Archive for settembre, 2010
Angelo Gaja, vendemmia 2010

Ricevo da Angelo Gaja e volentieri pubblico:

Vendemmia 2010

PIEMONTE

Sole e pioggia, se in giusta misura, fanno la qualità dei vini del Piemonte e fra questi di Barbaresco e Barolo, i vini derivanti dal Nebbiolo.

L’andamento climatico del 2010 è stato diverso da quello dell’ultimo decennio. Nel corso dell’estate 2003 le settimane di caldo intenso furono otto, nel 2010 soltanto due. Nel 2010 è piovuto quasi tre volte di più che nel 2003: così le viti non hanno mai sofferto la siccità. Dal punto di vista climatico è sembrato di essere tornati indietro negli anni: esistono non poche similarità con il 1996 ed il 1982.

Nel 2010 è stato necessario lavorare duramente nei vigneti perchè le piogge frequenti primaverili resero più difficoltosa l’esecuzione delle pratiche colturali mentre quelle di fine agosto e settembre tennero in apprensione i viticoltori timorosi di vedere compromesso lo stato sanitario dell’uva. Un po’ inaspettatamente è stato invece possibile portare a termine in Piemonte una vendemmia di qualità più che buona. Si produrranno vini armoniosi, equilibrati, eleganti, senza punte estreme di alcol, dotati di acidità vivace ed accattivante.  Come una volta, saranno i vigneti di Nebbiolo che hanno ricevuto maggiori cure, meglio esposti e dai terroirs più vocati ad esprimere nel vino punte di assoluta eccellenza.

TOSCANA

Anche in Toscana le piogge sono cadute copiose nel corso del 2010 e le settimane di caldo intenso sono state poche, è tornato il tempo di una volta.

A PIEVE SANTA RESTITUTA tutto è proceduto nel migliore dei modi possibile. Un po’ per bravura ma anche casualità: abbiamo indovinato il momento migliore per eseguire le pratiche colturali; la scelta di eseguire il diradamento in due momenti separati si è dimostrata più efficace che negli anni precedenti; abbiamo azzeccato il momento di avvio della raccolta.

I primi ancorché non definitivi assaggi del vino appena nato lasciano intuire ai miei collaboratori ed a me di avere realizzato la migliore annata di Brunello di Montalcino dal 1994, anno di acquisizione di PIEVE S. RESTITUTA.

A CA’ MARCANDA è stata inusuale la piovosità primaverile e le piogge di fine agosto e settembre hanno ripetutamente interrotto il ritmo della vendemmia. Risultati molto buoni per Cabernet Franc e Syrah; meno costanti  Merlot e Cabernet Sauvignon.

Per separare il 60% del vino di qualità superiore sarà necessaria una selezione rigorosa in cantina.

ITALIA

Per l’Italia il 2010 è ancora da annoverare tra le annate più scarse di quantità, forse la più scarsa in assoluto.

I dati ufficiali non potranno che smentire le previsioni ottimistiche di prima della vendemmia.

La qualità è mediamente buona con qualche punta di eccellenza, qua e là.

Angelo Gaja

29 ottobre 2010

cantina GAJA, Barbaresco, Piemonte

cantina PIEVE S. RESTITUTA, Montalcino, Toscana

cantina CA’ MARCANDA, Bolgheri, Toscana”.

Il mio murale su L’Espresso

Sul settimanale L’Espresso n. 42 del 21 ottobre, a pagina 71 compare una fotografia del Caffè Elena con il mio murale, dipinto con il Ruché Laccento di Montalbera, che riporta la celebre silloge di Von Hutten. Speriamo che qualcuno, anche tra i media torinesi (ah! i media torinesi…), se ne accorga.

