Archive for gennaio, 2009
Giovanni Leopardi da noi

Giovanni e Vincenzo al Belvedere di La Morra con la Langa innevata. Stavamo aspettando di incontrare Angelo Gaja e la sua famiglia a Barbaresco, il 28 gennaio scorso.

Giovanni al mercato di Porta Palazzo, sabato mattina 31 gennaio.

Questo scatto è magnifico: Giovanni che cucina mentre ben 5 ottime cuoche guardano! Commento: finalmente un uomo lavora e 5 donne guardano. Eravamo da Lina e Mirio con amici e Giovanni si è prodotto in una cena straordinaria per noi.

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Aldo Palazzeschi

Lo portai alla maturità, circa 37 anni fa: Aldo Giurlani se ne andò quella stessa estate, il 18 agosto 1974, quasi novantenne. Morì a Roma, ma era nato a Firenze il 2 febbraio 1885. Ho sempre amato questo autore immenso, mai di moda e mai apprezzato quanto avrebbe meritato. Di lui credo di aver letto tutto, soprattutto tanta poesia, e poi i racconti e i grandi romanzi. Personalmente lo preferisco come poeta, fra i tre o quattro più grandi del secolo scorso. E poi come insuperabile narratore di piccole storie. I suoi romanzi, pur molto conosciuti e apprezzati, sono secondo il mio immodesto parere un poco meno interessanti.

Qui riproduco le copertine del suo ultimo libro di poesie, stupendo, pubblicato nel 1972 e il romanzo postumo, uscito nel 1988, Interrogatorio della Contessa Maria: una chicca che soltanto una sensibilità raffinatissima, omosessuale poteva aver scritto (è probabile che il manoscritto originale risalga agli anni Venti). Si trova facilmente questo libro (Mondadori): per le vacanze è una lettura leggera, divertente, ironica. Seguite i miei consigli e, magari, fatemi sapere.

 

Anche la morte ama la vita (Da Via delle cento stelle)

 

Non fare che la morte

ti trovi già cadavere.

Posta davanti alla carne putrefatta

arriccia il naso e corruga la fronte

contrariata e mal disposta,

ama la carne ancora fresca e gioiosa.

Fa’ che ti colga in piena danza

e ti mostri la sua faccia

incuriosita e soddisfatta:

«stai pur tranquillo»

ti sussurra in un orecchio

«che non sono tanto brutta»

mettendosi a danzare con te.


 

Sator Arepo Tenet Opera Rotas

Questo eccezionale librino, formato 15,5×15,5 cm., licenziato per i tipi di Tallone Editore  in Alpignano (To) nel 1998, in occasione dell’ostensione straordinaria della Sacra Sindone, è un gioiello per come è fatto e per quanto in poche pagine racconta. La premessa è di Mons. Gianfranco Ravasi e il testo è curato da M. C. Sacchi Zaffarana. La storia dell’affascinante palindrome criptografica, ideata dai cristiani, è controversa: ai certi ritrovamenti, datati III secolo, di Siria e Britannia, si oppone un dubbio graffito rinvenuto in Pompei (distrutta dall’eruzione del Vesuvio nel 79         d. C.); studi storici e linguistici dimostrerebbero l’origine del palindromo nell’area celtica di Lione, epoca del vescovo Ireneo, intorno al 177 d.C. “Il contadino Arepo governa con fatica le ruote (dell’aratro)”: può essere letta rovesciata, senza che se ne alteri il significato; altrettanto, il quadrato di cinque lettere formato dalla frase è leggibile in maniera eguale in tutti i sensi: un miracolo che fiumi d’inchiostro ha fatto versare e, spesse volte, sprecare. Non è il caso di questo strepitoso volumetto di Tallone.

http://www.vincenzoreda.it/sator-arepo-eccetera-umberto-eco/

Man Ray, Autoritratto (Self Portrait)

“…(Kiki) prese a raccontarci le sue ultime esperienze di modella. Per tre giorni aveva posato per Utrillo. Tra una posa e l’altra lui beveva vino rosso, andava su di giri, le offriva da bere, ma se cercava di dare un’occhiata alla tela, la scacciava energicamente: l’avrebbe vista solo a lavoro finito. Quando finalmente le fu concesso di girare attorno al cavalletto, scoprì che lui aveva dipinto un paesaggio. Qualche giorno prima era andata a trovare Soutine e, sapendo che era senza soldi e spesso non aveva da mangiare, da buona amica gli aveva portato una pagnotta e un’aringa. Entrando, era quasi svenuta per il tanfo spaventoso che invadeva lo studio: sul tavolo marcivano un quarto di bue e un assortimento di verdure: una natura morta cui Soutine lavorava da parecchi giorni.”

