Archive for agosto, 2010
Il Cari vino raro delle Colline Torinesi

Ne parla Giovanni Battista Croce per la prima volta in un testo, oggi abbastanza conosciuto, pubblicato nel 1606: lo cita come “Cario” e lo elogia come vino delicato, dolce, buono …che meglio dir si potria caro per la bontà sua. Era costui un milanese di cui si conosce poco: nato intorno alla metà del XVI secolo e morto intorno al 1616; orafo e architetto al servizio del duca Emanuele Filiberto, possedeva una vigna sulla collina torinese e vi attendeva con grande cura e competenza, essendo anche un esperto di orti e giardini. Di questo volume ne possiedo due copie: quella qui riprodotta è un’edizione anastatica abbastanza rara, pubblicata nel 1970 dall’editore torinese Ruggero Aprile e con un’introduzione di grande interesse scritta da Ada Peyrot. Nel 2000 ne venne pubblicata un’edizione a cura dell’Enoteca del Piemonte, con prefazione di  Pier Domenico Garrone.

Parlo del Cari perché è il vino che ho scelto per realizzare un lavoro che andrà a illustrare la locandina del convegno  ”Strade reali e vini dei Re” che si svolgerà presso la Palazzina di Caccia di Stupinigi il 25 settembre prossimo. In quell’occasione avrà luogo una mia mostra, completa delle installazioni in cristallo (Tavolvino e scacchiera), presso le scuderie della magnifica Palazzina. Questa manifestazione è stata ideata e voluta dall’attuale Commissario Straordinario del Parco di Stupinigi, Dr. Roberto Saini e avrà il patrocinio della Regione Piemonte e della Provincia di Torino con la collaborazione dell’Associazione “Strada reale dei vini piemontesi” e la presenza il suo Presidente, Dr. Francesco Balbiano.

http://www.vincenzoreda.it/stupinigi-25-settembre-2010-strade-reali-e-vini-dei-re/

Dal momento che io non dipingo mai con un vino che non ho prima bevuto, ho avuto modo di abbinare questo vino dolce e delicato, di colore rubino scarico, con dei fichi d’India: bevuto fresco, si sposa in maniera eccellente con questi frutti. Il Cari è un vino di difficile reperibilità che si spreme da uve Pelaverga di Pagno – il Pelaverga di Saluzzo che nulla ha da spartire con l’omonimo vitigno di Verduno, né con il rarissimo Peilavert del Canavese.


Stupinigi, 25 settembre 2010: “Strade Reali e Vini dei Re”

http://www.vincenzoreda.it/il-cari-vino-raro-delle-colline-torinesi/

Stupinigi: Wow! prime immagini di un successo
Alcuni dei miei ultimi lavori: vini vari

Di questi lavori alcuni sono per davvero particolari: uno è dipinto con un vinaccio da qualche decina di centesimi al litro, acquistato in un supermercato; uno è dipinto con il mio piede destro; un altro è dipinto con le mani.

Decalogo del vino di Vincenzo Reda

1)    Il vino non si degusta, si beve.

2)    Il vino è una questione sempre soggettiva.

3)    Il vino è una faccenda che attiene alla poesia, non alla scienza.

4)    Il vino non ama le guide: sono tutte più o meno false o inattendibili.

5)    Il vino è succo d’uva fermentato, non è nettare.

6)    Il vino non ha nulla a che spartire con gli dei.

7)    Il vino, quando si parla di religione, tende a diventare aceto.

8)    Il vino è geloso: ogni bottiglia è un universo  che mira a essere assoluto.

9)    Il vino è sensibile alle compagnie, al contesto, al clima….a tutto.

10)  Il vino è un mistero insondabile, ma è il mistero meno misterioso del mondo.

C’è un undicesimo comandamento: mandate a cacare tutti quelli che cercano d’insegnarvi qualcosa del vino: sono tutti delinquenti, assassini, sodomiti, ladri; non pagano l’affitto, non pagano le tasse, non pagano le multe.

Veri furfanti sono e bugiardi e infingardi: non vi fidate. Parola di chi c’è cascato e pretende d’insegnarvi qualcosa di giusto del vino.

