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Gaia Gaja: Di padre in figlia, HoReCa n. 64

«L’incipit è folgorante, biblico addirittura: Io sono impastato con questa terra…”. Sullo sfondo della saletta elegante del 5 stelle Westing Palace Hotel di Milano è proiettata una diapositiva in cui la piramide perfetta del Monviso sorveglia austera la Langa. Così, con questo biblico incipit, Angelo Gaja comincia la sua chiacchierata di un’ora abbondante che costituisce la prima parte dell’evento milanese, organizzato per celebrare il secolo e mezzo di vita dell’Azienda di famiglia.  (continua…)

CasalFarneto su HoReCa n.62

L’occasione di conoscere una realtà assai interessante nel panorama vitivinicolo marchigiano mi è stata fornita dall’invito a partecipare, nelle vesti di relatore, al convegno “Verdicchio 2.0”. Ideato dalla Cantina CasalFarneto e dall’amico e grande enologo Alberto Mazzoni, il convegno aveva lo scopo di esaminare le nuove prospettive di comunicazione rappresentate dal Web, con le recenti e sorprendenti evoluzioni che vedono uno sviluppo quasi incontrollabile di siti, blog e social network. Il convegno è stato moderato da Giorgio Dell’Orefice (Il Sole 24 ore) e gli altri relatori erano: Luigi Bellucci (Tigullio vino), Franco Ziliani (Vino al vino), Monica Pisciella (Wineup) e Andrea Petrini (Percorsi di vino).  (continua…)

Terredavino, HoReCa n. 64

Concretezza, efficienza, qualità di processo, pochi fronzoli: quasi come spiegare in quattro concetti cosa significa rappresentare appieno il Piemonte che lavora. Quando scelsi di scrivere dell’azienda Terre Da Vino, in verità la molla che mi spinse fu la curiosità di capire i motivi per i quali un produttore di vino di una certa importanza decide di affidare a un unico brand linee commerciali diverse e quasi antitetiche come GDO e HORECA. Poco conoscevo i vini di questo produttore, certo avevo bevuto una Barbera che mi era parsa discreta, senz’altro ricordare. (continua…)

Valtènesi: la nuova Doc sulle sponde bresciane del Lago di Garda

Fin da bambino, avendo una zia vicentina, ho frequentato la zona del Lago di Garda, ma conoscevo, come tanti del resto, soprattutto le sponde sud e orientali del nostro grande lago. Venni invitato per una mostra nel 2003 a Mòniga del Garda e scoprii un territorio di dolci colline con olio e vino eccellenti nonché peculiari. Bisogna dire che già in epoche preistoriche il territorio gardesano ha conosciuto la presenza dell’uomo e del vino: infatti, sulle colline moreniche del Garda è stato ritrovato il più antico aratro costruito dall’uomo che, fin dal Neolitico (IV/V mill. a.C.), conosceva la vite selvatica e probabilmente anche il vino. Saranno però gli Etruschi nel V secolo a.C. a far conoscere la coltivazione della vitis vinifera sativa, che in breve soppianterà quelle selvatiche. Anche i Romani si stabiliranno nel bresciano e un esempio emblematico è rappresentato da Sirmione, dove i continui ritrovamenti archeologici testimoniano la fama dell’insediamento fin dall’età di Cesare. Catullo – il poeta dell’amore per eccellenza – che qui fissò la sua residenza, cantò il vino “retico” della Riviera Gardesana. Durante il Medioevo, come in tutta la nostra Penisola, saranno gli ordini monastici a custodire le tradizioni romane e perpetuare soprattutto coltivazioni e allevamenti che altrimenti sarebbero andati perduti. Dai loro inventari emergono lunghi elenchi di vigneti e ingenti redditi da vino e da torchio. E infatti, ormai in età rinascimentale, Andrea Bacci – medico di Papa Sisto V e professore di botanica a Roma dal 1567 al 1600 – ci offre la descrizione più entusiastica e completa della viticoltura bresciana del XVI secolo: “Il territorio bresciano supera tutto il resto della regione Transpadana nella fecondità d’ogni frutto, ma specialmente dei vini“. La Doc Garda è una delle più vecchie e risale al 1967, dal 1996 si è meritata l’appellativo “Classico”.

(continua…)

ECHA’- Cibo in lingua maya

 

Aré u xe oher tzih varal Quiché u bi (Questo è il principio delle antiche storie di questo luogo chiamato Quiché)….”

Così comincia il Popol Vuh ( Popol Wuj, nella più moderna trascrizione), quella che si definisce “Bibbia Maya”: il libro sacro dei maya Quiché, trascritto daPadre fra Fancisco Ximénez, dell’Ordine deiDomenicani, nei primi anni del settecento su un testo redatto con grafia occidentale, probabilmente intorno al 1550 nei dintorni di Chichicastenango, Guatemala. Popol Wuj significa: “libro del consiglio, carta della comunità, libro nazionale”. In questo testo poetico si racconta di come i Progenitori, Tepeu e Gucumatz – il Creatore e il Formatore – crearono gli uomini.

E’ una storia, tenera per certi versi, fatta di tentativi sbagliati: dopo aver provato malamente, con il fango e con il legno, di creare l’uomo, ci riuscirono col mais:

Poi presero a discutere sulla creazione e la formazione della nostra prima madre e del nostro primo padre. Di mais giallo e di mais bianco venne fatta la loro carne; di pasta di mais vennero fatte le braccia e le gambe dell’uomo. Soltanto pasta di mais compose la carne dei nostri padri, i quattro uomini che furono creati.”.

Il mais venne domesticato tra il quinto e il terzo millennio prima dell’Era cristiana nel nord del Messico: da quelle caverne si diffuse poi in tutta la l’area che si definisce Mesoamerica e rese possibile, come accadde del resto per le regioni degli altri cerali - grano e riso -, la nascita e lo sviluppo di culture evolute.Non nel Nordamerica, area in cui quelli che si definiscono “Indiani” rimasero popoli nomadi di cacciatori-raccoglitori; neanche nel Sudamerica, regione in cui fu la patata, adatta a essere coltivata alle altezze considerevoli dell’altopiano andino, a costituire il cibo principale delle culture Quechua.

Non è possibile parlare di cucina del Centroamerica senza parlare del mais: oltretutto, oggi questo cereale costituisce la fonte principale della nostra alimentazione, considerando che tutti gli allevamenti intensivi di carne, rossa o bianca che sia, hanno come alimento fondamentale composti a base di mais.

La principale fonte di alimentazione è il mais da cui ricavano svariati cibi e bevande; preso poi dopo essere stato trattato come essi usano, serve loro da cibo e bevanda insieme. Le donne indie mettono il mais a bagno in acqua e calce per una notte cosicché la mattina seguente è morbido e cotto a metà; si possono in tal modo togliere la buccia e il picciolo e macinarlo a due pietre. Quando è macinato a metà, ne confezionano delle palle e dei carichi e li danno ai viaggiatori, ai lavoratori ed ai naviganti poiché, così trattato, dura alcuni mesi e acquista soltanto una certa acidità. Prendono poi un poco di quest’impasto e lo stemperano in un vaso ricavato dalla scorza di un certo frutto – prodotto da un albero per mezzo del quale Dio li ha provvisti di recipienti – e sorgono quell’intruglio che è saporito e assai nutriente.Dal mais completamente macinato ricavano una specie di latte e lo mettono al fuoco preparando delle farinate che mangiano al mattino ben calde; a ciò che avanza della colazione aggiungono acqua per bere il tutto durante la giornata, dato che non usano mai bere acqua pura.

Il mais viene anche tostato, macinato e sciolto nell’acqua e se ne ottiene una bevanda molto rinfrescante con l’aggiunta di un po’ di cacao e di pepe. Col mais e col cacao macinati preparano una specie di schiuma molto saporita che usano per celebrare le loro feste; dal cacao poi traggono un grasso che sembra burro e con tale sostanza unita al mais ricavano un’altra bevanda molto buona e ricercata.

(……) Usano preparare vivande con legumi e carne di cervo, uccelli selvatici e domestici, che hanno in quantità, pesci, che sono del pari abbondanti, cosicché dispongono di buoni piatti, e ciò in particolare dopo che hanno cominciato ad allevare maiali e uccelli importati dalla Castiglia.”.

Questa citazione è tratta dalla “Relaciòn de las cosas de Yucatàn”, scritta dal francescano spagnolo Diego de Landa intorno al 1566, in Spagna dove era tornato per subire un processo intentato a suoi danni da un confratello invidioso e geloso. De Landa, nato nel 1524, era arrivato nello Yucatàn, da poco conquistato, nel 1549.

Il Francescano si era guadagnato il favore degli indios per la sua grande e meritoria opera di protezione nei confronti dei crudeli latifondisti – encomenderos – dai quali erano tenuti in considerazione non più che alla stregua di bestie da soma: uscì trionfante dal processo e ritornò nello Yucatàn, nominato vescovo da papa Pio V nel 1572, e il 29 aprile del 1579, a Mérida, lo colse una morteprematura.

Il lavoro di questo religioso si è rivelato fondamentale per la comprensione e per l’inizio della decifrazione della scrittura maya: il paradosso storico vuole che fu egli, nel 1561, a ordinare la distruzione con un rogo immenso di un’intera biblioteca di antichi testi maya!

