Archive for febbraio, 2009
Peppo Parolini

11 luglio 1995, mentre ai Murazzi, con Peppo alla mia destra e Gianni Vernetti a sinistra, sto presentando “L’Urlo dei Murazzi” del 1995, di cui ero editore: che storie, ragazzi….

Sotto, l’angolo dell’Urlo con il mio scritto, di quel periodo: sono altri mill’anni e anche Peppo s’è trasformato in croce, insieme a Claudio Cioni,: ma la sua croce non è muta.

L’angolo dell’editore

Dalle Porte Palatine, saranno mill’anni, scendevo via Garibaldi e via Po, dal lato del re, e fuggendo la prigione di lezioni senza ragione andavo a sentire il Fiume. Erano primavere di luce folgorante. E il Fiume mi parlava una lingua di carezze e di sussurri sensuali. Era uno scambio di profonde tenerezze. Ora sono le nebbie che il Fiume respira, le nebbie fredde che mi riscaldano fin dentro le ossa: una notte, poteva essere dicembre, scendo ancora a sentire il Fiume con un po’ di vertigine in corpo e qualche giovane strumento di vita; rovistando tra i vecchi amici, quasi per caso, ecco che dirompe “L’urlo”. E dietro, il vecchio Peppo. Secoli dopo, dopo i cimiteri desolati di croci che sprecano nomi una volta urlanti e ora neanche più capaci di esalare spenti gemiti. E allora, mill’anni dopo, dai! Peppo, facciamolo insieme quest’Urlo, facciamolo coi vecchi amici evaporati: colle nebbie del Fiume; facciamolo coi nuovi disperati – sempre uguali – facciamolo per i sopravvissuti, facciamolo per quelli freschi e pieni di tutto ancora con solamente la voglia di esplodere. Facciamolo per chi non sa sentire il Fiume. Facciamolo per noi. Facciamolo per tutti o per nessuno. Ma facciamolo, il Fiume è con noi: e credo ne sia anche contento, dopotutto.

Vincenzo Reda estate 1995.

Alejandro Jodorowsky – “La danza della realtà” e altri libri

Sono nato nel 1929 nel nord del Cile, in terre conquistate al Perù e alla Bolivia: Tocopilla è il nome del mio paese natale. Un piccolo porto ubicato, forse non per caso, all’altezza del ventiduesimo parallelo. Nei tarocchi ci sono ventidue arcani maggiori. Ciascuno dei ventidue arcani dei Tarocchi marsigliesi è disegnato all’interno di un rettangolo composto da due quadrati. Il quadrato superiore può simboleggiare il cielo, la vita spirituale, mentre quello inferiore la terra, la vita materiale. Al centro del rettangolo s’iscrive un terzo quadrato che simboleggia l’essere umano, unione tra la luce e l’ombra, ricettivo verso l’alto, attivo verso la terra….In lingua quechua Toco significa ‘doppio quadrato sacro‘ e Pilla ‘diavolo‘. Qui il diavolo non è l’incarnazione del male ma un essere della dimensione sotterranea che si affaccia da una finestra fatta di spirito e materia, il corpo, per osservare il mondo e apportarvi la propria conoscenza. Presso i mapuche, Pillàn significa ‘anima, spirito umano giunto allo stadio definitivo‘.” Questo è l’incipit del libro “La danza della realtà” di Alejandro Jodorowsky, scritto nel 2001 e pubblicato in Italia per i tipi di Feltrinelli nel 2004.Quando illustro ai miei lettori un autore o un libro, alle essenziali note biografiche e alle scarne, ma quanto più chiare possibile, mie riflessioni sono solito accompagnare ampie citazioni che ho avuto modo di scegliere con cura e che forniscono una sorta di spiraglio su quel che l’autore o l’opera hanno da comunicare al potenziale lettore. In buona sostanza, il mio compito non è quello di spiegare in modo esauriente, bensì cercare di incuriosire e portare alla conoscenza di chi lo desidera un nuovo, piccolo brandello di sapere, o semplicemente un nuovo punto di vista.

Per la conoscenza di questo personaggio straordinario, il percorso deve necessariamente cominciare dal libro sopra citato. E’ la sua biografia, la storia di una vita per certo unica e stravolgente.

Alejandro Jodorowsky nasce appunto in Cile da una famiglia di profughi ebrei ucraini. Si trasferisce a Parigi nel 1953, forte di un’esperienza teatrale e poetica dovuta a un’intensa attività assai innovativa svolta in patria. A Parigi fonda con Arrabal e Topor il movimento di teatro, che diventerà anche cinema, “panico”.