I miei (pochi) vinarelli

Tecnicamente, il vinarello è un acquerello a cui all’acqua si sostituisce il vino: è una tecnica vecchia già di molti anni, assai conosciuta grazie alla manifestazione che si svolge ogni anno anno a Torgiano. Tutt’altra cosa dalla mia ricerca che riguarda la pittura con il vino, bianchi compresi: a prescindere dalle difficoltà tecniche, la mia è un’ossessione perché il Vino mi scorre non tanto nelle vene quanto nei dendriti che formano le sinapsi del mio cervello intasato, sfasato, anarchico, decadente e caduto, o caduco?

Foto ricordo di una bella estate
Eataly a New York

In occasione dell’ inaugurazione della nuova e prestigiosa avventura di Oscar Farinetti e della sua -proprio sua – Eataly a New York, mi fa piacere pubblicare sul mio sito l’articolo scritto nel febbraio del 2007, nemmeno un mese  dopo l’inizio a Torino di questa straordinaria avventura. Fui uno dei primi a occuparmene e l’articolo venne poi pubblicato su Barolo & Co, su Informacibibo.it ed è parte del mio libro Più o meno di vino.


Eataly

Comincio dalla fine, anche perché i fatti non capitano mai a caso e un filo invisibile, spesse volte ma non sempre, a noi ignoto li tiene uniti.

Tornavo a casa verso il centro sull’autobus numero uno: quel venerdì avevo deciso, infatti e insolitamente, di usare i mezzi pubblici invece della mia auto. Stavo rimuginando tra me e me  quelle quattro ore di visita alla nuova impresa dell’Eataly, l’evento ultimo della sempre più propositiva Torino di inizio millennio. Alzo gli occhi e noto un viso conosciuto: Luigi Blasi, mio amico, dirigente della Martini in pensione. La Martini …..

Martini, Ferrari: i due brand, marchi per i non addetti ai lavori, italiani più conosciuti nel mondo.

Tornavo dal posto in cui un certo Antonio Benedetto Carpano, nato a Broglio in provincia di Vercelli nel 1751, aveva creato nel 1786 il vermouth ( dal tedesco wermuth wein, vino d’assenzio ) e dato ai fratelli Cora, a Alessandro Martini, Francesco Cinzano, Carlo Gancia l’idea giusta su cui costruire fortune…..

Tornavo da un posto, Via Nizza 230, dirimpetto a un edificio inaugurato il 23 maggio del 1923 da re Vittorio Emanuele III, progettato da un certo Giacomo Mattè Trucco, nato in Francia da genitori canavesani, ispirato da uno scorbutico possidente valligiano, noto a tutti con l’appellativo di “Senatore”, che si chiamava in verità Giovanni Agnelli e che beveva esclusivamente il vermut Punt e Mes.

Tornando a casa e salutando Luigi, pensavo a cosa trasportavo in borsa, sopra il prezioso portatile Apple: una bottiglia di Muscat de Beaumes de Venise di Paul Jaboulet Ainè 1998 che Renato Dominici mi aveva appena regalato.

Renato Dominici era l’ultima delle persone che avevo incontrato all’Eataly prima di venir via.

“Salito il monumentale scalone vi accomoderete in una sala con porte e sovraporte di legno intarsiato che farebbero la felicità di un antiquario. Alla presenza di Renato Dominici non vi sentirete un avventore seduto al tavolo, ma un amico di famiglia invitato. E la cucina di Renato ed Anna è diversa da quella dei ristoranti  anche di classe; conserva il tono familiare ed è frutto solo di cultura e ispirazione….”.  A proposito del ristorante La Carmagnole, brano tratto dalla Guida d’Italia 1986 di Henri Wintermans, diventata poi, di moda, come guida dell’Espresso.

Renato, monumento della gastronomia italiana, sta seduto tutti i giorni in un  angolo strategico del vecchio stabilimento Carpano, rimesso meravigliosamente a nuovo: svolge il ruolo di “Consulente gastronomo”. Andate lì, vi sedete al tavolo dinanzi a lui e gli chiedete quel che vi occorre in cucina per stupire i vostri ospiti. E state sicuri che egli vi risponderà con la competenza di un grande e l’entusiasmo di un adolescente.

