigenze dei clienti sapendole trasformare in piacere. Dunque, mi gratifica presentare la loro nuova idea/impresa appena nata all’ombra della Palazzina di Caccia di Stupinigi (simbolo che Vittorio Amedeo II volle edificare come simbolo del passaggio da Gran Ducato a Regno di Sardegna nella prima metà del XVIII secolo). Sono stato di recente a gustarne gli ambienti, le atmosfere e la cucina: una conferma con la piacevole aggiunta di una filosofia che propone salse e intingoli stimolanti a insaporire e rendere peculiari le proposte culinarie frutto di talento e grande esperienza. Ovvio che suggerisco a chi mi segue di conoscere e frequentare Casa Format (non più di 25′ di auto dal centro di Torino).

Di seguito un estratto del comunicato stampa che illustra al meglio l’intero progetto.

OSPITALITA’ E CUCINA RESPONSABILE

La Natura è equilibrio. La Natura ha i suoi tempi. La Natura è bellezza e unicità.  La Natura non spreca. La Natura accoglie.

Casa Format è il progetto di Ristorazione e Ospitalità responsabile, creato da un’idea del Ristorante La Credenza e che ha preso vita da pochi giorni a Orbassano, alle porte di Torino e a un passo dalla splendida Palazzina di Caccia di Stupinigi e dal suo  parco naturale.

Ospitalità, accoglienza, qualità del cibo, un ambiente in armonia con il luogo che lo circonda e con le persone che lo vivono.

La coltivazione diretta dell’orto di 2000 mq. Offre tutte le verdure utilizzate in cucina, seguendo la stagionalità. Non chiedete i pomodori o le zucchine a dicembre!

Il ciclo delle stagioni e il raccolto dettano la composizione del menù di Casa Format che cambierà seguendo il ritmo della natura. Lo Chef Stefano Malvardi e il suo staff si occupano anche di produrre salse, conserve e verdure sott’olio e sotto aceto con i prodotti appena colti, per portare sulla tavola del ristorante sapori sani e genuini.

Gli ingredienti utilizzati in cucina, quando non sono autoprodotti, provengono esclusivamente da fornitori del territorio selezionati, che condividono la passione e l’impegno per la sostenibilità ambientale di Casa Format. Sempre e inderogabilmente nel segno dell’eccellenza.

Il progetto è dell’Architetto Carlo Colombo: cinque camere dove soggiornare, il ristorante dalle ampie e luminosissime vetrate, una sala per eventi che accoglie fino a 120 persone. Ogni spazio di Casa Format è irripetibile, arredato con oggetti unici di design scelti dalle collezioni di Poliform e Lago, eccellenze indiscusse nel campo dell’arredamento.

Con la consulenza di Format Progetti Abitativi, tutti gli ambienti di Casa Format sono stati studiati per rappresentare un punto di riferimento per chi lavora nel settore del design. Anche la sala ristorante, diretta dal giovane ed esperto Alessandro Gioda, rispecchia il connubio tra bellezza e unicità, richiamando colori e materiali che si ispirano gli elementi naturali: terra, aria, acqua… gli arredi e i complementi sono stati ideati e realizzati da artigiani di eccellenza, attenti all’ambiente e alla creazione di oggetti che sposino perfettamente lo spirito di questo luogo.

La cucina è a vista: la preparazione dei piatti diventa così un’ulteriore occasione per vivere un’esperienza di familiarità e sostenibilità.

Casa Format è a impatto e spreco zero.

Un edificio prefabbricato realizzato interamente in legno, completamente coibentato, costruito in “classe A” con Certificazione Casa Clima, posizionato per sfruttare al massimo – nell’arco della giornata -  l’energia solare: tutto è stato studiato nei minimi dettagli e particolari per consentire a questa struttura di “vivere di energia propria”.

L’elettricità viene prodotta grazie al sistema fotovoltaico e dai pannelli solari; gli impianti di depurazione e riciclo delle acque abbattono gli sprechi idrici (una grande cisterna raccoglie l’acqua piovana che viene utilizzata per irrigare l’orto), l’illuminazione naturale garantita dalle vetrate ampie durante il giorno e dalle tecnologie più avanzate di illuminotecnica a Led, il sincronismo gestito in domotica di tutti gli apparecchi e gli strumenti della cucina, rendono Casa Format del tutto autosufficiente e parlano di utilizzo razionale delle risorse, amore e cura per l’ambiente, per le persone e per il futuro del nostro pianeta.

Casa Format è il luogo in cui sentirsi a casa. Tutto è stato pensato e realizzato a misura della persona e del corretto rapporto con la natura, sempre in armonia tra loro. L’intera struttura è accessibile ai disabili: dalle stanze, al ristorante, all’area eventi, all’orto luogo nel quale verranno organizzati, nella bella stagione, cene e aperitivi, per un’esperienza di contatto con la terra ed i suoi frutti davvero globale.

Il progetto della casa Ristorante, con il quale si può riassumere – senza peraltro sperare di riuscire a raccontare tutto – questa nuova e grande avventura, nasce dall’idea e dal bagaglio di esperienza e competenza de “La Credenza”, il ristorante stellato di San Maurizio Canavese (TO).

www.casaformat.it

Fecebook: casa format

 

 

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