Laura Laurencich Minelli

30707113_10214848848127424_7796377055996740642_nConobbi per caso (ma il caso non esiste) Laura Laurencich Minelli il 14 giugno 2007 a Rimini, a un suo convegno sui quipu durante la Festa dell’archeologia. Oggi apprendo che se n’è andata, in silenzio, con garbo. Eppure fu la studiosa più importante riguardo ai quipu e alla conquista del Perù, grazie ai codici da lei studiati e pubblicati di Padre Blas Valera. Studiosa scomoda di verità storiche scomode. Sono addolorato ma anche felice, perché io ho avuto la fortuna e il piacere di conoscerla e di dedicarle tempo, studi e articoli.

Pubblico questa biografia del Mic di Faenza,

http://www.micfaenza.org/it/news-dal-mic/1759-scomparsa-laura-laurencich-minelli.php

«SCOMPARSA LAURA LAURENCICH MINELLI

Domenica 8 aprile, a Bologna, si è spenta l’importante studiosa di Storia e civiltà precolombiane

Martedì 10 aprile

Il Museo si stringe al lutto di marito e figli per la scomparsa dell’importante studiosa di Storia e Civiltà Precolombiane.Ricordiamo la passione e l’entusiasmo della professoressa Laurencich, in modo particolare, in o occasione della mostra “I tessuti come scrittura. Una raccolta precolombiane del MIC“, curata in collaborazione con l’amico e allievo Antonio Guarnotta, costituita da tessuti andini che coprono un arco di tempo dal VI sec. a.C. al XVI sec. d.C. e presentando in tale occasione il curioso ma alto sistema di comunicazione-scrittura del popolo andino che, probabilmente, per la ricca produzione di  pregiatissime lane e cotoni, era basato sul filo (torsione, intreccio, ecc.), il nodo, il colore, le iconografie tessili: sistema che ha raggiunto i suoi apici nell’amministrazione dei due grandi imperi che si sono susseguiti, quello Huari-Tiahuanaco e l’Impero degli Inca: imperi che, pur appartenendo al cosiddetto Evo Antico, sono giunti fino al XVI secolo. Attraverso i  mazzi di fili annodati (quipu) e questi e altri tessuti, si possono capire molti curiosi aspetti di questo antico mondo teocratico.

Laura Laurencich Minelli è nata a Bologna; nel 1935, è dottoressa con lode (Ph) in Preistoria nella facoltà di Scienze dell’Università di Bologna, nel 1955-1957 vince la borsa di studio dell’Accademia Nazionale delle Scienze per gli studi europei di scienze americanistiche, successivamente, dal 1958 al 1963 è archeologo e antropologo presso il Museo Nazionale della Costa Rica / Università della Costa Rica. Nel 1963 vince la borsa di studio del CNR per lo studio delle lingue indigene americane all’Università di Innsbruck e  nel 1964 vince la borsa di studio del CNR per la museografia americana presso il Museo Etnografico di Göteborg.
I primo incarico accademico è come assistente in Antropologia (Istituto di Antropologia) dell’Università di Bologna dal 1965 al 1973, in seguito (1973-1986) è “professore incaricato” di Storia e civiltà precolombiane nella Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna poi, dal 1986-2005 (quando si ritira per limiti di età) è il professore titolare della cattedra di  Storia e civiltà precolombiane / Civiltà indigene d’America nella Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna. È stata membro, nel periodo 1992-2005, della Society of Doctorate Society, Regality and Priesthood (Università di Bologna, con sede a Ravenna); nel periodo 1995-2000 è il professore di Etnologia presso la Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali dell’Università di Bologna (con sede a Ravenna), infine dal 2005 era direttrice della ricerca scientifica dell’Università di Bologna.

Nel corso della sua carriera professionale ha ricoperto numerore posizioni scientifiche: 1966-1973, direttore della missione archeologica (Regione meridionale del Costa Rica) del “Ministero degli Esteri” italiano; 1979-1980, direttore della missione UNESCO presso il sito archeologico di Barra Honda (Penisola di Nicoya), Costa Rica; dal 1980, membro onorario del Museo Nazionale della Costa Rica; ha diretto, dal 1984, la sezione italiana del Corpus Antiquitatum Americanensium; dal 1984 è stata un membro attivo della UAI - Unione delle Accademie delle Scienze Internazionali; 1994-2000 è il responsabile scientifico del progetto archeologico dell’Unione europea L’arcipelago eco museo del Solentiname (Nicaragua); 1996-2001, direttore e responsabile per la ricerca archeologica Eco museo Valle de Chacas (Ancash, Perù) dell’Università di Bologna – “Ministero degli Esteri” italiano;  2001 – fino ad oggi dirige ed è responsabile scientifico dell’indagine archeo-antropologica Valle del Takesi, in Bolivia, dell’Università di Bologna – “Ministero degli Esteri Italiano”.  Ha diretto numerosi congressi e tavole rotonde nazionaliste e internazionaliste in Italia e all’estero, inoltre, ha organizzato numerose mostre in Italia e all’estero con l’intento sia di sensibilizzare al patrimonio italo-americano sia per incoraggiare l’interesse per le culture dell’America indigena.
La sua ricerca si è concentrata sullo studio e la ricerca di fonti archeologiche e antropologiche sulle culture indigene d’America, sia attraverso campi di lavoro in America Latina sia in archivi e biblioteche italiane.
I risultati possono essere suddivisi in almeno cinque tracce di ricerca: l’individuazione delle collezioni americanistiche dal XVI secolo fino ad oggi, la loro storia, l’organizzazione e le motivazioni della presenza di questi oggetti nei musei italiani dal Rinascimento al “Risorgimento” italiano (XIX secolo); individuazione di curiosi documenti inediti Gesuiti, compresi quelli che furono lasciati dai gesuiti in esilio nello Stato Pontificio, dove si rifugiarono a seguito della soppressione della Società (XVIII secolo) e i controversi documenti Miccinelli (XVII secolo) (Exsul Immeritus Blas Valera Populo Suo e Historia et Rudimenta Linguae Piruanorum) sulla conquista del Perù di Blas Valera, Anello Oliva e Antonio Cumis; individuazione e studio delle collezioni tessili precolombiane inedite e delle loro tecniche di lavoro; studio delle tecniche di lavoro e dei materiali usati per dipingere i codici mesoamericani precolombiani conservati in Italia e nello Stato del Vaticano che hanno fornito nuovi contributi sia sul significato culturale sia su tecniche e materiali delle culture antiche».

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Quipu, Laura Laurencich Minelli

Qui sotto alcune immagini riprese il 14 giugno del 2007 durante la Festa dell’Archeologia di Rimini. E’ la conferenza della Prof.ssa Laura Laurencich Minelli che illustra le ultime scoperte circa l’interpretazione dei quipu incaici. I due quipu sono del museo archeologico di Rimini, e risalgono al periodo Inca, 1450/1534.

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Blas Valera: F. Pizarro conquista il Perù col vino avvelenato


Silvio era una persona distinta, colta, elegante. Alto, pareva un Cary Grant di casa nostra: abito sempre blu, di buon taglio, viso regolare dai lineamenti netti, marcati; bella capigliatura tenuta non cortissima ma sempre in ordine; eppure….

Era un uomo perdente, sfortunato: con espressione di oggi, brutta ma efficace, uno sfigato; anzi, la sfiga fatta uomo.

Era riuscito a farsi rubare una Nsu Prinz, di quelle verde oliva che si vedevano in quegli anni; era riuscito a sposare, in età non più fresca, una donna che immediatamente l’aveva abbandonato; era perfino riuscito a perdere una scommessa con me – io non vinco mai scommesse – su Novella Calligaris che avevo pronosticato in medaglia alle Olimpiadi di  Monaco… Gli avevo vinto un libro di Peter Farb, Mondadori, di argomento precolombiano.

Silvio era il nostro rappresentante di libri: trattava la rateale dell’Einaudi, me lo aveva presentato Nicola Silvano il Dauno. Minuscolo e bruttarello si accompagnava con Silvio in grandi battute di pesca alla mosca: ovviamente le trote le prendeva sempre Silvano mentre l’altro smoccolava con eleganza e rassegnato distacco.

E le trote come le donne: uno era un tanghero stortignaccolo sempre sicuro e a proprio agio, l’altro un elegante perdente sempre in difficoltà.

Nicola Silvano il Dauno mi ha insegnato l’archeologia, la paletnologia, l’antropologia, l’uso delle mani – iddio gli aveva baciate le sue; a Silvio devo l’amore per i libri e il principio della mia, oggi di grande importanza per qualità e quantità, biblioteca.

Uno dei primi acquisti fu la prima edizione, 1970, del cofanetto in due volumi della collana “I Millenni” di Einaudi delle opere di William Hickling Prescott sulle conquiste di Messico e Perù. Costava 18.000 lire in anni in cui uno stipendio medio ammontava a poco più di centomila lire: un sacrificio per me importante, allora che studiavo di sera e lavoravo nella boita di Silvano, che era pure spilorcio e poco mi pagava.

Avevo 18 anni e sognavo di andare in Messico a scavare nelle foreste e sugli altopiani del Centroamerica piramidi maya e azteche.

Divoravo saggi di archeologia e storia e antropologia precolombiana, compravo National Geografic e Life, litigavo con Peter Kolosimo che faceva soldi con strampalate teorie di astronauti extraterrestri e astroporti peruviani…. E sognavo il Messico.

Sbranai in un amen le vicende di Cortèz narrate dal quasi cieco avvocato mancato di Salem, il povero Prescott che pubblicò tra il 1843 e il 1847 i due straordinari resoconti delle conquiste di Messico e Perù. Con il secondo volume, le storie di Francisco Pizarro e degni compari in Sudamerica, ci andai un poco più piano: a quel tempo il mio orizzonte comprendeva quasi esclusivamente il Messico.

Da allora ho letto e riletto e consumato quei due volumi Einaudi, composti ancora in linotype e le cui pagine continuano a darmi l’emozione del tatto: uno dei fatti ormai sedimentati della mia cultura era costituito dagli avvenimenti tragici di Cajamarca.

Il povero guardiano di porci spagnolo, analfabeta e assetato d’oro e di gloria, alla testa di 177 assatanati come e peggio di lui, aveva massacrato, con colpo di mano tanto assurdo quanto eroico, il fior fiore della nobiltà inca, catturato il crudele Atahualpa e fatto suo l’immenso impero andino: era il crepuscolo di un sabato, il 16 novembre 1532.

L’eroico, inconsulto azzardo di un pazzo al comando di pochi altri pazzi come lui che in un amen s’erano conquistati un impero con la disperazione e la determinazione di chi non ha nulla da perdere: una delle mie certezze, fino a giugno 2007.

E di qui principia un’altra storia, questa, che spunta improvvisa di tra le nebbie incerte di uno dei tanti passati ancora da venire. Passati che nascondono futuri: il tempo s’annoda, come un quipu….Altra certezza svanita in un pomeriggio di giugno: la cultura inca, un orizzonte ricco e prospero privo di scrittura, capace solamente di produrre cordicelle annodate per far di conto….

Ero a Rimini per questioni professionali, decido di partecipare a un convegno sulle scritture precolombiane e assisto alla lezione di Laura Laurencich Minelli sui documenti Miccinelli: un terremoto, uno squasso che mi spalanca una prospettiva inimmaginabile fino a poco prima.

La storia.

Padre Blas Valera, gesuita, nato nel 1545 da una violenza di Alonso Valera, rozzo conquistador, perpetrata ai danni della giovinetta Urpay (nome quechua che significa tortora), figlia di un mago-medico, viene dichiarato morto dalla Compagnia nel 1597. In realtà, i padri superiori intendono chiudere la bocca di un confratello scomodo che sa troppe cose sulla conquista del Perù e cose che non si possono dire.

Padre Valera non è morto: viene esiliato in Spagna, morto giuridicamente ma ben vivo e desideroso di lottare per la sua utopia, un Perù governato non da vicerè spagnoli e rapaci, ma dai suoi figli, pur in accordo con i sovrani d’oltre oceano.

