Paolo Massobrio presenta il libro Il Peperone di Vincenzo Reda

Di grande soddisfazione la presentazione del mio libro curata da Paolo Massobrio, domenica 30 agosto 2015 in occasione della 66° Sagra del peperone di Carmagnola.

Sul palco c’erano: Walter Martiny (Editore delle Edizione del Capricorno di Torino), Francesco Carena (memoria storica di Carmagnola), Domenico Tuninetti (Presidente del Consorzio del Peperone), Igor Macchia (Chef stellato del ristorante La Credenza) e Sara Cordara (nutrizionista).

Ricordo che il mio libro, oltre che in edicola (fino al 23 settembre 2015) si può acquistare on line sul sito de La Stampa, il cui link è qui appresso:

http://www3.lastampa.it/shop/product_info.php?cPath=80&products_id=6150

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66° Sagra del peperone di Carmagnola

Edizione – inaugurata giovedì 28 agosto scorso (chiuderà i battenti domenica 6 settembre prossimo) – di straordinario successo: le immagini qui sopra non hanno bisogno di alcun commento.

Il mio libro è in vendita con il quotidiano La Stampa in tutte le edicole di Val d’Aosta, Piemonte e Liguria. Per chi non lo trovasse (sta andando letteralmente a ruba) o risiedesse fuori da queste regioni, il link per acquistarlo on line è:

http://www3.lastampa.it/shop/product_info.php?cPath=80&products_id=6150

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Nicodemo Librandi: camminando le sue vigne

http://www.librandi.it/

Era da lungo tempo che dovevo realizzare un incontro – la Vita è l’arte dell’incontro, come diceva il poeta – ma ho aspettato che se ne presentasse, quasi a caso – ma tutti sappiamo che il caso non esiste – l’0ccasione proficua.

E’ successo al bagno Nikos: Gianni Caparra mi ha presentato Nicodemo Librandi e, seduta stante, abbiamo combinato una visita alle vigne e alle cantine.

Con un pick-up fuoristrada e tre amici (dei quali un fotografo professionista romano e due semplici appassionati napoletani) Nicodemo ci ha guidati per una visita mozzafiato alle sue vigne situate tra Strongoli e Rocca di Neto, a pochi chilometri a sud di Cirò Marina, tra lo Ionio e le prime pendici della Sila, intorno alla foce del fiume Neto.

Emozionante per davvero questo panorama, unico in Italia, tra le arsure delle dolci alture ormai secche di stoppie e le chiazze geometriche del verde rigoglioso delle vigne in agosto, ormai gonfie di succhi sensuali, desiderosi di farsi vino. Le immagini che ho realizzato, a cui non metto volutamente didascalie, testimoniano di quanto affermo.

Nicodemo è una persona di alta statura, capelli canuti e sguardo penetrante, declinato in una nota sfumata di rilassato disincanto eppure fermo, sicuro, non scevro di una qualche dolcezza. Passione immensa, che trasmette senza alcun pudore ai suoi ospiti, per le sue vigne rigogliose, per i suoi 83 diversi tipi di agrumi (e su tutti i prediletti bergamotti), per i suoi olivi, per la storia della sua famiglia.

Azienda nata dalla passione contadina del papà Raffaele negli anni ’50, sviluppatasi a partire dai primi anni Ottanta con una acquisizione importante di 40 ha e poi esplosa negli anni Novanta con un altro importante investimento di oltre 200 ettari nella zona di Rocca di Neto. Guidata con saggezza dall’enologo pugliese Severino Garofano fino al 1997 e oggi nelle mani esperte del piemontese Donato Lanati, l’azienda, dai primi anni Novanta, ha investito con convinzione nella ricerca sperimentale sui vitigni autoctoni calabresi – oltre 250, di cui almeno 80 per certo senza parentele estranee al territorio – con l’autorevole guida di Attilio Scienza e il CNR di Torino.

Oggi, pur con la dolorosa e recente perdita del fratello Antonio, Nicodemo Librandi guida una realtà che produce oltre 2,5 milioni di bottiglie – con una quota export del 50% – che si estende su  360 ettari, di cui  232 vitati e un centinaio piantati a oliveto. Pochi anni fa è stata creata un’associazione che raccogli 42 vignaioli che conferiscono i loro prodotti a Librandi e che Nicodemo accudisce con grande attenzione alla cultura del territorio e alla sensibilità dell’evoluzione globale del mondo del vino.

In un prossimo articolo mi riservo di trattare delle circa trenta etichette che la Cantina produce.

Che altro dire se non suggerire una visita a questa realtà, vero orgoglio (assai più che un’eccellenza, come usa dire spesso a sproposito oggi) calabrese; a ascoltarne la storia, a berne i suoi vini eccellenti.

Salute.

PS: questo articolo lo dovevo, soprattutto, a Gino Veronelli, innamorato di quest’azienda.

 

 

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Colors from mountains of South Italy: Sila, Calabria

August flowers from the mountains of Sila in Calabria, south of Italy.

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Il Peperone by Vincenzo Reda per La Stampa

Questo lavoro mi è stato commissionato nel dicembre del 2014 dalle Edizioni del Capricorno di Torino, con più precisione dall’editore Walter Martiny, persona che conosco assai bene e di cui sono orgoglioso della stima che mi ha sempre dimostrato.

Ho cominciato a scriverlo nel gennaio di quest’anno, frequentando Carmagnola con assiduità: è importante mettere in rilievo la appassionata, preziosa, insostituibile collaborazione delle istituzioni carmagnolesi e di numerosi personaggi depositari di notizie, storie, saperi che ho cercato di mettere in rilievo nel mio lavoro. Ho avuto la disponibilità di un paio di fotografi di Carmagnola per le immagini storiche e di repertorio. Quasi tutte le altre, esclusa la copertina e alcune immagini di chef non operanti in Italia, sono mie.

Il libro è dedicato a Renato Dominici, mio amico e grande chef di Carmagnola.

Ho consegnato il manoscritto alla fine di maggio, come concordato.

Roberto Marro si è occupato della redazione, Giulio Steve della grafica.

Il lavoro mi pare sia venuto assai bene: La Stampa, bisogna riconoscerlo, sta spingendo il volume con molta pubblicità, sia locale sia nazionale.

Il libro verrà presentato da Paolo Massobrio domenica 30 agosto, tardo pomeriggio, in occasione della 66° Sagra del Peperone di Carmagnola, che sarà inaugurata due giorni prima.

Spero che i lettori siano numerosi e che possano apprezzare un lavoro unico nel suo genere.

Il Peperone, Vincenzo Reda, 128 pp. – Edizioni del CapricornoAbbinato a La Stampa a 9,90 €. dal 26 agosto 2015 in tutte le edicole di Piemonte, Val d’Aosta e Liguria (si può richiedere in qualsiasi libreria, direttamente all’Editore e a La Stampa, sui rispettivi siti commerciali).

