Archive for settembre, 2008
MIGUEL ÁNGEL ASTURIAS, Claravigilia primaveral

Nato a Guate il 19 ottobre 1899, morto a Madrid il 9 giugno 1974. Premio Nobel nel 1967. Questo poema epico (che attinge al Popol Wuj) fu composto in Italia tra il 1963 e il 1964.

Il ballo delle chimere

“…Il lago brilla, si ode la sua voce, mastica il suo copal,

ma prima di iniziar la danza parlarono i cacciatori:

«Come gli dei vogliono nutrirsi

delle loro creature e non esisterebbero

se le loro creature non li alimentassero esistendo

- esistere è nutrire gli dei,

la pittura esige il nutrimento degli occhi

e non esisterebbe se gli occhi non la nutrissero,

- solo vedendo si può nutrire la pittura -

e vedere non è vedere soltanto con le pupille degli dei-occhi,

ma vedere con gli occhi di tutti coloro che vedono,

la poesia esige il nutrimento degli orecchi

e non esisterebbe se gli orecchi non la nutrissero

- solo ascoltando si può nutrire la poesia -

e la scultura esige il nutrimento degli occhi

e non esisterebbe se gli occhi non la nutrissero

- solo guardando si può nutrire la scultura -

e la musica esige il nutrimento degli orecchi

e non esisterebbe se gli orecchi non la nutrissero

- solo ascoltando si può nutrire la musica -

e udire non è udire solamente con gli orecchi degli dei-orecchi

ma udire con gli orecchi di tutti coloro che odono…»”.

(«El lago brilla, su voz se oye, su copal masca,

hablaron los cazadores, antes de empezar la danza:

Pero asì como los dioses exigen el alimento

de sus criaturas y no existirían

si sus criaturas no los alimentaran existiendo,

existir es alimentar a los dioses,

la pintura exige el alimento de los ojos

y no existiría si los ojos no la alimentaran,

sólo viendo se puede alimentar a la pintura,

y ver no es ver sólo con las pupilas de los ojos-dioses,

sino ver con los ojos de todos los que ven,

y la poesía exige el alimento de los oídos

y no existiría si los oídos no la alimentaran,

sólo oyendo se puede alimentar a la poesía,

y la escultura exige el alimento de los ojos

y non existiría si los ojos no la alimentaran,

sólo mirando se puede alimentar a la escultura,

y la música exige el alimento de los oídos

y non existiría si los oídos no la alimentaran,

sólo oyendo se puede alimentar a la música

y oír non es oír con sólo los oídos de los oídos-dioses,

sino oír con los oídos de todos los que oyen..»).

Asturias, Poesia, a cura di Amos Segala, Edizioni Accademia, Milano 1971

Maximòn

Maximòn – pronuncia «mashimòn» -, “Colui che è legato”, oppure “Mam e San Simone”: dio maya e dio cristiano.

Insomma, un dio che è un pandemonio: il mio dio!

Maximon, il diodiavolo: pazzo e saggio; fumatore, ubriacone, dispensatore di saggezza e di pazzia.

Dio dei Maya, ma forse dio dei conquistatori: dio degli uni e degli altri.

San Simone e Giuda.

Dio di legno, con la cravatta e il doppiopetto o con tessuti coloratissimi dell’altopiano e due cappelli in testa; gli occhiali scuri, la sigaretta o il sigaro…..

Il dio più incredibile in cui si possa credere: santo patrono di Santiago Atitlan: origini oscure…..

Aspetta primavera Bandini (Wait until spring, Bandini) di John Fante.

 Il libro costa 10 euro, è un  titolo Einaudi della collana Stile libero: è un bel regalo, per chi se lo merita, e costa anche poco.

Come mi compiaccio di dire, e vorrei urlare: non sprecate i soldi a comprare accozzaglie di fogli senza alcun significato, pubblicate solamente per compiacere mode che finiscono prima ancora di cominciare; non regalate i soldi a personaggi di nessun interesse che hanno per aggiunta anche la colpa di tormentarci in tanti altri modi e di farci pure un sacco di soldi.

John Fante è certo conosciuto, non è una novità: ma quanti lo ignorano, per quanti costituirebbe una scoperta e un piacere straordinario?

Ebbene, lo si regali, lo si faccia conoscere meglio: non sarà certo fatica sprecata e qualcuno potrebbe anche essere riconoscente per la vita.

Magnifica l’introduzione di Niccolò Ammaniti: un atto d’amore titolato Scrittori da tana e da prateria, da condividere in toto.

Il libro fu pubblicato nel 1938, quando l’autore aveva 29 anni; si trattò del suo esordio sul mercato editoriale, anche se qualche anno prima aveva scritto La strada per Los Angeles, pubblicato poi, postumo, nel 1985, due anni dopo la morte di Fante.

Di John Fante ho recensito per Barolo & Co La confraternita dell’uva, del 1977, romanzo straordinario che precede il suo ultimo lavoro, Sogni di Bunker Hill, pubblicato nel 1982.

