Archive for aprile, 2009
Presentazione Più o meno di vino al Bar Elena, con esposizione di alcuni miei dipinti col vino, 7 aprile 2009

Al Bar Elena, durante la presentazione del mio libro abbiamo bevuto Barbera e freisa delle Cantine Valpane di Ozzano Monferrato, prodotti dal mio amico Piero Arditi.

Enopolis, Ancona 29 aprile 2009

Nel magnifico centro storico di Ancona, nel ventre medievale di Palazzo Jona, dentro la placenta di mattoni pieni che proteggono i giusti con lo spessore dei secoli, con la complicità dello sguardo chiaro di Stefania e del suo essere di Luna, con l’assenso di amici preziosi si è consumato il rito della presentazione del mio libro in Ancona. Ancona è uno dei miei posti, Enopolis e Peppe lo sono diventati nell’occasione più opportuna. Bevendo Passerina, che è un bel bere e beneaugurante per giunta: per chi apprezza, nei modi dovuti, la Passerina.

Ritornerò da Peppe a Enopolis a Palazzo Jona dagli amici preziosi. Là dove c’è un pezzo piccolo e importante del mio cuore. E qualcosa di più grande del mio stomaco.

La Storia è una linea che s’annoda e s’ingarbuglia in apparenza: poi all’improvviso, come per incanto, tutto ridiventa per qualche momento lineare e comprensibile, logico addirittura. Allunai in Ancona nel ’96 per la prima edizione di Parco Produce e andai a mangiare, appena arrivato in città, in un posto che m’ispirava: Sot’aj archi. Ero con il mio giovane assistente Ilio e mi mandava in missione Sergio Musumeci per Oasis di Aosta, magnifica rivista di natura per cui lavoravo come consulente. Ho presentato il mio libro in Ancona subito dopo la presentazione in Aosta, nella brasserie La Cave, in pieno centro, situata dentro un cortile in cui, dirimpetto, c’è il locale che ospitava la prima, piccola tipografia rilevata da Musumeci per cominciare il suo cammino di stampatore e editore di qualità.

Anche stavolta sono stato a mangiare  (al) Sot’aj archi: il vecchio proprietario non è più, ma la moglie continua nello stesso segno. Ho mangiato un sontuoso piatto di spaghetti alle vongole e poi alcune polpose cicale sbollentate e condite con olio e prezzemolo. Ho accompagnato il tutto con una intera, da solo, bottiglia di Coroncino 2007: mangiare e bere da soli, divagando con sé stessi, se si è capaci e contenti di farlo, è una coccola speciale. Ogni tanto.

Cazzo bicchiere/ Cock wine glass

Cazzo bicchiere (Youtube video)

PËR DËSMENTIE’ IJ SAGRIN (Per scordare i dispiaceri) canzone in piemontese di Roberto Balocco

PËR DËSMENTIE’ IJ SAGRIN (1969)

 

Për dësmentié ij sagrin

beivìa tuti ij dì

un bon bicer ëd vin,

e ‘l mond ‘m piasìa ‘d pì;

però pi passa ‘l temp

pì ‘l mond diventa brut:

l’hai pijà provediment,

‘n litrot lo bèivo tut.

 

 

Un lìter ëd vin bon

mi i bèivo tuti ij dì

për dësmentié che i son

mariame ansema a ti;

ma’d ti na vëddo tre

quand ch’i son bel pien:

purtròp còsa a peul fé

ël vin contra ‘l velen.

 

Sai nen cò i l’hai beivù

për dësmentié Lorens.

L’è n’òmo pien ‘d virtù,

m’amprësta ‘d sòld  sovens:

chi lo podrìa pensé

che pròpe mè amis

l’è col ch’am fa porté

j’arme dë Stupinis.

 

Dòp na bota nas e orije

as anvisco, i son lì lì;

dòpo doe ‘m fico a rije,

bon-a neuit, son già partì.

 

Doi  lìter ëd vin bon

mi i bèivo tuti ij dì

për dësmentié ‘l padron,

më sfruta sempre ‘d pì;

se spusso ëd vinass

però l’è ancora pes:

am nufia, ‘s vèd ch’a-j pias,

e am ciucia ‘l sangh istess.

 

Doe bote sors a sors,

e forse l’è ‘ncor pòch,

për dësmentié ij discors

ch’a fan certi fabiòch:

a son mach bon a crijé:

“Lavoro uguale pan”:

noi autri giù a sëmné,

e lor a cheuje ‘l gran.

 

Doe bote a basto pa

për dësmentié chi a dis

“giustissia e libertà”

e a rij sota ij barbis;

‘t lo fica ‘nt ël griseul,

viva la libertà!

A cacia pi ch’a peul:

giustissia? Si farà, si farà …

 

Se mi i cimpo ancora na bota,

ciao che ‘t diso, son finì;

la mia bocca si fa muta,

casco an tera e bogio pì.

 

Për dësmentié ij sagrin

Mi i cimpo adess come adess

Tre lìter circa ‘d vin,

ma ‘l mond l’è sempre pes;

ij mè guai a finiran

e mi i sarai a pòst

quand ch’am anfileran

un bel pigiama ëd bòsch.

