Vigneto Pusterla di Brescia: IGT Ronchi Bianco

Questo è senza dubbio uno dei vini più interessanti, più rari, più atipici d’Italia – e dunque del mondo. E’ il Pusterla IGT Bianco Ronchi di Brescia 2006, uve Invernenga in purezza.

Questo vitigno è autoctono del vigneto centenario ricuperato, sono ormai circa 15 anni, nel centro della città di Brescia: sono circa 4 ettari – i bresciani sostengono essere il vigneto cittadino più grande d’Europa, ma bisognerebbe confrontarlo con quello napoletano, la Vigna di San Martino, anch’esso di circa 4 ettari all’interno di un territorio urbano di circa 7,5 ettari.

Il vigneto è stato affittato ed è curato da Piero Bonomi (Bellavista) e Pierluigi Villa (Università di Milano): da uve Invernenga (a bacca bianca) e Marzemino (una varietà autotona), Uva uccellino, Maiolica, Schiava, Corva, Merlot, Barbera e Brugnera (a bacca rossa) si producono circa 100 hl. di mosto con cui si imbottigliano gli IGT Pusterla Bianco e Pusterla Rosso Ronchi di Brescia.

Il mio amico, editore prestigioso, ma più prestigioso compagno di bevute Enrico Tallone mi ha fatto assaggiare questa bottiglia di Invernenga 2006: un bianco che appena avuta l’aria mi ha fatto pensare a un Trebbiano di grande struttura, acido, con retrogusto amaro e lunga persistenza in gola. Poi ha cominciato a respirare a pieni polmoni e il Trebbiano s’è allontanato, il vino ha cominciato a prendere una sua personale espressione e gusti intensi di lavanda hanno preso corpo; purtroppo la degustazione, per molti e validissimi motivi, non ha avuto uno svolgimento professionale: troppi i diversivi in un ambiente così ricco di tradizione, storia, suggestioni….Ho comunque nella memoria un vino unico, prezioso, non confrontabile con alcun altro.

Il Vino: salute!!

Consensus Statement: la carta dell’International Scientific Workshop  The truth about wine – La verità sul vino, firmata da alcuni importanti e stimati esperti internazionali riuniti in convegno al Castello di Grinzane Cavour sul rapporto tra vino e salute.

Ecco i 10 punti fondamentali:

1. Il vino è da sempre parte della vita dell’uomo;

2. Il vino è oggi apprezzato da un numero sempre più ampio di Paesi e ambiti culturali diversi;

3. Il vino è parte della dieta mediterranea;

4. Il vino è un prodotto naturale e i suoi componenti includono numerosi composti bio-attivi, soprattutto polifenoli;

5. Queste sostanze contribuiscono alle qualità sensoriali e al gusto, rendendo ogni vino unico e ideale complemento al cibo;

6. La ricerca scientifica ha dimostrato che il consumo moderato si associa a benefici per la salute, promuovendo la longevità e riducendo il rischio delle malattie da invecchiamento;

7. I meccanismi responsabili dei benefici sulla salute includono le attività antiossidanti e anti-infiammatorie di molti composti bioattivi e l’effetto favorevole sull’aggregazione piastrinica e sulla composizione dei lipidi nel sangue;

8. L’alcol derivato dalla fermentazione delle uve, ha effetti favorevoli sulla salute, se il vino è consumato in quantità moderata, dannosi se consumato in quantità eccessiva;

9. Le istituzioni dovrebbero sostenere la ricerca sugli effetti del consumo moderato sulla salute e promuovere programmi di educazione;

10. I programmi serviranno a prevenire l’abuso di alcolici, soprattutto fra i giovani, includendo: l’esistenza di una variabilità individuale nella tolleranza alcolica; i rischi di un consumo scorretto, con inclusione del bere compulsivo; l’aumento del rischio di incidenti stradali oltre i limiti consentiti dalla legge; gli effetti favorevoli di un consumo moderato e regolare di vino, come parte della dieta quotidiana.

