Laura Laurencich Minelli

30707113_10214848848127424_7796377055996740642_nConobbi per caso (ma il caso non esiste) Laura Laurencich Minelli il 14 giugno 2007 a Rimini, a un suo convegno sui quipu durante la Festa dell’archeologia. Oggi apprendo che se n’è andata, in silenzio, con garbo. Eppure fu la studiosa più importante riguardo ai quipu e alla conquista del Perù, grazie ai codici da lei studiati e pubblicati di Padre Blas Valera. Studiosa scomoda di verità storiche scomode. Sono addolorato ma anche felice, perché io ho avuto la fortuna e il piacere di conoscerla e di dedicarle tempo, studi e articoli.

Pubblico questa biografia del Mic di Faenza,

http://www.micfaenza.org/it/news-dal-mic/1759-scomparsa-laura-laurencich-minelli.php

«SCOMPARSA LAURA LAURENCICH MINELLI

Domenica 8 aprile, a Bologna, si è spenta l’importante studiosa di Storia e civiltà precolombiane

Martedì 10 aprile

Il Museo si stringe al lutto di marito e figli per la scomparsa dell’importante studiosa di Storia e Civiltà Precolombiane.Ricordiamo la passione e l’entusiasmo della professoressa Laurencich, in modo particolare, in o occasione della mostra “I tessuti come scrittura. Una raccolta precolombiane del MIC“, curata in collaborazione con l’amico e allievo Antonio Guarnotta, costituita da tessuti andini che coprono un arco di tempo dal VI sec. a.C. al XVI sec. d.C. e presentando in tale occasione il curioso ma alto sistema di comunicazione-scrittura del popolo andino che, probabilmente, per la ricca produzione di  pregiatissime lane e cotoni, era basato sul filo (torsione, intreccio, ecc.), il nodo, il colore, le iconografie tessili: sistema che ha raggiunto i suoi apici nell’amministrazione dei due grandi imperi che si sono susseguiti, quello Huari-Tiahuanaco e l’Impero degli Inca: imperi che, pur appartenendo al cosiddetto Evo Antico, sono giunti fino al XVI secolo. Attraverso i  mazzi di fili annodati (quipu) e questi e altri tessuti, si possono capire molti curiosi aspetti di questo antico mondo teocratico.

Laura Laurencich Minelli è nata a Bologna; nel 1935, è dottoressa con lode (Ph) in Preistoria nella facoltà di Scienze dell’Università di Bologna, nel 1955-1957 vince la borsa di studio dell’Accademia Nazionale delle Scienze per gli studi europei di scienze americanistiche, successivamente, dal 1958 al 1963 è archeologo e antropologo presso il Museo Nazionale della Costa Rica / Università della Costa Rica. Nel 1963 vince la borsa di studio del CNR per lo studio delle lingue indigene americane all’Università di Innsbruck e  nel 1964 vince la borsa di studio del CNR per la museografia americana presso il Museo Etnografico di Göteborg.
I primo incarico accademico è come assistente in Antropologia (Istituto di Antropologia) dell’Università di Bologna dal 1965 al 1973, in seguito (1973-1986) è “professore incaricato” di Storia e civiltà precolombiane nella Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna poi, dal 1986-2005 (quando si ritira per limiti di età) è il professore titolare della cattedra di  Storia e civiltà precolombiane / Civiltà indigene d’America nella Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna. È stata membro, nel periodo 1992-2005, della Society of Doctorate Society, Regality and Priesthood (Università di Bologna, con sede a Ravenna); nel periodo 1995-2000 è il professore di Etnologia presso la Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali dell’Università di Bologna (con sede a Ravenna), infine dal 2005 era direttrice della ricerca scientifica dell’Università di Bologna.

Nel corso della sua carriera professionale ha ricoperto numerore posizioni scientifiche: 1966-1973, direttore della missione archeologica (Regione meridionale del Costa Rica) del “Ministero degli Esteri” italiano; 1979-1980, direttore della missione UNESCO presso il sito archeologico di Barra Honda (Penisola di Nicoya), Costa Rica; dal 1980, membro onorario del Museo Nazionale della Costa Rica; ha diretto, dal 1984, la sezione italiana del Corpus Antiquitatum Americanensium; dal 1984 è stata un membro attivo della UAI - Unione delle Accademie delle Scienze Internazionali; 1994-2000 è il responsabile scientifico del progetto archeologico dell’Unione europea L’arcipelago eco museo del Solentiname (Nicaragua); 1996-2001, direttore e responsabile per la ricerca archeologica Eco museo Valle de Chacas (Ancash, Perù) dell’Università di Bologna – “Ministero degli Esteri” italiano;  2001 – fino ad oggi dirige ed è responsabile scientifico dell’indagine archeo-antropologica Valle del Takesi, in Bolivia, dell’Università di Bologna – “Ministero degli Esteri Italiano”.  Ha diretto numerosi congressi e tavole rotonde nazionaliste e internazionaliste in Italia e all’estero, inoltre, ha organizzato numerose mostre in Italia e all’estero con l’intento sia di sensibilizzare al patrimonio italo-americano sia per incoraggiare l’interesse per le culture dell’America indigena.
La sua ricerca si è concentrata sullo studio e la ricerca di fonti archeologiche e antropologiche sulle culture indigene d’America, sia attraverso campi di lavoro in America Latina sia in archivi e biblioteche italiane.
I risultati possono essere suddivisi in almeno cinque tracce di ricerca: l’individuazione delle collezioni americanistiche dal XVI secolo fino ad oggi, la loro storia, l’organizzazione e le motivazioni della presenza di questi oggetti nei musei italiani dal Rinascimento al “Risorgimento” italiano (XIX secolo); individuazione di curiosi documenti inediti Gesuiti, compresi quelli che furono lasciati dai gesuiti in esilio nello Stato Pontificio, dove si rifugiarono a seguito della soppressione della Società (XVIII secolo) e i controversi documenti Miccinelli (XVII secolo) (Exsul Immeritus Blas Valera Populo Suo e Historia et Rudimenta Linguae Piruanorum) sulla conquista del Perù di Blas Valera, Anello Oliva e Antonio Cumis; individuazione e studio delle collezioni tessili precolombiane inedite e delle loro tecniche di lavoro; studio delle tecniche di lavoro e dei materiali usati per dipingere i codici mesoamericani precolombiani conservati in Italia e nello Stato del Vaticano che hanno fornito nuovi contributi sia sul significato culturale sia su tecniche e materiali delle culture antiche».

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Viti torinesi monumentali: tifose, intellettuali, vetero-comuniste.

Appena pubblicato sull’ultimo numero di Barolo & Co.

Piazza Statuto, a Torino, è considerata un luogo infausto: in epoca romana di lì verso l’attuale corso Francia, orientata a nord-ovest, vi si trovava la necropoli; nel medioevo e fino ai tempi napoleonici vi si giustiziavano i condannati e, retaggio della rivoluzione francese, vi era collocata la ghigliottina.

Ma la piazza nella sua storia è stata testimone dei moti di sollevamento popolare, repressi con grande spargimento di sangue, che furono la reazione dei torinesi alla decisione di spostare la capitale del Regno da Torino a Firenze, verso la fine del 1864.

Proprio in quell’anno la società londinese di costruzioni Italian Building Society Ltd. iniziò la realizzazione dei palazzi che attualmente circondano la piazza, su progetto dell’architetto Giuseppe Bollati. Fu appunto in seguito all’abbandono di Torino da parte della dinastia dei Savoia che gli inglesi cedettero al Comune i Palazzi e l’intero progetto della piazza che fu intitolata allo Statuto Albertino, promulgato il 4 marzo 1848 da Carlo Alberto.

Non è possibile non citare l’erezione dell’orrendo monumento in onore dei caduti durante i lavori per la galleria del Frejus, realizzata nel 1879 e le durissime manifestazioni cominciate il 7 luglio 1962 delle maestranze della Fiat che protestavano contro la UIL, rea di aver firmato un accordo separato con l’azienda.

In realtà, la piazza Statuto oggi è un posto assai godibile, con molto verde e alcune magnolie che fioriscono molto presto in primavera e donano un tocco di delicato colore: non si respira una brutta aria nella piazza, e lo posso dire io che ai racconti dei posti e delle pietre sono di particolare sensibilità.

Questa lunga introduzione soltanto per fornire ai lettori attenti un adeguato contesto di quanto circonda e aleggia attorno al portone del numero civico 13 della piazza: in quel cortile, sede della gloriosa azienda Perruquet – cinque generazioni, fondata in via San Tommaso nel 1882 da Cipriano – vi sono due esemplari di viti  (uva fragola o uva americana, uva frôla in piemontese) che spuntano dal sottosuolo e sono ormai parte integrante del palazzo che le accoglie. E’ lecito ritenere che le piante siano antecedenti al 1864, anno di costruzione dei palazzi, come sopra ho accennato.

Le piante sono monumentali: si inerpicano per un’altezza di oltre 15 metri e costituiscono un pergolato che supera i 200 mq; floridissime e ben tenute hanno fornito succo da vino fino a qualche anno fa.

Pier Carlo Perruquet, classe 1940, vera istituzione cittadina della fede juventina, mi racconta queste cose e mi racconta di suo padre Emanuele che aprì la nuova sede dell’azienda, che commercia uova, nella piazza nel dopoguerra.

Mi racconta della tessera, datata 1930, di tifoso juventino del padre e del fratello Gianni, pecora nera – meglio: granata – della famiglia, venuto al mondo nel 1933 durante un derby, vinto dalla Juventus, e a cui il padre aveva assistito: “Dottore, io il mio l’ho già fatto nove mesi fa. Adesso vado a vedere il derby! Al resto ci pensa mia moglie, io a che servo?”.

Una delle due  immense viti è associata a un glicine altrettanto notevole: l’intero cortile vive all’ombra di queste piante monumentali: io di viti ne ho viste tante, ma mai come queste e perdippiù inglobate, associate, custodite dai muri ultracentenari di una piazza gloriosa, in pieno centro di quella Città contraddittoria e affascinante che è Torino. Sono certo di una cosa: le viti sono juventine!

Un’altra vite, per certi versi ancora più straordinaria di quelle di piazza Statuto, si trova all’interno di un palazzo al numero civico 34/A di corso Marconi, a due passi dal Palazzo del Valentino e dal fiume Po.

La casa editrice-libreria Cortina e il suo amministratore attuale, Walter Barp, li conosco da molti anni e  da altrettanto tempo so dell’esistenza di questo esemplare straordinario di vite.

Esso spunta dal pavimento degli uffici – non ci sono cantine in quella parte dello stabile – buca il soffitto e va a costituire il suo pergolato al primo piano dello stabile in un appartamento che oggi è sede di una rappresentanza dei sindacati di base.

Proprio Luigi Casali, uno dei responsabili del sindacato, mi dice che di una particolare varietà di moscato bianco, uva da tavola, si tratta.

La pianta è curata con attenzioni particolari e non ha bisogno di alcun tipo di irrigazione, affondando le radici, che devono esser particolarmente estese e profonde, nel terreno alluvionale che caratterizza quel luogo vicino al  Fiume.

Walter Barp, che abita quegli uffici dagli anni Sessanta, mi dice  che la proprietaria dello stabile – ragazza del 1899, scomparsa ultranovantenne – Maria Tabasso in Picco gli raccontava che la vite gloriosa era stata piantata dal nonno. Anche qui ci troviamo a confrontarci con un esemplare che i cent’anni li ha compiuti molto tempo fa: ma questa non è una vite tifosa, questa, vivendo tra libri e sindacalisti, è senza dubbio una vite intellettuale, forse radical-chic!