 

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L’Aquila D’Oro

Trattoria Pizzeria L’Aquila D’Oro – Via Sant’Elia, 7 – Cirò Sup. (KR) – Tel. 0962 3855o/333 5893021

Be’, che dire: in questo posticino, situato a poche centinaia di metri dal centro storico della gloriosa Krimissa greca (VIII/VII sec. a.C.,oggi: Cirò) sulle alture di Santu Liu, si mangia (poi si gusta…) la nostra strepitosa cucina tradizionale calabrese.

Aperto dal ’90, con 30/40 coperti – sempre pieno, si consiglia di prenotare – Elisabetta in cucina, il giovane e bravo Giuseppe – diplomato all’alberghiero – e Salvatore in sala: questo è un localino pulito, accogliente, piacevole e, soprattutto, con una qualità per davvero eccellente.

Peperoni (pipi) fritti con ogni accompagnamento possibile: polpettine di carne, polpo (prupp) e patate – per me, il meglio ; salumi silani, strepitosi maccheroncini al ferretto con sugo di salsiccia o melanzane. E, infine, il delizioso capretto stufato con patate. qui occorre soltanto fare attenzione alle quantità…

Ci siamo bevute due bottiglie, a metri zero (la cantina Brigante è quasi adiacente) del formidabile rosato di Gaglioppo Manyarì dell’amico Enzo Sestito. Ottimi gli infusi di mirto, ciliegio, alloro e finocchietto (questo davvero sorprendente) che prepara Elisabetta, insieme con la pasta e il pane fatti in casa, come si deve.

Prenotate e andateci senza perdere altro tempo. E sono certo che mi ringrazierete per il suggerimento.

Buon appetito e salute!

 

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Una vita inventata- Giancarlo Fulgenzi

una-vita-invertita1Questo non è un libro di carta o di grammatica o di sintassi: non c’è lavoro di editing e non c’è un publisher. Difficile da leggere perché scritto da chi con la parola scritta ha poca dimestichezza, pur se qui e là antiche parole toscane brillano nella loro desuetudine in tempi in cui la parola preziosa poco o punto vale.

Questo è un libro di legno o di pietra, forse di ceramica, magari di paglia intrecciata.

Non è scritto: è inciso, è scolpito, forse è intrecciato.

Ma in mezzo a questo intrico di materia antica spuntano personaggi quasi epici, epici di racconti orali – quelli che ci tramandavano i vecchi intorno ai focolari antichi – e colori e sapori e odori lontani.

La Giannina e Berto; Beppe il calzolaio, l’avvocato Calderini, la Luigina…

Non trovate questo libro in libreria: bisogna recarsi a Marciano della Chiana, nella Valle in provincia di Arezzo, presso il ristorante Lo Steccheto e chiedere di Giancarlo Fulgenzi, dopo che egli vi avrà preparato delle buone cose da mangiare in quel suo ristorante che è unico per la miriade di oggetti i quali, ognuno, raccontano storie di tempi e posti lontani.

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Giancarlo Fulgenzi e il suo Steccheto

Patrick è un americano, un americano di Sacramento, California. Un americano per così dire diverso: figlio di un diplomatico, europeo d’adozione, italiano per amore.

Sta in Toscana, in un posto che divide ( o unisce? ) la Val di Chiana, il Chianti e le Crete senesi.

Patrick lavora in un’azienda agrituristica, parla correttamente molte lingue, è un grande appassionato di jazz, è un mio amico.

Un personaggio famoso, per meriti propri e mediatici, usava dire che l’importante non è mai dove, ma con chi; ho recentemente scoperto che è importante né il dove, né il con chi, ma ( scoperta dell’acqua calda ) la tua disposizione d’animo: vale a dire, se stai bene con te stesso, stai bene ovunque e con chiunque.

Quando ho conosciuto Patrick ero assai ben disposto: nondimeno stare a cavallo tra Arezzo e Siena non è per certo un brutto posto in cui essere di buon umore.

Tutto questo po’ po’ di introduzione per raccontare che è stato il buon californiano Patrick a portarmi, una sera d’inverno, a mangiare al ristorante Lo Steccheto, dal suo amico Giancarlo.

Giancarlo Fulgenzi….Ti ricordi, anni sessanta/settanta i negozi di Fulgenzi……. Sìììì, Fulgenzi, quello degli oggetti strani, dei regalini. Certo che mi ricordo!

Bene, ora si è ritirato qui, fa il cuoco e, ti assicuro, il posto lo devi vedere, oltretutto si mangia davvero bene e si beve bene altrettanto.

Va bene, Patrick ( ok, Patrick ), proviamo e che Dio ci accompagni.

“La prima cosa che i periti di Sotheby’s videro aprendo la porta della palazzina di Andy Warhol a New York, al 57 della 66th Street, fu un gigantesco busto di Napoleone che li fissava da un tavolo antico al centro dell’altissimo salone d’ingresso……….Si resero subito conto che quello che si presentava ai loro occhi era solo la punta di un sorprendente iceberg. Sotto il materasso del letto a baldacchino trovarono nascosti gioielli femminili. In ogni armadio o comò, nelle stanze degli ospiti, al terzo e al quarto piano, nella cucina al piano terra, trovarono ancora più roba di quanta ne avessero vista nella sala da pranzo: sacchetti per la spesa e scatoloni ancora chiusi, cassette e pacchi, roba e ancora roba. Tutti i cassetti erano zeppi di gioielli, orologi, stecche di sigarette, aggeggi, ninnoli e bric-à-brac. Capolavori a contatto con robaccia. Le cose impacchettate avevano spesso più valore di quelle spacchettate.”

Non ho trovato niente di meglio per spiegare la meraviglia che mi suscitò il primo contatto con il ristorante di Giancarlo Fulgenzi: da un saggio di Victor Bockris ( “Il tesoro di Andy Warhol” Edizioni Skira ) che introduce un bel testo dedicato al grande Andy, coetaneo di Giancarlo e, guarda caso, baciato dal successo nei primi anni sessanta, proprio quando il nostro, straripando dalla troppo stretta Arezzo, era approdato a S. Francisco tra i primi figli dei fiori, con il gusto dell’oggetto e con l’urgenza che gli mettevano due mani d’oro e un’intelligenza assetata di scoperte.

In quegli anni sessanta Giancarlo aveva già un negozio di oggetti artigianali a Ponte Vecchio e, lui in S. Francisco, l’alluvione del ’66 gli fece un gran male; passò solamente un mese e il 10 dicembre di  quell’anno funesto Fulgenzi Giancarlo, aretino, riapriva il suo negozio a Ponte Vecchio.

Testone, aretino vero, ariete del 29 marzo; l’argento che colora i suoi capelli rimpiange per certo storie e passioni e memorie e sogni e colori che hanno portato la lontana gioventù, durata si capisce a lungo, in giro per il mondo.

L’ha girato in lungo e in largo il mondo, Giancarlo Fulgenzi, prima di ritirarsi, i capelli bianchi, a fare il ristoratore nella Valle di Chiana, a due passi da Monte S. Savino, in un casale del ‘700 che la sua creatività ha reso una specie di opera d’arte.

Cucina bene, Giancarlo: molto bene il pesce in una Val di Chiana in cui domina la grande carne; la sua è una bella cucina creativa a costi più che adeguati: ma a me piace il posto, piace lui.

