Archive for the ‘LIBRI E DINTORNI’ Category
Andre Agassi, Open

«…E’ di nuovo Wimbledon secondo atto. Ma questa volta non penso a Pete. Non guardo avanti. Sto dietro a Becker ed è giunta l’ora; la mia concentrazione è così intensa da farmi paura. Un amico mi chiede se non provo l’impulso anche minimo, quando c’è qualcosa di personale con un avversario, di lasciare la racchetta e  saltargli alla gola. Quando provo del rancore, quando non corre buon sangue, non preferirei chiarire la faccenda con qualche buon round di vecchio pugilato? Gli rispondo che il tennis è pugilato. Ogni tennista, prima o poi, si paragona a un pugile, perché il tennis è boxe senza contatto. E’ uno sport violento, uno contro l’altro, e la scelta è brutalmente semplice quanto sul ring. Uccidere o essere uccisi. Sconfiggere o essere sconfitti. Solo che nel tennis le batoste sono più sotto pelle….Detto questo, sono pur sempre un essere umano. Perciò, prima di entrare in campo, quando Becker e io percorriamo il tunnel, dico all’addetto alla sicurezza, James: Tienici divisi. Non voglio questo fottuto tedesco davanti agli occhi. Credimi, James, è meglio che non me lo fai vedere. Becker prova gli stessi sentimenti. Glielo leggo in faccia». E’ della semifinale di Wimbledon 1995 che si sta trattando: vincerà Agassi 7-6, 7-6, 4-6, 7-5. Poi perderà una delle sue tante sfide in finale con il suo amico, l’immenso Pete Sampras.

«...Vado a Montreal e mi faccio strada con le unghie e con i denti sino alla finale contro un ragazzino spagnolo di cui tutti parlano. Rafael Nadal. Non riesco a batterlo. Non lo capisco. Non ho mai visto nessuno muoversi in quel modo su un campo da tennis

«...Federer scende in campo che pare Cary Grant….Al tie-break va in un luogo che non riconosco. Trova una marcia che gli altri semplicemente non hanno. Vince 7-1. Ormai va tutto a catafascio. I miei quadricipiti urlano. La mia schiena ha chiuso i battenti per la notte. Non sono più lucido. Mi viene ricordato quanto possa essere ridotto il margine su un campo da tennis, quanto sia limitato lo spazio tra la grandezza e la mediocrità, tra la fama e l’anonimato, la felicità e la disperazione. Stavamo giocando un match serrato. Eravamo in perfetta parità. Adesso, per un tie-brak che mi ha lasciato a bocca aperta per l’ammirazione, è la disfatta. Avvicinandomi alla rete, sono sicuro di avere perso con il migliore, con l’Everest della prossima generazione. Compatisco i giovani che dovranno battersi con lui. Compatisco il giocatore destinato a essere l’Agassi di questo Sampras. Anche se non lo cito per nome, Pete è in cima ai miei pensieri quando dico ai giornalisti: E’ semplicissimo. La maggioranza delle persone ha dei punti deboli, Federer non ne ha.» E’ la finale degli Us Open 2005. Agassi si ritirerà l’anno successivo, dopo un match vinto contro un giovanissimo Baghdatis agli Us Open 2006 e raccontato nel primo capitolo di questo libro.

Scritto benissimo  - l’autore vero, come con franchezza scrive Agassi nei ringraziamenti, è il premio Pulitzer J.R. Moehringer – e tradotto altrettanto bene, è uno dei migliori libri di sport che ho mai letto (insieme a Il più grande di Alì/Clay). Franco, quasi crudo: sono più le sconfitte di cui si parla che non le vittorie. Un libro anche per non tennisti, anche per non sportivi. Lo raccomando con convinzione. sono 500 pagine che si leggono quasi d’un fiato. Einaudi Stile Libero, 20,00 €.

P.s.: terminando di leggere questo bel libro, ho inaugurato la mia nuova racchetta, una Wilson K Blade 98, con cui ormai gioco alla pari con i 4/3, 4/4 di vent’anni più giovani…Mica male, no?

 

Evoluzione Spontanea, Bruce Lipton e Steve Bhaerman

Di Bruce Lipton ho già letto, e ne ho scritto qui (vedi link a fondo), il libro La Biologia delle Credenze. Ho finito da poco di leggere quest’altro volume corposo (500 pp. per 20,50 € – Edizioni Macro) e impegnativo. Un’altra lettura sensazionale, un ulteriore passo in avanti verso la conoscenza di prospettive e angolature che illuminano lo svolgersi del quotidiano, ma che toccano problemi epistemologici, storici, sociali e addirittura ermeneutici: coniugare scienza e fede, mescolare sogni e calcoli matematici, esplorare la poesia della cellula e scoprire l’universo meraviglioso di geometriale frattale in cui siamo immersi  è assai eccitante per me.

Dovrei riportare una quantità enorme di citazioni, ma evito di farlo. Posso soltanto dire che l’orizzonte aperto da questo biologo illuminato, Bruce Lipton, mi ha permesso di valutare in maniera affatto differente, e sorprendente, alcune faccende che apparentemente nulla c’entrano con la scienza e la biologia: la preghiera e il perdono. Intuizioni che avevo, ma che la lettura di questo libro mi ha permesso di mettere a fuoco nella maniera dovuta.

E’ un libro che non può essere alla portata di tutti; è una lettura impegnativa, faticosa. Ma quanto ne vale pena!

Per finire: l’essenza del libro racchiusa in questo concetto: «E’ così! – E’ così?»……..

http://www.vincenzoreda.it/bruce-h-lipton-la-biologia-delle-credenze/

 

La fotografia di copertina del mio prossimo libro

Questa fotografia la realizzai, su commissione, nel 1982. Sono passati trent’anni. Fu eseguita con una Hasselblad 500 C e, se non ricordo male, con un teleobiettivo da 150 mm. La pellicola era una 120 Kodak Tri-x plus formato 6×6 che sviluppai e stampai come al solito. La modella era giovanissima e bellissima, con un seno che di più belli non ho mai visti e tanti ne ho visti e fotografati. L’immagine fu scattata nel mio studio di via Madama Cristina e doveva servire per illustrare la copertina di un libro di poesie di Giancarlo Turco, amico medico chirurgo e antropologo – esperto di preistoria sahariana. Questo libro era il regalo che Giancarlo si faceva al compiere dei suoi sessanta anni di raffinato esteta, assai narciso, coltissimo e dotato di grande ironia. Mio cognato Alex, che era l’art-director della nostra agenzia grafica e pubblicitaria – la Stage – ideò e realizzò l’impianto grafico e l’impaginazione della copertina. Il taglio dell’inquadratura originale fu un poco stravolto, ma mi piacque. Per il mio libro userò invece proprio l’inquadratura originale e il naturale bianco e nero.

Umberto Eco: Costruire il nemico e altri scritti occasionali

” E’ solo nel silenzio che funziona l’unico mezzo d’informazione che è il mormorio. Ogni popolo, anche se oppresso dal più censorio dei tiranni, è sempre riuscito a sapere tutto quel che succede nel mondo attraverso il mormorio. Gli editori sanno che i libri che sono diventati best seller non lo sono diventati per la pubblicità o per le recensioni, ma per un termine che in francese si dice bouche à oreille, in inglese si dice world of mouth, in italiano si dice passaparola: i libri arrivano al successo solo attraverso il mormorio. Perdendo la cognizione del silenzio si perde la possibilità di captare il mormorio, che è l’unico fondamentale e attendibile mezzo di comunicazione. Ed ecco che quindi, in conclusione, direi che uno dei problemi etici che ci si pone è come tornare al silenzio. E uno dei problemi semiotici che potremmo affrontare è studiare meglio la funzione del silenzio nei vari modi di comunicare. Abbordare una semiotica del silenzio: può essere una semiotica della reticenza, una semiotica del silenzio nel teatro, una semiotica del silenzio in politica, una semiotica del silenzio nel discorso politico, cioè la lunga pausa, il silenzio come creazione di suspence, il silenzio come minaccia, il silenzio come consenso, il silenzio come negazione, il silenzio in musica….”

