Archive for the ‘LIBRI E DINTORNI’ Category
Un vero libraccio: Taccuino di un vecchio bevitore di Kingsley Amis

Disgraziatamente, come per le leggende che riguardano il non diventare ubriachi, anche le cosiddette cure per il dopo-sbronza si rivelano inutili o addirittura dannose…… Non ho mai trovato una cura efficace al cento per cento. Ai miei tempi me ne sono state indicate due: mezz’ora di volo in un aeroplano dalla carlinga scoperta o il primo turno in una miniera di carbone. Se ne avete l’occasione, provateli. Altrimenti il riposo è un grande medico. E – unica cosa certa – alla fine il tempo è galantuomo. Un’affermazione abbastanza ovvia ma, in una mattinata davvero brutta, è ciò che più vi serve ricordare.”

Ho appena finito di leggere questo libraccio scritto dal celebre autore inglese, ahinoi defunto purtroppo ormai da 15 anni (1922/1995). E’ una raccolta di articoli datata e assai inglese, nel bene e nel male. Nel bene, perché un certo umorismo anglosassone è per davvero unico e insostituibile; nel male, perché poco si parla di vino in genere e italiano in particolare – non bisogna dimenticare che gli scritti sono assai datati e si riferiscono a tempi, anni ’80 e ’90, in cui il nostro vino cominciava a affacciarsi con i primi successi sui mercati internazionali importanti.

Ma lo scrittore inglese è una vera merdaccia e, sopra ogni cosa, politicamente scorretto eppoi un vero, grande, esagerato bevitore e esteta di ogni alcol del mondo. Non un grande, un grandissimo di quelli che piacciono a me. Consiglio per quelli giusti: non perdetevelo.

Il Tartufo Bianco d’Alba

Il mio libro, abbinato con il quotidiano La Stampa, si trova in tutte le edicole del nord-ovest fino alla fine di ottobre. Il prezzo di copertina è di 9,90 € per 160 pp. Edito dalle Edizioni del Capricorno di Torino.

Nico Ivaldi: Non mi sono mai arreso – Intervista all’avvocato Bruno Segre

Non ho mai sprecato il mio tempo, ciò che ritengo avere di più prezioso, nel leggere libri inutili come best-seller, romanzi gialli, biografie di personaggi di nessun interesse; nei libri che ho letto e che continuo a leggere – e sono tantissimi e di generi assai differenti – cerco di imparare, di conoscere faccende nuove, o anche soltanto prospettive diverse con cui guardare agli uomini e ai fatti del mondo.

Questo, scritto, o meglio raccontato, dal mio amico Nico è un libro di eccezionale interesse, perché tratta dell’appassionata vicenda umana di Bruno Segre, ebreo torinese, figlio di un padre ebreo, laico e libertario, e di una madre cattolica.

Bruno Segre è nato a Torino il 4 settembre 1918; si è laureato in giurisprudenza nel 1940 – ultimo ebreo a ottonere la laurea, causa le spregevoli leggi razziali che ancora infangano la nostra storia – con Luigi Einaudi, discutendo una tesi incentrata su un personaggio libertario francese.

E’ stato, e in fondo non ha mai smesso di esserlo, un giornalista: ha lavorato, tra gli altri, con quell’autentico “animale” di Giulio De Benedetti.

Ma è stato un protagonista della vita civile, torinese e italiana, prima da partigiano e, successivamente, da avvocato, assumendo tra l’altro la difesa del primo obiettore di coscienza italiano – Pietro Pinna. Si è battuto per il divorzio e contro il nefasto referendum abrogativo del 1974. Ha conosciuto il Pandit Nehru e ha lavorato, nel Partito Socialista, con Pietro Nenni, Calamandrei e  Ferruccio Parri. Ricoprì la carica di consigliere comunale di Torino nel 1975, sindaco Diego Novelli: durante quel mandato contribuì a far nascere iniziative come “Estate ragazzi” e “I punti verdi”.

D’altro canto, Dario Segre, suo padre, tra i fondatori della Famija Turineisa (1925), aveva avuto stretti rapporti personali, nei primi anni del Novecento in Svizzera, con due esuli speciali: Benito Mussolini e un certo russo Vladimir Ulianov, meglio conosciuto come Lenin. Suo lontano parente anche un certo Dino Segre (Pitigrilli). Nel libro, tra le sue memorie, si legge anche di un infatuamento giovanile per la compagna Natalia Levi, poi sposata Ginzburg…

Insomma, un gran libro che aiuta a credere nei valori quelli veri, quelli alti: con semplicità, con schiettezza, con umile dedizione.

Oggi, Bruno Segre naviga ancora in buone acque con 93 primavere sulle spalle – nemmeno curve: che iddio, o chi per lui, gli conservi la vista (come si dice da noi).

Focus Storia Luglio 2014, Pedro de Alvarado

E’ in edicola, dal 18 luglio scorso, il numero 94 di Focus Storia, mensile per cui collaboro. Su questo numero, nel contesto di uno speciale dedicato alla conquista del Messico, si può leggere un corposo articolo che ho scritto con particolare interesse e che riguarda la figura, straordinaria quanto inquietante, di Pedro de Alvarado.

Gli aztechi (sarebbe meglio chiamarli “Mexica“) lo avevano soprannominato “Tonatiuh“: sole. Era alto, bello e biondo. Fu, senza dubbio alcuno, il più feroce tra i conquistador spagnoli, con una vicenda personale per davvero straordinaria.

My last poetry book: Un po’ eta

“Un po’ eta” (40 pp., 10€) è la mia ultima raccolta di poesie, appena pubblicato per i tipi di Graphot, Torino. Con la medesima casa editrice pubblicai nel 2013 “Rime sghembe”(100 pp., 13,60€). Il mio primo libro lo pubblicai a miei spese e con il mio marchio nel 1988. Composto in linotype, ne feci stampare soltanto 73 copie; il suo titolo: “Caccole e Tentlalia”, oggi introvabile. Ho anche pubblicato sette composizioni poetiche nell’antologia “Impronte”, 2014. Ho scritto quasi venti libri tra saggistica, racconti, arte e poesia: i miei scritti di poesia sono quelli preferiti.                                 Io mi sento poeta più d’ogni altra sostanza.

Amedeo Guillet

Conoscevo abbastanza la vita straordinaria di Amedeo Guillet: sul web si possono trovare diverse notizie in proposito. Ma il fatto di aver scovato sulle mie solite bancarelle questo libro, e di averlo letto in un amen, mi ha permesso di conoscere a fondo questa figura leggendaria e troppo poco apprezzata nella nostra trasandata Italia di quest’epoca scialba e sbrindellata.

GuilletIl volume è stato scritto da un giornalista inglese amico di Amedeo: pubblicato nel 2002 da Rizzoli (392 pp. 18,50 €, cartonato con sovracoperta 14×22) con Amedeo ancora in vita, è per la maggior parte frutto dei ricordi raccolti dalla viva voce, e dalla straordinaria memoria, del protagonista già ultranovantenne. Amedo Guillet era nato a Piacenza, da una famiglia piemontese di alto rango, il 7 febbraio 1909. E’ deceduto il 16 giugno 2010 a Roma e riposa nella tomba di famiglia dei Gandolfo a Capua.

Sarebbe sufficiente soltanto l’episodio bellico di Cheru per giustificare l’interesse e l’ammirazione per questa figura leggendaria. Il 21 gennaio 1941, presso questo forte nel nord dell’Eritrea, il Comandante Diavolo, alias Ahmed Abdullah al Redai, alias Amedeo Guillet, carica a cavallo le artiglierie e i carri pesanti inglesi alla testa del suo reggimento di irregolari libici, abissini e yemeniti. Sul suo cavallo bianco, Sandor – un berbero grigio – seguito dai suoi 1.700 fedelissimi semina il panico tra gli inglesi increduli. Perde 800 compagni e tra questi alcuni dei suoi amici più cari, ma permette al grosso dell’esercito italiano in rotta un disimpegno vitale. Quella di Cheru fu l’ultima carica di cavalleria della storia militare.