Entrare in un delirio di oggetti, di pezzi d’antiquariato, di sculture, di raccolte di ogni cosa: manichini, crocefissi, macchinine, fotografie, acquasantiere, campane, finimenti, statue………

Non posso descrivere quel posto: bisogna andarci.

Ho passato una vita a sopportare le torture di ristoranti con le pareti deturpate da quadri orripilanti; ho patito ingiurie inenarrabili procurate da croste assassine che mi rovinavano le pupille e che non si curavano di guastare anche l’attività di degustazione e la conseguente digestione, faccende in cui li senso della vista gioca un ruolo fondamentale. Quell’intrico di stanze e stanzette stracolme di ogni sorta di oggetti, con le luci soffuse che t’invitano a scoprire ogni particolare nascosto, ogni oggetto, il più strano, ogni angolo, il più sorprendente, con i tavoli bene apparecchiati che paiono essere lì solamente per distrarti: quasi bestemmio se dico che mangiare da Giancarlo Fulgenzi diventa un fatto secondario….Sono certo che a lui una simile affermazione non fa piacere, ma per me è un po’ così.

Eppoi io non sono un critico cucinario ( si usa quasi sempre l’aggettivo culinario, che è una parola entrata nella consuetudine della lingua assai più tardi e a me non piace perché mi pare una parolaccia ) o uno sciagurato compilatore di guide: sono uno strano intreccio tra artista e intellettuale in cui spesse volte  faccio fatica a districarmi.

Ovviamente, il ristorante Lo Steccheto di Fulgenzi Giancarlo, aretino, non lo trovate citato su alcuna guida: nelle guide le uniche cose che contano sono quelle non citate, quale che sia la guida e l’editore che la pubblica.

Due parole bisogna che le spenda a proposito della cantina: 10.000 bottiglie, quasi tutte di vini italiani, accatastate in un altro locale in cui trovi gli oggetti più strani che vigilano e proteggono le bottiglie, alcune fra queste davvero incredibili.

Bello il giardino con animali che pascolano e starnazzano allegri tra le alte siepi.

Io non ho altro da dire: se qualcuno ama le cose e le persone che io amo, ebbene, provi a passare allo Steccheto, certo vedrà un posto unico.

Parola mia.

Ristorante Lo Steccheto

Via dell’Esse, 6

52047 Marciano della Chiana ( AR )

Tel. 0575/845222

www.fulgenzi.com

Chiedete di Giancarlo Fulgenzi e dite che vi mando io.

Vincenzo Reda

maggio 2008

 

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Una bella Sagra nel Borgo Antico di Cirò Superiore (KR)

Cirò Superiore dopo il 1951 quando fu istituito il comune di Cirò Marina - era una volta un paese vivo, magari non ricchissimo di soldi  ma di storia, tradizione, vino certamente sì. Negli anni ’50 e ’60 serbatoio di operai delle grandi fabbriche tedesche, cominciò a spopolarsi. Le tendenza, con lo sviluppo del sottostante paese rivierasco e più attraente per le nuove abitudini turistiche e consumistiche degli anni ’70 e ’80, è andata consolidandosi e la gloriosa Krimissa fondata dai greci è diventato quasi un paese morto: dai quasi 6.000 residenti di 30/40 anni fa si è passati ai bugiardi 3.000 di oggi. Bugiardi perché molti hanno tenuto la residenza ma non abitano più a Cirò: oggi non ci sono più di un migliaio di abitanti, quasi tutti assai anziani.

Eppure un paese con un centro storico così affascinante e, malgrado tutto, neanche troppo degradato merita di non morire : anzi, di rinascere.

La Sagra organizzata per le viuzze subito a fianco alla vecchia porta, oltre il bellissimo balcone di Mavile, è una delle possibili soluzioni: animare i vicoli medievali con esposizioni d’arte e d’artigianato, accompagnate da offerte della ricchissima enogastronomia locale può essere la giusta direzione per fare conoscere questo borgo e contribuire alla sua valorizzazione e rinascita.

Ieri sera, 13 agosto, l’iniziativa ha avuto un successo clamoroso e meritato. Mi ha fatto un sacco di piacere.

Purtroppo, l’urbanistica di questo paese richiederebbe alcune soluzioni logistiche particolari che eviterebbero l’impossibile ingorgo di auto in una situazione che rende eccezionale già l’incrocio di due veicoli nell’unica strada del borgo vecchio. Basterebbe, come si fa in un sacco di altri posti simili – e tanti ce ne sono in Italia – organizzare in basso i parcheggi e portare con navette i turisti nel borgo.

C’è tempo, l’importante è cominciare e affidarsi a persone appassionate e competenti.

A me piace essere propositivo e positivo, costa meno….

PS: non mi spiacerebbe organizzare una mia personale l’anno prossimo, magari con alcuni quadri dipinti con certi Cirò che so io.

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Fortunato da Fortunata…

14 agosto 2105, interno sera: abitazione di Totonno (Tom Jones…) e Fortunata. Dovevamo essere in 6 o 7, siamo diventati 11 e abbiamo cominciato a cenare verso le 22.

E la mia grande cuginetta Fortunata s’è data da fare da par suo.

Trofie con un ragout di pesce (coda di rospo, spigola e orata con pomodoro e gusti): deliziose.

Calamaretti stufati: formidabili.

Pesce spada (di pezzatura da galera…) in umido con erbe mediterranee: da urlo.

Pipi e triglie, ormai un classico: spettacolo.

Zucca dolce, lunga in umido: una chicca.

E, giusto per non patire la fame, fichi d’india (i primi, finalmente), fichi, prugnette gialle, anguria…

Battuta finale: “Volete del gelato?”. “No, grazie: non ci entra più niente!”.

Il tutto innaffiato con rosato di Librandi e Volvito dell’amico Gianni Caparra.

Abbiamo finito, satolli e felici, verso mezzanotte. Giusto per preparare con dignità e professionalità la scofanata di Ferragosto.

Che fortuna avere una cugina come Fortunata! Io la adoro, e sono ricambiato con altrettanto affetto.

Un pensiero speciale: che iddio – o chi per lui – abbia un occhio di riguardo per Totonno, ne ha bisogno e noi siamo tutti con lui.

 

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Cirò Brigante: un cerchio che si chiude

http://www.vinocirobrigante.it/

Stefania, la mia figlioccia, ha tanto insistito per farmi visitare una cantina a Cirò Superiore – il paese di mia madre, il paese in cui i miei genitori si sono sposati nel 1953 – e, per accontentarla, ieri ho accettato la sua proposta.

Sant’Elia è una piccola borgata che si trova a poche centinaia di metri dal paese, verso nord-est, un poco più in alto dell’Arenacchio. La cantina mi era praticamente sconosciuta.

Ci accoglie Stefania, la moglie di Enzo Sestito: una persona franca, piacevole, dai modi semplici; il marito non c’è, ma forse arriva più tardi. Stefania mi spiega che la cantina è stata costruita interamente da suo padre Giovanni, mio cugino purtroppo scomparso causa un bruttissimo male nel febbraio di quest’anno. Giovanni era un mastro muratore provetto, ma era anche un grande intenditore di vino, essendo figlio di quello zio Stefano per decenni uomo di fiducia della famiglia Siciliani, storica produttrice del Cirò. E mio cugino Giovanni il suo vino lo prendeva da questa cantina: sfuso e per lui questo era il Cirò migliore.

