Archive for ottobre, 2008
Elsa Müller, A pranzo con Salgari

Questo librino, che non arriva a 90 pagine, è una piccola chicca: l’ho scovato all’ultimo Salone del libro di Torino – non mi stancherò mai di ripetere che questa manifestazione dovrebbe stimolare l’interesse per i piccoli editori, da sempre relegati a meri ghetti per appassionati o ricercatori – era sul banco di Giovanna Viglongo, pur se l’editore – Perosini – è veronese, ma si sa che Emilio Salgàri (mi raccomando: la pronuncia è con accento piano), il “Capitano”, e Andrea Viglongo costituiscono un binomio indissolubile.

Veniamo a sapere che il buon veronese era un appassionato di cucina, ottimo e abbondante bevitore, anche se non un vero e proprio raffinato gourmet, amando i cibi semplici e un poco grassi della cucina veneta (nulla o poco sappiamo a proposito della cucina piemontese e ligure che ebbe a frequentare nei suoi spostamenti).

Veniamo anche a sapere che ne Le figlie dei faraoni Salgari fa mangiare gallette di granoturco (!) agli antichi egizi…Poi ci sono cavallette fritte, vermi, arrosti di babirussa, arrosti di canguro e di orso, ecc…L’esotismo, anche enogastronomico, è una cifra importante nella scrittura di Salgari.

In ogni caso, un librino da consigliare a tutti gli appassionati del buon veronese: scrittore che io non ho mai amato, preferendogli, nella mia infanzia popolata di letture, Jules Verne, Robert Stevenson, Jack London e Fenimore Cooper.

UXMAL
Uxmal, sulla piramide dell'Indovino, foto presa dalla signorina di Los Angeles, quel giorno dell'aprile del 1988

Uxmal, sulla piramide dell'Indovino. Foto scattata dalla bionda signorina di Los Angeles. Aprile 1988

A Uxmal

Questo è un raccontino tratto da un mio lavoro, inedito, del 1992 – “Topializtli, ovvero citando Borges” – che racconta di come arrivai a scoprire la figura di Gonzalo Guerrero, marinaio spagnolo rinnegato che per primo si fece maya e morì, nel 1536, per mano di un compatriota mentre lottava per difendere il suo nuovo popolo dalla conquista spagnola.

L’episodio racconta un fatto che mi accadde nell’aprile del 1988, durante il mio primo viaggio in Mexico, alla ricerca del sogno.

“ (….) A Uxmàl, al contrario, è la concezione maya che risplende nei volumi equilibrati del Palazzo del Governatore con l’inconfondibile facciata quasi barocca, le false volte, l’ossessionante ripetersi della maschera schematizzata del dio Chac, il dio della pioggia, lo stesso dio che i messicani chiamano Tlalòc e gli zapotechi Cocìjo.

Capitai, ahimé, in un orrendo spettacolo notturno, “Luz y sonido”, confezionato apposta per turisti nordamericani tra le straordinarie rovine dell’edificio chiamato impropriamente “Quadrilatero delle Monache”; avevo vicina una californiana di Los Angeles piacente, trentenne, con il viso solcato da più rughe di quanto dovesse disegnarne l’età, costei era venuta a Uxmàl, insieme a me e a un altro paio di vecchi tangheri in pensione, con una guida dallo stesso hotel di Mèrida.

Lo spettacolo, ancorché confezionato a uso e consumo di turisti imbecilli, aveva un certo fascino: tra quelle rovine magiche, di notte, con le luci colorate che pareva animassero gli antichi mascheroni e quelle voci che quasi parlavano da un altro mondo, da un altro tempo…

Insomma, la californiana si fece prendere dal momento magico e tutta quella coinvolgente atmosfera andò a toccare fili assai meno magici ma forse più eccitabili e eccitanti.

L’italiano, che coraggiosamente l’aveva aiutata a salire e, ancor più difficile, a scendere i ripidissimi gradini della Piramide dell’Indovino, non era poi tanto male e la sciagurata, posseduta da chissà quale dio di nefandezze, s’era messa in testa di passare la notte sulla vertiginosa piramide a fare porcherie con me.

La mia testa era in tutt’altre faccende affaccendata e durai non poca fatica a convincere la bella di Los Angeles che non era il caso, proprio lì, di mettersi a mostrare la rinomata e alta scuola californiana: la convinsi a aspettare almeno che arrivassimo in albergo, con l’aria condizionata, un bel letto, la doccia e tutte le altre comodità della nostra bella cultura.

Ma non a Uxmàl, sulla Piramide dell’Indovino: che diamine! Un po’ di rispetto.

Chissà cosa avrà mai capito la californiana di Uxmàl, dei Maya, di me …

Eppoi: la tanto rinomata scuola californiana avrebbe molto da imparare dalla nostra grande tradizione emiliana e non solo…..”

Vincenzo Reda 1992

Salone del Gusto, Lingotto 5 novembre 1998

Era novembre del 1998 e al Lingotto di Torino aveva luogo il 1° Salone del Gusto organizzato da Slow Food di Carlin Petrini da Bra.

Mi invitarono a esporre i miei quadri: era la mia terza mostra, dopo Capoliveri e Bergamo (La Marianna).

Ero appena tornato dall’India con mia figlia Geeta e ero in una stagione ricca di fervore e di entusiasmo. Al salone i miei quadri furono esposti tra la totale indifferenza: nessuno si accorse del mio lavoro e delle mie ricerche: si inaugurava allora quella stagione di apatia torinese verso il mio lavoro.

Qui di fianco un quadro di quel periodo: un omaggio alla mia Città che non mi vuole bene.

Questo quadro fu donato all’Enoteca d’Italia (quando presidente dell’inutile ente era quel galantuomo di Pier Domenico Garrone) dovrebbe essere ancora in qualche sala del Lingotto, o chissà dove….

E’ una chiara testimonianza del fatto che io dovrei lasciar perdere ogni mio cenno d’affetto della Città che amo senza esserne riamato: ma così trascorrono le vicende del mondo; il torto non è di Torino, il torto è soltanto e affatto mio.