“Lo studio dello scultore Brancusi, la prima volta che lo vidi, mi fece l’impressione di una cattedrale…Entrare nello studio di Brancusi era come penetrare in un altro mondo: il bianco, che è dopotutto la sintesi di tutti i colori dello spettro, il bianco si estendeva perfino alla stufa di mattoni costruita a mano e alla sua lunga canna, e veniva qua e là enfatizzato da qualche trave di quercia appena sbozzata o dall’aureo, metallico luccichio di una levigata forma dinamica, irta su uno sgabello…Brancusi viveva come un eremita in quello studio nel cuore di Parigi. Fatta eccezione per un ristretto numero di amici devoti, le sue opere erano praticamente sconosciute in Europa. Si rifiutava di esporre…Penso che sia stato Steichen, il pittore e fotografo che viveva in Francia, a vincere la sua diffidenza e a persuaderlo a esporre da Stiegliz a New York. L’esperienza non fu senza delusioni, a cominciare dalla dogana che rifiutò di fa passare le sculture come opere d’arte, insistendo che bisognava tassarle come prodotti industriali. E poi la sciocca ironia di quanti vollero vedere nelle sue opere un certo erotismo.”

Man Ray, pseudonimo di Man Emmanuel Rudnitzky, nacque a Filadelfia il 27 agosto 1890 e morì a Parigi il 18 novembre 1976: fu pittore, fotografo, regista, artista nel significato pieno che questo termine acquista a cominciare dai primi anni del ‘900 tra Italia, Francia e Germania. Conobbe a New York, nel 1915, M. Duchamp e F. Picabia con i quali in pratica fondò il movimento Dada. Si trasferì a Parigi il fatidico 14 luglio 1921 e in quegli anni frequentò da protagonista quella irripetibile stagione artistica.

Questo libro (titolo originale: Self Portrait) fu pubblicato nel 1963 e tradotto in Italia da Gabriele Mazzotta Editore nel 1975: la mia copia è proprio quella prima edizione, un anno prima della morte di Man Ray, più o meno nel periodo in cui io, ventenne, scoprivo i suoi rayograph che un anno più tardi avrebbero costituito l’ispirazione tecnica di una sezione della mia prima mostra fotografica.

L’autobiografia di Man Ray costituisce, oltre a un piacere indescrivibile, un documento unico per la conoscenza della storia delle avanguardie artistiche della Parigi del primo novecento: chiunque abbia un qualche interesse verso queste faccende non può ignorarne la lettura.

Jacques Le Goff: Il Dio del Medioevo

 

Sto rileggendo, con grande interesse, un piccolo libro di Jacques Le Goff: Il Dio del Medioevo.il-dio-copia

È un lavoro del 2003, pubblicato da Laterza in Italia nel 2006 ed è il risultato delle conversazioni effettuate con Jean-Luc Pouthier.

Il testo è tanto breve, cento paginette scarse, quanto di straordinario interesse: in maniera sintetica e di chiaro significato, Le Goff definisce i concetti chiave dell’idea di Dio che è venuta a definirsi durante il millennio del Medioevo. E quella stessa idea  è a tutt’oggi valida.

        “Il Dio dei cristiani viene invece rappresentato; i fedeli, dal più umile contadino sino all’imperatore, possono vederlo in forma umana. A mio avviso, la decisione di Carlo Magno di ammettere le immagini nel cristianesimo latino – l’occasione è il concilio di Nicea del 787 – costituisce un punto su cui non si insisterà mai abbastanza. Così facendo egli ha preso le distanze da due atteggiamenti egualmente estremi, la distruzione delle immagini nell’un caso, l’iconoclastia, e nell’altro, ed all’opposto, la loro adorazione, il culto delle immagini, l’iconodulia. Per i cristiani latini, romani, le immagini sono uno strumento di devozione, di omaggio a Dio, ma solo Dio è suscettibile di essere adorato; non esiste un culto delle immagini nel mondo del cristianesimo latino.