Padre Valera era stato allevato dallo zio Luis, anch’egli conquistador ma d’animo buono: a tredici anni aveva visto il padre brutale assassinare la Tortora gentile che non voleva piegarsi all’ennesima violenza.

Aveva scelto deliberatamente la giovane Compagnia per avere l’occasione di lottare per il suo popolo; aveva cominciato a conoscere fatti e accumulare testimonianze sulla Conquista e aveva cominciato a scrivere.

Un gesuita scomodo, da ridurre al silenzio.

Dall’esilio spagnolo e dalla morte giuridica riesce a fuggire con l’aiuto di alcuni confratelli che, come lui, hanno una visione diversa delle cose americane, e torna in patria a continuare la sua lotta. E scrive, ma non con il suo nome: egli è ufficialmente morto.

Trova un indio, Guaman Poma che presta il suo nome, in cambio di un carretto e di un cavallo,  per l’opera che costituirà il fondamento della storia della Conquista; i suoi scritti sono la fonte cui attinge anche l’Inca Garcilaso de la Vega, distorcendo i fatti alla propria convenienza e tacendo sulle vicende più turpi,  per i suoi Commentarii che oggi costituiscono l’altra fonte acclarata di ogni sapere in merito alla storia della cultura Inca e della Conquista.

Padre Blas Valera muore nel 1619, dimenticato: il Generale della Compagnia, Padre Muzio Vitelleschi, di idee più aperte dei Padri Generali suoi predecessori, che ben sapeva delle vicende del suo confratello e la cui sorte aveva in qualche modo a cuore, brucia nel 1617, senza testimoni, una gran parte dell’archivio della Compagnia.

Ma il passato ha una voce che non tace e, misteriosamente, da una storia che è ben più affascinante di qualsiasi invenzione di un Dan Brown qualsiasi, spuntano fuori i documenti della proprietà di Clara Miccinelli, signora napoletana erede di un ufficiale cui Amedeo di Savoia, per gratitudine, aveva donati i preziosi codici.

Tali documenti sono costituiti essenzialmente da due testi segreti: Exsul Immeritus Blas Valera Populo Suo e Historia et Rudimenta Linguae Piruanorum.

Tralascio il secondo, compilato da padri gesuiti italiani successivamente alla morte di Blas Valera e che rappresenta una testimonianza che smentisce il fatto fino a oggi acclarato che la cultura Inca non possedesse una scrittura, e parlo del primo: a firma di Padre Blas Valera, datato 1618, che include la lettera di Francisco de Chavez e che interessa in modo specifico il nostro ambito.

“… Don Francisco Pizarro e i tre religiosi trascorrevano a bordo molto tempo assieme, e non certo per parlare della cura dell’anima del suddetto Capitano; e in quel viaggio accadde, invero, come ora sostengo, che il giorno dopo la partenza, io entrai nel suo alloggio e ascoltai distintamente il discorso fra i detti quattro, e dicendo Don Francisco che gli indios molto gradivano il vino nostro, siccome non lo avevano, bevendo essi un liquore non fatto di uva che si chiama chicha con un sapore diverso, la qual cosa il Capitano aveva annotato nei viaggi precedenti, e trovato come mezzo per fare amicizia  con gli indios, e sconfiggere i nemici che aveva saputo essere numerosi, ferocissimi, ben armati e addestrati; il detto Don Francisco chiese a Frate Yepes se avesse diluito l’oropimento secondo la bisogna, e questo religioso replicò che aveva già provveduto secondo i patti, per assecondare i suoi diabolici pensieri, a riempire e a sigillare 4 barili di moscato con una dose di conseguenza tanto copiosa e potente da piangere già il nemico fra le corna del toro e che così, Dio volendo, non si poteva fallire dal conquistare nuove terre al re e nuove anime al cielo, ma soprattutto molte ricchezze alle loro borse e molti onori ai loro nomi; e tutto ciò senza scontro né battaglia, poiché non c’era frode in questo, disse Valverde, ma solamente un po’ di saggezza e di alchimia, che aiutati e il Cielo t’aiuta.

Francisco de Chavez è un cavaliere originario di Trujillo, come lui altri otto che misteriosamente non vengono citati nell’elenco ufficiale di quanti parteciparono al massacro di Cajamarca e che si presume fossero in disaccordo con i metodi criminali di Francisco Pizarro e dei suoi Domenicani; egli scrive questa lettera indirizzata a Carlo V il 5 agosto 1533, pochi giorni dopo  l’esecuzione, per garrotamento, di Atahualpa ( 26 luglio 1533).

Il cavaliere descrive la carneficina seguita alla morte per avvelenamento da arsenico dei comandanti e dei dignitari Inca, mentre  Atahualpa  era stato semplicemente reso ebbro con vino non avvelenato: l’Inca stonato e i nobili che cadevano come foglie morte senza spiegazione avevano lasciato l’esercito indio, pure forte di 10.000 unità, in balia di poco meno che duecento energumeni i quali in un amen, per tramite di veleno, balestre, archibugi e alabarde avevano fatto tremila vittime, cento più cento meno, come testimonia letteralmente il buon Francisco de Chavez, indignato di cotanto codardo scempio.

La lettera non arrivò mai in Spagna: Pizarro mise a morte Frate Yepes e esercitò una censura inflessibile su quel fatto.

Chavez venne ucciso pochi anni più tardi, Pizarro morì assassinato dai suoi compagni nel 1541: certo qualcuno sapeva, ma non si poteva correre il rischio che non venisse riconosciuta come legittima una conquista effettuata per tramite dell’inganno.

La voce meticcia di Padre Blas Valera ci giunge di lontano come un grido di giustizia e utopia che rivendica per il suo popolo sfortunato la verità della Storia.

Vincenzo Reda

La prof. Laura Laurencich-Minnelli illustra un quipu a Rimini 2007

La prof. Laura Laurencich-Minelli illustra un quipu a Rimini 2007

 

 

 

La citazione è tratta dal volume: “Exsul Immeritus Blas Valera Populo Suo e Historia et Rudimenta Linguae Piruanorum – Indios, gesuiti e spagnoli in due documenti segreti sul Perù del XVII secolo” a cura di Laura Laurencich Minelli

Ed. Clueb, Bologna 2005     € 40,00

 

Nota: gli studi della Prof.ssa Lurencich sui documenti Miccinelli sono stati, e ancora lo sono, assai osteggiati come frutto di speculazione su falsi storici: inutile dover constatare la difficoltà, a fronte di fatti inoppugnabili seppur scomodi, di sovvertire assunti storici consolidati. E’ un meccanismo balordo che funziona sempre.

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Cocina fusion peruana e vini piemonteis

Di solito, i peruviani accompagnano i loro pasti con le loro ottime birre (Cristal, Cusqueña…), non possedendo tradizioni legate al vino (a parte le uve dedicate a produrre i mosti da Pisco, fin dall’inizio del XVII sec.); ma uno chef peruviano importante, e frequentatore autorevole di cucine tradizionali per il mondo, da anni nella sua catena Punta Sal (ben 6 ristoranti in Lima fin dagli anni Ottanta) è uso servire vini italiani e in particolare vini piemontesi che conosce e che ama: si chiama Adolfo Perret Bermúdez. Ma a nostro avviso la splendida cocina fusion peruana  si sposa in maniera magnifica con i nostri vini. Piatti peruani e vini piemontesi: Cebiche (gallinella cruda marinata)/ Riesling-Chardonnay 21012 di Oddero; Anticucho (spedini di cuore di manzo)/Grignolino 2014 di Spertino; Causa (polpo e gamberetti su patata)/Pitasso (Timorasso) 2013 di Claudio Mariotto. Al Lomo saltado ho accompagnato il Dolcetto 2014 di Brezza.Il tutto suggerito dallo chef Miguel Bustinza, ormai da anni a Torino con il suo Vale un Perù (zona San Paolo) e da Gloria Carpinelli, autrice del libro di cucina peruviana Il fiore della cannella (Ed. Il Punto, Piemonte in Bancarella).Il Pisco lo bevvi, la prima volta, nello stand del Perù in una qualche edizione degli anni Novanta alla Bit di Milano, dentro un bicchierino di plastica e non mi lasciò alcuna sensazione. Poi ne ho bevuto diverse volte, senza particolari attenzioni né con particolare interesse.

Il Pisco:  ho bevuto questo, regalatomi da Gloria Carpinelli.
E l’ho bevuto con i sensi allertati. E cambia tutto! Questo è un distillato puro di mosto ricavato da uve coltivate da secoli con il solo scopo di essere distillate per produrre Pisco. Ho bevuto distillati di ogni tipo, ma mi considero un esperto soltanto di whisky di single malt, per cui ho speso capitali e ne conosco almeno un centinaio. Mi è venuta la voglia di conoscere bene questo prodotto delicato e gentile, ma per parlarne con discernimento dovrei cominciare un percorso di comparazioni, di bevute, di chiacchiere, di letture.
Certo, questo che mi ha regalato Gloria mi ha messo delle voglie perniciose. Sul futuro, soltanto la volontà di qualche dio, magari Pachacamac…

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Gian Piero Marrone, i vini

«Un paio di giorni fa un giornalista monegasco mi ha detto: “Raccontami in breve qualcosa sulla tua famiglia, sul tuo lavoro e su cosa significa essere donna nel mondo del vino”.

In breve…ma come posso essere breve quando io e le mie sorelle stiamo vivendo la nostra esistenza in un mondo prettamente maschile, quando stiamo affermando pian piano la nostra personalità e il nostro gusto tra i nostri colleghi e amici uomini?

Sono Denise Marrone, titolare con la mia famiglia dell’Azienda Agricola Gian Piero Marrone, una piccola cantina di La Morra, nel cuore dell’area di produzione del Barolo, e nessuno mi fa pesare il fatto di essere donna, né che l’azienda sia in mano a tre sorelle, ma non è sempre stato semplice…

Mia nonna si chiama Rita, oggi ha 86 anni e una grinta d’altri tempi. Io e lei abbiamo trascorso insieme le nostre estati da quando avevo 13 anni: queste erano le mie vacanze. Conosco dal di dentro tutte le fasi della vita di una vigna, perché lei me le ha spiegate, nei lunghissimi e caldissimi giorni che abbiamo passato insieme. Un lavoro pesante, che però gli uomini non facevano, perché impegnati in faccende più importanti, come i trattori, che mio papà mi ha insegnato a guidare.

Uomo di larghe vedute ancora oggi che ha 60 anni: è stato il primo a dire che non c’era nessuna differenza tra maschi e femmine. Ricordo le domeniche passate con lui a far legna nei nostri boschi, io sul trattore e lui a terra…e lo ricordo con orgoglio, perché facevo un lavoro che a nessuna ragazzina della mia età era permesso fare. con la mia caparbietà ho aperto le porte a mia sorella Serena, che oggi è l’anima delle vendite all’estero della nostra cantina; anche in mercati come il Giappone, dove il fatto che siamo tutte donne non è visto di buon occhio: il nostro importatore ha contrattato fino alla fine con lei, ma ha firmato il contratto con mio papà…

Ma chi di noi ha la vita meno semplice è mia sorella Valentina, l’enologa: il lavoro di produrre il vino è faticoso, pesante fisicamente, ma di enorme soddisfazione per lei, perché sono suoi i complimenti sulla qualità del vino.

Siamo una famiglia di donne: orgogliose di esserlo perché stiamo guadagnando il rispetto e la stima dei nostri colleghi maschi, e sempre più donne hanno ruoli di rilievo nelle cantine. Io ho una figlia femmina: spero che Martina vorrà portare avanti il nostro amore per la nostra Terra e le nostre tradizioni, per la nostra cultura contadina e il buon vino. Con tanta passione e quel tocco di sensibilità in più tipico di noi donne».