Quanto descrive Diego de Landa è ancora oggi, dopo cinque secoli, la caratteristica principale che costituisce la cucina india, sia in Messico sia in Guatemala, paese che ho appena visitato per lavoro.

Ho avuto modo a Ciudad de Guatemala di vedere all’opera una donna india preparare le tortillas: il mais ammorbidito è detto kuum, una volta macinato – ai tempi precolombiani con il mano e sul metate, una pietra leggermente concava – diventa zacàn che viene impastato e ridotto a una sorta di focaccia rotonda, la tortilla appunto (uah in maya). L’impasto, del diametro di una quindicina di centimetri, viene messo a cuocere su una piatra metallica rotonda (xamach o comal); la tortilla, appena cotta, viene posta in un recipiente, anticamente una zucca vuota, che ne contiene 10 o 15 tenute caldissime avvolte dentro un panno: è necessario mangiarle calde perché fredde diventano collose e allappanti.

Il dio maya del mais si chiamava Yum Kaax, anche dio del’agricoltura, rappresentato sempre come un giovane con una pannocchia come copricapo e accoppiato al glifo del giorno Kan (serpente), simbolo del mais nei rari codici precolombiani giunti fino a noi. Il mais veniva, e viene ancora oggi coltivato nelle milpas, campi strappati col sistema taglia e brucia (swedden o shifting agriculture) alla foresta: terreni coltivati uno o due anni e poi abbandonati o riutilizzati a rotazione per i fagioli neri, buul , a cui gli steli delle piante di mais possono servire da sostegno.

Per capire l’importanza della tortilla nel mondo maya, soprattutto nelle terre basse del Petén e del Chiàpas, riporto una storia raccontata da un viaggiatore italiano in un suo volume dei primi anni sessanta e successa nei dintorni di Rio Dulce, dipartimento di Izabal, in Guatemala.

“(…) Mi accorsi, infine, che la padrona della miserrima bottega era pronta a darmi tutto ciò che chiedessi, con la sola eccezione delle tortillas. Le chiedemmo nuovamente e, ancora una volta, la risposta fu: « no hay». Solo quando cavammo di tasca il denaro per pagare ciò che ci era stato fornito, la donna, dopo aver confabulato in kekchì con il marito, si decise a mettere sul banco una montagna di tortillas caldissime, che divorammo unitamente a un locale tipo di formaggio, che trovai eccellente, ma che fece storcere la bocca agli altri. E poi si chiarì il mistero di quel « no hay » ripetuto con tanta ostinazione.

La tortilla gode di un tabù penale accettato da tutti senza discussioni: se cioè uno entra in una bottega o in una casa e chiede delle tortillas, le mangia e poi dice di non avere il denaro per pagarle, ma pagherà quando potrà, nessuno può fare storie, nessuno potrà muovere accusa. La legge tradizionale della foresta vuole che una tortilla non si rifiuti mai a un affamato. Ma il mais è scarso e la fame molta; non tutti sono disposti a un dono del genere e meno che meno le botteghe. Così la consuetudine vuole che quando uno sconosciuto si presenti e chieda tortillas, la bottegaia, se non vede il denaro sul banco, risponda no hay, eufemismo per chiedereil denaro. Noi non conoscevamo questo uso e così fu solamente quando mettemmo sul banco una banconota da 5 quetzales per pagare ciò che avevamo comperato che la donna ci pose davanti le tortillas.

Per altre merci, di qualunque specie, il tabù non esiste. E questo significa che chi comandi qualsiasi cosa, salvo le tortillas, e poi non paghi, allora deve sottostare alla legge della foresta, che contempla anche la uccisione del ladro. E tali sono considerati anche il truffatore e l’imbroglione.”.

La storia mi piace di citarla per sottolineare quanto davvero la cultura maya tiene in considerazione il mais e la tortilla, suo comune denominatore: si pensi al nostro pane o ai vari tabù legati al sale (merce una volta preziosissima).

Con la tortilla si può mangiare di tutto: imbottita e arrotolata diventa il famoso taco, che si può considerare come il nostro panino imbottito; può servire anche da base su cui vengono stese, a mo’ di piccola pizza, le preparazioni, a base di carni o di verdure, più disparate. Com’è ovvio, viene spesso consumata come il nostro pane o preparata come zuppa (con pomodori e chili). La cucina guatemalteca non è piccante come quella messicana: chili e pimienta (il pepe), sono usati con molta più parsimonia. Con la conquista occidentale il modo di nutrirsi delle popolazioni locali è cambiato: così come a noi sono stati regalati mais, pomodori, zucche, tacchini, cacao e peperoncino, gli amerindi hanno da subito apprezzato il maiale, il pollo, il manzo, il grano, il riso, l’uva, le banane e il caffé (originario dell’Etiopia, ma di cui in Guatemala sono diventati i migliori produttori del mondo, con i colombiani).

La cucina guatemalteca è varia e molto ricca: ne parleremo più diffusamente in un prossimo articolo, con un’avvertenza: oggi, purtroppo, tranne alcune zone ancora inesplorate e dunque intatte – la foresta del Petén è considerata foresta pluviale vergine come Amazzonia, centro Africa e pochissime altre aree del mondo – anche il Guatemala è sempre più colonizzato dalla cultura occidentale degradata e degradante; fino agli anni settanta c’era la United Fruit Co. americana (successivamente rilevata dalla Del Monte, vedi foto) con la Cia, oggi ci sono le sette evangeliche, i fast food e le catene di cibo take away, pure declinate alla guatemalteca (vedi foto con guardie armate di fucili a pompa calibro 12 e motorette dai colori che si possono vedere solamente da quelle parti)….

Vincenzo Reda novembre 2008  (Pubblicato sul numero di dicembre di Barolo & Co)

HoReCa n. 61, il mio articolo su Beppe Caviola
HoReCa n. 60: speciale Fontanafredda

Ecco il mio ultimo lavoro: sono 8 pagine di articolo con testo e fotografie mie. Grazie tantissimo a Francesca Tablino che mi ha aiutato nel mio giorno di visita (un giorno è troppo poco a confronto di una realtà produttiva di queste dimensioni e con queste implicazioni sia commerciali sia storiche). C’è anche una piccola intervista a Oscar Farinetti, sempre disponibile nei miei confronti. E c’è pure il solito, evitabilissimo refuso: Sommaria Perno anziché SOMMARIVA PERNO. E ciò nonostante il testo sia stato riletto e corretto più volte anche da persone diverse: brutta bestia, il refuso.

HoReCa n.59, mio articolo su Cantina La Marchesa di Lucera
HoReCa n.59, mio articolo su Bortolomiol
HoReCa n. 58 mio articolo su Damilano
Riso Acquerello su HoReCa luglio/agosto by Vincenzo Reda
HoReCa giugno 2011, I Sangiovese di Vittorio Fiore
HoReCa maggio 2011, Rosati e Vino della Regina
Jack London

“Mia madre aveva alcune idee preconcette…. Le razze latine, dallo sguardo cupo, sono eccessivamente suscettibili, traditrici e sanguinarie…..Questo italiano, questo Pietro, aveva proprio i terribili occhi neri di cui mia madre mi aveva parlato…Come avrei potuto, io, ragazzo di sette anni, analizzare la fiamma che li animava? Guardandoli, ebbi la visione di una morte violenta e rifiutai timidamente il vino….non ho mai avuto tanta paura come in quel momento. Portai il bicchiere alle labbra, e lo sguardo di Pietro subito si addolcì.

Compresi che non mi avrebbe ucciso. Questo pensiero mi sollevò, ma non posso dire altrettanto della bevanda. Era del vino nuovo e a buon mercato, aspro ed amaro, ed aveva un sapore ancora più cattivo della birra…Ecco come bevvi quel vino: buttai la testa indietro e ne trangugiai una sorsata…Chiamò Domenico……. non aveva mai visto un simile eroismo in un marmocchio. Per due volte riempì il bicchiere fino all’orlo e mi guardò vuotarlo….Quanto ne ho bevuto? Non lo so. Quel che mi ricordo è…. di avere visto innumerevoli bicchieri di vino rosso attraversare la tavola, per inabissarsi nella mia gola in fiamme……Poi tutto ripiombò nell’ombra….

Quando ripresi i sensi era notte. Mi avevano portato per quattro miglia, e messo a letto.”

John Griffith nacque a S. Francisco il 12 gennaio 1876, figlio di una sconclusionata e di un astrologo ambulante che non lo volle mai riconoscere e che, anzi, abbandonò la sciagurata per il semplice fatto ch’ella non aveva voluto abortire. Pochi mesi più tardi, la povera donna sposò un tale John London, uomo che nel proprio dna aveva il segno del fallimento, e che diede al piccolo il proprio nome, pur se fu  da sempre chiamato Jack.

Il brano sopra citato è tratto dall’autobiografia che Jack London scrisse nel 1913, tre anni prima di morire, “John Barleycorn”: è un’opera di feroce introspezione in cui rivive la sua vita sotto il segno dell’innata propensione a gettarsi tra le braccia dell’alcol, liquido che naturalmente disdegna, causa l’attrazione fatale verso i riti della virilità, dell’avventura, della socializzazione brutale tra esseri semplici e, tutto sommato, di un’insopprimibile talento verso quello che oggi noi chiamiamo il “farsi”.

