Archive for agosto, 2008
Jack London

“Mia madre aveva alcune idee preconcette…. Le razze latine, dallo sguardo cupo, sono eccessivamente suscettibili, traditrici e sanguinarie…..Questo italiano, questo Pietro, aveva proprio i terribili occhi neri di cui mia madre mi aveva parlato…Come avrei potuto, io, ragazzo di sette anni, analizzare la fiamma che li animava? Guardandoli, ebbi la visione di una morte violenta e rifiutai timidamente il vino….non ho mai avuto tanta paura come in quel momento. Portai il bicchiere alle labbra, e lo sguardo di Pietro subito si addolcì.

Compresi che non mi avrebbe ucciso. Questo pensiero mi sollevò, ma non posso dire altrettanto della bevanda. Era del vino nuovo e a buon mercato, aspro ed amaro, ed aveva un sapore ancora più cattivo della birra…Ecco come bevvi quel vino: buttai la testa indietro e ne trangugiai una sorsata…Chiamò Domenico……. non aveva mai visto un simile eroismo in un marmocchio. Per due volte riempì il bicchiere fino all’orlo e mi guardò vuotarlo….Quanto ne ho bevuto? Non lo so. Quel che mi ricordo è…. di avere visto innumerevoli bicchieri di vino rosso attraversare la tavola, per inabissarsi nella mia gola in fiamme……Poi tutto ripiombò nell’ombra….

Quando ripresi i sensi era notte. Mi avevano portato per quattro miglia, e messo a letto.”

John Griffith nacque a S. Francisco il 12 gennaio 1876, figlio di una sconclusionata e di un astrologo ambulante che non lo volle mai riconoscere e che, anzi, abbandonò la sciagurata per il semplice fatto ch’ella non aveva voluto abortire. Pochi mesi più tardi, la povera donna sposò un tale John London, uomo che nel proprio dna aveva il segno del fallimento, e che diede al piccolo il proprio nome, pur se fu  da sempre chiamato Jack.

Il brano sopra citato è tratto dall’autobiografia che Jack London scrisse nel 1913, tre anni prima di morire, “John Barleycorn”: è un’opera di feroce introspezione in cui rivive la sua vita sotto il segno dell’innata propensione a gettarsi tra le braccia dell’alcol, liquido che naturalmente disdegna, causa l’attrazione fatale verso i riti della virilità, dell’avventura, della socializzazione brutale tra esseri semplici e, tutto sommato, di un’insopprimibile talento verso quello che oggi noi chiamiamo il “farsi”.

Drogarsi per sballare, per uscire, per stendere un velo di ottundimento sopra una sensibilità e  una voglia di vivere che in alcuni momenti diventano insopportabili.

Jack London non amava l’alcol, ne aveva schifo: del vino più che della birra e del whisky; ciononostante “John Barleycorn” è una trama di sbronze epocali sopportate per dovere sociale o per bisogno cerebrale.

Jack amava le caramelle e i dolci ed era felice quando poteva isolarsi a sgranocchiare delle leccornie in solitudine e in santa pace.

John Barleycorn è il nomignolo che gli americani usano per definire l’alcol in genere, più propriamente la birra e il whisky, quando vogliono significare l’alcol come vizio, come abuso, come signore e padrone: Giovanni Chiccodigrano.

“Frank da un’enorme damigiana, versò un bicchiere di vino rosso per sugellare il nostro contratto. Mi ricordai il vino rosso del ranch italiano, e fui percorso da un fremito. Il whisky e la birra mi ripugnavano meno. Ma la Regina delle ostriche mi guardava, tenendo in mano un bicchiere mezzo pieno. Io avevo il mio orgoglio. Anche solo con i miei quindici anni, potevo almeno dimostrarmi uomo quanto lei. Inoltre, vedevo sua sorella e la signora , e il giovane pirata di ostriche ed Hadley e tutti, con il bicchiere in mano. Dovevo far la figura di un pulcino nella stoppa? No, mille volte no! Piuttosto bere mille bicchieri! Trangugiai il bicchiere pieno fino all’orlo….

