A. Gaja: appunti di viaggio tra Giappone e Spagna

APPUNTI DI VIAGGIO. GIAPPONE/TOKYO 27-30 novembre 2013

Angelo Gaja

Angelo Gaja

E’ il Giappone il paese asiatico che conosco di più per esserci stato dal 1979 una trentina di volte, quasi sempre per ragioni di lavoro. Dal momento dell’arrivo in centro a Tokyo ho ammirato i GINKO (in giapponese ICHO), alberi  alti una diecina di metri, ai lati dei viali, con foglie che viravano dal verde al giallo oro. Molti di questi ai piedi dei grattacieli, a guisa di grandi mazzi di colore oro, uno spettacolo della natura. Li avevo sempre e soltanto visti di colore verde, non ricordo in passato di essere stato a Tokyo a fine novembre.

Questa volta ho goduto anche di un giorno di vacanza e mi ha fatto da guida Toshi Mori (proprietario di Odex Japan, odex@wc4.so-net.ne.jp, importatore/distributore molto capace di vini dal buon rapporto qualità/prezzo. No, non importa i miei vini,  siamo  pero’ ottimi amici), parla otto lingue italiano compreso. E’ lui a farmi scoprire nel formicaio di Tokyo un angolo di quiete all’interno del quartiere DAIKAN-YAMA. Un’area dominata da tre grandi fabbricati dalla moderna architettura dedicati interamente ai libri ed a tutto ciò che c’è da leggere sia in versione cartacea che sul web, pullulanti di persone di ogni età, silenziose come si usa in un luogo di culto. Tutto attorno caffetterie e bar senza musica di sottofondo.  Mamme prive di ansia osservano i loro bambini correre ovunque. Un luogo di rigenerazione dello spirito. Ho visitato, nello stesso quartiere, anche uno degli EATALY di Tokyo. Perdo per un attimo l’incontro con il Presidente signor Shigeru che è appena partito per andare a tenere una conferenza a Yokohama. Mi accoglie il signor Suzuki, già sommelier del ristorante Sadler, felice di mostrarmi il libro “STORIE DI CORAGGIO” di Oscar Farinetti e dirmi che nei prossimi mesi verrà tradotto in lingua giapponese.

Degli asiatici i giapponesi sono quelli che hanno più gusto (taste), per il design, per la moda, per il bello, per il buono;  sono anche quelli che da turisti hanno viaggiato in occidente da più tempo.

Giappone ed Italia sono assillati da problemi comuni. Un debito pubblico molto elevato che il Paese non riesce a ridurre e che va onorato ogni anno pagando interessi imponenti. La delocalizzazione industriale verso Paesi in via di sviluppo, che offrono costo lavoro e tassazione dei redditi di impresa inferiori, crea disoccupazione in patria. Il Giappone guarda con preoccupazione alla Cina che rivendica il dominio sulle isole Diaoyu/Senkaku e mal sopporta la vicinanza di Paesi alleati agli Stati Uniti;  l’Italia teme l’invasione dei flussi migratori africani. Nella generazione dei quaranta- cinquantenni, che avevano vissuto con ottimismo la fase di sviluppo e di crescita economica dei decenni settanta ed ottanta, il ricordo del passato si stempera nella preoccupazione per il futuro facendo vivere male il presente. Sono numerosi, tra i quaranta -cinquantenni ristoratori giapponesi di cucina italiana, quelli che hanno trasferito/esteso la loro attività ad altri Paesi asiatici: Cina, Singapore, Vietnam, Thailandia, Filippine, … contribuendo a diffondere in quelle nazioni la cultura del mangiare e del bere italiano.  I giovani giapponesi invece non hanno memoria dei momenti di euforia del passato, per non averli vissuti. E’ da apprezzare la disponibilità che molti di essi hanno, ultimata la scuola dell’obbligo, di affrontare un periodo di lavoro all’estero (se non riescono a procurarselo nel proprio paese) per fare esperienza, accrescere la professionalità, imparare le lingue, nel settore nel quale hanno maturato la volontà di operare: con il desiderio di ritornare un giorno in patria quando “la nottata sarà passata”.

E’ noto che già da alcuni decenni  giovani apprendisti cuochi giapponesi vengono in Italia a fare esperienza nella nostra ristorazione di qualità. E’ una fortuna per il nostro Paese perché quando rientrano in patria ed aprono/lavorano presso ristoranti di cucina italiana diventano eccellenti ambasciatori dei prodotti dell’agro-alimentare italiano.

Il Giappone è il paese asiatico con il più elevato consumo di vino annuale pro/capite, oltre 2,6 litri; la tendenza è alla crescita. Il vino italiano gode di un ottimo posizionamento ed immagine. Numerosi sono gli importatori e tra questi anche quelli che importano vini italiani prodotti da artigiani di dimensione medio- piccola: professionali, sanno come vanno conservate le bottiglie di vino e come vanno promosse, puntuali nei pagamenti.  Importano anche vini artigianali:

RACINES, info@racines.co.jp; VINAI OTA, vinaiota@aol.com; WINE WAVE, info@wine-wave.com;  VINTNERS, info@vintnersgroup.com

A Tokyo ho lavorato per due giorni con l’importatore dei nostri vini, ENOTECA, www.enoteca.co.jp

Angelo Gaja, dicembre 2013.

PS  in occasione di un seminario organizzato da ENOTECA mi ha fatto da traduttore

Isao Miyajima isaovino@crux.ocn.ne.jp, bravissimo, professionale, molto apprezzato dagli astanti.

SPAGNA, il paese che fa concorrenza all’Italia del vino.

