Archive for novembre, 2008
“Il vino giusto” di Luigi Veronelli

Premessa

 

Se non ami li vino, se non sei disposto a riconoscerlo amico, non leggermi. Non puoi capirmi, ti stupiresti – sciocco sino a riderne – di frasi esatte: la scienza ha conquistato lo spazio e non ancora il “meccanismo” delle infinite metamorfosi del vino, vi è qualcosa che sfugge, che si sottrae ad ogni analisi, qualcosa che solo noi conosciamo, con cui solo noi comunichiamo, noi che amiamo il vino: la sua anima.

Ti stupisci; non noi.

Versiamo il rosso vino – amorosi, con infinite cautele – nel bicchiere panciuto che esige la tiepida carezza della mano; o, con uguali cure, il bianco del bicchiere alto, aristocratico e nervino, che la mano allontana; ne osserviamo in trasparenza i colori, godiamo già del giuoco allegro e balenante dei tonali riflessi; gli imprimiamo, al bicchiere, lieve il gesto, un accenno di rotazione: aumenta la superficie vinosa; si libera, e la aspiriamo, ogni nascosta suggestione, dal bouquet; in un bacio lo sorseggiamo per la lingua, per il palato; ci lasciamo invadere dai ricordi: mille e mille e mille; ogni vino bevuto ha il suo racconto.

Ogni vino bevuto ha il suo racconto. Mio proposito: renderne facile l’ascolto e la comprensione a te, lettore, che ami il vino – mi leggi -, o sei disposto a riconoscerlo amico.

 Il testo, magico, di Gino Veronelli è premessa al volume Rizzoli 1971: “Il vino giusto”. E’ un libro fatto bene: cartonato, in 8°, con i capitelli, le sguardie, una sovraccoperta plastificata – non semplicemente verniciata -, carta usomano da almeno 150 gr. e legatura a filo refe pregevole. Un libro non datato.

Se riuscite a trovarlo su qualche bancarella dell’usato, com’è capitato a me, non lasciatelo inutile sul banco.

Ci tenevo a mettere sul mio sito questo testo, omaggio a un amico Grande e inutile esempio per quella pletora di manovali della scrittura e industriali della comunicazione che oggi affolla i nostri tristi dintorni: per tutti i vari oni, ini, obrio, illi, elli… che il diavolo se li porti.

Vincenzo Reda

2 ottobre 2008

VINO A DOPPIO SENSO di Stefania Zolotti

Incontro Stefania in un tardo pomeriggio terso e secco in piazza delle Muse, nel centro storico di Ancona: un aperitivo all’ombra rassicurante di un dehors per scambiare quattro chiacchiere sul suo libro, sorseggiando uno dei molti e buoni Verdicchio dei Castelli di Jesi di questa opulenta, discreta, e pur sempre sorprendente, provincia italiana.

Stefania ha gli occhi verdi, chiari, sinceri: sguardo che osserva e si fa osservare senza imbarazzi e privo di orpelli inutili. E’ una donna, ahinoi rara, di quelle che sanno mettere l’interlocutore a proprio agio.

Doveva essere solo un aperitivo e invece si è piacevolmente prolungato in una cena a base di paccheri, stoccafisso e patate che più tradizionale non avrebbe potuto essere; gradevolmente impregnata di un Lacrima di Morro all’altezza della situazione.Com’è mio solito, la prendo alla larga. Stefania Zolotti è una trentenne che cerca di capire i rapporti e gli uomini anche attraverso le belle metafore del vino.

Ha studiato e lavorato tra Bolzano e Milano, per ritornare a occuparsi di comunicazione in ambito pubblico nella sua Ancona.

L’idea del libro è sbocciata, improvvisa, durante una visita a Cupramontana, terra di ottimo Verdicchio di Colonnara e Bonci: era lì con una sua amica e venne fulminata da questo progetto. Un libro che raccontasse con leggerezza e ironia cose di vino, metaforizzando vicende di uomini e donne.

Il lavoro, concepito nell’autunno del 2005, fu presentato al Vinitaly del 2006 per i tipi dell’editore Gabrio Marinelli di Falconara Marittima.

E’ un oggetto che richiede una sorta di maneggio: si legge in un verso per uomini e vini rossi, e nel verso opposto per donne e vini bianchi; ovviamente, il libro presenta due copertine opposte e simmetriche.

Di formato quadrato e bella carta uso-mano, impostato su due colonne e stampato con un leggero carattere bastone, è illustrato da numerose vignette di genere umoristico disegnate da N. Orliani.

La grafica è assai curata: i numeri delle pagine sono inscritti dentro un piccolo calice!

La prefazione è di Bruno Gambacorta e lo sviluppo del progetto si articola su tre sezioni, sia per la parte dedicata agli uomini, sia per quella dedicata alle donne: “Neologismi/Enologismi”, i ritratti/interviste dei personaggi – tutti più o meno marchigiani – introdotti da una sorta di simpatica scheda sinottica e, infine, “Matrimoni a tavola”, sezione in cui Giuseppe Cristini e Alberto Mazzoni presentano i principali disciplinari dei vini, rossi e bianchi, delle Marche.

