«…E’ di nuovo Wimbledon secondo atto. Ma questa volta non penso a Pete. Non guardo avanti. Sto dietro a Becker ed è giunta l’ora; la mia concentrazione è così intensa da farmi paura. Un amico mi chiede se non provo l’impulso anche minimo, quando c’è qualcosa di personale con un avversario, di lasciare la racchetta e saltargli alla gola. Quando provo del rancore, quando non corre buon sangue,
non preferirei chiarire la faccenda con qualche buon round di vecchio pugilato? Gli rispondo che il tennis è pugilato. Ogni tennista, prima o poi, si paragona a un pugile, perché il tennis è boxe senza contatto. E’ uno sport violento, uno contro l’altro, e la scelta è brutalmente semplice quanto sul ring. Uccidere o essere uccisi. Sconfiggere o essere sconfitti. Solo che nel tennis le batoste sono più sotto pelle….Detto questo, sono pur sempre un essere umano. Perciò, prima di entrare in campo, quando Becker e io percorriamo il tunnel, dico all’addetto alla sicurezza, James: Tienici divisi. Non voglio questo fottuto tedesco davanti agli occhi. Credimi, James, è meglio che non me lo fai vedere. Becker prova gli stessi sentimenti. Glielo leggo in faccia». E’ della semifinale di Wimbledon 1995 che si sta trattando: vincerà Agassi 7-6, 7-6, 4-6, 7-5. Poi perderà una delle sue tante sfide in finale con il suo amico, l’immenso Pete Sampras.
«...Vado a Montreal e mi faccio strada con le unghie e con i denti sino alla finale contro un ragazzino spagnolo di cui tutti parlano. Rafael Nadal. Non riesco a batterlo. Non lo capisco. Non ho mai visto nessuno muoversi in quel modo su un campo da tennis.»
«...Federer scende in campo che pare Cary Grant….Al tie-break va in un luogo che non riconosco. Trova una marcia che gli altri semplicemente non hanno. Vince 7-1. Ormai va tutto a catafascio. I miei quadricipiti urlano. La mia schiena ha chiuso i battenti per la notte. Non sono più lucido. Mi viene ricordato quanto possa essere ridotto il margine su un campo da tennis, quanto sia limitato lo spazio tra la grandezza e la mediocrità, tra la fama e l’anonimato, la felicità e la disperazione. Stavamo giocando un match serrato. Eravamo in perfetta parità. Adesso, per un tie-brak che mi ha lasciato a bocca aperta per l’ammirazione, è la disfatta. Avvicinandomi alla rete, sono sicuro di avere perso con il migliore, con l’Everest della prossima generazione. Compatisco i giovani che dovranno battersi con lui. Compatisco il giocatore destinato a essere l’Agassi di questo Sampras. Anche se non lo cito per nome, Pete è in cima ai miei pensieri quando dico ai giornalisti: E’ semplicissimo. La maggioranza delle persone ha dei punti deboli, Federer non ne ha.» E’ la finale degli Us Open 2005. Agassi si ritirerà l’anno successivo, dopo un match vinto contro un giovanissimo Baghdatis agli Us Open 2006 e raccontato nel primo capitolo di questo libro.
Scritto benissimo - l’autore vero, come con franchezza scrive Agassi nei ringraziamenti, è il premio Pulitzer J.R. Moehringer – e tradotto altrettanto bene, è uno dei migliori libri di sport che ho mai letto (insieme a Il più grande di Alì/Clay). Franco, quasi crudo: sono più le sconfitte di cui si parla che non le vittorie. Un libro anche per non tennisti, anche per non sportivi. Lo raccomando con convinzione. sono 500 pagine che si leggono quasi d’un fiato. Einaudi Stile Libero, 20,00 €.
P.s.: terminando di leggere questo bel libro, ho inaugurato la mia nuova racchetta, una Wilson K Blade 98, con cui ormai gioco alla pari con i 4/3, 4/4 di vent’anni più giovani…Mica male, no?