Drogarsi per sballare, per uscire, per stendere un velo di ottundimento sopra una sensibilità e  una voglia di vivere che in alcuni momenti diventano insopportabili.

Jack London non amava l’alcol, ne aveva schifo: del vino più che della birra e del whisky; ciononostante “John Barleycorn” è una trama di sbronze epocali sopportate per dovere sociale o per bisogno cerebrale.

Jack amava le caramelle e i dolci ed era felice quando poteva isolarsi a sgranocchiare delle leccornie in solitudine e in santa pace.

John Barleycorn è il nomignolo che gli americani usano per definire l’alcol in genere, più propriamente la birra e il whisky, quando vogliono significare l’alcol come vizio, come abuso, come signore e padrone: Giovanni Chiccodigrano.

 

“Frank da un’enorme damigiana, versò un bicchiere di vino rosso per sugellare il nostro contratto. Mi ricordai il vino rosso del ranch italiano, e fui percorso da un fremito. Il whisky e la birra mi ripugnavano meno. Ma la Regina delle ostriche mi guardava, tenendo in mano un bicchiere mezzo pieno. Io avevo il mio orgoglio. Anche solo con i miei quindici anni, potevo almeno dimostrarmi uomo quanto lei. Inoltre, vedevo sua sorella e la signora , e il giovane pirata di ostriche ed Hadley e tutti, con il bicchiere in mano. Dovevo far la figura di un pulcino nella stoppa? No, mille volte no! Piuttosto bere mille bicchieri! Trangugiai il bicchiere pieno fino all’orlo….

Ragionavo così: essi bevono per passatempo questo immondo liquore. Tanto peggio per loro! Io non ci tengo affatto a contrariare i loro gusti. La mia qualità di uomo esige, secondo le loro singolari convinzioni, di mostrare che io amo il vino. Perciò procurerò di far bella figura, ma ne berrò il meno possibile.”

Quest’anno cade il centenario della pubblicazione di uno dei grandi libri dell’umanità: “The call of the wild”, da noi felicemente tradotto: “Il richiamo della foresta”; fu pubblicato a puntate tra  giugno e  luglio del 1903 sul giornale Saturday Evening Post. London lo scrisse in pochissimo tempo, appena tornato da Londra, dove aveva realizzato un incredibile reportage sui quartieri poveri e malfamati di quella metropoli, travestendosi e vivendo come un vagabondo per due mesi ( “Il popolo degli abissi” si intitola il libro che raccoglie quell’esperienza).

La critica letteraria, soprattutto quella di lingua inglese, non ha mai dimostrato di apprezzare l’opera di Jack London, relegandola spesso a letteratura per ragazzi o comunque a genere popolare: certo la lingua di London non è quella, magnifica, di Stevenson, ma la potenza di certi temi, i bisogni primordiali, la legge della sopravvivenza, la lotta dell’individuo contro tutto e tutti in London raggiungono vette di straordinario effetto, effetto che si protrae intatto nel tempo.

Bene o male tutti conoscono la storia di Buck, figlio di Elmo, un S. Bernardo gigantesco, e di Shep, una femmina di pastore scozzese, l’incipit è folgorante: “Buck non leggeva i giornali, altrimenti avrebbe saputo…..”.

Avrebbe saputo che era partita la corsa all’oro del Klondike cui London, tra il 1897 e il ’98 partecipò attivamente, ritornandone ammalato e senza un soldo, ma con un bagaglio di esperienze che saranno il terreno fertile dei suoi racconti sul grande nord e sulla corsa all’oro, e che costituiscono, secondo il mio modesto parere, una raccolta in cui si trovano dei veri gioielli.

Per restare sui nostri temi, consiglio di leggere: “Un distillato iperboreo” (“A hyperborean brew”, tratto dalla raccolta “The faith of  men”, La fede degli uomini, pubblicata nel 1904): è un apologo straordinario sull’incontro tra l’uomo bianco e una povera tribù artica, buggerata con l’alcol.

La vita di Jack London fu essa stessa un romanzo epico, di seguito cito un brano dalla sua autobiografia in cui egli, dopo un periodo di studi feroci, a 19 o 20 ore al giorno per un paio d’anni, sente il richiamo:

“… Tuttavia, quando il mio sguardo si posò su quelle barche di pescatori fra i giunchi della costa, senza riflettere abbandonai il timone, mi precipitai sulla tela e mi diressi verso la riva. Istantaneamente, nel più profondo del mio  cervello in delirio, seppi quel che volevo. Desideravo bere, volevo ubriacarmi……Ed ecco quel che voglio concludere: per la prima volta in vita mia, in pieno possesso della mia coscienza, per deliberaro proposito, avevo voglia di bere. Manifestazione nuova, completamente diversa del potere esercitato da John Barleycorn. Provavo per l’alcol un desiderio cerebrale. Il mio spirito, stanco ed affaticato, cercava l’oblio…..All’inizio, tutto il mio organismo si ribellava contro l’alcol che avevo assorbito, per molti anni, per puro spirito di compagnia e perché si trovava ad ogni passo in quella vita avventurosa. Ero adesso giunto al momento in cui il mio cervello reclamava non già un semplice bicchiere, ma l’ebbrezza totale.”

Con la celebrità arrivano tante cose, e London compra una immensa proprietà vicino a Oakland, a pochi chilometri da Napa Valley: diventerà, proprio lui, un vignaiolo.

“…Quando apparve il mio primo libro, fui invitato una sera da parecchi amici, cittadini dell’Alaska, al ‘Club della Bohème’ di S. Francisco, di cui erano soci…..Per la prima volta, sentii allora pronunziare il nome di quei liquori preparati con marche speciali, e non sapevo nemmeno che ‘Scotch’ volesse dire whisky.

Non conoscevo che le bevande dei poveri, -quelle della frontiera e dei porti,- la birra ed il whisky a buon mercato, che si chiamava senz’altro col suo nome. Ero così imbarazzato dalla scelta, che il cameriere parve quasi svenire, quando gli domandai un bicchiere di vino, come digestivo dopo pranzo. Figuratevi un po!”

Di Jack London potrei parlare per molte altre pagine ( i racconti di mare, lo Snark, la boxe, la devozione di personaggi come Lenin o Guevara, il suo amore per Nietzsche..) ma non mi dilungo oltre, anche perché questa mia rubrica vuol solo essere un pungolo: non sono certo un critico e il periodico che mi ospita non è un giornale letterario.

Morì nel suo ranch il 22 novembre del 1916, a poco più di quarant’anni, ormai morfinomane, eroinomane, con i reni distrutti: meglio, si suicidò lentamente, lucidamente col cibo ( amava il pesce e la carne cruda ), con l’alcol, con le droghe.

I brani citati sono tratti dal libro:

“Memorie di un Bevitore” (John Barleycorn)

Traduzione di A. Salucci, prefazione di Giorgio Celli

Franco Muzzio Editore 1992

HoReCa, Il Verdicchio dei Castelli di Jesi

Ecco il mio ultimo articolo pubblicato su HoReCa di aprile: è dedicato a uno dei miei vini preferiti. E’ il Verdicchio dei Castelli di Jesi e, avendo lavorato anni a Ancona, posso dire di conoscerlo assai bene (anche se c’è sempre l’ottimo produttore di cui non sai nulla…). Oltretutto, posso sfruttare l’amicizia di Alberto Mazzoni, il signor Verdicchio, come lo chiamo io. Peccato che tra gli ottimi vini che ha provveduto a spedirmi il Consorzio non ci fosse il Coroncino, uno dei  migliori e anche di particolare mineralità. Vuol dire che ne tratterò a parte un’altra volta.

HoReCa, il mio articolo sul Ristorante Del Cambio

Ecco il mio ultimo articolo per il mensile Ho.Re.Ca. E’ dedicato al magnifico ristorante Del Cambio, a Torino, in piazza Carignano, il celebre ristorante del conte Camillo Benso di Cavour e della Finanziera. Riproduco anche il menu (che a richiesta sarà disponibile per tutto l’anno dei festeggiamenti) messo a punto in occasione della ricorrenza del 150° anniversario dell’Unità d’Italia che fu sancita dalla prima riunione del nostro Parlamento, tenuta a Palazzo Carignano il 17 marzo del 1861, proprio davanti al bellissimo ristorante. E’ roba nostra di cui è sacrosanto essere orgogliosi.

… a Pranzo con Cavour

Nel 150° dell’Unità d’Italia

Potage di patate e tartufo nero di Norcia

La finanziera del Cambio dal 1875

Risotto Carnaroli Acquerello alla Cavour

La manza fassona piemontese alla Vialardi

Gattò di nocciole con crema sambaglione

Caffè

Pasticceria mignon

€ 75,00

 

HoReCa: Mozzarelle Rivabianca

E’  uscito il nuovo numero di HoReCa. Questo è l’articolo di cui avevo parlato in precedenza su questo sito.

Ho.Re.Ca – Dicembre/Gennaio 2011, N° 52 anno VI

Con l’inchiesta “Barolo, ritratto di un Re” – 6 pagine di testo e fotografie – ho iniziato la collaborazione con il mensile HoReCa. C’è anche una pagina dedicata alla Fondazione Emanuele Mirafiore di Oscar Farinetti. Pleonastico, ma non fa male, dire che sono assai soddisfatto di come il lavoro è stato impaginato e della qualità di stampa che esalta le mie fotografie. Spero sia un buon inizio che porti a una lunga e proficua collaborazione.

