Archive for agosto, 2009
La generazione fortunata

1° H del Liceo scientifico G. Ferraris di Torino, Succursale di p.zza C. Augusto. Porte Palatine, 1968

Sono nato in casa con la levatrice, quando nasceva la televisione, quello stesso anno: e me l’hanno comprata quando di anni ne avevo quasi undici.

Sono stato fasciato e ho ciucciato il seno di mia madre; ho visto ammazzare il maiale e farci le suppressate e le sazizze, i prisutti e i frittuli.

Il latte occorreva farlo bollire e la zuppa si faceva col pane duro.

Poi mi hanno portato su un qualche treno del sole a Torino dove, comunque, si rammendavano le calze e si scriveva con i pennini e l’inchiostro del calamaio.

Io e quelli della mia generazione non abbiamo più sentito le bombe cadere sopra le nostre teste e nessuno aveva ormai la necessità di nascondersi a causa della propria razza e della propria religione.

Ci siamo ammazzati di seghe con le minigonne e abbiamo potuto comprare i primi giornali pornografici. Ballavamo in discoteca i Led Zeppelin e Bob Dylan era uno di noi: certo, Guccini ci era più vicino, come Fabrizio, ma Pink Floyd e King Crimson ci parlavano una lingua che era la nostra. Abbiamo avuto la fortuna di vedere nascere il ragazzo della via Gluck e sentire una ragazza Brava; siamo stati tra i primi a cantare tutti insieme, appresso a qualche chitarra scordata, le nostre Emozioni, magari il 29 Settembre.

Siamo stati tra i primi a viaggiare con le nostre cinquecento, portandoci appresso un sacco a pelo e una tenda.

I maestri e i professori ci davano ancora, ogni tanto, qualche sventolone o qualche calcio in culo, molto molto opportuno; e se ci si lamentava con i genitori di quegli insegnanti maneschi, la replica all’unisono era: te lo sei meritato e te ne ha date poche, adesso il resto te lo do io!

Quando a casa portavamo un tre o un quattro, voleva dire semplicemente che eravamo ciucci o, peggio, scansafatiche e allora altri schiaffoni – o cinghiate o ripassate con il battipanni – arrivavano puntuali e assai opportuni: il telefono azzurro era di là da venire.

Comunque, nell’eterna disputa tra studenti e insegnanti questi ultimi avevano, come si deve, sempre ragione.

Ci si alzava presto per scaricare le cassette ai mercati generali, per avere qualche soldo in più da spendere.

La televisione offriva uno o due canali soltanto, in bianco e nero, a ore prestabilite e non c’era bisogno di telecomando; i telefoni avevano sempre un odioso lucchetto; non erano concepibili abiti, scarpe, occhiali, accessori vari più costosi perché marchiati con simboli di prestigio (?): le cose per ricchi costavano di più, e non potevamo permettercele, semplicemente perché erano fatte meglio e con materie prime migliori.

Non c’era l’aria condizionata, non c’erano i mercati super, iper, super-iper.

Non c’erano i discount.

Non c’erano i pomodori in inverno, i cavoli in estate, l’uva a febbraio, le arance a giugno; i licis, gli avocado e gli ananas non sapevamo cosa fossero.

In scatola si trovavano solamente la simmenthal e il tonno; abbiamo visto nascere la nutella che si spalmava sul pane; d’estate si succhiavano gli stick e si beveva il chinotto, la spuma o la gazzosa; le marche di birra erano due o tre.

Giocavamo a nasconderci, a figurine e alla settimana; leggevamo Tex Willer, Diabolik e Nembo Kid (io, intellettuale supponente già allora, leggevo Ugo Pratt sul Corriere dei piccoli).

Giocavamo a flipper, a carambola o a briscola e andavamo in giro con il mangiadischi.

Nei cinema di terza visione ci andavamo per pomiciare.

Nei prati delle sconfinate periferie giocavamo a pallone – quello di cuoio marrone a spicchi e con le cuciture – fino allo sfinimento e non si vendevano le magliette delle squadre del cuore.

Andavamo all’oratorio e c’erano i preti finocchi – con quella maledetta ossessione di chiedere sempre: “quante volte ti sei toccato?” – ma c’erano anche quelli bravi, alcuni giovani e moderni che facevano le messe beat e sapevano parlarti e ascoltarti.

Abbiamo comprato i primi stereo con i primi padelloni, ascoltavamo Per voi giovani e Bandiera Gialla.

Abbiamo fumato i primi spinelli e abbiamo cominciato a veder morire qualche nostro amico sforacchiato sdentato consunto.

Il liceo scientifico Galileo Ferraris, succursale delle Porte Palatine, mi ha accolto nell’anno di grazia millenovecentosessantotto, il 1° ottobre, San Remigio, mio quattordicesimo compleanno.

Quello stesso agosto, in vacanza da mio nonno Vincenzo, a Rovale in Sila, ascoltai alla radio le notizie dell’invasione sovietica della Cecoslovacchia: in casa di un candido contadino calabrese stalinista, io da sempre di sinistra, giurai che non sarei mai diventato comunista.

Gli dei erano Kerouac, Baudelaire, Rimbaud: poco più tardi, tra noi aspiranti artisti e intellettuali, Isidore Ducasse, Borges, Apollinaire, Parker, Warhol, Coltrane, Man Ray, Edward Weston, Eric von Stroheim, Eugène Atget, .…..

Ero riuscito a fare un abbonamento a Life, nel sessantotto: ho letto del Vietnam e del Black Panter Party, di Huey P. Newton, Gerry Rubin e Timothy Leary.

Parlare di Ginsberg, Corso e Ferlingetti era pane quotidiano, mescolati malamente a Calvino, Battisti, Celentano, Mike Bongiorno, Mita Medici, Jane Fonda, Charles Bronson, Raquel Welch, Steve McQueen e Candice Bergen.

Siamo impazziti per Arancia Meccanica e Amarcord, per Truffaut e Goddard, per Buñuel e Antonioni.

Al Gobetti andavamo per adorare Paolo Poli.

Al Centrale d’essai per passione e per distinguerci da tutti gli altri.

Abbiamo goduto ancora vivi Totò e Pasolini, Eduardo e Picasso, Mastroianni e Anna Magnani, Fabrizi e Chaplin, John Ford e Marilyn, Berlinguer e Paolo VI, Padre Pio e De Gaulle, Kennedy e Mao Dze Dong, Ho Chi Min e Churchill…..

Dimentico amori durati lo spazio di un mattino, o forse qualche anno: Arrabal, Patty Pravo, Vanilla Fudge, Peter Kolosimo, Ten Years After, Topor, Pietro Mennea e Igor Ter Ovanesian, Silvia Dionisio, Caballero, Playman, Gabriel Pontello, Il Monello, Epoca, Steve Reeves, Roberto Anzolin e Pietro Anastasi….. Laura, Germana, Mariagrazia, Giuliana ….

