Archive for the ‘AMICI’ Category
Cibo a Km zero, convegno Vas al Blah Blah di Torino

Mentre martedì 31 gennaio infuriava la tempesta su Torino (vedi fotografia di Via Po alle 17.30), siamo riusciti, con qualche defezione dovuta al tempo (Fredo Valla che sta sui bricchi), a dar via a un convegno di discreto interesse. Al solito moderato da Antonella Frontani e introdotto dall’ideatore dr. Giorgio Diaferia, abbiamo discusso con Maria Caramelli e  Francesco Antonioli di varie argomantazioni legate ai temi del mediometraggio in B/n (molto bello e ricco di atmosfere) di Fredo Valla e al cibo, con tutte quelle implicazioni che mi stanno a cuore (stagionalità, buon senso, Homo animale onnivoro – né carnivoro, né vegetariano – ecc.).

Smart City “La città intelligente”

Si è svolto il 24 gennaio 2012 – presso il Blah Blah di via Po, 21 a Torino – il primo dei quattro incontri dedicati al tema “Stiamo più attenti all’ambiente“. Ideata e organizzata dal Dr. Giorgio Diaferia, questa iniziativa, curata dalla Vas Piemonte, intende portare all’attenzione dei cittadini tutte quelle complesse tematiche che legano ambiente e salute. Moderata da Antonella Frontani – giornalista e conduttrice della trasmissione Antropos di 4ReteTv, nonché caporedattrice di Ecograffi w.j. – si è avuta una carrellata assai interessante su quel che significa, oggi e a Torino, il concetto di Smart City. Gli ospiti, tutti autorevoli, hanno presentato i loro punti di vista supportati dalle loro importanti esperienze e competenze. Nelle fotografie sotto, da sin.: Massimo Guerrini (pres. Circoscrizione 1), Enzo Lavolta (Assessore Ambiente della Giunta guidata da Piero Fassino), Antonella Frontani, Filiberto Rossi (ex Assessore nelle giunte guidate da Diego Novelli) e Roberto Bertasio (funzionario della GTT, azienda trasporti della Città di Torino). L’incontro ha visto la proiezione di una intervista all’ex sindaco Diego Novelli, incentrata soprattutto sulle vicende della grande immigrazione svoltasi tra i Sessanta e i Settanta: la sintesi consiste che, in fondo, gli schemi di quei fatti sono tuttora, pur nel cambiamento, immutati. Sono stati poi proiettate alcune scene tratte dal film di Gianni AmelioCosì Ridevano“, del 1998: anche questa pellicola svolge temi legati all’immigrazione delle genti del Sud verso la Grande Città con la Grande Fabbrica.

L’incontro, di notevole interesse, si è concluso con alcuni interventi incisivi di un pubblico attento e competente. Consiglio, personalmente e con entusiasmo, la partecipazione agli incontri successivi di questa interessante iniziativa, tutt’altro che banale e politicamente schierata: i temi trattati sono di interesse collettivo; svolti con competenza e approfondimento sempre da persone competenti, autorevoli e di statura etica adeguata.

Ita, la birra di Stefania

Stefania Bessone la conobbi in occasione del Vinitaly 2001. Ero allora consulente di Lingotto Fiere il cui patron era Alfredo Cazzola e Beppe Bitti ne era l’ammistratore delegato: li portai a incontrare Gino Veronelli, nel cui stand erano esposti alcuni dei miei quadri di vino. Scopo dell’incontro era esplorare le possibilità di coinvolgimento del grande Gino nell’organizzazione del nascente Salone del Vino di Torino. Purtroppo, non se ne fece nulla, e non per colpa né mia, né di Veronelli: le vicende successive dimostrarono quanto poco felice fu la scelta di non tenere in conto le nostre conoscenze nel campo. Stefania era stata appena assunta proprio per occuparsi delle fasi operative della nuova manifestazione che Lingotto Fiere stava per organizzare. Mi colpì la sua grande passione e lo scrupolo con cui lavorava. Del Salone del Vino si occupò per vari anni con riconosciuta competenza e  lavoro appassionato. Con la nuova proprietà, cambiata nel frattempo, Stefania è  ancora oggi parte dello staff di Lingotto Fiere.

Il sogno di Stefania era, però, quello di poter diventare un giorno  una contadina e rincontrare la vocazione dei suoi avi per la terra (sia i bisnonni paterni che materni, astigiani e cuneesi, erano infatti produttori di vino). A lei piacciono la vite e il luppolo, piante per molti versi simili: nel 2008 acquistò un certo numero di rizomi – questo è il nome tecnico delle pianticelle di questa specie – di luppolo da aroma, sperando un giorno di avere abbastanza terra per piantumarle. Grazie alla mia conoscenza di Roberto Saini, allora Commissario del Parco Naturale di Stupinigi e promotore di una meritoria operazione di ricupero delle attività di agricoltura e allevamento all’interno del parco, Stefania riuscì nel 2010 ad avere in affitto un piccolo terreno di poco meno di una giornata piemontese (3.400 mq.). E finalmente nella primavera dell’anno successivo potè piantare i suoi luppoli. Il raccolto fu buono e, coronando il suo sogno, la materia prima fu affidata al Birrificio Beba di Villarperosa. Così sono nati un migliaio di litri della birra “Ita-Castelvecchio-La Chiara“: birra chiara dal colore biondo tenue, non pastorizzata né filtrata e priva di conservanti. I suoi componenti, oltre al luppolo bio di Stupinigi, sono l’acqua della Valchisone e un malto d’orzo biologico: dunque, birra italiana in tutto e per tutto. L’ho bevuta ed è una birra leggera (4,5% vol.), con delicati aromi e perlage molto fine: davvero straordinaria, molto fresca e beverina per accompagnare un pasto completo o da bere solitaria per spegnere la sete. Confezionata in bottiglie da 1/2 litro costa intorno ai 4/5 €. Brava Stefania! Per informazioni il sito è:

www.laviadelluppolo.it

Curiosità e coincidenze. Stefania abita in via del Carmine, pieno centro di Torino: a due passi – via della Consolata – da casa sua, nel 1845, nacque il primo birrificio italiano: Bosio&Caratsch. E a due passi da casa sua, in via S. Domenico, Alessandro propone la sua birra artigiana (ne produce 20 litri per volta) nel suo piccolo e splendido ristorante “Quanto basta“. La birra di Alessandro è una birra di tipo inglese, molto più aromatica e alcolica di quella di Stefania, comunque una birra di strepitosa qualità anche questa.

