Archive for dicembre, 2008
Il conto/The bill/La cuenta

Forse qualcuno non ha ancora realizzato che il 2009 sarà ricordato nella Storia come l’anno in cui il Socialismo ha presentato il conto al Capitalismo, ed è passato all’incasso.

Esattamente come nel 1989, quando il Capitalismo presentò il conto, e incassò il dovuto, ai regimi totalitari di ispirazione comunista.

Non credete a chi vi parla di crisi: qui e oggi stanno accadendo fatti epocali che cambieranno la Storia.

In meglio, in peggio?

Dipende dalla prospettiva da cui si guarda, dai tempi e dagli obiettivi che ci si fissa.

Vincenzo Reda, Torino 1 marzo 2009

(firmato e datato, come si conviene quando si ha la presunzione di dire cose che si presumono importanti)

Il grande bevitore

Quel vino faceva schifo: una vera ciofeca.

Aveva lo stesso colore, lo stesso naso, la stessa lingua di quello del nonno, quando riuscivo a berne ancora qualche gotto che egli non era stato capace, per chissà quale miracolo, di finire: a agosto, quando ragazzo scendevo in Sila, il vino della nostra grande vigna di Pietrafitta era già stato tutto bevuto dal nonno prodigioso.

Lo beveva fuori pasto, a bicchieroni come fosse tè o caffé alla francese: nonno poco mangiava e per quel poco non occorreva vino. Il vino egli lo tracannava come una bevanda qualsiasi.

Erano uve gaglioppo, malvasia, greco cresciute a 600 metri sui colli presilani sopra Cosenza, vendemmiate alla come viene e malamente messe a fermentare ai 1400 metri di Rovale, in Sila, a temperature che non permettevano ai lieviti di fare completamente il loro dovere.

E quel vino “aveva lo spunto”: una sorta di punta acidula, non proprio acetosa ma qualcosa di assai vicino, per la verità assai sgradevole.

Tornavo in Sila dopo anni, il nonno non c’era più: zio Vittorio aveva fatto apparecchiare sull’aia antica il tavolo solo per noi.

Avevo in bocca e dentro il naso i vini di Francia che Renzo mi faceva conoscere quando ci si trovava a Parigi per lavoro: i Bordeaux, i Bourgogne prodigiosi che mi insegnava sulle rare note di Monk; ricordo una meraviglia ventenne di Meursault goduta una sera davanti alla Tour….

Vittorio mi riempiva quei gotti fino all’orlo e bisognava mandarli giù alla brutta, cosa che almeno in principio non era proprio negativa, non da gustare perché c’era poco da gustare, per la verità.

Eppure, col passare delle ore, rompendo ogni tanto il ritmo dei gotti rubino chiaro con intermezzi di grappa, quel vinaccio cominciava a piacermi: coi funghi silani – i rusiti, i vavusi, i silli, i gallinazzi – col prosciutto saporoso, quasi allappante, dei maiali macellati in inverno, con le patate di montagna, con la selvaggina quel vino cominciava a essere gradevole.

Finimmo alle due, forse le tre di notte: avevamo cominciato verso le tredici e sette o otto litri di vino prima, con un paio di litri di grappa per rompere il ritmo ossessivo dei gotti rubini riempiti all’orlo.

Due giorni impiegai a ritornare normale.

E capii il nonno, e zu Pasquale, e zu Giuvanni u fallitu: quelli erano bevitori, bevitori veri, autentici, portentosi.

Sono tutti capaci di bere i vini buoni, i grandi vini, le grandi etichette: il vero bevitore beve tutto, tutto e tanto.

Un po’ come le donne, se mi è concessa la similitudine: sono tutti capaci di far l’amore con le giovani e fresche bellone, le veline, le attrici, le modelle; il grande amatore apprezza le impiegate, le casalinghe, le signore già avanti con gli anni, quelle apparentemente insignificanti, qualche cellulite qui e là.

E lo fa con amore, con dedizione, con trasporto.

Per il vino è uguale: oggi i veri grandi bevitori sono una razza in via d’estinzione. Anche perché non sono politicamente corretti e poco si curano di leggere le etichette. Sono uomini che non apprezzano le etichette: uomini, direi, senza alcuna etichetta.

Anni dopo, in Toscana, mi facevo riservare dai ragazzi macedoni addetti alla cantina un Montepulciano d’Abruzzo che si usava come vino da taglio per rinvigorire annate di Chianti scadenti: era un vinaccio color della pece, spesso e allappante che mi lasciava la bocca impastata, una meraviglia indicibile. Come certi Colorino o Rossissimo che non bisogna confessare e che pochi o punti sanno di cosa si tratta.

Certo che ogni tanto mi piacciono i Barbaresco e i Barolo e i Brunello di amici come Angelo, Vittorio e altri insigni costruttori di vino: ma il vino che sa di succo d’uva, pieno di difetti, mi esalta.

Lo so, non faccio testo e non voglio aver ragione e ogni tanto mi consolo rileggendo Soldati e ricordando mio nonno e quel suo vino fuori moda e zu Giuvanni che si faceva bagiare dalla boccuccia ditonda della botticella da quindici litri.

Da “Più o meno di vino”.





Gilda, 2 anni, quasi 500 kg: cittadina torinese

Ferdinando e Angelo Dentis gestiscono l’ultima cascina con allevamento di vacche da latte e Gilda, la maiala di 2 anni nelle foto (gravida), che pesa intorno ai 450 Kg.

La cascina Dentis sta lì dal 1946, quando fu comprata dal padre dei due fratelli e da pochi anni da loro si può, solo su appuntamento perché non si tratta di ristorante né di agriturismo, mangiare la porchetta nei fine settimana e a patto che ci siano sufficienti clienti da giustificare l’adattamento dei locali in luogo estemporaneo di ristorazione.

Ma il gioco vale la candela: la porchetta è la migliore che ho mai mangiato, con salumi all’altezza e fagioli e cotiche (vere) che non hanno paragone. Poi ti devi adattare ai bicchieri di carta, al vino…, eccetera eccetera. Ma quelle due o tre cose che mangi te le ricordi per sempre, oltre al fatto di mangiare in cascina dentro la città (ex)industriale di Torino.

Non dico dove si trova: non hanno bisogno di pubblicità e si rischierebbe di rovinarne il fascino.

Grazie sempre all’amico Marco, che sa scovare posti per davvero incredibili.