Dell’Azienda Gian Piero Marrone ho trattato con dovizia nell’articolo di cui al link qui sotto. A parte l’intervento qui riportato di Denise Marrone – che quell’articolo intende completare riportandone le parole interessanti scritte in prima persona – mi preme parlare, entrando nei meriti tecnici, di alcuni loro vini.

Non tratterò del magnifico Dolcetto d’Alba DOC che bene conosco e che arriva dalla zona che iddio ha benedetto per coltivare questo vitigno: Madonna di Como, due passi da Alba. Dolcetto di giusta gradazione (12,5%vol.), franco, di pronta beva ma complesso al naso e in bocca: certo fra i 5/6 migliori che abbia bevuto (e di Dolcetto ne ho bevuti proprio tanti e con tanti, visti i magnifici antociani, ci ho dipinto).

Se il Dolcetto è tra i vini miei prediletti, altrettanto non posso dire dell’Arneis che mi piace poco per davvero. Ne producono due etichette: ho assaggiato, come già scritto, il “Tre fie“, e anche qui devo dire che fra i 5/6 Arneis che ritengo degni di essere bevuti, questo forse è il migliore (o il meno peggio, come dovrei dire); con un certo “tocco” personale che ho ritrovato in tutti, proprio tutti i vini Marrone.

Dei tre vini di cui intendo invece scrivere, comincio dallo Chardonnay DOC “Memundis” 2011. Qui questo vitigno, buono per ogni clima e terreno, dimostra la sua estrema capacità di sapere interpretare al meglio il territorio e la tecnica di cantina. Ne producono 7.500 bottiglie (15,20 €, prezzo in cantina): è un gran bianco, invecchiato 15 mesi in barrique austriache di Klaus Pauscha (doghe piegate a vapore) in primo passaggio, dove avviene anche la fermentazione malo-lattica. Chardonnay complesso, di bel colore giallo, al naso meno floreale e più erbaceo dei soliti: poi, miele e fichi hanno il sopravvento sulla vaniglia. 13,5%vol. per un vino che in bocca è piacevole, lungo e con un bel finale amarognolo. Davvero eccellente per un vino che mi piacerebbe valutare in verticale, certo che troverei una bella evoluzione almeno fino ai 5/7 anni.

Altro gran vino è la Barbera d’Alba DOC Superiore 2009 “La Pantalera”. Non ripeto l’etimologia del nome, ma preciso che le uve da cui si spreme sono prodotte da vigne di quaranta anni (zona di Alba), e si sente. 14%vol., 6.000 bottiglie (16,10 €, in cantina) con passaggio di 12 mesi in barrique già usate per lo Chardonnay. Bel colore rosso rubino, naso fruttato, in bocca ha una rara eleganza e grande armonia: chiaro che il finale è lunghissimo con una nota quasi abboccata che si spegne in quel tipico, leggero amarognolo che è la firma di questo produttore.

E infine SAR (leggi come: Sua Altezza Reale) il Barolo DOCG “Pichemej” 2009. Cru Annunziata e, direi, fotografia di questa zona: colore tipico ma un po’ meno scarico dei cru classici di Barolo (Cannubi, Brunate, Sarmassa…); al naso meno pepe e più note balsamiche con grandi sentori di frutta rossa matura che comincia (con i terziari) a virare verso caffè e tabacco. In bocca i tannini sono ancora ben evidenti ma già di elegante armonia. Il finale è quello di un Barolo di rango. 14,5%vol., per 10.000 bottiglie (39,60 €, ben investiti nel farsi una gran coccola in degna compagnia…).

Che dire, per finire: salute!

Ps: dimentico sempre di ricordare che il logo Marrone fu creato anni fa da un signore che si chiama Giorgetto Giugiaro.

http://www.vincenzoreda.it/marrone/

http://www.agricolamarrone.com/getcontent.aspx?nID=39&l=it

 

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La Taba, ristorante argentino su Barolo & Co

L’Argentina è un grande paese che si estende per circa 2,8 milioni di kmq (quasi 10 volte la superficie dell’Italia) nella parte sud-orientale del continente sudamericano. La sua popolazione attuale conta 42 milioni scarsi di abitanti dei quali almeno 25 milioni sono di origine italiana. Abitata con certezza dal 11.000 a.C., fu scoperta dagli spagnoli nel 1516. La sua colonizzazione fu lenta e non conobbe, data l’assenza di ricche civiltà e la scarsezza di risorse minerarie importanti, la massiccia deportazione di schiavi dall’Africa come il Brasile e altri paesi sudamericani.  Buenos Aires fu fondata nel 1580 e l’indipendenza dalla Spagna risale al 9 giugno 1816, grazie a Manuel Belgrano (a cui si deve la creazione della bandiera argentina) e al generale José de San Martìn, poi liberatore di Cile e Perù. Purtroppo, la storia di questo straordinario paese comprende due tremendi periodi di assurda barbarie.                                                                                                                                                                        Tra il 1860 e il 1885 venne intrapresa una serie di campagne militari, “La conquista del deserto”, che ebbe come obiettivo lo sterminio delle popolazioni indigene dal nord amazzonico all’estremo sud patagonico e fuegino: vennero annientate le popolazioni indigene dei Guaranì, dei Mapuche, dei Tehuelche, degli Yàmana e degli Ona. Di quest’etnia fuegina, descritta per la prima volta da C. Darwin, l’ultima rappresentante pura (si chiamava Virginia) scomparve nel 1999.                                                                                                                                                                            Poco più di un secolo dopo, tra il 1973 e il 1983, un’odiosa dittatura militare si macchiò di decine di migliaia di omicidi tesi ad annullare qualsiasi tipo di opposizione politica e ideologica. Per una cinquantina d’anni, a cavallo del XIX e del XX secolo, una massiccia immigrazione dall’Europa, soprattutto di italiani e spagnoli rese possibile un grande incremento dell’agricoltura e dell’allevamento.                                                                                                                                                            Ai nostri emigranti (prima dal nord e successivamente dal meridione) si deve lo sviluppo di un’importante attività vitivinicola nelle province occidentali di Cordova e Mendoza: il vitigno che venne adottato fu soprattutto il francese Malbec, a bacca rossa.                                                                                                                                                                             Le sterminate praterie, le famose Pampas che coprono le pianure argentine a sud di Buenos Aires fino alla Patagonia, permisero l’allevamento estensivo di pecore e vacche provenienti dall’Europa; due le razze che oggi sono più diffuse e la cui carne viene esportata e apprezzata in tutto il mondo: la scozzese Aberdeen Angus e l’inglese Hereford, razze robuste, adatte al pascolo e capaci di fornire abbondante e ottima carne.                                                                                                                                        A Torino si può trovare un’ottima cucina argentina in diversi ristoranti nei quali ho avuto modo di gustare sempre una carne eccellente, perché cucina argentina significa soprattutto carne e quasi sempre preparata alla griglia.                                                                                                                              Tagli differenti da quelli cui siamo abituati in Italia e vacche diverse, quasi sempre di razza Aberdeen Angus e, più di rado, Hereford: bestie di taglia media, piuttosto robuste e resistenti.                                                                                                            Per questo articolo ho scelto il ristorante La Taba, aperto nel luglio del 2015 in via Piave, 1,  quasi angolo con via Garibaldi. Locale luminoso, arredato con piacevole stile minimalista, un’ottantina di coperti e altri circa 25 nel dehors.                                                                                                                                                                                                        I titolari sono due trentenni argentini di lontana orine italiana: Pablo Miranda e Paola Giro, marito e moglie provenienti da Cordova, con due figli. Alla griglia,  Martìn Alejandro Lopez (da Bariloche, ma lunga esperienza in Italia) e in cucina Marcos Ponce, proveniente da Mendoza. Chiaro che qui si beve soprattutto un ottimo Malbec, ma il mio format prevede l’accompagnamento dei piatti tipici con vini piemontesi.                                                                                                                                                               Ho scelto 4 differenti tipologie di Barbera. Una DOC Monferrato casalese di un piccolo produttore con lunga tradizione e  accertata qualità: millesimo 2010 e 14,5% vol, per le empanadas; una DOC Superiore di Alba, 2014, 13,5% vol, per accompagnare el pastel de papas; un DOCG Nizza 2013, 14,5% vol, di grande produttore, affinato 15 mesi in barrique, per il vacìo; infine, un’altra magnifica Alba DOC 2014 14,5% vol, anche questa  elevata per 16/18 mesi in legno piccolo, per l’entrecote (Bife de chorizo, il nostro sottofiletto; il filetto si chiama Bife de lomo).  Le empanadas sono fagottini di farina ripieni di carne bovina, uova e spezie varie; importate in America dagli spagnoli, sono di origine mediorientale (simili alle celebri  samosa) e possono essere preparate sia fritte sia al forno.                                           El pastel de papas è un piatto sudamericano a base di soffritto di carne macinata e speziata su cui viene steso uno strato consistente di una tipica purea di  patate.                                                                                                                           Tutti accostamenti particolarmente azzeccati e con l’evidenza che potevano essere intercambiabili. La carne servita era, ovviamente, di manzo (bestie di taglia piccola, 4/500 kg e 18 mesi)) Angus argentino, importato sottovuoto. Eccellenti le salsine (consiglio il chimichurri, a base di prezzemolo e aglio) che però a me personalmente, piacendo il gusto quasi primordiale della carne grigliata, sono poco gradite.                                                                                                                                                             Come gusto personale, consiglio il vacìo: un taglio sottopancia di particolare gusto e di prezzo assai conveniente. Ho evitato le varie parrilladas (grigliate miste) e gli altri asados (tagli vari sempre alla griglia) semplicemente perché desideravo una carne particolare e allo stesso tempo classica.                                                                                                     In conclusione, l’acidità della nostra Barbera sposa benissimo il gusto della carne argentina e il ristorante (spesa media 25/30 €) si è mostrato disponibile, piacevole e con un servizio da raccomandare senz’altro.                                                                                                                                         Ah, dimenticavo, La Taba significa: La Stampa.

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Cucina giapponese: Miyabi a Torino, non soltanto sushi

