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Liber Medicinalis di Quinto Sereno Sammonico

Gianni Merlini è stato l’ultimo grande presidente della Utet, erede della dinastia dei Pomba, editori in Torino fin dalla fine del XVIII secolo; editori come i Paravia, i Roux, i Loescher. Gianni Merlini ho avuto la fortuna di conoscerlo: per molti anni mi ha mandato a casa, con biglietto personale, le famose strenne Utet, edizioni fuori commercio di libri rari.

Qui non c’entra, ma ho avuto la ventura di conoscere anche Giulio Einaudi, e il grande Lattes: oggi a Torino non esiste più la grande editoria, è rimasto, unico e immenso, l’amico Enrico Tallone, con la mamma Bianca a Alpignano, e ogni tanto mi racconta di quando Pablo Neruda lo teneva sulle ginocchia…

Nella mia Biblioteca c’è una di quelle strenne Utet che sarà oggetto di questo articolo: il Liber Medicinalis di Quinto Sereno Sammonico. E’ un testo tanto conosciuto tra gli esperti, quanto ignorato dal pubblico: un libro di grande interesse, unico nel suo genere, composto intorno al III o IV secolo della nostra era da un Quinto Sereno, la cui identità non è certissima, probabilmente un protetto dell’imperatore Settimio Severo e poi precettore di Gordiano.

E’ una raccolta in versi (1107 esametri raccolti in 64 capitoli monotematici) che raccoglie i rimedi della farmacopea romana ordinati a capite ad calcem, cioè dalla testa ai piedi. Il testo è straordinario: occorre ricordare che il codice più importante che lo ha tramandato alla posterità fu ordinato direttamente da Carlo Magno, e da allora è stato oggetto degli studi di ricercatori di ogni campo (storici, linguisti, medici, farmacisti…).

Non desidero fare ulteriori commenti, anche perché lo scritto parla da solo; è opportuno però ricordare che se pochi hanno letto il Liber Medicinalis, tutti conoscono la formula magica Abracadabra, che compare per la prima volta, appunto, in questo volume straordinario.

Ho scelto i rimedi a base di vino, naturalmente.

Patologie degli organi sessuali

Il fallo si curi

con vino antico e topiche unzioni di bile

di capra puerpera. Può giovare che il paziente

sputi sul pene floscio foglie di mirto

masticate di primo mattino. I genitali

si guariscono pure con bagni di feccia

di vino melato o con cera impastata

con foglie di cipresso o con fave bollite

aggiunte a vino tiepido.

Formula magica antifebbre

Si scriva su un foglio

il detto abracadabra, lo si ripeta assai

sovente e muovendo in basso si detragga

di volta in volta per ogni riga, senza

omissioni, la lettera finale riscrivendo

le restanti fino a risultare una unica

lettera terminale in figura verbale

a cono acuto: memento di appendere

il foglio al collo con un filo di lino.

Mal d’occhi

Applicare sull’orbita cenere di foglie

di cavolo con incenso sbriciolato,

vino e latte di capra partoriente

e in una sola notte si apprezzeranno

i pregi del trattamento.

…..

Unguento in mistura equidosata

di vino e celidonia ripristina la bella

purezza visiva, lenisce le rugosità

e satura le lacerazioni.

Mal di denti

Mantenere in bocca

decotto di viole con vino.

……

Porre sul dente dolente pepe dolce

con vino e nitro. I denti spesso guariscono

con succo di celidonia o con latte di capra

o con bile di toro o risciacquando la bocca

con aceto.

……

La materia che ha assunto il nome

dallo spazzolare i denti è costituita

da cenere di corna cervine o da zoccolo

bruciato di scrofa o cenere di guscio

d’uovo insieme a vino, oppure di murice

tostato o di cenere di cipolla spenta.

Tisi e bile

Giova anche l’acqua

di mare mescolata all’acqua dolce in parti

eguali e con miele liquido; come pure

il niveo secreto mammario di asinella

miscelato ancora tiepido con vino, miele

e pepe.

……

Se la maligna tisi

cronicizza, farà bene prendere lumache

frantumate nel vino.

Contro i rigurgiti

Talora

buoni risultati si possono conseguire

con bevanda di vino caldo con la cenere

di corteccia strappata e bruciata

della pianta del sughero.

Mal di fegato

Nel dolore acuto immotivato del fianco

bere l’acqua fatta ribollire da pietra

immersa infocata; o prendere radice franta

di acero con vino; questo rimedio si ritiene

risolutivo.

…….

Procurarsi un fegato

di lupo, aggiungervi costo, foglia di nardo

e pepe, stemperare il tutto in vino secco

per bevanda.

Contro l’idropisia

E’ utile bere in due

bicchieri di vino caldo la radice bollita

del tenero sambuco. Si deve prendere

il seme di frassino con vino

ed applicare sul ventre unguento dropace

che rapidamente rimuove gas e sierosità.

Ed anche rotolare il corpo in sabbie

tiepide. Le leggere nepitelle gioveranno

per os e in loco. Sovente anche il vino

di scilla elimina il male.

Dissenteria

Il flusso enterico infatti

avviene sovente troppo rapido: si regola

con mistura di cavolo e vino ribollente

o con ciliegie a lunga essiccazione. Fa

guarire pane zuppo di vino Amineo, o

l’aceto ben miscidato con acqua calda.

……

Va invece preso un guscio

incenerito d’uovo nel vino quando le scariche

diarroiche siano irrefrenabili e il disturbo

disumano evolva ingravescente. Si ritiene

valida la raschiatura eburnea d’elefante.

Una pozione mista di corteccia strappata

dalla pianta di Piramo, arsa all’aperto

e posta in vino potrà frenare l’eccessiva

diarrea.

Ritenzione dell’urina

Quando l’urina si attarda in vescica

il ristagno verrà risolto bevendo vino

vecchio.

……

Talora nell’incontinenza d’urina

il flusso bagna le vesti e le imbratta

di vergognosa pioggia; converrà prendere

un cervello di lepre nel vino.

……

Prendere inoltre seme di mirto selvatico

con vino, olio e aceto: o ancora del vino

con comino macerato abbrustolito o l’acre

sterco degli aggressivi colombacci

imbibito di succhi agrodolci e triturato.

Contro la sterilità

Quando in una unione sterile l’attività

dei partner illanguidisce e la speranza

prolifica è già svanita da molti anni,

si tace se ne sia o meno responsabile

la donna: lo potrà insegnare il quarto libro

del grande Lucrezio. L’utero però guidato

da energici medicamenti ha spesso dato

creature preparate da cure oculate.

La donna mangi una vulva di lepre o beva

la bava pendente dalla tenera bocca

delle pecore, miscidata, tenga a mente,

con vino Falerno, quando nelle stalle

ruminano l’erba brucata.

Fuoco di Sant’Antonio

Spalmare unguento di sego bovino

rammollito alla fiamma o fomentare le parti

urenti con miscuglio d’uova non cotte

di cigno e feccia di vino………

pure unguento misto

di cenere d’aglio, olio e salsa di garum

allevierà la violenza ingravescente

della flogosi. Si combina spesso pozione

di albume d’uovo e celidonia, da prendere

in dose modica, ma ben frantumata senza

scordare l’aggiunta d’acqua e vino Falerno.

Contro i morsi velenosi di vipere e serpenti

Il caglio di cerbiatto diluito in vino

espelle dall’organismo l’infausto veleno

o si prendano con vino la radice di ferula

o la lieve erba betonica o brodo di vecchia

gallina. Nel morso terribile dell’aspide

maligno si crede utile che il paziente

beva la propria urina: è stata questa

l’opinione del vecchio Varrone. Inoltre,

come Plinio consiglia, giova bere aceto.

Febbre quartana

Non disgustarsi di ingerire nei giorni

afebbrili aglio triturato con tre cimici

diluito in vino puro; o tenero parenchima

epatico di ratto aggiunto a quattro scrupoli

di vino secco. E’ splendida bevanda l’infuso

d’assenzio in acqua pura.

Fratture e lussazioni

Inoltre lo sterco di capra aggressiva

stemperato con vino vecchio libera le parti

chiuse, separa aderenze, colma cavità.

Curare l’epilessia

Si deve ingerire bile

di cupo avvoltoio in vino vecchio e basta

un cucchiaio per volta, o sangue

di rondine misto conpolvere d’incenso

o appio bollito o bile d’agnello

aromatizzata nel miele, o marrobio

aggiunto a miele in peso eguale, da prenderne

tre cucchiai per ogni dose. Valida la miscela

di ceneri di faina e di rondine. E’ pure

benefico bere acqua piovana caduta

nel cavo di calotta cranica umana supina.

Mi auguro che nessuno abbia l’ardire di sperimentare alcuni dei rimedi che erano soliti adoprare i nostri antichi Romani, ma sul fatto che bere dell’ottimo vino faccia bene alla salute, e al buon umore ché poi è la stessa faccenda, nessuno di noi nutre alcun dubbio. Salute!

“La medicina in Roma antica. Il Liber medicinalis” di Quinto Sereno Sammonico

Strenna Utet 1996

Trad. Cesare Ruffato

ECHA’- Cibo in lingua maya

 

Aré u xe oher tzih varal Quiché u bi (Questo è il principio delle antiche storie di questo luogo chiamato Quiché)….”

Così comincia il Popol Vuh ( Popol Wuj, nella più moderna trascrizione), quella che si definisce “Bibbia Maya”: il libro sacro dei maya Quiché, trascritto daPadre fra Fancisco Ximénez, dell’Ordine deiDomenicani, nei primi anni del settecento su un testo redatto con grafia occidentale, probabilmente intorno al 1550 nei dintorni di Chichicastenango, Guatemala. Popol Wuj significa: “libro del consiglio, carta della comunità, libro nazionale”. In questo testo poetico si racconta di come i Progenitori, Tepeu e Gucumatz – il Creatore e il Formatore – crearono gli uomini.

E’ una storia, tenera per certi versi, fatta di tentativi sbagliati: dopo aver provato malamente, con il fango e con il legno, di creare l’uomo, ci riuscirono col mais:

Poi presero a discutere sulla creazione e la formazione della nostra prima madre e del nostro primo padre. Di mais giallo e di mais bianco venne fatta la loro carne; di pasta di mais vennero fatte le braccia e le gambe dell’uomo. Soltanto pasta di mais compose la carne dei nostri padri, i quattro uomini che furono creati.”.

