Archive for 2018
Il Tartufo Bianco d’Alba

Il mio libro, abbinato con il quotidiano La Stampa, si trova in tutte le edicole del nord-ovest fino alla fine di ottobre. Il prezzo di copertina è di 9,90 € per 160 pp. Edito dalle Edizioni del Capricorno di Torino.

Tartufo bianco/Langa white truffle
11 Settembre 2001, nine-eleven in New York

Ho dipinto questi due quadri nel 2001, verso fine anno.

Sono stati dipinti con succo di uve Barbera raccolte nelle vigne di Piero Arditi (Cantine Valpane di Ozzano Monferrato) nel settembre del 2001.

Rappresentano il mio contributo di simbolica partecipazione al dolore di quel giorno.

Entrambi sono stati esposti degli Usa.

Il lavoro con lo sfondo del foglio di giornale oggi è a Baltimora.

Che iddio, o chi per lui, benedica i martiri, i terroristi e tutti noi, uomini assetati di cosmici dolori.

I colori fascinosi di Porta Palazzo

Percorrere le corsie tra una bancarella e l’altra e fare attenzione ai carrelli, ai passeggini, ai sacchetti che ostruiscono gli stretti spazi tra le bancarelle è un esercizio faticoso. Però nel frattempo ascolti i profumi intensi, guardi i suoni deformati da bocche di razze diversi, annusi i colori che sono ogni stagione diversi. E ti accorgi che ancora esistono le stagioni, con le loro frutta diverse e le verdure e gli ortaggi. E devi necessariamente ringraziare il Cielo (o la Terra, se preferisci).

Citrico/Beppe Rinaldi

Era ormai lungo tempo che dovevo avere un incontro ravvicinato con Beppe Rinaldi, a Barolo e dintorni meglio conosciuto come Citrico.

L’occasione me l’ha fornita Collisioni con l’incontro, da Brezza, di Ornella Bonifacio: ti ci porto io da Citrico!

Così, dentro un caldo pomeriggio di luglio, forniti di un paio di calici di ottimo Brezza-Barolo ci siamo incamminati dalla periferia nord di Barolo verso la periferia sud, lungo la strada che unisce Monforte a Alba.

Il casale dove dimorano Citrico, le sue manie e i suoi vini sta poco fuori Barolo, sulla sinistra salendo verso Monforte; vi si accede violando un antico cancello di ferro battuto. Beppe era intento a armeggiare intorno a delle Vespe o Lambrette – io proprio non ho dimestichezza con la roba a motore a due ruote – nel suo apparente disordinato e farraginoso spazio (ma gli spazi sono sempre disegnati su misura e mai disposti casualmente, pare ovvio): fastidito da quei due intrusi che andavano a sovvertire tempo e spazio esclusivo e privatissimo.

Ma poi, dietro le apparenti superfici abrasive, Citrico è una persona di grande sensibilità e le persone, dopo averle rapidamente annusate, le classifica con estrema velocità: da una botte di 33 ettolitri ci ha spillato una bevuta in anteprima del suo Brunate 2011 che avrà tanto tempo da investire a riposare in cantina per poi essere sposato  con un Barolo proveniente da un altro cru (Le Coste) e dar vita a quel vino che avrà il compito di lenire gli stenti quotidiani di gente di buona volontà (sperando che sia gente in grado di meritarselo).

Nel frattempo si è unito a noi Maurizio Rosso: bella e degna compagnia. E poi giunge Marta, la figlia di Beppe: tutto si fa più normale; Citrico è quasi come si fosse messo di quinta…

Lascio la Cantina con una bottiglia di Nebbiolo 2011: l’ho bevuto con calma a casa mia. E’ un Nebbiolo vinifero, vinoso, antico; affatto (nel senso di completamente) differente dai Nebbiolo che conosco: più carico, più denso, con tannini importanti ma morbidi, rotondi. Mi è paiciuto!

Conosco poco i Barolo Rinaldi e sarei curioso di bere i suoi Freisa e Dolcetto: non mancheranno le occasioni, ne sono sicuro. Certo, mi vien fatto di pensare che se ci sono vini barricati – a me piace definirli legnati, ma comunque senza farsi prendere dall’eccesso di integralismo – qui siamo nel dominio dei vini barricaderi…e, trattando di Barolo, direi che siamo nel giusto.

Non mi dilungo sulla Storia della Famiglia Rinaldi, né entro nel merito dei vini e della produzione: sarebbe tautologico.

O no?

 

 

Nico Ivaldi: Non mi sono mai arreso – Intervista all’avvocato Bruno Segre

Non ho mai sprecato il mio tempo, ciò che ritengo avere di più prezioso, nel leggere libri inutili come best-seller, romanzi gialli, biografie di personaggi di nessun interesse; nei libri che ho letto e che continuo a leggere – e sono tantissimi e di generi assai differenti – cerco di imparare, di conoscere faccende nuove, o anche soltanto prospettive diverse con cui guardare agli uomini e ai fatti del mondo.

Questo, scritto, o meglio raccontato, dal mio amico Nico è un libro di eccezionale interesse, perché tratta dell’appassionata vicenda umana di Bruno Segre, ebreo torinese, figlio di un padre ebreo, laico e libertario, e di una madre cattolica.

Bruno Segre è nato a Torino il 4 settembre 1918; si è laureato in giurisprudenza nel 1940 – ultimo ebreo a ottonere la laurea, causa le spregevoli leggi razziali che ancora infangano la nostra storia – con Luigi Einaudi, discutendo una tesi incentrata su un personaggio libertario francese.