Nella prima sezione la metafora passa dall’uomo passito (il perfetto) all’uomo novello (la primizia), dall’uomo da invecchiamento (il fedele) all’uomo da fuori pasto (l’amante). Per le donne, scritte da Leonardo Cemak, le scelte passano da quella astringente (la brontolona) a quella appassita (la rugosa), dalla donna cuvée (la perfetta) alla donna perlage (la brillante).

I ritratti degli uomini sono 17: si passa da Tonino Carino a Neri Marcorè, da Riz Ortolani a Adolfo Guzzini. Le interviste femminili sono 14: tra le altre, Valentina Vezzali, Rosanna Vaudetti, Katina Ranieri e Natasha Stefanenko.

La scrittura di Stefania è incisiva, sintetica, capace di attingere a immagini anche ardue ma sempre in tema col personaggio: ne escono ritratti che paiono illustrazioni tracciate con linee secche di china, stemperate comunque nell’ironia e nella leggerezza.

Ho avuto l’impressione, leggendo il libro, che Stefania abbia un talento ancora tutto da esplorare.

Di seguito, cito a esempio alcuni brani tratti dall’intervista a Moreno Cedroni, il grande chef della Madonnina del pescatore di Senigallia.

“Ad un velocista della fantasia come lui piace senz’altro giocare. Libere associazioni di idee cesellate col vino. Per ogni tipologia di donna un calice da abbinare. La ventenne inesperta ma curiosa, una donna che si affaccia alle prime esperienze.

Deve assaggiare la vita ma senza bruciare le tappe. Così anche il vino. Non le darei nulla di troppo importante, sarebbe sprecato. Ed un barrique non sarebbe certo capito. Le servono profumi fragranti, note acide e dolci al tempo stesso così da sperimentare ogni possibilità a piccoli sorsi. Sicuramente un Gewurztraminer. Poi la trentenne single, un lavoro precario, la finta ambizione di carriera che cela il desiderio di famiglia. Lei ha già fatto un percorso, ha già avuto esperienze. Nello scegliere un vino adatto conta molto la sua incertezza, la sua precarietà. Il vino troppo costoso la manderebbe in crisi e magari non se lo gusterebbe neanche. Scelgo allora un Brachetto, con note fiorite. Piacevolmente dolce e piacevolmente frizzante. Vorrei inebriarla con il profumo della rosa, aiutarla per un po’ a non pensare troppo ai suoi problemi. Scalpita la quarantenne alla ricerca del tempo perduto. Consigliare una quarantenne malmaritata sembra persino troppo facile, proviamo con la quarantenne delusa che ha invece voglia di provare a vivere davvero. Per lei assolutamente banditi acidità e tannini, è già inasprita di suo. Le serve sicuramente il dolce, molto più che alla trentenne. Ha bisogno di un vino avvolgente, direi un passito. Trovato: Passito di Sauvignon vendemmia tardiva.

Infine la cinquantenne. Il desiderio di un ritorno alla giovinezza, la consapevolezza di un bivio da cui riprendere un percorso. Con lei non ho dubbi, vuole effervescenza. Ha bisogno di sana freschezza, di bollicine, di euforia. Champagne rosée.

Magia del gioco quando aiuta a decifrare la vita.

Magia della vita quando la si beve giocando.”

Un libro da consigliare senza riserve. Sono circa 300 pagine per 14,50 €.

Vincenzo Reda

Torino 20 luglio 2008

Ps: per giocare….(appendice da una e-mail del 14 luglio 2008)

SEGNI PARTICOLARI

Segno zodiacale: bilancia ascendente gemelli, Mercurio, Venere e Saturno in scorpione.
Segno zodiacale con maggiore affinità: toro e capricorno
Scaramantico: moltissimo, ma a modo mio
Colore per sé: un colore singolo non dice nulla, amo particolari accostamenti di colore
Colore preferito su una donna: come sopra
Numero portafortuna: sono ossessionato dai numeri
Pregio: la sensibilità
Difetto: il bisogno sempre e comunque di armonia
Arma di conquista: sono un affabulatore non logorroico
Elemento in comune con il vino: la complessità
Elemento in comune tra il vino e le donne: la capacità di ebbrezza

SUL VINO

Bianco o rosso: mi piacciono tutti
Fermo o frizzante: fermo, ma in certi pomeriggi o sere d’estate, i frizzanti: dio li vuole
Fresco o a temperatura ambiente: sempre un pelo meno freddo di quanto è consigliato
Con che vino conquisterebbe: mia moglie è astemia
Con che vino si farebbe conquistare: un grande Bourgogne o uno Chateau d’Yquem 1967 ( ma basterebbe un ’99)
Luogo d’acquisto abituale: direttamente dai produttori o in enoteca
Il ricordo di un’ubriacatura: tantissimi, ma sono ormai annosi
Uomo e donna celebri con cui vorrebbe bere: donna per bere, Fernanda Pivano (tante altre mi attraggono, ma non penserei certo a bere); uomo, Francesco Cossiga/Umberto Eco.

