Questo lavoro è stato concepito e eseguito per la mia mostra del 12 marzo prossimo, presso la concessionaria Mercedes di Ancona.
E’ uno dei miei soggetti caratterizzati da una certa vena di umorismo: è stato dipinto utilizzando tre vini assai differenti, e per età e per provenienza.
Mi sono servito di una Barbera d’Asti 2008 della zona di San Damiano; di un miscuglio di Sangiovese di Emilio Marengo da Monte San Savino e Castelnuovo della Berardenga (Arezzo e Siena) di annate comprese tra il 1996 e il ‘98; infine, del Rubesco 2008 di Marotti Campi che è un Lacrima di Morro d’Alba tra i migliori, marchigiano.
Questo improbabile assemblaggio m’è piaciuto di chiamarlo “Cuvée Mercedes”.
L’aspetto simpatico della faccenda è dato dal fatto che io sono da quasi vent’anni un affezionato cliente BMW, ma di recente mi sono perdutamente innamorato dell’ultima versione della SLK Mercedes. D’altro canto, tra le mie quattro o cinque auto preferite c’è quella che fuor di dubbio è una delle più belle automobili mai costruite: la Mercedes 300 “Ali di Gabbiano”, un capolavoro degli anni cinquanta!
Paolo Monelli racconta:
“Alcuni anni fa a Roma, in una sala del palazzo Barberini, un ente del turismo volle far gustare ai diplomatici stranieri residenti a Roma i migliori vini italiani. L’ambasciatrice d’Inghilterra prese molto sul serio il suo compito; assaggiava di ogni vino indicato sulla lista, non ne tralasciava alcuno, si accorse che ne avevano saltato uno alla sua tavola, reclamò; e accanto al nome di quelli che le piacevano scriveva la paroletta best (ottimo).
Dopo aver gustato un barolo gran riserva disse ai suoi vicini che questo vino superava tutti quelli che le avevano servito fino allora: e scrisse sulla lista accanto al nome best best best.
Narrai il fatto in una mia corrispondenza; seppi poi che i produttori di quel barolo sui cartellini delle bottiglie che spedivano oltre frontiera avevano fatto aggiungere il motto felicemente creato dall’ambasciatrice britannica, assai più conveniente all’eccellenza del barolo del troppo noto est est est che celebre molto al di là dei suoi meriti il moscato di Montefiascone.”
Curiosità: Paolo Monelli scrive i nomi dei vini sempre con l’iniziale minuscola…ma quelli erano altri tempi: oggi il Barolo richiede la maiuscola. Ma pure vini meno nobili e celebri meritano questa medesima attenzione, anche per una faccenda prettamente linguistica.
Un capolavoro che nessuno, al quale in qualche modo l’argomento del vino e del bere più in generale interessa, può permettersi il sacrilegio di ignorare. Questa è l’edizione originale del 1963, cartonata, molto….Longanesi.
Paolo Monelli, giornalista di Fiorano Modenese (1891/1984), è assai più famoso per il celebre “Il ghiottone errante”, pubblicato prima a puntate su “La Gazzetta del Popolo” e poi in volume da Treves nel 1935: è la cronaca di un viaggio nei santuari italiani di vino e cibo, realizzato da un bevitore e da un astemio e inappetente (il pittore e illustratore – per 30 anni a “La Gazzetta del Popolo” – Giuseppe Novello, 1897/1988).
Questo volume, introvabile – non so quale sia l’ultima edizione disponibile – non è soltanto un lavoro importante dedicato al vino: è di O.P. che si tratta. O.P. è un artificio letterario, un acronimo, che sta sia per Optimus Potor – latino che identifica chi beve bene – sia per Oino-Pòtes – termine greco con cui Anacreonte identifica il savio cultore del vino. Dunque è un libro dedicato ai bevitori: libro eretico, politicamente non corretto, denso di citazioni, di spunti, di suggestioni. Sono circa 300 pagine dense in cui si tratta di vino in maniera importante e unica, ma anche di birra, di whisky, di whiskey, di cognac, di gin, di cocktail…
E’ una miniera di aneddoti (quello su Mario Soldati, la sua scarsa propensione ai gusti raffinati e i suoi Gattinara e Carema vale da solo il libro intero), di notizie, di opinioni quantomai insolite. Paolo Monelli era un grande appassionato dei vini di Valtellina che considerava i migliori; com’è ovvio, non tutto quanto scrive è condivisibile, spesso anche assai datato: ma, mi si dia retta, è sempre di straordinario interesse e di valore letterario notevole. In assoluto, forse, meglio di Veronelli e di Soldati. E cerco di non esagerare.
