Archive for the ‘LIBRI E DINTORNI’ Category
Michael Douglas Coe, La Soluzione del Codice Maya (Breaking the Maya Code)

Ben curioso destino per uno dei più grandi epigrafisti della storia è la faccenda che il suo nome non sia mai trascritto in maniera uniforme. Michael Coe, suo grande estimatore, in questo libro fondamentale che scrisse nel 1992 e a lui espressamente dedicato, riporta: «Yuri Valentinovich Knorosov» nella dedica; invece, da pagina 188 e successive si legge: «Jurij Valentinovich Knorosov». L’enciclopedia Britannica trascrive: «Yury Valentinovich Knorozov», altre fonti riportano: «Yuriy Valentinovich Knorozov» ma precisano che il cognome può anche trascriversi: «Knorosov»….Mah! E questo straordinario personaggio era un epigrafista che per primo indicò – contro quasi tutti gli autorevoli esperti maya, archeologi in prima fila – la strada corretta per arrivare alla decifrazione della complessa scrittura maya.

Sebbene con i lavori degli ultimi anni questo volume di Coe è diventato ormai quasi obsoleto, resta un libro insostituibile per tutti coloro i quali sono appassionati alle faccende maya o anche mesoamericane in genere. Ricordo che oggi Michael Douglas Coe, nato a New York il 14 aprile del 1929, professore emerito all’Università di Yale, è uno degli esponenti con più esperienza nel campo delle ricerche di archeologia e storia precolombiana del Centroamerica: egli, oltretutto, può vantare di aver conosciuto personalmente i più grandi archeologi e studiosi, oggi scomparsi, in questo campo. Il volume fu aggiornato nel 1999, anno della scomparsa di Korozov: l’anno prima erano deceduti Linda Schele e Floyd Lounsbury. Con una prefazione di elevato profilo redatta da Davide Domenici – archeologo dell’Università di Bologna e oggi forse il nostro più autorevole esponente nel campo (con scavi in Messico, Guatemala e Usa) – il libro, realizzato quest’anno, è ben tradotto e assai curato anche nella redazione.

L’editore bolognese ha storia recente, ma una formazione a carattere antropologico dello staff dirigente lascia supporre interessanti iniziative future. Intanto, aver finalmente tradotto questa pietra miliare nel campo degli studi maya rappresenta un merito non di poco conto.

La Soluzione del Codice Maya, Michael D. Coe, Edizioni La Linea – Bologna – pp. 367, 19,00 €

www.edizionilalinea.it

 

XXV Salone del libro, i piccoli editori

Dentro un vorticare di libri, voci, squilli, colori, bambini, adolescenti, attempati signori, strani figuri ci aggiriamo a nostro agio cercando libri piccoli che non si trovano negli standoni affollatissimi dei grandi editori. Noi frequentiamo stand piccoli di piccoli editori dove troviamo i libri che non trovano posto nelle librerie, nelle loro vetrine che di solito mostrano ciò che tutti i media sono soliti mostrare e urlare e marchettare in ogni possibile maniera: e tutti a correre a comprare libri inutili che servono a nessuno, se non ai portafogli di chi li scrive e di chi li pubblica. Mah!

In queste fotografie alcuni piccoli editori con cataloghi interessanti e gli editori dei libri miei (Graphot) e del mio amico Nico Ivaldi (Giraldi). E altri ancora. Certo, se al pubblico si spiegasse che certi libri si trovano sempre e altri, magari più interessanti, soltanto in Salone, sarebbe una gran bella faccenda. Ma così non va il mondo, e allora occorre adattarsi, pur senza rassegnarsi e continuare a combattere battaglie perse in partenza…Ma noi così siam fatti.

XXV Salone del Libro di Torino

Prime immagini riprese il giorno di inaugurazione del XXV Salone del Libro di Torino. Tanti giovani, tanti bambini, nuove tecnologie digitali. Soprattutto, molti piccoli editori presso cui acquistare libri che normalmente non trovano posto nella normale distribuzione delle librerie: al Salone comprate i libri che non trovate in libreria. I grandi editori si trovano dappertutto, anche negli ipermercati….

I Maya e il 2012: attenzione alle bufale

Mi vien fatto di scrivere questo articolo provando non poco imbarazzo. Per due motivi: primo, perché esprimo delle valutazioni intorno a un libro che tratta più o meno di argomenti sopra i quali io stesso ho da poco pubblicato un volume; secondo, perché le mie valutazioni non sono positive – malgrado mi aspettassi il contrario – e questo fatto non mi è consono: in genere, non tratto di cose che non mi piacciono. Ma stavolta, pur con le premesse di cui sopra, non posso proprio esimermi.

Ma vengo al dunque.

Lo stimato Pierluigi Baima Bollone – professore emerito di Medicina Legale dell’Università di Torino e assai noto per i suoi approfonditi studi sulla Sindone – ha da poco pubblicato per i tipi dell’Editore Priuli & Verlucca (Ivrea) il volume 21/12/2012 – Alle origini della profezia maya, distribuito in edicola con il quotidiano La Stampa di Torino.

Il volume appare assai ben confezionato: un cartonato con sopracopertina, grafica pulita ed elegante, carta interna usomano avoriata, carattere di facile lettura.

Il contenuto, al contrario, evidenzia un progetto editoriale raffazzonato (si veda il sommario), una scrittura frettolosa, una insufficiente revisione redazionale e numerose sviste che non sono accettabili da chi, pur svolgendo opera di divulgazione, dovrebbe avere con la materia un approccio storico e scientifico inappuntabile.

Il problemi cominciano dalla premessa. A pagina 9 si legge che il Computo Lungo comincia l’11 agosto 3114 a.C., mentre nelle successive pagine si parla, giustamente, sempre del 13 agosto, data accettata da quasi tutti gli studiosi che seguono il metodo GMT. A pagina 22 si legge che: «..per i Maya Aztl significa acqua». Il vocabolo corretto è Atl e appartiene alla lingua nahua, parlata dagli Aztechi. Nello stesso capitolo si tratta con dovizia di particolari di Rigoberta Menchù Tum, Nobel per la pace nel 1992: chi bene conosce il Guatemala sa che questo personaggio, assai stimato in Occidente, non gode in patria di grandi favori presso le stesse popolazioni indigene.

Il III capitolo che si intitola: «America, Mesoamerica ed Olmechi»(!) offre un panorama imbarazzante di affermazioni quantomeno superficiali e azzardate.

