Angelo Gaja on german mazine Meininger’s

 

«Se l‘articolo l’avesse pubblicato una rivista italiana avrei pensato ad una onorificenza maliziosamente accompagnata all’invito ad andarmene in pensione, per fine carriera. 

I tedeschi non fanno di questi scherzi, gli anni che danno diritto al pensionamento li avevano già spostati in avanti in periodo anti-crisi, quando dico che a 72 anni non penso affatto di smettere di lavorare a loro sembra la cosa più naturale di questo mondo.


Con amicizia, 
Angelo Gaja»

Qui sotto pubblico con piacere l’articolo apparso sulla rivista tedesca MEININGER’S a seguito del Lifetime Achievement Award attribuito ad Angelo Gaja il 3 marzo 2012 a Dusseldorf.


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Angelo Gaja about Cabernet & Nebbiolo

«Cabernet is to John Wayne as Nebbiolo is to Marcello Mastroianni. Cabernet has a strong personality, open, easily understood and dominating. If Cabernet were a man, he would do his duty every night in the bedroom, but always in the same way. Nebbiolo, on the other hand, would be the brooding, quiet man in the corner, harder to understand, but infinitely more complex».

Angelo Gaja

Come dar torto a Gaja? Metafora azzeccatissima: d’altro canto c’è chi preferisce le faccende semplici e sicure e chi (come noi) ama le questioni più complicate…..

 

 

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Il Nibiö o Nibiô

Tempo fa, il mio amico Matteo, a La Tana del Re, mi aveva fatto assaggiare un vino particolare che mi era piaciuto non poco: era il Suciaja di La Colombera, azienda conosciuta soprattutto per essere uno dei 3/4 produttori eccellenti di Timorasso (insieme con Walter Massa, l’amico Claudio Mariotto e Franco Martinetti). Durante il mio soggiorno a Gavi, e grazie soprattutto a Alessandra Poggio che me ne ha fatto dono di due introvabili bottiglie, ho scoperto che in verità la zona di questo vitigno (la cui grafia è riportata con le due forme  Nibiö e   Nibiô) è compresa nei comuni di Tassarolo e Gavi, quindi un poco più a sud di Tortona. Questo vitigno è parente del Dolcetto, ma con il Dolcetto ha poco a che fare: è molto antico (vi sono citazioni già prima del X secolo, quando queste terre appartenevano alla Repubblica di Genova), predilige terre argillose, presenta tannini gentili, basse rese e ama essere bevuto vecchio di qualche anno (4/8). Alessandra Poggio ne vinificava circa un ettaro posto a ridosso del suo agriturismo: 5.000 bottiglie circa che ha smesso di produrre nel 2006. Da allora conferisce le sue uve alla sorella Francesca che, per l’azienda Il Poggio, produce un Rosso del Poggio che è un uvaggio in cui, oltre al Nibiö, c’è anche Dolcetto del Monferrato. Io mi sto godendo, con piccoli assaggi a distanza di ore, l’ultimo millesimo prodotto da Alessandra, il 2006. Il vino è delizioso e si presenta con un colore rosso aranciato scarico con riflessi giallognoli. Al naso è complesso con prevalenza di spezie e confettura di frutta rossa; al palato è di corpo gentile, buona acidità, franco e di lunghissima persistenza. Si capisce il nome: questo vino somiglia più a un Nebbiolo che a un Dolcetto! Presso il comune di Tassarolo (poco più di 500 abitanti, a pochi chilometri da Gavi) si è costituita un’Associazione di una quindicina di produttori che hanno la finalità di preservare la produzione di questo vino davvero notevole. Non posso che augurare loro di riuscire al meglio in questa operazione di alta cultura contadina. Così, qualche instancabile curioso e buongustaio come me avrà l’opportunità di apprezzare questo nobile e antico vino. In loco, come si conviene.

 

 

 

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Antigua
Fu Pedro de Alvarado –  soprannominato Tonatiuh (Sole in lingua nahua) dagli indigeni – conquistatore del Guatemala, a fondare Antigua Guatemala (per la seconda volta, dopo un primo disastro nel 1527). Questa, l’11 settembre 1541, venne di nuovo distrutta da una tremenda valanga di acqua e fango precipitata dal sovrastante vulcano Agua. Nel 1543 venne rifondata“ La muy Noble y muy Leal Ciudad de Santiago de los Caballeros de Goathemala”, capitale fino al 29 luglio 1773, anno in cui fu devastata da un terremoto che la rase al suolo. La città però non fu mai abbandonata e dal 1830 riprese a crescere lentamente. Oggi La Antigua Guatemala è uno dei luoghi più affascinanti del mondo, dal 1979 Patrimonio dell’Umanità per l’UNESCO.
Mi sono fermato in questa città qualche giorno nel mio viaggio in Guatemala alla fine del 2008: posso affermare senza tema di smentite che Antigua è uno dei più bei posti in cui mi sia capitato di stare. Semplicemente, indescrivibile. Un luogo di colori di profumi di suoni di sapori credo come pochi altri al mondo. Di seguito pubblico alcune fotografie riprese allora, soprattutto del mercato. Rendono in piccola parte il fascino di questo posto meraviglioso più volte devastato da terremoti ed eruzioni vulcaniche.