Una delle tante idee di Oscar Farinetti, imprenditore albese, creatore di Unieuro; visionario, mi pare, come  Giovanni, Antonio Benedetto, Francesco, Alessandro: perché un grande imprenditore deve sempre essere un  visionario, un sognatore e non è vero che alla fine dei conti è sempre una questione di soldi, anzi…

In verità mi sento un poco imbarazzato: quando di un fatto commerciale ti ritrovi a dover esprimere giudizi positivi pare che tu stia facendo, come si chiama in gergo giornalistico, la classica “marchetta” ( parlare bene di una faccenda perché, per dritto o per traverso, ti conviene): e io, pur avendo affrontato la visita con molte precauzioni e qualche pregiudizio, mi sono trovato di fronte a una realtà entusiasmante.

Oscar Farinetti l’ho incrociato per caso verso la fine del mio percorso, quando avevo deciso di togliere il disturbo. Era in compagnia di un giornalista americano del New York Times, stavo bevendo un bicchiere del loro rosè ( vigne a Santa Vittoria d’Alba, Arneis e Nebbiolo  al 50%, almeno sorprendente): tutto subito non mi aveva dato molta retta. Poi ci siamo seduti, abbiamo cominciato a bere insieme, si è fatto portare delle belle fette di salame tagliate spesse, l’ho guardato bene negli occhi scuri, profondi, baluginanti sopra due bei baffoni neri.

Ho capito.

Ho rivisto un visionario, un adorabile sognatore di quelli lucidi, di quelli che ti dicono che comunque di business si tratta, ma quel business che da sempre sognava di fare, in cui è riuscito finalmente a coinvolgere il figlio Francesco, che di Unieuro non voleva sentir parlare e oggi se lo ritrova che serve il vino sfuso

( Barbera d’Alba a 1,80 € al litro, di loro produzione, ottima e mi tocca dirlo per dovere di cronaca) ai clienti pensionati e gira tra le 1100 etichette di oltre 200 cantine con l’amore di un appassionato.

Ho incrociato Piero Alciati, erede del mitico Guido, anch’egli preso dall’entusiasmo, dal calore, dalla missione percepita quasi in maniera messianica: accidenti! mi sono detto.

E sembrano tutti così: 200 dipendenti che si agitano con organizzato entusiasmo dentro oltre 10.000 metri di superficie e 9.000 prodotti di qualità venduti a prezzi onesti: hanno inaugurato il 26 gennaio e fino a oggi ( metà febbraio) hanno avuto 250.000 visitatori con un incasso che è andato oltre ogni previsione.

Ho visto un manager milanese, a Torino per lavoro, che chiedeva al giovane Francesco Farinetti, con in mano un cesto pieno di bottiglie di vino, se e quando prevedevano l’apertura di una cosa analoga a Milano…..

La visita era stata guidata dal braccio destro di Farinetti, un fresco bocconiano milanese – ma sposato con una ragazza di Alba -, Luca Baffigo Filangieri.

Al principio aveva esordito malamente con i soliti termini anglofoni di marketing,  poi pian piano s’è sciolto e l’entusiasmo ha cominciato a prendere il sopravvento sul dover apparire “eff” (efficace-efficiente) di bocconiano apprendistato.

Mi ha mostrato il reparto carni di rigorosa razza piemontese ( hanno fatto un accordo con una trentina di allevatori della Granda a cui hanno assicurato mercato per alcuni anni); mi ha illustrato il forno a legna di 7 mq che sforna 30 quintali di pane fatto con farine biologiche macinate a pietra; mi ha fatto visitare al piano superiore il magnifico museo Carpano; mi ha snocciolato cifre: 20 milioni di investimento di cui 12 per ristrutturare il vecchio stabilimento concesso dal comune in comodato per 60 anni e previsione di breakeven point in tre anni, ma visto l’insperato successo, anche meno…

Eppoi il ristorante, con Alciati come consulente, il reparto pizze, il caveau di formaggi e insaccati, la biblioteca ( 1.500 volumi che si possono consultare e acquistare), i punti degustazione, la cantina….

Tutto all’insegna della filosofia creata da Oscar Farinetti: comprare, mangiare, imparare…

Incredibile! E, giuro, non ho scovato nulla che non andasse. O quasi: volevo il cavolo nero che non si trovava nel settore frutta e verdura: il responsabile mi ha spiegato che da noi quasi nessuno lo conosce e lo richiede, essendo tipico della Toscana ( è vero, serve a preparare la magnifica ribollita di cui sono ghiotto).

