Archive for the ‘L’ANGOLO DELLA POESIA’ Category
Quando muore un poeta è sempre un triste giorno

Se n’è andato Andrea Zanzotto (Pieve di Soligo 10 ottobre 1921, Conegliano Veneto 18 ottobre 2011).

Ha scelto di nascere e di morire in ottobre, tra le vigne già appassite e bronzee, vendemmiate di uve Glera che in cantina ormai cangiano in liquidi pallidi e odorosi che saran Prosecco: i lieviti si sono divorati tutti, o quasi, gli zuccheri e l’alcol si prepara a impadronirsi di olfatti e palati. Un giorno triste, com’è triste ogni giorno in cui un Poeta ci abbandona. Ma rimangono i suoi versi, le sue parole:

«L’uomo sta ribollendo nel proprio enigma, e la poesia non può dare che dei lampi di “consolazione”, nei quali appare ancora il miraggio dell’autofondazione e dell’autogiustificazione dell’essere. In essa c’è dunque un qualche valore, almeno provvisorio. Ma il quadro che abbiamo di fronte è quello di una catastrofe “ecologica” della mente».

Il trapasso ti sia lieve, è l’augurio di chi, cosciente, si dibatte inerme in queste gore putrescenti.

Bicchiere di vino

Certe volte vuotare, a piccoli e misurati sorsi, un calice ricolmo di buon vino può servire a liberare la mente di tutti quegli assilli che vivere porta a accumulare. A scrostare le sinapsi di quelle ruggini pericolose che incrostano i fili delicati: rifiuti tossici che le delusioni, i tradimenti, magari soltanto gli egoismi e l’insensibilità che mi cresce rigogliosa intorno, rendono insopportabili. Un pizzico di sano cinismo potrebbe aiutare; qualche momento di calcolo lucido; qualche periodo di lontananza da persone vampire o semplicemente inutili servirebbe a alleggerire il peso di vivere. Questi versi sono frutto di una sofferenza profonda che mi ha inciso l’anima: bere – non per cercare oblio o stordimento ma per ritrovare sensazioni usate che mi accarezzano senza pretendere nulla in cambio – spesse volte mi aiuta.

Un calice di traminer friulano al Mood, in piazza Carignano a Torino

Bicchiere di vino

Nei riflessi rubini

s’è fatto liquido presente l’acino passato:

liquido diafano,

liquido inebriante

scolorirà,  piscio immondo,

nel suo irrimediabile futuro.

Futuro ogni passato è stato,

furono speranze i ricordi:

ricordi tenui diluiranno forti speranze.


I riflessi d’un bicchiere elegante

di diafane promesse ricolmi

il tempo rimescolano

del tempo si fanno beffe

quando  lacrime insolenti,

passate presenti future,

solchi, concrete, incidono.

Materiche, chirurgiche

la pelle devastano sensibile:

ne scavano le rughe profonde di già.

A queste disperanze assisto attonito,

e sono le mie e non capisco

se sono se sono state se saranno.


Eugenio Montale…e il vino

Nacque a Genova, bilancia, il 12 ottobre 1896 e se ne andò a Milano il 12 settembre 1981. Ragioniere, autodidatta, le lauree le ricevette onoris causa. Per campare fece il redattore e poi il giornalista, per lunghi anni al Corriere della Sera. Era un poeta, forse il più grande italiano del secolo scorso: a lui il Nobel nel 1975, con assai più merito di altri nostri premiati per la Letteratura, prima e dopo di lui. Ebbe il merito di scrivere pochissimo, il primo suo libro fu Ossi di seppia pubblicato nel 1925.

Questi versi sono tratti da Xenia, del 1966, poi pubblicati nel 1971 con la raccolta Satura.I versi di Xenia sono dedicati alla moglie Drusilla Tanzi, deceduta qualche anno prima.

 

Da Xenia II

6

Il vinattiere ti versava un poco

d’Inferno. E tu, atterrita: « Devo berlo? Non basta

esserci stati dentro a fuoco lento?».

 

10

Dopo lunghe ricerche

ti trovai in un bar dell’Avenida

da Libertade; non sapevi un’acca

di portoghese o meglio una parola

sola: Madeira. E venne il bicchierino

con un contorno di aragostine.

 

Le sera fui paragonato ai massimi

lusitani dai nomi impronunciabili

e al Carducci in aggiunta.

Per nulla impressionata io ti vedevo piangere

dal ridere nascosta in una folla

forse annoiata ma composta.

“La mimosa” di Pablo Neruda

Io ho tanto amato Pablo Neruda da adolescente: ho scoperto da solo Il Canto General, le Veinte Poemas de amor. Ho letto il suo splendido Confesso che ho vissuto (prestato a chissà chi e oggi scomparso dalla mia Biblioteca). Ho poi visto una vecchia fotografia in cui il grande Pablo regge sulle ginocchia il mio amico Enrico, all’ombra della locomotiva, in Alpignano.

E amo gli alberi e i fiori degli alberi: le mimose sopra tutti. Il giallo sfacciato, provocante sensuale. Franco, quasi scostumato. E quell’olezzo inebriante, che ubriaca più di un grande vino.

Ma questa poesia, tra le mie preferite, non l’ho scoperta io: fu mia figlia, alle elementari, che me la fece conoscere e amare.

E’ tempo di mimose: come ogni anno, è giusto in questa stagione regalarla a chi ancora non la conoscesse: è un mio omaggio fatto con lo stomaco, più che con il cuore. E con l’organo (non so quale sia) che produce la sensibilità e il bisogno di donare senza aspettare alcuna ricompensa in cambio. Sono i regali più belli.


Andavo da San Jeronimo

verso il porto

quasi addormentato

quando

dall’inverno

una montagna

di luce gialla

una torre fiorita

spuntò sulla strada e tutto

si riempì di profumo.

Era una mimosa.

“Il bolide” di Giovanni Pascoli (dai Canti di Castelvecchio)

Il 6 aprile del 1912  moriva Giovanni Pascoli, uno dei miei poeti prediletti di cui qui sotto pubblico una poesia meravigliosa ancorché poco conosciuta. E’ un componimento cosmico che in apparenza poco si accorda con la fama di poeta lirico del Pascoli. Ma è una poesia straordinaria per davvero, con alcuni versi indimenticabili.