Non è uno dei libri memorabili di Umberto Eco, quest’ultima raccolta di scritti e interventi vari (Bompiani, 334 pp. 18,50 €). Però è sempre l’Umberto Eco saggista lucido e osservatore di fatti da prospettive sempre uniche, sempre e comunque portatrici di conoscenza. Questa citazione dal capitolo “Veline e silenzio” è straordinaria: in un mondo in cui sembra essere premiante strillare più forte forse il silenzio merita d’essere eticamente rivalutato. Tra i quindici piccoli saggi che compongono il libro, oltre a questo sopra citato, meritano attenzione anche: “Astronomie immaginarie“, “Perché l’isola non viene mai trovata” e “Costruire il nemico“. Se come romanziere (“Il cimitero di Praga”, come ho già detto, è assai deludente) spesse volte Eco lascia a desiderare, come saggista è assai più spesso inarrivabile. anche se non in forma smagliante.

Consiglio: invece che spendere soldi in libri inutili che sono al top delle classifiche, regalate questo libro, perché vi potrà servire, prima o poi.

Una storia italiana: era la primavera del 2001

Con la mia ossessione di archiviare ogni cosa, oggi pubblico alcune pagine di un opuscolo che ho conservato con cura e che quasi tutti gli italiani ricevettero nella primavera del 2001. Questa pubblicazione – a colori di 128 pagine, in formato “quasi Uni” (un poco più quadrata) – fu stampata nel marzo del 2001 e intendeva “spingere” l’immagine del protagonista in previsione delle elezioni che si sarebbero tenute il 13 maggio 2001. Quelle elezioni furono vinte dal nostro eroe.

Non c’è bisogno di alcun commento. Sono sufficienti le immagini, credo, dopo oltre dieci anni…..

 

Religione e mito di Hermann Hesse

Colui per il quale Dio non è un idolo, che non usa la preghiera come una formula magica, ma la vive come massima concentrazione delle forze interiori, come volontà tesa al bene, al risveglio, a ciò che è unico e necessario, costui trarrà forza per tutta la vita dalle preghiere di oggi, poiché l’hanno costretto ad esaminare il suo cuore, a combattere la pigrizia, a rafforzare la sua ispirazione verso l’alto, a dimenticare i propri piccoli interessi per quelli superiori e comuni

E’ questo un librino (nenche 170 pp.) che comprai una ventina d’anni fa: costava 8.000 lire, Saggi Oscar Mondadori (oggi costa 8 euro). E’ la prima edizione del 1989. Lo rileggo ogni tanto con piacere estremo: le parole di Hesse sono sempre un balsamo. Consiglio di cercarlo, acquistarlo e consumarlo. Come fosse una medicina, oltremodo gradevole e tanto utile.

Non condivido nessuno degli ideali del nostro tempo. Ciò non significa che non abbia fede. Credo nelle millenarie leggi dell’umanità, credo che sopravviveranno alla confusione odierna. Non so indicare la via per mantenere fede a quegli ideali, che ho sempre reputato eterni, e contemporaneamente credere ai nuovi, alle mete e alle consolazioni della nostra epoca. Del resto non ne ho neppure voglia. Nella mia vita ho sperimentato molte vie per superare il tempo e vivere senza di esso (questi cammini li ho rappresentati in parte per gioco, in parte seriamente). Quando incontro dei giovani che hanno letto Il lupo della steppa, mi rendo conto che prendono sul serio tutto ciò che vien detto sulla follia del nostro tempo; non colgono invece ciò che per me è mille volte più importante, o in ogni caso non vi prestano fede. Non basta biasimare la guerra, la tecnica, l’ebrezza del denaro, il nazionalismo, ecc. Bisogna sostituire gli idoli della nostra epoca con una fede.

Hermann Hesse (1877/1962), Premio Nobel per la Letteratura 1946.

http://www.vincenzoreda.it/quel-tedesco-ubriacone-di-hermann-hesse/

Cent’anni di rugby a Torino

Mirio Da Roit è un insegnante di grafica e fotografia all’Istituto Paravia di Torino. Lo conosco da oltre vent’anni perché siamo vicini di casa: quando ride, le sue risate echeggiano importanti per tutti gli antichi e spessi muri del nostro palazzo storico nel centro di Torino. Mirio è un toscano di Piombino, grande e grosso (non per nulla il suo ruolo era quello del pilone) e assai bonario: non ha dei toscani il gusto del pettegolezzo e della maldicenza. Appassionato sportivo – pratica ancora ciclismo, podismo e sci – è rimasto assai legato al mondo di quello splendido e nobile gioco (ancora prima che sport) che è il rugby. Personalmente non sono un esperto, seguo soltanto, ma con calore, le partite della nazionale e trovo che una delle più belle e spettacolari cose che tutto lo sport regala sia un’apertura “alla mano” di una squadra di rugby, semplicemente maestosa! Insieme con Benedetto Pasqua, insegnante di sport (che non conosco) sono gli autori di un ottimo libro dedicato al rugby torinese (che comprende anche il territorio della provincia). E’ un volume assai ben fatto, sia nei contenuti sia sotto l’aspetto meramente editoriale: moltissime illustrazioni (tra le quali alcune storiche di gran fascino) e testi ben argomentati e documentati. Sono 248 pagine in bella carta patinata opaca da 130 gr., racchiuse da una legatura cartonata eseguita come si deve. L’editore è Ananke e il prezzo  è di 35,00 €. Questo è uno di quei famosi libri, come piacciono a me, che non sono inutili passatempi: raccontano un pezzo di storia che hanno costruito ragazzi, giovani e uomini spinti da una grande passione. E raccontano allo stesso tempo un territorio visto da una particolare prospettiva. Mancava un volume così: peccato che, come al solito, le risorse per la realizzazione sono state trovate a cura degli appassionati. Il denaro pubblico, che in questo caso sarebbe stato ben speso, non è stato toccato: conviene sprecarlo per faccende inutili che non servono a nessuno, se non a coloro che sono soliti lucrarci sopra.

Nico Ivaldi: Non mi sono mai arreso – Intervista all’avvocato Bruno Segre

Non ho mai sprecato il mio tempo, ciò che ritengo avere di più prezioso, nel leggere libri inutili come best-seller, romanzi gialli, biografie di personaggi di nessun interesse; nei libri che ho letto e che continuo a leggere – e sono tantissimi e di generi assai differenti – cerco di imparare, di conoscere faccende nuove, o anche soltanto prospettive diverse con cui guardare agli uomini e ai fatti del mondo.

Questo, scritto, o meglio raccontato, dal mio amico Nico è un libro di eccezionale interesse, perché tratta dell’appassionata vicenda umana di Bruno Segre, ebreo torinese, figlio di un padre ebreo, laico e libertario, e di una madre cattolica.

Bruno Segre è nato a Torino il 4 settembre 1918; si è laureato in giurisprudenza nel 1940 – ultimo ebreo a ottonere la laurea, causa le spregevoli leggi razziali che ancora infangano la nostra storia – con Luigi Einaudi, discutendo una tesi incentrata su un personaggio libertario francese.

E’ stato, e in fondo non ha mai smesso di esserlo, un giornalista: ha lavorato, tra gli altri, con quell’autentico “animale” di Giulio De Benedetti.

Ma è stato un protagonista della vita civile, torinese e italiana, prima da partigiano e, successivamente, da avvocato, assumendo tra l’altro la difesa del primo obiettore di coscienza italiano – Pietro Pinna. Si è battuto per il divorzio e contro il nefasto referendum abrogativo del 1974. Ha conosciuto il Pandit Nehru e ha lavorato, nel Partito Socialista, con Pietro Nenni, Calamandrei e  Ferruccio Parri. Ricoprì la carica di consigliere comunale di Torino nel 1975, sindaco Diego Novelli: durante quel mandato contribuì a far nascere iniziative come “Estate ragazzi” e “I punti verdi”.

