I miei auguri di vino dal 2005 al 2010, wine greetings 2005 2010

Il 2005, anno per me terribile, lo inaugurai con il Dolcetto d’Alba Vigna S. Lorenzo 2003 di Giribaldi: un produttore con cui non ebbi alcun feeling (e appunto l’anno fu disastroso…). Per gli auguri successivi scelsi il Murrae 2004 di Rocche Costamagna (avevo già usato il Rubis); il soggetto è uno dei miei più belli: un fiore-bicchiere fatto con i polpastrelli per un 2006 prospero. L’anno successivo scelsi il Dolcetto San Luigi 2005 di Quinto Chionetti, un altro produttore con cui non ebbi alcun feeling (anche maleducato, perché nemmeno mi ringraziò per gli auguri e io non avendogli chiesto proprio nulla, nemmeno le bottiglie che comprai…); il soggetto fu l’Ankh, simbolo della vita egizio. dipinsi una serie speciale, dedicata a faccende iniziatiche, con il soggetto G (7° lettera dell’alfabeto con potenti significati, anche personali – la abbino sempre alla M, 11° lettera): questa serie fu dipinta con il Dolcetto Colombè 2005 di Ratti dell’amico Massimo Martinelli e fu benaugurante. Il 2008 fu introdotto da un altro Dolcetto di Dogliani, il San Luigi 2006 di Bruno Porro: il simbolo l’0tt0 orizzontale che è l’infinito. Fu l’anno dei grandi viaggi in India, Guatemala, Stati Uniti. Il 2009 fu l’anno del magnifico Dolcetto 2007 di Flavio Roddolo: l’anno dell’OM e l’anno delle grandi mostre in India. Con il Dolcetto Borgogno 2008 dell’amico Oscar Farinetti augurai il 2010 che, alla sua fine, si sta rivelando una ottima annata. Mi auguro che il Bricco Mollea 2009, Dolcetto delle Langhe Monregalesi, di Massimo Martinelli accompagni un 2011 favorevole.

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I miei auguri di vino dal 1999 al 2004

Ho cominciato nel dicembre del 1998 a dipingere, uno a uno, i miei auguri. Sempre con un Dolcetto diverso di anno in anno e sempre scelto a seconda dei miei gusti, dei miei capricci, delle mie suggestioni.

Il primo era un Dolcetto d’Alba 1997 di una riserva speciale dei Marchesi di Barolo che mi aveva regalato un amico. Il secondo il Dolcetto d’Alba Cremes 1998 di Gaja.Il terzo, per gli auguri del 2001, il Dolcetto Dogliani 1998 dei Poderi Einaudi (in quell’anno dipinsi anche una piccola serie speciale per Gegè Mangano con il Primitivo di Felline 1998). Per il 2002 scelsi il Dolcetto d’Alba Villa Ile del 2000. L’anno successivo ne usai due: il magnifico Rubis, Dolcetto d’Alba, di Rocche Costamagna del 2001 e il Dolcetto di Diano 2001 Sorì Bric Maiolica dei Poderi Sinaglio. Infine, per il 2004, dipinsi con un Dolcetto di Ovada Superiore (Villa Montoggia 1998). Le riproduzioni dei biglietti da visita sono assai brutte: in quel periodo non usavo il digitale e neanche tutta la mia capacità tecnica nella riproduzione analogica: le immagini qui sotto sono assai brutte, ma sono scansioni di stampe fotografiche scadenti.

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I miei auguri

Quest’anno non ci saranno più i 73 biglietti dipinti uno per uno e spediti a amici e collezionisti che dal 1998 ho sempre usato per i miei auguri (qui riporto gli ultimi quattro, tutti dipinti con eccellenti Dolcetto di cari amici produttori).

Gli auguri che ho dipinto per le feste del 2017 e per l’anno prossimo sono due lavori particolari, realizzati con Barbera e Dolcetto. Uno racchiude i topos tipici del Natale occidentale, dipinti alla mia maniera in cui le macchie sono peculiarità imprescindibili. L’altro è un’opera complessa, sofferta che racchiude una simbologia personale a cui sono avvinghiato come e più tignoso di un’edera: è un lavoro realizzato principalmente a spatola, utilizzando residui secchi di vini differenti. Lo considero un capolavoro, almeno per quanto mi concerne.

Anyway, auguri a tutti quelli che mi seguono e che mi vogliono bene; e auguri particolari a quei pochi che mi capiscono e che sopportano le mie distonie, le mie pause, le mie assenze, le mie rudezze.

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Ristorante Dadò di Chiara Antoniotti, Torino

http://ristorantedado.it/online/

Chiara Antoniotti l’ho conosciuta nel maggio del 2016: era la responsabile degli eventi a La Piazza dei Mestieri nel cui ristorante (cuoco Maurizio Camilli) si tenne una mia mostra.

Nell’autunno dello stesso anno rilevò il ristorante di famiglia e iniziò a occuparsene in prima persona.

Cominciò in sordina, con ragazzi giovani: ricordo degli eccellenti maltagliati con vongole e frutti di mare.

Nel maggio di quest’anno  Chiara chiamò a dirigere le cucine il celebre chef stellato (Vintage 1997) Pierluigi Consonni. Questa collaborazione si è interrotta lo scorso Novembre.

Oggi dirige la cucina lo chef Massimiliano Nucera (già all’Oinos Vini di Torino).

Il locale è assai accogliente, caldo e rassicurante, ricavato in una foresteria ottocentesca dell’attiguo Santuario di Sant’Antonio. In un paio di ambienti di largo respiro accoglie circa 45 coperti. Il menù è in buona sostanza una rivisitazione moderna di piatti tradizionali. Ho mangiato una versione delicatissima del brandacujun ligure (stoccafisso mantecato ligure) con pane carasau e uova di Beluga, poi sono passato a un classico polpo grigliato sopra un’ottima crema di mais con un’interessante maionese, ricavata dalla riduzione dell’acqua di cottura del polpo; ho finito gustando una zuppa di cavolfiore con broccoletti, pane tostato e vongole: ecco un piatto insolito che mi ha stupito e per cui tornerei volentieri a sedere ai tavoli di questo ristorante che regala un’atmosfera abbastanza unica. Chiara offre un centinaio di etichette che coprono in maniera omogenea il territorio italiano con qualche ovvia presenza francese. Si spendono mediamente 30/40 € senza vino.