Fiat Mirafiori, Reparto Carrozzeria 1972-73, 13832322

In questi giorni in cui lo stabilimento di Mirafiori della Fiat a Torino è al centro dell’attenzione di tutto il nostro paese, mi piace di riportare in homepage il mio racconto, compreso nel volume Più o meno di vino, pubblicato nel 2009. Il racconto fu scritto 2 o 3 anni prima e riferisce fatti del periodo 1972/73 in cui ho lavorato in catena di montaggio nel reparto Carrozzeria di Mirafiori, l’auto era la gloriosa 127 (costava 920.000 lire, circa 500 €). Allora Mirafiori dava lavoro a quasi 60.000 addetti! Era un’immenso sferragliare di meccanismi e di uomini. E in quel periodo la Fiom era fortissima. I tempi oggi sono cambiati, né in meglio né in peggio: i tempi cambiano sempre; sono gli schemi che non cambiano mai. Ci mancherebbe.

“Avevo diciott’anni umidi e nebbiosi e freddi, com’erano freddi e nebbiosi e umidi quei primi anni settanta in una città che s’alzava al mattino sciatta come s’era coricata alla sera.  Dentro quel limbo sferragliante ho lavorato un anno ma il ricordo è quello di un novembre senza fine. Tornavo a casa tardi, scuola serale, neanche stanco: solo intorpidito, come in una trance dentro cui mi facevano precipitare le formule di prostaferesi o i diagrammi di carico delle travi doppiotì.

Non ho mai avuto bisogno della sveglia: mi alzavo ogni mattina alle cinque e cominciavo a agire sotto gli impulsi di una sorta di pilota automatico che governava i gesti del mio quotidiano.

Sentivo tanto freddo, era sempre novembre.

M’infagottavo ben bene per veleggiare lungo il rettilineo di via sanremo e farmi ingoiare dal cancello numero tre di corso tazzoli, confuso dentro un fiume di figuri, di fantasie in processione dentro un caos di luci e penombre e rumore formicolante di non vita.

Mirafiori, reparto carrozzeria.

La linea partiva alle sei in punto.

Venivano giù le scocche nude delle centoventisette che dovevamo trasformare in automobili: trecento ogni giorno. Ero uno dei primi: dovevo inserire i cavi elettrici del cruscotto con un mio compagno, un autentico contadino astigiano non ancora inquinato.

Faceva un freddo come non ne ho più sentito: bisognava aspettare almeno un’oretta prima che il ritmo ossessivo delle scocche permettesse di scaldarsi.

Tutti pativamo il freddo, anche quelli che operai lo erano davvero: chi per talento, chi per costituzione, chi per ceto, chi per tradizione.

Meno lui.

Era un veneto: tracagnotto, una bella pancia da esposizione. Me lo ricordo di una trentina d’anni e  un poco stempiato.

Alle sei e cinque minuti era già sudato e in canottiera. Una di quelle canottiere di lana bianca con le spalline sottili come usavano in quel periodo.

Diavolo di un tanghero, non riuscivo a capacitarmi di come  potesse sentire così caldo a quell’ora del mattino, quando anche le povere scocche parevano rabbrividire di quel freddo ostinato, scendendo nude dalla verniciatura, tutte piene di buchi e spifferi che a noi toccava di riempire.

Si cominciava alle sei in punto: arrivavo nello spogliatoio, sopra al primo piano, giusto in tempo per cambiarmi, scendere le scale, bollare la cartolina – 13832322 - e prendere in mano il primo fascio di cavi da inserire nella prima scocca. Il veneto era già in canottiera e sudava come se fossimo a quaranta gradi sotto il sole giaguaro.

Un’ossessione quel veneto gocciolante.

Fino a quando una mattina, chissà perché, arrivai una decina di minuti prima del solito: era ancora nello spogliatoio davanti al suo armadietto di lamiera grigia.

Me lo ricordo in piedi, indosso la canottiera di rigore ma non ancora gocciolante; mi voltava le spalle,  rivolto verso il suo armadietto aperto, un braccio lungo il corpo e l’altro all’interno a sostenere qualcosa.

Erano le sei meno un quarto e dal bottiglione di già ne mancava più che la metà…..”.





Palazzo Barolo, Barolo 2000

Questo pezzo è stato scritto nel 2004 per Barolo & Co e pubblicato nel 2009 nel mio libro Più o meno di vino.

«“Nelle loro tenute di Barolo e Serralunga gli ultimi marchesi di Barolo crearono all’inizio dell’ottocento il vino Barolo e, valendosi delle loro conoscenze e dei lunghi viaggi, lo fecero conoscere ed apprezzare un po’ ovunque.

Le cantine di Palazzo ospitarono per anni le botti per l’invecchiamento del prezioso nettare, vinificato con cura ed amore per lungo tempo.

L’Opera ne continuò la produzione, facendolo conoscere sui mercati di tutto il mondo, ricevendo ambiti premi internazionali, sino al 1919 quando dovette cedere i vigneti in quanto non si addiceva ad una Opera Pia una attività commerciale.

La fantasia popolare ci tramanda un aneddoto curioso. Un giorno la marchesa di Barolo si trovava a corte, il Re Carlo Alberto in tono scherzoso le disse:

- Marchesa sento tanto celebrare il vino delle sue tenute: quand’è che ce lo farà assaggiare?

- Vostra Maestà sarà presto accontentata – rispose la Marchesa.

Difatti, qualche tempo dopo una lunghissima fila di carri tirati da buoi entrava in Torino tenendo tutta la via Nizza, diretti a Palazzo Reale. Su ogni carro stava una di quelle botti lunghe e piatte della capacità di sei ettolitri dette “carrà”, che una volta si usavano per il trasporto e anche come misura; e ognuna proveniva da una delle tante cascine (poderi) della marchesa. Erano più di trecento, una per ogni giorno dell’anno, ed erano l’ «assaggio» del Barolo che la medesima mandava al Re. Carlo Alberto ne fu così colpito, e trovò il vino così buono, che volle anch’egli avere una tenuta sua ove si producesse il Barolo per la mensa reale.”

Questa citazione, tratta dal prezioso opuscoletto edito da Daniela Piazza e dedicato a Palazzo Barolo, introduce l’evento che mi ha visto testimone e  a mio modo protagonista: la presentazione al pubblico del Barolo 2000 presso Palazzo Barolo ieri sera 16 settembre 2004.

Di seguito riporto una parte del comunicato stampa, così mi tolgo i fastidi del dovuto:

L’Enoteca Regionale del Barolo, che ha sede nel Castello Comunale Falletti, incontrerà nella tradizione e nella storia Torino Capitale presentando diversi appuntamenti tra la nobiltà del vino.

Nelle giornate del 16-17-18 settembre 2004, presso le sontuose ed eleganti sale di Palazzo Barolo a Torino, dimora storica dei Marchesi Falletti in via delle Orfane 7, verrà presentata la prestigiosa annata del Barolo 2000, l’ultima messa in bottiglia dopo quattro anni di invecchiamento e affinamento.

Il “Re dei Vini”, sarà nuovamente protagonista sulla scena torinese e piemontese per presentarsi a tutti gli appassionati. L’evento, unico nel suo genere, vedrà ancora riunite le oltre cento aziende aderenti all’iniziativa e richiamerà l’attenzione di esperti  e giornalisti del settore.

L’iniziativa è rivolta a fornire un servizio al settore della ristorazione e della rivendita dei vini dell’area piemontese.

Durante le tre giornate sarà possibile degustare tutta la campionatura del Barolo ‘00 dei 120 produttori aderenti all’iniziativa.

La degustazione di presentazione, fissata per giovedì 16 settembre alle ore 18.00, sarà guidata da un buffet di prodotti tipici e verrà proposta le Selezione Ufficiale di Barolo d’annata 2000, frutto delle degustazioni dei tecnici dell’Enoteca e confezionata in un’apposita partita dedicata quest’anno all’artista Piero Angela.

L’etichetta ufficiale è stata realizzata dai pittori Francesco Tabusso di Torino e Kurt Mair di origine tedesca, le loro opere saranno esposte dal 16 ottobre 2004 al Castello Falletti di Barolo.”

Per questioni di correttezza, ho riportato fedelmente il testo del Comunicato stampa, punteggiatura creativa e refusi compresi; però, l’artista Piero Angela, poverino, non beve vino e non crede ai fantasmi ( a Palazzo Barolo ve n’è uno, quello dell’infelice marchesina Elena Matilde Provana di Druent, figlia del conte Ottavio e moglie di Gerolamo IV Gabriele Falletti, che, morta suicida a soli 27 anni, si aggira nottetempo nelle magnifiche stanze del suo Palazzo ). Non so se Tabusso sia astemio, certamente Mair, presente ieri sera, astemio non è, e meno male dico io………

I due pittori sono certo validi assai, quanto al risultato estetico sintetizzato sopra l’etichetta della selezione  Barolo 2000, beh, rimando i lettori al mio articolo che a felice proposito tratta su questo numero di etichette.

Mi piacerebbe a questo punto parlare diffusamente del Palazzo che ha ospitato l’evento in questione e, ancor più, raccontare delle figure eccezionali di Carlo Tancredi Falletti di Barolo (1792-1838) e della sua sposa Giulia Colbert di Maulévrier (1786-1864), una coppia di nobili che seppe occuparsi dei più deboli e dei più poveri, una coppia per cui la Chiesa ha avviato i processi di beatificazione.

