Oggi, rispetto ai tempi di Man Ray o anche soltanto ai tempi miei, è più veloce e più semplice operare degli interventi “creativi” sopra le immagini: ma ciò non toglie che occorra possedere quelle nozioni di ottica e quella cultura dell’immagine che possano evitare di ottenere soltanto dei grandi pasticci.
JCC: “La nozione di filtraggio di cui discutiamo mi fa spontaneamente pensare a quei vini che filtriamo prima di bere. Oggi esiste un vino che presenta la qualità di essere non filtrato. Conserva tutte le sue impurità, che certe volte portano un sapore che con un filtraggio poi si perde. Forse a scuola abbiamo assaporato una letteratura troppo filtrata, priva di sapori impuri.”
UE:”… mostro la mia collezione a pochissime persone. Una collezione di libri è un fenomeno masturbatorio, solitario, e si trovano raramente persone che possono condividere la tua stessa passione. Se possiedi dei quadri molto belli, la gente verrà da te per ammirarli. Ma non troverai mai nessuno davvero interessato alla tua collezione di libri antichi. Non capiscono perché dai tanta importanza a un libretto senza alcuna attrazione, e perché ti è costato anni di ricerche…..è un vizio solitario. Per ragioni misteriose, l’affezione che possiamo avere per un libro non è in alcun modo legata al suo valore. Ho dei libri cui sono molto legato e che non hanno un grande valore commerciale.”.
Ovvio dire che il libro in questione è non solo di grande interesse per chiunque abbia in qualche modo a che fare con i libri, ma è un gioiello creato dalle conversazioni di due intelligenze, e sensibilità, tra le più alte che oggi percorrano questo stanco pianeta. Assimilare il libro alla ruota, alla semplice e insuperabile invenzione della ruota, è uno dei tanti stimoli che abitano questo volume. Insieme a molte altre riflessioni di grande lucidità e profondità. Un libro più che interessante: direi necessario. Soprattutto a quelli come noi.
Buonamico Buffalmacco, dipintore bislacco
“Nella città di Firenze, che sempre di nuovi uomeni è stata doviziosa, furono già certi dipintori e altri maestri, li quali essendo a un luogo fuori della città, che si chiama San Miniato a Monte, per alcuna dipintura e lavorío che alla chiesa si dovea fare; quando ebbono desinato con l’Abate e ben pasciuti e bene avvinazzati, cominciorono a questionare; e fra l’altre questione mosse uno, che avea nome l’Orcagna, il quale fu capo maestro dell’oratorio nobile di Nostra Donna d’Orto San Michele: – Qual fu il maggior maestro di dipignere, che altro, che sia stato da Giotto in fuori? – Chi dicea che fu Cimabue, chi Stefano, chi Bernardo, e chi Buffalmacco, e chi uno e chi un altro (…) dierono a maestro Alberto la bacchetta, e feciono venire del vino della botte, con lo quale si rifiorirono molto bene, dicendo all’Abate che la domenica seguente tornerebbono tutti a dire il loro parere sopra quello di che avevono aúto consiglio.”
Il brano sopra riportato è tratto dalla novella 136 de “Il trecentonovelle” di Franco Sacchetti, mercante e uomo politico fiorentino nato a Ragusa (Dalmazia) nel 1332 e morto in San Miniato nel 1400 – le date non sono certissime.
E’ una raccolta di 300 novelle, di cui ne rimangono 223, composta intorno all’ultimo decennio del Trecento; il valore letterario del Sacchetti non è pari all’arte somma del “Decameron”, pur tuttavia la freschezza dello stile e le testimonianze di prima mano sul quotidiano del periodo ne fanno un’opera di grande interesse.
E’ qui che appare il nome del dipintore Buffalmacco, soprannome di Buonamico, comparato ai più grandi pittori del tempo in una discussione fra maestri che certo, ben pasciuti, avvinazzati e rifioriti da non piccole quantità di vino di botte, disquisiscono allegramente tra loro.
Così lo descrive Giorgio Vasari, grande artista del Cinquecento e senza dubbio primo storico e critico d’arte con il suo “Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti”, nella prima edizione (1550, detta “Torrentino” cui seguì quella più ampia e definitiva del 1568, detta “Giunti”):
“Non fece mai la natura un burlevole e con qualche grazia garbato, ch’ancora non fosse a caso e da straccurataggine accompagnato nel viver suo. E nientedimeno si truovano alle volte costoro sí diligenti, per la dolcezza dell’amicizia, nelle comodità di coloro che amano, che per fare i fatti loro il piú delle volte dimenticano se medesimi. Onde, se costoro usassero la astuzia ch’è lor data dal cielo, si leverebbono dattorno quella necessità, che nasce nelle vecchiezze loro e negli infortuni ove si veggono incorrere il piú delle volte, e serbandosi il capitale di qualcosa delle fatica della giovanezza, diventerebbe loro comodità utilissima e necessaria, in quel tempo proprio ove sono tutte le miserie e tutte le incomodità. E certamente chi ciò fa, s’assicura benissimo per la vecchiaia e vive con minor sospetto e con maggior
contentezza. Questo non seppe fare Buonamico detto Buffalmacco, pittor fiorentino,celebrato dalla lingua di messer Giovanni Boccaccio nel suo Decamerone.”
Buonamico Buffalmacco è divenuto celebre, più che per le sue qualità indubitabili di ottimo pittore, come personaggio protagonista del “Decameron” di Giovanni Boccaccio (1313-1375, la straordinaria raccolta di novelle fu composta intorno al 1350), in cui in alcune trame famose, ormai proverbiali, architetta, insieme al compare Bruno, anch’egli pittore, burle epocali ai danni di Calandrino.