Altri suoi titoli da citare, memorabili: Chiedi alla polvere, Dago red, Il mio cane stupido.

John Fante di professione svolgeva il mestiere, ben pagato ma mal sopportato, di sceneggiatore a Los Angeles, sua città di adozione: era nato a Denver, ma aveva trascorso la sua infanzia a Boulder, sempre in Colorado; figlio di quel Nick che sarà il vero protagonista della sua opera, un muratore abruzzese emigrato in America da un paesino della provincia di Chieti e che aveva sposato Mary Capoluongo, nata a Chicago da un padre di origini lucane.

Il romanzo è la storia della vita grama di Arturo Bandini, adolescente figlio di poveri immigrati italiani: la povertà, lo spaesamento, i problemi di identità di chi mai si sente a proprio agio…

“Avanzava, scalciando la neve profonda. Era un uomo disgustato. Si chiamava Svevo Bandini e abitava in quella strada, tre isolati più avanti. Aveva freddo, e le scarpe sfondate. Quella mattina le aveva rattoppate con dei pezzi di cartone di una scatola di pasta. Pasta che non era stata pagata. Ci aveva pensato proprio mentre infilava il cartone nelle scarpe.

Detestava la neve. Faceva il muratore e la neve gelava la calce tra i mattoni che posava. Era diretto a casa, ma che senso aveva tornare a casa? Anche da ragazzo in Italia, in Abruzzo, detestava la neve. Niente sole, niente lavoro. Adesso viveva in America, nella città di Rocklin, Colorado….”

 

Dicembre 2008

J. Diamond, letture che servono


E’ noto, almeno per chi mi conosce, che io non leggo per diletto o per passatempo: non l’ho mai fatto.

Io leggo, e leggo tanto, solo  per sapere, per conoscere; spesse volte con fatica, spesse volte leggendo e rileggendo la stessa frase.

Attenzione: l’ultima mia pretesa e che “gli altri” debbano, come me, leggere per sapere, ci mancherebbe! Ognuno è libero di leggere, o di non leggere, libri o altro, con qualunque motivazione possibile.

E’, però, innegabile che se una persona legge per sapere, e legge circa argomenti che possono essere utili da conoscere e che in qualche modo portano beneficio a chi li conosce, ciò non può che essere considerata cosa virtuosa: è molto più utile leggere i testi di Jared Diamond che i romanzi di Wilbur Smith, a meno che uno non sia Wilbur Smith o faccia parte della sua cosca…., del suo business.

E nulla ho contro questa prodigiosa e inutile industria del libro, tanti libri sono meno interessanti: una delle faccende che più mi urta è confondere il mezzo con il fine: i libri non sono più virtuosi di televisione o internet in quanto libri.

La virtù sta nei contenuti e nei loro fini, non certo nel mezzo tramite cui i contenuti sono diffusi.

E veniamo a noi.

“ Il mio ultimo motivo di speranza è frutto di un’altra conseguenza della globalizzazione. In passato non esistevano né gli archeologi né la televisione: nel XV secolo, gli abitanti dell’isola di Pasqua che stavano devastando il loro sovrappopolato territorio non avevano alcun modo di sapere che, in quello stesso momento, ma a migliaia di chilometri, i vichinghi della Groenlandia e i khmer si trovavano allo stadio terminale del loro declino, o che gli anasazi erano andati in rovina qualche secolo prima, i maya del periodo classico ancora prima e i micenei erano spariti da due millenni. Oggi, però, possiamo accendere la televisione o la radio, comprare un giornale e vedere, ascoltare o leggere cosa è accaduto in Somalia o in Afghanistan nelle ultime ore. I documentari televisivi e i libri ci spiegano in dettaglio cosa è successo ai maya, ai greci e a tanti altri. Abbiamo dunque l’opportunità di imparare dagli errori commessi da popoli distanti da noi nel tempo e nello spazio. Nessun’altra società del passato ha mai avuto questo privilegio. Ho scritto questo libro nella speranza che un numero sufficiente di noi scelga di approfittarne.”.

Con queste parole Jared Diamond, professore settantunenne della Ucla di Los Angeles, nato a Boston, conclude il suo “Collasso”, scritto nel 2005.

L’illustre biologo aveva già scritto “Armi, acciaio e malattie” nel 1997, Premio Pulitzer nel 1998 e buon successo editoriale, anche se lontano anni luce dai numeri di gente come Wilbur Smith e Joanne Kathleen Rowling e Michael Crichton e Dan Brown.

Testi, quelli di Diamond, preziosi, basilari: testi che resteranno nella storia della nostra cultura, quale che sia l’evoluzione dei tempi tristi che ci aspettano.

Invito chi mi segue a comprare e leggere con attenzione queste dure 900 pagine circa dei due volumi, certo di rendere un grande servizio.

Non mi dilungo a dare ulteriori indicazioni: non ve n’è motivo.