Assaggio il rosato (Gaglioppo in purezza, sulle bucce per 12 ore) Mayarì: 13% vol., 2013, colore più carico dei soliti rosati di queste parti. Vino di grande armonia, tannini evidenti ma dolci, complessità, persistenza: mammamia, forse il migliore tra i rosati di Cirò che ho bevuti – e tanti ne ho bevuti.

Rimango sbalordito. Passo al rosso Etefe, sempre 2013, stessa gradazione ma di colore rubino scarico che, secondo me, è quello più giusto per il Cirò: anche qui il bicchiere mi bacia con un vino di straordinaria eleganza e armonia, tannini che hanno straordinaria assonanza con quelli dei nostri Nebbiolo. Anche meglio del Volvito di Caparra & Siciliani, assimilabile al Cirò di ‘A Vita del mio amico Francesco De Franco. Sensazionale!

Poi, ultimo, il Greco in purezza, Phemina: gran naso con profumi di macchia mediterranea e una buona persistenza, con un bel colore giallo paglierino intenso. Un bianco di buona personalità, un palmo sopra i soliti, sempre un poco stucchevoli Cirò Bianchi.

Finalmente arriva Enzo: ragazzo semplice, appassionato al suo lavoro, che si è fatto lavorando per anni nelle migliori cantine della zona e che, nel 2000, ha rilevato le terre del padre Cataldo – circa 10 ettari di cui 5 vitati – e ha cominciato a produrre vino per conto proprio. Soltanto Gaglioppo e Greco Bianco, impianti di 5.000 esemplari per ha, condotti a cordone speronato e rese di 70/80 ql. per ha. Vinificazione tradizionale in vasche di acciaio termocontrollate. Poca solforosa per vini di straordinaria franchezza ed eleganza. 650 ql. di uva che per la maggior parte viene fermentata in vino commercializzato sfuso, neanche 10.000 bottiglie totali per le tre etichette che Enzo vende direttamente quasi tutto in Calabria (dovendo sempre misurarsi con i soliti Librandi e Iuzzolini, onnipresenti).

Poi ho sentito i prezzi: per pudore non li comunico perché sono incredibili, bassissimi. Altroché convenienti: giustificazione, unico modo per competere, per vendere. Per davvero un altro mondo.

Ho ripreso la famiglia di Enzo, con la moglie Stefania e i tre figli: Cataldo di 8 anni (fiero tifoso juventino contro il padre romanista…), Margherita di 5 anni e Selena, 8 mesi appena. Una famiglia bellissima, per una di quelle Storie che mi affascinano e mi coinvolgono. Devo, lo devo a mio cugino Giovanni, dare una mano – per quanto mi è possibile – a queste belle persone. Lo meritano anche i loro vini straordinari.

Una scoperta inaspettata e sorprendente.

Salute.

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Du Cropio, le vigne di Gaglioppo a Cirò Marina

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Ristorante La Torre

RISTORANTE LA TORRE

 Via S. Maria - 87020 Bonifati (CS)

Numero di Telefono:  0982.95361

La Calabria (ma anche in Basilicata la situazione è più o meno la medesima) rappresenta un’eccezione nel panorama dell’enogastronomia e della ristorazione italiana: se si vuole gustare la grande cucina di tradizione occorre andare presso le famiglie. Non esiste ancora una proposta valida che presupponga locali pubblici diffusi in cui sia possibile questo tipi di esperienza.

Ma qualcosa comincia finalmente a cambiare: ho visitato questo ristorante, posto in un angolo di Calabria (uno dei tanti, per intenderci9 di bellezza abbacinante, sulla costa tirrenica a pochi chilometri da Paola, sotto Diamante nel nord di questa regione tanto travagliata quanto di raro fascino (storico, paesaggistico, enogastonomico…).

Agostino Briguori, con la moglie Anna, è un giovane imprenditore che ha avuto il coraggio di restaurare (con l’intervento di professionisti seri e capaci) un locale in disarmo e di trasformarlo in un ristorante-pizzeria che potrà essere un riferimento emblematico per l’evoluzione della ristorazione calabrese.

Agostino ha avuto l’ardire di chiamare un professionista della ristorazione internazionale, Giovanni Leopardi (sul mio sito ne ho largamente trattato, essendo egli un mio amico di lunga data), e commissionargli l’impostazione concettuale del menù del suo locale.

E Giovanni s’è comportato da par suo, mettendo talento ed esperienza al servizio di una tradizione ricca e unica nel suo genere. I risultati, come mostra la documentazione fotografica (che, ahinoi, non trasmette né sentori, né sapori, ma soltanto colori…) di cui sopra.

IL locale – circa 200 coperti – è assai curato con un ottimo servizio. I vini sono affidati a un giovane sommelier del posto ( Luigi Ritacco, nato a Luzzi e con già una buona esperienza) che mi ha proposto un bianco autoctono e un ottimo rosato di Ippolito 1845. Mi sono permesso di portargli alcune bottiglie di tre grandi produttori di Cirò: ‘A Vita (Francesco De Franco), Du Cropio (Giuseppe Ippolito) e Caparra & Siciliani (Gianni Caparra); tre cantine con numeri e offerte diversificate ma oggi senza dubbio tra il meglio che offre la rinnovata enologia calabrese.

Una nota d’obbligo per il pizzaiolo, Moreno Occhiuzzi (di Cetraro, ma con vent’anni di esperienza consumata in locali importanti di Roma e Firenze): pasta lievitata per 40 ore (!), forno a legna e proposte per davvero di qualità eccellente (segnalo la strepitosa pizza con gamberone crudo e ‘nduja: una delizia!).

Lo staff è completato dagli chef Giampiero Vennera e Giorgio Salvadori.

Ovvio che starò attento alla futura evoluzione di questo locale – che consiglio con grande convinzione, anche per l’ottimo rapporto qualità/prezzo – e degli altri che Agostino Briguori intende aprire, sia in Calabria sia in altre zone italiane (Roma e Milano in primis).

Auguri e…salute!

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Nel giardino delle meraviglie

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Viterbo, some shots

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Nerio Griso: definitivo

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Con l’ambientamento in cantina, è vero, è tutt’altra cosa.

Grazie Nerio! E salute.

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Argotec su Barolo & Co n. 2

Il 3 maggio scorso alle ore 12.44 GMT (tempo medio di Greenwich), qualche centinaio di chilometri sopra le nostre teste, nell’ovattata atmosfera priva di gravità della Stazione Spaziale Internazionale (ISS), la nostra Samantha Cristoforetti – astronauta italiana dell’Agenzia Spaziale Europea, capitano dell’Aeronautica Militare, impegnata nella missione Futura, la seconda di lunga durata dell’Agenzia Spaziale Italiana sulla ISS – ha bevuto il primo caffè espresso e poi, presumo, lo ha offerto ai suoi colleghi: un prodotto nella più fulgida tradizione del Made in Italy, declinato per la volontà di offrire, anche nello spazio, la possibilità di gustare in qualche modo la piacevolezza di una delle nostre eccellenze alimentari.