Celeberrima la vicenda dell’elitropia, ma non sono da meno le storie del maiale rubato al poverino e fatto da questi riacquistare e quella, esilarante, in cui Calandrino vien fatto credere gravido per poi essere guarito dai due allegri compari.
E’ un pittore che mi è caro per la semplice ragione che qualche fonte, non molto bene informata, lo cita come l’artista che dipinse con il vino.
In verità Giorgio Vasari riporta nel racconto della sua vita un episodio in cui il burlone, prendendosi gioco di alcune monache credulone per le quali stava lavorando e avendo apprezzato assai il loro vino, fa credere di migliorare gli incarnati delle figure mescolando i colori con la buona vernaccia:
“…Perché, scornate dalla burla, fecero cercare al castaldo di Buonamico, il quale con grandissime risa si ricondusse al lavoro, dichiarando alle monache la differenza ch’era da gli uomini alle brocche. Ora quivi in pochi giorni lavorando finí una storia, di ch’elle vedutola si contentaron molto, a una cosa sola apponendosi: che le figure parevano loro troppo smorticce. Per il che Buonamico, il quale aveva inteso che la badessa aveva una bonissima vernaccia, che per lo sacrificio della messa serbava, le disse esserci rimedio ad acconciarle; che avendo vernaccia, la qual buona fusse, stemperandola ne’ colori e toccandone le gote e ‘l corpo delle figure, le farebbe tornare il colore piú vivace che non avevano; di che ne fu fornito mentre che durò il lavoro, et egli fece le figure piú rosse co i colori, et a sé et a gli amici suoi il colore medesimamente mantenne…”
Come ben si può comprendere dal brano del Vasari, Buffalmacco la vernaccia, vino rosso si badi bene, la usava nel modo più acconcio: mantenendo per sé e per gli amici il colore del vino.
Il pittore Buonamico operò nella prima metà del Trecento e viene ricordato soprattutto per il ciclo di affreschi del cimitero monumentale di Pisa, definiti “Trionfo della Morte”. Di non certissima attribuzione, costituiscono uno dei lavori più importanti del periodo e sono da considerare opera di grande e peculiare stile pittorico.
Nelle novelle del Sacchetti (136, 161, 169, 191 e 192) sono esilaranti gli episodi in cui il pittore burlone scopre che a rovinare i suoi affreschi, commissionati da un certo vescovo, è uno scimpanzè di proprietà del prelato che egli smaschera e inchioda alla sua colpa, condannandolo a assistere dentro una gabbia al suo lavoro.
In un altro racconto beffa i committenti Perugini, che lo infastidivano oltre ogni sopportazione durante la realizzazione dell’affresco, dipingendo il loro amato Santo Ercolano con in testa una corona di pesci di lago.
Ma l’immaginazione sfrenata dell’artista bislacco raggiunge l’apice nell’architettare una processione notturna di scarafaggi sui quali ha messo, per tramite di spilli, delle minuscole candeline accese: servono a terrorizzare il pittore suo maestro di bottega che lo sveglia ogni notte per farlo lavorare. Al tapino passeranno quelle smanie e il giovane garzone Buffalmacco potrà dormire in pace.
L’occasione della stesura di questo scritto mi ha dato modo di rileggere opere che perlopiù si è obbligati, ahimé malamente e con scarsa preparazione, a studiare in età adolescenziale, quando costituiscono quasi sempre una fatica fastidiosa: visitate oggi diventano al contrario una riscoperta piacevolissima; l’occasione di verificare ancora una volta la ricchezza della nostra tradizione letteraria a cui ha attinto tutta l’arte dell’Occidente dal Quattrocento in poi.

Questo librino è parte di una collana che il periodico Liberal di Ferdinando Adornato pubblicava nella seconda metà degli anni novanta. Quello qui riprodotto è la terza edizione del 1998 (la prima del 1996) di un magnifico carteggio tra il cardinale Carlo Maria Martini e Umberto Eco: contiene delle perle autentiche, riferibili soprattutto a temi di grande profondità trattati con l’acume, la cultura, la franchezza di due autentici giganti del pensiero dei nostri mala tempora.
Riporto una citazione del cardinale Martini e un intervento, struggente nella sua pulizia e franchezza, di Indro Montanelli.
“Ma vorrei ricordare una parola di Italo Mancini in uno dei suoi ultimi libri Tornino i volti, quasi un testamento: «Il nostro mondo, per viverci, amare, santificarci, non è dato da una neutra teoria dell’essere, non è dato dagli eventi della storia o dai fenomeni della natura, ma è dato dall’esserci di questi inauditi centri di alterità che sono i volti, i volti da guardare, da rispettare, da accarezzare»”. (giugno 1995 Carlo Maria Martini).
Raramente ho avuto la fortuna di leggere cose così semplici, così profonde, così vere da essere, come sempre, ignorate da quasi tutti.
“Lo confesso: io non ho vissuto e non vivo la mancanza di fede con la disperazione di un Guerriero, di un Prezzolini, di un Giorgio Levi della Vida (per limitarmi alle vicende dei miei contemporanei, di cui posso rendere testimonianza). Ma l’ho sempre sentita e la sento come un’ingiustizia che toglie alla mia vita, ora che ne sono al rendiconto finale, ogni senso. Se è per chiudere gli occhi senza aver saputo di dove vengo, dove vado, e cosa sono venuto a fare qui, tanto valeva non aprirli.