Torino non me la darà mai: questa è la dura realtà che non riesco a accettare, eppure dovrei farmene una ragione. Non siamo fatti l’uno per l’altra, al di là dei miei fervori di adolescente. E’ pur vero che mi sento cittadino del mondo, ma faccio una tremenda fatica a riconoscere che la mia Città non mi ama.

E’ parte della mia storia, d’altro canto, incaponirmi a inseguire donne, neanche attraenti o semplicemente interessanti, che verso di me non nutrono alcun trasporto. Eppure così è.

In ogni caso, il mio motto rimane: Avanti Savoia! ( e dire che la Dinastia dei Savoia è stata per davvero avara in fatto di Uomini Degni, forse 3 o 4, a essere generosi).

1978, Corpo d’amore, poesie di pelle
La storia di Droctulft da J.L. Borges e B. Croce

Citando Borges e cercando Gonzalo Guerrero (da Topializtli, 1992)

A pagina 804 del libro Jorge Luis Borges Tutte le Opere, volume primo (III edizione de I Meridiani, Arnoldo Mondadori SpA, Milano, gennaio 1985), il racconto Storia del Guerriero e della prigioniera comincia così:

“A pagina 278 del libro La poesia (Bari, 1942) Croce, riassumendo un testo latino dello storico Paolo Diacono, narra la sorte e l’epitaffio di Droctulft; ne fui singolarmente commosso, e in seguito compresi perchè.

Droctulft fu un guerriero longobardo che, durante l’assedio di Ravenna, abbandonò i suoi e morì difendendo la città che prima aveva attaccata. Gli abitanti di Ravenna gli dettero sepoltura in un tempio e composero un epitaffio nel quale espressero la loro gratitudine (contempsit caros, dum nos amat ille, parentes) e il curioso contrasto che si avvertiva tra l’aspetto atroce di quel barbaro e la sua semplicità e bontà:

Terribilis visu facies, sed mente benignus,

longaque robusto pectore barba fuit.

Tale è la storia del destino di Droctulft, barbaro che morì difendendo Ravenna, o tale il frammento della sua storia che poté salvare Paolo Diacono.”

Il racconto di cui qui sopra riporto le prime righe è parte della raccolta L’Aleph, pubblicato nel 1952 a Buenos Aires per i tipi di Losada; io lessi, e ne conservo nella mia biblioteca l’esemplare consunto, l’edizione economica di Feltrinelli, nella quinta ristampa del settembre 1979, tradotto da Francesco Tentori Montalto.

In questa edizione è a pagina 46 che Borges comincia il suo racconto dedicato a Ulrike von Kuhlmann.

Nella mia biblioteca esiste un esemplare de La poesia di Benedetto Croce (Terza edizione economica, Giuseppe Laterza & Figli, Bari, 1971) in cui a pagina 269 Croce scrive: “Mi piacerebbe andare notando, per offrirne esempî, la poesia che alza il capo dove meno si aspetterebbe. Era un tempo in San Vitale di Ravenna l’epitaffio (serbatoci da Paolo Diacono) di un alemanno Droctulft, che aveva abbandonato i longobardi per difendere contro di loro quella città. L’epitaffio versificato conteneva un attestato di gratitudine per quell’uomo, che aveva sacrificato l’affetto dei suoi cari alla sua nuova patria (“contempsit caros, dum nos amat ille, parentes – hanc patriam reputans esse, Ravenna Suam”). Ma, nel dettare questi distici, l’ignoto autore è preso da una visione lirico-epica del personaggio, e in pochi tratti lo scolpisce nella sua fisica possanza e nella sua particolare maestà e umanità di barbaro:

Terribilis visu facies, sed mente benignus,

Longaque robusto pectore barba fuit!

Dal giorno che lessi i Rerum longobardicarum scriptores, questo Droctulft entrò nella schiera delle figure poetiche che vivono nel mio ricordo.”

E’ importante notare che Jorge Luis, citando il secondo distico riportato da Croce in riferimento all’aspetto fisico del barbaro, chiosa i versi con una nota a pié di pagina in cui ricorda come questi sono trascritti anche da Gibbon (Decline and Fall, XLV). Borges poi continua il suo racconto spiegando che Droctulft non fu un traditore, perchè costoro non sogliono ispirare epitaffi pietosi; e si spinge oltre a raccontare che i longobardi, che pure avevano accusato il traditore, procedettero come lui: si fecero italiani, e forse qualcuno del loro sangue – un Aldiger – generò i progenitori dell’Alighieri …

Jorge Luis, dopo una dissertazione sui cavalieri mongoli che, partiti per fare della Cina una steppa desolata, finirono per invecchiare dentro le mura delle città che avevano desiderato radere al suolo, finalmente trova, vagante fra le nebbie incerte del suo passato, la storia che cercava, narratagli dalla nonna inglese, ormai scomparsa.

Nonno Francisco Borges, un gaucho fiero dal sangue caliente, era nel 1872 distaccato a sorvegliare i confini col nulla ventoso della Pampa: alla nonna inglese, che si doleva del proprio tristo destino di esiliata in una terra di frontiera aliena al suo mondo, fecero incontrare una strana creatura del deserto che Borges descrive cinerea, ossuta, dalle svelte membra di cerva, che si esprimeva in uno strano linguaggio un poco inglese, un poco araucano.

Questa raccontò alla nonna la sua storia di emigrata inglese, dallo Yorkshire, coi genitori, a Buenos Aires, quindici anni prima; le raccontò di una scorreria di indii, dell’uccisione dei genitori, del suo rapimento e di come in seguito era diventata moglie di un capo, del coraggio di questi, dei due figli che gli aveva dato e chissà cos’altro, tra gli ululati e i vortici del vento della Pampa.

Eppoi, l’inglese che s’era fatta india, era svanita, ingoiata ancora dal deserto, dalla sua nuova vita, la sua vita, ignorando le esortazioni della nonna a tornare tra la gente civile.

Jorge Luis, il cieco, racconta ancora che nonno Francisco due anni dopo, nel ’74, era morto tra le spire della rivoluzione e, ancora, alla nonna inglese era apparsa, come una visione, la strana donna; così termina il suo racconto: “Mia nonna era a caccia; in un rancho, vicino allo stagno, un uomo sgozzava una pecora. Come in un sogno, passò l’india a cavallo. Si gettò al suolo e bevve sangue caldo. Non so se lo fece perché ormai non poteva agire altrimenti, o come una sfida e un segno.