SULLE DONNE

Pregio: l’immaginazione
Difetto: l’acidità
Qualità cui non potrebbe mai rinunciare: la femminilità
Qualcosa da invidiare: l’essere madre, ma anche l’inarrivabile, per l’uomo, intensità dell’orgasmo.

SUL SENSO

Quello preferito: l’udito
Quello che sintetizza la Sua idea di donna: il gusto

SUL DOPPIO SENSO

La donna è un doppio senso? La donna è un multisenso.


Quando invece c’è Photoshop…..
Quando non c’era Photoshop…..

Questa fotografia, scattata per un gruppo femminile di teatro intorno al 1981/82, è l’esempio di come si lavorava quando non si poteva intervenire più di tanto sul risultato della ripresa istantanea.

La foto è stata realizzata con un solo scatto (e la tecnica del flash) in formato 9×12 con una Sinar e un obiettivo da 150 mm (ottica normale per quel formato). Il supporto era diapositivo, dunque con esigua latitudine di posa: il risultato mi pare straordinario. Il fotografo era il sottoscritto: oggi rivisito questi lavori e ne sono davvero orgoglioso.

Il Vino: salute!! The card on the relation wine and health

Consensus Statement: la carta dell’International Scientific Workshop  The truth about wine – La verità sul vino, firmata da alcuni importanti e stimati esperti internazionali riuniti in convegno al Castello di Grinzane Cavour sul rapporto tra vino e salute.

Ecco i 10 punti fondamentali:

1. Il vino è da sempre parte della vita dell’uomo;

2. Il vino è oggi apprezzato da un numero sempre più ampio di Paesi e ambiti culturali diversi;

3. Il vino è parte della dieta mediterranea;

4. Il vino è un prodotto naturale e i suoi componenti includono numerosi composti bio-attivi, soprattutto polifenoli;

5. Queste sostanze contribuiscono alle qualità sensoriali e al gusto, rendendo ogni vino unico e ideale complemento al cibo;

6. La ricerca scientifica ha dimostrato che il consumo moderato si associa a benefici per la salute, promuovendo la longevità e riducendo il rischio delle malattie da invecchiamento;

7. I meccanismi responsabili dei benefici sulla salute includono le attività antiossidanti e anti-infiammatorie di molti composti bioattivi e l’effetto favorevole sull’aggregazione piastrinica e sulla composizione dei lipidi nel sangue;

8. L’alcol derivato dalla fermentazione delle uve, ha effetti favorevoli sulla salute, se il vino è consumato in quantità moderata, dannosi se consumato in quantità eccessiva;

9. Le istituzioni dovrebbero sostenere la ricerca sugli effetti del consumo moderato sulla salute e promuovere programmi di educazione;

10. I programmi serviranno a prevenire l’abuso di alcolici, soprattutto fra i giovani, includendo: l’esistenza di una variabilità individuale nella tolleranza alcolica; i rischi di un consumo scorretto, con inclusione del bere compulsivo; l’aumento del rischio di incidenti stradali oltre i limiti consentiti dalla legge; gli effetti favorevoli di un consumo moderato e regolare di vino, come parte della dieta quotidiana.

English translation:

“Consensus Statement”, the card dell’ International Scientific Workshop “The truth about wine – The truth on the wine”, signed from international experts to the Castle of Grinzane of Cavour on the relation wine and health.  Here, in synthesis, the points:
1.  The wine is always part of  life of man;
2.  The wine today is appreciated from a wider number of Countries and cultural diversity.
3.  The wine is part of the Mediterranean diet.
4.  The wine is a natural product and its components include numerous composed bio-profits, above all polifenoli;
5.  These substances contribute to the sensory quality and to the flavor, giving back sole and ideal every wine complement to the food;
6.  The scientific research showed that the moderate consumption is associated with numerous health , promoting the longevity and reducing the risk of the illnesses from aging;
7.  The responsible  of  benefits about  health include the ant oxidizing activity and anti-inflammatory of many composed bioactive and favorable effect  piastrinic  aggregation  and on the lipids composition in the blood;
8. Diverting alcohol from the fermentation of the grapes, has favorable effects on the health, if the wine is consumed in moderate quantity, will be harmful if consumed in excessive quantity;
9.  The founding should support the search on the effects of the moderate consumption on the health and to promote programs of training;
10.  The programs will serve to prevent abuse of drinks, above all between the young, including: The existence of an individual variability in the alcoholic tolerance; the risks of an inaccurate consumption, with inclusion of compulsory drinking.
The increase of the road risks of accidents beyond the limits agreed from the law; the favorable effects of a moderate and moderate consumption of wine, like part of the daily diet.