Leggetevi i libri, poi ne riparliamo, se sarà il caso.

Nel frattempo, io mi sto recando nelle terre dei Maya, a inseguire – invitato come giornalista dal governo del Guatemala, per conto di Archeo – un sogno della giovinezza; e anche di questo, a tempo debito e a dio piacendo, parleremo.

 

 

Jared Diamond

Armi, acciaio e malattie – Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni.

Pp. XII – 400

Einaudi Super ET

12,00 €

 

Jared Diamond

Collasso – Come le società scelgono di morire o vivere.

Pp. X – 566

Einaudi Super ET

14,80 €

 

Vincenzo Reda

Ottobre 2008

Tre perle russe: Zinaìda, Anna e Marina

Un filo di ragno

 

Attraverso un sentiero del bosco, in un comodo cantuccio,

un elastico e lindo filo di ragno,

asperso di allegria solare e di ombra,

è sospeso nei cieli; e con un tremito impercettibile

il vento lo fa vibrare, tentando invano di strapparlo;

il filo è saldo, sottile, diafano e semplice.

È tagliata la viva cavità dei cieli

Da un alinea sfavillante, da una corda policroma.

 

Noi siamo avvezzi a stimare solo ciò che è confuso.

Con falsa passione nei nodi ingarbugliati

cerchiamo sottigliezze, riteniamo impossibile

congiungere nell’anima semplicità e grandezza.

Ma sono meschine, ruvide e smorte le cose complesse;

e l’anima sottile è semplice come questo filo. 

1901 

Zinaìda Nikolàevna Gippius, nacque nobile l’8 novembre 1869 in Russia e morì poverissima il 9 settembre a Parigi. Era celebre per le sue raffinate stranezze e per citare sé stessa sempre al maschile ( pur sposata con un celebre scrittore).

 

 

 

“La vera tenerezza”

 

La vera tenerezza non si confonde

con nulla. È silenziosa.

Invano tu avvolgi con cura

le mie spalle e il mio petto nella pelliccia.

E invano parole sommesse

dici sul primo amore.

 

Come conosco questi pervicaci,

cupidi sguardi tuoi! 

1913 

Anna Andrèevna Achmàtova, pseudonimo di Anna Andrèevna Gorenko, nacque a Odessa l’11 giugno 1889 e morì a Mosca il 5 marzo 1966. Sposò Nikolaj Gumilëv, fondatore del movimento acmeista e fucilato dal regime nel 1921. Si definiva poeta, al maschile, e scrisse delicatissime e impareggiabili poesie d’amore.

 

 

“Giovinezza mia”

 

Giovinezza mia! Mia estranea

Giovinezza! Mia scarpetta spaiata!

Serrando gli occhi infiammati,

così si strappa un foglietto dal calendario.

 

Di tutto il tuo bottino non ha preso

Nulla la Musa pensosa.

Giovinezza mia! Non ti richiamo indietro.

Tu eri per me un carico e un fardello.

 

Di notte bisbigliavi come un pettine,

di notte affilavi le frecce.

Oppressa dalla tua munificenza, come da un mucchio di ghiaia,

soffrivo per i peccati degli altri.

 

Ridato a te lo scettro prima del termine,

che importa all’anima mia ormai di nutrimenti e vivande!

Giovinezza mia! Mia molestia!

Mio brandello rosso di cotone!

 

5 novembre 1921

Marina Ivànovna Cvetàeva nacque a Mosca l’8 ottobre 1992 e si tolse la vita a Elaburg il 31 agosto 1941. Tragica e grandissima poetessa dalla sensibilità e dall’emotività femminile, nel senso più letterale dei termini.

Giochi con una vecchia diapositiva, Patrizia 1975

La diapositiva originale, credo una Kodak Ektacrome per luce diurna (5.500°), fu scattata con una Minolta Srt 101 e ottica da 20 mm. in un teatrino di via Carlo Alberto che oggi credo sia una specie di locale notturno. Il nostro insegnante di teatro e cinema era Adriano Cavallo, un grande personaggio. Il soggetto è Patrizia. I giochi sono un divertimento virtuale sopra un ricordo tenero e un’immagine che ritengo per davvero notevole e non avevo ancora 21 anni. Mica male no?

Blas Valera: F. Pizarro conquista il Perù col vino avvelenato


Silvio era una persona distinta, colta, elegante. Alto, pareva un Cary Grant di casa nostra: abito sempre blu, di buon taglio, viso regolare dai lineamenti netti, marcati; bella capigliatura tenuta non cortissima ma sempre in ordine; eppure….

Era un uomo perdente, sfortunato: con espressione di oggi, brutta ma efficace, uno sfigato; anzi, la sfiga fatta uomo.

Era riuscito a farsi rubare una Nsu Prinz, di quelle verde oliva che si vedevano in quegli anni; era riuscito a sposare, in età non più fresca, una donna che immediatamente l’aveva abbandonato; era perfino riuscito a perdere una scommessa con me – io non vinco mai scommesse – su Novella Calligaris che avevo pronosticato in medaglia alle Olimpiadi di  Monaco… Gli avevo vinto un libro di Peter Farb, Mondadori, di argomento precolombiano.