Mille e trecento anni e il mare stanno tra il destino della prigioniera e il destino di Droctulft. Entrambi, oggi, sono irraggiungibili. La figura del barbaro che abbraccia la causa di Ravenna, la figura della donna europea che sceglie il deserto, possono apparire contrarie.

Eppure, ambedue furono trascinati da un impulso segreto, un impulso più profondo della ragione, e ambedue ubbidirono a quell’impulso, di cui non avrebbero saputo dar ragione. Forse le storie che ho narrate sono una sola storia. Il dritto e il rovescio di questa medaglia sono, per Dio, uguali.”

L’avvocato di Salem, laureato orgogliosamente a Harvard come i suoi avi da tre generazioni, William H. Prescott, nella sua Storia della conquista del Messico (Edizioni Giulio Einaudi, I Millenni, Torino 1970, tradotta da P. Jahier e M.V. Malvano), pubblicata per la prima volta nel 1843, quando parla del prete Jeronimo de Aguilàr di Ecija, pur citando in nota Herrera e Bernal Diaz del Castillo, non racconta null’altro.

Chissà se Borges avesse mai letto William H. Prescott o la Historia Verdadera del la Conquista de la Nueva Espana.

Sicuramente, quando, grazie a Borges, Jorge Luis il cieco, io conobbi il destino di Droctulft e della vecchia inglese della Pampa, avevo già letto e riletto e consumato quel volume, peraltro magnifico, dei Millenni Einaudi dell’avvocato William H. Prescott.

Ma nulla ancora sapevo.

Doveva vorticosamente irrompere nella mia vita il 1989 (che fa tre volte nove, ossia ventisette che è ancora una volta nove, che nei tarocchi magici è la carta affascinante del vecchio eremita che sonda l’ignoto con la sua lanterna): in quell’estate, vagolando attonito tra gli ulivi antichi, contorti e spaccati, della piccola piana di Mattinatella, Gargano, arrostita dal sole inclemente di agosto, scoprivo tra le pagine di un’edizione apparentemente insignificante, scovata in qualche libreria remainder o nei mucchi affascinanti di supplicanti e consunti volumi usati o resi di qualche bancarella, di un saggio pubblicato dalla SugarCo Edizioni (Milano, novembre 1980) di un etnologo tedesco, Wilfried Westphal, la chiave che mi permetteva di accedere direttamente dentro quell’edificio di cui, fino a allora, avevo avute visioni soltanto parziali attraverso fenditure occasionali, finestre, spiragli, crepe.

Steso dentro un’amàca tessuta dal mio amico Nicola Silvano, l’antico dauno, tesata fra due ulivi centenari, leggevo questo saggio molto di parte dell’etnologo tedesco: I Maya, antichi e moderni schiavi, fumando innumerevoli mezzi antichi toscani e deliziandomi con il gusto intenso e franco di un magnifico e contadino bianco del sud, “il bianco forte che fa assaggiare l’infinito a tutta la gente di bocca buona”, come canta Guccini che di vino se ne intende.

Lì dentro, acquattata, c’era la storia di Gonzalo Guerriero, altro Droctulft….

Giovanni Leopardi chef torinese

Giovanni alle prese con la preparazione di un filetto di squalo Mako

Giovanni alle prese con la preparazione di un filetto di squalo Mako

Sembrava un giorno normale: il solito opprimente caldo umido sulle rive del grande fiume. Giovanni entrò nelle immense cucine dello Sheraton hotel del Cairo alla solita ora per cominciare l’usato tran tran quotidiano di organizzazione e controllo del lavoro.

Fu improvvisamente fermato da un ufficiale dei Black Cats ( le forze speciali egiziane, i famosi “Gatti Neri” ) che lo perquisì e gli comunicò che le cucine da quel momento erano sotto il loro controllo e che informasse i suoi collaboratori della nuova situazione. Alle sue interrogazioni l’ufficiale rispose che le sale erano state interdette a ogni ospite estraneo per la semplice ragione che due personaggi di riguardo avevano deciso di mangiare al ristorante dello Sheraton.

In effetti, le cucine erano occupate dalle forze speciali egiziane mentre la sala, elegante e sterminata dell’hotel, era presidiata da due gruppi ben distinti e posti alle due estremità: da una parte il Mossad israeliano e dall’altra le forze speciali palestinesi. Due tavoli posti molto distanti uno dall’altro ospitavano, oltre a due o tre individui ciascuno, Yasser Arafat, inconfondibile con la sua kefiah, e Ytzhak Shamir.

Gamberoni blu della Nuova Caledonia

Gamberoni blu della Nuova Caledonia

Un poco intimorito, Giovanni preparò dell’agnello per il leader palestinese e un filetto di manzo per il politico israeliano.

Le portate furono esaminate con uno strano marchingegno elettronico che Giovanni suppose essere il moderno sostituto dell’antico schiavo assaggiatore….

L’aneddoto, un fatto successo tra l’89 e il ’90, riguarda lo chef torinese Giovanni Leopardi, l’amico che molti anni prima era semplicemente Gianni, uno dei tanti insieme a Piero Chiambretti, Alba Parietti e Emanuele Fiorilli (oggi corrispondente Rai da Madrid), che lavoravano alla radio privata ABC Italiana di Torino: era la fine degli anni settanta e io cercavo di far funzionare il caos spensierato e esaltante di quella stagione irripetibile.

Carpaccio di manzo di Kobe

Carpaccio di manzo di Kobe

A distanza di quasi trent’anni, per uno di quei meccanismi ignoti che il destino ogni tanto innesca, per tramite di un altro di quei lontani amici, Mauro, Giovanni aveva saputo che io passo il mio tempo a scrivere di vino e col vino dipingere; Mauro aveva provveduto a informarmi che Gianni era diventato un grande chef, che aveva un ristorante negli Usa e che nel suo ristorante organizzava mostre d’arte…

Due più due fa, quasi sempre, quattro: avanti Savoia! a mettere in piedi una mostra dei miei quadri al “Carpaccio” restaurant, downtown in Hanover, New Hampshire, (New England, tutti autentici Wasp), USA.