(Fonte: Wine news)

Oda al Vino, Pablo Neruda

Vino color de día,
 vino color de noche,


vino con pies de púrpura 
o sangre de topacio, 
vino,


estrellado  hijo 
de la tierra, 
vino,  liso como una espada de oro,


suave 
como un desordenado terciopelo,
 vino encaracolado y suspendido,


amoroso,  marino, 
nunca has cabido en una copa,
 en un canto,

en un hombre, 
coral,  gregario eres, 
y cuando menos,  mutuo.


A veces 
te nutres de recuerdos 
mortales,
 en tu ola 
vamos de tumba en tumba,


picapedrero de sepulcro helado, 
y lloramos 
lágrimas transitorias,


pero 
tu hermoso 
traje de primavera 
es diferente,
 el corazón sube a las ramas,


el viento mueve el  día, 
nada  queda
dentro de tu alma inmóvil.

El vino
mueve  la  primavera,
 crece  como  una planta la  alegría,
 caen  muros,


peñascos,
 se cierran los abismos, 
nace el canto.


Oh tú, jarra de vino, en el desierto
con la sabrosa que  amo, 
dijo  el viejo poeta.


Que el cántaro de vino
 al beso del amor sume su beso.

Amor mio, de pronto 
tu cadera
es la curva colmada 
de  la copa,

tu pecho es el racimo,
 la luz del alcohol tu cabellera,
 las uvas tus pezones,

tu ombligo sello puro
  estampado  en tu vientre de vasija, 
y tu amor la cascada 
de vino inextinguible,


la claridad que cae en mis sentidos, 
el esplendor terrestre de  la vida.

Pero no sólo amor, 
beso quemante  
o corazón quemado 
 eres,  vino de vida,
 sino
amistad de los seres,

transparencia, 
coro de disciplina,
 abundancia de flores.


Amo sobre una mesa,
 cuando se habla,
 la luz de una botella
 de inteligente vino.


Que lo beban, 
que recuerden en  cada 
gota de oro 
o copa de topacio


o cuchara de púrpura
que trabajó el otoño 
hasta llenar de vino

las vasijas 
y aprenda el hombre oscuro, 
en el ceremonial de su negocio,


a recordar la tierra y sus deberes, 
a propagar el cántico del fruto.

Memento: una storia che doveva essere bella e si è fatta squallida

Nell’immagine qui sotto è rappresentata la sala di un ristorante negli Stati Uniti. In fondo si nota, inconfondibile, un mio quadro. Lo dipinsi lo scorso anno per una signorina che si chiama Alison. Lo dipinsi con un Mouton Rothschild molto vecchio (la bottiglia era stata maltrattata e il vino risultava quasi imbevibile). Lo dipinsi più per fare un favore a un amico che per piacere a quella signorina, in verità né particolarmente simpatica né, come sono quasi tutte le donne di quelle latitudini, particolarmente interessante. Io sono una persona che non rimpiange mai nulla di quello che fa, per la semplice ragione che faccio le cose con convinzione e pensandole a fondo. Ogni tanto succede che una faccenda che doveva essere positiva diventa fastidiosa, al di là delle proprie intenzioni.

Non entro nei dettagli, che sono per davvero poco belli: ma quel mio quadro, appeso a quella parete, in quel ristorante, è una faccenda che mi fa incazzare. Eppure, devo farmene una ragione. E pensare che l’ho pure regalato…

interior

Cazzeide/Cunneide di Duonnu Pantu

CAZZEIDE

[…]

Dunca, futtiti vue mo quatrarazzi,

scialativìla ccu’ ‘sti cunnarizzi,

sciacquativìli vue ‘sti cugliunazzi

e a Venere mannati li pastizzi,

‘nnarvulàtili e sparmatìli ‘sti cazzi,

chiantàti corna ppe tutti ‘sti pizzi;

jati gridannu ppe’ tuttu lu munnu:

Viva lu cazzu, lu culu e lu cunnu!

[…]

E mo curre nu sièculu puttanu,

ppe’ nun dire nu sièculu curnutu,

n’età chi nun se trova cunnu sanu

né culu chi nun sia statu futtutu.

le fimmine tè ‘mpàcchianu de manu

le ppigli’ lu diavulu pinnutu:

pigliàu de càudu forte la sajime

e curre cùomu jume la sparcime.

CUNNEIDE

[…]

Farrìa cchiù pieju de Sardanapalu:

ppe’ ‘sti chiani e sti margi le sversèra

e cùomu pùorcu mi cce ‘mbruscinèra,

chi ‘ngualu ‘ngualu.

Cattive, maritate e schette io pigliu,

‘ncamate, ricche, nuobili e frabutte,

e giuvinelle, vecchie, belle e brutte,

cuòmu nu nigliu.

La nìvura, la brutta me cunforta,

la janca ccu’ la russa me ‘nnamura

e tante vote me minte ‘nnavannura

la faccie smorta.

L’àuta, la vàscia, la macra, la grassa,

la pietti sicca ccu’ la minnicuta,

la culi stritta, la cularinùta

‘st’anima passa.

