Archive for the ‘ARCHEOLOGIA E STORIA’ Category
La donna Marina di Angelo Morino

donna-marinaDonna Marina si chiamava Tenépatl o Malinalli, visse 25/30 anni tra il 1500 e il 1526/27. Agli spagnoli fu donata tre giorni più tardi, insieme a una ventina di sue compagne, dai Cacicchi maya sconfitti nel Tabasco dopo la battaglia cruentissima di Ceutla del 12 marzo 1519. Cortés era nelle terre dei Maya e ricevette da questi, in segno di sottomissione, il dono più prezioso: una persona che sapeva parlare il maya e il nàhuatl, lingua degli aztechi: la Marina era di origine nàhuatl, venduta o rapita per essere data in schiavitù a genti maya. La descrivono come una donna di bell’aspetto e di notevole personalità. Durante i primi giorni della Conquista,  Cortés liberò un chierico spagnolo prigioniero per diversi anni di popolazioni maya di cui imparò la lingua: Jerònimo de Aguilàr. Dunque, la Malinche traduceva le parole degli aztechi in maya per Aguilar che li traduceva in spagnolo a Cortés e viceversa. Fino a quando Donna Marina (così battezzata per poter avere “rapporti” con gli spagnoli) non imparò velocemente lo spagnolo e si fece amante del Capitano. A questi dette almeno 4 figli e figlie di cui il più noto, il primogenito, fu chiamato Martìn, come il padre di Hernàn. A Conquista conclusa Marina venne data in moglie a uno degli uomini di fiducia di Cortés, Juan Jaramillo con cui stette un paio d’anni; sappiamo che passò a miglior vita tra il 1526 e l’anno successivo: è probabile che fu vittima di una delle numerose epidemie di peste o di vaiolo. Fu la Lengua di H. Cortés, tramite la quale egli fu in grado di interloquire con i popoli americani che poi egli annientò. Sempre a suo fianco, presto il Conquistador fu soprannominato egli stesso dagli aztechi: Malinche, il nome della donna india da cui mai si separava (da Malintzin, ovvero il signor Malinalli).                                                                                                                          La Malinche è diventata una figura emblematica, simbolo ormai mitopoietico, oggi da quasi tutti additata come traditrice del suo popolo.                                                                                                                                          Io la penso diversamente: ceduta come schiava agli spagnoli, ella soltanto obbedì, come aveva obbedito a chi l’aveva rapita e venduta. E poi, semplicemente, s’innamorò del suo Signore a cui donò sé stessa. La Storia, prima di essere mitizzata, è soltanto la somma dei comportamenti degli Uomini: odio, amore, invidia, ambizione….                                                                                                                                                                Il librino di A. Morino raccoglie tutte le scarse testimonianze che le fonti originali dedicarono a Donna Marina. Fu pubblicato nel 1984 e ristampato nel 1992 da Sellerio. Oggi è introvabile.

I colloqui dei Dodici di Bernardino de Sahagùn

i-12In quest’epoca in cui all’Altro va di gran moda rivolgere, nel migliore dei casi, uno sguardo trucido, questo librino inaudito dovrebbe essere portato alla conoscenza dei più invece che essere riservato agli storici e a pochi appassionati.
Narra di una vicenda unica nella storia dell’Uomo: tra giugno e luglio del 1524, 12 frati minori francescani spiegarono in contraddittorio a un gruppo di dignitari e dotti aztechi l’essenza della religione cattolica.
Il Messico era stato conquistato alla Spagna da tre anni, ma il grande H. Cortés aveva sollecitato a Carlo V e a papa Leone X, Medici, l’invio di monaci capaci di conquistare al cattolicesimo i pagani aztechi. Partirono da Siviglia, guidati da fray Martìn de Valencia, il 25 gennaio del 1524, sbarcarono a San Juan de Ulùa il 13 marzo e giunsero, scalzi, in Messico City, Tenochtitlàn, il 18 giugno di quell’anno.
Fu Bernardino de Sahagùn nel 1564 a pubblicare la cronaca di quei colloqui. Francescano anch’egli, giunto in Messico nel 1529, redasse l’opera più completa, il primo testo etnografico della storia: Historia General de la cosas de la Nueva Espana. L’opera è composta di 12 libri e questo ne costituisce l’ultimo. Il lavoro del francescano, con tutti i testi che riguardavano la Conquista, fu proibito da Filippo II con la cedola reale del 22 aprile del 1577. Questo, mutilo, venne trovato negli archivi vaticani nel 1920.
Ripeto, per i pochi interessati, è un libro straordinario, unico.

El Beso, unico ristorante messicano autentico a Torino

«Poi presero a discutere sulla creazione e la formazione della nostra prima madre e del nostro primo padre. Di mais giallo e di mais bianco venne fatta la loro carne; di pasta di mais vennero fatte le braccia e le gambe dell’uomo. Soltanto pasta di mais compose la carne dei nostri padri, i quattro uomini che furono creati.».  Questa è la leggenda della creazione degli uomini secondo il Popol Vuh, libro sacro dei Maya.Il mais venne domesticato tra il settimo e il quinto millennio prima dell’Era cristiana nel sud-est del Messico; intorno al terzo millennio si diffuse poi in tutta l’area centro e sudamericana e rese possibile, come accadde del resto per le regioni degli altri cerali – grano e riso – la nascita e lo sviluppo di culture evolute. Fagioli e fave apportavano preziose proteine.Per comprendere la cucina messicana odierna, in cui rimangono importanti retaggi precolombiani, occorre  conoscere la cultura del mais. «La principale fonte di alimentazione è il mais da cui ricavano svariati cibi e bevande; preso poi dopo essere stato trattato come essi usano, serve loro da cibo e bevanda insieme. Le donne indie mettono il mais a bagno in acqua e calce per una notte cosicché la mattina seguente è morbido e cotto a metà; si possono in tal modo togliere la buccia e il picciolo e macinarlo a due pietre. Quando è macinato a metà, ne confezionano delle palle e dei carichi e li danno ai viaggiatori, ai lavoratori ed ai naviganti poiché, così trattato, dura alcuni mesi e acquista soltanto una certa acidità.». La citazione è tratta dalla Relaciòn de las cosas de Yucatàn, del francescano spagnolo Diego de Landa (1566); ebbene, oggi non è cambiato praticamente niente: il mais si tratta ancora più o meno alla stessa maniera. La calce era fondamentale per evitare quella terribile malattia che si diffuse in Europa quando il mais lo si consumava semplicemente bollito: la pellagra. Cibo in maya yucateco si dice echà che significa anche, per antonomasia, mais e a questo cereale, fondamentale nella loro esistenza, era dedicato addirittura un dio: Yum Kaax, un giovane ornato di pannocchie. La tortilla di mais (uah in maya) è la base dell’alimentazione messicana: cotte su piastra e ripiene di carne, verdure e ortaggi, soprattutto peperoncini, i tacos sono consumati a ogni ora e in ogni posto. Lo stato del Messico è una democrazia federale di 31 stati che si estende tra Atlantico e Pacifico per quasi 2 mln di kmq e una popolazione di 120 milioni di abitanti. L’alimentazione, differente perché differenti le condizioni ambientali, di Aztechi e Maya ha lasciato tracce importanti nell’odierna cucina messicana. Mais, ortaggi (zucche, pomodori, fagioli, fave e peperoncino) e selvaggina sull’altopiano dove non c’erano grandi mammiferi  e allevavano soltanto tacchini; mais, erbe e frutta tropicale, pesce, uccelli e mammiferi nella foresta pluviale (pecari, armadilli, coati). Non avendo grandi animali, gli Aztechi non disdegnavano la carne umana, consumata in forma rituale. I Maya, pur con una religione che pretendeva sacrifici umani, non erano cannibali. Le diete di questi popoli erano integrate con serpenti, iguane, coccodrilli e diverse specie di vermi e insetti. Ancora oggi in diverse regioni del Messico si consumano con gusto queste specie di animali. Così come noi occidentali imparammo immediatamente a coltivare mais, pomodori, cacao e peperoncino, i messicani apprezzarono subito il maiale, il manzo, l’uva, le banane. In Italia moltissimi sono i ristoranti messicani: per la verità, la stragrande maggioranza propone quella cucina che viene definita Tex-mex, basata soprattutto sulle tradizioni degli Stati Uniti meridionali e del Messico settentrionale: chili con carne e burritos (tortillas di frumento ripiene di carne). Invece i ristoranti che propongono cucina messicana tradizionale si possono contare sulle dita di una mano; a Torino abbiamo la fortuna di ospitarne uno tra i migliori. Inaugurato nel giugno del 2016, occupa i muri che furono del glorioso ristorante La Pace, zona San Salvario, in gran voga negli anni Ottanta. Si chiama El Beso, i titolari sono i coniugi Toni e Andrea, lei messicana di Città del Messico con un passato importante in cucina, lui italiano. Il cuoco è un trentenne messicano di Cuernavaca, (Morelos): Gerardo (Jerry) Sánchez Sotelo, con una storia bellissima; fin da piccolo misteriosamente attratto dall’Italia, e da Torino in particolare, sognava di gestire un locale proprio da noi. Dopo la laurea in gastronomia approfittò di un master a Ca’ Foscari e poi un’esperienza al Westin di Venezia per venire da noi e proprio in quel periodo Toni e Andrea, per caso, lo chiamarono a El Beso. Attentissimo alle materie prime e alla tradizione, mi ha preparato quattro ricette. Guacamole tradizionale: crema di avocado, lime e cipolla con peperoncino verde jalapeño, accompagnata da chips di mais. Tostadas de mar: un piatto con tre diverse proposte di pesce; ceviche di ombrina marinata con sugo di frutti tropicali, guarnita da ananas e altri frutti tropicali; aguachile (guazzetto) di gambero con cipolla rossa, cetriolo, coriandolo e chili; escabeche (marinatura in aceto) di polpo con salsa valentina, purea di avocado, maionese di coriandolo e prezzemolo. Le basi sono tortillas tradizionali di mais differenti. Pulpo del golfo. Prima bollito e poi fritto, servito con condimento a freddo di una speciale salsina, siete chiles (peperoncini, lime e sale), foglie di cactus, erbe aromatiche, ortaggi e frutta tropicale.Infine, cochinita pibil (cotto sotto terra): 3 tagli di maiale (costine, spalla e capocollo) marinati con achiote, condite da cipolle marinate e dalla salsa X’nipek (muso di cane) di origine maya, ottenuta mischiando habanero e sale. Accompagnano i piatti tortillas di mais giallo e nero, servite calde nel tradizionale cestino intrecciato a mano. Sono ricette in cui si mescolano con leggerezza sapidità, freschezza e una piccantezza variabile che può essere, a richiesta, di intensità terribile, in particolare se si usa l’habanero. Piatti gustosi ma leggeri che richiedono vini di non eccessiva struttura, freschi, giovani. Trovo indicatissimi i nostri rosati e bianchi come la Favorita e il Cortese. Quanto ai rossi: Grignolino, Pelaverga e giovani Nebbiolo del Roero sono quelli che suggerisco. Può essere una bella alternativa la Freisa di Chieri. Per chi ama le bollicine a tutto pasto, trovo interessante l’accompagnamento di questi piatti con i Metodo Classico Alta Langa (suggerisco quelli a base Pinot Nero), ma non disdegnerei gli ultimi, interessantissimi, Metodo Classico da uve Nebbiolo. I messicani con i loro cibi bevono birra, mentre Maya e Aztechi bevevano mais fermentato o pulque, succo di agave maguey da cui oggi si distillano tequila e mezcal. Vengono prodotti vini messicani, rari e di scarso pregio, da vigne allevate al confine con la California; io ho bevuto un Cabernet Sauvignon e uno Chardonnay dell’azienda La Cetto: vini grossi, squilibrati e poco consigliabili, soprattutto per accompagnare i raffinati piatti messicani.

