Archive for giugno, 2010
Artistas, locos y criminales: Obdulio Varela by El Gordo Soriano

Quasi tutti quelli che conoscono Soriano hanno letto di Obdulio Varela su Futbol, l’antologia pubblicata postuma nel 1998; per la verità, l’intervista (del 16 luglio 1972, pubblicata sul quotidiano La Opinión) al campione uruguagio fu inserita nel volume del 1983, Artistas, locos y criminales ( Artisti, pazzi e criminali, pubblicato in Italia, da Einaudi, nel 1996 e la mia copia che riporto a fianco è quella prima edizione).

Obdulio era nato il 20 settembre 1917, aveva cominciato a giocare nella massima serie uruguagia nel 1934 e giocò fino al 1955. Non era gigantesco, come dicono le cronache: non arrivava infatti al metro e ottanta; morì il 2 agosto 1996 a Montevideo, la sua città natale. Osvaldo Soriano (nato a Mar del Plata il giorno dell’Epifania del 1943) scomparve pochi mesi dopo a Buenos Ayres, il 29 gennaio del 1997: El Gordo fu portato via da un cancro ai polmoni, inevitabile data la quantità immane di sigarette che aveva fumato.

Domani, 16 luglio 2010, sono 60 anni da quella fatidica finale, la citazione è d’obbligo: ma rispetto a tutti gli altri che ogni tanto citano questo scritto di Soriano, a me piace riportare il dopo partita: quello sì per davvero memorabile.

Questa intervista mi fu suggerita da Hermenegildo Sábat, il quale illustrò sul quotidiano quasi tutti i testi, poi raccolti nel volume Artisti, pazzi e criminali.

Il 16 luglio 1950, nello stadio Maracaná di Rio de Janeiro, nacque una delle ultime leggende del calcio rioplatense; quel giorno, l’imponente centromediano uruguayano Obdulio Varela mise a tacere centocinquantamila tifosi che inneggiavano al goal brasiliano durante la finale della Coppa del Mondo, segnato dall’attaccante Friaca. Al sesto minuto del secondo tempo, il Brasile aprì le marcature incoraggiato dalle tribune zeppe del Maracaná, inaugurato proprio per questa partita. Allora, tutta Rio de Janeiro fu un’esplosione di giubilo; i petardi e i fuochi d’artificio si accesero nello stesso tempo. Obdulio, un ragazzone tagliato con l’accetta, raggiunse la sua porta già violata, prese il pallone in silenzio e lo strinse fra il braccio destro e il corpo. I brasiliani ardevano di giubilo e chiedevano altri goal. Quella modesta squadra uruguayana, seppure temibile, era una buona preda per conquistare il titolo mondiale. Forse l’unico che seppe capire la drammaticità di quell’istante, di ponderarla freddamente, fu il grande Obdulio, capitano – e molto di più – di quella squadra giovane che cominciava a disperarsi.

Sicché piantò gli occhi grigi, neri, bianchi, rilucenti, contro tutta quella luce, gonfiò il petto massiccio, e si avviò muovendo appena i piedi, provocatore, senza rivolgere una parola a nessuno, e la gente dovette aspettare tre minuti prima che arrivasse in mezzo al campo e rivolgesse all’arbitro dieci parole in uno spagnolo incomprensibile. Non ebbe orecchi per i brasiliani che lo insultavano perché avevano capito la sua manovra geniale: Obdulio raffreddava gli animi, metteva distanza fra il goal e la ripresa di modo che, da quel momento, la partita e l’avversario di ritrovassero diversi.

Quella sera sono andato col mio massaggiatore a fare un giro nei locali per berci qualche birra e siamo capitati in quello di un amico. Non avevamo neanche un cruzeiro e ci siamo fatti fare credito. Ci siamo ficcati in un angolo a bere e di là guardavamo la gente. Tutti stavano piangendo. Sembrava una bugia; la gente aveva le lacrime agli occhi. D’improvviso vedo entrare un tizio grande e grosso che sembrava disperato. Piangeva come un bambino e diceva: «Obdulio ci ha fottuti» e piangeva sempre di più. Io lo guardavo e mi faceva pena. Loro avevano preparato il carnevale più grosso del mondo per quella sera e se l’erano rovinato. A sentire quel tizio, gliel’avevo rovinato io. Mi sentivo male. Mi sono accorto che ero amareggiato quanto lui. Sarebbe stato bello vedere quel carnevale, vedere come la gente se la spassava con una cosa così semplice. Noi avevamo rovinato tutto e non avevamo ottenuto niente. Avevamo un titolo, ma cosa importava  confronto a tutta quella tristezza? Ho pensato all’Uruguay. Là la gente doveva essere felice. Ma io ero a Rio de Janeiro, in mezzo a tutte quelle persone sconsolate. Mi sono ricordato del mio odio quando ci avevano segnato il gol, della mia rabbia, che adesso non era più mia ma mi faceva male lo stesso.

Il proprietario del bar si è avvicinato a noi insieme a quel tizio grande e grosso che piangeva. Gli ha detto: «Lo sa chi è questo qui? E’ Obdulio». Io ho pensato che quel tizio mi avrebbe ammazzato. Ma mi ha guardato, mi ha abbracciato e ha continuato a piangere. Subito dopo mi ha detto: «Obdulio, accetta di venire a bere un bicchiere con noi? Vogliamo dimenticare, capisce?». Come potevo dirgli di no! Abbiamo passato tutta la notte a sbevazzare da un bar all’altro. Io ho pensato: “Se devo morire questa notte, così sia”. Però eccomi qui.

Se adesso dovessi giocare di nuovo quella finale, mi segnerei un gol contro, sissignore. No, non si stupisca. L’unica cosa che abbiamo ottenuto vincendo quel titolo è stato dar lustro ai dirigenti dell’Associazione Uruguayana di Calcio. Loro si sono fatti consegnare le medaglie d’oro e ai giocatori ne hanno date altre d’argento. Lei crede che si siano mai ricordati di festeggiare i titoli del 1924, del 1928, del 1930 e del 1950? Mai. Noi giocatori che abbiamo partecipato a quei campionati ci riuniamo adesso per conto nostro ogni anno il 18 luglio, che è la festa nazionale. Festeggiamo per conto nostro. Non vogliamo neanche ricordarci dei dirigenti.

Joseph Campbell, L’eroe dai mille volti – The Hero with a Thousand Faces

Fu pubblicato nel 1949 per i tipi della Bollingen Foundation di New York, casa editrice fondata dal miliardario americano Paul Mellon su suggerimento di C. G. Jung. In Italia è stato tradotto nel 1958 da Feltrinelli e nel 2000 da Guanda per la Biblioteca della Fenice. E’ il libro più famoso di Joseph Campbell (1904/1987), studioso di mitologia comparata e religioni.

