Archive for the ‘L’ANGOLO DELLA POESIA’ Category
Pietro Aretino, Sonetti lussuriosi

I.

 

Fottiamci, anima mia, fottiamci presto,

poiché tutti per fotter nati siamo;

e se tu’l cazzo adori, io la potta amo,

e saria ‘l mondo un cazzo senza questo.

 

E se post mortem fotter fosse honesto,

direi: Tanto fottiam, che ci moiamo;

e di là fotterem Eva e Adamo,

che trovarno il morir sì disonesto.

 

- Veramente egli è ver, che se i furfanti

non mangiavan quel frutto traditore,

io so che si sfoiavano gli amanti.

 

Ma lasciam’ir le ciancie, e sino al core

ficcami il cazzo, e fà che mi si schianti

l’anima, ch’in sul cazzo hor nasce hor muore;

 

e se possibil fore,

non mi tener della potta anche i coglioni,

d’ogni piacer fortuni testimoni.

Aldo Palazzeschi

Lo portai alla maturità, circa 37 anni fa: Aldo Giurlani se ne andò quella stessa estate, il 18 agosto 1974, quasi novantenne. Morì a Roma, ma era nato a Firenze il 2 febbraio 1885. Ho sempre amato questo autore immenso, mai di moda e mai apprezzato quanto avrebbe meritato. Di lui credo di aver letto tutto, soprattutto tanta poesia, e poi i racconti e i grandi romanzi. Personalmente lo preferisco come poeta, fra i tre o quattro più grandi del secolo scorso. E poi come insuperabile narratore di piccole storie. I suoi romanzi, pur molto conosciuti e apprezzati, sono secondo il mio immodesto parere un poco meno interessanti.

Qui riproduco le copertine del suo ultimo libro di poesie, stupendo, pubblicato nel 1972 e il romanzo postumo, uscito nel 1988, Interrogatorio della Contessa Maria: una chicca che soltanto una sensibilità raffinatissima, omosessuale poteva aver scritto (è probabile che il manoscritto originale risalga agli anni Venti). Si trova facilmente questo libro (Mondadori): per le vacanze è una lettura leggera, divertente, ironica. Seguite i miei consigli e, magari, fatemi sapere.

 

Anche la morte ama la vita (Da Via delle cento stelle)

 

Non fare che la morte

ti trovi già cadavere.

Posta davanti alla carne putrefatta

arriccia il naso e corruga la fronte

contrariata e mal disposta,

ama la carne ancora fresca e gioiosa.

Fa’ che ti colga in piena danza

e ti mostri la sua faccia

incuriosita e soddisfatta:

«stai pur tranquillo»

ti sussurra in un orecchio

«che non sono tanto brutta»

mettendosi a danzare con te.


 

“La mimosa” di Pablo Neruda

Io ho tanto amato Pablo Neruda da adolescente: ho scoperto da solo Il Canto General, le Veinte Poemas de amor. Ho letto il suo splendido Confesso che ho vissuto (prestato a chissà chi e oggi scomparso dalla mia Biblioteca). Ho poi visto una vecchia fotografia in cui il grande Pablo regge sulle ginocchia il mio amico Enrico, all’ombra della locomotiva, in Alpignano.

E amo gli alberi e i fiori degli alberi: le mimose sopra tutti. Il giallo sfacciato, provocante sensuale. Franco, quasi scostumato. E quell’olezzo inebriante, che ubriaca più di un grande vino.

Ma questa poesia, tra le mie preferite, non l’ho scoperta io: fu mia figlia, alle elementari, che me la fece conoscere e amare.

E’ tempo di mimose: come ogni anno, è giusto in questa stagione regalarla a chi ancora non la conoscesse: è un mio omaggio fatto con lo stomaco, più che con il cuore. E con l’organo (non so quale sia) che produce la sensibilità e il bisogno di donare senza aspettare alcuna ricompensa in cambio. Sono i regali più belli.

Andavo da San Jeronimo

verso il porto

quasi addormentato

quando

dall’inverno

una montagna

di luce gialla

una torre fiorita

spuntò sulla strada e tutto

si riempì di profumo.

Era una mimosa.

Le Rime del Vino

GIACOMO LEOPARDI (1798/1837)

Diapositiva1In casa Leopardi era cosa consueta e antica il culto del vino. Tant’è che nella biblioteca di famiglia vi è un libretto illustrato di M. Bidet, tradotto dal francese da un accademico etrusco e georgofilo, stampato a Venezia nel 1757, riguardante la coltivazione della vite e il modo di fare i vini. Da un appunto di Monaldo si apprende che era appartenuto al conte Vito, nonno di Giacomo.

Ritorniamo al poeta, che, da quel che era, pallido, malaticcio, pessimista per eccellenza e depresso, non avrebbe potuto amare il vino, che invece è vita, gioia, sogno e vigore. Ebbe più di un detrattore a riguardo. Il primo fu Mariano Luigi Patrizi, fisiologo lombrosiano. Stilò un saggio psico-antropologico sul Leopardi prendendo spunto da una lettera di costui al cugino Melchiorri, scritta da Recanati il 20 ottobre 1822, in cui confidava che “era solito mangiar poco e non beveva vino”. Altri due detrattori furono l’amico del poeta, il letterato liberale napoletano Antonio Ranieri (1806-1888), autore tra l’altro di una storia, sulla loro settennale amicizia (1830-1837), pettegola e inattendibile, Sette anni di sodalizio con G. Leopardi del 1880, e sua sorella Paolina.Leopardi,_Giacomo_(1798-1837)_-_ritr._A_Ferrazzi,_Recanati,_casa_Leopardi

Si possono ritenere, le considerazioni di questi detrattori, come delle vere e proprie tesi precostituite e fuorvianti.