 

(Traduzione italiana) PER SCORDARE I DISPIACERI

Per dimenticare i dispiaceri / bevevo tutti i giorni / un buon bicchiere di vino, / e il mondo mi piaceva di più; / però più passa il tempo / più il mondo diventa brutto: / ho preso provvedimenti, / un litro lo bevo tutto. / Un litro di vino buono / mi bevo tutti i giorni / per dimenticare che sono / sposato insieme a te; / ma di te ne vedo tre / quando sono ben pieno: / purtroppo cosa può fare / il vino contro il veleno. / Non so cosa ho bevuto / per scordare Lorenzo. / E’ un uomo pieno di virtù, /mi impresta soldi sovente: / chi lo potrebbe pensare /che proprio quel mio amico / è chi mi fa portare / un grosso paio di corna./ Dopo una bottiglia naso e orecchie / si accendono, son mezzo finito; / dopo due mi metto a ridere, / buona notte, son già partito. / Due litri di vino buono / mi bevo tutti i giorni / per dimenticare il padrone, / mi sfrutta sempre più; / se puzzo di vinaccio / però è ancora peggio: / mi annusa, si vede che gli piace / e mi succhia il sangue lo stesso. / Due litri presi a sorsi, / e forse son pochini, / per scordare i discorsi / che fan certi cretini; / sono solo capaci a gridare: / “Lavoro uguale a pane “: /noialtri giù a seminare / e loro a cogliere il giorno. / Due litri mica bastano / per dimenticare chi dice / “giustizia e libertà “ / e ride sotto i baffi, / te lo mette nel sedere, /viva la libertà! / Ruba più che può: / giustizia? Si farà, si farà… /Se io bevo ancora una bottiglia, / ciao ti dico, son finito; / la mia bocca si fa muta, / casco in terra e non mi muovo più. / Per dimenticare i dispiaceri / io bevo adesso / tre litri circa di vino, / ma il mondo è sempre peggio ; / i miei guai finiranno /ed io andrò a segno / quando mi infileranno / un bel pigiama di legno.

Marco Valerio Marziale


 “E Fillide fu mia.

Bellissima, stupenda,

con me, in tutti i modi,

per una intera notte,

appassionatamente,

fu prodiga d’amore.

All’alba già pensavo

Che cosa avrei potuto

In dono farle avere.

Profumo da una libbra?

Di Cosmo o di Nicero?

O lane superiori,

di Betica,  in matasse?

Oppure dieci bionde

Monete fior di conio

Del Cesare sovrano?

Quand’ecco, all’improvviso,

al collo mi si avvinghia:

a lungo sulla bocca

m’imprime dolcemente

un bacio che ricorda

l’amplesso colombino.

Infine lei mi chiede

Un’anfora di vino.”

 

Marco Valerio Marziale nasce a Bilbilis (nei pressi dell’odierna Catalayud, in Aragona, a sud-ovest di Saragozza) il 1° marzo di un anno compreso tra il 38 e il 41 d.C.

Di famiglia certamente agiata, potè seguire regolarmente quegli studi a cui un giovane, il quale avesse desiderio di intraprendere la carriera letteraria, doveva necessariamente attendere, pur se grammatica e retorica non erano nelle sue preferenze.

Certamente ebbe una buona educazione dai genitori, che ricorda in un componimento dolcissimo dedicato alla morte di una bimba: Frontone e Flaccilla.

Nel 64 dalla Spagna si trasferisce a Roma: un circolo potentissimo di intellettuali e letterati spagnoli lo accoglie benevolmente: Quintiliano, Seneca, Columella, Lucano dominano la vita colta della Roma imperiale di Nerone.

Al giovane di belle speranze viene vivamente consigliato di dedicarsi all’insegnamento o all’avvocatura, attività proficue e di buon prestigio, ma il Nostro sente forte la vocazione del poeta: fatto si è che esercitare tale attività, allora, significava dover cercare qualche nobile o potente al cui servizio mettere la propria arte declamatoria, dunque comporre versi sostanzialmente adulativi e diventare così “cliente”, onde poter vivere o sopravvivere, a seconda delle fortune o della magnanimità del protettore.

Purtroppo, nel 65 avviene un fatto che sconvolge la cerchia intellettuale spagnola: Nerone scopre la congiura dei Pisoni e agisce reprimendo crudelmente i congiurati. Seneca, Pisone, Lucano e altri vengono eliminati e certamente Marziale non dovette passarsela troppo bene.

Non sappiamo nulla di come visse fino all’80: a Nerone successero Galba, Ottone, Vitellio e Vespasiano per arrivare, appunto a Tito.

Certo il Poeta zonzolava tra perenni ristrettezze economiche e umilianti incombenze poetiche ( la salutatio che fruttava la misera sportula, oggi meglio nota come “pagnotta”), per i quartieri popolani di Roma: la Clivus Suburana, la Suburra ( via malfamata posta tra il Quirinale, dov’egli aveva una misera casa, e il Viminale), doveva essere la sua meta preferita: ladri, puttane, gladiatori, pervertiti, taverne, mescite di vino, bordelli, bagni pubblici….

E’ questo il contesto dove lo spirito di osservazione, l’arguzia, la lingua tagliente, il grande talento poetico dello Spagnolo portano l’epigramma al culmine, mai più superato da alcuno, dell’arte.

Marziale possiede un poderetto al Nomentano e questo è uno dei pochi svaghi che lo allontana dalle angustie del quotidiano: il sogno di un ritorno alla terra, che avverrà negli ultimi anni della sua vita e sarà una grande delusione, è uno dei motivi conduttori della sua arte.

Finalmente, con l’inaugurazione del Colosseo, regnante Tito, il Poeta riesce a avvicinarsi alla corte: compone una trentina di epigrammi dedicati all’avvenimento epocale (Liber spectaculorum); ne ottiene in cambio lo ius trium liberorum, un appannaggio economico che spettava ai capifamiglia con almeno tre figli: il fatto strano è che il Nostro era scapolo…….

Sappiamo che tentò di fuggire dalla vita caotica dell’ormai enorme metropoli ( Roma contava allora molte centinaia di migliaia di abitanti e doveva essere un intrico di lingue e di razze straordinario), intorno all’88 fece un viaggio a Imola, ma l’attrazione fatale per l’odiata/amata Città lo richiamò prestamente.