EL BESO – Via Galliari, 22 – Torino.  www.elbeso.it

Laura Laurencich Minelli

30707113_10214848848127424_7796377055996740642_nConobbi per caso (ma il caso non esiste) Laura Laurencich Minelli il 14 giugno 2007 a Rimini, a un suo convegno sui quipu durante la Festa dell’archeologia. Oggi apprendo che se n’è andata, in silenzio, con garbo. Eppure fu la studiosa più importante riguardo ai quipu e alla conquista del Perù, grazie ai codici da lei studiati e pubblicati di Padre Blas Valera. Studiosa scomoda di verità storiche scomode. Sono addolorato ma anche felice, perché io ho avuto la fortuna e il piacere di conoscerla e di dedicarle tempo, studi e articoli.

Pubblico questa biografia del Mic di Faenza,

http://www.micfaenza.org/it/news-dal-mic/1759-scomparsa-laura-laurencich-minelli.php

«SCOMPARSA LAURA LAURENCICH MINELLI

Domenica 8 aprile, a Bologna, si è spenta l’importante studiosa di Storia e civiltà precolombiane

Martedì 10 aprile

Il Museo si stringe al lutto di marito e figli per la scomparsa dell’importante studiosa di Storia e Civiltà Precolombiane.Ricordiamo la passione e l’entusiasmo della professoressa Laurencich, in modo particolare, in o occasione della mostra “I tessuti come scrittura. Una raccolta precolombiane del MIC“, curata in collaborazione con l’amico e allievo Antonio Guarnotta, costituita da tessuti andini che coprono un arco di tempo dal VI sec. a.C. al XVI sec. d.C. e presentando in tale occasione il curioso ma alto sistema di comunicazione-scrittura del popolo andino che, probabilmente, per la ricca produzione di  pregiatissime lane e cotoni, era basato sul filo (torsione, intreccio, ecc.), il nodo, il colore, le iconografie tessili: sistema che ha raggiunto i suoi apici nell’amministrazione dei due grandi imperi che si sono susseguiti, quello Huari-Tiahuanaco e l’Impero degli Inca: imperi che, pur appartenendo al cosiddetto Evo Antico, sono giunti fino al XVI secolo. Attraverso i  mazzi di fili annodati (quipu) e questi e altri tessuti, si possono capire molti curiosi aspetti di questo antico mondo teocratico.

Laura Laurencich Minelli è nata a Bologna; nel 1935, è dottoressa con lode (Ph) in Preistoria nella facoltà di Scienze dell’Università di Bologna, nel 1955-1957 vince la borsa di studio dell’Accademia Nazionale delle Scienze per gli studi europei di scienze americanistiche, successivamente, dal 1958 al 1963 è archeologo e antropologo presso il Museo Nazionale della Costa Rica / Università della Costa Rica. Nel 1963 vince la borsa di studio del CNR per lo studio delle lingue indigene americane all’Università di Innsbruck e  nel 1964 vince la borsa di studio del CNR per la museografia americana presso il Museo Etnografico di Göteborg.
I primo incarico accademico è come assistente in Antropologia (Istituto di Antropologia) dell’Università di Bologna dal 1965 al 1973, in seguito (1973-1986) è “professore incaricato” di Storia e civiltà precolombiane nella Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna poi, dal 1986-2005 (quando si ritira per limiti di età) è il professore titolare della cattedra di  Storia e civiltà precolombiane / Civiltà indigene d’America nella Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna. È stata membro, nel periodo 1992-2005, della Society of Doctorate Society, Regality and Priesthood (Università di Bologna, con sede a Ravenna); nel periodo 1995-2000 è il professore di Etnologia presso la Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali dell’Università di Bologna (con sede a Ravenna), infine dal 2005 era direttrice della ricerca scientifica dell’Università di Bologna.

Nel corso della sua carriera professionale ha ricoperto numerore posizioni scientifiche: 1966-1973, direttore della missione archeologica (Regione meridionale del Costa Rica) del “Ministero degli Esteri” italiano; 1979-1980, direttore della missione UNESCO presso il sito archeologico di Barra Honda (Penisola di Nicoya), Costa Rica; dal 1980, membro onorario del Museo Nazionale della Costa Rica; ha diretto, dal 1984, la sezione italiana del Corpus Antiquitatum Americanensium; dal 1984 è stata un membro attivo della UAI - Unione delle Accademie delle Scienze Internazionali; 1994-2000 è il responsabile scientifico del progetto archeologico dell’Unione europea L’arcipelago eco museo del Solentiname (Nicaragua); 1996-2001, direttore e responsabile per la ricerca archeologica Eco museo Valle de Chacas (Ancash, Perù) dell’Università di Bologna – “Ministero degli Esteri” italiano;  2001 – fino ad oggi dirige ed è responsabile scientifico dell’indagine archeo-antropologica Valle del Takesi, in Bolivia, dell’Università di Bologna – “Ministero degli Esteri Italiano”.  Ha diretto numerosi congressi e tavole rotonde nazionaliste e internazionaliste in Italia e all’estero, inoltre, ha organizzato numerose mostre in Italia e all’estero con l’intento sia di sensibilizzare al patrimonio italo-americano sia per incoraggiare l’interesse per le culture dell’America indigena.
La sua ricerca si è concentrata sullo studio e la ricerca di fonti archeologiche e antropologiche sulle culture indigene d’America, sia attraverso campi di lavoro in America Latina sia in archivi e biblioteche italiane.
I risultati possono essere suddivisi in almeno cinque tracce di ricerca: l’individuazione delle collezioni americanistiche dal XVI secolo fino ad oggi, la loro storia, l’organizzazione e le motivazioni della presenza di questi oggetti nei musei italiani dal Rinascimento al “Risorgimento” italiano (XIX secolo); individuazione di curiosi documenti inediti Gesuiti, compresi quelli che furono lasciati dai gesuiti in esilio nello Stato Pontificio, dove si rifugiarono a seguito della soppressione della Società (XVIII secolo) e i controversi documenti Miccinelli (XVII secolo) (Exsul Immeritus Blas Valera Populo Suo e Historia et Rudimenta Linguae Piruanorum) sulla conquista del Perù di Blas Valera, Anello Oliva e Antonio Cumis; individuazione e studio delle collezioni tessili precolombiane inedite e delle loro tecniche di lavoro; studio delle tecniche di lavoro e dei materiali usati per dipingere i codici mesoamericani precolombiani conservati in Italia e nello Stato del Vaticano che hanno fornito nuovi contributi sia sul significato culturale sia su tecniche e materiali delle culture antiche».

Quipu, Laura Laurencich Minelli

Qui sotto alcune immagini riprese il 14 giugno del 2007 durante la Festa dell’Archeologia di Rimini. E’ la conferenza della Prof.ssa Laura Laurencich Minelli che illustra le ultime scoperte circa l’interpretazione dei quipu incaici. I due quipu sono del museo archeologico di Rimini, e risalgono al periodo Inca, 1450/1534.

Pacal il Grande

http://www.vincenzoreda.it/101-storie-maya-che-dovresti-conoscere-a-prescindere-dalla-bufala-della-fine-del-mondo/

La lastra che ricopre il sarcofago di Pacal («scudo») il Grande è un monolito di 220×380 cm., pesa 5 tonnellate ed è interamente scolpito in bassorilievo.

Fu scoperta nel 1952 da Alberto Ruz Lhuillier, archeologo messicano di origini francesi, che non sapeva ancora chi fosse il sovrano di Palenque (nome spagnolo che significa «palizzata») che giaceva, coperto da una splendida maschera di giada, nel sarcofago sottostante, all’interno del Tempio delle Iscrizioni.

Occorsero decine di anni per decifrare le iscrizioni che narravano le gesta di questo grande personaggio nato nel 603 d.C. e morto a 80 anni, dopo 68 anni di regno.

Le immagini incise mostrano la complessa cosmogonia maya che simboleggia il passaggio dalla vita alla morte. Chissà cosa avrebbe pensato Pacal se avesse potuto prevedere che gli uomini del XX secolo ne avrebbero fatto l’archetipo di un astronauta: forse gli sarebbe piaciuto. In fondo, i Maya vivevano quasi in simbiosi con il cielo stellato e nei misteri delle luci del cosmo erano certi di decifrare precisi messaggi che gli dèi inviavano loro. Dèi crudeli che i sacrifici li richiedevano innanzi tutto agli uomini di rango più elevato. Erano, infatti, sovrani, dignitari e sacerdoti che si pungevano la lingua e il pene per offrire il loro sangue prezioso alle crudeli divinità. Presso i Maya i sacrifici si richiedevano innanzitutto ai potenti, forse consapevoli che i più umili e i più deboli i sacrifici già li compivano ogni giorno….