Credo che ci siano ancora alcune cose da mettere a punto, soprattutto in cucina: anche per la ristorazione il tempo (la pazienza) è una risorsa irrinunciabile. In ogni caso, in pieno centro della città (una traversa di corso Vinzaglio e a due passi dalla stazione ferroviaria di Porta Susa), Dadò è un’ottima opzione, sia per un brunch veloce sia per una cena rilassante.

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Vincenzo Reda e i suoi Piscarelli al ChickenRiko di Torino

Lo scorso 8 novembre ho dipinto un Piscarello nel corso della serata in cui presentavo la mia mostra nel locale di cucina peruviana ChickenRiko, in via Artisti, 1 a Torino.

E’ stata una serata di particolare intensità e di imbarazzante emozione.

Il pezzo dipinto con il Pisco e con l’aggiunta di polvere di peperoncino peruviano l’ho lasciato in omaggio ai gentilissimi proprietari del locale: Fiordeliz  e Salvatore, chef italiano.

Nella galleria di immagini anche i Piscarelli esposti a La Piazza dei Mestieri e quelli di proprietà del ristorante Made in Perù.

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Monsù Barolo: Massimo Martinelli

La Langa a metà ottobre ti assedia le narici con i suoi profumi di vinacce che ne pervadono ogni angolo. La Langa a metà ottobre lascia sulle viti ancora verdi pochi grappoli di uve nebbiolo ancora da vendemmiare. La Langa preserva ancora Uomini che ti sanno raccontare storie interessanti: uomini che ti parlano di altri uomini che non ci sono più fisicamente ma che – se ne sei capace – vedi ancora girellare per le vigne. Massimo Martinelli, enologo e pittore, oggi mi racconta di Renato Ratti e Bartolo Mascarello; mi racconta  di come con lo zio materno Renato, in realtà più fratello maggiore che zio (c’erano soltanto 9 anni di differenza), misero insieme L’ Abbazia dell’Annunziata; di come cominciarono a usare la fermentazione malo-lattica (molti langhetti dicono ancora “mano-lattica”); di come furono i primi a vendere direttamente al pubblico….E dopo molte storie di cui parlerò ancora, si beve e si beve come si deve: noi non degustiamo, noi beviamo. Un consiglio: se lo trovate (ma se si cerca si trova) leggetevi il più bello e completo libro scritto sul Barolo, “Il Barolo come lo sento io” di Massimo Martinelli; l’ultima edizione, di Sagittario Editore (Elio Archimede, per intenderci), è del 1993. Auguri.

Questo link rimanda al sito che descrive il posto felice dove Massimo Martinelli ha scelto di vivere e di produrre il suo Dolcetto Doc Langhe Monregalesi Bricco Mollea:

http://www.relais-art.com

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I miei EMOTICON di vino al Bar Pietro, Torino

Invitato da Filippo Maria Paladini, dell’associazione pre/tesTO, ho dipinto 11 lavori su carta Fabriano 50% cotton da 300 gr. formato 25×35 per una mostra che si è inaugurata giovedì 23 novembre alle ore 18.30 presso il Bar Pietro di via San Domenico, 34/f in Torino.

Ho usato un particolare Ruchè di Scurzolengo (Asti) della Cascina Tavijn, un Ruchè quasi amabile di 15% vol., di colore rubino intenso.

Durante la serata ho dipinto con un vino Oliena (Cannonau) di una vecchissima bottiglia custodita nelle cantine del Bar Pietro da almeno 25/30 anni. Vino liquoroso, ancora bevibile.

I quadri sono in vendita.

La mostra è dedicata al mio grande amico Mariano Gai Lofaso.

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L’Ambasciatore vietnamita Cao Chinh Thien in visita nelle Langhe

Con grande piacere e inaspettata soddisfazione, ieri ho accompagnato in Langa Sua Eccellenza l’Ambasciatore vietnamita in Italia Cao Chinh Thien, a capo di una delegazione della Camera di Commercio Italo-vietnamita con gli amici Fulvio Albano (presidente) e Walter Cavrenghi (segretario).

Abbiamo visitato le cantine Gianni Gagliardo (guidati dalla competenza e dalla passione di Alberto Gagliardo) a La Morra e, successivamente in Barolo, quelle dei Marchesi di Barolo dove poi abbiamo pranzato, presenti Anna ed Ernesto Abbona, proprietari della storica azienda vitivinicola.

Ho scelto un menù tradizionale con abbondante grattata di tartufo bianco d’Alba,  assai gradito da tutti e in particolare dall’Ambasciatore, che conosce e apprezza il nostro prezioso fungo e assai anche i nostri Barolo.

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Vincenzo Reda, un bel curriculum

Sono nato in un paesino della Sila Grande (Calabria), nel 1954 durante la vendemmia. Dal 1960 vivo a Torino.

L1130865 1Ho conseguito il diploma di aiuto regia  nel ‘75 con Adriano Cavallo (aiuto di Orson Welles) al Centro sperimentale di Arte drammatica di Torino con un allestimento de I morti senza tomba di J.P. Sartre; ho lavorato al Gobetti come direttore di scena e direttore delle luci per La calzolaia ammirevole di Federico Garcia Lorca.

Nel ‘76 con Plinio Martelli ho girato il film sperimentale di body art Ogni corpo occupa un suo spazio che è stato presentato alla biennale di Venezia lo stesso anno e oggi è proprietà della Gam di Torino. Poi fino all’83 ho fatto molte mostre di fotografia, delle quali la più importante nel 1980: Il diavolo ti vuole, performance con Bruno Chiarenza, presentata per la prima volta al  Postino Cheval di via Palazzo di Città.