Ho citato questo straordinario episodio a esempio di una vita prodigiosa, ma la sua storia d’amore con Kadija meriterebbe un intero romanzo e il suo matrimonio con la cugina Bice Gandolfo (mancata nel 1991) un altro ancora…Amico di Montanelli (che lo stimava come pochi altri), fu combattente e decorato nella guerra civile spagnola, partecipò alla campagna d’Abissinia nel 1936 e fu l’unico italiano a non arrendersi mai agli inglesi in Africa Orientale. Fuggì in Yemen, dove fu accolto dal sovrano che a malavoglia gli permise di rientrare in Italia dove continuò a operare come ufficiale di collegamento con gli alleati. Terminata la guerra si dimise e intraprese una straordinaria carriera diplomatica: fu ambasciatore in Yemen, Giordania (amico personale di re Hussein), Egitto (apprezzato da Sadat), India (Indira Gandhi lo stimò come nessun altro). Si ritirò a allevare cavalli in Irlanda dove molti vecchi nemici inglesi presero a frequentarlo e a essere onorati della sua amicizia.

Ma le sue gesta alla testa del Gruppo Bande dell’Amhara in Eritrea restano memorabili: un pazzo piemontese a cavallo di un bianco stallone che carica alla testa di centinaia di uomini di etnie, le più varie, senza paura: “Ca costa lòn ca costa (Costi quel che costi, in piemontese)!”.

Fosse stato un inglese sarebbe diventato un altro Lawrence. Da noi è un eroe dimenticato.

L’origine del mercato

L’ORIGINE DEL MERCATO

«La piazza più grande è […] interamente circondata da portici, dove ogni giorno tra compratori e venditori ci saranno più di sessantamila persone; lì vi è ogni genere di mercanzia: viveri, gioielli d’oro e d’argento, di piombo, di rame, di stagno, di pietre, di osso, di conchiglie, di chiocciole e di piume […] C’è la strada della caccia dove si vendono tutte le specie di uccelli esistenti in quella terra […] Vendono anche conigli, lepri, cervi e piccoli cani, che allevano dopo averli castrati, per nutrirsene […] C‘è la strada delle erbe dove si possono trovare tutte le radici e le piante medicinali che crescono sulla terra […] C‘è ogni tipo di verdura: cipolle, crescioni, agli, porri, ramolacci, borragine, acetoselle, cardi e gobbi; e frutti abbondantissimi di ogni specie, come ciliegie e prugne, simili a quelle di Spagna. Vendono miele d’api, e cera e miele di canna di granturco, dolcissimi come lo zucchero […] Ci sono in vendita molte varietà di filati di cotone in matassa di tutti i colori, che ricordano i mercati delle sete di Granada e che anzi li superano per quantità […] Vendono granoturco in chicchi, macinato e lavorato come pane che supera in qualità e bontà quello delle isole e della terraferma […] Insomma nei mercati di Temixtitan si vendono tutte le cose che è possibile trovare in quella terra, che sono così numerose, oltre a quelle già descritte, che per non essere noioso e perché mi è difficile ricordarle tutte, e anche perché ne ignoro i nomi, tralascio. C’è una strada per ogni tipo di mercanzia e tutti sono rispettosissimi di quest’ordine. Le cose sono vendute a misura e numero, ma, per quello che ho visto, mai a peso. In questa grande piazza c’è una sorta di palazzo della giustizia dove siedono dieci o dodici persone, giudici, che dirimono le diverse cause che riguardano il mercato, e castigano i delinquenti. Sempre nella stessa piazza è possibile vedere delle persone che si aggirano nelle diverse strade e controllano attentamente la merce in vendita e in qualche occasione sono stati visti distruggere le misure false».                                                                                                      La citazione, straordinaria, è tratta dalla seconda lettera che il conquistador spagnolo Hernàn Cortés (1485/1547) inviò al suo sovrano, l’imperatore Carlo V, nei primi mesi del 1521.                                                                                                     Ho deciso di riportare il brano di cui sopra per alcune ragioni che ritengo funzionali alla trattazione dell’argomento di questo libro.                                                                                                                                            Tralasciando la meravigliata descrizione di un mercato immenso come forse non ne aveva mai visti, il colto capitano, dopo un incontro che si può definire avvenuto tra alieni in una terra aliena, ritrova nell’esposizione e nel commercio di quelle genti così diverse le analogie con le merci e i costumi della propria terra. La visita al mercato di Tenochtitlàn (Temixtitàn è l’errata trascrizione che ne fornisce Cortés), oggi Città del Messico, allora capitale dell’impero azteco con almeno 300.000 abitanti, è la prima sortita degli spagnoli dopo lo storico incontro tra civiltà aliene dell’8 novembre 1519: ed è proprio nel mercato che le enormi diversità delle due culture sembrano annullarsi.                                                                                                                                                                                  Necessita a questo punto tornare indietro nella storia dell’evoluzione dell’uomo e mettere in risalto che l’idea di mercato nasce quando dalla fase neolitica del villaggio la comunità, cresciuta in termini di numero, diventa così complessa da richiedere l’elaborazione di un’autorità centrale forte e un efficiente apparato burocratico, militare e sacerdotale di controllo. Ovvero: l’uomo ha inventato la città, lo stato e con essi la guerra e… il mercato                                                                                           Fino alla fase del villaggio non era possibile organizzare un esercito per combattere una guerra e, allo stesso modo, non era pensabile l’idea di un mercato: zuffe e baratto costituivano i semplici schemi con i quali si confrontavano le differenti comunità. Occorre un potere centrale forte che organizzi e sia in grado di controllare e governare eserciti e mercanti per mezzo di tutte quelle complesse funzioni che la civiltà ha provveduto a elaborare durante l’evoluzione umana.                                                                                                                                                           Le testimonianze dei primi mercati risalgono agli albori delle culture mesopotamiche ed egiziane, intorno a tre millenni prima della nostra era.                                                                                                                                                  Sono poi i Greci (l’Agorà) e i Romani (il Foro) a elaborare ulteriormente il concetto di mercato: si pensi a cosa potevano essere i mercati romani ai tempi di Adriano o Traiano, quando Roma raggiungeva, e forse superava, il milione di abitanti provenienti da Europa, Asia e Africa con la sterminata offerta di prodotti di ogni genere.                                                                                                                    Il collasso dell’Impero Romano determinò un ritorno a forme di commercio quasi primitive che implicavano ancora il baratto e la sussistenza di piccole comunità abbarbicate a castelli e conventi.                                                                      Occorre arrivare al basso Medioevo, intorno al X o XI secolo con la nascita dei Comuni, per assistere all’evoluzione di un nuovo concetto di mercato: nascono in quel periodo i commerci organizzati e controllati dalle singole gilde e corporazioni, distinti dalle grandi fiere a carattere periodico e campionario, in genere allestite in occasione di importanti feste religiose o scadenze stagionali.                                                                                                 I meccanismi delle esposizioni di commercio ambulante rimangono invariati almeno fino all’età della rivoluzione industriale: lo sviluppo della classe operaria in termini di capacità, pur minima, di generare reddito determina l’incremento dei consumi e la necessità di rendere i prodotti disponibili sull’intero territorio di città e paesi.      Nella seconda metà dell’Ottocento i mercati non sono più controllati dalle singole corporazioni, si diffondono nei tessuti urbani e sono in grado di offrire una diversificazione di prodotti in genere capace di soddisfare le esigenze quotidiane della comunità sulla quale insiste: questo è il mercato rionale.                                                                      Pure se questa non è la sede opportuna, pare utile  ricordare che ogni cultura capace di raggiungere lo sviluppo di una urbanizzazione complessa, con questa ha sempre elaborato un proprio concetto di mercato: il suq (oggi va di moda la trascrizione suk) arabo e berbero, i grandi mercati sudamericani, i meravigliosi marasmi di colori, suoni e odori dei mercati africani e asiatici.

 

 

 

Un regalo: la più bella pagina di tutti i tempi scritta sul calcio

Io non ho molte certezze, ma su quanto segue non nutro il benché minimo dubbio: Osvaldo Soriano ha scritto la più bella pagina di tutti i tempi dedicata al calcio. In queste parole c’è l’essenza del calcio, c’è tutto quello che è il calcio vero.

1274471002350betdnDi Soriano ho letto tutto, e come per Fante, ho un amore svergognato: li accomuna il rapporto straordinario con i rispettivi padri.

Soriano ha scritto molto di calcio, tra le altre – tutte strepitose – mi piace citare anche la pagina dedicata a Obdulio Varela, l’eroico centromediano dell’Uruguay, campione del mondo il 16 luglio del 1950 allo stadio Maracanà di Rio de Janeiro, contro il Brasile che aveva vinto anzitempo, come spesso succede nel calcio, la partita che doveva ancora giocare.

La pagina che segue è tratta dal racconto Primi amori, dal volume Pensare con i piedi – titolo originale: Cuentos de los años felices -, scritto nel 1994 e pubblicato nel 1995 da Einaudi.