 

 

Focus Storia: I Càtari di Monforte

http://www.vincenzoreda.it/il-castello-dei-catari-di-maurizio-rosso/

I Càtari

La dottrina càtara, la cui origine è oscura, è una sorta di sintesi delle eresie sviluppatesi dopo il III secolo: manicheismo, arianesimo, paulicianesimo, bogomilismo… La parola deriva dal greco katharós: “puro” e fu coniata verso la fine del XII secolo. L’eresia si diffuse rapidamente in quel periodo tra la Francia meridionale, la Renania e l’Italia settentrionale.

Il papa Innocenzo III indisse una crociata contro di loro nel 1208.

A Béziers, il 22 luglio del 1209, i crociati, guidati da Simon de Montfort,  massacrarono tutti gli abitanti – quasi 20.000 persone – in maggioranza cattolici tra cui vi erano poche centinaia di càtari. Al legato papale, Arnaldo Amaury, si deve la celebre (ma assai dubbia) frase: «Uccideteli tutti! Dio riconoscerà i suoi».

Papa Gregorio IX istituì contro questi eretici la Santa Inquisizione nel 1233 e Domenico di Guzman, predicando nelle terre degli albigesi – altro nome degli eretici, derivato dalla città di Albi – fondò l’ordine dei Domenicani proprio in quegli anni.

In Italia, il 13 febbraio 1278, vennero bruciati a Verona i perfecti delle comunità càtare di Desenzano e Sirmione. All’inizio del XIV l’accurato lavoro di sterminio ebbe termine.

I Càtari credevano che tutto il mondo reale fosse opera del Demonio: perciò i perfecti non dovevano riprodursi e consideravano la morte (che si davano per fame) la loro massima aspirazione. Erano integralisti, vegetariani, praticavano la povertà e la comunione dei beni; riconoscevano il solo sacramento del consolamentum: un’imposizione delle mani che rendeva perfecto un semplice credente.

 

Gli enigmi peruani di Hayu Marca e Marcahuasi

Il Perù è un paese dal fascino unico e straordinario, per molti versi. Dal punto di vista archeologico, quello che più m’interessa, oltre agli aspetti della sua eccellente offerta cucinaria. Ebbene, tutti o quasi conoscono Macchu Picchu (significa: Grande Montagna) e le incredibili linee di Nazca: entrambi i luoghi che hanno visto la formulazione, quasi sempre a vanvera, delle più incredibili e fantascientifiche speculazioni di gente che ci ha marciato mica male; in pochi però conoscono due luoghi dello stesso fascino enigmatico e che costituiscono un vero rompicapo, pur senza scomodare alieni e Atlantide (che sono un po’ come il prezzemolo: vanno bene dappertutto). Qui di seguito le descrizioni – di cui non mi assumo alcuna responsabilità (Pachacamac me ne guardi bene) e che ho soltanto corretto nei toponimi sbagliati e in certi errori di grammatica e di punteggiatura, di Hayu Marca e Marcahuasi.

«Quasi a 1300 km a sud-est di Lima, in Perù, presso le rive del lago Titicaca, si trova un sito che confonde i visitatori di tutto il mondo.                                                                                

Gli sciamani frequentano ancora questo luogo per compiere rituali e offrire preghiere alla parete rocciosa situata sull’altopiano, come fanno da generazioni.                                    

Il sito è conosciuto come la Puerta de Hayu Marca, o anche come la Porta degli Dei. A vederla, si rimane perplessi: una porta gigantesca, scavata nella solida roccia. Sembra davvero un accesso, ma non porta da nessuna parte!                                                                    

Il sito si trova in mezzo al nulla, a oltre 4000 metri di altezza, eppure quella roccia ha un gigantesco rettangolo intagliato e al centro del rettangolo, in basso, c’è un incavo che pare proprio una porta.                                                                                                                          

I nativi peruviani la chiamano la “porta degli dei”. Ma perché creare una porta nella roccia che non conduce da nessuna parte? C’è un modo per attraversare questo accesso?   Le antiche leggende peruviane raccontano che tutte le Americhe un tempo erano unite sotto un unico capo e sotto una comune tradizione spirituale.                     

Il nome “America” deriverebbe da “Amaru-ca-ca” o “Ameru”, “Ameri-ca”, che significa “Terra del Serpente”, così denominata dopo l’avvento di un portatore di cultura e tecnologia conosciuto storicamente come Aramu Muru o Amaru (serpente/saggezza)».

 

«Marcahuasi è un altopiano della cordigliera delle Ande, situato a est di Lima, sulla catena montuosa che sale dalla riva destra del fiume Rìmac.

Ore di cammino, da San Pedro de Casta, per giungere a Marcahuasi.

È un altopiano di origine vulcanica, di superficie pari a circa 4 kmq, situato a quasi 4.000 metri di altitudine nella provincia di Huarochiri, a est di Lima in Perù, sede di un insieme unico di enormi rocce granitiche. Tali formazioni rocciose e la loro particolare forma hanno origine dalla millenaria azione erosiva di vento e pioggia.

Sull’altopiano di Marcahuasi si trovano anche rovine preincaiche in vari stadi di rovina; secondo l’archeologo Julio César Tello appartengono alla cultura Wanca

L’esoterista Daniel Ruzo sostenne nel suo Marcahuasi: la historia fantástica de un descubrimiento (1974) che le formazioni rocciose erano opere scultoree di una civiltà prediluviana (sic), i Masma, discendenti diretti di Atlantide».

Il glifo maya “Kan” per i miei auguri 2013

I miei auguri vinosi sono sempre una faccenda che mi impegna per mesi. Innanzi tutto, occorre scegliere il Dolcetto e non è cosa di poco conto. Quest’anno sono stato indeciso tra i vini di un paio di produttori e infine, non più di una ventina di giorni addietro, ho scelto il Dolcetto d’Alba 2011 di Gianni Gagliardo. L’ho scelto in primis perché mi è piaciuto, ci mancherebbe! Poi mi è piaciuta la famiglia e ho stabilito un contatto prezioso di sensazioni con Stefano Gagliardo: mica poco.

Scelto il vino, era necessario decidere il soggetto. Sapevo da tempo che dovevo andare a parare nei pressi dei Maya: il punto è che i glifi maya sono quasi tutti assai complicati e dovendo dipingerne 73 esemplari, la questione è piuttosto delicata. Sono riuscito a risolvere il rovello da pochi giorni: ho scelto un glifo abbastanza semplice dal punto di vista grafico, ma assai complesso per i significati intrinseci.

Tra le svariate centinaia di segni della scrittura maya (che è logografica-sillabica, come quella sumera e la geroglifica egizia), ho scelto il segno che si legge “kan” in yucateco e “chan” in cholan (la lingua dei maya classici): è uno dei glifi polivalenti (di diverso significato a seconda dei contesti indicati dai cosiddetti determinativi muti) più importanti e più significativi, oltreché positivi e di buon auspicio. Il glifo Kan identifica il Sole, la pannocchia di mais maturo, il serpente, il numero quattro, il quarto giorno del mese e poi indica il colore giallo che per i maya simboleggiava il Sud…

Ne sto dipingendo i soliti 73 esemplari di cui i primi 9  su carta Archer da 300 gr. e i successivi 64 su Fabriano F5 sempre da 300 gr. La particolarità dell’operazione di quest’anno consiste nel fatto che il glifo (secondo l’etimologia greca significa “Incisione“) lo incido letteralmente con un bulino dentro una macchia fresca di Dolcetto, così che il segno rimane più scuro e di ottima evidenza. E’ un lavoraccio, ma almeno soddisfo tutte le mie masturbazioni intellettuali.

Spero i miei amici gradiscano.

Auguri e salute.

La Marinera

La Marinera è un ballo figurato di coppia che simboleggia il corteggiamento e l’innamoramento. Fondamentali sono i fazzoletti bianchi che vengono agitati dai due ballerini. La fanciulla danza sempre a piedi scalzi.

La sua origine  è da ritenersi datata ai primi decenni del XIX secolo, in relazione alle guerre con Cile e Bolivia. Vi erano molti balli che venivano designati come cileni e fusi con la tradizionale Zamacueca peruviana, intorno agli anni Sessanta e Settanta dell’800 acquisirono il nome di “Marinera”, danza dedicata alla Marina peruviana che fu determinante nelle guerre suddette. Nel 1879 il giornalista e scrittore Don Adalberto Gamarra Rondó fu il primo a codificarla.

Poi si diffuse rapidamente: attualmente è una danza che si pratica in tutto il paese acquisendo in ogni regione caratteristiche particolari; la Marinera limeña o canto di jarana (baldoria), la Marinera norteña (settentrionale), la Marinera serrana (montanara) – con varianti in ogni regione – la Marinera arequipeña o pampeña. È evidente che in tutte esistono elementi di diverse origini culturali. Ma è nella Marinera Limeña  che si constata una partecipazione speciale della popolazione nera che praticava la Zamacueca.

La Zamacueca divenne la Marinera limeña: il canto in contrappunto è il fondamento di questo genere musicale la cui struttura letteraria e musicale, abbastanza complessa, è unica nel canzoniere popolare peruviano; viene chiamato più propriamente canto di jarana.

Uno degli studi più seri realizzato da Don Fernando Romero prova come la Marinera limeña attuale proviene dalla Zamacueca. Valorizzando il contenuto africano benché non dimentichi quello ispanico e quello indigena, lo storiografo si esprime così:

La marinera è un ballo della costa del Perù e ha le carte in regola per essere nazionale, creola, o meticcia: tutto sommato conferma di essere autenticamente peruviana. Come il Perú, ha preso elementi che appartennero al bianco dorato e conquistatore, allo schiavo d’ebano africano e al quechua ramato sentimentale. C’è un indubbio passato nero nella marinera: in una certa parte della melodia allegra e incitante: l’inseguimento sessuale con cui il maschio persegue la femmina. E nel sinuoso garbo con cui lei macina, mediante le sue anche, promesse e speranze. Ma di fronte a tale eredità africana si alza una spagnola e un’altra indigena. Certi movimenti del piede femminile e la soave eleganza con cui la donna maneggia il fazzoletto, ci ricorda la jota vivace e aragonese. Nonostante la tenuta colorista del ritmo rapido come un’allegria, in ogni marinera suona un ahi! dolorante con cui la voce indigena si lamenta ancora dei secoli di sfruttamento e disprezzo” (Rosmarino, 1930).