Il mais venne domesticato tra il quinto e il terzo millennio prima dell’Era cristiana nel nord del Messico: da quelle caverne si diffuse poi in tutta la l’area che si definisce Mesoamerica e rese possibile, come accadde del resto per le regioni degli altri cerali - grano e riso -, la nascita e lo sviluppo di culture evolute.Non nel Nordamerica, area in cui quelli che si definiscono “Indiani” rimasero popoli nomadi di cacciatori-raccoglitori; neanche nel Sudamerica, regione in cui fu la patata, adatta a essere coltivata alle altezze considerevoli dell’altopiano andino, a costituire il cibo principale delle culture Quechua.

Non è possibile parlare di cucina del Centroamerica senza parlare del mais: oltretutto, oggi questo cereale costituisce la fonte principale della nostra alimentazione, considerando che tutti gli allevamenti intensivi di carne, rossa o bianca che sia, hanno come alimento fondamentale composti a base di mais.

La principale fonte di alimentazione è il mais da cui ricavano svariati cibi e bevande; preso poi dopo essere stato trattato come essi usano, serve loro da cibo e bevanda insieme. Le donne indie mettono il mais a bagno in acqua e calce per una notte cosicché la mattina seguente è morbido e cotto a metà; si possono in tal modo togliere la buccia e il picciolo e macinarlo a due pietre. Quando è macinato a metà, ne confezionano delle palle e dei carichi e li danno ai viaggiatori, ai lavoratori ed ai naviganti poiché, così trattato, dura alcuni mesi e acquista soltanto una certa acidità. Prendono poi un poco di quest’impasto e lo stemperano in un vaso ricavato dalla scorza di un certo frutto – prodotto da un albero per mezzo del quale Dio li ha provvisti di recipienti – e sorgono quell’intruglio che è saporito e assai nutriente.Dal mais completamente macinato ricavano una specie di latte e lo mettono al fuoco preparando delle farinate che mangiano al mattino ben calde; a ciò che avanza della colazione aggiungono acqua per bere il tutto durante la giornata, dato che non usano mai bere acqua pura.

Il mais viene anche tostato, macinato e sciolto nell’acqua e se ne ottiene una bevanda molto rinfrescante con l’aggiunta di un po’ di cacao e di pepe. Col mais e col cacao macinati preparano una specie di schiuma molto saporita che usano per celebrare le loro feste; dal cacao poi traggono un grasso che sembra burro e con tale sostanza unita al mais ricavano un’altra bevanda molto buona e ricercata.

(……) Usano preparare vivande con legumi e carne di cervo, uccelli selvatici e domestici, che hanno in quantità, pesci, che sono del pari abbondanti, cosicché dispongono di buoni piatti, e ciò in particolare dopo che hanno cominciato ad allevare maiali e uccelli importati dalla Castiglia.”.

Questa citazione è tratta dalla “Relaciòn de las cosas de Yucatàn”, scritta dal francescano spagnolo Diego de Landa intorno al 1566, in Spagna dove era tornato per subire un processo intentato a suoi danni da un confratello invidioso e geloso. De Landa, nato nel 1524, era arrivato nello Yucatàn, da poco conquistato, nel 1549.

Il Francescano si era guadagnato il favore degli indios per la sua grande e meritoria opera di protezione nei confronti dei crudeli latifondisti – encomenderos – dai quali erano tenuti in considerazione non più che alla stregua di bestie da soma: uscì trionfante dal processo e ritornò nello Yucatàn, nominato vescovo da papa Pio V nel 1572, e il 29 aprile del 1579, a Mérida, lo colse una morteprematura.

Il lavoro di questo religioso si è rivelato fondamentale per la comprensione e per l’inizio della decifrazione della scrittura maya: il paradosso storico vuole che fu egli, nel 1561, a ordinare la distruzione con un rogo immenso di un’intera biblioteca di antichi testi maya!

Quanto descrive Diego de Landa è ancora oggi, dopo cinque secoli, la caratteristica principale che costituisce la cucina india, sia in Messico sia in Guatemala, paese che ho appena visitato per lavoro.

Ho avuto modo a Ciudad de Guatemala di vedere all’opera una donna india preparare le tortillas: il mais ammorbidito è detto kuum, una volta macinato – ai tempi precolombiani con il mano e sul metate, una pietra leggermente concava – diventa zacàn che viene impastato e ridotto a una sorta di focaccia rotonda, la tortilla appunto (uah in maya). L’impasto, del diametro di una quindicina di centimetri, viene messo a cuocere su una piatra metallica rotonda (xamach o comal); la tortilla, appena cotta, viene posta in un recipiente, anticamente una zucca vuota, che ne contiene 10 o 15 tenute caldissime avvolte dentro un panno: è necessario mangiarle calde perché fredde diventano collose e allappanti.

Il dio maya del mais si chiamava Yum Kaax, anche dio del’agricoltura, rappresentato sempre come un giovane con una pannocchia come copricapo e accoppiato al glifo del giorno Kan (serpente), simbolo del mais nei rari codici precolombiani giunti fino a noi. Il mais veniva, e viene ancora oggi coltivato nelle milpas, campi strappati col sistema taglia e brucia (swedden o shifting agriculture) alla foresta: terreni coltivati uno o due anni e poi abbandonati o riutilizzati a rotazione per i fagioli neri, buul , a cui gli steli delle piante di mais possono servire da sostegno.

Per capire l’importanza della tortilla nel mondo maya, soprattutto nelle terre basse del Petén e del Chiàpas, riporto una storia raccontata da un viaggiatore italiano in un suo volume dei primi anni sessanta e successa nei dintorni di Rio Dulce, dipartimento di Izabal, in Guatemala.

“(…) Mi accorsi, infine, che la padrona della miserrima bottega era pronta a darmi tutto ciò che chiedessi, con la sola eccezione delle tortillas. Le chiedemmo nuovamente e, ancora una volta, la risposta fu: « no hay». Solo quando cavammo di tasca il denaro per pagare ciò che ci era stato fornito, la donna, dopo aver confabulato in kekchì con il marito, si decise a mettere sul banco una montagna di tortillas caldissime, che divorammo unitamente a un locale tipo di formaggio, che trovai eccellente, ma che fece storcere la bocca agli altri. E poi si chiarì il mistero di quel « no hay » ripetuto con tanta ostinazione.

La tortilla gode di un tabù penale accettato da tutti senza discussioni: se cioè uno entra in una bottega o in una casa e chiede delle tortillas, le mangia e poi dice di non avere il denaro per pagarle, ma pagherà quando potrà, nessuno può fare storie, nessuno potrà muovere accusa. La legge tradizionale della foresta vuole che una tortilla non si rifiuti mai a un affamato. Ma il mais è scarso e la fame molta; non tutti sono disposti a un dono del genere e meno che meno le botteghe. Così la consuetudine vuole che quando uno sconosciuto si presenti e chieda tortillas, la bottegaia, se non vede il denaro sul banco, risponda no hay, eufemismo per chiedereil denaro. Noi non conoscevamo questo uso e così fu solamente quando mettemmo sul banco una banconota da 5 quetzales per pagare ciò che avevamo comperato che la donna ci pose davanti le tortillas.

Per altre merci, di qualunque specie, il tabù non esiste. E questo significa che chi comandi qualsiasi cosa, salvo le tortillas, e poi non paghi, allora deve sottostare alla legge della foresta, che contempla anche la uccisione del ladro. E tali sono considerati anche il truffatore e l’imbroglione.”.

La storia mi piace di citarla per sottolineare quanto davvero la cultura maya tiene in considerazione il mais e la tortilla, suo comune denominatore: si pensi al nostro pane o ai vari tabù legati al sale (merce una volta preziosissima).

Con la tortilla si può mangiare di tutto: imbottita e arrotolata diventa il famoso taco, che si può considerare come il nostro panino imbottito; può servire anche da base su cui vengono stese, a mo’ di piccola pizza, le preparazioni, a base di carni o di verdure, più disparate. Com’è ovvio, viene spesso consumata come il nostro pane o preparata come zuppa (con pomodori e chili). La cucina guatemalteca non è piccante come quella messicana: chili e pimienta (il pepe), sono usati con molta più parsimonia. Con la conquista occidentale il modo di nutrirsi delle popolazioni locali è cambiato: così come a noi sono stati regalati mais, pomodori, zucche, tacchini, cacao e peperoncino, gli amerindi hanno da subito apprezzato il maiale, il pollo, il manzo, il grano, il riso, l’uva, le banane e il caffé (originario dell’Etiopia, ma di cui in Guatemala sono diventati i migliori produttori del mondo, con i colombiani).

La cucina guatemalteca è varia e molto ricca: ne parleremo più diffusamente in un prossimo articolo, con un’avvertenza: oggi, purtroppo, tranne alcune zone ancora inesplorate e dunque intatte – la foresta del Petén è considerata foresta pluviale vergine come Amazzonia, centro Africa e pochissime altre aree del mondo – anche il Guatemala è sempre più colonizzato dalla cultura occidentale degradata e degradante; fino agli anni settanta c’era la United Fruit Co. americana (successivamente rilevata dalla Del Monte, vedi foto) con la Cia, oggi ci sono le sette evangeliche, i fast food e le catene di cibo take away, pure declinate alla guatemalteca (vedi foto con guardie armate di fucili a pompa calibro 12 e motorette dai colori che si possono vedere solamente da quelle parti)….

Vincenzo Reda novembre 2008  (Pubblicato sul numero di dicembre di Barolo & Co)

HoReCa n. 61, il mio articolo su Beppe Caviola
HoReCa n. 60: speciale Fontanafredda

Ecco il mio ultimo lavoro: sono 8 pagine di articolo con testo e fotografie mie. Grazie tantissimo a Francesca Tablino che mi ha aiutato nel mio giorno di visita (un giorno è troppo poco a confronto di una realtà produttiva di queste dimensioni e con queste implicazioni sia commerciali sia storiche). C’è anche una piccola intervista a Oscar Farinetti, sempre disponibile nei miei confronti. E c’è pure il solito, evitabilissimo refuso: Sommaria Perno anziché SOMMARIVA PERNO. E ciò nonostante il testo sia stato riletto e corretto più volte anche da persone diverse: brutta bestia, il refuso.