Osvaldo Soriano se l’è portato via un cancro ai polmoni – come suo padre – nel 1997, a soli 53 anni. Era stato un promettente centravanti.

“Tutte le volte che comincio un viaggio lungo, ricordo alcune cose di quando ancora neppure sognavo di scrivere romanzi all’alba né di prendere aerei né di dormire in alberghi lontani. Quelle immagini vanno e vengono come un’amaca vuota: la mia prima fidanzatina e il mio primo goal. La prima fidanzatina era una ragazza dai capelli nerissimi, timida, che adesso sarà sposata e avrà figli in età da rockanrol. È stato con lei che ho fatto l’amore la prima volta, un lunedì del 1958, nell’ora della siesta, in una fila di poltrone sgangherate di un cinema vuoto.

[…] Passavamo il tempo al cinema, ad accarezzarci sotto il suo cappotto che ci copriva le gambe, e credevamo che il padre non se ne accorgesse. Forse era così: se ne stava chino, assente, masticando il sigaro spento, innervosito per il fumo e per il calore della cabina di proiezione. Ma la madre non ci perdeva di vista e in quell’infelice pomeriggio d’inverno aveva fatto irruzione nel botteghino e aveva cominciato a mollare ceffoni alla mia fidanzatina.

Seppi poi che facevamo l’amore tutti i giorni, ma allora supponevo che vi fosse un solo modo possibile e che se lei lo avesse accettato, finalmente si sarebbe verificato il momento più glorioso dell’esistenza. E quell’istante, in una vita normale, è paragonabile solo a un altro istante, quando il pallone entra davvero in una porta per la prima volta, e non c’è Dio più felice di uno che esulta a braccia aperte urlando verso il cielo.

Quel tale, trent’anni fa, sono io. Ancora oggi, in un eterno replay, corro a cercare abbracci e ascolto in sordina il rumore della tribuna. So che queste confessioni contribuiscono al mio discredito nell’alta torre degli scrittori, ma io continuo a essere lí, in agguato tra il 5 che mi spintona e Hacha Brava che mi tira per la maglia mentre stiamo pareggiando e un’ala con il ciuffo imbrillantinato tira un rasoterra centrale, nel mucchio, alla sperandio. Il respiro mi si è arrestato ma sono lucido e freddo come un killer. Il nostro centromediano ha appena pareggiato con un tremendo tiro da trenta metri che ho festeggiato senza abbracciarlo e in questo contropiede, ormai verso lo scadere del tempo, intuisco segretamente che la mia vita cambierà per sempre.

La paura di perdermi nel groviglio di gambe, nell’inferno di urla e gomitate, è ormai passata. Il 10, che è un veterano di mille battaglie, arriva in diagonale e manca la palla perché il destro gli serve solo per stare in piedi. Inesorabilmente, quel gesto fallito spiazza tutta la difesa e il pallone finisce rotolando alle spalle del 5 che si gira disperato per metterlo in corner. Allora arrivo io, come nei nostri film, con il piede morbido per non far alzare il tiro e colpisco forte, in diagonale, e anche se non sembrerà vero quell’immagine è ancora viva in me, quale che sia l’albergo in cui mi trovo.

Come l’altra, nell’ora della siesta, nella poltrona sgangherata del cinema deserto. Ci baciamo e senza volerlo, perché i ceffoni le bruciano ancora sulla faccia, la mia prima fidanzatina finalmente si abbandona e mi accoglie mentre i suoi seni che forse avevano accettato la carezza del nostro spregevole centromediano tremano e trottano, scappano e scoppiano, oggi che le nostre vite sono accanto ad altri e il mio albergo è tanto lontano dal suo.”

Gennaio 2009

Il problema dell’«altro»

Se c’è un libro che consiglierei sempre e a tutti, tra i miei 2/3 preferiti pare ovvio, è La Todorov 1conquista dell’America – Il problema dell’«altro» di Tzvetan Todorov, Edizioni Einaudi. E’ un libro non soltanto interessante dal punto di vista storico, antropologico, etnologico ma addirittura utile nella vita di tutti i giorni. Ne possiedo entrambe le due prime edizioni, nei Saggi e nei Tascabili. Fu scritto nel 1982 e tradotto nel 1984. Ripeto: un libro indispensabile.

«Voglio parlare della scoperta che l’io fa dell’altro. L’argomento è vastissimo. Non appena lo abbiamo formulato nei suoi termini generali, lo vediamo subito suddividersi in molteplici categorie e diramarsi in infinite direzioni. Possiamo scoprire gli altri in noi stessi, renderci conto che ognuno di noi non è una sostanza omogenea e radicalmente estranea a tutto quanto non coincide conTodorov l’io: sono dei soggetti come io lo sono, che unicamente il mio punto di vista – per il quale tutti sono laggiù mentre io sono qui – separa  e distingue realmente da me. Posso concepire questi altri come un’astrazione, come un’istanza della configurazione psichica di ciascun individuo, come l’Altro, l’altro o l’altrui in rapporto a me; oppure come un gruppo sociale concreto al quale noi non apparteniamo».

Questo sopra è l’incipit, straordinario. Qui sotto le ultime parole, dopo oltre 300 pagine di rara intensità.

«Non credo che la storia obbedisca a un sistema, né che le sue pretese “leggi” consentano di dedurre le forme sociali future (o presenti). Credo invece che pretendere coscienza della relatività, e quindi dell’arbitrarietà, di un segmento della nostra cultura significhi già modificarlo un poco; e che la storia (non la scienza, ma il suo oggetto) altro non sia che una serie di impercettibili modificazioni».

Paolo Monelli: Alessandro Tassoni e il vino omerico

“…narra infatti il poeta (Alessandro Tassoni) che Venere Bacco e Marte scesi in terra per dare manforte ai modenesi in guerra con i bolognesi per la faccenda della secchia, la prima sera a Modena « a un’osteria si trassero in disparte – ch’avea un trebbian di Dio dolce e rodente; – e con capponi e starne e quel buon vino – cenaron tutti e tre da paladino ». (Il trebbiano di cui parla il poeta è quello che si fa sulla collina di Sassuolo; un altro trebbiano si fa in piano nel forlivese, asciutto, di colore paglierino, piuttosto leggero). E la canina (uno dei rari vini di genere femminile, come l’albana, la barbera, la freisa e la dôle del Vallese), che bevvi a Terra del Sole ospite del dottissimo Giovanni Giulianini, che lodava quel vino, mescendolo con aggettivi omerici, erythrós, eúphros, aíthops, vermiglio, giosioso, vivace; certo non vidi mai  un rosso più pieno e sfavillante. E sarebbe eresia confondere questa linfa robusta con il canina che piace ai faentina ed ai ravennati, innocuo vinello di scarsa gradazione e dagli aliti di violetta.”

Paolo Monelli (I vini d’Italia di Luigi Veronelli)

Luigi Veronelli, I Vini d’Italia: il più bel libro mai scritto sul vino

Questo autentico gioiello ho comprato di recente, e non m’è costato neanche troppi euri: era dimenticato tra tanti vecchi libri in una di quelle bancarelle di usato che addobbano e nobilitano Torino.

 

È in 4° piccolo, cartonato con custodia, stampato in linotype su carta degna; inserite dentro pagine che si aprono fuori formato in 4 ante, sono incollate una per una le etichette originali di molte bottiglie di quel periodo. Costava 11.000 lire, moltissimo per un tempo in cui il salario di un operaio medio era di 60/70.000 lire e con un paio di milioni si poteva comperare un appartamentino già di buona metratura. Ma quei soldi il libro li meritava tutti: più lo leggo e rileggo e consulto, più mi pare di trovarmi con la migliore opera scritta sul vino. In questa sede dovrò, per forza, riportarne altre citazioni, oltre quella che ho messo di seguito.

Il libro fu pubblicato da Canesi Editore, Roma, nel 1961 e costituisce un corpo di oltre 500 pagine in cui il buon Gino presenta i vini italiani catalogati per regione.

A introdurre ogni regione, il contributo di una firma di valore; tra gli altri: Leonida Rèpaci, Giorgio Caproni, Giuseppe Dessì, Giovanni Comisso e Giovanni Arpino.

Di quest’ultimo, uno dei miei grandi amori svergognati, cito di seguito.



“In questo mondo affannato – e affannato anche perché è schiavo dell’aperitivo rossastro, del comico «detergente da budella» nero inchiostrato – acquista spicco di gigante la figura di un vecchio signore piemontese, la cui memoria va al di là di ogni possibile lapide.

