Archive for marzo, 2010
Caffè Elena: Vini d’autore
Mentula/Cazzo/Cock/Minchia/Lingam: l’essenza orgiastica del bicchiere

http://www.youtube.com/watch?v=w-Uf1AeSva0

cazzo-bicchiere-1

Priapo: il simbolo maschile del sesso. Oggi ci vergogniamo di parlare e di mostrare il sesso: la tradizione cattolico-cristiana, condita da tanto  giudaismo, ci ha insegnato che il sesso è peccato. Non così per i greci, per i romani che appendevano grandi cazzi (simboli di Priapo) a protezione di orti e giardini; non così per gli indiani che adorano il sacro Lingam di Shiva. Noi, invece, ci vergogniamo della faccenda più naturale che ci sia: fonte di vita e di piacere.

Il mio lavoro, del 1998, dipinto col Colorino – vitigno che una volta era usato nella formula del Chianti Classico per donare colore al vino – vinificato in purezza da Claudio Gori, vuol essere un inno laico ai riti orgiastici di Dioniso-Bacco-Libero-Lieo-Zagreo (tutti i nomi del dio del vino). Questo lavoro, nel mio immaginario, vuol significare l’essenza del bicchiere: perché si può bere (e offrire da bere, com’è ovvio), per chi ne ha voglia e piacere, da un bel cazzo…senza alcuna vergogna, perché non si fa del male a nessuno, anzi!

Il quadro è in formato 50×70 cm, vino su carta di cotone da 300 gr. E’ in vendita per 1.500,00 €. Chi fosse interessato può contattarmi.

Barolo & Co: Vigne e orti dentro la città

La suggestione per scrivere questo articolo mi era venuta leggendo sopra una cartina di Roma l’elenco alfabetico delle sue strade; avevo notato che c’era un’abbondanza di riferimenti a orti e vigne: Via degli Ortaggi, Orti d’Alibert, Orti della Farnesina, Orti di Cesare, Orti di Galba, Orti di Mecenate, Orti di Trastevere, Orti Flaviani, Orti Gianicolensi, Orti Giustiniani, Orti Portuensi, Orti Spagnoli, Orti Variani.

Via Vigna Alvi, Vigna Bertone, Vigna Corsetti, Vigna Due Torri, Vigna Fabbri, Vigna Filonardi, Vigna Jacobini, Vigna Lais, Vigna Mangani, Vigna Pia, Vigna Pozzi, Vigna Rosati, Vigna Serafini, Vigna Stellati, Vigne Nuove….Via della Vite.

Ben conoscevo il fatto che durante il medioevo, e fino almeno ai primi anni del Novecento, nella Capitale era abbastanza diffusa l’abitudine di coltivare l’uva, ma un’abbondanza simile di riferimenti toponomastici è in verità sorprendente!

Ho cominciato così a svolgere alcune ricerche e fare relativi approfondimenti in materia.

In età repubblicana e nel successivo ipertrofico sviluppo imperiale non sono attestate testimonianze di coltura della vite dentro le mura di una città che doveva essere sovraffollata: Marco Porcio Catone (234-149 a.C.) è il primo che parla di vino nel De re rustica e nel De agri cultura e sappiamo che possedeva una villa in Tuscolo, dove era nato e dove, come conferma Giunio Modesto Columella due secoli più tardi, si coltivavano vigne molto estese.

Il collasso dell’Impero e la disgregazione di Roma successivi  al IV e al V secolo della nostra era modificano completamente gli usi e i costumi dei sempre più rari e impauriti abitanti: è in questo periodo che, con l’aiuto soprattutto di conventi e monasteri benedettini e cluniacensi – per i quali il vino è un irrinunciabile elemento cultuale – piccole vigne cominciano a essere coltivate all’interno delle mura fortificate di palazzi e castelli romani. E’ molto probabile che, nell’ottica di un’economia di sussistenza, fosse prestata più attenzione all’orto che alla vigna e dunque la complessa e poco redditizia attività legata al vino fosse, durante i secoli bui dell’alto medioevo, una questione appunto di competenza dei monaci.