Tra il 1976 e il 1978 ho avuto importanti esperienze a Radio e TeleTorino International e, soprattutto, a Radio ABC Italiana, di cui sono stato direttore e per cui ho realizzato diverse trasmissioni e scritto testi originali.

Tra il 1979 e il 1996 ho diretto aziende, di cui ero socio, nel settore della comunicazione e dell’editoria. Nel biennio ‘89/91 ho ricoperto la carica di Vicepresidente dei Giovani Industriali di Torino e, tra il 1993 e il 1995, sono stato Vicepresidente nazionale dell’Aipe (Associazione piccoli editori italiani). Tra il 1996 e il 2011 ho lavorato come consulente per le riviste Prima Comunicazione, Oasis, Airone,  Archeo e Medioevo, oltre che di numerosi enti fieristici (Ancona, Torino e Cosenza).

Ho cominciato a scrivere di vino e di cibo nel 2003.HPIM0473.JPG

Nel 1989 ho pubblicato il mio primo libro: un volume di poesia sperimentale Caccole e tentlalia e dal 1993 dipingo col vino su carta, stoffa e cristallo. Nel 2009 ho pubblicato Più o meno di vino per Edizioni del Capricorno. Nel 2010 è uscito Quisquilie & Pinzillacchere per i tipi di Graphot. Nel 2011 ho pubblicato per Newton Compton 101 Storie Maya che dovresti conoscere prima della fine del mondo. Lo stesso libro è stato distribuito da Focus Storia nel novembre dl 2012, ristampato per Gruner-Mondadori. Nel 2012 è uscito per Graphot Rime Sghembe e nel luglio del 2013 per Edizioni del Capricorno: Di vino e d’altro ancora. Per i tipi di Cinquesensi Editore è  uscito nel 2014  Sulle ali del Barolo di Gianni Gagliardo di cui ho curato le illustrazioni.

Il 28 dicembre 2014 ho partecipato a Mela Verde, Canale 5, intervistato da Edoardo Raspelli.img_7539

Ho cominciato a esporre i miei quadri dipinti con il vino a Capo Liveri (Isola d’Elba) nel 1998; sono stato invitato a partecipare alle principali manifestazioni legate al vino in Italia e ho esposto in molte città italiane, negli Usa e in India. Ho mostre permanenti presso i ristoranti Li Jalantuumene, Monte S. Angelo (FG) e L’Ostu Duca Bianco di La Morra (CN). Ho realizzato etichette per vini importanti e alcune mie opere sono state acquistate da collezionisti di India, USA, Brasile, Germania, Sud Africa, Cina e Giappone. La mia scacchiera di vino su cristallo è stata usata in occasione delle Olimpiadi degli scacchi a Torino, nel 2006.

Attualmente scrivo sul periodico professionale Barolo & Co e su Focus Storia.

Curo personalmente dei corsi di storia del cibo e del vino a Eataly Lingotto. Sono consulente per la comunicazione di alcuni importanti produttori di vino. Dal 2012 collaboro, con diversi ruoli, all’evento Collisioni in Barolo.

Sono sposato dal 1990 e ho una figlia indiana, adottata nel 1998 (nata a Bombay nel 1992).

Vincenzo Reda - Via Piave, 9 - 10122 Torino - Tel/Fax: +39011 4362398 - Cell: +39335 535882810405264_721187604591479_4244521715593523021_n

redavincenzo@libero.it

www.vincenzoreda.it

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Etichette d’autore

Finalmente ho finito. Un lavoro innanzitutto concettuale durato mesi e poi la difficile realizzazione: dipingere in rilievo (ed è vino!) una per una 73 etichette che andranno a impreziosire altrettante bottiglie di un grande Barolo, il Preve 2007 di Gagliardo. Ovvio che il vino usato è quello di un’unica bottiglia di Preve di cui, almeno un sorso, ho prima bevuto. E’ un lavoro “sinfonico” perché ha un senso nel suo svolgimento complessivo: interpretare una linea e uno spazio definito tramite le mie ossessioni, pur vivendo ogni etichetta una vita propria. Sono soddisfatto. Soddisfatto ma esausto.

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Gianni Gagliardo: quando l’etichetta diventa arte concettuale

Il pomeriggio di giovedì 21 novembre 2013 mi sono recato a La Morra, nella cantina di Gianni Gagliardo per firmare (con lo stesso vino con il quale ho dipinto le etichette, e stessa bottiglia di Preve) uno a uno i 73 poster che portano stampate le 73 etichette che ho dipinto con il Barolo Preve 2007, in rilievo. Ognuna di queste etichette sarà attaccata sopra una bottiglia di quel Barolo portentoso e a ogni acquirente verrà dato in omaggio il relativo poster con lo stesso numero della bottiglia (entrambi numerati da 1 a 73): così che ogni possessore di bottiglia sarà partecipe di un lavoro artistico più globale che ha inteso unire l’uno con l’insieme, il singolo con la collettività, il micro con il macro. Il Brahman con l’Atman, secondo la concezione vedica e upanishadica hindu.

In nome del Vino. In nome del Barolo. E grazie alla sensibilità di un produttore fuori del comune.

http://www.vincenzoreda.it/etichette-dautore/

 

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Vincenzo Reda on japanese TV

https://vimeo.com/178164159

(se richiesta, password: vr )

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Autumn in Langa: walking between vineyards in november

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Language of colors in autumn, Langa (Piedmont, Italy)

Il poema lirico dei colori di Langa quando l’oceano di viti dipinge il degrado dopo aver donato i suoi frutti meravigliosi che in questi giorni stanno diventando vini.

A questi colori, camminando i paesi di Langa, si mescolano gli effluvi inebrianti dei mosti in ebollizione. Gli Dei del Vino, in questi giorni, fanno festa: onore a loro!