E’ stato, e in fondo non ha mai smesso di esserlo, un giornalista: ha lavorato, tra gli altri, con quell’autentico “animale” di Giulio De Benedetti.

Ma è stato un protagonista della vita civile, torinese e italiana, prima da partigiano e, successivamente, da avvocato, assumendo tra l’altro la difesa del primo obiettore di coscienza italiano – Pietro Pinna. Si è battuto per il divorzio e contro il nefasto referendum abrogativo del 1974. Ha conosciuto il Pandit Nehru e ha lavorato, nel Partito Socialista, con Pietro Nenni, Calamandrei e  Ferruccio Parri. Ricoprì la carica di consigliere comunale di Torino nel 1975, sindaco Diego Novelli: durante quel mandato contribuì a far nascere iniziative come “Estate ragazzi” e “I punti verdi”.

D’altro canto, Dario Segre, suo padre, tra i fondatori della Famija Turineisa (1925), aveva avuto stretti rapporti personali, nei primi anni del Novecento in Svizzera, con due esuli speciali: Benito Mussolini e un certo russo Vladimir Ulianov, meglio conosciuto come Lenin. Suo lontano parente anche un certo Dino Segre (Pitigrilli). Nel libro, tra le sue memorie, si legge anche di un infatuamento giovanile per la compagna Natalia Levi, poi sposata Ginzburg…

Insomma, un gran libro che aiuta a credere nei valori quelli veri, quelli alti: con semplicità, con schiettezza, con umile dedizione.

Oggi, Bruno Segre naviga ancora in buone acque con 93 primavere sulle spalle – nemmeno curve: che iddio, o chi per lui, gli conservi la vista (come si dice da noi).

Incontro con l’Av. Bruno Segre

Dopo aver recensito la biografia “Non mi sono mai arreso” scritta dal mio caro amico Nico Ivaldi, questi mi ha portato finalmente a conoscere di persona Bruno Segre. Siamo andati a trovare questo magnifico 93enne – che i suoi anni li porta in maniera spettacolare, nel fisico, nella mente e nello spirito – presso il suo studio di via della Consolata, situato in un austero palazzo secentesco, quasi di fronte alla cattedrale barocca tanto cara ai torinesi.

Il personaggio è di un interesse straordinario: una lucidità e un’umanità che in maniera disarmante effonde intorno a sé; eppoi, una memoria storica depositata negli strati resi ormai compatti da una lunga vita in cui non ha sprecato un attimo del suo tempo.

Sentir raccontare, sempre con lucidità e semplicità quasi disarmanti, del monocolo di Paolo Monelli o delle vicende che lo videro per anni a stretto contatto con “Napoleone” Giulio De Benedetti, inarrivabile direttore de La Stampa (ideatore, tra l’altro, della rubrica Specchio dei Tempi), è stata per noi un’esperienza quasi mistica.

Alcuni aneddoti sono esilaranti: indimenticabile quello del cronista un poco tardo che, sollecitato dal grande direttore a essere un poco più lirico nelle sue cronache, arrivò il giorno appresso con un fatto di “nera” messo in versi! E quando il direttore, sconsolato, cercò di spiegargli che intendeva semplicemente che la sua prosa dovesse essere un poco più scorrevole, più musicale, se ne arrivò con un violino….La carriera giornalistica del povero cronista durò poco: fu paracadutato a dirigere un negozio!

Rimando alla lettura del volume di Nico Ivaldi, di cui riporto il link del mio articolo. E quanto a Bruno Segre: che il signore, o chi per lui, gli conservi (a lungo) la vista, come si dice da noi.

http://www.vincenzoreda.it/nico-ivaldi-non-mi-sono-mai-arreso-intervista-allavvocato-bruno-segre/

Cucina marocchina a Torino

A Torino i locali che offrono cucina magrebina sono moltissimi, eppure pochi di buona qualità e con ricette davvero tradizionali (spesso come ricette marocchine vengono offerte la Mussakà e l’Hummus che sono invece mediorientali). Sono abbastanza  ben distribuiti, ma concentrati soprattutto nella zona di Porta Palazzo, frequentati volentieri anche da italiani che, spesso, hanno visitato il Marocco.        Non essendo un particolare esperto di cucina magrebina, anche se ho avuto modo di visitare Tunisia e Algeria, sono ricorso a una mia vecchia amica marocchina, ottima cuoca, per i consigli del caso.                                                                                      Ho scelto un locale particolare, Al Andalus, situato nelle adiacenze di Porta Palazzo (in via Fiochetto, 15) e parte di un’associazione culturale araba, Hammam Al Bab. Il ristorante fu inaugurato nel 2000 dall’architetto Karim Muhseen, iracheno di Bagdàd a Torino dal 1980, con il socio,  lo scrittore e giornalista Yunis Tawfik, anch’egli iracheno di Ninive che presiede e gestisce l’associazione culturale.                              Il locale offre 80/100 coperti, con giardino; è arredato con semplicità e senza eccessivi orpelli folcloristici; offre la tipica cucina marocchina (Sadie, cuoca di Casablanca e Houssein, cuoco di Fez) a un prezzo medio di circa 18/20 €; il servizio, a cura di camerieri marocchini, è previsto tutti i giorni sia a pranzo sia a cena; c’è una decorosa carta di vini piemontesi per i clienti italiani.                                               Ho gustato un classico e ottimo Cous cous di manzo, con verdure e ortaggi  tradizionali. Assai particolare il Tajine di vitello con prugne e albicocche condito con sesamo. La pasticceria secca a base soprattutto di miele, mandorle, cioccolato, arachidi e  marmellate varie è di particolare interesse. Finisco con l’antipasto, i Briwat, che sono fagottini di farina di frumento ripieni di qualsiasi cosa, figli dei Samosa mediorientali e indiani, cugini dei Brick tunisini e nonni delle celeberrime Empanadas sudamericane (diffuse con la conquista degli spagnoli che le avevano conosciute dai berberi).

