Michelangelo Massano, recensione “Sul Lungomare di Torino”

20200701_170658-2La struttura del libro è inusuale, molto originale. Il linguaggio e il periodare sono semplici e la narrativa scorre, fluida, con un dialogare intermittente e riflessioni essenziali.
La complessità iniziale della trama sorprende e poi avvolge e coinvolge nel viaggio “Sul Lungomare di Torino”.

Fa da guida Gilda, antica tartaruga marina, in un mare creato apposta, per la sua surreale presenza, nella curiosa copertina del libro, che ne coglie l’anima. Il viaggio comincia, fra poveri casolari di pietra, vicino ai pini dei verdi altipiani calabri, ove è nato Gregorio, che, ancora bambino, si trasferisce al Nord. Porta con sé, con bella raffigurazione creativa, un baule “preparato con un letto di aghi di pino, foglie secche di granoturco, qualche riccio aperto di castagna, zaffate di muschio, funghi freschi e una chitarra che sembrava una scopa”.

Approda in un cortile di periferia della grande città.
Confortano il suo iniziale disagio due Parrucchetti, che presto muoiono, con disperazione del bimbo.
Rimane, ben custodito, il baule, con il suo carico prezioso di profumi di bosco. Sono le sue radici.
Scorrono veloci i richiami agli anni di scuola e, in parallelo, alle lunghe partite a calcio con altri ragazzi venuti dal Sud, sui campi dell’oratorio o, negli spazi vuoti, attorno al vecchio “Comunale”. Anche i padri di quei ragazzi alla domenica si radunano a giocare a carte e “smadonnare” nel loro aspro dialetto, mentre stanno trasformandosi in “operai inurbati”.
Finiscono gli anni ’60. Il tram numero 10 porta al Liceo un ragazzino che ha un irrefrenabile desiderio di nuove esperienze.

Termina gli studi quando già lavora in un cantiere edile, ove si mescolano i dialetti del Sud, con quelli della prima migrazione veneta.
Affina la sua sensibilità artistica sentendo musica, leggendo libri, “anche i non soliti libri di scuola” che compera sulle bancarelle. L’antro dell’artigiano-artista Ivano, stimola la sua creatività. Per il ragazzo, diventato giovane, incombe la necessità quotidiana. E’ la Torino industriale e operaia dei primi anni ’70. Una mattina varca il cancello n. 3 di C.so Tazzoli. E’ un componente della prima squadra della linea della 127 in carrozzeria. La descrizione dell’anno di lavoro alla Fiat, è una delle pagine più intense, fra le tante già scritte sull’argomento. Coglie, con vivezza essenziale, gli aspetti esteriori e anche l’interiorità di un ambiente di lavoro e di chi ad esso si applica, soggiogato al ritmo della grande fabbrica. Dopo un anno ritorna libero. E riprende a nuotare insieme alla sua tartaruga. Cominciano i giorni e le serate negli Studi pubblicitari e fotografici, svolazzanti di personaggi con molto talento e poca cura per l denaro, vivacemente decritti. Un vortice di piccole società che nascono, si scompongono, si ricompongono per poi sparire. Le donne, “fra questa creatività tumultuosa ed incosciente”, hanno un rilievo importante, con personalità forti e volitive che si impongono nel lavoro e nella vita.

La tartaruga assiste agli incontri dell’autore con personaggi che avranno successo e altri che “imperterriti continueranno a seguire un destino di fallimento”.
Come ben evidenzia l’autore, questi “talentuosi” che popolano gli Studi e le Agenzie di pubblicità, di comunicazione, di marketing che si agitano fra il fascinoso richiamo delle scene teatrali e le prime Radio libere (fra cui indimenticabile e indimenticata Radio ABC 97 mhz) saranno l’avanguardia della trasformazione della città.
La città operaia diviene anche la città dei libri, degli editori, dei creativi.
La piccola tartaruga marina assiste in quegli anni ad una ulteriore evoluzione intellettuale e artistica del protagonista: nelle fotografie, nella musica, nella pubblicità, nella comunicazione. Coglie la bellezza evolutiva di un percorso interiore che porta l’autore a frequentare le lezioni della Scuola di Teatr0 all’Università ove affina la sua vasta e nomade cultura con l’approfondimento dei classici latini e greci, guidato da una donna che ha l’arte di insegnare e fare amare ciò che insegna.

E’ di questo periodo la bella descrizione degli incontri nel secentesco teatrino situato nei sotterranei di Palazzo Campana.

Il cammino professionale del protagonista prosegue: le sue doti innate, l’esperienza maturata, lo conducono ad essere Amministratore Delegato di importante Società. Vive il tempo del manager di successo. Conduce a traguardi sempre più prestigiosi la Società che dirige.

Ma incontra la delusione.
La tartaruga, come aveva visto i lestofanti senza talento, ma attenti al denaro, soppiantare la prima avanguardia dei talentuosi creativi, così vede accadere per l’autore.
Con il crollo del lavoro, crolla un fragile amore.
Ma, parafrasando Quasimodo, a primavera le gemme spaccano il tronco, “che pareva già morto”, con un verde più nuovo dell’erba”. Il verde si perpetuerà fra le navate gotiche di S. Domenico e il lavoro riprende in un mare più quieto. Lo accompagnano le nebbie di un tempo, umide e fredde, della città. E le nebbioline azzurrine di fumo del “Bar Roberto” di Via Po popolato dal “furore ciarliero” di una varia umanità impegnata in sproloqui sconclusionati e discussioni coltissime senza alcuna finalità.
Ritrova sistemazione stabile il baule, con ancora intatto il profumo di bosco di quando, bambino, lo portò con sé a Torino.
Gilda, la vecchia tartaruga Gilda, dai mille trascorsi, smette di raccontare e torna a nuotare nel suo etereo mare.
Il lettore, ormai pienamente partecipe della narrazione, sente la mancanza della surreale presenza dell’antica tartaruga di mare, che lo ha accompagnato di pagina in pagina.

Michelangelo Massano

 

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Sul Lungomare di Torino – All’Ombra del vino

Questo è l’incipit del mio romanzo, appena uscito:

«QUEI TRE
Non so che viso avesse, neppure come si chiamava.
A dire il vero non si era presentato: era apparso, s’era materializzato di tra le nebbie di un mio qualche sogno e, senza sapere né come né perché, avevo immaginato il suo nome: Marlow; era del tutto evidente che quel nome non fosse il suo: un nome venuto a galla per caso, forse il primo che mi era venuto in mente. 
Marlow!».

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E così finisce, dopo 199 pp. complicate:
«IO, finalmente io, riguadagnai il tavolino sotto i portici barocchi della grande piazza e, come al solito, dove finivano le dita della mia mano destra cominciava inevitabilmente lo stelo di un calice, ancora una volta pieno, per compiere il suo dovere di ristoratrice piacevolezza.
E mi sentivo un po’ così…
quasi triste, come i fiori e l’erba
di scarpata ferroviaria.
Il silenzio era scalfito solo dalle mie chimere
che tracciavo con un dito dentro ai cerchi del bicchiere».