Questo è uno di quei libri che non smetto mai di leggere, di consultare, di usare come lenimento, sedativo, unguento e anche come suggerimento, come conferma, come finestra da spalancare sui dubbi. Ho appena finito di rileggerlo e ne ho  di già il rimpianto.

Mi piacerebbe riportare un numero spropositato di citazioni: così tante che non mi sento di privilegiarne alcuna da scrivere sul mio sito. In verità, ognuno dei molti capitoli del libro è una miniera inesauribile di notizie, di storie, di considerazioni.

Sono circa 400 pagine, di cui un supplemento di note di circa 40 pagine – scritte in corpo 6 – che sono preziosissime e irrinunciabili ulteriori informazioni. Per chi studia o, anche in maniera più semplice, è appassionato di religioni e di mitologia questo volume è insostituibile: vengono citati, analizzati e comparati miti e riti (religioni incluse) di ogni parte del mondo e di ogni epoca storica, senza alcun pregiudizio e con una lucidità antropologica, storica, psicoanalitica che non ho trovato in alcuna altra pubblicazione simile anche di studiosi di grande prestigio (Boas, Malinowski, Levy-Strauss…).

Non ho idea se sia stato ristampato o se sia tuttora reperibile nel catalogo della Guanda: ma questo sarebbe certo un regalo bellissimo da fare a persone che in qualche modo amano o studiano mitologie, mitopoiesi, religioni.

A pranzo con Angelo Gaja

Non capita tutti i giorni di essere ospiti esclusivi di Angelo Gaja: egli è un uomo che passa per essere un burbero, in realtà è soltanto una persona di grande realismo e di grande capacità di lettura degli uomini e non gli piacciono le persone banali, quelli che si atteggiano, gli adulatori e via dicendo (traduzione italiana di “quant’altro”).

Abbiamo chiacchierato in libertà per un’ora e mezza prima di recarci a pranzo nel vicino ristorante Antica Torre, da qualche anno proprio sotto il parallelepipedo medievale che marchia Barbaresco. Lì si è tra amici per una cucina che è langarola, semplice, di provata tradizione; e per bere, nessun problema: Angelo s’era portata appresso una bottiglia del neonato Barbaresco 2007.

Carne cruda a coltello, vitello tonnato e insalata russa, tajarin freschi al ragout, pollo ruspante al forno con verdure lessate e delizioso bonet. Per accompagnare chiacchiere tra amici, chiacchiere magari anche riservate, di quelle che proprio soltanto tra amici si possono fare.

Che dire, Angelo è sempre un vulcano: uno stimolo, lasciarlo parlare e infervorare sulle questioni che gli stanno a cuore.

Brassaï, Conversazioni con Picasso

“…La mia illuminazione notturna è magnifica, la preferisco addirittura all’illuminazione naturale….Dovrebbe venire una notte a vederla….Quella luce che stacca ogni oggetto, quelle ombre profonde che circondano le tele e si proiettano sui travi, le ritrova nella maggior parte delle mie nature morte, quasi tutte dipinte di notte… L’ambiente, qualunque esso sia, diventa la nostra sostanza stessa, lascia su di noi le sue tracce, si organizza secondo la nostra natura…”

“…Un muro è sempre qualcosa di meraviglioso…Io sono sempre stato molto attento a ciò che vi capita sopra. Da giovane, spesso ho addirittura copiato dei graffiti, e quante volte ho tentato di fermarmi davanti a un bel muro e incidervi su qualcosa…Un giorno, a Parigi, aspettavo in una banca. La stavano rinnovando. Allora, tra le impalcature, su un pezzo di muro condannato alla demolizione, ho fatto un graffito…Finiti i lavori era sparito…Qualche anno dopo, in occasione di non so quale rimaneggiamento, il mio graffito è ricomparso. Lo si trovò strano e si venne a sapere che era di… Ricasso. Il direttore della banca fece interrompere i lavori e fece ritagliare la mia incisione con tutto il muro attorno, come se fosse un affresco, per inserirlo in una parete di casa sua.”

Gyula Halász, in arte Brassaï dal nome del paese natale Brasso in Transilvania – allora ungherese e oggi rumeno – nacque nel 1899 e si stabilì a Parigi definitivamente nel 1924. Amico di Bela Bartok, Kandinskij, Moholy-Nagy e Kokoschka, iniziò come fotografo, nel fervore di Montparnasse, accanto a personaggi come Michaux, Atget, Kertesz. Divenne il ritrattista ufficiale delle avanguardie, ruotanti attorno alla rivista «Minotaure»: Breton, Dalì, Eluard, Man Ray, Giacometti, Picasso…

Questo libro (Titolo originale: Conversations avec Picasso – 53 photographies de l’auteur), fu pubblicato nel 1964 da Gallimard e dedicato all’ottantatreesimo compleanno del genio spagnolo. Allemandi lo ha tradotto nel 1996, la mia è la prima edizione.

Un libro di piacevole e sorprendente lettura: vi si trovano aneddoti e risvolti inediti raccontati secondo una prospettiva che è quella di un artista, testimone e artefice di un tempo memorabile. Racchiude un’epoca compresa fra il 1943 e il 1962: semplicemente, formidabile.

Il Manganello, Pietro Aretino

L’attribuzione di questo raro testo (pubblicato pochissimo) a Pietro Aretino è condivisa ma non certissima. Il volume fu pubblicato a Venezia nel 1530 presso lo stampatore Zoppino, l’edizione in mio possesso è dell’editore romano Manilo Basaia, 1984 (editore che credo non sia più attivo).

Si tratta di un poema satirico contro il sesso femminile, svolto in terza rima e in tredici canti o capitoli abbastanza indipendenti.

Il poemetto è tanto colto quanto di oscenità sublime: tutto il peggio che una mente fertile possa immaginare è messo in versi che costituiscono un esempio linguistico straordinario per l’evoluzione colta del volgare nel XVI secolo.

E quanto Messalina fusse casta,

che moglier di Claudio imperatore,

a cui un lupanar non par che basta.

Questa, per satisfar al suo furore,

usciva de la casa imperiale,

et andava al bordel con quell’ardore

che fa la lupa a ciascun’animale,

di notte a tempo con una compagna,

ch’ardeva più di lei o d’altra tale.

Quivi si stava la bramosa cagna,

fin che ‘l bordel si serrava, e dapoi

lorda tornava a la casa più magna.