E proprio Luigi Casali mi indirizza verso un’altra storia: è il numero civico di una strada piccina, zona Pellerina: via Trivero, 16.

Nei primissimi anni cinquanta, un gruppo di ex partigiani e simpatizzanti comunisti si mise in società per acquistare un piccolo terreno su cui fondare un circolo o una sede distaccata del partito; il loro capo era Dino Rebbio, partigiano, scomparso attorno alla metà degli anni novanta, la sezione era la 39: gloriosa sezione che ha fatto la storia del partito comunista a Torino.

Mi racconta queste cose la signora Stefania, che per caso ho incontrato in quella sede che oggi è stata donata alla Fondazione Piero Gobetti e la signora mi mostra con orgoglio una vite che fornisce un pergolato di 250/300 mq che regala uva nera – molto probabilmente anche questa è fragola – e ombra ai frequentatori, un poco nostalgici di un’epoca che non è più, del circolo ancora oggi attivo. Anche questo esemplare, a giudicare dalle dimensioni, è probabile che sia di molto antecedente alla fondazione del circolo: se non sono cent’anni, poco ci manca.

E anche questa vite è in uno stato di conservazione invidiabile. Vite per certo operaia metalmeccanica e vetero-comunista fuor di dubbio!

Ho voluto raccontare tre storie che riguardano esemplari di viti cittadine che sono testimoni di fatti, di tradizioni, di uomini, di imprese straordinarie: perché la Vite non è una semplice pianta, è Storia, è Cultura, è trasmissione di Civiltà.

 

 

 

 

 

 

 

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Il Cari vino raro delle Colline Torinesi

Ne parla Giovanni Battista Croce per la prima volta in un testo, oggi abbastanza conosciuto, pubblicato nel 1606: lo cita come “Cario” e lo elogia come vino delicato, dolce, buono …che meglio dir si potria caro per la bontà sua. Era costui un milanese di cui si conosce poco: nato intorno alla metà del XVI secolo e morto intorno al 1616; orafo e architetto al servizio del duca Emanuele Filiberto, possedeva una vigna sulla collina torinese e vi attendeva con grande cura e competenza, essendo anche un esperto di orti e giardini. Di questo volume ne possiedo due copie: quella qui riprodotta è un’edizione anastatica abbastanza rara, pubblicata nel 1970 dall’editore torinese Ruggero Aprile e con un’introduzione di grande interesse scritta da Ada Peyrot. Nel 2000 ne venne pubblicata un’edizione a cura dell’Enoteca del Piemonte, con prefazione di  Pier Domenico Garrone.

Parlo del Cari perché è il vino che ho scelto per realizzare un lavoro che andrà a illustrare la locandina del convegno  ”Strade reali e vini dei Re” che si svolgerà presso la Palazzina di Caccia di Stupinigi il 25 settembre prossimo. In quell’occasione avrà luogo una mia mostra, completa delle installazioni in cristallo (Tavolvino e scacchiera), presso le scuderie della magnifica Palazzina. Questa manifestazione è stata ideata e voluta dall’attuale Commissario Straordinario del Parco di Stupinigi, Dr. Roberto Saini e avrà il patrocinio della Regione Piemonte e della Provincia di Torino con la collaborazione dell’Associazione “Strada reale dei vini piemontesi” e la presenza il suo Presidente, Dr. Francesco Balbiano.

http://www.vincenzoreda.it/stupinigi-25-settembre-2010-strade-reali-e-vini-dei-re/

Dal momento che io non dipingo mai con un vino che non ho prima bevuto, ho avuto modo di abbinare questo vino dolce e delicato, di colore rubino scarico, con dei fichi d’India: bevuto fresco, si sposa in maniera eccellente con questi frutti. Il Cari è un vino di difficile reperibilità che si spreme da uve Pelaverga di Pagno – il Pelaverga di Saluzzo che nulla ha da spartire con l’omonimo vitigno di Verduno, né con il rarissimo Peilavert del Canavese.


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Lenticchie alla julienne, Antonio Albanese

Antonio Albanese, 
Lenticchie alla julienne, Feltrinelli, 171 pp. 15 €.
Se si è abituati a frequentare locali di qualità è difficile entrare a cuor leggero dentro un fast food…
Antonio Albanese è un comico geniale, ma una cosa è recitare, altra scrivere: talenti e mestieri differenti.
Mi aspettavo di più da questo librino, certo non un capolavoro ma almeno non dover annoiarmi dopo le prime 3/4 pagine.
Se il paradosso, la contraddizione, l’iperbole surreale sono dispensate senza alcun limite diventano stucchevoli.
Come mettere troppo sale rosa dell’Himalaya (assai caro all’Autore) a condire ogni piatto……

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Cena storica peruviana, dal Siwichi al Seco de Ternera.

La sera di giovedì 19 aprile 2018, si è svolta nel ristorante torinese Vale un Perù (http://www.valeunperu.eu) una cena storica con quattro differenti ricette assemblate con i prodotti riferibili a quel preciso periodo. La cena è stata curata da Martìn Rios e da Miguel Bustinza. I fatti sono stati accompagnati da quattro vini dell’Azienda Marrone di La Morra (http://www.agricolamarrone.com/getcontent.aspx?nID=39&l=it), illustrati da Patricia Trujillo Villar e da Denise Marrone. Qui di seguito alcuni appunti storici e enogastronomici relativi alla serata.                                                                                                                                                                        Il classico piatto peruviano (che ha, come tutti i piatti tradizionali, innumerevoli versioni) è a base di pesce marinato crudo con diversi tipi di frutti. In genere si usano corvine e ricciole (carangide che può superare il quintale anche nei nostri mari). Sono pesci pregiati e solo di cattura. Spesse volte sono sostituiti dal persico, assai più economico. Soltanto un fine intenditore può distinguere il diverso sapore di questi pesci.                                                                                                                     Qualcuno oggi in Italia usa l’Ombrina (Umbrina cirrosa, nome scientifico), ma questo  è un pesce che vive esclusivamente nell’oceano Atlantico orientale, in Mediterraneo, Mar Nero e Mar Rosso. Quindi Moche e Quechua non potevano conoscere questo pesce. Magari oggi è usata l’ombrina, ma noi stiamo parlando di un piatto filologicamente corretto e dunque pesci dell’oceano Pacifico. Cebiche e/o Ceviche sono termini derivati dalla parola Quechua Siwichi che significa, più o meno, pesce fresco.                                                                                                                                                                 Il tumbo è un frutto delle valli andine. Gli ajies sono peperoncini (di varia piccantezza) originari del Perù. I sarandaja (o zarandaja) sono una specie di fagioli.                                                                           Infine, la chicha de jora è una bevanda di mais fermentato che bevevano, e continuano a bere, le popolazioni Quechua e Aymara. Questi prodotti indigeni accompagneranno il raffinato Siwichi di epoca classica (Mochica)                                                                                                                                       La cultura inca, partendo dall’originaria Cuzco nel XIII secolo (Manco Càpac si chiamava il primo, mitico sovrano), arrivò a dominare un impero che si estendeva per oltre 2 milioni di Kmq tra la Colombia e il Cile.                                                                                                                                                   Il mais (Zea Mays, originario del Messico nord-occidentale) era il loro alimento di base. Sara, mais in Quechua, e Lawa, zuppa: ecco il piatto d’epoca inca scelto per la nostra cena storica. Il mais più usato in Perù si chiama Choclo, con chicchi più grandi del normale. La zuppa viene insaporita con le erbe andine huacatay e muña (Minthostachys mollis): questa è una pianta aromatica che appartiene alla famiglia delle Laminacee, la stessa della menta, dell’origano e del rosmarino. Queste erbe, tra le innumerevoli usate da Quechua e Aymara, sono innanzi tutto medicinali e poi anche usate come infusi e per insaporire zuppe e stufati.                                                                                             A Cajamarca, nel nord-ovest del Perù a circa 2.500 mslm, fu catturato con l’inganno l’Inca Atahualpa il 16 novembre 1532.                                                                                                                   Compresa l’avidità degli spagnoli, il sovrano promise loro di riempire d’oro e d’argento la stanza in cui era prigioniero fino al punto in cui arrivava il suo braccio teso. La stanza fu riempita come promesso, ma Atahualpa fu ignobilmente giustiziato (garrota) il 29 agosto 1533.                            Quella stanza, El cuarto del rescate, esiste ancora oggi a Cajamarca (anche se non ci sono prove storiche inconfutabili in proposito). Da questo fatto ebbe origine la perifrasi: “Vale un Perù”.                                                                                     Francisco Pizarro nacque a Trujillo, in Estremadura, intorno al 1475. Era figlio illegittimo di un ufficiale del Tercio che aveva combattuto in Italia. Suo padre lo riconobbe ma non lo volle tra i piedi e così il futuro Conquistador del Perù crebbe analfabeta (sapeva appena scrivere la sua firma) e poverissimo. Guardiano di porci, forse in seguito alla perdita o al furto di una bestia fuggì alla volta del Nuovo Mondo. Fu con V. N. De Balboa nel 1513 a scoprire l’Oceano Pacifico e a sentire parlare di un favoloso e ricchissimo regno nel sud.                                                                                                         Dopo diversi tentativi, nel novembre del 1532 riuscì a catturare l’Inca Atahualpa che giustiziò nell’agosto dell’anno successivo.
Pizarro morì assassinato dagli uomini di un suo rivale (Almagro) nel 1541 a Lima, città ch’egli stesso aveva fondato. Nel settembre del 1572 fu decapitato Tùpac Amaru, l’ultimo Inca.
I maiali, a parte i riferimenti con Pizarro, furono (cavalli a parte) i primi animali che i nativi conobbero, apprezzarono e allevarono. In breve i suini costituirono un alimento fondamentale nella dieta degli amerindi. Pecore, capre, polli e manzi si diffusero un po’ più tardi.                                                                                                                   Sus scrofa domesticus è il nome scientifico del maiale, unico animale allevato soltanto per essere mangiato, tutto, senza scartare neanche le zampe. Oggi nel mondo si allevano oltre 1 miliardo di maiali (1,4 mld di vacche, 12 mld di pollame vario) che rappresentano il 37% di carne consumata, contro il 35% di pollame e il 22% di vacche.
Fu domesticato in Cina e subito dopo in Mesopotamia (8/6.000 anni a.C.). Colombo ne portò, assieme a molti altri animali, alcuni esemplari nel secondo viaggio del 1493. Ma il maiale, com’è ovvio, si diffuse immediatamente presso tutte le popolazioni americane.
Parlando di numeri demografici, ecco quelli relativi alle popolazioni. Nel 1500 nel mondo vivevano circa 460 mln di uomini, 90 in Europa e una quarantina in America (si stima in 15/20 mln la popolazione dell’impero Inca). Un secolo dopo la popolazione degli americani era scesa a meno di 10 mln di individui (in Europa si superavano i 110 mln.).
Dopo lo sterminio, dovuto per la quasi totalità alle malattie, si dovette aspettare la seconda metà del XIX secolo per tornare ai numeri del 1500.                                                                                                      Il chicharron è una specialità tipica sudamericana e spagnola. Equivale più o meno ai nostri ciccioli, ma è in pratica la cotica con residui di carne magra e grasso. Chancho, come cerdo, puerco, marrano e cochino sono i termini spagnoli per maiale.
In Quechua si chiama kuchi.
Il mote (mut’i in quechua) è un particolare mais bianco.
La patata, che gli spagnoli chiamano papa (parola quecha), è un tubero endemico andino. Le popolazioni indigene hanno molti nomi per indicare le differenti cultivar di patata (molte centinaia). In Europa, pur conosciuta, si diffuse in maniera intensiva non prima della fine del XVIII secolo e contribuì, col mais, a sfamare popolazioni colpite da terribili carestie e devastanti guerre. Con l’introduzione massiccia di questi alimenti, dopo le campagne napoleoniche, nessuno morì più di fame.                                                                                                                                                                Simón José Antonio de la Santísima Trinidad Bolívar y Palacios de Aguirre, Ponte-Andrade y Blanco, ossia Simòn Bolìvar, venezuelano (1783/1830) e José Francisco de San Martín y Matorras, ossia José de San Martin, argentino (1778/1850). Sono gli eroi dell’indipendenza delle repubbliche sudamericane. Entrambi massoni, entrambi affascinati dalle rivoluzioni americane e francese (Bolìvar conobbe personalmente Napoleone durante il suo esilio francese), entrambi di origine spagnola lottarono contro la Spagna per l’indipendenza delle colonie.
Il generale argentino José de San Martin conquistò Lima il 28 luglio 1821 e proclamò l’indipendenza del Perù: il 28 luglio è festa nazionale.
La sua statua a cavallo campeggia meritatamente a Lima.
Per la verità, dopo l’indipendenza dei paesi ex colonie spagnole, cominciò fra di questi una serie di guerre che ancora oggi pesano nel retaggio di quei popoli sfortunati.                                                                                                                         «I primi buoi che ho veduto aggiogati all’aratro erano intenti ad arare la valle del Cozco, correva l’anno 1550…Andai a vederli con un vero e proprio esercito di indiani, che accorrevano da tutte le parti, attoniti e sgomenti di fronte a uno spettacolo così incredibile e nuovo…E ben me ne ricordo, perché la curiosità per i buoi mi costò due dozzine frustate…».
Inca Garcilaso de La Vega, Commentari reali degli Incas, 1609.
Ho riportato questa citazione perché rende l’idea di com’era considerati i bovini ancora nel 1550 e di come servivano soprattutto da soma.
Il consumo alimentare di carne bovina, in Sudamerica come in Europa, si diffuse in maniera massiccia soprattutto nella seconda metà del secolo scorso.
Res in spagnolo significa manzo. Il piatto presentato per la nostra cena storica è uno stracotto di manzo, appunto.
Il coriandolo (coriandrum sativum), conosciuto anche come prezzemolo indiano e Cilantro in spagnolo, insaporisce questa ricetta.                                                                                                                   La lucuma (Pouteria lucuma, da non confondersi con il lucumo cileno, Pouteria splendens) è un albero originario delle Ande peruviane. Può arrivare a oltre 15 mt di altezza e fruttificare fino ai 3.000 mslm, anche se 500 mslm sono l’altitudine a cui rende il massimo. Il suo frutto, giallo e lungo fino a 10/15 cm, si può dire sia il frutto nazionale del Perù. Già testimoniato, e assai usato, in epoca Moche, costituisce la base di molti dolci e gelati. Sarà accompagnato dall’eccellente Moscato d’Asti dell’Azienda Marrone che da quattro generazioni (fine XIX secolo) produce vini di qualità in località Annunziata di La Morra. Il Moscato, come tutti gli altri vini, sarà presentato da Denise Marrone e Patricia Trujillo Villar.