Ragionavo così: essi bevono per passatempo questo immondo liquore. Tanto peggio per loro! Io non ci tengo affatto a contrariare i loro gusti. La mia qualità di uomo esige, secondo le loro singolari convinzioni, di mostrare che io amo il vino. Perciò procurerò di far bella figura, ma ne berrò il meno possibile.”

Quest’anno cade il centenario della pubblicazione di uno dei grandi libri dell’umanità: “The call of the wild”, da noi felicemente tradotto: “Il richiamo della foresta”; fu pubblicato a puntate tra  giugno e  luglio del 1903 sul giornale Saturday Evening Post. London lo scrisse in pochissimo tempo, appena tornato da Londra, dove aveva realizzato un incredibile reportage sui quartieri poveri e malfamati di quella metropoli, travestendosi e vivendo come un vagabondo per due mesi ( “Il popolo degli abissi” si intitola il libro che raccoglie quell’esperienza).

La critica letteraria, soprattutto quella di lingua inglese, non ha mai dimostrato di apprezzare l’opera di Jack London, relegandola spesso a letteratura per ragazzi o comunque a genere popolare: certo la lingua di London non è quella, magnifica, di Stevenson, ma la potenza di certi temi, i bisogni primordiali, la legge della sopravvivenza, la lotta dell’individuo contro tutto e tutti in London raggiungono vette di straordinario effetto, effetto che si protrae intatto nel tempo.

Bene o male tutti conoscono la storia di Buck, figlio di Elmo, un S. Bernardo gigantesco, e di Shep, una femmina di pastore scozzese, l’incipit è folgorante: “Buck non leggeva i giornali, altrimenti avrebbe saputo…..”.

Avrebbe saputo che era partita la corsa all’oro del Klondike cui London, tra il 1897 e il ’98 partecipò attivamente, ritornandone ammalato e senza un soldo, ma con un bagaglio di esperienze che saranno il terreno fertile dei suoi racconti sul grande nord e sulla corsa all’oro, e che costituiscono, secondo il mio modesto parere, una raccolta in cui si trovano dei veri gioielli.

Per restare sui nostri temi, consiglio di leggere: “Un distillato iperboreo” (“A hyperborean brew”, tratto dalla raccolta “The faith of  men”, La fede degli uomini, pubblicata nel 1904): è un apologo straordinario sull’incontro tra l’uomo bianco e una povera tribù artica, buggerata con l’alcol.

La vita di Jack London fu essa stessa un romanzo epico, di seguito cito un brano dalla sua autobiografia in cui egli, dopo un periodo di studi feroci, a 19 o 20 ore al giorno per un paio d’anni, sente il richiamo:

“… Tuttavia, quando il mio sguardo si posò su quelle barche di pescatori fra i giunchi della costa, senza riflettere abbandonai il timone, mi precipitai sulla tela e mi diressi verso la riva. Istantaneamente, nel più profondo del mio  cervello in delirio, seppi quel che volevo. Desideravo bere, volevo ubriacarmi……Ed ecco quel che voglio concludere: per la prima volta in vita mia, in pieno possesso della mia coscienza, per deliberaro proposito, avevo voglia di bere. Manifestazione nuova, completamente diversa del potere esercitato da John Barleycorn. Provavo per l’alcol un desiderio cerebrale. Il mio spirito, stanco ed affaticato, cercava l’oblio…..All’inizio, tutto il mio organismo si ribellava contro l’alcol che avevo assorbito, per molti anni, per puro spirito di compagnia e perché si trovava ad ogni passo in quella vita avventurosa. Ero adesso giunto al momento in cui il mio cervello reclamava non già un semplice bicchiere, ma l’ebbrezza totale.”

Con la celebrità arrivano tante cose, e London compra una immensa proprietà vicino a Oakland, a pochi chilometri da Napa Valley: diventerà, proprio lui, un vignaiolo.

“…Quando apparve il mio primo libro, fui invitato una sera da parecchi amici, cittadini dell’Alaska, al ‘Club della Bohème’ di S. Francisco, di cui erano soci…..Per la prima volta, sentii allora pronunziare il nome di quei liquori preparati con marche speciali, e non sapevo nemmeno che ‘Scotch’ volesse dire whisky.