 

Incontro a La Tana del Re

Martedì 1 novembre ho conosciuto Jian Wu, imprenditore di Shanghai innamorato dei vini, della cucina e dell’arte italiana. E’ stato l’artista russo Andrey Tamarchenko a presentarmelo e in compagnia di Davide e Alessandra, che curano gli interessi di Mr. Wu in Italia, abbiamo passato una serata indimenticabile con l’ottima cucina cilentana che al solito Matteo e i suoi propongono, bevendo il Timorasso di Claudio Mariotto e una bottiglia di Lacrima di Morro d’Alba Rosae, molto apprezzata, di CasalFarneto che mi ero portata appresso. Bere, mangiare e chiacchierare di arte e di vino tra i miei quadri, in questo interrato secentesco sotto via Po, mi fa sempre assai piacere. Ancor più quando la compagnia è di questo calibro.

Fattoria Serra San Martino: la boutique marchigiana del vino

Forse è la prima volta che scrivo di vini di cui non conosco personalmente i produttori, né ho avuto modo “camminarne le vigne”, come diceva con proprietà letteraria tutta sua l’amico Gino.

La storia è questa: in seguito alla mia partecipazione, nello scorso mese di ottobre, al convegno “Verdicchio 2.0”, organizzato dall’azienda CasalFarneto in quel di Serra de’ Conti, ho avuto tempo e modo di scrivere molto a quel proposito. In tutta evidenza, quel che ho scritto dev’essere stato apprezzato, tant’è che poco tempo dopo mi è giunta la telefonata di una signora, Kirsten Weydemann, che mi chiedeva se poteva inviarmi i suoi vini per una mia valutazione. La signora mi diceva che il mio nome le era stato consigliato da persone di CasalFarneto.

Nei primi giorni di novembre mi sono arrivate quattro bottiglie di vino rosso che non ho potuto bere nei tempi che di solito occorrono per le mie valutazioni, che sono lunghe e richiedono diversi giorni: impegni di lavoro mi portavano infatti lontano da Torino.

Al mio ritorno ho potuto dedicarmi con calma a conoscere innanzi tutto la bella storia di questa piccolissima realtà e poi a gustarne i vini.

Kirsten e Thomas Weydemann sono due architetti tedeschi originari di Amburgo. Accade che nel 1997 visitano le Marche e, com’è successo fin dai tempi di Goethe e Winckelmann, s’innamorano in maniera irrimediabile di un posto situato nel centro di questa magnifica regione. Il luogo è un’antica azienda ottocentesca di circa 6 ettari con casa colonica in completo abbandono.

La coppia tedesca, con la tipica serietà e applicazione teutonica, prende possesso del posto, ne restaura la casa e provvede al rimpianto di 3 ettari di vigna, oltretutto situati in una zona a DOC della provincia di Ancona.

Le scelte sono orientate verso una strategia produttiva di vitigni a bacca rossa con portainnesti di scarso vigore: Montepulciano, Syrah, Merlot e – incredibile – Sagrantino.

A un’altitudine media di 220 metri, con esposizione verso sud-ovest e caratteristiche geologiche di terreni calcarei e conchigliferi (tipico fondo di mare), gli impianti sono stati fatti seguendo le più moderne tecniche agronomiche: 6.000 piante per ettaro, conduzione a cordone speronato e guyot, inerbimento spontaneo e, dal 2007, conduzione bio con basso ricorso a concimazione e conseguente basso impatto ambientale. Poi, lavorando sempre in prima persona, potature corte e diradamento opportuno che portano la produzione a non più di un chilogrammo di frutto per singola pianta.

In cantina la strategia seguita è la medesima: nessuna chiarifica e nessuna filtratura, uso scarsissimo di solforosa. Dopo un’accurata vendemmia manuale, le tipologie sono vinificate in vasche di cemento in cui restano per circa 4 settimane (ma a volte anche fino a 4 mesi, per piccole quantità) per la macerazione/fermentazione, usando la tecnica del batonage. La successiva svinatura viene svolta con l’uso di legno piccolo francese (225 e 500 lt.) in cui i vini restano a contatto con le fecce nobili e svolgono la fermentazione malolattica. Questa fase dura dai 15 ai 30 mesi, dopo di che i vini vengono imbottigliati: a seconda delle annate e delle caratteristiche organolettiche, si decide se effettuare delle cuvée o di lasciare le rispettive varietà in purezza.

I vini rimangono in bottiglia dagli 8 ai 18 mesi per l’ulteriore affinamento.

Mi hanno mandato il Paonazzo 2008 (Syrah in purezza), lo Sconosciuto 2007 (Sagrantino in purezza), il Roccuccio 2008 (uvaggio di Montepulciano 60%, Merlot 30% e Syrah 10%) e il Lysipp 2007 (Montepulciano in purezza).

Le mie bevute sono durate una settimana circa, ho cominciato con i primi due per finire con il Lysipp.

La prima considerazione è che tutti i vini sono pienamente riconoscibili: l’eleganza e l’armonia sono caratteristiche che li accomuna insieme a una nota caratteristica di ampia confettura, sia al naso sia al palato, che evidentemente è tipica del territorio.

Se il Syrah è di gusto più internazionale, con un colore leggermente più scarico e note di frutta rossa di grande eleganza con tannini leggeri, il Sagrantino marchigiano è stata una gradevolissima sorpresa. Colore rubino intenso, ma naso e palato di un’eleganza e di un’armonia, soprattutto nei tannini e nell’acidità, che il Sagrantino umbro non ha, almeno a questa giovane età. Insieme con il Montepulciano in purezza, altro vino straordinario in cui la confettura di lampone e marasca regalano all’olfatto e al gusto grandi sensazioni, questo è senza dubbio il vino che più mi è piaciuto. Molto più morbido, e per alcuni può essere anche meglio, il Roccuccio, in cui Merlot e Syrah rendono meno aggressivo un vitigno come il Montepulciano che io amo in maniera particolare.

Per chi ha dimestichezza con grappoli, centesimi e bicchieri ( a me personalmente valutare i vini con voti percentuali fa venire la cacarella), questi vini non vanno sotto i 90/100, con Lo Sconosciuto e Il Roccuccio che superano i 92/100. Il loro grado alcolico sta tra i 14 e i 14,5% vol che non sono mai invadenti. Naturalmente, la persistenza è di quelle che si ricordano e, altrettanto naturalmente, i vini migliorano con l’ossigenazione: eccellenti anche uno o due giorni dopo la prima beva.

E sono vini il cui prezzo varia tra i 14 e i 24/25 €! Purtroppo, le quantità sono da boutique: per ognuno non più di 1500/2.000 bottiglie (con l’eccezione del Roccuccio di cui se ne producono 4.000), non superando la produzione totale dell’azienda le 12.000 bottiglie.

Come nota finale devo elogiare l’eleganza delle etichette, rara.

Io personalmente metterei in evidenza il brand Fattoria Serra San Martino rispetto al nome del vino e terrei soltanto due tipi di etichetta: quella scura (tipo Lysipp) per i monovitigni e quella bicolore (tipo Roccuccio) per le cuvée.