Silvio era il nostro rappresentante di libri: trattava la rateale dell’Einaudi, me lo aveva presentato Nicola Silvano il Dauno. Minuscolo e bruttarello si accompagnava con Silvio in grandi battute di pesca alla mosca: ovviamente le trote le prendeva sempre Silvano mentre l’altro smoccolava con eleganza e rassegnato distacco.

E le trote come le donne: uno era un tanghero stortignaccolo sempre sicuro e a proprio agio, l’altro un elegante perdente sempre in difficoltà.

Nicola Silvano il Dauno mi ha insegnato l’archeologia, la paletnologia, l’antropologia, l’uso delle mani – iddio gli aveva baciate le sue; a Silvio devo l’amore per i libri e il principio della mia, oggi di grande importanza per qualità e quantità, biblioteca.

Uno dei primi acquisti fu la prima edizione, 1970, del cofanetto in due volumi della collana “I Millenni” di Einaudi delle opere di William Hickling Prescott sulle conquiste di Messico e Perù. Costava 18.000 lire in anni in cui uno stipendio medio ammontava a poco più di centomila lire: un sacrificio per me importante, allora che studiavo di sera e lavoravo nella boita di Silvano, che era pure spilorcio e poco mi pagava.

Avevo 18 anni e sognavo di andare in Messico a scavare nelle foreste e sugli altopiani del Centroamerica piramidi maya e azteche.

Divoravo saggi di archeologia e storia e antropologia precolombiana, compravo National Geografic e Life, litigavo con Peter Kolosimo che faceva soldi con strampalate teorie di astronauti extraterrestri e astroporti peruviani…. E sognavo il Messico.

Sbranai in un amen le vicende di Cortèz narrate dal quasi cieco avvocato mancato di Salem, il povero Prescott che pubblicò tra il 1843 e il 1847 i due straordinari resoconti delle conquiste di Messico e Perù. Con il secondo volume, le storie di Francisco Pizarro e degni compari in Sudamerica, ci andai un poco più piano: a quel tempo il mio orizzonte comprendeva quasi esclusivamente il Messico.

Da allora ho letto e riletto e consumato quei due volumi Einaudi, composti ancora in linotype e le cui pagine continuano a darmi l’emozione del tatto: uno dei fatti ormai sedimentati della mia cultura era costituito dagli avvenimenti tragici di Cajamarca.

Il povero guardiano di porci spagnolo, analfabeta e assetato d’oro e di gloria, alla testa di 177 assatanati come e peggio di lui, aveva massacrato, con colpo di mano tanto assurdo quanto eroico, il fior fiore della nobiltà inca, catturato il crudele Atahualpa e fatto suo l’immenso impero andino: era il crepuscolo di un sabato, il 16 novembre 1532.

L’eroico, inconsulto azzardo di un pazzo al comando di pochi altri pazzi come lui che in un amen s’erano conquistati un impero con la disperazione e la determinazione di chi non ha nulla da perdere: una delle mie certezze, fino a giugno 2007.

E di qui principia un’altra storia, questa, che spunta improvvisa di tra le nebbie incerte di uno dei tanti passati ancora da venire. Passati che nascondono futuri: il tempo s’annoda, come un quipu….Altra certezza svanita in un pomeriggio di giugno: la cultura inca, un orizzonte ricco e prospero privo di scrittura, capace solamente di produrre cordicelle annodate per far di conto….

Ero a Rimini per questioni professionali, decido di partecipare a un convegno sulle scritture precolombiane e assisto alla lezione di Laura Laurencich Minelli sui documenti Miccinelli: un terremoto, uno squasso che mi spalanca una prospettiva inimmaginabile fino a poco prima.

La storia.

Padre Blas Valera, gesuita, nato nel 1545 da una violenza di Alonso Valera, rozzo conquistador, perpetrata ai danni della giovinetta Urpay (nome quechua che significa tortora), figlia di un mago-medico, viene dichiarato morto dalla Compagnia nel 1597. In realtà, i padri superiori intendono chiudere la bocca di un confratello scomodo che sa troppe cose sulla conquista del Perù e cose che non si possono dire.

Padre Valera non è morto: viene esiliato in Spagna, morto giuridicamente ma ben vivo e desideroso di lottare per la sua utopia, un Perù governato non da vicerè spagnoli e rapaci, ma dai suoi figli, pur in accordo con i sovrani d’oltre oceano.

Padre Valera era stato allevato dallo zio Luis, anch’egli conquistador ma d’animo buono: a tredici anni aveva visto il padre brutale assassinare la Tortora gentile che non voleva piegarsi all’ennesima violenza.

Aveva scelto deliberatamente la giovane Compagnia per avere l’occasione di lottare per il suo popolo; aveva cominciato a conoscere fatti e accumulare testimonianze sulla Conquista e aveva cominciato a scrivere.