Importante la bibliografia, belle le fotografie fuori testo, di grande aiuto l’indice dei nomi: anche un libro “fatto” come si conviene, alla Longanesi, un altro degli eretici che amo.
Questo lavoro l’ho concepito e eseguito nel 1998 su un tovagliato di cotone di fine ‘800 formato 220×110 cm. circa. E’ un occhio/bicchiere speculare, dipinto lasciando colare il vino sulla stoffa piegata a metà e lasciando per diffusione capillare macchiare il tessuto sottostante: così ho realizzato l’effetto speculare.
Il vino è un Colorino toscano vinificato nel ‘97 in purezza per le Cantine Corna da Claudio Gori; la piccola macchia scura in mezzo è il mio sangue autentico: firma che più mia non può essere.
Si intitola: “S’intona Sidone con Sindona?”. Quando ho immaginato questo lavoro è ovvio che pensavo (con tutto il rispetto dovuto, fuori da ogni dubbio) al Sacro Lenzuolo – The Holy Shroud – ma volevo comporre uno scherzo/riflessione dada sulla tradizione che lega sangue-vino-coppa-tessuto. Era il 1998, e a Torino si esponeva la Sacra Sindone. Quest’anno la Reliquia, che per me ha un fascino speciale, viene di nuovo esposta. Il mio lavoro è in India, ma mi piacerebbe di riportarlo a Torino. E’ stato esposto soltanto 3 o 4 volte e mai capito per quel che io l’ho concepito.
Qui di seguito è riportato, in quattro sezioni, il mio libro pubblicato in occasione della mostra personale al Radisson Hotel di New Delhi. I testi sono in inglese, anche le poesie, accostate ai quadri, sono tutte in inglese.
Il libro è dedicato a mio padre Giuseppe, a mio nonno Vincenzo e a Giovanni Leopardi.


Questi sono i più importanti articoli usciti in India a proposito del mio show al Radisson di Delhi, tra novembre e dicembre. Industan è il quotidiano più importante di Delhi con una diffusione di oltre 1 milione di copie. Times of India è il più importante giornale indiano e viene stampato contemporaneamente a Delhi, Bombay e Bangalore: non so quanti milioni di copie diffonde.
http://www.artalivegallery.com/
Sunaina Anand è la direttrice di Art Alive Gallery, la galleria che mi rappresenta in India, a New Delhi. E’ la più importante galleria di arte moderna della capitale, hanno una ventina dei miei quadri con un prezzo medio di 4/5.000 $.
Archeo, mensile di archeologia edito dall’Istituto Geografico De Agostini, con il numero 300 appena uscito in edicola compie 25 anni di pubblicazione ininterrotta.
Non avevo ancora 17 anni – era l’estate del 1971 – studiavo di sera e durante il giorno lavoravo da manovale generico nei cantieri edili dell’Impresa Rosazza di Torino; mandai un appello alla trasmissione radiofonica “Per voi giovani” di Gianni Boncompagni e Renzo Arbore : chiedevo di venir messo in contatto con persone che si occupavano di archeologia. L’appello fu diffuso e venne ascoltato – tramite una buffissima radiolina a transistor che egli aveva, al solito suo modo, modificata – da Nicola Silvano mentre armeggiava nella sua boita. Mi chiamò e io mi attaccai a lui come un neonato si attacca alla tettarella della madre. Mi portò a zonzo per i siti neolitici della Valle di Susa (Borgone, Vaie, Fillar Focchiardo…) e mi fece scavare la prima volta nell’anfiteatro romano di Ivrea nella primavera del 1972. Silvano era un grande appassionato di paletnologia, io a quel tempo avevo in mente soltanto Messico, Maya e Aztechi.