Comunque, se li trovate questi sono davvero grandi vini che consiglio con entusiasmo. In attesa di conoscere personalmente Kirsten e Thomas Weydemann, e magari di assaggiare anche il loro olio.

KIRSTEN & THOMAS WEYDEMANN
VIA SAN MARTINO 1 • I – 60030 SERRA DE’ CONTI/AN • TEL. +39.0731.878025 • FAX +39.0731.870651
CHRISTIAN AUGUST WEG 15 • D – 22587 HAMBURG • TEL. +49.(0)40.865860 • FAX +49.(0)40.8663837

www.serrasanmartino.de
info@serrasanmartino.de

Nicola Silvano Borrelli, il mio maestro dauno

Nicola Silvano Borrelli (Torino, 25.12.1938/27.5.2004), figlio di un barbiere originario di Cerignola (Fg) emigrato a Torino negli anni ’30. Lo conobbi nel 1971 grazie a un annuncio alla trasmissione radiofonica “Per voi giovani”. Avevo 17 anni. La prima volta che vidi quest’uomo piccino dagli occhi profondi, indossava una dolcevita marrone con un ciondolo di cuoio a cui era attaccata una punta di selce bifacciale preistorica.

Mi ci attaccai come un neonato si attacca alla tettarella della madre: a ciucciare conoscenza, manualità, leggi universali, archeologia, geologia, antropologia, storia della tecnica, associazione mano/cervello. Il sapere del bosco, delle piante, delle essenze della macchia mediterranea. Il valore della lettura dei saggi scritti da esperti autorevoli; Scientific American, National Geografic, i Saggi e i Millenni Einaudi, i testi di Laterza e de Il Saggiatore….

Un uomo difficile dal carattere complicato, spigoloso, duro. Stronzo, spesse volte.

Dio, o chi per lui, gli aveva donato mani capaci di dominare qualsiasi materia: con le sue mani era capace di fare qualunque cosa e sempre della massima qualità. Legno, pietra, argilla, metallo, resine sintetiche. E barche, chitarre, archi, boomerang, utensili preistorici, accessori di automobili, modelli architettonici, fotografie…..

Un tanghero maledetto, spesse volte. Infedele, donnaiolo impenitente, iracondo, vendicativo, irriconoscente…..

Ma gli devo molto di quello che sono e conservo nel mio cuore, o in qualche altra parte del corpo, una teca speciale in cui sono riposti ricordi carissimi e un amore e una riconoscenza che non si possono spiegare appieno agli altri. Eppure, quante volte abbiamo discusso, litigato. Quante volte ci siamo mandati con franchezza a quel paese. Per poi ricominciare, sempre: come si conviene tra grandi amici. Quasi tra padre e figlio. Quanto mi manca Silvano, certe volte…

Le immagini qui sopra mostrano il modello, fedelissimo, in scala 1/10, della nave funeraria di Cheope. Non so neppure dove si trova oggi. Pare non interessasse a nessuno: un’opera pregevole di ricostruzione che non ha eguali. Un gioiello su cui Silvano lavorò per anni….

silvano-medioevo

Liceo Scientifico G. Ferraris di Torino, sez. H: 1968-1970

Beppe Margarita, oggi medico radiologo, è il compagno che si fa carico di tenere i contatti, avvisare ognuno e mettere a disposizione la sua bella e accogliente casa nei dintorni di Chivasso affinché la piccola magia del rincontrarsi, ogni due o tre anni, abbia a verificarsi. E di piccola magia si tratta: è evidente che, tutto sommato, siamo gente che sta invecchiando bene. Perché il ritrovarsi ogni tanto, dopo tanti anni che ci separano da una adolescenza che per certo non fu spensierata – almeno per quanto mi riguarda – è sempre un piacere. E sono certo che non è cosa di poco conto: sento amici e parenti che con i loro antichi compagni non hanno tenuto i rapporti e nemmeno questo fatto ritengono spiacevole. Noi, no: noi ci ritroviamo con piacere e ci divertiamo; siamo ancora capaci di farlo. E si mangia bene e si beve altrettanto bene. Speriamo che questo piccolo rito duri ancora nel tempo. Purtroppo, qualcuno manca definitivamente all’appello: è un fatto statistico, ahinoi! Dunque è doveroso ricordare, per tutti gli altri tre, Roberto, che se n’è andato di recente: era il più bravo della classe, sempre però con un velo di tristezza dipinto sul volto che lo accompagnava, quasi fosse un segnale del destino. Riporto il link di un mio scritto, pubblicato anche su Quisquilie & Pinzillacchere (Ed. Graphot), che bene esprime cosa è stata la nostra generazione, quelli nati quando nasceva la televisione.

http://www.vincenzoreda.it/la-generazione-fortunata/

 

 

GTT tennis: la cena sociale

Di sport ne ho fatto tanto: 40 anni di calcio dal nacg alla promozione, per poi finire in sfide assurde tra vecchie glorie che si pestavano come e peggio dei ragazzini; 10 anni ad altissimo livello agonistico di maratone e supermaratone; qualche anno passato a regatare nel Tirreno con il 47 piedi Josette di mio cognato; tanti anni di tennis non troppo seri, almeno fino a qualche tempo fa. In nome dello sport mi sono rotto più volte le costole, un dente, il coccige (che dulur!), un piede e mi mancano 3 menischi. Oggi, superati i 50 da qualche anno e superati altri malanni di quelli brutti, gioco soltanto più a tennis, ma in maniera seria: non più agonistica (quel che ho fatto basta e avanza), ma con ragazzi giovani che invece i tornei li fanno a buon livello (la media è una buona 4° con qualche 3°). Da qualche anno gioco più spesso con il mio maestro storico Gianni (le smorfie le ho messe apposta, così mi vendico della fatica che mi spreme in campo) e il livello s’è alzato di molto. Anche le smorfie di Roberto, che dirige il circolo, le ho lasciate: per divertimento. Il Cral del Gtt (in via Avondo, 26) ha due meriti particolari: il primo è che si insegna il tennis ai disabili, e questa è una gran cosa; il secondo è che c’è un buon ristorante, “Il capolinea del Gusto”, in cui si mangia bene spendendo poco…e se lo dico io, ci si può credere: consiglio una prova, anche il vino è più che decoroso (si spendono 15/20 €!). Comunque, mi piace mettere su questo sito le immagini della nostra cena sociale: è una delle innumerevoli che si fanno di questi tempi e, in genere, sono sempre rilassanti e anche divertenti.

http://www.cralgtt.it/attivita/sport/tennis/51_gestione-campi-tennis.html

http://www.cralgtt.it/attivita/bar-ristorante-via-avondo-26/505_il-capolinea-del-gusto.html

 

Claudio Mariotto vignaiolo in Vho (Tortona, Alessandria)

