Archive for the ‘ARCHEOLOGIA E STORIA’ Category
Antigua
Fu Pedro de Alvarado –  soprannominato Tonatiuh (Sole in lingua nahua) dagli indigeni – conquistatore del Guatemala, a fondare Antigua Guatemala (per la seconda volta, dopo un primo disastro nel 1527). Questa, l’11 settembre 1541, venne di nuovo distrutta da una tremenda valanga di acqua e fango precipitata dal sovrastante vulcano Agua. Nel 1543 venne rifondata“ La muy Noble y muy Leal Ciudad de Santiago de los Caballeros de Goathemala”, capitale fino al 29 luglio 1773, anno in cui fu devastata da un terremoto che la rase al suolo. La città però non fu mai abbandonata e dal 1830 riprese a crescere lentamente. Oggi La Antigua Guatemala è uno dei luoghi più affascinanti del mondo, dal 1979 Patrimonio dell’Umanità per l’UNESCO.
Mi sono fermato in questa città qualche giorno nel mio viaggio in Guatemala alla fine del 2008: posso affermare senza tema di smentite che Antigua è uno dei più bei posti in cui mi sia capitato di stare. Semplicemente, indescrivibile. Un luogo di colori di profumi di suoni di sapori credo come pochi altri al mondo. Di seguito pubblico alcune fotografie riprese allora, soprattutto del mercato. Rendono in piccola parte il fascino di questo posto meraviglioso più volte devastato da terremoti ed eruzioni vulcaniche.
Me in Guatemala in October 2008

Ero un po’ sovrappeso, ma allora la faccenda importante era carpe diem o size the time, sforzandomi di sopravvivere. Quel viaggio indimenticabile mi ha aiutato, insieme con gli dei Maya.

Sui Maya

 

Aré u xe oher tzih varal Quiché u bi (Questo è il principio delle antiche storie di questo luogo chiamato Quiché)….”

Così comincia il Popol Vuh ( Popol Wuj, nella più moderna trascrizione), quella che si definisce “Bibbia Maya”: il libro sacro dei Maya Quiché, trascritto da  Padre fra Francisco Ximénez, dell’Ordine dei  Domenicani, nei primi anni del Settecento e basato su un testo redatto da un indigeno con grafia occidentale, probabilmente intorno al 1550 nei dintorni di Chichicastenango, Guatemala. (continua…)

Pacal il Grande

http://www.vincenzoreda.it/101-storie-maya-che-dovresti-conoscere-a-prescindere-dalla-bufala-della-fine-del-mondo/

La lastra che ricopre il sarcofago di Pacal («scudo») il Grande è un monolito di 220×380 cm., pesa 5 tonnellate ed è interamente scolpito in bassorilievo.

Fu scoperta nel 1952 da Alberto Ruz Lhuillier, archeologo messicano di origini francesi, che non sapeva ancora chi fosse il sovrano di Palenque (nome spagnolo che significa «palizzata») che giaceva, coperto da una splendida maschera di giada, nel sarcofago sottostante, all’interno del Tempio delle Iscrizioni.

Occorsero decine di anni per decifrare le iscrizioni che narravano le gesta di questo grande personaggio nato nel 603 d.C. e morto a 80 anni, dopo 68 anni di regno.

Le immagini incise mostrano la complessa cosmogonia maya che simboleggia il passaggio dalla vita alla morte. Chissà cosa avrebbe pensato Pacal se avesse potuto prevedere che gli uomini del XX secolo ne avrebbero fatto l’archetipo di un astronauta: forse gli sarebbe piaciuto. In fondo, i Maya vivevano quasi in simbiosi con il cielo stellato e nei misteri delle luci del cosmo erano certi di decifrare precisi messaggi che gli dèi inviavano loro. Dèi crudeli che i sacrifici li richiedevano innanzi tutto agli uomini di rango più elevato. Erano, infatti, sovrani, dignitari e sacerdoti che si pungevano la lingua e il pene per offrire il loro sangue prezioso alle crudeli divinità. Presso i Maya i sacrifici si richiedevano innanzitutto ai potenti, forse consapevoli che i più umili e i più deboli i sacrifici già li compivano ogni giorno….

 

 

Costruirono i primi templi – 7000 anni prima delle Piramidi di Klaus Schmidt

Questo volume pregevole, pubblicato nel 2011 dalla neonata – ma di grande valore e con una mission di elevato profilo – Oltre Edizioni di Sestri Levante, diventerà un testo fondamentale nella storia che indaga il percorso che ha portato la nostra razza ad abbandonare il nomadismo dello stadio cacciatori-raccoglitori per guadagnare la sedentarietà dei primi villaggi e la scoperta di agricoltura e allevamento. Il libro fu pubblicato in Germania nel 2007 con titolo originale Sie bauten die estern Tempel. Ho già trattato in questo mio sito di Klaus Schmidt e delle sue campagne archeologiche a Göbekli Tepe, nell’estremo sud-est (quasi al confine con la Siria) della Turchia. Con quest’opera il grande archeologo tedesco, oltre a descrivere con particolareggiata cura le attività e i reperti delle campagne di scavo cominciate nel 1994, e tuttora in corso, traccia un panorama esaustivo di quelle che sono le attuali conoscenze in materia, con una pregevole analisi di tutti i più importanti siti di epoca neolitica pre-ceramica e ceramica (da  Çatal Hüyük a Nevali ÇoriGerico, ecc…). Occorre precisare che Göbekli Tepe rappresenta un ribaltamento copernicano rispetto alle conoscenze che l’archeologo australiano naturalizzato inglese Vere Gordon Childe aveva codificato fin dagli anni Venti del secolo scorso. Si dava per scontato che l’uomo divenne sedentario e cominciò a costruire dopo le scoperte di agricoltura e allevamento: le produzioni in eccesso di queste attività permettevano di sgravare dalla ricerca del cibo alcune categorie di persone che potevano dedicarsi alla religione, all’organizzazione sociale, alla costruzione di edifici, alla guerra. Ora scopriamo che 2000 anni prima di Gerico e prima di quelle scoperte fondamentali, centinaia e centinaia di individui, ancora allo stadio di cacciatori-racciglitori, erano impegnati nella costruzione di un’immenso sito monumentale che possiede tutti i caratteri del luogo di culto. Dunque pare che sia stata la religione a costituire la molla per arrivare alla sedentarietà e all’agricoltura e non viceversa…La questione è tuttora aperta e Klaus Schmidt non è certo un ricercatore che si impantana in teorie che non siano suffragate con evidenza certa dai reperti sul campo…In ogni caso: è questa una lettura per appassionati e specialisti che consiglio con particolare calore.