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Vincenzo Reda, Sul Lungomare di Torino (Graphot)

Appena pubblicato per i tipi di Graphot, Torino. 198 pp, €, disponibile presso l’Editore (http://www.graphot.com) e, da settembre 2020, su Amazon.

Il mio primo romanzo, scritto tra il 2013 e il 2017, è un testo surreale e piuttosto complicato di non facile lettura. Consiglio l’acquisto a chi ha dimestichezza con scritture complesse e impegnative, dense di citazioni dissimulate o sottintese tra le righe. L’immagine di copertina è stata realizzata dalla mia carissima amica Ossidiana Tattooart: è un acquarello che sviluppa l’idea che mi sono creata della mia tartaruga Caretta caretta che si chiama Gilda e che agita da par suo le acque del testo. La IV di copertina è un mio lavoro di vino su carta che amo definire come “Autoritratto“. Non assimilabile a alcun genere letterario, questo è un romanzo in cui una tartaruga Caretta caretta che si chiama Gilda, nata sulle spiagge di Torino in tempi di cui non è rimasta memoria, conosce i nomi magici, quasi fossero password, che innescano di volta in volta i racconti surreali di Marlow, che si presume essere un vecchio marinaio di cui però non esiste una faccia, un viso, un volto. Ne escono suggestioni che riportano a atmosfere di tempi passati in una Torino surreale eppure riconoscibile. Forse parzialmente autobiografico o forse un semplice gomitolo inesplicabile in cui sogni e ricordi si annodano in maniera irrimediabile stravolgendo il Tempo e lo Spazio.

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Francesco Guccini, Tralummescuro

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Gerhard Rohlfs (1892/1982) fu un grandissimo linguista, glottologo e grande studioso degli innumeri dialetti italiani (studiò soprattutto i dialetti calabresi). Francesco Guccini ben lo conosce e lo apprezza (e lo cita), ma questa sua ultima fatica (in realtà è la penultima, essendo appena uscita una sua autobiografia) è un’incompiuta e stucchevole via di mezzo tra un saggio di ricerca linguistica e un’insieme scombinato e ripetitivo rimestar tra i ricordi dei tempi che furono (com’eran belli! E più non torneranno…). Non m’è piaciuto: 220 pp. con l’aggiunta di 60 pp. di vocabolario (colto e anche interessante) di voci del dialetto della sua Pàvana. 19 € per la Giunti. Non lo consiglio e rimango della mia opinione: immenso, irripetibile cantautore; mediocre scrittore.

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My last wine artworks

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Becuét di Giuliano Bosio

Accompagnando i miei adorati bucatini alla carbonara e poi una semplice insalata – di cui sono ghiotto: soltanto olio come si deve, sale e un po’ di aceto mio – ho gustato alcuni sorsi del primo Becuét in purezza Ël Prussian 2019 di Giuliano Bosio che  qualche giorno fa mi ha portato l’amico Piero D’Alessandro.
Non mi basta un primo assaggio, ho bisogno di ritornarci ancora qualche volta, come sempre.
Comunque: è un vino dal colore rosso rubino intenso con riflessi violacei; al naso si presenta con un profumo netto di ciliegia matura che nel finale tende alla confettura; i tannini sono leggeri, non mostra un gran corpo ma in bocca dona una sensazione di “fruttato rustico” assai piacevole. Il finale è leggermente abboccato con 12,5% vol. A tutta prima lo consiglierei per accompagnare agnello, bolliti e affettati non troppo stagionati. Ma ci ritornerò sopra con più calma.                                                       Pochi giorni dopo ho potuto ancora gustare il Becuét 2019 Ël Prussian in compagnia di Piero D’Alessandro.Questa volta eravamo sulla terrazza della casa con annessa cantina di Giuliano a Almese, sopra uno splendido balcone che sorveglia l’imbocco della Valle di Susa. Mi sono ritrovato a arzigogolare tra me e me, interrogandomi su quale fosse quel particolare profumo che sentivo nel calice, profumo che il palato corrispondeva appieno. Mentre così mi arrovellavo, ho alzato lo sguardo e ho notato dirimpetto, in alto, l’Abbazia della Sacra di San Michele; eureka! quel vino aveva i profumi e i sentori propri dell’Abbazia di San Michele!!
Il vitigno Becuét è originario delle valli di Savoia Isère dove si conosce da oltre un paio di secoli con il nome di Persàn. Nelle valli delle Alpi Cozie è citato a partire dal 1877 con le varianti Becoutte (beccuccio) o Berla ‘d crava (deiezione di capra.
E’ un vitigno delicato dai grappoli piccoli, così come gli acini ovoidali e assai pruinosi. Maturazione medio-tarda e potatura lunga sono caratteristiche di questa varietà di solito usata per migliorare l’Avanà. In purezza è un vino di rustico fruttato e soprattutto dal colore rubino intenso davvero tipico.

http://www.baratuciat.com/page_5.html

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Cascina Castlet: il rosso Ucelline di Mariuccia Borio