Chiamava ogni poltron:«Vieni qui da noi,

che ti farem onor e cortesia»,

per soddisfar gli appettiti suoi;

e stava stravestita su la via,

pigliando ogni huom che per la strada andava,

e ne la sua bottega il conducia;

qui si partiva la puttana prava,

quand’havea ben merdosa la morfea,

e da l’imperador si ritornava.

….

Venite puttanaccie da Ferrara,

a presentarvi tutte a questa mostra,

che chi fotter non sa da voi s’impara.

Io mi ricordo una vicina nostra,

che ne la sacrestia di San Francesco

servì quaranta frati in una giostra;

et eragli fra gli altri un fra thedesco

che nome aveva Messer frate Nicollo,

ch’haveva un cazzo com’un pié d’un desco.

Costui se la fottette a gamb’in collo,

perch’ella aveva una potta spacata,

dentro con li coglion tutto cacciollo;

….

Anoia a me, quand’ella si procaccia,

ch’ella si forbe ‘l cul con la camisa,

e non cura trovar un’altra straccia.

Anoia a me, quand’ella rugge e strisa

In forma d’una volpe e d’una gatta,

quand’ella chiama l’huomo a bella guisa.

Anoia a me, ch’ell’è cattiva e matta;

anoia a me, ch’ell’è malvagia e ria;

anoia a me, perch’ell’è mentecatta.

….

Però, Silvestro, fuggi sua brigata,

non t’impacciar di sua mala ventura.

Lasciala andar, ch’ella sia scortegata.

….

Fuggi, Silvestro, il maledetto vermo,

e non esser nel numero de i pazzi

che del mio dir si faran forse schermo.

Fuggi al postutto tutti i lor sollazzi,

perché son venendosi e pien di noia,

di spine, di soghetti et altri lazzi,

tanto che spesso avien che l’huom ne muoia.

E chi ne vol ne pigli: tu nol fare;

lascia da parte questa mala troia,

Piglia ‘l consiglio mio, non lo schiffare,

che tu ne viverai gran tempo sano,

allegro e bello, come si de’ stare.

Come appare ovvio, di satira si tratta e molto probabilmente l’autore intendeva vendicare un qualche amore tradito: in fondo la conclusione, come succedeva sempre a quei tempi, è di sommo moralismo.

Valerio Massimo Manfredi apre il nostro convegno internazionale di Aosta

L’apertura dei lavori nella sala del Palazzo della Regione Valle d’Aosta.

Giancarlo Fulgenzi

Giancarlo Fulgenzi è un mio amico, o meglio: sono assai orgoglioso di poter affermare che Giancarlo è un mio amico: voglio bene a quest’uomo – non mi si fraintenda: siamo tutti e due incorreggibili eterosessuali (ci piacciono tette e culi e soprattutto teste). Oggi, vecchio venerabile, ogni tanto scrive e scrive bene: mi ha mandato queste parole che mi ha autorizzato a pubblicare sul mio sito. Sono orgoglioso di ospitare le parole di Giancarlo Fulgenzi, di cui ho già scritto e di seguito segnalo i link.

http://www.vincenzoreda.it/giancarlo-fulgenzi-e-il-suo-steccheto/

http://www.vincenzoreda.it/una-vita-invertita-giancarlo-fulgenzi/

“Era il 1968 quando con un fiore di carta potevi catturare l’attenzione e far volare i pensieri di migliaia di persone.Si era in prossimità o c’ era stato da poco , del Festival di San Remo. Avevo avuta l’ idea di quei grandi fiori di carta ricordando quelli , molto più piccoli e meno appariscenti che le donne preparavano quando doveva passar la processione o per addobbare la casa sotto Pasqua.Poi c’erano quelle belle carte pieghettate che vedevo dai fiorai e mi avevano stuzzicato la fantasia.Alla Fulgenzi era ormai un classico il recupero di materiali poveri e normali per creare qualcosa di nuovo e dimostrare ancora che la bellezza stà spesso e specialmente nelle cose semplici.

In America mi invitavano alla televisione per partecipare agli spettacoli della mattina per stupire le massaie americane con quei grandi fiorelloni che riuscivo a tirar fuori dal nulla in poco più di due minuti. In Sud Africa più intelligentemente pensarono che poteva essere un modo piacevole per far utilizzare le mani a tutti quei ragazzi che avevano un handicap e cosi mi ritrovai ad insegnare in un ospedale specializzato nel recupero utilizzando sistemi che univano impegno e passatempo. Con le ciclette i pazienti azionavano seghetti da traforo e intaglavano figure di legno e vassoietti, i giocatori di scacchi facevano i loro esercizi per le dita giocando ma…semplicemente prendendo le pedine con delle mollette la cui resistenza veniva via via graduata. Io insegnavo ai ragazzi a far fiori anche se le condizioni di alcuni erano veramente difficili

A Firenze, nell’ esclusivo e severissimo collegio di Poggio Imperiale, invece molte studentesse furono punite e consegnate senza libera uscita perchè avevano osato addobbare le loro camerette con i fiori di Fulgenzi.

A Milano organizzammo una grande festa, per questi fiori, al Santa Tecla che allora era gestito dal mitico Jak La Cayenne, proprio dietro a piazza Duomo..Festeggiammo alla grande e tutti ebbero un grande fiore come segno di libertà e gioia di vivere. Fu una festa generale. Vennero anche tutti i cantanti famosi del momento per farsi fotografare con i nostri fiori.

Spesso cerchiamo soluzioni strane e difficili e invece basta un pò di fantasia ed un buon progetto.Molte aziende oggi dovrebbero riflettere: spesso la soluzione è più semplice di quanto non ci aspettiamo, e questo probabilmente è proprio il momento di riconsiderare con entusiasmo progetti che apparentemente sembrano troppo semplici ma che coltivati con determinazione ed intelligenza possono portare a grandi successi. Rinunciare per seguire i soliti sogni di grandezza potrebbe rivelarsi un errore imperdonabile.”.

José Saramago, Caino

“Circa tre giorni prima, non più tardi, il signore aveva detto ad abramo, padre del ragazzino che trasporta sulle spalle il fascio di legna, Porta con te il tuo unico figlio, isacco, al quale vuoi tanto bene, recati nella regione del momte moria e offrimelo in sacrificio su uno dei monti che ti indicherò. Il lettore ha letto bene, il signore ha ordinato ad abramo di sacrificargli proprio il figlio, e tutto con la massima semplicità, come chi chiede un bicchiere d’acqua quando ha sete, il che significa che era una sua abitudine e ben radicata. La cosa logica, la cosa naturale, la cosa semplicemente umana sarebbe stata che abramo avesse mandato il signore a cagare, ma non è andata così…..Vale a dire che, oltre che figlio di puttana quanto il signore, abramo era decisamente un bugiardo, pronto a ingannare chiunque con la sua lingua biforcuta che, in questo caso, secondo il dizionario privato del narratore di questa storia, significa traditrice, perfida, fraudolenta, sleale e altre meraviglie del genere.”