Chi ha confutato queste tesi, è stata la contessa Anna Leopardi, affermando in una conferenza che se Giacomo Leopardi fosse stato astemio, dalla sua famiglia ciò sarebbe stato considerato se non un’anomalia, quanto meno una stranezza. Ha potuto fare questo leggendo attentamente l’Epistolario e Lo Zibaldone. In quest’ultimo vi sono riflessioni sugli effetti del vino e, nel 1823, Leopardi annotava: “come ho provato più volte per esperienza” e ancora “come ho pure osservato in me stesso più volte”. Quindi, queste considerazioni scritte tolgono ogni dubbio e fanno del Leopardi un normale degustatore di vino. Se ancora qualche dubbio persistesse, basterebbe leggere una delle prime note in versi de Lo Zibaldone, scritta il 14 novembre 1820, che così recita: Il vino è il più certo, e / (senza paragone) il più / efficace consolatore. / Dunque il vigore; / dunque la natura. Essa si lega molto bene con l’ultima nota in versi del 17 luglio 1827: Il piacere del vino…/ Non è corporale / semplicemente. / Anzi consiste / principalmente / nello spirito ec. ec.

JORGE LUIS BORGES (Buenos Aires, 1899 – 1986)

SONETTO AL VINO

In quale regno o secolo e sotto quale tacita congiunzione di astri, in che giorno segreto non segnato dal marmo, nacque la fortunata e singolare idea di inventare l’allegria? Con autunni dorati fu inventata. Ed il vino fluisce rosso lungo mille generazioni come il fiume del tempo e nell’arduo cammino ci fa dono di musica, di fuoco e di leoni. Nella notte del giubilo e nell’infausto giorno esalta l’allegria o attenua la paura, e questo ditirambo nuovo che oggi gli canto lo intonarono un giorno l’arabo e il persiano. Vino, insegnami come vedere la mia storia quasi fosse già fatta cenere di memoria.

ALDA MERINI (Milano, 1931 -2009 )

SETE PERENNE

Vino, gagliardo come la dea ragione. In te l’idea si fa suono e si colora il Mito. Appaiono vestali tinte di giada, il periplo del canto si snoda in veli che ricordano l’anima. O vino che canti il mio dolore, vino che sei il precipizio estremo, vino che dai l’illusione della morte e fai solo dormire fino al nuovo dolore.

Tre perle russe: Zinaìda, Anna e Marina

Zinaìda Nikolàevna Gippius, nacque nobile l’8 novembre 1869 in Russia e morì poverissima il 9 settembre 1945 a Parigi. Era celebre per le sue raffinate stranezze e per citare sé stessa sempre al maschile ( pur sposata con un celebre scrittore).

gippius_z-n-_doma_1914_karl_bulla

Un filo di ragno

Attraverso un sentiero del bosco, in un comodo cantuccio,

un elastico e lindo filo di ragno,

asperso di allegria solare e di ombra,

è sospeso nei cieli; e con un tremito impercettibile

il vento lo fa vibrare, tentando invano di strapparlo;

il filo è saldo, sottile, diafano e semplice.

È tagliata la viva cavità dei cieli

Da un alinea sfavillante, da una corda policroma.

Noi siamo avvezzi a stimare solo ciò che è confuso.

Con falsa passione nei nodi ingarbugliati

cerchiamo sottigliezze, riteniamo impossibile

congiungere nell’anima semplicità e grandezza.

Anna Andrèevna Achmàtova, pseudonimo di Anna Andrèevna Gorenko, nacque a Odessa l’11 giugno 1889 e morì a Mosca il 5 marzo 1966. Sposò Nikolaj Gumilëv, fondatore del movimento acmeista e fucilato dal regime nel 1921. Si definiva poeta, al maschile, e scrisse delicatissime e impareggiabili poesie d’amore.

anna-achmatova

“La vera tenerezza”

La vera tenerezza non si confonde

con nulla. È silenziosa.

Invano tu avvolgi con cura

le mie spalle e il mio petto nella pelliccia.

E invano parole sommesse

dici sul primo amore.

 Come conosco questi pervicaci,

cupidi sguardi tuoi! 

1913 

Marina Ivànovna Cvetàeva nacque a Mosca l’8 ottobre 1992 e si tolse la vita a Elaburg il 31 agosto 1941. Tragica e grandissima poetessa dalla sensibilità e dall’emotività femminile, nel senso più letterale dei termini.

marina-ivanovna_cvetaeva-d277“Giovinezza mia”

Giovinezza mia! Mia estranea

Giovinezza! Mia scarpetta spaiata!

Serrando gli occhi infiammati,

così si strappa un foglietto dal calendario.

Di tutto il tuo bottino non ha preso

Nulla la Musa pensosa.

Giovinezza mia! Non ti richiamo indietro.

Tu eri per me un carico e un fardello.

Di notte bisbigliavi come un pettine,

di notte affilavi le frecce.

Oppressa dalla tua munificenza, come da un mucchio di ghiaia,

soffrivo per i peccati degli altri.

Ridato a te lo scettro prima del termine,

che importa all’anima mia ormai di nutrimenti e vivande!

Giovinezza mia! Mia molestia!

Mio brandello rosso di cotone!

5 novembre 1921

Rabindranath Tagore

Rabindranath Tagore nacque a Calcutta il 6 di maggio 1861 e morì in un villaggio del suo amato Bengala il 7 di agosto del 1941. Ebbe nel 1913 il Premio Nobel della Letteratura. Si chiamava Thakhur per la verità: cognome che trasformò dopo un soggiorno di studio durato tre anni in Inghilterra. Era un uomo molto bello e dolce, figlio di un ricco bramino in odore di santità.

E’ un poeta che ho sempre amato, conosciuto, tradotto e apprezzato in tutto il mondo; la sua è una poesia che parla di natura, di bellezza, di amore e di armonia. E sono parole semplici, a volte quasi preghiere.

Ho da poco finito di leggere questa piccola antologia di poesie e di scritti, pubblicata da Guanda nel 2005 e da poco uscita in seconda edizione: sono letture rilassanti, che rassicurano. Oggi ne abbiamo particolare necessità.