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Agriturismo Marenco Superiore (Gavi, Piedmont – Italy)

Ci si arriva percorrendo almeno un paio di chilometri di strada sterrata che si imbocca appena entrati in Gavi, sulla sinistra (proveniendo da Serravalle). Il posto è magnifico, pur se la sera tardi, dopo abbondanti libagioni è stato problematico raggiungerlo con la mia auto, seguendo il fuoristrada di Alessandra Poggio, sorella di Francesca che invece si occupa del vino. Il Poggio è una piccola azienda – 20.000 bottiglie scarse soprattutto di Gavi DOCG – ereditata da una famiglia con antenati che sono la Storia del Gavi. Francesca lavorava a Milano nel campo dell’arredamento quando, nel 2003, decise di ripercorre la strada avita. E bene fece! Alessandra invece ristrutturò l’antico casale e ne ha fatto una piccola dimora (tre appartamenti per 15/20 posti-letto) curatissima e con una posizione per davvero eccezionale. Ho dormito benissimo e mi sono trovato più che bene. Consiglio vivamente, con la certezza di non deludere chi accetta il suggerimento. Del Nibiò, di cui Alessandra mi ha fatto omaggio, parlerò a parte.

http://www.marencosuperiore.it/                 http://www.ilpoggiodigavi.com/

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Me in Guatemala in October 2008

Ero un po’ sovrappeso, ma allora la faccenda importante era carpe diem o size the time, sforzandomi di sopravvivere. Quel viaggio indimenticabile mi ha aiutato, insieme con gli dei Maya.

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Michael Douglas Coe, La Soluzione del Codice Maya (Breaking the Maya Code)

Ben curioso destino per uno dei più grandi epigrafisti della storia è la faccenda che il suo nome non sia mai trascritto in maniera uniforme. Michael Coe, suo grande estimatore, in questo libro fondamentale che scrisse nel 1992 e a lui espressamente dedicato, riporta: «Yuri Valentinovich Knorosov» nella dedica; invece, da pagina 188 e successive si legge: «Jurij Valentinovich Knorosov». L’enciclopedia Britannica trascrive: «Yury Valentinovich Knorozov», altre fonti riportano: «Yuriy Valentinovich Knorozov» ma precisano che il cognome può anche trascriversi: «Knorosov»….Mah! E questo straordinario personaggio era un epigrafista che per primo indicò – contro quasi tutti gli autorevoli esperti maya, archeologi in prima fila – la strada corretta per arrivare alla decifrazione della complessa scrittura maya.

Sebbene con i lavori degli ultimi anni questo volume di Coe è diventato ormai quasi obsoleto, resta un libro insostituibile per tutti coloro i quali sono appassionati alle faccende maya o anche mesoamericane in genere. Ricordo che oggi Michael Douglas Coe, nato a New York il 14 aprile del 1929, professore emerito all’Università di Yale, è uno degli esponenti con più esperienza nel campo delle ricerche di archeologia e storia precolombiana del Centroamerica: egli, oltretutto, può vantare di aver conosciuto personalmente i più grandi archeologi e studiosi, oggi scomparsi, in questo campo. Il volume fu aggiornato nel 1999, anno della scomparsa di Korozov: l’anno prima erano deceduti Linda Schele e Floyd Lounsbury. Con una prefazione di elevato profilo redatta da Davide Domenici – archeologo dell’Università di Bologna e oggi forse il nostro più autorevole esponente nel campo (con scavi in Messico, Guatemala e Usa) – il libro, realizzato quest’anno, è ben tradotto e assai curato anche nella redazione.

L’editore bolognese ha storia recente, ma una formazione a carattere antropologico dello staff dirigente lascia supporre interessanti iniziative future. Intanto, aver finalmente tradotto questa pietra miliare nel campo degli studi maya rappresenta un merito non di poco conto.

La Soluzione del Codice Maya, Michael D. Coe, Edizioni La Linea – Bologna – pp. 367, 19,00 €

www.edizionilalinea.it

 

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E’ Forte questo Gavi. Gavi 2011, un vino da cinema

Il Forte di Gavi è una costruzione imponente la cui origine è anteriore al X secolo. E’ assai probabile che quella posizione strategica fosse già stata fortificata addirittura in epoca pre-romana. Subì numerosi ampliamenti e ristrutturazioni almeno fino al XVII secolo inoltrato. Di proprietà della Repubblica di Genova, svolse un ruolo importante in tutte le guerre tra Genovesi,Francesi, Savoia e Austriaci. Passò definitivamente ai Savoia nel 1815 e rimase attivo fino al 1859, anno in cui fu trasformato in luogo di detenzione (durante la Seconda Guerra Mondiale vi furono detenuti gli ufficiali inglesi fatti prigionieri). Il luogo possiede un fascino per certo peculiare che il panorama di ondulate colline intorno rende per davvero straordinario: sono colline in cui domina il verde del bosco, più che le ordinate geometrie delle vigne, che qui spuntano ogni tanto tra gli alberi a ricordare al visitatore che si è in territorio di vino prezioso.

Nel 2010 venne costituito il consorzio Golden Gavi: sono 9 produttori che si sono uniti con l’intento di svolgere in sinergia un’opera di tutela, conoscenza e sviluppo di questo territorio e del suo vino, che – è bene ricordarlo – è una DOCG.

Questa cui sono stato invitato a partecipare è la seconda edizione dell’iniziativa: E’ forte questo Gavi. La prima venne organizzata lo scorso anno e fu accolta con grande favore da professionisti e pubblico che vi presero parte. Quest’anno la presentazione del millesimo 2011 viene fatta seguire da una verticale che si spinge fino al 2000 e che sarà accompagnata da una sorta di storia del cinema relativa a ogni millesimo gustato. Una bellissima idea che, introdotti dal giornalista (La Stampa) Sergio Miravalle, il critico – nato da queste parti – Steve Della Casa e l’attore Riccardo Rossi hanno realizzato con competenza, leggerezza e simpatia.

