Archive for settembre, 2009
1 ottobre: sono 56 anni che abito questo mondo…

Un anno fa scrivevo: “Compiere gli anni è soltanto una consuetudine: oggi, in maniera molto semplice, è soltanto un giorno più di ieri. Ma le cose non sono soltanto semplici. Ci sono punti di vista complessi. E il compleanno è una faccenda più complessa. Io sono ossessionato dai numeri: 55 è un numero particolare, nelle mie fatue speculazioni. La sua somma fa 10. 1, 3 e 10 sono numeri che significano qualcosa, per me. Non so però esattamente che cosa. Qui sotto una galleria dei me passati, ma anche futuri.”

Oggi, in maniera assi semplice, è passato un altro anno. Bello, brutto, normale, eccezionale: mah, soltanto un altro anno, fatto di tante cose, momenti, persone, fatti. Ogni anno, a modo suo, è straordinario.

Vincenzo Reda su Indianexpress

Meher-FatmaTags : delhitalkartPosted: Tuesday , Jun 30, 2009 at 2223 hrs

Art Alive
The décor at The Med at Radisson, Delhi, also stands out because of the unique art on the walls. The Mediterranean restaurant, that opened where Italianni’s once was, has put together 15-paintings made with wine. Surprised? Created by artist Vincenzo Reda, the regular water-colour sheets have been splashed with distilled grapes. “Each painting takes months as the artist studies the history of each wine before using it. The colour scheme is varied by storing wine at different temperatures, for several days till it gets different densities of colour,” says Chef Giovanni Leopardi, who heads the kitchen. “Hopefully, by this year end, Reda will also hold an exhibition of his latest wine artworks at this restaurant.”


Il Fiano Minutolo, Salento Doc, di Vincenzo Vita

Fiano m.Jancis Robinson, nella bibbia che è il suo Guida ai vitigni del mondo (Slow Food editore, 1998), cita il Susumaniello come Susumaiello e parla dell‘Ottavianello come varietà del francese Cisnaut (o Cisnault), ma, tra i vitigni autoctoni pugliesi che oggi godono di nuova vita, non cita il Fiano Minutolo.

L’amico Eustachio Cazzorla, sommelier e giornalista pugliese (lo conobbi in occasione di una mia mostra a Casteldimezzo, ristorante La Canonica – dove si mangia uno straordinario filetto di tonno), a proposito del Fiano Minutolo cita gli articoli di Giorgia Benvenuto, Enzo Scivetti e Pasquale Porcelli: studi del dr.Calò e di Lino Carparelli indicano questo vitigno essere non altro che il Greco Aromatico o Greco bianco, componente del classico assembaggio della Doc Locorotondo, vitigno abbandonato perché non troppo produttivo, in favore dei più convenienti Verdeca e Bianco d’Alessano.

E’ stato riscoperto agli inizi di questo millennio e, presentato al Vinitaly del 2004, ha subito avuto un prestigioso riconoscimento che ha ricevuto una clamorosa conferma al Salone di Bordeaux del 2007.

Il Fiano Minutolo, che Eustachio precisa dover essere più propriamente chiamato Minutola, poco avendo a che fare col Fiano di Avellino, è indubbiamente un vino di interesse straordinario: palati e nasi poco raffinati lo accostano a vitigni famosi tedeschi o dell’Alto Adige: in verità il primo impatto al naso è di grande sentore aromatico e floreale, ma sono il limone e il gelsomino i più forti profumi e al palato l’acidità è assai spiccata. Molto persistente e con un colore giallo paglierino tenue con riflessi verdi, è un vino di difficile abbinamento.

IMG_7901Ho cominciato a bere questa bottiglia venerdì, molto fresca; ho continuato a berne sabato e domenica: il terzo giorno erano quasi scomparsi i sentori di foglie di agrumi e di gelsomino, mi è parso di sentire la banana e la vaniglia in un vino che pareva molto meno acido. Questa bottiglia è un Salento Doc di Vincenzo Vita, del 2008. Vincenzo ne possiede 2 ha nel territorio di Manduria, a 200 mt. sul livello del mare: ne ricava circa 10.000 bottiglie. Egli sostiene che il miglior abbinamento si ottiene accompagnando il sushi e sta mettendo a punto una strategia per far conoscere al mercato giapponese questa meraviglia. Credo abbia ragione, ma io non amo il sushi e il Fiano Minutolo me lo bevo da solo, prima o dopo i pasti. Gli ho reso il grande onore di essere contenuto in due dei miei bicchieri più nobili, entrambi di Murano. Nella foto qui sopra i due bicchieri con il Fiano Minutolo: quello di sinistra è un classico cristallo con molto piombo, soffiato in due pezzi; quello di destra è un prodigio soffiato in un unico pezzo, povero di piombo e che pesa come una piuma, ne possiedo 6 pezzi che all’epoca erano costati una follia: ci bevo soltanto i vini che se lo meritano. Il Fiano Minutolo se lo merita, parola mia.

Servigliano: castagne, vincisgrassi, acquaticcio

L’acquaticciu tre dì è bon e dop è tristu. Questo è un antico proverbio di Fermo, paese dell’entroterra marchigiano. Servigliano è nei pressi, provincia di Ascoli, borgo storico a pianta quadrangolare rifatto completamente nel ’7oo dopo terremoti e traversie varie. Un paio di migliaia di abitanti: un luogo bellissimo, anche per la gente. Ci sono capitato di recente e ho conosciuto la storia dell’acquaticcio: mosto allungato con acqua al 50% da bere dopo tre o quattro giorni. Per il nostro palato è una roba imbevibile, ma i contadini di quei posti lo hanno bevuto per secoli. Altra tradizione magnifica, questa assai più gustosa e anche più conosciuta: i vincisgrassi. Per semplificare, sono una sorta di lasagne, ma più secche di quelle emiliane e che hanno tra gli ingredienti rigaglie e fegatini di pollo, carne di maiale, lardo. Ma si può dire che ogni paese, ogni famiglia marchigiana ha una propria ricetta di vincisgrassi. Se vi capita, non lasciatevi scappare l’occasione di assaggiarli.

Stefania Zolotti, recensione del mio “Più o meno di vino”

http://www.cronistadelvino.it/pagina.asp?menu=8&pag=415

Stefania è una carissima amica, oltre a aver scritto “Vino a doppio senso”, volume che ho letto e recensito: uno dei libri più originali scritti attorno al vino.