HoReCa n.59, mio articolo su Cantina La Marchesa di Lucera
HoReCa n.59, mio articolo su Bortolomiol
HoReCa n. 58 mio articolo su Damilano
Riso Acquerello su HoReCa luglio/agosto by Vincenzo Reda
HoReCa giugno 2011, I Sangiovese di Vittorio Fiore
HoReCa maggio 2011, Rosati e Vino della Regina
HoReCa, Il Verdicchio dei Castelli di Jesi

Ecco il mio ultimo articolo pubblicato su HoReCa di aprile: è dedicato a uno dei miei vini preferiti. E’ il Verdicchio dei Castelli di Jesi e, avendo lavorato anni a Ancona, posso dire di conoscerlo assai bene (anche se c’è sempre l’ottimo produttore di cui non sai nulla…). Oltretutto, posso sfruttare l’amicizia di Alberto Mazzoni, il signor Verdicchio, come lo chiamo io. Peccato che tra gli ottimi vini che ha provveduto a spedirmi il Consorzio non ci fosse il Coroncino, uno dei  migliori e anche di particolare mineralità. Vuol dire che ne tratterò a parte un’altra volta.

HoReCa, il mio articolo sul Ristorante Del Cambio

Ecco il mio ultimo articolo per il mensile Ho.Re.Ca. E’ dedicato al magnifico ristorante Del Cambio, a Torino, in piazza Carignano, il celebre ristorante del conte Camillo Benso di Cavour e della Finanziera. Riproduco anche il menu (che a richiesta sarà disponibile per tutto l’anno dei festeggiamenti) messo a punto in occasione della ricorrenza del 150° anniversario dell’Unità d’Italia che fu sancita dalla prima riunione del nostro Parlamento, tenuta a Palazzo Carignano il 17 marzo del 1861, proprio davanti al bellissimo ristorante. E’ roba nostra di cui è sacrosanto essere orgogliosi.

… a Pranzo con Cavour

Nel 150° dell’Unità d’Italia

Potage di patate e tartufo nero di Norcia

La finanziera del Cambio dal 1875

Risotto Carnaroli Acquerello alla Cavour

La manza fassona piemontese alla Vialardi

Gattò di nocciole con crema sambaglione

Caffè

Pasticceria mignon

€ 75,00

 

HoReCa: Mozzarelle Rivabianca

E’  uscito il nuovo numero di HoReCa. Questo è l’articolo di cui avevo parlato in precedenza su questo sito.

Ho.Re.Ca – Dicembre/Gennaio 2011, N° 52 anno VI

Con l’inchiesta “Barolo, ritratto di un Re” – 6 pagine di testo e fotografie – ho iniziato la collaborazione con il mensile HoReCa. C’è anche una pagina dedicata alla Fondazione Emanuele Mirafiore di Oscar Farinetti. Pleonastico, ma non fa male, dire che sono assai soddisfatto di come il lavoro è stato impaginato e della qualità di stampa che esalta le mie fotografie. Spero sia un buon inizio che porti a una lunga e proficua collaborazione.

Fiat Mirafiori, Reparto Carrozzeria 1972-73, 13832322

In questi giorni in cui lo stabilimento di Mirafiori della Fiat a Torino è al centro dell’attenzione di tutto il nostro paese, mi piace di riportare in homepage il mio racconto, compreso nel volume Più o meno di vino, pubblicato nel 2009. Il racconto fu scritto 2 o 3 anni prima e riferisce fatti del periodo 1972/73 in cui ho lavorato in catena di montaggio nel reparto Carrozzeria di Mirafiori, l’auto era la gloriosa 127 (costava 920.000 lire, circa 500 €). Allora Mirafiori dava lavoro a quasi 60.000 addetti! Era un’immenso sferragliare di meccanismi e di uomini. E in quel periodo la Fiom era fortissima. I tempi oggi sono cambiati, né in meglio né in peggio: i tempi cambiano sempre; sono gli schemi che non cambiano mai. Ci mancherebbe.

“Avevo diciott’anni umidi e nebbiosi e freddi, com’erano freddi e nebbiosi e umidi quei primi anni settanta in una città che s’alzava al mattino sciatta come s’era coricata alla sera.  Dentro quel limbo sferragliante ho lavorato un anno ma il ricordo è quello di un novembre senza fine. Tornavo a casa tardi, scuola serale, neanche stanco: solo intorpidito, come in una trance dentro cui mi facevano precipitare le formule di prostaferesi o i diagrammi di carico delle travi doppiotì.

Non ho mai avuto bisogno della sveglia: mi alzavo ogni mattina alle cinque e cominciavo a agire sotto gli impulsi di una sorta di pilota automatico che governava i gesti del mio quotidiano.

Sentivo tanto freddo, era sempre novembre.

M’infagottavo ben bene per veleggiare lungo il rettilineo di via sanremo e farmi ingoiare dal cancello numero tre di corso tazzoli, confuso dentro un fiume di figuri, di fantasie in processione dentro un caos di luci e penombre e rumore formicolante di non vita.

Mirafiori, reparto carrozzeria.

La linea partiva alle sei in punto.

Venivano giù le scocche nude delle centoventisette che dovevamo trasformare in automobili: trecento ogni giorno. Ero uno dei primi: dovevo inserire i cavi elettrici del cruscotto con un mio compagno, un autentico contadino astigiano non ancora inquinato.

Faceva un freddo come non ne ho più sentito: bisognava aspettare almeno un’oretta prima che il ritmo ossessivo delle scocche permettesse di scaldarsi.

Tutti pativamo il freddo, anche quelli che operai lo erano davvero: chi per talento, chi per costituzione, chi per ceto, chi per tradizione.

Meno lui.

Era un veneto: tracagnotto, una bella pancia da esposizione. Me lo ricordo di una trentina d’anni e  un poco stempiato.

Alle sei e cinque minuti era già sudato e in canottiera. Una di quelle canottiere di lana bianca con le spalline sottili come usavano in quel periodo.

Diavolo di un tanghero, non riuscivo a capacitarmi di come  potesse sentire così caldo a quell’ora del mattino, quando anche le povere scocche parevano rabbrividire di quel freddo ostinato, scendendo nude dalla verniciatura, tutte piene di buchi e spifferi che a noi toccava di riempire.

Si cominciava alle sei in punto: arrivavo nello spogliatoio, sopra al primo piano, giusto in tempo per cambiarmi, scendere le scale, bollare la cartolina – 13832322 - e prendere in mano il primo fascio di cavi da inserire nella prima scocca. Il veneto era già in canottiera e sudava come se fossimo a quaranta gradi sotto il sole giaguaro.

Un’ossessione quel veneto gocciolante.

Fino a quando una mattina, chissà perché, arrivai una decina di minuti prima del solito: era ancora nello spogliatoio davanti al suo armadietto di lamiera grigia.

Me lo ricordo in piedi, indosso la canottiera di rigore ma non ancora gocciolante; mi voltava le spalle,  rivolto verso il suo armadietto aperto, un braccio lungo il corpo e l’altro all’interno a sostenere qualcosa.

Erano le sei meno un quarto e dal bottiglione di già ne mancava più che la metà…..”.





Palazzo Barolo, Barolo 2000

Questo pezzo è stato scritto nel 2004 per Barolo & Co e pubblicato nel 2009 nel mio libro Più o meno di vino.

«“Nelle loro tenute di Barolo e Serralunga gli ultimi marchesi di Barolo crearono all’inizio dell’ottocento il vino Barolo e, valendosi delle loro conoscenze e dei lunghi viaggi, lo fecero conoscere ed apprezzare un po’ ovunque.

Le cantine di Palazzo ospitarono per anni le botti per l’invecchiamento del prezioso nettare, vinificato con cura ed amore per lungo tempo.

L’Opera ne continuò la produzione, facendolo conoscere sui mercati di tutto il mondo, ricevendo ambiti premi internazionali, sino al 1919 quando dovette cedere i vigneti in quanto non si addiceva ad una Opera Pia una attività commerciale.

La fantasia popolare ci tramanda un aneddoto curioso. Un giorno la marchesa di Barolo si trovava a corte, il Re Carlo Alberto in tono scherzoso le disse:

- Marchesa sento tanto celebrare il vino delle sue tenute: quand’è che ce lo farà assaggiare?

- Vostra Maestà sarà presto accontentata – rispose la Marchesa.

Difatti, qualche tempo dopo una lunghissima fila di carri tirati da buoi entrava in Torino tenendo tutta la via Nizza, diretti a Palazzo Reale. Su ogni carro stava una di quelle botti lunghe e piatte della capacità di sei ettolitri dette “carrà”, che una volta si usavano per il trasporto e anche come misura; e ognuna proveniva da una delle tante cascine (poderi) della marchesa. Erano più di trecento, una per ogni giorno dell’anno, ed erano l’ «assaggio» del Barolo che la medesima mandava al Re. Carlo Alberto ne fu così colpito, e trovò il vino così buono, che volle anch’egli avere una tenuta sua ove si producesse il Barolo per la mensa reale.”

Questa citazione, tratta dal prezioso opuscoletto edito da Daniela Piazza e dedicato a Palazzo Barolo, introduce l’evento che mi ha visto testimone e  a mio modo protagonista: la presentazione al pubblico del Barolo 2000 presso Palazzo Barolo ieri sera 16 settembre 2004.

Di seguito riporto una parte del comunicato stampa, così mi tolgo i fastidi del dovuto:

L’Enoteca Regionale del Barolo, che ha sede nel Castello Comunale Falletti, incontrerà nella tradizione e nella storia Torino Capitale presentando diversi appuntamenti tra la nobiltà del vino.

Nelle giornate del 16-17-18 settembre 2004, presso le sontuose ed eleganti sale di Palazzo Barolo a Torino, dimora storica dei Marchesi Falletti in via delle Orfane 7, verrà presentata la prestigiosa annata del Barolo 2000, l’ultima messa in bottiglia dopo quattro anni di invecchiamento e affinamento.

Il “Re dei Vini”, sarà nuovamente protagonista sulla scena torinese e piemontese per presentarsi a tutti gli appassionati. L’evento, unico nel suo genere, vedrà ancora riunite le oltre cento aziende aderenti all’iniziativa e richiamerà l’attenzione di esperti  e giornalisti del settore.

L’iniziativa è rivolta a fornire un servizio al settore della ristorazione e della rivendita dei vini dell’area piemontese.

Durante le tre giornate sarà possibile degustare tutta la campionatura del Barolo ‘00 dei 120 produttori aderenti all’iniziativa.