Doc Pinerolese, Torino e Collina Torinese

Finalmente ho finito di bere le famose 18 bottiglie che hanno tenuto compagnia ai miei lavori nell’allestimento presso le scuderie della Palazzina di Stupinigi. Bottiglie che appartengono alle 4 Doc della Strada Reale dei vini Torinesi. Finisco con le Doc Pinerolese e Collina Torinese.

Delle 3 bottiglie del Pinerolese, purtroppo, il Doux D’Henry 2008 delle  Cantine Il Tralcio di Bricherasio sapeva in maniera pesante di tappo, capita: non sono in grado di giudicare questo rosato naturale che, del resto, già conoscevo. Mi auguro che quella cantina me ne fornisca una bottiglia il cui contenuto prezioso non sia rovinato: in ogni caso, questo vino raro è caratterizzato da colore scarico, elevata acidità e scarso corpo che lo rendono adatto a essere bevuto con cibi delicati, magari come accompagnamento di merende sinoire nei caldi pomeriggi d’estate, a temperatura un poco più fresca del normale.

L’Argal 2006 delle Cantine Dora Renato di Frossasco è un uvaggio di Barbera, Freisa e Neretto: un vino che ha pretese di importanza ed eleganza ma che l’uso non proprio eccellente di legno piccolo rende un poco stucchevole. Un vino comunque che mantiene una certa personalità e buoni sentori di frutta di sottobosco e note speziate che lo rendono adatto ad accompagnare cibi importanti: certo è che con un uso più attento del legno, avrebbe molto da guadagnare.

Ottimo il Dolcetto 2008 Le Marie di Barge: un Dolcetto che ha profumi e sapori grassi, rotondi, molto peculiari che evidenziano un legame stretto con il territorio in cui nasce. Un vino che ti rimane nella memoria, un vino certo non eccezionale ma di forte carattere, schietto, vinoso.

Delle 5 bottiglie della Doc Collina Torinese ben 4 erano di Balbiano e una, Barbera 2009 Nonno Nando, di Stefano Rossotto di Cinzano: una Barbera di buon corpo e alcol senza pretese particolari ma corretta e con elevata acidità.

L’Azienda Melchiorre Balbiano di Andezeno merita un discorso a parte. Un produttore che conoscevo per la Freisa di Chieri: vino che ho avuto il piacere di bere per anni prodotto da un parente di mia moglie a Pino d’Asti. Una Freisa delicata, mossa, molto secca, di un bel rosso rubino non troppo carico, vinosa, franca, pulita: uno di quei vini che puoi bere d’estate e d’inverno, a pranzo e a cena, fresco o a temperatura ambiente; un vino che accompagna tantissimi piatti, versatile, gentile. Questo di Balbiano, annata 2009, è per davvero eccellente. Ma già lo sapevo. La sorpresa è stata la Bonarda 2009: un altro vino di grande versatilità, di facile beva; leggermente mosso, ti lascia la bocca pulita e non finisce mai di saziarti. Mi è piaciuto assai: vino da tutto pasto che non ti assedia il palato e accompagna discreto tutti i cibi, anche il pesce.

Non conoscevo la Freisa Superiore Federico I il Barbarossa. Ho bevuto questo vino dell’annata 2006, contenuto in una bottiglia particolare, asimmetrica, che non avevo mai vista prima. E’ un vino importante che ha riposato 6 mesi in tonneau e altri 8 mesi in bottiglia prima di essere messo in commercio: è una Freisa di Chieri al suo massimo potenziale sia come sentori, sia come palato. L’uso ponderato delle botti da 500 litri ne esalta i profumi di frutta rossa senza massacrarti le narici con l’insopportabile vaniglia che tutto copre. In bocca è asciutto, gentile, molto secco e tanto tanto vinoso, come piace a me. Vino eccellente! 13,5° di alcol che non si sentono per niente. La controetichetta ne spiega il nome: nel 1155 Federico I il Barbarossa assediò e saccheggiò Chieri (allora comune più importante e popoloso di Torino) devastandone le campagne; si salvarono pochi filari di vigna da cui ebbe origine la Freisa di Chieri, vinificata dolce fino all’avvento della famiglia Balbiano che, dal 1941 e sono ormai 3 generazioni, ne ha tratto questo vino secco e gentile. Da specificare che la Freisa Superiore è un vino fermo e non mosso come il suo fratello più giovane.