E’ opportuno sottolineare che il Marchese fu sindaco di Torino e avviò la costruzione del Cimitero Generale, mentre alla Marchesa si deve l’istituzione, per testamento, dell’Opera Pia Barolo (1864). Non posso non citare Silvio Pellico che fu bibliotecario dei Marchesi e che ivi morì nel 1854.

Il Palazzo è incastonato nel dedalo di viuzze ortogonali dell’originario castro romano, nell’antica isola di Santa Brigida, a fianco al vecchio Tribunale, con le terga poggiate su piazza Savoia (quella dell’obelisco, antica piazza Susina dove si teneva il mercato dei rigattieri, “Contrà dle pate”, antenato del Balòn), attraverso cui occhieggia Palazzo Paesana: la mia Torino, io abito a due passi da lì.

Assenti dal comunicato stampa ma presenti dentro i saloni del Palazzo, osservavano gli invitati anche 10 quadri miei. Dieci bicchieri di vino, genuini, eseguiti da un’artista a cui il vino per certo non dispiace….

La serata è stata un successo, moltissimi i presenti; il Barolo 2000 di Bartolo Mascarello è risultato il più richiesto, per la semplice ragione che La Stampa ha pubblicato un cospicuo servizio sulla festa data alla Mole dai nuovi aspiranti Reali, John e Lavinia, sottolineando che il vino prescelto era appunto un Barolo del buon Bartolo…..

Molti vip, quasivip, piuomenovip, aspirantivip ecc., tutti sorseggianti l’eccellente Barolo 2000, un’annata che continua questo filotto prodigioso a cavallo del millennio.

Sono uscito mentre infuriavano le bevute, gli stuzzichini di salumi e formaggi, i pettegolezzi: una luce settembrina, tagliente, incerta, pitturava Piazza Savoia verso le sette di sera.

A novembre, verosimilmente venerdì 19, a Palazzo Barolo, nelle cantine del Palazzo, verrà presentato “Il tesoro del Palazzo”: in quell’occasione racconteremo ancora il Barolo e dedicheremo l’evento a chi quel vino lo ama, lo beve, lo sa bere.»

Viti torinesi monumentali: tifose, intellettuali, vetero-comuniste.

Appena pubblicato sull’ultimo numero di Barolo & Co.

Piazza Statuto, a Torino, è considerata un luogo infausto: in epoca romana di lì verso l’attuale corso Francia, orientata a nord-ovest, vi si trovava la necropoli; nel medioevo e fino ai tempi napoleonici vi si giustiziavano i condannati e, retaggio della rivoluzione francese, vi era collocata la ghigliottina.

Ma la piazza nella sua storia è stata testimone dei moti di sollevamento popolare, repressi con grande spargimento di sangue, che furono la reazione dei torinesi alla decisione di spostare la capitale del Regno da Torino a Firenze, verso la fine del 1864.

Proprio in quell’anno la società londinese di costruzioni Italian Building Society Ltd. iniziò la realizzazione dei palazzi che attualmente circondano la piazza, su progetto dell’architetto Giuseppe Bollati. Fu appunto in seguito all’abbandono di Torino da parte della dinastia dei Savoia che gli inglesi cedettero al Comune i Palazzi e l’intero progetto della piazza che fu intitolata allo Statuto Albertino, promulgato il 4 marzo 1848 da Carlo Alberto.

Non è possibile non citare l’erezione dell’orrendo monumento in onore dei caduti durante i lavori per la galleria del Frejus, realizzata nel 1879 e le durissime manifestazioni cominciate il 7 luglio 1962 delle maestranze della Fiat che protestavano contro la UIL, rea di aver firmato un accordo separato con l’azienda.

In realtà, la piazza Statuto oggi è un posto assai godibile, con molto verde e alcune magnolie che fioriscono molto presto in primavera e donano un tocco di delicato colore: non si respira una brutta aria nella piazza, e lo posso dire io che ai racconti dei posti e delle pietre sono di particolare sensibilità.

Questa lunga introduzione soltanto per fornire ai lettori attenti un adeguato contesto di quanto circonda e aleggia attorno al portone del numero civico 13 della piazza: in quel cortile, sede della gloriosa azienda Perruquet – cinque generazioni, fondata in via San Tommaso nel 1882 da Cipriano – vi sono due esemplari di viti  (uva fragola o uva americana, uva frôla in piemontese) che spuntano dal sottosuolo e sono ormai parte integrante del palazzo che le accoglie. E’ lecito ritenere che le piante siano antecedenti al 1864, anno di costruzione dei palazzi, come sopra ho accennato.

Le piante sono monumentali: si inerpicano per un’altezza di oltre 15 metri e costituiscono un pergolato che supera i 200 mq; floridissime e ben tenute hanno fornito succo da vino fino a qualche anno fa.

Pier Carlo Perruquet, classe 1940, vera istituzione cittadina della fede juventina, mi racconta queste cose e mi racconta di suo padre Emanuele che aprì la nuova sede dell’azienda, che commercia uova, nella piazza nel dopoguerra.

Mi racconta della tessera, datata 1930, di tifoso juventino del padre e del fratello Gianni, pecora nera – meglio: granata – della famiglia, venuto al mondo nel 1933 durante un derby, vinto dalla Juventus, e a cui il padre aveva assistito: “Dottore, io il mio l’ho già fatto nove mesi fa. Adesso vado a vedere il derby! Al resto ci pensa mia moglie, io a che servo?”.

Una delle due  immense viti è associata a un glicine altrettanto notevole: l’intero cortile vive all’ombra di queste piante monumentali: io di viti ne ho viste tante, ma mai come queste e perdippiù inglobate, associate, custodite dai muri ultracentenari di una piazza gloriosa, in pieno centro di quella Città contraddittoria e affascinante che è Torino. Sono certo di una cosa: le viti sono juventine!

Un’altra vite, per certi versi ancora più straordinaria di quelle di piazza Statuto, si trova all’interno di un palazzo al numero civico 34/A di corso Marconi, a due passi dal Palazzo del Valentino e dal fiume Po.

La casa editrice-libreria Cortina e il suo amministratore attuale, Walter Barp, li conosco da molti anni e  da altrettanto tempo so dell’esistenza di questo esemplare straordinario di vite.

Esso spunta dal pavimento degli uffici – non ci sono cantine in quella parte dello stabile – buca il soffitto e va a costituire il suo pergolato al primo piano dello stabile in un appartamento che oggi è sede di una rappresentanza dei sindacati di base.

Proprio Luigi Casali, uno dei responsabili del sindacato, mi dice che di una particolare varietà di moscato bianco, uva da tavola, si tratta.

La pianta è curata con attenzioni particolari e non ha bisogno di alcun tipo di irrigazione, affondando le radici, che devono esser particolarmente estese e profonde, nel terreno alluvionale che caratterizza quel luogo vicino al  Fiume.

Walter Barp, che abita quegli uffici dagli anni Sessanta, mi dice  che la proprietaria dello stabile – ragazza del 1899, scomparsa ultranovantenne – Maria Tabasso in Picco gli raccontava che la vite gloriosa era stata piantata dal nonno. Anche qui ci troviamo a confrontarci con un esemplare che i cent’anni li ha compiuti molto tempo fa: ma questa non è una vite tifosa, questa, vivendo tra libri e sindacalisti, è senza dubbio una vite intellettuale, forse radical-chic!

E proprio Luigi Casali mi indirizza verso un’altra storia: è il numero civico di una strada piccina, zona Pellerina: via Trivero, 16.

Nei primissimi anni cinquanta, un gruppo di ex partigiani e simpatizzanti comunisti si mise in società per acquistare un piccolo terreno su cui fondare un circolo o una sede distaccata del partito; il loro capo era Dino Rebbio, partigiano, scomparso attorno alla metà degli anni novanta, la sezione era la 39: gloriosa sezione che ha fatto la storia del partito comunista a Torino.

Mi racconta queste cose la signora Stefania, che per caso ho incontrato in quella sede che oggi è stata donata alla Fondazione Piero Gobetti e la signora mi mostra con orgoglio una vite che fornisce un pergolato di 250/300 mq che regala uva nera – molto probabilmente anche questa è fragola – e ombra ai frequentatori, un poco nostalgici di un’epoca che non è più, del circolo ancora oggi attivo. Anche questo esemplare, a giudicare dalle dimensioni, è probabile che sia di molto antecedente alla fondazione del circolo: se non sono cent’anni, poco ci manca.

E anche questa vite è in uno stato di conservazione invidiabile. Vite per certo operaia metalmeccanica e vetero-comunista fuor di dubbio!

Ho voluto raccontare tre storie che riguardano esemplari di viti cittadine che sono testimoni di fatti, di tradizioni, di uomini, di imprese straordinarie: perché la Vite non è una semplice pianta, è Storia, è Cultura, è trasmissione di Civiltà.