Costruirono i primi templi, Klaus Schmidt – Oltre Edizioni, 271 pp. 24,50 €

http://edizioni.oltre.it/

Gonzalo Guerrero, lo spagnolo che si fece maya e per i Maya morì

http://www.vincenzoreda.it/101-storie-maya-che-dovresti-conoscere-a-prescindere-dalla-bufala-della-fine-del-mondo/

Lo scritto qui di seguito è un vecchio articolo: sul mio ultimo libro c’è un capitolo assai più documentato e approfondito, si intitola: “L’archibugiere rinnegato“, è la storia n. 32.

“Tutto quel che possiedo come documentazione diretta della vicenda di Gonzalo Guerrero è riportato fedelmente nel capitolo precedente.

Se io fossi uno scrittore, se poi fossi  anche uno scrittore di successo, potrei scrivere uno di quei magnifici romanzi, più o meno, storici sulla vicenda; non so se dire purtroppo: non solo non sono uno scrittore, ma meno che mai potrei ardire al successo. Dunque, niente romanzo storico.

Gonzalo me lo figuro uno dei tanti marinai di Palos e dintorni, un po’ affascinati dai racconti di quelli che tornavano da occidente, un po’ perché quello era il loro mestiere e forse perché le diarie più invitanti erano offerte da quei capitani e hidalgos che salpavano alla volta delle ricchezze e della gloria, verso le Indie occidentali.

Probabilmente Gonzalo era un popolano molto realista e pragmatico, ma con qualche caratteristica bizzarra: da Cabeza de Vaca a Hans Staden (si leggano sia le avventure di Cabeza, sia “La mia prigionia fra i cannibali-1553/1555″ del tedesco), non pochi europei ebbero la ventura di passare periodi di tempo più o meno lunghi tra le popolazioni americane, eppure nessuno, almeno per quanto è dato sapere (io sono certo che nelle pieghe del passato si nasconde qualche altra storia analoga a quella di Gonzalo), ebbe l’ardire di dimenticare prima, rifiutare poi, infine combattere e morire contro il proprio popolo.

E’ lecito pensare che sulle prime il buon marinaio abbia agito più pensando a salvare la pelle che a altro; più oltre avrà pensato che su quella terra sconosciuta, tra quella gente che usava cucinare i nemici, occorresse adattarsi, perché chissà tra quanto tempo gli spagnoli, ammesso che ci fossero riusciti, sarebbero arrivati fin lì.

E poi egli non era un prete come Aguilar, dunque se qualcuno gli chiedeva qualcosa che  sapesse fare e se da ciò ne fosse venuto un qualsiasi favore, ebbene non c’era proprio ragione di rifiutare.

Io credo che di favore in favore, Gonzalo abbia cominciato a non star troppo male e gli alieni personaggi intorno a lui a scoprire che quell’essere estraneo di cose utili ne conosceva parecchie: che meritasse la pena  non trattarlo male; anzi, era conveniente cercare di farlo star bene, ché c’era forse da trarne buon utile.

Eppoi gli anni passano: vince il quotidiano se uno è un marinaio senza patria e attaccato più alle cose di questa terra che alle favole dei preti.

Volevano che si tatuasse, va bene: in fondo che male c’era a tatuarsi come loro! Tutti i marinai erano tatuati.

Quella vita dopotutto dovette cominciare a piacergli: i frutti tropicali, le tortillas, qualche gallina ogni tanto, un bel clima, la gente in fondo pulita e gentile; c’era, a volte ma non troppo spesso, da sopportare qualche disgusto come i sacrifici e l’odioso costume del cannibalismo rituale, ma tra i maya tutto ciò era assai meno frequente che tra i mèxica.

Forse la cosa che dovette inizialmente recargli maggior fastidio dovette essere l’ossessione maya per l’autosacrificio rituale, ma anche quella col tempo fu assimilata.

E poi venne il premio più grande di tutti: una donna, una donna maya, dolce, fedele, sottomessa, gentile, pulita e devota!

E i figli: il marinaio aveva finalmente trovato la sua patria e per quella sarebbe morto!

Ridicolo Aguilar che viene a proporgli di tornare tra gli spagnoli a fare dopo tutto lo schiavo di un padrone inflessibile che gli avrebbe solo riservato lunghe marce, fame, massacri, sporcizia di corpo e d’animo in cambio di qualche soldo.

Meglio i maya, molto meglio i maya.

E così Gonzalo sceglie, ma aveva già scelto da anni, forse da subito: semplicemente, non sollevando lo scudo dell’ostilità e della diffidenza verso il diverso, cercando di adattarsi e di capire senza nessun pregiudizio, qualità che solo un uomo semplice, dotato di sano buonsenso popolare, può, meglio d’altri, possedere: egli comunque non ha nulla da perdere.

Nel 1511 avrà avuto tra i venti e i trenta anni e probabilmente niente d’importante da ricordare in Spagna, forse neanche i genitori.

Arrivano i compatrioti, ma è tardi, ormai, per Gonzalo.

Ho ragione di crederlo impegnato in tutta la regione dello Yucatàn, che pure è molto estesa, tra il 1517 e il 1536, quando viene ucciso, a combattere, direttamente o indirettamente, contro gli spagnoli: certamente non dev’essere casuale che i Maya riuscirono a resistere quasi vent’anni alla conquista.

Ci dev’essere stata parecchia dell’opera del buonsenso, e della tradizione occidentale millenaria della guerra,  del Guerrero Gonzalo in molte tra le sconfitte degli spagnoli.”

I Maya continuarono a rivoltarsi fino a questo secolo contro gli spagnoli prima, contro il potere creolo poi: figure come Lempira, Tecùn Umàn e Canek sono esempi che oggi i Maya  hanno in  considerazione al pari di eroi, ma nessuno ricorda Gonzalo Guerrero.