Dal 1960, l’ultima settimana di gennaio a Trujillo, sulla costa nord, si svolge un grande festival con migliaia di coppie, provenienti da tutto il mondo, che si sfidano per decretare i vincitori di ogni categoria d’età e di provenienza.

Il 7 ottobre di ogni anno si celebra, per decreto governativo del 2012, la Festa della Marinera.

Osservare due bimbi o due adolescenti danzare in costume questo ballo tradizionale costituisce uno spettacolo di grande piacevolezza.

Gonzalo Guerrero, lo spagnolo che si fece maya e per i Maya morì

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Lo scritto qui di seguito è un vecchio articolo: sul mio ultimo libro c’è un capitolo assai più documentato e approfondito, si intitola: “L’archibugiere rinnegato“, è la storia n. 32.

“Tutto quel che possiedo come documentazione diretta della vicenda di Gonzalo Guerrero è riportato fedelmente nel capitolo precedente.

Se io fossi uno scrittore, se poi fossi  anche uno scrittore di successo, potrei scrivere uno di quei magnifici romanzi, più o meno, storici sulla vicenda; non so se dire purtroppo: non solo non sono uno scrittore, ma meno che mai potrei ardire al successo. Dunque, niente romanzo storico.

Gonzalo me lo figuro uno dei tanti marinai di Palos e dintorni, un po’ affascinati dai racconti di quelli che tornavano da occidente, un po’ perché quello era il loro mestiere e forse perché le diarie più invitanti erano offerte da quei capitani e hidalgos che salpavano alla volta delle ricchezze e della gloria, verso le Indie occidentali.

Probabilmente Gonzalo era un popolano molto realista e pragmatico, ma con qualche caratteristica bizzarra: da Cabeza de Vaca a Hans Staden (si leggano sia le avventure di Cabeza, sia “La mia prigionia fra i cannibali-1553/1555″ del tedesco), non pochi europei ebbero la ventura di passare periodi di tempo più o meno lunghi tra le popolazioni americane, eppure nessuno, almeno per quanto è dato sapere (io sono certo che nelle pieghe del passato si nasconde qualche altra storia analoga a quella di Gonzalo), ebbe l’ardire di dimenticare prima, rifiutare poi, infine combattere e morire contro il proprio popolo.

E’ lecito pensare che sulle prime il buon marinaio abbia agito più pensando a salvare la pelle che a altro; più oltre avrà pensato che su quella terra sconosciuta, tra quella gente che usava cucinare i nemici, occorresse adattarsi, perché chissà tra quanto tempo gli spagnoli, ammesso che ci fossero riusciti, sarebbero arrivati fin lì.

E poi egli non era un prete come Aguilar, dunque se qualcuno gli chiedeva qualcosa che  sapesse fare e se da ciò ne fosse venuto un qualsiasi favore, ebbene non c’era proprio ragione di rifiutare.

Io credo che di favore in favore, Gonzalo abbia cominciato a non star troppo male e gli alieni personaggi intorno a lui a scoprire che quell’essere estraneo di cose utili ne conosceva parecchie: che meritasse la pena  non trattarlo male; anzi, era conveniente cercare di farlo star bene, ché c’era forse da trarne buon utile.

Eppoi gli anni passano: vince il quotidiano se uno è un marinaio senza patria e attaccato più alle cose di questa terra che alle favole dei preti.

Volevano che si tatuasse, va bene: in fondo che male c’era a tatuarsi come loro! Tutti i marinai erano tatuati.

Quella vita dopotutto dovette cominciare a piacergli: i frutti tropicali, le tortillas, qualche gallina ogni tanto, un bel clima, la gente in fondo pulita e gentile; c’era, a volte ma non troppo spesso, da sopportare qualche disgusto come i sacrifici e l’odioso costume del cannibalismo rituale, ma tra i maya tutto ciò era assai meno frequente che tra i mèxica.

Forse la cosa che dovette inizialmente recargli maggior fastidio dovette essere l’ossessione maya per l’autosacrificio rituale, ma anche quella col tempo fu assimilata.

E poi venne il premio più grande di tutti: una donna, una donna maya, dolce, fedele, sottomessa, gentile, pulita e devota!

E i figli: il marinaio aveva finalmente trovato la sua patria e per quella sarebbe morto!

Ridicolo Aguilar che viene a proporgli di tornare tra gli spagnoli a fare dopo tutto lo schiavo di un padrone inflessibile che gli avrebbe solo riservato lunghe marce, fame, massacri, sporcizia di corpo e d’animo in cambio di qualche soldo.

Meglio i maya, molto meglio i maya.

E così Gonzalo sceglie, ma aveva già scelto da anni, forse da subito: semplicemente, non sollevando lo scudo dell’ostilità e della diffidenza verso il diverso, cercando di adattarsi e di capire senza nessun pregiudizio, qualità che solo un uomo semplice, dotato di sano buonsenso popolare, può, meglio d’altri, possedere: egli comunque non ha nulla da perdere.

Nel 1511 avrà avuto tra i venti e i trenta anni e probabilmente niente d’importante da ricordare in Spagna, forse neanche i genitori.

Arrivano i compatrioti, ma è tardi, ormai, per Gonzalo.

Ho ragione di crederlo impegnato in tutta la regione dello Yucatàn, che pure è molto estesa, tra il 1517 e il 1536, quando viene ucciso, a combattere, direttamente o indirettamente, contro gli spagnoli: certamente non dev’essere casuale che i Maya riuscirono a resistere quasi vent’anni alla conquista.

Ci dev’essere stata parecchia dell’opera del buonsenso, e della tradizione occidentale millenaria della guerra,  del Guerrero Gonzalo in molte tra le sconfitte degli spagnoli.”

I Maya continuarono a rivoltarsi fino a questo secolo contro gli spagnoli prima, contro il potere creolo poi: figure come Lempira, Tecùn Umàn e Canek sono esempi che oggi i Maya  hanno in  considerazione al pari di eroi, ma nessuno ricorda Gonzalo Guerrero.

Forse perché tutto sommato è un rinnegato, come la Malinche; forse perché comunque uno spagnolo venuto, anche se più o meno suo malgrado, a ficcare il naso in faccende non sue: io trovo profondamente e storicamente ingiusto tutto ciò, a maggior ragione da parte di un popolo che è oggi il risultato, e non si può discutere se la storia sia giusta o sbagliata, dell’unione, violenta quanto si vuole, ma pur sempre unione, di due culture.

I tre figlioletti di cui parla Bernal Dìaz sono i primi meticci di cui conosciamo con certezza l’esistenza, e sono meticci frutto d’amore, non di violenza: qualcuno oggi nello Yucatàn porta per certo un po’ di sangue di Gonzalo; allo stesso modo, qualche traccia del rude Droctulft sarà rimasta nei secoli nei dintorni di Ravenna.

Luigi Lilio

Se ripenso che, adolescente, andavo a veder i film nel cortile del Castello Carafa di Cirò e che la platea era poggiata sul pavimento che ospita il mosaico che è il probabile testamento di Luigi Lilio, mi viene quasi da piangere. Tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta passavo a Cirò le vacanze estive e ho nella memoria le canzoni dei Creedence Clearwater Revival che i miei cugini, emigrati in Germania, mi facevano ascoltare in anteprima sui prodigiosi mangiadischi: Proud Mary,  Have you ever seen the rain, Up around the bend, Down on the corner.

Mai avrei potuto immaginare che quaranta anni dopo, conoscendo Salvatore Costa (per tramite dell’amico archeologo garganico Francesco Colletta, allievo del mio maestro Silvano Borrelli), avrei saputo che il grande Luigi Lilio su quel pavimento aveva, con molta probabilità, lasciato i simboli delle sue ricerche sul tempo e sul calendario.

Le ricerche di Salvatore Costa sono pubblicate sui due testi che riporto nelle immagini: sono analisi straordinarie sulla complicatissima simbologia del mosaico, essenzialmente basata sull’enneagramma (figura geometrica elaborata sul numero 9). Non entro nel dettaglio che questo spazio non mi consente, ma invito gli appassionati a consultare questi testi che sono unici nel loro genere.

Da poco tempo, in pratica dalla ricorrenza del mezzo millennio della nascita (1510, data comunque malcerta) del medico e matematico cirotano Luigi Lilio (Aloysius Lilius in latino), finalmente, il suo paese natale e la Regione Calabria stanno tributando i meritati omaggi a questa immensa figura: a lui e al fratello Antonio si deve la riforma voluta da Papa Gregorio XIII del vecchio e impreciso Calendario Giuliano. Nel 1580 fu istituita una commissione per la riforma del vecchio calendario: Luigi era scomparso qualche anno prima (1574, forse), ma il fratello Antonio ne portò avanti le intuizioni e gli studi. Nel 1582 il 5 ottobre venne spostato in avanti di 10 giorni al 15 ottobre e da allora si adottò lo schema degli anni bisestili: oggi in tutto il mondo la scansione del tempo è quella elaborata da Luigi Lilio da Psycròn, oggi Cirò Superiore, paese natale della mia famiglia materna.

Nel 2010 il Comune di Cirò ha inaugurato un edificio che racchiude il Museo dedicato a Lilio e che, al piano inferiore, ospita anche un piccolo museo contadino e del vino che ha una sua decorosa dignità e che merita di essere visitato. Cirò è paese antichissimo, situato sopra un’altura di 3/400 metri che domina il capo Punta Alice. Vi sono testimonianze archeologiche già in epoca neolitica che, senza soluzione di continuità, videro poi sovrapporsi genti brettie, greche, romane, normanne…

Tra le varie curiosità legate a Luigi Lilio, giova citare il vino, sia bianco sia rosso, che l’Azienda Zito ha dedicato al grande astronomo a partire dal 2010. Mio cugino Pasquale Gallo me ne ha omaggiato una di Bianco 2008 (non ne conosco l’uvaggio) che fa parte della mia collezione di bottiglie particolari. Curiosamente, la retro-etichetta contiene una piccola svista: si parla infatti di figura a OTTO punte a proposito del mosaico del Castello Carafa, quando tutta la simbologia è basata sul numero NOVE; ma a chi beve il vino questo poco importa, credo.