Insieme con Matteo del ristorante La Tana del Re sono andato a trovare Claudio Mariotto nella sua dimora posta sulle alture di Vho, a poca distanza da Tortona. Con noi c’era anche Nicola, ex broker e ora allevatore di oche in Roccaverano, specialista nel preparare stupendi salami (che devono essere insaccati nella pelle dell’oca e poi cotti) con le carni delle sue bestie. Claudio è oltretutto un assaggiatore e dunque grande intenditore di salumi che prepara con il suo norcino, altro bel personaggio. Abbiamo cominciato a bere e a discutere dei suoi diversi (tutti eccellenti, qualcuno strepitoso) Timorasso: il Derthona (nome romano di Tortona), il Cavallina (2008, primo esperimento di macerazione di Timorasso sulle bucce), il fantastico Pitasso. Abbiamo bevuto sia in orizzontale, sia in verticale risalendo fino al 2004. Abbiamo bevuto i rossi, li abbiamo confrontati con quelli di Elisa Semino (La Colombera) e di Walter Massa. Abbiamo discusso animatamente e senza peli sulla lingua, inframezzando parole sapide su calcio, donne e cibo…come si fa tra buoni amici. Dalle 11.30 del mattino siamo riusciti ad arrivare alle 19, direi con assoluta leggerezza. Claudio Mariotto non lo si può descrivere, bisogna conoscerlo e bere con lui qualche bicchiere per poi percepire la netta sensazione di aver a che fare con un uomo fuori di ogni possibile classificazione. Giornata indimenticabile.

P.s: Il 2 dicembre presenterò il mio libro “101 Storie Maya che dovresti conoscere prima della fine del mondo”, Ed. Newton Compton, al ristorante La Tana del Re (via Vincenzo Virginio, 2 a Torino): i vini dell’aperitivo saranno quelli di Claudio Mariotto, pare ovvio e scontato.

http://www.vincenzoreda.it/il-timorasso-di-claudio-mariotto-a-la-tana-del-re/

Incontro con l’Av. Bruno Segre

Dopo aver recensito la biografia “Non mi sono mai arreso” scritta dal mio caro amico Nico Ivaldi, questi mi ha portato finalmente a conoscere di persona Bruno Segre. Siamo andati a trovare questo magnifico 93enne – che i suoi anni li porta in maniera spettacolare, nel fisico, nella mente e nello spirito – presso il suo studio di via della Consolata, situato in un austero palazzo secentesco, quasi di fronte alla cattedrale barocca tanto cara ai torinesi.

Il personaggio è di un interesse straordinario: una lucidità e un’umanità che in maniera disarmante effonde intorno a sé; eppoi, una memoria storica depositata negli strati resi ormai compatti da una lunga vita in cui non ha sprecato un attimo del suo tempo.

Sentir raccontare, sempre con lucidità e semplicità quasi disarmanti, del monocolo di Paolo Monelli o delle vicende che lo videro per anni a stretto contatto con “Napoleone” Giulio De Benedetti, inarrivabile direttore de La Stampa (ideatore, tra l’altro, della rubrica Specchio dei Tempi), è stata per noi un’esperienza quasi mistica.

Alcuni aneddoti sono esilaranti: indimenticabile quello del cronista un poco tardo che, sollecitato dal grande direttore a essere un poco più lirico nelle sue cronache, arrivò il giorno appresso con un fatto di “nera” messo in versi! E quando il direttore, sconsolato, cercò di spiegargli che intendeva semplicemente che la sua prosa dovesse essere un poco più scorrevole, più musicale, se ne arrivò con un violino….La carriera giornalistica del povero cronista durò poco: fu paracadutato a dirigere un negozio!

Rimando alla lettura del volume di Nico Ivaldi, di cui riporto il link del mio articolo. E quanto a Bruno Segre: che il signore, o chi per lui, gli conservi (a lungo) la vista, come si dice da noi.

http://www.vincenzoreda.it/nico-ivaldi-non-mi-sono-mai-arreso-intervista-allavvocato-bruno-segre/

Degustazioni all’Enoteca Regionale di Jesi sabato 22 ottobre 2011

Sabato 22 ottobre è stata una giornata che definire intensa è per davvero peccare di ottimismo: concluso il convegno Verdicchio 2.0 e consumato un’ottimo buffet – di cui ho ampiamente scritto – presso la sede dell’azienda Casalfarneto, ci siamo spostati nel centro di Jesi, presso l’Enoteca Regionale. Un posto che ben conosco perché, grazie a Giancarlo Rossi dell’Assivip, vi avevo tenuto una personale dei miei quadri nel 2003.

Guidati dal signor Verdicchio – Alberto Mazzoni – che ci ha tenuto un’introduzione assai interessante in cui ha illustrato le caratteristiche dell’Istituto Marchigiano di Tutela Vini che egli dirige, abbiamo avuto il piacere e l’onere di compiere una serie di assaggi di grande interesse di alcuni tra i migliori vini marchigiani e, trattando di bianchi, si può tranquillamente parlare di eccellenza almeno nazionale.

Prima però di addentrarmi nell’ambito meramente tecnico della degustazione, devo spendere due parole sull’Istituto diretto da Mazzoni. Sono rimasto colpito dal fatto che questo Ente, che rappresenta circa un migliaio di aziende vitivinicole , ha saputo coinvolgere oltre a soggetti pubblici come la Provincia e la Camera di Commercio di Ancona anche due realtà particolari, ma di fondamentale importanza per il territorio, come il Consorzio delle Grotte di Frasassi e la Sogenus che gestisce la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti di 13 comuni direttamente interessati alle attività vitivinicole: i rappresentanti di queste quattro società siedono nel consiglio di amministrazione dell’IMTV, oggi presieduto dal dr. Gianfranco Garofoli. Mazzoni ci ha illustrato, inoltre, le linee strategiche che porteranno a investire in comunicazione importanti risorse finanziarie nei prossimi anni, con l’obiettivo dichiarato di imporre i brand MARCHE e VERDICCHIO soprattutto sul mercato italiano.

Insieme a Giorgio Dell’Orefice, Luigi Bellucci, Franco Ziliani, Monica Pisciella, Andrea Petrini e Stefania Zolotti, sotto la discreta regia di Alberto abbiamo avuto modo di assaggiare e valutare una ventina di vini delle migliori etichette marchigiane, per la maggior parte Castelli di Jesi Verdicchio DOCG e  Verdicchio dei Castelli di Jesi DOC (è importante la differente denominazione), ma anche 3 etichette di Verdicchio di Matelica DOC, 2 Lacrima di Morro d’Alba DOC e 4 Rosso Conero riserva DOCG.

Premesso che non ho trovato nessuno dei vini bevuti meno che buono, e su questa valutazione posso dire che siamo stati tutti d’accordo, segnalo le mie preferenze, senza stilare una classifica né addentrarmi in particolari.