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All’Harry’s Bar con Arrigo Cipriani, Venezia 11 marzo 2008

Il cellulare squilla improvviso: Cipriani mi chiede scusa e risponde in inglese.

Ha luogo una breve conversazione che non seguo; chiusa la comunicazione, Cipriani, con un sorriso disincantato, né beffardo né compiaciuto, mi dice: l’hanno preso, Il Grande Moralizzatore, quello che ci ha sempre massacrati…

??? di chi si tratta, mi scusi.

Il governatore di New York, non lo conosce?

Ma chi, Giuliani?

No, no: Spitzer, Eliot Spitzer, il governatore di New York: l’hanno beccato per una storia di prostitute di lusso. Proprio lui che perseguitava tutto e tutti con l’ossessione di moralizzare il Mondo.

Sono al primo piano dell’Harry’s Bar, ospite a pranzo di Arrigo Cipriani: avevo richiesto l’incontro dopo aver letto il suo ultimo libro “Harry’s Bar – L’impresa, la ristorazione, la salute”, appena pubblicato per i tipi di Spirali e di cui ho scritto per i lettori di Barolo & Co.Quando è possibile, gli autori di cui parlo desidero conoscerli di persona: è fondamentale, per me, conoscere lo sguardo, seguire la gestualità, sentire il tono di voce, osservare come vestono. Nulla di scritto e neanche nulla di mediato da fotografie, cinema, televisione può dirti di una persona quanto un incontro: è la più vera delle banalità.

Arrigo Cipriani è un uomo ovviamente non più giovane, veste un impeccabile doppiopetto celeste scuro di ottimo taglio: la camicia e, soprattutto, la cravatta – una regimental dai colori pastello – raccontano sense of humor come lo sguardo franco, chiaro, aperto senza essere fastidiosamente indagatore, racconta un carattere libero e disponibile.

Egli è nato quasi quando nacque il suo Bar e di cui, non a caso, porta il nome: certo che gli anni gli danno fastidio, certo che, si vede bene assai, invecchiare non gli piace; lo spirito è quello di sempre: libero, birichino, bisognoso di misurarsi con gli uomini, le cose, i fatti.

Di sé dice non essere un genio: i due Giuseppe, padre e figlio, essi invece sono geni autentici. Uno ha creato la Leggenda, e il Carpaccio e il Bellini, senza aver alcun talento per i denari; l’altro, suo figlio quarantenne, della Leggenda sta facendo un grande business di respiro mondiale, come i tempi richiedono.

Era in Dubai ieri e stamattina si è presentato a Venezia; sa, si è comprato un aereo personale, e non potremmo proprio permettercelo: il fatto è che quando si mette in testa una cosa, non c’è verso di fargli cambiare idea, e devo dire che ha sempre, o quasi, ragione. Come quando, lo seppi dai giornali, comprò per 28 milioni di dollari il primo palazzo a New York: tutti quei soldi ovviamente non li avevamo, ma egli seppe trovarli e aveva ragione! Ha un grande carisma, come suo nonno e anche con le donne…

Le donne: la mamma Giulia, la moglie Ina (Tommasina) e quelle che comunque non nasconde di apprezzare. Ho letto “Anch’io ti amo”, un librino pubblicato nel ’96 da Baldini & Castoldi: i due scritti più belli sono quelli che Arrigo Cipriani dedica alla moglie e alla madre; scritti non banali, anche amari, struggenti, non privi di un certo fascino letterario.

Ho sempre pensato che gli uomini che sono stati educati dalle donne, quelli che hanno vissuto tra e con le donne, sviluppano una sensibilità particolare.

L’astrologia, per quel che vale e per chi ci crede: Arrigo è un toro di maggio, il papà Giuseppe uno scorpione di novembre, il figlio Giuseppe un leone di agosto: certe volte sembra quasi una disciplina seria…

Sa, Gianni Agnelli mi chiedeva sempre come stava mia zia….io che magari non la vedevo da mesi. E Berlusconi, ha fatto una serata da noi con Amato e poi è arrivato anche il suo cantante Apicella, di persona è simpatico, coinvolgente. Come Naomi Campbell, tutta un’altra persona rispetto a quello che si pensa seguendo i media.

Sì, Cipriani, ma a me non interessa che mi parli dei personaggi passati dall’Harry’s in tanti anni: ormai è tutto pubblicato e risaputo, la Leggenda è ormai proprietà dell’immaginario collettivo; mi parli di suo padre, mi parli di suo figlio…

Mio padre certe volte lo caricavo sull’auto, a me sono sempre piaciute le automobili veloci – oggi possiedo una AMG da più di 500 cavalli e sapesse come mi diverto ancora ai semafori: da 0 a 100 in 4 secondi! – a quei tempi avevo una Giulietta, e con  lui scorazzavamo per la provincia per un giorno intero, mangiando e, ancor più bevendo, in trattorie incredibili. Si tornava sempre con le gambe ben ben traballanti….

Di mio figlio, che vedo pochissimo perché è sempre in giro per il mondo, mi ricordo una volta in cui riuscimmo a stare insieme per sei ore consecutive e a parlare come non avevamo mai fatto: era una circostanza non bella, eppure la ricordo con piacere per quel lungo momento di intimità, di vicinanza.

Oggi, il nostro è un grande affare che occupa più di 1000 persone in diversi continenti: stiamo per aprire a Las Vegas e a Miami, e anche qui mio figlio Giuseppe ha saputo scegliere i posti migliori, e la sfida è rappresentata dalla necessità di valutare e incentivare al meglio i collaboratori cui delegare compiti importanti. Stiamo trasformando un’azienda familiare in una moderna organizzazione con strategie mondiali, e non è cosa semplice.

Pensi che Giuseppe ha comprato una grande azienda agricola in Uruguay, un affare come li sa fare solo lui: ci vado ogni tanto a trascorrere qualche bel momento con gli amici.