Forse perché tutto sommato è un rinnegato, come la Malinche; forse perché comunque uno spagnolo venuto, anche se più o meno suo malgrado, a ficcare il naso in faccende non sue: io trovo profondamente e storicamente ingiusto tutto ciò, a maggior ragione da parte di un popolo che è oggi il risultato, e non si può discutere se la storia sia giusta o sbagliata, dell’unione, violenta quanto si vuole, ma pur sempre unione, di due culture.

I tre figlioletti di cui parla Bernal Dìaz sono i primi meticci di cui conosciamo con certezza l’esistenza, e sono meticci frutto d’amore, non di violenza: qualcuno oggi nello Yucatàn porta per certo un po’ di sangue di Gonzalo; allo stesso modo, qualche traccia del rude Droctulft sarà rimasta nei secoli nei dintorni di Ravenna.

La fine del mondo, 21 dicembre 2012: una vera bufala!

Qui a fianco la fotografia, che ho ripreso nell’ottobre del 2008 nel sito archeologico maya di Quiriguà (Guatemala): è la stele C che riporta la data del Computo Lungo 13.0.0.0.0. Sono i primi 5 glifi in alto a sinistra: si possono distinguere i 3 punti e le due linee che indicano il numero 13 nella simbologia matematica dei maya classici (il punto indica l’unità e la linea il numero 5) nel primo glifo in alto a sinistra e poi a seguire i 4 glifi “a testa” che indicano lo zero. Questa data di Computo Lungo è seguita dalle due date degli altri due calendari maya (date che si riferiscono al Computo Breve), tzolkin e haab: il giorno Ahau del 4° mese (calendario rituale) e l’8° giorno del mese Cumkù (calendario astronomico), il prossimo periodo, lungo 13 baktun, finirà il giorno Ahau del 4° dei 13 mesi del calendario sacro tzolkin e il 3° giorno del mese Kankìn  del calendario astronomico haab.

Secondo la correlazione del prof. Thompson, quella accettata dalla maggior parte degli studiosi (per alcuni c’è una differenza in più di 2 giorni), tale data maya corrisponde al 21 dicembre 2012 del nostro calendario. Sono esattamente 1.872.000 giorni dopo l’inizio dell’era attuale, l’11 agosto 3114 a. C., data maya: o.o.o.o.o 4Ahau 8Cumku. Le cifre riportate nel Computo lungo si riferiscono a Baktun (periodo di 400 anni di 360 giorni, ossia 144.000 giorni), Katun (periodo di 20 anni di 360 giorni, ossia 7.200 giorni), Tun (anno di 360 giorni), Uinal (mese di 18 giorni) e Kin (giorno). La data della fine della conclusione del ciclo attuale è indicata da 13 baktun (144.000 giorni per 13 dà appunto 1.872.000 giorni che sono 5.125,37 anni) dopo la data iniziale indicata da 5 zeri (0 baktun, 0 katun, 0 tun, 0 uinal, 0 kin).

Siccome saremo bombardati da un mare di scempiaggini e inesattezze su questa faccenda (che è questione, come si può comprendere facilmente, molto complicata) nell’immediato futuro, il prossimo 10 luglio parteciperò a una conferenza sul tema della fine del mondo insieme al dr. Giorgio Diaferia e altri relatori a Torino, nell’area conferenze contigua al Mazda Palace. A breve altri aggiornamenti in proposito.

XIV BMTA Paestum: Turchia nazione ospite

Quest’anno la Borsa di Paestum ha ospitato la Turchia. Dei valori paesaggistici, storici, archeologici e culturali di questo giovane paese, nato dopo la Grande Guerra in seguito al dissolvimento dell’Impero Ottomano, già si sapeva. Ma siamo stati piacevolmente sorpresi dalle sue offerte enogastronomiche. Proprio non male un vino bianco:  Côtes D’Avanos 2009. E’ un uvaggio di Narince e Chardonnay (70-30%), 15% vol. che appena si percepiscono con sentori al naso e al palato di resina e di spezie. Assai lungo. La retro-etichetta è addirittura commovente, c’è scritto tutto: produzione di 13.251 bottiglie, rese di 30 ql/ha, altitudine delle vigne di 950 mslm (!!), denominazione Cappadocia Kavaklidere, uso di barrique. Vino per davvero sorprendente, purtroppo ce n’era una sola bottiglia per tavolo e siamo dovuti poi passare a una squallida Falanghina Beneventana che non riportava in etichetta nemmeno il millesimo! Per curiosità, Narince significa «fine», l’uva è autoctona e considerata il meglio che l’enologia turca può offrire. Uve per vini rossi (non si dimentichi che il vino ha origini più o meno da queste parti, Georgia permettendo) sono: Okuzgozu, Kalecic Karasi (karasi significa nero: nero di Kalecik), Papazkarasi, Adakarasi (nero dell’isola). Altre uve bianche  Miskat (da noi chiamato Moscato), Emir, Sultanye. M’è venuta voglia di conoscere il vino turco, magari con un bel viaggio in Cappadocia con visite ai siti archeologici dove nacque, per primo al mondo (10.000 a.C. circa), il concetto di villaggio.

Paestum 2011 gli amici

A Paestum, fuori dell’ufficialità, ci si diverte sempre. Soprattutto, si ritrovano vecchi amici di quelli veri che, seppur vedi di rado, è come se ci si fosse lasciati il giorno prima. Tra questi, quelli che mi stanno più a cuore sono Andreas Steiner (direttore storico di Archeo e Medioevo), Flavia Maripietri (archeologa, ma oggi giornalista di Rai 1) e Enzo Brilli, rappresentante del turismo del Guatemala in Italia.