Tra i Verdicchio DOC, il Santa Maria D’Arco 2009 di Ceci, il Tralivio 2010 di Sartarelli, lo Stefano Antonucci 2009 di Santa Barbara e i due fuoriclasse: Villa Bucci Riserva 2008 e Il Coroncino 2004 di Fattoria Coroncino.

Ovviamente, tra i Verdicchio di Matelica, il mio preferito Cambrugiano 2008 di Belisario.

Straordinario il Guardengo 2010, Lacrima di Morro D’alba di Lucchetti, forse il meglio (con il Rùbico di Marotti Campi) mai bevuto in questa tipologia.

La sorpresa finale l’ha fornita (a tutti) il Grosso Agontano Riserva 2006, Rosso Cònero DOCG di Garofoli: un rosso di classe superiore.

Da sottolineare l’incredibile rapporto prezzo/qualità di questi vini, oltre alla loro propensione all’invecchiamento (soprattutto i bianchi): con 10/15 euro si può bere una bottiglia ai vertici italiani. Semplicemente incredibile.

La giornata si è conclusa con una cena nello splendido Fortino Napoleonico, a Portonovo, ospiti della famiglia Togni. Ho avuto modo di apprezzare almeno un paio di piatti sorprendenti innaffiati dai vini di Casalfarneto.

Giornata piacevolissima ma per davvero faticosa!

Verdicchio 2.0, immagini

Alcune belle immagini riprese dalla mia amica Stefania Zolotti. Essendo io un esteta, sono abbastanza consapevole di non essere una bellezza (direi che sono abbastanza bruttarello, per essere generosi…) e perciò non amo vedere immagini che mi ritraggono: queste però sono assai generose nei miei confronti e dunque le pubblico. Eppoi, mi fa gran piacere essere ritratto con lo sfondo di una botte, in cantina. Nella collettiva spiccano (da sinistra) Alberto Mazzoni, Franco Ziliani e, alla mia sinistra, il caro Luigi Bellucci, persona deliziosa. Aggiungo anche l’articolo del Messaggero di domenica 23 che mi cita per primo, fra cotanto parterre.

Manuel Simonetti e il suo “Orzotto”

Conclusi i lavori, peraltro assai interessanti – pur se l’argomento merita ben altro respiro – del convegno Verdicchio 2.0, la famiglia TogniPaolo con la sorella Paola – ha offerto ai partecipanti, relatori e pubblico, un buffet di qualità nelle proprie ordinate e linde cantine. Sotto l’attenta regia dell’amico Alberto Mazzoni, che a me piace di chiamare Signor Verdicchio, e con l’organizzazione di Danilo Solustri, abbiamo avuto l’occasione di gustare prodotti e specialità marchigiane innaffiate dai vini di Casalfarneto, azienda relativamente giovane, ma avviata verso una strada aperta dritta verso il conseguimento dell’eccellenza. Vini come il Verdicchio Castelli di Jesi Classico Superiore Fontevecchia 2008, Classico Riserva Grancasale 2008 e Crisio 2009 (finalmente Docg!) – ottimo – sono prodotti eccellenti con un rapporto prezzo/qualità davvero notevole. Cito anche l’IGT Bianco Cimaio 2008 e il buon metodo classico che ha aperto le danze: questa è una realtà produttiva che vale 650.000 bottiglie e copre anche il mercato dei vini rossi con un export intorno al 50%.

Devo però citare una persona che mi ha stupito e piacevolmente sorpreso: il giovane chef Manuel Simonetti con il suo magnifico “Orzotto“. Di seguito la ricetta di un piatto di territorio e di tradizione tutt’altro che banale.

Ingredienti per 2 persone:

- 120 gr. orzo perlato di Colfiorito

- 14 gr. cipolla dorata tritata

- 8 gr carote tritate

- 22 gr di vino verdicchio

- brodo vegetale (quanto basta)

- 70 gr cicerchia di Serra dei Conti (lessata)

- 50 gr. ciauscolo I.G.P.

- 30 gr. burro

- 16 gr. grana padano ( sostituibile con del formaggio di fossa)

Preparazione:

Innanzitutto mettere in ammollo la cicerchia per 12 ore. Lessarla poi per 40

minuti circa.

Far appassire in un tegame dell’olio extra vergine di oliva con la cipolla e

la carota dopo di che aggiungere l’orzo perlato. Lasciar brillare e sfumare con

il vino bianco. Una volta evaporato aggiungere la cicerchia, precedentemente

lessata, e proseguire nella cottura aggiungendo man mano il brodo vegetale.

Nel contempo, in una padella antiaderente, far sgrassare il ciauscolo tagliato

a pezzettini e lasciarlo da parte.

Ultimata la cottura dell’orzo mantecare fuori dal fuoco con il burro e il

grana.

Impiattare ultimando con il ciauscolo precedentemente sgrassato.

Manuel Simonetti è un giovane chef arrivato alla ristorazione  dopo aver compiuto studi d’arte (questo fatto me lo rende di particolare simpatia). Verso la fine degli anni Novanta ha cominciato l’apprendimento cucinario lavorando in diversi locali matchigiani. Nel 2000 si è trasferito a Londra dove ha lavorato come chef de partie presso l’Hotel Savoy. Nel 2003, ritornato nelle Marche, con l’aiuto della sua famiglia, ha aperto un ristorante a Serra de’ Conti fino al 2007. Dal 2007 al 2010 si è dedicato all’apertura di un nuovo ristorante a Lodi come executive chef. Finalmente, nel 2010, rientrato a Jesi, ha ripreso in mano la gestione del ristornate “Al 44” a Serra de’ Conti, dove attualmente svolge la sua attività.

Il suo motto è così bello che merita di essere citato e una visita al suo ristorante diventa per me un impegno: “Il cuoco è colui che fa l’arte piú alta e generosa perché ció che crea con tutto se stesso finisce e scompare nel momento in cui chi ne mangerá la gioia la terrá per se“.

Salute.

 

 

Franco Ziliani, la sua cronaca a proposito del convegno Verdicchio 2.0

Non amo granché scrivere di fatti pubblici attinenti al vino che mi vedono coinvolto in prima persona. E di più: poco o punto amo la cronaca, preferendo occuparmi di storia e di storie. Dunque lascio volentieri la parola a chi di tali questioni scrive usualmente e tutto sommato con buona perizia. Franco Ziliani è una voce autorevole in questo senso e quindi trovo opportuno ospitare le sue parole sul mio sito. Io, per quanto attiene alle giornate passate nelle sempre ospitali Terre Marchigiane, parlerò di quinta, come si dice in teatro: fa parte del mio modo di intendere le cose. Ecco il link:

http://vinoalvino.org/blog/2011/10/il-web-2-0-fa-e-fara-sempre-piu-rima-con-verdicchio-impressioni-a-caldo-dopo-un-convegno-a-casalfarneto.html

Salute.