Rotolavamo verso il mare, d’estate, coi treni del sole e le frecce del sud stipati all’inverosimile con panini dentro le stagnole e bottiglioni di vino: ho visto indicibili, vaste famiglie scofanarsi con la pasta al forno dentro gli scompartimenti; poco più tardi, erano carovane di cinquecento, errequattro, centoventisette: cariche come camion africani, sempre con panini alla stagnola e pasta al forno infestante.

E se si rimaneva in città c’erano le spiagge del Sangone, i boschi della Pellerina e di Cavoretto.

Ma non ho neanche un dubbio, oggi ancora di più: la mia è stata la generazione più fortunata; non abbiamo subito le guerre, non abbiamo sofferto la fame, abbiamo potuto confrontare il quasi nulla col quasi tutto, il poco e il troppo: ieri col telefono a disco e lucchetto, oggi col palmare anche al cesso.

Abbiamo avuto la fortuna di passare dal ciuccio all’auto e dall’auto alla bicicletta…

Abbiamo vissuto il Sogno nell’età più bella: abbiamo potuto apprezzare quanto belli sono i sogniquando i sogni svaniscono e hai l’età giusta per poter capire tutto questo.

Sinceramente: penso che nessun’altra generazione – certo non i nostri padri e non i nostri figli, purtroppo – nel corso della storia sia stata più fortunata della nostra, comunque vada a finire.

Ottobre 2008

 

Sorì San Lorenzo di Edward Steinberg

San Lorenzo-1Questo è senza dubbio uno dei migliori libri mai scritti sul vino e lo ha scritto un americano che vive a Roma.

E’ il racconto di come nasce un grande cru di Barbaresco, un racconto fedele, appassionato, rigoroso. Un racconto denso di molte indicazioni che toccano tutte le varie discipline che hanno a che fare con la tecnica di “fare” il vino: geologia, climatologia, botanica, biologia, agronomia, chimica, fisica e, ultima ma non meno importante, psicologia. Il tutto condito con dovizia di amore, passione, tenacia.

Ma, come quasi sempre avviene perché la perfezione non è degli uomini, c’è un piccolo appunto da muovere. Un appunto linguistico che costituisce un errore di grammatica assai diffuso: il termine tecnico che indica il vigneto piantumato seguendo parallelamente il pendìo della collina che lo ospita in corretto italiano è rittochino, non ritocchino, come molti dicono e come è erroneamente tradotto nel libro. Per la precisione. Prego controllare su qualsiasi serio dizionario.

La copertina qui riprodotta è quella della prima edizione italiana di Slow Food del 1996. Angelo Gaja non manca mai di parlare di questo lavoro nei suoi interventi pubblici e ne snocciola le cifre del suo successo: 8 traduzioni, 80.000 copie vendute nei soli Stati Uniti, 500.000 copie totali vendute nel mondo. Uno di quei libri, sono circa 300 pagine, che non può mancare nella biblioteca di un appassionato di vino.

Jancis Robinson: Guida ai vitigni del mondo

J. Robinson1Per tutti coloro che a qualsiasi titolo si occupano di vino, questo è un volume fondamentale. La giornalista e scrittrice di vino inglese con questo lavoro, pubblicato nel 1998 da Slow Food Editore, fornisce uno strumento unico per la conoscenza, enciclopedica, dei vitigni che sono la base nel mondo della stragrande maggioranza dei vini che tutti beviamo.

Sono circa 800 i vitigni che la Robinson esamina in questo libro: ne fornisce le caratteristiche principali, le variazioni di denominazione a seconda dei luoghi dove sono coltivati, i vini cui danno vita.

Un libro che non può mancare negli scaffali di chiunque si occupa di vino, professionista o semplice amatore che egli sia.

E’ un volume che per davvero consiglio vivamente a tutti. Saranno soldi ben spesi e una lettura di grande interesse. Da consultare spesso e volentieri per risolvere dubbi e incertezze in un ambito in cui, spesse volte, si incontrano inesattezze e informazioni fuorvianti. Una materia che invece la Robinson tratta con indubbia competenza e rigore scientifico: semplicemente straordinario, una vera bibbia per il nostro settore.

Il magnifico cous cous di Ilham al Bar Elena
M. Pollan, In difesa del cibo – B. Bigazzi, Osti custodi

Pollan-1Questi due volumi sono i libri che ho scelto per accompagnare le mie vacanze usate sotto gli olivi centenari della Masseria Mattinatella, sul Gargano come sempre. Quest’anno ho durato più fatica del solito a leggere. Quasi la vacanza toccasse anche la sacra area della lettura: probabilmente avevo necessità di fare del vuoto anche da quelle parti, costituendo la lettura una delle mie principali attività nel corso dell’anno.Bigazzi-1

In verità, l’approccio non è stato molto incoraggiante: il libro di Pollan, al contrario del precedente – Il dilemma dell’onnivoro – una lettura che su questo sito ho recensito e che non mi stanco di consigliare a chiunque, mi pareva a tutta prima la solita, furba, stanca operazione di marketing buona soltanto a far crescere il conto in banca dell’autore, prestigioso docente di giornalismo a Berkeley e dunque abile scribacchino anche quando l’oggetto della scrittura è un argomento assai ovvio: i primi 15 capitoli di questo libro sembrano molto scontati, infatti. Ma sono sufficienti gli ultimi due capitoli per rendere questa lettura un esercizio per niente inutile, anzi di estremo interesse anche per il lettore europeo, francese e italiano soprattutto, quando il volume è confezionato su misura per il mercato nord-americano, non fosse altro che per la critica feroce che porta alle abitudini alimentari di quelle genti. Le tesi di Pollan sono queste: siamo sovralimentati e malnutriti; si spende sempre più in medicine e sempre meno in cibo; occorre fare attenzione non soltanto a quel che si mangia ma anche a come si mangia; l’America è il paese più ossessionato dalle diete e con più attenzione alle indicazioni dei nutrizionisti e, nel contempo, il paese che possiede in percentuale la maggior popolazione di obesi…Occorre cucinare e mangiare cibi veri e conservare abitudini tradizionali: è nella tradizione di un popolo la sua saggezza alimentare, venuta costruendosi su misura per quel certo clima, quel certo paesaggio, quelle certe risorse.

Costa 19,00 € e Adelphi ne è l’editore: soldi ben spesi, comunque.