D’altro canto, Dario Segre, suo padre, tra i fondatori della Famija Turineisa (1925), aveva avuto stretti rapporti personali, nei primi anni del Novecento in Svizzera, con due esuli speciali: Benito Mussolini e un certo russo Vladimir Ulianov, meglio conosciuto come Lenin. Suo lontano parente anche un certo Dino Segre (Pitigrilli). Nel libro, tra le sue memorie, si legge anche di un infatuamento giovanile per la compagna Natalia Levi, poi sposata Ginzburg…

Insomma, un gran libro che aiuta a credere nei valori quelli veri, quelli alti: con semplicità, con schiettezza, con umile dedizione.

Oggi, Bruno Segre naviga ancora in buone acque con 93 primavere sulle spalle – nemmeno curve: che iddio, o chi per lui, gli conservi la vista (come si dice da noi).

I vini di Papa Paolo III Farnese raccontati da Sante Lancerio

Tallone pubblicò questo librino ( in 32° con il preziosissimo Garamond corpo 9, fuso a Parigi da Deberny & Peignod) in 470 esemplari nel 1991. Bisogna ricordare, pur se il ricordo è un ben brutto ricordo, il giorno della presentazione in stamperia a Alpignano: un giorno maledetto….senza-titolo-11

L’introduzione è di Luigi Veronelli : “Mai quanto alla vista delle bozze di questo libro ho meglio avvertito la validità d’una mia affermazione: il vino è un valore reale perché ci dà l’irreale…..”. Il manoscritto originale fu ritrovato nella Biblioteca Ariostea di Ferrara e pubblicato a cura di Giuseppe Ferraro nel 1876, che lo accompagna con una prefazione assai interessante: “Paolo III fu uno dei papi più robusti, e uno dei vecchi tra i più vecchi. Forte per natura, aiutato, nella ricerca dei vini, da un Bottigliere di quella fatta, com’era Sante Lancerio, malgrado i pensieri dei figliuoli e dello Stato, visse fino a 82 anni. Segno e prova certa, che i giudizi, dati da lui e dal suo cantiniere, intorno ai vini d’Italia, erano fondati sul sodo. quindi io invito gli intendenti della materia a tenere conto di questa operetta del Lancerio, che ha tre titoli all’attenzione degli enologi italiani. Tratta dei vini nostrani, è antica di 3 secoli, ed ha la prova di un Sacro Bottigliere e di un Papa, gli anni del quale auguro a me ed ai miei lettori.”.

Poco o nulla si sa di Sante Lancerio, mentre molto si conosce di Papa Paolo III della schiatta nobilissima e potentissima dei Farnese: fu un personaggio di notevole statura politica che ebbe la capacità di pacificare, soltanto per poco, Francesco I e Carlo V; benedisse la nascita dei Gesuiti, avviò il Concilio di Trento…..

Un piccolo omaggio a Sante Lancerio: Il Vino di Montepulciano. E’ perfettissimo tanto il verno quanto la state, et meglio è il rosso la state, io ne sono certo. Tali vini hanno odore, colore et sapore, et volentieri S.S. ne beveva, non tanto in Roma dove gli erano portati in fiaschi, ma ancora in Perugia. Marcello Cervino, poi papa et domandato Marcello II, che non regnò se non 20 giorni, et  Tarugio Tarugi, Senatore Romano, faceano a concorrenza di chi di loro donava meglio. Volendo conoscere la bontà di questo vino, vuole essere odorifero, polputo, non agrestino, né carico di colore. Volendolo per la state alli caldi grandi, sia crudo, et di vigna vecchia…”. Formidabile il vino polputo e non agrestino….

Andrea Frediani, 101 segreti che hanno fatto grande l’Impero Romano

Andrea Frediani è uno scrittore di divulgazione storica assai bravo e apprezzato. Romano, laureato in Storia medievale è anche collaboratore di Focus Storia e Medioevo. Questo libro, edito da Newton Compton nella collana 101 (280 pp. per 9 €), è una bella lettura: leggera, fresca e fuori da certe pesantezze tipiche della saggistica storica italiana. Un bel consiglio per l’estate. Ne riporto parte della voce n.55 che si intitola: «Senza salsa non c’è gusto».

Ah, stavo per dimenticarmelo: Andrea è anche il redattore (editor è il termine inglese che va più di moda, ma io sono uno fuori moda) che sta lavorando sulle bozze del libro che ho appena finito di scrivere e che sarà pubblicato nella medesima collana per fine anno. Il titolo? Non lo dico ancora, per scaramanzia.

Uno dei piatti con cui Trimalcione, nel Satyricon di Petronio, stupisce i commensali, è una lepre presentata a imitazione di Pegaso. La fa portare al centro di un enorme vassoio; ai quattro angoli, dagli otri di quattro statuine esce salsa di garum in quantità tale da far sembrare vivi i pesci disposti nel canaletto che corre lungo il bordo del piatto. Oggi c’è qualcuno che non saprebbe mangiare un secondo, o un contorno, senza kechup. Ai tempi dei romani, allo stesso modo, erano davvero pochi coloro che rinunciavano a condire qualunque piatto con una salsa detta garum.

Nessuna classe sociale ne faceva a meno. C’era il garum per  ricchi, elaborato, e quello per i poveri, più scarno. Entrambi avevano un gusto che, a giudicare dagli ingredienti, renderebbe sgradevole l’alito di chiunque, al nostro moderno olfatto; l’idea che offre è quella di una poltiglia maleodorante di pesce putrido. Ma forse eraa qualcosa di simile alla pasta d’acciughe.

La ricetta del garum – altrimenti detto liquamen – descritta da Gargilio Marziale, autore del III secolo d.C., prevede l’utilizzo di pesci crudi di piccola taglia, come sardine e sgombri, oltre a interiora di altri pesci nella misura di un terzo (ma altri autori aggiungono triglie, acciughe, menole e bavose). I pesci vanno stesi in una vasca della capienza di almeno trenta litri, su uno strato di erbe aromatiche secche: aneto, menta, finocchio, sedano, mentuccia, origano, ruta. A essi va sovrapposto uno strato di sale spesso due dita.

L’operazione va ripetuta, alternando i tre strati, finché non si raggiunge l’orlo della vasca. Dopodiché, si mette un coperchio e si lascia a macerare per una settimana. Altri venti giorni sono richiesti per rimestare e amalgamare, lasciando la vasca sotto il sole. Infine, si raccoglie la brodaglia facendola filtrare attraverso un setaccio, ed ecco pronta la salsa che ha deliziato il palato di milioni di romani nel corso dei secoli. Ciò che rimaneva nel setaccio era comunque messo in commercio, col nome di alec; si trattava di un garum meno puro, ma alla portata dei ceti meno abbienti e dei palati meno raffinati.

[...] Plinio definiva il garum ‘brodaglia di roba putrescente’, ma sena disprezzarla. Anzi, magnificava le doti del garum proveniente dalla Spagna, dove sembra fosse prodotto il tipo più rinomato, tanto da costare quanto un profuno. In Italia, invece, il più ricercato era quello di Pompei.” .

Oggi la salsa più simile al garum è la colatura di alici di Cetara, una vera leccornia.

Un’americana alla corte dei Savoia, 1861-1865

Libro delizioso pubblicato nel 2004 da Umberto Allemandi & C.. Editore in Torino.

E’ in 8° grande, cartonato e con sopracopertina plastificata, bella carta avoriata di almeno 115 gr. per 286 pagine e 25 €.