Non conoscevo che le bevande dei poveri, -quelle della frontiera e dei porti,- la birra ed il whisky a buon mercato, che si chiamava senz’altro col suo nome. Ero così imbarazzato dalla scelta, che il cameriere parve quasi svenire, quando gli domandai un bicchiere di vino, come digestivo dopo pranzo. Figuratevi un po!”

Di Jack London potrei parlare per molte altre pagine ( i racconti di mare, lo Snark, la boxe, la devozione di personaggi come Lenin o Guevara, il suo amore per Nietzsche..) ma non mi dilungo oltre, anche perché questa mia rubrica vuol solo essere un pungolo: non sono certo un critico e il periodico che mi ospita non è un giornale letterario.

Morì nel suo ranch il 22 novembre del 1916, a poco più di quarant’anni, ormai morfinomane, eroinomane, con i reni distrutti: meglio, si suicidò lentamente, lucidamente col cibo ( amava il pesce e la carne cruda ), con l’alcol, con le droghe.

I brani citati sono tratti dal libro:

“Memorie di un Bevitore” (John Barleycorn)

Traduzione di A. Salucci, prefazione di Giorgio Celli

Franco Muzzio Editore 1992

Sanguina il mio cuore a Bombay (My heart is crying blood in Bombay)

Quarantanni sono oggi e la profanazione oscena colpiva, ancora colpiva Tenochtitlàn: in quella Santa Piazza che profuma di morte ancora una massacro, un altro massacro di uomini che bevono sangue di uomini, laddove il sangue per sempre era stato Acqua Santa con cui spegnere la sete di Crudeli Divinità: gli Dei, ovunque, sono assetati di sangue.

Anni sono passati e la profanazione colpiva altri simboli di morte al principiare di un nuovo ciclo, un nuovo millennio: a memento: ricorda uomo, sei assetato del sangue dei tuoi fratelli: ne bevi riarso a spegnere una sete che neanche conosci.

E sangue che sparge altro sangue in terre che sembrano lontane, ma il sangue è vicino, il sangue sempre è fratello.

E oggi la cittàdellabuonabaia: scorrono rossi ruscelli inquietanti di vite che furono, nel caos gentile di Bombay: sangue di genti neppure parenti genti lontane eppursempre fratelli.

Sangue che chiede altro sangue: come se spargere sangue ulteriore lenisse dolori, sanasse ferite.

Estinguesse le seti infinite.

No, non è prevista alcuna conclusione a codesta vicenda.

Siamo semplicemente uomini che per vivere devono onorare Divinità Crudeli che chiedono sangue, sangue nostro, sangue di nostri fratelli.

Il Dolore, ci diciamo l’un l’atro bugiardi, ci rende migliori.

E non è vero.

Il Dolore, mi spiace dire, ci aiuta a vivere.

Ci occorre come l’aria che respiriamo.

Cittàdelmessiconewyorkbombay

Dresdahiroshima….

Sia fatta la volontà diddio.

Vincenzo Triste 28 novembre 2008

Octavio Paz

DAMA HUASTECA

Gira per le rive, nuda, salutevole, appena uscita dal bagno, appena nata dalla notte.

Sul suo petto ardono gioielli strappati all’estate.

Copre il suo sesso l’erba liscia, l’erba blu, nera quasi, che cresce sugli orli del vulcano.

Nel suo ventre un’aquila dispiega le ali, due bandiere nemiche si allacciano, riposa l’acqua.

Viene di lontano, dal paese umido.

Pochi l’hanno vista.

Dirò il suo segreto: di giorno, è una pietra a lato della strada;

di notte un fiume che fluisce a fianco dell’uomo.

(Ronda por las orillas, desnuda, saludable, recién salida del baño, recién nacida de la noche.En su pecho arden joyas arrancadas al verano. Cubre su sexo la yerba lacia, la yerba azul, casi negra, que crece en los bordes del volcán. En su vientre un águila despliega sus alas, dos banderas enemigas se enlazan, reposa el agua. Viene de lejos, del páis húmedo. Pocos la han visto. Diré su secreto: de día, es una pietra al lado del camino; de noche, un río que fluye al costado del hombre).