Tutto annerò. Brillava, in alto in alto, 


il cielo azzurro. In via con me non c’eri,


in lontananza, se non tu, Rio Salto.


Io non t’udiva: udivo i cantonieri


tuoi, le rane, gridar rauche l’arrivo


d’acqua, sempre acqua, a maceri e poderi.


Ricordavo. A’ miei venti anni, mal vivo,


pensai tramata anche per me la morte


nel sangue. E, solo, a notte alta, venivo


per questa via, dove tra l’ombre smorte 


era il nemico, forse. Io lento lento


passava, e il cuore dentro battea forte.


Ma colui non vedrebbe il mio spavento, 


sebben tremassi all’improvviso svolo


d’una lucciola, a un sibilo di vento:


lento lento passavo: e il cuore a volo 


andava avanti. E che dunque? Uno schianto;


e su la strada rantolerei, solo…


no, non solo! Lì presso è il camposanto,


con la sua fioca lampada di vita.


Accorrerebbe la mia madre in pianto.


Mi sfiorerebbe appena con le dita:


le sue lagrime, come una rugiada


nell’ombra, sentirei su la ferita.


Verranno gli altri, e me di su la strada 


porteranno con loro esili gridi


a medicare nella lor contrada,


così soave! dove tu sorridi


eternamente sopra il tuo giaciglio 


fatto di muschi e d’erbe, come i nidi!


Mentre pensavo, e già sentìa, sul ciglio 


del fosso, nella siepe, oltre un filare


di viti, dietro un grande olmo, un bisbiglio


truce, un lampo, uno scoppio… ecco scoppiare


e brillare, cadere, esser caduto, 


dall’infinito tremolìo stellare, 


un globo d’oro, che si tuffò

muto 
nelle campagne, come in nebbie vane,


vano; ed illuminò nel suo minuto


siepi, solchi, capanne, e le fiumane


erranti al buio, e gruppi di foreste,


e bianchi ammassi di città lontane.


Gridai, rapito sopra me: Vedeste? 


Ma non v’era che il cielo alto e sereno.


Non ombra d’uomo, non rumor di péste. 


Cielo, e non altro: il cupo cielo, pieno


di grandi stelle; il cielo, in cui sommerso 


mi parve quanto mi parea terreno.

E la Terra sentii nell’Universo.


Sentii, fremendo, ch’è del cielo anch’ella.


E mi vidi quaggiù piccolo e sperso 


errare, tra le stelle, in una stella.

 

Pablo Neruda ritrovato, Amiga no te mueras…

Da anni inseguivo il ricordo di una poesia della mia adolescenza, finalmente l’ho ritrovata, è tratta dalla raccolta “Il fromboliere entusiasta (El hondero entusiastas, del 1924)

 

Amica, non morire…

Amica, non morire.

Ascolta queste parole che m’escono ardendo

e che nessuno direbbe se io non le dicessi.

Amica, non morire.

Son io colui che t’attende nella notte stellata.

Colui che sotto il tramonto insanguinato t’attende.

Guardo cadere i frutti nella terra cupa.

Guardo danzare le gocce di rugiada nell’erba.

Nella notte al denso profumo delle rose,

quando danza la ronda delle ombre immense.

Sotto il cielo del Sud, chi t’attende quando

l’aria della sera bacia come una bocca.

Amica, non morire.

Sono io colui che tagliò le ghirlande ribelli

per il ghiaccio selvatico fragrante di sole e di selva.

Colui che recò tra le braccia gialli giacinti.

E rose lacerate. E papaveri insanguinati.

Colui che incrociò le braccia per attenderti, ora.

Colui che spezzò i suoi archi. Colui che piegò le sue frecce.

Son io colui che sulle labbra conserva sapore d’uva.

Grappoli sfregati. Morsi vermigli.

Colui che ti chiama dalle pianure germogliate.

Son io colui che nell’ora dell’amore ti desidera.

L’aria della sera dondola gli alti rami.

Ebbro, cuor mio, sotto Dio, vacilla.

Il fiume scatenato scoppia a piangere e a volte

la sua voce s’assottiglia e si fa pura e tremula.

Risuona al tramonto, l’azzurro lamento dell’acqua.

Amica, non morire!

Son io colui che ti attende nella notte stellata,

sopra le spiagge auree, sopra le bionde aie.

Colui che colse i giacinti per il tuo letto, e le rose.

Disteso tra le erbe son io colui che ti attende!

 

Amiga, no te mueras….

Amiga, no te mueras./Oyeme estas palabras que me salen ardiendo/ y que nadie dirìa si yo las dijera./ Amiga, no te mueras./Yo soy el que te espera en la estrellada noche./El que bajo el sangriento sol ponente te espera./Miro caer los frutos en la tierra sombrìa./Miro bailar las gotas de rocìo en las hierbas./En la noche al espeso perfume de las rosas,/cuando danza la ronda de las sombras inmensas./Bajo el cielo del Sur, el que te espera cuando el aire de la tarde como una boca besa./ Amiga, no te mueras./Yo soy el que cortò las guirnaldas rebeldes/para el lecho selvatico fragrante a sol y a selva./El que trajo en los brazos jacintos amarillos./Y rosas desgarradas. Y amapolas sangrientas./El que cruzò los brazos por esperante, ahora./El que quebrò sus arcos. El que doblò sus flechas./Yo soy el que en los labios guarda sabor de uvas./Racimos refregados. Mordeduras bermejas./El que te llama desde las llanuras brotadas./Yo soy el que en la hora del amor te desea./El aire de la tarde timbra las ramas altas./Ebrio, mi corazon, bajo Dios, tambalea./El rìo desatado rompe a llorar y a veces/se adelgaza su voz y se hace pura y trémula./Retumba, atardecida, la queja azul del agua./ Amiga, no te mueras./Yo soy el que te espera en la estrellada noche,/sobre las playas àureas, sobre las rubias eras./El que cortò jacintos para tu lecho, y rosas./Tendilo entre las hierbas yo soy el que te espera!