Ho trovato straordinario il reparto spezie, con rarità di tutto il mondo.

E infine, il sapore del pane cotto in un forno a legna.

Che dire d’altro?

Vincenzo Reda

E lasciatemi divertire….(Aldo citando Giurlani)

Divertimenti distorsivi sulla mia faccia, pare faccenda innocente e soltanto estetica, ma mica è vero: soltanto i semplici distinguono fra estetica e contenuto. La questione è assai più complessa e intrigante. E io mi ci diverto.

 

Scheda editoriale Più o meno di Vino

scheda-libro

All’Harry’s Bar con Arrigo Cipriani, Venezia 11 marzo 2008

Il cellulare squilla improvviso: Cipriani mi chiede scusa e risponde in inglese.

Ha luogo una breve conversazione che non seguo; chiusa la comunicazione, Cipriani, con un sorriso disincantato, né beffardo né compiaciuto, mi dice: l’hanno preso, Il Grande Moralizzatore, quello che ci ha sempre massacrati…

??? di chi si tratta, mi scusi.

Il governatore di New York, non lo conosce?

Ma chi, Giuliani?

No, no: Spitzer, Eliot Spitzer, il governatore di New York: l’hanno beccato per una storia di prostitute di lusso. Proprio lui che perseguitava tutto e tutti con l’ossessione di moralizzare il Mondo.

Sono al primo piano dell’Harry’s Bar, ospite a pranzo di Arrigo Cipriani: avevo richiesto l’incontro dopo aver letto il suo ultimo libro “Harry’s Bar – L’impresa, la ristorazione, la salute”, appena pubblicato per i tipi di Spirali e di cui ho scritto per i lettori di Barolo & Co.Quando è possibile, gli autori di cui parlo desidero conoscerli di persona: è fondamentale, per me, conoscere lo sguardo, seguire la gestualità, sentire il tono di voce, osservare come vestono. Nulla di scritto e neanche nulla di mediato da fotografie, cinema, televisione può dirti di una persona quanto un incontro: è la più vera delle banalità.

Arrigo Cipriani è un uomo ovviamente non più giovane, veste un impeccabile doppiopetto celeste scuro di ottimo taglio: la camicia e, soprattutto, la cravatta – una regimental dai colori pastello – raccontano sense of humor come lo sguardo franco, chiaro, aperto senza essere fastidiosamente indagatore, racconta un carattere libero e disponibile.

Egli è nato quasi quando nacque il suo Bar e di cui, non a caso, porta il nome: certo che gli anni gli danno fastidio, certo che, si vede bene assai, invecchiare non gli piace; lo spirito è quello di sempre: libero, birichino, bisognoso di misurarsi con gli uomini, le cose, i fatti.

Di sé dice non essere un genio: i due Giuseppe, padre e figlio, essi invece sono geni autentici. Uno ha creato la Leggenda, e il Carpaccio e il Bellini, senza aver alcun talento per i denari; l’altro, suo figlio quarantenne, della Leggenda sta facendo un grande business di respiro mondiale, come i tempi richiedono.

Era in Dubai ieri e stamattina si è presentato a Venezia; sa, si è comprato un aereo personale, e non potremmo proprio permettercelo: il fatto è che quando si mette in testa una cosa, non c’è verso di fargli cambiare idea, e devo dire che ha sempre, o quasi, ragione. Come quando, lo seppi dai giornali, comprò per 28 milioni di dollari il primo palazzo a New York: tutti quei soldi ovviamente non li avevamo, ma egli seppe trovarli e aveva ragione! Ha un grande carisma, come suo nonno e anche con le donne…

Le donne: la mamma Giulia, la moglie Ina (Tommasina) e quelle che comunque non nasconde di apprezzare. Ho letto “Anch’io ti amo”, un librino pubblicato nel ’96 da Baldini & Castoldi: i due scritti più belli sono quelli che Arrigo Cipriani dedica alla moglie e alla madre; scritti non banali, anche amari, struggenti, non privi di un certo fascino letterario.

Ho sempre pensato che gli uomini che sono stati educati dalle donne, quelli che hanno vissuto tra e con le donne, sviluppano una sensibilità particolare.