La degustazione di presentazione, fissata per giovedì 16 settembre alle ore 18.00, sarà guidata da un buffet di prodotti tipici e verrà proposta le Selezione Ufficiale di Barolo d’annata 2000, frutto delle degustazioni dei tecnici dell’Enoteca e confezionata in un’apposita partita dedicata quest’anno all’artista Piero Angela.

L’etichetta ufficiale è stata realizzata dai pittori Francesco Tabusso di Torino e Kurt Mair di origine tedesca, le loro opere saranno esposte dal 16 ottobre 2004 al Castello Falletti di Barolo.”

Per questioni di correttezza, ho riportato fedelmente il testo del Comunicato stampa, punteggiatura creativa e refusi compresi; però, l’artista Piero Angela, poverino, non beve vino e non crede ai fantasmi ( a Palazzo Barolo ve n’è uno, quello dell’infelice marchesina Elena Matilde Provana di Druent, figlia del conte Ottavio e moglie di Gerolamo IV Gabriele Falletti, che, morta suicida a soli 27 anni, si aggira nottetempo nelle magnifiche stanze del suo Palazzo ). Non so se Tabusso sia astemio, certamente Mair, presente ieri sera, astemio non è, e meno male dico io………

I due pittori sono certo validi assai, quanto al risultato estetico sintetizzato sopra l’etichetta della selezione  Barolo 2000, beh, rimando i lettori al mio articolo che a felice proposito tratta su questo numero di etichette.

Mi piacerebbe a questo punto parlare diffusamente del Palazzo che ha ospitato l’evento in questione e, ancor più, raccontare delle figure eccezionali di Carlo Tancredi Falletti di Barolo (1792-1838) e della sua sposa Giulia Colbert di Maulévrier (1786-1864), una coppia di nobili che seppe occuparsi dei più deboli e dei più poveri, una coppia per cui la Chiesa ha avviato i processi di beatificazione.

E’ opportuno sottolineare che il Marchese fu sindaco di Torino e avviò la costruzione del Cimitero Generale, mentre alla Marchesa si deve l’istituzione, per testamento, dell’Opera Pia Barolo (1864). Non posso non citare Silvio Pellico che fu bibliotecario dei Marchesi e che ivi morì nel 1854.

Il Palazzo è incastonato nel dedalo di viuzze ortogonali dell’originario castro romano, nell’antica isola di Santa Brigida, a fianco al vecchio Tribunale, con le terga poggiate su piazza Savoia (quella dell’obelisco, antica piazza Susina dove si teneva il mercato dei rigattieri, “Contrà dle pate”, antenato del Balòn), attraverso cui occhieggia Palazzo Paesana: la mia Torino, io abito a due passi da lì.

Assenti dal comunicato stampa ma presenti dentro i saloni del Palazzo, osservavano gli invitati anche 10 quadri miei. Dieci bicchieri di vino, genuini, eseguiti da un’artista a cui il vino per certo non dispiace….

La serata è stata un successo, moltissimi i presenti; il Barolo 2000 di Bartolo Mascarello è risultato il più richiesto, per la semplice ragione che La Stampa ha pubblicato un cospicuo servizio sulla festa data alla Mole dai nuovi aspiranti Reali, John e Lavinia, sottolineando che il vino prescelto era appunto un Barolo del buon Bartolo…..

Molti vip, quasivip, piuomenovip, aspirantivip ecc., tutti sorseggianti l’eccellente Barolo 2000, un’annata che continua questo filotto prodigioso a cavallo del millennio.

Sono uscito mentre infuriavano le bevute, gli stuzzichini di salumi e formaggi, i pettegolezzi: una luce settembrina, tagliente, incerta, pitturava Piazza Savoia verso le sette di sera.

A novembre, verosimilmente venerdì 19, a Palazzo Barolo, nelle cantine del Palazzo, verrà presentato “Il tesoro del Palazzo”: in quell’occasione racconteremo ancora il Barolo e dedicheremo l’evento a chi quel vino lo ama, lo beve, lo sa bere.»

Viti torinesi monumentali: tifose, intellettuali, vetero-comuniste.

Appena pubblicato sull’ultimo numero di Barolo & Co.

Piazza Statuto, a Torino, è considerata un luogo infausto: in epoca romana di lì verso l’attuale corso Francia, orientata a nord-ovest, vi si trovava la necropoli; nel medioevo e fino ai tempi napoleonici vi si giustiziavano i condannati e, retaggio della rivoluzione francese, vi era collocata la ghigliottina.

Ma la piazza nella sua storia è stata testimone dei moti di sollevamento popolare, repressi con grande spargimento di sangue, che furono la reazione dei torinesi alla decisione di spostare la capitale del Regno da Torino a Firenze, verso la fine del 1864.

Proprio in quell’anno la società londinese di costruzioni Italian Building Society Ltd. iniziò la realizzazione dei palazzi che attualmente circondano la piazza, su progetto dell’architetto Giuseppe Bollati. Fu appunto in seguito all’abbandono di Torino da parte della dinastia dei Savoia che gli inglesi cedettero al Comune i Palazzi e l’intero progetto della piazza che fu intitolata allo Statuto Albertino, promulgato il 4 marzo 1848 da Carlo Alberto.

Non è possibile non citare l’erezione dell’orrendo monumento in onore dei caduti durante i lavori per la galleria del Frejus, realizzata nel 1879 e le durissime manifestazioni cominciate il 7 luglio 1962 delle maestranze della Fiat che protestavano contro la UIL, rea di aver firmato un accordo separato con l’azienda.

In realtà, la piazza Statuto oggi è un posto assai godibile, con molto verde e alcune magnolie che fioriscono molto presto in primavera e donano un tocco di delicato colore: non si respira una brutta aria nella piazza, e lo posso dire io che ai racconti dei posti e delle pietre sono di particolare sensibilità.

Questa lunga introduzione soltanto per fornire ai lettori attenti un adeguato contesto di quanto circonda e aleggia attorno al portone del numero civico 13 della piazza: in quel cortile, sede della gloriosa azienda Perruquet – cinque generazioni, fondata in via San Tommaso nel 1882 da Cipriano – vi sono due esemplari di viti  (uva fragola o uva americana, uva frôla in piemontese) che spuntano dal sottosuolo e sono ormai parte integrante del palazzo che le accoglie. E’ lecito ritenere che le piante siano antecedenti al 1864, anno di costruzione dei palazzi, come sopra ho accennato.

Le piante sono monumentali: si inerpicano per un’altezza di oltre 15 metri e costituiscono un pergolato che supera i 200 mq; floridissime e ben tenute hanno fornito succo da vino fino a qualche anno fa.

Pier Carlo Perruquet, classe 1940, vera istituzione cittadina della fede juventina, mi racconta queste cose e mi racconta di suo padre Emanuele che aprì la nuova sede dell’azienda, che commercia uova, nella piazza nel dopoguerra.

Mi racconta della tessera, datata 1930, di tifoso juventino del padre e del fratello Gianni, pecora nera – meglio: granata – della famiglia, venuto al mondo nel 1933 durante un derby, vinto dalla Juventus, e a cui il padre aveva assistito: “Dottore, io il mio l’ho già fatto nove mesi fa. Adesso vado a vedere il derby! Al resto ci pensa mia moglie, io a che servo?”.

Una delle due  immense viti è associata a un glicine altrettanto notevole: l’intero cortile vive all’ombra di queste piante monumentali: io di viti ne ho viste tante, ma mai come queste e perdippiù inglobate, associate, custodite dai muri ultracentenari di una piazza gloriosa, in pieno centro di quella Città contraddittoria e affascinante che è Torino. Sono certo di una cosa: le viti sono juventine!

Un’altra vite, per certi versi ancora più straordinaria di quelle di piazza Statuto, si trova all’interno di un palazzo al numero civico 34/A di corso Marconi, a due passi dal Palazzo del Valentino e dal fiume Po.

La casa editrice-libreria Cortina e il suo amministratore attuale, Walter Barp, li conosco da molti anni e  da altrettanto tempo so dell’esistenza di questo esemplare straordinario di vite.

Esso spunta dal pavimento degli uffici – non ci sono cantine in quella parte dello stabile – buca il soffitto e va a costituire il suo pergolato al primo piano dello stabile in un appartamento che oggi è sede di una rappresentanza dei sindacati di base.

Proprio Luigi Casali, uno dei responsabili del sindacato, mi dice che di una particolare varietà di moscato bianco, uva da tavola, si tratta.

La pianta è curata con attenzioni particolari e non ha bisogno di alcun tipo di irrigazione, affondando le radici, che devono esser particolarmente estese e profonde, nel terreno alluvionale che caratterizza quel luogo vicino al  Fiume.

Walter Barp, che abita quegli uffici dagli anni Sessanta, mi dice  che la proprietaria dello stabile – ragazza del 1899, scomparsa ultranovantenne – Maria Tabasso in Picco gli raccontava che la vite gloriosa era stata piantata dal nonno. Anche qui ci troviamo a confrontarci con un esemplare che i cent’anni li ha compiuti molto tempo fa: ma questa non è una vite tifosa, questa, vivendo tra libri e sindacalisti, è senza dubbio una vite intellettuale, forse radical-chic!

E proprio Luigi Casali mi indirizza verso un’altra storia: è il numero civico di una strada piccina, zona Pellerina: via Trivero, 16.

Nei primissimi anni cinquanta, un gruppo di ex partigiani e simpatizzanti comunisti si mise in società per acquistare un piccolo terreno su cui fondare un circolo o una sede distaccata del partito; il loro capo era Dino Rebbio, partigiano, scomparso attorno alla metà degli anni novanta, la sezione era la 39: gloriosa sezione che ha fatto la storia del partito comunista a Torino.

Mi racconta queste cose la signora Stefania, che per caso ho incontrato in quella sede che oggi è stata donata alla Fondazione Piero Gobetti e la signora mi mostra con orgoglio una vite che fornisce un pergolato di 250/300 mq che regala uva nera – molto probabilmente anche questa è fragola – e ombra ai frequentatori, un poco nostalgici di un’epoca che non è più, del circolo ancora oggi attivo. Anche questo esemplare, a giudicare dalle dimensioni, è probabile che sia di molto antecedente alla fondazione del circolo: se non sono cent’anni, poco ci manca.

E anche questa vite è in uno stato di conservazione invidiabile. Vite per certo operaia metalmeccanica e vetero-comunista fuor di dubbio!

Ho voluto raccontare tre storie che riguardano esemplari di viti cittadine che sono testimoni di fatti, di tradizioni, di uomini, di imprese straordinarie: perché la Vite non è una semplice pianta, è Storia, è Cultura, è trasmissione di Civiltà.