 

Quiriguà, dove il tempo è pietra

Ho preso queste fotografie nell’ottobre del 2008, durante il mio magnifico viaggio archeologico in Guatemala. Quiriguà è il sito maya che possiede più stele: sono tutte monumenti di pietra dedicati al tempo. In quel sito maya c’è anche la famosa stele C, quella su cui è impressa la data del 21 dicembre 2012: la fine di un’era, l’inizio di un’altro segmento di tempo circolare che durerà ancora 5125,37 anni…

XIV BMTA Paestum 17/20 novembre 2012, Programma

www.borsaturismo.com

http://leaderonline.it/upload/news/programmaWeb.pdf

 

 

 

 

 

Restituire la memoria, gli atti finalmente pubblicati da Giunti

Sono molto orgoglioso del fatto che in questa splendida pubblicazione dell’editore Giunti di Firenze, in un contesto di interventi di grandi accademici internazionali, compaia un mio scritto: «In viaggio tra i Maya». Già tutto il convegno, di cui ho curato l’intera organizzazione – in collaborazione con la D.ssa Maria Cristina Ronc e lo staff di Archeologia Viva – era stato un vero successo.

La pubblicazione, per davvero splendida, rimane come testimonianza di un lavoro eccellente sotto tutti i punti di vista. Mi è doveroso ringraziare l’assessore alla Cultura della Regione Valle d’Aosta, Laurent Vierin; Maria Cristina Ronc, direttrice del Museo Regionale di Archeologia; Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva; e, ultimo ma soltanto in ordine di elencazione, Enzo Brilli e tutta l’INGUAT (e la guida, l’epigrafista maya Antonio Cuxil) per il mio indimenticabile viaggio nelle foreste e sugli altipiani del Guatemala.

Matyox Yalan (grazie)

 

Il Castello Ducale di Agliè

Oggi famoso soprattutto per essere stato scelto come ambientazione di alcune serie di film per la televisione di un certo successo, questo magnifico Castello è parte del patrimonio piemontese e italiano che viene definito “Residenze Sabaude”. La d.ssa Anna Aimone, storica della Soprintendenza dei Beni Architettonici e Culturali della Regione Piemonte e da poco responsabile della prestigiosa struttura, mi ha guidato in una visita esclusiva al Castello.

La parte più antica di questa struttura risale al XII secolo, ma fu il conte Filippo San Martino, nel 1667, a commissionare all’architetto Amedeo di Castellamonte la realizzazione delle facciate, delle maniche e della chiesa di San Massimo. Nel 1764 il Castello fu acquistato dai Savoia e l’architetto Ignazio Birago di Borgaro fu incaricato di effettuarne un opportuno restauro. Conobbe un periodo di abbandono durante il breve dominio napoleonico, quando fu adibito a edificio pubblico. Nel 1939 lo Stato italiano spese ben 8 milioni per comprare il Castello con il vasto parco annesso e negli anni Ottanta il complesso fu ampiamente restaurato e adibito a museo permanente.

Il 1° luglio di quest’anno è stata inaugurata una mostra dedicata alla prima regina d’Italia, Margherita di Savoia (1851-1926). La mostra si protrarrà fino al 30 ottobre e, pur con qualche pecca dovuta a un allestimento poco accurato, è un’esposizione per cui consigliare la visita: gli ambienti sono presentati con gli arredi originali dell’epoca e alcune sale della residenza sono per davvero di grande interesse, con allestimenti dai particolari di rado fruibili. La regina, che sposò il cugino Umberto I nel 1868, fu sempre assai legata a questo complesso in cui passò molti anni della propria infanzia. Rimasta vedova dopo il regicidio compiuto dall’anarchico Bresci nel 1900, soleva spesse volte ritornare a trascorrere momenti felici in questa dimora. Per certo, ella fu molto popolare tra i suoi sudditi che le testimoniarono una devozione che i Savoia poche altre volte ebbero a provare, di sicuro non lo sfortunato e incapace marito: ma gli esponenti maschi di casa Savoia, salvo qualche assai rara eccezione, non furono mai degni di popolare benevolenza.

Sono rimasto assai colpito dalla bellezza di alcuni esemplari monumentali di piante (magnolie, cedri e sequoie) presenti nel parco, così come delizioso è il giardino all’italiana progettato dal Castellamonte; ma ciò che più mi ha entusiasmato è stata la scoperta di un delizioso teatrino, perfettamente efficiente, presente all’interno del complesso. Ho avuto modo di vedere alcuni fondali originali dipinti e sospesi al graticcio in perfetta efficenza, con il sistema di pulegge e carrucole di legno ancora in ordine: non so quanti teatri in Italia possano vantare una simile conservazione. Per davvero una scoperta (purtroppo non disponibile alla pubblica fruizione) sensazionale.

In ogni caso, consiglio una visita al Castello di Agliè e al suo Borgo, con un consiglio: fermatevi a mangiare nei due ristoranti presenti e chiedete di assaporare il salame alle patate e di bere un buon Erbaluce o un Carema.

GÖBEKLI TEPE

Göbekli Tepe significa «la collina con la pancia», è un sito archeologico posto nella Turchia meridionale, quasi al confine con la Siria. E’ un luogo desolato in cui alla fine degli anni Novanta l’archeologo tedesco Klaus Schimdt cominciò i suoi scavi. Oggi sappiamo che i resti monumentali di una struttura, che era probabilmente un luogo di culto, risalgono al 10.000 avanti Cristo! Questo significa che una o più comunità di cacciatori-raccoglitori avevano già sviluppato la capacità di creare un surplus di risorse che permettesse a molti uomini di dedicarsi alla costruzione di una struttura monumentale senza l’assillo di dover provvedere alla quotidiana lotta per la sopravvivenza! Una rivoluzione copernicana per quanto riguarda l’evoluzione umana. Fino a oggi si era sempre creduto (le famose teorie di Vere Gordon Childe) che la capacità dell’uomo di riunirsi in comunità stanziali e di riuscire a organizzare del tempo libero da dedicare alla religione, all’arte, all’organizzazione sociale fosse dovuta alla scoperta di agricoltura e allevamento e si parla di almeno due millenni più tardi: Gerico I. Le immagini qui sotto sono state prese il 15 novembre del 2008 alla BMTA di Paestum, quando ho avuto modo di conoscere Klaus Schimdt, intervistato dal mio amico Andreas Steiner, direttore della rivista Archeo, con la quale collaboravo. Allora soltanto pochi specialisti conoscevano Göbekli Tepe. In quell’occasione Ugo Picarelli, straordinario direttore della BMTA, consegnò un premio all’archeologo tedesco, come riconoscimento alle sue ricerche. Oggi, finalmente, questa scoperta viene divulgata in maniera più ampia (Focus Storia, La Stampa, ecc.).