L’astrologia, per quel che vale e per chi ci crede: Arrigo è un toro di maggio, il papà Giuseppe uno scorpione di novembre, il figlio Giuseppe un leone di agosto: certe volte sembra quasi una disciplina seria…

Sa, Gianni Agnelli mi chiedeva sempre come stava mia zia….io che magari non la vedevo da mesi. E Berlusconi, ha fatto una serata da noi con Amato e poi è arrivato anche il suo cantante Apicella, di persona è simpatico, coinvolgente. Come Naomi Campbell, tutta un’altra persona rispetto a quello che si pensa seguendo i media.

Sì, Cipriani, ma a me non interessa che mi parli dei personaggi passati dall’Harry’s in tanti anni: ormai è tutto pubblicato e risaputo, la Leggenda è ormai proprietà dell’immaginario collettivo; mi parli di suo padre, mi parli di suo figlio…

Mio padre certe volte lo caricavo sull’auto, a me sono sempre piaciute le automobili veloci – oggi possiedo una AMG da più di 500 cavalli e sapesse come mi diverto ancora ai semafori: da 0 a 100 in 4 secondi! – a quei tempi avevo una Giulietta, e con  lui scorazzavamo per la provincia per un giorno intero, mangiando e, ancor più bevendo, in trattorie incredibili. Si tornava sempre con le gambe ben ben traballanti….

Di mio figlio, che vedo pochissimo perché è sempre in giro per il mondo, mi ricordo una volta in cui riuscimmo a stare insieme per sei ore consecutive e a parlare come non avevamo mai fatto: era una circostanza non bella, eppure la ricordo con piacere per quel lungo momento di intimità, di vicinanza.

Oggi, il nostro è un grande affare che occupa più di 1000 persone in diversi continenti: stiamo per aprire a Las Vegas e a Miami, e anche qui mio figlio Giuseppe ha saputo scegliere i posti migliori, e la sfida è rappresentata dalla necessità di valutare e incentivare al meglio i collaboratori cui delegare compiti importanti. Stiamo trasformando un’azienda familiare in una moderna organizzazione con strategie mondiali, e non è cosa semplice.

Pensi che Giuseppe ha comprato una grande azienda agricola in Uruguay, un affare come li sa fare solo lui: ci vado ogni tanto a trascorrere qualche bel momento con gli amici.

Siamo seduti in un tavolo d’angolo al primo piano del locale: l’Harry’s Bar è un localino piccino, proprio di fronte alla fermata S. Marco delle linee di traghetti veneziani. Colpisce lo spazio minuscolo, colpisce la straordinaria accoglienza, sempre discreta dei camerieri, i tavoli bassi, le comode poltrone, le piccole posate, i bicchieri quasi ordinari: Riedle, quando viene da noi si porta i suoi bicchieri, ma io non gliene ho mai comprato uno! Da noi si usano quelli che piacciono a me, non si discute. E non ci sono chef, non ci sono tendenze da seguire, cucine novelle o sifoni da rincorrere: da noi si viene perché siamo noi.

Ovviamente, la discussione viene a toccare l’argomento guide e giornalisti e critici enogastronomici di cui Arrigo Cipriani non ha grande considerazione: e come dargli torto! Non c’è un grande editore che pubblichi una guida vera del settore – parlo di Editori come li ho conosciuti io,  Giulio Einaudi, Mario Lattes, Giancarlo Merlini – perché posti come Il Bar dovrebbero occupare una sezione hors categorie: non si danno voti alle Leggende. Anche il mio amico Gino Veronelli, grande personaggio di questo mondo ma certo non grande editore, ebbe i suoi bravi torti. Cipriani mi racconta di una battaglia a suon di anagrammi: trovò un bel Er vinello  che non piacque molto al buon Gino; si riappacificarono in un incontro casuale a New York…

Due aneddoti prima di concludere: una volta a New York a  Silvester Stallone che si lamentava di essere da molto in attesa di un tavolo, Giuseppe Cipriani replicò che per vedere un suo film aveva dovuto fare due ore di coda, e dunque che lasciasse perdere…

Gael Green, giornalista esperta di enogastronomia ma anche di faccende inerenti il sesso, fu mandata dal New York Magazine a scrivere un pezzo su uno dei locali di Cipriani: ne scrisse malissimo e a torto; Arrigo spedì una lettera al giornale dicendo che la signora aveva mangiato dimenticandosi di togliere il preservativo dalla lingua. E la lettera venne pubblicata integralmente, con grandi complimenti di tutti gli addetti ai lavori al sarcasmo opportuno del buon Arrigo.