Il progetto, frutto di un brevetto che ha richiesto una ricerca assai sofisticata, si chiama: “ISSpresso”.

Preparare un caffè nello spazio non è semplice: è necessaria una tecnologia assai raffinata. La prima macchina espresso a capsule è in grado di lavorare nelle condizioni estreme dello spazio, dove i principi che regolano la fluidodinamica dei liquidi e delle miscele sono diversi da quelli terrestri. Rappresenta un vero gioiello tecnologico in grado di erogare un espresso a regola d’arte in assenza di peso. Per questo è stato selezionato dall’Agenzia Spaziale Italiana: una piacevole “pausa-caffè” a bordo della ISS. Le operazioni di supporto all’esperimento sono state seguite dal centro di controllo di Argotec e monitorate dall’Agenzia Spaziale Italiana. La macchina ISSpresso – che utilizza le stesse capsule di caffè Lavazza che si trovano sulla Terra – è in grado di preparare non soltanto il tipico espresso italiano, ma anche il caffè lungo e le bevande calde, come tè, tisane e brodo, consentendo anche la reidratazione degli alimenti.

Un’altra importante ricerca riguarda il trasferimento del calore passivo: la tecnologia, detta heat pipe, sviluppata per sopportare le condizioni estreme dello spazio, è stata poi trasformata in un’applicazione terrestre per costruire sistemi di riscaldamento più efficienti e meno dispendiosi delle pompe di calore.

L’Argotec è un’azienda ingegneristica aerospaziale italiana, con sede in Torino, fondata nel 2008, che punta molto su ricerca, innovazione e sviluppo in diversi settori: ingegneria, informatica, integrazione di sistemi e “human space flights and operations” per conto dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) così come di altre industrie o agenzie europee.

La maggior parte dei dipendenti è italiana, ma ci sono anche diversi stranieri, per esempio da Olanda, Argentina, USA. L’età media del personale è 29 anni, perché la Argotec crede fermamente nei giovani: li forma e li responsabilizza, crescendo con le loro idee e con il loro spirito innovativo. Oltretutto, i progetti e gli investimenti, esclusivamente da fondi privati, hanno come target non solamente lo spazio, ma soprattutto la possibile ricaduta sulla vita di tutti i giorni.

Uno delle attività più importanti di quest’azienda consiste nell’addestramento  degli astronauti ESA presso l’European Astronaut Centre (EAC) di Colonia e nella formazione anche del personale di terra: si tratta dei cosiddetti “flight controllers”, il cui ruolo è fondamentale per la buona riuscita di una missione. In Argotec è stato anche ideato e realizzato un sistema per il controllo della telemetria in tempo reale utilizzato in vari centri spaziali, compresa una “mission-room” presso la NASA, a Houston. Nei suoi laboratori all’avanguardia, Argotec ha ideato e sviluppato numerosi prodotti e soluzioni ingegneristiche utilizzabili sulla ISS, ma anche in grado di avere un ritorno immediato sulla Terra. Per esempio, nella area di ricerca si stanno sviluppando soluzioni nel campo delle energie rinnovabili con utilizzo sia in ambito spaziale sia terrestre.

Un’area di particolare interesse scientifico è lo Space Food Lab guidato, da circa tre anni, da Stefano Polato, lo chef ufficiale della missione Futura, nel quale sono stati sviluppati i piatti di Luca Parmitano, Alexander Gerst e Samantha Cristoforetti. Il team formato da tecnologi alimentari, dietisti, nutrizionisti e chef di Argotec ha pianificato i menu in modo da garantire agli equipaggi un corpo sano e ben nutrito durante la permanenza e il duro lavoro nello spazio.

Stefano Polato ha poco più di trent’anni. Di origine veneta, ha aperto da circa otto anni il suo ristorante Campiello a Monselice (PD), specializzato soprattutto in preparazioni tradizionali di pesce. Si è formato a Venezia.

In collaborazione con Samantha Cristoforetti, egli ha sviluppato un programma di ricerca per produrre cibo che ha forti origini nelle tradizioni del Made in Italy per poi declinarlo per lo spazio, dovendo attenersi a rigide specifiche tecniche che prevedono la totale assenza di conservanti e additivi di qualsiasi genere.

Confezionato in pacchetti protettivi di alluminio, durante la produzione del cibo sono stati applicati metodi innovativi di disidratazione e un processo di termostabilizzazione a temperatura tra i 70 e gli 80 gradi Celsius. Viene poi sistemato in contenitori particolari che devono garantirne la perfetta conservazione per almeno 18/24 mesi, sempre nel massimo rispetto delle qualità organolettiche e nutrizionali degli alimenti.

Le dosi di queste preparazioni sono realizzate con un dosaggio perfetto dei vari nutrienti che tengono conto delle particolari esigenze di atleti speciali che lavorano in condizioni di totale assenza di gravità che sono poi gli astronauti della stazione spaziale. Da puntualizzare che le preparazioni comunque conservano un certo sapore, in alcuni casi di sorprendente piacevolezza: preparare cibi che abbiano un loro valore di apprezzabile gusto fa parte delle ricerche della Argotec e dell’impegno di Stefano Polato e del suo staff.

Da  qualche tempo la Argotec ha avviato un programma di collaborazione con la Catena di Home Restaurant Gnammo per rendere queste ricerche disponibili anche per consumatori terrestri, magari atleti con particolari esigenze nutrizionali da soddisfare.

http://www.argotec.it/argotec/

http://gnammo.com/#2

http://www.ristorantecampiello.com/

 

 

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Il lungo travaglio di un murale

Avevo dipinto la silloge di Von Hutten sotto i portici di piazza Vittorio Veneto per i miei amici del Caffè Elena nel 2010.

Avevo usato il Laccento di Montalbera, Ruchè modaiolo e stucchevole.

E d’aver usato quel vino m’ero poi pentito, pur se il murale nel frattempo era entrato in migliaia di fotografie e pubblicato su L’Espresso.

Nel 2013 i miei amici avevano ceduto, ahimè, lo storico caffè e chi lo aveva rilevato non era stato capace di opporsi all’ordine di cancellare quel murale, non riuscendo a spiegare che quella era un’opera d’arte e non un sgorbio qualsiasi.

E m’ero imbufalito!

Nell’agosto del 2014 quegli stessi amici rilevarono il centralissimo ristorante L’Osto Duca Bianco in La Morra e mi chiesero di rifare il murale.

Purtroppo, c’era un’immagine precedente fissata in affresco sopra una superficie ruvida e con delle dimensioni che non permettevano la riproduzione pari pari al lavoro torinese, oltretutto sopra un muro esposto alle intemperie.

Feci un lavoro faticoso e frettoloso, sotto la pioggia di un triste ottobre del 2014: era da poco scomparsa la cara Claudia Ferraresi, cui dedicai il lavoro effettuato con il suo Dolcetto d’Alba.

Lavoro venuto male sul quale mi ripromisi di intervenire ancora.