“La storia degli uomini è la storia dei loro fraintendimenti con dio, né lui capisce noi, né noi capiamo lui.”

“Ora, il signore si nasconde in colonne di fumo, come se non volesse farsi vedere. Nella nostra opinione di semplici osservatori degli avvenimenti si vergognerà di qualche figuraccia che ha fatto, come nel caso dei bambini innocenti di sodomia che il fuoco divino arrostì”.

145 pagine di ironia a toccare, stravolgendole (ma mica poi così tanto), le storie della Bibbia: l’ultimo scritto di Josè Saramago prima della sua dipartita da questo mondo è un regalo prezioso che costa soltanto 15 € da Feltrinelli. Curiosità: chi scrive i testi dei risvolti di copertina non legge quello di cui scrive. “…il destino di Caino è quello di un picaro che viaggia a cavallo di una mula attraverso lo spazio e il tempo, in una landa desolata agli albori dell’umanità”: Saramago invece ci racconta che fu la prodigiosa amante Lilith a regalare a Caino il migliore asino delle sue scuderie.

Saramago mi ha permesso di ricordare, tra l’altro, il massacro di Bèzier del 1219: il legato pontificio Arnaud Amaury, non potendo distinguere gli eretici dai buoni ortodossi disse la frase famosa: “Caedite eos! Novit enim Dominus qui sunt eius (Ammazzateli tutti! Il Signore riconoscerà i suoi)”….Le religioni – tutte – sono fatte dagli uomini e sono come gli uomini: a volte buone, a volte cattive, a volte né buone né cattive.

Il saluto di S. E. Alfredo Trinidad Velásquez, Embajador de Guatemala

Distinguidos Profesores y Participantes a la Conferencia “Restituire la Memoria”

En nombre del Gobierno de Guatemala agradezco al Dott Vincenzo Reda y al Asesorado para la Cultura de la Región Valle D’Aosta por la invitación a participar a esta interesante Conferencia. Lamentablemente compromisos impostergables, del último momento, no me han permitido asistir a este  evento que cuenta con  la participación, de ilustres profesores. Entre ellos, el insigne Dr. Oswaldo Chinchilla Mazariegos, Curador del Museo Popol Wuj e ilustre  Profesor de la Universidad de San Carlos de Guatemala, que a lo largo de su carrera académica ha publicado libros y ensayos que son conocidos internacionalmente.

Como todos Ustedes saben el calendario sagrado de los mayas es de 20 días, llamado  Tzolkin, y se fundamenta en el cuerpo humano, o sea en los diez dedos de las manos y en los diez dedos de los pies. Estos 20 días forman una ley que controla la vida del ser humano, desde su concepción hasta la muerte.

En los 20 días del Calendario Sagrado de los mayas están expresadas todas las fuerzas básicas de la creación y destrucción, de lo positivo y negativo, de lo bueno y malo, la dualidad que existe en el mundo, en la sociedad, en la familia y en el corazón del ser humano.

De la conjugación de tales fuerzas en las vidas individuales depende el curso de la existencia y del destino. Es importante saber que todo lo que uno hace repercute de una manera a uno mismo, a la familia y a la comunidad.

El Nahual es el Espíritu o la Energía, la fuerza que anima cada uno de los dias del calendario Tzolkin  usualmente está relacionado con un animal regente, con el espíritu del animal que rige cada signo.

En la Cosmovisiòn maya el dia de hoy. 4 de junio,  està representado por el glifo de TOJ que significa Tojil o la deidad del Sol. Toj es el fuego del espíritu del Ajaw, el Ajaw significa Gran Padre.

Hoy es el dia de la  nivelación con la justicia, la vida y la esperanza. Hoy es el dia para agradecer por todo lo que uno ha recibido en la vida y para liberarnos de lo negativo.

Distinguidos Profesores y Participantes, les deseo que esta Conferencia obtenga el éxito merecido.

Saludos cordiales,

Alfredo Trinidad Velásquez

Embajador de Guatemala

Laura Laurencich Minelli: LA MEMORIA DELL’ IMPERO DEGLI INCA APPESA AD UN FILO

Con malcelato orgoglio, ho ricevuto il permesso di pubblicare sul mio sito un estratto dell’intervento, nel recente convegno di Aosta – Restituire la memoria – della Prof.ssa Laura Laurencich Minelli: si tratta delle sconvolgenti novità che riguardano la conquista del Perù, legate alla scoperta di documenti redatti nel ‘600 dal gesuita Blas Valera.

(Lo scritto della Prof.ssa Laurencich sarà pubblicato nella versione completa sul volume “Restituire la memoria” che Giunti Editore pubblicherà in autunno a cura di Piero Pruneti e che costituirà la raccolta degli atti del convegno di Aosta).

Laura Laurencich Minelli (Università di Bologna): LA MEMORIA DELL’ IMPERO DEGLI INCA APPESA AD UN FILO

“Il recente ritrovamento di due documenti gesuitici del primo ‘600, Exsul Immeritus Blas Valera populo suo del gesuita meticcio Blas Valera e Historia et Rudimenta linguae Piruanorum, dei gesuiti italiani Anello Oliva e Antonio Cumis ci sta restituendo il filo della memoria sia dell’ Impero degli Inca, distrutto dalla conquista iniziata dagli spagnoli nel 1532 al comando di Francisco Pizarro, sia della vita e degli scritti del  cronista meticcio detto il gesuita fantasma perché di lui si conosceva l’ esistenza ma le  cui  opere erano inspiegabilmente sparite.