Non dobbiamo pensare di essere soltanto noi italiani ad avere l’esclusiva di produzione dei vini derivanti da varietà autoctone. L’altro Paese che ne ha di proprie e diverse dalle nostre è la Spagna. Solo per citare le più affermate: tra le rosse Tempranillo (nelle diverse declinazioni di Tinto), Bobal, Garnacha Tinta, Monastrell, Carinena, Mencia… e tra le bianche Airèn, Pardina, Macabeo y Palomino, Albarino, Godello, Verdejo… Non ne enumera così tante come l’Italia, ma ne è ricca anch’essa. Come per l’Italia anche in Spagna le varietà internazionali (Chardonnay, Cabernet, Merlot…) costituiscono una minoranza. Per i consumatori esteri amanti dei vini da varietà autoctone/indigene i due Paesi di riferimento sono Italia e Spagna.

Sui dati della produzione nazionale di vino spagnolo i numeri non sono ancora ufficiali: per il 2013 potrebbe attestarsi sui 46 milioni di ettolitri, se fossero di più la Spagna diventerebbe il primo Paese produttore al mondo superando di un soffio l’Italia.

In termini di volumi venduti sui mercati esteri il vino spagnolo occupa la seconda posizione, molto vicina all’Italia.

Il prezzo medio per litro di vino spagnolo esportato è circa la metà di quello italiano, che non è un prezzo elevato. Vuol dire che sui mercati esteri i prezzi delle bottiglie dei vini spagnoli sono mediamente inferiori a quelli italiani, e che il prezzo del vino  sfuso è ancora più concorrenziale. A costringere i produttori spagnoli ad esplorare i mercati esteri è una produzione nazionale esuberante rispetto al consumo interno di vino che è in calo vertiginoso e da sempre (e non soltanto a causa della crisi) molto inferiore a quello di Francia ed Italia.

Grande punto di forza dell’Italia sui mercati esteri è la presenza di ristoranti di cucina italiana che fungono da ambasciatori dell’agro-alimentare e del vino italiani. La Spagna non gode dello stesso vantaggio anche se nell’ultimo decennio il richiamo di Ferran Adrià e della scuola di alta cucina spagnola ha attirato anche all’estero maggiore attenzione e prodotto qualche emulo, ma l’interesse odierno più concreto resta per l’apertura di locali di Tapas che si stanno gradualmente diffondendo anche in Asia.

La Spagna ha goduto largamente di elevati contributi comunitari per la ristrutturazione dei vigneti. E’ cresciuto il numero dei produttori di vino anche se resta notevolmente inferiore a quello dell’Italia: vuol dire che rispetto al nostro Paese la Spagna non gode altrettanto del vantaggio di avere un numero elevato di produttori che viaggiano sui mercati esteri a raccontare i loro vini, il territorio e la narrazione ad essi connessa, a fare marketing.

Come l’Italia anche la Spagna è un paese di elevati flussi turistici e gioca la carta delle territorialità.

Voglio citare, tra i molti bravi produttori spagnoli,  tre che per il loro percorso costituiscono secondo me dei modelli, degli esempi dai quali è possibile anche per noi italiani trarre qualche insegnamento, perché no?

VEGA SICILIA  www.vega-sicilia.com

Ad acquistare nel 1982 la prestigiosa cantina è stata la famiglia che fa capo a Pablo Alvarez, uomo di poche parole, concreto, eccellente organizzatore, capace di circondarsi di qualificati collaboratori, che ha rinnovato totalmente la cantina di Vega Sicilia elevando i vini a livello di eccellenza, attribuendo loro piena visibilità sui mercati esteri, rendendoli costantemente presenti nelle aste internazionali a guisa di  riferimento  per i vini spagnoli.

Pablo Alvarez ha successivamente largamente investito in altre aree. In Ungheria/Tokay, con la cantina Oremus, ed in Spagna nelle aree di Valladolid, Toro, Rioja Alavesa.

TELMO RODRIGUEZ  www.telmorodriguez.com

Di scuola bordolese, nel 1994 con un paio di altri enotecnici fonda la ditta che nel tempo diventa “COMPANIA DE VINOS TELMO RODRIGUEZ”. L’obiettivo è di individuare nelle varie aree viticole (Rioja, Galicia, Ribera, Toro, Avila, Malaga, Alicante, Rueda) vecchi vigneti di varietà autoctone da recuperare ed affittare, vinificarne le uve presso cantine sia proprie che di altri produttori ed imbottigliare con il proprio marchio. Telmo Rodriguez non è un consulente ma lavora in proprio. Ha contribuito a recuperare varietà che nel tempo erano state trascurate ed ha fatto crescere l’interesse a produrre vini originali, di luogo, nelle varie aree spagnole di vocazione. E’ stato d’esempio per altri produttori. E’ anche un ottimo comunicatore; i suo vini sono esportati in numerosi paesi.

TORRES: www.torres.es

Cantina guidata da Miguel A. Torres, Presidente e uomo di grande carisma. Giusto per dare un’idea, TORRES sta alla Spagna come ANTINORI sta all’Italia. L’azienda opera attraverso 27 cantine di proprietà in Spagna, California, Cile ed oltre 2.500 ettari di vigneti propri. Torres è da anni all’avanguardia in Europa nei progetti di sostenibilità ambientale, sociale, economica. I vini godono di elevata visibilità internazionale per essere esportati ovunque. Molto interessante l’atteggiamento di apertura e di ricerca di sinergie che TORRES dimostra in numerose nazioni estere  ove opera con la propria ditta di importazione e distribuzione, unendo ai propri vini in portafoglio anche quelli di altri  produttori dell’Europa e del nuovo mondo di grandi-medie-piccole dimensioni.  Un modo efficace di FARE SISTEMA. Nessun produttore italiano che faccia altrettanto.

 

Angelo Gaja, dicembre 2013

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