In questo luglio 2015, finalmente ho rimesso mano al murale, stravolgendolo. Ho finito, fissandolo per impedirne il degrado dovuto agli elementi atmosferici, venerdì 24 luglio scorso.

Adesso sono soddisfatto: il colore è dato sì dal Dolcetto delle Cantine Rocche di Costamagna, ma c’è del Barolo, della Barbera e addirittura il Sangiovese romagnolo e biodinamico di Tenuta Mara.

Ma è venuto un gran bel murale!

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Collisioni: i miei millanta mah….

Scendevo domenica 19 luglio, verso le 19, dalla frescura di La Morra per la strada che taglia l’Annunziata e incrocia la provinciale 3 che unisce Alba a Barolo: andavo a incontrare l’amico Claudio Rosso con cui avevamo fissato una chiacchierata rilassante ai 700 metri di Albaretto della Torre, ospiti di Filippo Giaccone, della sua cucina, dei suoi vini, della sua calda amicizia, del suo riservo.

Subito dopo la cantina di Piero Ratti, addossate alle vigne di prezioso Nebbiolo in incipiente invaiatura, notavo file di automobili appiccicate l’una a l’altra, senza soluzione di continuità. Automobili di ogni tipo quasi a assediare i filari che parevano ritrarsi orripilati da queste presenze invadenti che li costringevano in una stretta mortale. E da queste automobili sciamavano verso Barolo, distante qualche chilometro, genti d’ogni tipo: giovani perloppiù e, data l’afa, poco o punto vestiti.

Ripensavo a quanto si diceva, neanche tanto tempo fa, da queste parti: «Abbiamo bisogno di quelli che vengono qui con le Mercedes, ma specialmente quelle con le ruote larghe…». E cercavo d’indovinare cos’avrebbe detto quel mio amico, antico lombardo, filosofo, giocatore di calcio, buon intenditore di musica classica, che usava e conosceva il Battaglia; che sapeva di vino e tanto ne scriveva e ne beveva e, soprattutto, che sapeva di uomini e era un gran conoscitore di anime semplici. Cosa ne avrebbe detto il Gran Gino di ‘sta roba qui?

Partecipai a Collisioni 2012, la prima a Barolo, dopo i tre anni di Novello. La prima edizione si tenne il 2 e il 3 maggio 2009, con Jovanotti e pochi altri; l’anno dopo ci fu Lucio Dalla con Capossela e Gino Paoli il 4 giugno; quello successivo – 27, 28 e 29 maggio –  vide la partecipazione di Salman Rushdie, Caparezza, Ligabue e Michael Cimino.

Il 2012 fu la consacrazione – 13, 14, 15 e 16 luglio – con la scelta di Barolo e il grande concerto di Bob Dylan. Io, su invito di Francesca Tablino, tenni una lectio magistralis su vino e letteratura, con una piccola mostra dei miei quadri. Ne fui entusiasta.

L’anno successivo fui affiancato a Lorenzo Tablino per una massacrante maratona di gustazioni: quell’anno ci fu il flop di Elton John, ma anche le presenze di Gianna Nannini, Elio e le storie tese, Fabri Fibra. E comunque il successo fu discreto.

Lo scorso anno ero responsabile dell’ufficio stampa di Made in Piedmont e lavorai come un asino, rimettendoci quasi la salute. Fu l’anno in cui si toccarono, nei quattro giorni, le 100.000 presenze: un’enormità per la realtà di Barolo. Malgrado un terribile acquazzone non ci furono eccessivi disguidi e i due concerti principali – Deep Purple e Neil Young – andarono esauriti.

Alla resa dei conti si ebbe la netta sensazione che l’evento andava ripensato.

Invece non c’è stato alcun ripensamento: più convegni, più cantine e consorzi che cacciano soldi – non pochi – e che sono presentati a cottimo dentro le sale esauste del Castello davanti a un pubblico scarso e poco interessato; concerti d’ogni tipo a mescolare diavolo e acquasanta; ospiti disputati, a volte in maniera imbarazzante, dai vari grandi produttori di Barolo (evito di fare nomi). E un muro di pubblico accaldato e consumatore soprattutto di acqua e birra – pare ovvio – che cerca i selfie con i numerosissimi vip ambulanti. E poi un sacco di ragazzi che lavorano gratis: perché lavorare a Collisioni è comunque tanta roba…

No, non mi piace più Collisioni così com’è diventata. E non mi piace ancor più perché quest’anno, non essendo stato coinvolto, ho potuto effettuare le mie osservazioni con distanza dialettica. Tutto subito mi ero anche arrabbiato per non essere stato chiamato e la faccenda mi aveva dato non poco fastidio; poi, invece, sono stato contento di non aver partecipato e me ne sono tenuto accuratamente distante anche come giornalista o semplice fruitore.

Così com’è Collisioni non rappresenta un valore aggiunto per Barolo: non è dei grandi numeri che qui si sente il bisogno. Barolo, ricordo, è un paesino di 700 anime, un solo albergo, qualche B&B e 5 o 6 ristoranti. Qui necessita la qualità, necessitano i tempi giusti, necessitano gli incontri di alto livello che, pare ovvio, non possono consumarsi tra i selfie, le birre, le caudane e i sudori rumorosi e fastidiosi di folle barbare. E nessuno pensi che queste faccende sono investimenti sui consumatori di domani. Non così, non tracannando qualsiasi vino in calici di plastica a 36°!

Qualità, cultura – cultura del territorio che sanno i patriarchi di qui, non i Master of Wine di Hong Kong, che sono utili, certo, ma non utilizzati in questo modo – tradizione, sensibilità, curiosità.

E qui mi fermo. Basta e avanza, sperando che Collisioni – idea comunque magnifica – lasci le autostrade a 8 corsie e riprenda certi magnifici sentieri che sono unici e impagabili (e che il provincialismo debordante sappia essere orgoglioso di questi nostri sentieri).

Salute.

Ps: intanto, nel mio prossimo volume di racconti (Racconti Alticci) ci sarà una storia straordinaria ispirata da Collisioni. A modo mio, pare ovvio.

 

 

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Da Filippo, mentre un po’ più sotto infuria Collisioni

http://www.vincenzoreda.it/da-filippo-in-albaretto-della-torre/

Era un bel po’ che non andavo a trovare Filippo e Silvia; l’occasione mi è stata fornita dal caldo di questi giorni, da fuggire l’assedio di Barolo dalle orde barbariche, da una chiacchierata con Claudio Rosso e, infine, dal consegnare ai freschi sposini un mio quadro (Dolcetto di zona) a loro dedicato.

E scopro che Dog, il cagnino egizio, più non è ma ha lasciato una prole numerosa!

Scopro che Filippo è stato abbandonato dalla sua cuoca Michela Bruno e ora sta in cucina: e quanto ci sta bene!

E poi incontriamo Cesare con un suo amico cuoco da Brescia: Claudio Mombelli.

E ben mangiamo e ben beviamo: tra amici, come si conviene tra i Giusti.

Salute.

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Quanto Basta: la continuità

http://www.vincenzoreda.it/quanto-basta-per-star-bene-in-via-s-domenico-12b/

Era un fine febbraio del 2011 quando, su suggerimento di Stefano Fanti, andai a trovare questi due baldi giovanotti ventitreenni che avevano aperto un piccolo locale davanti al Mao, in via San Domenico, due passi da casa mia.