Altra faccenda il libro, guida e manuale, di Bigazzi: quasi una logica conseguenza delle tesi sostenute da Michael Pollan. Una trentina di cuochi, associati alla Gioconda Accademia degli Osti Custodi (fondata nel 2003 da Bigazzi con Raspollini, Zanini, Cremona, Quirini e Tizzanini, a Arezzo), suggerisce oltre 500 menù, divisi per le tre aree geografiche italiane e per le quattro stagioni: tutti menù tradizionali. Non è una raccolta né completa né enciclopedica (mancano specialità come Bagna Caoda, Finanziera, Olive Ascolane, Ribollita, ‘Nduja, ecc.) ma molto interessante da tenere in casa e da consultare. Preziose sono le pagine in cui Beppe Bigazzi indica i produttori delle materie prime. La sua tesi, non soltanto condivisibile ma da sostenere come un credo, è: “Non esiste una cucina seria senza materie prime serie”. Editore Giunti e 20,00 € ben spesi, anche se si deve leggere nell’introduzione di Carlo Raspollini (pg. 18): “Matriciane”….

La cucina futurista

Cuc. Fut.-1L’ho notato qualche mese fa esposto nella vetrina di una grande libreria antiquaria torinese. Sono entrato e ne ho chiesto il prezzo, sul serio intenzionato a acquistarlo: 1.500 €! Questa è la quotazione della prima edizione, Milano 1930 – editore Sonzogno, di questo volume esilarante di cui tanto e assai s’è parlato, in questo che è l’anno in cui ricorre il centenario della prima stesura del manifesto futurista di Marinetti.

L’edizione che sono riuscito a comprare è quella recente, in copia anastatica, di Viennepierre, molto bene introdotta da Pietro Frassica (docente alla Princeton University), e che costa molto più abbordabili 20 €.

Lo sciocco che legge questo volume dei due bellimbusti, Filippo Tommaso Marinetti e Luigi Colombo (Fillia), pensando di leggere un libro di cucina, sciocco si conferma.

Cuc. Tennis-1Non è un libro di cucina: questo volume è una esilarante sequenza di provocazioni, assurdità, ossimori, eresie, fantasticherie, barzellette, sogni, stravolgimenti che sono architettati nei dintorni di cibo e bevande. E’ una lettura strepitosa che necessita di approccio dialettico, storico, linguistico.

Non voglio dilungarmi oltre, cito soltanto la seconda parte del celebre Manifesto della cucina futurista, riportato nel libro ma pubblicato il 28 dicembre del 1930 su La Gazzetta del Popolo di Torino, città che ospitò, in via Vanchiglia, 2, la Taverna del Santopalato, inaugurata l’8 marzo del 1931 con il primo pranzo ufficiale futurista a base di: carneplastico, dolcelastico, aerovivanda, ultravirile, pollofiat e innaffiato con Vini Costa, Birra Metzger e Spumanti Cora. Ricordo, legato a Marinetti, il Sollazzo Gastrico di via Palazzo di Città che chiudeva nella stagione felice del Postino Cheval, alla fine degli anni settanta.

“Il pranzo perfetto esige:

1. Un’armonia originale della tavola (cristalleria vasellame addobbo) coi sapori e colori delle vivande.

2. L’originalità assoluta delle vivande.

Il Carneplastico. Esempio: Per preparare il Salmone dell’Alaska ai raggi del sole con salsa Marte, si prende un bel salmone dell’Alaska, lo si trancia e passa alla griglia con pepe e sale e olio buono finchè è bene dorato. Si aggiungono pomodori tagliati a metà preventivamente cotti sulla griglia con prezzemolo e aglio. Al momento di servirlo si posano sopra alle trancie dei filetti di acciuga intrecciati a dama. Su ogni trancia una rotellina di limone con capperi. La salsa sarà composta di acciughe, tuorli d’uova sode, basilico, olio d’oliva, un bicchierino di liquore italiano Aurum, e passata al setaccio. (Formula di Bulgheroni, primo cuoco della Penna d’Oca). Esempio: Per preparare la Beccaccia al Monterosa salsa Venere, prendete una bella beccaccia, pulitela, copritene lo stomaco con delle fette di prosciutto e lardo, mettetela in casseruola con burro, sale, pepe, ginepro, cuocetela in un forno molto caldo per quindici minuti innaffiandola di cognac. Appena tolta dalla casseruola posatela sopra un crostone di pane quadrato inzuppato di rhum e cognac e copritela con una pasta sfogliata. Rimettetela poi nel forno finchè la pasta è ben cotta. Servitela con questa salsa: un mezzo bicchiere di marsala e vino bianco, quattro cucchiai di mirtilli, della buccia di arancio tagliuzzata, il tutto bollito per 10 minuti. Ponete la salsa nella salsiera e servitela molto calda. (Formula di Bulgheroni, primo cuoco della Penna d’Oca).

3) L’invenzione di complessi plastici saporiti, la cui armonia originale di forma e colore nutra gli occhi ed ecciti la fantasia prima di tentare le labbra.

Esempio: Il Carneplastico creato dal pittore futurista Fillìa, interpretazione sintetica dei paesaggi italiani, è composto di una grande polpetta cilindrica di carne di vitello arrostita ripiena di undici qualità diverse di verdure cotte. Questo cilindro disposto verticalmente nel centro del piatto, è coronato da uno spessore di miele e sostenuto alla base da un anello di salsiccia che poggia su tre sfere, dorate di carne di pollo. Equatore + Polo Nord. Esempio: Il complesso plastico mangiabile Equatore + Polo Nord creato dal pittore futurista Enrico Prampolini è composto da un mare equatoriale di tuorli rossi d’uova all’ostrica con pepe sale limone. Nel centro emerge un cono di chiaro d’uovo montato e solidificato pieno di spicchi d’arancio come succose sezioni di sole. La cima del cono sarà tempestata di pezzi di tartufo nero tagliati in forma di aeroplani negri alla conquista dello zenit. Questi complessi plastici saporiti colorati profumati e tattili formeranno perfetti pranzi simultanei.

4) L’abolizione della forchetta e del coltello per i complessi plastici che possono dare un piacere tattile prelabiale.

5) L’uso dell’arte dei profumi per favorire la degustazione. Ogni vivanda (deve essere preceduta da un profumo che verrà cancellato dalla tavola mediante ventilatori.

6) L’uso della musica limitato negli intervalli tra vivanda e vivanda perchè non distragga la sensibilità della lingua e del palato e serva ad annientare il sapore goduto ristabilendo una verginità degustativa.

7) L’abolizione dell’eloquenza e della Politica a tavola.

8) L’uso dosato della poesia e della musica come ingredienti improvvisi per accendere con la loro intensità sensuale i sapori di una data vivanda.

9) La presentazione rapida tra vivanda e vivanda, sotto le nari e gli occhi dei convitati, di alcune vivande che essi mangeranno e di altre che essi non mangeranno, per favorire la curiosità, la sorpresa e la fantasia.