Un gesuita scomodo, da ridurre al silenzio.

Dall’esilio spagnolo e dalla morte giuridica riesce a fuggire con l’aiuto di alcuni confratelli che, come lui, hanno una visione diversa delle cose americane, e torna in patria a continuare la sua lotta. E scrive, ma non con il suo nome: egli è ufficialmente morto.

Trova un indio, Guaman Poma che presta il suo nome, in cambio di un carretto e di un cavallo,  per l’opera che costituirà il fondamento della storia della Conquista; i suoi scritti sono la fonte cui attinge anche l’Inca Garcilaso de la Vega, distorcendo i fatti alla propria convenienza e tacendo sulle vicende più turpi,  per i suoi Commentarii che oggi costituiscono l’altra fonte acclarata di ogni sapere in merito alla storia della cultura Inca e della Conquista.

Padre Blas Valera muore nel 1619, dimenticato: il Generale della Compagnia, Padre Muzio Vitelleschi, di idee più aperte dei Padri Generali suoi predecessori, che ben sapeva delle vicende del suo confratello e la cui sorte aveva in qualche modo a cuore, brucia nel 1617, senza testimoni, una gran parte dell’archivio della Compagnia.

Ma il passato ha una voce che non tace e, misteriosamente, da una storia che è ben più affascinante di qualsiasi invenzione di un Dan Brown qualsiasi, spuntano fuori i documenti della proprietà di Clara Miccinelli, signora napoletana erede di un ufficiale cui Amedeo di Savoia, per gratitudine, aveva donati i preziosi codici.

Tali documenti sono costituiti essenzialmente da due testi segreti: Exsul Immeritus Blas Valera Populo Suo e Historia et Rudimenta Linguae Piruanorum.

Tralascio il secondo, compilato da padri gesuiti italiani successivamente alla morte di Blas Valera e che rappresenta una testimonianza che smentisce il fatto fino a oggi acclarato che la cultura Inca non possedesse una scrittura, e parlo del primo: a firma di Padre Blas Valera, datato 1618, che include la lettera di Francisco de Chavez e che interessa in modo specifico il nostro ambito.

“… Don Francisco Pizarro e i tre religiosi trascorrevano a bordo molto tempo assieme, e non certo per parlare della cura dell’anima del suddetto Capitano; e in quel viaggio accadde, invero, come ora sostengo, che il giorno dopo la partenza, io entrai nel suo alloggio e ascoltai distintamente il discorso fra i detti quattro, e dicendo Don Francisco che gli indios molto gradivano il vino nostro, siccome non lo avevano, bevendo essi un liquore non fatto di uva che si chiama chicha con un sapore diverso, la qual cosa il Capitano aveva annotato nei viaggi precedenti, e trovato come mezzo per fare amicizia  con gli indios, e sconfiggere i nemici che aveva saputo essere numerosi, ferocissimi, ben armati e addestrati; il detto Don Francisco chiese a Frate Yepes se avesse diluito l’oropimento secondo la bisogna, e questo religioso replicò che aveva già provveduto secondo i patti, per assecondare i suoi diabolici pensieri, a riempire e a sigillare 4 barili di moscato con una dose di conseguenza tanto copiosa e potente da piangere già il nemico fra le corna del toro e che così, Dio volendo, non si poteva fallire dal conquistare nuove terre al re e nuove anime al cielo, ma soprattutto molte ricchezze alle loro borse e molti onori ai loro nomi; e tutto ciò senza scontro né battaglia, poiché non c’era frode in questo, disse Valverde, ma solamente un po’ di saggezza e di alchimia, che aiutati e il Cielo t’aiuta.

Francisco de Chavez è un cavaliere originario di Trujillo, come lui altri otto che misteriosamente non vengono citati nell’elenco ufficiale di quanti parteciparono al massacro di Cajamarca e che si presume fossero in disaccordo con i metodi criminali di Francisco Pizarro e dei suoi Domenicani; egli scrive questa lettera indirizzata a Carlo V il 5 agosto 1533, pochi giorni dopo  l’esecuzione, per garrotamento, di Atahualpa ( 26 luglio 1533).

Il cavaliere descrive la carneficina seguita alla morte per avvelenamento da arsenico dei comandanti e dei dignitari Inca, mentre  Atahualpa  era stato semplicemente reso ebbro con vino non avvelenato: l’Inca stonato e i nobili che cadevano come foglie morte senza spiegazione avevano lasciato l’esercito indio, pure forte di 10.000 unità, in balia di poco meno che duecento energumeni i quali in un amen, per tramite di veleno, balestre, archibugi e alabarde avevano fatto tremila vittime, cento più cento meno, come testimonia letteralmente il buon Francisco de Chavez, indignato di cotanto codardo scempio.

La lettera non arrivò mai in Spagna: Pizarro mise a morte Frate Yepes e esercitò una censura inflessibile su quel fatto.