Siamo seduti in un tavolo d’angolo al primo piano del locale: l’Harry’s Bar è un localino piccino, proprio di fronte alla fermata S. Marco delle linee di traghetti veneziani. Colpisce lo spazio minuscolo, colpisce la straordinaria accoglienza, sempre discreta dei camerieri, i tavoli bassi, le comode poltrone, le piccole posate, i bicchieri quasi ordinari: Riedle, quando viene da noi si porta i suoi bicchieri, ma io non gliene ho mai comprato uno! Da noi si usano quelli che piacciono a me, non si discute. E non ci sono chef, non ci sono tendenze da seguire, cucine novelle o sifoni da rincorrere: da noi si viene perché siamo noi.

Ovviamente, la discussione viene a toccare l’argomento guide e giornalisti e critici enogastronomici di cui Arrigo Cipriani non ha grande considerazione: e come dargli torto! Non c’è un grande editore che pubblichi una guida vera del settore – parlo di Editori come li ho conosciuti io,  Giulio Einaudi, Mario Lattes, Gianni Merlini – perché posti come Il Bar dovrebbero occupare una sezione hors categorie: non si danno voti alle Leggende. Anche il mio amico Gino Veronelli, grande personaggio di questo mondo ma certo non grande editore, ebbe i suoi bravi torti. Cipriani mi racconta di una battaglia a suon di anagrammi: trovò un bel Er vinello  che non piacque molto al buon Gino; si riappacificarono in un incontro casuale a New York…

Due aneddoti prima di concludere: una volta a New York a  Silvester Stallone che si lamentava di essere da molto in attesa di un tavolo, Giuseppe Cipriani replicò che per vedere un suo film aveva dovuto fare due ore di coda, e dunque che lasciasse perdere…

Gael Green, giornalista esperta di enogastronomia ma anche di faccende inerenti il sesso, fu mandata dal New York Magazine a scrivere un pezzo su uno dei locali di Cipriani: ne scrisse malissimo e a torto; Arrigo spedì una lettera al giornale dicendo che la signora aveva mangiato dimenticandosi di togliere il preservativo dalla lingua. E la lettera venne pubblicata integralmente, con grandi complimenti di tutti gli addetti ai lavori al sarcasmo opportuno del buon Arrigo.

Concludo parlando della pasta all’uovo, confezionata nel pastificio di proprietà in Veneto – non più di qualche quintale al giorno con una macchina ideata da Cipriani stesso – di qualità eccelsa, preparata con un ragout ineccepibile. Così come di ottima qualità la tartare guarnita con una buona salsa tonnata. Una bottiglia di un giovane Cabernet ha svolto il suo compito in modo adeguato – Arrigo Cipriani mi ha fatto notare che a Venezia non si possono avere cantine in cui tenere i grandi vini e ci si deve attrezzare in altro modo.

Di cibo e di vino ho parlato poco: non sono stato ospite di Arrigo Cipriani per giudicare la qualità della ristorazione, peraltro impeccabile: spesse volte ci si dimentica che la ristorazione è solo un mezzo.

Il fine naturale è nutrirsi bene.

Il fine delle persone, quelle che piacciono a me, è invece quello d’incontrare altri uomini, sensibili e curiosi ( non tralasciando le donne, naturalmente…).

Torino 17 marzo 2008

Vincenzo Reda

 

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Fattoria Serra San Martino: la boutique marchigiana del vino

Forse è la prima volta che scrivo di vini di cui non conosco personalmente i produttori, né ho avuto modo di “camminarne le vigne”, come diceva con proprietà letteraria tutta sua l’amico Gino.

La storia è questa: in seguito alla mia partecipazione, nello scorso mese di ottobre, al convegno “Verdicchio 2.0”, organizzato dall’azienda CasalFarneto in quel di Serra de’ Conti, ho avuto tempo e modo di scrivere molto a quel proposito. In tutta evidenza, quel che ho scritto dev’essere stato apprezzato, tant’è che poco tempo dopo mi è giunta la telefonata di una signora, Kirsten Weydemann, che mi chiedeva se poteva inviarmi i suoi vini per una mia valutazione. La signora mi diceva che il mio nome le era stato consigliato da persone di CasalFarneto.

Nei primi giorni di novembre mi sono arrivate quattro bottiglie di vino rosso che non ho potuto bere nei tempi che di solito occorrono per le mie valutazioni, che sono lunghe e richiedono diversi giorni: impegni di lavoro mi portavano infatti lontano da Torino.

Al mio ritorno ho potuto dedicarmi con calma a conoscere innanzi tutto la bella storia di questa piccolissima realtà e poi a gustarne i vini.

Kirsten e Thomas Weydemann sono due architetti tedeschi originari di Amburgo. Accade che nel 1997 visitano le Marche e, com’è successo fin dai tempi di Goethe e Winckelmann, s’innamorano in maniera irrimediabile di un posto situato nel centro di questa magnifica regione. Il luogo è un’antica azienda ottocentesca di circa 6 ettari con casa colonica in completo abbandono.

La coppia tedesca, con la tipica serietà e applicazione teutonica, prende possesso del posto, ne restaura la casa e provvede al rimpianto di 3 ettari di vigna, oltretutto situati in una zona a DOC della provincia di Ancona.

Le scelte sono orientate verso una strategia produttiva di vitigni a bacca rossa con portainnesti di scarso vigore: Montepulciano, Syrah, Merlot e – incredibile – Sagrantino.

A un’altitudine media di 220 metri, con esposizione verso sud-ovest e caratteristiche geologiche di terreni calcarei e conchigliferi (tipico fondo di mare), gli impianti sono stati fatti seguendo le più moderne tecniche agronomiche: 6.000 piante per ettaro, conduzione a cordone speronato e guyot, inerbimento spontaneo e, dal 2007, conduzione bio con basso ricorso a concimazione e conseguente basso impatto ambientale. Poi, lavorando sempre in prima persona, potature corte e diradamento opportuno che portano la produzione a non più di un chilogrammo di frutto per singola pianta.