A distanza di quasi cinque anni, Alessandro e Stefano lasciano nelle buone e affidabili – la passione neanche si discute – mani dei loro collaboratori Anduela e Walter il prosieguo dell’ottimo percorso del Ristorante Quanto Basta.

Mentre scrivo queste note, fine luglio 2015, il Ristorante è chiuso perché è in arrivo Sofia: il semplice risultato dell’amore che lega Walter e Anduela. E’ una storia bella questa qui: nemmeno trentenni, hanno lavorato – lei in sala e lui in cucina – per circa un anno con Stefano e Alessandro, assimilandone bene lo spirito e ereditando i clienti particolari di questo ristorante assai sui generis. Anduela è una bella ragazza di origini albanesi (Scutari), da 17 anni in Italia e ormai cittadina italiana a tutti gli effetti. Walter è uno di quelli che il mestiere l’ha imparato non nelle scuole classiche ma girando tante cucine e partendo proprio dal basso; comunque: Mago Rabin, Golden Palace, Hotel Boston, diversi altri locali del Quadrilatero.

La cucina di Walter è semplice, con la materia prima rispettata e esaltata: consiglio – vedi fotografie sopra – la crema di spinaci, gli ottimi spaghetti al ragout di piccione (amo la selvaggina, poco diffusa da noi) e l’anatra preparata con tre differenti tagli.

La carta dei vini è il risultato delle ricerche e della passione di Alessandro Gioda che Anduela continua a rispettare: tra quelli proposti, segnalo lo strepitoso – e finissimo – Barolo Chinato di Barale, una vera sorpresa.

Che altro dire? Andateci quando vi occorre una serata rilassante, coccolosa, con persone per cui ne valga davvero la pena.

PS: entrando mi ha accolto, a giusto volume, un pezzo famoso di Nina Simone. E anche la musica conta, ah se conta!

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Salute di Nerio Griso

Salute - Vincenzo Reda

La considero una delle più belle gratificazioni della mia vita: senza che ne sapessi nulla, il pittore Nerio Griso ha realizzato questo mio ritratto a olio su tela (60×60). Si è ispirato a un video girato in occasione di una mostra collettiva di Art & Wine dell’amico Fabio Carisio. Mi piace perché in questo quadro c’è il mio sguardo. E poi l’eterno, immancabile calice di vino…

Nerio Griso è stato allievo di Ottavio Mazzonis, grande figurativo torinese (1921/2010), nato tra l’altro in via S. Domenico, 11: due passi dietro casa mia.

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Vale un Perù, per davvero…

http://www.vincenzoreda.it/focus-storia-linganno-di-cajamarca-by-vincenzo-reda

Il 16 novembre 1532 a Cajamarca, Ande peruviane, l’hidalgo spagnolo, ignorante e spietato, Francisco Pizarro catturò con un inganno indegno l’Inca Atahualpa. Un paio di centinaia scarsi di avventurieri, quasi tutti reduci del Tercio, lasciarono sul terreno circa 3.000 nobili, dignitari e guerrieri inca. Pizarro fondò Lima 3 anni più tardi e fu assassinato dai fedelissimi del suo socio Diego de Almagro nel 1541. L’ultimo Inca, Tupàc Amaru, fu decapitato il 24 settembre 1572 a Cuzco.

Il 28 luglio 1821, il generale argentino José de San Martìn, dopo aver liberato il Cile, dichiarò l’indipendenza del Perù.

Quelli qui sopra i fatti e le date fondamentali di questo grande Paese di cui da noi poco si conosce, malgrado le comunità di peruviani in Italia si vanno facendo sempre più numerose: a Torino sono ben oltre le 10 mila persone.

Il Perù è una Repubblica presidenziale che copre quasi 1,3 milioni di chilometri quadrati (4 volte l’Italia) con circa 30 milioni di abitanti. Si estende tra l’oceano Pacifico, le Ande e l’alto bacino del Rio delle Amazzoni che qui nasce dall’unione dell’Ucayali e del Rio Maranon.

Nazione dalla  storia ricca e importante, cominciata almeno un paio di millenni prima dell’era cristiana; Chavin, Paracas, Ica, Nazca, Mochica, Chanca, Wari: sono alcuni orizzonti culturali che precedettero il Tahuantinsuyo (il Regno delle quattro Regioni) Inca, fondato dopo il XIII secolo. Oggi questa nazione è composta da quasi il 50% di etnie indigene (quechua e aymara), il 30% di meticci e per la restante parte da un incredibile miscuglio di razze arrivate da tutto il mondo.

La varietà dei climi e la sua complessa morfologia, che si può definire unica, rendono la cucina peruviana una delle più affascinanti del mondo: il Pacifico con la Corrente di Humbolt e una ricchezza di fauna marina straordinaria, le regioni andine (con picchi di oltre 6.000 mt.), i deserti incredibili, la regione amazzonica… E siamo debitori verso questo paese soprattutto per la più importante solanacea del mondo: la patata, che qui è coltivata in centinaia di varietà differenti.

Da pochi anni (2012) anche a Torino è possibile gustare e apprezzare la tradizione cucinaria di questo Paese: il mio ristorante preferito si chiama Vale un Perù (via San Paolo, 52) di Miguel Bustinza e Patricia Trujillo. Li ho conosciuti grazie a Gloria Carpinelli,  che ha appena pubblicato un libro (il primo in italiano) sulla cucina peruana, edito da il Punto: Il fiore della cannella.

Locale arioso, pulito, accogliente e preparazioni cucinarie per davvero eccellenti a cominciare dai Ceviche – pesce crudo marinato di origini precolombiane e considerato piatto nazionale – e poi il formidabile polpo anticucho, le papas rellenas, il cuore di vitello, le molte ricette a base di riso… e ancora il delizioso rocoto, peperone piacevolmente piccante (Capsicum pubescens), grosso come un bel pomodoro e dai semi neri. Si beve ottima birra e, soprattutto, si deve bere il Pisco (bevanda nazionale distillata da mosto di vino); si spende una cifra più che onesta e si conosce una tradizione per davvero unica.

Io ho un desiderio da molti anni, poter gustare una Pachamanca: carni, verdure e tuberi cotte con pietre roventi dentro una fossa! E’ una tradizione peruviana che risale a molte migliaia di anni fa.

Ps: ci sono due scrittori peruviani per i quali nutro una stima immensa. Se non li conoscete, il mio è un consiglio prezioso e privo di qualunque interesse che non sia la curiosità culturale. Parlo di Cesar Vallejo (cercate il romanzo El Tungsteno) e di Manuel Scorza (tutta la sua opera incredibile, ma soprattutto Rulli di tamburo per Rancas).

 

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Ristorante La Canonica di Casteldimezzo

http://www.ristorantelacanonica.it/

Sul finire del 2004, anno che avevo trascorso lavorando da Emilio Marengo in Toscana, tramite Gegè Mangano fui messo in contatto con uno chef romagnolo suo amico: Angelo Rignoli. Con lui lavorava Davide Marino.