Stefania ha un bel sito, che si trova tra i miei link, è da visitare:

www.stefaniazolotti.it

La stirpe dei Gaja festeggia il 150° compleanno, Milano Westing Palace, 25 settembre 2009

L’incipit è folgorante, biblico addirittura: “Io sono impastato con questa terra…”.

Sullo sfondo della saletta elegante del 5 stelle Westing Palace Hotel di Milano è proiettata una diapositiva in cui la piramide perfetta del Monviso sorveglia austera la Langa. Pensavo, confuso tra gli ospiti, per lo più sommelier milanesi – essendo l’evento organizzato dall’AIS Milano – chissà quanti di questi saprebbero indicare la differenza tra un girapoggio e un rittochino… E chissà se qualcuna di queste belle persone sa cos’è una marza o ha mai visto fare un innesto. Ma questi sono i miei soliti pensieri oziosi di chi non ama, sbagliando, i sommelier.

Così, con questo biblico incipit, Angelo Gaja comincia la sua chiacchierata di un’ora abbondante che costituisce la prima parte dell’evento milanese, organizzato per celebrare il secolo e mezzo di vita dell’Azienda di famiglia.

E, dopo aver letto due brani di Cesare Pavese (da La luna e i falò) e di Beppe Fenoglio (racconto folgorante, in cui la passione per il gioco e per le donne dei Langhetti è stemperata nel fatalismo contadino), Angelo parte per davvero a raccontare la sua famiglia.

Ricordo Gianni Agnelli cominciare le sue interviste e i suoi discorsi, spesse volte con: “Mio nonno…”. Fortunato colui che ha un nonno importante, non importa come, da tenere nel cuore.

È da Clotilde – Tilde, Tildìn….- Rey, la nonna, montanara di Salbertrand, alta Val Susa, che parte il racconto di Angelo.

Angelo mi piace perché parla poco di vino nei suoi interventi pubblici: è di uomini, di persone che egli racconta.

E dalla nonna, severa, austera, che insegna l’importanza della qualità al nonno Angelo, passa a raccontare con fervore, con amore del papà Giovanni: è costui che con fede cieca nel suo Barbaresco impone il marchio Gaja come garanzia di qualità.

Ci sono poi i ritratti e i conseguenti racconti su Gino Cavallo – persona di fiducia della famiglia per oltre cinquant’anni – Renato RattiGiacomo Bologna, Luigi Veronelli: ognuno di questi uomini è stato, a vario titolo, importante per Angelo e gli aneddoti (quello dei tappi di Giacomo, quello della bottiglia preferita di Gino, ecc.) sono ormai famosi.

Ma stupisce sempre l’ardore, l’amore di quest’uomo verso le persone che sono state importanti per lui, e non soltanto: con il suo tipico modo di gestire, misurando mille volte a passi nervosi il piccolo palco, Angelo comunica passione e di lui traspare l’argento vivo di cui è composto, la volontà ferrea di mettersi sempre in gioco ( e non di giocare, come i vecchi Langhetti…).

E poi racconta di Elio Altare e della sua mania di diradare in vigna che gli causò il diseredamento dei terreni che successivamente dovette riacquistare. E con passione crescente parla di Domenico Clerico, delle sue traversie e di come è sempre in attività frenetica, nonostante tutto. E tanti altri suoi colleghi non cita ma comunque loda e dice essere in molti capaci, seri, professionali: gente che vale.

Di passaggio, narra della nascita dell’etichetta classica: 1978, con un grafico della Baratti & Milano (azienda di cioccolato che ha aperto uno dei più bei locali storici italiani a Torino, in piazza Castello), per un risultato la cui pulizia e eleganza restano insuperate.

Tra gli aneddoti, non posso dimenticare le 220 casse di Barbaresco vendute nel 1966 all’elegante comm. Angelo Pozzi del Savini, in Galleria a Milano: fu il successo!

Ancora gli uomini di Gaja, Claudio Rivella, l’uomo del vino con cui ha diviso tanti successi e qualche insuccesso: l’introduzione della barrique, il Darmagi, l’insuccesso del novello (è un ossimoro il novello di nebbiolo), lo Chardonnay in Langa, i tappi da 58 e 63 mm…..

E ancora, Giovanni Bo, l’architetto cui Angelo ha sempre concesso ampia delega, autore del progetto a Bolgheri della cantina di Camarcanda.

Non bisogna dimenticare che Angelo cita, come sempre, Edward Steinberg e il libro che ha scritto sul Sorì San Lorenzo: 500.000 copie vendute, di cui 80.000 negli Stati Uniti, 8 traduzioni….

E da citare, altrettanto, l’aneddoto del rumore del sonno (1974, spaziando sulla Langa, da La Morra: “qui dormono tutti, è ora di svegliarsi!”) legato a Robert Mondavi: uno dei pezzi forti di Angelo.

Conclude la sua chiacchierata raccomandando di guardare all’Europa, conclude invitando i giovani a “cantare l’inglese”, conclude dicendo che ha un sacco di cose ancora fare…

Di sopra ci aspettano le degustazioni di 30 etichette, Gaja e Gaja distribuzione: io odio le degustazioni, odio il concetto stesso di degustazione. Ma io non faccio testo e, infatti, il pubblico, composto di sommelier, ristoratori, giornalisti, s’è gettato con comprensibile entusiasmo e interesse nella frenetica e irripetibile, vista l’occasione, attività.

Conoscendo molti dei vini di Gaja, ho bevuto soltanto 4 o 5 etichette: non posso non parlare della magnum di Chardonnay 1985 Gaja & Rey! Quell’anno fu il primo e devo dire che 24 anni di un bianco italiano non li avevo mai assaggiati; purtroppo due dita di vino, bevuti in piedi e un poco di fretta, non sono per me il massimo della vita; in ogni caso, quelle due dita di Chardonnay mi rimangono indimenticabili.

E, infine, goduto questo quasi come si conviene: Barbaresco cru Sorì Tildìn, 1996.

Qui si abitano le vette più alte. Altro non c’è da dire.

P.s: bisogna che prima o poi Angelo Gaja conceda a qualcuno di scrivere le storie dei suoi uomini (perché se no si perdono, e questo non è un bene)….