10) La creazione dei bocconi simultanei e cangianti che contengano dieci, venti sapori da gustare in pochi attimi. Questi bocconi avranno nella cucina futurista la funzione analogica immensificante che le immagini hanno nella letteratura. Un dato boccone potrà riassumere una intera zona di vita, lo svolgersi di una passione amorosa o un intero viaggio nell’Estremo Oriente.

11) Una dotazione di strumenti scientifici in cucina: ozonizzatori che diano il profumo dell’ozono a liquidi e a vivande, lampade per emissione di raggi ultravioletti (poichè molte sostanze alimentari irradiate con raggi ultravioletti acquistano proprietà attive, diventano più assimilabili, impediscono il rachitismo nei bimbi, ecc.), elettrolizzatori per scomporre succhi estratti ecc. in modo da ottenere da un prodotto noto un nuovo prodotto con nuove proprietà, mulini colloidali per rendere possibile la polverizzazione di farine, frutta secca, droghe, ecc., apparecchi di distillazione a pressione ordinaria e nel vuoto, autoclavi centrifughe, dializzatori. L’uso di questi apparecchi dovrà essere scientifico, evitando p. es. l’errore di far cuocere le vivande in pentole a pressione di vapore, il che provoca la distruzione di sostanze attive (vitamine, ecc.) a causa delle alte temperature. Gli indicatori chimici renderanno conto dell’acidità e della basicità degli intingoli e serviranno a correggere eventuali errori: manca di sale, troppo aceto, troppo pepe, troppo dolce.”

Altro che Ferran Adrià: ma questi erano Artisti veri!

Pietro Aretino, Le Lettere

Aretino-1Pietro Aretino nacque in Arezzo il 20 aprile 1492, figlio di un calzolaio e di una celebre cortigiana, Margherita dei Bonci. Visse a Roma, Mantova e Venezia dal 1527 fino alla morte, avvenuta il 21 ottobre 1556, probabilmente a causa di un colpo dovuto a una solenne indigestione.

Non c’è dubbio che l’Aretino – molto conosciuto come poeta sconcio dei Sonetti Lussuriosi - sia stato uno dei giganti del ’500 italiano: per le opere, per il carisma. per la lucida veggenza, per i rapporti con artisti, intelletuali, religiosi e potenti.

Scrisse lavori importanti come i Ragionamenti, i Dubbi Amorosi, il Dialogo, le Vite dei Santi e sono molto apprezzate le sue commedie, tra le quali La Cortigiana e Il Marescalco. Ma è nelle Lettere che ha dato la prova più importante e ha lasciato la traccia più profonda: egli è il primo che concepisce questa forma, peraltro molto frequentata allora (ma quasi esclusivamente in latino), come opera letteraria: è da lui che trae origine il romanzo epistolare. E’ una lettura impegnativa e faticosa, ma sorprendente, zeppa di riferimenti, di commenti a fatti storici, di pettegolezzi, di apprezzamenti per cibo e vino, di tenerezza infinita per le figlie, Adria e Austria. Per chi volesse cimentarsi in una lettura di grande interesse e sommo piacere, e ne possiede com’è ovvio i mezzi tecnici (occorre conoscere molto bene l’italiano e districarsi in una lingua che non è quella degradata dei giorni nostri), questi due volumi (sono circa 1300 pp. e introduzione, note e indici analitici sono da leggere con particolare attenzione) della gloriosa Bur sono un mio consiglio particolare.

“..Mi rincrebbe il vostro non lasciare ogni altra cosa per comparir tra la graziosa caterva de i vertuosi che vi aspettavano e con il core e con l’animo, per la disputa che in materia de la solenne bevanda che per comandamento del Duca mi si mandò da Pesaro, si fece sopra le vertù del vino ottimo qual è quella, e non buono qual son gli altri. Onde si concluse, in laude della sua perfezzione, che tale soavità de liquore, temperatamente bevuta, moltiplica le forze, cresce il sangue, colorisce la faccia, desta l’appetito, fortifica i nervi, rischiara la vista, ristora lo stomaco, provoca l’urina, incita il sonno, discaccia la malinconia e rende l’allegrezza. Sì che «beva l’acqua chi vuole», disse un pedante a cui la taverna era suta scola; egli, insieme co noi, a caso allegava a lo Anechino che gli antichi non ne beevano mai, cosa che ai moderni va sì poco per fantasia, che ognuno in coppe, in chiari bicchieri e in gran Tazze giù lo tracanna, Francescamente, Tedescamente e Talianamente, imperoché, essendo come dee essere, sodisfa a la bocca col sapore, al naso con l’odore, a gli occhi con il colore e a l’orecchie con il favore del paese donde viene, per tor la sete, che è la prima ragione, per dilettare, ch’è la seconda causa, per torre altri dal senno, ch’è la terza pratica, per adormentare, ch’è è l’ultimo di lui miracolo ecc.”.

Questa lettera, la 589 (di oltre 700 che pubblicò in sei volumi), è stata scritta a Iacopo Tatti, detto il Sansovino perché allievo di Andrea Contucci, architetto e scultore nato a Monte San Savino (1467/1529) e amico del Vasari. Il Sansovino era, con Tiziano Vecellio, uno degli intimi di Pietro: con questo scritto lo rimbrotta per non essere stato presente alla grande bevuta, con altrettanto grande disputa (Luigi Anichini, citato, era un altro degli amici di Pietro e tra i più grandi incisori e orafi del tempo), della “solenne bevanda” mandata dal Duca di Urbino. E’ uno scritto da cui si comprende l’amore viscerale di Pietro per il vino, per la buona tavola, per gli amici, per i rapporti con i potenti. E la sua lingua è bellissima.

Roberto Garosci e il suo “Bella Rosina”

Tre o quattro anni fa, Roberto Garosci mi aveva fatto sapere che avrebbe avuto piacere di esporre i miei quadri in occasione dell’imminente inaugurazione del suo magnifico relais, Bella Rosina, dentro la Tenuta della Mandria, tra Venaria Reale e Fiano. La Reggia era ancora in fase di restauro: pochi sapevano la bellezza della Galleria di Diana e le Olimpiadi erano ancora un grande cantiere e una scommessa azzardata.

Per anni, anni in cui tutto è successo in Torino e dintorni, di Roberto Garosci e del suo Bella Rosina nulla ho più saputo fino a l’altro ieri: venga giù da me ché siamo finalmente pronti all’inaugurazione del Relais per il 14 settembre. Porca miseria: il meglio della mia produzione è in India, al Radisson di Delhi! Dovrò esporre i pezzi della mia piccola collezione privata e qualcosa che ho tenuto da parte: oltretutto, ho anche una piccola esposizione in Ancona. Pare che si sveglino tutti nello stesso momento, come sempre!