Focus Storia: l’inganno di Cajamarca by Vincenzo Reda

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IMG_9457 iQuesta fotografia è stata ripresa circa quattro anni fa, in Aosta. Sono in compagnia dell’archeologa e antropologa Laura Laurencich Minelli, la studiosa dell’Università di Bologna che ha studiato i codici redatti dal gesuita Padre Blas Valera, di proprietà di Maria Miccinelli.

Sono orgoglioso assai di avere avuto l’opportunità di conoscere Laura, una ricercatrice che ha riportato alla luce la verità storica, che Pizarro e i suoi avevano in tutti i modi cercato di nascondere, di una conquista vergognosa realizzata con un vile inganno.

Di questi fatti mi sono più volte occupato e li ho pubblicati sia su questo sito sia su alcune delle mie pubblicazioni.

Chiaro che è motivo d’orgoglio essere riuscito a pubblicarli anche nell’ambito di una Testata autorevole come Focus Storia che, peraltro, aveva già ospitato nel novembre 2012 uno speciale dedicato alla cultura maya, da me firmato. In quell’occasione la rivista veicolò il mio libro sui Maya, scritto per Newton Compton e pubblicato nel 2011. Per tutto questo devo sempre un grande ringraziamento a Marco Casareto, già direttore di Focus Storia e a Aldo Carioli, oggi caporedattore della rivista in questione.

Laura Laurencich Minelli: LA MEMORIA DELL’ IMPERO DEGLI INCA APPESA AD UN FILO

Con malcelato orgoglio, ho ricevuto il permesso di pubblicare sul mio sito un estratto dell’intervento, nel recente convegno di Aosta – Restituire la memoria – della Prof.ssa Laura Laurencich Minelli: si tratta delle sconvolgenti novità che riguardano la conquista del Perù, legate alla scoperta di documenti redatti nel ‘600 dal gesuita Blas Valera.

(Lo scritto della Prof.ssa Laurencich sarà pubblicato nella versione completa sul volume “Restituire la memoria” che Giunti Editore pubblicherà in autunno a cura di Piero Pruneti e che costituirà la raccolta degli atti del convegno di Aosta).

 

Laura Laurencich Minelli (Università di Bologna): LA MEMORIA DELL’ IMPERO DEGLI INCA APPESA AD UN FILO

 

 

“Il recente ritrovamento di due documenti gesuitici del primo ‘600, Exsul Immeritus Blas Valera populo suo del gesuita meticcio Blas Valera e Historia et Rudimenta linguae Piruanorum, dei gesuiti italiani Anello Oliva e Antonio Cumis ci sta restituendo il filo della memoria sia dell’ Impero degli Inca, distrutto dalla conquista iniziata dagli spagnoli nel 1532 al comando di Francisco Pizarro, sia della vita e degli scritti del  cronista meticcio detto il gesuita fantasma perché di lui si conosceva l’ esistenza ma le  cui  opere erano inspiegabilmente sparite.

La nuova scoperta rivela fatti inauditi circa l’ impegno che ebbe il gesuita meticcio assieme ai due gesuiti italiani nel contestare la conquista del Perù e  la distruzione dei nativi e, come conseguenza, nel tentare di creare in seno alla colonia spagnola,  uno stato neo-inca ma cristiano: il che spiega la ragione che avrebbe portato alla distruzione degli scritti di Blas Valera.  Infatti  i due nuovi documenti narrano che il P. generale Acquaviva avrebbe imposto al P. meticcio Blas Valera o di uscire dall’ Ordine o l’ esilio in modo da tappargli la bocca dato che aveva creato seri problemi alla Compagnia presso l’ Inquisizione con il suo aperto indigenismo e con le sue dichiarazioni che la conquista era nulla dato che era stata realizzata con l’ inganno del vino avvelenato propinato da Pizarro allo stato maggiore dell’ Inca Atahualpa[i]: ciò sulla base della Relazione di denuncia  che lo stesso conquistador Francisco de Chaves aveva scritto al Re nel 1533 ma, pur bloccata dalla censura di Pizarro, era rimasta nelle mani prima dello zio di P. Blas, il conquistador Luis Valera che l’ avrebbe passata quindi al nipote che, nonostante le  traversie subite, l’allega al manoscritto  Exsul Immeritus [ii].  Entrambi i documenti riferiscono inoltre che P. Blas non solo non aveva accettato di abbandonare la veste ma, pur dall’ esilio in terra di Spagna, continuava ancora a parlare: pertanto, nel 1597, il Padre Generale Acquaviva  gli impose morte fittizia in modo da tappargli definitivamente la bocca. Fatto ancor più inaudito è che i due documenti rivelino che il P. Valera, dopo la sua finta morte e grazie alla complicità di alcuni gesuiti, fra cui l’ italiano P. Vitelleschi, nel 1598 avrebbe raggiunto nuovamente il Perù dove, aiutato da un gruppetto di confratelli e dalla mano del meticcio F. Gonzalo Ruiz in qualità di scriba e disegnatore, avrebbero composto una sorta di lunga lettera illustrata al Re di Spagna in cui lamenta la distruzione anche culturale che aveva subito il mondo indigeno a causa della conquista e gli propone la costituzione, all’ interno del Viceregno del Perù, di uno stato neo-inca ma cristiano. Lettera che si intitola Nueva Coronica y Buen Gobierno,  in cui Blas Valera, dato che era ufficialmente morto, cioè bandito dal mondo, si nasconde dietro al nome dell’ indio Guaman Poma de Ayala che vi funge anche da informatore principale[iii]. Fatti che oggi sarebbero ritenuti già correnti se Exsul Immeritus e Historia et Rudimenta avessero visto la luce prima del 1937 quando la Nueva Coronica venne pubblicata e il suo contenuto acquisito dagli studiosi ma che hanno creato un certo qual sconcerto essendo stati dati alle stampe  settantanni dopo, cioè nel 2007[iv].

Allo stesso tempo i due nuovi documenti e in particolare Exsul Immeritus che è un documento biculturale scritto in latino per il mondo colto europeo e in quechua ma con fili e tessuti per i discendenti degli Inca, scoperchia la pentola di come funzionava il sistema di scrittura per mezzo di fili e di  cordicelle annodate dette quipu che rendeva  coeso l’ Impero degli Inca.

 

L’ impero degli Inca detto del Tahuantinsuyu (che significa “dei quattro cantoni”) (Fig.1), è l’ ultimo degli imperi precolombiani, cioè appartenenti all’ evo antico, costretto al duro contatto  con il mondo moderno dalla conquista (1532-1534). Era un vasto impero teocratico  governato dall’ Inca, il Sole il terra, di cui i conquistatori prima e i cronisti poi narrano che non possedeva la scrittura pur rimanendo sorpresi come usasse  delle cordicelle annodate pendenti da una corda più grossa, detto quipu.

E’ un impero teocratico e ambientalista allo stesso tempo in cui l’ ambiente stesso dai grandi contrasti esprime il dualismo tra l’ Alto e il Basso che ne caratterizza la filosofia e la religione: le Ande innevate apparentemente più vicine al sole sarebbero l’ Alto ma anche il Sole stesso  le  stelle mentre il deserto costiero e nebbioso sarebbe il Basso  ma anche la Terra, Pachamama. Fig.2. Su questo ambiente  gli Andini sono sempre intervenuti con estrema delicatezza ordinandolo secondo le principali figure della loro geometria derivate dal quadrato= terra ordinata dall’ uomo, Pachamama e dal cerchio= Sole= cielo ordinato dal Sole e dagli dei  (Figg.3,4)

Non deve sorprendere  che nelle Ande, che sono la patria delle lane di alpaca,  di vigogna e dei cotoni multicolori, in epoca precolombiana si usassero i filati anche come sistema di scrittura, intendendo qui per scrittura non solo la nostra alfabetica- fonetica come facevano i cronisti ma qualsiasi forma di registrazione del pensiero: scrittura che pertanto va vista secondo un codice tridimensionale proprio dei fili, delle cordelle e delle corde. Scrittura che era considerata sacra e racchiudere in sé stessa non solo il paesaggio circostante ma anche il dio Sole  di cui  le cordelle sarebbero una rappresentazione dei suoi stessi raggi.

I cronisti che pur consideravano scrittura solamente la nostra, cioè quella fonetica alfabetica,  riferiscono che  il quipu, era basilare per registrare non solo dati numerici, ma anche poemi, leggi e cerimonie del Tahuantinsuyu. Nessuno di essi però ha saputo o potuto spiegarci  né quanti tipi di quipu esistessero né il loro funzionamento tranne il meticcio Garcilaso de La Vega (1609) che ci spiega in modo dettagliato ma confuso, solo un tipo di quipu: quello per registrare numeri. Egli però  afferma genericamente che i colori delle cordelle indicavano la qualità dei materiali contati per cui, per es. il color rosso  delle cordicelle avrebbe indicato che in quei quipu si contava tutto quanto era rosso come per es. il peperoncino e il cinabro il che è impossibile nell’ ambito di una contabilità matura quale era quella che aveva retto un grande impero (Fig.5).  All’ inizio del secolo scorso, il matematico Leeland Locke (1912) sulla base delle spiegazioni di Garcilaso, ha risolto la lettura dei numeri registrati sul quipu numerico ( che tanto per intenderci chiamo numerico di posizione) che, come la matematica degli Inca, è a base dieci (Fig.6).

Nessuno degli studiosi era ancora riuscito a venire a capo della lettura extranumerica, cioè delle qualità delle cose registrate su questo tipo di quipu ma purtroppo, presi dall’ entusiasmo per la scoperta di Locke, avevano tralasciato di ricercare come si potessero scrivere poemi, leggi, calendari testi di lettura insomma con solo quel tipo di  quipu essenzialmente numerico. Ora però i due documenti segreti Exsul Immeritus (1618) e Historia et Rudimenta, dei due gesuiti italiani Antonio Cumis e Anello Oliva (1600 ca – 1638), recentemente ritrovati chiariscono entrambi i problemi (Figg. 7,8).