Il mio primo libro: 1988, un libro di poesia sperimentale

 

 

 

 

COCCALE


Caccole

Caccoline

Caccolette

Lievi lievi

Insudiciano

Fastidiose un poco

Collose

Insistenti

Il vello lucido

Del mio tiepido esistere.

Furtivo

Mi scaccolo

Coccolandomi un poco

E ogni caccola

Una piccola coccola.

 

 

 

 

Questo librino fu licenziato il 7 dicembre del 1988, stampato presso le Arti Grafiche Bogliani di Torino in 73 copie numerate e firmate. Fu composto con caratteri Garamond chiaro tondo e corsivo  in linotype da Carla Arata. L’editor fu Alex Chiarva, la copertina impostata da Elena Rozzo.

E’ un oggetto particolare di cui vado orgoglioso e, pur con una qualità dei testi assai variabile, l’ispirazione con la quale fu concepito oggi mi appartiene tanto tanto.

Selfportraits: when I was a young real artist!

Sono fotografie riprese tra il 1973 e il 1976 – tra i miei anni 19 e 23. E’ un mondo lontano e magico di una Torino sotterranea, affascinante, di fermenti e sogni e ricerche grandi. Una Torino artistica che covava sotto le ceneri ardenti degli scontri ideologici, politici, sociali. Gli anni Settanta a Torino sono stati una stagione dura, un periodo di spigoli e di stridori, tutto in bianco e nero – e infinite sfumature di grigio che pochi apprezzavano. Che fortuna esserci stati dentro e in quel modo: da protagonisti, per davvero!

Kamasutra di Vatsyayana

kamasutraParte Quinta (Capitolo V)

Dell’amore degli uomini potenti per le mogli degli altri

I re e i loro ministri non possono entrare nelle dimore di altri, e come se non bastasse il loro modo di vivere è costantemente tenuto d’occhio, giudicato e limitato dal popolo nel suo complesso, esattamente come accade tra gli animali i quali, vedendo il sole sorgere, si destano con esso, e quando l’altro cala la sera, a sua somiglianza si coricano. Coloro che godono di autorità non dovrebbero pertanto commettere, in pubblico, atti riprovevoli, in quanto contraddittori con la loro posizione e che sarebbero meritevoli di censura. Ma, qualora ritengano che un atto del genere sia inevitabile, dovrebbero osservare le precauzioni del caso, qui di seguito indicate.

Il capo di un villaggio, il funzionario del re a esso preposto, e l’uomo che ha il compito di ammassare il grano, sono in grado di procurarsi le villane semplicemente chiedendo loro. E’ per tale ragione che le donne di questa classe sono definite poco caste dai licenziosi….

Questo testo indiano dei primi secoli della nostra era è una fonte di sorprendenti scoperte: tutt’altro da quanto è assimilato dall’immaginario collettivo – tutti lo citano, a sproposito, e pochi lo hanno letto . Ho riportato questo breve brano pensando alle miserie di casa nostra: a Silvio Berlusconi, in particolare, Il Grande Tanghero….

Greetings from Turin: Portapalazzo, the largest market in Europe

http://www.vincenzoreda.it/porta-palazzo-il-mercato-piu-grande-deuropa/

Barbera Del Monferrato, Cantine Valpane 1994

Non mi piace granché parlare – altri direbbe recensire- di vini in particolare: io non sono un giornalista e non so occuparmi di cronaca e recensioni. A me piacciono le storie, ho bisogno di tempo; ho bisogno che un qualche strato di polvere si depositi sulle cose di cui m’interessa parlare, o scrivere. Bene o male che ciò possa essere giudicato: “tat tvam asi”, io sono questo, per dirla alla maniera hindu, in sanscrito.

Ma di questo vino mi necessita parlare, anche perché ne saranno rimaste più o meno una decina di bottiglie e che io ne scriva significa commercialmente poca cosa.

Mi è stato chiesto di fare un quadro con questo vino: un dipinto dedicato a una fanciulla nata proprio in quell’anno; quasi a perpetuare quella buona abitudine che usava in tempi passati di mettere da parte un certo numero di bottiglie, che potessero accompagnare i momenti migliori della vita futura del nascituro.