DI VINO EX LIBRIS, International Exposition of wine book-plates

Ex librisIl catalogo di questa mostra, piccola e preziosa come un gioiello, è di per sé già una fonte di conoscenza e di piacere.

La mia amica, e di cui ho stima non descrivibile, Claudia Ferraresi -presidente di quella fucina di idee e di iniziative che è l’Associazione  Ca dj’Amis, vedi caso con sede a La Morra – ha una volta ancora reso uno di quei servizi che soltanto certe persone sono capaci di fare.

Dovrei parlare più a lungo di questo librino, della sua veste editoriale, dei lavori presentati: veri piccoli capolavori; dovrei parlare dello scritto di Gian Carlo Torre, specialista del settore; dell’intervento piccino ma assai profondo di Paolo Massobrio, che mi permetterò di citare – avvisandolo – in uno dei discorsi che dovrò fare in inglese a New Delhi, prossimamente; dovrei per davvero dedicare più spazio a questa bella faccenda….

Ma tempo e spazio, per dire una frase poco sentita, sono tiranni.

Suggerimento: cercate di riuscire a procurarvi questo librino! Grazie Claudia, come sempre.

www.cadjamis.it

www.libridagustare.it

A PROPOSITO DEI FUTURISTI

(Mussolini) detestava l’italico culto degli spaghetti, l’idolatria delle fettuccine. Proclamò la «battaglia del grano» per farne pagnotte militari per un popolo che voleva magro e asciutto, pronto a balzare contro le demoplutocrazie. Di rincalzo Filippo Tommaso Marinetti pubblicò il «Manifesto della cucina futurista», scagliandosi contro la pastasciutta «simbolo passatista di pesantezza, ponderatezza, tronfiezza panciuta». È un piatto che gli italiani «portano come palla o rudere nello stomaco, come ergastolani o archeologi». E ancora: « Noi lottiamo contro il peso, il pancismo, l’obesità» perciò bisogna eliminare questo cibo debosciante «per gente imbelle e ciondolona». Il futurista che aveva maledetto le gondole e il chiaro di luna voleva «impedire che l’italiano diventi cubico massiccio impiombato da una compattezza opaca e cieca  […] prepariamo una agilità di corpi italiani ai leggerissimi treni di alluminio che sostituiranno gli attuali pesanti di ferro legno acciaio». Secondo lui, i popoli pugnaci non devono mangiare cose mollicce. Sarà. Ma i fachiri che si cibano di chiodi hanno un’aria così triste! Senza contare che Napoleone, cui nessuno vorrà negare un certo amore per la guerra, andava matto per i maccheroni al parmigiano.”. 

La citazione è presa da Quando siamo a tavola di Cesare Marchi, un volume pubblicato da Rizzoli nel 1990. L’autore, nato e morto a Villafranca di Verona (1922-1992), celebre per le trasmissioni televisive e per il best seller Impariamo l’italiano, va ricordato per il suo umorismo, per il pervicace attaccamento alla sua Provincia (non volle mai, anche quando gli fecero offerte straordinarie, trasferirsi a Milano: le trasmissioni televisive le registrava dalla sua casa di Villafranca), per la fraterna amicizia che lo legava a Indro Montanelli e Enzo Biagi, per l’amore verso la mitica Olivetti Lettera 22.

Se lo portò via un infarto, il 7 gennaio del 1992.

L’intervista impossibile al pianeta Terra

“….(gli uomini) rosicchiano gli appartamenti della natura né più né meno come i tarli rosicchiano i loro appartamenti. E sapete quale ragione adducono per giustificare tale rosicchiamento? Dicono che la terra li attrae. Sissignori, li attrae. Vi si sono abbarbicati e seguitano a riprodursi con la rapidità degli insetti. La terra non chiederebbe di meglio che liberarsene rovesciandoli tutti insieme, sono la sua pietanza più indigesta, li ha tutti per la gola e sullo stomaco, nemmeno uno è riuscito a andarle giù. Ogni tanto dà uno scrollone e ne acciacca qualcuno, poi fa finta di non vedere e li lascia fare, finché non se ne ricorda e dà un altro scrollone: ciac!…..”

Aldo Palazzeschi, Il codice di Perelà – Milano 1911

 

Dunque, ci siamo: evito convenevoli, ringraziamenti e ogni parola inutile tipica di casi del genere. E mi vien fatto di ridere: casi del genere! E quando mai altri hanno avuta una siffatta fortuna? Una Sua intervista…..A proposito, come debbo rivolgermi a lei: voglio dire al maschile o al femminile?

Cominciamo bene. Di già che c’eri, potevi chiedermi pure se sono di destra o di sinistra…

Mi pare una richiesta pertinente.

No! Maschio e femmina sono una semplificazione evolutiva, sono solo  una parte dei rapporti che regolano la sopravvivenza di alcune specie. Pensa alle amebe o, meglio ancora, pensa ai batteri.

Ma ogni organismo evoluto si divide in maschio e femmina!

Fesseria, una delle tante che sarò costretto ( uso il participio declinato al maschile per semplicità, visto che la vostra è una razza in cui la predominanza, almeno in apparenza, appartiene ai maschi ) a subire.

Mi spiego: i primi batteri, né maschi né femmine, sono arrivati da me circa 3,5 miliardi di anni fa. E oggi sono tali e quali. Non si sono, come dite voi, evoluti.

Esistono lo stesso: come molti scienziati sanno, dentro il vostro complesso organismo vivono insieme a 10 miliardi di cellule, una più una meno, circa 100 miliardi di batteri.

E sono vivi e vegeti, dunque evoluti come voi.

Di più: vivete grazie a loro.

Va bene, dunque né maschio né femmina: usiamo il maschile per comodità.

E’ una delle tante semplificazioni di cui il vostro, seppur magnifico, cervellino ha necessità: i dualismi per spiegare, per rendere semplice, per cercare di far capire.

La sostanza delle cose, ascolta bene, è Una, una sola in perenne divenire, in  perenne movimento.

Spazio e tempo sono una semplificazione della vostra meravigliosa eppure limitata mente. Dio e diavolo, bene/male, bello/brutto, più/meno, forma/sostanza: sono schemi assai semplici di cui avete necessità, ma tutta la Questione non funziona così… E’ troppo più complessa eppure molto più semplice di quello che credete. Adesso ti dovrei anche dire che la vostra bella etica non esiste in natura, o quantomeno è una faccenda che rientra in certe manifestazioni tipo la ruota della coda del pavone, le gare di trilli di certi uccelli, il ruggito dei leoni ….