E’ complicato spedire opere d’arte in America: ci sono procedure delicate che devono essere controllate dalle Soprintendenze dei Beni Culturali e da queste garantite.

Insomma, alla fine, prima i quadri e poi il sottoscritto, si parte alla volta del verde e irreale New Hampshire, felice angolo nel nord-est degli Stati Uniti d’America, incastrato tra Vermont, Massachusetts, Maine e Canada (Quebec).

Tartare di alligatore (coda) della Florida alle erbe e aceto balsamico di modena

Tartare di alligatore della Florida alle erbe e aceto balsamico di modena

Giovanni l’ho trovato bel cinquantenne che mi aspettava alle uscite internazionali di Logan, aeroporto di Boston – città universitaria stupenda, con tutti quei bassi edifici residenziali che tanto ricordano la vecchia Inghilterra del XVIII e XIX secolo.

E, come si può intuire, sono cominciati i racconti che hanno il dovere e il piacere di colmare decenni di lontananza, decenni di assenza.

Giovanni, torinese, era partito, dopo le esperienze come disc-jockey alla Radio ABC Italiana, alla volta dell’Inghilterra – Birmingham – per studiare elettronica.

Si ritrovò invece a frequentare dei cuochi che gli permisero di scoprire una vera, travolgente passione per la cucina. Dopo alcuni anni e alterne vicende, con ritorni estemporanei a Torino, verso l’83, decide di trasferirsi a New York.

E per quasi sei anni, passando tutti i ruoli che la cucina prevede, frequenta la ristorazione americana, soprattutto in California, dove nel frattempo si era stabilito.

Anni duri di gavetta e apprendimento: fino a dirigere come chef una catena di alta ristorazione a Los Angeles. A quel punto rientra in Italia per una vacanza che viene interrotta da una proposta di lavoro, breve ma molto redditizia e prestigiosa, a Damasco in Siria.

Lì viene apprezzato per la serietà, la professionalità e i risultati: la catena Sheraton gli offre di scegliere un incarico, Marocco o Egitto; sceglie Il Cairo!

E poi Hong Kong, Pechino, New Delhi, Bombay, Goa, Dubai: sempre chef nelle cucine di alberghi importanti di catene come Peninsula e Taj, dove gli capita di cucinare per il Dalai Lama, Carlo e Diana, il sovrano del Brunei……

Giovanni mentre impiatta i suoi spaghetti alla Barbera e verdura fresca di stagione

Giovanni impiatta i suoi spaghetti alla Barbera e verdura fresca di stagione

Dopo circa 8 anni, ritorna negli Usa e va a Maui, nelle Haway, a occuparsi di uno dei migliori alberghi dell’Hyatt Group.

Alla fine del 1997, a Sarasota (costa ovest della Florida) apre il suo primo ristorante: Sage. Ancora una parentesi, dopo circa tre anni e mezzo, di chef conto terzi (Hutchinson Whampoa Group) alle Bahamas e scelta di vita nel tranquillo New Hampshire – nel frattempo aveva sposato Melba, era nata Maya e il mondo aveva assistito sgomento alla tragedia del 9/11.

Potter Place fu il primo ristorante in una deliziosa costruzione stile coloniale del ‘700 con abitazione inclusa. Trascorsi altri quattro anni, e arriviamo al 2006, Giovanni e la sua famiglia si spostano definitivamente, per ora, a Hanover, dove aprono in pieno centro il “Carpaccio”.

Dopo trent’anni, incontro un amico che nel frattempo è diventato uno di quei cuochi che piacciono a me: un altro come Gegè Mangano o Cesare Giaccone; quei cuochi, per dirla tutta, che possiedono il sacro rispetto – e una conoscenza straordinaria – della materia prima. E la loro cucina si caratterizza per la semplicità delle preparazioni che hanno il grande obiettivo di esaltarne i sapori e i profumi: questi sono i veri, grandi chef.

Il fatto di essere stato in mezzo mondo ha consentito a Giovanni di conoscere materie prime eccezionali, soprattutto per quanto riguarda pesce e carne che ordina tramite organizzazioni di rara efficienza da paesi davvero lontani.

L’incredibile manzo di Kobe, il sailfish, il mako, i polipi giganti delle Haway, le cozze della Nuova Zelanda, i gamberoni del Madagascar o quelli, incredibili, blu della Nuova Caledonia…..

Tutto preparato con cocktail di verdure che gli sono fornite da fattorie biologiche della zona (Muster Field Farm, New Hampshire, e soprattutto Cedar Circe Farm di Kate e Will, personaggio dalla vita eccezionale, nel Vermont, appena al di là del placido Connecticut River, fiume che divide per lungo tratto i due stati americani).

Memorabili, di Giovanni, il carpaccio col manzo di Kobe, il carpaccio di polipo, gli spaghetti alla barbera, il risotto con capesante e gamberoni blu…

Indimenticabili un foie gras fresco su ananas caramellato e una tartare di alligatore della Florida, espressamente cucinati per me.

Per concludere, alcune importanti osservazioni: Giovanni cuoce sempre pane e grissini freschi; ogni tanto prepara per i suoi clienti cene a tema, svolte con grande passione per la ricerca sia storica sia di territorio (per una cena “romana” si servì della consulenza di docenti universitari e preparò un vero “garum” alla Apicio); la cantina, curata dalla moglie Melba, offre oltre settanta etichette che comprendono il meglio, senza esagerazioni, di Italia, California, Cile, Argentina, Nuova Zelanda, Sud Africa, Spagna e ovviamente Francia.

La sera dell’inaugurazione della mia mostra, giovedì 28 agosto scorso, il ristorante era al completo: 44 coperti per gustare, tra l’altro, uno straordinario sorbetto: Frozen barbera air!

Vincenzo Reda

7 settembre 2008

Stefano Rosso: la leggerezza degli anni Settanta

La marjuana ti fa male, il Chianti ammazza l’anemia…“.