Il vino, lo conosco bene, esce dalle vigne del mio amico Pietro Arditi: ho usato molte volte i suoi vini, direi meglio le sue Barbera, per i miei quadri. Il fatto è che Pietro, a Ozzano Monferrato, ha la fortuna e la capacità di fare delle Barbera che tanto mi piacciono; Barbera dal grande corpo, di struttura e alcol importanti e gusto pulito, con un colore sempre rubino carico.

Il ’94 ricordo certamente d’averla bevuta e per certo mi è piaciuta: il punto è che per dipingere con un vino io, quel vino, debbo per necessità berlo, e mi deve anche piacere. Faccenda complicata per una Barbera di 14 anni….

L’ho aperta che sono tre o quattro giorni: bevuto un sorso, subito mi ha stupito; nel colore: granato, certo, ma ancora con riflessi di rubino, limpido, carico; naso schietto della famosa pietra focaia, senza le opulenze di cuoio e pelli di animali varii, intenso, fine, armonico; alla lingua, franco, leggermente secco, buona persistenza, corpo ottimo, una buona acidità. Sorprendente!

Ne bevo oggi, dopo alcuni giorni con la bottiglia appena scolmata alla spalla:

oggi mi colpiscono l’armonia, la persistenza e una certa secca e schietta eleganza: non un Barolo né un Barbaresco, ma un vino più secco, un poco più acido e direi di grande finezza. E molto, molto persistente, la caratteristica che più mi piace in un vino.

Che Barbera, Pietro: alla salute della piccola Eleonora, nata in quell’anno, sotto il segno dell’acquario.

Ci dipingerò un bicchiere-simbolo: le tre lettere – A,U,M – della sillaba-preghiera “OM”, capovolte, che quasi sembrano uno strano bicchiere. Quando sarà pronto, vedrò di riprodurlo in coda a questo piccolo scritto. Finalmente, eccolo (più altri 2):

Canone inverso 2006

Canone inverso 2005

Bicchiere "OM" dipinto con Barbera Cantine Valpane 1994

Barbera Cantine Valpane 1994

bicchiere dipinto con "Canone Inverso" Cantine Valpane 2006

Canone inverso 2005

Vincenzo Reda

Ottobre 2008

ENOTECA da E. M. HEMINGWAY: vini liquori distillati e altro

Il confronto col ber vino non è così lontano come potrebbe parere. Il vino è uno dei maggiori segni di civiltà nel mondo e una delle cose naturali del mondo portata alla massima perfezione, e offre un  maggior campo di gioia e apprezzamento di qualunque altra cosa puramente sensoriale che si possa acquistare. Si può passar tutta la vita con grande gioia a studiare i vini e a perseguire l’educazione del proprio palato, e via via il palato diventa più educato e capace di apprezzamento e si accresce continuamente la gioia e l’apprezzamento del vino anche se magari si indeboliscono i reni, incomincia a dolere l’alluce e a irrigidirsi le giunture delle dita fino a che, proprio quando lo si ama di più, il vino viene assolutamente vietato. Proprio l’occhio, che all’inizio è unicamente un sano strumento, diventa capace, anche quando non è più così forte ed è indebolito e logorato dagli abusi, di continuare a trasmettere al cervello una maggior gioia in virtù dell’esperienza e dell’abilità a vedere che ha acquistato. Tutti i nostri corpi si consumano in un modo o nell’altro e si muore, e io preferirei avere un palato che mi dia la gioia di godere pienamente un Château Margaux o un Haut Brion, anche se gli eccessi a cui mi sono abbandonato per conseguirlo mi hanno procurato un fegato che non mi consente di bere Richelbourg o Corton o Chambertin, piuttosto che avere i ferrei intestini della mia fanciullezza quando tutti i vini rossi mi riuscivano amari tranne il Porto, e il bere consisteva nel processo di buttar giù abbastanza roba da sentirsi eroici. Naturalmente si tratta di evitare di dover rinunciare completamente al vino proprio come, con l’occhio, si tratta di evitare di diventar cieco. Ma in tutte queste cose ha gran parte la fortuna, e nessuno può evitare la morte con questi sforzi, o sapere a quale uso può reggere una parte del suo corpo finchè non l’ha provato.