All’Harry’s Bar con Arrigo Cipriani, Venezia 11 marzo 2008

Il cellulare squilla improvviso: Cipriani mi chiede scusa e risponde in inglese.

Ha luogo una breve conversazione che non seguo; chiusa la comunicazione, Cipriani, con un sorriso disincantato, né beffardo né compiaciuto, mi dice: l’hanno preso, Il Grande Moralizzatore, quello che ci ha sempre massacrati…

??? di chi si tratta, mi scusi.

Il governatore di New York, non lo conosce?

Ma chi, Giuliani?

No, no: Spitzer, Eliot Spitzer, il governatore di New York: l’hanno beccato per una storia di prostitute di lusso. Proprio lui che perseguitava tutto e tutti con l’ossessione di moralizzare il Mondo.

Sono al primo piano dell’Harry’s Bar, ospite a pranzo di Arrigo Cipriani: avevo richiesto l’incontro dopo aver letto il suo ultimo libro “Harry’s Bar – L’impresa, la ristorazione, la salute”, appena pubblicato per i tipi di Spirali e di cui ho scritto per i lettori di Barolo & Co.Quando è possibile, gli autori di cui parlo desidero conoscerli di persona: è fondamentale, per me, conoscere lo sguardo, seguire la gestualità, sentire il tono di voce, osservare come vestono. Nulla di scritto e neanche nulla di mediato da fotografie, cinema, televisione può dirti di una persona quanto un incontro: è la più vera delle banalità.

Arrigo Cipriani è un uomo ovviamente non più giovane, veste un impeccabile doppiopetto celeste scuro di ottimo taglio: la camicia e, soprattutto, la cravatta – una regimental dai colori pastello – raccontano sense of humor come lo sguardo franco, chiaro, aperto senza essere fastidiosamente indagatore, racconta un carattere libero e disponibile.

Egli è nato quasi quando nacque il suo Bar e di cui, non a caso, porta il nome: certo che gli anni gli danno fastidio, certo che, si vede bene assai, invecchiare non gli piace; lo spirito è quello di sempre: libero, birichino, bisognoso di misurarsi con gli uomini, le cose, i fatti.

Di sé dice non essere un genio: i due Giuseppe, padre e figlio, essi invece sono geni autentici. Uno ha creato la Leggenda, e il Carpaccio e il Bellini, senza aver alcun talento per i denari; l’altro, suo figlio quarantenne, della Leggenda sta facendo un grande business di respiro mondiale, come i tempi richiedono.

Era in Dubai ieri e stamattina si è presentato a Venezia; sa, si è comprato un aereo personale, e non potremmo proprio permettercelo: il fatto è che quando si mette in testa una cosa, non c’è verso di fargli cambiare idea, e devo dire che ha sempre, o quasi, ragione. Come quando, lo seppi dai giornali, comprò per 28 milioni di dollari il primo palazzo a New York: tutti quei soldi ovviamente non li avevamo, ma egli seppe trovarli e aveva ragione! Ha un grande carisma, come suo nonno e anche con le donne…

Le donne: la mamma Giulia, la moglie Ina (Tommasina) e quelle che comunque non nasconde di apprezzare. Ho letto “Anch’io ti amo”, un librino pubblicato nel ’96 da Baldini & Castoldi: i due scritti più belli sono quelli che Arrigo Cipriani dedica alla moglie e alla madre; scritti non banali, anche amari, struggenti, non privi di un certo fascino letterario.

Ho sempre pensato che gli uomini che sono stati educati dalle donne, quelli che hanno vissuto tra e con le donne, sviluppano una sensibilità particolare.

L’astrologia, per quel che vale e per chi ci crede: Arrigo è un toro di maggio, il papà Giuseppe uno scorpione di novembre, il figlio Giuseppe un leone di agosto: certe volte sembra quasi una disciplina seria…

Sa, Gianni Agnelli mi chiedeva sempre come stava mia zia….io che magari non la vedevo da mesi. E Berlusconi, ha fatto una serata da noi con Amato e poi è arrivato anche il suo cantante Apicella, di persona è simpatico, coinvolgente. Come Naomi Campbell, tutta un’altra persona rispetto a quello che si pensa seguendo i media.

Sì, Cipriani, ma a me non interessa che mi parli dei personaggi passati dall’Harry’s in tanti anni: ormai è tutto pubblicato e risaputo, la Leggenda è ormai proprietà dell’immaginario collettivo; mi parli di suo padre, mi parli di suo figlio…

Mio padre certe volte lo caricavo sull’auto, a me sono sempre piaciute le automobili veloci – oggi possiedo una AMG da più di 500 cavalli e sapesse come mi diverto ancora ai semafori: da 0 a 100 in 4 secondi! – a quei tempi avevo una Giulietta, e con  lui scorazzavamo per la provincia per un giorno intero, mangiando e, ancor più bevendo, in trattorie incredibili. Si tornava sempre con le gambe ben ben traballanti….

Di mio figlio, che vedo pochissimo perché è sempre in giro per il mondo, mi ricordo una volta in cui riuscimmo a stare insieme per sei ore consecutive e a parlare come non avevamo mai fatto: era una circostanza non bella, eppure la ricordo con piacere per quel lungo momento di intimità, di vicinanza.

Oggi, il nostro è un grande affare che occupa più di 1000 persone in diversi continenti: stiamo per aprire a Las Vegas e a Miami, e anche qui mio figlio Giuseppe ha saputo scegliere i posti migliori, e la sfida è rappresentata dalla necessità di valutare e incentivare al meglio i collaboratori cui delegare compiti importanti. Stiamo trasformando un’azienda familiare in una moderna organizzazione con strategie mondiali, e non è cosa semplice.

Pensi che Giuseppe ha comprato una grande azienda agricola in Uruguay, un affare come li sa fare solo lui: ci vado ogni tanto a trascorrere qualche bel momento con gli amici.

Siamo seduti in un tavolo d’angolo al primo piano del locale: l’Harry’s Bar è un localino piccino, proprio di fronte alla fermata S. Marco delle linee di traghetti veneziani. Colpisce lo spazio minuscolo, colpisce la straordinaria accoglienza, sempre discreta dei camerieri, i tavoli bassi, le comode poltrone, le piccole posate, i bicchieri quasi ordinari: Riedle, quando viene da noi si porta i suoi bicchieri, ma io non gliene ho mai comprato uno! Da noi si usano quelli che piacciono a me, non si discute. E non ci sono chef, non ci sono tendenze da seguire, cucine novelle o sifoni da rincorrere: da noi si viene perché siamo noi.

Ovviamente, la discussione viene a toccare l’argomento guide e giornalisti e critici enogastronomici di cui Arrigo Cipriani non ha grande considerazione: e come dargli torto! Non c’è un grande editore che pubblichi una guida vera del settore – parlo di Editori come li ho conosciuti io,  Giulio Einaudi, Mario Lattes, Giancarlo Merlini – perché posti come Il Bar dovrebbero occupare una sezione hors categorie: non si danno voti alle Leggende. Anche il mio amico Gino Veronelli, grande personaggio di questo mondo ma certo non grande editore, ebbe i suoi bravi torti. Cipriani mi racconta di una battaglia a suon di anagrammi: trovò un bel Er vinello  che non piacque molto al buon Gino; si riappacificarono in un incontro casuale a New York…

Due aneddoti prima di concludere: una volta a New York a  Silvester Stallone che si lamentava di essere da molto in attesa di un tavolo, Giuseppe Cipriani replicò che per vedere un suo film aveva dovuto fare due ore di coda, e dunque che lasciasse perdere…

Gael Green, giornalista esperta di enogastronomia ma anche di faccende inerenti il sesso, fu mandata dal New York Magazine a scrivere un pezzo su uno dei locali di Cipriani: ne scrisse malissimo e a torto; Arrigo spedì una lettera al giornale dicendo che la signora aveva mangiato dimenticandosi di togliere il preservativo dalla lingua. E la lettera venne pubblicata integralmente, con grandi complimenti di tutti gli addetti ai lavori al sarcasmo opportuno del buon Arrigo.

Concludo parlando della pasta all’uovo, confezionata nel pastificio di proprietà in Veneto – non più di qualche quintale al giorno con una macchina ideata da Cipriani stesso – di qualità eccelsa, preparata con un ragout ineccepibile. Così come di ottima qualità la tartare guarnita con una buona salsa tonnata. Una bottiglia di un giovane Cabernet ha svolto il suo compito in modo adeguato – Arrigo Cipriani mi ha fatto notare che a Venezia non si possono avere cantine in cui tenere i grandi vini e ci si deve attrezzare in altro modo.

Di cibo e di vino ho parlato poco: non sono stato ospite di Arrigo Cipriani per giudicare la qualità della ristorazione, peraltro impeccabile: spesse volte ci si dimentica che la ristorazione è solo un mezzo.

Il fine naturale è nutrirsi bene.

Il fine delle persone, quelle che piacciono a me, è invece quello d’incontrare altri uomini, sensibili e curiosi ( non tralasciando le donne, naturalmente…).

Torino 17 marzo 2008

Vincenzo Reda

 

La bottiglia del giorno dopo: Le Cruste 2004 di Longo

Questo racconto – pubblicato per la prima volta nel settembre del 2006 su Barolo & Co e scritto in quel periodo – fa parte del mio libro Più o meno di vino, pubblicato lo scorso anno per i tipi delle Edizioni del Capricorno. E’ uno dei miei racconti preferiti, uno di quelli che piace di più e che spesso leggo durante le presentazioni del libro.

Quella benedetta bottiglia era l’eccellente Le Cruste, di Alberto Longo: è giusto, oggi, precisarlo. Nella foto accanto sono con l’amico Gegè, addossato al secentesco muro dell’antico convento di  Monte S. Angelo.

LA BOTTIGLIA DEL GIORNO DOPO

UNA STORIA DI VINO

La linea piatta, regolare e noiosa che da Trieste fino al Salento contiene a ovest l’Adriatico è interrotta tre volte da promontori che crescono scendendo verso sud.

Monte San Bartolo è il primo sperone addossato a Pesaro; poco oltre, il Conero si erge su Ancona ben più imponente e importante; molto più a sud-est il Gargano riempie la vista e nasconde il mare.