Se come sosteneva Ludwig Feuerbach (filosofo tedesco,1804/1872): «Siamo quel che mangiamo», i giapponesi, con oltre 85 anni di aspettativa media di vita, mangiano proprio bene!                                                                                                                           Il Giappone (Nippon, nella loro lingua) è un arcipelago che si estende lungo circa 3.500 chilometri nell’oceano Pacifico, quasi parallelo alle coste cinesi, coreane e russe. Composto da migliaia di isole, il 97% della superficie totale (377.000 kmq) appartiene alle quattro principali: HonshūHokkaidōKyūshū e Shikoku. Con una popolazione di oltre 127 mln di abitanti, il paese è una delle prime economie mondiali.                                                                                                                                  Abitato già in epoche antichissime, l’arcipelago, secondo la tradizione leggendaria, si costituì in Impero attorno al VI/VII secolo a.C. Il buddismo venne introdotto nel VI secolo della nostra era e segnò in maniera importante le tradizioni giapponesi. Durante il medioevo fiorì la cultura dei samurai e degli shogun che, di fatto, detenevano il potere. Furono i portoghesi, nel XVI secolo, i primi occidentali a conoscere queste popolazioni che fino a quel momento erano vissute abbastanza isolate.                                                                                                                                                                           Fondamentale la guerra civile, 1866/1868, che portò alla restaurazione Meiji: gli shogun cedettero il potere  all’imperatore e questi aprì le porte del paese al resto del mondo.                                                                                                                                 Dopo la pesante sconfitta della Seconda Guerra mondiale, il popolo giapponese seppe ripartire con prontezza e in maniera efficiente: per almeno quattro decenni il Pil del paese crebbe ininterrottamente alla media annua di oltre il 10%!                L’arcipelago nipponico si sviluppa sopra una linea di faglia che costituisce la principale caratteristica tettonica dell’oceano Pacifico: dunque, paese devastato da terremoti, tsunami, eruzioni vulcaniche. Sono oltre un centinaio i vulcani attivi di cui il celebre Fujiyama, o Fujisan, è il più alto (circa 3.800 mslm).                                                                                                             Con le premesse di cui sopra, è comprensibile quanto le caratteristiche della cultura giapponese siano peculiari, raffinati e complessi. E, poiché la cucina tradizionale di un popolo ne rappresenta la sintesi storico-geografica, si capisce quanto quella giapponese sia altrettanto unica, sofisticata, multiforme.                                                                                                        Oryza sativa: è il nome scientifico del riso e la varietà che si coltiva più a nord si chiama japonica, a differenza di quella, indica, che alimenta le popolazioni del sud-est asiatico. Il riso fu domesticato dai cinesi intorno al VI millennio prima della nostra era e si diffuse rapidamente in tutta l’Asia, Giappone compreso. Qualche millennio più tardi furono le proteine della soia (Glycine max) a integrare la dieta dei primi insediamenti neolitici e permettere lo sviluppo di una civiltà importante; ovvio poi rimarcare il fatto che le popolazioni di un arcipelago solevano aggiungere alla loro alimentazione vegetale tutto quanto riuscivano a ricavare dal generoso mare che le circondava. Assodato quanto sopra, il sushi, ovvero riso e pesce, si può considerare il piatto simbolico e più rappresentativo del Giappone. Ma, attenzione: ridurre la cucina giapponese al sushi è un po’ come sostenere che la cucina italiana sia soltanto maccheroni e pizza…                                                                                               Nori sushi e nigiri sushi sono le due differenti maniere con cui questa specialità viene preparata; la prima è quella più conosciuta: rotelle di riso contenenti porzioni di pesce crudo, avvolte nell’alga nori; il nigiri sushi, invece, si presenta come polpettine di riso sopra le quali è adagiato il pesce. Bisogna precisare che il riso per il sushi è sempre trattato con aceto di riso fermentato.                                                                                                                                                                                                L’altro piatto assai noto è il sashimi: semplice pesce crudo, in genere tonno, maguro, (il taglio più pregiato è la ventresca che viene chiamata: otoro), insaporito da particolari salse.                                                                                                                       Tra queste, insieme a quelle rinomate di soia, occorre ricordare il wasabi: è ricavata dalla radice di una brassicacea – famiglia che comprende senape, cavolfiori, verze, ecc. – Eutrema japonicum, spesso chiamata Wasabia japonica, coltivata a climi freddi e in acque purissime; viene poi trattata e raffinata usando come grattugia la pelle di squalo: non è semplice trovare in Italia il wasabi originale, parecchio costoso…                                                                                                                          Il brodo di pesce, dashi, le numerosissime alghe, i poco conosciuti noodles o spaghetti (ramen, soba, udon) di grano, grano saraceno, riso e soia; le innumerevoli zuppe e la carne (a esempio, il tonkatsu: cotoletta di maiale con cavolo e il costosissimo manzo di Kobe dalle carni marezzate) sono alcune specialità giapponesi non abbastanza note. La tempura, verdura e pesce fritto in pastella, è un piatto di contaminazione portoghese.                                                                                      I giapponesi usano bere sakè (riso fermentato con lieviti koji) e tè, ma apprezzano il vino e, curiosità, sono grandi intenditori e ottimi produttori di whisky  di malto. Parlando di cucina giapponese non si deve dimenticare la raffinata arte della coltelleria che permette di usare in tavola le bacchette, hashi. Altrettanto fondamentale è l’arte di impiattare secondo precisi dettami che armonizzano volumi e colori dei piatti.                                                                                                                      Il giovane Masanori Tezuka, nel suo ristorante Miyabi, aperto da circa un anno a Torino – due passi dalla chiesa della Gran Madre – mi ha guidato nella conoscenza della tradizione cucinaria giapponese e aiutato a scegliere alcuni vini piemontesi con cui accompagnare al meglio i suoi piatti eccellenti.                                                                                                                   Masanori, da quasi otto anni in Italia, è un maniaco nella scelta delle materie prime: pesce, verdure (che spesso coltiva da sé), alghe e riso sono sempre di prima qualità e, quando possibile, importati dal Giappone.                                                        Abbiamo cominciato con un piatto a base di germogli di bambù biologico che ho accompagnato con un Cortese di Gavi DOCG biodinamico, senza solfiti aggiunti, che ho gustato anche con una magnifica ombrina marinata con alghe kombu, erba shungiku e limone giapponese yuzu. Un altro Cortese, questo soltanto bio, ha con grande dignità accompagnato una gelatina di sesamo insaporita con wasabi. Per gli spaghetti di grano saraceno, con gamberi e piccoli asparagi, ho scelto un Timorasso di un paio d’anni di gran corpo, lunghissimo: magnifico.                                                                                                     Per tenere compagnia a un nigiri sushi, memorabile, ho scelto due ottimi Riesling: uno di La Morra e l’altro di un grande produttore di Serralunga; i nostri bianchi, quando sono figli di grandi produttori, reggono il confronto con vini assai più blasonati! Gustare  capesante di Hokkaido, salmone scozzese con relative uova, gambero rosso di Mazzara con uova di pesce volante, ombrina e fettine di tonno affumicato e fermentato, bevendo un grande Riesling di Langa è un bel modo di onorare sé stessi, chi ha preparato i piatti e chi ha spremuto da par suo le uve…                                                                                 Ho finito bevendo Freisa di Chieri, sia frizzante sia ferma, con un semplice petto di pollo reso sublime da una salsa di riso fermentato: credo che anche un giovane Nebbiolo, magari roerino, non avrebbe fatto brutta figura.

 

 

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TanThanh di Phuoc, cucina vietnamita a Torino

Per i figli degli anni Cinquanta, Vietnam è una parola che significa tanto di più che  il nome di uno stato, un semplice toponimo.                                                             Vietnam significa alcune immagini che sono entrate nella storia della comunicazione e della fotografia; significa tutta un’epopea cinematografica che ha lasciato capolavori assoluti – Apocalipse now, Full metal jacket, Il cacciatore…-; significa quel filone straordinario che fu la musica pop di protesta. Eppoi ancora, le prime manifestazioni di piazza, scandendo i nomi di personaggi eletti a icone della immaginazione di  adolescenti affamati di miti: Ho Chi Minh e Vo Nguyen Giap accanto a Che Guevara, Fidel e Salvador Allende.                                                      Oggi, per i cosiddetti millennials, Vietnam significa soltanto, forse finalmente, il nome di uno stato asiatico che si estende nella regione dell’Indocina tra il Tropico del Cancro e il 10° parallelo. Paese disegnato secondo l’asse nord-sud, lungo e stretto come l’Italia e come l’Italia esteso per circa 300.000 Kmq, ma con oltre 90 milioni di abitanti, giovani per la grande maggioranza.                                                 Nazione di gente fiera che ha una lunga storia di guerre contro invasori cinesi, e poi mongoli, giapponesi, francesi e, per finire in gloria, americani: sempre vincenti.        Il Vietnam, proclamato indipendente il 2 settembre 1945 da Ho Chi Minh, dopo i milioni di morti e di emigranti disperati – allora si chiamavano “boat people” – e dopo la riunificazione del 1975 si è trasformato in un paese che vede il suo Pil crescere del 7/8% ogni anno, con un reddito procapite in rapida ascesa, oggi intorno ai 4.000 Us$. Regione tropicale, ricca di foreste e di acque – il Mekong è uno dei più grandi fiumi del mondo -, perlopiù collinare, con un paesaggio parecchio modificato dall’importante antropizzazione che ne ha trasformato la morfologia con i caratteristici terrazzamenti per la coltura del riso. Ma il Vietnam produce moltissimi altri prodotti agricoli e tra questi il suo caffè è considerato uno dei migliori. La conformazione del territorio e il fatto di essere un “paese verticale”, bagnato dal mare Cinese a est e dal  Pacifico a sud, ne esalta la biodiversità sia nella fauna sia nella flora. Ovvio che tale caratteristica si ritrova nella sua ricca tradizione cucinaria. L’influenza cinese prima e francese più tardi hanno reso la cucina tradizionale vietnamita di particolare interesse e di peculiari caratteristiche.                                Le sue materie prime fondamentali sono le medesime che esprimono la cucina cinese e quella indocinese: riso e soia; ma le differenze della tradizione vietnamita rispetto a quelle limitrofe consistono nell’uso di moltissimi vegetali con cotture perlopiù a vapore, insaporiti con varie spezie e salse più o meno tradizionali. Sono infatti le zuppe a costituire il nucleo forte della cucina vietnamita: zuppe preparate nelle maniere più svariate a base di carne, pesce o soltanto vegetali. Il piatto nazionale, il Pho, è infatti una zuppa di manzo e noodles di riso con lontane origini mongole. Il Nuoc Mam è il principale ingrediente per insaporire quasi tutto il cibo vietnamita: è una salsa ricavata dalla fermentazione delle acciughe, simile alla nostra colatura di alici ma diluita e resa assai meno forte. Molto usato è il latte di cocco e altrettanto il lime e le sue aromatiche foglie. Come in Cina ritroviamo gli involtini, Cha Gio, più leggeri e soprattutto meno grassi di quelli cinesi. Altro piatto importante è il Lau che ricorda la fonduta di carne francese. I vietnamiti producono un’ottima birra che accompagna i loro pasti insieme ai vari fermentati di riso. I piatti vengono serviti tutti insieme e consumati usando le classiche bacchette la cui azione è resa efficace da un taglio accurato degli ingredienti. Io ho assaporato la doverosa Pho, preparata in maniera classica e accompagnata da una straordinaria salsina piccante rossa. Ho poi gustato la zuppa Tom Yum, una preparazione leggermente acidula a base di gamberetti, citronella, funghi, lime e foglie di lime: deliziosa. La zuppa era accompagnata da riso Jasmine cotto a vapore; questo riso è originario della Thailandia, sempre della varietà Indica, ma più profumato rispetto al Basmati, coltivato in India e Pakistan (jasmine in inglese significa gelsomino).                  Altro piatto notevole i Goi Cuon: involtini a base di pancetta e gamberi con spaghetti di riso e germogli di soia, preparati sia in tempura sia crudi, eccellenti entrambi. Ho poi concluso il mio pasto con un dolce leggero assemblato con crema di soia, pasta frolla e farina di riso aromatizzata ai frutti del pandano.                                                                                La cucina vietnamita è ideale per essere accompagnata da vini delicati bianchi o rossi di corpo non eccessivo. Per le zuppe il nostro Grignolino, sia astigiano sia casalese, è ideale, ma anche i rosati di Nebbiolo o la Freisa di Chieri ben si prestano alla bisogna. Quanto ai bianchi, consiglio vini non eccessivamente fruttati: ottimi la Favorita e la Nascetta, ma anche l’Erbaluce del Canavese non fa brutta figura, anzi.  Personalmente, suggerisco alcuni eccellenti Riesling prodotti da bravi vignaioli in Langa: questo vitigno sa essere straordinario anche nelle nostre terre, sempre ammesso che sia prodotto con le dovute attenzioni. Con i dolci, sarò banale: un ottimo Moscato d’Asti o anche uno dei tanti eccellenti passiti piemontesi certo non stonano. Per chi volesse andare oltre, propongo di finire un pasto vietnamita con le bollicine dell’Alta Langa o, addirittura, con un metodo classico a base Nebbiolo: oggi se ne trovano di qualità sorprendente.                                                                      In Italia i ristoranti vietnamiti non sono più numerosi delle dita di una mano; a Torino abbiamo la fortuna di averne uno in zona quadrilatero. Phuoc (si legge Fu) è un giovanotto poco più che trentenne nato a Giaveno, penultimo di otto fratelli, da una coppia di rifugiati vietnamiti giunti in Italia nel 1978. Dopo il diploma di ragioniere, Phuoc cominciò a lavorare con i suoi genitori nell’emporio di merci orientali che ancora oggi gestiscono a Porta Palazzo. Circa tre anni fa decise di aprire un suo ristorante in via delle Orfane, 17/f e di chiamarlo con lo stesso nome del negozio di famiglia: Tan Thanh. Il locale è arredato in maniera minimalista e luci soffuse per circa 40/50 coperti. La materia prima è ottima, si può bere la buona birra Saigon e c’è una sorprendente carta dei vini; si spendono non più di 25 € per un pasto completo. Phuoc ha imparato a cucinare dalla mamma Hu: personalmente, non posso che consigliare una visita di questo locale per gustarne la leggera e saporosa cucina.