A cominciare però dall’XII secolo le vigne si diffondono nelle città e il Bacci e Sante Lancerio, bottigliere misterioso di papa Paolo III, ne testimoniano l’esistenza durante il rinascimento in zone come il Gianicolo e a Monte Mario. E’ questa ormai una pratica che si è diffusa in tutta Europa: in un progetto di ricerca di Katia Mori – Archeologia Medievale dell’Università di Siena – si attesta che nella città senese : “(i dati) che emergono da un registro della Biccherna relativo alla tassazione imposta nel 1454 a tutti i cittadini possessori di orti o vigne all’interno delle mura. Dalla Tavola delle possessioni si viene a conoscenza della presenza di 202 case con orto, 47 orti isolati e 14 vigne dislocati soprattutto nel popolo di Abbazia Nuova ed in quello di San Marco.”.

Ma succede che tra il XVIII e il XIX secolo le vigne cittadine si diffondono con uno sviluppo che va di pari passo con le tecnologie sempre più raffinate che viticoltura e enologia hanno raggiunto: ci sono vigne in tutte le città, grandi o piccole che siano; certo Roma è quella che vanta le più famose e numerose che alimentano le sempre più diffuse osterie.

Sulla via di Tor Pignattara, la vigna di Monte d’Oro; sull’Aventino, tra le terme di Caracalla, la vigna Guerrieri e le vigne della famiglia Torlonia; a Monte Mario la vigna del farmacista Alberto Langeli. Ma la più famosa, rimasta ancora oggi nella memoria collettiva, è la «Vigna dei frati»: nei pressi delle terme di Caracalla, appartenuta prima alla Compagnia di Gesù e visitata da S. Ignazio di Loyola, e poi – si chiamava vigna Antoniana – passata ai frati Minori Conventuali.

Il poeta dialettale Francesco Possenti la celebra con un sonetto che vale la pena di ricordare:

Er vino de li frati a Via Baccelli,

straportato per fusto de coppella

da li vigneti attorno a li Castelli,

te ristora la gola e le budella.

Si te ne scoli un litro a garganella,

a sede’ sotto l’arberi gemelli

che l’estate funzioneno da ombrelli,

te pare che la vita sia più bella.

Vino de le campagne nostre care,

spisciolato dall’uve bianche e nere,

bono pe’ di’ la Messa su l’artare,

sei te lo sciuro, identico e preciso,

sversato da li frati ner bicchiere,

bevuto da li santi in paradiso!

Ma se a Roma fioriscono orti e vigneti, non si può dire che altrove questo costume sia inconsueto: è celebre il Vigneto di Leonardo che il duca Ludovico il Moro donò al Genio, appassionato di vino e di cucina, riportato in un documento ufficiale e datato 26 aprile 1499. Ubicato vicino al convento di Santa Maria delle Grazie, dove Leonardo aveva appena finito di dipingere il Cenacolo, si estendeva per circa un ettaro. Fu lasciato in eredità, nel testamento redatto il 23 aprile 1519, ai fedeli Giovanbattista Villani e Salaì. Vi sono testimonianze della sua esistenza fino agli anni 40 del Novecento: era un vigneto a pergola. Oggi all’interno del giardino di Casa degli Atellani, al numero civico 65 di corso Magenta, non se ne conserva più traccia: pare sia stato distrutto causa un incendio.

Ma non posso non menzionare il celeberrimo Clos Montmatre, vigneto impiantato nel 1929 da alcuni artisti che intendevano salvare le ultime testimonianze delle vigne parigine (nell’800 si calcola che dentro la città ci fossero almeno 20.000 ha di terreni coltivati a vigneto). Il vigneto è situato a due passi dal Moulin Rouge, 1.500 mq con circa 2.000 piante di Gamay e Pinot noir.

Orti e vigne cittadine sparirono quasi tutte con la fine del XIX secolo: a Roma la causa principale fu lo sviluppo edilizio e urbano dopo il 20 settembre 1870; altrove le ragioni della distruzione di questi terreni agricoli cittadini furono soprattutto dovute all’inurbamento selvaggio e alle speculazioni edilizie.

Vi fu una riscoperta, com’è ovvio, dell’agricoltura cittadina durante la guerra: a Roma, e non soltanto, rispuntarono i famosi «orti di guerra».

Ma è da qualche anno che ovunque, in Europa e negli Stati Uniti, si vanno riscoprendo le attività agricole e vitivinicole cittadine.

Da citare il progetto di ricerca Senearum vinea che ha permesso di identificare dentro la città di Siena vitigni autoctoni sconosciuti o di cui s’erano perse le tracce: Abrusco, Mammolo, Gorgottesco, Poverina, Rossone, Tenerone, Occhio di Pernice, Zuccaccio, Vaiano.