«L’antropizzazione [del Nuovo Mondo] inizia 14.000 anni fa quando gruppi di cacciatori-raccoglitori attraversano via terra l’attuale stretto di Bering tra la Siberia e l’Alaska»: sono decenni che gli studiosi si azzuffano circa il periodo in cui iniziò questa migrazione preistorica! E’ certo che comunque ci sono diversi siti, datati con precisione, assai anteriori a quanto afferma categoricamente il professore Baima Bollone. Poi, non avendo una specifica cultura paleontologica, dimentica di citare le estinzioni di massa dei grandi mammiferi avvenuta tra il X e il V millennio prima della nostra era: è un fatto importante perché si estinguono gli antenati dei cavalli e di molti altri erbivori che condizioneranno successivamente lo sviluppo delle culture amerinde. Evito di entrare nei meriti della descrizione della cultura Olmeca (i risultati delle ultime scoperte stanno rivoluzionando completamente tutto quanto sembrava assodato fino agli anni Ottanta dello scorso secolo); evito altresì di porre in evidenza le confusioni tra concetti di etnie e di civiltà (Nahua/Aztechi-Toltechi o Quechua/Inca…) Mi limito a citare alcune sviste per davvero inaccettabili da parte di un autore che vanta attività accademica, se pure in altro ambito.

A pagina 129 si legge:«..Chiapa de Carro, nello stato messicano del Chapas…», a parte il refuso che ci può stare (Chapas per Chiapas), il sito archeologico – importantissimo – si chiama Chiapa de Corzo, dove tra l’altro sta scavando il nostro Davide Domenici dell’Università di Bologna.

A pagina 194, nel capitolo in cui si tratta dei calendari maya – argomento per davvero ostico – regna una gran confusione, dovuta anche al cattivo lavoro di redazione. Il vocabolo uinal è scritto per due volte uninal; ki per kin; nessun studioso serio ha mai trascritto bantu per baktun (che a pagina 196 è oggetto dell’ennesimo refuso e scritto: baktum).

E’ meglio che qui finisca, pur se potrei andare avanti per molte pagine, soprattutto su affermazioni categoriche che sono gratuite o basate su documentazione non di carattere accademico.

Con franchezza: che delusione professore Baima Bollone!

Comunque, per chi volesse acquistarlo, il libro costa 9,90 € per circa 220 pp.

Lo si trova in tutte le edicole distribuito con il quotidiano La Stampa di Torino.

 

 

Orti, Carmi priapei e l’ùortu di Peppinu

«…Priapo, in area ellenistica e poi a Roma e in Italia, è un portafortuna universale. Le sue statue si ergono trai campi e i frutteti, all’aperto o in tempietti a lui dedicati, negli atri dei palazzi cittadini o delle ville di campagna e persino sulle tombe (per difendere la pace dei morti), mentre sue minuscole effigi sono appese al collo dei bambini. L’immagine classica del Priapo ormai romano è quella fornitaci da Orazio nell’ottava satira del libro I: rozzo idolo di legno dal membro enorme, una falce in mano e sul capo un manipolo ondeggiante di canne destinato a tener lontani gli uccelli, in volta protettore della generazione (dei campi e degli uomini), terrore dei ladri, esorcizzatore della jettatura e spaventapasseri.  Il Priapo romano, almeno agli inizi, è schiettamente contadino (anche “politicamente2 contadino, come si vedrà) e assai più ruvido di quello ellenistico, ma ben presto si ingentilirà e levigherà, sarà fatto non più di solo legno ma di terracotta, di marmo, di metallo. Il Priapo contadino, osceno ma non lubrico simbolo della forza procreatrice, confuso spesso con Pan e con il culto delle Ninfe, diventa rapidamente una caricatura lasciva. I Priapea ci danno entrambe le facce della medaglia.».

Questa raccolta anonima di 80 canti (Carmina priapea)  fu compilata in maniera probabilmente antologica in età augustea (seconda metà del primo secolo a.C.). Fu attribuita via via a Virgilio, Ovidio, Tibullo e ancora a Marziale e a Petronio. Per la verità, qualcuno di questi può aver scritto delle composizioni della raccolta, ma la sua scarsa caratura letteraria, per non dire rozzezza tecnica, impedisce ai filologi di accettare la tesi di unica creazione  di qualcuno di questi grandi. Priapo è una divinità originaria di Lampsaco, Ellesponto, in età ellenistica: entra a far parte del pantheon greco dopo il III secolo a.C. I romani lo sostituiscono più tardi al culto di Mutunus Tutunus, equivalente autoctono.

Ho scelto due composizioni che ritengo emblematiche. Vogliono essere una dedica a mio padre Giuseppe (Peppinu), nel cui orto – ùortu, in calabrese – egli non aveva un idolo protettivo come Priapo, ma nella sua antica e grande cultura ne aveva la percezione intuitiva. Oggi, 19 marzo, ho rivisitato quel posto in cui egli trascorse felice i suoi ultimi anni e dove morì un mattino di ottobre mentre raccoglieva i suoi fagioli. Morì improvvisamente, credo felice di posare le sue membra, ancora vigorose, su quella Terra che gli era stata compagna e amica.

XI

Cerca ch’io non ti prenda! Se ti prendo/non ti bastonerò né con la curva/falce ti farò male, ma trafitto/da questo palo mio sesquipedale/t’allargherai talmente/che ti parrà che il tuo buco del culo/non abbia più una grinza.

(Ne prendare cave, prenso nec fuste nocebo,/saeva nec incurva volnera falce dabo:/traiectus conto sic extendere pedali, ut culum rugam non habuisse putes.)

XX

Giove è armato del fulmine, Nettuno/della fiocina, Marte della spada/Minerva della lancia, mentre Bacco/dà battaglia col tirso, Apollo, dicono,/lancia frecce e la mano dell’invitto/Ercole stringe la clava. Terribile/ io sono invece per la gonfia fava.

(Fulmina sub Iove sunt; Neptuni fuscina telum [est];/ense potens Mars est; hasta Minerva, tua est;/sutilibus Liber committit proelia thyrsis;/fertur Apollinea missa sagitta manu;/Herculis armata est invicti dextera clava:/at me terribilem mentula tenta facit.).

 

Jack Kerouac

Scrive Henry Miller nella prefazione della prima edizione italiana di The Subterraneans (I Sotterranei, Feltrinelli, 1960): «Jack Kerouac ha violentato a tal punto la nostra immacolata prosa, che essa non potrà più rifarsi una verginità. Appassionato cultore della lingua, Kerouac sa come usarla. Da virtuoso nato qual è, egli si compiace di sfidare le leggi e le convenzioni dell’espressione letteraria ricorrendo ad una comunicazione rattratta scabra liberissima tra scrittore e lettore».

Jean-Louis (Jack) Kerouac nacque il 12 marzo 1922 a Lowell (Massachussetts) con origini franco-canadesi. Visse la più parte della sua vita a San Francisco e morì il 21 ottobre 1969 in una clinica per alcolizzati. Fu Fernanda Pivano a convincere Arnoldo Mondadori a pubblicare nel 1959 On the road (Sulla strada), un libro uscito tre anni prima negli Usa. Avevo circa 18 anni e trascorrevo le mie ore libere da scuola e lavoro con Francesco Bruni, il mio amico del cuore che poi sarà un buon musicista: ascoltavamo Bob Dylan, James Brown, Dizzy Gillespie e Guccini leggevamo Sulla strada: questo libro, più di ogni altro, ha segnato la mia adolescenza. Non tanto per importanza e influenza letteraria, quanto per l’assoluta identificazione con i suoi personaggi e per la condivisione dei sogni. Allora io ero “Chad Litrotto”: Chad è uno dei personaggi del libro, “Litrotto” perché proponevo sempre di bere un litrotto di buon vino (e spesse volte i litrotti si facevano numerosi, per i nostri piccoli “sballi”: allora molto buon alcol e poco hashish o marjuana).