Che bello
col pakistano nero e con l’ombrello
e una ragazza giusta che ci sta
e tutto il resto che importanza ha? Così di casa li cacciai senza ritegno
senza badare a chi mi palesava sdegno
li accompagnai per strada e chiuso ogni sportello
tornai in cucina e tra i barattoli uno che….Che bello
col giradischi acceso e lo spinello
non sarà stato giusto si lo so
ma in 15 eravamo troppi o no?
e questa 
amici miei è una storia disonesta
e puoi cambiarci i personaggi ma
quanta politica ci puoi trovar“.

La prima citazione da Letto 26: ogni volta che l’ascolto mi viene da piangere. Io sono così, che ci posso fare. Alla faccia della leggerezza. La seconda è tratta dalla conosciuta  Una storia disonesta, il suo pezzo più famoso.

Stefano Rossi, diventato Rosso chissà perché, era un trasteverino nato nel ’48; se n’è andato il 15 settembre del 2008. Non è considerato, probabilmente a ragione, un Grande. Eppure i testi delle sue melodie semplici sono la dimostrazione di come si possa essere leggeri e profondi in periodi – gli anni Settanta – che tutto pretendono di essere meno che leggeri.

Stefano Rosso è tutto da riscoprire in canzoni come Odio chi, Senti cosa fo, Colpo di stato, L’osteria del tempo perso, La banda degli zulù. Ogni tanto, tra le facili marcette e melodie di ispirazione country, ti getta in faccia una ballata straordinaria: vedi Tre fratelli, Canzone per chi e la bellissima Quando la luna.

A un certo punto della sua vita Stefano Rosso, deluso da tutto il sistema e anche da qualche amore andato a male, si arruolò addirittura nella Legione Straniera, era l’inizio degli anni Ottanta. Poi rientrò in Italia e riprese  a fare il musicista, con disillusione e disincanto, oltretutto era un ottimo chitarrista (finger picking).

Uno dei tanti sottovalutati e dimenticati: Ivan Graziani, davvero grande – poeta e musicista solidissimo – è un altro di questi. Ascoltatemi, ascoltateli per bene e poi fatemi sapere.

Capoliveri: la prima esposizione in pubblico

Era il 30 maggio del 1998 e in una piazzetta del centro di Capoliveri, paese stupendo dell’isola d’Elba, esponevo per la prima volta in pubblico i miei quadri.

Il giorno appresso venne Vittorio Fiore che molto apprezzò i miei lavori e m’invitò nella sua dimora, uno splendido casale medievale ristrutturato con sensibilità e cultura, in Chianti.

Dipinsi per lui, con il suo Carbonaione, alcuni quadri: posso affermare, non senza orgoglio, che Vittorio Fiore è stato il mio primo collezionista.

Dei 18 pezzi presentati a Capoliveri, 3 fanno parte della mia collezione privata – e sono i più estremi, quelli che mi piacciono di più: in pratica delle macchie di vino. 2 sono in India, uno è a San Damiano d’Asti e tutti gli altri sono stati venduti a prezzi oggi ridicoli.

Non so chi sia la bimba che mi siede a fianco, era una bimba cui ero simpatico e a cui piacevano i miei lavori: curiosamente, mia figlia Geeta sarebbe arrivata dall’India quello stesso anno in novembre.

Liber Medicinalis di Quinto Sereno Sammonico

Gianni Merlini è stato l’ultimo grande presidente della Utet, erede della dinastia dei Pomba, editori in Torino fin dalla fine del XVIII secolo; editori come i Paravia, i Roux, i Loescher. Gianni Merlini ho avuto la fortuna di conoscerlo: per molti anni mi ha mandato a casa, con biglietto personale, le famose strenne Utet, edizioni fuori commercio di libri rari.

Qui non c’entra, ma ho avuto la ventura di conoscere anche Giulio Einaudi, e il grande Lattes: oggi a Torino non esiste più la grande editoria, è rimasto, unico e immenso, l’amico Enrico Tallone, con la mamma Bianca a Alpignano, e ogni tanto mi racconta di quando Pablo Neruda lo teneva sulle ginocchia…

Nella mia Biblioteca c’è una di quelle strenne Utet che sarà oggetto di questo articolo: il Liber Medicinalis di Quinto Sereno Sammonico. E’ un testo tanto conosciuto tra gli esperti, quanto ignorato dal pubblico: un libro di grande interesse, unico nel suo genere, composto intorno al III o IV secolo della nostra era da un Quinto Sereno, la cui identità non è certissima, probabilmente un protetto dell’imperatore Settimio Severo e poi precettore di Gordiano.

E’ una raccolta in versi (1107 esametri raccolti in 64 capitoli monotematici) che raccoglie i rimedi della farmacopea romana ordinati a capite ad calcem, cioè dalla testa ai piedi. Il testo è straordinario: occorre ricordare che il codice più importante che lo ha tramandato alla posterità fu ordinato direttamente da Carlo Magno, e da allora è stato oggetto degli studi di ricercatori di ogni campo (storici, linguisti, medici, farmacisti…).

Non desidero fare ulteriori commenti, anche perché lo scritto parla da solo; è opportuno però ricordare che se pochi hanno letto il Liber Medicinalis, tutti conoscono la formula magica Abracadabra, che compare per la prima volta, appunto, in questo volume straordinario.

Ho scelto i rimedi a base di vino, naturalmente.

Patologie degli organi sessuali

Il fallo si curi

con vino antico e topiche unzioni di bile

di capra puerpera. Può giovare che il paziente

sputi sul pene floscio foglie di mirto

masticate di primo mattino. I genitali

si guariscono pure con bagni di feccia

di vino melato o con cera impastata

con foglie di cipresso o con fave bollite

aggiunte a vino tiepido.

Formula magica antifebbre

Si scriva su un foglio

il detto abracadabra, lo si ripeta assai

sovente e muovendo in basso si detragga

di volta in volta per ogni riga, senza

omissioni, la lettera finale riscrivendo

le restanti fino a risultare una unica

lettera terminale in figura verbale

a cono acuto: memento di appendere

il foglio al collo con un filo di lino.

Mal d’occhi

Applicare sull’orbita cenere di foglie

di cavolo con incenso sbriciolato,

vino e latte di capra partoriente

e in una sola notte si apprezzeranno

i pregi del trattamento.

…..