Spero che il cardinale Martini non prenderà questa mia confessione per una impertinenza. Almeno nelle intenzioni, è soltanto una dichiarazione di fallimento.”.
(febbraio 1996 Indro Montanelli).

La mortadella arrivava da Porta Palazzo insieme agli insopportabili lezzi delle forme di pecorino sardo che tanto piaceva a mio padre. La mortadella era ancora priva di polifosfati e il giorno dopo era quasi immangiabile, ma invece dei grani di pepe nero, a volte, c’erano i pistacchi e a me pareva più buona.
Più tardi cominciammo a comprarla in salumeria e poi al supermercato o in gastronomia: i tempi continuavano a cambiare.
C’erano le gite scolastiche o le domeniche in montagna, i bagni nel Sangone dei primissimi anni sessanta, i lunghi viaggi in treno dei ritorni verso il Sud: erano fette di pane imbottite di mortadella o panini, biove, rosette, bocconcini avvolti nella carta stagnola che li manteneva soffici per qualche ora o fino al giorno dopo.
In cantiere non mangiavo panini: c’era il baracchino e quel cibo che sapeva di baracchino, che puzzava di baracchino, che aveva una consistenza di baracchino.
Bisognava usare il baracchino di acciaio e mangiare quei cibi scaldati che sapevano di disgusto: ma era necessario mangiare la pasta e la pietanza perché il lavoro era duro e faticoso e a sedici o diciassette anni c’è bisogno di mangiare tanto.
I panini, o le fette di pane toscano che si mangiava a casa mia, imbottiti di mortadella ritornarono in auge nella stagione di Mirafiori: è vero, lì c’era la mensa e si poteva anche usare il baracchino, ma a me non piaceva di perdere tempo in mensa a ascoltare le discussioni sempre eguali e noiosissime in cui si annodavano i miei colleghi operai, tutti più vecchi di me e quasi tutti con famiglia a carico e dunque dentro problemi e argomenti lontani da me anni luce.
Io restavo giù in catena, mi rinserravo dentro una scocca a masticare, veloce, i miei panini, bevevo una birra, sfogliavo, finalmente solo, il mio giornale – La Stampa – tutti i santi giorni; se rimaneva, dei quaranta minuti di pausa, un po’ di tempo, cercavo di ricuperare del sonno, verso cui ero in debito perenne.
Non era poi malaccio dormire in quelle scocche penzolanti e dondolanti e sforacchiate: avevo la sensazione di essere nascosto e protetto. Prediligevo le centoventisette bianche in principio di catena, fresche di lastroferratura e verniciatura, ancora pezzi di lamiera saldati e colorati, prima di cominciare a divenire autovetture, macchine, prigioni ambulanti, debiti, abitudini, assassine, strumenti di satana….
Venne poi la stagione dei bar e dei tramezzini, raramente mortadella perché non era di moda negli anni settanta: tramezzini con pancarré ripieni di tonno e pomodori, tonno e carciofini, insalata russa o capricciosa e birra, tanta, a volontà.
La mortadella la ritrovai, ormai manager in carriera, in certi ristoranti di Modena o di Bologna: tagliata a pezzettini spessi, come antipasto, da infilare con gli stuzzicadenti: mi piaceva anche così, ma continuavo a preferirla in fette sottilissime da mangiare dentro al pane, qualsiasi tipo di pane.
Con il benessere economico i viaggi non si attrezzavano ormai più con vettovaglie preparate dalle mamme oculate e sparagnine: ci si fermava negli autogrill, come succede ancora oggi, a consumare sfilatini ripieni di, quasi sempre, ottima mortadella.
Ho nella memoria un localaccio lungo la statale che da Livorno si percorreva per andare a Piombino e imbarcarsi alla volta dell’Isola d’Elba, un itinerario che negli anni novanta mi è successo di frequentare assai spesso.
Era una sorta di bar o locanda in località La California, patria del leggendario “Grillo” Bettini, il ciclista sempre all’assalto: facevano delle schiacce, versione toscana della focaccia o pizza bianca, generosamente imbottite con una mortadella memorabile.
Non era un posto particolarmente attraente, a parte quel cibo e gli stupenti pini marittimi di cui era circondato: mi successe, un bel giorno, di avere una urgenza e di dover frequentare il bagno di quel posto e mi ritrovai in uno dei peggiori cessi della mia vita, quasi asfissiato da sporcizie e fetori che nemmeno Mastro Dante avrebbe organizzato meglio per uno dei suoi gironi infernali.
Eppure la schiaccia con la mortadella era di bontà assoluta e nessuna parentela, neanche lontana, pareva spartire con quel cesso orripilante.
Altri orizzonti, altri tempi, altra mortadella memorabile: Vinitaly, a Verona.
Mi toglievo dalle orge vinifiche, dalle degustazioni selvagge e spesse volte ossessive e addirittura fastidiose accompagnate dai soliti, corretti grissini, per gettarmi su quelle montagne di panini imbottiti con generosa abbondanza di fette tagliate spesse e in modo irregolare di mortadella: accompagnare il panino con una buona birra fresca, bionda e abbondante era una coccola per un palato che di vini e grissini davvero spesse volte non ne poteva sopportare oltre.
Ecco, se c’è un pregio da sottolineare con piacere nella manifestazione che, a titolo personale – nessuno me ne voglia, certo sono consapevole del valore che nel mondo ha guadagnato un evento certo unico e impareggiabile, per molti versi – non amo in modo particolare, questo è proprio il gusto e l’abbondanza di mortadella dei panini del Vinitaly: una meraviglia.