Ho riletto di recente i quattro libri che avevano riempito i miei anni Settanta: sono libri scritti da un grande scrittore, davvero un grande scrittore. Altro che Hemingway! Come il buon vino, migliorano con il tempo: li consiglio a tutti. Ai giovani da scoprire, ai miei coetanei da rileggere.

La Matrix Divina di Gregg Braden

Da ormai molti anni ho realizzato che pensare le Cose in termini di dualismi antitetici come: razionale/irrazionale, scienza/magia, poesia/matematica, realtà/sogno, et caetera sia una semplificazione che affonda le radici in un modello venutosi a creare nel Medioevo della civiltà occidentale. Un modello assai semplice e rassicurante cui tutto il successivo sviluppo del pensiero occidentale, soprattutto per quanto riguarda l’epistemologia – ma addirittura per temi che toccano le speculazioni dell’ermeneutica – ha continuato a fare riferimento. Da quando mi sono confrontato con testi che poco o punto hanno a che vedere con il pensiero occidentale – testi filosofici e religiosi indiani, arabi, cinesi, precolombiani – ho cominciato a sviluppare altri modi di vedere le Cose, soprattutto altri punti di vista prospettici. Oltretutto, realizzando che nella saggezza occidentale vi sono, nascosti e mascherati, altrettanti modi alieni all’ortodossia che vanno verso direzioni lontane dal nostro presuntuoso patrimonio culturale che, si badi bene, non è semplicemente ebraico-cristiano, come molti pensano: il Medioevo, fonte enorme di tutto quanto è occidentale, vide accogliere il pensiero greco filtrato dalla cultura araba.

Che Tutto e Tutti siamo in qualche modo collegati mi era già chiaro; che la Vita riguarda anche quelli che chiamiamo oggetti inanimati (sassi, macchine o minerali), altrettanto; che la Realtà è la semplice proiezione della nostra immaginazione e che tutto ciò – ma anche infinitamente di più – che riusciamo a immaginare è parte della Realtà, mi è da tempo familiare.

Certo, avere delle conferme da una lettura come questo straordinario testo di Gregg Braden è consolante e stimolante allo stesso tempo. Gregg Braden non è un mago o un ciarlatano o un guru: egli ha un passato importante di tecnocrate e ricercatore di elevato profilo! Il suo messaggio, le sue ricerche, le sue proposte vanno nella direzione di quanto ho detto sopra. La Matrix Divina è una teoria, suffragata da recenti esperimenti scientifici nel campo della fisica quantistica, che può risolvere molti degli enigmi – miracoli, fatti inspiegabili, coincidenze… – che accadono nel nostro quotidiano.

Non entro nel merito: consiglio con calore la lettura di questo libro che non è semplice né rassicurante; ne consiglio la lettura a persone dalla mente aperta, speculativa, critica, dubbiosa. Persone per le quali ogni ulteriore sapere genera un senso di inadeguata ignoranza….

La Matrix Divina, Gregg Braden – 2007 (VII ristampa 2010) Macro Edizioni, Cesena – 18,00 €, 300 pp.

Religione e mito di Hermann Hesse

«Colui per il quale Dio non è un idolo, che non usa la preghiera come una formula magica, ma la vive come massima concentrazione delle forze interiori, come volontà tesa al bene, al risveglio, a ciò che è unico e necessario, costui trarrà forza per tutta la vita dalle preghiere di oggi, poiché l’hanno costretto ad esaminare il suo cuore, a combattere la pigrizia, a rafforzare la sua ispirazione verso l’alto, a dimenticare i propri piccoli interessi per quelli superiori e comuni».

E’ questo un librino (nenche 170 pp.) che comprai una ventina d’anni fa: costava 8.000 lire, Saggi Oscar Mondadori (oggi costa 8 euro). E’ la prima edizione del 1989. Lo rileggo ogni tanto con piacere estremo: le parole di Hesse sono sempre un balsamo. Consiglio di cercarlo, acquistarlo e consumarlo. Come fosse una medicina, oltremodo gradevole e tanto utile.

«Non condivido nessuno degli ideali del nostro tempo. Ciò non significa che non abbia fede. Credo nelle millenarie leggi dell’umanità, credo che sopravviveranno alla confusione odierna. Non so indicare la via per mantenere fede a quegli ideali, che ho sempre reputato eterni, e contemporaneamente credere ai nuovi, alle mete e alle consolazioni della nostra epoca. Del resto non ne ho neppure voglia. Nella mia vita ho sperimentato molte vie per superare il tempo e vivere senza di esso (questi cammini li ho rappresentati in parte per gioco, in parte seriamente). Quando incontro dei giovani che hanno letto Il lupo della steppa, mi rendo conto che prendono sul serio tutto ciò che vien detto sulla follia del nostro tempo; non colgono invece ciò che per me è mille volte più importante, o in ogni caso non vi prestano fede. Non basta biasimare la guerra, la tecnica, l’ebrezza del denaro, il nazionalismo, ecc. Bisogna sostituire gli idoli della nostra epoca con una fede».

Hermann Hesse (1877/1962), Premio Nobel per la Letteratura 1946.

http://www.vincenzoreda.it/quel-tedesco-ubriacone-di-hermann-hesse/

La fotografia di copertina del mio prossimo libro

Questa fotografia la realizzai, su commissione, nel 1982. Sono passati trent’anni. Fu eseguita con una Hasselblad 500 C e, se non ricordo male, con un teleobiettivo da 150 mm. La pellicola era una 120 Kodak Tri-x plus formato 6×6 che sviluppai e stampai come al solito. La modella era giovanissima e bellissima, con un seno che di più belli non ho mai visti e tanti ne ho visti e fotografati. L’immagine fu scattata nel mio studio di via Madama Cristina e doveva servire per illustrare la copertina di un libro di poesie di Giancarlo Turco, amico medico chirurgo e antropologo – esperto di preistoria sahariana. Questo libro era il regalo che Giancarlo si faceva al compiere dei suoi sessanta anni di raffinato esteta, assai narciso, coltissimo e dotato di grande ironia. Mio cognato Alex, che era l’art-director della nostra agenzia grafica e pubblicitaria – la Stage – ideò e realizzò l’impianto grafico e l’impaginazione della copertina. Il taglio dell’inquadratura originale fu un poco stravolto, ma mi piacque. Per il mio libro userò invece proprio l’inquadratura originale e il naturale bianco e nero.