La confraternita dell’uva/ The brotherhood of the grape by John Fante

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“ Nick Molise…Era un montanaro venuto dall’Abruzzo, un nasone dalle mani grosse, basso (uno e sessanta), largo come una porta, nato in una parte dell’Italia in cui la miseria era spettacolare quanto i ghiacciai circostanti e dove qualunque bambino che fosse riuscito a sopravvivere per i primi cinque anni ne avrebbe campati ottantacinque…..Non gli piaceva quasi niente, in modo particolare sua moglie, i suoi figli, i vicini, la chiesa, il prete, la città, lo stato, il suo paese e il paese dal quale era emigrato…. Ma le donne, quelle gli piacevano…Gli piacevano pure il suo lavoro e una mezza dozzina di paisani che, come lui, erano italiani del genere dittatoriale…Il suo amore per la pietra rappresentava un piacere ancor più pregnante della sua passione per il gioco, o per il vino, o per le donne.”

The Brotherood of the Grape, titolo originale del libro, fu pubblicato per la prima volta a puntate nel 1975 sul settimanale di Francis Ford Coppola City Magazine, il regista avrebbe voluto farne un film, fatto che inorgoglì John Fante, una vita passata a lavorare con alterne fortune come sceneggiatore cinematografico. Fu pubblicato in volume nel 1977 e immediatamente ristampato col favore di critica e pubblico.

Per tutta la vita John Fante, nato a Denver (Colorado) l’8 aprile del 1909 e figlio di Nick, abruzzese emigrato in  America nel 1901, ha scritto di suo padre e della sua scombinata famiglia, a cominciare dal  romanzo d’esordio (1938) Aspetta primavera, Bandini.

La Confraternita è la storia del ricupero di una rapporto impossibile padre-figlio-famiglia, un ricupero che può consumarsi solo dopo la morte dell’ingombrante figura paterna: solo allora padre, madre e figli riacquistano i valori originari nella Famiglia.
Ma la confraternita è la storia del portentoso Chianti e del chiaretto di Angelo Musso, è la storia della dissoluzione nel lavoro, nel vino e nelle donne di Nick; è la storia di sua moglie, Mamma Maria, geneticamente disposta a sopportare ogni umiliazione, perché la sua vita ha senso solo vicino a quel figlio di puttana di Nick.

Ritorna di lontano, John, uomo fatto con moglie, figli e carriera sicura, ritorna a San Elmo per lasciarsi coinvolgere nell’ultima follia di suo padre: un’opera inutile e impossibile, almeno per l’avanzata età del genitore, che diventa il ridicolo testamento di una vita.

L’opera diventa un fallimento, il diabete distrugge l’ormai condannato Nick che conclude i suoi giorni ubriacandosi, e dunque suicidandosi, con una colossale sbronza coi vecchi amici della Confraternita.

A quel punto, però, John ha ritrovato definitivamente suo padre.

“Maestosamente piegato, il mio vecchio giaceva su una sedia di vimini, sbronzo fradicio, con le braccia abbandonate sui braccioli. Era come un patrizio dell’antica Roma in attesa che il sangue finisse di scorrere dai suoi polsi incisi. Uno davanti all’altro, seduti su panche, c’erano i quattro zoticoni del caffè Roma: Zarlingo, Cavallaro, Antrilli e Benedetti. Erano tutti strafatti, ma sotto controllo, e tracannavano da grossi boccali. Sul lungo tavolo erano sparsi boccioni di vino e vassoi di roba da mangiare: salame, salsicce, prosciutto, pane e pasticciotti all’anice. Avevano banchettato a lungo e bene nel gran caldo…..tra i grappoli troppo maturi di uva moscatello che pendevano dalla vigna.”

Gran libro, grande storia: la sola invenzione della signorina Quinlan, infermiera, merita tutto il libro, insieme al vino di Angelo Musso.

Ci ho ritrovato le mie origini: Zu Vicìenzu, Zu Pasquale, Zu Giuvanni u fallitu, Rollicchiu. Mio nonno, nannuzzu, Zu Vicìenzu: andavano a ricuperarlo strafatto, che piangeva e stramalediva l’universo mondo, dopo aver perso a carte, dopo aver sperperato gli ultimi soldi con gli amici, sapendo che l’indomani sarebbe bastato rompersi di nuovo la schiena nei campi o sugli alberi ( prodigioso potino, innestino con accette affilate come rasoi )…..

M’insegnò il valore del brindisi in rima, a braccio, quando la lingua scivola e l’occhio diventa vitreo……..

John Fante è morto nel 1983, cieco e con le gambe amputate a causa del diabete, come suo padre, quel figlio di puttana di Nick Fante, alias Molise, alias Bandini, alias…..

La confraternita dell’uva 

Di John Fante

Einaudi Stile Libero, pp. XXXII – 232, € 9,00

 

 

 

 

Abu Nuwàs. Il poeta iracheno del vino

Amici, in nome di Dio, non mi scavate

la tomba se non a Qutrabbul,

tra i frantoi e le vigne; non mi mettete
vicino alle spighe.

Chi sa che io non senta nella mia fossa,
quando si pigia il vino, il calpestio
dei piedi.

“Le mille e una notte” è un testo che tutti dicono di conoscere, non foss’altro che per le storie, ormai entrate nell’immaginario collettivo e saccheggiate in ogni possibile modo dalla fame di esotico del nostro Occidente, di Alì Babà e di Aladino; in realtà, ben pochi hanno letto quel tesoro ineguagliabile di storie che comprende le tradizioni indiane, persiane, irachene e egiziane, la cui compilazione si estende per molti secoli e che fu portato in Europa, alla corte del tramontante Re Sole, tra il 1704 e il 1717, dal francese Antoine Galland.
Comincio da questo libro perché qui, diverse volte, sono raccontati aneddoti che riguardano il libertino, sodomita, ubriacone poeta di corte Abu Nuwàs.
Egli si chiamava al-Hasan ibn Hani (760-815 circa), era nato a Ahwàz in Persia da padre arabo e madre persiana, ma visse tra Bàssora e Baghdàd alla corte prima del mitico califfo Harùn ar-Rashìd (il Califfo delle “Mille e una notte”) e poi del successore di questi, suo figlio al-Amìn.
Erano gli anni, quelli, del dominio Abbaside, iniziato nel 750 e durato fino al 1258, la capitale dei domini arabi era appunto Baghdàd e la cultura straordinaria che quella dinastia contribuì a sviluppare e a diffondere influenzò in modo per certo importante l’Occidente: l’influenza araba sulla civiltà europea del medioevo non è posta nel dovuto rilievo nell’insegnamento della storia nelle nostre scuole, ma non è questa la sede di una tale polemica.
Abu Nuwàs (soprannome che significa “Il ricciutello”): “Godeva, stando a quanto si racconta, di una condizione fisica straordinaria. La perfezione delle sue forme e la sua grazia riempivano gli occhi di chi lo guardava. Nessuna meraviglia dunque per i molti cuori che ha spezzato, tanto con questi pregi quanto con il suo genio di poeta. Tutta la gioventù di Basra voleva essergli amica, per l’attrazione erotica che esercitava così come per il piacere della sua compagnia”. Lo racconta così Ahmad al-Tifachi, un erudito tunisino che visse tra il 1184 e il 1253, a cui si deve la compilazione di un testo sui costumi sessuali del suo tempo che è un gioiello di freschezza, chiarezza e approccio quasi scientifico ai temi, che noi cristiani diremmo scabrosi, che affronta; si tratta di omosessualità maschile (tema in cui il nostro Abu Nuwàs è raccontato in molte testimonianze come uno degli esponenti più famosi) e femminile, di prostituzione, dei più vari costumi e vizi sessuali con grande naturalezza e senza alcun pregiudizio. Ricorda, questo testo arabo del XIII secolo, il celeberrimo (anche qui, tutti lo conoscono e quasi nessuno lo ha letto) “Kamasutra” di Vatsyayana, autore seguace della corrente Carvaka, che equivale alla nostra filosofia epicurea e, poi, del “Carpe diem”.
Il contesto storico e culturale entro cui agisce Abu Nuwàs, le civilissime Baghdàd e Basra (la Bàssora di oggi), è per quei tempi il più evoluto, tollerante, multietnico e multilingue; ebrei, cristiani, musulmani convivono in un ambito sociale di straordinaria tolleranza.
Nei versi del Nostro s’incontrano notti e giornate consumate, all’insegna del piacere sempre gaudente, sempre estetico, dentro gli accoglienti conventi cristiani, depositari della scienza del vino, dentro le bettole, dentro le case di tolleranza in cui fanciulli e fanciulle potevano essere comprati, con la loro assoluta compiacenza, per il piacere delle allegre compagnie: e sono scene di grande bellezza, scene in cui il fanciullo è ammirato e desiderato fin dal momento in cui serve le coppe della magica “Khamr” (sostantivo femminile che in arabo definisce il vino), la sposa con la quale si passerà la notte. Mai volgarità, mai bassezze, mai violenza: i fanciulli e il vino sono strumenti di piacere reciproco, magari contrattati, magari anelati invano, magari irraggiungibili, ma sempre poetici, estetici, definitivi.

 

Il vino è luce:


“Se ci mescolassi luce, essa si mescolerebbe
con lui, e ne nascerebbero altre luci
e fulgori.
Circola quel vino tra i giovani, cui si piega
docile il destino, dando loro soltanto
le sorti da essi volute”.
Il vino è “profumo del mondo”:
“Un vino cui padre è l’acqua, e madre
la vigna, e nutrice la calura
meridiana bollente.
…..
Vino ebreo di lignaggio, musulmano
di territorio, siro di esportazione,
iracheno di nascita.
E’ del paese dei Magi, ma ha lasciato
I suoi correligionari, per odio del fuoco
che presso di loro si attizza.”