Il posto è per davvero bello, assediato dai mille verdi di boschi centenari, sorvegliato dalle prime alture delle Alpi, confezionato dentro un bozzolo di silenzi antichi e riportato a nuovi splendori da un lavoro attento e colto. Straordinario questo cascinale, alcova contadina donata dal Savoia Ruspante alla Bella Vercellana.

Roberto mi mostra con orgoglio la realizzazione del suo sogno, costato sei lunghi anni di lotte perlopiù burocratiche: questo nostro magnifico paese ha sviluppato la dannata capacità di frapporre quanti più ostacoli tra i sogni e la loro realizzazione; e più i sogni sono progetti utili alla comunità e intelligenti e innovativi, maggiori sono le barriere, i fossati, i dedali che la burocrazia genera, quasi a scoraggiare la volontà e la tigna di chi è capace di sognare….

Non entro nei dettagli: è sufficiente andare, per un primo approccio, sul sito www.bellarosina.it e si soddisfano tutte le curiosità e le notizie desiderate.

Questo luogo è stato ideato e progettato per essere davvero un posto in cui il benessere del cliente possa essere soddisfatto con visione olistica di quel che significa ecologico e biologico: i prodotti usati nel ristorante sono coltivati negli orti e nelle serre a due passi dal relais. L’energia è fornita da pannelli solari, i rifiuti sono smaltiti o riciclati secondo rigorose procedure.

A me, com’è ovvio, preme parlare di come ho mangiato, e bevuto.

Roberto ha investito su un giovane chef torinese, Luigi Calisse, non ancora trentenne che si è formato a Torino, ha fatto le sue debite esperienze tra Inghilterra, Germania e Stati Uniti, è tornato nella sua città dove ha lavorato nelle cucine di grandi hotel, è passato dal Cambio e s’è smazzato le dovute Olimpiadi. Da La Drogheria di piazza Vittorio, a fine 2008, Roberto Garosci se lo è portato nel suo relais. E’ uno di quelli bravi; di quelli che amano cucinare, di quelli che sono curiosi e che vogliono crescere. Di seguito le descrizioni di alcune specialità che ho assaggiato e alcune foto. I vini sono di Gian Piero Marrone, produttore di La Morra poco conosciuto perché esporta quasi tutta la produzione: ho bevuto un’ottima Barbera d’Alba, corretta, pulita.

Mi auguro che i torinesi, i miei adorati, provincialissimi torinesi e piemontesi, sappiano apprezzare appieno l’impresa di un altro tra i miei amici imprenditori visionari. Un altro torinese, piemontese.

Il Lacrima di Morro d’Alba di Marotti Campi

LacrimaHo conosciuto il Lacrima di Morro d’Alba nel 1996, quando andai alla prima edizione di Parco Produce in Ancona. Tornai a Torino con sei bottiglie di Stefano Mancinelli: ero entusiasta dei sentori di questo vino raro, prodotto di un vitigno autoctono molto antico.

Allora non eravamo in molti, fuori dalle Marche, a conoscere e apprezzare il Lacrima. Da quegli anni tutto è cambiato: le aziende iscritte all’albo dei vigneti sono passate da poco più di una trentina a oltre sessanta e gli ettari vitati dai 30 dell’88/89 ai quasi 200 del 2004/5, con una produzione di oltre 12.000 hl: dunque un successo incontestabile, forse un poco eccessivo a mio parere, con alcune etichette non di grande qualità. Ma questo succede sempre quando un vino diventa di moda!

Non conoscevo l’Azienda Marotti Campi, mi sono fidato di Stefania: e ho fatto bene, perché ho avuto l’opportunità di conoscere e bere il Rùbico, un Lacrima con caratteristiche uniche che non avevo mai avuto il piacere di assaggiare  prima d’ora. Bisogna premettere che ci si trova al confronto con una realtà che da almeno un secolo vive e lavora nel comune di Morro (a nord di Ancona, sulla direttrice Jesi-Senigallia), con oltre 100 ha di proprietà di cui più della metà destinati a vigna. Mi hanno spedito tre bottiglie: il Donderè 2005 (50% Petit Verdot, 25% Cabernet Souvignon, 25% Montepulciano), Xyris 2008 (Mosto di Lacrima parzialmente rifermentato con 7% di alcol) e Rùbico 2008.

Io non amo i vini cosidetti internazionali e questo Donderè, pur corretto e di buona qualità, mi ha lasciato indifferente. Altrettanto lo Xyris che è un vino per giovani e per fanciulle di quelle che non si possono definire appassionate di vino: è pur vero che un’azienda deve pensare al bilancio e avere in cantina prodotti che possano toccare target diversi, dunque nulla da dire; io non sono un consumatore che fa testo, ci mancherebbe! E poi ho bevuto questa schioppettata di Rùbico 2008: 13% di alcol e dei tannini da far saltare un morto! Colore intenso che fascia la lingua con un corpo importante e lungo e vinoso.

Mi è piaciuto per davvero tanto. E sulla carta ha lasciato degli antociani blu scuro che nemmeno un Montepulciano di quelli da taglio si sogna! E i lavori sono venuti come si deve, forse con uno dei miei capolavori (ovvio che mi riferisco alle mie personali e poco autorevoli sensazioni…). Gran vino, questo Lacrima di Morro D’Alba Rùbico 2008, Azienda Giovanni e Francesca Marotti Campi.

Appena possibile, pubblicherò i lavori che stanno asciugando.

New Delhi Radisson show by Vincenzo Reda

http://in.news.yahoo.com/48/20090630/804/tnl-art-alive.html

La mia personale al ristorante Med dell’Hotel Radisson a New Delhi.

Lo chef torinese Giovanni Leopardi ha voluto in occasione dell’inaugurazione del ristorante – con inviti di prestigio e in particolare alla presenza dell’ambasciatore italiano in India, S.E. Roberto Toscano – i miei quadri in arrivo direttamente dagli USA.

I miei quadri e io apprezziamo sempre molto  l’abbinamento con le  superbe preparazioni cucinarie di Giovanni, grande amico e chef insuperabile.

I colori della laguna di Petexbatun, Petén (Guatemala)

La Laguna di Petexbatun, qui dopo un’alluvione che ne ha innalzato il livello di molti metri (autunno 2008), si trova a sud-ovest di Flores, nella foresta tropicale del Petén in Guatemala e confina con il Chiapas meridionale messicano. E’ un posto di straordinaria bellezza: animali e piante esotiche sono custodi di innumerevoli siti maya, molti ancora inesplorati. La laguna è una diretta conseguenza delle golene del Rio de la Pasion, autentica autostrada dei Maya per oltre un millennio e mezzo.

Pier Paolo Pasolini, da Scritti Corsari

14 novembre 1974. Il romanzo delle stragi (Corriere della sera)

Ritratto di PPP fotografato al Salone del Libro di Torino 2009

“Io so.

Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe ( e in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere).

Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.

Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.

Io so i nomi del «vertice» che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpes, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli «ignoti» autori materiali delle stragi più recenti.

Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969), e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).

Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della CIA (e in second’ordine dei colonnelli greci e della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il 1968, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della CIA, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del referendum.

Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neofascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine a criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggi grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.

Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani e no, che si sono messi a disposizione, come killer e come sicari.

Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.

Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.

Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.

[....]

Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.

All’intellettuale – profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana – si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi i problemi morali e ideologici.

Se egli vien meno a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo…..”

Sono sufficienti pochissime correzioni per rendere attuale questo scritto straordinario, vecchio di 34 anni; qualche nome è mutato, forse neppure tutti. Ma lo schema è il medesimo. Purtroppo manca tanto, oggi, Pier Paolo Pasolini, o anche solamente uno che ne abbia raccolto il pesante fardello.

E’ troppo scomodo oggi essere scomodi.

Dicembre 2008

Abu Nuwàs. Il poeta iracheno del vino

Amici, in nome di Dio, non mi scavate

la tomba se non a Qutrabbul,

tra i frantoi e le vigne; non mi mettete
vicino alle spighe.

Chi sa che io non senta nella mia fossa,
quando si pigia il vino, il calpestio
dei piedi.

“Le mille e una notte” è un testo che tutti dicono di conoscere, non foss’altro che per le storie, ormai entrate nell’immaginario collettivo e saccheggiate in ogni possibile modo dalla fame di esotico del nostro Occidente, di Alì Babà e di Aladino; in realtà, ben pochi hanno letto quel tesoro ineguagliabile di storie che comprende le tradizioni indiane, persiane, irachene e egiziane, la cui compilazione si estende per molti secoli e che fu portato in Europa, alla corte del tramontante Re Sole, tra il 1704 e il 1717, dal francese Antoine Galland.
Comincio da questo libro perché qui, diverse volte, sono raccontati aneddoti che riguardano il libertino, sodomita, ubriacone poeta di corte Abu Nuwàs.
Egli si chiamava al-Hasan ibn Hani (760-815 circa), era nato a Ahwàz in Persia da padre arabo e madre persiana, ma visse tra Bàssora e Baghdàd alla corte prima del mitico califfo Harùn ar-Rashìd (il Califfo delle “Mille e una notte”) e poi del successore di questi, suo figlio al-Amìn.
Erano gli anni, quelli, del dominio Abbaside, iniziato nel 750 e durato fino al 1258, la capitale dei domini arabi era appunto Baghdàd e la cultura straordinaria che quella dinastia contribuì a sviluppare e a diffondere influenzò in modo per certo importante l’Occidente: l’influenza araba sulla civiltà europea del medioevo non è posta nel dovuto rilievo nell’insegnamento della storia nelle nostre scuole, ma non è questa la sede di una tale polemica.
Abu Nuwàs (soprannome che significa “Il ricciutello”): “Godeva, stando a quanto si racconta, di una condizione fisica straordinaria. La perfezione delle sue forme e la sua grazia riempivano gli occhi di chi lo guardava. Nessuna meraviglia dunque per i molti cuori che ha spezzato, tanto con questi pregi quanto con il suo genio di poeta. Tutta la gioventù di Basra voleva essergli amica, per l’attrazione erotica che esercitava così come per il piacere della sua compagnia”. Lo racconta così Ahmad al-Tifachi, un erudito tunisino che visse tra il 1184 e il 1253, a cui si deve la compilazione di un testo sui costumi sessuali del suo tempo che è un gioiello di freschezza, chiarezza e approccio quasi scientifico ai temi, che noi cristiani diremmo scabrosi, che affronta; si tratta di omosessualità maschile (tema in cui il nostro Abu Nuwàs è raccontato in molte testimonianze come uno degli esponenti più famosi) e femminile, di prostituzione, dei più vari costumi e vizi sessuali con grande naturalezza e senza alcun pregiudizio. Ricorda, questo testo arabo del XIII secolo, il celeberrimo (anche qui, tutti lo conoscono e quasi nessuno lo ha letto) “Kamasutra” di Vatsyayana, autore seguace della corrente Carvaka, che equivale alla nostra filosofia epicurea e, poi, del “Carpe diem”.
Il contesto storico e culturale entro cui agisce Abu Nuwàs, le civilissime Baghdàd e Basra (la Bàssora di oggi), è per quei tempi il più evoluto, tollerante, multietnico e multilingue; ebrei, cristiani, musulmani convivono in un ambito sociale di straordinaria tolleranza.
Nei versi del Nostro s’incontrano notti e giornate consumate, all’insegna del piacere sempre gaudente, sempre estetico, dentro gli accoglienti conventi cristiani, depositari della scienza del vino, dentro le bettole, dentro le case di tolleranza in cui fanciulli e fanciulle potevano essere comprati, con la loro assoluta compiacenza, per il piacere delle allegre compagnie: e sono scene di grande bellezza, scene in cui il fanciullo è ammirato e desiderato fin dal momento in cui serve le coppe della magica “Khamr” (sostantivo femminile che in arabo definisce il vino), la sposa con la quale si passerà la notte. Mai volgarità, mai bassezze, mai violenza: i fanciulli e il vino sono strumenti di piacere reciproco, magari contrattati, magari anelati invano, magari irraggiungibili, ma sempre poetici, estetici, definitivi.

 

Il vino è luce:


“Se ci mescolassi luce, essa si mescolerebbe
con lui, e ne nascerebbero altre luci
e fulgori.
Circola quel vino tra i giovani, cui si piega
docile il destino, dando loro soltanto
le sorti da essi volute”.
Il vino è “profumo del mondo”:
“Un vino cui padre è l’acqua, e madre
la vigna, e nutrice la calura
meridiana bollente.
…..
Vino ebreo di lignaggio, musulmano
di territorio, siro di esportazione,
iracheno di nascita.
E’ del paese dei Magi, ma ha lasciato
I suoi correligionari, per odio del fuoco
che presso di loro si attizza.”

Io ho amato nella mia gioventù lontana Charles Baudelaire, l’ho amato profondamente: i suoi fiori maledetti sbocciati sul vino mi parevano sublimi; fiori di una civiltà che il vino l’ha insegnato al mondo intero; ma poco o niente in confronto ai versi del “ricciutello” di Baghdàd:

“Fate circolare la coppa, e si dileguerà
la sventura, e il mio occhio godrà
lo squisito profumo del mondo.
Un vino nel cui luccichio brilla il lampo,
e quando si svela alla vista, questa
ne è quasi accecata.
…..
Mescolato, cresce il suo profumo,
quasi cenno d’assenso di chi ami
a tutto ciò che ami.”