Un’altra lettura sensazionale, un ulteriore passo in avanti verso la conoscenza di prospettive e angolature che illuminano lo svolgersi del quotidiano, ma che toccano problemi epistemologici, storici, sociali e addirittura ermeneutici: coniugare scienza e fede, mescolare sogni e calcoli matematici, esplorare la poesia della cellula e scoprire l’universo meraviglioso di geometriale frattale in cui siamo immersi è assai eccitante per me.

si dice passaparola: i libri arrivano al successo solo attraverso il mormorio. Perdendo la cognizione del silenzio si perde la possibilità di captare il mormorio, che è l’unico fondamentale e attendibile mezzo di comunicazione. Ed ecco che quindi, in conclusione, direi che uno dei problemi etici che ci si pone è come tornare al silenzio. E uno dei problemi semiotici che potremmo affrontare è studiare meglio la funzione del silenzio nei vari modi di comunicare. Abbordare una semiotica del silenzio: può essere una semiotica della reticenza, una semiotica del silenzio nel teatro, una semiotica del silenzio in politica, una semiotica del silenzio nel discorso politico, cioè la lunga pausa, il silenzio come creazione di suspence, il silenzio come minaccia, il silenzio come consenso, il silenzio come negazione, il silenzio in musica….”











E’ questo un librino (nenche 170 pp.) che comprai una ventina d’anni fa: costava 8.000 lire, Saggi Oscar Mondadori (oggi costa 8 euro). E’ la prima edizione del 1989. Lo rileggo ogni tanto con piacere estremo: le parole di Hesse sono sempre un balsamo. Consiglio di cercarlo, acquistarlo e consumarlo. Come fosse una medicina, oltremodo gradevole e tanto utile.
sci – è rimasto assai legato al mondo di quello splendido e nobile gioco (ancora prima che sport) che è il rugby. Personalmente non sono un esperto, seguo soltanto, ma con calore, le partite della nazionale e trovo che una delle più belle e spettacolari cose che tutto lo sport regala sia un’apertura “alla mano” di una squadra di rugby, semplicemente maestosa! Insieme con Benedetto Pasqua, insegnante di sport (che non conosco) sono gli autori di un ottimo libro dedicato al rugby torinese (che comprende anche il territorio della provincia). E’ un volume assai ben fatto, sia nei contenuti sia sotto l’aspetto meramente editoriale: moltissime illustrazioni (tra le quali alcune storiche di gran fascino) e testi ben argomentati e documentati. Sono 248 pagine in bella carta patinata opaca da 130 gr., racchiuse da una legatura cartonata eseguita come si deve. L’editore è Ananke e il prezzo è di 35,00 €. Questo è uno di quei famosi libri, come piacciono a me, che non sono inutili passatempi: raccontano un pezzo di storia che hanno costruito ragazzi, giovani e uomini spinti da una grande passione. E raccontano allo stesso tempo un territorio visto da una particolare prospettiva. Mancava un volume così: peccato che, come al solito, le risorse per la realizzazione sono state trovate a cura degli appassionati. Il denaro pubblico, che in questo caso sarebbe stato ben speso, non è stato toccato: conviene sprecarlo per faccende inutili che non servono a nessuno, se non a coloro che sono soliti lucrarci sopra.
Questo, scritto, o meglio raccontato, dal mio amico Nico è un libro di eccezionale interesse, perché tratta dell’appassionata vicenda umana di Bruno Segre, ebreo torinese, figlio di un padre ebreo, laico e libertario, e di una madre cattolica.
“Uno dei piatti con cui Trimalcione, nel Satyricon di Petronio, stupisce i commensali, è una lepre presentata a imitazione di Pegaso. La fa portare al centro di un enorme vassoio; ai quattro angoli, dagli otri di quattro statuine esce salsa di garum in quantità tale da far sembrare vivi i pesci disposti nel canaletto che corre lungo il bordo del piatto. Oggi c’è qualcuno che non saprebbe mangiare un secondo, o un contorno, senza kechup. Ai tempi dei romani, allo stesso modo, erano davvero pochi coloro che rinunciavano a condire qualunque piatto con una salsa detta garum.
Libro delizioso pubblicato nel 2004 da Umberto Allemandi & C.. Editore in Torino.
Lo ha da poco presentato a New York l’amico Gian Arturo Rota, con grande soddisfazione.
