In Italia viene conosciuto a metà degli anni settanta come autore del film “La montagna sacra”, una pellicola cult, oggi di difficile reperimento. Dopo il successo, soprattutto in ambienti artistici e culturali d’elite, di quell’opera, venne distribuito anche “El Topo”, film che in realtà Jodorowsky aveva girato prima ( 1971 questo, 1973 “La montagna sacra”) e sempre in Messico, paese che egli considera magico per eccellenza.

Oltre a un altro film, egli è autore teatrale, sceneggiatore e collaboratore dei più grandi disegnatori di fumetti, mimo, scrittore e grande esperto di tarocchi.

Il secondo libro di cui consiglio la lettura è proprio “La via dei Tarocchi”, scritto nel 2004 e pubblicato in Italia sempre da Feltrinelli nel 2005. E’ senza ombra di dubbio il più esauriente, interessante, straordinario libro dedicato ai tarocchi mai scritto: un volumone di quasi 600 pagine di lettura impegnativa, da rileggere e consultare per sempre. Importante perché, a prescindere dall’interesse verso l’argomento, vi si trova la genesi della sua ricerca sulla psicomagia.

Citerò di seguito alcuni passi da “La danza della realtà”.

“.. L’albero genealogico si comporta, con tutte le sue componenti, come un individuo, un essere vivente. Ho chiamato lo studio di questi problemi “psicogenealogia” (così come ho chiamato lo studio dei tarocchi “tarologia”. Nel giro di pochi anni i “tarologi” e gli “psicogenealogi” si sono moltiplicati). Alcuni terapeuti che hanno compiuto studi genealogici hanno cercato di ricondurre tale albero a formule matematiche, ma non è possibile ingabbiarle nella razionalità. L’inconscio non è scientifico, è artistico. Lo studio delle famiglie va condotto diversamente. Di un corpo geometrico si conoscono perfettamente le relazioni fra tutte le parti, per cui non è modificabile. Un corpo organico sviluppa relazioni misteriose….

…..Il paziente deve fare la pace con il suo in coscio, non deve liberarsi di lui, ma trasformarlo in un alleato. Se impariamo il suo linguaggio, si mette a lavorare per noi. Se la famiglia che vive dentro di noi ancorata alla memoria infantile è alla base del nostro inconscio, allora dobbiamo far evolvere ogni nostro parente trasformandolo in un archetipo….

……I clienti continuavano ad aumentare, quindi fui costretto a effettuare sedute di gruppo durante i fine settimana. Per curare la famiglia ho deciso di drammatizzarla.

……Questi esercizi ci avevano convinti che, divenendo consapevoli delle relazioni malate, le avevamo guarite. Eppure ritornando dalla situazione terapeutica alla normalità, i sintomi dolorosi erano di nuovo presenti. Per risolvere un problema non bastava identificarlo! Una presa di coscienza, un confronto drammatizzato, un perdono immaginato se non venivano seguiti da un atto nella vita quotidiana, alla fine erano sterili.”

Ancora.

“Perché un atto magico sortisca buoni risultati, il ciarlatano popolare deve per forza presentarsi come un essere superiore che conosce ogni mistero. Il paziente accetta i suoi consigli in modo superstizioso, senza capire come né perché agiscano sul suo inconscio. Invece lo psicomago si presenta come il semplice conoscitore di una tecnica, come un istruttore, e si preoccupa di spiegare al paziente il significato di ogni atto e la sua finalità.

Chi viene a chiedere un consulto sa che cosa sta facendo. Ogni superstizione viene bandita: eppure non appena si mettono in pratica gli atti prescritti, la realtà inizia a danzare in un modo diverso, nuovo.”

Per finire con “La danza della realtà”: “… Fondamentalmente, ogni malattia è una mancanza di consapevolezza impregnata di paura. Tale incoscienza nasce da un divieto imposto senza fornire spiegazioni……Lo psicosciamano, così come il guaritore primitivo, mentre opera deve eludere non soltanto le difese del paziente ma anche le sue paure…..Se la realtà è come un sogno, dobbiamo agire senza subirla, così come facciamo in un sogno lucido, ben sapendo che il mondo è quello che crediamo che sia. I nostri pensieri attraggono i loro simili….”.

L’atto finale, per concludere questo sentiero non facile, ma certo assai interessante, è la lettura di un libro tutto sommato non ponderoso all’apparenza ma al contrario di non facilissima comprensione e interpretazione: “Psicomagia – Una terapia panica””, è in buona sostanza il testo di alcune conversazioni avute da Gilles Farcet con Jodorosky tra il 1989 e il ’93, pubblicato in Francia nel ’95 e in Italia, sempre da Feltrinelli, nel 1997.

Un testo di grande fascinazione su cui non voglio pronunciarmi, anche per lasciare a chi ne ha voglia l’incanto di questa scoperta. E’ un libro che si può leggere anche solo per curiosità, senza lasciarsi trascinare in analisi approfondite che devono riguardare soltanto chi volesse andare oltre la superficie del gusto delle storie, pur incredibili.