 

 

 

Giacomo Leopardi, All’Italia

ALL’ITALIA

O patria mia, vedo le mura e gli archi/ E le colonne e i simulacri e l’erme

/Torri degli avi nostri, /Ma la gloria non vedo,/Non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi

I nostri padri antichi. Or fatta inerme,/Nuda la fronte e nudo il petto mostri.

Oimè quante ferite,/Che lividor, che sangue! oh qual ti veggio,

Formosissima donna! Io chiedo al cielo/E al mondo: dite dite;

Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,/Che di catene ha carche ambe le braccia;

Sì che sparte le chiome e senza velo/Siede in terra negletta e sconsolata,

Nascondendo la faccia/Tra le ginocchia, e piange.

Piangi, che ben hai donde, Italia mia,/Le genti a vincer nata

E nella fausta sorte e nella ria./Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,

Mai non potrebbe il pianto/Adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;

Che fosti donna, or sei povera ancella./Chi di te parla o scrive,

Che, rimembrando il tuo passato vanto,/Non dica: già fu grande, or non è quella?

Perché, perché? dov’è la forza antica,/Dove l’armi e il valore e la costanza?

Chi ti discinse il brando?/Chi ti tradì? qual arte o qual fatica

O qual tanta possanza/Valse a spogliarti il manto e l’auree bende?

Come cadesti o quando/Da tanta altezza in così basso loco?

Nessun pugna per te? non ti difende/Nessun de’ tuoi? L’armi, qua l’armi: io solo

Combatterò, procomberò sol io./Dammi, o ciel, che sia foco

Agl’italici petti il sangue mio./Dove sono i tuoi figli? Odo suon d’armi

E di carri e di voci e di timballi:/In estranie contrade/Pugnano i tuoi figliuoli.

Attendi, Italia, attendi. Io veggio, o parmi,/Un fluttuar di fanti e di cavalli,

E fumo e polve, e luccicar di spade/Come tra nebbia lampi.

Né ti conforti? e i tremebondi lumi/Piegar non soffri al dubitoso evento?

A che pugna in quei campi/L’itala gioventude? O numi, o numi:

Pugnan per altra terra itali acciari./Oh misero colui che in guerra è spento,

Non per li patrii lidi e per la pia/Consorte e i figli cari,/Ma da nemici altrui

Per altra gente, e non può dir morendo:/Alma terra natia,

La vita che mi desti ecco ti rendo./Oh venturose e care e benedette

L’antiche età, che a morte/Per la patria correan le genti a squadre;

E voi sempre onorate e gloriose,/O tessaliche strette,

Dove la Persia e il fato assai men forte/Fu di poch’alme franche e generose!

Io credo che le piante e i sassi e l’onda/E le montagne vostre al passeggere

Con indistinta voce/Narrin siccome tutta quella sponda

Coprìr le invitte schiere/De’ corpi ch’alla Grecia eran devoti.

Allor, vile e feroce,/Serse per l’Ellesponto si fuggia,

Fatto ludibrio agli ultimi nepoti;/E sul colle d’Antela, ove morendo

Si sottrasse da morte il santo stuolo,/Simonide salia,

Guardando l’etra e la marina e il suolo./E di lacrime sparso ambe le guance,

E il petto ansante, e vacillante il piede,/Toglieasi in man la lira:

Beatissimi voi,/Ch’offriste il petto alle nemiche lance

Per amor di costei ch’al Sol vi diede;/Voi che la Grecia cole, e il mondo ammira.

Nell’armi e ne’ perigli/Qual tanto amor le giovanette menti,

Qual nell’acerbo fato amor vi trasse?/Come sì lieta, o figli,

L’ora estrema vi parve, onde ridenti/Correste al passo lacrimoso e duro?

Parea ch’a danza e non a morte andasse/Ciascun de’ vostri, o a splendido convito:

Ma v’attendea lo scuro/Tartaro, e l’onda morta;

Né le spose vi foro o i figli accanto/Quando su l’aspro lito

Senza baci moriste e senza pianto./Ma non senza de’ Persi orrida pena

Ed immortale angoscia./Come lion di tori entro una mandra

Or salta a quello in tergo e sì gli scava/Con le zanne la schiena,

Or questo fianco addenta or quella coscia/Tal fra le Perse torme infuriava

L’ira de’ greci petti e la virtute./Ve’ cavalli supini e cavalieri;

Vedi intralciare ai vinti/La fuga i carri e le tende cadute/E correr fra’ primieri

Pallido e scapigliato esso tiranno;/Ve’ come infusi e tinti

Del barbarico sangue i greci eroi,/Cagione ai Persi d’infinito affanno,

A poco a poco vinti dalle piaghe,/L’un sopra l’altro cade. Oh viva, oh viva:

Beatissimi voi/Mentre nel mondo si favelli o scriva.

Prima divelte, in mar precipitando,/Spente nell’imo strideran le stelle,

Che la memoria e il vostro/Amor trascorra o scemi.

La vostra tomba è un’ara; e qua mostrando/Verran le madri ai parvoli le belle

Orme del vostro sangue. Ecco io mi prostro,/O benedetti, al suolo,

E bacio questi sassi e queste zolle,/Che fien lodate e chiare eternamente

Dall’uno all’altro polo./Deh foss’io pur con voi qui sotto, e molle

Fosse del sangue mio quest’alma terra./Che se il fato è diverso, e non consente

Ch’io per la Grecia i moribondi lumi/Chiuda prostrato in guerra,

Così la vereconda/Fama del vostro vate appo i futuri/Possa, volendo i numi,

Tanto durar quanto la vostra duri.

 

Valle Giulia

Caro Pierpaolo,
non ci sei più, purtroppo. E sono tanti, tanti anni.
Ti penso spesso e mi manchi tanto.
Oggi, per esempio, sono riandato a leggermi Valle Giulia.
Era tanto, tanto tempo fa.

Oggi altra valle, altra storia. Sempre lo stesso.

E ancora non s’è compresa la tua lezione.
Che tristezza, porca miseria (quella intellettuale)….

E confondere o, peggio, speculare ideologia buonsenso sopravvivenza dentro gore putrescenti di miserevoli miasmi di morte a rate, a pezzi. Verso le noosfere dei Poeti antichi.

Siamo già morti e ancora non lo sappiamo.