‘St’anima passa e lu core me ‘nchiaga

la dissapita ccu’ la graziusa,

e la mudesta e la murriculusa

tuttu m’ammaga.

A mie fa fare due parmi de mazza

la calvanista ccu’ la luterana,

l’ebrea, la mora ccu’ la maumettana

ed ogni razza.

‘Ncipullu forte e fortemente arrittu

ccu’ cchi l’ha svanu e ccu’ chi l’ha pilusu,

ccu’ chi l’ha ‘nzaccanatu lu pertusu

o largu o strittu.

De primavera, autunnu, viernu e ‘state,

matìna e sira, de jurnu e  de notte

spànticu ppe’ chiavare quattru botte,

due strippunate.

Chiaverrìa, me cunfiessu, ppe’ ’ste vie,

ppe’ ’sti margi, ’sti chiani, e ’sti valluni,

ppe’ ’ste spinara e ppe’ ’sti cafarùni

farrìa pazzie.

[…]

Chine mantène la gente e le regna?

Chine fa tanti papi e cardinali,

tanti rre, ‘mperaturi e uffiziali cchiù ca la fregna?

[…]

Autore di questi due lunghi poemetti è il mitico e favoloso Duonnu Pantu, alias Domenico Piro, prete e poeta nato a Aprigliano il 14 ottobre 1660 e morto nel 1696.

Aprigliano è il paese più vicino a Pietrafitta, dove io sono nato.

Un posto di assoluto rilievo deve occupare, tra i miei poeti, questo prete svergognato e talentuoso.

A Pietrafitta c’era, e ancora c’è ma non più attivo, un convento di Frati Minori: tutti gli abitanti maschi di Pietrafitta erano comunisti e mangiapreti; quasi tutte le abitanti di Pietrafitta erano bigotte.

L’eroe era Duonnu Pantu: prete sacrilego perché amava e cantava “futtisteru, culu e cunnu”. E le storie su questo gran maiaolone e ubriacone di prete hanno condito la mia infanzia.

Rammento che cunnus, 4° declinazione latina, è il sostantivo che indica la topina, o come assai meglio la definiva il mio grande papà: “Lu tupinaru”, e tupinaru significa talpa: nera, pelosa e cieca.

La Cazzeide è un componimento in endecasibili composti in ventuno ottave e, in buona sostanza, canta un “secolo puttano”, decadente e corrotto in cui tutti fottono tutti, in tutti i posti e in ogni momento.

La Cunneide è un inno alla fica, un elogio colto, totale e svergognato; sono tutte fiche: quelle belle e quelle brutte, quelle alte e quelle basse, quelle giovani e quelle vecchie, quelle grasse e quelle magre. L’assunto, eterno e incontestabile, è che la fregna è motore del mondo. Ho messo in risalto la quartina in cui il prete svergognato dice a chiare lettere che lo eccitano tantissimo calviniste, musulmane, ebree, nere: purché siano fiche, che valgono razze e religioni (ricordo che siamo nella seconda metà del Seicento…)?

E pensare che questi luoghi sono quelli in cui visse e morì – 1202, in località Canale a Pietrafitta – Gioacchino da Fiore e, pochi decenni prima della vita di Duonnu Pantu, fu catturato a Celico Tommaso Campanella.

Per quanto mi riguarda, m’interessa meno la vicenda storica del prete libertino – di cui si conosce poco o nulla – che la sconfinata aneddotica che i compaesani hanno sviluppato nel corso dei secoli. Sono i racconti delle mitiche imprese del prete che mi attraggono: mio padre mi raccontava storie per davvero incredibili; purtroppo mio papà non c’è più e, come succede quasi sempre, non ho fatto in tempo a registrare in maniera sistematica questi racconti favolosi. Se qualcuno è in grado di aiutarmi in questo senso, avrà la mia gratitudine perenne.

Paolo Poli, “Siamo tutte delle gran bugiarde”

Il librino è esile, esilino, ma Paolo Poli è Paolo Poli: un miracolo che ci è stato donato, forse senza neanche meritarcelo. Ma è uno di quei miracolini piccolini, che valgono poco:”… ho ritrovato per miracolo quel….. che avevo perso; che miracolo, averti visto oggi! è stato un miracolo riuscire a trovare posto…”

Ma sono i miracoli piccoli quelli che aiutano a vivere tutti i giorni.

“Devi sapere che noi finocchi si piace alle donne isteriche. Quelle che pensano: lui odia tutte le donne, ma io sarò l’unica! Questa signora, quando io avevo trentatré anni e lei una quarantina, mi chiese un figlio. Io le risposi con la celebre battuta di George Bernard Shaw. Quando una bellissima attrice gli chiese un figlio, certa che sarebbe venuto bello come lei e geniale come lui, il commediografo le disse ‘Mia cara, ho paura che venga brutto come me e imbecille come lei’. E così risposi io alla signora”.