Da segnalare il  Vigneto della Pusterla, 4 ettari di vigna nel centro di Brescia curati da Piero Bonomi (Bellavista) e Pierluigi Villa (Università di Milano): da uve Invernenga (a bacca bianca) e Marzemino (una varietà autotona), Uva uccellino, Maiolica, Schiava, Corva, Merlot, Barbera e Brugnera (a bacca rossa) si producono circa 100 hl. di mosto con cui si imbottigliano gli IGT Pusterla Bianco e Pusterla Rosso Ronchi di Brescia.

La Vigna di San Martino, centro di Napoli, all’ombra dell’omonima Certosa, è la creatura di Peppe Morra, gallerista partenopeo che nel 1987 acquistò 7,5 ettari di terreno incolto da cui ricavò una vigna di 4 ettari e un giardino impreziosito da alcuni superstiti olivi centenari e altre piante di particolare interesse: Falanghina dei Campi Flegrei (uno dei miei due vini bianchi del Sud preferiti, l’altro è il pugliese Fiano Minutolo), Piedirosso (in Campania chiamato Pér ‘e palummo, zampa di colombo), Catalanesca e Aglianico, tutti autoctoni e a piede franco, sono i vitigni che Peppe Morra e i suoi amici curano in questo gioiello nel centro di Napoli da cui la vista abbraccia Capri e il Vesuvio, Sorrento e tutto il golfo.

E infine bisogna parlare di Torino.

Pochi sanno che nel XVII e XVIII secolo era abitudine diffusa dei nobili torinesi passare brevi vacanze nelle ville collinari i cui giardini ospitavano orti e vigne: durante l’assedio del 1706 le truppe francesi saccheggiarono e distrussero almeno 150 appezzamenti coltivati a vigneto. Oggi tracce di quei vigneti si conservano a Villa Abegg e nei giardini di Vigna Chinet, come mi testimonia il suo attuale proprietario Giuseppe Crosetto, secondo cui ancora venti, trent’anni fa l’uva era coltivata regolarmente; mi cita anche una certa Vigna di Mongreno di proprietà di un tizio che distillava acquavite.

Negli orti, spesso coltivati abusivamente, ancora presenti lungo i fiumi e nelle zone periferiche della città, la vite è quasi sempre presente, come c’era nel suo terreno che mio padre coltivava al confine tra Beinasco e Torino: era uva fragola bianca e nera, frutti di piante che non dovevano avere meno di 50/60 anni.

Oggi a Torino è straordinario il vigneto ripiantato a Villa della Regina durante il ricupero e restauro della splendida dimora a due passi da Piazza Vittorio: è un appezzamento esposto a sud-ovest di circa 0,7 ettari (la vigna originale si estendeva per un ettaro e mezzo), piantumato a girapoggio con l’autoctona Freisa di Chieri (2.500 barbatelle di Freisa  e altre 200 barbatelle di vitigni rari come il famoso Cari, il Balaran, il Grisa roussa e il Neretto duro). La vigna è stata data in concessione all’Azienda Balbiano di Andezeno, storica cantina produttrice della migliore Freisa di Chieri che è un vino più fine, più delicato, più beverino della Freisa d’Asti.

Il titolare, Franco Balbiano, mi racconta che nel 2009 c’è stata la seconda vendemmia: in effetti, quella del 2008 dette soltanto una decina di ql che vennero impiegati nelle sperimentazioni di microvinificazione. L’anno scorso la vigna ha dato circa 34,40 hl – con una resa del 60/65 % – di un vino che presenta 13,60 % di grado alcolico e 5,5 gr/L di acidità totale: oggi riposa e matura in vasche d’acciaio, sarà imbottigliato a novembre di quest’anno e sarà il vino con cui si festeggerà il 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

Volver

“Volver… con la frente marchita, 
Las nieves del tiempo platearon mi sien…
Sentir… que es un soplo la vida,
 Que veinte anos no es nada,
 Que febril la mirada, errante en las sombras,
 Te busca y te nombra.
 Vivir… con el alma aferrada
 A un dulce recuerdo
 Que lloro otra vez…”

(Ritornare…con la fronte appassita,
 le nevi del tempo che argentarono la mia tempia…
Sentire…che è un attimo la vita,
 che 20 anni non sono niente
che febbrile lo sguardo,  errante nelle ombre,
 ti cerca e ti nomina
 Vivere…con l’anima aggrappata
a un dolce ricordo
che piango un’altra volta…).