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La cucina che non c’è: piatti americani con vini piemontesi

Il primo europeo che mise piede nel Nordamerica fu un italiano al servizio del re inglese Enrico VII nel 1497: Giovanni Caboto, con il figlio Sebastiano, toccò terra in Nuova Scozia. Nei primi anni del XVI secolo alcune spedizioni spagnole esplorarono il sud degli odierni Stati Uniti e le coste della California con sporadiche incursioni nell’interno.                                                                                             Bisognerà aspettare le iniziative del re inglese Giacomo I che avviò nel 1606 una serie di imprese che avevano lo scopo di colonizzare il nuovo continente “usando” dissidenti religiosi e galeotti. Una prima spedizione fondò, con scarso successo, una colonia in Virginia, Jamestown, nel 1607; ben più importante  fu la spedizione successiva: nel dicembre 1620 un centinaio di calvinisti, i Padri Pellegrini provenienti da Inghilterra e Olanda a bordo del Myflower, sbarcarono sulle coste dell’odierno Massachussets e fondarono la colonia di Plymouth. L’insediamento si consolidò, anche con l’aiuto delle popolazioni locali (Seminole, Creek e Cherokee) che condivisero con i nuovi arrivati le loro conoscenze in fatto di caccia e agricoltura. L’anno seguente i circa 50 sopravvissuti, insieme con un centinaio di nativi, festeggiarono in ottobre il primo raccolto: per tre giorni fecero festa mangiando soprattutto tacchini e mais. La festa fu resa istituzionale nel 1623. Da allora il quarto giovedì di novembre ogni famiglia americana si riunisce per onorare il Thanksgiving Day, giorno del ringraziamento, e consumare il tacchino arrosto, piatto che può considerarsi nazionale e che accomuna tutte le etnie che hanno contribuito a realizzare gli Stati Uniti d’America come sono oggi: circa 9 mln di kmq che ospitano 325 mln di abitanti dalle origini più varie, soprattutto europei ma anche cinesi, neri africani, giapponesi, ispano-americani.                                                               Dopo l’indipendenza del 4 luglio 1776, ai 13 stati originari furono aggiunti la Louisiana, acquistata dai francesi nel 1804 e i territori dell’ovest: California, Texas, Oregon, Utah, Arizona, acquistati dal Messico nel 1848.                                  Subito dopo la guerra di Secessione, 1860/1865, che costò 750.000 vittime (più di ogni altra guerra successiva, Seconda Guerra Mondiale compresa), cominciò la massiccia migrazione verso il mid-west e il west, con il contributo fondamentale di milioni di europei che arrivavano da Irlanda, Italia, Polonia, Francia…                       A fine Ottocento gli Stati Uniti acquistarono l’Alaska dall’Unione Sovietica e nel 1959 inclusero nell’Unione il 50° stato: le Hawaii.                                                                 I nativi del Nordamerica all’arrivo degli europei non superavano il milione di individui, dispersi in un territorio immenso e raggruppati in moltissime tribù nomadi e seminomadi che vivevano essenzialmente di caccia e raccolta e che avevano nelle immense mandrie di bisonti (circa 70 mln di capi) il loro principale sostentamento in termini di carne e pellicce. Per la verità, i pellerossa non furono sterminati dalle malattie, come successe in Messico e in Perù, e nemmeno dalle armi: furono ghettizzati nelle riserve dopo il macello inenarrabile che i nuovi americani fecero del bisonte. Alla fine del 1800 dei 60/70 mln di capi non restavano che poche migliaia di animali.                                                                                                                       Oggi i nativi americani ammontano a circa 2,5 milioni di individui. Contemporaneamente algrande sterminio dei bisonti, cominciava l’allevamento intensivo di vacche, soprattutto bestie da carne e tra queste in particolare l’Aberdeen Angus. Oggi gli Stati Uniti allevano circa 100 mln di capi e l’Angus è la razza più diffusa: una vacca a mantello nero, non molto alta al garrese ma assai pesante (almeno 7 ql le femmine e oltre una tonnellata i tori).                                               La lunga introduzione qui sopra serve a capire che parlare di cucina americana per certi versi non ha alcun senso: ogni etnia ha portato nel nuovo continente le proprie tradizioni e le differenti caratteristiche geografiche e climatiche diversificando ulteriormente le abitudini alimentari. Nazioni come quelle ebrea, italiana, cinese, irlandese, polacca, greca hanno mantenuto per lo più le loro abitudini alimentari, pur in una cultura che della globalizzazione e del “cibo spazzatura” ha fatto regola quotidiana.                                                                                               Attenzione: l’America non è New York o Boston, né San Francisco o Los Angeles: l’America è il mid-west dell’Ohio, del Kentucky, dell’Oklahoma; è il profondo sud razzista del Tennessee, dell’Alabama; è il sud-ovest dell’Arizona, del New Mexico, della California, senza dimenticare Hawaii e Alaska.                                            Ebbene, in tutto questo ancor giovane marasma di popoli e di tradizioni, sulla base di quanto puntualizzato sopra, ci sono tre specialità gastronomiche che accomunano tutte queste differenti etnie: il tacchino arrosto del Thanksgiving Day, il t-bone grigliato e il barbecue di maiale.                                                            Cominciamo dal tacchino, Meleagris gallopavo o ocellata: è un volatile tipico dei boschi nel Nordamerica e ancora oggi è possibile osservare branchi selvatici di tacchini che scorrazzano nutrendosi di cereali, frutta, bacche e insetti. Gli esemplari più grandi possono superare i dieci kg di peso. Inutile sottolineare che il tacchino arrosto non è un piatto di particolare raffinatezza: in fondo rispecchia i gusti abbastanza rustici dell’americano medio; per una simile specialità suggerirei ai miei amici produttori di vino di convincere i loro clienti nordamericani a gustare in accompagnamento un nostro bel Dolcetto piemontese. Forse la DOCG Dogliani si presta meglio alla bisogna con la sua struttura, i suoi frutti rossi e quella bella persistenza che regge bene la grassa rusticità della carne di tacchino. Andrebbero bene anche i Dolcetto di Diano e quello, più fine, di Alba, magari del grande Cru Madonna di Como.                                                                                                La bistecca di Angus – almeno 1,5 kg, soprattutto se di prima scelta (Prime o Cab, a seconda dell’Ente di certificazione) con le sue straordinarie marezzature di grasso diffuse nel magro, caratteristica tipica dovuta al nutrimento delle vacche con mais e cereali – è invece un piatto sopraffino, ancorché se la carne di prima qualità è cotta a puntino. Per questa specialità dimentichiamoci luoghi comuni come Barolo o Barbaresco: vini troppo raffinati per reggere il confronto con il gusto forte della carne; come già scrissi per le specialità argentine, questo è territorio di privilegio delle nostre grandi Barbera. Il meglio è senza dubbio una Barbera delle DOCG Asti o Nizza, con la sua grande acidità e sapidità può dialogare alla pari con la nostra t-bone di Angus; attenzione a non bere un vino più vecchio di 3/5 anni! Barbera d’Asti certo, ma anche d’Alba, più delicata o del Monferrato casalese non andrebbero incontro a brutte figure.                                                                                                        Per comprendere a fondo il rito americano del barbecue (termine di origine caraibico) bisogna leggere gli scritti di Michael Pollan: mangiare panini riempiti di pezzi croccanti di pelle misti a una sapiente dose di grasso e magro di carne di maiale grigliata e insaporiti con salse varie rappresenta qualcosa di più di un semplice pasto. È come officiare una cerimonia collettiva in cui a volte intere comunità si ritrovano a confermare la loro identità. Certo che le nostre Barbera e i nostri Dolcetto accompagnerebbero bene assai questi grondanti panini, ma io suggerirei la franchezza della Freisa, sia ferma sia “mussante”.                                               Purtroppo, lo spazio non consente di parlare di un’antica, forse di origine indiana, specialità nordamericana riscoperta dal mio amico Gianni Leopardi: il salmone cotto sulle tavolette di cedro rosso. Spero di avere in futuro l’occasione di descrivere questo piatto sensazionale.

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Con i fiori della Magnolia arriva la Primavera

Si tratta di due esemplari di Magnolia x Soulangeana (la x tra genere e specie indica una pianta ibrida). Sono in Piazza dello Statuto a Torino. Sono tra le prime piante a fiorire appena giunge la Primavera e i colori dei suoi fiori sono bellissimi. Io ne sono affascinato e mi piace fotografarli appena posso.

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I miei auguri per la Santa Pasqua

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Ecco il mio ultimo lavoro per augurare a tutti i miei amici un Buona Santa Pasqua (Cristiana, pare ovvio).

In formato 35×50 cm. è stato realizzato su carta Fabriano 50% Cotton, 300 gr.

Ho usato il Ruchè Terra, 2016 (15% vol) di Cascina Tavijn di Katia Verrua (Scurzolengo, Asti).

Auguri e salute a Tutti.

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Vincenzo Reda, un bel curriculum

Sono nato in un paesino della Sila Grande (Calabria), nel 1954 durante la vendemmia. Dal 1960 vivo a Torino.

L1130865 1Ho conseguito il diploma di aiuto regia  nel ‘75 con Adriano Cavallo (aiuto di Orson Welles) al Centro sperimentale di Arte drammatica di Torino con un allestimento de I morti senza tomba di J.P. Sartre; ho lavorato al Gobetti come direttore di scena e direttore delle luci per La calzolaia ammirevole di Federico Garcia Lorca.

Nel ‘76 con Plinio Martelli ho girato il film sperimentale di body art Ogni corpo occupa un suo spazio che è stato presentato alla biennale di Venezia lo stesso anno e oggi è proprietà della Gam di Torino. Poi fino all’83 ho fatto molte mostre di fotografia, delle quali la più importante nel 1980: Il diavolo ti vuole, performance con Bruno Chiarenza, presentata per la prima volta al  Postino Cheval di via Palazzo di Città.

Tra il 1976 e il 1978 ho avuto importanti esperienze a Radio e TeleTorino International e, soprattutto, a Radio ABC Italiana, di cui sono stato direttore e per cui ho realizzato diverse trasmissioni e scritto testi originali.

Tra il 1979 e il 1996 ho diretto aziende, di cui ero socio, nel settore della comunicazione e dell’editoria. Nel biennio ‘89/91 ho ricoperto la carica di Vicepresidente dei Giovani Industriali di Torino e, tra il 1993 e il 1995, sono stato Vicepresidente nazionale dell’Aipe (Associazione piccoli editori italiani). Tra il 1996 e il 2011 ho lavorato come consulente per le riviste Prima Comunicazione, Oasis, Airone,  Archeo e Medioevo, oltre che di numerosi enti fieristici (Ancona, Torino e Cosenza).

Ho cominciato a scrivere di vino e di cibo nel 2003.HPIM0473.JPG

Nel 1989 ho pubblicato il mio primo libro: un volume di poesia sperimentale Caccole e tentlalia e dal 1993 dipingo col vino su carta, stoffa e cristallo. Nel 2009 ho pubblicato Più o meno di vino per Edizioni del Capricorno. Nel 2010 è uscito Quisquilie & Pinzillacchere per i tipi di Graphot. Nel 2011 ho pubblicato per Newton Compton 101 Storie Maya che dovresti conoscere prima della fine del mondo. Lo stesso libro è stato distribuito da Focus Storia nel novembre dl 2012, ristampato per Gruner-Mondadori. Nel 2012 è uscito per Graphot Rime Sghembe e nel luglio del 2013 per Edizioni del Capricorno: Di vino e d’altro ancora. Per i tipi di Cinquesensi Editore è  uscito nel 2014  Sulle ali del Barolo di Gianni Gagliardo di cui ho curato le illustrazioni.