Blas Valera in Exsul Immeritus, rivela infatti che i cronisti parlano in modo confuso dei quipu non solo perché non li capirono ma anche perché, essendo i quipu considerati idolatri, se ne poteva parlare solo come qualcosa di infantile e approssimativo se non si voleva incorrere in serie difficoltà con il governo coloniale. Specifica quindi che esistevano vari tipi di quipu, oltre al quipu numerico di posizione: quipu che, tanto per intenderci, divido in due grandi gruppi: quipu numerici e quipu di scrittura.

La Vita di Blas Valera (nota n. 1 al testo)


Traccio per sommi capi la vita di Blas Valera quale risulta dalle fonti ufficiali in modo da permettere il confronto con quanto rivelano questi polemici documenti segreti, cioè scritti non per essere diffusi: il P. gesuita Blas Valera nasce a Chachapoyas nel 1545, figlio di Alonso Valera (come afferma Garcilaso de La Vega e lo stesso Blas Valera in ExsuI) o, secondo le fonti gesuitiche, del fratello Luis Valera (Exsul aggiunge che chi gli fece da padre fu lo zio Luis, essendo Alonso un violento e sanguinario del tutto indegno di essere chiamato padre). Nel 1570 Blas Valera pronuncia i primi voti e nel 1571 è destinato a Huarochirì, nel 1573 è a Lima e a Cuzco dove, nel 1573 è ordinato sacerdote. Durante la sua opera a Cuzco (1575-1577) vi fonda, con i PP. Barzana, Santiago e Ortiz, la confraternita Nombre de Jesus. Nel 1576 si verifica la prima accusa contro il P. Valera di aver violato la castità. Fra il 1577 e il 1578 è inviato a Juli e nel 1582 lo troviamo a Potosì da dove il P. José Acosta lo chiama a Lima per lavorare alla traduzione quechua del Catechismo del Terzo Concilio Limense. Dal 1583 la persecuzione contro il P. Valera scoppia in tutta la sua intensità ma la colpa di cui è accusato era tanto grave da non venire mai scritta nero su bianco pur riferendo che si prende come scusa l’ accusa contro la castità per farlo uscire dall’ Ordine. Nel febbraio del 1588 è invece sospeso a divinis e condannato all’ incarcerazione dal P. Generale Acquaviva pena che, nel novembre 1588, è commutata con l’ esilio in terra di Spagna. L’ 11 dicembre 1592 inizia il viaggio verso la Spagna accompagnato dal P. Diego de Torres imbarcandosi per Quito dove rimane con relativa libertà fino al 1593 quando lo imbarcano via Panama e Cartagena  ma si ammala e appena il 31 luglio 1595 giunge in Spagna, a Cadice, dove è affidato al P. provinciale Cristobal Méndez. Il 3 giugno 1596 il P. Méndez scrive al P. Generale che il P. Valera era redento tanto che gli aveva permesso di insegnare grammatica nella scuola gesuitica di Cadice. La notizia irrita il P. Acquaviva che il 29 giugno ordina che il P. Valera sia ritirato da qualsiasi insegnamento. Nel 1597 muore si dice a seguito della distruzione di Cadice per mano dei pirati inglesi. Secondo Exsul e Historia et Rudimenta, dal 1597 al 1619, anno della sua morte reale ad Alcalà de Henares, P. Blas avrebbe trascorso la sua vita da persona giuridicamente morta facendo fatto ritorno in Perù, con nome fittizio e protetto da un gruppo di gesuiti fra cui il P. Muzio Vitelleschi. Per le fonti ufficiali cfr. Egaña (1954-1981); Garcilaso de la Vega, Inca, (1963 [1609]); per la ricostruzione della vita di P. Blas secondo le fonti ufficiali cfr. Borja de Medina, 1999; per la ricostruzione della vita di Blas Valera comprendendo pure le fonti dei doc. Miccinelli e il suo vivere da persona morta, cfr. L. Laurencich-Minelli,(2001), 247-272, L.Laurencich-Minelli, Premessa ( 2007) pp.,24-25; S. Hyland (2002).

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AKHENATON, Torino (27 febbraio/14 giugno 2009), Palazzo Bricherasio

Questo è un articolo di qualche tempo fa. Desidero rendere omaggio a quei cittadini egiziani che hanno difeso il Museo Egizio del Cairo, difendendo non soltanto le proprie tradizioni, ma difendendo un patrimonio che appartiene a tutte le genti del mondo.

Francesco Tiradritti

MOSTRA

Il grande inno di Aton (1345 a.C., circa)

[...]Quante sono le tue opere!
 Esse sono misteriose agli occhi degli uomini.                                                             Oh unico, incomparabile dio onnipotente,
                                                                                                                                tu hai creato la terra in solitudine
come desidera il tuo cuore,
                                                                                          gli uomini tu hai creato, e le bestie grandi e piccole,
                                                                                                      tutto ciò che è sulla terra,
e tutto ciò che cammina,
                                                                                                         tutto ciò che fende l’aria suprema,
                                                                                                                                            tu hai creato strani paesi, Khor e Kush
e anche la terra d’Egitto,
                                                                                     tu metti ogni uomo al posto giusto
con cibo e possedimenti 
e giorni che sono contati.                                               Gli uomini parlano molte lingue,
sono diversi nel corpo e nella pelle,
                                                                            perché tu hai distinto popolo da popolo.[...]”

“All’inizio del Novecento Akhenaton non è più soltanto una figura della storia egizia; egli è divenuto, per via del suo rapporto con la religione, un personaggio che si vuole collegare alla tradizione occidentale. L’apice di questa ‘cooptazione’ del faraone verrà raggiunto da Sigmund Freud. Nel suo ultimo saggio,L’uomo Mosè e la religione monoteista, l’inventore della psicanalisi corona la propria riflessione sulla religione e più specificamente sul monoteismo e le sue conseguenze. Prima di essre riunite sotto un unico titolo, le diverse parti dell’Uomo Mosè… apparvero sulla rivista ‘Imago’ tra il 1937 e il 1938.

[…] Mosè viene descritto come un egizio che avrebbe trasmesso agli ebrei la religione di Akhenaton, il culto di Aton, il dio unico. Una religione che per Freud fu storicamente il primo tentativo di ‘rigoroso monoteismo’ e che allo stesso tempo rese possibile la nascita dell’‘intolleranza religiosa’, altrimenti estranea, secondo lo psichiatra, al mondo antico. Come fonte di questo ‘monoteismo egizio’ viene indicata una ‘corrente’ assai antica, interna alla ‘scuola sacerdotale del Sole di On (Eliopoli)’, sostenitrice della fede in un dio unico. Freud ipotizza che Mosè fosse un parente di Akhenaton e un convinto sostenitore della nuova religione e che, dopo la morte del faraone, ambisse a fondare un nuovo regno cui far adorare il dio intransigente che l’Egitto disdegnava. Egli avrebbe acquisito autorità sugli Ebrei schiavi in Egitto, insegnato loro la nuova fede e condotto l’esodo dal paese (tra il 1358 e il 1350 a.C., prima del regno di Horemheb, secondo Freud). Questo strato, il nucleo più antico di quella che sarebbe divenuta la religione ebraica, sarebbe stato dimenticato dopo le vicissitudini sinaitiche che videro da un lato la morte di Mosè….e dall’altro l’incontro con altri semiti adoratori di Jahvè, dio dei vulcani. Le due religioni (quella di Aton e quella di Jahvè) si fusero dopo che un ‘secondo Mosè, la cui memoria si confuse col primo, divenne capo del popolo ebreo’. Un racconto bizzarro si converrà, ma in grado di dar corpo all’ipotesi che il monoteismo ebraico derivasse dall’episodio monoteista egizio.”.

Questa lunga citazione è tratta dal notevole saggio del Prof. Youri Volokhine, Università di Ginevra, titolato: Atonismo e monoteismo: alcune tappe di un moderno dibattito e inserito nel catalogo, curatissimo e interessante assai (Silvana Editoriale, a cura di F. Tiradritti con M. Vandenbeusch e J.L. Chappaz), della mostra AKHENATON – Faraone del Sole, ospite dal 27 febbraio e fino al 14 giugno 2009 di Palazzo Bricherasio a Torino.

“Con la successiva monografia su Akhenaton (1995) Hornung realizza senza dubbio una delle migliori sintesi della religione dell’età amarniana. Riguardo i tratti monoteisti del culto di Aton, Hornung individua tre aspetti:

- l’esclusività (affermazione del ‘dio unico [cui] non esiste alternativa’) ‘ancor più radicale di quella del Deutero-Isaia 44,6’, segno di una rigidità che, secondo Hornung, è stata superata solo da alcune correnti dell’Islam;

- la persecuzione delle antiche divinità, primo tentativo precristiano di annientare il mondo pletorico degli dei;

- un culto destinato al solo Aton.”

Con questa sintesi, citando Erik Hornung, dopo aver esaminato le pubblicazioni di autorità come Jan  Assmann, il Prof. Volokhine si avvia a chiudere il suo saggio che tante domande e riflessioni apre a fronte di un tema troppo complesso e su cui non si possono formulare ipotesi definitive.

Visito la mostra accompagnato da Antonella Galeandro, un giovane e recente acquisto della Fondazione Bricherasio che si occupa di comunicazione, assunta dopo uno stage opportuno.

Al solito, la facilità di fruizione della mostra da parte di ogni tipologia di visitatore è al centro delle attenzioni degli allestitori, costume raro e prezioso nel nostro Paese.

I 226 reperti che la compongono sono mostrati, illustrati e valorizzati per il valore unico che rappresentano: sono quasi tutti pezzi prestati da prestigiosi musei non italiani, pezzi dunque che non rivedremo facilmente.

Il Prof. Francesco Tiradritti, archeologo ed egittologo toscano di fama (scava oggi a Luxor su vestigia egizie dell’VIII e VII secolo, riva sinistra del Nilo), che ha ideato e curato l’esposizione, mi spiega che l’allestimento di Ginevra, precedente questo torinese, è stato in verità un ripiego logistico, in quanto la mostra avrebbe dovuto esordire proprio nella nostra Città.