Domiziano, poco più tardi, riconobbe al Poeta il tribunato militare con l’iscrizione all’ordine dei cavalieri, pur se la condizione economica non dovette migliorare di molto; in seguito a ciò, Marziale svolse un grande lavoro di elogi, omaggi poetici e adulazioni verso il suo benefattore, tanto che alla morte di questi (Domiziano venne assassinato, com’era assai di moda a quei tempi, nel 96 ) egli ebbe non pochi problemi con il successore Nerva e con Traiano (spagnolo anch’egli, come poi Adriano, imperatori sotto il cui dominio Roma raggiunse il suo apice).

Anche in seguito a questi fatti, nel 98, grazie al favore di una sua ammiratrice, la vedova Marcella, e all’aiuto del suo grande amico Plinio il Giovane, egli riesce a tornare alla nativa Bilbilis, dove si spegne nel 104, sempre rimpiangendo le vie caotiche, puzzolenti, malfamate della sua Roma.

 

“Hominem pagina nostra sapit”

           

Marziale compose oltre 1500 epigrammi, perlopiù in distici elegiaci, inclusi in 12 libri più tre libri d’occasione pubblicati a parte. I suoi epigrammi puzzano di umanità: sotto la volgarità necessaria, sotto la libertà di costumi sessuali pre-cristiana, tra le mentulae, i cunnus, i coleos, l’instancabile futuere, paedicare e fellare si nasconde un grande osservatore, un insospettabile poeta lirico, un perenne ricercatore, un raffinato caricaturista.

 

“Per non puzzar del vino

che ieri hai tracannato,

divori avidamente

i Cosmo-pastiglioni.

Con tali profumate,

soavi colazioni,

t’impiastri solo i denti,

mia povera Fescennia.

Ma freno non può porre

Ai rutti provenienti

Da un baratro infernale.

Così frammisto infatti

a quei potenti aromi,

il tuo fetore è peggio:

con doppia forza il fiato

t’esplode più lontano.

Son frodi troppo note,

malizie da furbastra:

desisti, dammi retta,

non essere ostinata.

E fa’ semplicemente,

da brava, l’ubriaca.”

 

Ho scelto in quest’occasione alcuni componimenti curiosi che riguardano il vino, ma che fanno capire com’era la vita della Roma imperiale, libera assai nei costumi e nell’incipiente decadenza non lontana.

 

“…. Che fa Filene a cena?

Non giace nel triclinio

Se prima vino schietto

-boccali sette almeno-

non ha rivomitato.

Può allora cominciare,

a stomaco svuotato,

a berne nuovamente

e insieme a trangugiare

pallottole di carne

-speciali per atleti-

in sedici bocconi.

Appena terminato

un tal popo’ di roba,

si dedica al piacere…..”

 

Filene è un’energumena che non ama propriamente i maschi e poco oltre sono descritti in maniera spudorata i piaceri ch’ella predilige…..

 

“Continui temporali:

vendemmia flagellata,

di pioggia s’è inzuppata.

Quest’anno sarà duro,

mio caro taverniere.

così come vorresti.

spacciare vino puro.”

 

Tornerò a parlare di vino e poesia in Roma ( e saranno Orazio, Plinio il Vecchio…..), ma a parte il vino, il mio auspicio è che questo breve articolo possa fungere da stimolo a uno o due dei miei per certo scarsi lettori per scoprire, o riscoprire, il talento insuperabile di Marco Valerio Marziale.

 

“Difficilis facilis, iucundus acerbus es idem:

nec tecum possum vivere, nec sine te.”

 

I testi riprodotti sono tratti dal volume “Gli epigrammi proibiti di Marziale”, nella traduzione di Gianfranco Lotti. Armenia editore.Milano 1989

Vincenzo Reda al Caffè Elena Youtube

http://www.youtube.com/watch?v=IDUZFKrKGjg

In Viaggio con Vincenzo … o di vino e di amicizia di Luigi Bellucci

Luigi Bellucci, sul sito www.tigulliovino.it,  ha dedicato una recensione al mio libro.

Ne sono molto contento: qui sotto riporto il link.

http://www.tigulliovino.it/dettaglio_articolo.php?idArticolo=3593

Abu Nuwàs. Il poeta iracheno del vino

Amici, in nome di Dio, non mi scavate

la tomba se non a Qutrabbul,

tra i frantoi e le vigne; non mi mettete
vicino alle spighe.

Chi sa che io non senta nella mia fossa,
quando si pigia il vino, il calpestio
dei piedi.