Chavez venne ucciso pochi anni più tardi, Pizarro morì assassinato dai suoi compagni nel 1541: certo qualcuno sapeva, ma non si poteva correre il rischio che non venisse riconosciuta come legittima una conquista effettuata per tramite dell’inganno.

La voce meticcia di Padre Blas Valera ci giunge di lontano come un grido di giustizia e utopia che rivendica per il suo popolo sfortunato la verità della Storia.

Vincenzo Reda

 

La prof. Laura Laurencich-Minnelli illustra un quipu a Rimini 2007

La prof. Laura Laurencich-Minelli illustra un quipu a Rimini 2007

 

 

 

La citazione è tratta dal volume: “Exsul Immeritus Blas Valera Populo Suo e Historia et Rudimenta Linguae Piruanorum – Indios, gesuiti e spagnoli in due documenti segreti sul Perù del XVII secolo” a cura di Laura Laurencich Minelli

Ed. Clueb, Bologna 2005     € 40,00

 

Nota: gli studi della Prof.ssa Lurencich sui documenti Miccinelli sono stati, e ancora lo sono, assai osteggiati come frutto di speculazione su falsi storici: inutile dover constatare la difficoltà, a fronte di fatti inoppugnabili seppur scomodi, di sovvertire assunti storici consolidati. E’ un meccanismo balordo che funziona sempre.

Un Poeta: Francesco Guccini

“Bella di una sua bellezza acerba, bionda quasi senza averne l’aria, quasi triste come i fiori e l’erba di scarpata ferroviaria: il silenzio era scalfito solo dalle mie chimere che tracciavo con un dito dentro ai cerchi del bicchiere….”. (Autogrill, da Guccini,1983)

E ancora:

“La tristezza poi ci avvolse come miele…. Le luci nel buio di case intraviste da un treno…”. (Incontro, da Radici, 1972).

E infine:

“La voce triste del silenzio abbraccia gli angoli del tempo, si è fatto giorno, ed è già sera…”. (La verità, da Due anni dopo, 1970).

Sono versi straordinari di tre vecchie canzoni di Francesco Guccini. Solchi che hanno tracciato il campo della mia vita – allora il campo giovane della mia vita acerba – e che ho amato come poche  cose, di poesia o altro.

E Francesco Guccini è tutto lì: solamente lì dentro; non ci può, né ci deve essere altro che la potenza lirica di quei versi.

Lo scrittore Francesco Guccini è poca cosa al confronto.

L’uomo Francesco Guccini l’ho incontrato, non conosciuto: forse addirittura deludente.

Ma chi può cancellare la potenza di quei versi, indissolubilmente legati alle armonie, alle melodie, ai ritmi di quelle canzoni?

E il modo “canzone” non può per alcun verso essere giudicato in maniera riduttiva: la grandezza prescinde dai “modi”.

“Keaton, quello vero, l’ultima volta che l’hanno visto, passeggiava lungo le strade di Roma durante le pause di un film con Franchi e Ingrassia, aveva in corpo mille litri di alcool (sic), la faccia la solita, senza allegria; si ubriacava ogni giorno con la troupe borgatara alla faccia della cirrosi epatica, perché lui ci teneva al suo pubblico, più che al suo fegato, e gli elettricisti sono gente simpatica; gli urlavano ınfatti ‘anvedi s’è forte sto’ (sic) Keaton‘ bevendo il bianco misterioso dei colli di Roma o quello forte del sud che fa assaggiare l’infinito a tutta la gente di bocca buona”.(Keaton, scritta con Claudio Lolli, da Signora Bovary, 1987).

E’ chiaro che di Guccini si può citare e parlare, come molti hanno fatto, assai più a lungo e in maniera più approfondita e più tecnica: queste mie poche parole desiderano essere null’altro che un piccolo omaggio per un autore dei miei, che non potevo non far comparire sul mio sito.

Dicembre 2008

(Altre strenne) Manuel Vásquez Montalbán, Contro i gourmet

Manuel Vázquez Montalbán, Manolo per gli amici, lo incrociai in una qualche edizione recente del Salone del Gusto: non alto, rotondetto, faccia occhialosa, baffo e pochi capelli, insomma fisicamente un anonimo impiegato. Ebbi l’impulso di fermarlo per stringergli la mano e proclamargli la mia ammirazione assoluta per le sue ineguagliabili storie di Pepe Carvalho, la sua puttana Charo e Biscuter e Bromuro e Vallvidrera e quei paesaggi urbani barcellonesi e non solo.

Non feci nulla.

Per rispetto: perché forse gli ammiratori che si disvelano ai propri idoli, spesso fanno solo la figura dei rompipalle.

Manolo se n’è andato improvvisamente a Bangkok (città teatro di un suo romanzo) nel 2003. Era nato a Barcellona nel 1939.

Giornalista e prolifico scrittore, deve la sua fortuna, appunto, all’invenzione del detective-gourmet Pepe Carvalho, che appare nel romanzo “Tatuaggio” del 1976.