Il massimo della goduria – dopo aver mangiato un panino all’olio o al latte, una focaccia, due fette di pane pugliese non freschissimo, due fette di pane toscano ancora caldo di forno, un panino dolce o un semplice grissino rubatà, insomma una qualsiasi di queste varietà di pane accompagnato con sottili fette di mortadella al pistacchio – è di prendere a mani nude un’intera fetta della suddetta mortadella e cacciarsela in bocca alla brutta, senza pane, e godersela come il miglior cibo di questa parte periferica della galassia, senza ritegno e senza vergogna.
Di Michael Pollan
La collana dei casi – Adelphi
pp. 487 – € 28,00
Prima di cominciare a parlare di questa lettura davvero straordinaria, mi preme di segnalare alcuni tra gli ultimi libri che ho avuto modo di leggere in questo scorcio d’estate morente.
Erano anni che dovevo farlo, e finalmente sono riuscito a trovare il tempo di leggere “Le memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar: che dire se non constatare il fatto che di capolavoro si tratta, con le prime venti o trenta pagine per certo memorabili!
Altre due segnalazioni sono: “Lettere da Torino” di F. Nietzsche, appena pubblicato da Adelphi e librino sorprendente che rivela alcuni aspetti tenerissimi e quotidiani di un filosofo che sta precipitando in modo irreversibile verso la pazzia. E un amore grande per Torino.
La seconda segnalazione riguarda un libro che consiglio a tutti di leggere: “Il segreto della domanda” di Umberto Galimberti, edito da Apogeo (Feltrinelli). E’ una raccolta di risposte che il professore Galimberti ha tratto dalla rubrica che tiene settimanalmente su “D la Repubblica delle Donne”. Scritti mai banali, sempre lucidi e con prospettive che presentano certe importanti questioni in modo davvero unico. Ho avuto modo di assistere a una lezione pubblica di Galimberti sulla concezione della vita di greci e romani contrapposta alla nostra giudaico-cristiana a Rimini, sono un paio di anni: sempre chiaro e sempre di sorprendente lucida intelligenza.
E arriviamo al nostro libro.
“In questo libro esaminerò le tre principali catene alimentari che nutrono oggi gli esseri umani: quella industriale, quella biologica (o organica) e quella tradizionale che fa capo alla caccia e alla raccolta. Tre sistemi profondamente diversi, che però servono più o meno allo stesso scopo: metterci in contatto, attraverso ciò che mangiamo, con la fertilità della terra e con l’energia solare……
“In una società sana nessuno si stupirebbe del fatto che esistono nazioni, come l’Italia e la Francia, dove si sceglie cosa mangiare sulla base di criteri bizzarri e poco scientifici come il gusto, il piacere, la tradizione, anche se ciò comporta nutrirsi di cibi «poco salutari»; e pensate un po’: alla fine i cittadini di queste nazioni sono in media più sani e felici di noi, perlomeno a tavola. La cosa ci stupisce a tal punto che parliamo di «paradosso francese»: come è possibile che un intero popolo dedito a consumare sostanze notoriamente tossiche come il foie gras e il roquefort sia alla fine più magro e sano di noi? Mi chiedo se non abbia senso parlare di un paradosso americano: come è possibile che una nazione ossessionata dal mangiar sano sia così palesemente malata?……..Il «dilemma dell’onnivoro» si ritrova già negli scritti di autori come Rousseau o Brillat-Savarin, anche se è stato battezzato ufficialmente una trentina di anni fa da Paul Rozin, psicologo sperimentale dell’Università di Pennsylvania. Ho preso in prestito questa espressione per il titolo del mio libro perché ho scoperto che il dilemma in questione è una lente molto rivelatrice sotto cui osservare i tormenti alimentari del nostro tempo.”.
Di lettura chiara e semplice si tratta, di enorme interesse per l’importanza e la vastità dei temi trattati, sempre con estremo buon senso e senza prendere particolari posizioni. Testo molto documentato e assai approfondito. Conoscere cosa significa «catena del mais», cosa implicano termini come «biologico», «naturale», «prodotto a chilometri zero» è, oggi, di grande importanza e interesse: addirittura necessario, alla luce degli scandali quotidiani che scoppiano attorno a cibi e sostanze più o meno adulterate.
Di straordinario interesse è l’ultima parte: l’autore, dopo aver esaminato il cibo industriale e quello biologico, o presunto tale, racconta di come è possibile realizzare un pasto di cui tutti gli ingredienti sono stati trovati, allo stato di materia prima, da colui che ne sarà il consumatore finale. Una grande lezione, anche etica, forse soprattutto per animalisti e vegetariani o vegani. Uccidere una preda per cibarsene è un fatto oggi lontano dalla nostra cultura: eppure fino a pochissimi anni fa, e ancora oggi per centinaia di milioni di individui, questa faccenda è cosa pressoché quotidiana. Personalmente sono un appassionato di pesca subacquea: i pesci mi piace di ucciderli per mangiarli; passo ogni anno un mese a pescare e a nutrirmi di ciò che pesco e so cosa significa uccidere, so cosa significa dare la morte a un essere vivente, anche se è solo un pesce; ma anche la lattuga è un essere vivente. Mangiare significa sempre dare la morte a qualcosa di vivo, comunque la si guardi e con implicazioni spesso assai più complicate di quanto certe mode culturali descrivono e prescrivono.