 

Elogio della sbronza consapevole, Enrico Remmert, Luca Ragagnin

Abbiamo visto Peppo mentre, il decimo Jack Daniel’s tra le mani, spiegava che in galera i nomi non li ha fatti. Non è che non voleva: non se li ricordava.”.

Per questa sola citazione di una delle immense nottate ben trascorse sotto qualche arcata o portico, nel centro di Torino, in compagnia delle straparole sguince di Peppo Parolini questa antologia, curata da Enrico Remmert e Luca Ragagnin, merita di essere memorata. E’ un librino curato – qualche pecca, come la mancanza di una completa bibliografia – ma soprattutto appassionato e divertente. Con alcune citazioni per davvero notevoli.

Eduardo De Filippo

Dint’a butteglia

n’atu rito ‘e vino

è rimasto…

Embè

Che fa m’ ‘o guardo?

M’ ‘o tengo a mente

e dico:

«Me l’astipo

e dimane m’ ‘o bevo?»

Dimane nun esiste.

E ‘o juorno prima

Siccome se n’è gghiuto,

manco esiste.

Esiste solamente

‘stu momento

‘e chistu rito ‘e vino int’ ‘a butteglia.

E che faccio,

m’ ‘o pperdo?

Che ne parlammo a ffà?

Si m’ ‘o perdesse

Manc’ ‘a butteglia me perdunarrìa.

E allora bevo…

E chistu surz’ ‘e vino

Vence ‘a partita cu l’eternità!

Alda Merini

A me piacciono gli anfratti bui

Delle osterie dormienti,

dove la gente culmina nell’eccesso del canto,

a me piacciono le cose bestemmiate e leggere,

e i calici di vino profondi,

dove la mente esulta,

livello di magico pensiero.

Troppo sciocco è piangere sopra un amore perduto

Malvissuto e scostante,

meglio l’acre vapore del vino

indenne,

meglio l’ubriacatura del genio,

meglio sì meglio

l’indagine sorda delle scorrevolezze di vite;

io amo le osterie

che parlano il linguaggio sottile

della lingua di Bacco,

e poi nelle osterie

ci sta il nome di Charles

scritto a caratteri d’oro.

Gorge Burns

Mi basta un solo bicchierino per ubriacarmi.

Il problema è che non mi ricordo se è il trentesimo o il quarantesimo.

Groucho Marx

Mandatemi subito due mezzi whisky doppi.

Anonimo Veneto

Bevo soltanto due volte al giorno: a pasto e fuori pasto

False citazioni:

Cogito, ergo rum (Cartesio, forse)

Liberté, egalité, Beaujolais (Robespierre, forse)

Elogio della sbronza consapevole

Enrico Remmert, Luca Ragagnin

Marsilio Editore 2004, 235 pp, 14 €

L’albatro, C. Baudelaire

 

Prendono spesso i marinai per giuoco

Àlbatri, grandi uccelli marini,

Che indolenti compagni di viaggio

Seguono il bastimento mentre scivola

Sopra gli abissi amari. Appena posti

Sulla tolda, questi re dell’azzurro

Ora maldestri e vergognosi lasciano

Penosamente trascinarsi ai fianchi

Le grandi ali bianche, come remi.

L’alato viaggiatore, com’è goffo

E fiacco! Lui, poc’anzi così bello,

Com’è comico e insulso! Uno gli stuzzica

Il becco con la pipa, un altro mima

Zoppicando l’infermo che volava!

Il Poeta somiglia a questo principe

Dei nembi, che frequenta la tempesta

E ride dell’arciere; a lui, esiliato

Sulla terra, fra gli schiamazzi, le ali

Da gigante impediscono il cammino.

 

W 2011!

My best wishes for 2011.

A cork: let’s pull cork out of the…2011 bottle (or let’s uncork the 2011..).

2011 like a gentle phantom, a gentle wine stain: that is 2011, now!

E qui sotto i miei due biglietti augurali dipinti con Barbera e Dolcetto, soltanto per gli amici di internet. Poi, una poesia dialettale in piemontese dedicata alla “nata”, il tappo in dialetto piemontese (gavomse la nata, ovvero togliamoci il tappo, significa anche togliamoci uno sfizio, una soddisfazione)

La Nata

A l’e da temp piantà

ant ël col ëd na bota

a fé la guardia da ani passà

al vin ch’ a-i é sota.

Quand as gava la nata

e ël vin ancamin-a a mossé

i soma propri n’alegra brigada

e tuti ansema ‘ncaminoma a canté.

La nata, fasand sò dover,

a l’a përmetune ëd beive

‘n bon bicer.

Grassie nata, continua a saré

col vin che alegher an farà sté

e dëstopand na bota a la matin

an farà nen pensé ëd’la giornà ai sagrin.

(Il Tappo

È da tempo piantato nel collo di una bottiglia a fare la guardia da tanti anni al vino che sta sotto.

Quando si toglie il tappo e il vino inizia a diventare frizzante siamo proprio un’allegra brigata e tutti insieme incominciamo a cantare.

Il tappo, facendo il suo dovere, ci ha permesso di bere un buon bicchiere. Grazie tappo, continua a chiudere quel vino che ci farà stare allegri e stappando una bottiglia al mattino non ci farà pensare ai fastidi della giornata.)

Giuseppe Vasco

Om, la preghiera universale, Mandukya Upanishad

Tra i simboli universali che mi ossessionano c’è la sillaba sacra Om. Ne ho elaborate molte opere: quella qui riprodotta è ora in India.

La Mandukya Upanishad appartiene all’Atharvaveda benché porti il nome d’una scuola rigvedica, ed è anch’essa tra le più recenti delle Upanishad antiche. Assai breve, la Mandukya Upanishad insiste singolarmente sull’identità tra l’Atman individuale e Brahman e studia la mistica equivalenza dell’assoluto con la sacra sillaba OM, nella quale tutto l’universo è compreso [...]