La nuova scoperta rivela fatti inauditi circa l’ impegno che ebbe il gesuita meticcio assieme ai due gesuiti italiani nel contestare la conquista del Perù e  la distruzione dei nativi e, come conseguenza, nel tentare di creare in seno alla colonia spagnola,  uno stato neo-inca ma cristiano: il che spiega la ragione che avrebbe portato alla distruzione degli scritti di Blas Valera.  Infatti  i due nuovi documenti narrano che il P. generale Acquaviva avrebbe imposto al P. meticcio Blas Valera o di uscire dall’ Ordine o l’ esilio in modo da tappargli la bocca dato che aveva creato seri problemi alla Compagnia presso l’ Inquisizione con il suo aperto indigenismo e con le sue dichiarazioni che la conquista era nulla dato che era stata realizzata con l’ inganno del vino avvelenato propinato da Pizarro allo stato maggiore dell’ Inca Atahualpa[i]: ciò sulla base della Relazione di denuncia  che lo stesso conquistador Francisco de Chaves aveva scritto al Re nel 1533 ma, pur bloccata dalla censura di Pizarro, era rimasta nelle mani prima dello zio di P. Blas, il conquistador Luis Valera che l’ avrebbe passata quindi al nipote che, nonostante le  traversie subite, l’allega al manoscritto  Exsul Immeritus [ii].  Entrambi i documenti riferiscono inoltre che P. Blas non solo non aveva accettato di abbandonare la veste ma, pur dall’ esilio in terra di Spagna, continuava ancora a parlare: pertanto, nel 1597, il Padre Generale Acquaviva  gli impose morte fittizia in modo da tappargli definitivamente la bocca. Fatto ancor più inaudito è che i due documenti rivelino che il P. Valera, dopo la sua finta morte e grazie alla complicità di alcuni gesuiti, fra cui l’ italiano P. Vitelleschi, nel 1598 avrebbe raggiunto nuovamente il Perù dove, aiutato da un gruppetto di confratelli e dalla mano del meticcio F. Gonzalo Ruiz in qualità di scriba e disegnatore, avrebbero composto una sorta di lunga lettera illustrata al Re di Spagna in cui lamenta la distruzione anche culturale che aveva subito il mondo indigeno a causa della conquista e gli propone la costituzione, all’ interno del Viceregno del Perù, di uno stato neo-inca ma cristiano. Lettera che si intitola Nueva Coronica y Buen Gobierno,  in cui Blas Valera, dato che era ufficialmente morto, cioè bandito dal mondo, si nasconde dietro al nome dell’ indio Guaman Poma de Ayala che vi funge anche da informatore principale[iii]. Fatti che oggi sarebbero ritenuti già correnti se Exsul Immeritus e Historia et Rudimenta avessero visto la luce prima del 1937 quando la Nueva Coronica venne pubblicata e il suo contenuto acquisito dagli studiosi ma che hanno creato un certo qual sconcerto essendo stati dati alle stampe  settantanni dopo, cioè nel 2007[iv].

Allo stesso tempo i due nuovi documenti e in particolare Exsul Immeritus che è un documento biculturale scritto in latino per il mondo colto europeo e in quechua ma con fili e tessuti per i discendenti degli Inca, scoperchia la pentola di come funzionava il sistema di scrittura per mezzo di fili e di  cordicelle annodate dette quipu che rendeva  coeso l’ Impero degli Inca.

L’ impero degli Inca detto del Tahuantinsuyu (che significa “dei quattro cantoni”) (Fig.1), è l’ ultimo degli imperi precolombiani, cioè appartenenti all’ evo antico, costretto al duro contatto  con il mondo moderno dalla conquista (1532-1534). Era un vasto impero teocratico  governato dall’ Inca, il Sole il terra, di cui i conquistatori prima e i cronisti poi narrano che non possedeva la scrittura pur rimanendo sorpresi come usasse  delle cordicelle annodate pendenti da una corda più grossa, detto quipu.

E’ un impero teocratico e ambientalista allo stesso tempo in cui l’ ambiente stesso dai grandi contrasti esprime il dualismo tra l’ Alto e il Basso che ne caratterizza la filosofia e la religione: le Ande innevate apparentemente più vicine al sole sarebbero l’ Alto ma anche il Sole stesso  le  stelle mentre il deserto costiero e nebbioso sarebbe il Basso  ma anche la Terra, Pachamama. Fig.2. Su questo ambiente  gli Andini sono sempre intervenuti con estrema delicatezza ordinandolo secondo le principali figure della loro geometria derivate dal quadrato= terra ordinata dall’ uomo, Pachamama e dal cerchio= Sole= cielo ordinato dal Sole e dagli dei  (Figg.3,4)

Non deve sorprendere  che nelle Ande, che sono la patria delle lane di alpaca,  di vigogna e dei cotoni multicolori, in epoca precolombiana si usassero i filati anche come sistema di scrittura, intendendo qui per scrittura non solo la nostra alfabetica- fonetica come facevano i cronisti ma qualsiasi forma di registrazione del pensiero: scrittura che pertanto va vista secondo un codice tridimensionale proprio dei fili, delle cordelle e delle corde. Scrittura che era considerata sacra e racchiudere in sé stessa non solo il paesaggio circostante ma anche il dio Sole  di cui  le cordelle sarebbero una rappresentazione dei suoi stessi raggi.

I cronisti che pur consideravano scrittura solamente la nostra, cioè quella fonetica alfabetica,  riferiscono che  il quipu, era basilare per registrare non solo dati numerici, ma anche poemi, leggi e cerimonie del Tahuantinsuyu. Nessuno di essi però ha saputo o potuto spiegarci  né quanti tipi di quipu esistessero né il loro funzionamento tranne il meticcio Garcilaso de La Vega (1609) che ci spiega in modo dettagliato ma confuso, solo un tipo di quipu: quello per registrare numeri. Egli però  afferma genericamente che i colori delle cordelle indicavano la qualità dei materiali contati per cui, per es. il color rosso  delle cordicelle avrebbe indicato che in quei quipu si contava tutto quanto era rosso come per es. il peperoncino e il cinabro il che è impossibile nell’ ambito di una contabilità matura quale era quella che aveva retto un grande impero (Fig.5).  All’ inizio del secolo scorso, il matematico Leeland Locke (1912) sulla base delle spiegazioni di Garcilaso, ha risolto la lettura dei numeri registrati sul quipu numerico ( che tanto per intenderci chiamo numerico di posizione) che, come la matematica degli Inca, è a base dieci (Fig.6).

Nessuno degli studiosi era ancora riuscito a venire a capo della lettura extranumerica, cioè delle qualità delle cose registrate su questo tipo di quipu ma purtroppo, presi dall’ entusiasmo per la scoperta di Locke, avevano tralasciato di ricercare come si potessero scrivere poemi, leggi, calendari testi di lettura insomma con solo quel tipo di  quipu essenzialmente numerico. Ora però i due documenti segreti Exsul Immeritus (1618) e Historia et Rudimenta, dei due gesuiti italiani Antonio Cumis e Anello Oliva (1600 ca – 1638), recentemente ritrovati chiariscono entrambi i problemi (Figg. 7,8).