Cito per ultimo il rarissimo Cari, vino di cui ho già ampiamente trattato: Balbiano ne produce circa 2.000 bottiglie. Il Cari di Balbiano, rispetto a quello prodotto dalla Cantina Sociale di Castelnuovo Don Bosco, è leggermente più speziato e complesso, pur conservando i 5,5° di alcol che lo rendono un compagno appropriato di piccola pasticceria, gelati, dolci delicati. Io ci ho mangiato, con soddisfazione, i fichi d’india!

Strade reali e vini dei re, convegno e mostra con i miei lavori

Grande successo ha avuto – a parte la mia mostra e i filmati che ho mostrato su scacchi, Caffé Elena e la bozza strepitosa dell’animazione di Vincenzo Gioanola con i miei lavori – il mio:

Decalogo del vino.

1)    Il vino non si degusta, si beve.

2)    Il vino è una questione sempre soggettiva.

3)    Il vino è una faccenda che attiene alla poesia, non alla scienza.

4)    Il vino non ama le guide: sono tutte più o meno false o inattendibili.

5)    Il vino è succo d’uva fermentato, non è nettare.

6)    Il vino non ha nulla a che spartire con gli dei.

7)    Il vino, quando si parla di religione, tende a diventare aceto.

8)    Il vino è geloso: ogni bottiglia è un universo  che mira a essere assoluto.

9)    Il vino è sensibile alle compagnie, al contesto, al clima….a tutto.

10)  Il vino è un mistero insondabile, ma è il mistero meno misterioso del mondo.

C’è un undicesimo comandamento: mandate a cacare tutti quelli che cercano d’insegnarvi qualcosa del vino: sono tutti delinquenti, assassini, sodomiti, ladri; non pagano l’affitto, non pagano le tasse, non pagano le multe.

Veri furfanti sono e bugiardi e infingardi: non vi fidate. Parola di chi c’è cascato e pretende d’insegnarvi qualcosa di giusto del vino.

http://www.vincenzoreda.it/stupinigi-wow-prime-immagini-di-un-successo/

http://www.vincenzoreda.it/stupinigi-25-settembre-2010-strade-reali-e-vini-dei-re/

La Strada Reale dei vini torinesi

Queste diciotto bottiglie hanno tenuto compagnia ai miei quadri e alle miei installazioni nella recente mostra di Stupinigi. Sono tutti vini autocnoni, alcuni rarissimi e di piccoli produttori. Ora con calma le berrò una a una e ne parlerò su questo sito: un compito che assolvo con estremo piacere. Doux D’Henry, Avanà, Carema, Erbaluce, Freisa di Chieri, Cari: non son vini di cui le guide trattano, bisogna alzare le chiappe e andare per le strade (stavolta Reali per davvero) a cercarseli.

Stupinigi

La mia sterminata Biblioteca custodisce il più bel libro, forse, mai pubblicato sulla Palazzina di caccia di Stupinigi. Me lo regalò Sergio Maranini negli anni Novanta, egli era allora Direttore Generale o Amministratore Delegato della Tipografia Torinese che il volume, curato da Luigi Mallè, aveva pubblicato nel 1981.

E’ un bel cartonato in 4° con sopracopertina e interni in carta patinata opaca di almeno 135 gr. e di oltre 516 pagine; è introdotto da un saggio bellissimo di Luigi Firpo – oggi troppo trascurato -che traccia un profilo indimenticabile di Re Vittorio Amedeo II, uno dei pochi Savoia di grande statura politica. Ne cito le prime righe.