Fuochi artificiali, immagini creative di Vincenzo Reda a Sanremo

14 agosto, porto di Sanremo: fuochi artificiali fotografati con tecniche particolari.

Vincenzo Reda a Eataly

Il Vino nello spazio e nel tempo

Una serie di incontri per un approccio al vino inusuale: storico, antropologico, letterario, geografico.

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. Brindando nei secoli (Breve storia del vino) – Vini Gianni Gagliardo

28 marzo 2014

Dalle recenti scoperte archeologiche nei paesi caucasici alle mitologie greche; dai vini egizi e romani a quelli delle abbazie benedettine medievali. E ancora, il vino nelle Americhe, i vini dei papi di Sante Lancerio nel rinascimento, il leggendario Dom Perignon e il successo del Marsala nel XVIII secolo. Per arrivare alle vicende della fillossera e i conseguenti reimpianti su piedi di viti americane, fino alla rivoluzione degli anni Ottanta. Una cavalcata quasi mozzafiato per comprendere come le diverse culture umane, nelle successive fasi storiche, si siano confrontate con la bevanda “vino”.

. Le rime del vino (Vino e letteratura) – Vini Bucci

4 aprile 2014

Quasi tutti conoscono i versi composti dai grandi poeti greci sul vino, assai meno hanno frequentato i componimenti straordinari di  Orazio e Marziale. Quasi nessuno sa delle magnifiche poesie arabe e persiane di poeti musulmani come Abu Nuwas o Hafiz. Così come tutti conoscono le poesie dedicate al vino dal poeta Baudelaire ma pochi sanno che anche Eugenio Montale ha scritto versi dedicati al vino. Questo incontro servirà ad aprire uno scenario sorprendente per quanto riguarda la letteratura del vino.

Le Rivoluzioni alimentariDiapositiva1

Non si è consapevoli, in generale, che l’alimentazione umana si è evoluta nei secoli al pari della conoscenza e degli scontri/incontri fra popoli differenti. Queste prime  lezioni hanno lo scopo di illustrare alcuni momenti storici particolari in cui si sono verificati cambiamenti epocali nelle abitudini alimentari umane.

. Dagli alberi ai villaggi (Preistoria dell’alimentazione) – Vini Gigi Rosso

11 aprile 2014

Tra 7 e 3 milioni di anni fa alcune scimmie arboricole scesero a raccogliere dei frutti caduti dall’albero su cui si agitavano e cominciarono a frequentare la savana africana. Quegli animali cominciarono a trasformarsi in uomini cambiando il loro regime di alimentazione. Divennero animali opportunisti e impararono a cibarsi di qualunque cosa, alzandosi sulle zampe posteriori e liberando gli arti superiori dalla funzione di semplice deambulazione. Quell’animale si evolve fino a diventare Homo Sapiens, circa 200.000 anni fa. E continua a evolvere fino a scoprire, 10/12.000 anni fa, l’agricoltura e l’allevamento. E qui comincia un’altra storia.

. La scoperta dell’America – Vini Bava

18 aprile 2014

Colombo arriva nei Carabi nel 1492, ma occorsero almeno tre secoli perché gli europei imparassero a consumare alimenti come pomodori, patate, fagioli, cacao….Mentre il peperoncino si diffonde immediatamente in tutto il mondo, la patata e il pomodoro vengono snobbati come cibi non buoni, se non addirittura velenosi. La storia dell’avvocato cuneese Vincenzo Giovanni Virginio, che portò la conoscenza delle patate a Torino e in Piemonte, è emblematica in questo senso: morì povero in un ospizio torinese nel 1830 e i suoi conterranei ancora non erano convinti di quanto fossero buone, convenienti e nutrienti le patate.

Le Rime del Vino

GIACOMO LEOPARDI (1798/1837)

Diapositiva1In casa Leopardi era cosa consueta e antica il culto del vino. Tant’è che nella biblioteca di famiglia vi è un libretto illustrato di M. Bidet, tradotto dal francese da un accademico etrusco e georgofilo, stampato a Venezia nel 1757, riguardante la coltivazione della vite e il modo di fare i vini. Da un appunto di Monaldo si apprende che era appartenuto al conte Vito, nonno di Giacomo.

Ritorniamo al poeta, che, da quel che era, pallido, malaticcio, pessimista per eccellenza e depresso, non avrebbe potuto amare il vino, che invece è vita, gioia, sogno e vigore. Ebbe più di un detrattore a riguardo. Il primo fu Mariano Luigi Patrizi, fisiologo lombrosiano. Stilò un saggio psico-antropologico sul Leopardi prendendo spunto da una lettera di costui al cugino Melchiorri, scritta da Recanati il 20 ottobre 1822, in cui confidava che “era solito mangiar poco e non beveva vino”. Altri due detrattori furono l’amico del poeta, il letterato liberale napoletano Antonio Ranieri (1806-1888), autore tra l’altro di una storia, sulla loro settennale amicizia (1830-1837), pettegola e inattendibile, Sette anni di sodalizio con G. Leopardi del 1880, e sua sorella Paolina.Leopardi,_Giacomo_(1798-1837)_-_ritr._A_Ferrazzi,_Recanati,_casa_Leopardi

Si possono ritenere, le considerazioni di questi detrattori, come delle vere e proprie tesi precostituite e fuorvianti.