Il 28 dicembre 2014 ho partecipato a Mela Verde, Canale 5, intervistato da Edoardo Raspelli.img_7539

Ho cominciato a esporre i miei quadri dipinti con il vino a Capo Liveri (Isola d’Elba) nel 1998; sono stato invitato a partecipare alle principali manifestazioni legate al vino in Italia e ho esposto in molte città italiane, negli Usa e in India. Ho mostre permanenti presso i ristoranti Li Jalantuumene, Monte S. Angelo (FG) e L’Ostu Duca Bianco di La Morra (CN). Ho realizzato etichette per vini importanti e alcune mie opere sono state acquistate da collezionisti di India, USA, Brasile, Germania, Sud Africa, Cina e Giappone. La mia scacchiera di vino su cristallo è stata usata in occasione delle Olimpiadi degli scacchi a Torino, nel 2006.

Attualmente scrivo sul periodico professionale Barolo & Co e su Focus Storia.

Curo personalmente dei corsi di storia del cibo e del vino a Eataly Lingotto. Sono consulente per la comunicazione di alcuni importanti produttori di vino. Dal 2012 collaboro, con diversi ruoli, all’evento Collisioni in Barolo.

Sono sposato dal 1990 e ho una figlia indiana, adottata nel 1998 (nata a Bombay nel 1992).

Vincenzo Reda - Via Piave, 9 - 10122 Torino - Tel/Fax: +39011 4362398 - Cell: +39335 535882810405264_721187604591479_4244521715593523021_n

redavincenzo@libero.it

www.vincenzoreda.it

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Painted with Chianti wine and my right foot (2006)

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Gianni Gagliardo: quando l’etichetta diventa arte concettuale

Il pomeriggio di giovedì 21 novembre 2013 mi sono recato a La Morra, nella cantina di Gianni Gagliardo per firmare (con lo stesso vino con il quale ho dipinto le etichette, e stessa bottiglia di Preve) uno a uno i 73 poster che portano stampate le 73 etichette che ho dipinto con il Barolo Preve 2007, in rilievo. Ognuna di queste etichette sarà attaccata sopra una bottiglia di quel Barolo portentoso e a ogni acquirente verrà dato in omaggio il relativo poster con lo stesso numero della bottiglia (entrambi numerati da 1 a 73): così che ogni possessore di bottiglia sarà partecipe di un lavoro artistico più globale che ha inteso unire l’uno con l’insieme, il singolo con la collettività, il micro con il macro. Il Brahman con l’Atman, secondo la concezione vedica e upanishadica hindu.

In nome del Vino. In nome del Barolo. E grazie alla sensibilità di un produttore fuori del comune.

http://www.vincenzoreda.it/etichette-dautore/

 

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La ragazza con la Leica

gerda

«Gerda era Gerda…Era la gioia di vivere. Qualcosa che esisteva, si rinnovava, accadeva ovunque».

Conclusa l’ardua, e oltremodo soddisfacente, lettura del Don Chisciotte, in questi giorni ho letto questo libro di Helena Janeczek appena pubblicato (332 pp. 18 €, Guanda). Lavoro complesso in cui è narrata la storia di Gerda Taro (pseudonimo di Gerta Pohovylle), fotografa tedesca morta a 27 anni durante la guerra di Spagna. La vicenda di questa straordinaria figura viene raccontata annodando e sciogliendo più volte il filo del tempo. Di scrittura non semplice, tra il saggio e il romanzo, mette in luce il fascino carismatico della giovane donna, borghese ebrea e comunista, compagna di Robert Capa (André Friedman), il grandissimo reporter caduto egli pure qualche anno più tardi, 1954, in Indocina. Di non facile lettura e per palati assai fini, mi sento di consigliarlo con convinzione.

 

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Le sigarette de “Il partigiano Johnny”

fenoglio«Johnny uscì, cascò seduto sull’ultimo gradino della farmacia ed accese la sigaretta, con cura leziosa, badando ad irrorare di esatto fuoco la prima rondellina della sigaretta. Fumava a lunghe e lente inspirazioni  ed il fumo espirato affogava rapdamente nella nebbia. Ma a metà sigaretta era già surfeited del fumo, per troppa vacuità di testa e di intestino. Fu così un mozzicone piuttosto lungo quello che getto, alzandosi per il ritorno.»                                                                                                                                                 «[…] prese ad arrotolarsi una sigaretta. Da essa trasse poi strane, verdastre boccate, con un sapore involuto e medicinale. Fumava con greve ripugnanza e con un gusto invincibile, e Johnny tanto era fisso, a lui e al suo fumo erboso che Costantino sospirò e ne arrotolò un’altra per Johnny dalla sua magra borsetta del tabacco. Era una miscela di tabacco razionato e d’un’erba di recente invenzione e scuotevano la cenere in una vecchia conchiglia di mare. Poi il rullo del tamburo di Drake suonò nella casa d’alta collina e si espanse in uno dei più selvaggi e tetri angoli di langa».                                                                                                                                                                              Ho appena finito di leggere “Il partigiano Johnny” – Einaudi Super ET, 510 pp., 14 € – e il bellissimo saggio di Dante Isella sulla lingua usata da Beppe Fenoglio in questo lavoro non finito e pubblicato postumo nel 1968.                                                                                                                                                                                                I passi riportati sopra li ho scelti tra le numerose situazioni nelle quali Fenoglio si sofferma a descrivere fenoglio-1l’atto di fumare una sigaretta nei momenti i più vari. Nessuno come Fenoglio ha saputo rendere con tanta accurata passione il gusto di fumare una sigaretta. Egli era un fumatore più che accanito e di questo ne morì il 18 febbraio 1963 a neanche 41 anni, cancro ai bronchi. Era nato in Alba il 1° marzo 1922.                                                                                                                                Di Fenoglio ho letto diversi altri libri, i più importanti, ma questo mi è rimasto nell’immaginazione.
Lettura ardua, all’inizio faticosa; lingua lontana dai miei stilemi di armonia e estetica.
Quando ho capito che mi ero gettato dentro un gerbido o un rittano, ho cominciato a apprezzare quella scrittura orpellosa, barocchevole quando non goticheggiante, angolare, arzigogolata. Il freddo, le nebbie, il fango, il bosco, la fame, il fumo di una sigaretta. Quelle sue primordiali essenze mi hanno riportato a J. London dei Racconti del grande nord.
Eppoi l’immensa lezione storica.
Mi sono conservato Beppe Fenoglio dopo i miei 60, e bene ho fatto.

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Pisco, altri lavori

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I colori del Pisco, dedicati al Perù

I lavori sopra illustrati sono acquerelli diluiti con distillati, Grappa e Pisco. E’ una sperimentazione che vedrà soltanto poi l’uso del Pisco con soggetti ispirati alla cultura e alla storia del Perù. I distillati con cui uso i colori ad acqua sono più densi e asciugano più velocemente, dunque la tecnica è un poco diversa di quella “normale”. Questi sono in formato 35×50, i prossimi invece saranno 50×70, sempre su carte Fabriano o Archer.

Come al solito, i miei lavori hanno una struttura e una genesi concettuale: uso, come con il vino, soltanto distillati che conosco e che ho bevuto.

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Un regalo: la più bella pagina di tutti i tempi scritta sul calcio

Io non ho molte certezze, ma su quanto segue non nutro il benché minimo dubbio: Osvaldo Soriano ha scritto la più bella pagina di tutti i tempi dedicata al calcio. In queste parole c’è l’essenza del calcio, c’è tutto quello che è il calcio vero.

1274471002350betdnDi Soriano ho letto tutto, e come per Fante, ho un amore svergognato: li accomuna il rapporto straordinario con i rispettivi padri.

Soriano ha scritto molto di calcio, tra le altre – tutte strepitose – mi piace citare anche la pagina dedicata a Obdulio Varela, l’eroico centromediano dell’Uruguay, campione del mondo il 16 luglio del 1950 allo stadio Maracanà di Rio de Janeiro, contro il Brasile che aveva vinto anzitempo, come spesso succede nel calcio, la partita che doveva ancora giocare.

La pagina che segue è tratta dal racconto Primi amori, dal volume Pensare con i piedi – titolo originale: Cuentos de los años felices -, scritto nel 1994 e pubblicato nel 1995 da Einaudi.

Osvaldo Soriano se l’è portato via un cancro ai polmoni – come suo padre – nel 1997, a soli 53 anni. Era stato un promettente centravanti.

“Tutte le volte che comincio un viaggio lungo, ricordo alcune cose di quando ancora neppure sognavo di scrivere romanzi all’alba né di prendere aerei né di dormire in alberghi lontani. Quelle immagini vanno e vengono come un’amaca vuota: la mia prima fidanzatina e il mio primo goal. La prima fidanzatina era una ragazza dai capelli nerissimi, timida, che adesso sarà sposata e avrà figli in età da rockanrol. È stato con lei che ho fatto l’amore la prima volta, un lunedì del 1958, nell’ora della siesta, in una fila di poltrone sgangherate di un cinema vuoto.

[…] Passavamo il tempo al cinema, ad accarezzarci sotto il suo cappotto che ci copriva le gambe, e credevamo che il padre non se ne accorgesse. Forse era così: se ne stava chino, assente, masticando il sigaro spento, innervosito per il fumo e per il calore della cabina di proiezione. Ma la madre non ci perdeva di vista e in quell’infelice pomeriggio d’inverno aveva fatto irruzione nel botteghino e aveva cominciato a mollare ceffoni alla mia fidanzatina.

Seppi poi che facevamo l’amore tutti i giorni, ma allora supponevo che vi fosse un solo modo possibile e che se lei lo avesse accettato, finalmente si sarebbe verificato il momento più glorioso dell’esistenza. E quell’istante, in una vita normale, è paragonabile solo a un altro istante, quando il pallone entra davvero in una porta per la prima volta, e non c’è Dio più felice di uno che esulta a braccia aperte urlando verso il cielo.

Quel tale, trent’anni fa, sono io. Ancora oggi, in un eterno replay, corro a cercare abbracci e ascolto in sordina il rumore della tribuna. So che queste confessioni contribuiscono al mio discredito nell’alta torre degli scrittori, ma io continuo a essere lí, in agguato tra il 5 che mi spintona e Hacha Brava che mi tira per la maglia mentre stiamo pareggiando e un’ala con il ciuffo imbrillantinato tira un rasoterra centrale, nel mucchio, alla sperandio. Il respiro mi si è arrestato ma sono lucido e freddo come un killer. Il nostro centromediano ha appena pareggiato con un tremendo tiro da trenta metri che ho festeggiato senza abbracciarlo e in questo contropiede, ormai verso lo scadere del tempo, intuisco segretamente che la mia vita cambierà per sempre.

La paura di perdermi nel groviglio di gambe, nell’inferno di urla e gomitate, è ormai passata. Il 10, che è un veterano di mille battaglie, arriva in diagonale e manca la palla perché il destro gli serve solo per stare in piedi. Inesorabilmente, quel gesto fallito spiazza tutta la difesa e il pallone finisce rotolando alle spalle del 5 che si gira disperato per metterlo in corner. Allora arrivo io, come nei nostri film, con il piede morbido per non far alzare il tiro e colpisco forte, in diagonale, e anche se non sembrerà vero quell’immagine è ancora viva in me, quale che sia l’albergo in cui mi trovo.

Come l’altra, nell’ora della siesta, nella poltrona sgangherata del cinema deserto. Ci baciamo e senza volerlo, perché i ceffoni le bruciano ancora sulla faccia, la mia prima fidanzatina finalmente si abbandona e mi accoglie mentre i suoi seni che forse avevano accettato la carezza del nostro spregevole centromediano tremano e trottano, scappano e scoppiano, oggi che le nostre vite sono accanto ad altri e il mio albergo è tanto lontano dal suo.”