Era un austero, com’è logico, eppure non mangiò mai tagliatelle che non fossero state impastate con abili manipolazioni di natiche da una sua speciale cuoca. Peso e forma di costei concedevano all’impasto delicato un amalgama altrimenti inarrivabile. E quando morì, sdraiato immenso e duro nel suo gran letto dopo due mesi di forzato digiuno, due cose con l’ultimo fiato richiese. Un tocco di gorgonzola e una bottiglia di un certo suo Barolo.

Arrivò il gorgonzola e se lo fece passare sotto il naso, a occhi già chiusi. Arrivò quindi il vino, una nera bottiglia. Gliela aprirono e la lasciarono stappata vicino al letto. Dopo un minuto o due l’aroma barolesco cominciò a salire nella stanza. Il vecchio tendeva le narici, poi alzò la mano.

- Bastardi, – disse ai parenti gessosi immobili attorno: – Non è il Barolo della terza nicchia…..”


Il personaggio in questione è il nonno di Arpino: lo stesso racconto, meno colorito, si può ritrovare nel suo capolavoro del 1964 All’ombra delle colline (la mia copia è la prima edizione Mondadori, con sopracoperta illustrata da Bruno Munari: me lo lasciò un parente e ne sono molto orgoglioso).

Di Giovanni Arpino riproduco la copertina del celeberrimo, direi di più: celebrissimo Azzurro Tenebra, altro suo capolavoro del 1977. Si tratta dell’edizione originale Einaudi, fuori collana,rilegato in brossura: questo libro lo comprai io stesso all’epoca, costava 4.500 lire. È un oggetto a cui tengo assai; tra le altre cose, fu stampato dalle Industrie Grafiche Zeppegno di Torino, una gloriosa tipografia con cui più tardi molto lavorai per i volumi della Casa Editrice Centro Scientifico Torinese.

La foto di copertina che raffigura Giacinto Bacchetti è di Marco Ravezzani. E mi preme mettere in evidenza la perfezione, sia nella grafica sia nella comunicazione, di questa copertina: 4 elementi – autore, titolo, fotografia in b/n incorniciata dentro un filetto celeste, editore. La bellezza assoluta della semplicità e dell’eleganza (si ricordi la grafica del pacchetto bianco e celeste delle sigarette nazionali senza filtro…).

Non parlo di quello che c’è scritto dentro: cani e porci hanno già detto tutto o quasi; davvero, in questo caso, ogni parola in più sarebbe superflua.

Arpino se ne andò 10 anni dopo e, oltre ai suoi capolavori, ci regalò la conoscenza di Osvaldo Soriano. Che dire d’altro, se non che si era laureato con una tesi su Esenin?

Gennaio 2009

Umberto Eco, A passo di gambero

Di seguito la conclusione di un lucidissimo intervento di Umberto Eco del 2001 contenuto nel libro di cui sopra. Si tratta del tema del conflitto generazionale e di come questa faccenda stia evolvendo oggi alla luce dei sincretismi imposti dai media. Al solito, Eco è insostituibile punto di vista.

 

Sulle spalle dei giganti

[…] Stiamo entrando in una nuova era in cui, col tramonto delle ideologie, l’offuscamento delle divisioni tradizionali tra destra e sinistra, progressisti e conservatori, si attenua definitivamente ogni conflitto generazionale. Ma è biologicamente raccomandabile che la rivolta dei figli sia solo un adeguamento superficiale ai modelli di rivolta provvisti dai padri, e che i padri divorino i figli semplicemente  regalando loro gli spazi di una emarginazione variopinta? Quando il principio stesso del parricidio è in crisi, mala tempora currunt.

Ma i peggiori diagnostici di ogni epoca sono proprio i contemporanei. I miei giganti mi hanno insegnato che ci sono spazi di transizione, in cui vengono a mancare le coordinate, e non si intravede bene il futuro, non si comprendono ancora le astuzie della Ragione, i complotti impercettibili dello Zeitgeist. Forse il sano ideale del parricidio sta già risorgendo in forme diverse e, con le future generazioni, figli clonati si opporranno in modo ancora imprevedibile e al padre legale e al donatore di seme.

         Forse nell’ombra già si aggirano giganti, che ancora ignoriamo, pronti a sedere sulle spalle di noi nani.

Gao Xingjian: La Montagna dell’Anima

Nel mausoleo di Yu non c’è più nulla di autentico, tranne una stele di fronte alla sala principale del tempio incisa con caratteri simili a girini che gli studiosi non sono riusciti a decifrare. La osservo da ogni lato, mi spremo le meningi e di colpo m’illumino. Scopro che può essere letta così:

 Costala storia è un enigma

oppure: la storia è menzogna

o: la storia è balordaggine

o anche: la storia è profezia

o ancora: la storia è un frutto amaro

e ancora: la storia ha un suono metallico come il ferro

e può anche essere letta come: la storia è una polpetta di farina

oppure: la storia è un lenzuolo intorno ai cadaveri

o spingendosi oltre può essere letta come: la storia è un fantasma che bussa alla parete

oppure allo stesso modo: la storia è antichità

e anche: la storia è raziocinio

e pure: la storia è esperienza

e ancora: la storia è dimostrazione

fino a: la storia è un vassoio di perle sparse

e pure fino a: la storia è concatenazione di cause ed effetti

o: la storia è metaforaCosta 1

oppure:la storia è stato mentale

e infine: la storia è storia

e: la storia non è niente

e anche: la storia è un sospiro

ah, la storia, la storia, la storia, la storia.

In realtà la storia può essere letta come ti pare.

Questa sì che è una scoperta importante!

…..

Una notte, sul battello ormeggiato a Wanxian, mentre guardavo le luci a riva, il capitano in seconda era venuto sul ponte a fumare e a chiacchierare con me, e mi aveva raccontato la terribile carneficina cui aveva assistito, nascosto nella cabina di comando, durante la Rivoluzione Culturale. Carneficina di uomini, non di pesci. A gruppi di tre, con i polsi legati insieme con un filo di ferro, furono spinti in acqua a colpi di mitragliatrice. Era sufficiente centrarne uno perché finissero tutti e tre in acqua. Si dibattevano per un po’ come pesci presi all’amo, poi la corrente li trascinava via come cani morti. È strano, gli uomini più li ammazzi e più aumentano, mentre i pesci più li peschi e più diminuiscono. Certo sarebbe meglio il contrario.

Hanno una cosa in comune, uomini e pesci: sono scomparsi sia i grandi uomini sia i grossi pesci. È chiaro che questo mondo non è fatto per loro”.

Queste qui sopra due citazione dal libro “La Montagna dell’Anima” di Gao Xingjian.

Scritto tra Cina e Francia in sette anni (1982/1989) e pubblicato nel 1990 a Taiwan, è proibito in Cina. In Italia è stato pubblicato nel 2002. Ho appena finito di leggerlo: 640 pagine straordinarie per un’opera letteraria impossibile da definire e, senza alcun dubbio, fra le più complesse, difficili, appassionanti da me mai lette. Mi ha lasciato come una sorta di vertigine, uno sconvolgimento, uno stato di stordimento.

Difficile da consigliare: una lettura così può essere apprezzata appieno soltanto da addetti ai lavori che hanno dimestichezza con letterature altre che le nostre.

Senza fiato, per davvero.

Ho letto l’edizione Bur, che costa 10.80 € per 640 pp. e discreta (non splendida) traduzione di Mirella  Fratamico e ottima introduzione a cura di Alessandra C. Lavagnino.

http://www.vincenzoreda.it/la-dedica-di-un-premio-nobel-gao-xingjian/

La dedica di un Premio Nobel: Gao Xingjian

Me lo ha portato da Parigi il mio amico Beppe: con dedica personale. Non capita spesso di avere un libro con dedica da parte di un Premio Nobel. Un regalo magnifico che mi impegna a conoscere meglio questo straordinario artista e uomo di cultura cinese.

Nato a Ganzhou il 4 gennaio 1940, Gao Xingjian è in esilio a Parigi dal 1987; è stato insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 2000, primo cinese.

Ha viaggiato in Italia: è narratore, drammaturgo, poeta, critico letterario, pittore e regista. Un artista  a tutto tondo, come quelli che piacciono a me. Il libro che mi ha dedicato è stato tradotto in Italia da Rizzoli nel 2002: La montagna dell’anima (1990). E’ un viaggio spirituale e reale alla ricerca del proprio Graal, poetico e lirico come è tipico della letteratura cinese alta.