Non sto a raccontare in dettaglio le vicende di Akhenaton, anche perché le mie competenze archeologiche hanno radici profonde in altre aree: però, una rapidissima sintesi ho da fornirla a chi mi segue, se non altro per invogliare chi ha sete di approfondimento a visitare questa interessantissima, e unica, esposizione.

Akhenaton è secondogenito di Amenofi III (1387/1350 a.C.), diventa faraone nel 1350 a.C., dopo la morte del fratello, col nome di Amenofi IV.

Intorno al IV anno del suo regno compare accanto a lui la figura, enorme, di Nefertiti. L’anno successivo vede la decisione di fondare, in quello che oggi è il sito di Tell el-Amarna (a circa metà strada tra Luxor e Il Cairo), la nuova città di Akhet-Aton (L’orizzonte dell’Aton); in quegli anni cambia nome in Akhenaton e fonda il nuovo culto per l’Aton, il disco solare, che diventa la rappresentazione del dio-falco Ra-Horathky. La città si trasforma in una sorta di laboratorio di ricerca su nuove frontiere artistiche, architettoniche (l’invenzione della talatat, un blocchetto di pietra calcarea che ha le funzioni di un mattone, delle dimensioni di cm.52x26x22 e del peso di una quarantina di kg: sarà l’unità di costruzione dei nuovi edifici a cielo aperto, concepiti per accogliere direttamente i raggi del dio) e religiose.

L’apogeo del regno di Akhenaton si pone intorno all’anno XII del regno che termina con la morte, a pochi mesi di distanza, dei due regnanti nel 1333 a.C., XVII anno di regno.

Da citare come notevolissimo il ritrovamento, intorno al 1886/7, di quelle che vengono definite le Lettere di Tell el-Amarna: circa 380 tavolette di argilla redatte in carattere cuneiforme, che testimoniano una fitta corrispondenza con i lontani regni dei Mitanni e dei Babilonesi.

Si sono formulate infinite congetture sull’influenza di Nefertiti; sulla figura della  concubina (forse di stirpe Mitanna) Kiya, a cui qualcuno fa risalire la maternità di Tutakhamon; sulla misteriosa persona, forse donna, che successe a Akhenaton; su come e quanto il culto di Aton sopravvisse al suo creatore…

L’archeologia è una scienza che ricerca prove e testimonianze: le speculazioni intellettuali, le ricostruzioni e le ricerche degli storici costituiscono altre discipline.

Eataly Turin, my new lessons about food and wine history

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Eataly

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Il grande racconto dell’evoluzione Umana di Giorgio Manzi

Il Prof. Giorgio Manzi è nato a Roma il 9 febbraio 1958, ha conseguito la maturità classica nel 1976 e la laurea con lode in Scienze Biologiche nel 1981.

E’ Direttore del Museo di AntropologiaGiuseppe Sergi“, presso il Dipartimento di Biologia Ambientale dell’Università di Roma La Sapienza, dove insegna Paleoantropologia, Ecologia umana e Storia naturale dei primati, dove tiene corsi per studenti della Facoltà di Scienze MFN e per la Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici. E’ inoltre membro del collegio docenti del dottorato di ricerca in Biologia ambientale ed evoluzionistica.
Premio internazionale “Fabio Frassetto” per l’Antropologia fisica, conferito dall’Accademia Nazionale dei Lincei nel 2006. Consigliere dell’Istituto Italiano di Paleontologia Umana (del quale è stato Segretario Generale dal 1999 per due mandati).
Associate Editor dell’ “American Journal of Physical Anthropology” e membro del comitato di lettura di varie riviste specialistiche e interdisciplinari.
Attività sul campo in Italia, Libia, Spagna, Giordania, Sudafrica ed Etiopia.

Il grande racconto dell’evoluzione umana (Il Mulino, Bologna 2013 – pp. 432, 45,00 €) è un libro magnifico (per gli appassionati colti, pare ovvio): confesso che, pur seguendo le recenti scoperte sulle riviste specializzate (National Geografic, Le Scienze, Nature…), ero rimasto un poco indietro alle mie letture degli anni Ottanta e Novanta (Leaky, Kurten, ecc.) e ai nomi storici della Paleoantropologia (Dart, Wedenreich, Wolpoff, ecc.). In questi ultimi vent’anni è davvero cambiato quasi completamente il panorama paleoantropologico, anche per il fondamentale utilizzo di conoscenze e tecnologie interdisciplinari (Paleogenetica, biologia evoluzionistica, epigenetica…).

Senza entrare in meriti troppo specifici, un esempio per tutti: fino a qualche anno fa si parlava di Homo Sapiens Neanderthalensis e di Homo Sapiens Sapiens; oggi si parla di due specie differenti evolutesi in luoghi differenti (il primo nell’Europa delle glaciazioni e il secondo nell’Africa delle savane) che per almeno diecimila anni hanno convissuto fino alla prevalenza della specie Sapiens. Ma altrettanto nuove sono le conclusioni riguardo a Homo Erectus, Homo Ergaster e Homo Heidelbergensis.

Mi sono davvero interessato e di nuovo appassionato, leggendo questo libro: interessante anche per quanto riguarda l’epistemologia della Paleoantropologia (scienza giovanissima, la cui data di nascita si può ragionevolmente far risalire al 1856, anno del ritrovamento in Germania, presso, Neander del primo fossile di un nostro antenato preistorico) e la capacità di saper fare divulgazione da parte, finalmente, di uno specialista italiano – come succede da sempre nei paesi di lingua anglosassone.

Era ora! E pare ovvio consigliare con convinzione la lettura di questo volume direi basilare.

http://www.youtube.com/watch?v=ecsUwx9XT-Y

Indovina chi venne a cena

…io sono un cuoco provetto, ma è solo una copertura: sono Ctesibio l’Alessandrino, un archimagirus per il mondo, uno storico filosofo e scienziato per me stesso, un investigatore per il mio padrone. Ebbene sì, ho un dominus! Il mio dominus  è nato in questa piccola cittadina, lui non è un uomo comune, lui è il Patrono di Augusta Taurinorum, lui è: Caio Gavio Silvano”.

Generoso Urciuoli, archeolo da campo oggi impegnato al Museo di arti Orientali di Torino, ha scritto questo interessante librino – Ed. Sottosopra, Torino 2013, 135 pp. per 14,00 € – diviso in tre parti e alcune appendici.

La prima parte  racconta le vicende di un cuoco (immaginario) allievo di Apicio che organizza una cena nella Torino dei primi anni del II sec. d.C. In verità, è stato incaricato dal suo padrone di investigare su una grossa truffa, e forse un omicidio, che ha come obiettivo il commercio illegale del garumMolto interessante il fatto che gli invitati a questa cena sono personaggi reali, torinesi di quel periodo (i nomi sono stati trovati su stele e monumenti funerari): Quinto Glizio Atilio Agricola, Publio Livio Macro, Publio Metello, Antista Delfide, Tullia Vitrasia… Ctesibio descrive e prepara per i commensali una ventina di ricette tra le 500 che vanta di conoscere: un piccolo viaggio gastronomico nella cucina romana.

La seconda parte è un saggio sulle abitudini gastronomiche di quella che è da considerarsi l’epoca d’oro dell’Impero Romano, sotto Traiano e Adriano.

La terza parte fornisce i dettagli storici ed epigrafici dei personaggi presentati nel racconto.

Il libro include anche un saggio su Apicio, un ricettario e un’appendice lessicale.

Curiosità: c’è anche un piccolo richiamo alla presunta origine egiziana di Torino (1529 a.C., a opera del principe egiziano Eridano o Fedonte: falso storico ideato dal barone Filiberto Pingone, per fornire alibi storici importanti a Emanuele Filiberto). C’è da notare che il toret verde delle fontane di Torino potrebbe rifarsi alla divinità egizia Hapi

Chiaro che ne consiglio con convinzione la lettura agli appassionati di storia di Torino o di enogastronomia.

I geroglifici della cucina

http://www.vincenzoreda.it/la-cucina-egizia/

Ha avuto luogo ieri, 21 gennaio 2013, la prima delle quattro lezioni organizzate da Archeoricette per illustrare i geroglifici della cucina egizia.

Generoso Urciuoli (archeologo “da campo”, oggi impiegato al Mao), Sara Caramello (egittologa che lavora al Museo Egizio di Torino) e Betta Bordone (cuoca, con sua sorella Bianca, del ristorante L’Aula Magna) hanno condotto una lezione, assai interessante e proposta con semplicità e competenza, sui geroglifici che illustrano l’offerta di cibo, incisi sopra una stele funeraria.

Sara Caramello ha svolto la difficile esposizione tecnica dei simboli e della loro interpretazione, Generoso Urcioli ha descritto alcune delle materie prime e delle preparazioni cucinarie degli antichi egizi; infine, Betta Bordone ha realizzato una ricetta – a base di farina, ricotta, burro e miele – di dolcini di cui pare fosse goloso il faraone Ramesse III.

Davvero assai interessante e, soprattutto, una proposta innovativa e condotta con spirito divulgativo ma supportato da competenze di studiosi.

Da incoraggiare e diffondere. Nel link qui sopra si trovano tutti i dettagli per eventuali contatti.

Francesco Colletta

http://www.vincenzoreda.it/residence-mattinatella/

Del mio amico Francesco Colletta, archeologo, subacqueo e speleologolo ho ampiamente già trattato (vedi link qui sopra). Anche quest’anno sono stato con mia moglie suo ospite nel residence Mattinatella di sua proprietà. E, come sempre, siamo stati benissimo in un posto che è sempre eccezionale e in compagnia di una persona colta, sensibile e legata come poche altre alla sua terra.

La novità è rappresentata da fatto che forse ci sono finalmente le condizioni per portare alla luce i resti di una villa romana dei primissimi secoli della nostra era. Francesco la scoprì qualche anno fa da qualche parte sotto gli oliveti della piana pleistocenica di Mattinatella. In un assaggio di scavo ne mise in luce un mosaico notevole. Ricoprì il tutto, segnalando la faccenda alla Soprintendenza locale, in attesa di una ricerca autorizzata che permettesse uno scavo secondo i crismi archeologici più seri.

Ne tratterò al momento opportuno, invocando i buoni auspici del nostro comune Maestro Dauno: il compianto Nicola Silvano Borrelli. Che iddio, o chi per lui, l’abbia in gloria.