Il sottotitolo recita: Il diario dell’ambasciatrice degli Stati Uniti in Italia dal 1861 al 1865. L’autrice è in verità la moglie Caroline dell’ambasciatore George Perkins Marsh, arrivati a Torino il giorno del funerale del conte Camillo Benso di Cavour, venerdì 7 giugno 1861. Il testo ripropone un terzo circa del diario originale, che arriva ai primi mesi del 1865, con lo spostamento della corte – e quindi anche delle ambasciate – a Firenze. Qui il diario s’interrompe bruscamente.

Il periodo che occupa questo piccolo gioiello è cruciale: il neonato Stato Italiano deve affrontare non soltanto i nuovi temi e i problemi legati alla fresca Unità, ma soprattutto la morte improvvisa dell’unico uomo di Stato capace di pensare e di agire con visione e prospettive nazionali e europee. Deve affrontare il problema Garibaldi, vedersela con l’influenza della Francia per Roma e dell’impero asburgico per Venezia e Trieste.

L’ottica, tra impressioni politiche e notazioni di costume, è quella di una donna liberale, che ama Lincoln e adora Garibaldi; un’americana del New England che trova i costumi della corte sabauda provinciali, arretrati, legati a concetti di nobiltà fuori del tempo; ma che subisce il fascino di una Città straordinaria e di alcuni personaggi di grande cultura: incontra Garibaldi, il Re, Ricasoli, Rattazzi, Plana, l’abate Baruffi, Sella e ancora Manzoni, D’Azeglio, Cantù…Davvero una chicca che apre uno spaccato inconsueto sul neonato Stato in quella che fu una fase storica cruciale. Ne riporto alcune brevi citazioni.

“Ogni giorno ci arrivano nuove richieste di impiego nell’esercito americano. Sembra davvero strano che tanti ufficiali italiani dell’esercito abbiano perso il posto per aver seguito Garibaldi. Non si può credere che, dopo aver raccolto tanti frutti per il loro coraggio, il governo non sappia chiudere un occhio per il modo irregolare con cui l’hanno dimostrato( 27 luglio 1861) [...] I contadini in generale mangiano carne solo tre volte all’anno. Nella piena stagione, quando il lavoro è più pesante, iniziano la giornata alle quattro di mattina, alle sette circa consumano un pezzo di pane accompagnato a volte, ma raramente, un po’ (sic) di vino (30 luglio 1861) [...] Stamattina abbiamo avuto una dimostrazione dell’ingegnosità degli italiani e del loro patriottismo. Pensavo di aver visto il tricolore, bianco, rosso e verde, in ogni possibile combinazione, forma, materiale e prodotto usciti dall’immaginazione  degli italiani, fino a che stamattina ci è stata presentata una novità: un’insalata tricolore fatta di barbabietole, patate e olive preparata con un chiaro riferimento alla bandiera. Mi chiedo se le stelle e strisce americane siano mai state vezzeggiate in questo modo (17 dicembre 1862) [...] [Carrie, segretaria dell'Ambasciatore] E’ affascinata dalla cultura che ha trovato a Napoli, dal talento (l’attività intellettuale è molto più intensa che a Torino) e dall’emancipazione molto più consistente che altrove. I piemontesi al seguito della duchessa non volevano nemmeno ammettere la bellezza naturale di quei posti ed erano impazienti di ritornare non tanto alle loro belle montagne (pochi di loro sembrano sapere di averne), ma alle loro piccole cerchie di amici e alle loro abitudini (9 giugno 1863) [...] Mi era sembrato così improbabile che qualcosa di serio potesse aver luogo senza un maggiore tumulto. Stamattina, però, abbiamo appreso con grande stupore e dolore di molte persone morte o ferite: la gendarmeria aveva sparato alla gente (alcuni dicono per ordine di Peruzzi) e la Guardia Nazionale aveva poi sparato alla gendarmeria, arrestando e ferendo molte persone. Una parziale barricata era stata eretta in piazza San Carlo e si era tentato di armare tutti i cittadini, ma verso mezzanotte era ritornata la calma (22 settembre 1864).”

Giuliano Bortolomiol, Il sogno del Prosecco

Lo ha da poco presentato a New York l’amico Gian Arturo Rota, con grande soddisfazione.

E’ un libro che si legge con facilità, leggero, franco e con le bollicine eleganti di una grafica impeccabile e le fotografie d’epoca in un bel bianco e nero poco contrastato: pare di bere proprio un Bandarossa Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG Extra Dry, millesimo 2010, come quello che ho da poco finito di gustare. E la “bandarossa” designava i Prosecco che Giuliano Bortolomiol segnava come vini da bere in compagnia degli amici.

Il libro (120 pp. per 17 €) è stato pubblicato nel 2008 da Veronelli Editore, nella collana “I Semi” (sono le biografie di gente per cui il vino è stato importante e essi stessi sono stati importanti per il vino: Giacomo Bologna, Franco Biondi Santi, Cosimo Taurino..), scritto dal giornalista Ettore Gobbato con stile pulito e assai chiaro.

Si ripercorre la vita di quest’uomo cui il Prosecco deve la fama internazionale di vino italiano con le bollicine. Dal 27 febbraio 1922, quando nacque – avendo un padre, Gugliemo, di quelli importanti e rispettati nelle povere campagne venete devastate dalla Grande Guerra – al 1946, quando terminò gli studi alla Scuola Enologica di Conegliano e fondò la “Confraternita del Prosecco” con i suoi tre inseparabili compagni: Mario Geronazzo, Isidoro Brunoro e Umberto Bortolotti. Nel 1949 fonda con i due fratelli minori l’Azienda vinicola e insegue il sogno di trasformare un vinello abboccante, a volte dolce che è la base delle “ombre” che allietano le gole riarse dei contadini veneti, in un vino elegante e semplice che possa incontrare i gusti di genti anche molto lontane dalle rive del Piave. Nel 1967 i francesi, gli spocchiosi francesi, gli conferiscono a Montpellier la Medaglia d’oro in un concorso internazionale: è il primo riconoscimento prestigioso del Prosecco. Nel frattempo aveva sposato la signorina Ottavia Scagliotti che sarà la madre delle quattro figlie che oggi guidano, al femminile, l’Azienda: Maria Elena, Elvira Maria, Luisa e Giuliana.

Nel 1969 il Prosecco ottiene la Doc. Nel 1972 scompare il papà Gugliemo e poco dopo Giuliano rileva, in pieno accordo, le quote dei fratelli Labano e Gugliemo (detto “Gemin”, per distinguerlo dal padre). Il 1983 vede lo scandalo del Prosecco (sono gli stessi anni in cui in Piemonte si assiste alla tragedia dell’alcol metilico): da quegli anni il vino italiano, tutto, cambia marcia. Nel 1984 Giuliano diventa Gran Maestro della Confraternita del Prosecco.

Nel 1999 viene festeggiato il 50° anniversario dell’Azienda e, purtroppo, l’anno successivo Giuliano Bortolomiol parte alla volta delle Vigne Divine: è il 28 ottobre del 2000.

Libro da consigliare, anche a chi frequenta poco e male il vino: è la storia di un uomo schietto, semplice che non fa altro che sognare un Sogno Grande, dedicare la vita a inseguire quel Sogno e avere la soddisfazione di vederlo realizzato. Non per fortuna: per tigna, per impegno, per caparbietà, per capacità di coinvolgimento e tutto in maniera etica, pulita. Mica poco.

XXIV Salone del libro di Torino, la cultura non è acqua
Simboli alchemici e massonici

Sono due libri di eccezionale valore se si è interessati alla simbologia e a come certi concetti sintetici possano essere adoperati, in maniera intellettualmente speculativa, a secondo delle argomentazioni che necessitano di volta in volta. Senza entrare in faccende per le quali occorre avere un approccio non superficiale e una visione di prospettive diversificate – sto parlando della massoneria -, è affascinante tutta la simbologia che i massoni hanno fatto propria, spesse volte stravolgendo i significati iniziali, altre volte arricchendoli, altre ancora inventando di sana pianta interpretazioni suggestive.