Altre sue opere letterarie: Una canna da pesca per mio nonno (Racconti, Rizzoli 2001) e Il libro di un uomo solo (Romanzo, Rizzoli 2003). Ha inoltre scritto due pezzi assai importanti per il teatro: L’altra riva e La fuga.

La cucina futurista

Cuc. Fut.-1L’ho notato qualche mese fa esposto nella vetrina di una grande libreria antiquaria torinese. Sono entrato e ne ho chiesto il prezzo, sul serio intenzionato a acquistarlo: 1.500 €! Questa è la quotazione della prima edizione, Milano 1930 – editore Sonzogno, di questo volume esilarante di cui tanto e assai s’è parlato, in questo che è l’anno in cui ricorre il centenario della prima stesura del manifesto futurista di Marinetti.

L’edizione che sono riuscito a comprare è quella recente, in copia anastatica, di Viennepierre, molto bene introdotta da Pietro Frassica (docente alla Princeton University), e che costa molto più abbordabili 20 €.

Lo sciocco che legge questo volume dei due bellimbusti, Filippo Tommaso Marinetti e Luigi Colombo (Fillia), pensando di leggere un libro di cucina, sciocco si conferma.

Cuc. Tennis-1Non è un libro di cucina: questo volume è una esilarante sequenza di provocazioni, assurdità, ossimori, eresie, fantasticherie, barzellette, sogni, stravolgimenti che sono architettati nei dintorni di cibo e bevande. E’ una lettura strepitosa che necessita di approccio dialettico, storico, linguistico.

Non voglio dilungarmi oltre, cito soltanto la seconda parte del celebre Manifesto della cucina futurista, riportato nel libro ma pubblicato il 28 dicembre del 1930 su La Gazzetta del Popolo di Torino, città che ospitò, in via Vanchiglia, 2, la Taverna del Santopalato, inaugurata l’8 marzo del 1931 con il primo pranzo ufficiale futurista a base di: carneplastico, dolcelastico, aerovivanda, ultravirile, pollofiat e innaffiato con Vini Costa, Birra Metzger e Spumanti Cora. Ricordo, legato a Marinetti, il Sollazzo Gastrico di via Palazzo di Città che chiudeva nella stagione felice del Postino Cheval, alla fine degli anni settanta.

“Il pranzo perfetto esige:

1. Un’armonia originale della tavola (cristalleria vasellame addobbo) coi sapori e colori delle vivande.

2. L’originalità assoluta delle vivande.

Il Carneplastico. Esempio: Per preparare il Salmone dell’Alaska ai raggi del sole con salsa Marte, si prende un bel salmone dell’Alaska, lo si trancia e passa alla griglia con pepe e sale e olio buono finchè è bene dorato. Si aggiungono pomodori tagliati a metà preventivamente cotti sulla griglia con prezzemolo e aglio. Al momento di servirlo si posano sopra alle trancie dei filetti di acciuga intrecciati a dama. Su ogni trancia una rotellina di limone con capperi. La salsa sarà composta di acciughe, tuorli d’uova sode, basilico, olio d’oliva, un bicchierino di liquore italiano Aurum, e passata al setaccio. (Formula di Bulgheroni, primo cuoco della Penna d’Oca). Esempio: Per preparare la Beccaccia al Monterosa salsa Venere, prendete una bella beccaccia, pulitela, copritene lo stomaco con delle fette di prosciutto e lardo, mettetela in casseruola con burro, sale, pepe, ginepro, cuocetela in un forno molto caldo per quindici minuti innaffiandola di cognac. Appena tolta dalla casseruola posatela sopra un crostone di pane quadrato inzuppato di rhum e cognac e copritela con una pasta sfogliata. Rimettetela poi nel forno finchè la pasta è ben cotta. Servitela con questa salsa: un mezzo bicchiere di marsala e vino bianco, quattro cucchiai di mirtilli, della buccia di arancio tagliuzzata, il tutto bollito per 10 minuti. Ponete la salsa nella salsiera e servitela molto calda. (Formula di Bulgheroni, primo cuoco della Penna d’Oca).

3) L’invenzione di complessi plastici saporiti, la cui armonia originale di forma e colore nutra gli occhi ed ecciti la fantasia prima di tentare le labbra.

Esempio: Il Carneplastico creato dal pittore futurista Fillìa, interpretazione sintetica dei paesaggi italiani, è composto di una grande polpetta cilindrica di carne di vitello arrostita ripiena di undici qualità diverse di verdure cotte. Questo cilindro disposto verticalmente nel centro del piatto, è coronato da uno spessore di miele e sostenuto alla base da un anello di salsiccia che poggia su tre sfere, dorate di carne di pollo. Equatore + Polo Nord. Esempio: Il complesso plastico mangiabile Equatore + Polo Nord creato dal pittore futurista Enrico Prampolini è composto da un mare equatoriale di tuorli rossi d’uova all’ostrica con pepe sale limone. Nel centro emerge un cono di chiaro d’uovo montato e solidificato pieno di spicchi d’arancio come succose sezioni di sole. La cima del cono sarà tempestata di pezzi di tartufo nero tagliati in forma di aeroplani negri alla conquista dello zenit. Questi complessi plastici saporiti colorati profumati e tattili formeranno perfetti pranzi simultanei.

4) L’abolizione della forchetta e del coltello per i complessi plastici che possono dare un piacere tattile prelabiale.

5) L’uso dell’arte dei profumi per favorire la degustazione. Ogni vivanda (deve essere preceduta da un profumo che verrà cancellato dalla tavola mediante ventilatori.

6) L’uso della musica limitato negli intervalli tra vivanda e vivanda perchè non distragga la sensibilità della lingua e del palato e serva ad annientare il sapore goduto ristabilendo una verginità degustativa.

7) L’abolizione dell’eloquenza e della Politica a tavola.

8) L’uso dosato della poesia e della musica come ingredienti improvvisi per accendere con la loro intensità sensuale i sapori di una data vivanda.

9) La presentazione rapida tra vivanda e vivanda, sotto le nari e gli occhi dei convitati, di alcune vivande che essi mangeranno e di altre che essi non mangeranno, per favorire la curiosità, la sorpresa e la fantasia.

10) La creazione dei bocconi simultanei e cangianti che contengano dieci, venti sapori da gustare in pochi attimi. Questi bocconi avranno nella cucina futurista la funzione analogica immensificante che le immagini hanno nella letteratura. Un dato boccone potrà riassumere una intera zona di vita, lo svolgersi di una passione amorosa o un intero viaggio nell’Estremo Oriente.

11) Una dotazione di strumenti scientifici in cucina: ozonizzatori che diano il profumo dell’ozono a liquidi e a vivande, lampade per emissione di raggi ultravioletti (poichè molte sostanze alimentari irradiate con raggi ultravioletti acquistano proprietà attive, diventano più assimilabili, impediscono il rachitismo nei bimbi, ecc.), elettrolizzatori per scomporre succhi estratti ecc. in modo da ottenere da un prodotto noto un nuovo prodotto con nuove proprietà, mulini colloidali per rendere possibile la polverizzazione di farine, frutta secca, droghe, ecc., apparecchi di distillazione a pressione ordinaria e nel vuoto, autoclavi centrifughe, dializzatori. L’uso di questi apparecchi dovrà essere scientifico, evitando p. es. l’errore di far cuocere le vivande in pentole a pressione di vapore, il che provoca la distruzione di sostanze attive (vitamine, ecc.) a causa delle alte temperature. Gli indicatori chimici renderanno conto dell’acidità e della basicità degli intingoli e serviranno a correggere eventuali errori: manca di sale, troppo aceto, troppo pepe, troppo dolce.”

Altro che Ferran Adrià: ma questi erano Artisti veri!

Amin Maalouf, Un mondo senza regole

Senza titolo-1Ho appena finito di leggere questo saggio dell’autore libanese: costituisce una riflessione, direi da una prospettiva privilegiata, sul momento sociale, politico, economico che stiamo vivendo. Riflessione sullo scontro che è in atto tra Occidente e paesi di cultura islamica, ma anche tra Occidente e tutti gli altri paesi.

L’autore vive in Francia da molti anni, è certo una persona equidistante e sopra le parti: con questo lavoro egli fornisce una analisi attenta, lucida, basata su precise motivazioni storiche che troppe volte dimentichiamo o addirittura non conosciamo.