Inaugurazione “Bella Rosina”, alla Mandria

Ieri sera, dopo anni di lavoro, finalmente Roberto Garosci è riuscito a presentare il suo bellissimo relais alla “Torino che conta” – si fa per dire. Presenti numerose personalità della politica – Gianni Oliva, Giuliana Manica, Roberto Placido, Giampiero Leo…-, giornalisti, impenditori – tra questi l’amico Vincenzo Vita, col cui Susumaniello di Ostuni ho dipinto uno dei lavori esposti -,personaggi dello spettacolo.

L’ottimo buffet – pur se, com’è noto, io odio i buffet, ancorché ottimi – è stato preparato dallo chef Luigi Calisse, giovane e bravo come ho già avuto modo di dire; i vini di Gianpiero Marrone e di Perlinottima hanno accompagnato il tutto con dignità.

L’amico Giorgio Diaferia, medico ma anche ottimo batterista, ha suonato un jazz rilassante in trio con Massimo Strati e Guido Canavese. Un momento di intenso teatro, dedicato alla Bella Rosina, ha dato un tocco di poesia alla serata, purtroppo fredda, umida e, verso la fine, anche piovosa: ma si sa, serata bagnata, serata fortunata. Spero per davvero che questa bella impresa di Roberto Garosci abbia la sorte che merita. I miei quadri, esposti nel piccolo e assai accogliente risorante, terranno compagnia per qualche tempo agli ospiti e a chi ogni giorno svolge il proprio ruolo prezioso affinché questi abbiano a stare al meglio. Importante: sono in vendita quasi tutti.

Vincenzo Reda e i suoi quadri in mostra al relais “Bella Rosina”

I miei quadri, 11 pezzi, e me in mostra al relais “Bella Rosina” : inaugurazione del relais, lunedì 14 settembre.

Borgogno 11 settembre 2009, a Barolo

Verticale: Barolo 2004, 1998,1982 (il meglio),1978, 1967, 1961 (semplicemente indescrivibile!). Peccato per chi non c’era…..

Jean-Luc Hennig, Eros & vino

“…‘In fondo al vino si nasconde un’anima’, scrive elegantemente il poeta lirico Théodore de Banville morto nel 1891. Ma non ci si deve far trarre in inganno: un vino che ha dell’anima prima di tutto ha della consistenza. Detto altrimenti, un giusto equilibrio di alcool, tannino e pastosità. Quello che si dice un vino generoso. Ah, quei vini che rassomigliano a baldi rugbisti, strutturati, atletici, in carne (parlo dei vini rossi, ma anche un vino bianco graziosamente disegnato si lascia guardare volentieri), ben piantati, spalle e muscoli e garretti, e che allungo! Ma  sono il paradiso in terra! Frammenti di infinito! Materia radiante!

Detto questo, la struttura non è tutto……..Ci vuole l’elasticità, la soavità, la morbidezza, insomma quel qualcosa che dà all’archittettura generale quel piccolo tocco  gentile, stavo per dire femminile, che rende questa carcassa più dolce, più affabile, più accondiscendente, e le evita di essere troppo rude o troppo arcigna, troppo tagliente o troppo secca, in una parola troppo barbosa. Sì, un vino deve essere polposo come una grigliata all’aglio, fuori croccante al punto giusto e dentro molle. Morbido come un cuscino abissino, alcolico come un buon vecchio whisky. Deve riempire la bocca, perché ha volume. Fate attenzione: niente tannino, e il vino è magrolino; troppo tannino, e si ritrova un culone….Il sedere ci vuole, ma in giusta proporzione. Per lo stesso motivo meglio evitare le mezze cartucce, i vini scarni, smagriti, rinsecchiti, o addirittura disossati….Insomma, un vino deve avere della carne e della setola, ma soprattutto nerbo…..Ecco allora che ha carattere, temperamento, un vino che è ‘una meraviglia di virilità gentile e muscolosa’, come affermano Gault e Millau di un Médoc…..La virilità di un vino è come una Iliade. E nell’Iliade,

come è noto, le donne non sono che ombre.”.

Sono stato costretto da questo libro magnifico a fare una così lunga citazione: solo in tal modo è possibile apprezzare la scrittura barocca, immaginifica, zeppa di metafore e similitudini anche acrobatiche che Jean-Luc Hennig, autore di cultura francese, ex giornalista di Libération e Rolling Stone, mette sulla carta per regalare ai suoi lettori autentico piacere.

Il brano di cui sopra è tratto dalla voce “Carne”, uno dei trenta brevi saggi in cui è articolato il testo. Si parte da “Aromi” per arrivare a “Tappo”, passando per “Bagordi”, “Cicaleccio”, “Ebrezza da latte”, “Imbrattature”, “Ombelico”…..

Testo colto, raffinato, pieno zeppo di citazioni le più insolite, ma anche classiche: non mancano certo Abu Nuwas, Orazio, Khayyam, Brillat-Savarin, Rabelais, Boccaccio, Aristofane, Marziale. Ma il libro è una miniera di notizie, aneddoti, descrizioni improbabili, punti di vista arditi.

“..E considerare, tenuto conto di tutto, che la forma ideale del vino è la sfera…Quando dico che un nettare sferico è perfetto, ammetto che anche un vino quadrato possa esserlo….Su un vino quadrato si può fare affidamento….”.

Certo, abbondano i riferimenti agli autori francesi, ma ciò è quantomeno scontato, vista la formazione culturale dell’autore, ma anche l’abbondanza di materiale disponile in questa lingua; non è comunque un appunto, anzi!

Dello stesso autore in Italia sono stati pubblicati altri due titoli, entrambi a cura dell’editore ES: “Bi”, un saggio sulla bisessualità e, soprattutto, “Breve storia delle natiche”, un’altra raccolta di voci svolta in forma di piccoli saggi che sono un vero piacere di scrittura, arguzia, cultura.

Ho saccheggiato Internet ma non sono riuscito a sapere molto di più a proposito di questo ottimo giornalista-scrittore: è stato un attivista dei movimenti omo a cavallo degli anni ’70 e ’80, ha pubblicato altri titoli, tra cui dev’essere straordinario un saggio di 220 pagine dedicato alla lettera “Z”!

Insomma, è un libro che mi è piaciuto molto. Un libro da leggere e rileggere.