“L’11 aprile 1729 l’assenso regio pose in esecuzione il progetto elaborato da Filippo Juvarra per l’erezione di un padiglione di caccia nella piana di Supinigi. L’opera d’arte vagheggiata dall’artista poteva così tradursi, nel fervore del cantiere sonante, in maniera corposa destinata a durare nel tempo, accampata nello spazio coi suoi volumi mossi, le superfici scandite dalla luce e dall’ombra, i ritmi delle partiture, la concretezza viva della realtà.

Ma la genialità felice dell’artista cinquantenne, che da tre lustri ormai, con inventiva e operosità prodigiose, stava mutando il volto della capitale sabauda, appare ancora una volta come lo strumento duttile di una volontà che, nell’esaltarla, la impiega con determinazione metodica per scopi di cui l’arte è puro mezzo, quasi le tocchi esprimere col suo linguaggio affascinante non soltanto le intuizioni della bellezza, ma i sillogismi della ragion di Stato.

Per questo, prima di entrare nell’atmosfera sottile e incantata della Palazzina, prima di decifrare ogni sua suggestione e allusione, credo si debba fermare un momento il pensiero su chi la volle, cioè sulla ragione profonda del suo esistere, là e così deliberatamente, quale proiezione di una decisione personale, meditata e assoluta. Quando ne approvò l’esecuzione, Vittorio Amedeo II, primo re della sua Casa, aveva sessantatré anni e da cinquantaquattro cingeva la corona, ricco ancora di indomite energie morali, ma prostrato nel fisico, stanco, disamorato. Era nato a Torino il 14 maggio 1666, da Carlo Emanuele II e da Maria Giovanna Battista di Nemours; di complessione gracilissima, più volte dato per spacciato dei medici, che lo assistevano con premure oppressive e sottili pozioni, si irrobustì poi con la vita semplice, l’esercizio fisico e le cure sode di un tal Pecchio, medico di Lanzo, che prescrisse l’abbandono di tutte le medicine e una dieta intensiva di pan grissino. Fanciullo indocile, testardo, capriccioso, fu allevato dal padre a suon di frusta e crebbe con modi ruvidi, spinto da una innata violenza di impulsi, che presto ebbe a dissimulare e a  reprimere in interno furore. A nove anni la morte prematura del duca lo fece erede della corona, ma sotto la pesante tutela della madre ambiziosa e frivola. Unico suo interesse genuino la vita militare, le parate, le ordinanze, gli esercizi; ha già un suo reggimento e ne è orgogliosissimo; l’incisione di Antonio De Pienne del 1675 lo ritrae appunto fanciullo esile, in vesti pompose, in sella al gran cavallo da parata impennato, di fronte alla mole dell’Accademia militare che suo padre aveva istituito e sulla quale egli avrebbe vegliato con vigili cure.

[…] Il 10 aprile 1732 il vecchio sovrano, per suo desiderio, venne trasferito in lettiga a Moncalieri: percorrendo le placide strade alberate fra Dora e Sangone avrà forse scorto in lontananza le strutture ormai delineate della Palazzina, nella quale non avrebbe mai messo piede. Era ridotto a una larva, che si trastullava con giochi puerili, bamboleggiando, senza più lasciare il letto.

Morì la sera del 31 ottobre…”.

Bruce H. Lipton, La biologia delle credenze

Questo è un libro di enorme interesse: un libro che sconvolge gli schemi finora ritenuti dogmatici dei meccanismi che regolano la chimica e la fisica delle cellule che compongono organismi complessi fino a interessare il modo di essere dell’uomo.

Bruce Lipton è un biologo cellulare che ha insegnato alla facoltà di medicina della Wisconsin University e ha svolto ricerche pionieristiche alla School of Medicine della Stanford University. Ha applicato le sue scoperte ai legami che intercorrono tra scienza e comportamento, creando di fatto quella nuova, straordinaria disciplina che è l’epigenetica.