“Non c’è distinzione fra il mio lavoro e il resto. Sai, queste sono cose ottocentesche, tipo: stimo in lui il padre, ma detesto il medico! Non è così, siamo un tutt’uno con quello che facciamo. Chi è stato capace di realizzarsi in qualcosa, porta tutte le sue componenti in quella cosa e io anche tutte le mie componenti di finocchiezza le ho messe lì, nel teatro. Una volta mi si è rotta la cerniera lampo sulla schiena e ho detto alla sarta: ‘Lasciala aperta! Se non posso mostrare le tette mostrerò il culo!’”.

E dire che questo prodigio delle nostre scene è considerato spesso una sorta di semplice icona, come usa dire oggi, di una certa ristretta cerchia di omosessuali snob e intellettuali: non amo incensare né lodare chi non ne ha bisogno e mi fermo qui. Spero che il buon dio, o chi per lui, ci conservi il più a lungo possibile e al meglio possibile quest’uomo, questo artista, questo personaggio per davvero straordinario e fuori del comune ( eppoi, ha anche avuto la fortuna di conoscere Aldo Giurlani ancora vivo…).

Omaggio a Mercedes Sosa: Vuelvo al Sur e Gracias a la vida

Ripubblico uno scritto di qualche tempo fa. Oggi Mercedes non è più tra noi con la sua voce irripetibile. Sono tristissimo. E’ scomparso un pezzo del mio corpo. Ma resta la sua anima grande e le registrazioni della sua voce straordinaria. Straordinaria fuori, e ancor più straordinaria dentro. C’è una teca nel mio cuore, una teca speciale dove ci stanno soltanto Alcuni: da oggi, una in più.

HAYDÉE MERCEDES SOSA, di umili origini, nacque a San Miguel de Tucumán, Argentina, il 9 luglio 1935. La sua apparizione sulla scena del folclore argentino non fu comune. Radicata a Mendoza a metà degli anni ’60, assieme a suo marito, il musicista Manuel Oscar Matus e al poeta Armando Tejada Gómez, fu parte fondamentale del movimento del Nuovo Canzoniere che rinnovò le espressioni artistiche di radice popolare. Nell’autunno del 1966 uscì Io non canto per cantare, album con il quale iniziò la sua collaborazione con la Polygram – attualmente Universal – che ancora oggi, 43 anni dopo, continua. Il suo è un eccezionale caso di fedeltà alla sua casa editrice. Mercedes Sosa fu arrestata nel 1979 e dovette andare in esilio l’anno dopo, a Parigi. Ritornò a cantare in Argentina dopo la guerra, persa, delle Malvinas che decretò la fine della dittatura militare.Il 4 ottobre 1996, nella città di Aix-la-Chapelle, ricevette il Premio CIM-UNESCO 1996 del Conseil International de la Musique – UNESCO. La motivazione recitava: “La giuria ha deciso di concedere questo Premio non solo per la sua brillante carriera ma anche in riconoscimento ai suoi grandi valori etici e morali dei quali ha dato prova durante i tristi anni che conobbe l’Argentina, per la preoccupazione che ha avuto nell’opera di promuovere costantemente la difesa dei diritti umani”. Preoccupata sempre dalle condizioni dell’uomo, nel marzo 1997 partecipò alla riunione di Rio come Vicepresidente del Comitato di Redazione della Carta della Terra,  rappresentante di America Latina e i Caraibi. Era in tournèe in Italia a luglio del 2008, la mia amica Lisomar, giornalista brasiliana e sua grande amica, mi aveva invitato a conoscerla: questioni logistiche mi hanno impedito questo incontro. Mercedes ha molti problemi di salute e speriamo e preghiamo dio o chi per lui che ci permetta ancora a lungo di ascoltare la sua voce profonda. Mi piace di riportare tra i testi dei miei poeti queste canzoni che ella canta in maniera straordinaria. Meno conosciuta la prima; di Violeta del Carmen Parra Sandoval, poetessa e pittrice cilena, morta suicida nel 1967, la seconda celeberrima. La traduzione dallo spagnolo è opera mia.

Vuelvo al Sur

Vuelvo al Sur, como se vuelve siempre al amor,

vuelvo a vos, con mi deseo, con mi temor.

Llevo el Sur, como un destino del corazon.

Soy del Sur, como los aires del bandoneon.

Sueño el Sur, inmensa luna, cielo al reves.

Busco el Sur, el tiempo abierto, y su despues.

Quiero al Sur, su buena gente, su dignidad.

Siento el Sur, como tu cuerpo en la intimidad.

Te quiero Sur,

Sur, te quiero.

Vuelvo al Sur, como se vuelve siempre al amor.

Vuelvo a vos, con mi deseo, con mi temor.

Quiero al Sur, su buena gente, su dignidad.

Siento el Sur, como tu cuerpo en la intimidad.