Il libro di Jules Boucher, pubblicato in Francia nel 1948, è il meglio che si possa trovare e racchiude una serie di analisi sui simboli – moltissimi dei quali a carattere universale – che è per davvero unica. In Italia è stato pubblicato da Atanòr, un editore specializzato in pubblicazioni legate a faccende iniziatiche. E’ un libro importante, di 380 pp. corredato da un’ottimo apparato iconografico e supportato da un cospicuo corpo di notazioni. La mia copia è la 3° ristampa della 1° edizione, del 1988, allora costava 30.000 lire.

Di assoluto valore il libro della Sansoni dello storico inglese E. John Holmyard (1891-1958), pubblicato nel 1957 e tradotto in Italia due anni dopo. La storia dell’alchimia, parola araba, è affascinante perché consente di pervenire agli albori della scienza, che sarà la chimica, attraverso un percorso che si snoda dall’antico Egitto alla Grecia, ma che arriva al nostro medioevo attraverso la straordinaria cultura araba. Si passa da personaggi come Khalid ibn Yazìd e Giabir ibn Hayyàn (Geber) a Alberto Magno, Ruggero Bacone, Raimondo Lullo e Paracelso. Anche in questa materia, pure di prospettiva più epistemologica, la simbologia gioca un ruolo fondamentale. Il libro, che comprai negli anni settanta (costava 2.300 lire), costituisce una lettura non complicata di poco più di 300 pp. Si vede come la cultura anglosassone abbia saputo sviluppare una grande tradizione nella divulgazione storica e scientifica. Che a noi ancora manca.

Jerry Rubin, Siamo Tanti

Jerry nacque a Cincinnati nel 1938 e morì, causa un incidente stradale, a Los Angeles il 28 novembre 1994. Fu un attivista contro la guerra in Vietnam e fu profeta della controcultura alternativa, insieme a  Abbie Hoffman (1936-1989) e Timothy Leary (1920-1996). Questi tre personaggi hanno avuto per qualche anno, tra la metà degli anni Sessanta e i primissimi Settanta, comunione di idee e di fatti. Politico Jerry Rubin, che finirà per diventare un business man (uno dei “porci” che odiava) e sarà tra i finanziatori della Apple neonata. Vero eversivo, fino alla morte per droga, Abbie. Intellettuale raffinato Timothy, famoso per aver sostenuto l’utilità dell’LSD, per aver influenzato Moody Blues e John Lennon. Dopo gli anni della controcultura, si diede all’informatica e alla cibercultura. Morì per un cancro alla prostata.

Nei primi anni Settanta io mi nutrivo di queste idee legate alla cultura beatnik e hippie (yippie) e una delle bibbie era proprio questo libro di Rubin. La mia è la prima edizione italiana (non so se ce ne sono state altre), del 1973: Arcana Editrice, 2.500 lire. L’introduzione è di Franco Quadri. Il titolo originale è: We are everywhere, pubblicato nel 1791, dopo il successo di Do it! Scenarios of the revolution, pubblicato un anno prima.

«…Dobbiamo anche sopprimere la Coca dal nostro sistema. La Coca è l’essenza dell’imperialismo, è una bevanda velenosa. Il Coca-colonialismo. Noi yippie dovremmo organizzare una campagna, all’interno della cultura giovanile, contro le sigarette e la coca e incoraggiare la gente, invece, a condurre una vita veramente edonistica. Poiché dobbiamo costituire un esercito di partigiani dobbiamo tutti  essere forti. La chiave alla vera comprensione della vita è la salute del corpo. Perché suicidarsi quando la vita è così divertente? Gli yippie strappano le vitamine e i cibi organici dai negozi profittatori. Spero che abbiate rubato questo libro. Un libro rubato è meglio.Ti senti così su, dopo!

NON VOLTARTI INDIETRO!

[…] Amiamo troppo la vita per lasciarci spaventare dalla morte, nostra o altrui. Solo se non hai più paura della morte puoi amare appieno la vita.

VIVREMO OGNI ISTANTE COME SE FOSSE L’ULTIMO»

 

 

Salone del Libro di Torino, Umberto Eco

Lectio magistralis di Umberto Eco al XXIV salone del libro di Torino. Ma, Umberto Eco o…Emberto Uco? Che ridere.

Adrian G. Gilbert, come far soldi con i Maya

Tra tutti i furbacchioni che lucrano su Maya e 2012, il più bravo e assai documentato è l’inglese Adrian G. Gilbert. Nel 1995 ha pubblicato Le profezie dei Maya, con Maurice M. Cotterell come coautore. Costui, ingegnere e scienziato, avendo tempo da perdere si mise a ricavare dei profili, su fogli lucidi, dei complessi bassorilievi scolpiti sulla pietra tombale di Palenque. Non contento, cominciò a sovrapporli: è chiaro che venne fuori di tutto! Peccato che nessuno gli abbia fatto rilevare che i Maya non conoscevano la carta da lucidi e nemmeno il computer. Oltretutto, avevano anche poco tempo da perdere. Cotterel è anche il bellimbusto che s’è inventato la trovata delle macchie solari: tutto nel 2012, accidenti!

L’ultimo successo di Gilbert è La fine del tempo, pubblicato nel 2006 e tradotto in Italia nel 2009. In questo lavoro, piacevole e assai documentato (se non fosse per le conclusioni che, vien fatto di pensare, c’entrano qualcosa con l’LSD), l’Autore, questa volta senza la complicità di Cotterel, dà il meglio di sé.

Qui si trova di tutto, Edgar Cayce compreso. Peccato che metta in bocca a Linda Schele, grande epigrafista maya scomparsa prematuramente nel 1998, delle frasi che non hanno alcun senso e che la studiosa americana ormai non è più in grado di smentire.

 

 

 

 

 

 

 

I giorni di Fred, Leo Chiosso

ChiossoneLeggevo Mickey Spillane e nasceva per esempio Billy Car. Pavese, Vittorini mi piacevano, ma erano troppo vicini a me, io ero più attratto da ciò che era lontano, diverso. Volevo l’America. Amavo i suoi film. Appena finita la guerra, ne guardavo anche due al giorno. uscivo da un cinema e correvo in un altro. Dalla voglia di fare l’America in Italia nacque una Torino che puzzava di Chicago anni venti e un gangster piemontese con la voce arrochita dal fumo e dal whisky: Fred Buscaglione. Lo swing ci venne facile. Fred, durante la guerra, aveva suonato molto per gli americani e questo lo aveva orientato verso il jazz, da Glen Miller in su. Ma Torino, allora viveva sottoterra, pullulava di ritrovi notturni di musicisti, cantanti, artisti che si esibivano facendo la musica che piaceva a loro, non quella richiesta dalle sale. Chiunque avesse voluto cantare in quei locali era ben accetto. Erano semplici scantinati, non disturbavano nessuno, divertivano tutti. Quella sì che era musica. Che notti, quelle notti! Musicisti del calibro di Louis Armstrong o Lionel Hampton passavano per Torino e davano vita a fantastici dopo concerto. Pensate che una sera, dopo che si era esibito al teatro Reposi, Armstrong si ritrovò a fare una jam session con Fred e Liza Minnelli in una cantina sotterranea.”

Ho letto questo librino in una notte insonne di giugno. Me lo ha donato Giorgio Chiosso, secondogenito di Leo che concluse di scriverlo poco tempo prima di riunirsi al suo caro, vecchio amico Ferdinando, il 25 novembre 2006. Il libro, con annesso DVD è stato pubblicato dalla Modadori nel febbraio del 2007. Fornisco queste precisazioni perché circa 15 anni prima, nel mio ufficio di via Cernaia, Leo Chiosso era venuto a trovarmi diverse volte per esaminare la possibilità di pubblicare un libro che stava scrivendo su Fred  Buscaglione: io ero allora vicepresidente dell’Aipe, l’associazione nazionale dei piccoli editori. Non mi ricordo per quale motivo non se ne fece nulla, ma probabilmente il libro in questione è proprio questo che mi sono divorato in una delle mie tante notti insonni, zeppe di libri.