Rinaldo Marcaccio, 22 ottobre 2011 Verdicchio 2.0

La cronaca stringata ma efficace di Rinaldo Marcaccio, blogger marchigiano, a proposito del convegno tenutosi ieri presso l’azienda Casalfarneto. Ecco il link:

http://avvinatorebloggato.blogspot.com/2011/10/verdicchio-20-casalfarneto.html

Verdicchio 2.0 – Casalfarneto ( Serra de’ Conti, AN) Sabato 22 Ottobre ore 9.30

http://www.casalfarneto.it/il-nostro-mondo/articoli/verdicchio-2-0.html

Eataly New York: un successo

Simona Milvo, responsabile della comunicazione di Eataly e mia buona conoscenza fin dal febbraio del 2007  - fu lei ad aiutarmi nella mia mostra in enoteca, tra il dicembre di quello stesso anno e marzo del 2008 – mi permette di pubblicare su questo sito alcune immagini della sede di Eataly nella Grande Mela e mi allega il comunicato stampa che annuncia il premio come migliore negozio innovativo del mondo raggiunto dalla sede di New York. Pubblico volentieri, integrandosi il tutto con quanto da me già pubblicato qui. Con una considerazione di campanilistico orgoglio: a New York (città che conosco e amo) sono arrivati un bel po’ dopo Torino. Mica…poco.

Torino, 28 settembre 2011

A Berlino, nel quadro del World Retail Congress 2011, il più importante evento internazionale dedicato al retail, Eataly New York ha vinto il primo premio nella categoria Retail Innovation Award, sponsored by Mastercard. 

Eataly New York è stato giudicato il più innovativo luogo di vendita al mondo, battendo nella finale prestigiosissimi retailer come American Eagle – 77 kids, Carrefour Planet e Immagination Center di Disney o promettenti concept quali The Craftsman Experience, e Shoes of Prey, tutti selezionati su oltre 60 casi iscritti da oltre 15 Paesi.

La storia di Eataly inizia a Torino, con la nascita del primo importante punto vendita del marchio che ha visto una stretta attività di consulenza e collaborazione da parte di Slow Food per il suo concepimento e sviluppo. Un successo immediato, ripetuto con altrettanti risultati in diversi centri italiani fino a giungere nella Grande Mela, in cui Eataly ha scelto di concentrarsi sulle eccellenze della gastronomia italiana e portarle alla clientela a stelle e strisce.

“Si tratta di una bella soddisfazione per l’Italia che ogni tanto fa bella figura – commenta Francesco Farinetti, Amministratore Delegato del gruppo – e anche per Eataly, naturalmente. La parte più grande del merito va a tutto il personale del gruppo Eataly e in modo particolare a quello di Eataly New York che si è impegnato moltissimo in questo primo anno di apertura, raggiungendo risultati eccellenti sia come vendite che come consensi”. 

Secondo Fabrizio Valente, Amministratore Delegato della società di consulenza Kiki Lab — Ebeltoft Italy e presidente della giuria degli esperti internazionali che ha selezionato i 6 finalisti  “il successo di Eataly nasce anche dalla capacità di offrire un’esperienza di qualità anti-snob: eccellenza dei prodotti proposta in ambienti accoglienti e familiari, un connubio sempre più apprezzato dai clienti. Inoltre Eataly ha innovato il modello di business tradizionale, con un approccio glocal nell’espansione all’estero: grande coerenza con il DNA dell’insegna coniugata con partnership locali e variazioni anche considerevoli, di superfici e servizi offerti.”

 

Barturot 2009 Cà Viola, un Dolcetto barocco

Erano ormai diversi anni che volevo conoscere Beppe Caviola e dipingere i miei tradizionali auguri di fine anno con uno dei suoi Dolcetto. L’occasione me l’ha fornita Claudia Rosso, mettendomi direttamente in contatto con Beppe, enologo delle Cantine Damilano da molti anni.

Purtroppo, i giorni tra la fine dei settembre e i primi di ottobre non sono i migliori per trovare un momento di tregua nelle indaffaratissime giornate di vendemmia, oltretutto quando ci si occupa di aziende situate in mezza Italia. Comunque, Beppe è stato assai disponibile e sono andato a trovarlo nel suo rifugio, splendido, di Dogliani il 6 ottobre scorso. Era una giornata tiepida, con un sole che ha fatto fatica a imporsi dopo una mattinata di grigiore quasi autunnale.

Immediato il feeling con una persona che, pur potendo vantare collaborazioni di alto livello e vini eccellenti riconosciuti con dovizia di grappoli, stelle e centesimi, è rimasto l’adolescente neodiplomato enologo, 1982, nel famoso istituto albese che sognava di diventare un bravo vignaiolo. Invece trovò un impiego nel Centro per l’enologia di Gallo d’Alba (analisi e forniture per cantine). Svolgendo questo lavoro interessante, ebbe modo di conoscere e di ascoltare le parole dei più importanti produttori di Langa. Tra questi, soprattutto Elio Altare e Quinto Chionetti. Finalmente, nel ’90 riesce, con il suo amico Maurizio Anselmo, a prendere in affitto un ettaro di vigna a Montelupo Albese, suo paese natale e, spinto e aiutato da Elio Altare (che gli regalò alcune delle sue barrique usate), da quella vignolina ricavare 850 bottiglie di Dolcetto Barturot. Bovio (ex Belvedere a La Morra) fu il suo primo cliente.

Smise l’impiego a Gallo nel 1996 e cominciò a fare l’enologo per diverse cantine. Nel 2002 ricevette il prestigioso  riconoscimento di Enologo dell’anno. Oggi lavora, tra gli altri, con Damilano, Einaudi, Umani Ronchi, Marziano Abbona, Gancia, Anselmet, Sella & Mosca e le altre aziende vinicole del Gruppo Campari. Ma Beppe si sente soprattuto un produttore e la prova del suo giusto sentire quest’anno è rappresentata dai tre bicchieri che il Gambero Rosso ha riconosciuto al suo Barolo Sottocastello 2006, che ho bevuto in sua compagnia e che considero uno dei migliori Barolo da me mai gustati, senza esagerazione.

Ho lasciato Villa Bracco, di cui parlerò, con un cartone di sei bottiglie di Barturot 2009. Per dipingere i miei 70/80 biglietti d’auguri mi basta meno di mezza bottiglia, le altre le bevo per cercare ispirazione (è una fandonia: le bevo per piacere; l’ispirazione è faccenda che non è innescata da vini, alcol, droghe o fesserie del genere).