http://www.vincenzoreda.it/go-wine-2017-bere-il-territorio/

https://www.cascinacastlet.com/it/azienda

«Mi chiamano Uceline. Sono il volo di un piccolo stormo di uccelli che partono per terre lontane dopo la vendemmia o tornano con la primavera dopo aver passato l’inverno nelle terre calde d’Africa. Lascio spazio all’immaginazione e ai sogni. Ero rimasto in fondo ai filari e si erano dimenticate le mie virtù. Uvalino è il nome della mia uva. Pareva un diminutivo, un vezzeggiativo che si regala ai piccoli. Gli uccellini all’alba becchettano i miei acini maturi. Loro non avevano mai smesso di sapere quanto valevo. Tenacia e ricerca, anno dopo anno, mi hanno fatto tornare grande tra i grandi. Ho forza straordinaria di vulcano che si ridesta. Ho il gusto intenso che viene da terre antiche. Radici profonde, foglie assetate di sole, grappoli che maturano quando l’autunno entra nell’inverno e le nebbie sfumano il rosso intenso dei filari. Non ho superbia, ma la certezza di saper conquistare chi capirà tutta la mia storia. Sono serviti i racconti dei vecchi e la loro memoria. E’ servita la capacità dei giovani e la loro nuova conoscenza per scoprire che faccio bene e parlo al cuore. Ho in me, più degli altri vini rossi, un componente che, in altri tempi, avrebbero definito pozione magica. Il suo nome è difficile da ricordare: resveratrolo e la scienza dice che “pulisce” il sangue.
Eccomi pronto a dimostrarlo».                                                                                                                                     «L’Uvalino ha sempre fatto parte della mia vita. Per noi bambini, la raccolta dell’Uvalino era una festa – racconta Mariuccia Borio – Nel 1992 impiantai il primo filare. Oggi ho circa un ettaro e mezzo di Uvalino, in due vigneti. La prima annata in commercio fu la vendemmia 2006: uscì nel 2009. Oggi ne produco circa 5 mila bottiglie. È un vino che deve essere apprezzato con qualche anno d’età».                                                                                                                                                                      Nel febbraio del 2017, durante un evento organizzato dai miei amici di Go Wine ero rimasto davvero sorpreso dall’Uceline 2011, vino spremuto da uve raccolte surmature dal rarissimo vitigno Uvalino, riscoperto da quella autentica fuoriclasse che risponde al nome di Mariuccia Borio con il suo enologo Giorgio Gozzelino. Di recente, 3 anni dopo, l’amico Piero D’Alessandro mi ha portato una bottiglia di Uceline  2012 (con la bellissima etichetta creata dal grande Giacomo Bersanetti, purtroppo scomparso prematuramente) da gustare e valutare, impiegando tutto il tempo che mi serve.                                                                                                                                                                   Gustato con calma a casa mia, prima con la bresaola e poi, soprattutto, a fine pasto con ottimi duroni, mi è parso un vino inaudito, un vino iperbolico, strabiliante. A cominciare dal colore rubino intenso con importanti riflessi granati, per continuare con profumi penetranti di confettura di marasca che nei sentori secondari e terziari riportano al tabacco e al caffè; per finire con un palato lunghissimo, impastato da tannino e acidità che danzano in splendida armonia. In un vino del genere 15,5% vol di alcol nemmeno si percepiscono. Io non amo l’Amarone che ho sempre considerato un vino finto e posticcio, mentre il suo tradizionale papà, il Recioto (ma anche il Ripasso) non li ho mai stimati abbastanza. Ebbene, L’Uceline, stessa tipologia di vino da uve surmature e passite, rispetto a questi è di gran lunga migliore, più schietto, più complesso: non a caso si parla di uve e vini tradizionali, peculiari delle Terre astigiane da secoli. E costa anche meno…

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Jean Giono: Melville
Ho finito di leggere questo libro stranissimo e non poco complicato. Jean Giono (1895/1970) è celebre per essere stato il primo traduttore di Moby Dick in Francia, così come Pavese lo fu per l’Italia. Egli per 5 o 6 anni si immerse totalmente nel personaggio di Melville e questo libro, pubblicato da Guanda, di non semplice lettura, ne è testimonianza.
Jean Giono lo conoscevo per alcune righe acute e peculiari che scrisse su Torino nel 1951:
«Già ieri sera avevo visto certe soglie, certe porte, certe viuzze, certi portici che recitavano la commedia, e persino il Riccardo III. Eppure è soltanto Torino, è la Torino di cui non si parla mai».

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Tallone Editore: Manuel des Amphitryons di Grimod de la Reyniére

«Un vrai gourmand aime autant faire diète que d’être obligé de manger précipitamment un bon diner» (Un vero goloso ama fare le diete quanto mangiare in fretta una buona cena).
Una citazione dall’Almanach des Gourmands (Parigi 1803) di Alexandre Balthazar Laurente Grimod de la Reynière (Parigi20 novembre 1758 /Villiers-sur-Orge25 dicembre 1837) di cui per i tipi di Tallone Editore è stato pubblicato nel 2015 il Manuel des Amphytrions(Parigi, 1808) in lingua originale e composto con carattere Caslon per 368 esemplari in 4° su carte Fabriano e Magnani. Testo fondamentale della civiltà del convivio e della gastronomia occidentale, il Manuel des Amphitryons fu scritto durante anni dell’Impero, quando a Parigi, scampato il periodo della Rivoluzione e del Terrore, intellettuali, nobili, artisti e amanti delle buon vivere ricominciarono a animare le serate parigine.                                                                                                     Il volume, in lingua francese, con saggi di Armando Torno Gérard Roero di Cortanze, composto a mano con 360.000 caratteri Caslon originali in molti anni di lavoro, rappresenta un primato dell’editoria contemporanea; l’iniziativa e le carte italiane, il testo francese, gli inchiostri tedeschi e i caratteri inglesi, uniscono in quest’opera brillante l’Europa del sapere e del fare. Le 18 tavole, incise sul modello dei rami originali, sono state realizzate dall’Incisoria Baroli di Milano.                                                                                                  Purtroppo, in molti conoscono Brillat-Savarin e quasi nessuno questo straordinario dandy dall’ironia che spesso rasentava il sarcasmo, anche lugubre, che manifestò in alcuni scherzi rimasti memorabili. Di origini nobili, fu cacciato dall’ordine degli avvocati causa un suo libro antinobiliare e questo fatto, probabilmente, costituì il suo salvacondotto durante la Rivoluzione. Ricchissimo e dall’appetito formidabile, era conosciutissimo a Parigi per le sue cene spesso stravaganti. Era piccolo di statura e aveva mani deformi che nascondeva sempre con eleganti guanti. Si può considerare il primo critico cucinario e il suo Almanach (pubblicato in otto successive edizioni tra il 1803 e il 1812) è senza dubbio la prima guida gastronomica in quei tempi in cui stava affermandosi la grande ristorazione come impresa privata. Suo coevo il grande cuoco Marie Antoine Carême Arfäně (Parigi8 giugno 1784/Parigi12 gennaio 1833). A oggi non esiste una traduzione italiana integrale dei lavori di Grimod.

https://www.talloneeditore.com/tallone/

http://www.vincenzoreda.it/i-vini-di-papa-paolo-iii-farnese-raccontati-da-sante-lancerio/

http://www.vincenzoreda.it/la-fisiologia-del-gusto-di-j-a-brillat-savarin/

 

 

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Enrico Tallone: un omaggio al Maestro Cesare Giaccone

Allorché, di tanto in tanto, mi vien fatto di ricordare quel giorno che Enrico Tallonemi portò da Cesare Giacconee ebbi la buona fortuna di gustare il suo capretto, ebbene mi pare di rivivere un piccolo angolo di paradiso: quel capretto è uno dei pochissimi ricordi che ti si fissano nella memoria e diventa piacevole assai rivisitarlo, riviverlo.                                                                                                                                                                    Ogni tanto.                                                                                                                                                                                        Da Cesare, al suo “Cacciatori” in Albaretto della Torre, ci sono tornato tante volte e spesso con Enrico Tallone e sempre con noi Cesare ha dato il meglio e non succede sempre: Cesare è un Artista, un uomo sensibile e non il noioso e impeccabile professionista che oggi va tanto di moda. Cesare annusa le atmosfere, sente le persone, fiuta l’aria come un segugio di razza e se c’è qualcosa che lo urta la sua cucina ne risente. Se non hai capito questo, non andare da Cesare.                                                                                                                                          Ho pubblicato sui miei libri dedicati al peperone e al tartufo due ricette che Cesare mi preparò per la bisogna e fu semplicemente straordinario vederlo all’opera in cucina.                                                                                           Enrico Tallone ha di recente reso omaggio al nostro grande Cesare: cuoco indicibile, uomo senza tempo, persona pronta a stupire – nel bene e nel male – con le sue imprevedibili stravaganze. Gli ha stampato una semplice plaquette, ben introdotta da Orlando Perera, contenente tre ricette d’autore: quasi come una sorta di lascito ereditario a chi ha goduto della sua cucina.
Tallone ha usato un coltissimo carattere cinquecentesco e ne ha tirati soltanto 76 esemplari numerati, usando le sue preziose carte.                                                                                                                                                              Insomma, l’omaggio di un Maestro a un altro Maestro.