“Ma proviamo a pensare per un momento cosa accadrebbe se tutti noi ritornassimo a conoscere, come dato di fatto, queste banalità: cosa stiamo mangiando; da dove viene; come è arrivato sul nostro piatto; quanto costa davvero, in termini reali. Allora sì che potremmo variare la conversazione a cena, perché non avremmo bisogno di ricordare a noi stessi che, in qualunque modo decidiamo di nutrirci, lo facciamo per grazia della natura, non dell’industria, e che ciò che mangiamo non è né più né meno che il corpo del mondo.”
Non solo un libro interessante da leggere: un libro utile da leggere. E piacevole.
Vincenzo Reda
25 settembre 2008
Ritorno a Verduno per scegliere un Pelaverga come si deve, guidato dalla competenza di Massimo, titolare insieme con Gianni – che sta in cucina – della trattoria Dai Bercau che, all’ombra del Santuario del Beato Valfré, ha aperto nel 1996.
Vengo qui ogni tanto e mi ci ritrovo sempre bene perché la cucina è semplice e di territorio, il prezzo è ottimo e Massimo è uno di quelli che conosce il vino e lo tratta con amore e onestà.
Anni addietro, in occasione di una cena tra amici a base di preparazioni di ispirazione indiana, dunque molto speziate, mi venne in mente di proporre il Pelaverga come vino della serata per accompagnarne i piatti: fu una scelta dovuta più alla mia presunzione di proporre un vino che nessuno conosceva che a una ragionata analisi di abbinamenti. Fu un successo clamoroso e per me, che certo conoscevo quel vino ma non così bene, costituì una scoperta la capacità di abbinarsi così bene ai cibi speziati.
Il Pelaverga è un vino che viene prodotto solo a Verduno e in parti di due comuni vicinii, la sua Doc, istituita nel 1995, è una tra le più piccole in Italia: si tratta di una produzione che rimane sotto le 100.000 bottiglie all’anno.
È un vino di colore rubino scarico, di delicata tannicità, poco acido, secco con un palato che dopo la fragola e la rosa viene conquistato da forti sentori di pepe bianco e pepe nero, comunque note di spezie che lo rendono un vino di grande tipicità e molto riconoscibile; un vino che va bevuto giovane, non oltre i due/tre anni di invecchiamento e che, in ogni caso, possiede la caratteristica di evolvere molto in bottiglia anche in così poco tempo di vita.
Comunque, per dovere di cronaca devo precisare che, con l’aiuto prezioso e onesto di Massimo, ho identificato nel Pelaverga dei Fratelli Alessandria il mio prefetito (ne producono non più di 9.000 bottiglie); è doveroso però da parte mia citare, tra i dieci o quindici produttori di questo vino, le cantine Commendator G.B. Burlotto, Bel Colle e Castello di Verduno: tutte aziende con prodotti di qualità (qui, ricordo, siamo nelle terre di Barolo, Dolcetto e Barbera d’Alba) e che da generazioni, spesso a conduzione familiare, operano in questo settore.
Questo non è un libro di carta o di grammatica o di sintassi: non c’è lavoro di editing e non c’è un publisher. Difficile da leggere perché scritto da chi con la parola scritta ha poca dimestichezza, pur se qui e là antiche parole toscane brillano nella loro desuetudine in tempi in cui la parola preziosa poco o punto vale.
Questo è un libro di legno o di pietra, forse di ceramica, magari di paglia intrecciata.
Non è scritto: è inciso, è scolpito, forse è intrecciato.
Ma in mezzo a questo intrico di materia antica spuntano personaggi quasi epici, epici di racconti orali – quelli che ci tramandavano i vecchi intorno ai focolari antichi – e colori e sapori e odori lontani.
La Giannina e Berto; Beppe il calzolaio, l’avvocato Calderini, la Luigina…
Non trovate questo libro in libreria: bisogna recarsi a Marciano della Chiana, nella Valle in provincia di Arezzo, presso il ristorante Lo Steccheto e chiedere di Giancarlo Fulgenzi, dopo che egli vi avrà preparato delle buone cose da mangiare in quel suo ristorante che è unico per la miriade di oggetti i quali, ognuno, raccontano storie di tempi e posti lontani.
Patrick è un americano, un americano di Sacramento, California. Un americano per così dire diverso: figlio di un diplomatico, europeo d’adozione, italiano per amore.
Sta in Toscana, in un posto che divide ( o unisce? ) la Val di Chiana, il Chianti e le Crete senesi.
Patrick lavora in un’azienda agrituristica, parla correttamente molte lingue, è un grande appassionato di jazz, è un mio amico.
Un personaggio famoso, per meriti propri e mediatici, usava dire che l’importante non è mai dove, ma con chi; ho recentemente scoperto che è importante né il dove, né il con chi, ma ( scoperta dell’acqua calda ) la tua disposizione d’animo: vale a dire, se stai bene con te stesso, stai bene ovunque e con chiunque.
Quando ho conosciuto Patrick ero assai ben disposto: nondimeno stare a cavallo tra Arezzo e Siena non è per certo un brutto posto in cui essere di buon umore.
Tutto questo po’ po’ di introduzione per raccontare che è stato il buon californiano Patrick a portarmi, una sera d’inverno, a mangiare al ristorante Lo Steccheto, dal suo amico Giancarlo.
Giancarlo Fulgenzi….Ti ricordi, anni sessanta/settanta i negozi di Fulgenzi……. Sìììì, Fulgenzi, quello degli oggetti strani, dei regalini. Certo che mi ricordo!