Unguento in mistura equidosata

di vino e celidonia ripristina la bella

purezza visiva, lenisce le rugosità

e satura le lacerazioni.

Mal di denti

Mantenere in bocca

decotto di viole con vino.

……

Porre sul dente dolente pepe dolce

con vino e nitro. I denti spesso guariscono

con succo di celidonia o con latte di capra

o con bile di toro o risciacquando la bocca

con aceto.

……

La materia che ha assunto il nome

dallo spazzolare i denti è costituita

da cenere di corna cervine o da zoccolo

bruciato di scrofa o cenere di guscio

d’uovo insieme a vino, oppure di murice

tostato o di cenere di cipolla spenta.

Tisi e bile

Giova anche l’acqua

di mare mescolata all’acqua dolce in parti

eguali e con miele liquido; come pure

il niveo secreto mammario di asinella

miscelato ancora tiepido con vino, miele

e pepe.

……

Se la maligna tisi

cronicizza, farà bene prendere lumache

frantumate nel vino.

Contro i rigurgiti

Talora

buoni risultati si possono conseguire

con bevanda di vino caldo con la cenere

di corteccia strappata e bruciata

della pianta del sughero.

Mal di fegato

Nel dolore acuto immotivato del fianco

bere l’acqua fatta ribollire da pietra

immersa infocata; o prendere radice franta

di acero con vino; questo rimedio si ritiene

risolutivo.

…….

Procurarsi un fegato

di lupo, aggiungervi costo, foglia di nardo

e pepe, stemperare il tutto in vino secco

per bevanda.

Contro l’idropisia

E’ utile bere in due

bicchieri di vino caldo la radice bollita

del tenero sambuco. Si deve prendere

il seme di frassino con vino

ed applicare sul ventre unguento dropace

che rapidamente rimuove gas e sierosità.

Ed anche rotolare il corpo in sabbie

tiepide. Le leggere nepitelle gioveranno

per os e in loco. Sovente anche il vino

di scilla elimina il male.

Dissenteria

Il flusso enterico infatti

avviene sovente troppo rapido: si regola

con mistura di cavolo e vino ribollente

o con ciliegie a lunga essiccazione. Fa

guarire pane zuppo di vino Amineo, o

l’aceto ben miscidato con acqua calda.

……

Va invece preso un guscio

incenerito d’uovo nel vino quando le scariche

diarroiche siano irrefrenabili e il disturbo

disumano evolva ingravescente. Si ritiene

valida la raschiatura eburnea d’elefante.

Una pozione mista di corteccia strappata

dalla pianta di Piramo, arsa all’aperto

e posta in vino potrà frenare l’eccessiva

diarrea.

Ritenzione dell’urina

Quando l’urina si attarda in vescica

il ristagno verrà risolto bevendo vino

vecchio.

……

Talora nell’incontinenza d’urina

il flusso bagna le vesti e le imbratta

di vergognosa pioggia; converrà prendere

un cervello di lepre nel vino.

……

Prendere inoltre seme di mirto selvatico

con vino, olio e aceto: o ancora del vino

con comino macerato abbrustolito o l’acre

sterco degli aggressivi colombacci

imbibito di succhi agrodolci e triturato.

Contro la sterilità

Quando in una unione sterile l’attività

dei partner illanguidisce e la speranza

prolifica è già svanita da molti anni,

si tace se ne sia o meno responsabile

la donna: lo potrà insegnare il quarto libro

del grande Lucrezio. L’utero però guidato

da energici medicamenti ha spesso dato

creature preparate da cure oculate.

La donna mangi una vulva di lepre o beva

la bava pendente dalla tenera bocca

delle pecore, miscidata, tenga a mente,

con vino Falerno, quando nelle stalle

ruminano l’erba brucata.

Fuoco di Sant’Antonio

Spalmare unguento di sego bovino

rammollito alla fiamma o fomentare le parti

urenti con miscuglio d’uova non cotte

di cigno e feccia di vino………

pure unguento misto

di cenere d’aglio, olio e salsa di garum

allevierà la violenza ingravescente

della flogosi. Si combina spesso pozione

di albume d’uovo e celidonia, da prendere

in dose modica, ma ben frantumata senza

scordare l’aggiunta d’acqua e vino Falerno.

Contro i morsi velenosi di vipere e serpenti

Il caglio di cerbiatto diluito in vino

espelle dall’organismo l’infausto veleno

o si prendano con vino la radice di ferula

o la lieve erba betonica o brodo di vecchia

gallina. Nel morso terribile dell’aspide

maligno si crede utile che il paziente

beva la propria urina: è stata questa

l’opinione del vecchio Varrone. Inoltre,

come Plinio consiglia, giova bere aceto.

Febbre quartana

Non disgustarsi di ingerire nei giorni

afebbrili aglio triturato con tre cimici

diluito in vino puro; o tenero parenchima

epatico di ratto aggiunto a quattro scrupoli

di vino secco. E’ splendida bevanda l’infuso

d’assenzio in acqua pura.

Fratture e lussazioni

Inoltre lo sterco di capra aggressiva

stemperato con vino vecchio libera le parti

chiuse, separa aderenze, colma cavità.

Curare l’epilessia

Si deve ingerire bile

di cupo avvoltoio in vino vecchio e basta

un cucchiaio per volta, o sangue

di rondine misto con polvere d’incenso

o appio bollito o bile d’agnello

aromatizzata nel miele, o marrobio

aggiunto a miele in peso eguale, da prenderne

tre cucchiai per ogni dose. Valida la miscela

di ceneri di faina e di rondine. E’ pure

benefico bere acqua piovana caduta

nel cavo di calotta cranica umana supina.

Mi auguro che nessuno abbia l’ardire di sperimentare alcuni dei rimedi che erano soliti adoprare i nostri antichi Romani, ma sul fatto che bere dell’ottimo vino faccia bene alla salute, e al buon umore ché poi è la stessa faccenda, nessuno di noi nutre alcun dubbio. Salute!

“La medicina in Roma antica. Il Liber medicinalis” di Quinto Sereno Sammonico

Strenna Utet 1996

Trad. Cesare Ruffato

Parafrasando Pier Paolo Pasolini

“Ebbene, anche per la lingua del calcio si possono fare distinzioni del genere: anche il calcio possiede dei sottocodici, dal momento in cui, da puramente strumentale, diventa espressivo.