Un libro che è anche utile da consultare e da usare per far bella figura con citazioni di quelle che in certi contesti  crean maraviglia alle gentili signore e ai distinti signori.
Non posso che concludere con un’ultima citazione, tra le più gustose, tratta dalla voce “Schiuma”:

“….Casanova aveva dunque ragione. Una donna cui piacevano i vini raffinati prometteva bene. Per questo egli offriva loro vini del Reno o di Toscana, o anche ottimi moscati del Levante, di Samo, di Cefalonia o di Citera. Lo Champagne e le ostriche parevano essere, per lui, la formula della felicità: l’ostrica favorisce il bacio intimo e il vino di Champagne dà vivacità al macchinario. Nel suo casino di Venezia, offre a M.M. Champagne color occhio di pernice e Champagne frizzante (ma senza ostriche), Borgogna e per finire un punch di arance amare e rum. Era più che sufficiente. ‘Mi sono slanciato tra le sue braccia brucianti, ardendo d’amore, e gliene ho dato le più vive prove per sette ore di seguito……’.”.

“Eros & vino”

di Jean-Luc Hennig

Sonzogno Editore, pp.178, € 14,00

Oscar Farinetti inaugura il suo Borgogno in Barolo, 11/09/09

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Ma l’amico Oscar – per cui penso di non sprecare una parola importante ( abbiamo scoperto di essere coetanei, nati a distanza di pochi giorni), causa le sensazioni di immediata simpatia provate – assume quell’espressione, difficilmente descrivibile, che dipinge un volto quando si comunica agli altri l’entusiasmo di una nuova, coinvolgente avventura: ha appena definito l’acquisto della storica casa Borgogno!

E diventa un fiume in piena: 22 ettari ( 3 e mezzo a La Morra e gli altri a Barolo, con il favoloso cru Cannubi), che oggi producono 120.000 bottiglie e che vuole ridurre a 80.000 su due filosofie qualitative, una “Base” commercializzata sempre con 5 anni di invecchiamento e l’altra “Classica” messa in commercio con 10 anni di invecchiamento! A prezzi giusti, anche per riportare il Barolo in Italia come vino da bere e non solo come inutile e stucchevole feticcio da regalo di prestigio.

IMG_5587“ E poi, all’ingresso delle Cantine, nel centro di Barolo, ci metto un bel cartello con sopra scritto: ‘Vietato l’ingresso alle barrique’! Solo bei legni di grande capacità, filosofia alla Bartolo Mascarello. Non tocco niente e la famiglia Boschis rimane a collaborare con noi in azienda. Voglio solo rinnovare un poco l’immagine di un’azienda storica: anche il marchio sarà pressappoco il medesimo – conosciuto e stimato in tutto il mondo. E questa è un’acquisizione della famiglia Farinetti, un vecchio sogno che diventa realtà…”.

Era l’8 di febbraio del 2008 e Oscar, in una intervista che gli feci in occasione del primo anniversario dell’apertura di Eataly – che fu pubblicata su Barolo & Co e é riportata sul mio Più o meno di vino – mi annunciava in anteprima che aveva rilevato la storica cantina Borgogno. E mi prometteva di invitarmi alla sua inaugurazione, dopo la necessaria ristrutturazione.

Il momento è arrivato e Oscar ha, ovviamente, mantenuto la promessa: venerdì 11 settembre alle 11.00 ci ritroveremo tra amici del vino a tener compagnia a Farinetti e a fargli gli auguri, sentiti, perché questa nuova impresa possa avere il successo che merita!

I nuovi lavori per l’inaugurazione del relais “Bella Rosina”, 14 settembre a La Mandria

Ecco in galleria qui sotto i due lavori che ho preparato per l’inaugurazione del relais “Bella Rosina” di Roberto Garosci, il 14 settembre nella Tenuta della Mandria. Ho usato il Dolcetto 2008 di Gian Piero Marrone, con etichetta esclusiva del relais, che si beve nel ristorante e che è un ottimo vino. I dipinti sono in fase di essiccamento, rigorosamente naturale come sempre, e saranno pronti a fine settimana.

Susumaniello o Sussumaniello?

Se si clicca su Google “Susumaniello” vengono fuori 48.400 risultati; cliccando “Sussumaniello” di voci ne vengono citate soltanto 14.100: mi piacerebbe dirimere la questione. Su EV n° 73 del 2003 l’articolista di Gino ( Gabbrielli) scrive il nome di questo vitigno pugliese, di probabili origini dalmate, con una sola “s”. Di Gino mi fido e lo scrivo io anche con una sola “s”, però mi riservo di controllare l’etimologia, che vuole la voce discendere dalla parola dialettale locale “somarello”, poi modificata dall’uso verbale e degenerata nel termine attualmente in uso. Ogni parola che può essere scritta con piccole variazioni, in realtà ne attesta una più corretta di tutte le altre. Pur conoscendo molto del vino pugliese, mai avevo bevuto questo vino fino a che, di recente, ho conosciuto Vincenzo Vita: una storia la sua conoscenza, un’altra storia, che racconterò a tempo debito, la vicenda che lega questo torinese pugliese al vino.

Io sono un torinese calabrese e Vincenzo l’ho conosciuto seguendo un percorso che passa da Hanover (N.Hampshire, Usa), Brooklin e ritorna a Torino, Bar Elena, fine luglio di quest’anno: me lo ha presentato Marco Ursino (B. Film Festival), amico di Gianni Leopardi, il mio caro chef. Vincenzo, da qualche anno, produce vino soprattutto in Puglia, ma non si esime da Barbera e Barolo a Barolo, Chianti a Cerreto Guidi e Lambrusco a Parma. Egli è originario di S.Vito dei Normanni e la sede della sua azienda è in Manduria.

Ho bevuto i suoi Negramaro e Primitivo che sono ottimi, ma mi ha colpito questo Susumaniello, che chiama “Più Su”, non ancora in commercio : un vino davvero eccezionale – matura dalle parti della città bianca, la magica Ostuni, in pochi ettari – che già da qualche anno Riccardo Cotarella indaga e cura. L’ho bevuto, m’è piaciuto e l’ho usato per dipingere. Devo citare, di Vincenzo, anche lo strepitoso rosato da uve “Ottavianello”, sempre pugliese.