Una lettura che consiglio a tutti quelli che hanno l’ansia, la necessità, la cultura di capire il momento storico cruciale che stiamo vivendo. E chi sta nel ricco Occidente in piena decadenza, più di tutti gli altri.

Non c’è alcun dubbio che questa impasse storica del mondo musulmano sia uno dei sintomi più palesi della regressione verso cui sta dirigendosi l’intera umanità, con gli occhi bendati. E’ colpa degli arabi, dei musulmani, e del modo in cui vivono la loro religione? In parte sì. Non è ugualmente colpa degli occidentali, e del modo in cui hanno gestito, per secoli, i loro rapporti con gli altri popoli? Sì, in parte. E negli ultimi decenni non c’è stata una responsabilità più specifica degli americani, come anche degli israeliani? Senza dubbio. Tutti questi protagonisti dovrebbero modificare radicalmente il loro comportamento se si vuole porre fine a una situazione che, partendo dalla piaga aperta rappresentata oggi dal Medio Oriente, comincia a fare incancrenire l’insieme del pianeta, minacciando di rimettere in discussione tutte le acquisizioni della nostra civiltà.

E’ questa una evidenza che suona come una pia speranza, ma non la si può scartare con un’alzata di spalle. E’ già troppo tardi per attuare un compromesso storico che prenda in considerazione al tempo stesso la tragedia del popolo ebraico, la tragedia del popolo palestinese, la tragedia del popolo musulmano, la tragedia dei cristiani d’Oriente, e anche l’impasse in cui si è smarrito l’Occidente?

Anche se l’orizzonte appare oscuro in questo inizio di secolo, bisogna ostinarsi a cercare qualche soluzione.”

Peccato che la traduzione lasci molto a desiderare, ma queste 300 pagine circa di Amin Maalouf (18,00 €, Saggi Bompiani) sono per davvero una lettura illuminante.

Scrittura Maya, Maria Longhena

Ho letto e riletto questo libro di Maria Longhena e ne rimango sconcertato.

Sconcertato perché in un impianto generale ben documentato, qui e là sono seminate sviste clamorose che non sono accettabili da parte di un divulgatore serio e, a maggior ragione, da parte di chi si definisce studioso.

Yuriy Valentinovich Knorozov (o Knorosov, come scrive M. Coe, da anglofono), personaggio chiave nell’opera di decifrazione della scrittura maya, viene citato più volte come: Knorosof, che è una trascrizione senza senso. L’abate francese Charles Etienne Brasseur de Bourbourg viene citato come: Brasseur de Bouburg; e la grande Tatiana (Tania, per gli amici), anch’ella perde una vocale e da Proskouriakoff diventa Proskuriakoff….

Ma ci sono sviste ben più gravi. A pagina 102 si legge: «..una sorta di “anno zero” che per noi corrisponde al 2 agosto del 3114 (per alcuni 3113) a.C.»!!! Quasi tutti gli studiosi accettano l’11 agosto e alcuni (Coe e Schele, per esempio) insistono sul 13 agosto, non ritenendo attendibile la correzione di due giorni della correlazione GMT: il 2 agosto è un arbitrio senza senso della Longhena.

Mi limito a citarne ancora una. A pagina 164 si legge che Huitzilopochtli, divinità tribale degli aztechi, significa “Colibrì del sud” oppure “Colibrì sulla sinistra“. Orbene, bisogna precisare che le genti precolombiane si orientavano rivolgendo la faccia verso il sole nascente, dunque l’est era di fronte, l’ovest dietro, il nord a sinistra e a destra il sud. Huitzilopochtli significa, più o meno, “Colibrì di sinistra, che viene dalla sinistra”: ovvero, colibrì del nord!! E del nord perché dal nord i mexica (aztechi o tenochca) invasero l’atipiano messicano tra il XII e il XIII secolo.

Eliminate le molte sviste, il libro illustra abbastanza bene circa 200 glifi maya, tra quelli fondamentali. La scrittura è semplice e comprensibile; purtroppo, si fa spesso molta confusione tra usi, costumi e credenze delle diverse culture mesoamericane e, come non bastasse, ogni tanto  si trova qui e là un poco di Perù, che non guasta…

Che dire? Come lavoro divulgativo è tutto sommato poco organico e non molto fruibile; dal punto di vista scientifico, ci troviamo davanti a troppe imprecisioni e si ha l’impressione di trovarsi al confronto con un’autore che non soltanto non ha una preparazione specifica (almeno per quanto attiene all’epigrafia maya), ma ha svolto un lavoro non abbastanza accurato.

Il volume è una riedizione aggiornata (vista l’attualità) nel 2011 di Mondadori Arte di un libro edito nel 1998 da Mondadori. Costa 24 € (mal spesi se proprio non si è addentro alla materia) e si compone di 180 pagine  con una veste abbastanza pretenziosa (non brutta, comunque) e la solita carta patinata opaca a occhio di 135 gr. con stampa a due colori.

Per finire, e per la cronaca, Maria Longhena è quella bella figura di esperta che aveva sostenuto che la fine del mondo (l’ennesima, che noia!) sarebbe avvenuta lunedì 5 giugno 2012, sulle basi di sue ricerche….Mah.

I vini di Papa Paolo III Farnese raccontati da Sante Lancerio

Tallone pubblicò questo librino ( in 32° con il preziosissimo Garamond corpo 9, fuso a Parigi da Deberny & Peignod) in 470 esemplari nel 1991. Bisogna ricordare, pur se il ricordo è un ben brutto ricordo, il giorno della presentazione in stamperia a Alpignano: un giorno maledetto….senza-titolo-11

L’introduzione è di Luigi Veronelli : “Mai quanto alla vista delle bozze di questo libro ho meglio avvertito la validità d’una mia affermazione: il vino è un valore reale perché ci dà l’irreale…..”. Il manoscritto originale fu ritrovato nella Biblioteca Ariostea di Ferrara e pubblicato a cura di Giuseppe Ferraro nel 1876, che lo accompagna con una prefazione assai interessante: “Paolo III fu uno dei papi più robusti, e uno dei vecchi tra i più vecchi. Forte per natura, aiutato, nella ricerca dei vini, da un Bottigliere di quella fatta, com’era Sante Lancerio, malgrado i pensieri dei figliuoli e dello Stato, visse fino a 82 anni. Segno e prova certa, che i giudizi, dati da lui e dal suo cantiniere, intorno ai vini d’Italia, erano fondati sul sodo. quindi io invito gli intendenti della materia a tenere conto di questa operetta del Lancerio, che ha tre titoli all’attenzione degli enologi italiani. Tratta dei vini nostrani, è antica di 3 secoli, ed ha la prova di un Sacro Bottigliere e di un Papa, gli anni del quale auguro a me ed ai miei lettori.”.

Poco o nulla si sa di Sante Lancerio, mentre molto si conosce di Papa Paolo III della schiatta nobilissima e potentissima dei Farnese: fu un personaggio di notevole statura politica che ebbe la capacità di pacificare, soltanto per poco, Francesco I e Carlo V; benedisse la nascita dei Gesuiti, avviò il Concilio di Trento…..

Un piccolo omaggio a Sante Lancerio: Il Vino di Montepulciano. E’ perfettissimo tanto il verno quanto la state, et meglio è il rosso la state, io ne sono certo. Tali vini hanno odore, colore et sapore, et volentieri S.S. ne beveva, non tanto in Roma dove gli erano portati in fiaschi, ma ancora in Perugia. Marcello Cervino, poi papa et domandato Marcello II, che non regnò se non 20 giorni, et  Tarugio Tarugi, Senatore Romano, faceano a concorrenza di chi di loro donava meglio. Volendo conoscere la bontà di questo vino, vuole essere odorifero, polputo, non agrestino, né carico di colore. Volendolo per la state alli caldi grandi, sia crudo, et di vigna vecchia…”. Formidabile il vino polputo e non agrestino….

Curzio Malaparte: Maledetti Toscani

Non è, in tutta franchezza, un libro che si possa consigliare a chicchesia. E’ un libro difficile, sgembo, scorrettissimo: toscano fino alle più recondite budella.

Libro di cui soltanto in pochi possiamo goderne il fascino e la scrittura sinistri, diversi, fuori luogo, fuori d’ogni convenienza.

Kurt lo scrisse nel 1956, un anno prima di defungere in maniera improvvisa, inaspettata, crudele dopo un viaggio in Asia.