Certo, il paese di Baudelaire il vino l’ha insegnato al mondo intero; ma il paese di Abu Nuwàs il vino l’ha creato: nella Mesopotamia, la terra tra i due fiumi, la Vitis Vinifera Sativa è stata addomesticata e diffusa a occidente e a oriente.
Poi la Storia s’ingarbuglia e s’attorciglia: oggi beviamo il vino che è originario delle terre della Mesopotamia e che è innestato sui portainnesti americani; noi beviamo quel vino, mentre i due paesi si sono appena fatti la guerra ( la guerra, probabilmente, è un’invenzione o una scoperta, come la vite, di quelle terre tra i due fiumi).

Nota: per lo scritto di cui sopra sono debitore a Enrico Tallone. E’ dalla sua edizione del 1990 “Antologia Bacchica”, commentata e tradotta dal grande arabista Francesco Gabrieli (curata dal quale ho anche l’edizione Einaudi de “Le mille e una notte”), pubblicata in 436 esemplari e composta con il prezioso carattere disegnato da William Caslon, che ho preso spunto e citazioni.

Il vigneto di Pompei di Mastroberardino

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L’appuntamento annuale che si svolge, ormai per tradizione più che decennale nella metà del mese di novembre, a Paestum e dedicato al mondo affascinante dell’archeologia, costituisce da sempre per me occasione di nuovi incontri, nuove conoscenze, stimoli importanti.

L’edizione scorsa, partecipando giovedì 13 novembre al convegno:”Antichità e turismo enogastronomico: gli archeologi della vite e del vino”, ho avuto modo di conoscere il Prof. Piero Mastroberardino.

Persona di grande cultura e grande fascino: attuale Presidente dell’azienda Mastroberardino, nonché Ordinario di Economia e Gestione delle Imprese presso l’Università degli Studi di Foggia – già dal 2001 -, impegnato in Confindustria, più volte consulente per conto del Ministero delle Politiche Agricole, è anche un appassionato sportivo, essendo il golf la sua disciplina (chi mi conosce ben sa che considero questa attività poco sportiva e molto ludica, considerando io lo sport espressione di scontro, fatica, sudore, sofferenza, dolore….ma sono considerazioni per certo assai personali e non per necessità condivisibili).

Nel corso del convegno il Prof. Mastroberardino ha illustrato la magnifica iniziativa che la sua prestigiosa azienda ha intrapreso nel 1996, su incarico della Soprintendenza Archeologica di Pompei: il ripristino sperimentale di alcuni vigneti che per certo erano coltivati all’interno della cinta muraria della città e di cui l’eruzione del 79 d.C. ha conservato tracce importanti.

Per una superficie totale di circa 1 ettaro, 5 vigneti – Oste Eusino, Casa della Nave Europa, Osteria del Gladiatore, Foro Boario, Casa del Triclinio Estivo – sono stati impiantati con i vitigni autoctoni Piedirosso e Sciascinoso, usando le stesse tecniche, accertate da importanti ritrovamenti e studi archeologici, di 2000 anni fa.

Gli studi sono stati condotti dallo staff del Laboratorio di ricerche applicate della Soprintendenza archeologica di Pompei. Il Laboratorio, istituito nel 1995 e diretto dalla biologa ambientale Annamaria Ciarallo, studia gli ambienti naturali del 79 d.C. dell’intera area vesuviana e si avvale della collaborazione di numerosissime Università italiane e straniere.
Dentro al vigneto del Foro Boario, il più grande, davanti alle rovine dell’anfiteatro e vicino alla palestra grande, si trova l’antica cella vinaria: un piccolo edificio con 10 doli interrati, grandi contenitori in terracotta dove avveniva il processo della vinificazione.

Nel 2001 si è avuto il primo raccolto con la prima vinificazione e l’affinamento in legno: 1.721 bottiglie di Villa dei Misteri, Pompeiano IGT rosso, uvaggio 90% Piedirosso e 10% Sciascinoso. Il vino è stato affinato per 12 mesi in barrique e per 6 mesi in bottiglia: è un vino di profumo ampio, complesso, intenso, speziato con note di frutti di bosco. Alla lingua risulta equilibrato, ben strutturato, avvolgente.

L’intera partita è stata battuta all’asta all’Hotel Cavalieri Hilton di Roma e i proventi sono stati interamente reinvestiti per il restauro dell’antica cella vinaria nel vigneto del Foro Boario.

Pur se notissima, necessita ricordare che l’Azienda Mastroberardino fu costituita già nel 1878 dal trisavolo del Prof. Piero, Cavalier Angiolo Mastroberardino, ma è certo che già dal 1750, almeno, la famiglia era già attiva nella viticoltura del posto.

E’ una grande azienda con circa 200 ettari di proprietà e altri 150 che conferiscono le uve, situati tra le province di Benevento e Avellino, con una zona importante posta sulle pendici del Vesuvio.

Inutile e pleonastico ricordare il Radici Taurasi DOCG, Il Fiano Avellino e il Greco di Tufo, entrambi DOCG; ultimo, solo in ordine di menzione, il Naturalis Historia Taurasi DOCG (il 2003 fu la prima annata che potè fregiarsi di tale marchio di qualità).

Ho un ricordo personale di quando, Amministratore Delegato di una importante azienda editoriale del settore ragazzi e anche Vicepresidente dei Giovani industriali della Confindustria di Torino, percorrevo quelle zone della Campania per lavoro e qualcuno dei miei collaboratori di allora, conoscendo la mia passione, mi faceva bere questi vini, deliziosi ma allora quasi esotici: grazieaddio, i tempi stavolta sono cambiati per il meglio!

Di seguito riporto alcune parole illuminanti scambiate con il Prof. Piero Mastroberardino.

Professore, quali sono le caratteristiche del suolo, in questo sito che definire atipico è solo un eufemismo, e che tipo di preparazione (scasso) è stato fatto?
È un suolo tipicamente vulcanico, sciolto, con pomici già a 30 cm dal piano di terra; non è stato possibile eseguire lo scasso, vista l’area archeologica, ma si è proceduto scavando delle trincee a mano prima della messa  a dimora.

Che tipo di sesto d’impianto avete scelto?
A densità elevata, con sesto 1,2 mt x 1,2 mt, come da ricostruzione a seguito degli scavi archeologici. È stato riprodotto il sesto d’impianto originario.


Che tipo di portainnesti sono stati usati, o le viti sono (come spesso sui terreni vulcanici e sabbiosi) franche di piede?
La quantità di argilla nel terreno è comunque in misura tale da consentire lo sviluppo eventuale della fillossera (l’afide è infatti stato riscontrato su foglie di viti americane presenti all’interno dell’area archeologica); il portinnesto maggiormente impiegato è l’SO4.