         “Nondimeno, la rappresentazione di Dio, quando riguardava Dio Padre, sembra aver posto per un certo periodo dei problemi. Si tratta infatti della persona della Trinità maggiormente vicina al Dio dell’Antico Testamento, dunque al Dio tanto degli ebrei quanto dei musulmani; infatti gran parte del Corano, della religione musulmana, deriva dall’Antico Testamento. Di conseguenza, in questo che è un mondo di simboli, per rappresentare Dio Padre si è fatto a lungo ricorso non a una figura umana completa, ma ad un simbolo. L’immagine è quella della mano che esce dalle nuvole, la quale esprime al contempo natura e funzione riconosciute al Dio feudale: funzione di comando, poiché è una mano che ordina; funzione di punizione, poiché è una mano che punisce; funzione di protezione, poiché è una mano che protegge. E nel corso del Medioevo, come abbiamo già indicato, quest’ultima funzione, rispetto alle altre, diviene preponderante: Dio diventa sempre più un Buon Dio, il Buon Dio. Una reazione quanto meno parziale si produrrà nel Cinquecento con le Riforme: i riformati ritroveranno in qualche misura il dio di collera dell’Antico Testamento, ma i cattolici erediteranno questa idea del Buon Dio”.


Un regalo: la più bella pagina di tutti i tempi scritta sul calcio

Io non ho molte certezze, ma su quanto segue non nutro il benché minimo dubbio: Osvaldo Soriano ha scritto la più bella pagina di tutti i tempi dedicata al calcio. In queste parole c’è l’essenza del calcio, c’è tutto quello che è il calcio vero.

Di Soriano ho letto tutto, e come per Fante, ho un amore svergognato: li accomuna il rapporto straordinario con i rispettivi padri.

Soriano ha scritto molto di calcio, tra le altre – tutte strepitose – mi piace citare anche la pagina dedicata a Obdulio Varela, l’eroico centromediano dell’Uruguay, campione del mondo il 16 luglio del 1950 allo stadio Maracanà di Rio de Janeiro, contro il Brasile che aveva vinto anzitempo, come spesso succede nel calcio, la partita che doveva ancora giocare.

La pagina che segue è tratta dal racconto Primi amori, dal volume Pensare con i piedi – titolo originale: Cuentos de los años felices -, scritto nel 1994 e pubblicato nel 1995 da Einaudi.

Osvaldo Soriano se l’è portato via un cancro ai polmoni – come suo padre – nel 1997, a soli 53 anni. Era stato un promettente centravanti.

“Tutte le volte che comincio un viaggio lungo, ricordo alcune cose di quando ancora neppure sognavo di scrivere romanzi all’alba né di prendere aerei né di dormire in alberghi lontani. Quelle immagini vanno e vengono come un’amaca vuota: la mia prima fidanzatina e il mio primo goal. La prima fidanzatina era una ragazza dai capelli nerissimi, timida, che adesso sarà sposata e avrà figli in età da rockanrol. È stato con lei che ho fatto l’amore la prima volta, un lunedì del 1958, nell’ora della siesta, in una fila di poltrone sgangherate di un cinema vuoto.

[…] Passavamo il tempo al cinema, ad accarezzarci sotto il suo cappotto che ci copriva le gambe, e credevamo che il padre non se ne accorgesse. Forse era così: se ne stava chino, assente, masticando il sigaro spento, innervosito per il fumo e per il calore della cabina di proiezione. Ma la madre non ci perdeva di vista e in quell’infelice pomeriggio d’inverno aveva fatto irruzione nel botteghino e aveva cominciato a mollare ceffoni alla mia fidanzatina.