 

XIII BMTA Paestum 2010

Paese ospite della 13° edizione della BMTA di Paestum, la Cambogia. Alcune immagini della cena di gala in omaggio di questo Paese che possiede uno dei gioielli più belli dell’universo dell’archeologia: i templi di Angkor.

Danze cambogiane a Paestum

Mi sembra giusto dare un po’ di spazio a alcune ulteriori immagini dello spettacolo che la delegazione cambogiana ha tenuto venerdì 19 novembre 2010 all’Ariston di Paestum (Capaccio), durante la cena di gala, in occasione della XIII BMTA – manifestazione che vedeva appunto la splendida e travagliata Cambogia dei Khmer partecipare come paese ospite. Le donne cambogiane sono per davvero molto belle e le loro danze, lentissime e dai movimenti fluidi, hanno un colore di magia e di fascino orientale come poco altro mi sia stato concesso di vedere.

Paestum by night

Paestum di notte è sempre uno spettacolo indescrivibile. Dopo una giornata di pioggia e con un cielo bellissimo, arrivarci con amici – dopo aver mangiato e bevuto come si deve – è sempre rito magico, faccenda beneaugurante, cerimonia propiziatoria.

Quipu, Laura Laurencich Minelli

Qui sotto alcune immagini riprese il 14 giugno del 2007 durante la Festa dell’Archeologia di Rimini. E’ la conferenza della Prof.ssa Laura Laurencich Minelli che illustra le ultime scoperte circa l’interpretazione dei quipu incaici. I due quipu sono del museo archeologico di Rimini, e risalgono al periodo Inca, 1450/1534.

Valerio Massimo Manfredi apre il nostro convegno internazionale di Aosta

L’apertura dei lavori nella sala del Palazzo della Regione Valle d’Aosta.

Il saluto di S. E. Alfredo Trinidad Velásquez, Embajador de Guatemala

Distinguidos Profesores y Participantes a la Conferencia “Restituire la Memoria”

En nombre del Gobierno de Guatemala agradezco al Dott Vincenzo Reda y al Asesorado para la Cultura de la Región Valle D’Aosta por la invitación a participar a esta interesante Conferencia. Lamentablemente compromisos impostergables, del último momento, no me han permitido asistir a este  evento que cuenta con  la participación, de ilustres profesores. Entre ellos, el insigne Dr. Oswaldo Chinchilla Mazariegos, Curador del Museo Popol Wuj e ilustre  Profesor de la Universidad de San Carlos de Guatemala, que a lo largo de su carrera académica ha publicado libros y ensayos que son conocidos internacionalmente.

Como todos Ustedes saben el calendario sagrado de los mayas es de 20 días, llamado  Tzolkin, y se fundamenta en el cuerpo humano, o sea en los diez dedos de las manos y en los diez dedos de los pies. Estos 20 días forman una ley que controla la vida del ser humano, desde su concepción hasta la muerte.

En los 20 días del Calendario Sagrado de los mayas están expresadas todas las fuerzas básicas de la creación y destrucción, de lo positivo y negativo, de lo bueno y malo, la dualidad que existe en el mundo, en la sociedad, en la familia y en el corazón del ser humano.

De la conjugación de tales fuerzas en las vidas individuales depende el curso de la existencia y del destino. Es importante saber que todo lo que uno hace repercute de una manera a uno mismo, a la familia y a la comunidad.

El Nahual es el Espíritu o la Energía, la fuerza que anima cada uno de los dias del calendario Tzolkin  usualmente está relacionado con un animal regente, con el espíritu del animal que rige cada signo.

En la Cosmovisiòn maya el dia de hoy. 4 de junio,  està representado por el glifo de TOJ que significa Tojil o la deidad del Sol. Toj es el fuego del espíritu del Ajaw, el Ajaw significa Gran Padre.

Hoy es el dia de la  nivelación con la justicia, la vida y la esperanza. Hoy es el dia para agradecer por todo lo que uno ha recibido en la vida y para liberarnos de lo negativo.

Distinguidos Profesores y Participantes, les deseo que esta Conferencia obtenga el éxito merecido.

Saludos cordiales,

Alfredo Trinidad Velásquez

Embajador de Guatemala

Laura Laurencich Minelli: LA MEMORIA DELL’ IMPERO DEGLI INCA APPESA AD UN FILO

Con malcelato orgoglio, ho ricevuto il permesso di pubblicare sul mio sito un estratto dell’intervento, nel recente convegno di Aosta – Restituire la memoria – della Prof.ssa Laura Laurencich Minelli: si tratta delle sconvolgenti novità che riguardano la conquista del Perù, legate alla scoperta di documenti redatti nel ‘600 dal gesuita Blas Valera.

(Lo scritto della Prof.ssa Laurencich sarà pubblicato nella versione completa sul volume “Restituire la memoria” che Giunti Editore pubblicherà in autunno a cura di Piero Pruneti e che costituirà la raccolta degli atti del convegno di Aosta).

Laura Laurencich Minelli (Università di Bologna): LA MEMORIA DELL’ IMPERO DEGLI INCA APPESA AD UN FILO

“Il recente ritrovamento di due documenti gesuitici del primo ‘600, Exsul Immeritus Blas Valera populo suo del gesuita meticcio Blas Valera e Historia et Rudimenta linguae Piruanorum, dei gesuiti italiani Anello Oliva e Antonio Cumis ci sta restituendo il filo della memoria sia dell’ Impero degli Inca, distrutto dalla conquista iniziata dagli spagnoli nel 1532 al comando di Francisco Pizarro, sia della vita e degli scritti del  cronista meticcio detto il gesuita fantasma perché di lui si conosceva l’ esistenza ma le  cui  opere erano inspiegabilmente sparite.