Cito solamente alcuni brani che sono in conclusione del volume.

“…Gilles, esiste una sola cura globale: incontrare Dio. Non ne esiste altra. Soltanto la scoperta del proprio dio interiore può curarci per sempre. Il resto è solo un arrampicarsi sui vetri. Qualsiasi terapia è solo parziale……..Se insegno qualcosa, quel qualcosa è proprio l’immaginazione………Per la maggior parte del tempo, non abbiamo la minima idea di quello che può essere l’immaginazione, non ci lasciamo toccare dall’ampiezza dei suoi registri. Perché, oltre all’immaginazione intellettuale, esiste l’immaginazione sentimentale, sessuale, corporale, economica, mistica, scientifica…L’immaginazione è presente in tutti i campi, compresi quelli che consideriamo ‘razionali‘. E’ ovunque. Quindi bisogna svilupparla per affrontare la realtà, non partire da una prospettiva unica ma da molteplici angoli visuali….pensare e sentire partendo da prospettive diverse…..Mi piacerebbe che i lettori del nostro libro ammettessero, perlomeno, l’idea del potere terapeutico dell’immaginazione, della quale la psicomagia, in fin dei conti, non è altro che una modesta applicazione.”

Segnalo ancora “Quando Teresa si arrabbiò con Dio”, sempre reperibile nella UE di Feltrinelli.

Avvertenza: i libri citati si trovano assai facilmente. Ho la speranza di aver suscitato qualche curiosità e magari aperto qualche nuova prospettiva.

Vincenzo Reda

Primavera 2007

Kurt Erich Suckert/Curzio Malaparte, uno fuori moda…

curzio La pelle, un’opera inaudita, sconvolgente pubblicata nel 1949 e oggi quasi dimenticata, ignorata, declassata….

Ho appena finito di rileggerlo, dopo tanti anni e una lettura giovanile più che svogliata: ne sono rimasto folgorato….

Mi sentii umiliato dallo schifoso morbo proprio nella parte che in un italiano è più sensibile, nel sesso. Gli organi genitali hanno sempre avuto una grande importanza nella vita dei popoli latini, e specialmente nella vita del popolo italiano, nella storia d’Italia. La vera bandiera italiana non è il tricolore, ma il sesso, il sesso maschile. Il patriottismo del popolo italiano è tutto lì, nel pube. L’onore, la morale, la religione cattolica, il culto della famiglia , tutto è lì, fra le gambe, tutto è lì, nel sesso: che in Italia è bellissimo, degno delle nostre antiche e gloriose tradizioni di civiltà….”.

“(Al Generale Cork) piaceva sedere alla mia tavola con me e con Jack davanti a un bicchiere di vino di Capri, spremuto dai vigneti del Sordo. La mia cantina era ben fornita di vini e di liquori, ma al miglior Borgogna, al miglior Bordeaux, al vino del Reno o della Mosella, al più regale cognac, egli preferiva il semplice, schietto vino delle vigne del Sordo, sul monte di Tiberio. La sera, dopo cena, andavamo a sdraiarci davanti al camino, sulle pelli di camoscio che coprono le lastre di pietra del pavimento: è un immenso camino, e in fondo al focolare è murato un cristallo di Jena. Attraverso le fiamme si vede il mare sotto la luna, i Faraglioni sorgenti dalle onde, le rocce di Matromania, e il bosco di pini e di lecci che si stende dietro la mia casa…”.

Malaparte nacque a Prato il 9 giuno del 1898 e morì a Roma il 19 luglio del 1957. Fu per un breve periodo anche direttore de La Stampa. A un’adesione della prima ora entusiastica e superficiale al partito fascista, seguì il carcere e il confino a Lipari. Fu poi incarcerato anche dagli americani e dal governo Badoglio, salvo poi venire cooptato come ufficiale di collegamento dopo il 1943. I suoi libri ( da citare Kaputt, uscito nel 1944) ebbero enorme successo all’estero, meno assai in Italia: Curzio Malaparte, spirito libero e fuori di ogni formula preordinata, è ancora oggi considerato uno scrittore fascista: così vanno le cose, da noi. Leggete i libri di questo autore straordinario, unico e dimenticato.

L’Oscar Mondadori che è riprodotto qui sopra raffigura il ritratto dello scrittore dipinto nel 1933 da Massimo Campigli: bello assai, con la tavolozza peculiare del pittore in particolare evidenza.

KARMAN (KARMA)

 Poiché molti usano e abusano del sostantivo karman, i più senza conoscerne il significato, ritengo opportuno riportare il lemma tratto dal Glossario Sanscrito pubblicato da Asram Vidya.