“Le mille e una notte” è un testo che tutti dicono di conoscere, non foss’altro che per le storie, ormai entrate nell’immaginario collettivo e saccheggiate in ogni possibile modo dalla fame di esotico del nostro Occidente, di Alì Babà e di Aladino; in realtà, ben pochi hanno letto quel tesoro ineguagliabile di storie che comprende le tradizioni indiane, persiane, irachene e egiziane, la cui compilazione si estende per molti secoli e che fu portato in Europa, alla corte del tramontante Re Sole, tra il 1704 e il 1717, dal francese Antoine Galland.
Comincio da questo libro perché qui, diverse volte, sono raccontati aneddoti che riguardano il libertino, sodomita, ubriacone poeta di corte Abu Nuwàs.
Egli si chiamava al-Hasan ibn Hani (760-815 circa), era nato a Ahwàz in Persia da padre arabo e madre persiana, ma visse tra Bàssora e Baghdàd alla corte prima del mitico califfo Harùn ar-Rashìd (il Califfo delle “Mille e una notte”) e poi del successore di questi, suo figlio al-Amìn.
Erano gli anni, quelli, del dominio Abbaside, iniziato nel 750 e durato fino al 1258, la capitale dei domini arabi era appunto Baghdàd e la cultura straordinaria che quella dinastia contribuì a sviluppare e a diffondere influenzò in modo per certo importante l’Occidente: l’influenza araba sulla civiltà europea del medioevo non è posta nel dovuto rilievo nell’insegnamento della storia nelle nostre scuole, ma non è questa la sede di una tale polemica.
Abu Nuwàs (soprannome che significa “Il ricciutello”): “Godeva, stando a quanto si racconta, di una condizione fisica straordinaria. La perfezione delle sue forme e la sua grazia riempivano gli occhi di chi lo guardava. Nessuna meraviglia dunque per i molti cuori che ha spezzato, tanto con questi pregi quanto con il suo genio di poeta. Tutta la gioventù di Basra voleva essergli amica, per l’attrazione erotica che esercitava così come per il piacere della sua compagnia”. Lo racconta così Ahmad al-Tifachi, un erudito tunisino che visse tra il 1184 e il 1253, a cui si deve la compilazione di un testo sui costumi sessuali del suo tempo che è un gioiello di freschezza, chiarezza e approccio quasi scientifico ai temi, che noi cristiani diremmo scabrosi, che affronta; si tratta di omosessualità maschile (tema in cui il nostro Abu Nuwàs è raccontato in molte testimonianze come uno degli esponenti più famosi) e femminile, di prostituzione, dei più vari costumi e vizi sessuali con grande naturalezza e senza alcun pregiudizio. Ricorda, questo testo arabo del XIII secolo, il celeberrimo (anche qui, tutti lo conoscono e quasi nessuno lo ha letto) “Kamasutra” di Vatsyayana, autore seguace della corrente Carvaka, che equivale alla nostra filosofia epicurea e, poi, del “Carpe diem”.
Il contesto storico e culturale entro cui agisce Abu Nuwàs, le civilissime Baghdàd e Basra (la Bàssora di oggi), è per quei tempi il più evoluto, tollerante, multietnico e multilingue; ebrei, cristiani, musulmani convivono in un ambito sociale di straordinaria tolleranza.
Nei versi del Nostro s’incontrano notti e giornate consumate, all’insegna del piacere sempre gaudente, sempre estetico, dentro gli accoglienti conventi cristiani, depositari della scienza del vino, dentro le bettole, dentro le case di tolleranza in cui fanciulli e fanciulle potevano essere comprati, con la loro assoluta compiacenza, per il piacere delle allegre compagnie: e sono scene di grande bellezza, scene in cui il fanciullo è ammirato e desiderato fin dal momento in cui serve le coppe della magica “Khamr” (sostantivo femminile che in arabo definisce il vino), la sposa con la quale si passerà la notte. Mai volgarità, mai bassezze, mai violenza: i fanciulli e il vino sono strumenti di piacere reciproco, magari contrattati, magari anelati invano, magari irraggiungibili, ma sempre poetici, estetici, definitivi.

 

Il vino è luce:


“Se ci mescolassi luce, essa si mescolerebbe
con lui, e ne nascerebbero altre luci
e fulgori.
Circola quel vino tra i giovani, cui si piega
docile il destino, dando loro soltanto
le sorti da essi volute”.
Il vino è “profumo del mondo”:
“Un vino cui padre è l’acqua, e madre
la vigna, e nutrice la calura
meridiana bollente.
…..
Vino ebreo di lignaggio, musulmano
di territorio, siro di esportazione,
iracheno di nascita.
E’ del paese dei Magi, ma ha lasciato
I suoi correligionari, per odio del fuoco
che presso di loro si attizza.”

Io ho amato nella mia gioventù lontana Charles Baudelaire, l’ho amato profondamente: i suoi fiori maledetti sbocciati sul vino mi parevano sublimi; fiori di una civiltà che il vino l’ha insegnato al mondo intero; ma poco o niente in confronto ai versi del “ricciutello” di Baghdàd:

“Fate circolare la coppa, e si dileguerà
la sventura, e il mio occhio godrà
lo squisito profumo del mondo.
Un vino nel cui luccichio brilla il lampo,
e quando si svela alla vista, questa
ne è quasi accecata.
…..
Mescolato, cresce il suo profumo,
quasi cenno d’assenso di chi ami
a tutto ciò che ami.”

Certo, il paese di Baudelaire il vino l’ha insegnato al mondo intero; ma il paese di Abu Nuwàs il vino l’ha creato: nella Mesopotamia, la terra tra i due fiumi, la Vitis Vinifera Sativa è stata addomesticata e diffusa a occidente e a oriente.
Poi la Storia s’ingarbuglia e s’attorciglia: oggi beviamo il vino che è originario delle terre della Mesopotamia e che è innestato sui portainnesti americani; noi beviamo quel vino, mentre i due paesi si sono appena fatti la guerra ( la guerra, probabilmente, è un’invenzione o una scoperta, come la vite, di quelle terre tra i due fiumi).

Nota: per lo scritto di cui sopra sono debitore a Enrico Tallone. E’ dalla sua edizione del 1990 “Antologia Bacchica”, commentata e tradotta dal grande arabista Francesco Gabrieli (curata dal quale ho anche l’edizione Einaudi de “Le mille e una notte”), pubblicata in 436 esemplari e composta con il prezioso carattere disegnato da William Caslon, che ho preso spunto e citazioni.