Conoscevo il Vilot di Beppe, ma non avevo mai avuto l’opportunità di bere questo Barturot, purtroppo il giorno appresso ero a Fontanafredda per uno speciale su HoReCa e per una settimana abbondante ho dovuto bere e valutare diversi vini di questa cantina. Finito il duro lavoro (faccio per dire: non è proprio stare in miniera….), finalmente domenica 16 ottobre ho potuto dedicarmi al Barturot di Beppe. L’ho confrontato con un ultimo bicchiere del Dolcetto La Lepre 2009 di Diano di Fontanafredda, che pure è un prodotto di qualità più che buona: ma non c’è stata storia. Ho bevuto un vino di 14,5%vol. che non si sentono. Si sentono invece profumi  e gusti caldi, vellutati, amplissimi e complessi che riconducono alle confetture di lampone, di marasca, di mora: una sinfonia di sensazioni che si appropria con eleganza di naso e palato e che rimane per tempi lunghissimi con retrogusti amarognoli, che riportano alla mandorla. Mi è piaciuto un sacco questo Dolcetto d’Alba, con il suo colore rubino intenso che spazia in tonalità amaranto. Mi auguro che i biglietti di auguri gli rendano giustizia. Beppe ne produce circa 13.000 bottiglie, sempre nelle erte vigne di Montelupo Albese.

Di Dolcetto ne ho bevuti davvero tanti, forse più di ogni altro vino: questo Barturot, che definirei barocco, è tra i 3/4 migliori, senza classifiche. Fare graduatorie e classifiche dei vini mi fa venire l’alopecia, la psoriasi e finanche la cacarella. Salute.

Azienda Agricola Ca’ Viola Borgata San Luigi 11, 12063 Dogliani – Tel. +39017370547 – Fax +390173720921 – e-mail:caviola@caviola.com

 

http://www.vincenzoreda.it/succo-duva-che-sara-nebbiolo-by-beppe-caviola/

Ruché Laccento Montalbera: Luca Maroni s’è accorto che è un gran vino!

Murale al Caffè Elena di Piazza Vittorio Veneto a Torino, vino Ruché Laccento di Montalbera 2008

Luca Maroni ha votato 98/100 il Ruché Lacento di Montalbera 2009 e lo ha sistemato tra i migliori vini italiani. Evviva! Io, che sono soltanto Vincenzo Reda (e meno male) quel vino lo conosco e lo apprezzo da anni, tant’è che ci ho dipinto anche il mio ormai celebre murale in piazza Vittorio Veneto, sui muri del Caffè Elena. Non soltanto, il Ruchè fu il vino rosso che scelsi per onorare il mio pranzo nuziale il 27 maggio 1990, Imbarchino Perosino sul Po. Probabilmente Maroni allora quel di vino neanche aveva sentito parlare…Oggi è di moda: lo testimonia Maroni stesso. Bah.

http://www.vincenzoreda.it/ruche-montalbera-martedi-4-maggio-al-caffe-elena/

 http://www.vincenzoreda.it/il-mio-murale-su-lespresso/

http://www.vincenzoreda.it/ulrich-von-hutten/ 

Fontanafredda, Altalanga DOCG Rosa Rosé 2008

Credo di essere uno dei primi a bere e a scrivere di questo sorprendente rosato brut metodo classico Pinot Nero 100% Docg Altanga con vigneto posto a 600 mt. slm. (con esposizione sud-est e terreni sabbioso-marnosi) nel comune di Lequio Berria in provincia di Cuneo.

Io non amo in maniera particolare le bollicine e tra queste ancora meno amo i rosati. Mi piacciono i grandi champagne, com’è ovvio, e mi piacciono le poche grandi bollicine italiane quando la base è costituita da Pinot noir, se non c’è Chardonnay è meglio e comunque meno ce n’è e migliori sono, sempre secondo me.

Ma trovo che le bollicine dell’Alta Langa siano davvero eccellenti, oltretutto a prezzi più che convenienti. Ero stato uno dei primi a parlarne su Barolo & Co e assai mi piacciono i vini di Cocchi e Enrico Serafino(by Beppe Caviola, quest’ultimo).

Ora ho bevuto, fortunato e tra i primi, questo entusiasmante rosato, 100% Pinot Noir, millesimo 2008, di Fontanafredda: davvero magnifico! Acidità spiccata, profumi delicati con tutto come si deve (frutti rossi, crosta di pane, ecc.), persistenza lunga, perlage finissimo, colore delicato e sensuale.

Eccellente, per davvero. Mi è piaciuto tantissimo e penso anche al rapporto qualità/prezzo! L’ho bevuto in un calice marchiato FISAR, non a caso: io sono un maniaco dei bicchieri e non a caso ho scelto questo calice elegante (il vino se lo merita).

Beviamolo assai: se lo merita, ma, soprattutto, ce lo meritiamo.

Succo d’uva che sarà Nebbiolo by Beppe Caviola

Vendemmiato da pochi giorni nella vigna quarantenne di Novello, non potrà diventare Barolo Sottocastello perché spremuto e curato nelle cantine di Dogliani, fuori dal territorio che il disciplinare del Barolo prescrive. Ecco il prodigioso succo d’uva che Beppe Caviola con amore trasformerà in un Nebbiolo (vino da tavola per la legge, ma sempre Nebbiolo secondo il sano buonsenso…) che si promette eccellente: 22° Babo che saranno più di 14% vol. ma con un’acidità straordinaria, che significa grande struttura e attitudine a migliorare invecchiando.

Cominciano i travasi per permettere l’aerazione del mosto: lo beviamo succo di pochi giorni.Eccezionale. Come stupefacente è l’odore sensuale del succo d’uva appena munto che invade le narici e innesca fantasie e ricordi (vedi Proust e tutto il resto): è l’odorato il senso del ricordo e della nostalgia.

Poesia, prima che sciatti numeri di analisi chimiche (che pure valgono e contano). Si tuffa il naso dentro il bicchiere e quel succo recita carmi sublimi. Null’altro. Di nient’altro c’è bisogno, se chi sa ascoltare i propri sensi è persona degna. Grazie, Beppe. Che il dio del vino, ammesso che esista, sia con te.

Salute.

 

 

Lina e la sua paella di mare

Io abito un vecchio palazzo (XVIII sec.) del centro storico di Torino, adiacente al Quadrilatero Romano, E’ un palazzo di ringhiera in cui ci si conosce tutti e in molti, quelli con cui ci sono evidenti affinità, ci si frequenta. Spesse volte siamo ospiti di Lina e Mirio, pugliese di San Giovanni Rotondo (il paese di San Pio) lei, toscano di Piombino lui. Lina è un’estetista, ma è soprattutto una cuoca eccellente. L’occasione questa volta era data dal compleanno di una nostra vicina di casa, Micaela. E Lina si è prodotta in una magnifica paella di mare, preparata come si deve. L’abbiamo accompagnata con un vino, il Doset, proveniente da Serralunga: un uvaggio di Dolcetto e Nebbiolo vinificato da uno di quei viticoltori che conferiscono le uve a Fontanafredda e che per il loro consumo, e quello dei loro amici e parenti, usano produrre vini particolari che non sono in commercio. Il tutto, come pare ovvio, davvero eccellente e con la compagnia giusta che è sempre una componente fondamentale dello star bene a tavola.