Seppi poi che facevamo l’amore tutti i giorni, ma allora supponevo che vi fosse un solo modo possibile e che se lei lo avesse accettato, finalmente si sarebbe verificato il momento più glorioso dell’esistenza. E quell’istante, in una vita normale, è paragonabile solo a un altro istante, quando il pallone entra davvero in una porta per la prima volta, e non c’è Dio più felice di uno che esulta a braccia aperte urlando verso il cielo.

Quel tale, trent’anni fa, sono io. Ancora oggi, in un eterno replay, corro a cercare abbracci e ascolto in sordina il rumore della tribuna. So che queste confessioni contribuiscono al mio discredito nell’alta torre degli scrittori, ma io continuo a essere lí, in agguato tra il 5 che mi spintona e Hacha Brava che mi tira per la maglia mentre stiamo pareggiando e un’ala con il ciuffo imbrillantinato tira un rasoterra centrale, nel mucchio, alla sperandio. Il respiro mi si è arrestato ma sono lucido e freddo come un killer. Il nostro centromediano ha appena pareggiato con un tremendo tiro da trenta metri che ho festeggiato senza abbracciarlo e in questo contropiede, ormai verso lo scadere del tempo, intuisco segretamente che la mia vita cambierà per sempre.

La paura di perdermi nel groviglio di gambe, nell’inferno di urla e gomitate, è ormai passata. Il 10, che è un veterano di mille battaglie, arriva in diagonale e manca la palla perché il destro gli serve solo per stare in piedi. Inesorabilmente, quel gesto fallito spiazza tutta la difesa e il pallone finisce rotolando alle spalle del 5 che si gira disperato per metterlo in corner. Allora arrivo io, come nei nostri film, con il piede morbido per non far alzare il tiro e colpisco forte, in diagonale, e anche se non sembrerà vero quell’immagine è ancora viva in me, quale che sia l’albergo in cui mi trovo.

Come l’altra, nell’ora della siesta, nella poltrona sgangherata del cinema deserto. Ci baciamo e senza volerlo, perché i ceffoni le bruciano ancora sulla faccia, la mia prima fidanzatina finalmente si abbandona e mi accoglie mentre i suoi seni che forse avevano accettato la carezza del nostro spregevole centromediano tremano e trottano, scappano e scoppiano, oggi che le nostre vite sono accanto ad altri e il mio albergo è tanto lontano dal suo.”

Gennaio 2009

Quel tedesco ubriacone di Hermann… (Hesse)

Da Giacomuzzi

Mi piace a volte, silenzioso e solo,

bere tranquillo in un fresco locale,

con il mio vecchio vino prediletto

scambiare due parole d’amicizia e d’affetto.

Vagheggio allora che, sia anche nel dolore,

io e il mio pellegrinaggio sulla terra

ancora una volta conosciamo i giorni

della pienezza pura.

Mi sia concesso allora anche un amico

che il calice ricolmo della mia vita

onori con grato piacere indulgente,

del vino maturo degno bevitore.

“….ho apprezzato perciò l’enorme taverna di Giacomuzzi, divisa in tante minuscole celle separate, dove ho bevuto un Marsala e dove tornerò presto……..Verso le 12 ho preso un Vermouth da Giacomuzzi…….Per cena ho comprato pane, prosciutto e burro e sono andato nella mia cella da Giacomuzzi, dove sull’enorme tavolo di quercia mangio i miei panini accompagnati da un eccellente Chianti vecchio e scrivo queste righe…….Contando beatamente sul fatto che questo vino non fa star male, da Giacomuzzi mi sono preso una leggera sbornia e ho fatto fatica a rincasare.”

Io, invece, anch’io poèta, sono uno zingaro, tengo le mani nelle tasche dei pantaloni e scrivo i miei versi nei rari giorni in cui non lavoro per guadagnare e non sono ubriaco. Oltre ai libri, al vino e alle donne mi diverte una sola cosa: girovagare. Ora a piedi lungo i ruscelli in Svizzera, nel Giura, nella Foresta Nera, ora attraverso l’Italia, in terza classe con in tasca delle arance. Amo veder spuntare il mattino, con gli occhi offuscati dal vino, nelle vie delle grandi città illuminate dalla fioca luce dei lampioni – e amo il tramonto del sole, visto da una vetta alpina o ai remi di una barca di pescatori nella laguna o nel porto di Livorno. Detesto poche persone, ma la maggior parte mi pare insulsa o ridicola, in modo particolare Voi funzionari e signori vestiti alla moda, Voi che in fondo raramente sapete cos’è la cultura. E’ più facile trovarla frequentando le bettole, andando per i boschi, sul mare con la gente più svariata, se si mangia, sbevazza e dorme con loro, se si ascoltano le loro vecchie canzoni. Oh Venezia! Oh Ravenna! In questi luoghi, dove sono stato solo da estraneo, potrei forse vivere……”