Per dovere di cronaca, devo citare tra le gustazioni del 2011 – che mi pare ottima – i vini di Tenuta San Pietro, Fontanassa, Castellari Bergaglio e Giustiniana. Per le verticali mi sono parsi davvero eccellenti – e sorprendenti oltremodo – La Chiara 2006 Groppella e Castellari Bergaglio 2000 Rovereto-Vigna Vecchia: la dimostrazione che un grande bianco italiano ha potenzialità di invecchiamento che dobbiamo, seguendo i maestri francesi, imparare ad apprezzare e divulgare anche noi.

Prima della cena – per davvero particolare – nel refettorio della chiesa francescana di Nostra Signora delle Grazie (ne tratto a parte), è stato offerto un’aperitivo nel contesto di una delle ridotte del Forte con un panorama mozzafiato. E, tra una bevuta e una chiacchiera, Rossi e Della Casa hanno avuto modo mettere a dimora una loro personale barbatella di Gavi. Miravalle aveva provveduto a svolgere lo stesso, prestigioso (almeno per chi ama il vino) rito lo scorso anno.

In conclusione, una giornata di gusto particolare. Da ripetere senza ombra di dubbio.

www.circuitogoldengavi.com

http://www.vincenzoreda.it/cena-nel-refettorio-del-santuario-di-nostra-signora-delle-grazie-gavi/

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Cena nel refettorio del Santuario di Nostra Signora delle Grazie (Gavi)

Come si fa a dimenticare una cena consumata al sicuro di un refettorio dentro un convento francescano e curata da uno chef che mette il territorio dentro il suo menu? Il convento è il Santuario di Nostra Signora delle Grazie a Gavi, lo chef è Fabrizio Rebollini, Ristorante Belvedere di Pessinate, che con la moglie Serena ha preparato un menu di quelli che non si dimenticano.

Finite le gustazioni, gli apertitivi e i riti di piantumazione delle barbatelle di Gavi, abbiamo raggiunto questo convento il cui aspetto esterno non presenta particolari attrazioni estetiche. Invece, ha un bel chiostro con affreschi originali risalenti al XVIII secolo e un refettorio con decorazioni e suppellettili della stessa epoca, tenuto in splendido stato di conservazione. Il nucleo originale dell’edificio risale alla prima metà del XV secolo. Il pellegrinaggio di San Bernardino da Siena donò al luogo un culto di particolare devozione e la semplice edicola originale fu successivamente ampliata. Per onorare il Santo qui si festeggia l’8 settembre, data di nascita del Predicatore francescano (1388-1444).

Davvero eccellenza di territorio il menu: memorabile la zuppa di legumi con pancetta fresca di maiale grigliata e crostini alla pancetta affumicata. Presentata dentro un’insolito barattolo di vetro con crostini a parte da aggiungere all’apertura della fumante zuppa. Ottimi pure i ravioli, portati in tavola come usa in Piemonte: dentro un tovagliolo e senza alcun condimento. Le acciughe ripiene e il dolce erano all’altezza di tutto il resto, con doveroso accompagnamento dei 9 Gavi DOCG 2011 dei produttori consorziati nel Goldengavi. Una menzione speciale all’olio di olive taggiasche che Sergio Miravalle spreme per sé e per gli amici: un olio di particolare pregio, direi di caratteristiche particolari rispetto agli olii liguri di cui ho memoria. Questo pareva più toscano che ligure: non nascondo che l’ho assai apprezzato. La serata è finita bevendo l’amaro che i frati minori preparano nel convento: giusto per non abbassare un tasso alcolico non proponibile a una prova-palloncino.

www.circuitogoldengavi.com

http://www.vincenzoreda.it/e-forte-questo-gavi-gavi-2011-un-vino-da-cinema/

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Siamo noi, siamo noi: i campioni dell’Italia siamo noi!!

Torino la fredda, Torino granata (?) mette sulle vie e sulle piazze 400.000 dei suoi abitanti (e tanti ospiti venuti di fuori, da ogni parte d’Italia) per festeggiare con un calore e un colore mai visti la Sua Squadra: la nostra Juve. Ne ho visti tanti di scudetti nostri e altrettante feste: mai come questa che, credo, rimarrà nella storia. Per mille e uno motivi. Gli scudetti, a scanso di equivoci, sono 30 e questo, oltre a essere lo scudetto di Conte e di Pirlo, è lo scudetto di Alessandro Del Piero: il suo goal del 2-1 contro la Lazio è stato determinante. Nessuno nella storia della Juventus come lui.

Personalmente, ho festeggiato in via Cernaia, davanti al mio bar juventino, il Nostradamus di Paolo, sua moglie e Cristian: tutti juventini a DOCG.

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XXV Salone del libro, i piccoli editori

Dentro un vorticare di libri, voci, squilli, colori, bambini, adolescenti, attempati signori, strani figuri ci aggiriamo a nostro agio cercando libri piccoli che non si trovano negli standoni affollatissimi dei grandi editori. Noi frequentiamo stand piccoli di piccoli editori dove troviamo i libri che non trovano posto nelle librerie, nelle loro vetrine che di solito mostrano ciò che tutti i media sono soliti mostrare e urlare e marchettare in ogni possibile maniera: e tutti a correre a comprare libri inutili che servono a nessuno, se non ai portafogli di chi li scrive e di chi li pubblica. Mah!

In queste fotografie alcuni piccoli editori con cataloghi interessanti e gli editori dei libri miei (Graphot) e del mio amico Nico Ivaldi (Giraldi). E altri ancora. Certo, se al pubblico si spiegasse che certi libri si trovano sempre e altri, magari più interessanti, soltanto in Salone, sarebbe una gran bella faccenda. Ma così non va il mondo, e allora occorre adattarsi, pur senza rassegnarsi e continuare a combattere battaglie perse in partenza…Ma noi così siam fatti.