La mia etichetta più bella, il muffato “Armonia d’autunno” di Giacomo Marengo

Questa bottiglia di muffato 2004, vino spremuto da uve chardonnay ricche di muffe nobili (Botrytix cinerea) raccolte nei vitigni di dell’Azienda Agricola di Giacomo Marengo nel comune di Monte S. Savino (AR), è il mio capolavoro: l’etichetta fu stampata in oro con passaggio successivo laminato in oro. L’originale fu dipinto col vino della bottiglia in formato 50×70 cm. Io partecipai direttamente alla vendemmia, alla conservazione e alla spremitura al torchio con Refet e Riza, i due addetti macedoni delle cantine Marengo. Fu un inverno bellissimo con nevicate straordinarie. La bottiglia è un equilibrio di colore, grafica e semplice bellezza. Ne sono orgoglioso. La galleria delle foto qui sotto documenta i vari passaggi. Ne sono state prodotte 4.000 bottiglie.

Constantin Brancusi, Aforismi

Le cose d’arte sono specchi nei quali ognuno vede ciò che gli somiglia.

L’arte fa nascere le idee, non le riproduce. Ciò vuol dire che un’opera d’arte vera nasce intuitivamente senza una ragione preconcetta, perché l’arte è la ragione stessa e non si può spiegare a priori.

La semplicità non è un fine dell’arte ma si arriva alla semplicità malgrado sé stessi avvicinandosi al senso reale delle cose. La semplicità è la complessità stessa – ti devi nutrire della sua essenza per comprenderne il valore.

L’arte non fa che ricominciare.

La semplicità nell’arte è, in generale, una complessità.

Vi sono due tipi di semplicità: una è sorella dell’ignoranza e l’altra dell’intelligenza. La sorella dell’intelligenza è la complessità; la sorella dell’ignoranza è anche la stupidità.

Quando si è nella sfera del bello non c’è bisogno di spiegazioni.

Dio è dovunque. Dio è una scala musicale tonica.

Un gioiello: “Chi te vija….! Fulmini terreni calabresi

1Un libro che è delizioso: una raccolta quasi enciclopedica delle jestigne (o jestime) calabresi: un’usanza che va perdendosi, purtroppo.

Le invenzioni verbali, con profonde connotazioni linguistiche, antropologiche e etnologiche di questa ricerca, unica per ora, sono di grandissimo interesse e, per chi ha origini calabresi, di insostituibile stimolo ai ricordi, a certe intonazioni, a certi momenti, a certe stagioni, a certi stati d’animo, a certe persone che sono solamente più nei ripostigli preziosi dei ricordi.

Il libro è introdotto dall’amico antropologo Vito Teti e realizzato da Maggiorino Iusi per Cittàcalabriaedizioni del Gruppo Rubettino. L’ho scovato all’ultimo salone del Libro di Torino: a questo dovrebbe servire il Salone, a trovare libri utili e preziosi altrimenti introvabili. Non bisogna frequentare i grandi editori di cui si può trovare tutto e dappertutto: sono i piccoli editori, quelli del territorio che sono interessanti e che possono riservare sorprese come questa.

Chi vo’ fare l’urtima (Che tu possa compiere l’ultima azione della tua vita)

Chi vo’ ‘ntostare (Che tu possa irrigidirti, rigor mortis, immediatamente)

Chi vo’ ‘nciotare (Che tu possa diventare idiota)

Chi vo’ acciuncare (Tu possa diventare zoppo)

Esilaranti:

Chi ti se vo’ ‘ntippare ‘u grupu du culu (Ti si possa otturare il buco del culo)

Chi vo’ fare a puttana ppe’ ‘na cap’e sarda (Che tu possa prostituirti  e averne per ricompensa la testa di una sardina)

Questa, infine, è strepitosa:

Chi vo’ fare ‘u strhunzu cchiù gruossu du culu! (non occorre traduzione…)

E io ricordo, ragazzo a Cirò, una mamma strepitare al suo bambino:

“Chi ti vonnu sparare ‘ntru culu!

Orazio

, il di vino poeta di Carpe diem e  di Nunc est bibendum

Carpe diem

“………

Pensaci: bevi un po’ di vino

e per il breve arco della vita

tronca ogni lunga speranza.

Mentre parliamo, con astio

il tempo se n’è già fuggito.

Goditi il presente

e non credere al futuro.”

E’ la fine dell’11° celeberrimo carme del 1° libro ( di quattro ) delle Odi che Quinto Flacco compose circa tra il 30 e il 13 a.C. Devo ammettere che parlando di non sono critico affidabile: come per Marziale, di cui su queste pagine ho avuto agio di trattare, ho una smisurata ammirazione per questo autentico Classico,  classico forse più di ogni altro.

nacque l’8 dicembre del 65 a.C. a Venosa, borgo allora situato al confine tra Apulia e Lucania, oggi in provincia di Potenza e terra del grande Aglianico. Figlio di un liberto, quindi un ex schiavo, che era riuscito a mettere insieme un discreto patrimonio svolgendo il mestiere di esattore delle tasse, fu dal padre mandato a studiare a Roma nelle migliori scuole di grammatica e di retorica. Il Poeta ebbe uno straordinario rapporto di affetto nei confronti del padre: lo definì “il migliore dei padri possibili” e suo maestro di vita e di morale. Probabilmente perse la madre in tenera età.

A Roma fu allievo del manesco grammatico Ofilio: i metodi d’insegnamento prevedevano sonore scariche di mazzate, quando gli allievi non svolgevano a dovere i compiti loro assegnati. Intorno all’età di vent’anni, si recò a Atene per perfezionare gli studi e entrare in contatto col coltissimo mondo greco. Ebbe la ventura di lasciarsi coinvolgere, la vicenda non fu mai chiarita, dai tirannicidi Bruto e Cassio nella guerra che li vide sconfitti nella celebre battaglia di Filippi, 42 a.C. Non si sa come, egli era diventato “tribunus militum”, ovvero comandante di legione che conobbe l’onta (lo racconta egli stesso) della fuga codarda dal campo di battaglia.