Pàntheon

Già il concetto straordinario per cui fu progettato lascia senza fiato: Pàntheon hieròn, il tempio dedicato a tutte le divintà conosciute e sconosciute….

Lo concepì e edificò Marco Vipsanio Agrippa, genero di Augusto, tra il 27 e il 25 a.C. Fu distrutto da un incendio nell’80 d.C. e venne restaurato da Diocleziano. Un altro incendio lo annientò definitivamente nel 110, sotto l’imperatore Traiano. Era un tempio rettangolare situato più o meno sotto l’odierno grande pronao ottastilo e misurava circa 40×20 mt.

Fu il grande Adriano, tra il 117 e il 128 d.C. a commissionare, probabilmente l’architetto era Apollodoro di Damasco, l’edificio come lo si vede oggi.

Non esiste al mondo, secondo la mia personalissima opinione, un edificio con altrettanto fascino, copiato in Italia e nel mondo innumerevoli volte da innumerevoli architetti: ancora oggi è la cupola in muratura (non armata) più grande del mondo….oltretutto, che sta in piedi da quasi due millenni.

L’edificio è inscritto in una sfera di 43,44 mt. di diametro: dunque è tanto alto quanto largo. L’oculum posto al centro della cupola ha un diametro di 8,92 mt. e l’acqua che vi penetra attraverso  viene velocemente smaltita da 22 fori, quasi invisibili, posti ad hoc sul pavimento. La complessa tecnica di costruzione, empirica, è qualcosa che lascia stupefatti.

E’ molto probabile che l’edificio sia ancora in piedi e ben conservato per il fatto (casuale?) che l’imperatore bizantino Foca ne fece dono a Papa Bonifacio IV nel 608 e che questi lo consacrò l’anno successivo a Santa Maria ad Martyres (o della Rotonda, il nome della piazza romana che lo ospita.

Il Pàntheon ospita le spoglie di molti illustri personaggi: Vittorio Emanuele II, Umberto I, la regina Margherita; e ancora, i pittori Raffaello Sanzio, Annibale Carracci e Perin del Vaga; il musicista Arcangelo Corelli e l’architetto Baldassarre Peruzzi.

Sono diversi i milioni (6 o 7) di visitatori che ogni anno visitano questa meraviglia: vorrei sperare che restino come me ogni volta senza fiato.

Il Castello Ducale di Agliè

Oggi famoso soprattutto per essere stato scelto come ambientazione di alcune serie di film per la televisione di un certo successo, questo magnifico Castello è parte del patrimonio piemontese e italiano che viene definito “Residenze Sabaude”. La d.ssa Anna Aimone, storica della Soprintendenza dei Beni Architettonici e Culturali della Regione Piemonte e da poco responsabile della prestigiosa struttura, mi ha guidato in una visita esclusiva al Castello.

La parte più antica di questa struttura risale al XII secolo, ma fu il conte Filippo San Martino, nel 1667, a commissionare all’architetto Amedeo di Castellamonte la realizzazione delle facciate, delle maniche e della chiesa di San Massimo. Nel 1764 il Castello fu acquistato dai Savoia e l’architetto Ignazio Birago di Borgaro fu incaricato di effettuarne un opportuno restauro. Conobbe un periodo di abbandono durante il breve dominio napoleonico, quando fu adibito a edificio pubblico. Nel 1939 lo Stato italiano spese ben 8 milioni per comprare il Castello con il vasto parco annesso e negli anni Ottanta il complesso fu ampiamente restaurato e adibito a museo permanente.

Il 1° luglio di quest’anno è stata inaugurata una mostra dedicata alla prima regina d’Italia, Margherita di Savoia (1851-1926). La mostra si protrarrà fino al 30 ottobre e, pur con qualche pecca dovuta a un allestimento poco accurato, è un’esposizione per cui consigliare la visita: gli ambienti sono presentati con gli arredi originali dell’epoca e alcune sale della residenza sono per davvero di grande interesse, con allestimenti dai particolari di rado fruibili. La regina, che sposò il cugino Umberto I nel 1868, fu sempre assai legata a questo complesso in cui passò molti anni della propria infanzia. Rimasta vedova dopo il regicidio compiuto dall’anarchico Bresci nel 1900, soleva spesse volte ritornare a trascorrere momenti felici in questa dimora. Per certo, ella fu molto popolare tra i suoi sudditi che le testimoniarono una devozione che i Savoia poche altre volte ebbero a provare, di sicuro non lo sfortunato e incapace marito: ma gli esponenti maschi di casa Savoia, salvo qualche assai rara eccezione, non furono mai degni di popolare benevolenza.

Sono rimasto assai colpito dalla bellezza di alcuni esemplari monumentali di piante (magnolie, cedri e sequoie) presenti nel parco, così come delizioso è il giardino all’italiana progettato dal Castellamonte; ma ciò che più mi ha entusiasmato è stata la scoperta di un delizioso teatrino, perfettamente efficiente, presente all’interno del complesso. Ho avuto modo di vedere alcuni fondali originali dipinti e sospesi al graticcio in perfetta efficenza, con il sistema di pulegge e carrucole di legno ancora in ordine: non so quanti teatri in Italia possano vantare una simile conservazione. Per davvero una scoperta (purtroppo non disponibile alla pubblica fruizione) sensazionale.

In ogni caso, consiglio una visita al Castello di Agliè e al suo Borgo, con un consiglio: fermatevi a mangiare nei due ristoranti presenti e chiedete di assaporare il salame alle patate e di bere un buon Erbaluce o un Carema.

101 Storie Maya recensito da Archeo

Finalmente, anche Archeo ha recensito il mio libro sui Maya. Inutile precisare che a questa recensione tengo più che a ogni altra: innanzi tutto perché Archeo è la rivista più autorevole del settore. Poi perché ne sono stato per diversi anni collaboratore. Poi, ma forse prima d’ogni altra considerazione, perché a dirigerla è il mio grande amico Andreas M. Steiner, che la testata fondò molti anni fa.

Oltre alla recensione e alla copertina (numero di Novembre, interessante per uno speciale sul vino, oltre che per le altre faccende che tratta), due immagini prese a Paestum lo scorso anno. Un serio e professionale Andreas che anima l’annuale congresso mondiale della stampa archeologica e poi uno dei nostri soliti incontri serali, soltanto per amici: con Andreas e me, la nostra amica speciale Flavia Marimpietri, archeologa prima che giornalista televisiva (Rai 1).

XV BMTA a Paestum

La Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico si conferma anche nel 2012 un evento internazionale unico nel suo genere: sede del più grande Salone espositivo al mondo del patrimonio archeologico e della prima mostra internazionale di tecnologie interattive e virtuali; luogo di approfondimento e divulgazione di temi dedicati al turismo e ai beni culturali oltre che occasione di incontro per gli addetti ai lavori, per gli operatori, per i viaggiatori, per gli appassionati.

Un format di successo testimoniato dalle prestigiose collaborazioni di organismi internazionali quali UNESCO, OMT e ICCROM oltre che da 8.000 visitatori, 180 espositori di cui 30 Paesi esteri, 50 tra conferenze e incontri, 300 relatori, 350 operatori dell’offerta, 150 giornalisti.

Nel sottolineare sempre più l’importanza che il patrimonio culturale riveste come fattore di dialogo interculturale, d’integrazione sociale e di sviluppo economico, ogni anno la Borsa promuove la cooperazione tra i popoli attraverso la partecipazione e lo scambio di esperienze: dopo Egitto, Marocco, Tunisia, Siria, Francia, Algeria, Grecia, Libia, Perù, Portogallo, Cambogia e Turchia, ospite ufficiale nel 2012 è l’Armenia.

Dieci le sezioni speciali, dai filmati e documentari volti a svelare i misteri delle civiltà del passato nell’ambito di ArcheoFilm ai più innovativi e coinvolgenti progetti multimediali e di realtà virtuale applicati all’archeologia nella mostra ArcheoVirtual, dagli Incontri con i Protagonisti delle scoperte archeologiche dell’anno alle tecniche utilizzate nell’antichità per costruire i manufatti di uso quotidiano nei Laboratori di Archeologia Sperimentale, dalle presentazioni di progetti negli ArcheoIncontri al Premio Paestum Archeologia assegnato a coloro che contribuiscono alla valorizzazione del patrimonio culturale e ad ArcheoLavoro orientamento ai Corsi di Laurea e Master in Archeologia, alle figure professionali e alle competenze emergenti.

Il Workshop Enit con 70 buyers esteri, provenienti da 12 Paesi, determina efficaci opportunità di business per gli operatori turistici dell’offerta.

Istituzioni, Paesi Esteri, Regioni, Province, Comuni, Organizzazioni di Categoria, Associazioni Professionali e Culturali, Aziende e Consorzi Turistici, Società di Servizi, Case Editrici saranno presenti a Paestum dal 15 al 18 novembre, per vivere da protagonisti quattro giorni straordinari in occasione della XV edizione.

www.borsaturismo.com

 

Stonehenge

Una ventina di anni or sono (non ricordo se era il 1991 o il ’92), dovendo andare in Galles per lavoro, atterrammo a Londra e poi affittammo un’auto (era una Wolksvagen Polo) per recarci a destinazione. Ero con quel maiale di Walter Cecchetto.

Al ritorno dormimmo a Bath e visitammo, nel Wiltshire, il celebre sito preistorico (3.100/1.600 a.C., secondo le datazioni con il metodo del C14). Tra l’altro, il nome significa “Pietra sospesa”: da stone (pietra) e henge (sollevata, da hang).

Era primavera, faceva un freddo cane e tirava un vento di tramontana di quelli che frequentano spesse volte quelle lande dolcemente verdi e ondulate.

Fu una delusione. Non percepii alcuna sensazione particolare, non ebbi particolari emozioni e i grandi massi di gres (pesanti tra le 20 e le 200 tonnellate) sono assai più piccoli di quanto appaiono nella sterminata iconografia.

Queste sono immagini tratte da diapositive scannerizzate: purtoppo, la qualità originale (usavo una Nikon F2A, con obiettivi Nikkor e pellicole Kodak Ektachrome) è quasi completamente perduta.