Leo Chiosso in circa 130 pagine scritte con uno stile tutto particolare, che molto riporta ai testi delle sue canzoni (c’è molto swing e molta ironia in questo scrivere sincopato e angoloso), documenta un’amicizia di quelle epocali, per la vita: una simbiosi di rado a verificarsi tra due persone e, di più, tra due artisti.

Ma, a prescindere dalla storia legata al fenomeno irripetibile di Fred Buscaglione, esala dal testo di Leo una Torino di bellezza e fascino come la conosco io, come l’ho sentita soltanto in Giovanni Arpino e (un po’ meno…) Mario Soldati; come solamente poche sensibilità hanno saputo, e ancor meno, sanno cogliere. Una Città di grande effervescenza, tesa sempre al nuovo, sempre avanti nel tempo ma perennemente sotterranea, nascosta, riservata: non timida, proprio riservata, perché le faccende importanti non possono e non debbono essere date in pasto con faciloneria e superficialità a cani e porci. Bisogna meritarsele, andare a cercarle con tigna. E una volta trovate, difenderle con i denti dagli imbecilli.

Leo Chiosso è stato un grande personaggio, un grande artista che ha saputo sopravvivere alla terribile perdita di quello che, assai probabilmente, era il suo gemello: lo attestano canzoni come Parole, parole, parole, come Torpedo blu e Stringimi forte i polsi, Una ragazza in due, Montecarlo….continuando a lavorare a gran livello con artisti come Lelio Luttazzi, Giorgio Gaber, Pino Calvi, Mina, Jonny Dorelli…

Tra i Tanti che la buone sorte mi ha concesso di incontrare e conoscere, per certo Leo Chiosso – torinese, alpino, juventino, ironico, disincantato – è una delle persone di cui ho più stima e con cui c’è maggior condivisione e vicinanza.

In conclusione, per chi ama Fred Buscaglione, ma ancor di più Torino (quella autentica), il jazz, l’amicizia: cercate e leggetevi questo librino delizioso. Sono certo che avrò la riconoscenza di qualcuno, come ogni tanto, non spesso, succede.

John Fante

Di John Fante ho parlato sul mio sito a proposito dei due romanzi che più mi sono piaciuti e qui sotto metto i link. Però voglio segnalare tutto il resto della sua produzione, che ho letto e che è ben riposta nella mia Biblioteca: sono tutti libri da leggere, alcuni meglio riusciti, altri meno. Ma John Fante è un autore per davvero fuori del coro e a me  tanto vicino, anche perché qualcosa di suo padre mi ricorda il mio. E, in fondo, ci accomuna il destino di emigranti.

http://www.vincenzoreda.it/la-confraternita-dell’uva-the-brotherhood-of-the-grape-by-john-fante/

http://www.vincenzoreda.it/aspetta-primavera-bandini-wait-until-spring-bandini-di-john-fante/

Piemonte – La storia a tavola, Michele Ruggiero

Non sono frequenti, nel panorama editoriale italiano che riferisce all’enogastronomia, i libri che di queste faccende trattano con ottica antropologica o storica; purtroppo, una percentuale altissima di pubblicazioni sono da ascrivere a meri ricettari privi di alcun valore.

Questo librino, al contrario, è uno dei pochi lavori che guarda alla cucina, a tutto tondo, come a una storia di uomini, di terre, di movimenti di popoli, di incontri di culture diverse, di guerre, di carestie, di innovazioni tecnologiche e colturali.

Michele Ruggiero, eporiedese, è un docente di Storia risorgimentale con oltre 40 anni di pubblicazioni di alto profilo alle spalle.

Questo lavoro è accurato, documentato (con una bibliografia vasta e di notevole interesse che arricchisce il volume, come sempre dovrebbe succedere), di facile e scorrevole lettura. Alcuni personaggi noti e altri misconosciuti (Giovanni Vialardi, Francesco Cirio, Antonio Benedetto Carpano sono conosciuti da tutti, ma Giovanni Vincenzo Virginio chi lo ha mai sentito nominare?) sono citati e descritti con dovizia di riferimenti storici, così come la genesi e l’evoluzione di molti piatti che oggi caratterizzano la tipicità della cucina piemontese è trattata al meglio, sempre partendo da un’ottica che è storica e antropologica.

Un librino da consigliare, utile assai e da tenere in biblioteca per essere consultato e citato alla bisogna. In ogni caso, una bella lettura anche per chi di cucina poco o punto intende.

Piemonte – La storia in tavola.

Michele Ruggiero,  Collana La Bela Gigogin, Edizioni Gioventura Piemontèisa 2007

Pp. 175, 19,00 €

Elogio della sbronza consapevole, Enrico Remmert, Luca Ragagnin

Abbiamo visto Peppo mentre, il decimo Jack Daniel’s tra le mani, spiegava che in galera i nomi non li ha fatti. Non è che non voleva: non se li ricordava.”.

Per questa sola citazione di una delle immense nottate ben trascorse sotto qualche arcata o portico, nel centro di Torino, in compagnia delle straparole sguince di Peppo Parolini questa antologia, curata da Enrico Remmert e Luca Ragagnin, merita di essere memorata. E’ un librino curato – qualche pecca, come la mancanza di una completa bibliografia – ma soprattutto appassionato e divertente. Con alcune citazioni per davvero notevoli.

Eduardo De Filippo

Dint’a butteglia

n’atu rito ‘e vino

è rimasto…

Embè

Che fa m’ ‘o guardo?

M’ ‘o tengo a mente

e dico:

«Me l’astipo

e dimane m’ ‘o bevo?»

Dimane nun esiste.

E ‘o juorno prima

Siccome se n’è gghiuto,

manco esiste.

Esiste solamente

‘stu momento

‘e chistu rito ‘e vino int’ ‘a butteglia.

E che faccio,

m’ ‘o pperdo?

Che ne parlammo a ffà?

Si m’ ‘o perdesse

Manc’ ‘a butteglia me perdunarrìa.

E allora bevo…

E chistu surz’ ‘e vino

Vence ‘a partita cu l’eternità!

Alda Merini

A me piacciono gli anfratti bui

Delle osterie dormienti,

dove la gente culmina nell’eccesso del canto,

a me piacciono le cose bestemmiate e leggere,

e i calici di vino profondi,

dove la mente esulta,

livello di magico pensiero.

Troppo sciocco è piangere sopra un amore perduto

Malvissuto e scostante,

meglio l’acre vapore del vino

indenne,

meglio l’ubriacatura del genio,

meglio sì meglio

l’indagine sorda delle scorrevolezze di vite;

io amo le osterie

che parlano il linguaggio sottile

della lingua di Bacco,

e poi nelle osterie

ci sta il nome di Charles

scritto a caratteri d’oro.

Gorge Burns

Mi basta un solo bicchierino per ubriacarmi.

Il problema è che non mi ricordo se è il trentesimo o il quarantesimo.

Groucho Marx

Mandatemi subito due mezzi whisky doppi.

Anonimo Veneto

Bevo soltanto due volte al giorno: a pasto e fuori pasto

False citazioni:

Cogito, ergo rum (Cartesio, forse)

Liberté, egalité, Beaujolais (Robespierre, forse)

Elogio della sbronza consapevole

Enrico Remmert, Luca Ragagnin

Marsilio Editore 2004, 235 pp, 14 €

Umberto Eco, Il Cimitero di Praga

La tesi – ma più che una tesi è una larga metafora – è la seguente: il falso verosimile è meno falso del vero inverosimile, a volte anche del vero verosimile. Inoltre, i segreti e le indiscrezioni sono tanto più interessanti quanto più vicine a ciò che si vuol sentire.