“Ciò che ritorna più spesso nella mia mente, ripensando alla mia infanzia, è il mistero che circonda la vita e il mondo del fanciullo. Qualche cosa di sconosciuto e d’inafferrabile si nascondeva dovunque, e sempre ci domandavamo con inquieta insistenza:«Quando, oh, ma quando potremo saperne di più?» E ci sembrava come se la natura tenesse un segreto chiuso nella mano e ci domandasse sorridendo:«Che ho qui?» Quello che era impossibile che avesse era ciò di cui non avevamo ancora idea. Ricordo benissimo il seme di annona, che avevo piantato con tanta cura nell’angolo occidentale della veranda, innaffiandolo ogni giorno. L’idea che esso si sarebbe trasformato in albero mi riempiva di meraviglia; il melo seguitava a germogliare, ma oggi non desta più in me quel senso di profondo stupore: la differenza non è nell’albero, ma nel mio modo di pensare.”

“…il suolo, che non solo aiuta l’albero a crescere, ma mantiene la sua crescita entro certi limiti. L’albero deve provare l’avventura della vita, innalzare e allargare i suoi rami da ogni parte, ma i suoi più profondi legami sono con la terra, e ciò l’aiuta a vivere. Anche la nostra civiltà deve avere il suo elemento passivo, una base larga e stabile; non dev’essere solo crescita, ma crescita armonica. essa deve avere un tempo, una misura di tempo. Il tempo non è un ostacolo; è ciò che le sponde sono per il fiume: esse guidano la corrente che altrimenti si perderebbe nella palude. E’ un ritmo, il ritmo che guida il mondo, nei suoi movimenti, verso la verità e la bellezza.”

Taittirīya Upanişad

(parte seconda)

Secondo Anuvāka 

« Dal cibo nascono le creature che si trovano sulla terra. Esse vivono invero di cibo e in esso ritornano al momento della morte. Il cibo infatti è la prima delle cose create e perciò è chiamato rimedio universale. Ogni cibo ottengono in verità coloro che onorano come cibo il Brahman. Il cibo è davvero la prima tra le cose create e perciò è chiamato rimedio universale. Le creature nascono dal cibo, crescono in grazia del cibo. Il cibo è mangiato e mangia (ad): per questo è chiamato cibo (anna) ».

         Distinto da questo [involucro] costituito dell’essenza del cibo e posto più all’interno, c’è un involucro fatto di soffi vitali. Esso riempie il precedente, che ha forma di uomo. In conseguenza di questa somiglianza con l’uomo anche il secondo è simile ad un uomo. Il prāna è la testa, il vyāna il fianco destro, apāna il fianco sinistro, lo spazio etereo è il tronco, la terra è la coda, il fondamento. A questo riguardo c’è una strofa:

Terzo Anuvāka

         « In conseguenza del soffio vitale gli dei respirano e anche gli uomini e le bestie. Il respiro è la vita delle creature, per questo è detto vita universale. Ottengono una vita completa [di cento anni] coloro che onorano il soffio vitale come Brahman. Il respiro è la vita delle creature, perciò è chiamato vita universale ». L’aspetto suo corporeo è [simile a ] quello precedente.

         Distinto da questo [involucro] costituito di soffi vitali e posto più all’interno, c’è un involucro costituito di pensiero. Questo riempie il precedente, che ha la forma di un uomo. In conseguenza di questa somiglianza con l’uomo, anche il secondo è simile a un uomo. Il Yajurveda è la sua testa, il Ŗgveda è il fianco destro, il Sāmaveda è il fianco sinistro, la regola sacrificale (ossia i libri del Brāhmana) è il tronco, gli inni degli Atharvan e degli Angiras costituiscono la coda, il fondamento…  

Om, la preghiera universale, Mandukya Upanishad

Tra i simboli universali che mi ossessionano c’è la sillaba sacra Om. Ne ho elaborate molte opere: quella qui riprodotta è ora in India.

La Mandukya Upanishad appartiene all’Atharvaveda benché porti il nome d’una scuola rigvedica, ed è anch’essa tra le più recenti delle Upanishad antiche. Assai breve, la Mandukya Upanishad insiste singolarmente sull’identità tra l’Atman individuale e Brahman e studia la mistica equivalenza dell’assoluto con la sacra sillaba OM, nella quale tutto l’universo è compreso [...]

7. Si considera come quarto [modo di essere] quello che è privo di conoscenza delle cose interiori, privo di conoscenza delle cose esteriori, privo della conoscenza di entrambe. Esso non è costituito soltanto di conoscenza, non è conoscitore né non conoscitore. Esso è invisibile, inavvicinabile, inafferrabile, indefinibile, impensabile, indescrivibile, ha come caratteristica essenziale di dipendere soltanto da se stesso; in esso il mondo visibile si risolve, è serenità e benevolenza, è assolutamente non duale. Esso è l’Atman: esso deve essere conosciuto.

8. Per quel che riguarda i fonemi, questo Atman corrisponde alla sillaba OM, considerandone gli elementi costitutivi. Gli elementi costitutivi corrispondono ai modi di essere, e i modi di essere corrispondono agli elementi costitutivi, ossia ai suoni A U M.

9. Lo stato di veglia, vaishvanara, corrisponde alla lettera A, che è il primo elemento, per il fatto che ottiene (ap) [tutto], oppure per il fatto che è il primo (adi). In verità ottiene tutti i desideri e diventa il primo colui che così conosce.

10. Lo stato di sogno, taijasa, corrisponde alla lettera U, che è il secondo elemento, per il fatto di essere il più alto (utkarsha) [del precedente] o per il fatto di partecipare (ubhayatva) degli altri due [stati fra i quali si trova]. In verità colui che così conosce tiene alta la tradizione della conoscenza [nella sua famiglia], è indifferente [a gioie e dolori] e nella sua stirpe non nasce chi non conosca il Brahman.

11. Lo stato di sonno profondo, prajna, corrisponde alla lettera M, che è il terzo elemento, per il fatto che crea (miti) o che [in esso] si dissolve (apiti) [l'universo]. In verità colui che così conosce crea tutto questo universo e lo  riassorbe in sé.