La nuova scoperta rivela fatti inauditi circa l’ impegno che ebbe il gesuita meticcio assieme ai due gesuiti italiani nel contestare la conquista del Perù e  la distruzione dei nativi e, come conseguenza, nel tentare di creare in seno alla colonia spagnola,  uno stato neo-inca ma cristiano: il che spiega la ragione che avrebbe portato alla distruzione degli scritti di Blas Valera.  Infatti  i due nuovi documenti narrano che il P. generale Acquaviva avrebbe imposto al P. meticcio Blas Valera o di uscire dall’ Ordine o l’ esilio in modo da tappargli la bocca dato che aveva creato seri problemi alla Compagnia presso l’ Inquisizione con il suo aperto indigenismo e con le sue dichiarazioni che la conquista era nulla dato che era stata realizzata con l’ inganno del vino avvelenato propinato da Pizarro allo stato maggiore dell’ Inca Atahualpa[i]: ciò sulla base della Relazione di denuncia  che lo stesso conquistador Francisco de Chaves aveva scritto al Re nel 1533 ma, pur bloccata dalla censura di Pizarro, era rimasta nelle mani prima dello zio di P. Blas, il conquistador Luis Valera che l’ avrebbe passata quindi al nipote che, nonostante le  traversie subite, l’allega al manoscritto  Exsul Immeritus [ii].  Entrambi i documenti riferiscono inoltre che P. Blas non solo non aveva accettato di abbandonare la veste ma, pur dall’ esilio in terra di Spagna, continuava ancora a parlare: pertanto, nel 1597, il Padre Generale Acquaviva  gli impose morte fittizia in modo da tappargli definitivamente la bocca. Fatto ancor più inaudito è che i due documenti rivelino che il P. Valera, dopo la sua finta morte e grazie alla complicità di alcuni gesuiti, fra cui l’ italiano P. Vitelleschi, nel 1598 avrebbe raggiunto nuovamente il Perù dove, aiutato da un gruppetto di confratelli e dalla mano del meticcio F. Gonzalo Ruiz in qualità di scriba e disegnatore, avrebbero composto una sorta di lunga lettera illustrata al Re di Spagna in cui lamenta la distruzione anche culturale che aveva subito il mondo indigeno a causa della conquista e gli propone la costituzione, all’ interno del Viceregno del Perù, di uno stato neo-inca ma cristiano. Lettera che si intitola Nueva Coronica y Buen Gobierno,  in cui Blas Valera, dato che era ufficialmente morto, cioè bandito dal mondo, si nasconde dietro al nome dell’ indio Guaman Poma de Ayala che vi funge anche da informatore principale[iii]. Fatti che oggi sarebbero ritenuti già correnti se Exsul Immeritus e Historia et Rudimenta avessero visto la luce prima del 1937 quando la Nueva Coronica venne pubblicata e il suo contenuto acquisito dagli studiosi ma che hanno creato un certo qual sconcerto essendo stati dati alle stampe  settantanni dopo, cioè nel 2007[iv].

Allo stesso tempo i due nuovi documenti e in particolare Exsul Immeritus che è un documento biculturale scritto in latino per il mondo colto europeo e in quechua ma con fili e tessuti per i discendenti degli Inca, scoperchia la pentola di come funzionava il sistema di scrittura per mezzo di fili e di  cordicelle annodate dette quipu che rendeva  coeso l’ Impero degli Inca.

L’ impero degli Inca detto del Tahuantinsuyu (che significa “dei quattro cantoni”) (Fig.1), è l’ ultimo degli imperi precolombiani, cioè appartenenti all’ evo antico, costretto al duro contatto  con il mondo moderno dalla conquista (1532-1534). Era un vasto impero teocratico  governato dall’ Inca, il Sole il terra, di cui i conquistatori prima e i cronisti poi narrano che non possedeva la scrittura pur rimanendo sorpresi come usasse  delle cordicelle annodate pendenti da una corda più grossa, detto quipu.

E’ un impero teocratico e ambientalista allo stesso tempo in cui l’ ambiente stesso dai grandi contrasti esprime il dualismo tra l’ Alto e il Basso che ne caratterizza la filosofia e la religione: le Ande innevate apparentemente più vicine al sole sarebbero l’ Alto ma anche il Sole stesso  le  stelle mentre il deserto costiero e nebbioso sarebbe il Basso  ma anche la Terra, Pachamama. Fig.2. Su questo ambiente  gli Andini sono sempre intervenuti con estrema delicatezza ordinandolo secondo le principali figure della loro geometria derivate dal quadrato= terra ordinata dall’ uomo, Pachamama e dal cerchio= Sole= cielo ordinato dal Sole e dagli dei  (Figg.3,4)

Non deve sorprendere  che nelle Ande, che sono la patria delle lane di alpaca,  di vigogna e dei cotoni multicolori, in epoca precolombiana si usassero i filati anche come sistema di scrittura, intendendo qui per scrittura non solo la nostra alfabetica- fonetica come facevano i cronisti ma qualsiasi forma di registrazione del pensiero: scrittura che pertanto va vista secondo un codice tridimensionale proprio dei fili, delle cordelle e delle corde. Scrittura che era considerata sacra e racchiudere in sé stessa non solo il paesaggio circostante ma anche il dio Sole  di cui  le cordelle sarebbero una rappresentazione dei suoi stessi raggi.

I cronisti che pur consideravano scrittura solamente la nostra, cioè quella fonetica alfabetica,  riferiscono che  il quipu, era basilare per registrare non solo dati numerici, ma anche poemi, leggi e cerimonie del Tahuantinsuyu. Nessuno di essi però ha saputo o potuto spiegarci  né quanti tipi di quipu esistessero né il loro funzionamento tranne il meticcio Garcilaso de La Vega (1609) che ci spiega in modo dettagliato ma confuso, solo un tipo di quipu: quello per registrare numeri. Egli però  afferma genericamente che i colori delle cordelle indicavano la qualità dei materiali contati per cui, per es. il color rosso  delle cordicelle avrebbe indicato che in quei quipu si contava tutto quanto era rosso come per es. il peperoncino e il cinabro il che è impossibile nell’ ambito di una contabilità matura quale era quella che aveva retto un grande impero (Fig.5).  All’ inizio del secolo scorso, il matematico Leeland Locke (1912) sulla base delle spiegazioni di Garcilaso, ha risolto la lettura dei numeri registrati sul quipu numerico ( che tanto per intenderci chiamo numerico di posizione) che, come la matematica degli Inca, è a base dieci (Fig.6).