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XXV Salone del Libro di Torino

Prime immagini riprese il giorno di inaugurazione del XXV Salone del Libro di Torino. Tanti giovani, tanti bambini, nuove tecnologie digitali. Soprattutto, molti piccoli editori presso cui acquistare libri che normalmente non trovano posto nella normale distribuzione delle librerie: al Salone comprate i libri che non trovate in libreria. I grandi editori si trovano dappertutto, anche negli ipermercati….

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Rime sghembe, il mio libro perfetto

Oggi, 10 maggio 2012 ( e i numeri non sono casuali, fanno parte integrante del progetto), è uscito dopo 44 anni di lavoro il MIO LIBRO. E’ un librino di 100 pagine che costa 13,60 euri (ne venderò credo non più di un paio di copie). Tutto riporta a 10. Le poesie sono 2×10. Le copie stampate sono 37o. Ma le proporzioni del formato sono auree: 13×21 (cfr. Fibonacci). Il carattere è il Garamond classico di  Simoncini e la carta è una splendida Palatina. Le fotografie di copertina e IV sono mie di anni gloriosi, ma con interventi importanti fatti nel presente. Soltanto le pagine dispari sono scritte (tranne una, la 87). Ogni articolo, ogni parola, ogni spazio, le sequenze, i numeri: tutto è stato pensato per anni. Non è un libro, sono io. E non deve vendere o piacere a ogni costo. Semplicemente, dovevo farlo. Per me. Tutto il resto ha meno importanza. Attenzione al senso delle parole: non: “nessuna importanza”, ma: “meno importanza”.

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Az. Agricola Anselma Giacomo di Serralunga

Proprio non lo sapevo, ma Gino Veronelli nel 2002 gli aveva assegnato il suo “Sole” nell’edizione di quell’anno della sua guida. Chi conosce le vicende legate a Luigi Veronelli sa cosa significa. La faccenda mi accende di entusiasmo perché di questa storia vengo a sapere dopo aver bevuto alcuni Barolo che mi sono sembrati eccezionali per davvero e di caratteristiche abbastanza uniche: allora, ho pensato tra me e me, vuol proprio dire che c’è sempre stato e sempre ci sarà un filo conduttore unico nel giudicare i vini. Ogni qual volta mi vien fatto di constatarlo, ne sono felice come un bambino.

Fino a pochissimi anni fa tutta la produzione ( che non supera comunque le 20.000 bottiglie) era venduta all’estero o consumata nel ristorante storico di famiglia, dunque il marchio in Italia era pressoché sconosciuto. Tutt’altro che sconosciuto era invece Giacomo Anselma, il figlio di Felice che aveva fondato l’azienda nei primi anni del Novecento e aveva inaugurato il ristorante Italia, trasformando una sorta di piccolo stabilimento termale in cui ci si poteva curare con l’uva, come predicavano i Romani (vedi Plinio e Sammonico) e più tardi la Scuola Salernitana. Giacomo – Giacolin – ha finito i suoi gloriosi giorni nel 2004, quasi novantenne, un anno prima del suo amico Gino. Chi lo ha conosciuto parla di un uomo di acuminata intelligenza, grande umanità e notevole ironia; un uomo di modi semplici ma di grande carisma che a Serralunga veniva considerato con rispetto e consultato ogni qualvolta c’era da prendere decisioni importanti, soprattutto per quel che riguardava le uve e le vigne che conosceva come nessun altro. Non per nulla per il suo vino aveva scelto i cru migliori: Rionda (che Veronelli nomina già nel 1961 e che chiama “Rotonda”) e Collaretto, esposti magnificamente a sud-ovest. Oggi l’azienda è curata dal figlio Franco, enologo (ha studiato nel prestigioso istituto di Alba) e dalla moglie Maria Maier, una donna energica, appassionata e attiva, figlia di padre tedesco e mamma romena. Il ristorante – che ospita più di un centinaio di coperti – è condotto da Grazia Anselma, sorella di Franco. Al piano superiore ci sono 8 belle camere in cui è possibile riposare dopo la cena che consiglio sapendo di non sbagliare: qui si parla di tradizione di Langa proposta come si deve e a prezzi che sono umani. Non posso non citare una strepitosa battuta di carne cruda di fassone, condita con olio ligure, che di rado ho gustato a questo livello (accompagnata da un Barolo riserva Rionda del 2004 di eccellenza assoluta).

Dei vini parlo in questo articolo:

http://www.vincenzoreda.it/i-barolo-di-giacomo-anselma/

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I Barolo di Giacomo Anselma

Delle circa 20.000 bottiglie che costituiscono la piccola produzione di Anselma, più dei 3/4 sono costituite da Barolo. Per il resto è presente (2.000 bottiglie) un Dolcetto d’Alba, una Barbera d’Alba (1.500 bottiglie) e una piccola produzione, da poco in essere, di Nebbiolo. Le vigne sono state ripiantate una quindicina di anni fa e sono condotte a guyot, con sesti d’impianto che non oltrepassano i 4.500 ceppi per ettaro. Franco esegue, vista l’età giovane, un opportuno diradamento. Importante: non si usano concimi chimici, ma soltanto rigorosamente minerali da fogliame. In cantina non si fanno filtrature, la solforosa è tenuta bassissima, le fermentazioni avvengono parte in acciaio e parte in vasche di cemento vetrificato. La Riserva Rionda sta a riposare in botti di legno da 42 hl. per cinque anni, il Collaretto invece i classici 3 anni. Qui c’è un rispetto quasi maniacale per la tradizione e i vini al naso, al palato, in gola e nello stomaco testimoniano di questo tipo di santa cultura vinosa.