Chi ha confutato queste tesi, è stata la contessa Anna Leopardi, affermando in una conferenza che se Giacomo Leopardi fosse stato astemio, dalla sua famiglia ciò sarebbe stato considerato se non un’anomalia, quanto meno una stranezza. Ha potuto fare questo leggendo attentamente l’Epistolario e Lo Zibaldone. In quest’ultimo vi sono riflessioni sugli effetti del vino e, nel 1823, Leopardi annotava: “come ho provato più volte per esperienza” e ancora “come ho pure osservato in me stesso più volte”. Quindi, queste considerazioni scritte tolgono ogni dubbio e fanno del Leopardi un normale degustatore di vino. Se ancora qualche dubbio persistesse, basterebbe leggere una delle prime note in versi de Lo Zibaldone, scritta il 14 novembre 1820, che così recita: Il vino è il più certo, e / (senza paragone) il più / efficace consolatore. / Dunque il vigore; / dunque la natura. Essa si lega molto bene con l’ultima nota in versi del 17 luglio 1827: Il piacere del vino…/ Non è corporale / semplicemente. / Anzi consiste / principalmente / nello spirito ec. ec.

JORGE LUIS BORGES (Buenos Aires, 1899 – 1986)

SONETTO AL VINO

In quale regno o secolo e sotto quale tacita congiunzione di astri, in che giorno segreto non segnato dal marmo, nacque la fortunata e singolare idea di inventare l’allegria? Con autunni dorati fu inventata. Ed il vino fluisce rosso lungo mille generazioni come il fiume del tempo e nell’arduo cammino ci fa dono di musica, di fuoco e di leoni. Nella notte del giubilo e nell’infausto giorno esalta l’allegria o attenua la paura, e questo ditirambo nuovo che oggi gli canto lo intonarono un giorno l’arabo e il persiano. Vino, insegnami come vedere la mia storia quasi fosse già fatta cenere di memoria.

ALDA MERINI (Milano, 1931 -2009 )

SETE PERENNE

Vino, gagliardo come la dea ragione. In te l’idea si fa suono e si colora il Mito. Appaiono vestali tinte di giada, il periplo del canto si snoda in veli che ricordano l’anima. O vino che canti il mio dolore, vino che sei il precipizio estremo, vino che dai l’illusione della morte e fai solo dormire fino al nuovo dolore.

Postcards from Rimini beach
Wonderful food from Rimini, Romagna
Ristorante La Canonica di Casteldimezzo

http://www.ristorantelacanonica.it/

Sul finire del 2004, anno che avevo trascorso lavorando da Emilio Marengo in Toscana, tramite Gegè Mangano fui messo in contatto con uno chef romagnolo suo amico: Angelo Rignoli. Con lui lavorava Davide Marino.

Combinammo di fare una mostra di miei quadri nella primavera del 2005, in questo posto magnifico che è situato dentro le mura di un minuscolo borgo (Casteldimezzo), nel territorio del Parco di Monte San Bartolo (sopra Gabicce, a due passi da Pesaro).

Partii il 23 aprile a portare i quadri; nel frattempo un esame medico mi aveva destinato subito dopo un intervento di quelli terribili, con il rischio della vita. Andai giù, conobbi Andrea e Davide e mi rimpinzai senza ritegno di cibo (ricordo una tagliata di tonno imperiale) e dei vini sempre eccellenti e sorprendenti di Andrea. Rimasi fino al 25 aprile, quando dovetti ritornare a Torino per il ricovero.

Tornai a smontare la mostra il 1 ottobre successivo, con mia moglie. La mostra ebbe successo e, soprattutto, si instaurò un bellissimo rapporto di amicizia  e di stima che perdura e va consolidandosi nel tempo.

Poco tempo fa mi ha chiamato Davide, che nel frattempo è andato a occuparsi della Tenuta Biodinamica Mara e mi ha proposto un bellissimo lavoro per quest’azienda, posta a due passi da Cattolica.

Ovvio che è stata l’occasione per una rimpatriata e ho conosciuto così il nuovo chef di Andrea: lui si chiama Paolo Bissàro, nato a Bolzano ma da sempre riminese; è uno che si è fatto da solo, ragazzo disincantato più o meno quarantenne (Ariete!): più che altro, come dice lui: “Mi allergico con facilità e sono…agnostico“.

A parte le sue facili allergie, Paolo è un fuoriclasse: mi ha fatto felice ed è stato immediatamente arruolato nella mia specialissima squadra di cuochi. Lavora alla Canonica da circa un anno e mezzo e con Andrea si è ormai consolidato un rapporto privilegiato.

Ho gustato del pesce crudo formidabile: mazzancolle al gelso, spigola, tonno e una mormora indimenticabile. Poi triglie grandiose, un trancio di ombrina con frutta e, ancora, gnocchi di seppia e patate; e, per finire, un polpo senza senso. Il valore aggiunto sono le erbe del parco, che Paolo usa con grandissima cura e straordinaria sensibilità.