 

 

 

 

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Quipu, Laura Laurencich Minelli

Qui sotto alcune immagini riprese il 14 giugno del 2007 durante la Festa dell’Archeologia di Rimini. E’ la conferenza della Prof.ssa Laura Laurencich Minelli che illustra le ultime scoperte circa l’interpretazione dei quipu incaici. I due quipu sono del museo archeologico di Rimini, e risalgono al periodo Inca, 1450/1534.

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Blas Valera: F. Pizarro conquista il Perù col vino avvelenato


Silvio era una persona distinta, colta, elegante. Alto, pareva un Cary Grant di casa nostra: abito sempre blu, di buon taglio, viso regolare dai lineamenti netti, marcati; bella capigliatura tenuta non cortissima ma sempre in ordine; eppure….

Era un uomo perdente, sfortunato: con espressione di oggi, brutta ma efficace, uno sfigato; anzi, la sfiga fatta uomo.

Era riuscito a farsi rubare una Nsu Prinz, di quelle verde oliva che si vedevano in quegli anni; era riuscito a sposare, in età non più fresca, una donna che immediatamente l’aveva abbandonato; era perfino riuscito a perdere una scommessa con me – io non vinco mai scommesse – su Novella Calligaris che avevo pronosticato in medaglia alle Olimpiadi di  Monaco… Gli avevo vinto un libro di Peter Farb, Mondadori, di argomento precolombiano.

Silvio era il nostro rappresentante di libri: trattava la rateale dell’Einaudi, me lo aveva presentato Nicola Silvano il Dauno. Minuscolo e bruttarello si accompagnava con Silvio in grandi battute di pesca alla mosca: ovviamente le trote le prendeva sempre Silvano mentre l’altro smoccolava con eleganza e rassegnato distacco.

E le trote come le donne: uno era un tanghero stortignaccolo sempre sicuro e a proprio agio, l’altro un elegante perdente sempre in difficoltà.

Nicola Silvano il Dauno mi ha insegnato l’archeologia, la paletnologia, l’antropologia, l’uso delle mani – iddio gli aveva baciate le sue; a Silvio devo l’amore per i libri e il principio della mia, oggi di grande importanza per qualità e quantità, biblioteca.

Uno dei primi acquisti fu la prima edizione, 1970, del cofanetto in due volumi della collana “I Millenni” di Einaudi delle opere di William Hickling Prescott sulle conquiste di Messico e Perù. Costava 18.000 lire in anni in cui uno stipendio medio ammontava a poco più di centomila lire: un sacrificio per me importante, allora che studiavo di sera e lavoravo nella boita di Silvano, che era pure spilorcio e poco mi pagava.

Avevo 18 anni e sognavo di andare in Messico a scavare nelle foreste e sugli altopiani del Centroamerica piramidi maya e azteche.

Divoravo saggi di archeologia e storia e antropologia precolombiana, compravo National Geografic e Life, litigavo con Peter Kolosimo che faceva soldi con strampalate teorie di astronauti extraterrestri e astroporti peruviani…. E sognavo il Messico.

Sbranai in un amen le vicende di Cortèz narrate dal quasi cieco avvocato mancato di Salem, il povero Prescott che pubblicò tra il 1843 e il 1847 i due straordinari resoconti delle conquiste di Messico e Perù. Con il secondo volume, le storie di Francisco Pizarro e degni compari in Sudamerica, ci andai un poco più piano: a quel tempo il mio orizzonte comprendeva quasi esclusivamente il Messico.

Da allora ho letto e riletto e consumato quei due volumi Einaudi, composti ancora in linotype e le cui pagine continuano a darmi l’emozione del tatto: uno dei fatti ormai sedimentati della mia cultura era costituito dagli avvenimenti tragici di Cajamarca.

Il povero guardiano di porci spagnolo, analfabeta e assetato d’oro e di gloria, alla testa di 177 assatanati come e peggio di lui, aveva massacrato, con colpo di mano tanto assurdo quanto eroico, il fior fiore della nobiltà inca, catturato il crudele Atahualpa e fatto suo l’immenso impero andino: era il crepuscolo di un sabato, il 16 novembre 1532.

L’eroico, inconsulto azzardo di un pazzo al comando di pochi altri pazzi come lui che in un amen s’erano conquistati un impero con la disperazione e la determinazione di chi non ha nulla da perdere: una delle mie certezze, fino a giugno 2007.

E di qui principia un’altra storia, questa, che spunta improvvisa di tra le nebbie incerte di uno dei tanti passati ancora da venire. Passati che nascondono futuri: il tempo s’annoda, come un quipu….Altra certezza svanita in un pomeriggio di giugno: la cultura inca, un orizzonte ricco e prospero privo di scrittura, capace solamente di produrre cordicelle annodate per far di conto….

Ero a Rimini per questioni professionali, decido di partecipare a un convegno sulle scritture precolombiane e assisto alla lezione di Laura Laurencich Minelli sui documenti Miccinelli: un terremoto, uno squasso che mi spalanca una prospettiva inimmaginabile fino a poco prima.

La storia.

Padre Blas Valera, gesuita, nato nel 1545 da una violenza di Alonso Valera, rozzo conquistador, perpetrata ai danni della giovinetta Urpay (nome quechua che significa tortora), figlia di un mago-medico, viene dichiarato morto dalla Compagnia nel 1597. In realtà, i padri superiori intendono chiudere la bocca di un confratello scomodo che sa troppe cose sulla conquista del Perù e cose che non si possono dire.

Padre Valera non è morto: viene esiliato in Spagna, morto giuridicamente ma ben vivo e desideroso di lottare per la sua utopia, un Perù governato non da vicerè spagnoli e rapaci, ma dai suoi figli, pur in accordo con i sovrani d’oltre oceano.

Padre Valera era stato allevato dallo zio Luis, anch’egli conquistador ma d’animo buono: a tredici anni aveva visto il padre brutale assassinare la Tortora gentile che non voleva piegarsi all’ennesima violenza.

Aveva scelto deliberatamente la giovane Compagnia per avere l’occasione di lottare per il suo popolo; aveva cominciato a conoscere fatti e accumulare testimonianze sulla Conquista e aveva cominciato a scrivere.

Un gesuita scomodo, da ridurre al silenzio.

Dall’esilio spagnolo e dalla morte giuridica riesce a fuggire con l’aiuto di alcuni confratelli che, come lui, hanno una visione diversa delle cose americane, e torna in patria a continuare la sua lotta. E scrive, ma non con il suo nome: egli è ufficialmente morto.

Trova un indio, Guaman Poma che presta il suo nome, in cambio di un carretto e di un cavallo,  per l’opera che costituirà il fondamento della storia della Conquista; i suoi scritti sono la fonte cui attinge anche l’Inca Garcilaso de la Vega, distorcendo i fatti alla propria convenienza e tacendo sulle vicende più turpi,  per i suoi Commentarii che oggi costituiscono l’altra fonte acclarata di ogni sapere in merito alla storia della cultura Inca e della Conquista.

Padre Blas Valera muore nel 1619, dimenticato: il Generale della Compagnia, Padre Muzio Vitelleschi, di idee più aperte dei Padri Generali suoi predecessori, che ben sapeva delle vicende del suo confratello e la cui sorte aveva in qualche modo a cuore, brucia nel 1617, senza testimoni, una gran parte dell’archivio della Compagnia.

Ma il passato ha una voce che non tace e, misteriosamente, da una storia che è ben più affascinante di qualsiasi invenzione di un Dan Brown qualsiasi, spuntano fuori i documenti della proprietà di Clara Miccinelli, signora napoletana erede di un ufficiale cui Amedeo di Savoia, per gratitudine, aveva donati i preziosi codici.

Tali documenti sono costituiti essenzialmente da due testi segreti: Exsul Immeritus Blas Valera Populo Suo e Historia et Rudimenta Linguae Piruanorum.

Tralascio il secondo, compilato da padri gesuiti italiani successivamente alla morte di Blas Valera e che rappresenta una testimonianza che smentisce il fatto fino a oggi acclarato che la cultura Inca non possedesse una scrittura, e parlo del primo: a firma di Padre Blas Valera, datato 1618, che include la lettera di Francisco de Chavez e che interessa in modo specifico il nostro ambito.