12. Il quarto [stato] non corrisponde a un [singolo]  elemento, è inavvicinabile, in esso il mondo visibile si risolve, è benevolenza, è assolutamente non duale. Così la sillaba Om è in verità l’Atman [nei suoi quattro stati]. Colui che così conosce penetra nel sé [assoluto] con il sé [individuale].”

Nota: il testo è ripreso dal libro “Upanishad Vediche – a cura di Carlo della Casa”, TEA, prima edizione del 1988. Non riporto i complicati accenti che permettono la pronuncia corretta della trascrizione dal sanscrito: correttamente si dovrebbe scrivere Upanisad con un puntino sotto la lettera S, che significa pressapoco che quella lettera va pronunciata (molto pressapoco) come il nostro fonema SC o il fonema inglese SH.

Oda al Vino, Pablo Neruda

Vino color de día,
 vino color de noche,

vino con pies de púrpura 
o sangre de topacio, 
vino,

estrellado  hijo 
de la tierra, 
vino,  liso como una espada de oro,

suave 
como un desordenado terciopelo,
 vino encaracolado y suspendido,

amoroso,  marino, 
nunca has cabido en una copa,
 en un canto,

en un hombre, 
coral,  gregario eres, 
y cuando menos,  mutuo.

A veces 
te nutres de recuerdos 
mortales,
 en tu ola 
vamos de tumba en tumba,

picapedrero de sepulcro helado, 
y lloramos 
lágrimas transitorias,

pero 
tu hermoso 
traje de primavera 
es diferente,
 el corazón sube a las ramas,

el viento mueve el  día, 
nada  queda
dentro de tu alma inmóvil.

El vino 
mueve  la  primavera,
 crece  como  una planta la  alegría,
 caen  muros,

peñascos,
 se cierran los abismos, 
nace el canto.

Oh tú, jarra de vino, en el desierto
con la sabrosa que  amo, 
dijo  el viejo poeta.

Que el cántaro de vino
 al beso del amor sume su beso.

Amor mio, de pronto 
tu cadera
es la curva colmada 
de  la copa,

tu pecho es el racimo,
 la luz del alcohol tu cabellera,
 las uvas tus pezones,

tu ombligo sello puro
  estampado  en tu vientre de vasija, 
y tu amor la cascada 
de vino inextinguible,

la claridad que cae en mis sentidos, 
el esplendor terrestre de  la vida.

Pero no sólo amor, 
beso quemante  
o corazón quemado 
 eres,  vino de vida,
 sino
amistad de los seres,

transparencia, 
coro de disciplina,
 abundancia de flores.

Amo sobre una mesa,
 cuando se habla,
 la luz de una botella
 de inteligente vino.


Que lo beban, 
que recuerden en  cada 
gota de oro 
o copa de topacio

o cuchara de púrpura 
que trabajó el otoño 
hasta llenar de vino

las vasijas 
y aprenda el hombre oscuro, 
en el ceremonial de su negocio,

a recordar la tierra y sus deberes, 
a propagar el cántico del fruto.

“Pudore” di Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – Milano, 3 dicembre 1938)

Antonia Pozzi è una poetessa milanese morta suicida, a neanche 27 anni di età.

antoniapozzi-500-tkFiglia di un avvocato importante e di una contessa, studiò al Liceo Manzoni e si laureò con una tesi su Flaubert. Innamorata del suo professore di greco e latino, prigioniera dentro il perbenismo borghese della sua famiglia e di suo padre Roberto, sensibilissima e coltissima, percepì sulla sua pelle – di sensibilità estrema, letale infine – il disfacimento dei suoi tempi, immediatamente prima della Seconda Guerra Mondiale.

Scelse lucidamente i barbiturici per lasciare un mondo che le era diventato ormai insopportabile. La sua opera poetica, Parole, fu pubblicata postuma da Mondadori.

La poesia che qui offro ai miei lettori è tra quelle che mi sono più care. Anche perché la sola parola, il semplice concetto di “pudore” è oggigiorno alieno alla nostra sconsiderata cultura. E quanto questo mi procura dolore.

Pudore

Se qualcuna delle mie parole

ti piace

e tu me lo dici

sia pur solo con gli occhi

io mi spalanco

in un riso beato

ma tremo

come una mamma piccola giovane

che perfino arrossisce

se un passante le dice

che il suo bambino è bello.

Guido Cavalcanti, “Perch’i non spero di tornar giammai”

Perch’i’ no spero di tornar giammai

    

Perch’i’ no spero di tornar giammai,

     ballatetta, in Toscana,

     va’ tu, leggera e piana,

     dritt’a la donna mia,

05   che per sua cortesia

     ti farà molto onore.

 

     Tu porterai novelle di sospiri

     piene di dogli’ e di molta paura;

     ma guarda che persona non ti miri

10   che sia nemica di gentil natura:

     ché certo per la mia disaventura

     tu saresti contesa,

     tanto dal lei ripresa

     che mi sarebbe angoscia;

15   dopo la morte, poscia,

     pianto e novel dolore.

 

     Tu senti, ballatetta, che la morte

     mi stringe sì, che vita m’abbandona;

     e senti come ‘l cor si sbatte forte

20   per quel che ciascun spirito ragiona.

     Tanto è distrutta già la mia persona,

     ch’i’ non posso soffrire:

     se tu mi vuoi servire,

     mena l’anima teco

25   (molto di ciò ti preco)

     quando uscirà del core.

     Deh, ballatetta mia, a la tu’ amistate

     quest’anima che trema raccomando:

     menala teco, nella sua pietate,

30   a quella bella donna a cu’ ti mando.

     Deh, ballatetta, dille sospirando,

     quando le se’ presente:

     - Questa vostra servente

     vien per istar con voi,

35   partita da colui

     che fu servo d’Amore – .

 

     Tu, voce sbigottita e deboletta

     ch’esci piangendo de lo cor dolente

     coll’anima e con questa ballatetta

40   va’ ragionando della strutta mente.