Carlos Gardel – El morocho del Abasto – è uno dei grandi Miti dell’Argentina: gli altri sono Evita, El Pibe, El Che.

Volver – che significa ritornare, ma anche ricordare, rincasare, ecc. – è un tango che Gardel scrisse nel 1934, un anno prima di morire in Colombia causa un assurdo incidente aereo; era nato nel 1887, o forse nel ’90 in Francia, o forse in Uruguay: in fondo, per la costruzione di un mito, concorrono anche le origini incerte. Certo Gardel era un vero porteño del quartiere di Abasto, Buenos Aires.

Penso a Gardel quando entro nel ristorante argentino Volver in via Botero angolo via Barbaroux – pieno Quadrilatero, così viene definita la zona del castro romano da cui ebbe origine Torino. Penso a Gardel, ma mi torna in mente la voce straordinaria di Mercedes Sosa e ritorno con la memoria al film Sur di Fernando Ezequiel Solanas (1988, vincitore a Cannes) con il bandoneon magico di Astor Piazzolla…

Siamo fatti così, noi sognatori: corsari di suggestioni, bucanieri di sensazioni, pirati di emozioni. Argentina è un posto che amo da prima delle Patagonie di Bruce Chatwin e Paul Theroux; ancor prima delle meravigliose storie sconclusionate del mio grande Soriano; prima della scoperta di Cortàzar. Leggevo da adolescente le poesie giovanili di Borges (Fervor de Buenos Aires) e scoprivo da giovane la Patagonia di Darwin in uno dei più importanti libri della mia vita: Viaggio di un naturalista intorno al mondo.

Con in testa tutte le mie brave suggestioni, mi siedo con mia moglie a un tavolino - angusto, di quelli che si trovano in tanti ristoranti francesi – per due: avevo promesso allo chef, Martin Alejandro Lopez da Bariloche, giovane trentenne argentino, che sarei venuto a mangiare la carne dei manzi argentini che mi piace pensare allevati, bradi, a brucare erbe patagoniche sferzate dai venti australi.

Il locale è ampio, arredato per dare al cliente, in maniera anche dozzinale, l’idea del grande paese: dalle pareti lo sguardo utopico dell’Ernesto mi tiene compagnia, insieme a pelli di vacca e finimenti non so quanto originali.

Scelgo un Malbec San Felipe del 2007 (Mendoza, 13° di volume alcolico, passato al 50% in barrique nuove per 7 mesi): è un ottimo compagno, grasso, sensuale, non troppo acido e con tannini equilibrati. Mia moglie è astemia, le viene portata dell’acqua naturale filtrata, come finalmente oggi in molti ristoranti usa.

Partiamo dall’Empanada di carne, che è una semplice sfoglia fritta ripiena di carne e di spezie, saporita e leggera.

Poi, ecco la carne: filetto e controfiletto di manzo alla griglia. Il controfiletto è lardellato con pancetta, si chiama Lomo bridado, il filetto viene definito semplicemente Bife. Le aspettative sono pienamente soddisfatte: la carne è per davvero ottima, pur se risente delle tipiche caratteristiche di surgelazione (non oso pensare a come devono essere i sapori ). Sono un appassionato di carnazza: ho nei ricordi giornate di assaggi dedicate alle carni chianine, stracotti e bolliti delle nostre razze piemontesi, spezzatini di sottopancia dei vitelloni bianchi marchigiani….

Si sta bene, si mangia bene, serviti da efficienti camerieri tutti argentini; il locale è tranquillo e anche ben frequentato.

Panqueque con dulce è il dessert che viene servito a mia moglie: un gigantesco involtino, che è poi una crêpe ripiena di cioccolata non troppo leggera, a fine pasto.

Finisco con un bicchiere di Legui, liquore abbastanza delicato di erbe.

Il prezzo è giusto per una cena soddisfacente. Posso prendermi la responsabilità di consigliarlo.

Martin Alejandro Lopez è soddisfatto della mia visita: sta partendo per  Volver al suo paese dopo quasi quattro anni di Torino. Nel frattempo ha sposato una fanciulla napoletana che sedici mesi fa gli ha regalato Giulia. Che iddio, o chi per lui, li protegga.