Umberto Eco è uno dei miei riferimenti: ne ho letti tutti i romanzi e larga parte della saggistica, a cominciare da Apocalittici e integrati. Questo suo ultimo lavoro, però, non mi è piaciuto.

Non è un romanzo e come feuilleton è poco credibile; non è un saggio storico: è un gioco raffinatissimo e coltissimo spinto oltre limiti accettabili.

Spesso noioso, spesso con riferimenti per i quali l’ironia – che a me tanto piace – di Eco pare fuori luogo; denso di troppi fatti, di troppi personaggi storici che sono nomi e cognomi ma non riescono a diventare personaggi letterari.

Lo stesso Simone (Simonino) Simonini – non può non essere colta l’assonanza con la simonia…- è un simbolo, non mai un personaggio letterario, come tutti gli altri del resto.

Eco è un saggista inarrivabile che ha saputo confezionare un capolavoro come Il nome della rosa che, in fondo, è una meravigliosa contaminazione – a diversi livelli di lettura – tra saggio e romanzo: ma in quel libro irripetibile ci sono personaggi, atmosfere, odori, colori, addirittura poesia – Eco tutto può essere, meno che poeta -, caratteristiche tutte che Il cimitero di Praga non possiede.

Ricorrendo all’ottica della geometria frattale, tutto il lavoro ha le medesime caratteristiche delle numerose ricette gastronomiche citate: precisissime, chirurgiche, con lingua e filologia curatissime, ma ricette che sono mere elencazioni, che non odorano, che non hanno colore, che non fanno venire l’acquolina.

Ho pensato spesso, leggendo, a Il pendolo di Focault – assai meglio riuscito -, ho pensato a Baudolino – uno dei libri più divertenti che abbia mai letto. Sono andato con la memoria a un piccolo gioiello che pochi o punti ricordano e che a me piacque assai: L’isola del giorno prima.

Stimando Umberto Eco, posso dire che qui ha spinto il gioco, mi ripeto, troppo in là e non so quanti di quelli che questo libro hanno comprato lo leggeranno tutto e ne capiranno appieno la metafora di fondo o potranno apprezzarne appieno la coltissima – e pur stucchevole – struttura.

Umberto Eco

Il Cimitero di Praga

Bompiani, 523 pp, € 19,50

La Canzone del Guarracino, un gioiello del XVIII secolo

 

La Canzone del Guarracino, Edizioni De Luca, Salerno

La Canzone del Guarracino, Edizioni De Luca, Salerno

 

 

 

 LO GUARRACINO

 Lo Guarracino che jéva pe mare

 le venne voglia de se ‘nzorare,

 se facette no bello vestito

 de scarde de spine pulito pulito

 cu na perucca tutta ‘ngrifata

 de ziarèlle ‘mbrasciolata,

 co lo sciabò, scolla e puzine

 de ponte angrese fine fine.

 

 Cu li cazune de rezze de funno,

 scarpe e cazette de pelle de tunno,

 e sciammeria e sciammereino

 d’àleche e pile de voje marino,

 co buttune e bottunera

 d’uocchie de purpe, sécce e fèra,

 fibbia, spata e schiocche ‘ndorate

 de niro de secce e fele d’achiate.

 

 Doje belle cateniglie

 de premmone de conchiglie,

 no cappiello aggallonato

 de codarino d’aluzzo salato,

 tutto pòsema e steratiello

 jeva facenno lo sbafantiello,

 e gerava da ccà e da llà;

 la ‘nnammorata pe se trovà!

 

 La Sardella a lo barcone

 steva sonanno lo calascione;

 e a suono de trommetta

 ieva cantanno st’arietta:

 “E llaré lo mare e lena

 e la figlia da siè Lena

 ha lasciato lo  nnamorato

 pecché niente l’ha rialato”.

 

 Lo Guarracino ‘nche la guardaje

 de la Sardella se ‘nnamoraje;

 se ne jette da na Vavosa

 la cchiù vecchia maleziosa;

 l’ebbe bona rialata

 pe mannarle la mmasciata:

 la Vavosa pisse pisse

 chiatto e tunno nce lo disse.

 

 La Sardella ‘nch’a sentette

 rossa rossa se facette,

 pe lo scuorno che se pigliaje

 sotto a no scuoglio se ‘mpizzaje;

 ma la vecchia de vava Alosa

 sùbeto disse: “Ah schefenzosa!

 De sta manera non truove partito

 ‘ncanna te resta lo marito.

 

 Se aje voglia de t’allocà

 tanta smorfie nonaje da fa;

 fora le zeze e fora lo scuorno,

 anema e core e faccia de cuorno”.

 Ciò sentenno la sié Sardella

 s’affacciaje a la fenestrella,

 fece n’uocchio a zennariello

 a lo speruto ‘nnammoratiello.

 

 Ma la Patella che steva de posta

 la chiammaje faccia tosta,

 tradetora, sbrevognata,

 senza parola, male nata,

 ch’avea ‘nchiantato l’Alletterato

 primmo e antico ‘nnamorato;

 de carrera da chisto jette

 e ogne cosa ‘lle dicette.

 

 Quanno lo ‘ntise lo poveriello

 se lo pigliaje Farfariello;

 jette a la casa e s’armaje a rasulo,

 se carrecaje comm’a no mulo

 de scopette e de spingarde,

 póvere, palle, stoppa e scarde;

 quattro pistole e tre bajonette

 dint’a la sacca se mettette.

 

 ‘Ncopp’a li spalle sittanta pistune,

 ottanta mbomme e novanta cannune;

 e comm’a guappo Pallarino

 jeva trovanno lo Guarracino;

 la disgrazia a chisto portaje

 che mmiezo a la chiazza te lo ‘ncontraje:

 se l’afferra po crovattino

 e po lle dice: “Ah malandrino!

 Tu me lieve la ‘nnammorata

 e pigliatella sta mazziata”.

 Tuffete e taffete a meliune

 le deva pàccare e secuzzune,

 schiaffe, ponie e perepesse,

 scoppolune, fecozze e conesse,

 scerevecchiune e sicutennosse

 e ll’ammacca osse e pilosse.

 

 Venimmoncenne ch’a lo rommore

 pariente e amice ascettero fore,

 chi co mazze, cortielle e cortelle,

 chi co spate, spatune e spatelle,

 chiste co barre e chille co spite,

 chi co ammènnole e chi co antrite,

 chi co tenaglie e chi co martielle,

 chi co torrone e sosamielle.

 

 Patre, figlie, marite e mogliere

 s’azzuffajeno comm’a fere.

 A meliune correvano a strisce

 de sto partito e de chillo li pisce

 Che bediste de sarde e d’alose!

 De palaje e raje petrose!

 Sàrache, diéntece ed achiate,

 scurme, tunne e alletterate!

 

 Pisce palumme e pescatrice,

 scuórfene, cernie e alice,

 mucchie, ricciòle, musdee e mazzune,

 stelle, aluzze e storiune,

 merluzze, ruóngole e murene,

 capodoglie, orche e vallene,

 capitune, aùglie e arenghe,

 ciéfere, cuocce, tràccene e tenghe.

 

 Treglie, trèmmole, trotte e tunne,

 fiche, cepolle, laúne e retunne,

 purpe, secce e calamare,

 pisce spate e stelle de mare,

 pisce palumme e pisce prattielle,

 voccadoro e cecenielle,

 capochiuove e guarracine,

 cannolicchie, òstreche e ancine,

 

 vòngole, còcciole e patelle,

 pisce cane e grancetielle,

 marvizze, màrmure e vavose,

 vope prene, vedove e spose,

 spìnole, spuónole, sierpe e sarpe,

 scàuze, nzuóccole e co le scarpe,

 sconciglie, gàmmere e ragoste,

 vennero nfino co le poste,

 

 capitune, sàure e anguille,

 pisce gruosse e piccerille,

 d’ogni ceto e nazione,

 tantille, tante, cchiù tante e tantone!