Così come in natura non esistono bene e male: è in ogni caso uno stadio attraverso cui dovete passare. Come la definizione e la comprensione del concetto di infinito: ancora, e per molto tempo avvenire, fate fatica, non ci arrivate.

Vi chiedete dove e quando ha avuto luogo l’inizio e quando e dove avrà luogo la fine: fesserie.

Avete elaborato la teoria a prima vista affascinante del bigbang: e prima?

Sostenete che l’Universo si espande: ma per espandersi deve andare a occupare spazi e tempi che non gli appartengono, e dunque cosa sono e dove si trovano? Fuori dall’Universo, certo, ma esistono; e allora?

Calma, calma. Affrontiamo questioni più, come dire, terra terra se mi passa l’espressione e l’umorismo involontario.

L’umorismo è una delle belle scoperte della vostra razza, dunque bene accetto.

Sai di quanto umorismo mi sono nutrito nei 4,5 miliardi di anni della mia vita: ne ho viste di ogni colore prima che arrivaste voi. E poi voi siete arrivati  e le dosi di umorismo, spesso virato verso il sarcasmo, sono cresciute a dismisura.

Che vuol dire?

Che voglio dire? Il sarcasmo che mi genera sempre la vostra incommensurabile presunzione, innanzi tutto.

Cioè?

Frasi storiche sulla bocca di tutti, calciatori e veline compresi: bisogna salvare il pianeta. Il pianeta muore. Il pianeta soffre…..

Il pianeta, amico mio, se vuoi proprio saperlo, di voi se ne fotte.

Siete poco più che una punturina di spillo.

Sono due milioni di anni che siete arrivati: fino alla rivoluzione agricola, 7/8.000 anni fa, eravate proprio pochi e soprattutto cibo per  carnivori.

Poi avete cominciato a fare un mare di figli, molti morivano naturalmente, altri continuavano a essere cibo per i carnivori, altri ancora vi servivano per sfamarvi….ma siete diventati un poco più numerosi. Diciamo che tra la prima età storica e il medioevo avete toccato i 300 milioni di individui, a volte un po’ di più a volte un po’ di meno, a seconda di guerre, batteri e virus bene o mal disposti nei vostri confronti e delle temperature della mia pelle o di scrolloni, eruzioni, pustole e tutto ciò che fa parte delle mie manifestazioni cutanee: non dimenticare mai che siete un po’ di corpuscoli che solleticano la mia cute, quei 30/40 chilometri di roba dura e fresca che racchiude il mio corpaccio rovente.

Non posso non ammettere che è un punto di vista autorevole!

Aspetta. Avete toccato il miliardo di individui nel 1800. All’inizio del 1900 eravate in 1.500 milioni. Cinquanta anni, dopo 2,5 miliardi. Oggi siete oltre 6 miliardi.

Forse troppi!

No, non ti preoccupare. Siete soprattutto presuntuosi. Il problema per me è relativamente piccolo. Ne ho viste di assai peggio e tante quante neanche puoi immaginare. Sai cosa significa l’impatto di un asteroide di qualche chilometro sulla mia pelle? Fa male, molto più di quanto voi, se foste pure 100 miliardi, possiate mai farmi. E prima ancora, ero giovanissimo, quando un colpo terrificante mi fece quasi morire e invece fu la nascita della mia cara Luna…

Non sarete mai troppi. Avete dentro una specie di anticorpo….quando sarà ora vi regolerete da soli. Il vostro cervello è certo limitato ancora, ma è destinato a crescere, la vostra storia è ancora lunga, non preoccuparti…

Ma il riscaldamento del clima, le specie che scompaiono…

A parte il fatto che sono faccende che possono interessare solo la vostra razza e quelle specie che comunque sono deboli e condannate ( tieni presente che la vita sulla mia pelle è cambiata mille e mille volte: razze fantastiche sono apparse e scomparse molto prima che vi fosse anche solo il sogno di una razza come la vostra): vai a chiedere agli scarafaggi, alle formiche, ai topi sulla terra e nel mare chiedi ai ghiozzi, ai ricci, alle amebe, ai vermi. Eppoi rivolgiti sempre ai batteri che sono i veri padroni e non hanno bisogno neanche del cervello…La vita è ovunque: le rocce sono vive, e l’acqua e l’aria. Le vostre considerazioni su ciò che vive e che è degno di vivere sono considerazioni molto semplici di organismi giovani, seppur dotati e promettenti. Un’ape o una formica valgono molto di più di un panda…..una felce è molto meglio di un’orchidea. Non so se mi spiego.

Fatico a capire…

Certo. Ma devi avere fede e speranza. Siete una razza giovane: dovete pensare alla razza più che al singolo individuo, come le formiche, i topi, le api.

Pensa  a questo fatto: Watson e Crick hanno scoperto l’elegante doppia elica del DNA appena negli anni ’50, sulla mia pelle esiste da miliardi di anni e arriva da ancor prima e di molto lontano.

Oggi chiunque parla di DNA ( non sa per certo che è il semplice acronimo di acido desossiribonucleico e non potrebbe spiegare la sequenza di adenina, timina, citosina e guanina legate da molecole di zucchero che si chiamano desossiribosio…) e tutti sanno più o meno cosa sia l’anidride carbonica (diossido di carbonio, per essere precisi), ma il cittadino medio ragiona seguendo gli spazi che giornali e televisioni debbono riempire con le notizie e le faccende che vanno nello stesso verso di precisi interessi e con utili a breve termine.

Pur se la conoscenza cresce e si diffonde, è la coscienza della sopravvivenza della razza che deve essere propagata: meno interessi individuali, o di gruppi ristretti e privilegiati, e più attenzione all’intera umanità – neri e gialli compresi -, con utili a lungo termine.

Ci saranno prezzi da pagare e dipenderanno appunto da quanto saprete sviluppare la coscienza di cui sopra. Ma siete ancora giovani e forti e in grado di sopportare costi elevati.

Magari avrete qualche milione o miliardo, poco conta, di morti individuali, ma la vostra è una razza destinata a vivere molto ancora e molto ancora sviluppare conoscenza.