In cantina la strategia seguita è la medesima: nessuna chiarifica e nessuna filtratura, uso scarsissimo di solforosa. Dopo un’accurata vendemmia manuale, le tipologie sono vinificate in vasche di cemento in cui restano per circa 4 settimane (ma a volte anche fino a 4 mesi, per piccole quantità) per la macerazione/fermentazione, usando la tecnica del batonage. La successiva svinatura viene svolta con l’uso di legno piccolo francese (225 e 500 lt.) in cui i vini restano a contatto con le fecce nobili e svolgono la fermentazione malolattica. Questa fase dura dai 15 ai 30 mesi, dopo di che i vini vengono imbottigliati: a seconda delle annate e delle caratteristiche organolettiche, si decide se effettuare delle cuvée o di lasciare le rispettive varietà in purezza.

I vini rimangono in bottiglia dagli 8 ai 18 mesi per l’ulteriore affinamento.

Mi hanno mandato il Paonazzo 2008 (Syrah in purezza), lo Sconosciuto 2007 (Sagrantino in purezza), il Roccuccio 2008 (uvaggio di Montepulciano 60%, Merlot 30% e Syrah 10%) e il Lysipp 2007 (Montepulciano in purezza).

Le mie bevute sono durate una settimana circa, ho cominciato con i primi due per finire con il Lysipp.

La prima considerazione è che tutti i vini sono pienamente riconoscibili: l’eleganza e l’armonia sono caratteristiche che li accomuna insieme a una nota caratteristica di ampia confettura, sia al naso sia al palato, che evidentemente è tipica del territorio.

Se il Syrah è di gusto più internazionale, con un colore leggermente più scarico e note di frutta rossa di grande eleganza con tannini leggeri, il Sagrantino marchigiano è stata una gradevolissima sorpresa. Colore rubino intenso, ma naso e palato di un’eleganza e di un’armonia, soprattutto nei tannini e nell’acidità, che il Sagrantino umbro non ha, almeno a questa giovane età. Insieme con il Montepulciano in purezza, altro vino straordinario in cui la confettura di lampone e marasca regalano all’olfatto e al gusto grandi sensazioni, questo è senza dubbio il vino che più mi è piaciuto. Molto più morbido, e per alcuni può essere anche meglio, il Roccuccio, in cui Merlot e Syrah rendono meno aggressivo un vitigno come il Montepulciano che io amo in maniera particolare.

Per chi ha dimestichezza con grappoli, centesimi e bicchieri ( a me personalmente valutare i vini con voti percentuali fa venire la cacarella), questi vini non vanno sotto i 90/100, con Lo Sconosciuto e Il Roccuccio che superano i 92/100. Il loro grado alcolico sta tra i 14 e i 14,5% vol che non sono mai invadenti. Naturalmente, la persistenza è di quelle che si ricordano e, altrettanto naturalmente, i vini migliorano con l’ossigenazione: eccellenti anche uno o due giorni dopo la prima beva.

E sono vini il cui prezzo varia tra i 14 e i 24/25 €! Purtroppo, le quantità sono da boutique: per ognuno non più di 1500/2.000 bottiglie (con l’eccezione del Roccuccio di cui se ne producono 4.000), non superando la produzione totale dell’azienda le 12.000 bottiglie.

Come nota finale devo elogiare l’eleganza delle etichette, rara.

Io personalmente metterei in evidenza il brand Fattoria Serra San Martino rispetto al nome del vino e terrei soltanto due tipi di etichetta: quella scura (tipo Lysipp) per i monovitigni e quella bicolore (tipo Roccuccio) per le cuvée.

Comunque, se li trovate questi sono davvero grandi vini che consiglio con entusiasmo. In attesa di conoscere personalmente Kirsten e Thomas Weydemann, e magari di assaggiare anche il loro olio.

KIRSTEN & THOMAS WEYDEMANN
VIA SAN MARTINO 1 • I – 60030 SERRA DE’ CONTI/AN • TEL. +39.0731.878025 • FAX +39.0731.870651
CHRISTIAN AUGUST WEG 15 • D – 22587 HAMBURG • TEL. +49.(0)40.865860 • FAX +49.(0)40.8663837

www.serrasanmartino.de
info@serrasanmartino.de

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Lysipp 2009: mammamia!!

Oggi ho avuto l’onore di bere il Lysipp 2009 che i miei magnifici amici e produttori (aggettivo riduttivo) di vino Kirsten e Thomas Weydemann spremono in quel di Serra de’ Conti, Esino provincia di Ancona, zona vocata per il bianco Verdicchio dei Castelli di Jesi.

Il Lysipp è un Montepulciano in purezza.

Di vini negli ultimi due mesi ne ho bevuti da nord a sud, da est a ovest dell’Italia di ogni tipo e assai assai per davvero ottimi, alcuni di piccoli produttori senza dubbio eccellenti.

Con questo sono senza fiato.

Si fa presto a dire confettura di marasca e lamponi, con secondari e terziari di straordinaria complessità: ma bisogna metterci il naso dentro a questa confettura. L’intensità e l’armonia sono qualcosa che nel mondo del vino, assicuro, sono quasi introvabili.

E sul palato si stende un vino grasso, morbidissimo che mantiene quel che l’olfatto aveva promesso, anzi di più.

Il colore è rosso rubino inchiostro: la luce non passa da queste parti. Thomas i suoi vini li lascia sulle bucce per tempi che non posso neanche specificare; non usa barrique ma tonneau di 350 e 500 lt., mai interamente nuove. Qui il legno non si sente e non si sentono i 14,5% vol. di alcol.

Avevo bevuto il 2007 che mi aveva colpito, questo è a dir poco strepitoso: ai vertici dei rossi italiani e non ho paura di espormi.