Tornò a Roma, approfittando di un armistizio che Ottaviano concesse ai nemici concittadini: non trovò più suo padre e i suoi beni, confiscati e assegnati ai reduci vittoriosi. Per vivere, dopo aver sperimentato la povertà, trovò un impiego come contabile, “scriba quaestorius”, nell’amministrazione pubblica. E’ in questo periodo che comincia a scrivere e vedono la luce le “Satire” e gli “Epòdi”.

I suoi scritti vengono notati e apprezzati da Virgilio, di cui diventa amico e con cui frequenterà la scuola epicurea di Sirone a Napoli; Virgilio, tra il 39 e il 38 lo introduce nella ristretta cerchia delle amicizie del grande Mecenate. Con questo straordinario personaggio intrecciò un rapporto di profonda amicizia e di grande stima, sono moltissimi i componimenti ch’egli dedicò al suo amico e benefattore: infatti,Mecenate gli fece dono, intorno al 33, di un podere nelle campagne della Sabina (a nord di Roma, verso Rieti). , felice, si ritirava spesso a meditare e scrivere nel suo podere, lontano dalle  incombenze romane che coinvolgevano anche lui, ormai poeta apprezzato e uomo molto in vista.

E’ di questi anni la grande stima di Ottaviano, divenuto ormai Augusto, alle cui offerte , benché ormai allineato cesarista, seppe sempre sottrarsi, almeno fino al 17 a.C., allorché, morto Virgilio (70-19 a.C.), vate ufficiale , toccò a lui scrivere il “Carmen speculare” in onore di Diana e Apollo, componimento da cantare durante i ludi che in quell’anno sancivano l’inizio della “Pax Augusta”.

In questi anni scrive e pubblica le “Epistole” e i primi 3 libri delle “Odi”, gli ultimi lavori, il 4° libro delle “Odi” (che contiene alcuni carmi celebrativi dedicati ai figli di Augusto) e la celebre “Ars poetica” , sono del 13 aC.

si spegne il 27 novembre dell’8 a.C., pochi mesi dopo la scomparsa del suo grande amico Mecenate.

A Mecenate

“In coppe modeste berrai un vinello

sabino, che io stesso ho suggellato

in anfore greche, quando in teatro

ti tributarono,

mio caro Mecenate, quell’applauso,

che le rive del nostro fiume e l’eco

dei colli per gioco ti riportarono

con le tue lodi.

Tu bevi cecubo o vino spremuto

in torchi caleni, ma non falerno

o vini dei colli di Formia riempiono

i miei bicchieri….”

è il poeta del buon senso, del giusto mezzo: come nessun altro domina la materia che sono le parole e la metrica, come nessun altro riprende i classici greci, gli amati Alceo, Mimnermo, Saffo, Anacreonte, Pindaro, e con gli stessi metri crea capolavori assoluti che saranno un riferimento costante a cominciare dai suoi contemporanei per arrivare ai nostri tempi (solo i romantici non ebbero in grande stima, fu il quasi coevo Catullo, assai più passionale, a scaldare i loro animi).

Per la sconfitta di Cleopatra

“Ora puoi bere, puoi il piede battere libero

sulla terra; tornato, tornato è ora il tempo

di ornare, amici, l’ara degli dei

con un banchetto da fare invidia ai Salii.

Sacrilego prima sarebbe stato togliere

il cecubo dalle cantine, finché ebbra

per l’onda della fortuna e in balia

d’ogni speranza, con la sua accozzaglia

d’uomini sfregiata dalle mutilazioni,

quella regina impazzita minacciava

di abbattere il Campidoglio e annientare

l’impero……”

Questa è la celebre ode del primo libro che celebra la sconfitta di Cleopatra a Azio, nel 31 a.C., e che comincia con il famoso: “Nunc est bibendum…”, ripreso da Alceo: ” E’ ora di ubriacarci…”; ma dopo aver brindato, rende all’orgogliosa regina l’onore che merita la grandezza della donna e la sua scelta estrema. A proposito di donne: ne amò tante….Frina, Lidia, Cloe, Fillide. Scrisse anche abbastanza delle sue donne, ma non perse mai la testa per nessuna, né mai si sposò: le donne come il vino, piaceri fugaci di cui non abusare anche se si chiamano Falerno, Cècubo, Màssico, vino di Creta, di Rodi o di Coo; a volte è meglio l’umile Sabino o l’Albano, come una liberta può essere più coinvolgente di una nobildonna….

A Taliarco

“…Guarda la neve che imbianca tutto

il Soratte e gli alberi che gemono

al suo peso, i fiumi rappresi

nella morsa del gelo.

Sciogli questo freddo, Taliarco,

e legna, legna aggiungi al focolare;

poi senza calcolo versa vino vecchio

da un’anfora sabina….”

A Varo

Prima della vite sacra non piantare, Varo,

alcun albero alle dolci pendici di Tivoli

o intorno alle mura di Càtilo:

agli astemi Bacco rende ogni cosa penosa

e gli affanni che ti rodono

non si dissolvono altrimenti.

Chi dopo aver bevuto ha sulle labbra ancora

i disagi della milizia o della povertà?…..”

Le traduzioni non rendono la raffinatissima metrica che il poeta piega ai contenuti agresti e agli assilli quotidiani: a noi porgere attenzione al vino che scorre e allevia i tormenti.

La lirica successiva è una delle poesie più belle che io abbia mai letto a proposito del vino, parla di un’anfora, ma è una preziosa bottiglia dei nostri giorni.

All’anfora

“Nata con me al tempo del console Manlio,

sia che tu porti lamenti o gioia, litigi,

amori folli o un sonno senza sogni,

anfora consacrata, a qualunque titolo

fu eletto il massico che conservi, ma certo

degna d’essere aperta in un giorno felice,

scendi qui fra noi ora che Corvino

impone d’offrire un vino prelibato.