7. Si considera come quarto [modo di essere] quello che è privo di conoscenza delle cose interiori, privo di conoscenza delle cose esteriori, privo della conoscenza di entrambe. Esso non è costituito soltanto di conoscenza, non è conoscitore né non conoscitore. Esso è invisibile, inavvicinabile, inafferrabile, indefinibile, impensabile, indescrivibile, ha come caratteristica essenziale di dipendere soltanto da se stesso; in esso il mondo visibile si risolve, è serenità e benevolenza, è assolutamente non duale. Esso è l’Atman: esso deve essere conosciuto.

8. Per quel che riguarda i fonemi, questo Atman corrisponde alla sillaba OM, considerandone gli elementi costitutivi. Gli elementi costitutivi corrispondono ai modi di essere, e i modi di essere corrispondono agli elementi costitutivi, ossia ai suoni A U M.

9. Lo stato di veglia, vaishvanara, corrisponde alla lettera A, che è il primo elemento, per il fatto che ottiene (ap) [tutto], oppure per il fatto che è il primo (adi). In verità ottiene tutti i desideri e diventa il primo colui che così conosce.

10. Lo stato di sogno, taijasa, corrisponde alla lettera U, che è il secondo elemento, per il fatto di essere il più alto (utkarsha) [del precedente] o per il fatto di partecipare (ubhayatva) degli altri due [stati fra i quali si trova]. In verità colui che così conosce tiene alta la tradizione della conoscenza [nella sua famiglia], è indifferente [a gioie e dolori] e nella sua stirpe non nasce chi non conosca il Brahman.

11. Lo stato di sonno profondo, prajna, corrisponde alla lettera M, che è il terzo elemento, per il fatto che crea (miti) o che [in esso] si dissolve (apiti) [l'universo]. In verità colui che così conosce crea tutto questo universo e lo  riassorbe in sé.

12. Il quarto [stato] non corrisponde a un [singolo]  elemento, è inavvicinabile, in esso il mondo visibile si risolve, è benevolenza, è assolutamente non duale. Così la sillaba Om è in verità l’Atman [nei suoi quattro stati]. Colui che così conosce penetra nel sé [assoluto] con il sé [individuale].”

Nota: il testo è ripreso dal libro “Upanishad Vediche – a cura di Carlo della Casa”, TEA, prima edizione del 1988. Non riporto i complicati accenti che permettono la pronuncia corretta della trascrizione dal sanscrito: correttamente si dovrebbe scrivere Upanisad con un puntino sotto la lettera S, che significa pressapoco che quella lettera va pronunciata (molto pressapoco) come il nostro fonema SC o il fonema inglese SH.

Degustazioni letterarie

(Tratto da Più o meno di vino)

Ondeggiando il calice sensuale

sotto l’affilato nasino,

esclamò sospirando ispirata

la serica bionda precoce:

-Sentore di mora matura.


Nel salotto barocco

lo scrittore Baricco,

degustando la preziosa Barbera del Bricco,

sentenziò:

-Barricata.


Il boia, schifato,

sbevazzando volgare quel vino ribaldo,

giudicò:

-Troiaio da taglio.


Pietro,

la michetta mordendo rabbioso,

sorseggiando quel rosso grandioso,

esplose in un botto:

-Pietra focaia!


Tuffando il gran nasone

dentro il bicchierone

l’Aedo cecato azzardò:

-Profumo di donna.

-Profumo di giovane vulva.

Proclamò il Gran Deustatore, geniale.

Un bifolco senz’arte né parte,

sentendo ignorante quel grande signore,

tra gli altri balordi allibiti presenti,

ingenuo pensò:

-Ma da quanto non si lava (quella giovane vulva)?

Rabindranath Tagore

Rabindranath Tagore nacque a Calcutta il 6 di maggio 1861 e morì in un villaggio del suo amato Bengala il 7 di agosto del 1941. Ebbe nel 1913 il Premio Nobel della Letteratura. Si chiamava Thakhur per la verità: cognome che trasformò dopo un soggiorno di studio durato tre anni in Inghilterra. Era un uomo molto bello e dolce, figlio di un ricco bramino in odore di santità.

E’ un poeta che ho sempre amato, conosciuto, tradotto e apprezzato in tutto il mondo; la sua è una poesia che parla di natura, di bellezza, di amore e di armonia. E sono parole semplici, a volte quasi preghiere.

Ho da poco finito di leggere questa piccola antologia di poesie e di scritti, pubblicata da Guanda nel 2005 e da poco uscita in seconda edizione: sono letture rilassanti, che rassicurano. Oggi ne abbiamo particolare necessità.

“Ciò che ritorna più spesso nella mia mente, ripensando alla mia infanzia, è il mistero che circonda la vita e il mondo del fanciullo. Qualche cosa di sconosciuto e d’inafferrabile si nascondeva dovunque, e sempre ci domandavamo con inquieta insistenza:«Quando, oh, ma quando potremo saperne di più?» E ci sembrava come se la natura tenesse un segreto chiuso nella mano e ci domandasse sorridendo:«Che ho qui?» Quello che era impossibile che avesse era ciò di cui non avevamo ancora idea. Ricordo benissimo il seme di annona, che avevo piantato con tanta cura nell’angolo occidentale della veranda, innaffiandolo ogni giorno. L’idea che esso si sarebbe trasformato in albero mi riempiva di meraviglia; il melo seguitava a germogliare, ma oggi non desta più in me quel senso di profondo stupore: la differenza non è nell’albero, ma nel mio modo di pensare.”

“…il suolo, che non solo aiuta l’albero a crescere, ma mantiene la sua crescita entro certi limiti. L’albero deve provare l’avventura della vita, innalzare e allargare i suoi rami da ogni parte, ma i suoi più profondi legami sono con la terra, e ciò l’aiuta a vivere. Anche la nostra civiltà deve avere il suo elemento passivo, una base larga e stabile; non dev’essere solo crescita, ma crescita armonica. essa deve avere un tempo, una misura di tempo. Il tempo non è un ostacolo; è ciò che le sponde sono per il fiume: esse guidano la corrente che altrimenti si perderebbe nella palude. E’ un ritmo, il ritmo che guida il mondo, nei suoi movimenti, verso la verità e la bellezza.”