(……)una persona a misura che cresce la sua esperienza e la sua educazione sensoriale può derivare dal vino gioia sempre maggiore, come la gioia di un uomo davanti alle corride può aumentare fino a diventare una delle sue maggiori infatuazioni, e tuttavia una persona che beve – che non gusta o assaggia, ma beve – il vino per la prima volta sa, anche se non gli importa di gustarlo o di essere in grado di gustarlo, se il vino gli piace o no, e se va o non va bene per lei. Per il vino, la maggior parte della gente all’inizio preferisce uve dolci, Sauternes, Graves, Barsac e vini frizzanti, come champagne non troppo secco e Borgogna frizzante, a causa delle loro qualità pittoresche, mentre più tardi li darebbe tutti per un campione leggero ma ricco e buono di Grand Crus di Médoc, anche se è in bottiglia semplice, senz’etichetta, polvere né ragnatele, senza nulla di pittoresco, e soltanto la sua genuinità e finezza e il suo corpo leggero sulla lingua, fresco in bocca e caldo appena bevuto.”

E’, questa sopra, una bella pagina che Ernest Miller Hemingway, americano di Oak Park, regione dei Grandi Laghi, dedica al vino in quell’opera di scrittura affascinante e astrusa che è “Morte nel pomeriggio”.

Volume pubblicato nel 1932 a oltre trent’anni d’età, già ricco e famoso sia come scrittore sia come personaggio.

Nato il 21 lug1io 1899 da ottima famiglia borghese, era stato accolto come un eroe al ritorno dalla sua partecipazione volontaria e breve, seppur fortunata, alla Grande Guerra sul fronte italiano. Ferito, decorato per atto di eroico coraggio, curato da un nugolo di crocerossine americane a Milano ( c’erano più infermiere che infermi americani), innamorato corrisposto da una di loro: per questo bel figuro, ragazzo del ‘99, a vent’anni la vita non si prospettava poi malaccio. Oltretutto, l’esperienza della Grande Guerra in Italia gli aveva fatto mettere da parte un bel po’ di materiale per opere successive.

Non mi è mai piaciuto Hemingway: e tutti a dirmi, ma come? a uno come te che ama Melville e Conrad e Stevenson e London e Fante non piace Hemingway! ma se neanche lo conosci.

Sempre risposto: non ho bisogno di conoscerlo, per quel poco che ho letto, non mi piace, non mi racconta niente di interessante, non mi ci ritrovo.

E infine stufo, ho deciso di leggere tutto o quasi quello che il grande Ernest ha scritto ( non ho avuto il coraggio e  il masochismo di spolparmi “Per chi suona la campana”).

Ebbene? Hemingway continua a non piacermi: un buon scrittore di racconti, un bel racconto lungo ( “Il vecchio e il mare”, del 1952, suo ultimo romanzo pubblicato in vita); un’opera sorprendente, ma che è in sostanza una sorta di saggio autobiografico sul mondo delle corride: “Morte nel pomeriggio”; eppoi niente d’altro di interessante, dal mio punto di vista, va per inteso.

Partiamo da “Fiesta”, suo primo romanzo e immediato successo, del 1926: un librino esile che letto e riletto oggi non lascia nulla, se non l’odore di alcol, di svagato sesso, di noia: che sono gli ingredienti del suo successo negli anni venti: “La generazione perduta”. Mah.

Pubblicò successivamente “Addio alle armi”, decoroso ma diseguale e rozzamente autobiografico (1929); “Verdi colline d’Africa”(1935), un papocchio insignificante sulle cacce grosse di annoiati borghesi, anche questo autobiografico fino all’inverosimile; “Avere e non avere” (1937), una sorta di unione di tre racconti che hanno l’unica attrattiva di puzzare di ottimo rum rurale diluito a volte con cola, più spesso con nafta e sangue.

“I quarantanove racconti”  è una raccolta che Hemingway dà alle stampe nel 1938, insieme alla commedia “La quinta colonna”. Certo, alcuni racconti di questa raccolta, scritti nell’arco di una decina d’anni, sono più che buoni: ma il tutto è sopravvalutato, a cominciare dalla famosa tecnica di scrittura che Hemingway elaborò. Una scrittura scarna, priva quasi di aggettivi, poco descrittiva. Il punto è che a me non è mai piaciuta quella che io chiamo mancanza di ritmo, e non soltanto.