Poi il posto è di assoluta gradevolezza, soprattutto d’estate (abbastanza in alto, sulla scogliera), immerso nel silenzio più accogliente e rassicurante, carezzato dalle brezze dell’Adriatico prospiciente.

E, nota ultima ma mica la meno importante, Andrea affida i suoi sottofondi musicali (quelli nobili dei Tempi Nostri) al glorioso, morbido, lento vinile. E quanto si beve bene…E mai si verrebbe via.

In autunno,  a distanza di dieci anni esatti dalla mia mostra qui, abbiamo previsto un evento di quelli che, per certo, sarà memorabile.

Parola Mia.

 

Il Fiano Minutolo, Salento Doc, di Vincenzo Vita

Fiano m.Jancis Robinson, nella bibbia che è il suo Guida ai vitigni del mondo (Slow Food editore, 1998), cita il Susumaniello come Susumaiello e parla dell‘Ottavianello come varietà del francese Cisnaut (o Cisnault), ma, tra i vitigni autoctoni pugliesi che oggi godono di nuova vita, non cita il Fiano Minutolo.

L’amico Eustachio Cazzorla, sommelier e giornalista pugliese (lo conobbi in occasione di una mia mostra a Casteldimezzo, ristorante La Canonica – dove si mangia uno straordinario filetto di tonno), a proposito del Fiano Minutolo cita gli articoli di Giorgia Benvenuto, Enzo Scivetti e Pasquale Porcelli: studi del dr.Calò e di Lino Carparelli indicano questo vitigno essere non altro che il Greco Aromatico o Greco bianco, componente del classico assembaggio della Doc Locorotondo, vitigno abbandonato perché non troppo produttivo, in favore dei più convenienti Verdeca e Bianco d’Alessano.

E’ stato riscoperto agli inizi di questo millennio e, presentato al Vinitaly del 2004, ha subito avuto un prestigioso riconoscimento che ha ricevuto una clamorosa conferma al Salone di Bordeaux del 2007.

Il Fiano Minutolo, che Eustachio precisa dover essere più propriamente chiamato Minutola, poco avendo a che fare col Fiano di Avellino, è indubbiamente un vino di interesse straordinario: palati e nasi poco raffinati lo accostano a vitigni famosi tedeschi o dell’Alto Adige: in verità il primo impatto al naso è di grande sentore aromatico e floreale, ma sono il limone e il gelsomino i più forti profumi e al palato l’acidità è assai spiccata. Molto persistente e con un colore giallo paglierino tenue con riflessi verdi, è un vino di difficile abbinamento.

IMG_7901Ho cominciato a bere questa bottiglia venerdì, molto fresca; ho continuato a berne sabato e domenica: il terzo giorno erano quasi scomparsi i sentori di foglie di agrumi e di gelsomino, mi è parso di sentire la banana e la vaniglia in un vino che pareva molto meno acido. Questa bottiglia è un Salento Doc di Vincenzo Vita, del 2008. Vincenzo ne possiede 2 ha nel territorio di Manduria, a 200 mt. sul livello del mare: ne ricava circa 10.000 bottiglie. Egli sostiene che il miglior abbinamento si ottiene accompagnando il sushi e sta mettendo a punto una strategia per far conoscere al mercato giapponese questa meraviglia. Credo abbia ragione, ma io non amo il sushi e il Fiano Minutolo me lo bevo da solo, prima o dopo i pasti. Gli ho reso il grande onore di essere contenuto in due dei miei bicchieri più nobili, entrambi di Murano. Nella foto qui sopra i due bicchieri con il Fiano Minutolo: quello di sinistra è un classico cristallo con molto piombo, soffiato in due pezzi; quello di destra è un prodigio soffiato in un unico pezzo, povero di piombo e che pesa come una piuma, ne possiedo 6 pezzi che all’epoca erano costati una follia: ci bevo soltanto i vini che se lo meritano. Il Fiano Minutolo se lo merita, parola mia.

Focus Storia Luglio 2014, Pedro de Alvarado

E’ in edicola, dal 18 luglio scorso, il numero 94 di Focus Storia, mensile per cui collaboro. Su questo numero, nel contesto di uno speciale dedicato alla conquista del Messico, si può leggere un corposo articolo che ho scritto con particolare interesse e che riguarda la figura, straordinaria quanto inquietante, di Pedro de Alvarado.

Gli aztechi (sarebbe meglio chiamarli “Mexica“) lo avevano soprannominato “Tonatiuh“: sole. Era alto, bello e biondo. Fu, senza dubbio alcuno, il più feroce tra i conquistador spagnoli, con una vicenda personale per davvero straordinaria.

Poetry Reading by Vincenzo Reda

http://www.vincenzoreda.it/my-last-poetry-book-un-po-eta/

Grazie innanzi tutto a Barbara Colombotto Rosso (Magica Torino) e Giulio Tedeschi (Camion). Oltre a leggere alcuni componimenti da Rime sghembe (2012) e Un po’ eta (2017), ho letto alcune poesie inedite delle quali ne riporto due qui appresso.

L’ASSOLUTA VERITÀ

SOLTANTO IL PIACERE

D’IMMAGINARE LA NOIA DEL DOMANIMATTINA.

GUSTARNE IL GRIGIO SCORRERE DELLE ORE.

COMPRENDERNE L’ASSOLUTA VERITÀ

ACCOGLIENDOLO INSODDISFATTO COMUNQUE

BENVENUTO.