Io ho amato nella mia gioventù lontana Charles Baudelaire, l’ho amato profondamente: i suoi fiori maledetti sbocciati sul vino mi parevano sublimi; fiori di una civiltà che il vino l’ha insegnato al mondo intero; ma poco o niente in confronto ai versi del “ricciutello” di Baghdàd:

“Fate circolare la coppa, e si dileguerà
la sventura, e il mio occhio godrà
lo squisito profumo del mondo.
Un vino nel cui luccichio brilla il lampo,
e quando si svela alla vista, questa
ne è quasi accecata.
…..
Mescolato, cresce il suo profumo,
quasi cenno d’assenso di chi ami
a tutto ciò che ami.”

Certo, il paese di Baudelaire il vino l’ha insegnato al mondo intero; ma il paese di Abu Nuwàs il vino l’ha creato: nella Mesopotamia, la terra tra i due fiumi, la Vitis Vinifera Sativa è stata addomesticata e diffusa a occidente e a oriente.
Poi la Storia s’ingarbuglia e s’attorciglia: oggi beviamo il vino che è originario delle terre della Mesopotamia e che è innestato sui portainnesti americani; noi beviamo quel vino, mentre i due paesi si sono appena fatti la guerra ( la guerra, probabilmente, è un’invenzione o una scoperta, come la vite, di quelle terre tra i due fiumi).

Nota: per lo scritto di cui sopra sono debitore a Enrico Tallone. E’ dalla sua edizione del 1990 “Antologia Bacchica”, commentata e tradotta dal grande arabista Francesco Gabrieli (curata dal quale ho anche l’edizione Einaudi de “Le mille e una notte”), pubblicata in 436 esemplari e composta con il prezioso carattere disegnato da William Caslon, che ho preso spunto e citazioni.

La bottiglia del giorno dopo: Le Cruste 2004 di Longo

Questo racconto – pubblicato per la prima volta nel settembre del 2006 su Barolo & Co e scritto in quel periodo – fa parte del mio libro Più o meno di vino, pubblicato lo scorso anno per i tipi delle Edizioni del Capricorno. E’ uno dei miei racconti preferiti, uno di quelli che piace di più e che spesso leggo durante le presentazioni del libro.

Quella benedetta bottiglia era l’eccellente Le Cruste, di Alberto Longo: è giusto, oggi, precisarlo. Nella foto accanto sono con l’amico Gegè, addossato al secentesco muro dell’antico convento di  Monte S. Angelo.

LA BOTTIGLIA DEL GIORNO DOPO

UNA STORIA DI VINO

La linea piatta, regolare e noiosa che da Trieste fino al Salento contiene a ovest l’Adriatico è interrotta tre volte da promontori che crescono scendendo verso sud.

Monte San Bartolo è il primo sperone addossato a Pesaro; poco oltre, il Conero si erge su Ancona ben più imponente e importante; molto più a sud-est il Gargano riempie la vista e nasconde il mare.

Sono tanti anni ormai che tra la fine di luglio e agosto ripercorro la faticosa A14 per trovare le mie vacanze, letteralmente i miei vuoti ( da vacare, vacuo, ecc…), sotto un uliveto millenario che riempie un piccolo piano creato dai riporti alluvionali di epoca pleistocenica e abitato dall’uomo fin dal paleolitico antico.

Situato a nord-est di Mattinata ( la romana Matinum, fondata a baciare il sole nascente), questo è il mio ritiro estivo.

Da qualche anno, non molti in verità, consumo un rito:  un giorno della prima settimana di agosto, di solito in tarda mattinata, abbandono la mia amàca messicana, tesa tra due ulivi che in questo periodo sono già ben carichi di frantoiane piccine e prossime alla maturità, e parto verso Monte Sant’Angelo.

Si tratta di un percorso di circa 30 chilometri e di una quarantina di minuti che mi porta, attraverso gli odori fortissimi della macchia mediterranea ben esposta al sole torrido della tarda mattinata, a oltre settecento metri di quota, in prossimità del cuore del promontorio.

Vado a trovare il mio amico Gegè, grande chef che mi ospita dentro i mille bianchi abbacinanti di Monte Sant’Angelo, in una piazzetta secentesca, alla quale si accede solo percorrendo scaloni di lucido tufo. Intorno, il quartiere medievale Junno, con le casette bianche, tutte uguali, disposte come denti di una sega; poco lontano, la grotta dove apparve l’Arcangelo Michele e che unisce questo magnifico paese alla nostra Sacra in Val Susa e a Mont Saint Michel in Normandia.

Il mio posto, sempre il solito, è all’aperto tra un bagolaro e un        muraglione  di pietra, avanzo di un antico convento di suore.

Gegè è un burlone autentico che, a testimonianza del suo grande affetto nei miei confronti, in genere mi accoglie con insulti e male parole sputate a bocca larga, sorridendo a modo suo tra pizzetto e folti capelli arruffati che caratterizzano una faccia da schiaffi e due occhietti scuri che pungono.

Che ti preparo, fai tu, sai che di te mi fido, va bene ci penso io e parte verso la cucina che si trova qualche scalone giù in basso.

E’ cucina di territorio, semplice e sublime.

E da bere cosa mi fai provare, guarda oggi  ti faccio assaggiare un vino che so che ti piace. Aspetta e vedrai.

E’ un nero di Troia in purezza, 2004, prodotto a Lucera da uno che ha deciso di fare le cose per bene, con grande enologo del nord e tutto il resto ( sì, lui non dice: e quant’altro).

Assaggio, godendo di tutti quei bianchi e grigi che sono i colori di calce e tufo che delimitano la piazza in vari piani verticali e orizzontali e sono bruscamente interrotti dall’azzurro schietto e chiaro del cielo del Gargano alle 13 di un giorno di agosto.

Vitigno autoctono, da poco riscoperto e ritenuto capace di produrre da solo vini importanti, come questo rosso di gran corpo, vigoroso, sincero, un po’ squilibrato, non male ma vorrei avere un po’ di tempo in più.

Non bevo mai più di una mezza bottiglia scarsa – anche perché non voglio mai rinunciare al rum invecchiato o whisky di malto o cognac che Gegè mi propone per accompagnare il mezzo toscano riserva di fine pasto.

Ascolta, portatela giù, la finisci stasera così la puoi sentire meglio, va bene, ciao, ci vediamo ci sentiamo…..

E si torna al sicuro sotto gli ulivi che il piccolo, vecchio e storpio Matteo tratta come figli. Gli ulivi, altro che i turisti!

La sera non ho voglia di bere quel vino troppo importante per il pesce di scoglio che mangiamo. E neanche il giorno successivo e quello dopo.

Il terzo giorno finalmente mettiamo sulla brace un bel coscio di agnello: è la volta buona per quella mezza bottiglia di nero di Troia. Ma son passati tre giorni, non saranno troppi?

Altro che troppi: una meraviglia, una sfera di velluto che carezza il palato, equilibrato, ampio con un alito penetrante e poi, quello che più conta, lungo lungo ché ci vuole tempo per lasciarti bocca e gola pulite.

Ho pensato, godendo come un’aquila, alle verticali, ai giapponesi, ai corsi per aspiranti sommelier, agli stand del Vinitaly,  ai bicchieri grappoli pallozzi voti delle guide……Una mezza bottiglia di tre giorni….L’ho bevuta come aperitivo,  con l’agnello, con i fichi e l’ultimo sorso me lo sono tenuto per introdurre il primo tiro di mezzo toscano riserva.

Dondolando sulla mia amàca messicana, tesa tra due ulivi secolari, sul Gargano, Italia, un pomeriggio di agosto di quest’anno del Signore. Perché gli anni sono tutti del Signore.

http://www.albertolongo.it/

Barolo & Co: Vigne e orti dentro la città

La suggestione per scrivere questo articolo mi era venuta leggendo sopra una cartina di Roma l’elenco alfabetico delle sue strade; avevo notato che c’era un’abbondanza di riferimenti a orti e vigne: Via degli Ortaggi, Orti d’Alibert, Orti della Farnesina, Orti di Cesare, Orti di Galba, Orti di Mecenate, Orti di Trastevere, Orti Flaviani, Orti Gianicolensi, Orti Giustiniani, Orti Portuensi, Orti Spagnoli, Orti Variani.

Via Vigna Alvi, Vigna Bertone, Vigna Corsetti, Vigna Due Torri, Vigna Fabbri, Vigna Filonardi, Vigna Jacobini, Vigna Lais, Vigna Mangani, Vigna Pia, Vigna Pozzi, Vigna Rosati, Vigna Serafini, Vigna Stellati, Vigne Nuove….Via della Vite.

Ben conoscevo il fatto che durante il medioevo, e fino almeno ai primi anni del Novecento, nella Capitale era abbastanza diffusa l’abitudine di coltivare l’uva, ma un’abbondanza simile di riferimenti toponomastici è in verità sorprendente!

Ho cominciato così a svolgere alcune ricerche e fare relativi approfondimenti in materia.

In età repubblicana e nel successivo ipertrofico sviluppo imperiale non sono attestate testimonianze di coltura della vite dentro le mura di una città che doveva essere sovraffollata: Marco Porcio Catone (234-149 a.C.) è il primo che parla di vino nel De re rustica e nel De agri cultura e sappiamo che possedeva una villa in Tuscolo, dove era nato e dove, come conferma Giunio Modesto Columella due secoli più tardi, si coltivavano vigne molto estese.