“… Don Francisco Pizarro e i tre religiosi trascorrevano a bordo molto tempo assieme, e non certo per parlare della cura dell’anima del suddetto Capitano; e in quel viaggio accadde, invero, come ora sostengo, che il giorno dopo la partenza, io entrai nel suo alloggio e ascoltai distintamente il discorso fra i detti quattro, e dicendo Don Francisco che gli indios molto gradivano il vino nostro, siccome non lo avevano, bevendo essi un liquore non fatto di uva che si chiama chicha con un sapore diverso, la qual cosa il Capitano aveva annotato nei viaggi precedenti, e trovato come mezzo per fare amicizia  con gli indios, e sconfiggere i nemici che aveva saputo essere numerosi, ferocissimi, ben armati e addestrati; il detto Don Francisco chiese a Frate Yepes se avesse diluito l’oropimento secondo la bisogna, e questo religioso replicò che aveva già provveduto secondo i patti, per assecondare i suoi diabolici pensieri, a riempire e a sigillare 4 barili di moscato con una dose di conseguenza tanto copiosa e potente da piangere già il nemico fra le corna del toro e che così, Dio volendo, non si poteva fallire dal conquistare nuove terre al re e nuove anime al cielo, ma soprattutto molte ricchezze alle loro borse e molti onori ai loro nomi; e tutto ciò senza scontro né battaglia, poiché non c’era frode in questo, disse Valverde, ma solamente un po’ di saggezza e di alchimia, che aiutati e il Cielo t’aiuta.

Francisco de Chavez è un cavaliere originario di Trujillo, come lui altri otto che misteriosamente non vengono citati nell’elenco ufficiale di quanti parteciparono al massacro di Cajamarca e che si presume fossero in disaccordo con i metodi criminali di Francisco Pizarro e dei suoi Domenicani; egli scrive questa lettera indirizzata a Carlo V il 5 agosto 1533, pochi giorni dopo  l’esecuzione, per garrotamento, di Atahualpa ( 26 luglio 1533).

Il cavaliere descrive la carneficina seguita alla morte per avvelenamento da arsenico dei comandanti e dei dignitari Inca, mentre  Atahualpa  era stato semplicemente reso ebbro con vino non avvelenato: l’Inca stonato e i nobili che cadevano come foglie morte senza spiegazione avevano lasciato l’esercito indio, pure forte di 10.000 unità, in balia di poco meno che duecento energumeni i quali in un amen, per tramite di veleno, balestre, archibugi e alabarde avevano fatto tremila vittime, cento più cento meno, come testimonia letteralmente il buon Francisco de Chavez, indignato di cotanto codardo scempio.

La lettera non arrivò mai in Spagna: Pizarro mise a morte Frate Yepes e esercitò una censura inflessibile su quel fatto.

Chavez venne ucciso pochi anni più tardi, Pizarro morì assassinato dai suoi compagni nel 1541: certo qualcuno sapeva, ma non si poteva correre il rischio che non venisse riconosciuta come legittima una conquista effettuata per tramite dell’inganno.

La voce meticcia di Padre Blas Valera ci giunge di lontano come un grido di giustizia e utopia che rivendica per il suo popolo sfortunato la verità della Storia.

Vincenzo Reda

La prof. Laura Laurencich-Minnelli illustra un quipu a Rimini 2007

La prof. Laura Laurencich-Minelli illustra un quipu a Rimini 2007

 

 

 

La citazione è tratta dal volume: “Exsul Immeritus Blas Valera Populo Suo e Historia et Rudimenta Linguae Piruanorum – Indios, gesuiti e spagnoli in due documenti segreti sul Perù del XVII secolo” a cura di Laura Laurencich Minelli

Ed. Clueb, Bologna 2005     € 40,00

 

Nota: gli studi della Prof.ssa Lurencich sui documenti Miccinelli sono stati, e ancora lo sono, assai osteggiati come frutto di speculazione su falsi storici: inutile dover constatare la difficoltà, a fronte di fatti inoppugnabili seppur scomodi, di sovvertire assunti storici consolidati. E’ un meccanismo balordo che funziona sempre.

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Cocina fusion peruana e vini piemonteis

Di solito, i peruviani accompagnano i loro pasti con le loro ottime birre (Cristal, Cusqueña…), non possedendo tradizioni legate al vino (a parte le uve dedicate a produrre i mosti da Pisco, fin dall’inizio del XVII sec.); ma uno chef peruviano importante, e frequentatore autorevole di cucine tradizionali per il mondo, da anni nella sua catena Punta Sal (ben 6 ristoranti in Lima fin dagli anni Ottanta) è uso servire vini italiani e in particolare vini piemontesi che conosce e che ama: si chiama Adolfo Perret Bermúdez. Ma a nostro avviso la splendida cocina fusion peruana  si sposa in maniera magnifica con i nostri vini. Piatti peruani e vini piemontesi: Cebiche (gallinella cruda marinata)/ Riesling-Chardonnay 21012 di Oddero; Anticucho (spedini di cuore di manzo)/Grignolino 2014 di Spertino; Causa (polpo e gamberetti su patata)/Pitasso (Timorasso) 2013 di Claudio Mariotto. Al Lomo saltado ho accompagnato il Dolcetto 2014 di Brezza.Il tutto suggerito dallo chef Miguel Bustinza, ormai da anni a Torino con il suo Vale un Perù (zona San Paolo) e da Gloria Carpinelli, autrice del libro di cucina peruviana Il fiore della cannella (Ed. Il Punto, Piemonte in Bancarella).Il Pisco lo bevvi, la prima volta, nello stand del Perù in una qualche edizione degli anni Novanta alla Bit di Milano, dentro un bicchierino di plastica e non mi lasciò alcuna sensazione. Poi ne ho bevuto diverse volte, senza particolari attenzioni né con particolare interesse.

Il Pisco:  ho bevuto questo, regalatomi da Gloria Carpinelli.
E l’ho bevuto con i sensi allertati. E cambia tutto! Questo è un distillato puro di mosto ricavato da uve coltivate da secoli con il solo scopo di essere distillate per produrre Pisco. Ho bevuto distillati di ogni tipo, ma mi considero un esperto soltanto di whisky di single malt, per cui ho speso capitali e ne conosco almeno un centinaio. Mi è venuta la voglia di conoscere bene questo prodotto delicato e gentile, ma per parlarne con discernimento dovrei cominciare un percorso di comparazioni, di bevute, di chiacchiere, di letture.
Certo, questo che mi ha regalato Gloria mi ha messo delle voglie perniciose. Sul futuro, soltanto la volontà di qualche dio, magari Pachacamac…

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Gian Piero Marrone, i vini

«Un paio di giorni fa un giornalista monegasco mi ha detto: “Raccontami in breve qualcosa sulla tua famiglia, sul tuo lavoro e su cosa significa essere donna nel mondo del vino”.

In breve…ma come posso essere breve quando io e le mie sorelle stiamo vivendo la nostra esistenza in un mondo prettamente maschile, quando stiamo affermando pian piano la nostra personalità e il nostro gusto tra i nostri colleghi e amici uomini?

Sono Denise Marrone, titolare con la mia famiglia dell’Azienda Agricola Gian Piero Marrone, una piccola cantina di La Morra, nel cuore dell’area di produzione del Barolo, e nessuno mi fa pesare il fatto di essere donna, né che l’azienda sia in mano a tre sorelle, ma non è sempre stato semplice…

Mia nonna si chiama Rita, oggi ha 86 anni e una grinta d’altri tempi. Io e lei abbiamo trascorso insieme le nostre estati da quando avevo 13 anni: queste erano le mie vacanze. Conosco dal di dentro tutte le fasi della vita di una vigna, perché lei me le ha spiegate, nei lunghissimi e caldissimi giorni che abbiamo passato insieme. Un lavoro pesante, che però gli uomini non facevano, perché impegnati in faccende più importanti, come i trattori, che mio papà mi ha insegnato a guidare.

Uomo di larghe vedute ancora oggi che ha 60 anni: è stato il primo a dire che non c’era nessuna differenza tra maschi e femmine. Ricordo le domeniche passate con lui a far legna nei nostri boschi, io sul trattore e lui a terra…e lo ricordo con orgoglio, perché facevo un lavoro che a nessuna ragazzina della mia età era permesso fare. con la mia caparbietà ho aperto le porte a mia sorella Serena, che oggi è l’anima delle vendite all’estero della nostra cantina; anche in mercati come il Giappone, dove il fatto che siamo tutte donne non è visto di buon occhio: il nostro importatore ha contrattato fino alla fine con lei, ma ha firmato il contratto con mio papà…

Ma chi di noi ha la vita meno semplice è mia sorella Valentina, l’enologa: il lavoro di produrre il vino è faticoso, pesante fisicamente, ma di enorme soddisfazione per lei, perché sono suoi i complimenti sulla qualità del vino.

Siamo una famiglia di donne: orgogliose di esserlo perché stiamo guadagnando il rispetto e la stima dei nostri colleghi maschi, e sempre più donne hanno ruoli di rilievo nelle cantine. Io ho una figlia femmina: spero che Martina vorrà portare avanti il nostro amore per la nostra Terra e le nostre tradizioni, per la nostra cultura contadina e il buon vino. Con tanta passione e quel tocco di sensibilità in più tipico di noi donne».

Dell’Azienda Gian Piero Marrone ho trattato con dovizia nell’articolo di cui al link qui sotto. A parte l’intervento qui riportato di Denise Marrone – che quell’articolo intende completare riportandone le parole interessanti scritte in prima persona – mi preme parlare, entrando nei meriti tecnici, di alcuni loro vini.

Non tratterò del magnifico Dolcetto d’Alba DOC che bene conosco e che arriva dalla zona che iddio ha benedetto per coltivare questo vitigno: Madonna di Como, due passi da Alba. Dolcetto di giusta gradazione (12,5%vol.), franco, di pronta beva ma complesso al naso e in bocca: certo fra i 5/6 migliori che abbia bevuto (e di Dolcetto ne ho bevuti proprio tanti e con tanti, visti i magnifici antociani, ci ho dipinto).

Se il Dolcetto è tra i vini miei prediletti, altrettanto non posso dire dell’Arneis che mi piace poco per davvero. Ne producono due etichette: ho assaggiato, come già scritto, il “Tre fie“, e anche qui devo dire che fra i 5/6 Arneis che ritengo degni di essere bevuti, questo forse è il migliore (o il meno peggio, come dovrei dire); con un certo “tocco” personale che ho ritrovato in tutti, proprio tutti i vini Marrone.

Dei tre vini di cui intendo invece scrivere, comincio dallo Chardonnay DOC “Memundis” 2011. Qui questo vitigno, buono per ogni clima e terreno, dimostra la sua estrema capacità di sapere interpretare al meglio il territorio e la tecnica di cantina. Ne producono 7.500 bottiglie (15,20 €, prezzo in cantina): è un gran bianco, invecchiato 15 mesi in barrique austriache di Klaus Pauscha (doghe piegate a vapore) in primo passaggio, dove avviene anche la fermentazione malo-lattica. Chardonnay complesso, di bel colore giallo, al naso meno floreale e più erbaceo dei soliti: poi, miele e fichi hanno il sopravvento sulla vaniglia. 13,5%vol. per un vino che in bocca è piacevole, lungo e con un bel finale amarognolo. Davvero eccellente per un vino che mi piacerebbe valutare in verticale, certo che troverei una bella evoluzione almeno fino ai 5/7 anni.