Karma o Karman (sostantivo neutro): azione, attività, principio di causalità; effetti risultanti da un’azione; rito. Questa parola ha significati diversi: sacrificio, azione rituale, ecc. In special modo significa la serie causale che ci farà raccogliere nelle vite successive il risultato di ciò che abbiamo fatto e pensato. Il karma è frutto dell’azione (karmaphala) che determina l’individuazione di un soggetto agente (kartr); karma è l’inerzialità della massa mentale del soggetto, ed è ciò che lo sospinge ad agire., pensare, identificarsi, esistere in una data condizione. Il karma può considerarsi come “causa ed effetto” dell’azione, tale da coinvolgere e costringere l’essere nel perenne ciclo del divenire (samsara), dalla trasmigrazione da una condizione di coscienza-esistenza all’altra. Secondo il Vedanta ci sono tre tipi di karma: agaminkarma, prarabdhakarma e samcitakarma. Cfr. Vivekacudamani (“Il Gran Gioliello della Discriminazione”, è un testo fondamentale di Sankara, sostanzialmente un dialogo tra un Mestro advaitin e un neofita che desidera percorrere il sentiero del Vedanta Advaita). 

Nota: i termini sanscriti mancano dei simboli fonetici usati per la trascrizione.

Pietro Aretino, Sonetti lussuriosi

I.

 

Fottiamci, anima mia, fottiamci presto,

poiché tutti per fotter nati siamo;

e se tu’l cazzo adori, io la potta amo,

e saria ‘l mondo un cazzo senza questo.

 

E se post mortem fotter fosse honesto,

direi: Tanto fottiam, che ci moiamo;

e di là fotterem Eva e Adamo,

che trovarno il morir sì disonesto.

 

- Veramente egli è ver, che se i furfanti

non mangiavan quel frutto traditore,

io so che si sfoiavano gli amanti.

 

Ma lasciam’ir le ciancie, e sino al core

ficcami il cazzo, e fà che mi si schianti

l’anima, ch’in sul cazzo hor nasce hor muore;

 

               e se possibil fore,

non mi tener della potta anche i coglioni,

d’ogni piacer fortuni testimoni.

César Vallejo – El tungsteno

César Abraham Vallejo Mendoza nacque a Santiago de Chuco, sulle serre andine del Perù, il 16 marzo del 1892. Fu un autore peruviano, dichiaratamente schierato a sinistra. Ultimo di 11 figli, di famiglia poverissima, riuscì a laurearsi, dopo molte difficoltà di carattere economico, a Lima nel 1915. Lavorò nelle piantagioni di canna da zucchero e nelle miniere delle serre andine. Negli anni ’20 si trasferì in Europa, tra Madrid e Parigi, dove morì il 15 aprile del 1938 e fu il grande chef surrealista Luis Aragon a officiarne l’elogio funebre. La sua vita ebbe sempre, quasi come una dannazione, la caratteristica dell’invincibile difficoltà economica, pur avendo guadagnato grande stima negli ambienti letterari e politici e una certa notorietà internazionale. Numerosi furono i suoi viaggi, anche in URSS, dove ebbe modo di rafforzare le proprie intime convinzioni socialiste e marxiste.

Il romanzo breve El Tungsteno, pubblicato a Madrid nel 1931, è un’opera controversa: definita da alcuni opera a tesi predefinita, da altri lavoro di propaganda politica, da altri ancora romanzo di realismo socialista. Io lo lessi molti anni fa nella prima e, per quanto mi risulta finora, unica traduzione italiana, del 1976, nella collana di Cultura Politica di Savelli in Roma.

Il lavoro, un centinaio di pagine circa, è in realtà un romanzo breve di crudo realismo, scritto con una prosa semplice e diretta che racconta fatti accaduti attorno a una miniera, sulla serra andina, a capitale nordamericano, tra il 1916 e il 1917, circa.

Non sto a raccontare la trama, che in buona sostanza tratta di fatti drammatici sentiti mille volte sullo sfruttamento e la sopraffazione dei forti sui deboli: nella mia opinione questo romanzo breve, che è poi un insieme quasi scoordinato di tre o quattro racconti, addirittura indipendenti l’uno dall’altro, è un piccolo gioiello. Non solo, l’inarrivabile opera di Manuel Scorza non avrebbe visto la luce, due o tre decenni più tardi, senza questo precedente di sicuro riferimento.

La mia visione della storia di certo non marxista; la mia avversione al comunismo, maturata nel lontano agosto del 1968 a Rovale, in Sila, in casa del mio nonno stalinista; la mia conoscenza delle fonti della storia della conquista delle americhe, e, in questo caso, sapere che non esistono divisioni certe fra buoni e cattivi e fra torti e ragioni: tutto ciò mi permette di sentirmi recensore attendibile: è introvabile questo librino, però se a qualcuno interessa, e giuro che ne vale la pena, faccia di tutto per leggerlo. Sono disponibile a ogni confronto, com’è giusto.