Vuelvo al Sur,

llevo el Sur,

te quiero Sur,

te quiero Sur…

Fernando E. Solanas (testo) – Astor Piazzola (musica)

(Torno al Sud come sempre si torna all’amore; torno a voi con il mio desiderio e le mie paure. Come un destino porto il Sud nel mio cuore. Appartengo al Sud come il suono del bandoneon. Sogno il Sud con l’immensa luna del suo cielo capovolto. Cerco il Sud, il suo clima pulito, i suoi futuri. Amo la dignità del Sud e la sua gente perbene. Ascolto il Sud come il tuo corpo più nascosto.Torno al Sud, lo porto dentro, lo amo, lo voglio……)

Gracias a la vida

Gracias a la vida que me ha dado tanto

me dio dos luceros que cuando los abro

perfecto distingo lo negro del blanco

y en el alto cielo su fondo estrellado

y en las multitudes el hombre que yo amo

Gracias a la vida que me ha dado tanto

me ha dado el oído que en todo su ancho

graba noche y día grillos y canarios

martirios, turbinas, ladridos, chubascos

y la voz tan tierna de mi bien amado

Gracias a la vida que me ha dado tanto

me ha dado el sonido y el abecedario

con él, las palabras que pienso y declaro

madre, amigo, hermano

y luz alumbrando la ruta del alma del que estoy amando

Gracias a la vida que me ha dado tanto

me ha dado la marcha de mis pies cansados

con ellos anduve ciudades y charcos

playas y desiertos, montañas y llanos

y la casa tuya, tu calle y tu patio

Gracias a la vida que me ha dado tanto

me dio el corazón que agita su marco

cuando miro el fruto del cerebro humano

cuando miro el bueno tan lejos del malo

cuando miro el fondo de tus ojos claros

Gracias a la vida que me ha dado tanto

me ha dado la risa y me ha dado el llanto

así yo distingo dicha de quebranto

los dos materiales que forman mi canto

y el canto de ustedes que es el mismo canto

y el canto de todos que es mi propio canto

Gracias a la vida, gracias a la vida

(Grazie alla vita che mi ha dato tanto: mi ha dato due occhi e quando li apro mi fanno vedere chiaramente il nero e il bianco e le stelle nel cielo profondo e l’uomo che amo tra la folla sterminata.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto: mi ha dato l’udito capace di registrare i suoni della notte e del giorno, di grilli e canarini, di martelli, turbine, latrati, acquazzoni e la voce tenerissima dell’amore mio.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto: mi ha dato il suono e l’alfabeto e con questo le parole che penso e dico forte: madre, amico, fratello e luce che illumina il cammino dell’anima che oggi amo.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto: mi ha dato il passo dei miei piedi stanchi per aver camminato città e gore fangose, spiagge e deserti, montagne e pianure e poi la tua casa, la tua strada, il tuo cortile.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto: mi ha dato il cuore che freme dentro la sua gabbia, quando considero i frutti della mente umana, quando vedo il bene tanto distante dal male, quando osservo il fondo dei tuoi chiari occhi.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto: mi ha dato il sorriso e mi ha dato il pianto, sicché io distinguo la buona sorte dalla disgrazia che sono l’essenza del mio canto, che è il vostro stesso canto e il canto di tutti e quel che io canto.

Grazie alla vita…Grazie alla vita).

“Il bolide” di Giovanni Pascoli (dai Canti di Castelvecchio)


Tutto annerò. Brillava, in alto in alto, 


il cielo azzurro. In via con me non c’eri,


in lontananza, se non tu, Rio Salto.


Io non t’udiva: udivo i cantonieri


tuoi, le rane, gridar rauche l’arrivo


d’acqua, sempre acqua, a maceri e poderi.



Ricordavo. A’ miei venti anni, mal vivo,


pensai tramata anche per me la morte


nel sangue. E, solo, a notte alta, venivo


per questa via, dove tra l’ombre smorte 


era il nemico, forse. Io lento lento


passava, e il cuore dentro battea forte.


Ma colui non vedrebbe il mio spavento, 


sebben tremassi all’improvviso svolo


d’una lucciola, a un sibilo di vento:


lento lento passavo: e il cuore a volo 


andava avanti. E che dunque? Uno schianto;


e su la strada rantolerei, solo…


no, non solo! Lì presso è il camposanto,


con la sua fioca lampada di vita.


Accorrerebbe la mia madre in pianto.


Mi sfiorerebbe appena con le dita:


le sue lagrime, come una rugiada


nell’ombra, sentirei su la ferita.


Verranno gli altri, e me di su la strada 


porteranno con loro esili gridi


a medicare nella lor contrada,


così soave! dove tu sorridi


eternamente sopra il tuo giaciglio 


fatto di muschi e d’erbe, come i nidi!


Mentre pensavo, e già sentìa, sul ciglio 


del fosso, nella siepe, oltre un filare


di viti, dietro un grande olmo, un bisbiglio


truce, un lampo, uno scoppio… ecco scoppiare


e brillare, cadere, esser caduto, 


dall’infinito tremolìo stellare, 


un globo d’oro, che si tuffò

muto 
nelle campagne, come in nebbie vane,


vano; ed illuminò nel suo minuto


siepi, solchi, capanne, e le fiumane


erranti al buio, e gruppi di foreste,


e bianchi ammassi di città lontane.