Altro gran vino è la Barbera d’Alba DOC Superiore 2009 “La Pantalera”. Non ripeto l’etimologia del nome, ma preciso che le uve da cui si spreme sono prodotte da vigne di quaranta anni (zona di Alba), e si sente. 14%vol., 6.000 bottiglie (16,10 €, in cantina) con passaggio di 12 mesi in barrique già usate per lo Chardonnay. Bel colore rosso rubino, naso fruttato, in bocca ha una rara eleganza e grande armonia: chiaro che il finale è lunghissimo con una nota quasi abboccata che si spegne in quel tipico, leggero amarognolo che è la firma di questo produttore.

E infine SAR (leggi come: Sua Altezza Reale) il Barolo DOCG “Pichemej” 2009. Cru Annunziata e, direi, fotografia di questa zona: colore tipico ma un po’ meno scarico dei cru classici di Barolo (Cannubi, Brunate, Sarmassa…); al naso meno pepe e più note balsamiche con grandi sentori di frutta rossa matura che comincia (con i terziari) a virare verso caffè e tabacco. In bocca i tannini sono ancora ben evidenti ma già di elegante armonia. Il finale è quello di un Barolo di rango. 14,5%vol., per 10.000 bottiglie (39,60 €, ben investiti nel farsi una gran coccola in degna compagnia…).

Che dire, per finire: salute!

Ps: dimentico sempre di ricordare che il logo Marrone fu creato anni fa da un signore che si chiama Giorgetto Giugiaro.

http://www.vincenzoreda.it/marrone/

http://www.agricolamarrone.com/getcontent.aspx?nID=39&l=it

 

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La Taba, ristorante argentino su Barolo & Co

L’Argentina è un grande paese che si estende per circa 2,8 milioni di kmq (quasi 10 volte la superficie dell’Italia) nella parte sud-orientale del continente sudamericano. La sua popolazione attuale conta 42 milioni scarsi di abitanti dei quali almeno 25 milioni sono di origine italiana. Abitata con certezza dal 11.000 a.C., fu scoperta dagli spagnoli nel 1516. La sua colonizzazione fu lenta e non conobbe, data l’assenza di ricche civiltà e la scarsezza di risorse minerarie importanti, la massiccia deportazione di schiavi dall’Africa come il Brasile e altri paesi sudamericani.  Buenos Aires fu fondata nel 1580 e l’indipendenza dalla Spagna risale al 9 giugno 1816, grazie a Manuel Belgrano (a cui si deve la creazione della bandiera argentina) e al generale José de San Martìn, poi liberatore di Cile e Perù. Purtroppo, la storia di questo straordinario paese comprende due tremendi periodi di assurda barbarie.                                                                                                                                                                        Tra il 1860 e il 1885 venne intrapresa una serie di campagne militari, “La conquista del deserto”, che ebbe come obiettivo lo sterminio delle popolazioni indigene dal nord amazzonico all’estremo sud patagonico e fuegino: vennero annientate le popolazioni indigene dei Guaranì, dei Mapuche, dei Tehuelche, degli Yàmana e degli Ona. Di quest’etnia fuegina, descritta per la prima volta da C. Darwin, l’ultima rappresentante pura (si chiamava Virginia) scomparve nel 1999.                                                                                                                                                                            Poco più di un secolo dopo, tra il 1973 e il 1983, un’odiosa dittatura militare si macchiò di decine di migliaia di omicidi tesi ad annullare qualsiasi tipo di opposizione politica e ideologica. Per una cinquantina d’anni, a cavallo del XIX e del XX secolo, una massiccia immigrazione dall’Europa, soprattutto di italiani e spagnoli rese possibile un grande incremento dell’agricoltura e dell’allevamento.                                                                                                                                                            Ai nostri emigranti (prima dal nord e successivamente dal meridione) si deve lo sviluppo di un’importante attività vitivinicola nelle province occidentali di Cordova e Mendoza: il vitigno che venne adottato fu soprattutto il francese Malbec, a bacca rossa.                                                                                                                                                                             Le sterminate praterie, le famose Pampas che coprono le pianure argentine a sud di Buenos Aires fino alla Patagonia, permisero l’allevamento estensivo di pecore e vacche provenienti dall’Europa; due le razze che oggi sono più diffuse e la cui carne viene esportata e apprezzata in tutto il mondo: la scozzese Aberdeen Angus e l’inglese Hereford, razze robuste, adatte al pascolo e capaci di fornire abbondante e ottima carne.                                                                                                                                        A Torino si può trovare un’ottima cucina argentina in diversi ristoranti nei quali ho avuto modo di gustare sempre una carne eccellente, perché cucina argentina significa soprattutto carne e quasi sempre preparata alla griglia.                                                                                                                              Tagli differenti da quelli cui siamo abituati in Italia e vacche diverse, quasi sempre di razza Aberdeen Angus e, più di rado, Hereford: bestie di taglia media, piuttosto robuste e resistenti.                                                                                                            Per questo articolo ho scelto il ristorante La Taba, aperto nel luglio del 2015 in via Piave, 1,  quasi angolo con via Garibaldi. Locale luminoso, arredato con piacevole stile minimalista, un’ottantina di coperti e altri circa 25 nel dehors.                                                                                                                                                                                                        I titolari sono due trentenni argentini di lontana orine italiana: Pablo Miranda e Paola Giro, marito e moglie provenienti da Cordova, con due figli. Alla griglia,  Martìn Alejandro Lopez (da Bariloche, ma lunga esperienza in Italia) e in cucina Marcos Ponce, proveniente da Mendoza. Chiaro che qui si beve soprattutto un ottimo Malbec, ma il mio format prevede l’accompagnamento dei piatti tipici con vini piemontesi.                                                                                                                                                               Ho scelto 4 differenti tipologie di Barbera. Una DOC Monferrato casalese di un piccolo produttore con lunga tradizione e  accertata qualità: millesimo 2010 e 14,5% vol, per le empanadas; una DOC Superiore di Alba, 2014, 13,5% vol, per accompagnare el pastel de papas; un DOCG Nizza 2013, 14,5% vol, di grande produttore, affinato 15 mesi in barrique, per il vacìo; infine, un’altra magnifica Alba DOC 2014 14,5% vol, anche questa  elevata per 16/18 mesi in legno piccolo, per l’entrecote (Bife de chorizo, il nostro sottofiletto; il filetto si chiama Bife de lomo).  Le empanadas sono fagottini di farina ripieni di carne bovina, uova e spezie varie; importate in America dagli spagnoli, sono di origine mediorientale (simili alle celebri  samosa) e possono essere preparate sia fritte sia al forno.                                           El pastel de papas è un piatto sudamericano a base di soffritto di carne macinata e speziata su cui viene steso uno strato consistente di una tipica purea di  patate.                                                                                                                           Tutti accostamenti particolarmente azzeccati e con l’evidenza che potevano essere intercambiabili. La carne servita era, ovviamente, di manzo (bestie di taglia piccola, 4/500 kg e 18 mesi)) Angus argentino, importato sottovuoto. Eccellenti le salsine (consiglio il chimichurri, a base di prezzemolo e aglio) che però a me personalmente, piacendo il gusto quasi primordiale della carne grigliata, sono poco gradite.                                                                                                                                                             Come gusto personale, consiglio il vacìo: un taglio sottopancia di particolare gusto e di prezzo assai conveniente. Ho evitato le varie parrilladas (grigliate miste) e gli altri asados (tagli vari sempre alla griglia) semplicemente perché desideravo una carne particolare e allo stesso tempo classica.                                                                                                     In conclusione, l’acidità della nostra Barbera sposa benissimo il gusto della carne argentina e il ristorante (spesa media 25/30 €) si è mostrato disponibile, piacevole e con un servizio da raccomandare senz’altro.                                                                                                                                         Ah, dimenticavo, La Taba significa: La Stampa.

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Cucina giapponese: Miyabi a Torino, non soltanto sushi

Se come sosteneva Ludwig Feuerbach (filosofo tedesco,1804/1872): «Siamo quel che mangiamo», i giapponesi, con oltre 85 anni di aspettativa media di vita, mangiano proprio bene!                                                                                                                           Il Giappone (Nippon, nella loro lingua) è un arcipelago che si estende lungo circa 3.500 chilometri nell’oceano Pacifico, quasi parallelo alle coste cinesi, coreane e russe. Composto da migliaia di isole, il 97% della superficie totale (377.000 kmq) appartiene alle quattro principali: HonshūHokkaidōKyūshū e Shikoku. Con una popolazione di oltre 127 mln di abitanti, il paese è una delle prime economie mondiali.                                                                                                                                  Abitato già in epoche antichissime, l’arcipelago, secondo la tradizione leggendaria, si costituì in Impero attorno al VI/VII secolo a.C. Il buddismo venne introdotto nel VI secolo della nostra era e segnò in maniera importante le tradizioni giapponesi. Durante il medioevo fiorì la cultura dei samurai e degli shogun che, di fatto, detenevano il potere. Furono i portoghesi, nel XVI secolo, i primi occidentali a conoscere queste popolazioni che fino a quel momento erano vissute abbastanza isolate.                                                                                                                                                                           Fondamentale la guerra civile, 1866/1868, che portò alla restaurazione Meiji: gli shogun cedettero il potere  all’imperatore e questi aprì le porte del paese al resto del mondo.                                                                                                                                 Dopo la pesante sconfitta della Seconda Guerra mondiale, il popolo giapponese seppe ripartire con prontezza e in maniera efficiente: per almeno quattro decenni il Pil del paese crebbe ininterrottamente alla media annua di oltre il 10%!                L’arcipelago nipponico si sviluppa sopra una linea di faglia che costituisce la principale caratteristica tettonica dell’oceano Pacifico: dunque, paese devastato da terremoti, tsunami, eruzioni vulcaniche. Sono oltre un centinaio i vulcani attivi di cui il celebre Fujiyama, o Fujisan, è il più alto (circa 3.800 mslm).                                                                                                             Con le premesse di cui sopra, è comprensibile quanto le caratteristiche della cultura giapponese siano peculiari, raffinati e complessi. E, poiché la cucina tradizionale di un popolo ne rappresenta la sintesi storico-geografica, si capisce quanto quella giapponese sia altrettanto unica, sofisticata, multiforme.                                                                                                        Oryza sativa: è il nome scientifico del riso e la varietà che si coltiva più a nord si chiama japonica, a differenza di quella, indica, che alimenta le popolazioni del sud-est asiatico. Il riso fu domesticato dai cinesi intorno al VI millennio prima della nostra era e si diffuse rapidamente in tutta l’Asia, Giappone compreso. Qualche millennio più tardi furono le proteine della soia (Glycine max) a integrare la dieta dei primi insediamenti neolitici e permettere lo sviluppo di una civiltà importante; ovvio poi rimarcare il fatto che le popolazioni di un arcipelago solevano aggiungere alla loro alimentazione vegetale tutto quanto riuscivano a ricavare dal generoso mare che le circondava. Assodato quanto sopra, il sushi, ovvero riso e pesce, si può considerare il piatto simbolico e più rappresentativo del Giappone. Ma, attenzione: ridurre la cucina giapponese al sushi è un po’ come sostenere che la cucina italiana sia soltanto maccheroni e pizza…                                                                                               Nori sushi e nigiri sushi sono le due differenti maniere con cui questa specialità viene preparata; la prima è quella più conosciuta: rotelle di riso contenenti porzioni di pesce crudo, avvolte nell’alga nori; il nigiri sushi, invece, si presenta come polpettine di riso sopra le quali è adagiato il pesce. Bisogna precisare che il riso per il sushi è sempre trattato con aceto di riso fermentato.                                                                                                                                                                                                L’altro piatto assai noto è il sashimi: semplice pesce crudo, in genere tonno, maguro, (il taglio più pregiato è la ventresca che viene chiamata: otoro), insaporito da particolari salse.                                                                                                                       Tra queste, insieme a quelle rinomate di soia, occorre ricordare il wasabi: è ricavata dalla radice di una brassicacea – famiglia che comprende senape, cavolfiori, verze, ecc. – Eutrema japonicum, spesso chiamata Wasabia japonica, coltivata a climi freddi e in acque purissime; viene poi trattata e raffinata usando come grattugia la pelle di squalo: non è semplice trovare in Italia il wasabi originale, parecchio costoso…                                                                                                                          Il brodo di pesce, dashi, le numerosissime alghe, i poco conosciuti noodles o spaghetti (ramen, soba, udon) di grano, grano saraceno, riso e soia; le innumerevoli zuppe e la carne (a esempio, il tonkatsu: cotoletta di maiale con cavolo e il costosissimo manzo di Kobe dalle carni marezzate) sono alcune specialità giapponesi non abbastanza note. La tempura, verdura e pesce fritto in pastella, è un piatto di contaminazione portoghese.                                                                                      I giapponesi usano bere sakè (riso fermentato con lieviti koji) e tè, ma apprezzano il vino e, curiosità, sono grandi intenditori e ottimi produttori di whisky  di malto. Parlando di cucina giapponese non si deve dimenticare la raffinata arte della coltelleria che permette di usare in tavola le bacchette, hashi. Altrettanto fondamentale è l’arte di impiattare secondo precisi dettami che armonizzano volumi e colori dei piatti.                                                                                                                      Il giovane Masanori Tezuka, nel suo ristorante Miyabi, aperto da circa un anno a Torino – due passi dalla chiesa della Gran Madre – mi ha guidato nella conoscenza della tradizione cucinaria giapponese e aiutato a scegliere alcuni vini piemontesi con cui accompagnare al meglio i suoi piatti eccellenti.                                                                                                                   Masanori, da quasi otto anni in Italia, è un maniaco nella scelta delle materie prime: pesce, verdure (che spesso coltiva da sé), alghe e riso sono sempre di prima qualità e, quando possibile, importati dal Giappone.                                                        Abbiamo cominciato con un piatto a base di germogli di bambù biologico che ho accompagnato con un Cortese di Gavi DOCG biodinamico, senza solfiti aggiunti, che ho gustato anche con una magnifica ombrina marinata con alghe kombu, erba shungiku e limone giapponese yuzu. Un altro Cortese, questo soltanto bio, ha con grande dignità accompagnato una gelatina di sesamo insaporita con wasabi. Per gli spaghetti di grano saraceno, con gamberi e piccoli asparagi, ho scelto un Timorasso di un paio d’anni di gran corpo, lunghissimo: magnifico.                                                                                                     Per tenere compagnia a un nigiri sushi, memorabile, ho scelto due ottimi Riesling: uno di La Morra e l’altro di un grande produttore di Serralunga; i nostri bianchi, quando sono figli di grandi produttori, reggono il confronto con vini assai più blasonati! Gustare  capesante di Hokkaido, salmone scozzese con relative uova, gambero rosso di Mazzara con uova di pesce volante, ombrina e fettine di tonno affumicato e fermentato, bevendo un grande Riesling di Langa è un bel modo di onorare sé stessi, chi ha preparato i piatti e chi ha spremuto da par suo le uve…                                                                                 Ho finito bevendo Freisa di Chieri, sia frizzante sia ferma, con un semplice petto di pollo reso sublime da una salsa di riso fermentato: credo che anche un giovane Nebbiolo, magari roerino, non avrebbe fatto brutta figura.