     Voi troverete una donna piacente,

     di sì dolce intelletto

     che vi sarà diletto

     starle davanti ognora.

45   Anim’, e tu l’adora

     sempre, nel su’valore.

William Blake, Il Sorriso – The Smile
Barolo Cannubi 2003 by Brezza

Barolo Cannubi 2003 by Brezza

C’è un Sorriso d’Amore,

E c’è un Sorriso d’Inganno,

E c’è un Sorriso dei Sorrisi

In cui questi due Sorrisi si incontrano.

 

E c’è uno Sguardo d’Odio,

E c’è uno Sguardo di Disprezzo,

E c’è uno Sguardo degli Sguardi

Che tentate di scordare in vano;

 

Perché si pianta nel profondo del Cuore,

E si pianta nel profondo della Schiena

E nessun Sorriso che mai fu sorriso,

Ma un solo Sorriso soltanto,

 

Che fra la Culla & la Tomba

Si può Sorridere soltanto una volta;

Ma, quando è Sorriso una volta,

C’è una fine a tutta l’Angoscia.

 

(There is a Smile of Love,/And there is a Smile of Deceit,/And there is a Smile of Smiles/In which these two Smiles meet.//And there is a Frown of Hate,/And there is a Frown of Disdain,/And there is a Frown of Frowns/Which you strive to forget in vain;//For it sticks in the Hart’s deep Core/And it sticks in the deep Back bone,/And no Smile that ever was smil’d,/But only one Smile alone,//That betwixt the Cradle & Grave/It only once Smil’d can be;/But, when il once is Smil’d,/There’s an end to all Misery.).

 

Questa poesia è tratta da “Pickering Manuscript”, tradotta (non benissimo) da Giacomo Conserva per Newton Compton. Per esempio, l’ultimo verso della terza quartina:”But only one Smile alone” io lo avrei tradotto: “Ma soltanto un Sorriso solingo”.

 

William Blake, poeta e pittore romantico e visionario, nacque a Londra il 28 novembre del 1757 e ivi morì il agosto 1827.

Ulrich Von Hutten

” Qui bene bibit bene dormit

qui bene dormit non peccat

qui non peccat venit in coelum

ergo qui bene bibit venit in coelum”

(Chi beve bene dorme bene/ chi dorme bene non pecca/chi non pecca va in cielo/dunque chi beve bene va in cielo).

Questi versi che compongono un sillogismo classico sono di un personaggio tedesco nato nel 1488 e morto di sifilide in Svizzera, in esilio, nel 1523. Definirlo un teologo è dir poco: cavaliere, seguace e amico di Lutero, utopista e sognatore di una Germania governata da una casta di cavalieri contro i nobili, filosofo amico di Erasmo (per la verità, sia Lutero sia Erasmo cercarono di mantenere le distanze da un personaggio che ritenevano scomodo e eccessivo nelle sue violente manifestazioni contro la Chiesa Cattolica e le grandi casate nobiliari germaniche), protetto in Svizzera da Zwingli….

Murale al Caffè Elena di Piazza Vittorio Veneto a Torino, vino Ruché Laccento di Montalbera 2008

Hugo von Hofmannsthal, Le parole non sono di questo mondo

«…La gran parte degli uomini non vive nella vita, ma in una pura apparenza, in una sorta di algebra dove nulla è e tutto soltanto significa. Io vorrei sentire forte l’essere di tutte le cose, vorrei stare immerso nell’essere, nel vero e profondo significato di tutte le cose. L’intero universo infatti è colmo di significato, è senso divenuto forma. L’altezza delle montagne, la vastità del mare, l’oscurità della notte, il modo in cui guardano i cavalli, il modo in cui sono fatte le nostre mani, il modo in cui profumano i garofani, il modo in cui il terreno si dispiega in colli e vallate, o in dune oppure in scogli severi, il modo in cui appare una regione vista da una montagna, e la sensazione che si prova quando in un giorno molto caldo si cammina sul selciato umido nel fresco androne di una casa, o quando si mangia un gelato: in tutte le innumerevoli cose della vita, in ogni singola cosa e in modo imparagonabile, è espresso qualcosa che non si lascia riprodurre per mezzo delle parole, ma che parla alle nostre anime. L’intero mondo è allora un discorso fatto alla nostra anima da ciò che è incomprensibile, oppure è un discorso della nostra anima a sé stessa. La tristezza è un concetto nella lingua vera e propria, ma nel linguaggio della vita ci sono migliaia di tristezze: la tristezza che si prova nel non vedere altro che rocce, mare, cielo; la tristezza di quando, magari sentendo l’odore di fragole fresche, si pensa a certi giorni d’infanzia; la tristezza negli occhi stanchi di certe scimmie, la tristezza affatto diversa di quando il sole tramonta in un certo modo; e ancora così tante altre tristezza, no? Le parole non sono di questo mondo, sono un mondo a sé stante, un mondo del tutto indipendente, come il mondo dei suoni. Si può dire tutto quello che c’è, così come si può musicare tutto quello che c’è. Ma non si potrà mai dire qualcosa proprio così come è. Per questo le poesie suscitano lo stesso sterile struggimento che producono le note. Molti però ignorano tutto questo e quasi soccombono nel tentativo di dire la vita. La vita però dice sé stessa. Parla attraverso i fenomeni. C’è però sempre un fenomeno, una combinazione di parole, una concatenazione di note che toccano la nostra anima cose se fossero la stessa cosa. Sono qualcosa di assolutamente analogo, la triplice espressione di una cosa ignota, una vibrazione divina. Dapprincipio questo ti meraviglierà, poiché in noi è radicata molto profondamente la convinzione – certo una fanciullesca convinzione – che se solo riuscissimo a trovare le parole giuste noi potremmo raccontare la vita, allo stesso modo in cui si mettono da parte, una sull’altra, delle monetine. Non è vero però, e i poeti fanno in tutto e per tutto come i compositori, esprimono cioè la loro anima per mezzo di qualcosa che si trova sparso per l’intera esistenza – poiché l’esistenza ha in sé la totalità di tutti i suoni possibili – ma tutto dipende da come li si combina. Così fa anche il pittore con i colori e le forme, che sono solo una parte dei fenomeni e per lui però sono tutto, e attraverso la loro combinazione gli riesce d’esprimere l’intera anima sua (oppure, ed è lo stesso, l’intero gioco del mondo). In fondo ci si può immaginare anche un meraviglioso giocoliere che lanciando sfere produce attraverso i mezzi espressivi della gravità e del movimento (piuttosto simile, in questo, ad un architetto), colmandoci di ogni struggimento di commozione e di molteplice eccitazione. Perciò, vedi, io penso questo: non vi è nulla di scritto a cui si possa credere. Tutti i grandi libri, i grandi poemi, la bibbia e gli altri sono mondi di sogno, affini al mondo reale e anche tra di essi solo in modo simbolico, e non sono mai da mettere in fila avvitandoli l’uno sull’altro come se fossero tubi. I discorsi che in genere fanno gli uomini (anche i tanti discorsi che si scrivono) sono però simili a quello che si ottiene quando della vera musica viene riprodotta in modo sbagliato e risuona assieme al rumore delle carrozze e a molto altro rumore di strada. Così al massimo potrà venirti in mente per caso qualcosa. Diventare maturi significa forse solo questo: imparare ad ascoltare dentro se stessi in modo tale da dimenticare tutto questo frastuono e da non riuscire infine più nemmeno a sentirlo…».