The Sunday Tribune – Spectrum

http://www.tribuneindia.com/2010/20100314/spectrum/main3.htm

12 marzo 2010, Vino in Mercedes: Ancona, Delta Motors

L’Artista felice sull’auto preferita, oggi…

I miei quadri testimonial della Mercedes


La serata del 12 marzo scorso, presso la concessionaria Mercedes Delta Motors, è stata voluta dal Direttore Generale Jean Pierre Sabbatini, parigino, da tre anni alla guida di questa che è una delle più grandi strutture distributive della Casa Tedesca in Italia.

Alla presenza di un pubblico selezionato di clienti Stefania Zolotti, mia amica carissima, ha presentato il volume – da me censito su questo sito – “Vino a doppio senso”. Io, per parte mia, ho parlato della mia ricerca incentrata sul vino: i 18 quadri che ho messo in mostra sono stati esposti tra i modelli prestigiosi che arredano, protagonisti di bellezza tecnologica, gli ampi saloni della concessionaria. Per la la realizzazione dell’evento è stato fondamentale Francesco Greco, vecchio amico anconetano, giornalista televisivo e direttore del periodico “Il Gazzettino della pesca”, legato alla più vecchia fiera del settore in Italia. Ringrazio anche Barbara e la sua assistente e, ovviamente, la sempre brava e affidabile Stefania.

Di cibo e vini che hanno deliziato la serata scrivo in un altro articolo.

I quadri resteranno in mostra almeno 15/20 giorni.

www.delta-motors.it

San Damiano (d’Asti): “Quelli che tirano la pietra e nascondono la mano”….


Questo signore è Mauro Caliendo, sindaco del paese di San Damiano d’Asti. Non ho una fotografia decente dell’assessore alle manifestazioni, signor Luca Quaglia.

C’è un vecchio detto piemontese la cui traduzione è riportata nel titolo di questo articolo che non mi piace scrivere, ma è un dovere da compiere.

A me non hanno tirato una pietra, a me hanno fatto delle promesse che al momento opportuno non hanno mantenute: gli ho donato un pezzo da mettere come primo premio per la lotteria benefica in favore del Paese di Barisciano dell’Aquila (vedi articoli numerosi di giornali locali e non), gli ho allestito una mostra di miei quadri alcuni realizzati con vini della zona di San Damiano con il preciso impegno che almeno un quadro fosse venduto…..

Non mi hanno neanche ringraziato: non sono galantuomini, molto semplicemente e io non posso che serbarne un cattivo giudizio; mi spiace per la buona gente di San Damiano, ma di questo posto d’ora in poi non parlerò bene e mi guarderò dall’averci ancora a che fare in futuro.

E’ disperante quanto molte persone assumano con leggerezza impegni e con altrettanta leggerezza li disattendano. Io credo, e sono certo di non sbagliare, che la costruzione della propria credibilità sia una delle faccende più importanti della storia di un uomo: per quanto mi riguarda, cerco di attenermi con rigore alle parole che permetto, dopo averle pensate con la dovuta attenzione, alla mia bocca di pronunciare. Pare che per molti latrare, parlare, emettere suoni o rumori sia pressappoco la medesima faccenda.

Mi compiaccio di non appartenere a questa schiatta, poco raccomandabile.

Serate d’arte e di vino al Caffè Elena, a Torino

A cominciare da martedì 27 aprile, tutti i martedì sera, al Caffè Elena – in piazza Vittorio Veneto, a Torino – ci troviamo a bere, raccontare storie, magari suonare, parlare d’arte o cantare, recitare….Insomma, stare tra di noi in compagnia dietro o accanto a un buon bicchiere di vino, tra amici. Perché chi è impegnato a bere un buon bicchiere tra amici non può recar danno a alcuno. Magari non va in paradiso, ma non può far male a nessuno: Khayyam e Von Hutten mi sono testimoni autorevoli.

Vinitaly: incontri
Vinitaly: critica del salon puro…

Scrivevo nel 2003 – il testo è pubblicato nel mio libro “Più o meno di vino” – :

“...Vinitaly: ieri, era il ‘’99, Elio ospitava nello stand di Barolo & Co alcuni miei quadri. Cominciava il delirio del Vinitaly. Vinitaly mai come Verona, la Verona dei miei ricordi, quasi mai come Veneto: dormire a Peschiera, a Sirmione, a Desenzano, a Brescia….Mangiare nel Mantovano, nel Bresciano……

Vinitaly significa capitare al “Porticciolo” di Sirmione, perché è vicino all’albergo e sei stanco e non hai più voglia di metterti in macchina, e trovare sul tavolo bicchieri che puzzano di soda mescolata a acque di fogna; abbandonare una frittura mista di mare perché i calamari paiono trucioli di teak e ne hanno lo stesso sapore; rifiutare di mangiare un piatto di spaghetti all’astice per il fatto che non ti eri ricordato di specificare che non lo volevi fossile…..