 

 

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TanThanh di Phuoc, cucina vietnamita a Torino

Per i figli degli anni Cinquanta, Vietnam è una parola che significa tanto di più che  il nome di uno stato, un semplice toponimo.                                                             Vietnam significa alcune immagini che sono entrate nella storia della comunicazione e della fotografia; significa tutta un’epopea cinematografica che ha lasciato capolavori assoluti – Apocalipse now, Full metal jacket, Il cacciatore…-; significa quel filone straordinario che fu la musica pop di protesta. Eppoi ancora, le prime manifestazioni di piazza, scandendo i nomi di personaggi eletti a icone della immaginazione di  adolescenti affamati di miti: Ho Chi Minh e Vo Nguyen Giap accanto a Che Guevara, Fidel e Salvador Allende.                                                      Oggi, per i cosiddetti millennials, Vietnam significa soltanto, forse finalmente, il nome di uno stato asiatico che si estende nella regione dell’Indocina tra il Tropico del Cancro e il 10° parallelo. Paese disegnato secondo l’asse nord-sud, lungo e stretto come l’Italia e come l’Italia esteso per circa 300.000 Kmq, ma con oltre 90 milioni di abitanti, giovani per la grande maggioranza.                                                 Nazione di gente fiera che ha una lunga storia di guerre contro invasori cinesi, e poi mongoli, giapponesi, francesi e, per finire in gloria, americani: sempre vincenti.        Il Vietnam, proclamato indipendente il 2 settembre 1945 da Ho Chi Minh, dopo i milioni di morti e di emigranti disperati – allora si chiamavano “boat people” – e dopo la riunificazione del 1975 si è trasformato in un paese che vede il suo Pil crescere del 7/8% ogni anno, con un reddito procapite in rapida ascesa, oggi intorno ai 4.000 Us$. Regione tropicale, ricca di foreste e di acque – il Mekong è uno dei più grandi fiumi del mondo -, perlopiù collinare, con un paesaggio parecchio modificato dall’importante antropizzazione che ne ha trasformato la morfologia con i caratteristici terrazzamenti per la coltura del riso. Ma il Vietnam produce moltissimi altri prodotti agricoli e tra questi il suo caffè è considerato uno dei migliori. La conformazione del territorio e il fatto di essere un “paese verticale”, bagnato dal mare Cinese a est e dal  Pacifico a sud, ne esalta la biodiversità sia nella fauna sia nella flora. Ovvio che tale caratteristica si ritrova nella sua ricca tradizione cucinaria. L’influenza cinese prima e francese più tardi hanno reso la cucina tradizionale vietnamita di particolare interesse e di peculiari caratteristiche.                                Le sue materie prime fondamentali sono le medesime che esprimono la cucina cinese e quella indocinese: riso e soia; ma le differenze della tradizione vietnamita rispetto a quelle limitrofe consistono nell’uso di moltissimi vegetali con cotture perlopiù a vapore, insaporiti con varie spezie e salse più o meno tradizionali. Sono infatti le zuppe a costituire il nucleo forte della cucina vietnamita: zuppe preparate nelle maniere più svariate a base di carne, pesce o soltanto vegetali. Il piatto nazionale, il Pho, è infatti una zuppa di manzo e noodles di riso con lontane origini mongole. Il Nuoc Mam è il principale ingrediente per insaporire quasi tutto il cibo vietnamita: è una salsa ricavata dalla fermentazione delle acciughe, simile alla nostra colatura di alici ma diluita e resa assai meno forte. Molto usato è il latte di cocco e altrettanto il lime e le sue aromatiche foglie. Come in Cina ritroviamo gli involtini, Cha Gio, più leggeri e soprattutto meno grassi di quelli cinesi. Altro piatto importante è il Lau che ricorda la fonduta di carne francese. I vietnamiti producono un’ottima birra che accompagna i loro pasti insieme ai vari fermentati di riso. I piatti vengono serviti tutti insieme e consumati usando le classiche bacchette la cui azione è resa efficace da un taglio accurato degli ingredienti. Io ho assaporato la doverosa Pho, preparata in maniera classica e accompagnata da una straordinaria salsina piccante rossa. Ho poi gustato la zuppa Tom Yum, una preparazione leggermente acidula a base di gamberetti, citronella, funghi, lime e foglie di lime: deliziosa. La zuppa era accompagnata da riso Jasmine cotto a vapore; questo riso è originario della Thailandia, sempre della varietà Indica, ma più profumato rispetto al Basmati, coltivato in India e Pakistan (jasmine in inglese significa gelsomino).                  Altro piatto notevole i Goi Cuon: involtini a base di pancetta e gamberi con spaghetti di riso e germogli di soia, preparati sia in tempura sia crudi, eccellenti entrambi. Ho poi concluso il mio pasto con un dolce leggero assemblato con crema di soia, pasta frolla e farina di riso aromatizzata ai frutti del pandano.                                                                                La cucina vietnamita è ideale per essere accompagnata da vini delicati bianchi o rossi di corpo non eccessivo. Per le zuppe il nostro Grignolino, sia astigiano sia casalese, è ideale, ma anche i rosati di Nebbiolo o la Freisa di Chieri ben si prestano alla bisogna. Quanto ai bianchi, consiglio vini non eccessivamente fruttati: ottimi la Favorita e la Nascetta, ma anche l’Erbaluce del Canavese non fa brutta figura, anzi.  Personalmente, suggerisco alcuni eccellenti Riesling prodotti da bravi vignaioli in Langa: questo vitigno sa essere straordinario anche nelle nostre terre, sempre ammesso che sia prodotto con le dovute attenzioni. Con i dolci, sarò banale: un ottimo Moscato d’Asti o anche uno dei tanti eccellenti passiti piemontesi certo non stonano. Per chi volesse andare oltre, propongo di finire un pasto vietnamita con le bollicine dell’Alta Langa o, addirittura, con un metodo classico a base Nebbiolo: oggi se ne trovano di qualità sorprendente.                                                                      In Italia i ristoranti vietnamiti non sono più numerosi delle dita di una mano; a Torino abbiamo la fortuna di averne uno in zona quadrilatero. Phuoc (si legge Fu) è un giovanotto poco più che trentenne nato a Giaveno, penultimo di otto fratelli, da una coppia di rifugiati vietnamiti giunti in Italia nel 1978. Dopo il diploma di ragioniere, Phuoc cominciò a lavorare con i suoi genitori nell’emporio di merci orientali che ancora oggi gestiscono a Porta Palazzo. Circa tre anni fa decise di aprire un suo ristorante in via delle Orfane, 17/f e di chiamarlo con lo stesso nome del negozio di famiglia: Tan Thanh. Il locale è arredato in maniera minimalista e luci soffuse per circa 40/50 coperti. La materia prima è ottima, si può bere la buona birra Saigon e c’è una sorprendente carta dei vini; si spendono non più di 25 € per un pasto completo. Phuoc ha imparato a cucinare dalla mamma Hu: personalmente, non posso che consigliare una visita di questo locale per gustarne la leggera e saporosa cucina.