 

NON ERI TU

NON ERI TU
QUELLA CHE LE BREZZE
DEI MIEI ANARCHICI SVOLAZZI
DISSOLVEVANO E RICOMPONEVANO
 
SECONDO LE GEOMETRIE RIGIDE DEL VENTO.

CERTO

GLI OCCHI ERI TU
ERI TU GLI SGUARDI
IL NOME ERI TU E LA VOCE ERI TU.

MA TU IO SEMPRE

ERO SOLTANTO.

                                                                         

My last poetry book: Un po’ eta

“Un po’ eta” (40 pp., 10€) è la mia ultima raccolta di poesie, appena pubblicato per i tipi di Graphot, Torino. Con la medesima casa editrice pubblicai nel 2013 “Rime sghembe”(100 pp., 13,60€). Il mio primo libro lo pubblicai a miei spese e con il mio marchio nel 1988. Composto in linotype, ne feci stampare soltanto 73 copie; il suo titolo: “Caccole e Tentlalia”, oggi introvabile. Ho anche pubblicato sette composizioni poetiche nell’antologia “Impronte”, 2014. Ho scritto quasi venti libri tra saggistica, racconti, arte e poesia: i miei scritti di poesia sono quelli preferiti.                                 Io mi sento poeta più d’ogni altra sostanza.

La ragazza con la Leica

gerda

«Gerda era Gerda…Era la gioia di vivere. Qualcosa che esisteva, si rinnovava, accadeva ovunque».

Conclusa l’ardua, e oltremodo soddisfacente, lettura del Don Chisciotte, in questi giorni ho letto questo libro di Helena Janeczek appena pubblicato (332 pp. 18 €, Guanda). Lavoro complesso in cui è narrata la storia di Gerda Taro (pseudonimo di Gerta Pohovylle), fotografa tedesca morta a 27 anni durante la guerra di Spagna. La vicenda di questa straordinaria figura viene raccontata annodando e sciogliendo più volte il filo del tempo. Di scrittura non semplice, tra il saggio e il romanzo, mette in luce il fascino carismatico della giovane donna, borghese ebrea e comunista, compagna di Robert Capa (André Friedman), il grandissimo reporter caduto egli pure qualche anno più tardi, 1954, in Indocina. Di non facile lettura e per palati assai fini, mi sento di consigliarlo con convinzione.

 