Allora i nostri riferimenti erano National Geografic e Scientific American, rigorosamente in inglese: il mercato editoriale non presentava nulla di analogo. Si dovettero attendere gli anni Ottanta per vedere nascere i primi periodici dedicati all’archeologia, alla natura, all’arte, ecc.
Andreas M. Steiner – giovane neolaureato tedesco, figlio di un pittore che amava l’Italia – in quegli stessi primi anni Settanta rimase impigliato nelle reti sensuali e debordanti di quella matrona languida conosciuta con il nome antico di Roma. S’innamorò dell’Urbe e di una sua figlia e cominciò a farsi romano anch’egli. Una decina d’anni più tardi, venne chiamato da Sabatino Moscati a occuparsi, in qualità di redattore, del nuovo progetto editoriale della De Agostini: Archeo, fortemente voluto da Pietro Boroli. Del primo numero di Archeo, datato Marzo 1985 e che io possiedo fra le migliaia di esemplari della mia Biblioteca, riporto la raffinata copertina e l’editoriale con il colophon.
Mi è d’obbligo parlare dei contenuti di Archeo oggi in edicola, anche perché Andreas con i suoi pochi e bravissimi collaboratori ha realizzato un’edizione di interesse grandissimo.
Tra i vari articoli, riportati sugli strilli in copertina, mi ha colpito la qualità, la franchezza, la chiarezza, la competenza, la profondità dell’inchiesta realizzata da Orietta Rossini, persona che purtroppo non ho il piacere di conoscere, su Pompei con le interviste – per davvero interessanti e di tono fuori della solita paludata e inconcludente ufficialità – all’ultimo soprintendente Prof. Pier Giovanni Guzzo e all’attuale commissario ministeriale Marcello Fiori.
Un’inchiesta realizzata partendo da una prospettiva per davvero insolita, almeno da noi, che avrà per il futuro da essere considerata come un esempio di giornalismo culturale, impegnato e non puttano né parente di qualunque ipocrisia. Orietta Rossini, lo dico senza dover niente a nessuno, ha realizzato un grande lavoro che invito chiunque abbia a cuore le sorti dell’immenso e immensamente maltrattato tesoro dei beni archeologici, artistici e culturali italiani non soltanto a leggere, ma a frequentare.
Per combinazione, a me tanto gradita, questo numero di Archeo, contiene anche un piccolo abstract di un articolo di Archeology (periodico americano di cui ho avuto il piacere di conoscere il senior editor Samir S.Patel www.archeology.org) che parla del sito maya di El Mirador e delle ultime, straordinarie scoperte di Richard Hansen.
Grazie tante, Andreas e che iddio, o chi per lui, ti conservi la vista.
“ In ogni caso sovvenitevi di quel Cesare Tallone che, sovrano pittore e buongustaio, beveva papaliter, centellinando, assaporando. Quando l’Ernest, il piccolo d’una famosa osteria milanese, l’Arena Vecchia gli portava la bottiglietta del scabbi, guai se imprimeva all’andatura il solito moto, a onda, dei camerieri. La bottiglia doveva essere portata con ieratica solennità. Se la ciondolava distrattamente, subito il Tallone gli urlava «Ohei, Ernest, te sonet la campana?!».
Questo è uno scritto di Gino Veronelli, tratto dal suo “I vini d’Italia” del 1961, Il Libro del Vino.
Il Cesare Tallone di cui Gino parla è il pittore e maestro all’Accademia di Brera Cesare Vittore Luigi Tallone (nato a Savona nel 1853 e morto a Milano nel 1919): furono suoi allievi Pellizza da Volpedo, Boccioni, Carrà…
Siccome buon sangue non mente, tra i suoi 9 figli ci sono Alberto, il grande tipografo e editore; Cesare Augusto, liutaio e accordatore personale di Arturo Benedetti Michelangeli; Guido, celebre pittore anch’egli.
Oggi io vado ogni tanto a parlare di tipografia e a bere un buon bicchiere con Enrico Tallone, figlio di Alberto e Bianca, Gran Dama dell’Editoria italiana di prestigio (nata in quel di Vinci): nel giardino della casa avita, in pieno centro storico di Alpignano, c’è una vigna e ci sono i treni che i tre fratelli Tallone vollero tenersi vicini.