“Leggevo Mickey Spillane e nasceva per esempio Billy Car. Pavese, Vittorini mi piacevano, ma erano troppo vicini a me, io ero più attratto da ciò che era lontano, diverso. Volevo l’America. Amavo i suoi film. Appena finita la guerra, ne guardavo anche due al giorno. uscivo da un cinema e correvo in un altro. Dalla voglia di fare l’America in Italia nacque una Torino che puzzava di Chicago anni venti e un gangster piemontese con la voce arrochita dal fumo e dal whisky: Fred Buscaglione. Lo swing ci venne facile. Fred, durante la guerra, aveva suonato molto per gli americani e questo lo aveva orientato verso il jazz, da Glen Miller in su. Ma Torino, allora viveva sottoterra, pullulava di ritrovi notturni di musicisti, cantanti, artisti che si esibivano facendo la musica che piaceva a loro, non quella richiesta dalle sale. Chiunque avesse voluto cantare in quei locali era ben accetto. Erano semplici scantinati, non disturbavano nessuno, divertivano tutti. Quella sì che era musica. Che notti, quelle notti! Musicisti del calibro di Louis Armstrong o Lionel Hampton passavano per Torino e davano vita a fantastici dopo concerto. Pensate che una sera, dopo che si era esibito al teatro Reposi, Armstrong si ritrovò a fare una jam session con Fred e Liza Minnelli in una cantina sotterranea.”





Non sono frequenti, nel panorama editoriale italiano che riferisce all’enogastronomia, i libri che di queste faccende trattano con ottica antropologica o storica; purtroppo, una percentuale altissima di pubblicazioni sono da ascrivere a meri ricettari privi di alcun valore.


Questa ultima pubblicazione di Sagittario Editore (Barolo & Co) è un lavoro di grande interesse che forse mancava nel variegato panorama di editoria cucinaria italiana.
“Alle cinque e mezzo preso il treno per Torino. Son capitato con un greco di Cefalonia (suddito iglese). Arrivato a Torino alle nove di sera. Avventura con l’omnibus, facchini e Hotel de l’Europe. [...] 10 aprile, venerdì – Pioggia a dirotto. Prima colazione al caffè (un salone ottagonale dorato) in via Po. Passeggiata sotto le grandi arcate. Veduto il paesaggio fino alla collina. Visitata la galleria [...] Piazza Castello, dov’è l’albergo, è nel centro di Torino. Un complesso antico e interessante con vari fronti fronti e una grottesca mescolanza di varie architetture. Torino è più regolare di Filadelfia. Le case son tutte d’un taglio, d’un colore, della stessa altezza. La città sembra tutta costruita da un solo imprenditore e pagata da un solo capitalista. Singolare l’effetto di starsene sotto gli archi del Castello osservando all’ingiù la vista di Via di Grossa fino al Monte Rosa e alle sue nevi. – Son riuscito a coglierlo non oscurato dalle nubi la mattina presto quando lascia Torino. I viali che girano attorno alla città. Molti caffè, alcuni belli. Lavoratori e donne di modesta condizione che prendono la loro frugale colazione nei bei caffè. Loro decoro, così differente dalla classe corrispondente di casa nostra. A sera è venuto sereno. Sono andato di nuovo giù al Po. Me ne sono stato sui gradini della chiesa. A letto presto. 11 aprile, sabato. – Tempo sereno. In piedi presto per vedere il Monte Rosa dalla strada. L’ho visto. Fatta colazione a base di cioccolata (Torino è famosa per la cioccolata) sulla banchina del Po. Alle dieci preso il treno per Genova, più di cento miglia.”