Luis Buñuel Portolés: Dei miei sospiri estremi

Luis Buñuel Portolés nacque a Calanda (vicino Saragozza, in Aragona) il 22 febbraio 1900 – oggi sono 112 anni – e ci lasciò il 29 luglio 1983 a Città del Messico. Scrisse questo libro già ottantenne con il suo fido sceneggiatore Jean-Claude Carrière. Il titolo originale è: Mon derniere soupir. Il libro fu pubblicato nel 1982 da Edition Robert Laffont, S.A. di Parigi e tradotto in Italia, a Milano, da SE nel 1991. La mia copia è la prima edizione (dubito che ce ne sia stata una seconda). Sono 280 pp. e costava la bella cifra di 38.000 lire. In copertina c’è il particolare di un quadro del 1904 di Dalì (La persistenza della memoria), la IV di copertina è realizzata con una fotografia di Man Ray che ritrae il regista nel 1929. E’ un libro che ho appena riletto: semplicemente strepitoso. Strepitoso come la sua vita: gli amici intimi di questo artista impareggiabile erano personaggi come Lorca, Dalì, Tanguy, Picasso, Man Ray…..

Su questo mio sito saranno in futuro diverse le citazioni che riporterò da questo libro, alcune davvero straordinarie (ci sono due poesie inedite di Lorca, tra l’altro). Personalmente, ritengo che nella storia del cinema ci siano stati tanti grandissimi registi, ma pochi sono stati gli artisti veri, almeno per come la penso io. Buñuel è tra questi, insieme con Chaplin, Fellini, Bresson, Jean Vigo, Fritz Lang, Visconti, Orson Welles, Von Stroheim, Renoir, Pasolini, Marco Ferreri e pochissimi altri. Registi immensi come Sergio Leone,  Stanley Kubrick e Hitchcock – che io prediligo – sono soltanto dei sublimi artigiani, non artisti (e qui si aprirebbe una questione troppo lunga e complessa da spiegare). Mentre non sono ancora capace di definire uno come Billy Wilder che ha realizzato un’opera immensa come Viale del tramonto (Sunset boulervard)….

Andre Agassi, Open

«…E’ di nuovo Wimbledon secondo atto. Ma questa volta non penso a Pete. Non guardo avanti. Sto dietro a Becker ed è giunta l’ora; la mia concentrazione è così intensa da farmi paura. Un amico mi chiede se non provo l’impulso anche minimo, quando c’è qualcosa di personale con un avversario, di lasciare la racchetta e  saltargli alla gola. Quando provo del rancore, quando non corre buon sangue, non preferirei chiarire la faccenda con qualche buon round di vecchio pugilato? Gli rispondo che il tennis è pugilato. Ogni tennista, prima o poi, si paragona a un pugile, perché il tennis è boxe senza contatto. E’ uno sport violento, uno contro l’altro, e la scelta è brutalmente semplice quanto sul ring. Uccidere o essere uccisi. Sconfiggere o essere sconfitti. Solo che nel tennis le batoste sono più sotto pelle….Detto questo, sono pur sempre un essere umano. Perciò, prima di entrare in campo, quando Becker e io percorriamo il tunnel, dico all’addetto alla sicurezza, James: Tienici divisi. Non voglio questo fottuto tedesco davanti agli occhi. Credimi, James, è meglio che non me lo fai vedere. Becker prova gli stessi sentimenti. Glielo leggo in faccia». E’ della semifinale di Wimbledon 1995 che si sta trattando: vincerà Agassi 7-6, 7-6, 4-6, 7-5. Poi perderà una delle sue tante sfide in finale con il suo amico, l’immenso Pete Sampras.

«...Vado a Montreal e mi faccio strada con le unghie e con i denti sino alla finale contro un ragazzino spagnolo di cui tutti parlano. Rafael Nadal. Non riesco a batterlo. Non lo capisco. Non ho mai visto nessuno muoversi in quel modo su un campo da tennis

«...Federer scende in campo che pare Cary Grant….Al tie-break va in un luogo che non riconosco. Trova una marcia che gli altri semplicemente non hanno. Vince 7-1. Ormai va tutto a catafascio. I miei quadricipiti urlano. La mia schiena ha chiuso i battenti per la notte. Non sono più lucido. Mi viene ricordato quanto possa essere ridotto il margine su un campo da tennis, quanto sia limitato lo spazio tra la grandezza e la mediocrità, tra la fama e l’anonimato, la felicità e la disperazione. Stavamo giocando un match serrato. Eravamo in perfetta parità. Adesso, per un tie-brak che mi ha lasciato a bocca aperta per l’ammirazione, è la disfatta. Avvicinandomi alla rete, sono sicuro di avere perso con il migliore, con l’Everest della prossima generazione. Compatisco i giovani che dovranno battersi con lui. Compatisco il giocatore destinato a essere l’Agassi di questo Sampras. Anche se non lo cito per nome, Pete è in cima ai miei pensieri quando dico ai giornalisti: E’ semplicissimo. La maggioranza delle persone ha dei punti deboli, Federer non ne ha.» E’ la finale degli Us Open 2005. Agassi si ritirerà l’anno successivo, dopo un match vinto contro un giovanissimo Baghdatis agli Us Open 2006 e raccontato nel primo capitolo di questo libro.

Scritto benissimo  - l’autore vero, come con franchezza scrive Agassi nei ringraziamenti, è il premio Pulitzer J.R. Moehringer – e tradotto altrettanto bene, è uno dei migliori libri di sport che ho mai letto (insieme a Il più grande di Alì/Clay). Franco, quasi crudo: sono più le sconfitte di cui si parla che non le vittorie. Un libro anche per non tennisti, anche per non sportivi. Lo raccomando con convinzione: sono 500 pagine che si leggono quasi d’un fiato. Einaudi Stile Libero, 20,00 €.

P.s.: terminando di leggere questo bel libro, ho inaugurato la mia nuova racchetta, una Wilson K Blade 98, con cui ormai gioco alla pari con i 4/3, 4/4 di vent’anni più giovani…Mica male, no?