Combinammo di fare una mostra di miei quadri nella primavera del 2005, in questo posto magnifico che è situato dentro le mura di un minuscolo borgo (Casteldimezzo), nel territorio del Parco di Monte San Bartolo (sopra Gabicce, a due passi da Pesaro).

Partii il 23 aprile a portare i quadri; nel frattempo un esame medico mi aveva destinato subito dopo un intervento di quelli terribili, con il rischio della vita. Andai giù, conobbi Andrea e Davide e mi rimpinzai senza ritegno di cibo (ricordo una tagliata di tonno imperiale) e dei vini sempre eccellenti e sorprendenti di Andrea. Rimasi fino al 25 aprile, quando dovetti ritornare a Torino per il ricovero.

Tornai a smontare la mostra il 1 ottobre successivo, con mia moglie. La mostra ebbe successo e, soprattutto, si instaurò un bellissimo rapporto di amicizia  e di stima che perdura e va consolidandosi nel tempo.

Poco tempo fa mi ha chiamato Davide, che nel frattempo è andato a occuparsi della Tenuta Biodinamica Mara e mi ha proposto un bellissimo lavoro per quest’azienda, posta a due passi da Cattolica.

Ovvio che è stata l’occasione per una rimpatriata e ho conosciuto così il nuovo chef di Andrea: lui si chiama Paolo Bissàro, nato a Bolzano ma da sempre riminese; è uno che si è fatto da solo, ragazzo disincantato più o meno quarantenne (Ariete!): più che altro, come dice lui: “Mi allergico con facilità e sono…agnostico“.

A parte le sue facili allergie, Paolo è un fuoriclasse: mi ha fatto felice ed è stato immediatamente arruolato nella mia specialissima squadra di cuochi. Lavora alla Canonica da circa un anno e mezzo e con Andrea si è ormai consolidato un rapporto privilegiato.

Ho gustato del pesce crudo formidabile: mazzancolle al gelso, spigola, tonno e una mormora indimenticabile. Poi triglie grandiose, un trancio di ombrina con frutta e, ancora, gnocchi di seppia e patate; e, per finire, un polpo senza senso. Il valore aggiunto sono le erbe del parco, che Paolo usa con grandissima cura e straordinaria sensibilità.

Poi il posto è di assoluta gradevolezza, soprattutto d’estate (abbastanza in alto, sulla scogliera), immerso nel silenzio più accogliente e rassicurante, carezzato dalle brezze dell’Adriatico prospiciente.

E, nota ultima ma mica la meno importante, Andrea affida i suoi sottofondi musicali (quelli nobili dei Tempi Nostri) al glorioso, morbido, lento vinile. E quanto si beve bene…E mai si verrebbe via.

In autunno,  a distanza di dieci anni esatti dalla mia mostra qui, abbiamo previsto un evento di quelli che, per certo, sarà memorabile.

Parola Mia.

 

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Botti concettuali e concetto di botti

La prima visita alla Cantina della Tenuta Biodinamica Mara, sulle dolci colline di San Clemente (basso riminese, a non più di 3/4 chilometri in linea d’aria dall’Adriatico), l’ho effettuata il 5 maggio scorso.

Mi ero portato del vino ridotto e così ho effettuato i primi interventi sulle pareti in cemento dei due tini a forma di uovo.

Visto il luogo, unico nel suo genere sia per la luce sia per le musiche (Canti Gregoriani), ho deciso di non alterare con uno strato di gesso le pareti dei tini, cosa che senza dubbio avrebbe messo in maggior risalto il colore del vino ma che sarebbe stata invasiva.

Avendo preso questa decisione, mi è venuto naturale ispirarmi a un certo graffitismo d’autore: Keith Haring e, soprattutto, Jean-Michel Basquiat, entrambi americani vissuti (e scomparsi giovanissimi) tra gli anni ’60 e  ’80 del secolo scorso.

Chiaro che ho declinato questo stile con le mie ossessioni sul simbolismo di tipo antropologico e cultuale che mira da sempre a un utopistico sincretismo: certi simboli sono, senza dubbio alcuno, di valore universale.

Su tutti, i due che contraddistinguono con la loro dimensione e posizione i due tini: quello più grande, a sinistra, reca l’OM sanscrito che rappresenta la sacra sillaba dei Veda (risalente ad almeno il X sec. a. C.), il mantra per eccellenza; la Preghiera Universale, in estrema sintesi. Il tino di destra reca invece il simbolo egizio ANKH, ovvero La Vita (Eterna): simbolo antichissimo spesso associato alla dea dell’Ordine Universale Maat e al Dio Horus (Falco), il cui sacro occhio sinistro è inscritto nell’ansa della croce.

Dopo questi due simboli importantissimi, ho deciso di riportare su entrambi i tini il Quadrato magico della Palindrome Sacra: SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS; attribuita a un vescovo di Lione della seconda metà del II secolo, è una frase che si legge nello stesso modo sia da destra a sinistra che viceversa e, messa nel quadrato, si legge sempre uguale da qualunque parte di cominci. La frase è in latino e significa: Il contadino Arepo lavora con difficoltà la ruota (dell’aratro). Considerata una frase beneaugurante, in verità è l’anagramma doppio di Pater Noster che viene incrociato e reca ai quattro lati dei bracci della Croce 2 α e 2 ω, ovvero le 4 vocali che crescono: l’ α e l’ω sono l’inizio e la fine di tutto.

Altri simboli importanti sono la sequenza di Fibonacci (1 1 2 3 5 8 13 21 34 55 89…); scoperta dal matematico pisano dopo i contatti con il mondo arabo, rappresenta lo schema che regola la matematica dell’Universo: ogni numero è la somma dei due precedenti e con l’ingrandirsi delle cifre il rapporto tra un numero e quello che lo precede diventa 1,618…. che è chiamato Numero D’Oro (il rapporto tra i lati che regola il Rettangolo Aureo del Rinascimento italiano). φ (fi) è il simbolo greco che rappresenta il Numero D’oro.

Poi c’è il glifo Kan: a seconda del determinativo che lo identifica, nella complessa scrittura dei Maya classici, significa Signore, Sole, Quattro ed è forse il glifo più importante di quella straordinaria cultura americana.

E ancora ci sono l’ideogramma cinese della fortuna, la spirale, la stella a sei punte, la falce e il martello, la Menorah (il candelabro a sette bracci ebraico)….

Detto della complessa simbologia che ho riportato sul cemento dei due tini a uovo, il lavoro è cominciato domenica 21 ed è finito giovedì 25 giugno 2015. In fasi successive ho spennellato con il Sangiovese Maramia 2012 e 2103, prodotto con processo biodinamico da Tenuta Mara, tutta la superficie dei tini.

Ho messo in evidenza macchie e colature che in questa fase sono di colore grigio-blu. Su questa patina ho cominciato a spennellare con vino ridotto di almeno ¼: occorrono molte mani e tanta pazienza.

Ma poi il risultato è stato pari a quanto avevo immaginato e progettato. E il vino che sarà contenuto in questi due specialissimi tini sarà, credetemi, più buono.

Salute!

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