Nessuno degli studiosi era ancora riuscito a venire a capo della lettura extranumerica, cioè delle qualità delle cose registrate su questo tipo di quipu ma purtroppo, presi dall’ entusiasmo per la scoperta di Locke, avevano tralasciato di ricercare come si potessero scrivere poemi, leggi, calendari testi di lettura insomma con solo quel tipo di  quipu essenzialmente numerico. Ora però i due documenti segreti Exsul Immeritus (1618) e Historia et Rudimenta, dei due gesuiti italiani Antonio Cumis e Anello Oliva (1600 ca – 1638), recentemente ritrovati chiariscono entrambi i problemi (Figg. 7,8).

Blas Valera in Exsul Immeritus, rivela infatti che i cronisti parlano in modo confuso dei quipu non solo perché non li capirono ma anche perché, essendo i quipu considerati idolatri, se ne poteva parlare solo come qualcosa di infantile e approssimativo se non si voleva incorrere in serie difficoltà con il governo coloniale. Specifica quindi che esistevano vari tipi di quipu, oltre al quipu numerico di posizione: quipu che, tanto per intenderci, divido in due grandi gruppi: quipu numerici e quipu di scrittura.

La Vita di Blas Valera (nota n. 1 al testo)


Traccio per sommi capi la vita di Blas Valera quale risulta dalle fonti ufficiali in modo da permettere il confronto con quanto rivelano questi polemici documenti segreti, cioè scritti non per essere diffusi: il P. gesuita Blas Valera nasce a Chachapoyas nel 1545, figlio di Alonso Valera (come afferma Garcilaso de La Vega e lo stesso Blas Valera in ExsuI) o, secondo le fonti gesuitiche, del fratello Luis Valera (Exsul aggiunge che chi gli fece da padre fu lo zio Luis, essendo Alonso un violento e sanguinario del tutto indegno di essere chiamato padre). Nel 1570 Blas Valera pronuncia i primi voti e nel 1571 è destinato a Huarochirì, nel 1573 è a Lima e a Cuzco dove, nel 1573 è ordinato sacerdote. Durante la sua opera a Cuzco (1575-1577) vi fonda, con i PP. Barzana, Santiago e Ortiz, la confraternita Nombre de Jesus. Nel 1576 si verifica la prima accusa contro il P. Valera di aver violato la castità. Fra il 1577 e il 1578 è inviato a Juli e nel 1582 lo troviamo a Potosì da dove il P. José Acosta lo chiama a Lima per lavorare alla traduzione quechua del Catechismo del Terzo Concilio Limense. Dal 1583 la persecuzione contro il P. Valera scoppia in tutta la sua intensità ma la colpa di cui è accusato era tanto grave da non venire mai scritta nero su bianco pur riferendo che si prende come scusa l’ accusa contro la castità per farlo uscire dall’ Ordine. Nel febbraio del 1588 è invece sospeso a divinis e condannato all’ incarcerazione dal P. Generale Acquaviva pena che, nel novembre 1588, è commutata con l’ esilio in terra di Spagna. L’ 11 dicembre 1592 inizia il viaggio verso la Spagna accompagnato dal P. Diego de Torres imbarcandosi per Quito dove rimane con relativa libertà fino al 1593 quando lo imbarcano via Panama e Cartagena  ma si ammala e appena il 31 luglio 1595 giunge in Spagna, a Cadice, dove è affidato al P. provinciale Cristobal Méndez. Il 3 giugno 1596 il P. Méndez scrive al P. Generale che il P. Valera era redento tanto che gli aveva permesso di insegnare grammatica nella scuola gesuitica di Cadice. La notizia irrita il P. Acquaviva che il 29 giugno ordina che il P. Valera sia ritirato da qualsiasi insegnamento. Nel 1597 muore si dice a seguito della distruzione di Cadice per mano dei pirati inglesi. Secondo Exsul e Historia et Rudimenta, dal 1597 al 1619, anno della sua morte reale ad Alcalà de Henares, P. Blas avrebbe trascorso la sua vita da persona giuridicamente morta facendo fatto ritorno in Perù, con nome fittizio e protetto da un gruppo di gesuiti fra cui il P. Muzio Vitelleschi. Per le fonti ufficiali cfr. Egaña (1954-1981); Garcilaso de la Vega, Inca, (1963 [1609]); per la ricostruzione della vita di P. Blas secondo le fonti ufficiali cfr. Borja de Medina, 1999; per la ricostruzione della vita di Blas Valera comprendendo pure le fonti dei doc. Miccinelli e il suo vivere da persona morta, cfr. L. Laurencich-Minelli,(2001), 247-272, L.Laurencich-Minelli, Premessa ( 2007) pp.,24-25; S. Hyland (2002).

http://www.vincenzoreda.it/blas-valera-f-pizarro-conquista-il-peru-col-vino-avvelenato/

Restituire la memoria: relatori

Oltre alle relazioni di Maria Cristina Ronc e di Piero Pruneti, qui sotto presento in sintesi i contributi importanti dei relatori di prestigio che hanno partecipato in maniera autorevole ai lavori del convegno Restituire la Memoria, che ha avuto luogo nella sala del Palazzo della Regione in Aosta, nei giorni del 4 e 5 giugno 2010. Sono mancati per cause di forza maggiore Martin Maischberger (Curatore Staatliche Museum zu Berlin Antikensammlung) e Oswaldo Chinchilla Mazariegos (Docente di archeologia Università di San Carlos de Guatemala e Direttore del Museo Popol Vuh) i cui contributi saranno parte della pubblicazione degli atti (Giunti Editore). A parte il saluto di S.E. Alfredo Trinidad, Ambasciatore del Guatemala in Italia.