Premio Grinzane Cavour nel 2000, era un grande conoscitore della Langa e frequentatore della cucina piemontese: la natura della sua opera merita, in un prossimo futuro, un articolo ad hoc su questa testata.

“Contro i gourmet” è un libro scritto circa vent’anni fa e solo oggi tradotto in italiano: sono vent’anni di cui non ci si accorge. Già allora l’Autore cita Ferran Adrià  e analizza in modo lucido l’evoluzione dell’alimentazione che gli ultimi vent’anni hanno visto.

E’ un testo alto, in cui antropologia, archeologia, etnologia e storia sono scienze chiamate in causa dall’Autore per testimoniare l’evoluzione dell’alimentazione umana dalla preistoria a oggi, nelle varie aree geografiche del mondo.

Cito di seguito alcuni punti chiave nello snodo di questa evoluzione.

La preistoria.

“Assimilazione e sintesi di svariati prodotti e utensili per cucinarli in uno spazio presieduto dal fuoco. Fuoco e spazio danno origine al focolare umano, che dagli accampamenti all’abitazione contadina tradizionale, passando dalla caverna, si organizza intorno alla cucina e, pertanto, intorno al fuoco. Il passo seguente sarà il recipiente per la cottura, la ceramica, scoperta evolutiva a partire dall’utilizzo si sostanze terrose malleabili in modo da ottenere lo spazio concavo in cui depositare le vivande.”

Si arriva a Roma, alla sua cucina che per prima diventa globale e sublime, con veri cuochi artisti come il mitico Apicio.

 “E’ probabile che i romani imparassero a cucinare e a mangiare da altri popoli, ma lo fecero in fretta e arricchirono il sapere ereditato raggiungendo estremi mai superati dalle più speculative cucine contemporanee…fin dall’incontro delle legioni romane con lo splendore asiatico, nel corso delle guerre contro il re Antioco III il Grande. ’L’esercito d’Asia’, scrisse Tito Livio,’ introdusse in Roma il lusso straniero; fu allora che i pasti cominciarono a richiedere più ingredienti e una dispensa più capiente…Il cuoco, ritenuto e usato fino allora come uno schiavo a basso prezzo, divenne molto costoso: quel che era solo un mestiere stava diventando un’arte.’.

Un altro snodo fondamentale è costituito dalla nascita del ristorante e della ristorazione.

“Grimod de La Reynière, nel suo fondamentale Almanacco dei buongustai, seguito dal Manuale dell’anfitrione, compie una lucida analisi, all’inizio del XIX secolo, su questo passaggio della cucina aristocratica francese a quella borghese: ’In altri tempi, essere cuoco era soltanto un mestiere: concentrati in un piccolo numero di case opulente della corte, delle finanze, della moda, i cuochi esercitavano occulti i loro utili talenti. La Rivoluzione, privando delle loro proprietà gli antichi padroni, lasciò i bravi cuochi in mezzo alla strada e, per continuare a praticare le loro arti, divennero commercianti del buon cibo e presero il nome di ristoratori. Prima del 1789 a Parigi non erano più di cento e gli eruditi del buon cibo  ricordano che il primo ristorante pubblico della città, chiamato Champ d’Oiseau si aprì in rue de Poulies nel 1765. Oggi ce ne sono tra i cinque e i seicento.’.”

L’ottocento francese, con i vari Brillat-Savarin, Careme, Escoffier e via dicendo, viene illustrato come meglio non si può.

Naturalmente, oltre a capitoli dedicati alla cucina del Nuovo Mondo, all’India, al Giappone, una parte consistente racconta della gastronomia spagnola.

“Il prosciutto è qualcosa di più di una zampa di cadavere mummificata e commestibile, è addirittura qualcosa di più di una zampa gloriosamente mummificata di un glorioso maiale iberico. Il prosciutto fa parte dell’immaginario spagnolo dell’abbondanza e si dimentica spesso che fu determinante nel provare che si era cristiani da lungo tempo durante l’Inquisizione. Poiché musulmani ed ebrei lo rifiutavano, per dimostrare la propria fede bisognava addentarne un pezzo, trasformato in una delle infinite prove di Dio in tempi in cui queste erano utili. Si chiamava marrano (porco) il convertito sospettato di non esserlo del tutto.”.

Per finire, com’è ovvio, con quanto accade oggi.

“Questa cucina viene dagli Stati Uniti e un ottimo riassunto di ciò che significa è pubblicato dalla rivista Gourmet nel suo numero speciale intitolato «Mangiare negli Usa»: ’Molti esempi di americani che realizzarono il sogno di diventare milionari partendo da zero fanno parte dell’ampio mondo dell’alimentazione. Sono entrati ormai nella leggenda dell’american dream il farmacista di Atlanta John Pemberton, inventore di una pozione contro il mal di testa che venne poi commercializzata come Coca-Cola; il colonnello Sanders, inventore del pollo fritto alla maniera del Kentucky; l’emigrante  bavarese Anton Feuchtwanger, che presentò alla fiera mondiale di Saint Louis un wurstel infilato in un panino quasi privo di mollica immortalato con il nome di hot dog; Ray Kroc, il commesso viaggiatore che rimase affascinato dagli hamburger dei fratelli McDonald, comprò la loro ricetta e mise in piedi una catena di locali che già nel 1980 aveva venduto tre miliardi di hamburger in tutto il mondo’.”