Ci può essere un calcio come linguaggio fondamentalmente prosastico e un calcio come linguaggio fondamentalmente poetico.

Per spiegarmi, darò – anticipando le conclusioni – alcuni esempi: De Rossi gioca un calcio in prosa: egli è un “prosatore realista”; Del Piero gioca un calcio in poesia: egli è un “poeta realista”.

Cassano gioca un calcio in poesia, ma non è un “poeta realista”: è un poeta un po’ maudit, extravagante.

Totti gioca un calcio in prosa: ma la sua è una prosa poetica, da “elzeviro”. Anche Pirlo è un elzevirista, che potrebbe scrivere sul “Corriere della Sera”: ma è più poeta di De Rossi; ogni tanto egli interrompe la prosa, e inventa lì per lì due versi folgoranti.

Si noti bene che tra la prosa e la poesia non faccio distinzione di valore; la mia è una distinzione puramente tecnica.”

[Pier Paolo Pasolini, Saggi sulla letteratura e sull’arte, Vol. II, Meridiani Mondadori, Milano 1999]

Ulrich Von Hutten

” Qui bene bibit bene dormit

qui bene dormit non peccat

qui non peccat venit in coelum

ergo qui bene bibit venit in coelum”

(Chi beve bene dorme bene/ chi dorme bene non pecca/chi non pecca va in cielo/dunque chi beve bene va in cielo).

Questi versi che compongono un sillogismo classico sono di un personaggio tedesco nato nel 1488 e morto di sifilide in Svizzera, in esilio, nel 1523. Definirlo un teologo è dir poco: cavaliere, seguace e amico di Lutero, utopista e sognatore di una Germania governata da una casta di cavalieri contro i nobili, filosofo amico di Erasmo (per la verità, sia Lutero sia Erasmo cercarono di mantenere le distanze da un personaggio che ritenevano scomodo e eccessivo nelle sue violente manifestazioni contro la Chiesa Cattolica e le grandi casate nobiliari germaniche), protetto in Svizzera da Zwingli….

Murale al Caffè Elena di Piazza Vittorio Veneto a Torino, vino Ruché Laccento di Montalbera 2008

Vikram Chandra

Oggi su La Stampa si può leggere una bella intervista a Vikram Chandra – scrittore indiano di 47 anni nato a New Delhi e che vive tra Mumbai e Berkeley – condotta da Maria Giulia Minetti.

“Vikram Chandra ha scritto l’immenso, magnifico romanzo «Giochi sacri» (Mondadori), colossale ritratto della Bombay-Mumbai di oggi, che ha al centro le figure di un poliziotto e di un gangster, catalizzatori perfetti del mondo di sopra e del mondo di sotto della città e delle collusioni fra i due.

Giochi sacri è un romanzo di oltre mille pagine che si legge d’un fiato: sviluppato come un intrico di nodi, vede le storie di Gaitonde Ganesh (il gangster, ma la definizione è riduttiva), di Sartaj Singh (l’ispettore sikh di polizia), di Jojo Mascarenas e di Zoya Mirza svolgersi contorte dentro l’inviluppo abnorme della Bombay di oggi. E leggendo il romanzo tanto si comprende di quanto sulle rive dell’oceano Indiano, oppresse dall’incombente sub-continente, oggi sta accadendo: fatti che sono più nostri di quanto a tutta prima si potrebbe pensare.

E’ insolito, per me, apprezzare un autore ancora in vita e giovane per giunta: io amo la polvere della storia, mi piace riscoprire i morti o quelli che morti saranno a breve; non c’è nessun tipo di snobbismo intellettuale in ciò, è semplicemente così.

Maria Giulia Minetti purtroppo omette di dire che Vikram Chandra è stato importato in Italia da un piccolo editore torinese, Instar Libri, nel 1998: Terra rossa e pioggia scrosciante, in una edizione bellissima, fu per me una rivelazione a sensazione. Come il successivo, tradotto sempre da Instar Libri nel 1999, Amore e nostalgia a Bombay .

Fu Gianni Borgo a fondare la Instar libri che mi fece scoprire negli anni ottanta Geoff Dyer, purtroppo quel genio dell’editoria è scomparso qualche anno fa, ma la sua casa editrice ancora, con Gaspare Bona, è stata capace di portare alla luce un nobel, ignorato da tutti fino al premio, come Gustave Le Clézio.

Consiglio disinteressato: leggete i libri di Vikram Chandra e seguite la Instar Libri di Torino: gente in gamba.

3 dicembre 2008

Anni Ottanta Body-art

Questi scatti fanno parte di alcune ricerche che conducevo tra la fine dei Settanta e l’inizio degli Ottanta. La sequenza a colori è la rivisitazione dell’assassinio di Marat: il bagno è costituito da un monoblocco in plastica firmato da un famoso architetto (di cui non ricordo il nome). L’opera fu esposta a La Spezia per una rassegna biennale e pubblicata sul catalogo. Gli altri due scatti, ispirati tecnicamente a Newton, furono effettuati in una splendida casa nel quartiere Crocetta, a Torino. Per il colore usai una Hasselblad con un 50 mm; il b/n fu realizzato con una Nikon F2 e un 20 mm. con pellicola a alta sensibilità, da me sviluppata e stampata ad hoc.

 

PAROLE E MODI DI DIRE DA EVITARE COME LA PESTE

Se una persona perbene – intendo perbene una persona che paga le tasse e le multe o una persona cui pare legittimo che se Bondi può occupare la carica di Ministro della Cultura, Berlusconi debba per ovvia conseguenza rivestire l’autorità di Capo del Consiglio dei Ministri – desidera mostrarsi tale anche nell’eloquio (per la scrittura la faccenda sarebbe assai più complicata), debba per necessità evitare di usare le parole e le espressioni idiomatiche che elenco qui di seguito e che ritengo siano orribili oltremodo e dozzinali, sciatte, scostumate.