Gennaio 2009

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Selfportrait of a young genius: me (I was 22, in 1976) with Patrizia

Questa foto la feci in via Frejus nel 1976. Le immagini sullo sfondo rappresentano la mia ricerca di body-art fatta in quel periodo e sono scatti di miei testi poetici (stampati alla rovescia) scritti sul corpo, non identificabile quindi mera superficie, di Patrizia. Mi stupisco ancora oggi: ero un vero genio, allora…Oggi non so più quel che sono.

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La Luna in piazza V. Veneto, a Torino

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Tre perle russe: Zinaìda, Anna e Marina

Zinaìda Nikolàevna Gippius, nacque nobile l’8 novembre 1869 in Russia e morì poverissima il 9 settembre 1945 a Parigi. Era celebre per le sue raffinate stranezze e per citare sé stessa sempre al maschile ( pur sposata con un celebre scrittore).

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Un filo di ragno

Attraverso un sentiero del bosco, in un comodo cantuccio,

un elastico e lindo filo di ragno,

asperso di allegria solare e di ombra,

è sospeso nei cieli; e con un tremito impercettibile

il vento lo fa vibrare, tentando invano di strapparlo;

il filo è saldo, sottile, diafano e semplice.

È tagliata la viva cavità dei cieli

Da un alinea sfavillante, da una corda policroma.

Noi siamo avvezzi a stimare solo ciò che è confuso.

Con falsa passione nei nodi ingarbugliati

cerchiamo sottigliezze, riteniamo impossibile

congiungere nell’anima semplicità e grandezza.

Anna Andrèevna Achmàtova, pseudonimo di Anna Andrèevna Gorenko, nacque a Odessa l’11 giugno 1889 e morì a Mosca il 5 marzo 1966. Sposò Nikolaj Gumilëv, fondatore del movimento acmeista e fucilato dal regime nel 1921. Si definiva poeta, al maschile, e scrisse delicatissime e impareggiabili poesie d’amore.

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“La vera tenerezza”

La vera tenerezza non si confonde

con nulla. È silenziosa.

Invano tu avvolgi con cura

le mie spalle e il mio petto nella pelliccia.

E invano parole sommesse

dici sul primo amore.

 Come conosco questi pervicaci,

cupidi sguardi tuoi! 

1913 

Marina Ivànovna Cvetàeva nacque a Mosca l’8 ottobre 1992 e si tolse la vita a Elaburg il 31 agosto 1941. Tragica e grandissima poetessa dalla sensibilità e dall’emotività femminile, nel senso più letterale dei termini.

marina-ivanovna_cvetaeva-d277“Giovinezza mia”

Giovinezza mia! Mia estranea

Giovinezza! Mia scarpetta spaiata!

Serrando gli occhi infiammati,

così si strappa un foglietto dal calendario.

Di tutto il tuo bottino non ha preso

Nulla la Musa pensosa.

Giovinezza mia! Non ti richiamo indietro.

Tu eri per me un carico e un fardello.

Di notte bisbigliavi come un pettine,

di notte affilavi le frecce.

Oppressa dalla tua munificenza, come da un mucchio di ghiaia,

soffrivo per i peccati degli altri.

Ridato a te lo scettro prima del termine,

che importa all’anima mia ormai di nutrimenti e vivande!

Giovinezza mia! Mia molestia!

Mio brandello rosso di cotone!

5 novembre 1921

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Giovanni Leopardi chef torinese
Giovanni alle prese con la preparazione di un filetto di squalo Mako

Giovanni alle prese con la preparazione di un filetto di squalo Mako

Sembrava un giorno normale: il solito opprimente caldo umido sulle rive del grande fiume. Giovanni entrò nelle immense cucine dello Sheraton hotel del Cairo alla solita ora per cominciare l’usato tran tran quotidiano di organizzazione e controllo del lavoro.

Fu improvvisamente fermato da un ufficiale dei Black Cats ( le forze speciali egiziane, i famosi “Gatti Neri” ) che lo perquisì e gli comunicò che le cucine da quel momento erano sotto il loro controllo e che informasse i suoi collaboratori della nuova situazione. Alle sue interrogazioni l’ufficiale rispose che le sale erano state interdette a ogni ospite estraneo per la semplice ragione che due personaggi di riguardo avevano deciso di mangiare al ristorante dello Sheraton.

In effetti, le cucine erano occupate dalle forze speciali egiziane mentre la sala, elegante e sterminata dell’hotel, era presidiata da due gruppi ben distinti e posti alle due estremità: da una parte il Mossad israeliano e dall’altra le forze speciali palestinesi. Due tavoli posti molto distanti uno dall’altro ospitavano, oltre a due o tre individui ciascuno, Yasser Arafat, inconfondibile con la sua kefiah, e Ytzhak Shamir.

Gamberoni blu della Nuova Caledonia

Gamberoni blu della Nuova Caledonia

Un poco intimorito, Giovanni preparò dell’agnello per il leader palestinese e un filetto di manzo per il politico israeliano.

Le portate furono esaminate con uno strano marchingegno elettronico che Giovanni suppose essere il moderno sostituto dell’antico schiavo assaggiatore….

L’aneddoto, un fatto successo tra l’89 e il ’90, riguarda lo chef torinese Giovanni Leopardi, l’amico che molti anni prima era semplicemente Gianni, uno dei tanti insieme a Piero Chiambretti, Alba Parietti e Emanuele Fiorilli (oggi corrispondente Rai da Madrid), che lavoravano alla radio privata ABC Italiana di Torino: era la fine degli anni settanta e io cercavo di far funzionare il caos spensierato e esaltante di quella stagione irripetibile.

Carpaccio di manzo di Kobe

Carpaccio di manzo di Kobe

A distanza di quasi trent’anni, per uno di quei meccanismi ignoti che il destino ogni tanto innesca, per tramite di un altro di quei lontani amici, Mauro, Giovanni aveva saputo che io passo il mio tempo a scrivere di vino e col vino dipingere; Mauro aveva provveduto a informarmi che Gianni era diventato un grande chef, che aveva un ristorante negli Usa e che nel suo ristorante organizzava mostre d’arte…

Due più due fa, quasi sempre, quattro: avanti Savoia! a mettere in piedi una mostra dei miei quadri al “Carpaccio” restaurant, downtown in Hanover, New Hampshire, (New England, tutti autentici Wasp), USA.

E’ complicato spedire opere d’arte in America: ci sono procedure delicate che devono essere controllate dalle Soprintendenze dei Beni Culturali e da queste garantite.

Insomma, alla fine, prima i quadri e poi il sottoscritto, si parte alla volta del verde e irreale New Hampshire, felice angolo nel nord-est degli Stati Uniti d’America, incastrato tra Vermont, Massachusetts, Maine e Canada (Quebec).

Tartare di alligatore (coda) della Florida alle erbe e aceto balsamico di modena

Tartare di alligatore della Florida alle erbe e aceto balsamico di modena

Giovanni l’ho trovato bel cinquantenne che mi aspettava alle uscite internazionali di Logan, aeroporto di Boston – città universitaria stupenda, con tutti quei bassi edifici residenziali che tanto ricordano la vecchia Inghilterra del XVIII e XIX secolo.

E, come si può intuire, sono cominciati i racconti che hanno il dovere e il piacere di colmare decenni di lontananza, decenni di assenza.

Giovanni, torinese, era partito, dopo le esperienze come disc-jockey alla Radio ABC Italiana, alla volta dell’Inghilterra – Birmingham – per studiare elettronica.

Si ritrovò invece a frequentare dei cuochi che gli permisero di scoprire una vera, travolgente passione per la cucina. Dopo alcuni anni e alterne vicende, con ritorni estemporanei a Torino, verso l’83, decide di trasferirsi a New York.

E per quasi sei anni, passando tutti i ruoli che la cucina prevede, frequentala ristorazione americana, soprattutto in California, dove nel frattempo si era stabilito.

Anni duri di gavetta e apprendimento: fino a dirigere come chef una catena di alta ristorazione a Los Angeles. A quel punto rientra in Italia per una vacanza che viene interrotta da una proposta di lavoro, breve ma molto redditizia e prestigiosa, a Damasco in Siria.

Lì viene apprezzato per la serietà, la professionalità e i risultati: la catena Sheraton gli offre di scegliere un incarico, Marocco o Egitto; sceglie Il Cairo!

E poi Hong Kong, Pechino, New Delhi, Bombay, Goa, Dubai: sempre chef nelle cucine di alberghi importanti di catene come Peninsula e Taj, dove gli capita di cucinare per il Dalai Lama, Carlo e Diana, il sovrano del Brunei……

Giovanni mentre impiatta i suoi spaghetti alla Barbera e verdura fresca di stagione

Giovanni impiatta i suoi spaghetti alla Barbera e verdura fresca di stagione

Dopo circa 8 anni, ritorna negli Usa e va a Maui, nelle Haway, a occuparsi di uno dei migliori alberghi dell’Hyatt Group.

Alla fine del 1997, a Sarasota (costa ovest della Florida) apre il suo primo ristorante: Sage. Ancora una parentesi, dopo circa tre anni e mezzo, di chef conto terzi (Hutchinson Whampoa Group) alle Bahamas e scelta di vita nel tranquillo New Hampshire – nel frattempo aveva sposato Melba, era nata Maya e il mondo aveva assistito sgomento alla tragedia del 9/11.

Potter Place fu il primo ristorante in una deliziosa costruzione stile coloniale del ‘700 con abitazione inclusa. Trascorsi altri quattro anni, e arriviamo al 2006, Giovanni e la sua famiglia si spostano definitivamente, per ora, a Hanover, dove aprono in pieno centro il “Carpaccio”.

Dopo trent’anni, incontro un amico che nel frattempo è diventato uno di quei cuochi che piacciono a me: un altro come Gegè Mangano o Cesare Giaccone; quei cuochi, per dirla tutta, che possiedono il sacro rispetto – e una conoscenza straordinaria – della materia prima. E la loro cucina si caratterizza per la semplicità delle preparazioni che hanno il grande obiettivo di esaltarne i sapori e i profumi: questi sono i veri, grandi chef.

Il fatto di essere stato in mezzo mondo ha consentito a Giovanni di conoscere materie prime eccezionali, soprattutto per quanto riguarda pesce e carne che ordina tramite organizzazioni di rara efficienza da paesi davvero lontani.

L’incredibile manzo di Kobe, il sailfish, il mako, i polipi giganti delle Haway, le cozze della Nuova Zelanda, i gamberoni del Madagascar o quelli, incredibili, blu della Nuova Caledonia…..

Tutto preparato con cocktail di verdure che gli sono fornite da fattorie biologiche della zona (Muster Field Farm, New Hampshire, e soprattutto Cedar Circe Farm di Kate e Will, personaggio dalla vita eccezionale, nel Vermont, appena al di là del placido Connecticut River, fiume che divide per lungo tratto i due stati americani).

Memorabili, di Giovanni, il carpaccio col manzo di Kobe, il carpaccio di polipo, gli spaghetti alla barbera, il risotto con capesante e gamberoni blu…

Indimenticabili un foie gras fresco su ananas caramellato e una tartare di alligatore della Florida, espressamente cucinati per me.

Per concludere, alcune importanti osservazioni: Giovanni cuoce sempre pane e grissini freschi; ogni tanto prepara per i suoi clienti cene a tema, svolte con grande passione per la ricerca sia storica sia di territorio (per una cena “romana” si servì della consulenza di docenti universitari e preparò un vero “garum” alla Apicio); la cantina, curata dalla moglie Melba, offre oltre settanta etichette che comprendono il meglio, senza esagerazioni, di Italia, California, Cile, Argentina, Nuova Zelanda, Sud Africa, Spagna e ovviamente Francia.

La sera dell’inaugurazione della mia mostra, giovedì 28 agosto scorso, il ristorante era al completo: 44 coperti per gustare, tra l’altro, uno straordinario sorbetto: Frozen barbera air!