Avete appena appena cominciato a capire cos’è la vostra galassia ( l’Universo è ancora un concetto troppo complesso per il vostro cervellino, ma col tempo imparerete molto, molto…), avete appena appena cominciato a capire che la vostra presunzione di essere unici è  solamente l’ingenua presunzione dei bambini che, naturalmente, si vedono centro assoluto del mondo…

Dentro alcuni  preziosi cervelli di vostri individui barlumi di luce pura, intuizioni che l’Essenza non a caso ha seminato e continua a seminare, sono stati accesi: Mahavira e il suo concetto jaina nel VI secolo e Euclide con i 13 libri della sua Stoicheia nel IV secolo avanti Cristo, H. Mandelbrot coi suoi frattali di recente; Leonardo Fibonacci, il pisano con il suo Liber Abaci e la scoperta della sequenza magica che regola molto di quello che vi succede intorno, già nel 1200.

E Einstein e Galileo e Tommaso Campanella e Giordano Bruno e Pitagora e Platone e Piero della Francesca e Bach: e voi che ancora non avete imparato che non esiste distinzione tra arte e scienza, tra scienza e magia, tra musica e matematica e letteratura e poesia.

I numeri sono poesia e musica e la poesia è matematica e musica e magia…..

E come faccio a pubblicare queste cose. Mi massacrano!

Che colpe possono darti, non è roba tua: riferisci solo faccende che io ti sto dicendo. Vai tranquillo.

Vai tranquillo! Ma sai come funzionano i media, da noi?

I media e tutte le altre cose che voi pensate essere proprie della vostra cultura funzionano come funziona tutto il resto.

Mi viene da ridere quando sento parlare dell’acqua come ne state parlando in questo periodo…

Perché, cosa c’è che non va?

C’è che quando parlate di acqua dimenticate che state parlando di circa lo 0,003% dell’acqua disponibile sulla mia superficie. Dimenticate di considerare nella sua estrema complessità, eppure molto semplice allo stesso tempo, il ciclo dell’acqua.

Dimenticate che il problema vero dell’acqua è limitato a aree geografiche molto ristrette. Dimenticate che qualcuno ha voglia di marciarci….Come la storia del petrolio: quante potrei raccontartene….

Posso immaginare.

Eppoi, non credere: anche i media seguono schemi che non hanno inventato gli uomini! Di nuovo la vostra infantile presunzione: non esistono leggi degli uomini che non siano leggi della natura!

E’ un concetto che fate fatica a comprendere: la natura vi comprende e vi regola, non viceversa.

Basta un mio raffreddore, una piccola convulsione, una minuscola eruzione cutanea e ne faccio scomparire a centinaia di migliaia di voi piccoli esseri insignificanti. E’ sufficiente che si incazzino – è una delle parole vostre che più mi attrae – alcuni dei miei cari batteri e tutta la vostra presunzione sai dove ve la mettete, giusto per usare ancora una delle vostre colorite espressioni?

Ce li avete anche oggi quelli che non vanno solo appresso ai propri interessi o a quelli delle loro lobby, come dite voi. Non pensare che io non segua gli articoli del danese Bjorn Lomborg; so benissimo chi sono Dennis T. Avery e  Fred S. Singer e le loro teorie, scomode ma non del tutto errate, sull’effetto serra. Altrettanto bene conosco gli allarmismi di Greenpeace, Legambiente, Al Gore e compagnia briscola; ma una cosa è certa e indubitabile e incontrovertibile, vale a dire che dovete fare attenzione: a voi, non al pianeta o ai panda. Il problema è tutto e solo vostro.

Te lo ripeto: probabilmente non ne avrò bisogno perché farete da soli ( le guerre sono uno dei tanti anticorpi, ma anche l’uso incauto delle conoscenze lo è… e penso non solo all’uso smodato e improprio delle tecnologie, ma soprattutto ai maneggi primordiali e pericolosi di genetica su virus e batteri), ma se appena appena dovessi scoprire che realmente possiate farmi un poco di male, mi basta uno scrollone più forte del solito o una febbre un po’ più alta del normale.

E… saranno cavoli vostri.

Come dice uno dei vostri pseudosaggi: meditate, gente. Meditate.

Che devo dire? Ringrazio dell’esclusiva e spero che a qualcuno possa servire e, soprattutto, che non mi facciano a pezzi.

Auguri e che viva il lupo e sia salvo l’ano della balena…..

Vincenzo  Reda

Torino, 8 ottobre 2007

Selfportrait of a young genius: me (I was 22, in 1976) with Patrizia

Questa foto la feci in via Frejus nel 1976. Le immagini sullo sfondo rappresentano la mia ricerca di body-art fatta in quel periodo e sono scatti di miei testi poetici (stampati alla rovescia) scritti sul corpo, non identificabile quindi mera superficie, di Patrizia. Mi stupisco ancora oggi: ero un vero genio, allora…Oggi non so più quel che sono.

selfportrait-with-patrizia-76

1980: “Il diavolo ti vuole” ricerca di body-art con Bruno Chiarenza

Qui sotto alcuni provini in sequenza della ricerca di body-art “Il diavolo ti vuole” del 1980. Fu un lavoro complesso e tecnicamente assai raffinato. Per le foto da mettere in mostra usai una Hasselblad SWC con ottica Zeiss Biogon da 38/4,5 e pellicola negativa 6×6  Kodak Vericolor II Type S per luce diurna (volevo effetti molto caldi, usando luce ambiente con apparecchio sempre a pose lunghe su cavalletto). Pe l’audiovisivo usai una Nikon F2A con 20 mm. Nikkor, le musiche erano un mix di Tangerine Dream, Pink Floyd, D. Bowie, B. Eno e Kraftwerk. Fu presentato, insieme ai quadri dipinti da Bruno Chiarenza, al Postino Cheval in via Palazzo di Città. Le riprese avvennero tutte nello studio di Bruno in via Belfiore.

Delle foto singole, quella in b/n è lo scatto più importante, che vendevo in copie stampate a mano e numerate. Mi divertii un sacco a fare questo lavoro: c’era dentro tutta la mia ironia, di più, il sarcasmo che continua a alimentare la mia visione di bene/male come viene normalmente concepita e recepita. Soprattutto la simbologia che trovo esilarante. Com’è ovvio, i più presero tutto molto sul serio. Ma questo è un fatto scontato….