Presentazione Più o meno di vino al King Kong, 5 febbraio 2009

Giorgio Diaferia, medico e giornalista, nonché conduttore della trasmissione televisiva Antropos – in onda su Quartarete Tv ogni mercoledì alle 23.00 – con Walter Martiny, Editore delle Edizioni del Capricorno e Roberto Marro, redattore e sommelier sul palco del King Kong di via Po, presentano il mio libro al pubblico.

Di quinta, a sinistra, come si conviene, ci sono io pure.

La serata è stata un successo, con la presenza di molti amici che non vedevo da anni: è stata degnamente conclusa a tavola, bevendo i Barbera Perlydia 2001 e Rosso Pietro 2005 di Piero Arditi, delle Cantine Valpane.

Le foto sono di Geeta Reda.

Cronaca Qui, 12.02.09 “Più o meno di vino”

Taittirīya Upanişad

(parte seconda)

Secondo Anuvāka 

« Dal cibo nascono le creature che si trovano sulla terra. Esse vivono invero di cibo e in esso ritornano al momento della morte. Il cibo infatti è la prima delle cose create e perciò è chiamato rimedio universale. Ogni cibo ottengono in verità coloro che onorano come cibo il Brahman. Il cibo è davvero la prima tra le cose create e perciò è chiamato rimedio universale. Le creature nascono dal cibo, crescono in grazia del cibo. Il cibo è mangiato e mangia (ad): per questo è chiamato cibo (anna) ».

         Distinto da questo [involucro] costituito dell’essenza del cibo e posto più all’interno, c’è un involucro fatto di soffi vitali. Esso riempie il precedente, che ha forma di uomo. In conseguenza di questa somiglianza con l’uomo anche il secondo è simile ad un uomo. Il prāna è la testa, il vyāna il fianco destro, apāna il fianco sinistro, lo spazio etereo è il tronco, la terra è la coda, il fondamento. A questo riguardo c’è una strofa:

Terzo Anuvāka

         « In conseguenza del soffio vitale gli dei respirano e anche gli uomini e le bestie. Il respiro è la vita delle creature, per questo è detto vita universale. Ottengono una vita completa [di cento anni] coloro che onorano il soffio vitale come Brahman. Il respiro è la vita delle creature, perciò è chiamato vita universale ». L’aspetto suo corporeo è [simile a ] quello precedente.

         Distinto da questo [involucro] costituito di soffi vitali e posto più all’interno, c’è un involucro costituito di pensiero. Questo riempie il precedente, che ha la forma di un uomo. In conseguenza di questa somiglianza con l’uomo, anche il secondo è simile a un uomo. Il Yajurveda è la sua testa, il Ŗgveda è il fianco destro, il Sāmaveda è il fianco sinistro, la regola sacrificale (ossia i libri del Brāhmana) è il tronco, gli inni degli Atharvan e degli Angiras costituiscono la coda, il fondamento…  

Umberto Eco, A passo di gambero

Di seguito la conclusione di un lucidissimo intervento di Umberto Eco del 2001 contenuto nel libro di cui sopra. Si tratta del tema del conflitto generazionale e di come questa faccenda stia evolvendo oggi alla luce dei sincretismi imposti dai media. Al solito, Eco è insostituibile punto di vista.

 

Sulle spalle dei giganti

[…] Stiamo entrando in una nuova era in cui, col tramonto delle ideologie, l’offuscamento delle divisioni tradizionali tra destra e sinistra, progressisti e conservatori, si attenua definitivamente ogni conflitto generazionale. Ma è biologicamente raccomandabile che la rivolta dei figli sia solo un adeguamento superficiale ai modelli di rivolta provvisti dai padri, e che i padri divorino i figli semplicemente  regalando loro gli spazi di una emarginazione variopinta? Quando il principio stesso del parricidio è in crisi, mala tempora currunt.

Ma i peggiori diagnostici di ogni epoca sono proprio i contemporanei. I miei giganti mi hanno insegnato che ci sono spazi di transizione, in cui vengono a mancare le coordinate, e non si intravede bene il futuro, non si comprendono ancora le astuzie della Ragione, i complotti impercettibili dello Zeitgeist. Forse il sano ideale del parricidio sta già risorgendo in forme diverse e, con le future generazioni, figli clonati si opporranno in modo ancora imprevedibile e al padre legale e al donatore di seme.

         Forse nell’ombra già si aggirano giganti, che ancora ignoriamo, pronti a sedere sulle spalle di noi nani.