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Idda by Angelo Gaja

Finalmente mi sono arrivati il Carricante e il Nerello Mascalese, i primi vini spremuti dalle vigne etnee che il mio grande amico Angelo Gaja produce con Alberto Graci.
Scopro con immenso piacere che parte delle vigne sono a Belpasso, paese che ho nel cuore (con tutta quella zona inenarrabile) fin da quando feci una mostra memorabile nel 2001, grazie soprattutto a Luciano Signorello.                                                                                                                                                                                    Frequento le pendici di Idda (Lei, l’Etna, divinità femminile) fin dal 1977 e ne bevevo i vini quando fuori della Sicilia non li conosceva nessuno.
Comincio con l’Idda rosso:14,5 %vol, meraviglioso colore rubino scarico con riflessi caldi; all’olfatto, appena mesciuto nel grande calice – un Riedel firmato Angelo Gaja sbreccato, io uso soltanto questo per i grandi vini: è un calice che ha una storia – esala profumi di ciliegia matura per aprirsi successivamente con sentori d’erbe di macchia mediterranea (salvia e timo, soprattutto) e una leggera speziatura di pepe bianco. Al palato è largo, sensuale, armonioso con tannini eleganti e lunga persistenza, più sulla lingua che in gola.
L’ho bevuto con un piatto tipico calabrese (pipi – friggitelli – e patate) e con la tradizionale sazizza piccante.
Che dire? Come al solito Angelo Gaja ha messo al mondo l’ennesimo grande vino che vorrei gustare tra un paio d’anni, quando senza dubbio avrà raggiunto la piena maturità (e il 2017 non fu per l’Etna una grande annata…)

E dopo l’Idda rosso, ampiamente gustato e valutato (e apprezzato) per almeno tre giorni, mi dedico all’Idda bianco 2018, un Catarricante che già dai primi assaggi mi si è presentato con promesse e premesse entusiasmanti, forse anche più del Nerello Mascalese.                                                                                                                        Ho cominciato con un assaggio aperitivo prima di a pranzo a gustarlo e valutarlo.                                                     A cena l’ho accompagnato con anelli di calamaretti cucinati in bianco e in umido; per il pranzo successivo ho scelto di ritornare sull’Etna, a Nicolosi precisamente, dove nella metà degli anni Novanta avevo scoperto le sensazionali penne saltate con pistacchi di Bronte. Un vino che saprà nei prossimi anni diventare davvero importante: le premesse e le promesse sono sorprendenti.
Abbiate cura di bere i bianchi, a maggior ragione se sono vini di grande personalità, non troppo freddi.
Dunque, 13% vol, questo Carricante dona alla vista un bianco paglierino pieno e saturo. Il primo impatto al naso è un delicato sentore di foglia di limone che evolve poi con profumi di fiori bianchi (tiglio tra gli altri) e successivamente accenni di erbe di macchia mediterranea. Al palato tutto subito inganna con una sensazione abboccata che però vira immediatamente verso spiccate note di agrumi che persistono a lungo sia in bocca sia in gola. Un vino di complessa personalità che promette di diventare grandissimo.
Ne riparliamo tra qualche tempo, per ora ringrazio Angelo per questo ennesimo regalo.

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WINE SPECTATOR, VINCENZO REDA wine painter by Collin Dreizen

 

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La Stampa 20.4.2020 articolo su Vincenzo Reda

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Pablo Neruda ritrovato, Amiga no te mueras…

Da anni inseguivo il ricordo di una poesia della mia adolescenza, finalmente l’ho ritrovata, è tratta dalla raccolta “Il fromboliere entusiasta (El hondero entusiastas, del 1924)

 

Amica, non morire…

Amica, non morire.

Ascolta queste parole che m’escono ardendo

e che nessuno direbbe se io non le dicessi.

Amica, non morire.

Son io colui che t’attende nella notte stellata.

Colui che sotto il tramonto insanguinato t’attende.

Guardo cadere i frutti nella terra cupa.

Guardo danzare le gocce di rugiada nell’erba.

Nella notte al denso profumo delle rose,

quando danza la ronda delle ombre immense.

Sotto il cielo del Sud, chi t’attende quando

l’aria della sera bacia come una bocca.

Amica, non morire.

Sono io colui che tagliò le ghirlande ribelli

per il ghiaccio selvatico fragrante di sole e di selva.

Colui che recò tra le braccia gialli giacinti.

E rose lacerate. E papaveri insanguinati.

Colui che incrociò le braccia per attenderti, ora.

Colui che spezzò i suoi archi. Colui che piegò le sue frecce.

Son io colui che sulle labbra conserva sapore d’uva.

Grappoli sfregati. Morsi vermigli.

Colui che ti chiama dalle pianure germogliate.

Son io colui che nell’ora dell’amore ti desidera.

L’aria della sera dondola gli alti rami.

Ebbro, cuor mio, sotto Dio, vacilla.

Il fiume scatenato scoppia a piangere e a volte

la sua voce s’assottiglia e si fa pura e tremula.

Risuona al tramonto, l’azzurro lamento dell’acqua.

Amica, non morire!

Son io colui che ti attende nella notte stellata,

sopra le spiagge auree, sopra le bionde aie.

Colui che colse i giacinti per il tuo letto, e le rose.

Disteso tra le erbe son io colui che ti attende!

 

Amiga, no te mueras….

Amiga, no te mueras./Oyeme estas palabras que me salen ardiendo/ y que nadie dirìa si yo las dijera./ Amiga, no te mueras./Yo soy el que te espera en la estrellada noche./El que bajo el sangriento sol ponente te espera./Miro caer los frutos en la tierra sombrìa./Miro bailar las gotas de rocìo en las hierbas./En la noche al espeso perfume de las rosas,/cuando danza la ronda de las sombras inmensas./Bajo el cielo del Sur, el que te espera cuando el aire de la tarde como una boca besa./ Amiga, no te mueras./Yo soy el que cortò las guirnaldas rebeldes/para el lecho selvatico fragrante a sol y a selva./El que trajo en los brazos jacintos amarillos./Y rosas desgarradas. Y amapolas sangrientas./El que cruzò los brazos por esperante, ahora./El que quebrò sus arcos. El que doblò sus flechas./Yo soy el que en los labios guarda sabor de uvas./Racimos refregados. Mordeduras bermejas./El que te llama desde las llanuras brotadas./Yo soy el que en la hora del amor te desea./El aire de la tarde timbra las ramas altas./Ebrio, mi corazon, bajo Dios, tambalea./El rìo desatado rompe a llorar y a veces/se adelgaza su voz y se hace pura y trémula./Retumba, atardecida, la queja azul del agua./ Amiga, no te mueras./Yo soy el que te espera en la estrellada noche,/sobre las playas àureas, sobre las rubias eras./El que cortò jacintos para tu lecho, y rosas./Tendilo entre las hierbas yo soy el que te espera!