Sono tanti anni ormai che tra la fine di luglio e agosto ripercorro la faticosa A14 per trovare le mie vacanze, letteralmente i miei vuoti ( da vacare, vacuo, ecc…), sotto un uliveto millenario che riempie un piccolo piano creato dai riporti alluvionali di epoca pleistocenica e abitato dall’uomo fin dal paleolitico antico.

Situato a nord-est di Mattinata ( la romana Matinum, fondata a baciare il sole nascente), questo è il mio ritiro estivo.

Da qualche anno, non molti in verità, consumo un rito:  un giorno della prima settimana di agosto, di solito in tarda mattinata, abbandono la mia amàca messicana, tesa tra due ulivi che in questo periodo sono già ben carichi di frantoiane piccine e prossime alla maturità, e parto verso Monte Sant’Angelo.

Si tratta di un percorso di circa 30 chilometri e di una quarantina di minuti che mi porta, attraverso gli odori fortissimi della macchia mediterranea ben esposta al sole torrido della tarda mattinata, a oltre settecento metri di quota, in prossimità del cuore del promontorio.

Vado a trovare il mio amico Gegè, grande chef che mi ospita dentro i mille bianchi abbacinanti di Monte Sant’Angelo, in una piazzetta secentesca, alla quale si accede solo percorrendo scaloni di lucido tufo. Intorno, il quartiere medievale Junno, con le casette bianche, tutte uguali, disposte come denti di una sega; poco lontano, la grotta dove apparve l’Arcangelo Michele e che unisce questo magnifico paese alla nostra Sacra in Val Susa e a Mont Saint Michel in Normandia.

Il mio posto, sempre il solito, è all’aperto tra un bagolaro e un        muraglione  di pietra, avanzo di un antico convento di suore.

Gegè è un burlone autentico che, a testimonianza del suo grande affetto nei miei confronti, in genere mi accoglie con insulti e male parole sputate a bocca larga, sorridendo a modo suo tra pizzetto e folti capelli arruffati che caratterizzano una faccia da schiaffi e due occhietti scuri che pungono.

Che ti preparo, fai tu, sai che di te mi fido, va bene ci penso io e parte verso la cucina che si trova qualche scalone giù in basso.

E’ cucina di territorio, semplice e sublime.

E da bere cosa mi fai provare, guarda oggi  ti faccio assaggiare un vino che so che ti piace. Aspetta e vedrai.

E’ un nero di Troia in purezza, 2004, prodotto a Lucera da uno che ha deciso di fare le cose per bene, con grande enologo del nord e tutto il resto ( sì, lui non dice: e quant’altro).

Assaggio, godendo di tutti quei bianchi e grigi che sono i colori di calce e tufo che delimitano la piazza in vari piani verticali e orizzontali e sono bruscamente interrotti dall’azzurro schietto e chiaro del cielo del Gargano alle 13 di un giorno di agosto.

Vitigno autoctono, da poco riscoperto e ritenuto capace di produrre da solo vini importanti, come questo rosso di gran corpo, vigoroso, sincero, un po’ squilibrato, non male ma vorrei avere un po’ di tempo in più.

Non bevo mai più di una mezza bottiglia scarsa – anche perché non voglio mai rinunciare al rum invecchiato o whisky di malto o cognac che Gegè mi propone per accompagnare il mezzo toscano riserva di fine pasto.

Ascolta, portatela giù, la finisci stasera così la puoi sentire meglio, va bene, ciao, ci vediamo ci sentiamo…..

E si torna al sicuro sotto gli ulivi che il piccolo, vecchio e storpio Matteo tratta come figli. Gli ulivi, altro che i turisti!

La sera non ho voglia di bere quel vino troppo importante per il pesce di scoglio che mangiamo. E neanche il giorno successivo e quello dopo.

Il terzo giorno finalmente mettiamo sulla brace un bel coscio di agnello: è la volta buona per quella mezza bottiglia di nero di Troia. Ma son passati tre giorni, non saranno troppi?

Altro che troppi: una meraviglia, una sfera di velluto che carezza il palato, equilibrato, ampio con un alito penetrante e poi, quello che più conta, lungo lungo ché ci vuole tempo per lasciarti bocca e gola pulite.

Ho pensato, godendo come un’aquila, alle verticali, ai giapponesi, ai corsi per aspiranti sommelier, agli stand del Vinitaly,  ai bicchieri grappoli pallozzi voti delle guide……Una mezza bottiglia di tre giorni….L’ho bevuta come aperitivo,  con l’agnello, con i fichi e l’ultimo sorso me lo sono tenuto per introdurre il primo tiro di mezzo toscano riserva.

Dondolando sulla mia amàca messicana, tesa tra due ulivi secolari, sul Gargano, Italia, un pomeriggio di agosto di quest’anno del Signore. Perché gli anni sono tutti del Signore.

http://www.albertolongo.it/

Barolo & Co: Vigne e orti dentro la città

La suggestione per scrivere questo articolo mi era venuta leggendo sopra una cartina di Roma l’elenco alfabetico delle sue strade; avevo notato che c’era un’abbondanza di riferimenti a orti e vigne: Via degli Ortaggi, Orti d’Alibert, Orti della Farnesina, Orti di Cesare, Orti di Galba, Orti di Mecenate, Orti di Trastevere, Orti Flaviani, Orti Gianicolensi, Orti Giustiniani, Orti Portuensi, Orti Spagnoli, Orti Variani.

Via Vigna Alvi, Vigna Bertone, Vigna Corsetti, Vigna Due Torri, Vigna Fabbri, Vigna Filonardi, Vigna Jacobini, Vigna Lais, Vigna Mangani, Vigna Pia, Vigna Pozzi, Vigna Rosati, Vigna Serafini, Vigna Stellati, Vigne Nuove….Via della Vite.

Ben conoscevo il fatto che durante il medioevo, e fino almeno ai primi anni del Novecento, nella Capitale era abbastanza diffusa l’abitudine di coltivare l’uva, ma un’abbondanza simile di riferimenti toponomastici è in verità sorprendente!

Ho cominciato così a svolgere alcune ricerche e fare relativi approfondimenti in materia.

In età repubblicana e nel successivo ipertrofico sviluppo imperiale non sono attestate testimonianze di coltura della vite dentro le mura di una città che doveva essere sovraffollata: Marco Porcio Catone (234-149 a.C.) è il primo che parla di vino nel De re rustica e nel De agri cultura e sappiamo che possedeva una villa in Tuscolo, dove era nato e dove, come conferma Giunio Modesto Columella due secoli più tardi, si coltivavano vigne molto estese.

Il collasso dell’Impero e la disgregazione di Roma successivi  al IV e al V secolo della nostra era modificano completamente gli usi e i costumi dei sempre più rari e impauriti abitanti: è in questo periodo che, con l’aiuto soprattutto di conventi e monasteri benedettini e cluniacensi – per i quali il vino è un irrinunciabile elemento cultuale – piccole vigne cominciano a essere coltivate all’interno delle mura fortificate di palazzi e castelli romani. E’ molto probabile che, nell’ottica di un’economia di sussistenza, fosse prestata più attenzione all’orto che alla vigna e dunque la complessa e poco redditizia attività legata al vino fosse, durante i secoli bui dell’alto medioevo, una questione appunto di competenza dei monaci.

A cominciare però dall’XII secolo le vigne si diffondono nelle città e il Bacci e Sante Lancerio, bottigliere misterioso di papa Paolo III, ne testimoniano l’esistenza durante il rinascimento in zone come il Gianicolo e a Monte Mario. E’ questa ormai una pratica che si è diffusa in tutta Europa: in un progetto di ricerca di Katia Mori – Archeologia Medievale dell’Università di Siena – si attesta che nella città senese : “(i dati) che emergono da un registro della Biccherna relativo alla tassazione imposta nel 1454 a tutti i cittadini possessori di orti o vigne all’interno delle mura. Dalla Tavola delle possessioni si viene a conoscenza della presenza di 202 case con orto, 47 orti isolati e 14 vigne dislocati soprattutto nel popolo di Abbazia Nuova ed in quello di San Marco.”.

Ma succede che tra il XVIII e il XIX secolo le vigne cittadine si diffondono con uno sviluppo che va di pari passo con le tecnologie sempre più raffinate che viticoltura e enologia hanno raggiunto: ci sono vigne in tutte le città, grandi o piccole che siano; certo Roma è quella che vanta le più famose e numerose che alimentano le sempre più diffuse osterie.

Sulla via di Tor Pignattara, la vigna di Monte d’Oro; sull’Aventino, tra le terme di Caracalla, la vigna Guerrieri e le vigne della famiglia Torlonia; a Monte Mario la vigna del farmacista Alberto Langeli. Ma la più famosa, rimasta ancora oggi nella memoria collettiva, è la «Vigna dei frati»: nei pressi delle terme di Caracalla, appartenuta prima alla Compagnia di Gesù e visitata da S. Ignazio di Loyola, e poi – si chiamava vigna Antoniana – passata ai frati Minori Conventuali.

Il poeta dialettale Francesco Possenti la celebra con un sonetto che vale la pena di ricordare:

Er vino de li frati a Via Baccelli,

straportato per fusto de coppella

da li vigneti attorno a li Castelli,

te ristora la gola e le budella.

Si te ne scoli un litro a garganella,

a sede’ sotto l’arberi gemelli

che l’estate funzioneno da ombrelli,

te pare che la vita sia più bella.

Vino de le campagne nostre care,

spisciolato dall’uve bianche e nere,

bono pe’ di’ la Messa su l’artare,

sei te lo sciuro, identico e preciso,

sversato da li frati ner bicchiere,

bevuto da li santi in paradiso!

Ma se a Roma fioriscono orti e vigneti, non si può dire che altrove questo costume sia inconsueto: è celebre il Vigneto di Leonardo che il duca Ludovico il Moro donò al Genio, appassionato di vino e di cucina, riportato in un documento ufficiale e datato 26 aprile 1499. Ubicato vicino al convento di Santa Maria delle Grazie, dove Leonardo aveva appena finito di dipingere il Cenacolo, si estendeva per circa un ettaro. Fu lasciato in eredità, nel testamento redatto il 23 aprile 1519, ai fedeli Giovanbattista Villani e Salaì. Vi sono testimonianze della sua esistenza fino agli anni 40 del Novecento: era un vigneto a pergola. Oggi all’interno del giardino di Casa degli Atellani, al numero civico 65 di corso Magenta, non se ne conserva più traccia: pare sia stato distrutto causa un incendio.