Gridai, rapito sopra me: Vedeste? 


Ma non v’era che il cielo alto e sereno.


Non ombra d’uomo, non rumor di péste. 


Cielo, e non altro: il cupo cielo, pieno


di grandi stelle; il cielo, in cui sommerso 


mi parve quanto mi parea terreno.

E la Terra sentii nell’Universo.


Sentii, fremendo, ch’è del cielo anch’ella.


E mi vidi quaggiù piccolo e sperso 


errare, tra le stelle, in una stella.

Mattinata, Gargano (Fg)

La piana degli olivi con la spiaggia e il paese sovrastante, Mattinata – la romana Matinum, nome dovuto al fatto di essere baciata dal sole nascente dall’Adriatico dirimpetto – fotografate con un Hasselblad nel 1983 su supporto diapositivo. Curiosità: le riprese effettuate con l’apparecchio svedese sono riconoscibili dal fatto che sul alto sinistro delle pellicole sono presenti due tacche triangolari.

Curzio Malaparte: Maledetti Toscani

Non è, in tutta franchezza, un libro che si possa consigliare a chicchesia. E’ un libro difficile, sgembo, scorrettissimo: toscano fino alle più recondite budella.

Libro di cui soltanto in pochi possiamo goderne il fascino e la scrittura sinistri, diversi, fuori luogo, fuori d’ogni convenienza.

Kurt lo scrisse nel 1956, un anno prima di defungere in maniera improvvisa, inaspettata, crudele dopo un viaggio in Asia.

I passi memorabili da citare sarebbero tanti in questo libro; cerco di limitarmi e propongo un brano, quasi alla conclusione del volume,  che mi pare possa bene rendere in sintesi tutto il resto:

Imparate dai toscani a stimare un onore il male che dicon di voi. E tutti dicon male di noi toscani, e non ci vogliono, e ci tengono a bada, sol perché siamo, e a ragione, crudeli e faziosi, cinici e ironici; perché abbiamo il sangue caldo e la testa fredda; perché siamo nati proprio e soltanto per dire quel che agli altri non piace sia detto; perché non ci pentiamo delle nostre cattive azioni per non doverci pentire anche delle buone; perché godiamo nel mettere a nudo i fìgnoli, i bitorzoli, i bubboni, le ossa storte, gli occhi guerci, e non tanto quelli degli altri, quanto i nostri; perché siamo i soli, in Italia, che pur nel vivo delle fazioni, delle sommosse, delle mischie, degli ammazzamenti, non perdiamo mai la testa, i soli che ci scaldiamo a freddo, e a un certo punto ammazziamo non per la ragione che non ne possiamo fare a meno, o che ci piaccia ammazzare, ma per la ragione che è ora di farla finita, e di andare a desinare; perché siamo pallidi e non chiediamo perdono a nessuno, e dimentichiamo più presto i beneficii che le offese, e non perdoniamo chi ha paura di noi. E sopra tutto perché noi toscani siamo la cattiva coscienza d’Italia.

Ribadisco: un libro per pochi. Ma che piacere leggere certi passi, anche per la lingua!

http://www.vincenzoreda.it/kurt-erik-suckertcurzio-malaparte-uno-fuori-moda/

Libertà – Freedom

Non ho scelto se nascere o meno.

Non ho scelto dove, quando e da chi nascere.

Non ho scelto la sequenza delle macromolecole degli amminoacidi che compongono la doppia elica del mio acido desossiribonucleico, dunque non ho potuto stabilire se essere alto, basso, grasso, magro, bruno, biondo, eccetera.

Non ho scelto, soprattutto, se essere maschio o femmina.

Non ho scelto il grado di complessità che regola l’organizzazione delle sinapsi dei miei neuroni.

Non è detto che possa scegliere dove, quando e come morire.

Posso scegliere che vino bere questa notte, forse.

Posso scegliere quale libro leggere e per quale fazione politica votare – ammesso che queste scelte non siano condizionate già dalle mie origini e dalla mia educazione, che non ho scelto per certo io.

Date queste premesse, come posso affermare di essere una persona libera?

(I did not choose whether born or not. I did not choose where, when and by whom to be born. I did not choose the sequence of amino acid molecules that make up the double helix of deoxyribonucleic acid mine, so I have not be able to establish whether high, low, fat, thin, brown, blond, and so on. I have no choice, especially if being a male or female. I did not choose the degree of complexity that governs the organization of the synapses of my brain cells. It is not said I could choose where, when and how to die. I can choose what wine to drink tonight, maybe. I can choose which book to read and for what political faction to vote – if these choices are not already conditioned by my roots and my upbringing, which I did not choose me for sure.

In these circumstances, how can I claim to be a free person?)