 

 

 

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Nebbiolo Brume 2015 Casabuffetto

brume-2015-17420A sorpresa oggi ho ricevuto il Nebbiolo Doc Terre Alfieri Brume 2015 prodotto in S. Damiano d’Asti da Paola Casabuffetto con il contributo irrinunciabile del mio grande amico, l’enologo Vincenzo Munì.
Ho tante volte – ogni volta che ne ho resa libera una bottiglia – cantato le lodi del Brume 2011, l’ultima è stata in occasione della Pasqua appena trascorsa.
Aspettavo il 2015 dopo 3 vendemmie afone.
E questo millesimo, anche grazie a un’annata assai favorevole (abbondante neve in inverno e caldo in estate), l’ho trovato anche migliore, se possibile, del 2011 che fu una vendemmia strana. Questo Nebbiolo si presenta con un colore particolarmente scarico, profumi importanti di frutti rossi direi surmaturi (marasca, mora ma anche leggere fragranze di fragole di bosco), poco alcol al naso (non si sentono i 14% vol.) e in bocca tannino di eccezionale morbidezza e una persistenza in bocca e in gola che lascia in trance. Certo, per me 5/7 anni sono l’età ideale per gustare al meglio un grande vino da uve Nebbiolo, anche Barbaresco e Barolo: io sono animale che predilige i vini giovani.
Mi è venuta in mente Audrey Hepburn: eleganza, classe, armonia. Non cercate le rotondità e le sensualità di certe maggiorate mozzafiato, qui siamo a tutt’altre rarefazioni.
Amici miei, grazie per le bottiglie, aspettando con trepidazione di gustarlo insieme, come si conviene.
Intanto io l’ho bevuto con uno dei piatti miei prediletti: patate ‘mpacchiuse (la pronuncia corretta è impossibile per i non calabresi).

brume-2015-17-4-20

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Francisco Coloane

coloaneEra un omaccione di quasi due metri, così lo descrive Luis Sepulveda, grazie al quale, per le Edizioni Guanda – come Littin, Fajardo, Letelier – ho conosciuto questo novello Jack London (come lo definisce Alvaro Mutis): Francisco Coloane.

Cileno di Quemchì, nell’isola di Chiloè, dove nacque nel 1910, si imbarcò giovanissimo, figlio di un capitano di baleniere, e navigò in quelle fredde acque del Sud del mondo fino a circa trent’anni, quando decise che la sua vita sarebbe cambiata: divenne scrittore, lo scrittore dell’epopea del Sud del mondo.

La Patagonia l’avevo incontrata, come molti, nelle storie di Bruce  Chatwin: ma questo inglese un po’ snob non era un vero scrittore – la sua opera letteraria è assai sopravalutata. Chatwin era in realtà un viaggiatore, solamente un grande viaggiatore e non è poca cosa.

Dentro l’opera di Coloane, al contrario, si respira forte il vento gelido e la desolazione e le tragedie di esistenze strampalate.

L’opera di Coloane è la testimonianza dello sterminio delle razze e, peggio ancora se possibile, delle culture Ona, Yagan, Tehuelche, Alacaluf: indios cacciati come animali da criminali che riscotevano le ricompense, una o due sterline per ogni assassinio, in virtù delle paia di orecchie tagliate alle povere spoglie che consegnavano alle compagnie di allevamento del bestiame.

Dentro le pagine di Coloane c’è l’erba coiròn, ci sono i caranchos, gli stermini delle foche, le carcasse di balene spolpate dal vento e dagli avvoltoi, i velieri fantasma.

Capo Horn (il primo, del 1941), Terra del Fuoco, L’ultimo mozzo della Baquedano, Naufragi, I conquistatori dell’Antartide, Galàpagos, Antartico, La scia della baleniera, I balenieri di Quintay, Cacciatori di indios e la splendida autobiografia Una vita alla fine del mondo.

Li ho letti tutti ed è un gran bel leggere.

Se n’è andato nell’agosto del 2002, quel gran vecchio, adolescente, dalla grande barba bianca:

“Mi chiamo Francisco Coloane e vengo dalla fine del mondo”.

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Solo la Muerte, Pablo Neruda

E’ il bisogno come cibo – come acqua, come aria – di poesia che mi possiede, certe volte. E allora devo trovare sollievo al mio animo riarso con le parole di qualcuno dei Miei. Questo è un librino della collezione di poesia Einaudi, finito di stampare il 17 maggio 1969; lo acquistai un anno dopo, circa: il Principe Giulio era ancora regnante e io annaspavo nelle zacchere della mia adolescenza densa di scoperte.

Pablo lo conoscevano soltanto gli appassionati e gli specialisti, il mio eccellente professore di Italiano (scuola serale) ignorava chi fosse. Non c’era ancora stato Pinochet e il Nobel e Pablo era ancora soltanto un diplomatico: per me, sedicenne, fu come un pugno nello stomaco…La traduzione, stupenda, è di Salvatore Quasimodo che ho sempre considerato un poeta mediocre (i miei soliti giudizi trancianti e presuntuosi: ma così è) ma un grandissimo, quasi inarrivabile, traduttore di versi.

Da Resindencia el la tierra, II (1931/1935)

Solo la morte

Vi sono cimiteri solitari,/tombe piene d’ossa senza suono,/se il cuore passa da una galleria/buia,buia,buia,/

come in un naufragio dentro di noi moriamo/come annegando nel cuore/come scivolando dalla pelle all’anima.

………………

A volte vedo/solo bare a vela/salpare con pallidi defunti, con donne dalle trecce morte

con panettieri bianchi come angeli,/con fanciulle assorte spose di notai,

bare che salgono il fiume verticale dei morti,/ il fiume livido

in su con le vele gonfiate dal suono verticale della morte.

La morte arriva a risuonare

come una scarpa senza piede, un vestito senza uomo,

riesce a bussare come un anello senza pietra né dito,

riesce a gridare senza bocca, né lingua, né gola.

…………….

La morte sta sulle brande;/sui materassi che affondano, sulle coltri nere

vive distesa, e all’improvviso soffia:/soffia un suono oscuro che gonfia le lenzuola;

e ci sono letti che navigano verso un porto/dove sta in attesa vestita da ammiraglio.

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Aldo Palazzeschi, “Le carovane” e “Chi sono”

Le carovane

Oggi

io mi vedo davanti

una lunghissima,

interminabile via,

zeppa di carovane.