Blas Valera in Exsul Immeritus, rivela infatti che i cronisti parlano in modo confuso dei quipu non solo perché non li capirono ma anche perché, essendo i quipu considerati idolatri, se ne poteva parlare solo come qualcosa di infantile e approssimativo se non si voleva incorrere in serie difficoltà con il governo coloniale. Specifica quindi che esistevano vari tipi di quipu, oltre al quipu numerico di posizione: quipu che, tanto per intenderci, divido in due grandi gruppi: quipu numerici e quipu di scrittura.

La Vita di Blas Valera (nota n. 1 al testo)


Traccio per sommi capi la vita di Blas Valera quale risulta dalle fonti ufficiali in modo da permettere il confronto con quanto rivelano questi polemici documenti segreti, cioè scritti non per essere diffusi: il P. gesuita Blas Valera nasce a Chachapoyas nel 1545, figlio di Alonso Valera (come afferma Garcilaso de La Vega e lo stesso Blas Valera in ExsuI) o, secondo le fonti gesuitiche, del fratello Luis Valera (Exsul aggiunge che chi gli fece da padre fu lo zio Luis, essendo Alonso un violento e sanguinario del tutto indegno di essere chiamato padre). Nel 1570 Blas Valera pronuncia i primi voti e nel 1571 è destinato a Huarochirì, nel 1573 è a Lima e a Cuzco dove, nel 1573 è ordinato sacerdote. Durante la sua opera a Cuzco (1575-1577) vi fonda, con i PP. Barzana, Santiago e Ortiz, la confraternita Nombre de Jesus. Nel 1576 si verifica la prima accusa contro il P. Valera di aver violato la castità. Fra il 1577 e il 1578 è inviato a Juli e nel 1582 lo troviamo a Potosì da dove il P. José Acosta lo chiama a Lima per lavorare alla traduzione quechua del Catechismo del Terzo Concilio Limense. Dal 1583 la persecuzione contro il P. Valera scoppia in tutta la sua intensità ma la colpa di cui è accusato era tanto grave da non venire mai scritta nero su bianco pur riferendo che si prende come scusa l’ accusa contro la castità per farlo uscire dall’ Ordine. Nel febbraio del 1588 è invece sospeso a divinis e condannato all’ incarcerazione dal P. Generale Acquaviva pena che, nel novembre 1588, è commutata con l’ esilio in terra di Spagna. L’ 11 dicembre 1592 inizia il viaggio verso la Spagna accompagnato dal P. Diego de Torres imbarcandosi per Quito dove rimane con relativa libertà fino al 1593 quando lo imbarcano via Panama e Cartagena  ma si ammala e appena il 31 luglio 1595 giunge in Spagna, a Cadice, dove è affidato al P. provinciale Cristobal Méndez. Il 3 giugno 1596 il P. Méndez scrive al P. Generale che il P. Valera era redento tanto che gli aveva permesso di insegnare grammatica nella scuola gesuitica di Cadice. La notizia irrita il P. Acquaviva che il 29 giugno ordina che il P. Valera sia ritirato da qualsiasi insegnamento. Nel 1597 muore si dice a seguito della distruzione di Cadice per mano dei pirati inglesi. Secondo Exsul e Historia et Rudimenta, dal 1597 al 1619, anno della sua morte reale ad Alcalà de Henares, P. Blas avrebbe trascorso la sua vita da persona giuridicamente morta facendo fatto ritorno in Perù, con nome fittizio e protetto da un gruppo di gesuiti fra cui il P. Muzio Vitelleschi. Per le fonti ufficiali cfr. Egaña (1954-1981); Garcilaso de la Vega, Inca, (1963 [1609]); per la ricostruzione della vita di P. Blas secondo le fonti ufficiali cfr. Borja de Medina, 1999; per la ricostruzione della vita di Blas Valera comprendendo pure le fonti dei doc. Miccinelli e il suo vivere da persona morta, cfr. L. Laurencich-Minelli,(2001), 247-272, L.Laurencich-Minelli, Premessa ( 2007) pp.,24-25; S. Hyland (2002).

http://www.vincenzoreda.it/blas-valera-f-pizarro-conquista-il-peru-col-vino-avvelenato/

Sui Maya

Aré u xe oher tzih varal Quiché u bi (Questo è il principio delle antiche storie di questo luogo chiamato Quiché)….”

Così comincia il Popol Vuh ( Popol Wuj, nella più moderna trascrizione), quella che si definisce “Bibbia Maya”: il libro sacro dei Maya Quiché, trascritto da  Padre fra Francisco Ximénez, dell’Ordine dei  Domenicani, nei primi anni del Settecento e basato su un testo redatto da un indigeno con grafia occidentale, probabilmente intorno al 1550 nei dintorni di Chichicastenango, Guatemala.

Popol Wuj significa: “libro del consiglio, carta della comunità, libro nazionale”.

In questo testo poetico si racconta di come i Progenitori, Tepeu e Gucumatz – il Creatore e il Formatore – crearono gli uomini.

E’ una storia, tenera per certi versi, fatta di tentativi sbagliati: dopo aver provato malamente, con il fango e con il legno, di creare l’uomo, ci riuscirono col mais:

Poi presero a discutere sulla creazione e la formazione della nostra prima madre e del nostro primo padre. Di mais giallo e di mais bianco venne fatta la loro carne; di pasta di mais vennero fatte le braccia e le gambe dell’uomo. Soltanto pasta di mais compose la carne dei nostri padri, i quattro uomini che furono creati.”.

Il testo prosegue con il racconto delle gesta dei divini gemelli Hunahpú e Xbalanque, gli eroi mitici del mondo maya: leggere e comprendere i testi sacri di un popolo costituisce sempre una delle chiavi che aprono alla conoscenza di quella cultura.

Nel 1857 da Karl von Scherzer (a Vienna e in traduzione spagnola) e nel 1861 dall’abate francescano C. E. Brasseur de Bourbourg (testo originale in Quiché e sua traduzione francese, a Parigi) venne pubblicato questo scritto straordinario, dimenticato e ritrovato pochi anni prima nella biblioteca dell’Università di San Carlos a Città del Guatemala, oggi conservato nella biblioteca Newberry a Chicago, Illinois.

Nel 1864 ancora l’abate Brasseur pubblica, con testo spagnolo a fronte e traduzione francese, la Relación de las cosas de Yucatán, uno scritto dimenticato negli archivi dell’Accademia Reale di Madrid e da lui scoperto l’anno prima.