Aldo Palazzeschi, “Le carovane” e “Chi sono”

Le carovane

 

Oggi

io mi vedo davanti

una lunghissima,

interminabile via,

zeppa di carovane.

Lunghissima via polverosa

che si estende all’infinito

proprio davanti a casa mia.

Alla finestra della mia stanza da letto

io me ne sto a guardare

tutto quell’andare, quell’ansare, quel sostare.

Ferme, vaganti, volanti carovane,

si perdono nella via a me davanti.

Carovane alte e verdi

d’olivi e di castagni,

d’abeti, di platani e d’ontani,

di cipressi e di pini

vicini e lontani

lontani e vicini.

Carovane di casse, di capanne e di castelli,

di bovi, di cavalli e di cammelli,

carovane d’uccelli;

carovane d’insetti

sopra carovane di tetti;

carovane di navi e di barchette

su carovane di flutti;

carovane a ghirlande di rose e di violette,

carovane di fiori, carovane di frutti.

Carovane d’ali

scìan sagge o frullan folli,

carovane d’occhi,

occhi molli, pollini, grifagni,

sguardi vivi d’intelligenti,

sguardi privi, d’idioti.

Carovane di ragni

carovane di cani

carovane di piedi

carovane di mani,

scarpe, babbucce guanti,

carovane di grucce

carovane di calzoni

carovane di sottane.

Uomini giganteschi ricoperti di ferro,

uomini seminudi ravvolti di pellicce,

infustiti nell’eleganza delle marsine

o disinvolti nel vestito sport,

van via avanti avanti,

or lesti or lenti,

mescolati al bestiame tutti in carovane.

Rigidissime dame

bene composte nelle loro vittorie,

sguaiatissime puttane a sciame.

E sotto l’acque chiare

carovane di pesci si vedono gioiosi scivolare

luccicando,

e sotto quelle torve

gonfi di rabbia ingoian la sabbia

boccheggiando.

Mi fischiano agli orecchi

tanti stupidi pensieri,

volan per l’aria  leggeri leggeri,

qualcheduno cammina più profondo

e pigia con la stampella

sicuro di sfondare il mondo.

Di sopra, a spiare argutamente,

carovane di stelle luccicanti.

Ma che cos’è tutto quel passare,

tutto quell’andare, sostare e ripigliare?

Son tutte carovane carovane carovane

vane vane vane vane vane vane

ane ane ane ane ane ane

eeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee

e… e… e… e… e… e… e…

 

In fondo io me ne sto a guardare

tranquillo alla finestra

della mia stanza da letto:

guardo e aspetto.

Ma ditemi, dove andate?

Dove andate, si può sapere?

Che cosa c’è in fondo a quella via?

Andate alla Città del Sole mio?

Idioti, mammalucchi: fermatevi!

Non lo sapete

che in quella città

non posso andarci che io?

Perdio!

 

 

 

 

Chi sono?

 

Son forse un poeta?

No, certo.

Non scrive che una parola, ben strana,

la penna dell’anima mia:

«follìa».

Son dunque un pittore?

Neanche.

Non ha che un colore

la tavolozza dell’anima mia:

«malinconìa».

Un musico, allora?

Nemmeno.

Non c’è che una nota

nella tastiera dell’anima mia:

«nostalgìa».

Son dunque… che cosa?

Io metto una lente

davanti al mio cuore

per farlo vedere alla gente.

Chi sono?

Il saltimbanco dell’anima mia.

Gianni Mura, La fiamma rossa

 

Minimun fax, pp. 459, € 17,50

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Storie e strade dei miei Tour

Quella sera me la ricordo bene: ero col mio amico Patrick, di Sacramento (California), nel locale di Ivan, prospiciente il duomo di Arezzo.

14 febbraio, S. Valentino; anno 2004, lontano dalla mia famiglia, dirigevo decine di ettari di vigne, centinaia di ettari di bosco e numerosi casali da affittare nelle terre tra Monte San Savino e Castelnuovo Berardenga.

L’aggeggio elettronico dalla mia tasca mandava segnali fastidiosi e insistenti: un messaggio scritto, l’infernale abusato acronimo sms, chirurgico, mi avvisava che era morto Marco Pantani.

Un pugno nello stomaco, un appiglio che cede improvviso, una vertigine di vuoto.

Mi venne in mente l’8 maggio del 1982, Gilles.

Mi passarono sullo schermo labile della memoria le immagini sbiadite del 29 di un altro maggio a Bruxelles, e quella volta ero presente: i dolori, lo stordimento, l’angoscia sorda che lo sport riesce a gettarmi addosso ogni tanto.

Ho appena finito di leggere questa pregevole raccolta di articoli, scelti tra quelli scritti da Gianni Mura inseguendo i fachiri volanti sulle strade di Francia.

Ho rivisto Marco Pantani vivo: le smorfie, gli scatti ostinati e ossessivi, i rari sorrisi.                              

Perché Marco Pantani è uno di quelli, non tanti, che mi ha fatto sognare.

Come Gilles, come Gelindo, come Marcello Fiasconaro o Peppino Gentile o Sara;e ancora, come Bettini, Chiappucci, e prima Wladimiro Panizza, Michele Dancelli,Cuoremmatto, per risalire agli idoli di bambino: Irnerio Massignan e Italo Zilioli, quando il mio eroe supremo era Roberto Anzolin di Valdagno (Vicenza).

Di sport ne ho praticato assai e a buon livello – calcio, atletica, vela, tennis -; tanto ne ho letto e tanto ne ho guardato: con la bicicletta ho sempre avuto poca dimestichezza, a me piaceva correre a piedi. Ma il ciclismo è stato da sempre, insieme all’atletica, lo sport che ho seguito, da spettatore, più che ogni altro, calcio compreso.

Premesso che Gianni Mura poco ho avuto modo di frequentare: leggo La Stampa, come ogni torinese, ahinoi, è abituato a fare e, ogni tanto, sfoglio Tuttosport. Per di più, non ho molta stima per i giornalisti in generale e per quelli sportivi in modo particolare: innanzi tutto perché mi è più congeniale la storia che la cronaca.   E poi perché la scrittura che i giornalisti, almeno quelli bravi (che se non altro hanno dimestichezza con la materia), debbono usare per poter comunicare al maggior numero di lettori possibile è un insopportabile ibrido tra la lingua parlata (e l’italiano si parla appena da una sessantina d’anni) e quella scritta.