Concludo parlando della pasta all’uovo, confezionata nel pastificio di proprietà in Veneto – non più di qualche quintale al giorno con una macchina ideata da Cipriani stesso – di qualità eccelsa, preparata con un ragout ineccepibile. Così come di ottima qualità la tartare guarnita con una buona salsa tonnata. Una bottiglia di un giovane Cabernet ha svolto il suo compito in modo adeguato – Arrigo Cipriani mi ha fatto notare che a Venezia non si possono avere cantine in cui tenere i grandi vini e ci si deve attrezzare in altro modo.

Di cibo e di vino ho parlato poco: non sono stato ospite di Arrigo Cipriani per giudicare la qualità della ristorazione, peraltro impeccabile: spesse volte ci si dimentica che la ristorazione è solo un mezzo.

Il fine naturale è nutrirsi bene.

Il fine delle persone, quelle che piacciono a me, è invece quello d’incontrare altri uomini, sensibili e curiosi ( non tralasciando le donne, naturalmente…).

Torino 17 marzo 2008

Vincenzo Reda

 

Jean-Luc Hennig, Breve storia delle natiche

http://www.vincenzoreda.it/jean-luc-hennig-eros-vino/

“…« Il Medioevo ha raffigurato la nudità » nota Bataille(Le lacrime di Eros) « per instillarne l’orrore». Effettivamente, guardando il Giudizio Universale di Rogier Van der Weyden o La Caduta degli angeli ribelli di Dirck Bouts, ci si può stupire di quella valanga di natiche gettate nude e crude all’inferno e magari restarne delusi, a meno che, naturalmente, non le si veda come natiche del peccato, natiche maledette, consegnate alle tenebre eterne. Il che permette di capire la strana reciproca attrazione tra diavolo e natica.

Si è a lungo disputato se Satana avesse le chiappe.[…] Ci limitiamo a dire che la tradizione di un diavolo senza chiappe spiegherebbe, secondo Desmond Morris, perché basta mostrare le natiche a Satana per ricordargli la sua debolezza e costringerlo a distogliere lo sguardo. Stratagemma utilizzato di frequente da Lutero che si riteneva incessantemente tormentato dal demonio.[…] Lo vedeva un po’ ovunque, a letto, a caccia, e persino nelle scimmie, nelle cocorite e nei pappagalli che intrattenevano i signori dell’epoca. Nel 1532, nota nei suoi Discorsi a tavola, raccolti da Johannes Auribafer: « Questa notte, discutendo con me, il diavolo mi accusava di essere un ladro, di aver spogliato il papa e numerosi ordini religiosi di beni che spettavano loro: ‘Leccami il culo‘ gli risposi e tacque.”

“…la natica della Bardot, che rispondeva perfettamente alla « qualità francese», era già conosciuta nel mondo intero. Natica insolente, imbronciata, animalesca, fece girare la testa a tutti i giovani dell’epoca, per i quali rappresentava uno dei vertici della creazione.”

“Géricault ha disegnato un’infinità di culi: massicci culi di cavalli senza testa (1813), culi di atleti e trapezisti o persino (raramente) culi di donne: nei suoi Amanti abbracciati (Giove e Alcmena), ad esempio, è molto curioso vedere la donnatorcersi per presentarci quasi per intero i glutei. Di lei non vediamo né il viso, né i seni, né il ventre, ma solo il culo e la capigliatura sciolta: una groppa di cavallo ebbra della propria bellezza. Culi e groppe giungono talvolta al mimetismo completo, come nel Cacciatore a cavallo (1812) e nell’Uomo inginocchiato che alza il braccio destro: uomo e cavallo sono di spalle, le gambe divaricate, una tesa come una molla e l’altra piegata, e, fra le due, la configurazione perfetta dell’ano, della fessura delle natiche e dei genitalia. In breve, questi ertoli nudi inarcano il culo quasi come cavalli.”