 Quanta botte, mamma mia!

 Che se dévano, arrassosia!

 A centenare le barrate!

 A meliune le petrate!

 

 Muorze e pìzzeche a beliune!

 A delluvio li secozzune!

 Non ve dico che bivo fuoco

 se faceva per ogne luoco!

 Ttè, ttè, ttè, ccà pistulate!

 Ttà, ttà, ttà, llà scoppettate!

 Ttù, ttù, ttù, ccà li pistune!

 Bu, bu, bu, llà li cannune!

 

 Ma de cantà so già stracquato

 e me manca mo lo sciato;

 sicché dateme licienzia,

 graziosa e bella audenzia,

 nfì che sorchio na meza de seje,

 co salute de luje e de leje,

 ca se secca lo cannarone

 sbacantànnose lo premmone.

“… A mio avviso, siffatto pesce corrisponde all’Anthias anthias. Neppure è da prendere in considerazione il riferimento a un terzo Guarracino detto «di scoglio», corrispondente all’Apogon rex mullorum, il re di triglie, che è bensì di colore rosso, ma non possiede alcun prolungamento delle pinne. Stabilita dunque l’identità del Guarracino della canzone con l’Anthias anthias, vediamo le gesta che il finissimo artista fa compiere al suo protagonista.

[...]Degli ottantadue animali menzionati dall’autore nella canzone, ben sessanta si riferiscono a pesci marini, mentre soltanto due sono pesci di acqua dolce (Tinca e Trota). Tre sono i mammiferi, tutti riuniti nello stesso verso, ed è strano che siano ricordati animali non del mediterraneo, nel quale mare solo occasionalmente sono presenti, mentre mancano i Delfini (a Napoli detti Feroni) che invece vi si incontrano. Undici sono i Molluschi citati, distinti in Gasteropodi (quattro), Lamellibranchi (tre) e Cefalopodi (quattro). Tre sono i Crostacei, due gli Echinodermi ed uno il Tunicato ricordato, cogli altri Invertebrati, alla fine del poemetto.

Indubbiamente, l’ignoto artista conosceva egregiamente la fauna marina tanto da trarne il gustoso poemetto, delizia di molte generazioni, e non esiterei a ritenerlo uno dei pochi ma valorosi naturalisti napoletani del ’700.”

Il saggio, bellissimo, del Prof. Arturo Palombi, docente di Zoologia alla Facoltà di Agraria dell’Università di Napoli, conclude questo delizioso libro in 4°, stampato su carta al tino della Cartiera di Ferdinando Amatruda dai Fratelli De Luca in Salerno nel dicembre del 1985. Il libro è legato con spago di canapa annodato. Tra l’altro, il Prof. Palombi non ci dice che il Guarracino, la comunissima Castagnola rossa, è un ermafrodita proterogino: un pesce che nasce femmina e diventa maschio crescendo (come la Cernia, per internderci).

Il libro è un gioiello che racchiude un altro gioiello: forse la più bella canzone di tutti i tempi, scritta a Napoli da un anonimo genio nella seconda metà del XVIII secolo.

Dicembre 2008

Aggiungo oggi (29 dicembre 2011) questo link che permette di vedere un corto stupendo realizzato da un allievo di Vincenzo Gioanola:

www.youtube.com

 

 

 

L’altro tartufo del Piemonte

Questa ultima pubblicazione di Sagittario Editore (Barolo & Co) è un lavoro di grande interesse che forse mancava nel variegato panorama di editoria cucinaria italiana.

Un libro di 317 pagine per 29 € di prezzo: soldi ben spesi da parte di chi, per passione o per professione, si occupa di civiltà, storia, caratteristiche e preparazioni della cucina italiana.

Coordinato da Elio Archimede, in collaborazione con il Centro Nazionale Studi sul tartufo e l’IPLA Spa (Istituto per le Piante da legno e l’Ambiente della Regione Piemonte) si avvale dei contributi di Cetta Berardo, Mauro Carbone, Mario Palenzona e Sergio Maria Teutonico: figure di professionisti che a vario titolo si occupano di cibo, agraria, comunicazione e marketing del territorio.

I sette capitoli di cui si compone il corpo editoriale esaminano in maniera sempre esaustiva la storia, le caratteristiche tecniche del tubero – ma anche dei suoli, del clima, delle piante, ecc… -, la letteratura, le possibilità di allevamento – con notevoli argomentazioni di tipo economico – il progetto messo in essere per lo sviluppo del “Nero Piemonte”, le potenzialità in cucina e, infine, un intero capitolo dedicato alle ricette per scoprire suggestioni cucinarie impensabili.

L’apparato iconografico è vasto e di grande interesse, con unico appunto: la bella carta avoriata uso mano, ottima per  la lettura dei testi, penalizza non poco la qualità delle riproduzioni delle pur belle immagini. E’ l’unico, piccolo e poco importante appunto che si può muovere a questo lavoro, ripeto, notevole.

Herman Melville a Torino

Alle cinque e mezzo preso il treno per Torino. Son capitato con un greco di Cefalonia (suddito iglese). Arrivato a Torino alle nove di sera. Avventura con l’omnibus, facchini e Hotel de l’Europe. [...] 10 aprile, venerdì – Pioggia a dirotto. Prima colazione al caffè (un salone ottagonale dorato) in via Po. Passeggiata sotto le grandi arcate. Veduto il paesaggio fino alla collina. Visitata la galleria [...] Piazza Castello, dov’è l’albergo, è nel centro di Torino. Un complesso antico e interessante con vari fronti fronti e una grottesca mescolanza di varie architetture. Torino è più regolare di Filadelfia. Le case son tutte d’un taglio, d’un colore, della stessa altezza. La città sembra tutta costruita da un solo imprenditore e pagata da un solo capitalista. Singolare l’effetto di starsene sotto gli archi del Castello osservando all’ingiù la vista di Via di Grossa fino al Monte Rosa e alle sue nevi. – Son riuscito a coglierlo non oscurato dalle nubi la mattina presto quando lascia Torino. I viali che girano attorno alla città. Molti caffè, alcuni belli. Lavoratori e donne di modesta condizione che prendono la loro frugale colazione nei bei caffè. Loro decoro, così differente dalla classe corrispondente di casa nostra. A sera è venuto sereno. Sono andato di nuovo giù al Po. Me ne sono stato sui gradini della chiesa. A letto presto. 11 aprile, sabato. – Tempo sereno. In piedi presto per vedere il Monte Rosa dalla strada. L’ho visto. Fatta colazione a base di cioccolata (Torino è famosa per la cioccolata) sulla banchina del Po. Alle dieci preso il treno per Genova, più di cento miglia.

Herman Melville nacque e morì a New York (1 agosto 1819 – 28 settembre 18919. Pochi sanno che il suo capolavoro, Moby Dick fu pubblicato a Londra per i tipi di Bentley – con il titolo The Whale – nel 1851 e soltanto verso la fine dello stesso anno uscirà a New York con il titolo oggi famoso.

Melville è uno dei miei autori preferiti e di cui ho letto quasi tutto. I brani qui sopra riprodotti sono tratti da un librino pubblicato nel 1991  dalla Biblioteca del Vascello di Roma – l’originale, a cura di Guido Botta, fu publicato dalla Princeton University Press nel 1955. Il viaggio in Europa, suo secondo, comincia l’11 ottobre del 1856 quando salpa da New York diretto a Glasgow. Incontra a Liverpool Hawthorne, allora console americano. Dopo essere andato in Palestina, effettua il suo personale Grand Tour in Italia, arrivando a Messina il venerdì 13 febbraio 1857. rimarrà in Italia fino al 15 aprile dello stesso anno, quando, partendo da Arona, si recherà in Svizzera. In quei due mesi visita Sicilia, Calabria, Napoli, Roma, Pisa e Firenze, Bologna, Ferrara, Padova, Venezia, Milano, Novara, Torino e Genova.