Certe volte Torino

 

Queste fotografie le ho riprese in un tardo pomeriggio, dopo un temporale estivo, nei primi giorni di questo luglio turgido, vischioso. E’ la piazza Vittorio Veneto, quando si veste di fascino antico e mi regala carezze di luce e di ricordi. Le ho prese con una piccola Lumix e poi leggermente migliorate con il portentoso photoshop. La poesia che la piazza mi aveva suggerito un anno fa pare fatta apposta.

 

Certe volte Torino

Certe volte Torino

Fa rima con Arpino

Ti sfiora con le sue labbra

Sotto i portici alla luce confusa del tramonto

E ti fa sentire il Fiume e la Collina

E quello scorrere lento dei ricordi

E quelle crepe che scrostano le pareti

Dei muri che sono la tua vita.

Certe sere di giugno

Torino ti tende agguati di malinconia

Ti coglie scoperto

E ti lascia senza fiato con sfumature

Che son carezze lievi

Impalpabili sottili

Cosine piccine per farti sentire

Piccolino.

Accidenti, Torino.

8 giugno 2009

 

Il cielo scaleno di Torino

Il cielo scaleno di Torino

ogni tanto diventa vino

scende e si versa prigioniero

nel calice opaco  cristallo tormentoso

incontro a avide impazienti

labbra che  baci aspettano umidi.

Lo sorseggio piano come rito antico

e  i sensi ne ricolmo sghembi.

Che buono il cielo scaleno di Torino

Quando per me

bugiardo imbroglione pare farsi vino.

Aldo Palazzeschi, “Le carovane” e “Chi sono”

Le carovane

Oggi

io mi vedo davanti

una lunghissima,

interminabile via,

zeppa di carovane.

Lunghissima via polverosa

che si estende all’infinito

proprio davanti a casa mia.

Alla finestra della mia stanza da letto

io me ne sto a guardare

tutto quell’andare, quell’ansare, quel sostare.

Ferme, vaganti, volanti carovane,

si perdono nella via a me davanti.

Carovane alte e verdi

d’olivi e di castagni,

d’abeti, di platani e d’ontani,

di cipressi e di pini

vicini e lontani

lontani e vicini.

Carovane di casse, di capanne e di castelli,

di bovi, di cavalli e di cammelli,

carovane d’uccelli;

carovane d’insetti

sopra carovane di tetti;

carovane di navi e di barchette

su carovane di flutti;

carovane a ghirlande di rose e di violette,

carovane di fiori, carovane di frutti.

Carovane d’ali

scìan sagge o frullan folli,

carovane d’occhi,

occhi molli, pollini, grifagni,

sguardi vivi d’intelligenti,

sguardi privi, d’idioti.

Carovane di ragni

carovane di cani

carovane di piedi

carovane di mani,

scarpe, babbucce guanti,

carovane di grucce

carovane di calzoni

carovane di sottane.

Uomini giganteschi ricoperti di ferro,

uomini seminudi ravvolti di pellicce,

infustiti nell’eleganza delle marsine

o disinvolti nel vestito sport,

van via avanti avanti,

or lesti or lenti,

mescolati al bestiame tutti in carovane.

Rigidissime dame

bene composte nelle loro vittorie,

sguaiatissime puttane a sciame.

E sotto l’acque chiare

carovane di pesci si vedono gioiosi scivolare

luccicando,

e sotto quelle torve

gonfi di rabbia ingoian la sabbia

boccheggiando.

Mi fischiano agli orecchi

tanti stupidi pensieri,

volan per l’aria leggeri leggeri,

qualcheduno cammina più profondo

e pigia con la stampella

sicuro di sfondare il mondo.

Di sopra, a spiare argutamente,

carovane di stelle luccicanti.

Ma che cos’è tutto quel passare,

tutto quell’andare, sostare e ripigliare?

Son tutte carovane carovane carovane

vane vane vane vane vane vane

ane ane ane ane ane ane

eeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee

e… e… e… e… e… e… e…

In fondo io me ne sto a guardare

tranquillo alla finestra

della mia stanza da letto:

guardo e aspetto.

Ma ditemi, dove andate?

Dove andate, si può sapere?

Che cosa c’è in fondo a quella via?

Andate alla Città del Sole mio?

Idioti, mammalucchi: fermatevi!

Non lo sapete

che in quella città

non posso andarci che io?

Perdio!

Chi sono?

Son forse un poeta?

No, certo.

Non scrive che una parola, ben strana,

la penna dell’anima mia:

«follìa».

Son dunque un pittore?

Neanche.

Non ha che un colore

la tavolozza dell’anima mia:

«malinconìa».

Un musico, allora?

Nemmeno.

Non c’è che una nota

nella tastiera dell’anima mia:

«nostalgìa».

Son dunque… che cosa?

Io metto una lente

davanti al mio cuore

per farlo vedere alla gente.

Chi sono?

Il saltimbanco dell’anima mia.

Tommaso Campanella, sonetto

A CERTI AMICI, UFICIALI E BARONI, CHE, PER TROPPO SAPERE, O DI POCO GOVERNO O DI FELLONIA L’INCULPAVANO

Non è brutto il Demòn quanto si pinge:

sta ben con tutti, a tutti cortesia:

la più sentenza eroica e la più pia:

un piccol vero gran favola cinge.

Il paiuol della pentola più tinge;

nera chiamarla dunque non dovria.

Libertà bramo, e chi non la desia.

Ma il viver sporca, chi per viver finge.

– Chi si governa mal spesso si duole. -

Se pur lo dite a me, ditelo a tanti

gran profeti e filosofi, ed a Cristo.

Né il saper troppo, come alcun dir suole,

ma il poco senno degli assai ignoranti

fa noi meschini e tutto il mondo tristo.

 

‘Omar Khayyâm, Quartine

‘Omar Khayyâm fu un grande matematico, astronomo e filosofo persiano e visse tra il 1050 e il 1130 – sono citate date molto precise sulla sua nascita e morte, ma  in verità nessuna di queste è certa.

Probabilmente l’attività di poeta, nel componimento peculiare della poesia persiana che è la quartina, fu un’attività non predominante: forse ludica o comunque da “dilettante”. Non tutte le quartine riportate sulle molte antologie a lui dedicate in tutto il mondo sono di certa attribuzione, così come molti tra i numerosi aneddoti citati sono di certo apocrifi. Altrettanto falsa è la sua appartenenza alla dottrina sûfi.