Bene, ora si è ritirato qui, fa il cuoco e, ti assicuro, il posto lo devi vedere, oltretutto si mangia davvero bene e si beve bene altrettanto.
Va bene, Patrick ( ok, Patrick ), proviamo e che Dio ci accompagni.
“La prima cosa che i periti di Sotheby’s videro aprendo la porta della palazzina di Andy Warhol a New York, al 57 della 66th Street, fu un gigantesco busto di Napoleone che li fissava da un tavolo antico al centro dell’altissimo salone d’ingresso……….Si resero subito conto che quello che si presentava ai loro occhi era solo la punta di un sorprendente iceberg. Sotto il materasso del letto a baldacchino trovarono nascosti gioielli femminili. In ogni armadio o comò, nelle stanze degli ospiti, al terzo e al quarto piano, nella cucina al piano terra, trovarono ancora più roba di quanta ne avessero vista nella sala da pranzo: sacchetti per la spesa e scatoloni ancora chiusi, cassette e pacchi, roba e ancora roba. Tutti i cassetti erano zeppi di gioielli, orologi, stecche di sigarette, aggeggi, ninnoli e bric-à-brac. Capolavori a contatto con robaccia. Le cose impacchettate avevano spesso più valore di quelle spacchettate.”
Non ho trovato niente di meglio per spiegare la meraviglia che mi suscitò il primo contatto con il ristorante di Giancarlo Fulgenzi: da un saggio di Victor Bockris ( “Il tesoro di Andy Warhol” Edizioni Skira ) che introduce un bel testo dedicato al grande Andy, coetaneo di Giancarlo e, guarda caso, baciato dal successo nei primi anni sessanta, proprio quando il nostro, straripando dalla troppo stretta Arezzo, era approdato a S. Francisco tra i primi figli dei fiori, con il gusto dell’oggetto e con l’urgenza che gli mettevano due mani d’oro e un’intelligenza assetata di scoperte.
In quegli anni sessanta Giancarlo aveva già un negozio di oggetti artigianali a Ponte Vecchio e, lui in S. Francisco, l’alluvione del ’66 gli fece un gran male; passò solamente un mese e il 10 dicembre di quell’anno funesto Fulgenzi Giancarlo, aretino, riapriva il suo negozio a Ponte Vecchio.
Testone, aretino vero, ariete del 29 marzo; l’argento che colora i suoi capelli rimpiange per certo storie e passioni e memorie e sogni e colori che hanno portato la lontana gioventù, durata si capisce a lungo, in giro per il mondo.
L’ha girato in lungo e in largo il mondo, Giancarlo Fulgenzi, prima di ritirarsi, i capelli bianchi, a fare il ristoratore nella Valle di Chiana, a due passi da Monte S. Savino, in un casale del ‘700 che la sua creatività ha reso una specie di opera d’arte.
Cucina bene, Giancarlo: molto bene il pesce in una Val di Chiana in cui domina la grande carne; la sua è una bella cucina creativa a costi più che adeguati: ma a me piace il posto, piace lui.
Entrare in un delirio di oggetti, di pezzi d’antiquariato, di sculture, di raccolte di ogni cosa: manichini, crocefissi, macchinine, fotografie, acquasantiere, campane, finimenti, statue………
Non posso descrivere quel posto: bisogna andarci.
Ho passato una vita a sopportare le torture di ristoranti con le pareti deturpate da quadri orripilanti; ho patito ingiurie inenarrabili procurate da croste assassine che mi rovinavano le pupille e che non si curavano di guastare anche l’attività di degustazione e la conseguente digestione, faccende in cui li senso della vista gioca un ruolo fondamentale. Quell’intrico di stanze e stanzette stracolme di ogni sorta di oggetti, con le luci soffuse che t’invitano a scoprire ogni particolare nascosto, ogni oggetto, il più strano, ogni angolo, il più sorprendente, con i tavoli bene apparecchiati che paiono essere lì solamente per distrarti: quasi bestemmio se dico che mangiare da Giancarlo Fulgenzi diventa un fatto secondario….Sono certo che a lui una simile affermazione non fa piacere, ma per me è un po’ così.
Eppoi io non sono un critico cucinario ( si usa quasi sempre l’aggettivo culinario, che è una parola entrata nella consuetudine della lingua assai più tardi e a me non piace perché mi pare una parolaccia ) o uno sciagurato compilatore di guide: sono uno strano intreccio tra artista e intellettuale in cui spesse volte faccio fatica a districarmi.
Ovviamente, il ristorante Lo Steccheto di Fulgenzi Giancarlo, aretino, non lo trovate citato su alcuna guida: nelle guide le uniche cose che contano sono quelle non citate, quale che sia la guida e l’editore che la pubblica.
Due parole bisogna che le spenda a proposito della cantina: 10.000 bottiglie, quasi tutte di vini italiani, accatastate in un altro locale in cui trovi gli oggetti più strani che vigilano e proteggono le bottiglie, alcune fra queste davvero incredibili.
Bello il giardino con animali che pascolano e starnazzano allegri tra le alte siepi.
Io non ho altro da dire: se qualcuno ama le cose e le persone che io amo, ebbene, provi a passare allo Steccheto, certo vedrà un posto unico.
Parola mia.
Ristorante Lo Steccheto
Via dell’Esse, 6
52047 Marciano della Chiana ( AR )
Tel. 0575/845222
Chiedete di Giancarlo Fulgenzi e dite che vi mando io.