I KALASH, IL POPOLO DEL VINO

Ho scritto questo articolo anni fa, è stato pubblicato su Barolo & Co e sul mio libro Più o meno di vino . Lo riporto oggi sul mio sito per due ragioni. Sono molto preoccupato perché nell’area dove vive questo popolo straordinario oggi infuria la caccia ai talebani e i kalash nulla hanno da spartire con queste faccende. La seconda ragione è dovuta al fatto che devo occuparmi di un convegno, per conto della Regione Valle d’Aosta, che tratterà della Memoria delle Montagne, con taglio archeologico e antropologico. Mi piacerebbe molto fare intervenire qualcuno di quel popolo o qualche studioso che quel popolo conosce: il mio è da considerarsi un appello e sono disponibile in questo senso. Grazie.

Alessandro Magno, di bassa statura, gran beone, d’intelligenza e vedute avanti secoli rispetto al suo tempo ( allievo di un certo Aristotele ), era partito intorno al 334 a.C. dalla sua Macedonia, inseguendo il sogno del favoloso oriente. Due anni prima, suo padre Filippo era incappato in un pugnale vagante e suo figlio Alessandro, prediletto dalla moglie Olimpia, a circa vent’anni aveva ereditato il potere devastante della falange macedone, della sarissa e del genio militare di Parmenione.

Giunse nel mitico Paropamiso, oggi Afghanistan nord-orientale ai confini dell’Hindukush, intorno al 327, dopo aver annichilito i Persiani e averne fatti propri costumi, risorse, territori e sudditi.

In Afghanistan Alessandro fondò almeno tre delle sue innumerevoli Alessandrie: le odierne Herat, Kandahar e Begram ( nei pressi di Kabul ), in ognuna lasciò presidi del suo multietnico esercito.

Narrarano le cronache che una città, situata in quei luoghi, che fu ribattezzata Nysa in onore della nutrice di Dioniso, si arrese al gran Re che identificò il dio locale con il dio  greco del vino ( probabilmente un vedico Shiva o Indra ) e credette che  fossero  suoi discendenti. Nei pressi, oltretutto, crescevano l’edera e l’alloro: Alessandro sacrificò e celebrò una grande festa bacchica ( una delle sue solenni ubriacature che non mancarono mai nel corso di tutta la campagna e che generarono spesso assassinii e altre varie nefandezze ), citata da Teofrasto, e rese libera la città afghana.

Alessandro proseguì verso l’Indo e gli scontri con gli elefanti di re Poro, ma lasciò un sacco di gente, molti di origine mediterranea, in quelle terre.

Narra una leggenda kalash che il generale Salik Shah, chiamato dai greci anche generale Selefous, con cinque soldati delle armate di Alessandro si stabilì nella regione e diede così inizio alla stirpe Kalash.

Oggi questo popolo, ridotto a un numero che le varie fonti attestano tra i 2500 e i 4000 individui, vive diviso in tre valli, isolate e raggiungibili con molte difficoltà, a qualche decina di chilometri dalla città di Chitral, nel Pakistan nord occidentale ai confini con l’Afghanistan. Sono le valli di Birir, dove risiede la comunità più numerosa, Rumboor e Bumburate, situate alle soglie della catena dell’Hindukush a un’altezza media di circa 2000 metri.

E’ una popolazione pagana, che festeggia con riti orgiastici, in cui sono uniti uomini e donne, i propri dei e che ha conservato la cultura della vite e dell’uva ( esclusiva della valle di Birir ). I tratti sono indoeuropei: recenti studi, condotti nell’ambito di una ricerca sviluppata dal Dipartimento di Genetica della facoltà di medicina della Standford University e affidata al dottor Qasim Mehdi, pakistano, hanno attestato una parentela genetica nel DNA dei kalash con italiani e tedeschi. Si stanno oggi compiendo studi di paragone genetico con marker di greci e macedoni, ben sapendo che le etnie dell’armata di Alessandro erano le più variegate.

La scoperta dei kalash per il mondo occidentale avvenne negli anni sessanta a opera degli hippy che cercavano nel sub-continente indiano strade alternative alla Conoscenza. Già Rudyard Kipling nel XIX secolo s’era occupato di queste popolazioni (vedi il romanzo “L’uomo che volle farsi re” ).

Fino alla fine dell’800, pur perseguitate per secoli dalla colonizzazione islamica, popolazioni di origine indoeuropea e di religione pagana abitavano l’ampio territorio che oggi è l’Afghanistan nord orientale: tale regione veniva infatti chiamata Kafiristan, in arabo “terra degli infedeli” e Kafiri, “infedeli”, i suoi abitanti.

Tra il 1895 e il 1898, l’emiro di Kabul, Abdur Rahman, scatenò una guerra feroce contro questi infedeli che avevano oltretutto velleità di indipendenza. In buona sostanza, risolse il problema alla radice: li sterminò quasi tutti. I pochi sopravvissuti dovettero spostarsi poco alla volta in luoghi sempre più lontani e meno accesssibili. Narra la leggenda che un dehar, un veggente, nel corso di una trance fu visitato da una divinità che gli disse che avrebbe lanciato nel cielo tre frecce di colore rosso, giallo e nero. I figli dell’ultimo capo kalash, di nome Birir, Bumburate e Rumboor, avrebbero dovuto cercare le frecce e fondare tre villaggi nei luoghi in cui le avrebbero trovate. In quei villaggi, che si sarebbero chiamati coi loro nomi, avrebbero vissuto in pace in mezzo agli dei.

Così parlò la divinità e così avvenne.

Quella parte di Afghanistan, ormai bonificata, venne rinominata Nuristan “terra della luce” ( Nur in arabo significa luce, appunto ).

Il governo pakistano ha smesso di perseguitare questo popolo nel momento in cui ha realizzato che poteva costituire una grande attrazione turistica: le fotografie dei  copricapo delle belle donne kalash, bionde e con gli occhi chiari, chiamati kupass e ricoperti di perline, conchiglie e monete, sono usati nelle brochure turistiche del paese.

Purtroppo, come sempre avviene, il turismo, anche se non di massa viste le oggettive difficoltà per raggiungere le valli kalash, sta compiendo danni irreversibili. E’ impossibile, infatti, impedire contaminazioni e condizionamenti di ogni genere, soprattutto sulle generazioni più giovani, sebbene c’è un nucleo di saggi che vuol tutelare e tramandare la cultura kalash. La loro lingua è il Kalashwar, un idioma solo parlato di chiara parentela sanscrita, che viene tramandato, insieme alle tradizioni, ai miti e alle leggende, dai Kasi, i saggi kalash che girano di capanna in capanna e di villaggio in villaggio raccontando, istruendo, consigliando.