E cominciare a accodarsi fin dal mattino, ai caselli, ai parcheggi, agli ingressi, agli stand, ai cessi ( tutti in coda a tenersi le mani sulle parti basse, mimando una comica danza…).

Vinitaly significa coda, per me: io odio le code.

Vinitaly significa giapponesi volgari che ingurgitano e sputano decine e decine di vini in poche ore, annotandone le caratteristiche su taccuini minuscoli: io, riconosco i miei limiti, ci metto a volte una o due ore per leggere un solo vino…….e poi mi rimangono ancora dei dubbi.

Vinitaly significa giovani perdigiorno dalle gote (non è per la verità un termine che meritano) rubizze, gonfi di alcol, zonzolanti sulle gambe malcerte, che vagolano tra un chianti, un barolo e un vattelapesca, ché tanto fa lo stesso, a ingurgitare quantità globali e omologanti di liquido che dovrebbe essere vino e a voltare la testa all’unisono per seguire imbambolati e inebetiti qualche bel jeans ben riempito o un decolletè degno di ben altre attenzioni..

Vinitaly significa ogni anno qualcuno che lamenta pochi fogli di copia-commissioni compilati. Litanie del tipo: quest’anno non ho visto tedeschi, non ho visto americani, i giapponesi non comprano, i cinesi latitano, gli sceicchi sembrano distratti e, non so perché, ma non si sono visti in giro operatori iracheni.

Vinitaly significa crudeli cerberi, travestiti da giovin fanciulle attraenti, che sorvegliano gli ingressi per permettere l’entrata solo agli alcolisti impenitenti e evitare l’accesso ai fastidiosi, dannosi, inutili operatori del settore.

Vinitaly significa numeri roboanti: semper ad maiora. Un milione di aziende presenti, un miliardo di visitatori, un trilione di litri di vino ingurgitati, un bilione di trilioni di ……. Il mille per cento in più dell’anno scorso, un successo mai visto, un’edizione incredibile (fino alla prossima, naturalmente).”

Sono passati sette anni e quel che allora ho scritto non lo condivido ormai più: ero stato troppo tenero!

Oggi questo mostro debordante, quest’inferno i cui gironi sono gli immensi padiglioni dedicati alle singole regioni – e ti tocca anche passeggiare sovrastato da immensografie del testimonial american attore (ormai vintage) strapagato per storpiare Giacomino e ricordare al Mondo che esiste quel pezzo d’Italia – non ha più senso. Non ha senso per il grande produttore, non ha senso ancor di più per il piccolo che scompare dentro questo caldarone (la “a” non è un refuso: da caldara…) in cui si mescolano un numero incontrollabile di eventi, comunicazioni, iniziative, notizie, fesserie, minuzie, insignificanze; e vini grandi e ciofeche, e vini preziosi e vini-mappine, vini bio vini falsi vini dinamici vini statici; vinacci vinelli vinoni vinini vinetti vinellini vinelloni vini del caso vini di cosa vini di casa; vini fatti e vini strafatti, vini legnati, vini filtrati, vini infeltriti….senza alcun costrutto.

Non ci avessi incontrato Vittorio Fiore, non avessi fatto conoscere il Tretarante a Stefania Zolotti, non avessi conosciuto il profondo sguardo giovane e fresco della diciannovenne figlia di una mia amica: mi dice qualcuno – chiunque: anche incompetente, bovaro, cafone, musulmano, pellerossa, astemio – cosa ci venivo a fare al Vinitaly?

“La mimosa” di Pablo Neruda

Io ho tanto amato Pablo Neruda da adolescente: ho scoperto da solo Il Canto General, le Veinte Poemas de amor. Ho letto il suo splendido Confesso che ho vissuto (prestato a chissà chi e oggi scomparso dalla mia Biblioteca). Ho poi visto una vecchia fotografia in cui il grande Pablo regge sulle ginocchia il mio amico Enrico, all’ombra della locomotiva, in Alpignano.