Vincenzo Reda
maggio 2008
Di seguito uno straordinario brano di Octavio Paz, tratto da Apparenza nuda – L’opera di Marcel Duchamp, scritto tra il 1966 e il ’76 e pubblicato in Italia da Abscondita nel 2000.
È l’inizio del suo saggio fondamentale su Duchamp e su La Mariée mise à nu par ses Célibataires, même (Il Grande Vetro). Un testo tanto difficile quanto irrinunciabile per chiunque voglia approcciare l’arte moderna con serietà e in maniera approfondita.
Pablo Picasso (Malaga, 25 ottobre 1881-Mougins, 8 aprile 1973)
Marcel Duchamp (Blainville-Crevon, 28 luglio 1887-Neuilly-sur-Seine, 2 ottobre 1968)
“Forse i due pittori che hanno esercitato maggior influenza sul nostro secolo sono Pablo Picasso e Marcel Duchamp. […]
Picasso è ciò che accadrà e ciò che sta accadendo, l’evento futuro e quello arcaico, quello remoto e quello prossimo. La velocità gli permette di essere qui e là, essere di tutti i secoli senza smettere di essere dell’istante. Più che i movimenti della pittura del ventesimo secolo è il movimento fatto pittura. Dipinge in fretta e, soprattutto, la fretta dipinge con i suoi pennelli: il tempo pittore. I quadri di Duchamp sono la presentazione del movimento: l’analisi, la scomposizione e il contrario della velocità. Le figurazioni di Picasso attraversano velocemente lo spazio immobile della tela; nelle opere di Duchamp lo spazio cammina, si fonde e, divenuto macchina filosofica ed esilarante, confuta il movimento con il ritardo, il ritardo con l’ironia. I quadri del primo sono immagini; quelli del secondo, una riflessione sull’immagine.
Picasso è un artista dalla fecondità inesauribile e ininterrotta; le tele di Duchamp non raggiungono la cinquantina e furono eseguite in meno di dieci anni: infatti abbandonò la pittura propriamente detta quando aveva appena venticinque anni. Certo, continuò «a dipingere» per altri dieci anni ma tutto quel che fece a partire dal 1913 si inserisce nel suo tentativo di sostituire la «pittura-pittura» con la «pittura-idea». Questa negazione della pittura che egli chiama olfattiva (per il suo odore di trementina) e retinica (puramente visiva) fu l’inizio della sua vera opera. Un’opera senza opere: non ci sono quadri se non il Grande Vetro (il grande ritardo), i ready-mades, alcuni gesti e un lungo silenzio. L’opera di Picasso ricorda quella del suo compatriota Lope de Vega e, in realtà, parlandone bisognerebbe usare il plurale: le opere. Tutto quello che ha fatto Duchamp si concentra nel Grande Vetro, che fu definitivamente incompiuto nel 1923. […]
I due artisti, come tutti quelli che lo sono davvero, senza escludere i cosiddetti minori, non sono paragonabili. Ho associato i loro nomi perché mi sembra che, ognuno a modo suo, definiscano la nostra epoca: il primo per le sue affermazioni e le sue scoperte; il secondo per le sue negazioni e le sue esplorazioni.”
Dal libro “Citando Borges”
“Doveva vorticosamente irrompere nella mia vita il 1989 (che fa tre volte nove, ossia ventisette che è ancora una volta nove, che nei tarocchi magici è la carta affascinante del vecchio eremita che sonda l’ignoto con la sua lanterna): in quell’estate, vagolando attonito tra gli ulivi antichi, contorti e spaccati, della piccola piana di Mattinatella, Gargano, arrostita dal sole inclemente di agosto, scoprivo tra le pagine di un’edizione apparentemente insignificante, scovata in qualche libreria remainder o nei mucchi affascinanti di supplicanti e consunti volumi usati o resi di qualche bancarella, di un saggio pubblicato dalla SugarCo Edizioni (Milano, novembre 1980) di un etnologo tedesco, Wilfried Westphal, la chiave che mi permetteva di accedere direttamente dentro quell’edificio di cui, fino a allora, avevo avute visioni soltanto parziali attraverso fenditure occasionali, finestre, spiragli, crepe.
Steso dentro un’amàca tessuta dal mio amico Nicola Silvano, l’antico dauno, tesata fra due ulivi centenari, leggevo questo saggio molto di parte dell’etnologo tedesco: I Maya, antichi e moderni schiavi, fumando innumerevoli mezzi antichi toscani e deliziandomi con il gusto intenso e franco di un magnifico e contadino bianco del sud, “il bianco forte che fa assaggiare l’infinito a tutta la gente di bocca buona”, come canta Guccini che di vino se ne intende.
Lì dentro, acquattata, c’era la storia di Gonzalo Guerriero, altro Droctulft….”
Barbera d’Asti e del Monferrato, Verdicchio dei Castelli di Jesi, Passerina di Offida, Spumante Brut Altalanga millesimo 2004, Mayolet Syrah Passito e Chardonnay della Val d’Aosta.
Cantine Valpane, Cantine Di Barrò, Moncaro, Giulio Cocchi, Fratelli Castino, Azienda Biologica Centanni: grazie a tutti perché abbiamo sempre bevuto vini che piacciono innanzi tutto a me, per poi constatare che piacciono anche a tutti quelli che sono venuti alle presentazioni, esperti buongustai o semplici bevitori d’occasione.