Francisco Coloane

coloaneEra un omaccione di quasi due metri, così lo descrive Luis Sepulveda, grazie al quale, per le Edizioni Guanda – come Littin. Fajardo, Letelier -, ho conosciuto questo novello Jack London – parole di Alvaro Mutis: Francisco Coloane.

 

Cileno di Quemchì, nell’isola di Chiloè, dove nacque nel 1910, si imbarcò giovanissimo, figlio di un capitano di baleniere, e navigò in quelle fredde acque del Sud del mondo fino a circa trent’anni, quando decise che la sua vita sarebbe cambiata: divenne scrittore, lo scrittore dell’epopea del Sud del mondo.

La Patagonia l’avevo incontrata, come molti, nelle storie di Bruce  Chatwin: ma questo inglese un po’ snob non era un vero scrittore – la sua opera letteraria è assai sopravalutata. Chatwin era in realtà un viaggiatore, solamente un grande viaggiatore e non è poca cosa.

Dentro l’opera di Coloane, al contrario, si respira forte il vento gelido e la desolazione e le tragedie di esistenze strampalate.

L’opera di Coloane è la testimonianza dello sterminio delle razze e, peggio ancora se possibile, delle culture Ona, Yagan, Tehuelche, Alacaluf: indios cacciati come animali da criminali che riscotevano le ricompense, una o due sterline per ogni assassinio, in virtù delle paia di orecchie tagliate alle povere spoglie che consegnavano alle compagnie di allevamento del bestiame.

Dentro le pagine di Coloane c’è l’erba coiròn, ci sono i caranchos, gli stermini delle foche, le carcasse di balene spolpate dal vento e dagli avvoltoi, i velieri fantasma.

Capo Horn (il primo, del 1941), Terra del Fuoco, L’ultimo mozzo della Baquedano, Naufragi, I conquistatori dell’Antartide, Galàpagos, Antartico, La scia della baleniera, I balenieri di Quintay, Cacciatori di indios e la splendida autobiografia Una vita alla fine del mondo.

Li ho letti tutti ed è un gran bel leggere.

Se n’è andato nell’agosto del 2002, quel gran vecchio, adolescente, dalla grande barba bianca:

“Mi chiamo Francisco Coloane e vengo dalla fine del mondo”.

Carmine Macchione, Quando si mangiava insieme

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La cipolla di Tropea

Tropea, quando era [sic] ragazzo, aveva una squadra di calcio molto valida. Era stato composto perfino un inno, che elogiava la capacità di parare tutto del portiere Manganelli o la velocità dei fratelli Papaleo. Tutte le volte che la squadra giocava in trasferta, veniva sempre apostrofata da motti sfottenti e ironici, tra i quali il più accettabile era cipujari, per riferirsi al fatto che Troppa era nota da sempre per la produzione di cipolle di particolare bontà.

Com’è noto, esistono diverse varietà di cipolle (quella di Certaldo magnificata dal Boccaccia, quella di Breme e altre ancora), ma quella rossa di Troppa è fra le più apprezzate e conosciute in tutto il mondo e recentemente, il 14 luglio 2007, dopo anni di battaglie burocratiche estenuanti, il comitato per la protezione della “rossa” è riuscito a ottenere il marchio DOP e del consorzio di tutela. La Col diretti ha comunicato l’avvenuta pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale delle Comunità europee della domanda di riconoscimento DOP. Se non verranno sollevate obiezioni (e di norma non vengono mai sollevate), entro i prossimi sei mesi si procederà all’iscrizione della “rossa” di Tropea nell’albo delle denominazioni di origine dell’Unione Europea, con un logo raffigurante l’Isola di Tropea su cui sorge il Santuario Benedettino della Madonna dell’Isola.

La cipolla appartiene al genere Allium, una liliacea, verosimilmente originaria della Turchia, dell’Iran e dell’India. Il suo nome botanico è Allium cepa, nome celtico, che significa all=caldo, ardente, che brucia (anche se la “rossa” di Tropea è fra quelle che fa lacrimar di meno per l’equilibrio armonico dei suoi costituenti solforati), e cepa=da caput, in quanto è la specie più importante fra le capitate. Il nome cipolla deriva probabilmente dal latino tardo cepulla, diminutivo di cepa edè (sic), un bulbo a tuniche sovrapposte (frasche). Ricordiamo che la lacrimazione secondaria al taglio della cipolla è dovuto al gas lacrimogeno (C3 H6 OS) che si libera per induzione enzimatica e si scioglie nel liquido lacrimale.

Nei tempi antichi bisognava raccoglierla a luna calante, quando era sottratta all’azione malefica della dea Ecate e dei suoi demoni.