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La cucina che non c’è: piatti americani con vini piemontesi

Il primo europeo che mise piede nel Nordamerica fu un italiano al servizio del re inglese Enrico VII nel 1497: Giovanni Caboto, con il figlio Sebastiano, toccò terra in Nuova Scozia. Nei primi anni del XVI secolo alcune spedizioni spagnole esplorarono il sud degli odierni Stati Uniti e le coste della California con sporadiche incursioni nell’interno.                                                                                             Bisognerà aspettare le iniziative del re inglese Giacomo I che avviò nel 1606 una serie di imprese che avevano lo scopo di colonizzare il nuovo continente “usando” dissidenti religiosi e galeotti. Una prima spedizione fondò, con scarso successo, una colonia in Virginia, Jamestown, nel 1607; ben più importante  fu la spedizione successiva: nel dicembre 1620 un centinaio di calvinisti, i Padri Pellegrini provenienti da Inghilterra e Olanda a bordo del Myflower, sbarcarono sulle coste dell’odierno Massachussets e fondarono la colonia di Plymouth. L’insediamento si consolidò, anche con l’aiuto delle popolazioni locali (Seminole, Creek e Cherokee) che condivisero con i nuovi arrivati le loro conoscenze in fatto di caccia e agricoltura. L’anno seguente i circa 50 sopravvissuti, insieme con un centinaio di nativi, festeggiarono in ottobre il primo raccolto: per tre giorni fecero festa mangiando soprattutto tacchini e mais. La festa fu resa istituzionale nel 1623. Da allora il quarto giovedì di novembre ogni famiglia americana si riunisce per onorare il Thanksgiving Day, giorno del ringraziamento, e consumare il tacchino arrosto, piatto che può considerarsi nazionale e che accomuna tutte le etnie che hanno contribuito a realizzare gli Stati Uniti d’America come sono oggi: circa 9 mln di kmq che ospitano 325 mln di abitanti dalle origini più varie, soprattutto europei ma anche cinesi, neri africani, giapponesi, ispano-americani.                                                               Dopo l’indipendenza del 4 luglio 1776, ai 13 stati originari furono aggiunti la Louisiana, acquistata dai francesi nel 1804 e i territori dell’ovest: California, Texas, Oregon, Utah, Arizona, acquistati dal Messico nel 1848.                                  Subito dopo la guerra di Secessione, 1860/1865, che costò 750.000 vittime (più di ogni altra guerra successiva, Seconda Guerra Mondiale compresa), cominciò la massiccia migrazione verso il mid-west e il west, con il contributo fondamentale di milioni di europei che arrivavano da Irlanda, Italia, Polonia, Francia…                       A fine Ottocento gli Stati Uniti acquistarono l’Alaska dall’Unione Sovietica e nel 1959 inclusero nell’Unione il 50° stato: le Hawaii.                                                                 I nativi del Nordamerica all’arrivo degli europei non superavano il milione di individui, dispersi in un territorio immenso e raggruppati in moltissime tribù nomadi e seminomadi che vivevano essenzialmente di caccia e raccolta e che avevano nelle immense mandrie di bisonti (circa 70 mln di capi) il loro principale sostentamento in termini di carne e pellicce. Per la verità, i pellerossa non furono sterminati dalle malattie, come successe in Messico e in Perù, e nemmeno dalle armi: furono ghettizzati nelle riserve dopo il macello inenarrabile che i nuovi americani fecero del bisonte. Alla fine del 1800 dei 60/70 mln di capi non restavano che poche migliaia di animali.                                                                                                                       Oggi i nativi americani ammontano a circa 2,5 milioni di individui. Contemporaneamente algrande sterminio dei bisonti, cominciava l’allevamento intensivo di vacche, soprattutto bestie da carne e tra queste in particolare l’Aberdeen Angus. Oggi gli Stati Uniti allevano circa 100 mln di capi e l’Angus è la razza più diffusa: una vacca a mantello nero, non molto alta al garrese ma assai pesante (almeno 7 ql le femmine e oltre una tonnellata i tori).                                               La lunga introduzione qui sopra serve a capire che parlare di cucina americana per certi versi non ha alcun senso: ogni etnia ha portato nel nuovo continente le proprie tradizioni e le differenti caratteristiche geografiche e climatiche diversificando ulteriormente le abitudini alimentari. Nazioni come quelle ebrea, italiana, cinese, irlandese, polacca, greca hanno mantenuto per lo più le loro abitudini alimentari, pur in una cultura che della globalizzazione e del “cibo spazzatura” ha fatto regola quotidiana.                                                                                               Attenzione: l’America non è New York o Boston, né San Francisco o Los Angeles: l’America è il mid-west dell’Ohio, del Kentucky, dell’Oklahoma; è il profondo sud razzista del Tennessee, dell’Alabama; è il sud-ovest dell’Arizona, del New Mexico, della California, senza dimenticare Hawaii e Alaska.                                            Ebbene, in tutto questo ancor giovane marasma di popoli e di tradizioni, sulla base di quanto puntualizzato sopra, ci sono tre specialità gastronomiche che accomunano tutte queste differenti etnie: il tacchino arrosto del Thanksgiving Day, il t-bone grigliato e il barbecue di maiale.                                                            Cominciamo dal tacchino, Meleagris gallopavo o ocellata: è un volatile tipico dei boschi nel Nordamerica e ancora oggi è possibile osservare branchi selvatici di tacchini che scorrazzano nutrendosi di cereali, frutta, bacche e insetti. Gli esemplari più grandi possono superare i dieci kg di peso. Inutile sottolineare che il tacchino arrosto non è un piatto di particolare raffinatezza: in fondo rispecchia i gusti abbastanza rustici dell’americano medio; per una simile specialità suggerirei ai miei amici produttori di vino di convincere i loro clienti nordamericani a gustare in accompagnamento un nostro bel Dolcetto piemontese. Forse la DOCG Dogliani si presta meglio alla bisogna con la sua struttura, i suoi frutti rossi e quella bella persistenza che regge bene la grassa rusticità della carne di tacchino. Andrebbero bene anche i Dolcetto di Diano e quello, più fine, di Alba, magari del grande Cru Madonna di Como.                                                                                                La bistecca di Angus – almeno 1,5 kg, soprattutto se di prima scelta (Prime o Cab, a seconda dell’Ente di certificazione) con le sue straordinarie marezzature di grasso diffuse nel magro, caratteristica tipica dovuta al nutrimento delle vacche con mais e cereali – è invece un piatto sopraffino, ancorché se la carne di prima qualità è cotta a puntino. Per questa specialità dimentichiamoci luoghi comuni come Barolo o Barbaresco: vini troppo raffinati per reggere il confronto con il gusto forte della carne; come già scrissi per le specialità argentine, questo è territorio di privilegio delle nostre grandi Barbera. Il meglio è senza dubbio una Barbera delle DOCG Asti o Nizza, con la sua grande acidità e sapidità può dialogare alla pari con la nostra t-bone di Angus; attenzione a non bere un vino più vecchio di 3/5 anni! Barbera d’Asti certo, ma anche d’Alba, più delicata o del Monferrato casalese non andrebbero incontro a brutte figure.                                                                                                        Per comprendere a fondo il rito americano del barbecue (termine di origine caraibico) bisogna leggere gli scritti di Michael Pollan: mangiare panini riempiti di pezzi croccanti di pelle misti a una sapiente dose di grasso e magro di carne di maiale grigliata e insaporiti con salse varie rappresenta qualcosa di più di un semplice pasto. È come officiare una cerimonia collettiva in cui a volte intere comunità si ritrovano a confermare la loro identità. Certo che le nostre Barbera e i nostri Dolcetto accompagnerebbero bene assai questi grondanti panini, ma io suggerirei la franchezza della Freisa, sia ferma sia “mussante”.                                               Purtroppo, lo spazio non consente di parlare di un’antica, forse di origine indiana, specialità nordamericana riscoperta dal mio amico Gianni Leopardi: il salmone cotto sulle tavolette di cedro rosso. Spero di avere in futuro l’occasione di descrivere questo piatto sensazionale.

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Con i fiori della Magnolia arriva la Primavera

Si tratta di due esemplari di Magnolia x Soulangeana (la x tra genere e specie indica una pianta ibrida). Sono in Piazza dello Statuto a Torino. Sono tra le prime piante a fiorire appena giunge la Primavera e i colori dei suoi fiori sono bellissimi. Io ne sono affascinato e mi piace fotografarli appena posso.

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I miei auguri per la Santa Pasqua

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Ecco il mio ultimo lavoro per augurare a tutti i miei amici un Buona Santa Pasqua (Cristiana, pare ovvio).

In formato 35×50 cm. è stato realizzato su carta Fabriano 50% Cotton, 300 gr.

Ho usato il Ruchè Terra, 2016 (15% vol) di Cascina Tavijn di Katia Verrua (Scurzolengo, Asti).

Auguri e salute a Tutti.

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Vincenzo Reda, un bel curriculum

Sono nato in un paesino della Sila Grande (Calabria), nel 1954 durante la vendemmia. Dal 1960 vivo a Torino.

L1130865 1Ho conseguito il diploma di aiuto regia  nel ‘75 con Adriano Cavallo (aiuto di Orson Welles) al Centro sperimentale di Arte drammatica di Torino con un allestimento de I morti senza tomba di J.P. Sartre; ho lavorato al Gobetti come direttore di scena e direttore delle luci per La calzolaia ammirevole di Federico Garcia Lorca.

Nel ‘76 con Plinio Martelli ho girato il film sperimentale di body art Ogni corpo occupa un suo spazio che è stato presentato alla biennale di Venezia lo stesso anno e oggi è proprietà della Gam di Torino. Poi fino all’83 ho fatto molte mostre di fotografia, delle quali la più importante nel 1980: Il diavolo ti vuole, performance con Bruno Chiarenza, presentata per la prima volta al  Postino Cheval di via Palazzo di Città.

Tra il 1976 e il 1978 ho avuto importanti esperienze a Radio e TeleTorino International e, soprattutto, a Radio ABC Italiana, di cui sono stato direttore e per cui ho realizzato diverse trasmissioni e scritto testi originali.

Tra il 1979 e il 1996 ho diretto aziende, di cui ero socio, nel settore della comunicazione e dell’editoria. Nel biennio ‘89/91 ho ricoperto la carica di Vicepresidente dei Giovani Industriali di Torino e, tra il 1993 e il 1995, sono stato Vicepresidente nazionale dell’Aipe (Associazione piccoli editori italiani). Tra il 1996 e il 2011 ho lavorato come consulente per le riviste Prima Comunicazione, Oasis, Airone,  Archeo e Medioevo, oltre che di numerosi enti fieristici (Ancona, Torino e Cosenza).

Ho cominciato a scrivere di vino e di cibo nel 2003.HPIM0473.JPG

Nel 1989 ho pubblicato il mio primo libro: un volume di poesia sperimentale Caccole e tentlalia e dal 1993 dipingo col vino su carta, stoffa e cristallo. Nel 2009 ho pubblicato Più o meno di vino per Edizioni del Capricorno. Nel 2010 è uscito Quisquilie & Pinzillacchere per i tipi di Graphot. Nel 2011 ho pubblicato per Newton Compton 101 Storie Maya che dovresti conoscere prima della fine del mondo. Lo stesso libro è stato distribuito da Focus Storia nel novembre dl 2012, ristampato per Gruner-Mondadori. Nel 2012 è uscito per Graphot Rime Sghembe e nel luglio del 2013 per Edizioni del Capricorno: Di vino e d’altro ancora. Per i tipi di Cinquesensi Editore è  uscito nel 2014  Sulle ali del Barolo di Gianni Gagliardo di cui ho curato le illustrazioni.

Il 28 dicembre 2014 ho partecipato a Mela Verde, Canale 5, intervistato da Edoardo Raspelli.img_7539

Ho cominciato a esporre i miei quadri dipinti con il vino a Capo Liveri (Isola d’Elba) nel 1998; sono stato invitato a partecipare alle principali manifestazioni legate al vino in Italia e ho esposto in molte città italiane, negli Usa e in India. Ho mostre permanenti presso i ristoranti Li Jalantuumene, Monte S. Angelo (FG) e L’Ostu Duca Bianco di La Morra (CN). Ho realizzato etichette per vini importanti e alcune mie opere sono state acquistate da collezionisti di India, USA, Brasile, Germania, Sud Africa, Cina e Giappone. La mia scacchiera di vino su cristallo è stata usata in occasione delle Olimpiadi degli scacchi a Torino, nel 2006.