Alcuni di questi racconti sono celeberrimi, con fortunate riduzioni cinematografiche e tutto il resto: ai mie lettori consiglio “Vino dello Wyoming”.

Pubblica ancora “Per chi suona la campana” nel 1940, “Di là dal fiume e tra gli alberi”, secondo me il suo peggior lavoro, nel 1950 e, infine, “Il vecchio e il mare”, pubblicato su Life : 5.318.650  copie che vengono esaurite in 48 ore e che rendono nel 1952 Ernest Miller Hemingway una star internazionale, da quel momento in poi inseguito ovunque da turbe di ammiratori, ammiratrici, giornalisti, opportunisti, uomini politici di ogni fazione, fisco…..

Nel 1954, in gennaio, durante un ennesimo safari in Africa, gli capita l’ennesimo incidente, questa volta quasi mortale. Lo danno per morto, se la cava, gli conferiscono il Nobel – ho sempre pensato che gli Accademici di Svezia, in occasione delle riunioni nelle quali decidere il conferimento dei nobel per la letteratura, profittassero per alzare il gomito (certo vinacci da supermercato) o per sperimentare qualche nuovo allucinogeno, alcaloide o roba sintetica – che non ritira di persona perché a pezzi da qualche parte. In quel benedetto anno io nasco, per inciso, e lui comincia irrimediabilmente a morire: il fisico devastato dai mille incidenti della sua vita di coraggioso, generoso e maldestro ( aveva cominciato a piantarsi un pezzo di legno in gola a sette o otto anni), la mente annebbiata dagli abusi alcolici di ogni tipo, dalle ormai inefficaci medicine e, per ultimi ma certo non meno devastanti, dagli elettroshock che gli azzerano la prodigiosa memoria.

Ernest Miller Hemingway riesce, dopo ripetuti tentativi sventati dalla quarta moglie, a piantarsi due pallottole di fucile in testa all’alba del 2 luglio 1961, nella sua casa di Ketchum (Idaho).

Suo padre s’era sparato un colpo di pistola in testa una trentina d’anni prima.

Hemingway, quattro mogli e tre figli, era un americanone grande e grosso, generoso, coraggioso, forse spaccone, pieno di sé, un poco balbuziente, malaccorto e maldestro, uno scrittore famoso per i suoi incredibili errori grammaticali eppure capace di una grande applicazione, di un metodo ferreo: comunque uno scrittore tragico i cui libri puzzano, tutti, di morte.

Il suo miglior romanzo è stata la sua vita: è questa che esce e entra in tutti i suoi lavori, quelli buoni e quelli brutti e che esalano tutti, invero, un insopprimibile profumo di alcol. C’è tutto l’alcol dell’universo dentro gli scritti di Hemingway, un alcol quotidiano, abituale, ritmico, mai rituale o mitico. A partire da Fiesta, si beve a ogni ora, ogni cosa, qualunque abbinamento, roba buona, anche ottima e roba semplice, spesso scadente: è importante che si beva e non poco, per favore. E mi pare che ogni suo titolo abbia una propria devozione alcolica: il vino di “Addio alle armi”, il rum di “Avere e non avere”, brandy e gin in “Fiesta”, champagne dentro quel brutto “Oltre il fiume e tra gli alberi”.

Nel “Il vecchio e il mare” niente alcol, solo sapore di sale, di umido, di ostinazione, di sconfitta, di morte.

Io non amo Hemingway, ma anch’egli qualche cosa me l’ha regalata.

(Il brano riprodotto è tratto dall’edizione Mondadori, collana I Meridiani: “Ernest Hemingway Romanzi” a cura e con traduzione di Fernanda Pivano, che consiglio vivamente a chiunque volesse conoscere o conoscere meglio l’opera di Hemingway. Ricordo che Fernanda Pivano ebbe modo di frequentare lo scrittore e fu da lui non soltanto assai stimata, ma anche coccolata e viziata, per certo fra i suoi traduttori prediletti – Fernanda era da giovane una gran bella ragazza, oltre che una grandissima esperta di letteratura nordamericana.).