E non sarà lui, che si è nutrito dei dialoghi

socratici, a trascurarti per moralismo:

anche il cuore severo di Catone

si scaldò, come sai, a volte col vino.

Agli animi che meno sono inclini tu

fai dolce violenza; col giocondo Lieo

tu riveli l’angoscia dei sapienti

e i pensieri che nell’intimo nascondono;

tu ridoni speranza ai cuori che s’angustiano

e al povero, che dopo il vino piú non teme

l’ira imperscrutabile dei re e l’arma

dei soldati, regali forza e coraggio.

Se di cuore qui verranno Libero, Venere

e le Grazie che non vogliono separarsi,

sarai fra noi al lume delle fiaccole

finché il sole non disperderà le stelle.”

Tutte le liriche fin’ora citate sono tratte dal primo libro delle “Odi”; voglio chiudere questo mio breve e necessariamente lacunoso intervento su , con un brano tratto  dal secondo libro delle “Satire”, è il racconto di un sontuoso banchetto dato dall’arricchito Nasidieno in onore di Mecenate: sul più bello, in mezzo a portate sontuose, sul triclinio rovina col suo carico di polvere l’intero baldacchino… E’ un giovane, ironico, non ancora allineato. Ci fornisce un piccolo, attendibile quadro di come i ricchi di allora si trattavano a tavola.

Un anfitrione insopportabile

“Ti sei divertito alla cena

di Nasidieno, quel riccone?

Ieri ti cercavo per invitarti

e m’hanno detto ch’eri là

a bere sin dal mezzogiorno……..

……Viene allora servita, lunga distesa nel piatto,

una murena, guarnita di gamberetti in umido.

E subito l’anfitrione: ‘È stata presa gravida,

perché una volta deposte le uova,

la sua carne sarebbe peggiorata.

L’intingolo è composto di questi ingredienti:

olio di Venafro, quello di prima spremitura;

salsa di pesci marinati dell’Iberia;

vino di cinque anni, ma nostrano

e versato durante la cottura

(a cottura finita, invece,

il piú indicato di tutti è quello di Chio);

pepe bianco e un poco d’aceto,

fermentato dal vino di Metimna.

Per primo ho suggerito di cuocervi dentro

la ruchetta verde e l’èmula amara;

Curtillo vi aggiunge anche i ricci,

ma non lavati,

perché la schiuma che sprigionano i frutti di mare

è meglio della salamoia’.

Sul piú bello il baldacchino appeso al soffitto

rovinò pesantemente sul piatto,

trascinando tanta polvere nera,

quanta non ne solleva l’aquilone

nella pianura di Campania…………..”

Vincenzo Reda

Vinitaly 2001, ricordo di Luigi Veronelli

In questa foto, ripresa nel 2001 a Verona durante il Vinitaly presso lo stand Veronelli, in cui erano esposte alcune mie opere, oltre al grande Gino, a fianco a me sulla sinistra, ci sono Alfredo Cazzola, Beppe Bitti, Giada Michetti e Gian Arturo Rota: si stava discutendo nel nascituro Salone del vino di Torino. Essendoci Cazzola in mezzo, tutto finì malamente e il Salone del Vino di Torino è quella roba inutile che si alterna, negli anni sfigati, al Salone del Gusto. Sic transit..ecc. ecc.

Veronelli-Cazzola

La confraternita dell’uva/ The brotherhood of the grape by John Fante

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“ Nick Molise…Era un montanaro venuto dall’Abruzzo, un nasone dalle mani grosse, basso (uno e sessanta), largo come una porta, nato in una parte dell’Italia in cui la miseria era spettacolare quanto i ghiacciai circostanti e dove qualunque bambino che fosse riuscito a sopravvivere per i primi cinque anni ne avrebbe campati ottantacinque…..Non gli piaceva quasi niente, in modo particolare sua moglie, i suoi figli, i vicini, la chiesa, il prete, la città, lo stato, il suo paese e il paese dal quale era emigrato…. Ma le donne, quelle gli piacevano…Gli piacevano pure il suo lavoro e una mezza dozzina di paisani che, come lui, erano italiani del genere dittatoriale…Il suo amore per la pietra rappresentava un piacere ancor più pregnante della sua passione per il gioco, o per il vino, o per le donne.”

The Brotherood of the Grape, titolo originale del libro, fu pubblicato per la prima volta a puntate nel 1975 sul settimanale di Francis Ford Coppola City Magazine, il regista avrebbe voluto farne un film, fatto che inorgoglì John Fante, una vita passata a lavorare con alterne fortune come sceneggiatore cinematografico. Fu pubblicato in volume nel 1977 e immediatamente ristampato col favore di critica e pubblico.

Per tutta la vita John Fante, nato a Denver (Colorado) l’8 aprile del 1909 e figlio di Nick, abruzzese emigrato in  America nel 1901, ha scritto di suo padre e della sua scombinata famiglia, a cominciare dal  romanzo d’esordio (1938) Aspetta primavera, Bandini.

La Confraternita è la storia del ricupero di una rapporto impossibile padre-figlio-famiglia, un ricupero che può consumarsi solo dopo la morte dell’ingombrante figura paterna: solo allora padre, madre e figli riacquistano i valori originari nella Famiglia.
Ma la confraternita è la storia del portentoso Chianti e del chiaretto di Angelo Musso, è la storia della dissoluzione nel lavoro, nel vino e nelle donne di Nick; è la storia di sua moglie, Mamma Maria, geneticamente disposta a sopportare ogni umiliazione, perché la sua vita ha senso solo vicino a quel figlio di puttana di Nick.

Ritorna di lontano, John, uomo fatto con moglie, figli e carriera sicura, ritorna a San Elmo per lasciarsi coinvolgere nell’ultima follia di suo padre: un’opera inutile e impossibile, almeno per l’avanzata età del genitore, che diventa il ridicolo testamento di una vita.