Le citazioni qui sopra sono tratte dai diari dei viaggi in Italia compiuti da Hesse nelle primavere del 1901 e 1903: in questo secondo viaggio, a Venezia, nei pressi di piazza S. Marco orfana del Campanile caduto l’anno prima, egli scopre la taverna Giacomuzzi.

Nel 1901 Hesse aveva 24 anni scarsi ( nacque il 2 luglio 1877 a Cawl in Germania e morì il 9 agosto 1962 a Montagnola in Svizzera ) e un amore viscerale per il nostro paese: la lettura dei suoi diarii di quegli anni è un delizioso ripercorrere con gli occhi famelici e sensibili di un grande scrittore gli itinerari, le tele, gli affreschi, il paesaggio e la natura italiana come solo i tedeschi sanno apprezzare mescolati al vino, agli spaghetti, alle taverne, ai treni di terza classe, alle forme generose delle donne.

Non compì mai, nei suoi viaggi in Italia, che durarono con grandi intervalli fino al 1914, il vero “Grand Tour”: Orvieto fu infatti la città più meridionale che Hesse visitò, nel 1911.

Non è questa la sede per trattare l’opera di Hermann Hesse, che peraltro poco io conosco essendo arrivato tardi a leggerlo e mancando alla mia conoscenza capolavori come “Peter Camenzind” e “Narciso e Boccadoro”; non solo, m’interessa assai più quanto egli ha lasciato come viaggiatore e come esploratore delle profonde tematiche legate alla religione e alla religiosità.

Due parole bisogna comunque spenderle: nobel nel 1946, figlio di genitori missionari protestanti in India, un nonno noto orientalista, una nonna francese; tre matrimoni, grande passione per la musica, per l’Italia, per l’India, un vero cittadino del mondo con l’arte, propria del romanticismo tedesco, della Wanderung, il vagabondaggio creativo.

Fu il grande musicologo Massimo Mila a tradurre, tra il carcere e la Resistenza, il “Siddharta”, pubblicato nel 1945 da Frassinelli, libro che mi ostinai per decenni a non leggere perché tra la gente che io frequentavo non era pensabile non averlo letto; ovviamente, quando qualche anno fa le vicende della mia vita privata mi consigliarono di leggere quel libro, scoprii anch’io un grande testo, pur se devo confessare che apprezzo molto di più l’India che trovo in Kipling, che forse non a caso era un inglese nato a Bombay.

Ma riecco l’Hesse che mi garba:

“Dopo aver gustato una zuppa di verdura e una trota del Garda annaffiate di buon vino, ero nel migliore dei miei umori di viaggio e uscii nella notte, a dispetto della pioggia, per dare una prima occhiata alla città (Treviglio)”.

E per finire, una chicca:

“Dunque, al Cavaletto. Mangiamo una zuppa di fagioli e tonno arrosto e beviamo Chianti…….Alle dieci la trattoria chiude. Portiamo con noi in gondola un cesto pieno di bottiglie di vino e continuiamo la nostra bisboccia un po’ all’aperto e un po’ nella mia stanza. Verso le undici la conversazione diventa profonda e patetica: si parla delle Madonne veneziane, della civiltà del Rinascimento, di Nietzsche, di Jacob Burckhardt, di Ruskin.

I tre tizi ingurgitavano Asti come fosse stata birra e verso mezzanotte ho dovuto metterli all’aria aperta. Alla fine poco è mancato che dimenticassi le buone maniere, da tanto mi vergognavo di quei giovanotti germanici che, sbronzi e vocianti, incespicavano verso il loro hotel attraverso i meravigliosi vicoli notturni di Venezia.”.

Chissà che Asti era quel vino!