Fu il poeta inglese E. Fitzgerald  a pubblicare, nel 1859 a Londra, per la prima volta in occidente una raccolta di 101 quartine del poeta persiano. Il libro in mio possesso  (con una introduzione di grande interesse del critico iraniano Mohammad ‘Alî Forughî, forse il più grande esperto di Khayyâm) ne riporta 192. Di seguito ne ho scelte 7 tra le mie preferite: manca quella che io chiamo Preghiera del vino, di cui ho già parlato e di cui riporto il link :http://www.vincenzoreda.it/omar-khayyam-la-preghiera-del-vino/

È il tempo della giovinezza e bere è la cosa migliore

Abbi come compagno un vino lucente e un volto splendente

Questa ruota che gira è solo rovina, e deserto

Se ci vivi con la testa fatta deserta dal vino, è meglio!


 

Vieni, accarezza le chiome di gentile fanciulla

Prima che il fato ti infranga le membra.

Godi una coppa di vino finché il tuo nome è sul Libro di Vita.

Il cuore domato dal vino non è preda di affanni.


 

Il Giardiniere del cielo, molti di noi seminò e molti ha mietuto

Vano è quindi ogni pianto, vano è ogni lamento.

Riempi la coppa di vino e porgila a me

Io bevo di nuovo, ciò che deve venire è già deciso.


 

Se sono sobrio la gioia mi è nascosta da un velo

Ma la mia Mente perde coscienza se bevo

C’è un attimo solo fra sobrietà e ubriachezza

Per cui tutto darei. È quello la Vita!


 

Se bevi vino, bevilo insieme ai sapienti

O insieme a una bella fanciulla dal volto di tulipano

Non prenderne molto, né di frequente, né in pubblico.

Ma poco, ogni tanto e in segreto.


 

Allorché sarò morto immergete il mio corpo nel vino

E per rito funebre datemi un canto di vino purissimo

Se poi nel Giorno del Giudizio vorrete trovarmi ancora vivo

Tornate a cercarmi nella polvere delle taverne.


 

Allorché recideranno il virgulto della mia vita.

Le mie parti saranno sparse lontane una dall’altra.

Se dal fango mio allora modelleranno una brocca

Fatela colma di vino e io tornerò alla vita.

“Pudore” di Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – Milano, 3 dicembre 1938)

Antonia Pozzi è una poetessa milanese morta suicida, a neanche 27 anni di età.

Figlia di un avvocato importante e di una contessa, studiò al Liceo Manzoni e si laureò con una tesi su Flaubert. Innamorata del suo professore di greco e latino, prigioniera dentro il perbenismo borghese della sua famiglia e di suo padre Roberto, sensibilissima e coltissima, percepì sulla sua pelle – di sensibilità estrema, letale infine – il disfacimento dei suoi tempi, immediatamente prima della Seconda Guerra Mondiale.

Scelse lucidamente i barbiturici per lasciare un mondo che le era diventato ormai insopportabile. La sua opera poetica, Parole, fu pubblicata postuma da Mondadori.

La poesia che qui offro ai miei lettori è tra quelle che mi sono più care. Anche perché la sola parola, il semplice concetto di “pudore” è oggigiorno alieno alla nostra sconsiderata cultura. E quanto questo mi procura dolore.


 

Se qualcuna delle mie parole

ti piace

e tu me lo dici

sia pur solo con gli occhi

io mi spalanco

in un riso beato

ma tremo

come una mamma piccola giovane

che perfino arrossisce

se un passante le dice

che il suo bambino è bello.

Trilussa…a proposito di champagne

Nun bevo che Frascati. Lo sciampagne

me mette in core come un’allegria

per una cosa che m’ha fatto piagne:

o pe’ di’ mejo sento

che er piacere che provo in quer momento

è foderato de malinconia.

Er botto che fa er tappo

quanno lo strappo, er fiotto de la schiuma

me rappresenta la felicità

che appena nasce, sfuma

come viè, sparisce.

E’ un componimento abbastanza celebre – certo non come la faccenda della statistica e dei polli o quella della mosca e della felicità – di Carlo Alberto Salustri, vissuto a Roma tra il 28 ottobre 1871 e il 21 dicembre 1950 (per una di quelle stranezze della vita, egli morì lo stesso giorno del Belli). Il 1 dicembre 1950 il Presidente Luigi Einaudi lo nominò Senatore a vita; presago della vicina dipartita, pare esclamasse: “M’hanno nominato senatore a morte!”. Una piccola curiosità: fu padrino di Sandro Ciotti. Ma Trilussa fu uno dei pochissimi che, essendo poeta, fece il poeta per vivere, certo non da benestante, malgrado la fama.

Solo la Muerte, Pablo Neruda

E’ il bisogno come cibo – come acqua, come aria – di poesia che mi possiede, certe volte. E allora devo trovare sollievo al mio animo riarso con le parole di qualcuno dei Miei. Questo è un librino della collezione di poesia Einaudi, finito di stampare il 17 maggio 1969; lo acquistai un anno dopo, circa: il Principe Giulio era ancora regnante e io annaspavo nelle zacchere della mia adolescenza densa di scoperte.

Pablo lo conoscevano soltanto gli appassionati e gli specialisti, il mio eccellente professore di Italiano (scuola serale) ignorava chi fosse. Non c’era ancora stato Pinochet e il Nobel e Pablo era ancora soltanto un diplomatico: per me, sedicenne, fu come un pugno nello stomaco…La traduzione, stupenda, è di Salvatore Quasimodo che ho sempre considerato un poeta mediocre (i miei soliti giudizi trancianti e presuntuosi: ma così è) ma un grandissimo, quasi inarrivabile, traduttore di versi.

Da Resindencia el la tierra, II (1931/1935)

Solo la morte

Vi sono cimiteri solitari,/tombe piene d’ossa senza suono,/se il cuore passa da una galleria/buia,buia,buia,/

come in un naufragio dentro di noi moriamo/come annegando nel cuore/come scivolando dalla pelle all’anima.

………………

A volte vedo/solo bare a vela/salpare con pallidi defunti, con donne dalle trecce morte

con panettieri bianchi come angeli,/con fanciulle assorte spose di notai,

bare che salgono il fiume verticale dei morti,/ il fiume livido

in su con le vele gonfiate dal suono verticale della morte.