Ma non posso non menzionare il celeberrimo Clos Montmatre, vigneto impiantato nel 1929 da alcuni artisti che intendevano salvare le ultime testimonianze delle vigne parigine (nell’800 si calcola che dentro la città ci fossero almeno 20.000 ha di terreni coltivati a vigneto). Il vigneto è situato a due passi dal Moulin Rouge, 1.500 mq con circa 2.000 piante di Gamay e Pinot noir.

Orti e vigne cittadine sparirono quasi tutte con la fine del XIX secolo: a Roma la causa principale fu lo sviluppo edilizio e urbano dopo il 20 settembre 1870; altrove le ragioni della distruzione di questi terreni agricoli cittadini furono soprattutto dovute all’inurbamento selvaggio e alle speculazioni edilizie.

Vi fu una riscoperta, com’è ovvio, dell’agricoltura cittadina durante la guerra: a Roma, e non soltanto, rispuntarono i famosi «orti di guerra».

Ma è da qualche anno che ovunque, in Europa e negli Stati Uniti, si vanno riscoprendo le attività agricole e vitivinicole cittadine.

Da citare il progetto di ricerca Senearum vinea che ha permesso di identificare dentro la città di Siena vitigni autoctoni sconosciuti o di cui s’erano perse le tracce: Abrusco, Mammolo, Gorgottesco, Poverina, Rossone, Tenerone, Occhio di Pernice, Zuccaccio, Vaiano.

Da segnalare il  Vigneto della Pusterla, 4 ettari di vigna nel centro di Brescia curati da Piero Bonomi (Bellavista) e Pierluigi Villa (Università di Milano): da uve Invernenga (a bacca bianca) e Marzemino (una varietà autotona), Uva uccellino, Maiolica, Schiava, Corva, Merlot, Barbera e Brugnera (a bacca rossa) si producono circa 100 hl. di mosto con cui si imbottigliano gli IGT Pusterla Bianco e Pusterla Rosso Ronchi di Brescia.

La Vigna di San Martino, centro di Napoli, all’ombra dell’omonima Certosa, è la creatura di Peppe Morra, gallerista partenopeo che nel 1987 acquistò 7,5 ettari di terreno incolto da cui ricavò una vigna di 4 ettari e un giardino impreziosito da alcuni superstiti olivi centenari e altre piante di particolare interesse: Falanghina dei Campi Flegrei (uno dei miei due vini bianchi del Sud preferiti, l’altro è il pugliese Fiano Minutolo), Piedirosso (in Campania chiamato Pér ‘e palummo, zampa di colombo), Catalanesca e Aglianico, tutti autoctoni e a piede franco, sono i vitigni che Peppe Morra e i suoi amici curano in questo gioiello nel centro di Napoli da cui la vista abbraccia Capri e il Vesuvio, Sorrento e tutto il golfo.

E infine bisogna parlare di Torino.

Pochi sanno che nel XVII e XVIII secolo era abitudine diffusa dei nobili torinesi passare brevi vacanze nelle ville collinari i cui giardini ospitavano orti e vigne: durante l’assedio del 1706 le truppe francesi saccheggiarono e distrussero almeno 150 appezzamenti coltivati a vigneto. Oggi tracce di quei vigneti si conservano a Villa Abegg e nei giardini di Vigna Chinet, come mi testimonia il suo attuale proprietario Giuseppe Crosetto, secondo cui ancora venti, trent’anni fa l’uva era coltivata regolarmente; mi cita anche una certa Vigna di Mongreno di proprietà di un tizio che distillava acquavite.

Negli orti, spesso coltivati abusivamente, ancora presenti lungo i fiumi e nelle zone periferiche della città, la vite è quasi sempre presente, come c’era nel suo terreno che mio padre coltivava al confine tra Beinasco e Torino: era uva fragola bianca e nera, frutti di piante che non dovevano avere meno di 50/60 anni.

Oggi a Torino è straordinario il vigneto ripiantato a Villa della Regina durante il ricupero e restauro della splendida dimora a due passi da Piazza Vittorio: è un appezzamento esposto a sud-ovest di circa 0,7 ettari (la vigna originale si estendeva per un ettaro e mezzo), piantumato a girapoggio con l’autoctona Freisa di Chieri (2.500 barbatelle di Freisa  e altre 200 barbatelle di vitigni rari come il famoso Cari, il Balaran, il Grisa roussa e il Neretto duro). La vigna è stata data in concessione all’Azienda Balbiano di Andezeno, storica cantina produttrice della migliore Freisa di Chieri che è un vino più fine, più delicato, più beverino della Freisa d’Asti.

Il titolare, Franco Balbiano, mi racconta che nel 2009 c’è stata la seconda vendemmia: in effetti, quella del 2008 dette soltanto una decina di ql che vennero impiegati nelle sperimentazioni di microvinificazione. L’anno scorso la vigna ha dato circa 34,40 hl – con una resa del 60/65 % – di un vino che presenta 13,60 % di grado alcolico e 5,5 gr/L di acidità totale: oggi riposa e matura in vasche d’acciaio, sarà imbottigliato a novembre di quest’anno e sarà il vino con cui si festeggerà il 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

Vigneto Pusterla di Brescia: IGT Ronchi Bianco

Questo è senza dubbio uno dei vini più interessanti, più rari, più atipici d’Italia – e dunque del mondo. E’ il Pusterla IGT Bianco Ronchi di Brescia 2006, uve Invernenga in purezza.

Questo vitigno è autoctono del vigneto centenario ricuperato, sono ormai circa 15 anni, nel centro della città di Brescia: sono circa 4 ettari – i bresciani sostengono essere il vigneto cittadino più grande d’Europa, ma bisognerebbe confrontarlo con quello napoletano, la Vigna di San Martino, anch’esso di circa 4 ettari all’interno di un territorio agricolo urbano di circa 7,5 ettari.

Il vigneto è stato affittato ed è curato da Piero Bonomi (Bellavista) e Pierluigi Villa (Università di Milano): da uve Invernenga (a bacca bianca) e Marzemino (una varietà autotona), Uva uccellino, Maiolica, Schiava, Corva, Merlot, Barbera e Brugnera (a bacca rossa) si producono circa 100 hl. di mosto con cui si imbottigliano gli IGT Pusterla Bianco e Pusterla Rosso Ronchi di Brescia.

Il mio amico, editore prestigioso, ma più prestigioso compagno di bevute Enrico Tallone mi ha fatto assaggiare questa bottiglia di Invernenga 2006: un bianco che appena avuta l’aria mi ha fatto pensare a un Trebbiano di grande struttura, acido, con retrogusto amaro e lunga persistenza in gola. Poi ha cominciato a respirare a pieni polmoni e il Trebbiano s’è allontanato, il vino ha cominciato a prendere una sua personale espressione e gusti intensi di lavanda hanno preso corpo; purtroppo la degustazione, per molti e validissimi motivi, non ha avuto uno svolgimento professionale: troppi i diversivi in un ambiente così ricco di tradizione, storia, suggestioni….Ho comunque nella memoria un vino unico, prezioso, non confrontabile con alcun altro.

L’assegno

Questo è l’assegno, che ho gelosamente conservato, di L. 4.000.000 che fu lasciato alla gallerista milanese Gloria Tansuso nel 2000 per comprare il quadro qui sotto riprodotto.

L’assegno risultò scoperto, ma il quadro venne ricuperato a Modena: non denunciammo il distinto signore (ex gallerista) settantenne che tentò la truffa, anzi ne fui quasi orgoglioso. Evidentemente un mio quadro valeva una truffa!

Il lavoro fu poi acquistato dal Prof. Emilio Marengo e oggi è appeso ai muri medievali del ristorante “La Taverna del Templare”, in località Palazzuolo, comune di Monte San Savino (Arezzo). La vicenda è narrata con dovizia di particolari nel racconto “L’assegno”, compreso nel mio libro “Più o meno di vino”. E’ interessante notare che quando ho concepito quel lavoro – e ci metto sempre molto tempo a immaginare un quadro – pensavo al racconto di J. Luis Borges “La rosa di Paracelso”…..

Piero Ciampi

Il vino

Com’è bello il vino

rosso rosso rosso,

bianco è il mattino,

sono dentro a un fosso.

E in mezzo all’acqua sporca

godo queste stelle,

questa vita è corta,

è scritto sulla pelle.

Ma com’è bello il vino

bianco bianco bianco,

rosso è il mattino,

sento male a un fianco.

Vita vita vita,

sera dopo sera,

fuggi tra le dita,

spera, Mira, spera.

Quando sento Ciampi non penso al nostro bravo, onesto e patriota presidente livornese, Carlo Azeglio: per me, da sempre, il Ciampi corretto di nome fa Piero, anch’egli di Livorno; un tanghero allampanato e spilungone, i capelli scarmigliati dal vento eterno e lo sguardo allucinato e trasognato di chi ha sempre molto da imparare e poco da insegnare.

Piero Ciampi nacque a Livorno il 28 settembre del 1934 (un’altra fonte mi dice 20 settembre 1934).

Il padre di Piero Ciampi, Umberto, era un piccolo commerciante di pellami con bottega nella zona di Piazza Grande; i suoi due fratelli, Paolo e Roberto, erano come lui appassionati di musica.

Si iscrive alla facoltà di ingegneria di Pisa, che abbandona abbastanza presto; viene chiamato alle armi e al Car di Pesaro, tra ubriacature, scazzottate e serate trascorse a cantare e declamare strambe poesie, conosce Gianfranco Reverberi.

Pare che il suo primo strumento fosse il contrabbasso, che tentava di suonare assieme a qualche orchestrina nei locali di Livorno.

Comincia a scappare da Livorno verso il 1957, la meta è Parigi, dove frequenta artisti e localacci in cui trova il modo di esibirsi per pochi soldi.

Conosce Celine e ascolta Brassens, i francesi lo chiamano Piero L’Italianò e lo accostano a un altro livornese squilibrato di qualche anno prima: Amedeo Modigliani.

Torna a Livorno, senza soldi e senza scopo, un paio di anni dopo; in città zonzola tra una sbronza e l’altra, provando perfino a fare il pescatore, ma il mare vero lo atterrisce, il suo mare è pura metafora:

“Il mare

al tramonto

salì

sulla luna

e senza appuntamento

dopo uno sguardo

dietro tendine di stelle

se la chiavò”.

Poco dopo, il suo vecchio commilitone, Reverberi, se lo porta a Milano e gli fa incidere con il nome d’arte Piero Litaliano i primi dischi. E’ la stagione che dà alla luce i primi grandi cantautori.