Nudi di donna

Queste due immagini sono divise da circa cinque o sei anni: quella a colori è una stampa da diapositiva ripresa nel 1975 in un teatrino di via Carlo Alberto con una Minolta Srt 101 e un obiettivo da 20 mm; la seconda fu scattata nel 1981 per la copertina di un libro di poesie e usai una Hasselblad.

Conversazioni con Federico Zeri

senza-titolo-12“- Si ritiene ateo?

- No, l’ateismo è una forma di religione. Mi ritengo agnostico. Credo in un modo non ufficiale. Ho scoperto la natura della mia posizione, molto tempo dopo aver raggiunto un determinato punto di vista. Ciò in cui credo era già stato espresso nel tredicesimo secolo da un certo Amaury De Ben: sono un amauricense. Costui era un filosofo francese che venne mandato al rogo e i suoi scritti distrutti. Sappiamo di lui qualcosa attraverso i seguaci. Egli sosteneva che tutta la materia è intelligente ed eterna. Io credo che  la materia sia eterna; la materia è il Dio Padre dei cristiani, non ha principio né fine, non si distrugge né si crea: E’ pervasa da una intelligenza intima che è lo Spirito Santo dei cristiani. Tale Spirito Santo o intelligenza spinge la materia ad aggregarsi secondo modi sempre più complessi. Il più complesso di tutti è la mente dell’uomo che consente alla materia di riconoscere sé stessa. Tutti gli uomini sono figli di Dio, tutta la materia è divina ed eterna. non credo a redentori, o cose simili. La legge morale è andare d’accordo con il mondo circostante. Sia ben chiaro, questo non è panteismo.

[...] – Non si è mai posto il problema della morte?

- La morte è semplicemente un aspetto della vita. Come si viene al mondo così si scompare; ma poiché siamo fatti di una materia eterna come è l’intelligenza, ritorniamo al punto dal quale siamo venuti. Io non ho nessuna paura di morire. Del resto finché siamo vivi, la morte non esiste; il giorno in cui saremo morti non esisteremo più noi. Quindi è inutile porsi il problema. Quanto alle religioni rivelate e ai loro dei punitivi, mi sembra sintomatico che nei Dieci Comandamenti dettati sul Sinai, ce ne siano due contro la sessualità e uno solo contro l’omocidio…..” .

Guido Cavalcanti, “Perch’i non spero di tornar giammai”

Perch’i’ no spero di tornar giammai

    

Perch’i’ no spero di tornar giammai,

     ballatetta, in Toscana,

     va’ tu, leggera e piana,

     dritt’a la donna mia,

05   che per sua cortesia

     ti farà molto onore.

     Tu porterai novelle di sospiri

     piene di dogli’ e di molta paura;

     ma guarda che persona non ti miri

10   che sia nemica di gentil natura:

     ché certo per la mia disaventura

     tu saresti contesa,

     tanto dal lei ripresa

     che mi sarebbe angoscia;

15   dopo la morte, poscia,

     pianto e novel dolore.

 

     Tu senti, ballatetta, che la morte

     mi stringe sì, che vita m’abbandona;

     e senti come ‘l cor si sbatte forte

20   per quel che ciascun spirito ragiona.

     Tanto è distrutta già la mia persona,

     ch’i’ non posso soffrire:

     se tu mi vuoi servire,

     mena l’anima teco

25   (molto di ciò ti preco)

     quando uscirà del core.

     Deh, ballatetta mia, a la tu’ amistate

     quest’anima che trema raccomando:

     menala teco, nella sua pietate,

30   a quella bella donna a cu’ ti mando.

     Deh, ballatetta, dille sospirando,

     quando le se’ presente:

     - Questa vostra servente

     vien per istar con voi,

35   partita da colui

     che fu servo d’Amore – .

 

     Tu, voce sbigottita e deboletta

     ch’esci piangendo de lo cor dolente

     coll’anima e con questa ballatetta

40   va’ ragionando della strutta mente.

     Voi troverete una donna piacente,

     di sì dolce intelletto

     che vi sarà diletto

     starle davanti ognora.

45   Anim’, e tu l’adora

     sempre, nel su’valore.