(Fonte: Wine news)

La mia galleria a New Delhi in India

http://www.artalivegallery.com/

Sunaina Anand è la direttrice di Art Alive Gallery, la galleria che mi rappresenta in India, a New Delhi. E’ la più importante galleria di arte moderna della capitale, hanno una ventina dei miei quadri con un prezzo medio di 4/5.000 $.

L’assegno

Questo è l’assegno, che ho gelosamente conservato, di L. 4.000.000 che fu lasciato alla gallerista milanese Gloria Tansuso nel 2000 per comprare il quadro qui sotto riprodotto.

L’assegno risultò scoperto, ma il quadro venne ricuperato a Modena: non denunciammo il distinto signore (ex gallerista) settantenne che tentò la truffa, anzi ne fui quasi orgoglioso. Evidentemente un mio quadro valeva una truffa!

Il lavoro fu poi acquistato dal Prof. Emilio Marengo e oggi è appeso ai muri medievali del ristorante “La Taverna del Templare”, in località Palazzuolo, comune di Monte San Savino (Arezzo). La vicenda è narrata con dovizia di particolari nel racconto “L’assegno”, compreso nel mio libro “Più o meno di vino”. E’ interessante notare che quando ho concepito quel lavoro – e ci metto sempre molto tempo a immaginare un quadro – pensavo al racconto di J. Luis Borges “La rosa di Paracelso”…..

Salone del Gusto, Lingotto 5 novembre 1998

Era novembre del 1998 e al Lingotto di Torino aveva luogo il 1° Salone del Gusto organizzato da Slow Food di Carlin Petrini da Bra.

Mi invitarono a esporre i miei quadri: era la mia terza mostra, dopo Capoliveri e Bergamo (La Marianna).

Ero appena tornato dall’India con mia figlia Geeta e ero in una stagione ricca di fervore e di entusiasmo. Al salone i miei quadri furono esposti tra la totale indifferenza: nessuno si accorse del mio lavoro e delle mie ricerche: si inaugurava allora quella stagione di apatia torinese verso il mio lavoro.

Qui di fianco un quadro di quel periodo: un omaggio alla mia Città che non mi vuole bene.

Questo quadro fu donato all’Enoteca d’Italia, dovrebbe essere ancora in qualche sala del Lingotto, o chissà dove….

E’ una chiara testimonianza del fatto che io dovrei lasciar perdere ogni mio cenno d’affetto della Città che amo senza esserne riamato: ma così trascorrono le vicende del mondo; il torto non è di Torino, il torto è soltanto e affatto mio.

Torino non me la darà mai: questa è la dura realtà che non riesco a accettare, eppure dovrei farmene una ragione. Non siamo fatti l’uno per l’altra, al di là dei miei fervori da adolescente. E’ pur vero che mi sento cittadino del mondo, ma faccio una tremenda fatica a riconoscere che la mia Città non mi ama.

E’ parte della mia storia, d’altro canto, incaponirmi a inseguire donne, neanche attraenti o semplicemente interessanti, che verso di me non nutrono alcun trasporto. Eppure così è.

La mia prima mostra a Capoliveri

Era il 30 maggio del 1998 e in una piazzetta del centro di Capoliveri, paese stupendo dell’isola d’Elba, esponevo per la prima volta in pubblico i miei quadri.

Il giorno appresso venne Vittorio Fiore che molto apprezzò i miei lavori e m’invitò nella sua dimora, uno splendido casale medievale ristrutturato con sensibilità e cultura, in Chianti.

Dipinsi per lui, col suo Carbonaione, alcuni quadri: posso dire, non senza orgoglio, che Vittorio Fiore è stato il mio primo collezionista.

Dei 18 pezzi presentati a Capoliveri, 3 fanno parte della mia collezione privata – e sono i più estremi, quelli che mi piacciono di più: in pratica delle macchie di vino. 2 sono in India, uno è a San Damiano d’Asti e tutti gli altri sono stati venduti a prezzi oggi ridicoli.