 

Stupidario del calcio e di altri sport di Marco Travaglio

Marco Travaglio è un torinese, essendo nato nella nostra Città il 13 ottobre 1964 (bilancia come me, di dieci anni più giovane). Ha studiato al liceo Valsalice, dai Salesiani e si è laureato, con calma (più che trentenne), in Storia Contemporanea sempre a Torino. Ma per certo è un torinese atipico: a me non è simpatico, ma il suo talento giornalistico è indubitabile. Ha lavorato con Montanelli a Il Giornale e a La Voce, poi ha collaborato come free-lance a diverse testate prima di essere assunto a La Repubblica e poi a L’Unità. Dal 2009 scrive per Il Fatto Quotidiano. Non è, ripeto, un personaggio che amo: per la semplice ragione che lo trovo sempre un poco sopra le righe e che intorno a un certo accanimento scandalistico (pur motivato, intendiamoci) ci ha costruito una piccola industria letteraria e mediatica, a volte uscendo dai confini del rigore e della documentazione. Ne parlo qui perché ho riscoperto uno dei suoi primissimi libri – credo il secondo, dopo una “Storia del Razzismo” pubblicata con la cattolica ElleDiCi di Torino nello stesso anno – nella mia sterminata biblioteca, ed è un libro assai spassoso: “Stupidario del calcio e di altri sport“,  Bum Mondadori, 1993. Il volume è presentato da Indro Montanelli, 162 pp. per 25.000 lire: la mia copia è una prima edizione. Inutile dire che vi si trovano delle chicche strepitose e che maestri dell’anacoluto, della sgrammaticatura, dello strafalcione linguistico-storico-geografico come Biscardi, Trapattoni, Schillaci, Tomba e via dicendo ne escono con radioso fulgore. Da cercare e da leggere, con grande spasso.

Evoluzione Spontanea, Bruce Lipton e Steve Bhaerman

Di Bruce Lipton ho già letto, e ne ho scritto qui (vedi link a fondo), il libro La Biologia delle Credenze. Ho finito da poco di leggere quest’altro volume corposo (500 pp. per 20,50 € – Edizioni Macro) e impegnativo. Un’altra lettura sensazionale, un ulteriore passo in avanti verso la conoscenza di prospettive e angolature che illuminano lo svolgersi del quotidiano, ma che toccano problemi epistemologici, storici, sociali e addirittura ermeneutici: coniugare scienza e fede, mescolare sogni e calcoli matematici, esplorare la poesia della cellula e scoprire l’universo meraviglioso di geometriale frattale in cui siamo immersi  è assai eccitante per me.

Dovrei riportare una quantità enorme di citazioni, ma evito di farlo. Posso soltanto dire che l’orizzonte aperto da questo biologo illuminato, Bruce Lipton, mi ha permesso di valutare in maniera affatto differente, e sorprendente, alcune faccende che apparentemente nulla c’entrano con la scienza e la biologia: la preghiera e il perdono. Intuizioni che avevo, ma che la lettura di questo libro mi ha permesso di mettere a fuoco nella maniera dovuta.

E’ un libro che non può essere alla portata di tutti; è una lettura impegnativa, faticosa. Ma quanto ne vale pena!

Per finire: l’essenza del libro racchiusa in questo concetto: «E’ così! – E’ così?»……..

http://www.vincenzoreda.it/bruce-h-lipton-la-biologia-delle-credenze/

 

Roberto D’Agostino: Libidine, un libro di plastica

Edito da Bum Mondadori nel 1987, questo libro è forse il più incredibile mai stampato: è gonfiabile e interamente di plastica! Io lo acquistai appena uscito, è infatti in I edizione (non credo ne siano state fatte di successive). Il prezzo non è esposto e non mi ricordo quanto lo pagai. I contenuti sono tipici di quella lingua biforcuta di D’Agostino, ma direi trascurabili; geniale, al contrario, l’idea e la realizzazione: un libro che si può leggere anche al mare e che può fungere da salvagente. E’ spuntato di tra le migliaia di libri assai più interessanti nei contenuti – ma di certo meno sconvolgenti nella concezione e nella realizzazione formale – della mia Biblioteca. Credo abbia anche guadagnato un certo valore, di cui però poco o punto mi cale.

Umberto Eco: Costruire il nemico e altri scritti occasionali

” E’ solo nel silenzio che funziona l’unico mezzo d’informazione che è il mormorio. Ogni popolo, anche se oppresso dal più censorio dei tiranni, è sempre riuscito a sapere tutto quel che succede nel mondo attraverso il mormorio. Gli editori sanno che i libri che sono diventati best seller non lo sono diventati per la pubblicità o per le recensioni, ma per un termine che in francese si dice bouche à oreille, in inglese si dice world of mouth, in italiano si dice passaparola: i libri arrivano al successo solo attraverso il mormorio. Perdendo la cognizione del silenzio si perde la possibilità di captare il mormorio, che è l’unico fondamentale e attendibile mezzo di comunicazione. Ed ecco che quindi, in conclusione, direi che uno dei problemi etici che ci si pone è come tornare al silenzio. E uno dei problemi semiotici che potremmo affrontare è studiare meglio la funzione del silenzio nei vari modi di comunicare. Abbordare una semiotica del silenzio: può essere una semiotica della reticenza, una semiotica del silenzio nel teatro, una semiotica del silenzio in politica, una semiotica del silenzio nel discorso politico, cioè la lunga pausa, il silenzio come creazione di suspence, il silenzio come minaccia, il silenzio come consenso, il silenzio come negazione, il silenzio in musica….”

Non è uno dei libri memorabili di Umberto Eco, quest’ultima raccolta di scritti e interventi vari (Bompiani, 334 pp. 18,50 €). Però è sempre l’Umberto Eco saggista lucido e osservatore di fatti da prospettive sempre uniche, sempre e comunque portatrici di conoscenza. Questa citazione dal capitolo “Veline e silenzio” è straordinaria: in un mondo in cui sembra essere premiante strillare più forte forse il silenzio merita d’essere eticamente rivalutato. Tra i quindici piccoli saggi che compongono il libro, oltre a questo sopra citato, meritano attenzione anche: “Astronomie immaginarie“, “Perché l’isola non viene mai trovata” e “Costruire il nemico“. Se come romanziere (“Il cimitero di Praga”, come ho già detto, è assai deludente) spesse volte Eco lascia a desiderare, come saggista è assai più spesso inarrivabile. anche se non in forma smagliante.

Consiglio: invece che spendere soldi in libri inutili che sono al top delle classifiche, regalate questo libro, perché vi potrà servire, prima o poi.

Una storia italiana: era la primavera del 2001

Con la mia ossessione di archiviare ogni cosa, oggi pubblico alcune pagine di un opuscolo che ho conservato con cura e che quasi tutti gli italiani ricevettero nella primavera del 2001. Questa pubblicazione – a colori di 128 pagine, in formato “quasi Uni” (un poco più quadrata) – fu stampata nel marzo del 2001 e intendeva “spingere” l’immagine del protagonista in previsione delle elezioni che si sarebbero tenute il 13 maggio 2001. Quelle elezioni furono vinte dal nostro eroe.

Non c’è bisogno di alcun commento. Sono sufficienti le immagini, credo, dopo oltre dieci anni…..