I passi memorabili da citare sarebbero tanti in questo libro; cerco di limitarmi e propongo un brano, quasi alla conclusione del volume,  che mi pare possa bene rendere in sintesi tutto il resto:

Imparate dai toscani a stimare un onore il male che dicon di voi. E tutti dicon male di noi toscani, e non ci vogliono, e ci tengono a bada, sol perché siamo, e a ragione, crudeli e faziosi, cinici e ironici; perché abbiamo il sangue caldo e la testa fredda; perché siamo nati proprio e soltanto per dire quel che agli altri non piace sia detto; perché non ci pentiamo delle nostre cattive azioni per non doverci pentire anche delle buone; perché godiamo nel mettere a nudo i fìgnoli, i bitorzoli, i bubboni, le ossa storte, gli occhi guerci, e non tanto quelli degli altri, quanto i nostri; perché siamo i soli, in Italia, che pur nel vivo delle fazioni, delle sommosse, delle mischie, degli ammazzamenti, non perdiamo mai la testa, i soli che ci scaldiamo a freddo, e a un certo punto ammazziamo non per la ragione che non ne possiamo fare a meno, o che ci piaccia ammazzare, ma per la ragione che è ora di farla finita, e di andare a desinare; perché siamo pallidi e non chiediamo perdono a nessuno, e dimentichiamo più presto i beneficii che le offese, e non perdoniamo chi ha paura di noi. E sopra tutto perché noi toscani siamo la cattiva coscienza d’Italia.

Ribadisco: un libro per pochi. Ma che piacere leggere certi passi, anche per la lingua!

http://www.vincenzoreda.it/kurt-erik-suckertcurzio-malaparte-uno-fuori-moda/

La confraternita dell’uva/ The brotherhood of the grape by John Fante

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“ Nick Molise…Era un montanaro venuto dall’Abruzzo, un nasone dalle mani grosse, basso (uno e sessanta), largo come una porta, nato in una parte dell’Italia in cui la miseria era spettacolare quanto i ghiacciai circostanti e dove qualunque bambino che fosse riuscito a sopravvivere per i primi cinque anni ne avrebbe campati ottantacinque…..Non gli piaceva quasi niente, in modo particolare sua moglie, i suoi figli, i vicini, la chiesa, il prete, la città, lo stato, il suo paese e il paese dal quale era emigrato…. Ma le donne, quelle gli piacevano…Gli piacevano pure il suo lavoro e una mezza dozzina di paisani che, come lui, erano italiani del genere dittatoriale…Il suo amore per la pietra rappresentava un piacere ancor più pregnante della sua passione per il gioco, o per il vino, o per le donne.”

The Brotherood of the Grape, titolo originale del libro, fu pubblicato per la prima volta a puntate nel 1975 sul settimanale di Francis Ford Coppola City Magazine, il regista avrebbe voluto farne un film, fatto che inorgoglì John Fante, una vita passata a lavorare con alterne fortune come sceneggiatore cinematografico. Fu pubblicato in volume nel 1977 e immediatamente ristampato col favore di critica e pubblico.

Per tutta la vita John Fante, nato a Denver (Colorado) l’8 aprile del 1909 e figlio di Nick, abruzzese emigrato in  America nel 1901, ha scritto di suo padre e della sua scombinata famiglia, a cominciare dal  romanzo d’esordio (1938) Aspetta primavera, Bandini.

La Confraternita è la storia del ricupero di una rapporto impossibile padre-figlio-famiglia, un ricupero che può consumarsi solo dopo la morte dell’ingombrante figura paterna: solo allora padre, madre e figli riacquistano i valori originari nella Famiglia.
Ma la confraternita è la storia del portentoso Chianti e del chiaretto di Angelo Musso, è la storia della dissoluzione nel lavoro, nel vino e nelle donne di Nick; è la storia di sua moglie, Mamma Maria, geneticamente disposta a sopportare ogni umiliazione, perché la sua vita ha senso solo vicino a quel figlio di puttana di Nick.

Ritorna di lontano, John, uomo fatto con moglie, figli e carriera sicura, ritorna a San Elmo per lasciarsi coinvolgere nell’ultima follia di suo padre: un’opera inutile e impossibile, almeno per l’avanzata età del genitore, che diventa il ridicolo testamento di una vita.

L’opera diventa un fallimento, il diabete distrugge l’ormai condannato Nick che conclude i suoi giorni ubriacandosi, e dunque suicidandosi, con una colossale sbronza coi vecchi amici della Confraternita.

A quel punto, però, John ha ritrovato definitivamente suo padre.

“Maestosamente piegato, il mio vecchio giaceva su una sedia di vimini, sbronzo fradicio, con le braccia abbandonate sui braccioli. Era come un patrizio dell’antica Roma in attesa che il sangue finisse di scorrere dai suoi polsi incisi. Uno davanti all’altro, seduti su panche, c’erano i quattro zoticoni del caffè Roma: Zarlingo, Cavallaro, Antrilli e Benedetti. Erano tutti strafatti, ma sotto controllo, e tracannavano da grossi boccali. Sul lungo tavolo erano sparsi boccioni di vino e vassoi di roba da mangiare: salame, salsicce, prosciutto, pane e pasticciotti all’anice. Avevano banchettato a lungo e bene nel gran caldo…..tra i grappoli troppo maturi di uva moscatello che pendevano dalla vigna.”

Gran libro, grande storia: la sola invenzione della signorina Quinlan, infermiera, merita tutto il libro, insieme al vino di Angelo Musso.

Ci ho ritrovato le mie origini: Zu Vicìenzu, Zu Pasquale, Zu Giuvanni u fallitu, Rollicchiu. Mio nonno, nannuzzu, Zu Vicìenzu: andavano a ricuperarlo strafatto, che piangeva e stramalediva l’universo mondo, dopo aver perso a carte, dopo aver sperperato gli ultimi soldi con gli amici, sapendo che l’indomani sarebbe bastato rompersi di nuovo la schiena nei campi o sugli alberi ( prodigioso potino, innestino con accette affilate come rasoi )…..

M’insegnò il valore del brindisi in rima, a braccio, quando la lingua scivola e l’occhio diventa vitreo……..

John Fante è morto nel 1983, cieco e con le gambe amputate a causa del diabete, come suo padre, quel figlio di puttana di Nick Fante, alias Molise, alias Bandini, alias…..

La confraternita dell’uva 

Di John Fante

Einaudi Stile Libero, pp. XXXII – 232, € 9,00

 

 

 

 

Aspetta primavera Bandini (Wait until spring, Bandini) di John Fante.

 Il libro costa 10 euro, è un  titolo Einaudi della collana Stile libero: è un bel regalo, per chi se lo merita, e costa anche poco.

Come mi compiaccio di dire, e vorrei urlare: non sprecate i soldi a comprare accozzaglie di fogli senza alcun significato, pubblicate solamente per compiacere mode che finiscono prima ancora di cominciare; non regalate i soldi a personaggi di nessun interesse che hanno per aggiunta anche la colpa di tormentarci in tanti altri modi e di farci pure un sacco di soldi.

John Fante è certo conosciuto, non è una novità: ma quanti lo ignorano, per quanti costituirebbe una scoperta e un piacere straordinario?

Ebbene, lo si regali, lo si faccia conoscere meglio: non sarà certo fatica sprecata e qualcuno potrebbe anche essere riconoscente per la vita.

Magnifica l’introduzione di Niccolò Ammaniti: un atto d’amore titolato Scrittori da tana e da prateria, da condividere in toto.

Il libro fu pubblicato nel 1938, quando l’autore aveva 29 anni; si trattò del suo esordio sul mercato editoriale, anche se qualche anno prima aveva scritto La strada per Los Angeles, pubblicato poi, postumo, nel 1985, due anni dopo la morte di Fante.

Di John Fante ho recensito per Barolo & Co La confraternita dell’uva, del 1977, romanzo straordinario che precede il suo ultimo lavoro, Sogni di Bunker Hill, pubblicato nel 1982.

Altri suoi titoli da citare, memorabili: Chiedi alla polvere, Dago red, Il mio cane stupido.

John Fante di professione svolgeva il mestiere, ben pagato ma mal sopportato, di sceneggiatore a Los Angeles, sua città di adozione: era nato a Denver, ma aveva trascorso la sua infanzia a Boulder, sempre in Colorado; figlio di quel Nick che sarà il vero protagonista della sua opera, un muratore abruzzese emigrato in America da un paesino della provincia di Chieti e che aveva sposato Mary Capoluongo, nata a Chicago da un padre di origini lucane.