Non so chi sia la bimba che mi siede a fianco, era una bimba cui ero simpatico e a cui piacevano i miei lavori: curiosamente, mia figlia Geeta sarebbe arrivata dall’India quello stesso anno in novembre.

La mia Sindone profana

Questo lavoro l’ho concepito e eseguito nel 1998 su un tovagliato di cotone di fine ‘800 formato 220×110 cm. circa. E’ un occhio/bicchiere speculare, dipinto lasciando colare il vino sulla stoffa piegata a metà e lasciando per diffusione capillare macchiare il tessuto sottostante: così ho realizzato l’effetto speculare.

Il vino è un Colorino toscano vinificato nel ‘97 in purezza per le Cantine Corna da Claudio Gori; la piccola macchia scura in mezzo è il mio sangue autentico: firma che più mia non può essere.

Si intitola: “S’intona Sidone con Sindona?”. Quando ho immaginato questo lavoro è ovvio che pensavo (con tutto il rispetto dovuto, fuori da ogni dubbio) al Sacro Lenzuolo – The Holy Shroud – ma volevo comporre uno scherzo/riflessione dada sulla tradizione che lega sangue-vino-coppa-tessuto. Era il 1998, e a Torino si esponeva la Sacra Sindone. Quest’anno la Reliquia, che per me ha un fascino speciale, viene di nuovo esposta. Il mio lavoro è in India, ma mi piacerebbe di riportarlo a Torino. E’ stato esposto soltanto 3 o 4 volte e mai capito per quel che io l’ho concepito.

Review with the press/Rassegna stampa

Questi sono i più importanti articoli usciti in India a proposito del mio show al Radisson di Delhi, tra novembre e dicembre. Industan è il quotidiano più importante di Delhi con una diffusione di oltre 1 milione di copie. Times of India è il più importante giornale indiano e viene stampato contemporaneamente a Delhi, Bombay e Bangalore: non so quanti milioni di copie diffonde.

Un mio lavoro in beneficenza per Barisciano dell’Aquila

A San Damiano d’Asti mi hanno chiesto un quadro da mettere all’asta per donare il denaro ricavato alla ricostruzione dell’ospedale di Barisciano dell’Aquila, uno dei paesi devastati dal terremoto.

E’ un quadro che ho dipinto volentieri e, siccome il vino che mi hanno proposto e che ho bevuto mi è assai piaciuto, mi è riuscito molto bene: certo uno dei miei migliori lavori di questi ultimi tempi in cui sto sperimentando tecniche nuove e sempre più sofisticate.

Il vino è una Barbera d’Asti La Muscatela 2006 di Montrucchio: eccellente.

L’articolo qui a sinistra è de La Stampa, edizione di Asti del 3.1.2010

Book “The mistical goblet” by Vincenzo Reda for Med Show

Qui di seguito è riportato, in quattro sezioni, il mio libro pubblicato in occasione della mostra personale al Radisson Hotel di New Delhi. I testi sono in inglese, anche le poesie, accostate ai quadri, sono tutte in inglese.

Il libro è dedicato a mio padre Giuseppe, a mio nonno Vincenzo e a Giovanni Leopardi.

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Luigi Veronelli, I Vini d’Italia: il più bel libro mai scritto sul vino

Questo autentico gioiello ho comprato di recente, e non m’è costato neanche troppi euri: era dimenticato tra tanti vecchi libri in una di quelle bancarelle di usato che addobbano e nobilitano Torino.

È in 4° piccolo, cartonato con custodia, stampato in linotype su carta degna; inserite dentro pagine che si aprono fuori formato in 4 ante, sono incollate una per una le etichette originali di molte bottiglie di quel periodo. Costava 11.000 lire, moltissimo per un tempo in cui il salario di un operaio medio era di 60/70.000 lire e con un paio di milioni si poteva comperare un appartamentino già di buona metratura. Ma quei soldi il libro li meritava tutti: più lo leggo e rileggo e consulto, più mi pare di trovarmi con la migliore opera scritta sul vino. In questa sede dovrò, per forza, riportarne altre citazioni, oltre quella che ho messo di seguito.