Prossimamente berrò il Sagrantino Lo Sconosciuto 2009: qui sarò a riferire.

http://www.vincenzoreda.it/fattoria-serra-san-martino-la-boutique-marchigiana-del-vino/

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My birthday wines and food

Il primo regalo me lo ha fatto Angelo, sommelier del Berbel: una bottiglia di Piano Alto 2003, Barbera sensazionale di Bava. Arriva da un cru di Agliano ed è affinata in botti di legno nuove da 15 hl. Nelle mie recenti valutazioni dei vini di Bava avevo bevuto le Barbera Libera e Stradivario, comunque più che ottime: questa è qualcosa di indescrivibile, con un’armonia e una complessità che si trovano di rado in una Barbera. La prima sensazione è stata quella di bere un enorme Merlot! Ci ho accompagnato un Patanegra. Prima avevo bevuto il mio amato Balciana degli amici Sartarelli: un 2011 splendido ma ancora giovane, con polpo e patate preparato alla grande dallo chef  Nicola Di Tarsia.

Per la cena in famiglia avevo riservato una bottiglia di Cirò Volvito 2008 mandatami dall’amico Giansalvatore Caparra. Vino grande che ho bevuto con gli insaccati preparati da mia cugina Fortunata e stagionati di quasi un anno. Con l’insalata di ovuli crudi e i tajarin con i porcini piemontesi ho bevuto il fantastico Barolo Vigna Rionda 2003 dei miei amici Maria e Franco Anselma.

Una bottiglia di A Rilento 2010 (Fattoria Serra di San Martino) ha accompagnato i gamberoni grigliati e i dolci: questo vino è un Verdicchio dei Castelli di Jesi che sta sulle bucce per un tempo incredibile e restituisce al palato dei gusti di assoluta peculiarità che non a tutti possono piacere. Io lo adoro.

E così ho festeggiato i miei usurati 59 anni: in compagnia di vini tutti prodotti da miei amici del Sud, del Centro e del Nord; così come i cibi di rigorosa tradizione. Il tutto al riparo della Famiglia e delle mura domestiche. Come si conviene in questi casi.

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Fichi d’india (nopàl) alla calce

Pensare che si crede, a cinquant’anni suonati, di sapere se non tutto almeno un sacco di cose e intorno a certe faccende davvero tutto, o quasi. Nessuno mi aveva ancora detto che i fichi d’india, debitamente passati nella calce e staccati con un pezzo di pianta, si conservano fino a natale e a tutto l’inverno inoltrato. C’è voluto Vincenzo Vita per spiegarmi questa tradizione pugliese, siamo nel Salento tra San Vito e Manduria: a Natale potrò gustarmi i miei meravigliosi fichi d’india, magari bevendoci insieme un bel Primitivo di Manduria (Il Trullo?)!

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Civiltà

Piazza degli Zingari, a Roma, è situata in quel dedalo meraviglioso tra via Cavour e via Nazionale: lì ci sono piccole e splendide strade di ciottoli incise in una struttura per lo più barocca, pur se spuntano qui e là gli insopprimibili avanzi di muri d’epoca romana. Via Baccina, via dei Serpenti, via Leonina: una angolo di Roma da passeggiare, da respirare, da ascoltare, da annusare.

E qui, in piazza degli Zingari, si trova questa lapide: a ricordare che le tragedie sono di tutti, come il dolore e la solidarietà.

La cultura e la civiltà, purtroppo, non appartengono a tutti. Come la sensibilità.

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Paolo Monelli: Alessandro Tassoni e il vino omerico

“…narra infatti il poeta (Alessandro Tassoni) che Venere Bacco e Marte scesi in terra per dare manforte ai modenesi in guerra con i bolognesi per la faccenda della secchia, la prima sera a Modena « a un’osteria si trassero in disparte – ch’avea un trebbian di Dio dolce e rodente; – e con capponi e starne e quel buon vino – cenaron tutti e tre da paladino ». (Il trebbiano di cui parla il poeta è quello che si fa sulla collina di Sassuolo; un altro trebbiano si fa in piano nel forlivese, asciutto, di colore paglierino, piuttosto leggero). E la canina (uno dei rari vini di genere femminile, come l’albana, la barbera, la freisa e la dôle del Vallese), che bevvi a Terra del Sole ospite del dottissimo Giovanni Giulianini, che lodava quel vino, mescendolo con aggettivi omerici, erythrós, eúphros, aíthops, vermiglio, giosioso, vivace; certo non vidi mai  un rosso più pieno e sfavillante. E sarebbe eresia confondere questa linfa robusta con il canina che piace ai faentina ed ai ravennati, innocuo vinello di scarsa gradazione e dagli aliti di violetta.”

Paolo Monelli (I vini d’Italia di Luigi Veronelli)

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Massimo Camia e le sue Lasagne al ragout di coniglio con peperoni

http://www.vincenzoreda.it/massimo-camia

Massimo Camia (Stella Michelin) a Barolo: la sua ricetta d’autore per il mio libro in 20 fotografie che raccontano la preparazione di questa ricetta d’Autore.

Dal tirare la sfoglia (26 tuorli per chilogrammo di farina 00), a disossare il coniglio grigio; soffriggerlo con il peperone già arrostito, sbollentare la sfoglia e poi preparare gli strati successivi delle lasagne con ragout e besciamella.

Infine i dettagli per il rifinimento dell’impiattamento, la presentazione e il vino che lo accompagnerà con grande affinità.

Lasagne al ragout di coniglio grigio con peperoni: piatto di preparazione semplice e veloce (non più di una mezz’oretta) ma il risultato è sensazionale. Gusti distinti ma armonizzati con disarmante maestria, da rimanere di stucco (anzi: di sale).

Accompagnato da un Cannubi Damilano 2011 (14,5%vol.) che già adesso non soltanto promette ma è di complessità quantomeno sorprendente, pensando che è appena stato messo in bottiglia: cercatelo e gustatelo fin da ora (al solito: suggerimento disinteressato, ma so che qualcuno mi ringrazierà, almeno in cuor suo: A me basta e avanza).

Buon appetito e salute!!