La morte arriva a risuonare

come una scarpa senza piede, un vestito senza uomo,

riesce a bussare come un anello senza pietra né dito,

riesce a gridare senza bocca, né lingua, né gola.

…………….

La morte sta sulle brande;/sui materassi che affondano, sulle coltri nere

vive distesa, e all’improvviso soffia:/soffia un suono oscuro che gonfia le lenzuola;

e ci sono letti che navigano verso un porto/dove sta in attesa vestita da ammiraglio.

Non carpisce la carpa, né capisce

 

Non ingiungo alla carpa di carpire il dia

me ne scampi iddio

di già carpisce la carpa senza nulla capire

- quasi come il nulla capire

possa essere tutto sapere o viceversa.

Per noi è diverso

ogni passato è stato futuro

quando il presente è solo illusione.

C’ è un tempo che non è più ieri

e non è ancora domani

pur non essendo oggi

in cui mi pare di star bene.

Lì bevo e fumo e ascolto e leggo

palpando pagine

annusando olezzi e lezzi

freschi e stantii

mi par di vivere a regime pieno

tra un sonno e l’altro

sento che non devo niente a nessuno

neanche a me.

Vincenzo Reda, intorno al 2001

A. Rimbaud, Illuminations

J’ai tendu des cordes de clocher à clocher; des guir-

landes de fenêtre à fenêtre; des chaînes d’or d’étoile à

étoile, et je danse.

(Ho teso corde da campanile a campanile; ghirlande da

finestra a finestra; catene d’oro da stella a stella, e danzo).

PËR DËSMENTIE’ IJ SAGRIN (Per scordare i dispiaceri) canzone in piemontese di Roberto Balocco

PËR DËSMENTIE’ IJ SAGRIN (1969)

 

Për dësmentié ij sagrin

beivìa tuti ij dì

un bon bicer ëd vin,

e ‘l mond ‘m piasìa ‘d pì;

però pi passa ‘l temp

pì ‘l mond diventa brut:

l’hai pijà provediment,

‘n litrot lo bèivo tut.

 

 

Un lìter ëd vin bon

mi i bèivo tuti ij dì

për dësmentié che i son

mariame ansema a ti;

ma’d ti na vëddo tre

quand ch’i son bel pien:

purtròp còsa a peul fé

ël vin contra ‘l velen.

 

Sai nen cò i l’hai beivù

për dësmentié Lorens.

L’è n’òmo pien ‘d virtù,

m’amprësta ‘d sòld  sovens:

chi lo podrìa pensé

che pròpe mè amis

l’è col ch’am fa porté

j’arme dë Stupinis.

 

Dòp na bota nas e orije

as anvisco, i son lì lì;

dòpo doe ‘m fico a rije,

bon-a neuit, son già partì.

 

Doi  lìter ëd vin bon

mi i bèivo tuti ij dì

për dësmentié ‘l padron,

më sfruta sempre ‘d pì;

se spusso ëd vinass

però l’è ancora pes:

am nufia, ‘s vèd ch’a-j pias,

e am ciucia ‘l sangh istess.

 

Doe bote sors a sors,

e forse l’è ‘ncor pòch,

për dësmentié ij discors

ch’a fan certi fabiòch:

a son mach bon a crijé:

“Lavoro uguale pan”:

noi autri giù a sëmné,

e lor a cheuje ‘l gran.

 

Doe bote a basto pa

për dësmentié chi a dis

“giustissia e libertà”

e a rij sota ij barbis;

‘t lo fica ‘nt ël griseul,

viva la libertà!

A cacia pi ch’a peul:

giustissia? Si farà, si farà …

 

Se mi i cimpo ancora na bota,

ciao che ‘t diso, son finì;

la mia bocca si fa muta,

casco an tera e bogio pì.

 

Për dësmentié ij sagrin

Mi i cimpo adess come adess

Tre lìter circa ‘d vin,

ma ‘l mond l’è sempre pes;

ij mè guai a finiran

e mi i sarai a pòst

quand ch’am anfileran

un bel pigiama ëd bòsch.

 

(Traduzione italiana) PER SCORDARE I DISPIACERI

Per dimenticare i dispiaceri / bevevo tutti i giorni / un buon bicchiere di vino, / e il mondo mi piaceva di più; / però più passa il tempo / più il mondo diventa brutto: / ho preso provvedimenti, / un litro lo bevo tutto. / Un litro di vino buono / mi bevo tutti i giorni / per dimenticare che sono / sposato insieme a te; / ma di te ne vedo tre / quando sono ben pieno: / purtroppo cosa può fare / il vino contro il veleno. / Non so cosa ho bevuto / per scordare Lorenzo. / E’ un uomo pieno di virtù, /mi impresta soldi sovente: / chi lo potrebbe pensare /che proprio quel mio amico / è chi mi fa portare / un grosso paio di corna./ Dopo una bottiglia naso e orecchie / si accendono, son mezzo finito; / dopo due mi metto a ridere, / buona notte, son già partito. / Due litri di vino buono / mi bevo tutti i giorni / per dimenticare il padrone, / mi sfrutta sempre più; / se puzzo di vinaccio / però è ancora peggio: / mi annusa, si vede che gli piace / e mi succhia il sangue lo stesso. / Due litri presi a sorsi, / e forse son pochini, / per scordare i discorsi / che fan certi cretini; / sono solo capaci a gridare: / “Lavoro uguale a pane “: /noialtri giù a seminare / e loro a cogliere il giorno. / Due litri mica bastano / per dimenticare chi dice / “giustizia e libertà “ / e ride sotto i baffi, / te lo mette nel sedere, /viva la libertà! / Ruba più che può: / giustizia? Si farà, si farà… /Se io bevo ancora una bottiglia, / ciao ti dico, son finito; / la mia bocca si fa muta, / casco in terra e non mi muovo più. / Per dimenticare i dispiaceri / io bevo adesso / tre litri circa di vino, / ma il mondo è sempre peggio ; / i miei guai finiranno /ed io andrò a segno / quando mi infileranno / un bel pigiama di legno.