Vincenzo Reda

P.s.: e comunque Hesse, a pagina 118 della celebre edizione Adelphi, fa ubriacare anche Siddharta……

Bibliografia:

“Dall’Italia. Diari, Poesie, Saggi e Racconti” – Oscar Saggi, Mondadori 1990

“Siddharta” – Piccola Biblioteca, Adelphi 1994 (52° edizione)

Quasi-poesia, parodia

Quasi-poesia

Nessuno sta solo sul cuor della terra

trafitti dai raggi degli altri

nemica ci attende la sera.

 

Vincenzo Reda, 13 marzo 2009

Ugo Tognazzi, L’abbuffone

Storie da ridere e ricette da morire.

 

Giuseppe Inzema (Il fischio al naso, 1967), Ugo (La grande bouffe, 1973), conte Raffaello Mascetti (Amici miei, 1975), Renato Baldi (Il vizietto, 1978): sempre Ugo Tognazzi, nato a Cremona nel 1922, scomparso a Roma nel 1990.

Ho citato non a caso alcuni dei suoi migliori personaggi in quarant’anni di cinema percorsi con i migliori compagni, esagerando nel bene e nel male, figlio irrefrenabile e incontrollabile della Provincia grassa e bassa che pasce attorno alle nebbie del Fiume tra Piemonte e Romagna o Veneto.

Non Mastroianni, né Gassman e tantomeno Sordi: Ugo Tognazzi, intellettuale e raffinato, pur debordante, suo malgrado; eppure, fra cotanti giganti, un attore (e non solo) italiano fino in fondo, dove per attore italiano si definisce qualcuno che affonda le radici del proprio mestiere, e talento, nella commedia colta del nostro prodigioso Cinquecento.

Ha lavorato con Monicelli, Pasolini, Risi, Ferreri, Scola, Bertolucci; ma anche con Mastrocinque, Mattòli, Simonelli, Corbucci. E dimentico Petri, Magni, i Taviani, Loy…

“Nella mia casa di Velletri c’è un enorme frigorifero che sfugge alle regole della società dei consumi. Non è un «philcone», uno spettacolare frigorifero panciuto color bianco polare. E’ di legno e occupa una intera parete della grande cucina.

Dalle quattro finestrelle si può spiarne l’interno, e bearsi della vista degli insaccati, dei formaggi, dei vitelli, dei quarti di manzo che pendono, maestosi, dai lucidi ganci.

Questo frigorifero è la mia cappella di famiglia.

Capita che ogni tanto, di mattina, mia moglie mi sorprenda inginocchiato davanti a quel feticcio, a questo totem dell’umana avventura. Me ne sto lì, raccolto in contemplazione, in attesa d’una ispirazione per il pranzo….

Ho la cucina nel sangue. Il quale, penso, comprenderà senz’altro globuli rossi e globuli bianchi, ma nel mio caso anche una discreta percentuale di salsa di pomodoro.

Io ho il vizio del fornello. Sono malato di spaghettite.

Per me la cucina è la stanza più shocking della casa.

L’attore? A volte mi sembra di farlo per hobby. Mangiare no: io mangio per vivere.

E mi sento vivo davanti a un tegame.

L’olio che soffrigge è una musica per le mie orecchie. Il profumo di un buon ragù l’adoprerei anche come dopobarba. Un piatto di fettuccine intrecciate o una oblunga forma d’arrosto, per me sono sculture vitali, degne d’un Moore”.

Ugo Tognazzi aveva cominciato la sua carriera lavorando nel salumificio Negroni di Cremona a quindici anni.

Il libro è del 1974, la mia copia è la prima edizione.

E’ un libro di storie, di ricette, di cucina grassa, esagerata come oggi usa solo più nella provincia felice: provate a cercarlo in giro, vi farete o farete un regalo sensazionale.

Curiosità: le ultime trenta pagine sono dedicate alle ricette de La grande Bouffe, il capolavoro (nella mia non modesta opinione, uno dei più grandi film della storia del cinema) di Marco Ferreri, altro genio smodato e senza ritegno, in tutti i sensi e letteralmente.