El Beso, unico ristorante messicano autentico a Torino

«Poi presero a discutere sulla creazione e la formazione della nostra prima madre e del nostro primo padre. Di mais giallo e di mais bianco venne fatta la loro carne; di pasta di mais vennero fatte le braccia e le gambe dell’uomo. Soltanto pasta di mais compose la carne dei nostri padri, i quattro uomini che furono creati.».  Questa è la leggenda della creazione degli uomini secondo il Popol Vuh, libro sacro dei Maya.Il mais venne domesticato tra il settimo e il quinto millennio prima dell’Era cristiana nel sud-est del Messico; intorno al terzo millennio si diffuse poi in tutta l’area centro e sudamericana e rese possibile, come accadde del resto per le regioni degli altri cerali – grano e riso – la nascita e lo sviluppo di culture evolute. Fagioli e fave apportavano preziose proteine.Per comprendere la cucina messicana odierna, in cui rimangono importanti retaggi precolombiani, occorre  conoscere la cultura del mais. «La principale fonte di alimentazione è il mais da cui ricavano svariati cibi e bevande; preso poi dopo essere stato trattato come essi usano, serve loro da cibo e bevanda insieme. Le donne indie mettono il mais a bagno in acqua e calce per una notte cosicché la mattina seguente è morbido e cotto a metà; si possono in tal modo togliere la buccia e il picciolo e macinarlo a due pietre. Quando è macinato a metà, ne confezionano delle palle e dei carichi e li danno ai viaggiatori, ai lavoratori ed ai naviganti poiché, così trattato, dura alcuni mesi e acquista soltanto una certa acidità.». La citazione è tratta dalla Relaciòn de las cosas de Yucatàn, del francescano spagnolo Diego de Landa (1566); ebbene, oggi non è cambiato praticamente niente: il mais si tratta ancora più o meno alla stessa maniera. La calce era fondamentale per evitare quella terribile malattia che si diffuse in Europa quando il mais lo si consumava semplicemente bollito: la pellagra. Cibo in maya yucateco si dice echà che significa anche, per antonomasia, mais e a questo cereale, fondamentale nella loro esistenza, era dedicato addirittura un dio: Yum Kaax, un giovane ornato di pannocchie. La tortilla di mais (uah in maya) è la base dell’alimentazione messicana: cotte su piastra e ripiene di carne, verdure e ortaggi, soprattutto peperoncini, i tacos sono consumati a ogni ora e in ogni posto. Lo stato del Messico è una democrazia federale di 31 stati che si estende tra Atlantico e Pacifico per quasi 2 mln di kmq e una popolazione di 120 milioni di abitanti. L’alimentazione, differente perché differenti le condizioni ambientali, di Aztechi e Maya ha lasciato tracce importanti nell’odierna cucina messicana. Mais, ortaggi (zucche, pomodori, fagioli, fave e peperoncino) e selvaggina sull’altopiano dove non c’erano grandi mammiferi  e allevavano soltanto tacchini; mais, erbe e frutta tropicale, pesce, uccelli e mammiferi nella foresta pluviale (pecari, armadilli, coati). Non avendo grandi animali, gli Aztechi non disdegnavano la carne umana, consumata in forma rituale. I Maya, pur con una religione che pretendeva sacrifici umani, non erano cannibali. Le diete di questi popoli erano integrate con serpenti, iguane, coccodrilli e diverse specie di vermi e insetti. Ancora oggi in diverse regioni del Messico si consumano con gusto queste specie di animali. Così come noi occidentali imparammo immediatamente a coltivare mais, pomodori, cacao e peperoncino, i messicani apprezzarono subito il maiale, il manzo, l’uva, le banane. In Italia moltissimi sono i ristoranti messicani: per la verità, la stragrande maggioranza propone quella cucina che viene definita Tex-mex, basata soprattutto sulle tradizioni degli Stati Uniti meridionali e del Messico settentrionale: chili con carne e burritos (tortillas di frumento ripiene di carne). Invece i ristoranti che propongono cucina messicana tradizionale si possono contare sulle dita di una mano; a Torino abbiamo la fortuna di ospitarne uno tra i migliori. Inaugurato nel giugno del 2016, occupa i muri che furono del glorioso ristorante La Pace, zona San Salvario, in gran voga negli anni Ottanta. Si chiama El Beso, i titolari sono i coniugi Toni e Andrea, lei messicana di Città del Messico con un passato importante in cucina, lui italiano. Il cuoco è un trentenne messicano di Cuernavaca, (Morelos): Gerardo (Jerry) Sánchez Sotelo, con una storia bellissima; fin da piccolo misteriosamente attratto dall’Italia, e da Torino in particolare, sognava di gestire un locale proprio da noi. Dopo la laurea in gastronomia approfittò di un master a Ca’ Foscari e poi un’esperienza al Westin di Venezia per venire da noi e proprio in quel periodo Toni e Andrea, per caso, lo chiamarono a El Beso. Attentissimo alle materie prime e alla tradizione, mi ha preparato quattro ricette. Guacamole tradizionale: crema di avocado, lime e cipolla con peperoncino verde jalapeño, accompagnata da chips di mais. Tostadas de mar: un piatto con tre diverse proposte di pesce; ceviche di ombrina marinata con sugo di frutti tropicali, guarnita da ananas e altri frutti tropicali; aguachile (guazzetto) di gambero con cipolla rossa, cetriolo, coriandolo e chili; escabeche (marinatura in aceto) di polpo con salsa valentina, purea di avocado, maionese di coriandolo e prezzemolo. Le basi sono tortillas tradizionali di mais differenti. Pulpo del golfo. Prima bollito e poi fritto, servito con condimento a freddo di una speciale salsina, siete chiles (peperoncini, lime e sale), foglie di cactus, erbe aromatiche, ortaggi e frutta tropicale.Infine, cochinita pibil (cotto sotto terra): 3 tagli di maiale (costine, spalla e capocollo) marinati con achiote, condite da cipolle marinate e dalla salsa X’nipek (muso di cane) di origine maya, ottenuta mischiando habanero e sale. Accompagnano i piatti tortillas di mais giallo e nero, servite calde nel tradizionale cestino intrecciato a mano. Sono ricette in cui si mescolano con leggerezza sapidità, freschezza e una piccantezza variabile che può essere, a richiesta, di intensità terribile, in particolare se si usa l’habanero. Piatti gustosi ma leggeri che richiedono vini di non eccessiva struttura, freschi, giovani. Trovo indicatissimi i nostri rosati e bianchi come la Favorita e il Cortese. Quanto ai rossi: Grignolino, Pelaverga e giovani Nebbiolo del Roero sono quelli che suggerisco. Può essere una bella alternativa la Freisa di Chieri. Per chi ama le bollicine a tutto pasto, trovo interessante l’accompagnamento di questi piatti con i Metodo Classico Alta Langa (suggerisco quelli a base Pinot Nero), ma non disdegnerei gli ultimi, interessantissimi, Metodo Classico da uve Nebbiolo. I messicani con i loro cibi bevono birra, mentre Maya e Aztechi bevevano mais fermentato o pulque, succo di agave maguey da cui oggi si distillano tequila e mezcal. Vengono prodotti vini messicani, rari e di scarso pregio, da vigne allevate al confine con la California; io ho bevuto un Cabernet Sauvignon e uno Chardonnay dell’azienda La Cetto: vini grossi, squilibrati e poco consigliabili, soprattutto per accompagnare i raffinati piatti messicani.

EL BESO – Via Galliari, 22 – Torino.  www.elbeso.it

Vietnamese Food

Per quanto riguarda il cibo vietnamita non ho avuto sorprese se non in meglio, per ciò che già conoscevo (mi sono occupato di questa cucina per Barolo & Co.). Ovvio che in Vietnam si mangia con una qualità e una tipicità di gusti che i pochi ristoranti vietnamiti in Italia non possono raggiungere. Meravigliose le zuppe (la Pho di manzo, piatto nazionale, è davvero buona), le insalate, gli innumerevoli involtini (affatto diversi da quelli cantonesi cui siamo abituati e spesso molto piccanti), i dolci. Con due curiosità: polpo essiccato e sfilacciato proposto crudo (una bella esperienza…) e una meravigliosa zuppa di zucca. Ho gustato, tra l’altro, un formidabile piatto di gamberoni grigliata con salsa di tamarindo. Anche  l’acqua liscia delle isole Fiji è una bella faccenda!
Le birre vietnamite sono tutte ottime.