L’assunto di base è il seguente: non è il DNA contenuto nei cromosomi del nucleo della cellula il cervello che ne regola il comportamento, ma è la sua complessa membrana che, interagendo con gli stimoli dell’ambiente che la  circonda, ne determina e ne influenza la vita e la salute.

Negli ultimi dieci anni, la ricerca epigenetica ha dimostrato che i geni non sono fissati alla nascita. I geni non sono il destino! Le influenze dell’ambiente compreso il nutrimento, lo stress e le emozioni, possono modificare il modello di base. E queste modifiche, come ha scoperto l’epigenetica, possono essere trasmesse alle generazioni future esattamente come i modelli del DNA, ovvero attraverso la doppia elica [Reik e Walter 2001; Surani 2001].”.

Abbiamo la capacità di correggere i dati che inseriamo nei nostri bio-computer, esattamente come io posso scegliere le parole da digitare sulla tastiera. Scoprendo in che modo le IMP (Integrale Membrane Proteins) controllano i processi biologici, diventeremo padroni del nostro destino, e non più vittime dei nostri geni.”.

L’ultima parte del libro sviluppa il concetto dell’armonia e della ricerca di cooperazione fra cellule e organismi complessi e, infine, le applicazioni delle teorie della fisica quantistica e della geometria frattale mirate alla comprensione degli schemi che regolano i meccanismi della vita, senza negare la geometria euclidea e la fisica di Newton: un’apertura rivoluzionaria che in buona sostanza rende scientifiche certe credenze che si ritengono figlie di superstizioni, di fede, di ignoranza. Effetto placebo, riti magici, guarigioni miracolose: tutto questo ha una spiegazione scientifica se viene approcciato seguendo modelli di analisi, sgombri da dogmi e preconcetti, che la Scienza “Chiusa” rifiuta.

Non è una lettura semplice né per tutti (pur se l’approccio è divulgativo): occorre possedere conoscenze importanti legate a biologia, chimica, fisica, epistemologia. Ma è un libro straordinario, per chi può apprezzarlo, che spalanca prospettive inimmaginabili.

Friedrich Nietzsche: Lettere da Torino

Friedrich Wilhelm Nietzsche – nato vicino a Lipsia il 15.10.1844 e morto a Weimar il 25.8.1900 – giunge per la prima volta a Torino il 5 aprile 1888 e va a stare al quarto piano di via Carlo Alberto, 6, preso a pensione dalla famiglia dell’edicolante David Fiano.

Il 7 aprile scrive a un amico :” ..città dignitosa e severa! Niente affatto grande città, niente affatto moderna come avevo temuto: ma una residenza del diciassettesimo secolo, dove su tutto era stato imposto un unico gusto, quello della Corte e della noblesse. Su ogni cosa è rimasta impressa una quiete aristocratica: non vi sono meschini sobborghi; un’unità di gusto persino nel colore (tutta la città è gialla o rosso-bruna). E’ un luogo classico anche per i piedi come per gli occhi! Che sicurezza, che pavimentazione”.

Nietzsche ritorna a Torino il 27 settembre dello stesso anno. Nella lettera datata 30 ottobre, allo stesso amico – Heinrich Koselitz – scrive:”..Trovo che qui valga la pena di vivere sotto tutti gli aspetti. Il caffè nei migliori locali, un bricchetto di una bontà rara, veramente di prima qualità, come non lo avevo mai assaggiato, 20 cent. – e a Torino non si lasciano mance. La mia camera, posizione di prim’ordine in centro, sole dalla mattina al pomeriggio, vista su Palazzo Carignano, sulla piazza Carlo Alberto e in lontananza sulle verdi montagne – 25 franchi al mese con servizio, compresa la pulizia degli stivali. Nella trattoria pago per ogni pasto un franco e 15, e lascio 10 centesimi in più, cosa che viene considerata un’eccezione. A questo prezzo ricevo un’enorme porzione di minestra, sia asciutta che in brodo: grandissima scelta e varietà, e paste italiane tutte di prima qualità (-solo qui ho cominciato a imparare le grandi differenze). Poi un eccellente pezzo di carne tenera, soprattutto arrosto di vitello, che non avevo mai mangiato da nessuna parte in questo modo, accompagnata da verdure, spinaci ecc. Tre panini, che qui sono molto gustosi, e per gli amatori i grissini, i sottilissimi bastoncini di pane che piacciono a Torino…….Nel giorno del mio compleanno ho di nuovo iniziato qualcosa che mi sembra riuscire, ed è già a buon punto. Si intitola ECCE HOMO. Ovvero Come si diventa ciò che si è.”