Simboli antichi di libertà e di comunicazione: il Vino e il Treno. http://www.talloneeditore.it
Questo bel cartonato in 8° con carta di 120/130 gr. avoriata di circa 200 pagine, finito di stampare nel settembre del 1969, nelle Officine Grafiche di Verona della Arnoldo Mondadori Editore, è la prima edizione di quell’opera che ormai è diventata epica: Vino al Vino; come appare ovvio a chi di queste faccende conosce qualcosa, è del primo viaggio (dei tre che compongono il soggetto dell’edizione definiva e famosa del libro di Mario Soldati), effettuato nel 1968, che in questo libro si tratta.
E’ importante notare che il volume è illustrato da immagini fotografiche fuori testo riprese dal figlio Wolfango, uno dei tre (gli altri sono Michele e Giovanni, compagno di Stefania Sandrelli) avuti dalla compagna della vita Giuliana Kellermann, attrice croata conosciuta nel 1941 (Mario Soldati sposò in prime nozze l’americana Marion Rieckelman, dalla quale ebbe Frank, Ralph e Barbara).
Riporto qui a fianco uno scorcio di vigna con lo sfondo arricchito dalla turrita San Gimignano: mi piace questa foto perché parla dei vigneti di Vernaccia di Pietrafitta (che è paese omonimo al mio, in Calabria) e, citando Pier Giovanni Garoglio, dice che questa Vernaccia ha una somiglianza «soltanto col secchissimo Erbaluce di Caluso»!
Appena pubblicato, questo interessante e utile lavoro di Gian Luigi Beccaria – piemontese, storico della lingua e critico letterario – pare scritto a misura di gente come me. L’editore è Garzanti, il libro costa 15 € per poco più di 200 pagine assai dense e bene documentate.
“Parole del gusto, linguaggi del cibo” è il sottotitolo adeguato per un volume di lettura impegnativa che ha il merito di suggerire una massa straordinaria di rimandi: le fonti delle citazioni sono in note a piè pagina e forse un lavoro come questo avrebbe richiesto una bibliografia più dettagliata e inserita nelle pagine a fine volume insieme con gli indici analitici e dei nomi.
Senza entrare nell’universo sconfinato delle varietà dei pani tipici con i rispettivi nomi, evitando – anche il Beccaria sfiora appena questo argomento assai complesso – di inoltrarci nelle paludi delle centinaia di vitigni autoctoni e delle variazioni regionali e locali delle loro denominazioni (pesci, funghi, frutti, erbe, alberi hanno anch’essi una sterminata casistica di differenti denominazioni locali), mi limito a citare un brano del lavoro del linguista piemontese, rimandano ai volonterosi e interessati lettori il piacere di frequentare questo bel libro: frequentare più che leggere!
“Il dolce tipico di carnevale, difficilmente commerciabile su larga scala, perché andrebbe tutto in briciole, quella pasta dolce friabile fritta nell’olio, ha ancora nomi diversi a seconda dei luoghi: bugie, risole, galani, crostoli o grostoli, rafiòi, i carafòi ampezzani, lattughe, rosoni, intrigoni, cenci, donzelle, donzelline, fiocchi, chiacchiere (chiacchiere di suore a Parma), castagnole, cresciole, cioffe, frappe, sfrappe, sfrappole, nuvole, ‘nguanti, pampuglie…”.
Non bisogna mai dimenticare che si tratta del lavoro di un linguista e non di un esperto di cibo o di vino, né del lavoro di un antropologo: qui si tratta comunque, e è un bel trattare, di lingua.
Questo è un libro pubblicato nel 1985 da Musumeci Editore in Aosta.
Ho lavorato a lungo, nella seconda metà dei Novanta, con Sergio Musumeci, soprattutto per la irripetibile Oasis: la più bella rivista di natura del panorama europeo.
Sergio è stato mio testimone di nozze, testimone fortunato di nozze fortunate – dopo 20 anni siamo ancora qui, e senza alcuna intenzione di rottura «endogena» (per quelle esogene non possiamo far nulla).
Sergio è, posso dirlo, un pazzo un eretico un adolescente – con settanta compiuti già da un pezzo – senza alcuna possibilità di crescere, un esemplare di cui, grazieaddio, si sono rotti gli stampi e dunque irripetibile.