Il collasso dell’Impero e la disgregazione di Roma successivi  al IV e al V secolo della nostra era modificano completamente gli usi e i costumi dei sempre più rari e impauriti abitanti: è in questo periodo che, con l’aiuto soprattutto di conventi e monasteri benedettini e cluniacensi – per i quali il vino è un irrinunciabile elemento cultuale – piccole vigne cominciano a essere coltivate all’interno delle mura fortificate di palazzi e castelli romani. E’ molto probabile che, nell’ottica di un’economia di sussistenza, fosse prestata più attenzione all’orto che alla vigna e dunque la complessa e poco redditizia attività legata al vino fosse, durante i secoli bui dell’alto medioevo, una questione appunto di competenza dei monaci.

A cominciare però dall’XII secolo le vigne si diffondono nelle città e il Bacci e Sante Lancerio, bottigliere misterioso di papa Paolo III, ne testimoniano l’esistenza durante il rinascimento in zone come il Gianicolo e a Monte Mario. E’ questa ormai una pratica che si è diffusa in tutta Europa: in un progetto di ricerca di Katia Mori – Archeologia Medievale dell’Università di Siena – si attesta che nella città senese : “(i dati) che emergono da un registro della Biccherna relativo alla tassazione imposta nel 1454 a tutti i cittadini possessori di orti o vigne all’interno delle mura. Dalla Tavola delle possessioni si viene a conoscenza della presenza di 202 case con orto, 47 orti isolati e 14 vigne dislocati soprattutto nel popolo di Abbazia Nuova ed in quello di San Marco.”.

Ma succede che tra il XVIII e il XIX secolo le vigne cittadine si diffondono con uno sviluppo che va di pari passo con le tecnologie sempre più raffinate che viticoltura e enologia hanno raggiunto: ci sono vigne in tutte le città, grandi o piccole che siano; certo Roma è quella che vanta le più famose e numerose che alimentano le sempre più diffuse osterie.

Sulla via di Tor Pignattara, la vigna di Monte d’Oro; sull’Aventino, tra le terme di Caracalla, la vigna Guerrieri e le vigne della famiglia Torlonia; a Monte Mario la vigna del farmacista Alberto Langeli. Ma la più famosa, rimasta ancora oggi nella memoria collettiva, è la «Vigna dei frati»: nei pressi delle terme di Caracalla, appartenuta prima alla Compagnia di Gesù e visitata da S. Ignazio di Loyola, e poi – si chiamava vigna Antoniana – passata ai frati Minori Conventuali.

Il poeta dialettale Francesco Possenti la celebra con un sonetto che vale la pena di ricordare:

Er vino de li frati a Via Baccelli,

straportato per fusto de coppella

da li vigneti attorno a li Castelli,

te ristora la gola e le budella.

Si te ne scoli un litro a garganella,

a sede’ sotto l’arberi gemelli

che l’estate funzioneno da ombrelli,

te pare che la vita sia più bella.

Vino de le campagne nostre care,

spisciolato dall’uve bianche e nere,

bono pe’ di’ la Messa su l’artare,

sei te lo sciuro, identico e preciso,

sversato da li frati ner bicchiere,

bevuto da li santi in paradiso!

Ma se a Roma fioriscono orti e vigneti, non si può dire che altrove questo costume sia inconsueto: è celebre il Vigneto di Leonardo che il duca Ludovico il Moro donò al Genio, appassionato di vino e di cucina, riportato in un documento ufficiale e datato 26 aprile 1499. Ubicato vicino al convento di Santa Maria delle Grazie, dove Leonardo aveva appena finito di dipingere il Cenacolo, si estendeva per circa un ettaro. Fu lasciato in eredità, nel testamento redatto il 23 aprile 1519, ai fedeli Giovanbattista Villani e Salaì. Vi sono testimonianze della sua esistenza fino agli anni 40 del Novecento: era un vigneto a pergola. Oggi all’interno del giardino di Casa degli Atellani, al numero civico 65 di corso Magenta, non se ne conserva più traccia: pare sia stato distrutto causa un incendio.

Ma non posso non menzionare il celeberrimo Clos Montmatre, vigneto impiantato nel 1929 da alcuni artisti che intendevano salvare le ultime testimonianze delle vigne parigine (nell’800 si calcola che dentro la città ci fossero almeno 20.000 ha di terreni coltivati a vigneto). Il vigneto è situato a due passi dal Moulin Rouge, 1.500 mq con circa 2.000 piante di Gamay e Pinot noir.

Orti e vigne cittadine sparirono quasi tutte con la fine del XIX secolo: a Roma la causa principale fu lo sviluppo edilizio e urbano dopo il 20 settembre 1870; altrove le ragioni della distruzione di questi terreni agricoli cittadini furono soprattutto dovute all’inurbamento selvaggio e alle speculazioni edilizie.

Vi fu una riscoperta, com’è ovvio, dell’agricoltura cittadina durante la guerra: a Roma, e non soltanto, rispuntarono i famosi «orti di guerra».

Ma è da qualche anno che ovunque, in Europa e negli Stati Uniti, si vanno riscoprendo le attività agricole e vitivinicole cittadine.

Da citare il progetto di ricerca Senearum vinea che ha permesso di identificare dentro la città di Siena vitigni autoctoni sconosciuti o di cui s’erano perse le tracce: Abrusco, Mammolo, Gorgottesco, Poverina, Rossone, Tenerone, Occhio di Pernice, Zuccaccio, Vaiano.

Da segnalare il  Vigneto della Pusterla, 4 ettari di vigna nel centro di Brescia curati da Piero Bonomi (Bellavista) e Pierluigi Villa (Università di Milano): da uve Invernenga (a bacca bianca) e Marzemino (una varietà autotona), Uva uccellino, Maiolica, Schiava, Corva, Merlot, Barbera e Brugnera (a bacca rossa) si producono circa 100 hl. di mosto con cui si imbottigliano gli IGT Pusterla Bianco e Pusterla Rosso Ronchi di Brescia.

La Vigna di San Martino, centro di Napoli, all’ombra dell’omonima Certosa, è la creatura di Peppe Morra, gallerista partenopeo che nel 1987 acquistò 7,5 ettari di terreno incolto da cui ricavò una vigna di 4 ettari e un giardino impreziosito da alcuni superstiti olivi centenari e altre piante di particolare interesse: Falanghina dei Campi Flegrei (uno dei miei due vini bianchi del Sud preferiti, l’altro è il pugliese Fiano Minutolo), Piedirosso (in Campania chiamato Pér ‘e palummo, zampa di colombo), Catalanesca e Aglianico, tutti autoctoni e a piede franco, sono i vitigni che Peppe Morra e i suoi amici curano in questo gioiello nel centro di Napoli da cui la vista abbraccia Capri e il Vesuvio, Sorrento e tutto il golfo.

E infine bisogna parlare di Torino.

Pochi sanno che nel XVII e XVIII secolo era abitudine diffusa dei nobili torinesi passare brevi vacanze nelle ville collinari i cui giardini ospitavano orti e vigne: durante l’assedio del 1706 le truppe francesi saccheggiarono e distrussero almeno 150 appezzamenti coltivati a vigneto. Oggi tracce di quei vigneti si conservano a Villa Abegg e nei giardini di Vigna Chinet, come mi testimonia il suo attuale proprietario Giuseppe Crosetto, secondo cui ancora venti, trent’anni fa l’uva era coltivata regolarmente; mi cita anche una certa Vigna di Mongreno di proprietà di un tizio che distillava acquavite.

Negli orti, spesso coltivati abusivamente, ancora presenti lungo i fiumi e nelle zone periferiche della città, la vite è quasi sempre presente, come c’era nel suo terreno che mio padre coltivava al confine tra Beinasco e Torino: era uva fragola bianca e nera, frutti di piante che non dovevano avere meno di 50/60 anni.

Oggi a Torino è straordinario il vigneto ripiantato a Villa della Regina durante il ricupero e restauro della splendida dimora a due passi da Piazza Vittorio: è un appezzamento esposto a sud-ovest di circa 0,7 ettari (la vigna originale si estendeva per un ettaro e mezzo), piantumato a girapoggio con l’autoctona Freisa di Chieri (2.500 barbatelle di Freisa  e altre 200 barbatelle di vitigni rari come il famoso Cari, il Balaran, il Grisa roussa e il Neretto duro). La vigna è stata data in concessione all’Azienda Balbiano di Andezeno, storica cantina produttrice della migliore Freisa di Chieri che è un vino più fine, più delicato, più beverino della Freisa d’Asti.

Il titolare, Franco Balbiano, mi racconta che nel 2009 c’è stata la seconda vendemmia: in effetti, quella del 2008 dette soltanto una decina di ql che vennero impiegati nelle sperimentazioni di microvinificazione. L’anno scorso la vigna ha dato circa 34,40 hl – con una resa del 60/65 % – di un vino che presenta 13,60 % di grado alcolico e 5,5 gr/L di acidità totale: oggi riposa e matura in vasche d’acciaio, sarà imbottigliato a novembre di quest’anno e sarà il vino con cui si festeggerà il 150° anniversario dell’Unità d’Italia.