Attualmente scrivo sul periodico professionale Barolo & Co e su Focus Storia.

Curo personalmente dei corsi di storia del cibo e del vino a Eataly Lingotto. Sono consulente per la comunicazione di alcuni importanti produttori di vino. Dal 2012 collaboro, con diversi ruoli, all’evento Collisioni in Barolo.

Sono sposato dal 1990 e ho una figlia indiana, adottata nel 1998 (nata a Bombay nel 1992).

Vincenzo Reda - Via Piave, 9 - 10122 Torino - Tel/Fax: +39011 4362398 - Cell: +39335 535882810405264_721187604591479_4244521715593523021_n

redavincenzo@libero.it

www.vincenzoreda.it

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Painted with Chianti wine and my right foot (2006)

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Gianni Gagliardo: quando l’etichetta diventa arte concettuale

Il pomeriggio di giovedì 21 novembre 2013 mi sono recato a La Morra, nella cantina di Gianni Gagliardo per firmare (con lo stesso vino con il quale ho dipinto le etichette, e stessa bottiglia di Preve) uno a uno i 73 poster che portano stampate le 73 etichette che ho dipinto con il Barolo Preve 2007, in rilievo. Ognuna di queste etichette sarà attaccata sopra una bottiglia di quel Barolo portentoso e a ogni acquirente verrà dato in omaggio il relativo poster con lo stesso numero della bottiglia (entrambi numerati da 1 a 73): così che ogni possessore di bottiglia sarà partecipe di un lavoro artistico più globale che ha inteso unire l’uno con l’insieme, il singolo con la collettività, il micro con il macro. Il Brahman con l’Atman, secondo la concezione vedica e upanishadica hindu.

In nome del Vino. In nome del Barolo. E grazie alla sensibilità di un produttore fuori del comune.

http://www.vincenzoreda.it/etichette-dautore/

 

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La ragazza con la Leica

gerda

«Gerda era Gerda…Era la gioia di vivere. Qualcosa che esisteva, si rinnovava, accadeva ovunque».

Conclusa l’ardua, e oltremodo soddisfacente, lettura del Don Chisciotte, in questi giorni ho letto questo libro di Helena Janeczek appena pubblicato (332 pp. 18 €, Guanda). Lavoro complesso in cui è narrata la storia di Gerda Taro (pseudonimo di Gerta Pohovylle), fotografa tedesca morta a 27 anni durante la guerra di Spagna. La vicenda di questa straordinaria figura viene raccontata annodando e sciogliendo più volte il filo del tempo. Di scrittura non semplice, tra il saggio e il romanzo, mette in luce il fascino carismatico della giovane donna, borghese ebrea e comunista, compagna di Robert Capa (André Friedman), il grandissimo reporter caduto egli pure qualche anno più tardi, 1954, in Indocina. Di non facile lettura e per palati assai fini, mi sento di consigliarlo con convinzione.

 

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Le sigarette de “Il partigiano Johnny”

fenoglio«Johnny uscì, cascò seduto sull’ultimo gradino della farmacia ed accese la sigaretta, con cura leziosa, badando ad irrorare di esatto fuoco la prima rondellina della sigaretta. Fumava a lunghe e lente inspirazioni  ed il fumo espirato affogava rapdamente nella nebbia. Ma a metà sigaretta era già surfeited del fumo, per troppa vacuità di testa e di intestino. Fu così un mozzicone piuttosto lungo quello che getto, alzandosi per il ritorno.»                                                                                                                                                 «[…] prese ad arrotolarsi una sigaretta. Da essa trasse poi strane, verdastre boccate, con un sapore involuto e medicinale. Fumava con greve ripugnanza e con un gusto invincibile, e Johnny tanto era fisso, a lui e al suo fumo erboso che Costantino sospirò e ne arrotolò un’altra per Johnny dalla sua magra borsetta del tabacco. Era una miscela di tabacco razionato e d’un’erba di recente invenzione e scuotevano la cenere in una vecchia conchiglia di mare. Poi il rullo del tamburo di Drake suonò nella casa d’alta collina e si espanse in uno dei più selvaggi e tetri angoli di langa».                                                                                                                                                                              Ho appena finito di leggere “Il partigiano Johnny” – Einaudi Super ET, 510 pp., 14 € – e il bellissimo saggio di Dante Isella sulla lingua usata da Beppe Fenoglio in questo lavoro non finito e pubblicato postumo nel 1968.                                                                                                                                                                                                I passi riportati sopra li ho scelti tra le numerose situazioni nelle quali Fenoglio si sofferma a descrivere fenoglio-1l’atto di fumare una sigaretta nei momenti i più vari. Nessuno come Fenoglio ha saputo rendere con tanta accurata passione il gusto di fumare una sigaretta. Egli era un fumatore più che accanito e di questo ne morì il 18 febbraio 1963 a neanche 41 anni, cancro ai bronchi. Era nato in Alba il 1° marzo 1922.                                                                                                                                Di Fenoglio ho letto diversi altri libri, i più importanti, ma questo mi è rimasto nell’immaginazione.
Lettura ardua, all’inizio faticosa; lingua lontana dai miei stilemi di armonia e estetica.
Quando ho capito che mi ero gettato dentro un gerbido o un rittano, ho cominciato a apprezzare quella scrittura orpellosa, barocchevole quando non goticheggiante, angolare, arzigogolata. Il freddo, le nebbie, il fango, il bosco, la fame, il fumo di una sigaretta. Quelle sue primordiali essenze mi hanno riportato a J. London dei Racconti del grande nord.
Eppoi l’immensa lezione storica.
Mi sono conservato Beppe Fenoglio dopo i miei 60, e bene ho fatto.

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Pisco, altri lavori

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I colori del Pisco, dedicati al Perù

I lavori sopra illustrati sono acquerelli diluiti con distillati, Grappa e Pisco. E’ una sperimentazione che vedrà soltanto poi l’uso del Pisco con soggetti ispirati alla cultura e alla storia del Perù. I distillati con cui uso i colori ad acqua sono più densi e asciugano più velocemente, dunque la tecnica è un poco diversa di quella “normale”. Questi sono in formato 35×50, i prossimi invece saranno 50×70, sempre su carte Fabriano o Archer.

Come al solito, i miei lavori hanno una struttura e una genesi concettuale: uso, come con il vino, soltanto distillati che conosco e che ho bevuto.

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Un regalo: la più bella pagina di tutti i tempi scritta sul calcio

Io non ho molte certezze, ma su quanto segue non nutro il benché minimo dubbio: Osvaldo Soriano ha scritto la più bella pagina di tutti i tempi dedicata al calcio. In queste parole c’è l’essenza del calcio, c’è tutto quello che è il calcio vero.

1274471002350betdnDi Soriano ho letto tutto, e come per Fante, ho un amore svergognato: li accomuna il rapporto straordinario con i rispettivi padri.

Soriano ha scritto molto di calcio, tra le altre – tutte strepitose – mi piace citare anche la pagina dedicata a Obdulio Varela, l’eroico centromediano dell’Uruguay, campione del mondo il 16 luglio del 1950 allo stadio Maracanà di Rio de Janeiro, contro il Brasile che aveva vinto anzitempo, come spesso succede nel calcio, la partita che doveva ancora giocare.

La pagina che segue è tratta dal racconto Primi amori, dal volume Pensare con i piedi – titolo originale: Cuentos de los años felices -, scritto nel 1994 e pubblicato nel 1995 da Einaudi.

Osvaldo Soriano se l’è portato via un cancro ai polmoni – come suo padre – nel 1997, a soli 53 anni. Era stato un promettente centravanti.

“Tutte le volte che comincio un viaggio lungo, ricordo alcune cose di quando ancora neppure sognavo di scrivere romanzi all’alba né di prendere aerei né di dormire in alberghi lontani. Quelle immagini vanno e vengono come un’amaca vuota: la mia prima fidanzatina e il mio primo goal. La prima fidanzatina era una ragazza dai capelli nerissimi, timida, che adesso sarà sposata e avrà figli in età da rockanrol. È stato con lei che ho fatto l’amore la prima volta, un lunedì del 1958, nell’ora della siesta, in una fila di poltrone sgangherate di un cinema vuoto.

[…] Passavamo il tempo al cinema, ad accarezzarci sotto il suo cappotto che ci copriva le gambe, e credevamo che il padre non se ne accorgesse. Forse era così: se ne stava chino, assente, masticando il sigaro spento, innervosito per il fumo e per il calore della cabina di proiezione. Ma la madre non ci perdeva di vista e in quell’infelice pomeriggio d’inverno aveva fatto irruzione nel botteghino e aveva cominciato a mollare ceffoni alla mia fidanzatina.

Seppi poi che facevamo l’amore tutti i giorni, ma allora supponevo che vi fosse un solo modo possibile e che se lei lo avesse accettato, finalmente si sarebbe verificato il momento più glorioso dell’esistenza. E quell’istante, in una vita normale, è paragonabile solo a un altro istante, quando il pallone entra davvero in una porta per la prima volta, e non c’è Dio più felice di uno che esulta a braccia aperte urlando verso il cielo.

Quel tale, trent’anni fa, sono io. Ancora oggi, in un eterno replay, corro a cercare abbracci e ascolto in sordina il rumore della tribuna. So che queste confessioni contribuiscono al mio discredito nell’alta torre degli scrittori, ma io continuo a essere lí, in agguato tra il 5 che mi spintona e Hacha Brava che mi tira per la maglia mentre stiamo pareggiando e un’ala con il ciuffo imbrillantinato tira un rasoterra centrale, nel mucchio, alla sperandio. Il respiro mi si è arrestato ma sono lucido e freddo come un killer. Il nostro centromediano ha appena pareggiato con un tremendo tiro da trenta metri che ho festeggiato senza abbracciarlo e in questo contropiede, ormai verso lo scadere del tempo, intuisco segretamente che la mia vita cambierà per sempre.

La paura di perdermi nel groviglio di gambe, nell’inferno di urla e gomitate, è ormai passata. Il 10, che è un veterano di mille battaglie, arriva in diagonale e manca la palla perché il destro gli serve solo per stare in piedi. Inesorabilmente, quel gesto fallito spiazza tutta la difesa e il pallone finisce rotolando alle spalle del 5 che si gira disperato per metterlo in corner. Allora arrivo io, come nei nostri film, con il piede morbido per non far alzare il tiro e colpisco forte, in diagonale, e anche se non sembrerà vero quell’immagine è ancora viva in me, quale che sia l’albergo in cui mi trovo.

Come l’altra, nell’ora della siesta, nella poltrona sgangherata del cinema deserto. Ci baciamo e senza volerlo, perché i ceffoni le bruciano ancora sulla faccia, la mia prima fidanzatina finalmente si abbandona e mi accoglie mentre i suoi seni che forse avevano accettato la carezza del nostro spregevole centromediano tremano e trottano, scappano e scoppiano, oggi che le nostre vite sono accanto ad altri e il mio albergo è tanto lontano dal suo.”

Gennaio 2009

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Selfportrait of a young genius: me (I was 22, in 1976) with Patrizia

Questa foto la feci in via Frejus nel 1976. Le immagini sullo sfondo rappresentano la mia ricerca di body-art fatta in quel periodo e sono scatti di miei testi poetici (stampati alla rovescia) scritti sul corpo, non identificabile quindi mera superficie, di Patrizia. Mi stupisco ancora oggi: ero un vero genio, allora…Oggi non so più quel che sono.

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La Luna in piazza V. Veneto, a Torino

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