E amo gli alberi e i fiori degli alberi: le mimose sopra tutti. Il giallo sfacciato, provocante sensuale. Franco, quasi scostumato. E quell’olezzo inebriante, che ubriaca più di un grande vino.

Ma questa poesia, tra le mie preferite, non l’ho scoperta io: fu mia figlia, alle elementari, che me la fece conoscere e amare.

E’ tempo di mimose: come ogni anno, è giusto in questa stagione regalarla a chi ancora non la conoscesse: è un mio omaggio fatto con lo stomaco, più che con il cuore. E con l’organo (non so quale sia) che produce la sensibilità e il bisogno di donare senza aspettare alcuna ricompensa in cambio. Sono i regali più belli.


Andavo da San Jeronimo

verso il porto

quasi addormentato

quando

dall’inverno

una montagna

di luce gialla

una torre fiorita

spuntò sulla strada e tutto

si riempì di profumo.

Era una mimosa.

Turin: some postcards from The Holy Shroud City
Torino, i giorni della Sindone

Due parole laiche sul Sacro Lenzuolo, la Sindone, The Holy Shroud: andare a questionare se l’impronta impressa sul lino sia o meno attribuibile a Gesù Cristo è operazione di idiota inutilità. Inutile se si è credenti, ancor più inutile se credenti non si è.

In ogni caso, quell’incredibile rettangolo di lino con quella somma testimonianza del dolore fisico di un uomo, chiunque egli sia stato, ha raccolto per secoli l’adorazione, le preghiere, le speranze, i voti, il dolore, la gioia di milioni di persone: anche soltanto (soltanto!) per questo fatto, merita da parte di chiunque il rispetto e lo stupore che deve sempre essere riservato a qualunque simbolo che racchiude le credenze di parti dell’umanità, piccole o grandi esse siano. Sulla cultura delle reliquie sono stati scritti oceani di inchiostro, ma non si può e non si deve prescindere dal rispetto, anche quando – Umberto Eco in Baudolino ha vergato delle pagine di memorabile ironia attorno a queste vicende – il punto di vista non è quello del fedele.

E personalmente, non essendo credente, non trovo scandaloso che delle reliquie e della fede si faccia commercio: almeno serve a campare famiglie, come diceva con buonsenso contadino San Pio da Pietrelcina.

Torino: La Chiesa del Sacro Lenzuolo

Nelle immagini della galleria fotografica qui sopra si può vedere la Chiesa del SS. Sudario, sede fin dal 1734 (la chiesa fu costruita su decreto di re Vittorio Amedo II del 1728 dall’ing. Mazzone) della Confraternita del SS. Sudario, istituita nel 1598, vent’anni dopo l’arrivo della Santa Sindone a Torino. E’ attigua al museo della Sindone (Via San Domenico, 28) esattamente dirimpetto al palazzo in cui io abito.

Concepita originariamente come oratorio e sede esclusiva della Confraternita, fu aperta al pubblico verso la fine del XVIII secolo. La chiesa era attigua allo “Spedale dei pazzarelli”, il primo ospedale concepito per i malati di mente. All’interno della chiesa a unica navata, è esposta una perfetta copia della Sindone. Una della tante curiosità di questa chiesa è l’immagine stilizzata in bassorilievo del Sacro Lino contenuta nel timpano della facciata.

Paolo Monelli: Il ghiottone errante

Questo libro memorabile merita un’ampia premessa.

Scritto da Paolo Monelli – di cui su questo sito ho con dovizia trattato del suo “O.P. ossia Il vero bevitore” – e illustrato da Giuseppe Novello, è appunto dal rapporto sghembo che lega questi due alpini della Grande Guerra che parte la mia premessa. Uno, giornalista e scrittore emiliano (Fiorano Modenese), beone raffinato di capacità biblica e mangiatore altrettanto attento e competente di quantità e qualità pantagrueliche; l’altro, vignettista di nascita lombarda (Codogno) ma di origini venete, astemio e inappetente, striminzito, distratto e frugale masticatore. Ebbene, contro ogni logica salutista e dietetica, il primo campò 93 anni(1891/1984) e il secondo raggiunse le 91 primavere (1897/1988)….