Lunghissima via polverosa

che si estende all’infinito

proprio davanti a casa mia.

Alla finestra della mia stanza da letto

io me ne sto a guardare

tutto quell’andare, quell’ansare, quel sostare.

Ferme, vaganti, volanti carovane,

si perdono nella via a me davanti.

Carovane alte e verdi

d’olivi e di castagni,

d’abeti, di platani e d’ontani,

di cipressi e di pini

vicini e lontani

lontani e vicini.

Carovane di casse, di capanne e di castelli,

di bovi, di cavalli e di cammelli,

carovane d’uccelli;

carovane d’insetti

sopra carovane di tetti;

carovane di navi e di barchette

su carovane di flutti;

carovane a ghirlande di rose e di violette,

carovane di fiori, carovane di frutti.

Carovane d’ali

scìan sagge o frullan folli,

carovane d’occhi,

occhi molli, pollini, grifagni,

sguardi vivi d’intelligenti,

sguardi privi, d’idioti.

Carovane di ragni

carovane di cani

carovane di piedi

carovane di mani,

scarpe, babbucce guanti,

carovane di grucce

carovane di calzoni

carovane di sottane.

Uomini giganteschi ricoperti di ferro,

uomini seminudi ravvolti di pellicce,

infustiti nell’eleganza delle marsine

o disinvolti nel vestito sport,

van via avanti avanti,

or lesti or lenti,

mescolati al bestiame tutti in carovane.

Rigidissime dame

bene composte nelle loro vittorie,

sguaiatissime puttane a sciame.

E sotto l’acque chiare

carovane di pesci si vedono gioiosi scivolare

luccicando,

e sotto quelle torve

gonfi di rabbia ingoian la sabbia

boccheggiando.

Mi fischiano agli orecchi

tanti stupidi pensieri,

volan per l’arialeggeri leggeri,

qualcheduno cammina più profondo

e pigia con la stampella

sicuro di sfondare il mondo.

Di sopra, a spiare argutamente,

carovane di stelle luccicanti.

Ma che cos’è tutto quel passare,

tutto quell’andare, sostare e ripigliare?

Son tutte carovane carovane carovane

vane vane vane vane vane vane

ane ane ane ane ane ane

eeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee

e… e… e… e… e… e… e…

In fondo io me ne sto a guardare

tranquillo alla finestra

della mia stanza da letto:

guardo e aspetto.

Ma ditemi, dove andate?

Dove andate, si può sapere?

Che cosa c’è in fondo a quella via?

Andate alla Città del Sole mio?

Idioti, mammalucchi: fermatevi!

Non lo sapete

che in quella città

non posso andarci che io?

Perdio!

Chi sono?

Son forse un poeta?

No, certo.

Non scrive che una parola, ben strana,

la penna dell’anima mia:

«follìa».

Son dunque un pittore?

Neanche.

Non ha che un colore

la tavolozza dell’anima mia:

«malinconìa».

Un musico, allora?

Nemmeno.

Non c’è che una nota

nella tastiera dell’anima mia:

«nostalgìa».

Son dunque… che cosa?

Io metto una lente

davanti al mio cuore

per farlo vedere alla gente.

Chi sono?

Il saltimbanco dell’anima mia.

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Best wishes for a Happy Easter

Best wishes for a Happy Easter with my Egg of Wine, painting in 2018 with Ruchè, wine of Piedmont, Italy.

uovo

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Abu Nuwàs. Il poeta iracheno del vino

Amici, in nome di Dio, non mi scavate

la tomba se non a Qutrabbul,

tra i frantoi e le vigne; non mi mettete
vicino alle spighe.

Chi sa che io non senta nella mia fossa,
quando si pigia il vino, il calpestio
dei piedi.

“Le mille e una notte” è un testo che tutti dicono di conoscere, non foss’altro che per le storie, ormai entrate nell’immaginario collettivo e saccheggiate in ogni possibile modo dalla fame di esotico del nostro Occidente, di Alì Babà e di Aladino; in realtà, ben pochi hanno letto quel tesoro ineguagliabile di storie che comprende le tradizioni indiane, persiane, irachene e egiziane, la cui compilazione si estende per molti secoli e che fu portato in Europa, alla corte del tramontante Re Sole, tra il 1704 e il 1717, dal francese Antoine Galland.
Comincio da questo libro perché qui, diverse volte, sono raccontati aneddoti che riguardano il libertino, sodomita, ubriacone poeta di corte Abu Nuwàs.
Egli si chiamava al-Hasan ibn Hani (760-815 circa), era nato a Ahwàz in Persia da padre arabo e madre persiana, ma visse tra Bàssora e Baghdàd alla corte prima del mitico califfo Harùn ar-Rashìd (il Califfo delle “Mille e una notte”) e poi del successore di questi, suo figlio al-Amìn.
Erano gli anni, quelli, del dominio Abbaside, iniziato nel 750 e durato fino al 1258, la capitale dei domini arabi era appunto Baghdàd e la cultura straordinaria che quella dinastia contribuì a sviluppare e a diffondere influenzò in modo per certo importante l’Occidente: l’influenza araba sulla civiltà europea del medioevo non è posta nel dovuto rilievo nell’insegnamento della storia nelle nostre scuole, ma non è questa la sede di una tale polemica.
Abu Nuwàs (soprannome che significa “Il ricciutello”): “Godeva, stando a quanto si racconta, di una condizione fisica straordinaria. La perfezione delle sue forme e la sua grazia riempivano gli occhi di chi lo guardava. Nessuna meraviglia dunque per i molti cuori che ha spezzato, tanto con questi pregi quanto con il suo genio di poeta. Tutta la gioventù di Basra voleva essergli amica, per l’attrazione erotica che esercitava così come per il piacere della sua compagnia”. Lo racconta così Ahmad al-Tifachi, un erudito tunisino che visse tra il 1184 e il 1253, a cui si deve la compilazione di un testo sui costumi sessuali del suo tempo che è un gioiello di freschezza, chiarezza e approccio quasi scientifico ai temi, che noi cristiani diremmo scabrosi, che affronta; si tratta di omosessualità maschile (tema in cui il nostro Abu Nuwàs è raccontato in molte testimonianze come uno degli esponenti più famosi) e femminile, di prostituzione, dei più vari costumi e vizi sessuali con grande naturalezza e senza alcun pregiudizio. Ricorda, questo testo arabo del XIII secolo, il celeberrimo (anche qui, tutti lo conoscono e quasi nessuno lo ha letto) “Kamasutra” di Vatsyayana, autore seguace della corrente Carvaka, che equivale alla nostra filosofia epicurea e, poi, del “Carpe diem”.
Il contesto storico e culturale entro cui agisce Abu Nuwàs, le civilissime Baghdàd e Basra (la Bàssora di oggi), è per quei tempi il più evoluto, tollerante, multietnico e multilingue; ebrei, cristiani, musulmani convivono in un ambito sociale di straordinaria tolleranza.
Nei versi del Nostro s’incontrano notti e giornate consumate, all’insegna del piacere sempre gaudente, sempre estetico, dentro gli accoglienti conventi cristiani, depositari della scienza del vino, dentro le bettole, dentro le case di tolleranza in cui fanciulli e fanciulle potevano essere comprati, con la loro assoluta compiacenza, per il piacere delle allegre compagnie: e sono scene di grande bellezza, scene in cui il fanciullo è ammirato e desiderato fin dal momento in cui serve le coppe della magica “Khamr” (sostantivo femminile che in arabo definisce il vino), la sposa con la quale si passerà la notte. Mai volgarità, mai bassezze, mai violenza: i fanciulli e il vino sono strumenti di piacere reciproco, magari contrattati, magari anelati invano, magari irraggiungibili, ma sempre poetici, estetici, definitivi.