Ho bevuto, mentre lo stavano mettendo in bottiglia, la Riserva 2006: sarà un Barolo grandioso, con struttura notevole, naso complesso ma non troppo, palato in cui i potenti tannini sono già quasi morbidi, in gola resta per tanto tempo e i 14% di alcol non si sentono proprio.

In Cantina avevo assai apprezzato il Nebbiolo 2008: anche qui un Nebbiolo di nerbo, potente, elegante e persistente come pochi altri. Non mi erano parsi di particolare evidenza né la Barbera né il Dolcetto, entrambi 2010. Ovviamente, mi aveva colpito il Barolo Collaretto 2006: un Barolo di grande struttura (e un prezzo sotto ai 20€!). E mi aveva lasciato senza fiato il Riserva Rionda 2004: ne ho bevuti tanti di Barolo negli ultimi mesi, ma questo è fra i 3/4 che mi rimangono nella memoria. Diverso dai Barolo elegantissimi e assai raffinati di La Morra e Barolo; diverso dallo strepitoso Barolo di Novello di Beppe Caviola. Questo è un Barolo di colore scarico, aranciato con riflessi giallognoli (anche da giovane), con sentori delicati di marasca e confettura: ma in bocca e in gola è un portento. Un vino schietto, pulito dall’armonia tutta sua che ha la caratteristica di rimanere attaccato al palato e in gola per tempi lunghissimi e che senti scendere nello stomaco quasi con una scia di calore rilassante. Ho continuato a berlo a pranzo, compagno di carne cruda, vitello tonnato, e agnolotti del plin: sempre eccellente. E ancora più eccellente bevuto da solo a fine pasto, oltretutto la bottiglia, aperta ormai da oltre 2 ore, aveva avuto modo di respirare per bene.

Negli assaggi che ho fatto con i tempi dovuti ( i miei richiedo almeno 2/3 giorni) a casa mia ho apprezzato la Barbera, meglio ancora il giorno dopo la stappatura: colore rubino molto, molto carico, naso delicato e palato complesso per un vino che somiglia più a una Barbera del Monferrato che a quelle classiche di Alba. 13% vol. per un vino migliorato da una parte di uve che arrivano dalla vigna Rionda, e si sentono! Il Dolcetto (2010, 13% vol. colore non particolarmente carico e tipologia molto “bio”) mi ha lasciato indifferente: non è un vino di particolare qualità, pur essendo corretto e piacevole da bere. Certo,  il Nebbiolo 2008 e il Barolo Collaretto 2006 (14% vol. per entrambi) sono magnifici, specialmente se lasciati riposare. Li ho bevuti addirittura accompagnandoli con una salsa rara di pepe rosso macinato e bianchetti della mia Calabria: hanno fatto gran figura e credo che anche il classico Cirò si sarebbe complimentato. Non ho volutamente aperto le due bottiglie Rionda Riserva 2003 e 2005 (il prezzo in cantina non supera i 35€): ho nella memoria lo Sperss di Gaja 2003 e tra qualche tempo, con la dovuta calma e nell’occasione più appropriata, lo confronterò con questo Barolo Riserva Rionda 2003 di Giacomo Anselma. Per finire, un appunto dedicato alle etichette (sono una delle mie manie): a parte quelle della Riserva Rionda (anonime ma non certo scorrette, né brutte) le altre sono davvero tremende, in ogni senso. Dovrò adoperarmi con Franco e Maria perché le rivedano totalmente!

http://www.vincenzoreda.it/az-agricola-anselma-giacomo-di-serralunga/

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La Sardella di Cirò

Bisogna essere scriteriati e eresiarchi come me per bere Nebbiolo e Barolo (Anselma di Serralunga) con la sardella di Cirò: posso assicurare che la spremuta di uve Nebbiolo non ha nulla da invidiare al Cirò di uve Gaglioppo, almeno in termini di fidanzamento con la piccante mostarda di bianchetto che si fa dalle nostre parti. Si chiama anche “rosamarina” e  la zona originaria di produzione più pura è la costa ionica tra Torre Melissa, a sud, e Marina di Cariati a nord: in mezzo c’è Cirò Marina che si può considerare la patria della sardella. E mia cugina Fortunata abita, a pochi metri dal mare, dirimpetto al porto di questo recente paesone (il comune fu istituito nel 1951, essendo prima soltanto la frazione di Cirò Superiore, pochi chilometri distante nell’entroterra su un balcone da cui si gode un panorama unico). La sardella me la spedisce negli anni in cui il bianchetto è quello giusto: non sempre il minutame (sono i cuccioli neonati) di pesce azzurro è abbastanza fine da permettere una sardella come si deve. La pesca si fa in primavera a poche centinaia di metri dalla costa: si usano reti di particolare finezza che vengono trainate da barche a remi. Il bianchetto viene poi impastato con peperoncino macinato: l’intensità del piccante può essere assai variabile, dipende dai gusti di chi la prepara. Certo, questa che mi manda Fortunata è di qualità sensazionale e il piccante è di media intensità (per palati abituati, naturalmente). Il miglior modo di gustarla è semplicissimo: un bel po’ di olio come si deve e spalmata – fredda – sopra un buon pezzo di pane. E vino rosso a volontà: Il Barolo Collaretto 2006 e il Nebbiolo 2008, vini di Serralunga, quindi di grande struttura, mi sono stati grandissimi compagni. A Torino la sardella si può trovare, non così buona, in un certo banco del mercato di Porta Palazzo.

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La festa è qui

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Juventus

Alcune immagini prese l’11 aprile 2012 allo Juventus Stadium: Juve-Lazio 2-1 con il goal della vittoria di Alessandro Del Piero.

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Juve Juve Juve

 

 

Campioni ancora!! Un ricordo Capitano mai dimenticato.