E questo mi reca noia.

Ho cominciato a frequentare lo sport leggendo le cronache di Vittorio Pozzo e ho avuto la fortuna di seguire per anni gli scritti, magnifici, di calcio – non che ne capisse molto – di Giovanni Arpino.Certo, ho letto Orio Vergani, Bruno Raschi, Gianni Brera (sopravvalutato come giornalista e mediocre come scrittore: è la mia personale opinione) e una quantità cospicua di altri giornalisti sportivi: stimo, insieme a quelli citati, solamente Gianni Clerici, anche scrittore di qualche interesse. Mi è molto caro, inoltre, Vladimiro Camiti: pur se scriveva davvero malamente (ma quando parlava del mio amatissimo capitano Beppe Furino rasentava, molto a modo suo…, la poesia).

Gianni Mura mi è piaciuto: le cento pagine scarse che dedica a Marco Pantani sono per davvero belle. Trasmettono l’amore per un personaggio unico nel suo genere e sono belle pagine di sport, di uno sport duro, tremendo, umanissimo nelle sofferenze, nelle vittorie, nelle sconfitte, nelle mille vicende in cui inciampa chi percorre La Strada coi sensi in allerta.

Il volume è diviso in sostanza in quattro parti: gli anni che vanno dal ’67 al ’72, l’era di Indurain, l’era di Pantani e quella di Lance Armstrong.

Cito qui e là.

“Io spero che Armstrong vinca il Tour perché, come tanti, gli sono debitore di un gesto (parlo di Limoges) e di un’emozione forte. Lo so che le favole fanno paura a molti, ma a me piacciono. Se non si è convinti che i vecchi suonatori, gli innamorati e le capre possono volare come nei quadri di Chagall, il Tour è meglio guardarlo in tv o non guardarlo affatto. Se si pensa che nello sport ci sia ancora qualcosa che non è determinato dai soldi e dalla chimica, è meglio venire al Tour, perché nonostante tutto (anche l’anno scorso, perfino l’anno scorso) qualcosa si impara, si sente e talvolta si presente. Nel ’98 presentivo Pantani e stavolta Armstrong. Basta dirlo subito, forse capisco più di uomini che di ruote lenticolari”.

È del Tour del 1999 che Mura sta parlando: Armstrong lo ha sempre trattato bene, invaghito della sua straordinaria vicenda umana. A me non è mai piaciuto, ma come si fa a non apprezzare quella testa, quella volontà, quella forza che solamente, forse, un texano guarito dal cancro può ostentare?

“…attenzione: non solo un calciatore, come canta De Gregori, si vede dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia. Anche un ciclista, anche un ciclista. Mondini non è un pivello…E’ un generoso, uno che trasforma l’umiltà in carica positiva. Uno che non ha paura della fatica, che la cerca. Sono quelli che vanno in fuga il sale del ciclismo, anche se non sono famosi, anche se sono di squadre piccole, dove quello che conta è farsi vedere”.

Sempre il Tour del ’99, a proposito della vittoria del gregario Mondini: non è possibile che un giornalista citi De Gregori in questo modo e non piaccia. Un giornalista sportivo che ama Attila József, Carlitos Gardel, Roberto Murolo, Sergio Endrigo e che ricorda la splendida Anna Identici.

“(Pantani) Ha vinto la tappa alla sua maniera, staccando tutti che poi è il solo modo che ha di vincere, una felice condanna. Tra quei tutti, anche Armstrong [...]La ferocia con cui ha sprintato negli ultimi 50 metri, flagellandosi muscoli e polmoni, la dice lunga. Arriva con la testa abbassata sul manubrio, senza cercare la bella posa per fotografi e collezionisti di immagini (le braccia alzate, il sorriso soddisfatto).È grinta, solo grinta, pura grinta, tutta grinta in quella buffa divisa rosa. È un urlo frenato, Pantani. Solo oltre la riga bianca alza la mano destra, alla Mennea, col dito a  dire uno, ma la abbassa subito, o per stanchezza o perché se ne vergogna”.

È il Tour del 2000, Courchevel: mi pare di ricordare, l’ultima delle grandi poesie di Marco Pantani. Nulla da aggiungere.

Mi piacerebbe farne molte altre di citazioni, ma è meglio leggere il libro: alcune pagine dedicate a Jaques Anquetil, a Luis Ocaña – cui il libro è dedicato, a far compagnia a  Luciano Pezzi -, a Claudio Chiappucci sono per davvero belle assai. A volte il gusto, forse eccessivo, per l’allitterazione e il gioco di parole rendono la scrittura discontinua; alcuni neologismi sono brutti («Pantadattilo», a mio immodesto parere, è orrendo), ma quando inventa «Vedremo» come sopranome di Gianni Bugno, sfiora il sublime. E quando scomoda il Poeta per rubargli l’immagine del grande uccello marino, goffo sulla coperta della nave e deriso dai marinai, è un gran bel leggere.

“La terra dei Catari è il posto ideale per arrostire quest’eretico (Armstrong, Tour del 2001)”. Mi pare un’ultima citazione degna.

Dovrò, per forza e per piacere, seguire il prossimo Tour di Gianni Mura.

Una nota: a pagina 225, un refuso balenghissimo in una frase che recita:”(Pantani)…vince il Tour sessantacinque anni dopo Gimondi”.

Immagino sia già stato segnalato e annotato.

 

Poscritto. Come tutti, mi spettavo più enogastronomia. Quel poco che c’è, basta: è trattato con l’amore e la riconosciuta competenza. Le vicende degli uomini sono più importanti e più affascinanti.

 

29 dicembre 2008

Duonnu Pantu sul letto di morte

Questa è una delle mitiche storie che mio padre soleva raccontare sul Prete Poeta e porcellone.

Le fonti storiche dicono che egli morì intorno ai trentasei anni, più o meno, ma l’immagine che io ricordo dal racconto era quella di un vecchio in agonia, steso sul letto e circondato da prefiche e beghine, vecchie e giovani, piangenti, preganti, supplicanti e nerovestite.

Non è diffide immaginare che il Prete morente, avendo per fine quello di procedere al bene delle proprie parrocchiane – com’ebbe egli stesso a mettere chiaro e forte in versi -, non solamente le avesse tutte comunicate e confessate e benedette: certo i conforti, con tutte – belle e brutte, giovani e vecchie, grasse e magre, sposate vedove e zitelle – dovevano essere stati totali, senza risparmio e senza requie, a ogni ora del giorno e della notte, in ogni luogo dove l’impellenza del momento ne dettasse l’urgenza.