Da un’intervista di Giancarlo Dotto  a Paolo Villaggio, letta su La Stampa del 9 marzo 2009: “Definisce Ugo Tognazzi il più intelligente dei suoi amici.

‘Intelligentissimo e rallegrante. Figlio di un ferroviere, aveva la licenza elementare. Un grande attore, anche se il più grande di tutti era Gian Maria Volonté. Ugo era un pessimo cuoco. Una sera Mario Monicelli prese un sacchetto di plastica e ci mise dentro gli avanzi della cena.«Che fai Mario?», gli chiese Ugo, tutto vestito da cuoco. «Li porto all’istituto italiano di criminologia».’”.

W il 2009!!!

 

Dipinto col Dolcetto 2007 di Flavio Roddolo

Dipinto col Dolcetto 2007 di Flavio Roddolo

I miei auguri dipinti col Dolcetto 2007 di Flavio Roddolo

 

Recto e verso del biglietto d'auguri dipinto col Dolcetto 2007 di Flavio Roddolo in 82 esemplari

Recto e verso del biglietto di auguri dipinto col Dolcetto 2007 di Flavio Roddolo in 82 esemplari.

Ecco i miei auguri di quest’anno: ringrazio Andrea Scanzi per aver favorito la mia conoscenza del Dolcetto di Flavio Roddolo: davvero eccellente. Di seguito i testi in inglese e spagnolo. Salute a tutti.

This is the eleventh year I paint my greetings cards for my friends with Dolcetto wine, every year a new Dolcetto, my red favorite wine, from Piedmont.

“These are the three letters of the holy mantra, AUM (OM), synthesis and essence of  the all prayers: my greetings card painted for you with Dolcetto wine 2007 by  Flavio Roddolo from Monforte (Cuneo).”

Esto es el once año que yo pinto el mi augurio para mis amigos con vino tinto Dolcetto, el mio preferido: cada año un Dolcetto diferente. 

“Estas son las tres letras del sagrado mantra, AUM (OM), síntesis y esencia de cada  oración:  es el mi augurio pintado este año con el vino Dolcetto 2007 de Flavio Roddolo, desde Monforte (Cuneo).”

 

Mariano, il mio amico genio


Mariano se ne andò il 13 settembre del 1980.

Era innamorato del sua Ducati Scrambler 350, serbatoio giallo e decorazione argentea con due lunghe aste che reggevano gli specchietti retrovisori.

Mariano non era stato progettato per guidare le moto: s’era da poco sfasciato una gamba su quella maledetta motocicletta.

Guidava col casco e andava piano.

Nei dintorni di Pont S. Martin, sulla Torino-Aosta, quella mattina di un sabato di settembre, andando piano, gli fu fatale una di quelle due aste prominenti che reggevano gli specchietti retrovisori.

Avrebbe dovuto essere sulla mia centoventisette rossa, ma io avevo preferito andare a giocare a tennis con Alberto: mi faceva comodo risparmiare i soldi della benzina per quel fine settimana in Val d’Aosta.

Eravamo sul punto di cominciare un sodalizio imprenditoriale: Mariano art-director, io fotografo.

Aveva 29 anni, io ne avrei compiuti a giorni 26.

Mariano era un figuro allampanato, alto, sghembo; coltissimo, sensibilissimo, sempre a malpartito con le donne.

Parlava bene, ma sopra ogni altra cosa si esprimeva disegnando: un genio, e io ho avuto la fortuna di conoscerne tanta di gente in gamba.

Mariano era un genio per davvero: quel fatto tragico ha cambiato la mia vita, non so se per il bene o per il male. Certo, i nostri rapporti erano complicati, spesso erano scontri epocali e musi duri per giorni: ma tra noi c’era una stima e un affetto al di sopra delle, a volte inconciliabili, differenze di punti di vista e di carattere.

Impiegai almeno un paio di mesi per uscire dall’angoscia sorda di quella perdita, anche perché un poco mi sentivo in colpa, pure se non è parte del mio pensiero abbandonarmi ai rimpianti e a quello che avrebbe potuto essere e mai sarebbe stato.

E’ giusto che qui io metta qualcosa di suo.

Come questo: seguire le mode…….

Invito presentazione “Più o meno di vino”

invito