Questa fotografia la presi quasi 30 anni fa a Villar Perosa un lontano agosto…Gaetano Scirea, un uomo, un calciatore, uno sportivo indimenticabile e indimenticato. Questo scudetto, il 30°. sia anche tuo.

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COUNTRY BLOWJOB, da Quisquilie & Pinzillacchere

Non ricordo quale fosse il paese: ma era già buio.

La  rapida sequenza incisa nella mia memoria mi pare come se fosse stata girata e montata da Sergio Leone.

Sceneggiatura di Tonino Guerra.

Location: la riserva indiana, rossa che più rossa non si può, del Mugello…

Ero ormai solitario corridore: davanti a me gli atleti quelli veri, i professionisti; dietro di me, lontani, quelli della corte dei miracoli che arrancavano forse ancora sulle rampe di Fiesole, staccati di chilometri e chilometri.

Ho da poco superato l’ultimo casolare di chissà quale paesino di quelle montagne: è buio pesto e devo far bene attenzione alla strada ma i sensi sono vigili e tutt’intorno si sente, fortissimo, l’odore pungente del fieno umido appena tagliato.

Vedo, improvvisa, sul ciglio destro della strada, un’automobile scura che mi ostacola un poco il percorso: non ricordo il modello.

Gli sono a fianco, sto andando almeno a 12 chilometri l’ora: scorgo il finestrino del conducente abbassato; penzola, inerte lungo la portiera, il braccio sinistro.

Faccio in tempo a fissare nella memoria un’espressione di grande rilassamento, di soddisfazione, di quasi estasi nel volto reclinato di un giovane bruno.

Ho quasi sopravanzato quell’automobile nella mia corsa veloce quando, è un attimo tanto fugace quanto indelebile, riesco a cogliere un’ultima, definitiva immagine di quella piccola storia.

Sono le labbra, come in un primissimo piano di un film di Leone, di una fanciulla che sta uscendo dall’automobile: sono labbra che una lingua soddisfatta ripassa con voluttà, come a raccogliere l’ultima goccia di un sapore prezioso…..

Indimenticabile: mi è rimasta impressa nella memoria con la nitidezza di un lampo.

Tutta la sequenza sarà durata non più di qualche secondo: mi ha tenuto compagnia per qualche chilometro della mia corsa il pensiero di quella piccola storia.

Erano giovani, saranno stati fidanzati?

Sarà stata la prima volta?

Magari era una squallida storia di corna….o, peggio, una ripicca femminile, come spesso succede.

O, invece, quella fanciulla amava, e nel paese era risaputo, quei giochi meravigliosi di labbra e di lingua che tutti i maschietti apprezzano oltremodo: nessuna brava come lei!

Chissà. Chi può saperlo?

Tra tutti i miei pensieri, e questa è una considerazione importante, non ebbi per certo nemmeno il più piccolo, anche comprensibile, sentimento d’invidia che senza dubbio la bella espressione soddisfatta e rilassata del ragazzo avrebbe suggerito: io avevo la mia corsa nel buio, la mia strada, i miei chilometri, i miei sentori di fieno umido, le mie lucciole, la mia fatica.

Le crisi, terribili, cominciarono a farsi sentire a 30 chilometri dal traguardo: ma ero preparato a dominarle.

Conclusi la corsa estenuante in circa 13 ore e mezza, classificandomi intorno alla 380° posizione: avevo raggiunto il mio obiettivo con ampio margine e immensa soddisfazione.

Una soddisfazione che, pur di natura tanto differente, mi accomunava in qualche modo all’espressione di rilassato piacere impressa sul viso del ragazzo a bordo del veicolo lungo il ciglio della strada e al gesto voluttuoso di quella lingua passata, con altrettanta soddisfazione, sulle labbra ancora umide di sesso della giovane paesana.

………………

Se lo scritto qui sopra avesse la pretesa di essere un racconto a carattere sportivo, il mio desiderio sarebbe quello di dedicarlo al mitico Vito Melito, bolognese di Ariano Irpino: vinse 4 volte il Passatore tra il 1976 e il 1981. Stabilì un record che rimase imbattuto per molti anni: 6h.40’.31”.

Invece lo scritto qui sopra ha tutt’altre pretese e mi pare doveroso dedicarlo a Linda Susan Boreman, nata a New York, alle fine degli anni quaranta come Vito, e purtroppo scomparsa nel 2002 a Denver, causa un incidente.

Era meglio conosciuta con lo pseudonimo di Linda Lovelace, interprete nel 1972 del celeberrimo Deep Throat.

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I miei bar a Torino

Caffè Elena in piazza Vittorio Veneto, Nostradamus in via Cernaia, Brosio in via del Carmine, Café Paris in via Garibaldi: sono i miei bar, quelli che frequento abitualmente. Al Caffè Elena bevo di solito l’Erbaluce di Caluso (Cieck o Fontecuore); al Nostradamus Cinzanino o Pinot di Pinot; da Brosio il Kerner della Cantina dell’Isarco; al Café Paris bevo il rosato Solaria di Vetrere. L’Elena è il mio posto storico, quello che ospita i miei lavori con il vino su vetro, su muro e su carta; Pippo è il mio storico amico e Adina, romena, è la mia cameriera preferita: ci vado alla domenica mattina, al tramonto o in certi fine mattina durante la settimana. Quasi casa mia. Al Nostradamus ci vado a giocare al superenalotto, dopo aver giocato a tennis: lì trovo Paolo e suo figlio Cristian e la loro juventinità schietta e bevo per dissetarmi. Dal mio amico Fabrizio, via Garibaldi all’angolo con piazza Statuto, parlo di vino e ci vado verso sera a bere un rosato pugliese (Negramaro 60% e Malvasia 40%) e a parlare di vino. Da Brosio respiro l’aria di antica piola torinese: mi soddisfa il Kerner dell’Alto Adige e scambio sempre parole gradevoli con il vecchio Brosio, un monumento, e con Antonella dalla lingua di bragia (i vaffanculo sono più numerosi e saporiti dei bicchieri di vino che serve a una clientela a dir poco colorita, che forse gradisce più i primi che i secondi…).