Quando s’era ormai quasi alla fine e il morente pareva non dare più segni di vita, a una delle povere devote piangenti e sconsolate capitò di non trattenere un filo d’aria…

Mio padre non seppe mai specificare se ci fu effetto sonoro o se il soffio interessò le nari dell’assemblea vegliante: questo particolare è avvolto nel mistero.

Fatto si è che la faccenda produsse il miracolo di risvegliare improvvisamente il Poeta morente.

Gli occhi chiusi, certo, ma il volto si sciolse come in un vago, impercettibile compiacimento e, in un sussurro appena appena udibile, egli farfugliò:

“Chi è che mi chiama con questa vocina suadente e sensuale. Chi è che mi vuole.

Chi è che mi anela…..”

Furono le sue ultime geniali parole.

Mi ricorda il testamento di Abu Nuwas: seppellitemi, dice, vicino alle vigne e alle cantine, così che possa sentire, quando si pigia l’uva, il calpestio dei piedi – è il momento in cui nasce il vino.

E mo chi sì Puetune, anzi Puetazzu,

Famme na rima a stu grupu de culu,

E nu suniettu a stu curmu de cazzu.

(Da Suniettu, di Duonnu Pantu alias Domenico Piro)

Arpa magica

E’ un’arpa, un’arpa magica quella che mi figuro di volta in volta quando sorseggio un uomo.

Una sequenza di corde dai diametri sempre differenti: arpe che suonano con brezze leggere, venti impalpabili e altre, imponenti, che neanche ruggenti uragani impetuosi urlanti riescono a smuovere: corde che sono cavi d’acciaio tesati da giganti che nessun vortice riesce a eccitare.

Allora mi metto in ascolto e attendo suoni: e sono sempre sorprese.

I diametri di quelle corde mi sorprendono: le scopro vibranti quando me le aspettavo di pietra; mi sconvolgono immobili quando ero certo che un venticello impalpabile le avrebbe eccitate.

Di corde, di cavi, di capelli sottilissimi siamo fatti: arpe, null’altro che arpe che attendono brezze leggere o tempeste ululanti per cominciare a vibrare, a emettere suoni o a urlare; a rompersi al primo vento solamente un poco più forte o a rimanere secche come tronchi inamovibili quando anche le fronde cantano e fremono canzoni che squassano l’aria.

La scienza mi spiega, o meglio: la scienza cerca di convincermi che è in fondo una semplice questione di connessioni. Si chiamano sinapsi i nodi che legano i neuroni e la magica complessità che progetta questi intrichi di materia qualcuno vuol vendermela come intelligenza: significa capacità di analisi, capacità di sintesi, capacità di memoria, capacità di opportunismo, capacità di rendere al massimo, nel minor tempo possibile, nel miglior momento possibile una qualsivoglia informazione?

Non so.

Chi mi spiega i diversi diametri delle corde?

Chi sa raccontarmi perché certe arpe vibrano col soffio di un colibrì e altre restano immobili quando barrisce l’elefante?

Non so.

Ma siamo solamente arpe magiche che aspettano di vibrare le corde eccitate da venti capaci di farlo.

Per certo nessuno di noi sceglie il diametro delle proprie corde.

Io, per parte mia, sono in modo irreparabile attratto da quelle arpe intessute con fili di sete sottili: so che un soffio appena appena più forte le squassa e le svelle; so anche che basta l’alito di un colibrì per farle cantare.

E poi, beati quelli i cui cavi d’acciaio temprato non si rompono mai!

Non ho scelto io, e pure ho durato fatica a convincermi che non è colpa mia, e neppure merito mio: ma i sussurri, quelli sì, sono roba che mi appartiene.

Per il resto, sia fatta la volontà del Signore,

chiunque Egli sia, ovunque Egli sia,

ammesso che sia.

 

Dicembre 2008

Spagnolino, peperoncino, capsicum anuum

SPAGNOLINI, RIMEDIO PER OGNI MALE

Cristoforo Colombo, già nella relazione del suo primo viaggio, nomina il peperoncino appena scoperto nelle isole caraibiche: lo chiama axì e lo descrive piccante come il pepe e consumato in abbondanza da quelle nuove popolazioni che reputano l’ortaggio dotato di grandi proprietà medicinali.

Durante il secondo viaggio del 1494, sarà il medico personale dell’Ammiraglio, Diego Alvarez Chanca, a occuparsi di portare e diffondere in Spagna i semi e le piantine di quella portentosa spezie.

Pochi sanno che il peperoncino, una solanacea – come pomodori, patate e melanzane – del genere Capsicum, è stata la prima pianta del nuovo mondo a diffondersi in Europa e, in maniera assai rapida, in tutti gli altri continenti: si può affermare che il peperoncino sia stata la prima pianta globale del mondo.

Mais, pomodori e patate entrarono nell’uso quotidiano della cucina europea a partire dalla seconda metà del XVII secolo e soltanto dopo il 1750, circa, si può cominciare a ragionare di cucina mediterranea come la intendiamo oggi.

All’epoca di Colombo le specie del genere Capsicum erano poche decine, oggi sono senza dubbio circa un centinaio; quella più comune e usata da noi è la Capsicum annuum, una piantina annuale che non cresce più di 80/90 centimetri, ama il caldo e presenta piccoli fiorellini bianchi da cui spunteranno i preziosi frutti, prima verdi e poi rossi.

La capsaicina, che è l’alcaloide che costituisce il principio piccante del frutto, è la sostanza cui si attribuiscono tutte le innumerevoli, vere o false che siano, proprietà medicinali associate al peperoncino.

Bisogna precisare che i nostri antenati, prima della scoperta di Colombo, conoscevano già il pepe del genere Piper, piante di origine indiana conosciute in Europa fin dal V secolo a.C. ma entrate nell’uso quotidiano in epoca imperiale, insieme alle mode e ai costumi orientali che, già in quei tempi, stuzzicavano appetiti bisognosi di faccende esotiche.

Dalla parola sanscrita pippali, che significa bacca, traggono origine etimologica, in tutte le lingue europee, i termini che indicano il pepe e il peperoncino.