 

Cent’anni di rugby a Torino

Mirio Da Roit è un insegnante di grafica e fotografia all’Istituto Paravia di Torino. Lo conosco da oltre vent’anni perché siamo vicini di casa: quando ride, le sue risate echeggiano importanti per tutti gli antichi e spessi muri del nostro palazzo storico nel centro di Torino. Mirio è un toscano di Piombino, grande e grosso (non per nulla il suo ruolo era quello del pilone) e assai bonario: non ha dei toscani il gusto del pettegolezzo e della maldicenza. Appassionato sportivo – pratica ancora ciclismo, podismo e sci – è rimasto assai legato al mondo di quello splendido e nobile gioco (ancora prima che sport) che è il rugby. Personalmente non sono un esperto, seguo soltanto, ma con calore, le partite della nazionale e trovo che una delle più belle e spettacolari cose che tutto lo sport regala sia un’apertura “alla mano” di una squadra di rugby, semplicemente maestosa! Insieme con Benedetto Pasqua, insegnante di sport (che non conosco) sono gli autori di un ottimo libro dedicato al rugby torinese (che comprende anche il territorio della provincia). E’ un volume assai ben fatto, sia nei contenuti sia sotto l’aspetto meramente editoriale: moltissime illustrazioni (tra le quali alcune storiche di gran fascino) e testi ben argomentati e documentati. Sono 248 pagine in bella carta patinata opaca da 130 gr., racchiuse da una legatura cartonata eseguita come si deve. L’editore è Ananke e il prezzo  è di 35,00 €. Questo è uno di quei famosi libri, come piacciono a me, che non sono inutili passatempi: raccontano un pezzo di storia che hanno costruito ragazzi, giovani e uomini spinti da una grande passione. E raccontano allo stesso tempo un territorio visto da una particolare prospettiva. Mancava un volume così: peccato che, come al solito, le risorse per la realizzazione sono state trovate a cura degli appassionati. Il denaro pubblico, che in questo caso sarebbe stato ben speso, non è stato toccato: conviene sprecarlo per faccende inutili che non servono a nessuno, se non a coloro che sono soliti lucrarci sopra.

Nico Ivaldi: Non mi sono mai arreso – Intervista all’avvocato Bruno Segre

Non ho mai sprecato il mio tempo, ciò che ritengo avere di più prezioso, nel leggere libri inutili come best-seller, romanzi gialli, biografie di personaggi di nessun interesse; nei libri che ho letto e che continuo a leggere – e sono tantissimi e di generi assai differenti – cerco di imparare, di conoscere faccende nuove, o anche soltanto prospettive diverse con cui guardare agli uomini e ai fatti del mondo.

Questo, scritto, o meglio raccontato, dal mio amico Nico è un libro di eccezionale interesse, perché tratta dell’appassionata vicenda umana di Bruno Segre, ebreo torinese, figlio di un padre ebreo, laico e libertario, e di una madre cattolica.

Bruno Segre è nato a Torino il 4 settembre 1918; si è laureato in giurisprudenza nel 1940 – ultimo ebreo a ottonere la laurea, causa le spregevoli leggi razziali che ancora infangano la nostra storia – con Luigi Einaudi, discutendo una tesi incentrata su un personaggio libertario francese.

E’ stato, e in fondo non ha mai smesso di esserlo, un giornalista: ha lavorato, tra gli altri, con quell’autentico “animale” di Giulio De Benedetti.

Ma è stato un protagonista della vita civile, torinese e italiana, prima da partigiano e, successivamente, da avvocato, assumendo tra l’altro la difesa del primo obiettore di coscienza italiano – Pietro Pinna. Si è battuto per il divorzio e contro il nefasto referendum abrogativo del 1974. Ha conosciuto il Pandit Nehru e ha lavorato, nel Partito Socialista, con Pietro Nenni, Calamandrei e  Ferruccio Parri. Ricoprì la carica di consigliere comunale di Torino nel 1975, sindaco Diego Novelli: durante quel mandato contribuì a far nascere iniziative come “Estate ragazzi” e “I punti verdi”.

D’altro canto, Dario Segre, suo padre, tra i fondatori della Famija Turineisa (1925), aveva avuto stretti rapporti personali, nei primi anni del Novecento in Svizzera, con due esuli speciali: Benito Mussolini e un certo russo Vladimir Ulianov, meglio conosciuto come Lenin. Suo lontano parente anche un certo Dino Segre (Pitigrilli). Nel libro, tra le sue memorie, si legge anche di un infatuamento giovanile per la compagna Natalia Levi, poi sposata Ginzburg…

Insomma, un gran libro che aiuta a credere nei valori quelli veri, quelli alti: con semplicità, con schiettezza, con umile dedizione.

Oggi, Bruno Segre naviga ancora in buone acque con 93 primavere sulle spalle – nemmeno curve: che iddio, o chi per lui, gli conservi la vista (come si dice da noi).

Andrea Frediani, 101 segreti che hanno fatto grande l’Impero Romano

Andrea Frediani è uno scrittore di divulgazione storica assai bravo e apprezzato. Romano, laureato in Storia medievale è anche collaboratore di Focus Storia e Medioevo. Questo libro, edito da Newton Compton nella collana 101 (280 pp. per 9 €), è una bella lettura: leggera, fresca e fuori da certe pesantezze tipiche della saggistica storica italiana. Un bel consiglio per l’estate. Ne riporto parte della voce n.55 che si intitola: «Senza salsa non c’è gusto».

Ah, stavo per dimenticarmelo: Andrea è anche il redattore (editor è il termine inglese che va più di moda, ma io sono uno fuori moda) che sta lavorando sulle bozze del libro che ho appena finito di scrivere e che sarà pubblicato nella medesima collana per fine anno. Il titolo? Non lo dico ancora, per scaramanzia.

Uno dei piatti con cui Trimalcione, nel Satyricon di Petronio, stupisce i commensali, è una lepre presentata a imitazione di Pegaso. La fa portare al centro di un enorme vassoio; ai quattro angoli, dagli otri di quattro statuine esce salsa di garum in quantità tale da far sembrare vivi i pesci disposti nel canaletto che corre lungo il bordo del piatto. Oggi c’è qualcuno che non saprebbe mangiare un secondo, o un contorno, senza kechup. Ai tempi dei romani, allo stesso modo, erano davvero pochi coloro che rinunciavano a condire qualunque piatto con una salsa detta garum.

Nessuna classe sociale ne faceva a meno. C’era il garum per  ricchi, elaborato, e quello per i poveri, più scarno. Entrambi avevano un gusto che, a giudicare dagli ingredienti, renderebbe sgradevole l’alito di chiunque, al nostro moderno olfatto; l’idea che offre è quella di una poltiglia maleodorante di pesce putrido. Ma forse eraa qualcosa di simile alla pasta d’acciughe.

La ricetta del garum – altrimenti detto liquamen – descritta da Gargilio Marziale, autore del III secolo d.C., prevede l’utilizzo di pesci crudi di piccola taglia, come sardine e sgombri, oltre a interiora di altri pesci nella misura di un terzo (ma altri autori aggiungono triglie, acciughe, menole e bavose). I pesci vanno stesi in una vasca della capienza di almeno trenta litri, su uno strato di erbe aromatiche secche: aneto, menta, finocchio, sedano, mentuccia, origano, ruta. A essi va sovrapposto uno strato di sale spesso due dita.