 

Il vino è luce:


“Se ci mescolassi luce, essa si mescolerebbe
con lui, e ne nascerebbero altre luci
e fulgori.
Circola quel vino tra i giovani, cui si piega
docile il destino, dando loro soltanto
le sorti da essi volute”.
Il vino è “profumo del mondo”:
“Un vino cui padre è l’acqua, e madre
la vigna, e nutrice la calura
meridiana bollente.
…..
Vino ebreo di lignaggio, musulmano
di territorio, siro di esportazione,
iracheno di nascita.
E’ del paese dei Magi, ma ha lasciato
I suoi correligionari, per odio del fuoco
che presso di loro si attizza.”

Io ho amato nella mia gioventù lontana Charles Baudelaire, l’ho amato profondamente: i suoi fiori maledetti sbocciati sul vino mi parevano sublimi; fiori di una civiltà che il vino l’ha insegnato al mondo intero; ma poco o niente in confronto ai versi del “ricciutello” di Baghdàd:

“Fate circolare la coppa, e si dileguerà
la sventura, e il mio occhio godrà
lo squisito profumo del mondo.
Un vino nel cui luccichio brilla il lampo,
e quando si svela alla vista, questa
ne è quasi accecata.
…..
Mescolato, cresce il suo profumo,
quasi cenno d’assenso di chi ami
a tutto ciò che ami.”

Certo, il paese di Baudelaire il vino l’ha insegnato al mondo intero; ma il paese di Abu Nuwàs il vino l’ha creato: nella Mesopotamia, la terra tra i due fiumi, la Vitis Vinifera Sativa è stata addomesticata e diffusa a occidente e a oriente.
Poi la Storia s’ingarbuglia e s’attorciglia: oggi beviamo il vino che è originario delle terre della Mesopotamia e che è innestato sui portainnesti americani; noi beviamo quel vino, mentre i due paesi si sono appena fatti la guerra ( la guerra, probabilmente, è un’invenzione o una scoperta, come la vite, di quelle terre tra i due fiumi).

Nota: per lo scritto di cui sopra sono debitore a Enrico Tallone. E’ dalla sua edizione del 1990 “Antologia Bacchica”, commentata e tradotta dal grande arabista Francesco Gabrieli (curata dal quale ho anche l’edizione Einaudi de “Le mille e una notte”), pubblicata in 436 esemplari e composta con il prezioso carattere disegnato da William Caslon, che ho preso spunto e citazioni.

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La Bhagavadgītā

«Quando la delusione mi fissa negli occhi e, tutto solo, non scorgo nemmeno un raggio di luce, io rivado alla Bhagavadgītā. Trovo un verso qui e uno verso là e immediatamente comincio a sorridere nel mezzo di tragedie soverchianti. Essa ci parla con una voce sovrana, serena, continua: la voce di un’intelligenza antica che in un’altra epoca e sotto un antico cielo seppe discutere e risolvere le questioni che ci travagliano».

Queste sono le parole di Hermann Hesse: le faccio mie, in toto.

La Bhagavadgītā (letteralmente: Canto del Beato) è un poema di argomento religioso composto da circa 700 versi (śloka), diviso in 18 canti (adhyāya) e contenuto nel VI parvan(libri) dello sterminato (4 volte la Bibbia) poema epico Mahābhārata, il più grande ciclo di racconti dell’intera storia della letteratura mondiale, scritto dal mitico Vyāsa.

Di epoca incerta, ma senza dubbio con origini di racconti tramandati oralmente che si pongono molti secoli prima della nostra èra, la Bhagavadgītā rappresenta uno degli apici del pensiero filosofico (prima che religioso) indiano. È in buona sostanza la storia del principe Arjuna (uno dei fratelli  Pāṇḍava) che, illuminato da Krishna, deve affrontare in battaglia la stirpe usurpatrice dei Kurava. A fronte delle esitazioni del Principe, il Dio gli fa capire che egli deve agire, senza preoccuparsi di cosa accadrà: questo è il suo dovere. E l’azione – libera da ogni speculazione, desiderio, aspettativa – diventa il messaggio centrale del poema che presenta versi sublimi, diluiti in un contesto che discende direttamente dalla poesia e dalla sapienza dei Veda e delle Upaniṣad .

Questa edizione, tradotta e commentata da Raniero Gnoli, è della Economica Bur: la comprai oltre 10 anni fa quando l’India, causa mia figlia Geeta (che significa canto, nella trascrizione inglese in cui la “ī”, vocale lunga, viene scritta come due “e”), entrò inaspettata nella mia vita. E me la cambiò: dentro e fuori.

 

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Driving Arturo Merzario’s Ferrari on Tazio Nuvolari Circuit (Pavia, Italy)

On March Saturday 29, 2014.

This was an amazing experience! Half a day of full immersion in the world of GT car racing on the Tazio Nuvolari circuit near Pavia (south of Milano).

I was “In pista con Arturo Merzario“, the formula 1 driver of the 70s,  who is now running its own racing pilot academy together with Paolo Meroni.

Last Saturday under sunny weather conditions together with other 14 drivers I got the chance to sit in a Ferrari 360 F1 GT3 and get a ride on the race track. With the help of Arturo and his team I could enjoy the motoring pleasure, Power of a V8, paddle-shift transmission direct derived from Ferrari Formula 1 cars that made me grinning until now and for the next days.

Beside the experience on the track I also enjoyed the Italian food and wine as well as city sighting in Pavia!

The good news is this is an experience at an affordable price. With 200 € you can get a ride (2 laps) as passenger and with 300 you can seat at the steering wheel with the instructor sitting beside you. Anyway there are many combinations possible and Arturo is very flexible.

 

Further information can be found directly on the web site: www.inpistaconarturo.it

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Una fastidiosa malattia….

La storia è questa, pare di Gorbacev, rielaborata letterariamente dal

sottoscritto.