Che tipo di cura della vigna si è scelta e spero non usiate diserbanti.
Concimiamo ogni tre anni, il terreno è tenuto inerbito (in modo da limitare anche la vigoria delle viti), non si impiegano diserbanti, la lotta è del tipo integrata, le operazioni colturali sono ovviamente tutte manuali.

Fate diradamento?
La produzione dei vitigni Piedirosso e Sciascinoso non necessita di diradamenti poiché la fertilità delle viti è molto contenuta. Diverso è il caso dell’Aglianico, per il quale più recente è l’avvio della sperimentazione nel sito. Sull’Aglianico i diradamenti saranno effettuati secondo i protocolli che normalmente impieghiamo nelle altre nostre tenute.


Quando avviene la vendemmia?
Intorno alla seconda decade di ottobre.

Quali sono, più o meno, le rese e come si presenta l’evoluzione delle ultime annate?

Le rese delle ultime tre annate sono state abbastanza in linea, con quantità oscillanti dai 25 ai 30 quintali.


Mi vuol dire due parole a proposito del futuro del progetto?
Il progetto è in via di ampliamento, attraverso la concessione di ulteriori siti da destinare a futuri impianti di vigneto, puntando questa volta sul vitigno Aglianico.


Mi dica anche qualcosa sulla filosofia dell’azienda Mastroberardino circa la conoscenza e la cultura della vite.
Il nostro impegno plurigenerazionale è stato sempre dedicato alla salvaguardia, tutela e divulgazione della cultura delle varietà autoctone della nostra regione viticola, con particolare riferimento ad Aglianico, Greco, Fiano, Piedirosso, e altre varietà di minore rilievo ma di equivalente potenzialità qualitativa. Tale impegno ha consentito di creare le basi per un movimento della vitienologia campana che rappresenta oggi una importante realtà su base internazionale, riconosciuta come una delle zone in grado di esprimere le più elevate qualità di produzione. Ciò è anche dimostrato dagli importanti riconoscimenti della critica di questi anni, che, in particolare negli ultimi periodi, hanno portato i nostri Taurasi DOCG, il Radici e il Naturalis Historia, ai vertici delle graduatorie di gradimento da parte dei critici di settore italiani e internazionali. Tale coerenza di prospettiva di qualità territoriale ha anche contribuito a far percepire la classicità della marca Mastroberardino, che non è stata negli anni abbacinata da tentazioni modaiole, mantenendo il proprio rigore e rispetto dei valori della terra d’origine.

Professore, La ringrazio molto per la disponibilità e, augurando a Lei e alla sua Azienda di continuare su questa strada direi illuminata, spero che altre realtà produttive in questo settore decidano per il futuro di abbracciare con coraggio la scelta di investire in sperimentazione e cultura.

Vincenzo Reda

Donna maya morta di parto gemellare.

morta di parto

Reperto di eccezionale interesse conservato presso il Museo di Guatemala City.

Una donna maya, di epoca classica, deceduta subito dopo aver dato alla luce, morti, due gemelli.

Fu ritrovata nella posizione esatta in cui è esposta al Museo .

Ho voluto mostrare questo reperto, che mi pare raccontare una storia di tenerezza tra le parentesi di una tragedia sconvolgente: non bisogna mai dimenticare che questi fatti erano letti in quelle culture e in quei tempi con sfumature diverse da come noi oggi, nel ricco occidente in cui la mortalità infantile è quasi inesistente, li interpretiamo: diversa lettura non significa né meglio, né peggio. Semplicemente  differente, un concetto a cui facciamo fatica ad accostarci, sempre intenti a fare paragoni e a stabile i più e i meno; le ragioni o i torti; le verità o le falsità. La Storia e la Realtà sono faccende molto più complesse e molto più semplici di come noi siamo stati educati a percepirle. Il progresso tecnologico ci ha tolto molte facoltà, in questo senso. Ma questo è un terreno minato.

Peggy Guggenheim

Poco più di un secolo fa, il 26 agosto 1898, nasceva a New York Peggy – il vero nome era Marguerite – Guggenheim, figlia di Benjamin e di Florette Seligman: due famiglie ricchissime di ebrei tedeschi emigrati nel XIX secolo in America a mettere insieme spropositate fortune con commerci e traffici nel campo delle miniere e della finanza.

Benjamin Guggenheim era il figlio “povero” e ribelle della sua potente e numerosa famiglia, figlio anche sfortunato che perì, pare da eroe, nell’aprile del 1912 vittima della tragedia del Titanic.

Peggy non era particolarmente ricca, né bella oltremodo o di particolare intelligenza e cultura: per quelle vie che in maniera misteriosa dipanano le vite di certe persone si ritrovò a essere vicina a personaggi che le inculcarono l’interesse per l’arte moderna, e che personaggi: Samuel Becket, Marcel Duchamp, Max Ernst – suo secondo marito…

Capitò a Parigi nei primi anni venti e conobbe e frequentò quell’entourage irripetibile di arte e cultura cosmopolita che arredava la capitale francese in quella stagione magica.

Peggy era, pur non bella, una divoratrice di uomini: si narrano storie incredibili a proposito dei suoi appetiti e gusti sessuali che esercitò senza limiti e senza ritegno, ma ebbe sempre la capacità di circondarsi dei consiglieri e degli artisti più talentuosi, conservando in ogni caso l’umiltà di ascoltarne e accettarne i suggerimenti.

Scoprì e protesse Jackson Pollock e Calder, fu tra le prime collezioniste di Brancusi, posò per Man Ray; ebbe l’ardire di innamorarsi di Venezia e portare in quella che era uno dei luoghi deputati dell’arte classica mondiale – con una elite nobile e borghese assai esclusiva e provinciale, oltre che molto conformista – la più importante collezione di arte moderna forse del mondo.

Acquistò nel 1949 un palazzo veneziano nobiliare in rovina in riva al Canal Grande e vi si stabilì, aprendo al pubblico, in maniera gratuita, la sua collezione. A Venezia morì, circondata dai suoi adorati cani, il  24 dicembre del 1979.

Questo volume, scritto da Antonio Gill nel 2001, è stato pubblicato in Italia da Baldini Castoldi Dalai nel 2004: è un bel lavoro di circa 500 pagine assai denso e argomentato. E’ una lettura di assoluta necessità per tutti coloro i quali amano l’arte del secolo scorso, insostituibile e irrinunciabile. Parola mia.

Art Alive Gallery: la mia galleria a New Delhi in India

Sunaina Anand è la direttrice di Art Alive Gallery, la galleria che mi rappresenta in India, a New Delhi. E’ la più importante galleria di arte moderna della capitale, hanno una ventina dei miei quadri con un prezzo medio di 4/5.000 $.

Si può trovare sul sito della galleria un’esposizione dei miei lavori che a oggi sono in carico, il link è quello qui sotto:

http://www.artalivegallery.com/artists.php?cat=artists&scat=272