Sono i miei bar, un pezzo importante della mia vita: e bevo vini quasi inconfessabili, ma sono i miei: vini rituali, vini che prescindono anche dalla qualità (Pinot di pinot o Cinzanino…), ma acquistano un senso bevuti a una certa ora, in un certo posto, con certe persone. Anche questo è il vino.

 

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Serralunga d’Alba e il suo Castello

Un segno che, almeno per certe faccende, Lassù Qualcuno mi vuole bene è dato dalla stupenda giornata che mi viene donata per la mia visita a Serralunga. Dopo interminabili, tristi e sconfortanti giorni di pioggia, una mattina luminosa e tersa, come succede quando l’acqua ha provveduto a pulire l’atmosfera, mi rende ancora più interessante questa faccenda di accompagnare una mia vecchia amica a conoscere Serralunga e il suo Castello. Quando si parla di Langa e di Barolo, i più pensano a La Morra a Barolo a Monforte…Ma se un uomo della fatta di Angelo Gaja quando parla di Barolo – e sopratto quando scelse il Suo Barolo – si accende di passione per raccontare Serralunga, ci sarà pure una buona ragione, no? La ragione sta nel fatto che questo minuscolo borgo di origine medievale (con una popolazione di nemmeno 500 anime) è circondato da vigne portentose che danno i Barolo con più struttura: Rionda, Lazzarito, Collaretto, Marenca-Rivette (lo Sperss di Gaja), Gabutti, Cucco: chi vuole un Barolo di grande corpo deve per forza spremerlo dai Nebbiolo di queste vigne e i produttori lo sanno bene. Tornare a Serralunga è sempre un piacere: oggi, dovendo anche guidare una neofita, mi sono premunito e ho preso accordi con Maria Anselma Meier, amica che conoscevo, fino a oggi, soltanto virtualmente (Facebook), ma che si è rivelata (ne ero certo) una persona speciale. Oltre a essere la moglie di un discendente della famiglia Anselma (Franco), è una donna che ama in maniera particolare il paese che la ospita da ormai quasi vent’anni: è l’amore speciale che soltanto chi viene di lontano può donare alla Terra che ha scelto per vivere – anche perché la Terra natale non si sceglie, ahinoi! Della Famiglia Anselma, di Giacolin, della sua storia, dei suoi vini tratterò in un articolo a parte perché meritano tutta la mia attenzione e uno spazio adeguato.

Serralunga è un paese minuscolo, raccolto attorno al magnifico castello che si erge quasi come un grattacielo fortificato a sorvegliare da una posizione di particolare favore l’intera Langa. Fu costruito intorno al 1340, a opera dei Marchesi di Falletto che erano i feudatari che per tanti secoli furono i fortunati padroni di queste terre. Questa costruzione era adibita a scopi essenzialmente militari e le caratteristiche sia interne sia esterne sono assai chiare in questo senso. Quando  i loro possedimenti passarono ai Savoia, e siamo nel XVII secolo, il Castello cessò di essere importante dal punto di vista militare e venne adibito in buona sostanza a mero magazzino, svuotato di mobili e suppellettili. Nel 1949 fu acquistato dallo Stato Italiano e fa oggi parte del nostro immenso patrimonio pubblico. Un importante restauro fu effettuato alla fine degli anni Cinquanta, per diretto interessamento di Luigi Einaudi, Grande uomo di Langa e poi grande Presidente della nostra neonata Repubblica.

Oggi il Castello è assai visitato, grazie soprattutto all’attività dell’Associazione Amici di Serralunga che mette a disposizione il personale per l’accoglienza e la guida per accompagnare i turisti: due ragazzi competenti e appassionati (Massimiliano e Luciana, meritano di essere ricordati). La visita dura 20/30 minuti ed è di straordinario interesse certo storico, ma direi soprattutto paesaggistico. Non costa nulla! E qui mi verrebbe da scrivere un oceano-mare di invettive: la nostra Cultura non può essere regalata, non ce lo possiamo permettere. Inoltre, non mettere un prezzo a un servizio – comunque unico comunque emozionante comunque affascinante – è sbagliato perché riduttivo. Qui mi fermo. E continuo su altre strade: Serralunga è anche il suo Castello e il suo Castello non può essere soltanto un contenitore – pur affascinante – vuoto per turisti. Credo che questa costruzione potrebbe vivere una nuova vita se inserita, con le dovute cautele e il dovuto rispetto, in un contesto di animazione, eventi, rievocazioni che il Territorio e la Storia suggeriscono: Serralunga, i suoi abitanti, i suoi vini, chi ama questo piccolo e magnifico Borgo se lo meritano. Speroma.

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Ekanta vada – Anekanta vada, speculazione meramente intellettuale sulle caratteristiche del discernimento

Questo bicchiere di vino fu dipinto nel 2009 con due vini di Marotti Campi, il Rùbico (Lacrima di Morro d'Alba eccellente) e lo Xyris

Ho trovato la risposta a una domanda importante: perché persone di grande intelligenza (dove questo termine è da intendersi come capacità di analisi e poi di sintesi, di memorizzazione dei dati e di capacità di correlazione dei dati stessi, in tempi rapidi e in modo speculativo e opportunistico) sono spesse volte incapaci di applicare questa loro qualità – caratteristica positiva – a fronte di fatti o fenomeni particolari?