Torino Viva, Convegno Ambiente e Salute, 8 ottobre 2011: il testo del mio intervento

Saluto e ringrazio i presenti.

Desidero portare alla vostra attenzione un malcostume che,  soprattutto a partire dalle Olimpiadi Invernali del 2006, sta diventando non soltanto insopportabile ma direi anche controproducente.

Con tutta probabilità in quel periodo moltissimi si accorsero di quanto fosse attraente il centro storico di Torino: quelle strade, quelle piazze, quelle quinte scenografiche di portici e facciate del severo barocco piemontese che tanto affascinarono Giorgio De Chirico e gli ispirarono la sua pittura metafisica.

Ebbene, da allora si assiste alla perniciosa attitudine di permettere che in quelle stesse strade e piazze, che nel frattempo si è lodevolmente provveduto a liberare dal traffico privato, spuntino come funghi invasivi e velenosi gazebo e posticce strutture di ogni genere che ospitano qualunque tipo di attività, giustificata da qualsiasi futile occasione. Ciò con l’apparente intento di animare, tra virgolette, il centro storico.

Concessionari di auto, venditori di magliette, organizzatori di rassegne musicali, fabbriche ambulanti e malodoranti di street-food di pessima qualità: a tutti viene concesso di imbrattare il centro storico per la più inutile delle occasioni.

Le strade e le piazze storiche di Torino, e mi riferisco soprattutto agli assi ortogonali Carlo Felice-Via Roma-Piazza Castello e Via Garibaldi-Via Po-Piazza Vittorio, non sentono la necessità di essere animate: già lo sono dai sempre più numerosi turisti, italiani e stranieri, che si osservano passeggiare ammirati con le loro brave cartine e gli sguardi curiosi e stupefatti dall’austera bellezza che Guarini, Castellamonte, Juvarra hanno saputo donare a Torino. Già sono animate dall’abitudine dei torinesi di riappropriarsi di questi luoghi magnifici semplicemente per passeggiare, per sostare nei numerosi dehors di locali pubblici che sono uno dei nostri vanti.

Il comune può far cassa, come si dice, stimolando Coldiretti, venditori di auto, cicli, motocicli e hot-dog a rendere vivi e animati i bellissimi e numerosi spazi che Torino possiede nelle aree semicentrali e periferiche. Il comune farebbe bene a permettere l’organizzazione di concerti, fiere, rassegne, mostre e sagre varie dove si sono sempre fatte prima di sgombrare il centro storico dal traffico privato, cioè alla Pellerina, al Valentino, nell’area del Vecchio Palazzetto dello Sport, nel parco della Colletta. Le zone periferiche necessitano di essere valorizzate e rese fruibili da chi le abita che in questo modo può riappropriarsene e preservarle da tutte quelle attività di malaffare che l’abbandono aiuta a incentivare.

Va sottolineato che i megaconcerti e comunque tutto ciò che necessita di sovrastrutture ingombranti e posticce lascia danni enormi sulle delicate superfici che si sono provvedute a restaurare in maniera anche esteticamente apprezzabile e con grande impegno economico. Piazza Castello con le sue stupende lose è stata devastata da queste strutture: il punto è che la manutenzione, costosissima, è a carico della circoscrizione, alla quale non spetta però un solo euro per la concessione del suolo pubblico: i denari sono incassati direttamente dal comune.

In coda a questo mio intervento,  desidero ricordare con piacere e un poco di nostalgia un galantuomo, di cui non condividevo le idee politiche ma che stimavo: l’architetto Giuseppe Dondona, scomparso nel dicembre del 2000. Tra l’85 e il ’92 egli fu assessore all’arredo urbano nelle giunte Cardetti, Magnani Noya, Zanone e Cattaneo Incisa. In buona sostanza, egli creò il concetto di arredo urbano e tanto dobbiamo a quest’uomo dell’odierna ritrovata bellezza del nostro centro storico.

Certo, mi rendo conto che altre sono le priorità: ma la capacità di una comunità di riconoscere i propri valori estetici e di permettere ai cittadini di fruirne nei modi più opportuni, misura il grado di civiltà e il livello culturale di quella stessa comunità.

Grazie.

 

http://torinoviva.blogspot.com/2011/10/dibattito-su-ambiente-e-salute-buona-la.html

http://www.vincenzoreda.it/continua-lo-stupro-delle-piazze-storiche-a-torino/ 

Batsoà all’Osteria Battaglino di Dogliani

In compagnia di Beppe Caviola, grande enologo ma anche grande produttore di Dolcetto d’Alba(Vilot e Barturot) di Barbera (Bric du Luv) e dello stupendo Barolo Sottocastello, abbiamo pranzato all’Osteria Battaglino, in Piazza Martiri della Libertà a Dogliani.

La vivacissima e appassionata Flavia in sala (non più di 35/40 coperti apparecchiati con gusto non banale) e Marco in cucina ci hanno fatto apprezzare una cucina tradizionale di gran livello: i piedini di maiale classici (batsoà), spiedini di lumache di Cherasco alla parigina, acciughe  in salsa di pomodoro (squisite), porcini impanati e ottimi agnolotti del plin con ripieno vegetale e una pasta all’uovo molto sottile e tirata a mano. Il tutto nobilitato dal Barolo Sottocastello 2006: la vigna di poco meno di due ettari è un impianto di quarant’anni in Novello, esposto a sud-est. Vino di austera eleganza, con tannini spiccati ma, pur giovane, già con sentori di tabacco e tutto il resto (non sto qui a dilungarmi nelle sfumature che tanto amano i sommelier). Semplicemente un Barolo tra i migliori da me bevuti e ho fresco il ricordo del Cannubi Damilano 2007 elegantissimo e morbido, di cui Beppe è amorevole genitore.

Giornata di grande soddisfazione personale a contatto con persone dall’approccio semplice eppure di grandi valenze professionali: non è cosa di tutti i giorni. Parlerò ancora molto di Beppe Caviola e dei suoi numerosi vini in giro per l’Italia (certo Umani Ronchi, Damilano e Sella e Mosca, ma anche il mio prediletto valdostano Anselmet e altre piccole cantine di qualità in Liguria, nell’Oltrepo Pavese, in Umbria: tutte seguite direttamente, senza alcun collaboratore o stagista). I miei auguri tradizionali per le feste di fine anno saranno dipingi con il suo Dolcetto Barturot 2009: lo desideravo da qualche anno.

Osteria Battaglino – Piazza Martiri della Libertà, 12 – 12063 Dogliani (CN) – Tel. 0173 742089

info@osteriabattaglino.it    www.osteriabattaglino.it

Nico Ivaldi: il suo articolo sulla piola di Brosio, Piemonte Magazine

http://www.piemonte-magazine.it/leggi_ultimonumero.asp?articolo=1178&numero=2011_08#.TocPmze9hqQ.facebook