Il libro fu pubblicato da Canesi Editore, Roma, nel 1961 e costituisce un corpo di oltre 500 pagine in cui il buon Gino presenta i vini italiani catalogati per regione.

A introdurre ogni regione, il contributo di una firma di valore; tra gli altri: Leonida Rèpaci, Giorgio Caproni, Giuseppe Dessì, Giovanni Comisso e Giovanni Arpino.

Di quest’ultimo, uno dei miei grandi amori svergognati, cito di seguito.



“In questo mondo affannato – e affannato anche perché è schiavo dell’aperitivo rossastro, del comico «detergente da budella» nero inchiostrato – acquista spicco di gigante la figura di un vecchio signore piemontese, la cui memoria va al di là di ogni possibile lapide.

Era un austero, com’è logico, eppure non mangiò mai tagliatelle che non fossero state impastate con abili manipolazioni di natiche da una sua speciale cuoca. Peso e forma di costei concedevano all’impasto delicato un amalgama altrimenti inarrivabile. E quando morì, sdraiato immenso e duro nel suo gran letto dopo due mesi di forzato digiuno, due cose con l’ultimo fiato richiese. Un tocco di gorgonzola e una bottiglia di un certo suo Barolo.

Arrivò il gorgonzola e se lo fece passare sotto il naso, a occhi già chiusi. Arrivò quindi il vino, una nera bottiglia. Gliela aprirono e la lasciarono stappata vicino al letto. Dopo un minuto o due l’aroma barolesco cominciò a salire nella stanza. Il vecchio tendeva le narici, poi alzò la mano.

- Bastardi, – disse ai parenti gessosi immobili attorno: – Non è il Barolo della terza nicchia…..”


Il personaggio in questione è il nonno di Arpino: lo stesso racconto, meno colorito, si può ritrovare nel suo capolavoro del 1964 All’ombra delle colline (la mia copia è la prima edizione Mondadori, con sopracoperta illustrata da Bruno Munari: me lo lasciò un parente e ne sono molto orgoglioso).

Di Giovanni Arpino riproduco la copertina del celeberrimo, direi di più: celebrissimo Azzurro Tenebra, altro suo capolavoro del 1977. Si tratta dell’edizione originale Einaudi, fuori collana,rilegato in brossura: questo libro lo comprai io stesso all’epoca, costava 4.500 lire. È un oggetto a cui tengo assai; tra le altre cose, fu stampato dalle Industrie Grafiche Zeppegno di Torino, una gloriosa tipografia con cui più tardi molto lavorai per i volumi della Casa Editrice Centro Scientifico Torinese.

La foto di copertina che raffigura Giacinto Bacchetti è di Marco Ravezzani. E mi preme mettere in evidenza la perfezione, sia nella grafica sia nella comunicazione, di questa copertina: 4 elementi – autore, titolo, fotografia in b/n incorniciata dentro un filetto celeste, editore. La bellezza assoluta della semplicità e dell’eleganza (si ricordi la grafica del pacchetto bianco e celeste delle sigarette nazionali senza filtro…).

Non parlo di quello che c’è scritto dentro: cani e porci hanno già detto tutto o quasi; davvero, in questo caso, ogni parola in più sarebbe superflua.

Arpino se ne andò 10 anni dopo e, oltre ai suoi capolavori, ci regalò la conoscenza di Osvaldo Soriano. Che dire d’altro, se non che si era laureato con una tesi su Esenin?