Ringrazio l’amica Sonia per avermi fatto conoscere il testo di questo grande scrittore austriaco (Vienna, 1 febbraio 1874/15 luglio 1929) che non ho mai frequentato prima. L’intero testo, da cui ho estrapolato le preziose parole qui sopra riprodotte, si può trovare sul seguente link:

http://aubreymcfato.com/2009/04/01/hugo-von-hofmannsthal-le-parole-non-sono-di-questo-mondo/

Eugenio Montale…e il vino

Nacque a Genova, bilancia, il 12 ottobre 1896 e se ne andò a Milano il 12 settembre 1981. Ragioniere, autodidatta, le lauree le ricevette onoris causa. Per campare fece il redattore e poi il giornalista, per lunghi anni al Corriere della Sera. Era un poeta, forse il più grande italiano del secolo scorso: a lui il Nobel nel 1975, con assai più merito di altri nostri premiati per la Letteratura, prima e dopo di lui. Ebbe il merito di scrivere pochissimo, il primo suo libro fu Ossi di seppia pubblicato nel 1925.

Questi versi sono tratti da Xenia, del 1966, poi pubblicati nel 1971 con la raccolta Satura.I versi di Xenia sono dedicati alla moglie Drusilla Tanzi, deceduta qualche anno prima.

 

Da Xenia II

6

Il vinattiere ti versava un poco

d’Inferno. E tu, atterrita: « Devo berlo? Non basta

esserci stati dentro a fuoco lento?».

 

10

Dopo lunghe ricerche

ti trovai in un bar dell’Avenida

da Libertade; non sapevi un’acca

di portoghese o meglio una parola

sola: Madeira. E venne il bicchierino

con un contorno di aragostine.

 

Le sera fui paragonato ai massimi

lusitani dai nomi impronunciabili

e al Carducci in aggiunta.

Per nulla impressionata io ti vedevo piangere

dal ridere nascosta in una folla

forse annoiata ma composta.

Cazzeide/Cunneide di Duonnu Pantu

CAZZEIDE

[…]

Dunca, futtiti vue mo quatrarazzi,

scialativìla ccu’ ‘sti cunnarizzi,

sciacquativìli vue ‘sti cugliunazzi

e a Venere mannati li pastizzi,

‘nnarvulàtili e sparmatìli ‘sti cazzi,

chiantàti corna ppe tutti ‘sti pizzi;

jati gridannu ppe’ tuttu lu munnu:

Viva lu cazzu, lu culu e lu cunnu!

[…]

E mo curre nu sièculu puttanu,

ppe’ nun dire nu sièculu curnutu,

n’età chi nun se trova cunnu sanu

né culu chi nun sia statu futtutu.

le fimmine tè ‘mpàcchianu de manu

le ppigli’ lu diavulu pinnutu:

pigliàu de càudu forte la sajime

e curre cùomu jume la sparcime.

CUNNEIDE

[…]

Farrìa cchiù pieju de Sardanapalu:

ppe’ ‘sti chiani e sti margi le sversèra

e cùomu pùorcu mi cce ‘mbruscinèra,

chi ‘ngualu ‘ngualu.

Cattive, maritate e schette io pigliu,

‘ncamate, ricche, nuobili e frabutte,

e giuvinelle, vecchie, belle e brutte,

cuòmu nu nigliu.

La nìvura, la brutta me cunforta,

la janca ccu’ la russa me ‘nnamura

e tante vote me minte ‘nnavannura

la faccie smorta.

L’àuta, la vàscia, la macra, la grassa,

la pietti sicca ccu’ la minnicuta,

la culi stritta, la cularinùta

‘st’anima passa.

‘St’anima passa e lu core me ‘nchiaga

la dissapita ccu’ la graziusa,

e la mudesta e la murriculusa

tuttu m’ammaga.

A mie fa fare due parmi de mazza

la calvanista ccu’ la luterana,

l’ebrea, la mora ccu’ la maumettana

ed ogni razza.

‘Ncipullu forte e fortemente arrittu

ccu’ cchi l’ha svanu e ccu’ chi l’ha pilusu,

ccu’ chi l’ha ‘nzaccanatu lu pertusu

o largu o strittu.

De primavera, autunnu, viernu e ‘state,

matìna e sira, de jurnu e  de notte

spànticu ppe’ chiavare quattru botte,

due strippunate.

Chiaverrìa, me cunfiessu, ppe’ ’ste vie,

ppe’ ’sti margi, ’sti chiani, e ’sti valluni,

ppe’ ’ste spinara e ppe’ ’sti cafarùni

farrìa pazzie.