Gli ho voluto e gli voglio bene, ma tante volte avrebbe meritato da parte mia scoppole e calci in culo: chi lo conosce, sa cosa voglio dire.
Castro dei Volsci, Fontana Liri, Sora: sono tre paesi della Ciociaria – provincia di Frosinone, basso Lazio che confina con Abruzzo, Molise e Campania – che ai più dicono poco o punto: il cinema italiano e quello di tutto il mondo a questi tre paesini debbono molto. Nel primo, più a sud, vi è nato Saturnino Manfredi nel 1921; nel secondo, nel centro della Ciociaria, nacque 3 anni più tardi Marcello Mastroianni; a Sora, che è un paesone quasi in Abruzzo, vide la luce nel 1901 Vittorio De Sica! I tre paesi non distano più di 30, 40 chilometri in linea d’aria.
Marcello Mastroianni – con Gian Maria Volontè – secondo la mia opinione è il più grande attore cinematografico italiano, ma è un attore di testa, raffinato, non una maschera della nostra commedia; anglosassone per la misura e la finezza delle sue interpretazioni. Nino è italiano, italiano fino in fondo come De Sica: più di Sordi, che è romano prima d’essere italiano; più del grande Tognazzi, che è padano prima d’essere italiano; più di Gassman, che è sé stesso prima d’essere ogni altra cosa.
Quanto ho amato Manfredi, regista e attore, in Per grazia ricevuta! Eppoi i film degli anni settanta, senza bisogno di citarli; e i film di Luigi Magni che non mi stanco di rivedere. A Manfredi è sempre stata riconosciuta la capacità di essere un grande caratterista, ma la critica è stata ingiusta verso un attore completo che arrivava – dopo una laurea in giurisprudenza – dalla straordinaria scuola di Orazio Costa, nel primo dopoguerra dell’Accademia Silvio d’Amico. Ha recitato con Strehler, con De Filippo, con Buazzelli. Ha fatto teatro, televisione, cinema, varietà, commedia musicale. E’ stato attore, regista, cantante, comico, presentatore, autore, scrittore….
Questo libro è poco più di un ricettario illustrato, nulla di che; ma anche in questa testimonianza del grande Nino c’è il genio popolano delle cose semplici: Nino racconta, negli anni Ottanta, una cucina di tradizione! E non è poco.
Non ho scelto se nascere o meno.
Non ho scelto dove, quando e da chi nascere.
Non ho scelto la sequenza delle macromolecole degli amminoacidi che compongono la doppia elica del mio acido desossiribonucleico, dunque non ho potuto stabilire se essere alto, basso, grasso, magro, bruno, biondo, eccetera.
Non ho scelto, soprattutto, se essere maschio o femmina.
Non ho scelto il grado di complessità che regola l’organizzazione delle sinapsi dei miei neuroni.
Non è detto che possa scegliere dove, quando e come morire.
Posso scegliere che vino bere questa notte, forse.
Posso scegliere quale libro leggere e per quale fazione politica votare – ammesso che queste scelte non siano condizionate già dalle mie origini e dalla mia educazione, che non ho scelto per certo io.
Date queste premesse, come posso affermare di essere una persona libera?
(I did not choose whether born or not. I did not choose where, when and by whom to be born. I did not choose the sequence of amino acid molecules that make up the double helix of deoxyribonucleic acid mine, so I have not be able to establish whether high, low, fat, thin, brown, blond, and so on. I have no choice, especially if being a male or female. I did not choose the degree of complexity that governs the organization of the synapses of my brain cells. It is not said I could choose where, when and how to die. I can choose what wine to drink tonight, maybe. I can choose which book to read and for what political faction to vote – if these choices are not already conditioned by my roots and my upbringing, which I did not choose me for sure.
In these circumstances, how can I claim to be a free person?)
http://www.veronelli.com/Articoli/Notizie/Doc144
E’ comunque un onore essere recensito sul sito www.veronelli.com. L’amico Gian Arturo mi ha trattato fin troppo bene, ma si vede che lo ha fatto in maniera franca, senza nulla dovermi. Ringrazio per il trattamento e ricambio la stima.
Vincenzo Reda