“Zonzolando nello spazio infinito – di infiniti mondi e stelle e galassie e

di chissà cos’altro popolato – la Terra incontrò tempo fa un pianeta suo

amico. Erano tanti e tanti eoni che non s’incontravano e fu un bisogno quasi

ovvio, naturale quello di  ristare un momento a raccontarsi i fatti loro.

Parlando del più e del meno, il pianeta a un certo punto chiese alla Terra:

«A dire il vero non mi sembri in buonissima salute. Cosa ti sta capitando?».

Rispose, un poco avvilita, la Terra:

«Beh, sai, non è una questione grave, ma mi sono buscata una di quelle

malattie fastidiose, che portano pruriti, disagi di temperatura, qualche

bubboncello qui e là. Insomma, mi sono buscata l’umanità!».

L’altro pianeta, a quel punto visibilmente rilassato, la tranquillizzò:

«Se è così, stai pur tranquilla. E’ successo anche a me tempo fa, ma è

durata poco e sono guarita in fretta. E ora sto meglio di prima. E’ una

malattia fastidiosa, ma non porta alcuna conseguenza.».

La Terra ringraziò il vecchio amico e trasse un profondo sospiro di

sollievo.”

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Arte: “Tavolvino” e “Scacchiera di vino”

Queste fotografie sono state riprese durante la mia esposizione a Eataly, nel dicembre del 2007. Sono due lavori che mi sono costati lunga fatica e hanno avuto una gestazione lunghissima. In particolare il “Tavolvino” è una sintesi metaforica – attraverso simboli, geometria e matematica – della mia visione del mondo. Chi è pratico di simbologia può trovarci un sacco di roba: dai primordi dell’uomo alle complicazioni di Fibonacci, passando tra cultura egizia e simbologia massonica. In fondo è un omaggio a Marcel Duchamp e al suo Grande Vetro, opera totalmente differente dalla mia….
Il mio “Tavolvino”, opera del 2007. E’ un tavolo di doppio cristallo inciso con le incisioni colmate di vino (Barbera). Il tavolo è inscritto in un rettangolo di dimensioni auree (110×68 cm.). E’ sorretto da due vasi di vetro che contengono vino bianco e vino rosso più tutti i tappi delle bottiglie che ho bevuto durante la realizzazione dell’opera. E’ stato esposto soltanto a Eataly e nel foyer del Cinema Empire, accanto al Caffè Elena a Torino. E’ disponibile per esposizione.

La mia “Scacchiera di vino” del 2005, è realizzata con vino bianco e vino rosso steso tra due cristalli di 64×64 cm. I bicchieri sono comuni calici che simboleggiano i pezzi degli scacchi, colmi di vino bianco e vino rosso. E’ stata esposta a Eataly e al Cinema Empire è stata usata per una partita simbolica alle Olimpiadi degli scacchi ti Torino, nel 2006, vedi foto sotto. E’ disponibile per esposizione.

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Vincenzo Reda Curriculum Vitae in english

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I was born in a small village (Calabria), in 1954 during the harvest. Since 1960 I  moved to Turin.

I obtained the diploma of assistant director in ’75 with Adriano Cavallo (help of Orson Welles) at the Experimental Center of Dramatic Art of Turin with apresentatation  of I morti senza tomba by J.P. Sartre;

I worked at the Gobetti theater as stage director and lighting director for Federico Garcia Lorca’s La calzolaia admirabile.

In ’76 with Plinio Martelli I shot the experimental body art film Every body occupies its own space that was presented at the Venice Biennale in 1978, and is now owned by the G.A.M.(Gallery of Modern Art) in Turin.

Then until 1983 I did many photography exhibitions, of which the most important in 1980: The Devil wants you, performance with Bruno Chiarenza, presented for the first time at the Postino Cheval in Via Palazzo di Città.

Between 1976 and 1978 I had important experiences at Radio and TeleTorino International and, above all, at Radio ABC Italiana, of which I was Artistic director and for which I made several transmissions and wrote original texts.

Between 1979 and 1996 I directed companies, of which I was a partner, in the field of communication and publishing.

In the two-year period 1989/91 I held the position of Vice President of the Young Industrialists of Turin and, in 1993 and 1995, I was National Vice President of the AIPE (Association of small Italian publishers). Between 1996 and 2011 I worked as a consultant for the magazines : Prima Comunicazione, Oasis, Airone, Archeo and Medioevo, as well as numerous exhibitions (Ancona, Turin and Cosenza).

I started writing about wine and food in 2003.

In 1989 I published my first book: a volume of experimental poetry Caccole and tentlalia

Since 1993 I have been painting with wine on paper, fabric and crystal. In 2009 I publisheda new Book titled PIU O MENO DI VINO for Edizioni del Capricorno.

In 2010  a new book titled Quisquilie & Pinzillaccherewas released for Graphot types.

In 2011 I published for Newton Compton 101 Mayan Stories that you should know before the end of the world.

The same book was distributed by Focus Storia in November 2012, reprinted for Gruner-Mondadori.

In 2012 Rime Sghembe was released by Graphot. In July 2013 by Edizioni del Capricorno: Di vino e altro ancora. For Castelluccio Editore, 2016 the release of Sulle ali del Barolo by Gianni Gagliardo whose illustrations I took care of.

Between 2013 and 2016, with the national newspaper La Stampa, I published Il Peperone, 35th Piedmontese Festivals and The White Truffle of Alba.

On December 28th 2014 I participated in Mela Verde, Tv Canale 5, interviewed by Edoardo Raspelli.

In 2016, National Japanese TVteam came to Italy to film me fo a Special exclusive program on Wine and Wine Painting.

I began to exhibit my paintings at Capo Liveri (Isola d’Elba) in 1998; I was invited to participate in the main events related to wine in Italy and I exhibited in many Italian cities.

I have permanent exhibitions at the restaurantsLi Jalantuumene, Monte S. Angelo (FG) and L’Ostu Duca Bianco of La Morra (CN).

I exhibited in the USA in 2008/2009 and in New Delhi in 2009/2010.

I have alsopainted many  labels for important wines and some of my works have been purchased by collectors from India, USA, Brazil, Germany, South Africa, China and Japan.

The Piedmont Region has dedicated a monograph to me and the Radisson in New Delhi has printed a book with my works exhibited in India. The Air India magazine dedicated a page to me in 2010.

My chess board of wine on crystal was used for the Chess Olympics in Turin in 2006.

Last year I presented Italian food and wine in Hanoi (Vietnam), hosted by the Italian-Vietnamese Chamber of Commerce.

Currently I write for the professional magazine Barolo & Co and in Focus Storia.

I personally give lessons and courses in  history of food and wine at Eataly Lingotto.

I am a consultant for the communication of some important wine producers.

I have been married since 1990 and I have an Indian daughter, adopted in 1998 (born in Bombay in 1992)

Vincenzo Reda - Via Piave, 9 –  10122 Torino

Tel/Fax: +39011 18893288   Cell: +39335 5358828

redavincenzo@libero.it

www.vincenzoreda.it

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