A parte tutti i miei soliti vini, devo citare il raro, grasso, sensuale Mayolet della Val d’Aosta con gli altri vini di questa minuscola azienda familiare che produce non più di 17.000 bottiglie, spremute da terre poste a oltre 700 mt. di altezza, a respirare profumo di Alpi, e di complicata e difficile coltivazione: una scoperta! che oltretutto pochi possono condividere, e non per una questione di prezzo, una volta tanto.
“…ci sono luoghi dove la natura ha creato scenari irripetibili, se la mano dell’uomo interviene con rispetto ecco nascere piccoli paradisi terrestri.”
Allora, parlo dei primi anni settanta, quella costruzione grigia, confusa dentro i pini di Aleppo e i cespugli di macchia mediterranea, abbarbicata inchiodata incastonata a mezza costa proprio sulla falesia, era una sorta di sogno: chissà di chi è, chissà chi ci abita..è un avvocato, un politico, un imprenditore, forse un attore….E non si vedeva mai nessuno, almeno in agosto: neanche in quella piscina, si diceva di acqua di mare, pochi metri sopra il blu profondo delle onde. E c’è pure il campo da tennis, là a sinistra della Villa, nascosto tra i pini. Quella Villa dominava la nostra spiaggia, le nostre grotte marine, i nostri sogni diciottenni, le nostre incursioni notturne a infrattarci fra gli scogli a fare le cose che si fanno tra ragazzi e ragazze a diciott’anni, nei primi anni settanta.
Oggi vado a giocarci a tennis, a Villa Scapone: un campo sintetico che domina la baia e un paesaggio che non ha eguali, neanche sulla costiera Amalfitana. Giochiamo tra gli odori fortissimi della macchia e i verdi teneri dei pini di Aleppo; il guaio è che si perdono tante palline…
La costruzione fu la realizzazione del sogno di un chirurgo estetico originario del Gargano che si era trasferito a Milano; è stata ultimata verso la fine degli anni sessanta, un paio d’anni prima dell’apertura di Fontana delle Rose nella contigua piana alluvionale di Mattinatella, sotto la strada costiera aperta nel 1964 che unisce Mattinata a Vieste.
Il buon chirurgo, che realizzò questo esempio magnifico di come si possono ben integrare opere dell’uomo in ambienti di straordinaria bellezza quando sensibilità e buon gusto sono caratteristiche di chi agisce, fece però un errore di valutazione clamoroso: pensò che una tale meraviglia fosse un’eredità straordinaria per i suoi figli, che mi dicono numerosi. Si sbagliava, ai figli di quell’incanto non importava un bel niente. Per lunghi anni la Villa rimase vuota e triste a vegliare su tante storie che ogni estate si consumavano, lì vicino a Fontana delle Rose; e chissà cosa potrebbe narrarci di certe notti infocate d’agosto, su quelle spiagge sassose, proprio sotto i suoi occhi. Potessero parlare, quei muri…
Intorno alla fine degli anni novanta, Villa Scapone fu venduta a una cordata di imprenditori locali che opera nel settore turistico e alberghiero. Venne ristrutturata, ammodernata, fornita di una sala ristorante e trasformata in una struttura di accoglienza alberghiera.
Oggi accoglie tutto l’anno, con una capienza massima di una cinquantina di posti letto, ospiti fortunati a cui regala i silenzi, gli odori, la vista incomparabile della baia sottostante, una ristorazione di qualità, un servizio discreto e riservato: il tutto a un prezzo che mi pare molto più che conveniente.
Oltre che a giocare a tennis, ogni anno vengo a cenare qui almeno un paio di volte; stare su una terrazza sospesa su una falesia (tra le altre cose, poco sotto ci sono ancora le tracce di quello che doveva essere un grande trabucco), al tramonto del sole di un giorno d’agosto sul Gargano, a mangiare e bere più che bene e servito come si deve (a un prezzo conveniente…), mi pare essere una delle migliori attenzioni che si possano dedicare a sé stessi e ai propri cari.
Nella foto accanto sono con Antonio Vitarelli, il direttore di Villa Scapone, che si occupa con la moglie da qualche anno della gestione della struttura. Antonio è un entusiasta che si è innamorato di questo posto magnifico, arrivando da importanti esperienze nel campo della ristorazione e della gestione di aziende turistiche (la sua esperienza più importante l’ha accumulata a Vieste, tra gli anni ottanta e novanta, gestendo un villaggio turistico di oltre 1400 posti). La cura che mette nell’acquisto delle materie prime in cucina, la scelta dei vini, la discrezione e la gentilezza mai affettata del suo modo di lavorare ne fanno un professionista che non scorda mai, comunque,il fatto che gli ospiti sono innanzi tutto persone. Quando io scelgo di parlare di un posto, e di una persona, non devo niente a nessuno se non la mia stima: in questo caso non riesco a spiegarmi perché un posto così straordinario (non ho parlato della pulizia, dell’ordine, di una misurata eleganza degli ambienti) abbia sì successo, ci mancherebbe! ma, secondo me, non quello che davvero meriterebbe. Questo mio articolo vuol solo essere un piccolo contributo a uno dei posti più belli che conosco, gestito oltretutto da persone per bene e capaci. Il fatto che abbia scelto di parlarne, come mio solito, implica l’assoluta mia raccomandazione: ne rispondo personalmente! Ci mancherebbe altro…..
Villa Scapone – Litoranea Mattinata-Vieste km 11,5 – 71030 Mattinata (FG) Tel.0884559284/Fax.0884554000 – www.villascapone.it – info@villascapone.it
Vincenzo Reda Settembre 2008









