I brani di cui sopra sono tratti da alcune delle 33 voci che sono altrettanti saggi – si va da Afarensis a Voyeur – su faccende, sempre raffinate e coltissime, che riguardano le natiche o il culo che dir si voglia (pur di non rendersi volgari, parlando dell’insopportabile «Lato B»). Hennig, di cui sul mio sito ho già recensito il suo Eros & vino (vedi link), è un giornalista francese assai colto e raffinato che ha pubblicato questo lavoro nel 1995 (Bréve histoire des fesses); è stato pubblicato in Italia nel 1996 da ES e mai ristampato: un libro strepitoso, per gente colta e raffinata; un libro introvabile che meriterebbe altre fortune, ma si sa: così va il mondo.

Comunque, un consiglio per chi se lo merita: andate a cercarlo sulle bancarelle dei remainders o dell’usato. Un libro da non perdere (sempre per chi se lo merita).

Vedi anche il mio:

http://www.vincenzoreda.it/?s=inno+al+culo

E’ piovuto sugli olivi

E’ piovuto sugli olivi

a ceffoni gli scrosci d’acqua hanno infierito

tutta la notte sulle mie piante

che grondano acerbi ancora frutti

che s’affannano in promesse

che le sventole umide aiuteranno a mantenere.

E’ piovuto sugli olivi

e i miei attenti sensi, anche avidi,

rubano felici nella piana vecchia vecchia di Mattinatella.

Festa nazionale del Pd a Torino

Una volta si chiamava Festa dell’Unità, si svolgeva in genere al Parco Ruffini e l’acre odore di salsicce abbrustolite ammorbava l’aria di molti quartieri della periferia a nord-ovest di Torino.

Oggi è diventata una questione molto più elegante e raffinata: in piazza Castello, senza violentare la piazza; in centro senza ammorbarne le arie; in Città senza quasi farsi notare. Sono cambiati i tempi, e si vede. Io non sono mai stato comunista, non ho mai frequentato le piadine e le salsicce con assiduità e amore: non so – e proprio non lo so, non è un modo di dire né un eufemismo mascherato – se i tempi siano cambiati in meglio o in peggio. Almeno, questa volta, la piazza storica non è stata violentata: è già un buon risultato.

Luci e colori del Sud/Colors of the South of Italy

Queste fotografie sono state riprese nella piana pleistocenica  di Mattinatella (Gargano, Puglia) in questo agosto 2010. Ci sono i colori e le luci del nostro fascinoso Sud. Mancano gli odori penetranti della macchia mediterranea, mancano i suoni delle fronde degli ulivi, dei mandorli, del ligustro eccitate dal vento. Però ci sono i verdi cangianti delle piante dei capperi, degli olivi millenari (quello accanto a cui c’è mia moglie Margherita ha un diametro di quasi 4 metri!), dei fichi d’india, degli oleandri; e c’è il fiore – la pianta fiorisce una sola volta durante la sua vita – dell’agave americano che da noi ha attecchito con lo stesso entusiasmo del nopal messicano (il fico d’india). Il mio vuol essere un semplice tributo d’amore verso le terre che amo e da cui sono riamato.

La Natura parla la sua lingua, occorre comprenderla

Non c’è bisogno delle immagini straordinarie della foresta amazzonica o delle vaste praterie della Tanzania o del bush autraliano: la Natura parla la sua lingua semplice e meravigliosa qui, intorno a noi; bisogna avere gli occhi per registrare le sue immagini sempre stupefacenti.

Sotto la tettoia del ristorante i rondinini nati circa 15 giorni fa hanno imparato a volare: ipernutriti da genitori infaticabili a caccia di libellule tutto il giorno, in due settimane sono diventati adulti e ora impareranno a cacciare e nutrirsi da soli.

Il fiore bellissimo di un cappero.

La mantide religiosa femmina, immensa ieratica e predatrice, si mimetizza in maniera perfetta tra le foglie di una pianta di cappero, in agguato mortale.

Le contorsioni, lente legnose, di un olivo centenario sembrano simboleggiare la lenta sofferenza della vita: vita di verde di legno, vita lunga ma sempre Vita.

I cieli di Mattinatella

Dopo due giorni di pioggia e un tramonto spettacolare davanti alla piana di Mattinatella, nel mio villaggio Fontana delle rose, il mattino presto sono andato a pescare a fianco del porticciolo (uno dei pochi privati che possono vantare villaggi turistici e camping in Italia): la pesca è stata proficua.