Per gli antichi Egizi, la cipolla era una pianta sacra e veniva data come energetico agli operai che erigevano le piramidi (una lapide ritrovata nella piramide di Cheope dice che per l’acquisto di cipolle e altri vegetali furono spesi 1.600 talenti d’argento). Gli Egizi pensavano che la cipolla stimolasse la fame e la sete e che facesse piangere. Essi, pertanto, vietavano ai soldati e nei giorni festivi e in quelli di digiuno, di mangiare cipolla, in quanto nei giorni di festa non è bene piangere e in quelli di digiuno non si doveva mangiare e bere. Credenza questa che era ironizzata da Giovenale «empio violare il porro e la cipolla»). Gli Ebrei, sia durante il loro esilio in Egitto sia dopo il ritorno in Galilea, non attenevano alle restrizioni egiziane ed erano golosi di cipolla «ci ricordiamo dei pesci che mangiavamo in Egitto gratuitamente, dei cocomeri, dei meloni, dei porri, delle cipolle e dell’aglio» (Numeri 11:5).

Per gli antichi Greci la cipolla simboleggiava la tristezza, forse perché faceva lacrimare.

Si ritiene che la cipolla sia stata introdotta in Europa dei fenici. La “rossa” di Tropea si presenta sotto tre diverse forme caratteristiche: la tondo-piatta o precoce, la mezza campana o medio precoce e quella allungata o tardiva (a mò di grossa oliva). La cipolla è costituita da varie tuniche concentriche carnose di colorito bianco con involucro rosso ed è commercializzata in quattro differenti tipologie:

. cipollotto, prodotto fresco, di colore bianco rosato con coda di circa 40 cm, venduto in mazzetti di 5-10 bulbi di 20-40 mm;

. cipolla da consumo fresco di colore bianco rosato, non scollettata, coda da 60 cm, venduta a mazzi di 5-8 kg con bulbi da 40-100 mm;

. cipolla da serbo scollettata, di colore rosso violaceo, disidratata al sole da almeno 7 giorni, privata delle code e posta in sacchetti o cassette;

. cipolla da serbo intrecciata, di colore analogo al precedente. Una volta disidratata al sole, la coda non viene recisa, ma viene intrecciata con quella di un’altra cipolla. Le reste di cipolle, sono, analogamente a quelle dei peperoni, una delle caratteristiche dei balconi tropeani e dei muri prospicienti i vari negozi di generi alimentari locali. Rosseggiano appese, anche per non avere l’aroma di cipolla all’interno.

La cipolla ha numerose proprietà medicamentose, dovute al contenuto di sostanze solforate, di cui il più importante è il disulfuro di allipropile (C6 H12 S2) e di flavonoidi e, fra tutti i vegetali, ha il maggior contenuto di quercetina (da 284 a 486 mg/kg).

Cento grammi di ortaggio contengono 91,1 di acqua, 1 gr di proteine, 0,1 di lipidi, 5,7 di carboidrati (sono fra gli ortaggi più zuccherini) e 1,1 di fibre e producono 26 calorie. Le cipolle contengono molti minerali, quali ferro, potassio, sodio, calcio e fosforo e numerose vitamine (A, B, C, ed E).

Le proprietà medicamentose della cipolla, in sintesi, sono:

. antifiammatoria;

. batteriostica;

. ipolipemizzante (abbassa il colesterolo);

. colagogo-coleretica;

. flebo tonica (tonica [sic] le vene e riduce il rischio di malattia varicosa ed emorroidaria);

. antiaterogena (limita la formazione di placche aterosclerotiche all’interno delle arterie e, in tal senso, previene l’infarto del miocardio, l’ictus cerebrale e le arteriopatie periferiche);

. ipotensiva;

. ipoglicemizzante;

. ipourecemica (riduce l’acido urico, per cui è indicata nei soggetti gottosi;

. lassativa;

. sedativa;

. antitumorale;

. afrodisiaca: nella “rossa” è stato selezionato uno dei componenti del viagra.

La cipolla è controindicata nelle gastriti, nella flatulenza e nell’alitosi.

Si raccomanda in cucina di togliere soltanto il guscio secco esterno; l’eliminazione del primo strato carnoso determina una perdita in flavonoidi pari al 70%.

Questa lunga citazione dal bel volume di Carmine Macchione, soprattutto per rendere omaggio al prodotto più caratteristico del suo paese di origine.

Me lo ricordo giovane medico di famiglia negli anni sessanta a Torino: divenuto oggi un luminare di geriatria nell’esercizio della professione.

Si legge una grande passione nelle sue pagine e un grande attaccamento alle tradizioni della sua terra, della sua famiglia, delle sue origini.

Il fatto, non secondario, di essere medico gli permette tra una ricetta e l’altra di condire le sue parole di preziosi suggerimenti e suggestioni dedicate alla scienza della salute.