Duccio Canestrini, in un articolo pubblicato nel 1989 su Airone, è stato uno dei primi in Italia a occuparsi dei kalash e cita una cotta per questo popolo di Fosco Maraini, il grande orientalista, che già nel 1959 aveva incontrato quest’etnia.

Canestrini descrive  il “folle politeismo” di questa gente, animato da divinità maschili e femminili, di fate con tre seni, di numi solari e cavalli soprannaturali; cita i Gandau, statue funerarie, e la Jestak-han, sorta di edificio che al tempo stesso è tempio, macello e municipio, sede della dea Jestak, una sorta di Giunone che pretende ecatombe di capretti durante la festa di Chaumos, cerimonia in onore del solstizio d’inverno.

E’ questa una delle tre feste che questo popolo celebra: le altre due sono le feste di Joshi, in primavera e Prun, la festa del vino, tra settembre e ottobre.

Durante queste cerimonie si scatenano rituali che vedono uomini, donne e bambini scatenati in rituali di danze, trance, battaglie di insulti osceni, sacrifici rituali e ancora banchetti, digiuni, abluzioni, possessioni. Il tutto sotto il potente influsso del gran dio

Di-Zao o De-Zau e del suo messaggero, il dio Balumain, una sorta di Apollo.

Le feste durano diversi giorni e alcune fasi sono interdette agli estranei.

Prun è la festa del vino.

Ho saputo dell’esistenza del popolo kalash leggendo un articolo pubblicato su National Geografic dell’ottobre 2001, firmato dalla giornalista Silvie Brieu e titolato: “Il vino degli dei”.

La giornalista parla di viti coltivate alla maniera di greci e romani, ovvero abbarbicate a alberi da frutta tipo il melo, con conseguente vendemmia effettuata da agricoltori acrobati. Parla di uve a bacca chiara e nera vendemmiate insieme e fatte pestare dentro tini di legno esclusivamente da bambini e adolescenti maschi, perché considerati puri; le donne devono stare lontane da questa attività che è, naturalmente, rituale.

Il succo così ottenuto viene fatto fermentare e si beve giovane quando arriva il solstizio d’inverno, è acidulo, corposo e scarsamente fruttato: i kalash si ubriacano con questo vino per stare più vicini ai Deva, sorta di spiriti emanazioni del dio Dezau.

I Dehars, invece, sono gli sciamani designati dagli dei: cadono in trance senza bisogno di ubriacarsi e predicono il futuro.

E’ chiaro che tutto questo mondo magico, e per molti versi quasi incredibile, sopravvive grazie a un sottile gioco di fragili equilibri, circondato com’è di integralismi, interessi turistici, tentazioni di stili di vita occidentali più attraenti e meno complicati. Si parla di un’etnia di poche centinaia di individui, sempre meno isolata e sempre più a rischio di estinzione culturale.

Bisogna però essere ottimisti: c’è una sorta di reazione all’inglobamento nel mondo musulmano o negli stili di vita occidentali: è nata la Kalash Welfare Society, sponsorizzata da volontari greci che raccoglie canti e leggende per tramandarli alle generazioni future. Ci sono poi molti attivisti tra i kalash che svolgono un’intensa attività di sensibilizzazione culturale verso le nuove generazioni.

C’è di che sperare.

Troppe storie ci sono nel nostro passato di sterminio non solo di etnie, ma addirittura del loro retaggio culturale, annichilito per determinata volontà o anche semplicemente per comodità culturali, per vampirismo occidentale o anche islamico o confuciano o comunista…..tutto il mondo è paese, in questo senso.

Per quanto mi riguarda, ho un piccolo sogno: dipingere col vino kalash e magari portare i kalash in qualche salone del vino ……..

Agata, classe 1925

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Arrivai per primo, con il mio solito anticipo, e mi sorpresi che l’appuntamento dove avremmo incontrato un piemontese era fissato presso uno stand della Regione Basilicata. Ma in fiera succedono queste e ben altre stranezze, dunque non mi scomposi più di tanto.

Attirò la mia attenzione una vecchia.

Davanti a un florilegio di salsicce e salumi e soppresse e panini imbottiti di tutto quel ben di dio, a voce alta invitava i visitatori a mangiare i suoi panini.

Un metro e cinquanta molto scarso, quaranta chili a essere ottimisti, un bel viso asciutto  e regolare con rughe incise ordinatamente, un fare rispettoso ma deciso: attirava i suoi clienti potenziali a degustare la sua magnifica merce; instancabile, ossessiva ma convinta e convincente, in qualche modo appassionata.

Fu conseguenza naturale il fatto di acquistare un ottimo sfilatino, bello pieno di una salsiccia ben stagionata e appena appena piccante che il mio palato gustò con gioia quasi adolescente, ricordi di quando mangiare a ogni ora un panino per strada era un piacere sublime.

Altrettanto naturale il fatto di cominciare a parlare con la deliziosa vecchia, per nulla fuori posto in quel caos di genti e afrori e rumore e scorrere veloce laddove SLOW avrebbe dovuto imperare, ridotto ora a mero slogan mediatico, patetico richiamo per stormi, o meglio, mandrie impazzite di anatre sciocche.

Agata, il suo nome, classe ’25: era lì per la prima volta a aiutare il figliuolo a portare avanti l’impresa che aveva fondato decenni prima. Insaccati e prodotti artigianali da maiali allevati in un paesino in provincia di Matera.

Matera è sempre il bianco e nero di Pier Paolo: anche in un posto come questo.

Sai, tante spese e tanti sacrifici, è la prima volta che veniamo. Non si preoccupi signora, vedrà che lunedì avrà venduto tutto, anche la polvere. Qui la gente compra, non c’è problema. Speriamo. Ma sì, vedrà, passo lunedì e sarà contenta.

Nel frattempo era arrivata anche la mia amica, giornalista di lingua portoghese da anni a Roma, e mia ospite per questo grande carosello: anch’ella attratta dalla vecchina e dai suoi panini e insaccati e pepe rosso macinato.

Per poi sciamare via di corsa verso una degustazione – mi pare riguardasse i prodotti del Gargano, sì il mio Gargano, che debbo cominciare a considerare come una delle mie patrie: io ne ho tante, una più una meno poco conta – e ancora via di corsa, sbatacchiati dalla corrente impazzita verso chissamai cosa, qualche odore o sapore o un semplice colore.