L’operazione va ripetuta, alternando i tre strati, finché non si raggiunge l’orlo della vasca. Dopodiché, si mette un coperchio e si lascia a macerare per una settimana. Altri venti giorni sono richiesti per rimestare e amalgamare, lasciando la vasca sotto il sole. Infine, si raccoglie la brodaglia facendola filtrare attraverso un setaccio, ed ecco pronta la salsa che ha deliziato il palato di milioni di romani nel corso dei secoli. Ciò che rimaneva nel setaccio era comunque messo in commercio, col nome di alec; si trattava di un garum meno puro, ma alla portata dei ceti meno abbienti e dei palati meno raffinati.

[...] Plinio definiva il garum ‘brodaglia di roba putrescente’, ma sena disprezzarla. Anzi, magnificava le doti del garum proveniente dalla Spagna, dove sembra fosse prodotto il tipo più rinomato, tanto da costare quanto un profuno. In Italia, invece, il più ricercato era quello di Pompei.” .

Oggi la salsa più simile al garum è la colatura di alici di Cetara, una vera leccornia.

Un’americana alla corte dei Savoia, 1861-1865

Libro delizioso pubblicato nel 2004 da Umberto Allemandi & C.. Editore in Torino.

E’ in 8° grande, cartonato e con sopracopertina plastificata, bella carta avoriata di almeno 115 gr. per 286 pagine e 25 €.

Il sottotitolo recita: Il diario dell’ambasciatrice degli Stati Uniti in Italia dal 1861 al 1865. L’autrice è in verità la moglie Caroline dell’ambasciatore George Perkins Marsh, arrivati a Torino il giorno del funerale del conte Camillo Benso di Cavour, venerdì 7 giugno 1861. Il testo ripropone un terzo circa del diario originale, che arriva ai primi mesi del 1865, con lo spostamento della corte – e quindi anche delle ambasciate – a Firenze. Qui il diario s’interrompe bruscamente.

Il periodo che occupa questo piccolo gioiello è cruciale: il neonato Stato Italiano deve affrontare non soltanto i nuovi temi e i problemi legati alla fresca Unità, ma soprattutto la morte improvvisa dell’unico uomo di Stato capace di pensare e di agire con visione e prospettive nazionali e europee. Deve affrontare il problema Garibaldi, vedersela con l’influenza della Francia per Roma e dell’impero asburgico per Venezia e Trieste.

L’ottica, tra impressioni politiche e notazioni di costume, è quella di una donna liberale, che ama Lincoln e adora Garibaldi; un’americana del New England che trova i costumi della corte sabauda provinciali, arretrati, legati a concetti di nobiltà fuori del tempo; ma che subisce il fascino di una Città straordinaria e di alcuni personaggi di grande cultura: incontra Garibaldi, il Re, Ricasoli, Rattazzi, Plana, l’abate Baruffi, Sella e ancora Manzoni, D’Azeglio, Cantù…Davvero una chicca che apre uno spaccato inconsueto sul neonato Stato in quella che fu una fase storica cruciale. Ne riporto alcune brevi citazioni.

“Ogni giorno ci arrivano nuove richieste di impiego nell’esercito americano. Sembra davvero strano che tanti ufficiali italiani dell’esercito abbiano perso il posto per aver seguito Garibaldi. Non si può credere che, dopo aver raccolto tanti frutti per il loro coraggio, il governo non sappia chiudere un occhio per il modo irregolare con cui l’hanno dimostrato( 27 luglio 1861) [...] I contadini in generale mangiano carne solo tre volte all’anno. Nella piena stagione, quando il lavoro è più pesante, iniziano la giornata alle quattro di mattina, alle sette circa consumano un pezzo di pane accompagnato a volte, ma raramente, un po’ (sic) di vino (30 luglio 1861) [...] Stamattina abbiamo avuto una dimostrazione dell’ingegnosità degli italiani e del loro patriottismo. Pensavo di aver visto il tricolore, bianco, rosso e verde, in ogni possibile combinazione, forma, materiale e prodotto usciti dall’immaginazione  degli italiani, fino a che stamattina ci è stata presentata una novità: un’insalata tricolore fatta di barbabietole, patate e olive preparata con un chiaro riferimento alla bandiera. Mi chiedo se le stelle e strisce americane siano mai state vezzeggiate in questo modo (17 dicembre 1862) [...] [Carrie, segretaria dell'Ambasciatore] E’ affascinata dalla cultura che ha trovato a Napoli, dal talento (l’attività intellettuale è molto più intensa che a Torino) e dall’emancipazione molto più consistente che altrove. I piemontesi al seguito della duchessa non volevano nemmeno ammettere la bellezza naturale di quei posti ed erano impazienti di ritornare non tanto alle loro belle montagne (pochi di loro sembrano sapere di averne), ma alle loro piccole cerchie di amici e alle loro abitudini (9 giugno 1863) [...] Mi era sembrato così improbabile che qualcosa di serio potesse aver luogo senza un maggiore tumulto. Stamattina, però, abbiamo appreso con grande stupore e dolore di molte persone morte o ferite: la gendarmeria aveva sparato alla gente (alcuni dicono per ordine di Peruzzi) e la Guardia Nazionale aveva poi sparato alla gendarmeria, arrestando e ferendo molte persone. Una parziale barricata era stata eretta in piazza San Carlo e si era tentato di armare tutti i cittadini, ma verso mezzanotte era ritornata la calma (22 settembre 1864).”

Giuliano Bortolomiol, Il sogno del Prosecco

Lo ha da poco presentato a New York l’amico Gian Arturo Rota, con grande soddisfazione.

E’ un libro che si legge con facilità, leggero, franco e con le bollicine eleganti di una grafica impeccabile e le fotografie d’epoca in un bel bianco e nero poco contrastato: pare di bere proprio un Bandarossa Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG Extra Dry, millesimo 2010, come quello che ho da poco finito di gustare. E la “bandarossa” designava i Prosecco che Giuliano Bortolomiol segnava come vini da bere in compagnia degli amici.

Il libro (120 pp. per 17 €) è stato pubblicato nel 2008 da Veronelli Editore, nella collana “I Semi” (sono le biografie di gente per cui il vino è stato importante e essi stessi sono stati importanti per il vino: Giacomo Bologna, Franco Biondi Santi, Cosimo Taurino..), scritto dal giornalista Ettore Gobbato con stile pulito e assai chiaro.