Ho voluto citare con abbondanza per la semplice ragione che in queste poche righe Manuel Vàzquez Montalbàn ci regala alcuni concetti fondamentali e assai sintetici dell’evoluzione dell’alimentazione umana.

Cos’altro aggiungere: è un testo fondamentale per chi, a qualsiasi titolo, si occupa di alimentazione, con un solo, piccolo neo. Il capitolo dedicato al vino, pur esauriente, è trattato con eccessiva fretta.

Gennaio 2006 (per Barolo & Co)

 

 

 

 

Vincenzo Reda’s show at the Carpaccio restaurant, Hanover (New Hampshire, USA) on thursday 28 august 2008.

Show sign

People watching pictures

With my friend Bhavnesh

With Bhavnesh, Giovanni and Charlie

Giovanni with his wife MelbaGiovanni with his wife Melba

Giovanni Leopardi cookingGiovanni Leopardi cooking

In the kitchen with the Chef, John, Corina and PerryIn the kitchen with the Chef, John, Corina and Perry

In bar with Alison, Milton, Gina and the ChefIn bar with Alison, Milton, Gina and the Chef

Painting a glass of “OM”, with wine, in the “India Queen” restaurant, by my friend Bhavnesh

Pedro de Alvarado, raccontato da Bartolomé de Las Casas
A proposito di Pedro de Alvarado – Tonatiuh, per gli indigeni – conquistatore del Guatemala, ecco cosa racconta il domenicano Fray Bartolomè de las Casas nella sua “Brevissima relazione della distruzione delle Indie”, scritta intorno al 1542 e pubblicata dieci anni dopo. Il Domenicano, si noti, non nomina mai il personaggio di cui parla.

…Con altre successive devastazioni e carneficine hanno desolato e distrutto un regno vasto più di cento leghe in quadro, una terra delle più ricche, per fertilità e popolazione, che sian mai state al mondo. Lo stesso tiranno ha scritto che era più popolosa del regno di Messico, e diceva il vero. Egli e i suoi fratelli, con tutti gli aguzzini, vi hanno fatto perire in quindici o sedici anni, dal 1524 al 1540, più di quattro o cinque milioni di anime. Oggi continuano a uccidere e a distruggere quelli che restano, e a questa maniera finiranno per estinguerli del tutto.

Quando andava a portar guerra in certi villaggi o province, quel capitano usava condurre con sé quanti più indiani poteva, già sottomessi agli spagnoli, perché facessero guerra agli altri. E siccome a quei dieci o ventimila uomini che si portava appresso non dava da mangiare, lasciava che divorassero gli indiani catturati. Si teneva così nel suo accampamento un vero e proprio macello di carne umana, dove in sua presenza si uccidevano e arrostivano i bambini, e si ammazzavano gli uomini talvolta solo per averne le mani e i piedi, ch’eran considerati i bocconi migliori. Quando le popolazioni di altre terre ricevevano notizia di questi fatti inumani, prese dal terrore non sapevano più dove andare a nascondersi…..

…Oh, quanti orfani fece, quanti genitori depredò dei figli loro! Quanti uomini privò delle lor donne, quante donne lasciò senza mariti! Quanti adultèri, quanti stupri e violenze cagionò! Quanti per colpa sua persero la libertà! Quante lacrime fece versare, di quanti sospiri e gemiti fu causa! Quante solitudini in questa vita per i suoi peccati, quante eterne dannazioni nell’altra!….

…Voglia il cielo che, placato dalla mala morte che infine gli fece morire, Dio abbia avuto misericordia della sua anima.”

Pedro de Alvarado morì a causa di un calcio sferrato dal cavallo di un suo compagno nei pressi di Guadalajara, nel luglio del 1541. La sua agonia, terribile, durò due o tre giorni. Poco dopo, la capitale che aveva fondato (per la seconda volta, dopo un primo disastro nel 1527), Antigua Guatemala, venne rasa al suolo da una tremenda valanga di acqua e fango precipitata dal sovrastante vulcano Agua.

Nel 1543 venne rifondata “ La muy Noble y muy Leal Ciudad de Santiago de los Caballeros de Goathemala”, capitale fino al 29 luglio 1773, anno in cui fu devastata da un terremoto che la rase al suolo. La città però non fu mai abbandonata e dal 1830 riprese a crescere lentamente. Oggi La Antigua Guatemala è uno dei luoghi più affascinanti del mondo, dal 1979 Patrimonio dell’Umanità per l’UNESCO.

Dicembre 2008