L’edizione che ho letta e qui presento è per i tipi del Touring: la prima edizione del 2005 (ciò significa che il libro, straordinario per molti versi, non ha avuto il successo che merita); è un brutto oggetto: brutta la copertina, brutto il formato striminzito, brutta la carta – una patinata opaca bianchissima che affatica gli occhi – brutta la grafica e l’impaginazione, brutto il minuscolo corpo che caratterizza le note – spesse volte quasi più interessanti del testo – brutta infine la svogliatezza con cui sono disseminate e impaginate le vignette di Novello (sono circa 200 pagine per 14 €, in ogni caso ben spesi).

Il libro fu pubblicato da Treves, editore in MIlano, nel 1935 e ebbe qualche ristampa; fu ripubblicato, riveduto e ampliato, da Garzanti – che nel frattempo aveva rilevato Treves – nel 1947; c’è stata un’edizione a cura della Biblioteca del Vascello (Roma) del 1992 che riproduce la prima edizione Treves. Questa del Touring del 2005 è basata sull’edizione riveduta di Garzanti del ’47.

Il libro nasce come raccolta di articoli commissionati da “La Gazzetta del Popolo” di Torino: il giornale spedisce in giro per l’Italia i nostri sull’onda di una moda che negli anni Trenta prende corpo, originata probabilmente dalla traduzione italiana della “Guida spirituale delle osterie italiane da Verona a Capri” del tedesco Hans Barth.

Superfluo affermare che è un libro epocale per molti versi e di non adeguato successo: riporterò sul mio sito, qui e là, alcune delle citazioni che ritengo meritevoli, tra tutto il resto comunque notevole, di venire poste in risalto.

Paolo Monelli: “O.P. ossia Il vero Bevitore”

Un capolavoro che nessuno, al quale in qualche modo l’argomento del vino e del bere più in generale interessa, può permettersi il sacrilegio di ignorare. Questa è l’edizione originale del 1963, cartonata, molto….Longanesi.

Paolo Monelli, giornalista di Fiorano Modenese (1891/1984), è assai più famoso per il celebre “Il ghiottone errante”, pubblicato prima a puntate su “La Gazzetta del Popolo” e  poi in volume da Treves nel 1935: è la cronaca di un viaggio nei santuari italiani di vino e cibo, realizzato da un bevitore e da un astemio e inappetente (il pittore e illustratore – per 30 anni a “La Gazzetta del Popolo” e poi a “La Stampa” – Giuseppe Novello, 1897/1988).

Questo volume, introvabile – non so quale sia l’ultima edizione disponibile – non è soltanto un lavoro importante dedicato al vino: è di O.P. che si tratta. O.P. è un artificio letterario, un acronimo, che sta sia per Optimus Potor – latino che identifica chi beve bene – sia per  Oino-Pòtes – termine greco con cui Anacreonte identifica il savio cultore del vino. Dunque è un libro dedicato ai bevitori: libro eretico, politicamente non corretto, denso di citazioni, di spunti, di suggestioni. Sono circa 300 pagine dense in cui si tratta di vino in maniera importante e unica, ma anche di birra, di whisky, di whiskey, di cognac, di gin, di cocktail…

E’ una miniera di aneddoti (quello su Mario Soldati, la sua scarsa propensione ai gusti raffinati e i suoi Gattinara e Carema vale da solo il libro intero), di notizie, di opinioni quantomai insolite. Paolo Monelli era un grande appassionato dei vini di Valtellina che considerava i migliori; com’è ovvio, non tutto quanto scrive è condivisibile, spesso anche assai datato: ma, mi si dia retta, è sempre di straordinario interesse e di valore letterario notevole. In assoluto, forse, meglio di Veronelli e di Soldati. E cerco di non esagerare.

Importante la bibliografia, belle le fotografie fuori testo, di grande aiuto l’indice dei nomi: anche un libro “fatto” come si conviene, alla Longanesi, un altro degli eretici che amo.

Il Papa in visita pastorale a Torino, 2 maggio 2010

Queste fotografie, riprese da mia moglie Margherita e da mia figlia Geeta – entrambe cattoliche ferventi e praticanti – documentano la visita pastorale di Papa Benedetto XVI a Torino, domenica 2 maggio 2010, in occasione dell’ostensione straordinaria della Sindone (è la decima dal 1578, anno in cui il Sacro Lenzuolo fu portato dal Granduca Emanuele Filiberto a Torino, fresca capitale del Granducato, da Chambery dove si trovava custodito fin dal XIV secolo). Il mio pensiero a proposito della reliquia del Sacro Lino e, in maniera più ampia circa la, o meglio, le religioni è ampiamente documentato su questo sito.