[…]

Chine mantène la gente e le regna?

Chine fa tanti papi e cardinali,

tanti rre, ‘mperaturi e uffiziali cchiù ca la fregna?

[…]

Autore di questi due lunghi poemetti è il mitico e favoloso Duonnu Pantu, alias Domenico Piro, prete e poeta nato a Aprigliano il 14 ottobre 1660 e morto nel 1696.

Aprigliano è il paese più vicino a Pietrafitta, dove io sono nato.

Un posto di assoluto rilievo deve occupare, tra i miei poeti, questo prete svergognato e talentuoso.

A Pietrafitta c’era, e ancora c’è ma non più attivo, un convento di Frati Minori: tutti gli abitanti maschi di Pietrafitta erano comunisti e mangiapreti; quasi tutte le abitanti di Pietrafitta erano bigotte.

L’eroe era Duonnu Pantu: prete sacrilego perché amava e cantava “futtisteru, culu e cunnu”. E le storie su questo gran maialone e ubriacone di prete hanno condito la mia infanzia.

Rammento che cunnus, 4° declinazione latina, è il sostantivo che indica la topina, o come assai meglio la definiva il mio grande papà: “Lu tupinaru”, e tupinaru significa talpa: nera, pelosa e cieca.

La Cazzeide è un componimento in endecasibili composti in ventuno ottave e, in buona sostanza, canta un “secolo puttano”, decadente e corrotto in cui tutti fottono tutti, in tutti i posti e in ogni momento.

La Cunneide è un inno alla fica, un elogio colto, totale e svergognato; sono tutte fiche: quelle belle e quelle brutte, quelle alte e quelle basse, quelle giovani e quelle vecchie, quelle grasse e quelle magre. L’assunto, eterno e incontestabile, è che la fregna è motore del mondo. Ho messo in risalto la quartina in cui il prete svergognato dice a chiare lettere che lo eccitano tantissimo calviniste, musulmane, ebree, nere: purché siano fiche, che valgono razze e religioni (ricordo che siamo nella seconda metà del Seicento…)?

E pensare che questi luoghi sono quelli in cui visse e morì – 1202, in località Canale a Pietrafitta – Gioacchino da Fiore e, pochi decenni prima della vita di Duonnu Pantu, fu catturato a Celico Tommaso Campanella.

Per quanto mi riguarda, m’interessa meno la vicenda storica del prete libertino – di cui si conosce poco o nulla – che la sconfinata aneddotica che i compaesani hanno sviluppato nel corso dei secoli. Sono i racconti delle mitiche imprese del prete che mi attraggono: mio padre mi raccontava storie per davvero incredibili; purtroppo, mio papà non c’è più e, come succede quasi sempre, non ho fatto in tempo a registrare in maniera sistematica questi racconti favolosi. Se qualcuno è in grado di aiutarmi in questo senso, avrà la mia gratitudine perenne.

Octavio Paz

DAMA HUASTECA

Gira per le rive, nuda, salutevole, appena uscita dal bagno, appena nata dalla notte.

Sul suo petto ardono gioielli strappati all’estate.

Copre il suo sesso l’erba liscia, l’erba blu, nera quasi, che cresce sugli orli del vulcano.

Nel suo ventre un’aquila dispiega le ali, due bandiere nemiche si allacciano, riposa l’acqua.

Viene di lontano, dal paese umido.

Pochi l’hanno vista.

Dirò il suo segreto: di giorno, è una pietra a lato della strada;

di notte un fiume che fluisce a fianco dell’uomo.

(Ronda por las orillas, desnuda, saludable, recién salida del baño, recién nacida de la noche.En su pecho arden joyas arrancadas al verano. Cubre su sexo la yerba lacia, la yerba azul, casi negra, que crece en los bordes del volcán. En su vientre un águila despliega sus alas, dos banderas enemigas se enlazan, reposa el agua. Viene de lejos, del páis húmedo. Pocos la han visto. Diré su secreto: de día, es una pietra al lado del camino; de noche, un río que fluye al costado del hombre).

Giocare i miei giochi bambini

Giochi Bambini

Aria & Vino

Aria e vino def

Da Rime Sghembe

CI

Da Caccole

1988

 

Di sotto la maglietta bagnata

Promesse voluttuose

Inviti lancinanti mi scagliavano.

 

Ho lasciato però decantare

Quella tua acerba sensualità

Quegli istinti tuoi primordiali

Per poter poi

Oggi e per sempre

Giocare il gioco del rimpianto.

 

 

 

Impronte

ImpronteSaldo sinapsi indefesso

Saldo sinapsi indefesso

E mai mi contento

Infatti non godo.

Aggroviglio annodo pasticcio

I miei malcapitati neuroni

Che poi non riesco a dipanare.

E tutto questo inesausto affanno

Per nulla

Quando intorno mi danzano gruppetti

Gioiosi

Di queste polpoidi cellule

Che danzano piacevoli coreografie

Euritmie semplici che pare

Gioco si facciano dei miei intrichi

Privi di costrutto.Impronte 1

Sii semplice

Sii semplice

Se semplice sei puoi diventare sette.

 

Questa piccola antologia, pubblicata dall’Editore Pagine, in Roma, contiene sette miei poesie, tra le ultime che ho scritto. Sono lavori sofferti, elaborati per anni:la scelta di un aggettivo o di un verbo è una faccenda complessa quando si tratta di scrivere poesie. Attiene al ritmo, a questioni semantiche, a faccende sonore. Senza dimenticare che la Poesia esige il “verso”. E spesse volte tanti lo dimenticano, lasciandosi prendere dal mood del momento. Ma la poesia è soprattutto tecnica.

Non bisognerebbe mai scordarsene…..

Il volume in questione è anche disponibile come e-book:

www.pagine.net

I bianchi impossibili

I bianchi  mi lasciano sgomento.

Colori infiniti.

Nei bianchi

in quelle impossibili sfumature

sfuma ogni mia possibile libertà

e l’ineludibile  mi fa prigione.