Certo che sono tornato, come promesso, il lunedì successivo, dopo gli eccessi del sabato e della domenica, con tutte le trasmissioni, i vip, i politici, i calciatori e le veline, gli SCEF sciamani novelli ormai assurti al rango di divi, anch’essi nel tourbillon mediatico del grande Salone: ché non esserci equivale a non esistere.

Con la cura di chi sa come funzionano questi meccanismi, il sabato e la domenica m’ero tenuto ben lontano dalla grande abbuffata e la mia amica già ripartita per Roma.

Agata era ancora lì, piantata davanti al suo stand, circondata da salsicce penzolanti ( a prima vista ne penzolavano di meno che il venerdì prima), il figlio dalla bella faccia rubiconda che maneggiava un gran coltellaccio agghindato da credibile salumiere dietro il banco, una piccola catasta di panini – il pane era diverso da quello che avevo avuto il piacere di mangiare giorni prima -  in attesa di essere masticati e digeriti dai nugoli di insetti visitatori vocianti e trafelati che scorrevano davanti come i fotogrammi impazziti di un film surreale.

Allora, Agata, com’è andata? Eh, abbiamo ancora tanta roba da vendere…abbiamo speso un sacco di soldi per venire qui…lo stand costa…Mangiatevi un bel panino con il capocollo nostrano, è buono, lo facciano proprio noi…Abbiamo ancora un sacco di roba…le spese sono tante..La salsiccia è genuina, i nostri maiali mangiano ghiande, solo 2 euri e mezzo per un panino che vale molto di più….Vieni, fai colazione con i nostri panini, solo 2 euri e cinquanta….

Instancabile, Agata, classe ’25.

I capelli grigi, raccolti dietro, lo sguardo attento, i tratti del viso fieri senza essere sprezzanti: orgoglio e consapevolezza, dignità e pudore, determinazione e costanza.

Ancora il ricordo della lezione di Pier Paolo: senza dubbio una delle sue facce, uno dei suoi visi, uno dei suoi volti in bianco e nero, tra i Sassi di Matera a vivere un Vangelo reale.

Grazie, Agata, classe ’25.

E, come si dice da noi, che Nostro Signore ti conservi la vista.

Vale a dire, che Iddio ti benedica.

(Estratto dal racconto Gli occhiali e Agata da Più o meno di Vino)

Quando Torino decide di mostrarsi….così, di Vincenzo Reda

http://torinoviva.blogspot.com/2009/09/quando-torino-decide-di-mostrarsicosi.html

A proposito di Giovanni Leopardi, Mail Today

Mail Today, 18 settembre 2009: quotidiano di circa 1.000.000 di copie di tiratura recensisce il ristorante Med del Radisson di New Dehli e parla, benissimo, dello chef torinese Giovanni Leopardi. Il ristorante ospita la mia mostra che Gianni ha fortemente voluto. Il punto è che noi torinesi dobbiamo sempre per necessità cercare, e trovare, gloria fuori dalla nostra amata Torino. Così è (se vi pare o meno).

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I Lavori per la mostra di Ancona “Colori da bere”

Dopo circa tre settimane di lavoro, ecco i risultati con i vini delle cantine marchigiane Belisario (Verdicchio di Matelica) e Marotti Campi (Lacrima di Morro D’Alba). Sono i lavori preparati per la mostra che si terrà all’enoteca Enopolis: “Colori da bere”, con inaugurazione il 10 di ottobre prossimo. Stefania Zolotti sta curando tutta l’organizzazione, insieme a Peppe (proprietario della splendida enoteca situata nel centro di Ancona in un palazzo storico del XVII secolo). Sono molto soddisfatto del mio lavoro, credo infatti di aver realizzato almeno due pezzi straordinari. Salute.

Amin Maalouf, Un mondo senza regole

Senza titolo-1Ho appena finito di leggere questo saggio dell’autore libanese: costituisce una riflessione, direi da una prospettiva privilegiata, sul momento sociale, politico, economico che stiamo vivendo. Riflessione sullo scontro che è in atto tra Occidente e paesi di cultura islamica, ma anche tra Occidente e tutti gli altri paesi.

L’autore vive in Francia da molti anni, è certo una persona equidistante e sopra le parti: con questo lavoro egli fornisce una analisi attenta, lucida, basata su precise motivazioni storiche che troppe volte dimentichiamo o addirittura non conosciamo.

Una lettura che consiglio a tutti quelli che hanno l’ansia, la necessità, la cultura di capire il momento storico cruciale che stiamo vivendo. E chi sta nel ricco Occidente in piena decadenza, più di tutti gli altri.

Non c’è alcun dubbio che questa impasse storica del mondo musulmano sia uno dei sintomi più palesi della regressione verso cui sta dirigendosi l’intera umanità, con gli occhi bendati. E’ colpa degli arabi, dei musulmani, e del modo in cui vivono la loro religione? In parte sì. Non è ugualmente colpa degli occidentali, e del modo in cui hanno gestito, per secoli, i loro rapporti con gli altri popoli? Sì, in parte. E negli ultimi decenni non c’è stata una responsabilità più specifica degli americani, come anche degli israeliani? Senza dubbio. Tutti questi protagonisti dovrebbero modificare radicalmente il loro comportamento se si vuole porre fine a una situazione che, partendo dalla piaga aperta rappresentata oggi dal Medio Oriente, comincia a fare incancrenire l’insieme del pianeta, minacciando di rimettere in discussione tutte le acquisizioni della nostra civiltà.

E’ questa una evidenza che suona come una pia speranza, ma non la si può scartare con un’alzata di spalle. E’ già troppo tardi per attuare un compromesso storico che prenda in considerazione al tempo stesso la tragedia del popolo ebraico, la tragedia del popolo palestinese, la tragedia del popolo musulmano, la tragedia dei cristiani d’Oriente, e anche l’impasse in cui si è smarrito l’Occidente?

Anche se l’orizzonte appare oscuro in questo inizio di secolo, bisogna ostinarsi a cercare qualche soluzione.”

Peccato che la traduzione lasci molto a desiderare, ma queste 300 pagine circa di Amin Maalouf (18,00 €, Saggi Bompiani) sono per davvero una lettura illuminante.