Maison Anselmet

LA VECCHIA AOSTA

MENU

ANTIPASTI:

Lardo d’Arnad e mocetta con castagne al miele

Insalata d’anatra con noci e mele

PRIMI PIATTI:

Risotto con fonduta di Fontina

SECONDO PIATTO:

Carbonade di manzo con polenta

DESSERT:

Crema di Cogne con le tegole della Valle

Avendo scelto un menu di rigorosa impronta tradizionale – sempre da preferire, ma a maggior ragione per una cena di gala che doveva tenersi a conclusione di un convegno internazionale con titolo : “Restituire la memoria” – non potevo non scegliere vini che a tale menu si accordassero in pieno. Tra le più importanti “Memorie” di una nazione (termine da leggere in senso antropologico) vi è il suo cibo: selezionato attraverso secoli di rapporto simbiontico con il territorio e le sue risorse. Ciò che oggi viene definito “cibo a km 0″ è stato fino a non molti decenni fa (per il ricco occidente, perché miliardi di altre persone nel mondo si nutrono a “km 0″) l’unico modo per alimentarsi e in maniera naturale, che oggi definiamo con un altro obbrobrio eufemistico “cibo biologico”.

Ho scelto i vini di Giorgio Anselmet, produttore in Saint Pierre, a pochi chilometri da Aosta. Giorgio è un appassionato che opera da circa 35 anni, avendo compiuto gli studi enologici in uno dei prestigiosi istituti aostani. Io non amo – chi mi conosce ben lo sa – l’uso smodato della barrique, ma Giorgio è uno di quelli che questa tecnica adopra con garbo e stile: i suoi vini, da vitigni autoctoni o internazionali, hanno sempre una nota di eleganza e equilibrio gentile. Ho scelto quattro vini: il Muller Thurgau 2009 (bianco), il Broblan 2008 e il Torrrette Superieur 2008 (rossi), e abbiamo finito con il passito Arline 2008. Tutti vini Vallée d’Aoste Doc. Da mettere il rilievo lo straordinario palato minerale del Muller, vino che nulla ha a che fare con i vini che si spremono da questo vitigno in Alto Adige, in Friuli o in Alsazia: la dimostrazione, ove ce ne fosse il bisogno, che la vite è una pianta capace di adattarsi ai diversi climi e ai differenti suoli come forse nessun altro vegetale. Questo è un vino autoctono!

Di grande equilibrio il Torrette – un uvaggio di Petit Rouge (70%), Cornalin (20%) e Mayolet (10%): un vino da carni rosse eccellente: un grande vino. Il Broblan è 100%  Cornalin: un vino più nervoso, più secco.

Infine il delizioso passito Arline : complesso uvaggio di Moscato di Chambave, Pinot grigio, Gewurztraminer e Sauvignon blanc. Un passito con note lunghissime di mandorla e retrogusti complessi che rimangono sul palato e in gola a lungo: un vino che bevuto non si spegne mai.

Giorgio produce circa 60.000 bottiglie su terreni che si arrampicano fino a 800 slm.

Da ricordare il Fumin e il Pinot Noir : anche qui un vitigno internazionale per un vino che di internazionale non ha quasi nulla, un Pinot Nero di personalità peculiare che pare un autoctono valdostano.

I miei illustri ospiti hanno apprezzato cibo e vino per una cena degnamente conclusa con la Grolla o Coppa dell’amicizia, ospiti entro le possenti mura romane del ristorante Vecchia Aosta, per un servizio impeccabile, discreto e assai “friendly”.

Nota finale dovuta: io critico sempre le etichette, anche perché vedo delle “cose” che spesso non riesco nemmeno a definire; ebbene, le etichette Anselmet sono pulite, eleganti, chiare e con una loro personalità che le identifica in maniera netta. Mica poco.

http://www.maisonanselmet.vievini.it/

Programma Convegno Internazionale di Archeologia, Aosta 4/6 giugno 2010
Roberto Giacobbo, 2012 – La fine del mondo?

Roberto Giacobbo è un bravo cristo che, con molta intelligenza, ha trovato un bel puledro da cavalcare in maniera piuttosto proficua.

Riprendendo tutti gli ingredienti che una serie di furbacchioni prima di lui aveva ben identificato, ha costruito un macchinario fantastico in cui può essere probabile tutto e il contrario di tutto.

Gli ingredienti sono: le piramidi di Giza, le “profezie” dei Maya, i Templari, le macchie solari, Atlantide, Mu, gli extraterrestri, “l’astroporto” di Nazca, l’isola di Pasqua e via dicendo.

Il filone è quello della fantarcheologia: con un poco di fantasia, e mescolando per bene gli ingredienti di cui sopra, si possono tirare conclusioni di ogni tipo. La furbizia di Giacobbo è quella di lasciare aperto, sempre, lo spiraglio del dubbio.(“Ma tutto questo, dopo la pubblicità….)

Peccato che il libro qui a fianco, come tutte le sue trasmissioni, contenga una serie di inesattezze imbarazzanti. Una per tutte: la data esatta dell’inizio del Grande Ciclo maya di 13 baktun, 5.125,37 anni, corrisponde all’11 agosto del 3114 a.C. e non il 3113 come egli, con superficialità sostiene. Questo non è opinabile se si segue la cosiddetta correlazione Goodman-Martinez-Thompson e si tiene conto del numero di giorni giuliani (NGG) che gli astronomi computano da una data di riferimento precisa. Invece, Giacobbo, come tanti altri superficialmente, citano testi imprecisi che non tengono in conto il fatto che il calendario giuliano, e poi quello gregoriano (corretto nel 1580) non prevedono l’anno zero, essendo lo zero una scoperta indiana a noi giunta per tramite degli arabi durante il medioevo.

I Maya invece lo zero lo conoscevano: era simboleggiato da una conchiglia o da un fiore.

Ma i Maya non facevano profezie, si occupavano di correlare eventi storici o mitici del passato e, soprattutto, di capire se determinati giorni fossero da considerare fausti o infausti.

La storia del 21 dicembre 2012, quando termina il Grande Ciclo maya, è una bufala. O meglio, è una buona scusa per fare business. Per curiosità, il primo a occuparsene è stato José Arguelles, artista e docente di belle arti americano, nel 1987. Ma Arguelles, oltre a essere un pittore geniale, amante della New Age e di tutta la fuffa che lì intorno attecchisce, era anche un grande estimatore dell’LSD e dei funghi alucinogeni. Comunque, l’americano è scomparso il 23 marzo di quest’anno: gli dei maya non gli hanno permesso di vedere come andrà a finire la storia della fine del mondo….