Il romanzo è la storia della vita grama di Arturo Bandini, adolescente figlio di poveri immigrati italiani: la povertà, lo spaesamento, i problemi di identità di chi mai si sente a proprio agio…

“Avanzava, scalciando la neve profonda. Era un uomo disgustato. Si chiamava Svevo Bandini e abitava in quella strada, tre isolati più avanti. Aveva freddo, e le scarpe sfondate. Quella mattina le aveva rattoppate con dei pezzi di cartone di una scatola di pasta. Pasta che non era stata pagata. Ci aveva pensato proprio mentre infilava il cartone nelle scarpe.

Detestava la neve. Faceva il muratore e la neve gelava la calce tra i mattoni che posava. Era diretto a casa, ma che senso aveva tornare a casa? Anche da ragazzo in Italia, in Abruzzo, detestava la neve. Niente sole, niente lavoro. Adesso viveva in America, nella città di Rocklin, Colorado….”

 

Dicembre 2008

Osvaldo Soriano, Fùtbol

«[...] el Mìster Peregrino Fernàndez ricordò senz’ombra di pentimento che più di una volta aveva messo in campo dodici giocatore, e nessuno l’aveva scoperto. E tredici, nello  Standard di Melbourne, mi confessò: – Nessuno se n’è accorto e abbiamo vinto per sei a due. Certo, giocavamo in casa -. C’è stato un tempo in cui el Mìster ha fatto scuola con il calcio superoffensivo e ha guadagnato un sacco di soldi. Inventava mille cose: la punta fantasma, lo stopper a quattro zampe, il libero gentile, il marcatore assente; schierava la squadra così avanti che le rimesse lunghe ci mettevano cacciavano nei guai e le partite finivano in goleada. Giunse a tale sfrontatezza, a Melbourne, che mise un omosessuale dichiarato al numero otto, libero sulla destra. –  Un tecnico deve saper sfruttare tutto il potenziale dei giocatori. Quando ero in Australia, andavano di moda gli africani, la gente non veniva allo stadio se non mettevi in squadra due o tre negri che sgambettavano. Be’, siccome il club non aveva soldi per comprarne uno, ho chiamato un nigeriano senza documenti che dormiva in strada, davanti a casa mia, e gli ho detto: questa è la tua occasione, va’ e fai vedere quello che sai fare. Ha segnato qualche goal, Mìster?  - Nemmeno uno. Per il goal c’è un angelo particolare. Un non so che. O ce l’hai o non ce l’hai. Tu l’hai visto: ci sono un sacco di attaccanti che non segnano più di cinque goal a campionato, non è serio! - Nel San Lorenzo c’è stato uno che è rimasto quasi tre anni senza metterla dentro.- Lo vedi? Invece tu eri come Scotta: ogni pallone era goal, o stendevi un cane. – Cercavo di fare del mio meglio, è vero. – Hai segnato un goal a Barda del Medio dov’era proibito farlo, e siamo finiti tutti in galera.- Me lo ricordo, Mìster. Chiedo scusa. – E ti sei lesionato laggiù, nel culo del mondo…Cazzo, che merda che è la vita. Guarda me: con un piede nello spogliatoio e l’altro nel forno crematorio, io che ho inventato l’attaccante elettronico. – Questo non ha giocato con me, però, Mìster- No, è stato in Francia. Gli abbiamo messo un circuito stampato e dei dissipatori nei tacchi delle scarpe. Quando correva mandava scintille come un petardo di Natale e nessuno gli si avvicinava…Sai qual era la fregatura? Non segnava. Portami fino al laghetto, ti va? Se mi compri un altro gelato ti racconto quella del portiere senza mani. In una finale a Barcellona ho messo in campo un portiere senza braccia. Che ti sembra?».

Chi ama il calcio, e sa leggere, non può non conoscere l’agentino El Gordo Osvaldo Soriano, mitico centravanti mancino che o segnava o stordiva qualche cane in tribuna. E poi, infortunatosi gravemente, diventato suo malgrado portentoso scrittore.

Osvaldo Soriano, Fùtbol – 217 pp., Lire 16.000 – Einaudi Tascabili, Torino 1998.

Non Avrai Altro dio, Jan Assmann

Jan Assmann, tedesco, professore di Egittologia a Heidelberg, in questo magnifico librino tratta delle origini della violenza religiosa inscritta tra le caratteristiche principali delle tre religioni monoteiste. Il tutto a partire dalla Bibbia (Esodo e Deuteronomio, soprattutto) e dalla fuga di Mosè e del suo popolo dall’Egitto della XVIII dinastia verso la terra promessa di Canaan.

Librino complesso ma di estremo interesse.

Non avrai altro dio, Jan Assmann, 147 pp., 9 €, Il Mulino, Bologna 2007

Strenne

“Rulli di tamburo per Rancas” di Manuel Scorza – Feltrinelli.

E’ un libro che Manuel Scorza pubblicò nel 1970. Un libro inaudito, un’opera sensazionale: non buttate via i vostri soldi a comprare libercoli di cabarettisti, star televisive, costruttori di best seller, inseguitori di mode. Cercatevi questo volumetto e consumatevelo e consigliatelo agli amici.

“Nel quale il sagace lettore sentirà parlare di una celeberrima moneta.

Dalla stessa cantonata della piazza di Yanahuanca da dove, con l’andare del tempo, sarebbe emersa la Guardia d’Assalto per fondare il secondo cimitero di Chinche, in un umido settembre il tramonto esalò un vestito nero. Il vestito, a sei bottoni, ostentava un panciotto solcato dalla catenella d’oro di un Longines autentico. Come tutti i tramonti degli ultimi trent’anni, il vestito scese in piazza per dare inizio ai sessanta minuti della sua imperturbabile passeggiata.

Verso le sette di quel freddoloso crepuscolo, il vestito nero si fermò, consultò il Longines e s’infilò in un casone a tre piani. Mentre il piede sinistro esitava a mezz’aria e quello destro pigiava il secondo dei tre scalini che uniscono la piazza al limitare, una moneta di bronzo scivolò fuori dalla tasca sinistra dei calzoni, rotolò tintinnando e si fermò sul primo scalino. Don Heròn de los Rìos, l’Alcalde, che stava aspettando da un po’ di sprofondarsi rispettosamente in una scappellata, gridò:‘Don Paco, le è caduto un sol!’.

Il vestito nero non si volse.”

Quello sopra è l’incipit di questo libro. Non aggiungo altro se non che un incidente aereo nel 1983, a 55 anni, ci portò via il grande scrittore peruviano Manuel Scorza.

Scritti Corsari”, Pier Paolo Pasolini, Garzanti 1975

Questo libro, la cui copertina è riprodotta qui a sinistra e rappresenta la prima edizione del maggio del 1975 – Garzanti, lire 4.000 -, è una raccolta di articoli, recensioni e interviste dell’ultimo scorcio della vita di Pier Paolo Pasolini, scomparso nel novembre di quello stesso anno e che io ebbi la fortuna di conoscere personalmente qualche mese prima.

E’ un volume di straordinaria lucidità intellettuale che ogni giorno grida la propria attualità.

Non starò a sprecare parole inutili, pleonastiche, riduttive: non so quale sia l’ultima edizione reperibile sul mercato, ma cercatene una, anche sulle bancarelle dell’usato; non arrendetevi finché non ne troverete una copia e leggetelo con avidità e rileggetelo una, due, tre volte.

Sono certo: qualcuno mi sarà grato per il consiglio. Qualcuno, beninteso; qualcuno mi basta e mi avanza. Non siamo noi popolazioni di sterminati auditel e di qualsivoglia inutlili classifiche e premi.

Dicembre 2008

Charles Baudelaire e dintorni

I miei libri importanti io li ho massacrati, altro che rispetto! Li ho annotati, spiegazzati, macchiati. Perché sono i libri che servono me e non viceversa. Non mi piacciono coloro i quali trattano i libri come reliquie! Questo, a esempio, è la 1° edizione negli Oscar dei Diari Intimi di Baudelaire, lo comprai a 500 lire nel 1970 (avevo 16 anni scarsi). L’ho consumato e a ogni rilettura (ancora oggi) apprendo faccende nuove. Forse realizzerò di averlo compreso appieno quando sarò riuscito a distruggerlo: non mi servirà più.

Ma ancora non è giunta l’ora sua, almeno per questo libro!

Dunque, ecco una citazione che trovo straordinaria:

«Tutto è numero.

Il numero è in tutto.

Il numero è nell’individuo.

L’ebrezza è un numero».

Rileggendo Baudelaire. Mica male per un Poeta….