APERICENA

ANCHE NO (questa è per davvero un’espressione senza alcun senso)

ASSOLUTAMENTE (peggio se seguita da SÌ o NO)

SICURAMENTE

LATO B

DETTO QUESTO

QUANT’ALTRO

BASITO

SCLERARE/SCLERATO

ATTIMO (usato come avverbio di quantità)

CERCHIOBOTTISMO

BERLUSCONISMO

MOLTO (nel linguaggio iperbolico di oggi tutto è sempre troppo MOLTO)

TUTTA LA VITA

DEGUSTARE

NETTARE (sinonimo per VINO)

L’elenco – stringato e senza un ordine preciso – qui sopra è parziale e mi riservo di aggiornarlo, magari con qualche suggerimento (IMPIETRITO o DI SALE per BASITO; CULO, NATICHE, CHIAPPE, SEDERE, DIDIETRO per il tremendo LATO B; BERE, GUSTARE, ASSAPORARE, ASSAGGIARE, APPREZZARE, VALUTARE per l’abusato e sciatto DEGUSTARE; ecc.).

Guatemala

Una Storia dal Guatemala.

E’ questa una storia raccontata in un volume pubblicato nei primi anni sessanta da un viaggiatore italiano, straordinario e non famoso. Non cito la fonte, preziosa: se qualcuno fosse interessato, lieto di soddisfare direttamente la curiosità.

“ …Alcuni giorni più tardi, accompagnato da Giuseppe Ogniben, mi recai a San José Pinula, a una ventina di chilometri dalla capitale, nella solitaria villa di Carlos Martinez Duràn, Rettore Magnifico dell’Università di San Carlos.

(…..) Carlos Martinez Duràn è una delle personalità più notevoli nel mondo intellettuale di Guatemala e non solo per il suo incarico. Laureato in medicina, egli è un dotto umanista, la cui aperta onestà morale mi fece spesso venire in mente quei galantuomini della vita politica milanese fin de siècle, che amavano riunirsi sovente in casa di mio padre, in Via Principe Amedeo, prima ancora che io fossi di questo mondo: Matteo Renato Imbriani, Leonida Bissolati, Andrea Costa, Filippo Turati, in compagnia di amici di passaggio, quali Giovanni Verga, Arrigo Boito, Alberto Franchetti e Umberto Giordano.

(….) Gente dabbene, insomma, della quale pare si sia proprio smarrito il seme, almeno per il momento. Ma nel Guatemala l’atmosfera politica e ideale degli anni sessanta può essere bene paragonata a quella dell’Italia al principio del secolo.

La ragione della mia visita a San Josè Pinula era di ottenere l’appoggio del Rettore Magnifico per partecipare a una spedizione attraverso la foresta tropicale a ridosso del fiume Usumacinta, tra il corso di quest’ultimo e quello del rio de la Pasìon, non lungi dalla località di Sayaxché, dove è stato segnalato un nuovo centro maya.

(……) Carlos Martinez Duràn fu ambasciatore del Guatemala a Roma subito dopo la seconda guerra mondiale e compì verso l’Italia un gesto di grande nobiltà. Quando fu pubblicato il testo del trattato di pace con l’Italia – anche il Guatemala non aveva potuto resistere alle pressioni nordamericane e aveva dichiarato la guerra -, egli non solo si rifiutò di firmarlo come era stato delegato a fare, ma ottenne dal suo governo che lo respingesse. ‘Come è possibile’ ebbe a dire, precedendo di non pochi anni la resipiscenza degli alleati occidentali, ‘trattare in questo modo un Paese tanto nobile, un popolo che tanto ha dato alla cultura, alla civiltà, all’arte e che, anzi, ha certamente dato più di tutti i popoli della terra? Noi non possiamo associarci a questi barbari anglosassoni e russi, che non hanno per niente il diritto di mettersi in cattedra’.

E la storia andò a finire che fra l’Italia e il Guatemala venne firmato un accordo di pace a parte, in base alle proposte di Carlos Martinez Duràn.

(…..) Ci eravamo conosciuti molti mesi prima, quando ero reduce dalle mie deludenti esperienze cubane ed egli, dopo aver ascoltato le mie soggettive impressioni, mi aveva narrato un episodio, avvenuto in una aula universitaria durante la « repubblica rossa » di Arbenz, e che aveva avuto per protagonista Ernesto Guevara, detto El Che, colui che doveva diventare il braccio destro di Fidél Castro.

Un giorno – raccontò – mentre stavo per iniziare una lezione, vidi entrare in aula il giovane Ernesto Guevara, che bazzicava nell’entourage di Arbenz e predicava il comunismo integrale. Quando vidi che portava alla cintura due pistole, io gli ordinai di uscire.

« Qui siamo in una aula d’umanesimo », gli dissi, « non di gangsterismo ».

Il Guevara rimase senza fiato, divenne pallidissimo. Poi, tremando di rabbia, mi rispose: « Ora lei mi caccia. Ma verrà il giorno nel quale io, con queste stesse pistole, la ucciderò ». Però uscì…E vuol sapere? Quel giorno uscì dall’Università anche il comunismo. Quella promessa di uccidermi non garbò a nessuno. Però questo non evita che mi si definisca un comunista.

Sospirò.”

Vincenzo Reda, 4 novembre 2008

Que maravilloso paìs, que gente amable, gentil, cortés….

“Spirito leggero” del 1973

Scrissi questa poesia i primi mesi del 1973, avevo poco più di 18 anni e mi drogavo con Palazzeschi, Buzzati, Baudelaire, Rimbaud e Verlaine. Lavoravo in catena di montaggio, a Mirafiori e studiavo di sera. Vivaldi, Beethoven, Guccini e Dylan mi aiutavano a mettere insieme il duro e lungo mattino con i dolci studi serali. Ero bravo, davvero: in tutti i sensi.

Questi versi non li ho mai pubblicati: mi piacciono tanto e me li voglio dedicare per il mio compleanno. Oggi posso dirlo con soddisfazione: sono stato capace durante questi anni di realizzare quasi tutte le aspettative di quell’adolescente testardo e sognatore.

 

Spirito leggero

spirito veleggiatore

senza rombo senza motore.

Tra guglie e spigoli vivi

dipingi spirali

sali

sali.

Guglie e spigoli vivi avidi

sempre di carezze a spirali

sali

sali

sali.