La soluzione è la seguente: mancanza di flessibilità;  mancanza di capacità di cambiare punto di vista, prospettiva.

Mahavira – nel VI secolo prima di Cristo (ma forse addirittura secoli prima) con le teorizzazioni della filosofia jaina – era già pervenuto alla soluzione: un fenomeno è analizzabile e sintetizzabile a seconda di infiniti punti di vista; tra questi ve n’è almeno uno più conveniente degli altri in un dato momento, in una data posizione di tempo e di spazio, per il conseguimento di un dato, possibile obiettivo. La filosofia jaina c’era arrivata qualche anno prima di Hegel: la sua formula “tesi, antitesi, sintesi” si può considerare meno evoluta della formula jaina: “apparire, disparire, permanere” o “asti-nasti vada” vale a dire la filosofia che permette di definire un fenomeno o una cosa con  un’affermazione o una negazione. Anche: unità nella molteplicità, identità nella diversità, permanenza nel mutamento. Non bisognerebbe mai dimenticare che Gandhiji attinse dai jaina il concetto dell’Ahimsa (sintetizzato malamente come non-violenza, quando invece è amore universale per ogni essere vivente che non permette di fare del male neanche alle piante) e della Satya (la sincerità che però non deve spingersi a fare del male). Nell’etica jaina il solo pensiero di fare del male è male: ci arriverà il Cristo qualche anno dopo.

Mutare prospettiva è faticoso, scomodo, doloroso spesse volte. Ma è sempre proficuo, sempre speculativo, sempre affascinante, sempre stimolante: non risolve mai il problema ma aiuta a comprenderlo e a stemperarlo nell’oceano infinito del relativo. Fatto salvo poi decidere di affrontarlo scegliendo, appunto, il punto di vista più conveniente. Più conveniente, si badi, non più giusto: bene e male sono faccende assai assai relative, quando si parla di punti di vista flessibili.

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Kuo-Ji ristorante cinese – Chinese cooking in Turin

Frequentiamo questo ristorante cinese, aperto dal 1987, da almeno una ventina d’anni. Ci andiamo 6/7 volte all’anno perché mia moglie ama la cucina cinese e in particolare le preparazioni a base di gamberetti e le zuppe. Il ristorante è situato nel pieno centro storico di Torino, in via S. Massimo, 4. E’ un locale pulito e con una sua eleganza tutto sommato abbastanza discreta: è composto da due sale per 60/80 coperti. Il servizio è cordiale e sollecito, sempre discreto. Molto chiaro e leggibile il menù, con una piccola carta dei vini scelta con cura e di particolare convenienza: ho bevuto un discreto Friulano dei Produttori di Cormons a 11 euro! Io amo in particolare gli involtini e la strepitosa zuppa agropiccante – molto piccante – a base di soia, bianco d’uovo, funghi, verdure e piccoli pezzi di pollo: davvero ottima. In tanti anni di frequentazione non abbiamo mai avuto  alcun genere di problemi e, per dare un’idea, si mangia in tre persone – in maniera più che abbondante e alla carta – con poco più di 60 euro! Mica male, di questi tempi….E’ un locale che mi sento di consigliare senza riserve, ovviamente a chi ama la cucina cinese (che a Torino significa soprattutto cucina cantonese, essendo la cucina cinese un universo assai complesso e di gusti e preparazioni molto variegate).

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101 Storie Maya che dovresti conoscere…(a prescindere dalla bufala della fine del mondo)

Fino a ieri il popolo maya era considerato un popolo pacifico di osservatori del cielo, oggi invece sempre più spesso vengono descritti come una civiltà di feroci guerrieri, ossessionata da una concezione ciclica del tempo, unica nella storia. È nota a tutti l’oscura profezia che condannerebbe il mondo che conosciamo a scomparire il 21 dicembre 2012… I 101 racconti qui presentati intendono fare chiarezza su questa ricca cultura, fiorita tra selve inestricabili e altipiani tormentati da terremoti ed eruzioni, e rivelarne tutti gli aspetti ancora poco noti. A cominciare dalla verità sui sacrifici umani e sui riti, che includevano il cannibalismo, in cui i sacerdoti strappavano i cuori ancora palpitanti dai petti dei prigionieri. E ancora: racconti di piramidi altissime scoperte da avventurieri, sovrani costretti a donare il proprio sangue, eserciti di moderni “conquistadores” che scavano tra le rovine con la dinamite.

Dalla preistoria al colonialismo, un racconto in parte inedito che espone le scoperte archeologiche recenti, ma anche le teorie della New Age e della fantarcheologia: la vicenda dei Maya finalmente narrata a tutto tondo e che tocca anche il teatro e la poesia maya di cui quasi nessuno, fino a oggi, s’era mai occupato.

Dettagli prodotto

  • Brossura: 311 pagine
  • Editore: Newton Compton (10 novembre 2011)
  • Collana: 101
  • ISBN-10: 885413323X
  • ISBN-13: 978-8854133235
  • Prezzo:  € 12,90

Un grande ringraziamento a Marco Casareto, direttore di Focus Storia e Geo, e a Andrea Frediani, scrittore e editor (occasionale, ma assai gradito) del libro che è dedicato alla memoria del mio grande maestro dauno: Nicola Silvano Borrelli. Qui sotto i link della Casa Editrice e quello di amzon.it dove il volume si può acquistare on-line.

http://www.amazon.it/storie-dovresti-conoscere-prima-della/dp/885413323X/ref=pd_rhf_ee_p_t_3

http://www.newtoncompton.com/libro/978-88-541-3323-5/101-storie-maya-che-dovresti-conoscere-prima-della-fine-del-mondo

http://www.newtoncompton.com/collane/centouno 

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