I discografici vorrebbero farne un grande della canzone, con un lancio studiato a tavolino e un programma di marketing ambizioso; il fatto è che avevano sbagliato soggetto: l’unico marketing di Piero era il fiasco del vino, il gioco d’azzardo, la fuga perenne….

Nel 1963 riescono a fargli pubblicare il suo primo album con dodici canzoni:

“Ho scritto queste dodici canzoni per una donna che ho amato e che ho perduto. Questi dodici ricordi sono la Bastiglia del mio cuore. Per la mia donna ho fatto cose ben più grandi di queste canzoni, ma quelle cose sono ormai perdute. Ora restano soltanto dodici canzoni.”

In quegli anni vagabonda per mezza Europa, tra donne, lavori saltuari, qualche canzone scritta per altri (una per Gigliola Cinquetti) e le irrinunciabili sbornie; conosce una bella ragazza irlandese, Moira, che sposa, che gli dà un figlio e che scappa.

Una seconda storia d’amore sarà importante per Piero: Gabriella, romana, con cui convive qualche mese e da cui ha una figlia, Mira, che cita nella canzone dedicata al vino.

“…..tu metti una pentola sul fuoco,

ci facciamo un bel piatto di spaghetti al burro

mentre aspettiamo il trasloco,

poi ci ficchiamo a letto e te lo faccio vedere chi sono io:

ti sganghero!”

E’ di quegli anni l’episodio legato a Gino Paoli, suo grande e problematico amico, assieme a Luigi Tenco: Paoli lo porta presso un’importante casa discografica, presentandolo come artista di sicuro successo, gli credono e sottoscrivono a Ciampi un ottimo contratto con adeguato e congruo anticipo; Piero Ciampi sparisce immediatamente a investire, come ben sa, tutto quel denaro e saranno chissà che sbronze, chissà che risse, chissà che giocate.

Da un’intervista del 1976 concessa a un settimanale:

“D – Che cosa crede d’avere, come livornese, anarchico e comunista, in più degli altri?

R – Niente, è questo il mio equilibrio, la mia politica. Cercare di non offendere gli altri avendo qualcosa in più dell’uomo più povero di questa terra. La poesia è la sola cosa che ho.

D – Che cosa le manca per sentirsi ricco?

R – Tante cose; una frittata di cipolle, un bicchiere di vino, un caffè caldo e un taxi alla porta. Non ho mai avuto tutte queste cose insieme.”

Nel 1970 conosce Gianni Marchetti, che sarà il musicista con cui realizzerà i suoi capolavori, l’unico che riesce a stargli vicino, a interpretarlo; Ciampi racconta che complici dell’incontro furono un pianoforte e una bottiglia di champagne.

Lo sente Aznavour che lo vuole in televisione con lui, pare che Villaggio, conduttore del programma, dovesse trascinarlo a forza in scena, ubriaco, come sempre.

“Ma come? Ma sono secoli che ti amo,

cinquemila anni, e tu mi dici di no?

Sai che cosa ti dico? Vaffanculo.

Te, gli intellettuali e i pirati. Non ho altro da dirti.

Sai che bel vaffanculo che ti porti nella tomba?

…..non conosci l’educazione, eh?

Portami una sedia, e vattene.”

Si trasferisce a Roma, dove frequenta alcuni pittori importanti (Turcato, Turchiaro, Schifano, Tano Festa, Ceroli), alcuni poeti (Alfonso Gatto), artisti geniali come lui: si racconta di interminabili partite a dama con Carmelo Bene, partite che finivano invariabilmente con scazzottate appassionate. Abitava dirimpetto alla casa di Moravia, che ovviamente non apprezzava; Moravia aveva un merlo a cui Ciampi dedicò una canzone assai strampalata in cui recita di volerselo mangiare, non mangiò il merlo dello scrittore, ma la povera bestia finì presto i suoi giorni strozzato da Moravia in un accesso d’ira.

Nei primi anni settanta molti lo cercano, molti vorrebbero lavorare con lui. Ma lui non c’è; è ubriaco, insulta tutti, litiga con tutti: manda a quel paese il pubblico al Premio Tenco, si scazzotta con Franco Califano, insulta in pubblico il celebre mago Silvan; molti suoi colleghi lo odiano, pochi altri lo venerano (Nada, Ornella Vanoni, Paoli…).

Registra qualche apparizione televisiva che viene tagliata o trasmessa in orari e periodi poco interessanti, visto lo stato sempre poco decoroso dell’artista.

Viene sempre invitato al Premio Tenco che, dopo l’apparizione memorabile e burrascosa del 1976, diserta invariabilmente.

Negli ultimi anni torna spesso a Livorno, dove prepara una degna uscita di scena a causa di una trionfale cirrosi epatica: invece la morte lo frega, lo uccide un cancro alla gola, a Roma.

In punto di morte chiede un fiore e un bicchiere di vino fresco, è il 19 gennaio 1980.

Ha quarantasei anni, uno in meno di Jack Kerouak, che aveva ricordato in una sua canzone.

“Ha tutte le carte in regola

per essere un artista:

ha un carattere melanconico,

beve come un irlandese.

Se incontra un disperato

non gli chiede spiegazioni,

divide la sua cena

con pittori ciechi, musicisti sordi,

giocatori sfortunati, scrittori monchi.”

Io, Piero Ciampi, l’ho amato e l’amo di un amore incommensurabile: Piero è un bambino, il mio fratellino minore che vorrei proteggere e consigliare; è l’amico fraterno con cui, unico, potrei confrontarmi perché, sono sicuro, saprebbe sempre non mentirmi e, quand’anche mentisse, sono certo, lo farebbe solo per il mio bene.

Vincenzo Reda

A proposito di Copenhagen

Questo articolo è stato scritto per  www.ecograffi.it il sito diretto dal Dr. Giorgio Diaferia

“E’ chiaro che mi vien da ridere, anzi – per non essere poi troppo irrispettoso – da sorridere: «Ci riuniamo tutti a Copenhagen e vediamo cosa è meglio fare per curare il Pianeta malato!.

Ci riuniamo proprio tutti e con le migliori intenzioni perché altrimenti il Pianeta morirà; ci saranno Cina, India, Brasile, Stati Uniti, Russia, la cara vecchia Europa: tutti insieme e prenderemo le decisioni più opportune».

Evviva!

Com’è ovvio – perché la faccenda si ripete dai vertici di Rio, di Città del Capo, di Seattle, di Kyoto – non è successo proprio niente: perché il punto non è quello di pensare a salvare il sottoscritto! Dovrebbero cominciare a curare loro stessi e a pensare a salvare il futuro dei loro figli e nipoti, altro che pensare al Pianeta: il Pianeta, io per intenderci, della razza umana me ne impippo, come ho già avuto modo di precisare.

Ne ho viste di razze magnifiche nascere, svilupparsi, dominare e sparire magari dopo milioni di anni: gli uomini sono soltanto un incidente di percorso e, a ogni modo, a loro stessi dovrebbero prestare le prime cure e le giuste attenzioni. Io c’ero prima e ci sarò dopo, e magari starò anche meglio….”.

…………..

Ascoltando questa voce misteriosa che mi parlava da insondabili profondità, dentro e intorno a me, ripensavo all’ultimo vertice di Copenhagen, appena concluso e senza, ancora una volta, nulla di fatto. E ci ripensavo facendo scorrere le immagini fresche dell’India appena visitata per lavoro.

In un viaggio tra il centro della capitale, New Delhi, e un sobborgo distante qualche decina di chilometri, ho visto di tutto e ho visto mondi lontanissimi convivere, uno dentro l’altro ma separati da invisibili e impenetrabili confini; ho visto Gurgaon, un posto infestato di grattacieli e vetro e cemento e acciaio che non esisteva fino a qualche anno fa e ora conta milioni di abitanti; ho visto i costruttori di questo mostro abitare, sotto i vetri e gli acciai, misere capanne di mattoni di fango seccati al sole, sotto intralci di linee elettriche che passano sul loro capo e che a loro nulla servono: i villagers, chiamati dalle campagne come manodopera a costo bassissimo, sono i più virtuosi dal punto di vista ecologico perché la loro cultura e la loro povertà li obbliga a mangiare – poco – a “metri zero”; a non consumare combustibili fossili, a non usare corrente elettrica, a non usare fibre sintetiche, a non sprecare l’acqua, a riutilizzare ogni rifiuto, a partire dai loro stessi escrementi. Eppure partecipano a uno dei più incredibili sprechi e inquinamenti che mi sia mai capitato di vedere.

E allora, come la mettiamo?

Come la mettiamo coi cinesi e i brasiliani? Ma come la mettiamo con le abitudini degli americani e degli europei che dello spreco – l’inno perenne è l’incremento dei consumi, pena La Crisi – hanno fatto un modello di vita che gli uomini ricchissimi dei paesi in via di sviluppo si fanno vanto di copiare, sprecando anche di più?

In India è obbligatorio per ogni possessore di veicolo a motore effettuare ogni tre mesi un controllo delle emissioni: è incredibile, ma sono molto severi e efficienti; posso testimoniare che non è affatto vero che Delhi o Bombay siano inquinate più di Torino: i colletti delle mie camicie a Torino, dopo una mattinata in giro per la città, si fanno grigi, in India ho constatato che le camicie mi duravano più di un giorno!

Ma il punto è che bisogna evitare che indiani e cinesi ci seguano sul terreno dello spreco e noi dobbiamo impegnarci a sprecare di meno: non per salvare il Pianeta, molto più semplicemente per consentire ai nostri discendenti di evitare catastrofi che metteranno in pericolo la sopravvivenza della nostra razza.

E’ una questione di cultura diffusa, non di vertici inutili.

Il Pianeta, con i suoi batteri, i suoi scarafaggi, i suoi topi, le formiche e i colombi staranno a ridacchiare sulle nostre tragedie possibili – probabili – e non hanno bisogno di fare vertici inutili: milioni di anni hanno insegnato loro i modelli corretti di comportamento per la salvaguardia delle loro genìe.

Credo che noi andremo incontro a qualche sonoro, e molto doloroso “schiaffone” e allora, forse, come stupidi e presuntuosi mocciosi, saremo costretti a ripensare i nostri modelli di comportamento.

Informacibo: il mio articolo sui vitigni autoctoni al Wine Show di Torino, a cura di Go Wine

http://www.informacibo.it/vincenzo_reda/forum-autoctoni09.htm