Gennaio 2009

Vini Buoni d’Italia 2010, I colori del vino di Vincenzo Reda

http://www.vinibuoni.it/

01.01.2010 i miei vini, i miei bicchieri, le mie foto

Con questi vini ho cominciato il 2010. Il muffato Armonia d’autunno di Giacomo Marengo l’ho spremuto con le mie mani, insieme a Risa e Refet, macedoni, in un posto meraviglioso vicino Monte S. Savino, e ne ho anche dipinto l’etichetta: penso che sia una delle più belle cose che io ho fatto. Il vino è strepitoso, ne sono state fatte soltanto 4.000 bottiglie da 0,375 per pochi fortunati. Era giusto cominciare quest’anno con questa meraviglia. Il Camaracanda 2006 è un gentile omaggio di Angelo Gaja: che Iddio ci conservi a lungo uomini come lui. Li conservi per gente come noi, che se li meritano e li sanno apprezzare.

Auguri/Greetings 2010

Non sarà un anno di pace, non sarà una anno sereno, non sarà un anno in cui le persone per bene saranno riconosciute, apprezzate e gratificate: sarà un anno come tutti gli altri, più o meno. Il punto, come sempre, sarà quello di cercare di sopravvivere, prendendo meno gol possibili e, soprattutto, evitando di farsi autogol.

Quest’anno ho scelto il Dolcetto d’Alba 2008 Borgogno dell’amico Oscar Farinetti, il creatore di Eataly. Lo avevo bevuto all’inaugurazione in Barolo della nuova e prestigiosa sede della storica cantina l’11 settembre scorso e mi era piaciuto assai: un Dolcetto d’Alba secondo la tradizione. pulito, asciutto, secco e con quel retrogusto amaro lungo che rimane in gola con persistenza.

Che sia di buon augurio per un anno proficuo in cui la salute, l’armonia, la curiosità e la capacità di mettersi in perenne gioco siano le caratteristiche forti.

Salute a tutti: parenti, amici, nemici e indifferenti.

I miei vini di Natale (e dintorni) 2009

Quest’anno ho scelto vini diversi dal solito per le mie coccole natalizie.

Per il bianco sono andato nella adorata Sicilia e ho bevuto il Grillo in purezza delle Cantine Cummo, Idillìaco 2008: 12,5°% di volume alcolico per un autoctono celebre come materia fondamentale per il Marsala. Un vino per davvero eccellente con un’unica pecca: una delle più brutte etichette in commercio. Ma questa faccenda ai Cummo l’ho già detta.

Sempre di Cummo (mi hanno onorato con una loro selezione) ho bevuto l’eccellente Nero Cappuccio Carbuscìa 1908 del 2005: un altro rosso autoctono in purezza con 14° affinato, purtoppo – ma con perizia – in legno piccolo. Carbuscìa è la località delle vigne migliori, in Canicattì (Ag), dove il nonno Diego cominciò la storia di questa ottima cantina. Ancora di Cummo, il Principe Stephan 2005, una cuvée di autoctoni e di classici internazionali – una sorta di Supersicilian – anche questo affinato per poco tempo in legno piccolo, dopo un anno di acciaio e due in botti grandi per un risultato di grande equilibrio e corpo.

Il pranzo di Natale però è stato accompagnato con la mia immancabile Barbera del Monferrato Valpane 2000 del mio amico Piero Arditi: Barbera di classe eccelsa da 14,5° e senza legno. Come damigella d’onore ho scelto la Freisa Canone Inverso 2005 sempre di Piero: un vino vinoso, antico, asciutto, diretto (detto tra le righe, ma a Piero l’ho detto più di una volta, anche le sue etichette non brillano per risultati estetici…).

Nei dintorni di questi giorni non mi sono fatto mancare il Rùbico 2008, Lacrima di Morro d’Aba di Marotti Campi: sempre eccellente. Non c’è nell’immagine, ma qualche sorso di Cambrugiano Riserva 2006 di Belisario, Verdicchio di Matelica, non è mai mancato.

Senza dubbio un Gaja, non so ancora quale, aprirà il 2010.

Salute e auguri.


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