Due guide utili e oneste: i miracoli a volte capitano

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Ho conosciuto Romano Raimondi sul Gargano: il responsabile del villaggio dove vado tutti gli anni a passare le vacanze, come ben sa chi mi segue, venne un giorno a dirmi che un cliente nuovo desiderava conoscermi perché aveva visto il mio sito e gli era particolarmente piaciuto. Era Romano, responsabile commerciale della Longo di Legnano, azienda seria, da molti anni impegnata nella selezione seria di prodotti enogastronomici da proporre, business to business, nei settori  di regalistica, gadget e, credo, incentives. Gente competente e di certo affidamento: gente che viaggia molto e che, fuori dalle solite strategie editoriali, obsolete fastidiose e inutili – quando anche non controproducenti – ha ideato questo manuale/guida.

Senza voti, soltanto con tutte le informazioni, chiare e sintetiche, che possano servire al viaggiatore,  stancato dai noiosi e faticosi chilometri autostradali e desideroso di evitare i parapiglia di scarsa qualità degli autogril, che desidera un posto non troppo lontano dal proprio itinerario in cui mangiar bene, pagare il giusto e riposare un momento.

E’ stata molto ben recensita e ne hanno parlato tutti in maniera favorevole: a proposito e con il giusto merito, direi.

L’idea è tanto semplice quanto geniale – come quasi tutte le faccende che funzionano – e, oltretutto, serve a chi ne fa uso: non è la solita occasione di fare del business sul nulla o sulle ali di una moda – che è stessa cosa.

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Idea sì geniale e  utile, ma anche realizzata con grande  onestà e competenza: sintetica, semplice e dunque di facile consultazione.

Oltretutto, pur non essendo editori, i Longo hanno evidentemente chiamato i consulenti editoriali giusti e li hanno usati al meglio.

Complimenti per davvero! Una guida, ripeto e sottolineo, soprattutto utile, agile e onesta, che serve tenere in auto a chi viaggia molto e molto per lavoro.

Mica una roba che succede tutti i giorni, almeno nel campo delle guide enogastronomiche…

E passiamo a esaminare l’altra piacevole sorpresa di questi primi giorni, ancora troppo caldi, di settembre: ne avevo sentito parlare, ma non avevo trovato alcuno stimolo per un approfondimento serio.

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Anche per pigrizia mentale; perché se uno, come me, è mal disposto a valutare le guide, pensa: la guida è una mala pianta infestante che cresce in ogni terreno e non patisce nulla; difficile – se non lo si è obbligati per lavoro – appassionarsi alle sempre più frequenti proposte del mercato che, va da sé, sono inutili, malfatte e disoneste (non tutte, ma quasi…). Mario Busso me lo ha presentato il mio amico Vincenzo Vita: un aperitivo nel tardo pomeriggio al tavolo di uno dei miei bar in via Garibaldi, a Torino. S’era portato appresso la sua guida che ha provveduto a regalarmi. E allora me la sono guardata per benino e ho avuto la sorpresa di una faccenda fatta bene da gente competente e onesta, il cui business è soltanto quello di trarre profitto dalle vendite di un prodotto che soddisfa e serve il lettore che lo compra e dalle ovvie entrate pubblicitarie di produttori che non subiscono alcuna pressione né ricatti di sorta, come purtroppo è deleterio costume dei classici editori di guide (tutti: chi più, chi meno).

Va precisato che su questo lavoro hanno diritto a comparire soltanto le cantine che producono vini da uve autoctone, e che sono considerate tali le viti coltivate sul nostro territorio da almeno 300 anni. Le valutazioni sono eseguite su bottiglie in commercio e non con vini provenienti da botti o vasche. La guida è costruita su concetti semplici e i simboli scelti sono di facile lettura e direi che forniscono  le informazioni che un tale prodotto editoriale deve essere in grado di trasmettere. E’ strutturata su base regionale e per ordine alfabetico. Nella terza edizione, 2009, si tratta di 1080 cantine e di 3600 vini. Il volume è stampato con il marchio prestigioso del Touring Club Italiano: storica Associazione che della cultura del territorio ha fatto bandiera.

E’ chiaro che per me leggere di Mayolet, Avanà, Timorasso, Cesanese, Tintilia, Fiano Minutolo, Susumaniello, Nerello mantellato, Carricante e via dicendo, costituisce musica dolce. E raccontatemi gli australiani o i cinesi che si mettono a copiare il Bianchello del Metauro, la Pecorina o il Bianco d’Alessano….Sono questi i valori che a noi è richiesto, da chi ci ha passato il testimone, di difendere: è un dovere preciso. A chi ha scelto di competere a colpi di milioni di bottiglie, di marketing, di controllo di gestione e di ottimizzazione delle rese e della distribuzione vada tutta la nostra stima – non ne hanno molto bisogno, in verità; al piccolo  produttore che non arriva ai dieci ettari e alle 50.000 bottiglie di vino autoctono vada invece il nostro impegno, la nostra dedizione, il nostro aiuto. Si può e si deve guadagnare anche con la poesia. E tra poeti ci si intende, ci si riconosce e ci si dà una mano.

“Passeggiata del gusto”, Settimo Torinese 4 ottobre 2009

La Pro Loco di Settimo Torinese mi ha commissionato l’etichetta per il vino che hanno imbottigliato in occasione dell’evento “Passeggiata del gusto” che si è tenuta in Settimo il 4 ottobre 2009.

http://www.prolocosettimotorinese.it/

Ecco  esposte le bottiglie per cui ho dipinto le etichette, sia in pezzi unici, sia con riproduzioni di miei lavori, apposta eseguiti.

Con l’ottima Barbera d’Asti Superiore dei Fratelli Ponte di San Damiano d’Asti, ho dipinto i due soggetti riprodotti qui sotto e le due etichette che ho incollato sopra la bottiglia di Barbera. La faccenda divertente è che l’etichetta di questa bottiglia era stata disegnata nel 2000 dal grande produttore di grappa Romano Levi, buonanima. Ora io debbo dire che se ho sempre apprezzato i distillati artigiani di Levi, ho sempre trovato le sue etichettine naive (da intendersi col significato inglese…) bruttine, scialbine. Beninteso: con grande rispetto per l’uomo e il produttore di ottime grappe.

Qui sotto alcune immagini della bella manifestazione. Complimenti al lavoro di tutte le persone coinvolte, complimenti al loro entusiasmo e alla loro schietta passione.

I miei auguri per il 1982….

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