L’opera diventa un fallimento, il diabete distrugge l’ormai condannato Nick che conclude i suoi giorni ubriacandosi, e dunque suicidandosi, con una colossale sbronza coi vecchi amici della Confraternita.

A quel punto, però, John ha ritrovato definitivamente suo padre.

“Maestosamente piegato, il mio vecchio giaceva su una sedia di vimini, sbronzo fradicio, con le braccia abbandonate sui braccioli. Era come un patrizio dell’antica Roma in attesa che il sangue finisse di scorrere dai suoi polsi incisi. Uno davanti all’altro, seduti su panche, c’erano i quattro zoticoni del caffè Roma: Zarlingo, Cavallaro, Antrilli e Benedetti. Erano tutti strafatti, ma sotto controllo, e tracannavano da grossi boccali. Sul lungo tavolo erano sparsi boccioni di vino e vassoi di roba da mangiare: salame, salsicce, prosciutto, pane e pasticciotti all’anice. Avevano banchettato a lungo e bene nel gran caldo…..tra i grappoli troppo maturi di uva moscatello che pendevano dalla vigna.”

Gran libro, grande storia: la sola invenzione della signorina Quinlan, infermiera, merita tutto il libro, insieme al vino di Angelo Musso.

Ci ho ritrovato le mie origini: Zu Vicìenzu, Zu Pasquale, Zu Giuvanni u fallitu, Rollicchiu. Mio nonno, nannuzzu, Zu Vicìenzu: andavano a ricuperarlo strafatto, che piangeva e stramalediva l’universo mondo, dopo aver perso a carte, dopo aver sperperato gli ultimi soldi con gli amici, sapendo che l’indomani sarebbe bastato rompersi di nuovo la schiena nei campi o sugli alberi ( prodigioso potino, innestino con accette affilate come rasoi )…..

M’insegnò il valore del brindisi in rima, a braccio, quando la lingua scivola e l’occhio diventa vitreo……..

John Fante è morto nel 1983, cieco e con le gambe amputate a causa del diabete, come suo padre, quel figlio di puttana di Nick Fante, alias Molise, alias Bandini, alias…..

La confraternita dell’uva 

Di John Fante

Einaudi Stile Libero, pp. XXXII – 232, € 9,00

 

 

 

Raffaele Mattioli e i peperoncini dal libro “Famosi a modo loro” di Gaetano Afeltra

Il racconto che segue, dolcissimo e struggente, parla della passione per i peperoncini di Raffaele Mattioli (Vasto 1895 – Roma 1973), banchiere e umanista di enorme potere e di grandissima cultura, allievo di Croce, protettore di Gadda, antifascista e padre di tutto il sistema bancario italiano e maestro riconosciuto di Guido Carli, Enrico Cuccia, Ugo La Malfa e Giovanni Malagodi.

Nei pranzi che la moglie, signora Lucia, preparava nella sua casa di via Morone – ospiti abituali La Malfa, Tino, Bacchelli, Titta Rosa e l’architetto Zanini – dove la politica spesso diventava secondaria all’arte culinaria, e il pettegolezzo letterario generava risate clamorose e aneddoti sorprendenti, di peperoncini, oltre a quelli che la signora Lucia aveva «associato» alle pietanze, Mattioli ne teneva sempre due o tre a portata di mano da spezzare e aggiungere perché, come diceva lui: «Questo è fonte di salute». Fa bene alla mente, pulisce il fegato, è il più forte disinfettante intestinale e contiene tutte le vitamine». Sembrava, mangiando, che facesse una lezione di medicina. Ne parlava anche in banca, alla sera, quando intorno al suo tavolo Bombieri, Cingano, Russo, Braggiotti, Brusa, Corna – il vertice della Comit – esausti di economia, discutevano di libri e poeti, di edizioni Ricciardi e di Petrarca, di peperoncini e di Guicciardini, di Benedetto Croce e di belle signore.

Nelle sue frequenti visite in America, Mattioli aveva il suo punto d’appoggio in Nelson Rockefeller col quale si era creata un’amicizia a entrambi molto cara. Nelson Rockefeller era stato primo governatore dello Stato di New York e poi vicepresidente con Gerald Ford alla Casa Bianca. Erano quasi sempre a pranzo insieme, a tavola ristretta e qualche volta a banchetti ufficiali, e così Rockefeller poté notare che Mattioli, non appena servitagli la pietanza, tirava fuori dalla tasca una cosa rossa che spezzettava e mischiava al cibo. Sarà una medicina, pensava Rockefeller. Possibile che debba prenderla a ogni portata? Una sera si arrivò alla confidenza. Rockefeller prese una pillola che ingeriva un’ora prima di coricarsi. «Raffaele, vedi, anch’io ho le mie medicine.». «Io no», reagì Mattioli e sono certo che, infastidito, dovette fare di nascosto gli scongiuri. L’americano, bonario come può essere bonario e ragazzone anche in età avanzata un americano amico, gli disse: «Ma allora vuoi dirmi che medicina ti ho visto mettere nei piatti?». Erano nella sua camera al ventiquattresimo piano dell’Hôtel Pierre. Mattioli tirò fuori dalla valigia un piccolo vaso di cristallo pieno di peperoncini e fece la sua lezione di medicina culinaria. La signora Lucia sorrideva soavemente. «E tu che ridi a fare?». La conversione avvenne sulla parola. «Prova e vedrai, te ne lascio venti.»: Tre giorni dopo il ritorno a Milano, Mattioli trovò sul tavolo un telex. Arrivava da New York. Diceva: «O.K. Manda subito paparoncini. Nelson Rockefeller».”


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