Vincenzo Reda

7 settembre 2008

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Il problema dell’«altro»

Se c’è un libro che consiglierei sempre e a tutti, tra i miei 2/3 preferiti pare ovvio, è La Todorov 1conquista dell’America – Il problema dell’«altro» di Tzvetan Todorov, Edizioni Einaudi. E’ un libro non soltanto interessante dal punto di vista storico, antropologico, etnologico ma addirittura utile nella vita di tutti i giorni. Ne possiedo entrambe le due prime edizioni, nei Saggi e nei Tascabili. Fu scritto nel 1982 e tradotto nel 1984. Ripeto: un libro indispensabile.

«Voglio parlare della scoperta che l’io fa dell’altro. L’argomento è vastissimo. Non appena lo abbiamo formulato nei suoi termini generali, lo vediamo subito suddividersi in molteplici categorie e diramarsi in infinite direzioni. Possiamo scoprire gli altri in noi stessi, renderci conto che ognuno di noi non è una sostanza omogenea e radicalmente estranea a tutto quanto non coincide conTodorov l’io: sono dei soggetti come io lo sono, che unicamente il mio punto di vista – per il quale tutti sono laggiù mentre io sono qui – separa  e distingue realmente da me. Posso concepire questi altri come un’astrazione, come un’istanza della configurazione psichica di ciascun individuo, come l’Altro, l’altro o l’altrui in rapporto a me; oppure come un gruppo sociale concreto al quale noi non apparteniamo».

Questo sopra è l’incipit, straordinario. Qui sotto le ultime parole, dopo oltre 300 pagine di rara intensità.

«Non credo che la storia obbedisca a un sistema, né che le sue pretese “leggi” consentano di dedurre le forme sociali future (o presenti). Credo invece che pretendere coscienza della relatività, e quindi dell’arbitrarietà, di un segmento della nostra cultura significhi già modificarlo un poco; e che la storia (non la scienza, ma il suo oggetto) altro non sia che una serie di impercettibili modificazioni».

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I KALASH, IL POPOLO DEL VINO

Ho scritto questo articolo anni fa, è stato pubblicato su Barolo & Co e sul mio libro Più o meno di vino . Lo riporto oggi sul mio sito per due ragioni. Sono molto preoccupato perché nell’area dove vive questo popolo straordinario oggi infuria la caccia ai talebani e i kalash nulla hanno da spartire con queste faccende. La seconda ragione è dovuta al fatto che devo occuparmi di un convegno, per conto della Regione Valle d’Aosta, che tratterà della Memoria delle Montagne, con taglio archeologico e antropologico. Mi piacerebbe molto fare intervenire qualcuno di quel popolo o qualche studioso che quel popolo conosce: il mio è da considerarsi un appello e sono disponibile in questo senso. Grazie.

Alessandro Magno, di bassa statura, gran beone, d’intelligenza e vedute avanti secoli rispetto al suo tempo (allievo di un certo Aristotele), era partito intorno al 334 a.C. dalla sua Macedonia, inseguendo il sogno del favoloso oriente. Due anni prima, il padre Filippo era incappato in un pugnale vagante: fu così che il figlio Alessandro, prediletto dalla moglie Olimpia, a circa vent’anni aveva ereditato il potere devastante della falange macedone, della sarissa e del genio militare di Parmenione.

Giunse nel mitico Paropamiso, oggi Afghanistan nord-orientale ai confini dell’Hindukush, intorno al 327, dopo aver annichilito i Persiani e averne fatti propri costumi, risorse, territori e sudditi.

In Afghanistan Alessandro fondò almeno tre delle sue innumerevoli Alessandrie: le odierne Herat, Kandahar e Begram ( nei pressi di Kabul ), in ognuna lasciò presidi del suo multietnico esercito.

Narrarano le cronache che una città, situata in quei luoghi, e poi ribattezzata Nysa in onore della nutrice di Dioniso, si arrese al gran Re che identificò il dio locale con il dio  greco del vino ( probabilmente un vedico Shiva o Indra ) e credette che  fossero  suoi discendenti. Nei pressi, oltretutto, crescevano l’edera e l’alloro: Alessandro sacrificò e celebrò una grande festa bacchica (una delle sue solenni ubriacature che non mancarono mai nel corso di tutta la campagna e che generarono spesso assassinii e altre varie nefandezze), citata da Teofrasto, e rese libera la città afghana.

Alessandro proseguì verso l’Indo e gli scontri con gli elefanti di re Poro, ma lasciò un sacco di gente, molti di origine mediterranea, in quelle terre.

Narra una leggenda kalash che il generale Salik Shah, chiamato dai greci anche generale Selefous, con cinque soldati delle armate di Alessandro si stabilì nella regione e diede così inizio alla stirpe Kalash.

Oggi questo popolo, ridotto a un numero che le varie fonti attestano tra i 2500 e i 4000 individui, vive diviso in tre valli, isolate e raggiungibili con molte difficoltà, a qualche decina di chilometri dalla città di Chitral, nel Pakistan nord occidentale ai confini con l’Afghanistan. Sono le valli di Birir – dove risiede la comunità più numerosa – Rumboor e Bumburate, situate alle soglie della catena dell’Hindukush a un’altezza media di circa 2000 metri.

E’ una popolazione pagana, che festeggia con riti orgiastici, in cui sono uniti uomini e donne, i propri dei e che ha conservato la cultura della vite e dell’uva (esclusiva della valle di Birir). I tratti sono indoeuropei: recenti studi, condotti nell’ambito di una ricerca sviluppata dal Dipartimento di Genetica della facoltà di medicina della Standford University e affidata al dottor Qasim Mehdi, pakistano, hanno attestato una parentela genetica nel DNA dei kalash con italiani e tedeschi. Si stanno oggi compiendo studi di paragone genetico con marker di greci e macedoni, ben sapendo che le etnie dell’armata di Alessandro erano le più variegate.

La scoperta dei kalash per il mondo occidentale avvenne negli anni sessanta a opera degli hippy che cercavano nel sub-continente indiano strade alternative alla Conoscenza. Già Rudyard Kipling nel XIX secolo s’era occupato di queste popolazioni (vedi il romanzo “L’uomo che volle farsi re”).

Fino alla fine dell’800, pur perseguitate per secoli dalla colonizzazione islamica, popolazioni di origine indoeuropea e di religione pagana abitavano l’ampio territorio che oggi è l’Afghanistan nord orientale: tale regione veniva infatti chiamata Kafiristan, in arabo “terra degli infedeli” e Kafiri, “infedeli”, i suoi abitanti.

Tra il 1895 e il 1898, l’emiro di Kabul, Abdur Rahman, scatenò una guerra feroce contro questi infedeli che avevano oltretutto velleità di indipendenza. In buona sostanza, risolse il problema alla radice: li sterminò quasi tutti. I pochi sopravvissuti dovettero spostarsi poco alla volta in luoghi sempre più lontani e meno accesssibili. Narra la leggenda che un dehar, un veggente, nel corso di una trance fu visitato da una divinità che gli disse che avrebbe lanciato nel cielo tre frecce di colore rosso, giallo e nero. I figli dell’ultimo capo kalash, di nome Birir, Bumburate e Rumboor, avrebbero dovuto cercare le frecce e fondare tre villaggi nei luoghi in cui le avrebbero trovate. In quei villaggi, che si sarebbero chiamati coi loro nomi, avrebbero vissuto in pace in mezzo agli dei.

Così parlò la divinità e così avvenne.

Quella parte di Afghanistan, ormai bonificata, venne rinominata Nuristan “terra della luce” (Nur in arabo significa luce, appunto).

Il governo pakistano ha smesso di perseguitare questo popolo nel momento in cui ha realizzato che poteva costituire una grande attrazione turistica: le fotografie dei  copricapo delle belle donne kalash, bionde e con gli occhi chiari, chiamati kupass e ricoperti di perline, conchiglie e monete, sono usati nelle brochure turistiche del paese.

Purtroppo, come sempre avviene, il turismo, anche se non di massa viste le oggettive difficoltà per raggiungere le valli kalash, sta compiendo danni irreversibili. E’ impossibile, infatti, impedire contaminazioni e condizionamenti di ogni genere, soprattutto sulle generazioni più giovani, sebbene c’è un nucleo di saggi che vuol tutelare e tramandare la cultura kalash. La loro lingua è il Kalashwar, un idioma solo parlato di chiara parentela sanscrita, che viene tramandato, insieme alle tradizioni, ai miti e alle leggende, dai Kasi, i saggi kalash che girano di capanna in capanna e di villaggio in villaggio raccontando, istruendo, consigliando.

Duccio Canestrini, in un articolo pubblicato nel 1989 su Airone, è stato uno dei primi in Italia a occuparsi dei kalash e cita una cotta per questo popolo di Fosco Maraini, il grande orientalista, che già nel 1959 aveva incontrato quest’etnia.

Canestrini descrive  il “folle politeismo” di questa gente, animato da divinità maschili e femminili, di fate con tre seni, di numi solari e cavalli soprannaturali; cita i Gandau, statue funerarie, e la Jestak-han, sorta di edificio che al tempo stesso è tempio, macello e municipio, sede della dea Jestak, una sorta di Giunone che pretende ecatombe di capretti durante la festa di Chaumos, cerimonia in onore del solstizio d’inverno.

E’ questa una delle tre feste che questo popolo celebra: le altre due sono le feste di Joshi, in primavera e Prun, la festa del vino, tra settembre e ottobre.

Durante queste cerimonie si scatenano rituali che vedono uomini, donne e bambini scatenati in rituali di danze, trance, battaglie di insulti osceni, sacrifici rituali e ancora banchetti, digiuni, abluzioni, possessioni. Il tutto sotto il potente influsso del gran dio

Di-Zao o De-Zau e del suo messaggero, il dio Balumain, una sorta di Apollo.

Le feste durano diversi giorni e alcune fasi sono interdette agli estranei.

Prun è la festa del vino.

Ho saputo dell’esistenza del popolo kalash leggendo un articolo pubblicato su National Geografic dell’ottobre 2001, firmato dalla giornalista Silvie Brieu e titolato: “Il vino degli dei”.

La giornalista parla di viti coltivate alla maniera di greci e romani, ovvero abbarbicate a alberi da frutta tipo il melo, con conseguente vendemmia effettuata da agricoltori acrobati. Parla di uve a bacca chiara e nera vendemmiate insieme e fatte pestare dentro tini di legno esclusivamente da bambini e adolescenti maschi, perché considerati puri; le donne devono stare lontane da questa attività che è, naturalmente, rituale.

Il succo così ottenuto viene fatto fermentare e si beve giovane quando arriva il solstizio d’inverno, è acidulo, corposo e scarsamente fruttato: i kalash si ubriacano con questo vino per stare più vicini ai Deva, sorta di spiriti emanazioni del dio Dezau.

I Dehars, invece, sono gli sciamani designati dagli dei: cadono in trance senza bisogno di ubriacarsi e predicono il futuro.

E’ chiaro che tutto questo mondo magico, e per molti versi quasi incredibile, sopravvive grazie a un sottile gioco di fragili equilibri, circondato com’è di integralismi, interessi turistici, tentazioni di stili di vita occidentali più attraenti e meno complicati. Si parla di un’etnia di poche centinaia di individui, sempre meno isolata e sempre più a rischio di estinzione culturale.

Bisogna però essere ottimisti: c’è una sorta di reazione all’inglobamento nel mondo musulmano o negli stili di vita occidentali: è nata la Kalash Welfare Society, sponsorizzata da volontari greci che raccoglie canti e leggende per tramandarli alle generazioni future. Ci sono poi molti attivisti tra i kalash che svolgono un’intensa attività di sensibilizzazione culturale verso le nuove generazioni.

C’è di che sperare.

Troppe storie ci sono nel nostro passato di sterminio non solo di etnie, ma addirittura del loro retaggio culturale, annichilito per determinata volontà o anche semplicemente per comodità culturali, per vampirismo occidentale o anche islamico o confuciano o comunista…..tutto il mondo è paese, in questo senso.

Per quanto mi riguarda, ho un piccolo sogno: dipingere col vino kalash e magari portare i kalash in qualche salone del vino ……..

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