Autoritratto 1973: spleen

Autoritratto 1973

Claudio Galletti, presidente Enoteca Italiana di Siena

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L’occasione di incontrare e conoscere Claudio Galletti mi viene offerta dall’invito a partecipare alla V edizione della manifestazione “La Valle del Gigante Bianco” che si è svolta a Bettolle-Sinalunga in provincia di Siena dal 30 maggio al 2 giugno.

L’amico Luigi Pagnotta dell’Apt di Cianciano Terme si è ricordato della mia partecipazione al convegno sulla Donna Etrusca di qualche tempo fa e, memore del mio entusiasmo e degli articoli che allora avevo scritti con grande soddisfazione, mi ha reiterato l’invito che ho accettato con piacere, ben conoscendo il calore della gente e le eccellenze, per davvero tante e per davvero uniche, delle terre del basso Senese: senza dubbio alcuno, uno dei territori più belli della nostra bella Patria.

Grazie all’intuito che il buon dio, o chi per lui, mi ha donato, immediatamente ho provato simpatia per questa persona che si presenta in maniera semplice, quasi dimessa, ma che nell’eloquio dimostra chiarezza di vedute, visione del futuro, passione e pulizia morale.

Vengo poi a scoprire, per tramite del suo curriculum, che siamo coetanei e che ci accomuna il fatto, sempre importante, di essere partiti dal basso svolgendo mestieri che si definiscono umili, dimenticando che il lavoro onesto, quale che sia, non è mai umile.

Da operaio metalmeccanico, nato a Castiglione D’Orcia, ha passato una vita al servizio della sua Comunità, percorrendo nei tempi giusti i gradini che una partecipazione attiva e coerente alla vita politica permette di salire: da funzionario della CNA di zona ha ricoperto le cariche di Consigliere Comunale, Segretario di Sezione dell’allora PCI e infine, dal 1999 e dunque per due mandati consecutivi, Assessore Provinciale Agricoltura, Caccia e Pesca e Aree Protette della Provincia di Siena.

Contemporaneamente, ha ricoperto incarichi nazionali nelle Associazioni Città del Vino e Città dell’Olio.

Nel dicembre 2007 è stato nominato Presidente dell’Enoteca Italiana, succedendo a Flavio Tattarini.

“Enoteca Italiana deve riconquistare il suo ruolo di luogo di riferimento nazionale del vino. Questo è uno degli obiettivi più importanti. Appena 15 giorni fa, è giunto un riconoscimento in tal senso da parte del ministero. Era uno dei miei obiettivi… Formalmente, poi però bisogna che Enoteca Italiana lo diventi nella sostanza, e che dimostri la sua capacità di essere momento di aggregazione delle enoteche regionali, un vero e proprio punto di riferimento del sistema. L’augurio – conclude il nuovo presidente di Enoteca Italiana – è che i vini italiani si posizionino sui mercati nazionali e internazionali anche meglio di quanto hanno fatto negli ultimi anni, che li hanno visti sempre al top nel mondo”.

La dichiarazione riportata qui sopra fu il primo intervento di Galletti, appena eletto; e di qui parte la nostra chiacchierata, molto informale, come a me piace.

Il punto è proprio questo: riportare l’Enoteca nazionale a quel ruolo, a quei compiti istituzionali che costituirono la ragione della sua nascita circa 75 anni fa, in periodo ancora fascista.

Galletti mi ricorda che il primo salone del vino, presente Mussolini, fu organizzato dall’Enoteca e, per molti anni, continuò a svolgersi a Siena prima di trasferirsi a Verona e diventare quella manifestazione d’importanza mondiale che oggi è il Vinitaly.

Hanno ancora da essere pienamente risanati i danni che la vicenda legata all’Enoteca D’Italia, e al suo presidente Pier Domenico Garrone, ha causato: ed è verso questa direzione che occorre impegnarsi, in un contesto di gravi difficoltà del mercato mondiale e di esasperata e sempre più sregolata concorrenza di nuove realtà internazionali che si gettano sul mercato prive di tradizioni e, aggiungo io, prive di scrupoli verso il consumatore.

Galletti mi racconta dei due progetti guida cui l’Enoteca sta lavorando: “Vino e Giovani” e “Il Grande Atlante dei Vini Italiani”, quest’ultimo sul modello francese.

Entrambe le iniziative costituiscono orizzonti importanti che la cultura del vino deve mirare; lavorare sull’educazione al bere intelligente e di qualità indirizzata alle nuove generazioni costituisce un investimento irrinunciabile e mai sostenuto abbastanza.

Altrettanto, fare chiarezza con un’Opera di riferimento autorevole nella nostra confusa, e diversificata quanto nessun’altra, realtà enologica (e prima ampelografica) diventa un compito irrinunciabile.

Ci sarebbe materia per parlare a lungo, verso molte direzioni, perché il mondo del vino rappresenta una faccenda di grande complessità e di notevoli interessi non solo economici – e penso alla stessa identità culturale o all’attenzione verso una corretta alimentazione – ma il tempo, si sa, è tiranno e la chiacchierata, piacevole, volge al termine.

Chiedo, per concludere, al Presidente Claudio Galletti di dirmi a che punto e di che natura sono i rapporti con il Ministero delle Politiche Agricole – ricordo che la carica di Ministro è attualmente ricoperta da Luca Zaia, veneto esponente della Lega Nord – mi dice che i rapporti sono buoni e, oltretutto, una delle prime difficoltà che il Ministro ha dovuto affrontare, confrontandosi con lui, Assessore di riferimento sul territorio, è stata la grana, davvero imbarazzante, dell’affare Brunello di Montalcino.

Anche la collaborazione con Slow Food è molto buona e questo fa ben sperare, perché, comunque la si guardi, la creatura di Carlin Petrini è faccenda ormai d’importanza e riferimento planetario.

Saluto, e ormai siamo passati a interloquire in seconda persona, il Presidente Claudio Galletti con l’impegno di rivederci presto e l’augurio che la sua passione e competenza abbiano a sortire buoni effetti.

Come è ovvio, Galletti può contare sulla mia totale e incondizionata disponibilità, avendo, tra le altre cose, un magnifico ricordo dell’Enoteca di Siena, quando, nel 1999 insieme a Guelfo Magrini e altri artisti di tutta Europa, organizzammo una mostra collettiva di grande valore dedicata al vino e fondammo il movimento Arte e Vite”.


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