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I Macchiaioli, Telemaco Signorini e Silvestro Lega

Fu in occasione della mostra a Palazzo Bricherasio, Torino – inaugurata nel maggio del 2007 – che m’innamorai perdutamente della pittura dei Macchialioli e, soprattutto dei quadri di Telemaco Signorini (Firenze, 1835-1901) e di Silvestro Lega (1826-1895). Certo era una faccenda che conoscevo, ma pensavo fosse una di quelle correnti artistiche provinciali e defilate che non avesse prodotto nulla d’interessante, a parte i grandi quadri a tema bellico e paesaggistico di Giovanni Fattori, verso cui non provavo particolare predilezione. Invece scoprii questi due pittori straordinari e mi resi conto che costoro, stimolati dai critici Diego Martelli e Adriano Cecioni a partire dalla metà degli anni Cinquanta del XIX secolo in Firenze, avevano anticipato gli Impressionisti francesi di quasi due decenni. Si ritrovavano nello storico Caffè Michelangelo e sviluppavano temi pittorici che spingevano l’arte pittorica verso gli orizzonti dell’avanguardia, stimolati dalla recente invenzione della fotografia. Le donne di Silvestro Lega e alcuni quadri (l’alzaia e il manicomio femminile) di Telemaco Signorini mi sono rimasti nel cuore.

 

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Nudi di donna

Queste due immagini sono divise da circa cinque o sei anni: quella a colori è una stampa da diapositiva ripresa nel 1975 in un teatrino di via Carlo Alberto con una Minolta Srt 101 e un obiettivo da 20 mm; la seconda fu scattata nel 1981 per la copertina di un libro di poesie e usai una Hasselblad.

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Luigi Veronelli, I Vini d’Italia: il più bel libro mai scritto sul vino

Questo autentico gioiello ho comprato di recente, e non m’è costato neanche troppi euri: era dimenticato tra tanti vecchi libri in una di quelle bancarelle di usato che addobbano e nobilitano Torino.

 

È in 4° piccolo, cartonato con custodia, stampato in linotype su carta degna; inserite dentro pagine che si aprono fuori formato in 4 ante, sono incollate una per una le etichette originali di molte bottiglie di quel periodo. Costava 11.000 lire, moltissimo per un tempo in cui il salario di un operaio medio era di 60/70.000 lire e con un paio di milioni si poteva comperare un appartamentino già di buona metratura. Ma quei soldi il libro li meritava tutti: più lo leggo e rileggo e consulto, più mi pare di trovarmi con la migliore opera scritta sul vino. In questa sede dovrò, per forza, riportarne altre citazioni, oltre quella che ho messo di seguito.

Il libro fu pubblicato da Canesi Editore, Roma, nel 1961 e costituisce un corpo di oltre 500 pagine in cui il buon Gino presenta i vini italiani catalogati per regione.

A introdurre ogni regione, il contributo di una firma di valore; tra gli altri: Leonida Rèpaci, Giorgio Caproni, Giuseppe Dessì, Giovanni Comisso e Giovanni Arpino.

Di quest’ultimo, uno dei miei grandi amori svergognati, cito di seguito.



“In questo mondo affannato – e affannato anche perché è schiavo dell’aperitivo rossastro, del comico «detergente da budella» nero inchiostrato – acquista spicco di gigante la figura di un vecchio signore piemontese, la cui memoria va al di là di ogni possibile lapide.

Era un austero, com’è logico, eppure non mangiò mai tagliatelle che non fossero state impastate con abili manipolazioni di natiche da una sua speciale cuoca. Peso e forma di costei concedevano all’impasto delicato un amalgama altrimenti inarrivabile. E quando morì, sdraiato immenso e duro nel suo gran letto dopo due mesi di forzato digiuno, due cose con l’ultimo fiato richiese. Un tocco di gorgonzola e una bottiglia di un certo suo Barolo.

Arrivò il gorgonzola e se lo fece passare sotto il naso, a occhi già chiusi. Arrivò quindi il vino, una nera bottiglia. Gliela aprirono e la lasciarono stappata vicino al letto. Dopo un minuto o due l’aroma barolesco cominciò a salire nella stanza. Il vecchio tendeva le narici, poi alzò la mano.

- Bastardi, – disse ai parenti gessosi immobili attorno: – Non è il Barolo della terza nicchia…..”


Il personaggio in questione è il nonno di Arpino: lo stesso racconto, meno colorito, si può ritrovare nel suo capolavoro del 1964 All’ombra delle colline (la mia copia è la prima edizione Mondadori, con sopracoperta illustrata da Bruno Munari: me lo lasciò un parente e ne sono molto orgoglioso).

Di Giovanni Arpino riproduco la copertina del celeberrimo, direi di più: celebrissimo Azzurro Tenebra, altro suo capolavoro del 1977. Si tratta dell’edizione originale Einaudi, fuori collana,rilegato in brossura: questo libro lo comprai io stesso all’epoca, costava 4.500 lire. È un oggetto a cui tengo assai; tra le altre cose, fu stampato dalle Industrie Grafiche Zeppegno di Torino, una gloriosa tipografia con cui più tardi molto lavorai per i volumi della Casa Editrice Centro Scientifico Torinese.

La foto di copertina che raffigura Giacinto Bacchetti è di Marco Ravezzani. E mi preme mettere in evidenza la perfezione, sia nella grafica sia nella comunicazione, di questa copertina: 4 elementi – autore, titolo, fotografia in b/n incorniciata dentro un filetto celeste, editore. La bellezza assoluta della semplicità e dell’eleganza (si ricordi la grafica del pacchetto bianco e celeste delle sigarette nazionali senza filtro…).

Non parlo di quello che c’è scritto dentro: cani e porci hanno già detto tutto o quasi; davvero, in questo caso, ogni parola in più sarebbe superflua.

Arpino se ne andò 10 anni dopo e, oltre ai suoi capolavori, ci regalò la conoscenza di Osvaldo Soriano. Che dire d’altro, se non che si era laureato con una tesi su Esenin?

Gennaio 2009

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