Fu il frate francescano spagnolo Diego de Landa a compilare questa insostituibile relazione – forse il primo, vero testo etnografico – intorno al 1566, in Spagna dove era tornato per subire un processo intentato a suoi danni da un confratello invidioso e geloso.

De Landa, nato nel 1524 e di nobile stirpe, era arrivato nello Yucatàn, da poco conquistato, nel 1549.

Il Francescano si era guadagnato il favore degli indios per la sua grande e meritoria opera di protezione dalle angherie dei crudeli latifondisti – encomenderos – dai quali erano tenuti in considerazione non più che alla stregua di bestie da soma: uscì trionfante dal processo e ritornò nello Yucatán, nominato vescovo da papa Pio V nel 1572, e il 29 aprile del 1579, a Mérida, lo colse una morte  prematura.

Il lavoro di questo religioso si è rivelato fondamentale per la comprensione e per l’inizio della decifrazione della scrittura maya: il paradosso storico vuole che fu egli, nel 1561, a ordinare la distruzione con un rogo immenso di un’intera biblioteca di antichi testi maya!

Occorrerà aspettare gli anni Ottanta dello stesso secolo per vedere sorgere la nascita dell’archeologia maya a opera di Alfred Maudslay e Teobert Maler (uomo, quest’ultimo, dalla storia eccezionale: nato a Roma da genitori tedeschi, si ritrovò in Messico perché appartenente a un gruppo di volontari austriaci partito a supporto dello sfortunato imperatore Massimiliano).

E’ pur vero che l’architetto italiano Alessandro Bernasconi nel 1784 disegnò e descrisse le rovine di Palenque e che i celebri John Lloyd Stephens e Frederick Catherwood tra il 1841 e il 1843 avevano pubblicato due resoconti di viaggio che fecero rumore (Incidents of travel in Central America, Chiapas and Yucatan e Incidents of travel in Yucatan, entrambi ancor oggi inediti in Italia): ma erano stati episodi che non avevano innescato nell’immediato alcun processo di ricerca di tipo scientifico: è con la fine dell’Ottocento che nascono, infatti, le discipline sistematiche quali etnologia e antropologia.

Da quel momento in poi, l’archeologia, e oggi possiamo dire la storia maya ha conosciuto una stagione straordinaria di scoperte, conoscenze, divulgazione anche nell’immaginario collettivo.

Ricercatori come Morley, Ruz Lullier, Thompson, Coe, Sharer, Shook e studiosi come Föstermann, Knorozov, Proskouriakoff, Schele e Grube hanno contribuito a far sì che le nebbie fitte, intorno a una civiltà perduta nell’intrico dei secoli e delle foreste tropicali, venissero pian piano a diradarsi.

Gli ultimi venti anni di ricerche e scoperte hanno rimesso in discussione tutto ciò che fino agli anni Sessanta/Settanta veniva ormai quasi dato per assunto.

Sono partito gli ultimi giorni di ottobre per effettuare un viaggio in Guatemala

- ospite di INGUAT, l’ente governativo per lo sviluppo turistico e culturale del

Paese – appunto alla ricerca di comprendere quanto l’orizzonte delle conoscenze intorno alla cultura dei Maya si stia ampliando, verso quali direzioni e per quali nuove domande occorra cercare risposte.

Swagat magazine

Mi è arrivata la copia del numero di giugno di Swagat, il magazine mensile di Air India, con il redazionale a me dedicato.

José Saramago

“…Perché siamo diventati ciechi, Non lo so, forse un giorno si arriverà a conoscerne la ragione, Vuoi che ti dica cosa penso, Parla, Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono.

La moglie del medico si alzò e andò alla finestra. Guardò giù, guardò la strada coperta di spazzatura, guardò le persone che gridavano e cantavano. Poi alzò il capo verso il cielo e vide tutto bianco, E’ arrivato il mio turno, pensò. La paura le fece abbassare immediatamente gli occhi.

La città era ancora lì.”

Così termina Cecità – uno dei capolavori, pubblicato nel 1995, di José Saramago.

Se n’è andato a 87 anni, pareva stesse bene: credo se ne sia andato incontro al suo laico nulla con serenità. Lo scoprii per caso, come sempre mi succede, un paio d’anni dopo il Nobel: io non sono uno che bada ai premi e non ho particolare attrazione verso la letteratura di lingua portoghese – fatto salvo il brasiliano Joao Guimaraes Rosa, di cui consiglio Grande Sertao e Miguilin. Comprai due libri che m’incuriosivano: Manuale di pittura e calligrafia e Una terra chiamata Alentejo. Li lessi in un amen e poi continuai con L’anno della morte di Ricardo Reis, Storia dell’assedio di Lisbona e L’isola sconosciuta: tutti libri di altissimo valore. I tre di cui riproduco le copie delle copertine sono per conto mio capolavori assoluti (forse personalmente preferisco  Memoriale del convento).

La vita di Saramago è la storia di un uomo libero, lucido, laico e fuori di ogni schema. Einaudi – oggi purtroppo il Principe Giulio non c’è più – ha smesso di pubblicare i suoi libri perché Saramago si è permesso di definire Berlusconi un delinquente; con altrettanta coerenza La Chiesa invita il suo popolo a non leggere uno scrittore laico e comunista; alla stessa stregua lo Stato di Israele lo considera un antisemita perché si permise di definire crimini gli atti inconsulti perpetrati ai danni del popolo palestinese. Ce n’è abbastanza per consigliare a ogni spirito libero di leggere i libri di José Saramago.

Io non posso che essere rattristato per la scomparsa di un Grande e augurargli di scorazzare leggero tra le ignote prateria del suo Nulla.

Rossese di Dolceacqua

Non ci sono in Italia tantissimi paesi che si identificano con un vino: mi vengono in mente Montalcino, Montefalco, Verduno, Castagnole Monferrato, Carema, Donnaz…e poi c’è Dolceacqua. Dolceacqua non è un paese, è un sogno: uno di quei posti che, avendo la fortuna di calpestarlo annusarlo osservarlo, ti chiedi: ma è vero o è un sogno? Non esagero, in maniera semplice descrivo le mie sensazioni, magari elementari, magari ingenue. Ma sono le mie, piaccia o meno. Non mi perdo in descrizioni superflue, pleonastiche, retoriche: andateci e capirete. Per chi già ha avuto questa ventura, ogni parola è superflua.