Carmine è una persona colta, un ricercatore appassionato e attento che scrive con arguzia e sufficiente chiarezza di cucina.

“U cucinatu”, le preparazioni cucinarie che egli cita dalla storia della sua famiglia e di quella della sua sposa, di nobili origini, sono da ritenersi nel segno della più classica delle tradizioni di uno degli innumerevoli campanili del nostro paese. E ogni ricetta trova ambientazioni corrette nelle feste, nella stagionalità, nel più prezioso folclore del territorio.

La cucina calabrese non gode in ambito nazionale di una grande stima, eppure può vantare alcune caratteristiche di tipicità e unicità altrove sconosciute.

Raccomando i capitoli dedicati alle melanzane, ai maccheroni, alle erbe della macchia mediterranea.

E, infine, da elogiare e ricordare memorabili le ricette della pasta e patate e della pasta e ceci.

Quando si mangiava insieme

(antiche ricette del vibonese e della cipolla di Tropea)

Di Carmine Macchione

Calabria Letteraria Editrice, Soveria Mannelli (CZ), pp 338, € 18,00

Andy Warhol, da una sua intervista

Da un’intervista a Andy Warhol (a cura di Gretchen Berg)

“[…] Io vedo tutto così, la superficie delle cose, una specie di Braille mentale, mi limito a passare le mani sulla superficie delle cose.

[…] Il mondo  mi incanta: mi dà una grande gioia, ma non sono un  sensuale.

[…] Non ho mai voluto essere pittore: volevo fare il ballerino di tip tap. Non so neanche se sono un esempio della nuova tendenza dell’arte americana, perché si fanno talmente tante cose qui e va talmente bene e in maniera formidabile che è difficile dire quale sia la tendenza. Non credo che una gran parte della gioventù mi prenda come modello, benché i giovani sembrino amare il mio lavoro, ma non sono il loro capofila o cose del genere.

[…] Se volete sapere tutto di Andy Warhol, basta che guardiate la superficie: quella delle miei pitture, dei miei film e la mia, lì sono io. Non c’è niente dietro. Io non credo che la mia posizione di artista riconosciuto sia in qualche modo precaria, i cambiamenti di moda in arte non mi abbattono, non fa veramente alcuna differenza: quando si pensa di non avere niente da perdere, allora non c’è da avere paura e io non ho niente da perdere. Non fa alcuna differenza che io sia accettato da una folla alla moda: se succede è meraviglioso e se non succede tanto peggio. Potrei essere altrettanto improvvisamente dimenticato. Anche questo non ha molta importanza. Ho sempre avuto la filosofia del «questo non ha una reale importanza». È una filosofia orientale più che occidentale. È troppo duro pensare alle cose. Credo che comunque le persone dovrebbero pensare di meno. Io non mi sforzo di insegnare alla gente a vedere le cose o a sentire le cose nei miei quadri: non vi è in essi assolutamente nessuna forma di educazione.

[…] Le interviste sono come sedersi alla Fiera del Mondo, in quelle automobili Ford che vi trasportano mentre qualcuno recita un commento; ho sempre l’impressione che le mie parole vengano da dietro di me, non da me. L’intervistatore dovrebbe semplicemente dirmi le parole che vuole che io dica e io le ripeterei dopo di lui. Penso che così andrebbe molto bene perché sono talmente vuoto che non trovo niente da dire.

Io mi interesso ancora alla gente, ma sarebbe talmente molto più semplice non occuparsene… È troppo complicato occuparsene…Non voglio essere troppo coinvolto dalla vita degli altri…Non voglio accostarmi troppo a loro…Non mi piace toccare le cose…È per questo che il mio lavoro è così distante da me stesso…”

Andy Warhol è nato a Pittsburgh, da una famiglia di origine cecoslovacca, il 6 agosto 1928. Il suo vero nome, con cui si firma anche nei suoi primi lavori è Andrew Warhola. Ha esordito come disegnatore pubblicitario, per affermarsi, tra il 1960 e il 1963, come il maggiore rappresentante della Pop Art. Si è occupato poi intensamente di cinema sperimentale.È morto a New York il 22 febbraio 1987.

L’intervista è tratta dal volume:

Il cinema di Andy Warhol di Adriano Aprà e Enzo Ungari, Arcana editrice, 1973

La poesia secondo Skarmeta/Troisi

“La poesia non è di chi la scrive. È di chi gli serve”.

Battuta, uno straordinario anacoluto, di Mario Ruoppolo/Massimo Troisi nel film Il Postino, parafrasando Antonio Skarmeta (El cartero de Neruda)

Paolo Girola del TGR intervista a casa mia Giovanni Leopardi