La targa che Torino pose nel 1944, sulla casa all'angolo tra via C. Alberto e l'omonima piazza, dove il filosofo abitò a Torino

A prescindere dalla testimonianza, tenera e commovente, dell’amore che il filosofo nutre per la città che ospita gli ultimi suoi attimi di lucidità e di creatività, queste poche decine di lettere rappresentano l’itinerario tremendo verso la follia e l’autodistruzione: il silenzio degli ultimi anni della sua vita. Tra fine dicembre e i primissimi giorni di gennaio del 1889 Nietzsche scrive  i famosi biglietti firmati Dioniso e Il Crocefisso; il 3 gennaio ha una crisi di follia in piazza Carignano – abbraccia un cavallo frustato dal vetturino e si scioglie in un pianto sfrenato -; l’ultima, lucida lettera è del 6 gennaio, poi il silenzio.

Questo librino di circa 250 pagine assai intense per 15 €, pubblicato da Adelphi nel 2008, è un gioiello raro, per chi se lo merita.

Un bicchiere di Cari e Fragolino per Stupinigi

Questo è il lavoro, assai complicato dal punto di vista tecnico, che ho creato apposta per il convegno e la mostra alla palazzina di caccia di Stupinigi che si inaugura il 25 settembre 2010.

Con la mia ossessione per i valori della filologia, ho scelto un vino del torinese: un vino che vanta una bella storia anche se oggi dimenticato. E’ un vino dolce, a bassa gradazione alcolica che le coppiette usavano bere prima di andare a infrattarsi, protette dai boschi lenoni della collina torinese, per consumare ritualità di baci e carezze e sospiri.

Cavour, amante oltremodo delle grazie femminili, lo chiamava «vino ciularino»: e se ne intendeva parecchio, pare.

Ho detto sopra tecnicamente difficile: il Cari è un vino di colore scarico, dunque poco tannico e con pochi antociani e molti zuccheri che danno scarso colore e fanno fatica a penetrare le fibre della carta e a asciugare. Un lavoro del genere richiede molto tempo e tanta pazienza. Ho usato un Cari delle Cantine di Castelnuovo Don Bosco del 2008 che sono riuscito a trovare in quel magnifico negozio di Porta Palazzo che si chiama “Da Marco”: un ottimo indirizzo se si cerca un vino o un distillato difficile da reperire altrove.

Per il contorno del bicchiere ho invece usato una vecchia spremuta di uva fragola, del 2001, che coltivava mio padre nel suo piccolo terreno di Beinasco: rappresenta una sorta di retaggio ereditario, essendo l’ultima uva della sua vita onorevole. Non avevo mai usato questo liquido prezioso e a modo suo simbolico. Mi auguro che sia di buon auspicio per una mostra che mi onoro di realizzare nel contesto di uno degli edifici più significativi della storia di Torino e d’Italia: l’opera sontuosa di un artista siciliano, migrante come me dal Sud, che in terra sabauda ha dato il meglio di sé, l’abate messinese Filippo Juvarra (e mi si perdoni, per una volta, l’enfasi colpevolmente – ma consapevolmente – retorica).