Si ripercorre la vita di quest’uomo cui il Prosecco deve la fama internazionale di vino italiano con le bollicine. Dal 27 febbraio 1922, quando nacque – avendo un padre, Gugliemo, di quelli importanti e rispettati nelle povere campagne venete devastate dalla Grande Guerra – al 1946, quando terminò gli studi alla Scuola Enologica di Conegliano e fondò la “Confraternita del Prosecco” con i suoi tre inseparabili compagni: Mario Geronazzo, Isidoro Brunoro e Umberto Bortolotti. Nel 1949 fonda con i due fratelli minori l’Azienda vinicola e insegue il sogno di trasformare un vinello abboccante, a volte dolce che è la base delle “ombre” che allietano le gole riarse dei contadini veneti, in un vino elegante e semplice che possa incontrare i gusti di genti anche molto lontane dalle rive del Piave. Nel 1967 i francesi, gli spocchiosi francesi, gli conferiscono a Montpellier la Medaglia d’oro in un concorso internazionale: è il primo riconoscimento prestigioso del Prosecco. Nel frattempo aveva sposato la signorina Ottavia Scagliotti che sarà la madre delle quattro figlie che oggi guidano, al femminile, l’Azienda: Maria Elena, Elvira Maria, Luisa e Giuliana.

Nel 1969 il Prosecco ottiene la Doc. Nel 1972 scompare il papà Gugliemo e poco dopo Giuliano rileva, in pieno accordo, le quote dei fratelli Labano e Gugliemo (detto “Gemin”, per distinguerlo dal padre). Il 1983 vede lo scandalo del Prosecco (sono gli stessi anni in cui in Piemonte si assiste alla tragedia dell’alcol metilico): da quegli anni il vino italiano, tutto, cambia marcia. Nel 1984 Giuliano diventa Gran Maestro della Confraternita del Prosecco.

Nel 1999 viene festeggiato il 50° anniversario dell’Azienda e, purtroppo, l’anno successivo Giuliano Bortolomiol parte alla volta delle Vigne Divine: è il 28 ottobre del 2000.

Libro da consigliare, anche a chi frequenta poco e male il vino: è la storia di un uomo schietto, semplice che non fa altro che sognare un Sogno Grande, dedicare la vita a inseguire quel Sogno e avere la soddisfazione di vederlo realizzato. Non per fortuna: per tigna, per impegno, per caparbietà, per capacità di coinvolgimento e tutto in maniera etica, pulita. Mica poco.

XXIV Salone del libro di Torino, la cultura non è acqua
Simboli alchemici e massonici

Sono due libri di eccezionale valore se si è interessati alla simbologia e a come certi concetti sintetici possano essere adoperati, in maniera intellettualmente speculativa, a secondo delle argomentazioni che necessitano di volta in volta. Senza entrare in faccende per le quali occorre avere un approccio non superficiale e una visione di prospettive diversificate – sto parlando della massoneria -, è affascinante tutta la simbologia che i massoni hanno fatto propria, spesse volte stravolgendo i significati iniziali, altre volte arricchendoli, altre ancora inventando di sana pianta interpretazioni suggestive.

Il libro di Jules Boucher, pubblicato in Francia nel 1948, è il meglio che si possa trovare e racchiude una serie di analisi sui simboli – moltissimi dei quali a carattere universale – che è per davvero unica. In Italia è stato pubblicato da Atanòr, un editore specializzato in pubblicazioni legate a faccende iniziatiche. E’ un libro importante, di 380 pp. corredato da un’ottimo apparato iconografico e supportato da un cospicuo corpo di notazioni. La mia copia è la 3° ristampa della 1° edizione, del 1988, allora costava 30.000 lire.

Di assoluto valore il libro della Sansoni dello storico inglese E. John Holmyard (1891-1958), pubblicato nel 1957 e tradotto in Italia due anni dopo. La storia dell’alchimia, parola araba, è affascinante perché consente di pervenire agli albori della scienza, che sarà la chimica, attraverso un percorso che si snoda dall’antico Egitto alla Grecia, ma che arriva al nostro medioevo attraverso la straordinaria cultura araba. Si passa da personaggi come Khalid ibn Yazìd e Giabir ibn Hayyàn (Geber) a Alberto Magno, Ruggero Bacone, Raimondo Lullo e Paracelso. Anche in questa materia, pure di prospettiva più epistemologica, la simbologia gioca un ruolo fondamentale. Il libro, che comprai negli anni settanta (costava 2.300 lire), costituisce una lettura non complicata di poco più di 300 pp. Si vede come la cultura anglosassone abbia saputo sviluppare una grande tradizione nella divulgazione storica e scientifica. Che a noi ancora manca.

Jerry Rubin, Siamo Tanti

Jerry nacque a Cincinnati nel 1938 e morì, causa un incidente stradale, a Los Angeles il 28 novembre 1994. Fu un attivista contro la guerra in Vietnam e fu profeta della controcultura alternativa, insieme a  Abbie Hoffman (1936-1989) e Timothy Leary (1920-1996). Questi tre personaggi hanno avuto per qualche anno, tra la metà degli anni Sessanta e i primissimi Settanta, comunione di idee e di fatti. Politico Jerry Rubin, che finirà per diventare un business man (uno dei “porci” che odiava) e sarà tra i finanziatori della Apple neonata. Vero eversivo, fino alla morte per droga, Abbie. Intellettuale raffinato Timothy, famoso per aver sostenuto l’utilità dell’LSD, per aver influenzato Moody Blues e John Lennon. Dopo gli anni della controcultura, si diede all’informatica e alla cibercultura. Morì per un cancro alla prostata.

Nei primi anni Settanta io mi nutrivo di queste idee legate alla cultura beatnik e hippie (yippie) e una delle bibbie era proprio questo libro di Rubin. La mia è la prima edizione italiana (non so se ce ne sono state altre), del 1973: Arcana Editrice, 2.500 lire. L’introduzione è di Franco Quadri. Il titolo originale è: We are everywhere, pubblicato nel 1791, dopo il successo di Do it! Scenarios of the revolution, pubblicato un anno prima.

«…Dobbiamo anche sopprimere la Coca dal nostro sistema. La Coca è l’essenza dell’imperialismo, è una bevanda velenosa. Il Coca-colonialismo. Noi yippie dovremmo organizzare una campagna, all’interno della cultura giovanile, contro le sigarette e la coca e incoraggiare la gente, invece, a condurre una vita veramente edonistica. Poiché dobbiamo costituire un esercito di partigiani dobbiamo tutti  essere forti. La chiave alla vera comprensione della vita è la salute del corpo. Perché suicidarsi quando la vita è così divertente? Gli yippie strappano le vitamine e i cibi organici dai negozi profittatori. Spero che abbiate rubato questo libro. Un libro rubato è meglio.Ti senti così su, dopo!

NON VOLTARTI INDIETRO!

[…] Amiamo troppo la vita per lasciarci spaventare dalla morte, nostra o altrui. Solo se non hai più paura della morte puoi amare appieno la vita.

VIVREMO OGNI ISTANTE COME SE FOSSE L’ULTIMO»

 

 

Salone del Libro di Torino, Umberto Eco

Lectio magistralis di Umberto Eco al XXIV salone del libro di Torino. Ma, Umberto Eco o…Emberto Uco? Che ridere.