Occorre ricordare comunque alcune faccende: il paese è di origine medievale – pur se le caratteristiche del posto fanno supporre un’antropizzazione di epoca preistorica (vedi i vicini Balzi Rossi) e senza soluzione di continuità – e si presenta con due caratteristiche ben distinte, separate dal torrente Nervia: il Castello, la parte alta e più vecchia; il Borgo, la parte in pianura più recente (sec. XV). Il ponte Vecchio, in pietra e con una luce di 33 mt., è di fascino straordinario cui non resistette Claude Monet che lo dipinse negli anni intorno al 1880. Bisogna menzionare la Festa della michetta (un dolce tipico) che si tiene il 16 agosto e che ricorda la rivolta popolare del 1364 contro il tiranno Imperiale Doria: quella rivolta pose fine al tristo costume dello jus primae noctis.Dolceacqua è un paese di circa 2.000 anime.

E poi c’è il Rossese. Il Rossese di Dolceacqua, una Doc minuscola (circa 1.500 hl. di produzione media) per uno di quei vini che non puoi che bere nel posto in cui vengono prodotti: il Rossese ti costringe a recarti a Dolceacqua, altrimenti rischi di bere un vino che Rossese vero non è.

Ho scelto il Wine Bar Re, in uno dei magnifici carrugi medievali del Castello, per dare vita alle mie degustazioni; guidato dal prezioso e disponibile Matteo in un contesto che migliore non poteva essere, avendo incontrato uomini e storie che aiutavano a entrare in intimità con il Luogo e dunque con il vino.

Il Rossese è un vino non molto acido, scarico di colore, con pochi tannini (il disciplinare prevede un’acidità totale minima di 4,5° e un residuo secco di 23 gr/l) che offre al naso intensi profumi florali che, in certi cru e con l’invecchiamento (purtroppo raro, perché di vino ce n’è poco e in genere viene esaurito nel corso dell’annata), si trasformano in profumi di frutta di bosco e ciliegia matura. In bocca è un vino grasso, morbido, sensuale e lungo con una persistenza che lascia una sorta di netta impressione amarognola e finemente speziata.

Ne ho bevuti da 6 bottiglie diverse e 5 produttori (avevo già avuto modo di assaggiare quello di Mauro Feola): Ka’ Mancine’ (Beragna e Galeae 2009), Terre Bianche 2009, Foresti 2008, Maccario 2009 e Altavia 2007. Tutti vini corretti, compresi tra i 12,5° (Beragna) e i 14,5° (Maccari). A me piace essere schietto e non ricorrere a giri di parole, non dovendo rendere conto che alla mia esperienza: quelli che mi sono piaciuti di meno sono i Rossese di Feola e il Foresti (guarda caso con 6 mesi di barrique, comunque ben dosata). I due che mi hanno lasciato un’impressione straordinaria sono il Galeae 2009 e l’Altavia 2007. Il secondo un gran vino che rende l’idea di quanto possa crescere un buon Rossese cui si permette di invecchiare per qualche anno: vino importante, di grande intensità, più carico di colore rispetto ad altri, molto persistente e di elegante sensualità: morbidissimo (13°).

Ma quello che per davvero mi ha lasciato l’impressione migliore è il Galeae 2009. Impressione confermata da una bottiglia aperta a Torino e bevuta con calma, per molte ore di seguito: un vino di 14° che ha una struttura, un’equilibrio, una ricchezza di profumi e sapori direi unica: infatti, come mi succede sempre per i vini che amo, lo bevo fuori pasto, da solo: per onorarlo come merita e farmi onorare da lui come merito.

I vini li ho poi comprati presso l’enoteca Re con l’assistenza di Maresa Bisozzi, una persona gentile, disponibile e competente (anche assai conosciuta e da tutti apprezzata): mi ha fatto omaggio, non richiesto ma assai gradito, di una bottiglia di ottimo olio ligure. Grazie a Matteo, a Federica, a Maresa, a Josè Saccani (di cui tratto in un altro articolo). Grazie a Dolceacqua: ci saranno ritorni e ritorni.

Photogallery from Mumbai/Bombay

Sono scatti che ho ripreso nel febbraio del 2008: il porto, il lungomare splendido, il traffico con le vacche in mezzo a biciclette automobili moto, edifici, spiaggia. Bombay è una città affascinante.

I fuochi di San Giovanni a Torino

Le fotografie sono state realizzate dal dehors del Caffè Elena in piazza Vittorio Veneto a Torino la sera del 24 giugno 2010. Con l’incredibile versatilità delle odierne macchine fotografiche, ho scattato queste immagini con l’apparecchio – una reflex Canon –  senza il tradizionale cavalletto: questo è il risultato. Pochissimi gli interventi con Photoshop.

Prima preda della stagione: un polipo

Ecco un bel polipo di circa 6/700 grammi: pescato al mattino verso le 8.30 e mangiato la sera stessa. Fontana delle Rose, in missione speciale con Gianni Leopardi alla riconquista dell’Italia e del nostro rigoglioso Sud: dovevo provare la nuova muta e verificare l’attrezzatura – e anche il colpo d’occhio e il fisico (che anno dopo anno si appesantisce e testimonia usure ormai irrimediabili). Sono uscito per la prima battuta al mattino presto e la caccia è stata proficua. Nonostante il passare degli anni, l’abilità è rimasta intatta e ho potuto far mangiare a Gianni un bel polipo fresco di giornata, cucinato in maniera semplice alla griglia da Colomba, figlia di Tonino, creatore del ristorante (è una parola impegnativa…) a due metri dalla battigia in località Masseria Mattinatella – Gargano, Puglia -, sotto Fontana delle Rose.

Uccidere per mangiare è etico, secondo me: ma uccidere un polipo mi è sempre complicato e mi procura comunque piccoli sensi di colpa che finiscono quando la sensibile bestiola si trasforma in cibo delizioso. E’ un discorso difficile da sostenere oggi, in tempi in cui falsi moralismi inducono a sostenere tesi che poco o punto hanno a che vedere con le leggi elementari e ferree della Natura: soprattutto è impossibile cercare di spiegare a gente che con la Natura, quella vera, ha poco da spartire.

Disastri: quando conviene parlarne e quando no…

Questo ritaglio è preso dal quotidiano indipendente “Italia Oggi” del 17 giugno scorso: in un momento in cui tutto il mondo si occupa, direi a ragione, del disastro combinato dalla BP nel golfo del Messico, nessuno o quasi parla dei disastri che la Shell, senza alcun problema, continua a combinare nel golfo del Leone.

Ma si sa: l’Africa alle catastrofi è abituata; l’America meno. Ovvero: ci sono tragedie di cui è conveniente parlare e altri che non sono di moda. Così va il mondo.