Camera di Commercio Italia Vietnam a Hanoi

Una delegazione della Camera di Commercio Italia Vietnam ha organizzato e realizzato, il 22 giugno 2018, un evento presso Casa Italia di Hanoi in cui si presentava il vino e il cibo italiano, raccontandolo e offrendolo in degustazione. Io ne facevo parte con il Pres. Fulvio Albano, il Segretario Dr.Walter Cavrenghi, Denis Sciandra, Giovanni Bianco e infine la segretaria e stagista Alessandra Cursio. Avevamo con noi diverse tipologia di vini piemontesi (tra i quali non poteva mancare il Barolo) e marchigiani (tra gli altri, Verdicchio e Lacrima di Morro d’Alba assai apprezzata dai vietnamiti), insaccati crudi e cotti e diversi formaggi (ovvio, anche e soprattutto il Parmigiano). Abbiamo presentato ai numerosi intervenuti – un pubblico qualificato con la presenza di uomini politici, importatori, commercianti e ristoratori – alcune aziende italiane: Teo Costa, Buscareto, Lenti, Monferrato Quality, Albino Armani, Fratelli VI. Certo, non è semplice raccontare cibo e vino italiani a un pubblico che non conosce i nostri prodotti, ma la bontà di questi ha entusiasmato tutti gli ospiti e le numerose ospiti presenti e comunque molto attenti e interessati. Possiamo affermare, date le numerose ed entusiastiche attestazioni di gradimento, che l’evento è stato un successo. Sarà impegno e cura della Camera di Commercio Italia Vietnam replicare l’evento in autunno a Ho Chi Minh City. Un grazie particolare per l’ex ambasciatore vietnamita in Italia, Nguyen Van Nam e per la mia interprete, particolarmente brava, Mai Xuan Huong che ha saputo trasferire ai suoi connazionali tutto il mio amore, e le mie competenze, per il nostro vino.

www.camcom-italiavietnam.it

June 2018, postcards from Hanoi
Amedeo Guillet

Conoscevo abbastanza la vita straordinaria di Amedeo Guillet: sul web si possono trovare diverse notizie in proposito. Ma il fatto di aver scovato sulle mie solite bancarelle questo libro, e di averlo letto in un amen, mi ha permesso di conoscere a fondo questa figura leggendaria e troppo poco apprezzata nella nostra trasandata Italia di quest’epoca scialba e sbrindellata.

GuilletIl volume è stato scritto da un giornalista inglese amico di Amedeo: pubblicato nel 2002 da Rizzoli (392 pp. 18,50 €, cartonato con sovracoperta 14×22) con Amedeo ancora in vita, è per la maggior parte frutto dei ricordi raccolti dalla viva voce, e dalla straordinaria memoria, del protagonista già ultranovantenne. Amedo Guillet era nato a Piacenza, da una famiglia piemontese di alto rango, il 7 febbraio 1909. E’ deceduto il 16 giugno 2010 a Roma e riposa nella tomba di famiglia dei Gandolfo a Capua.

Sarebbe sufficiente soltanto l’episodio bellico di Cheru per giustificare l’interesse e l’ammirazione per questa figura leggendaria. Il 21 gennaio 1941, presso questo forte nel nord dell’Eritrea, il Comandante Diavolo, alias Ahmed Abdullah al Redai, alias Amedeo Guillet, carica a cavallo le artiglierie e i carri pesanti inglesi alla testa del suo reggimento di irregolari libici, abissini e yemeniti. Sul suo cavallo bianco, Sandor – un berbero grigio – seguito dai suoi 1.700 fedelissimi semina il panico tra gli inglesi increduli. Perde 800 compagni e tra questi alcuni dei suoi amici più cari, ma permette al grosso dell’esercito italiano in rotta un disimpegno vitale. Quella di Cheru fu l’ultima carica di cavalleria della storia militare.

Ho citato questo straordinario episodio a esempio di una vita prodigiosa, ma la sua storia d’amore con Kadija meriterebbe un intero romanzo e il suo matrimonio con la cugina Bice Gandolfo (mancata nel 1991) un altro ancora…Amico di Montanelli (che lo stimava come pochi altri), fu combattente e decorato nella guerra civile spagnola, partecipò alla campagna d’Abissinia nel 1936 e fu l’unico italiano a non arrendersi mai agli inglesi in Africa Orientale. Fuggì in Yemen, dove fu accolto dal sovrano che a malavoglia gli permise di rientrare in Italia dove continuò a operare come ufficiale di collegamento con gli alleati. Terminata la guerra si dimise e intraprese una straordinaria carriera diplomatica: fu ambasciatore in Yemen, Giordania (amico personale di re Hussein), Egitto (apprezzato da Sadat), India (Indira Gandhi lo stimò come nessun altro). Si ritirò a allevare cavalli in Irlanda dove molti vecchi nemici inglesi presero a frequentarlo e a essere onorati della sua amicizia.

Ma le sue gesta alla testa del Gruppo Bande dell’Amhara in Eritrea restano memorabili: un pazzo piemontese a cavallo di un bianco stallone che carica alla testa di centinaia di uomini di etnie, le più varie, senza paura: “Ca costa lòn ca costa (Costi quel che costi, in piemontese)!”.

Fosse stato un inglese sarebbe diventato un altro Lawrence. Da noi è un eroe dimenticato.

June.22.2018 Hanoi (Vietnam) Italian Food&Wine

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