Crudeli infieriscono i bianchi 

e  come ebbro farmi sanno 

di  fatalità australe.

Pablo Neruda ritrovato, Amiga no te mueras…

Da anni inseguivo il ricordo di una poesia della mia adolescenza, finalmente l’ho ritrovata, è tratta dalla raccolta “Il fromboliere entusiasta (El hondero entusiastas, del 1924)

 

Amica, non morire…

Amica, non morire.

Ascolta queste parole che m’escono ardendo

e che nessuno direbbe se io non le dicessi.

Amica, non morire.

Son io colui che t’attende nella notte stellata.

Colui che sotto il tramonto insanguinato t’attende.

Guardo cadere i frutti nella terra cupa.

Guardo danzare le gocce di rugiada nell’erba.

Nella notte al denso profumo delle rose,

quando danza la ronda delle ombre immense.

Sotto il cielo del Sud, chi t’attende quando

l’aria della sera bacia come una bocca.

Amica, non morire.

Sono io colui che tagliò le ghirlande ribelli

per il ghiaccio selvatico fragrante di sole e di selva.

Colui che recò tra le braccia gialli giacinti.

E rose lacerate. E papaveri insanguinati.

Colui che incrociò le braccia per attenderti, ora.

Colui che spezzò i suoi archi. Colui che piegò le sue frecce.

Son io colui che sulle labbra conserva sapore d’uva.

Grappoli sfregati. Morsi vermigli.

Colui che ti chiama dalle pianure germogliate.

Son io colui che nell’ora dell’amore ti desidera.

L’aria della sera dondola gli alti rami.

Ebbro, cuor mio, sotto Dio, vacilla.

Il fiume scatenato scoppia a piangere e a volte

la sua voce s’assottiglia e si fa pura e tremula.

Risuona al tramonto, l’azzurro lamento dell’acqua.

Amica, non morire!

Son io colui che ti attende nella notte stellata,

sopra le spiagge auree, sopra le bionde aie.

Colui che colse i giacinti per il tuo letto, e le rose.

Disteso tra le erbe son io colui che ti attende!

 

Amiga, no te mueras….

Amiga, no te mueras./Oyeme estas palabras que me salen ardiendo/ y que nadie dirìa si yo las dijera./ Amiga, no te mueras./Yo soy el que te espera en la estrellada noche./El que bajo el sangriento sol ponente te espera./Miro caer los frutos en la tierra sombrìa./Miro bailar las gotas de rocìo en las hierbas./En la noche al espeso perfume de las rosas,/cuando danza la ronda de las sombras inmensas./Bajo el cielo del Sur, el que te espera cuando el aire de la tarde como una boca besa./ Amiga, no te mueras./Yo soy el que cortò las guirnaldas rebeldes/para el lecho selvatico fragrante a sol y a selva./El que trajo en los brazos jacintos amarillos./Y rosas desgarradas. Y amapolas sangrientas./El que cruzò los brazos por esperante, ahora./El que quebrò sus arcos. El que doblò sus flechas./Yo soy el que en los labios guarda sabor de uvas./Racimos refregados. Mordeduras bermejas./El que te llama desde las llanuras brotadas./Yo soy el que en la hora del amor te desea./El aire de la tarde timbra las ramas altas./Ebrio, mi corazon, bajo Dios, tambalea./El rìo desatado rompe a llorar y a veces/se adelgaza su voz y se hace pura y trémula./Retumba, atardecida, la queja azul del agua./ Amiga, no te mueras./Yo soy el que te espera en la estrellada noche,/sobre las playas àureas, sobre las rubias eras./El que cortò jacintos para tu lecho, y rosas./Tendilo entre las hierbas yo soy el que te espera!

 

 

 

Solo la Muerte, Pablo Neruda

E’ il bisogno come cibo – come acqua, come aria – di poesia che mi possiede, certe volte. E allora devo trovare sollievo al mio animo riarso con le parole di qualcuno dei Miei. Questo è un librino della collezione di poesia Einaudi, finito di stampare il 17 maggio 1969; lo acquistai un anno dopo, circa: il Principe Giulio era ancora regnante e io annaspavo nelle zacchere della mia adolescenza densa di scoperte.

Pablo lo conoscevano soltanto gli appassionati e gli specialisti, il mio eccellente professore di Italiano (scuola serale) ignorava chi fosse. Non c’era ancora stato Pinochet e il Nobel e Pablo era ancora soltanto un diplomatico: per me, sedicenne, fu come un pugno nello stomaco…La traduzione, stupenda, è di Salvatore Quasimodo che ho sempre considerato un poeta mediocre (i miei soliti giudizi trancianti e presuntuosi: ma così è) ma un grandissimo, quasi inarrivabile, traduttore di versi.

Da Resindencia el la tierra, II (1931/1935)

Solo la morte

Vi sono cimiteri solitari,/tombe piene d’ossa senza suono,/se il cuore passa da una galleria/buia,buia,buia,/

come in un naufragio dentro di noi moriamo/come annegando nel cuore/come scivolando dalla pelle all’anima.

………………

A volte vedo/solo bare a vela/salpare con pallidi defunti, con donne dalle trecce morte

con panettieri bianchi come angeli,/con fanciulle assorte spose di notai,

bare che salgono il fiume verticale dei morti,/ il fiume livido

in su con le vele gonfiate dal suono verticale della morte.

La morte arriva a risuonare

come una scarpa senza piede, un vestito senza uomo,

riesce a bussare come un anello senza pietra né dito,

riesce a gridare senza bocca, né lingua, né gola.

…………….

La morte sta sulle brande;/sui materassi che affondano, sulle coltri nere

vive distesa, e all’improvviso soffia:/soffia un suono oscuro che gonfia le lenzuola;

e ci sono letti che navigano verso un porto/dove sta in attesa vestita da ammiraglio.

Parafrasando Giacomo (Pastore errante dell’Asia)

Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai

Silenziosa luna?

Guardo giù e mi vien da ridere”.