Questi sono i depliant originali di alcune delle mie prime mostre, tra il 1998 e il 2001. Dalla prima, a Capoliveri (Isola d’Elba), dove conobbi Vittorio Fiore (mio primo collezionista), a quella di Monte S. Angelo, voluta dal mio grande amico chef Gegé Mangano, a quella di Camigliano con molti artisti provenienti da mezza Europa. Certo, il depliant che mi è più caro è quello che riguarda la mostra al ristorante La Marianna di Mirco Panattoni a Bergamo alta. Ne fu promotore Luigi Veronelli che intervenne: lo scritto, il primo in assoluto a me dedicato, è di Gigi Brozzoni. Indimenticabile.
Di seguito 8 scatti che documentano la genesi di un mio quadro eseguito usando il buon Barolo Manzoni 2004 dei Fratelli Ferrero di La Morra, imbottigliato per il marchio cinese “Rosso Rosso” di Shanghai. L’enologo è l’amico Beppe Caviola (una garanzia). Il vino – che ho come sempre prima bevuto – è un Barolo di buon livello (il millesimo non è eccezionale), 14.5%vol., con naso e palato già evoluti verso i tipici sentori di un Barolo di 7 anni, che comunque può ancora crescere, e molto. Il colore è scarico: già quel rosso granato che da pittore definirei meglio come rosso mattone. Non è il massimo per dipingerci: avrò bisogno che il vino resti sulla carta almeno 2/3 giorni per penetrarne le fibre e poi almeno uno per asciugare perfettamente. Sono sufficienti circa 100/150 cl. di vino. Ho scelto un foglio di pregiata Archer da 300 gr. (57×76 cm.) e ho usato il verso anziché il recto, per una questione di trama. Ecco gli scatti della sequenza, a distanza di ore e di giorni.
- La bottiglia ancora da aprire
- Bottiglia e bicchiere sul foglio di Archer
- Il quadro dopo 12 ore
- Particolare del vino steso sul foglio (dopo 2 ore)
- Quadro finito e quasi completamente asciutto
- Particolare superiore
- Particolare inferiore
Come ogni anno, ormai dal 1998, a ripetere un rito – a volte anche faticoso, ma che mi appartiene in esclusiva – ho scelto un Dolcetto, colore dei miei auguri. Quest’anno la scelta è caduta sul Barturot 2009 di Beppe Caviola: uno dei migliori da me bevuti e dunque usati. Ho finito di dipingere (come sempre di notte) i miei tradizionali 73 biglietti d’auguri tagliati a mano, dipinti e scritti sul retro con il mio inchiostro viola Mont Blanc e relativa penna stilografica: uno per uno, e tutto fatto a mano come non usa quasi più. Ma così io desidero e purtroppo ogni anno devo eliminare qualcuno per aggiungere qualcun altro; altrimenti, dovrei dipingere 2/300 biglietti e sarebbero troppi.
Il segno quest’anno è cinese: dopo simboli universali, indiani, egizi, ho scelto un carattere cinese che significa «buon auspicio» e credo si pronunci «Ji» (ma non ne sono certissimo). L’ho scelto perché è assai grafico e semplice; l’ho scelto perché, a seguire alcuni miei lavori che già sono a Shanghai, i primi giorni del 2012 sarò anch’io in Cina a dipingere con il vino e a conoscere una cultura che mi ha da sempre affascinato e di cui so poco.
In ogni caso: che il 2012 sia un anno prospero, in particolare per tutti i miei amici e per chi loro è caro.
Mi sono recato in una splendida e luminosissima giornata di luglio a Savigliano, paese piemontese che sorge quasi all’ombra della perfetta piramide del Monviso. L’occasione era data da un appuntamento per concordare i dettagli della partecipazione con una mostra dei miei lavori a questa stimolante manifestazione che non è la classica e banale sagra. Ho incontrato Alessandra Giuffra, che si occupa dell’organizzazione e insieme abbiamo visitato l’edificio e la piazza in cui si svolgerà tutta la bella festa, che ha cadenza biennale.
L’edificio, situato nella vasta piazza del Popolo, è la settecentesca costruzione che in antico ospitava il mercato coperto (vedi foto). Ho poi preso un boccone nell’ottimo ristorante “l’Osto – si pronuncia «ostu» ‘d na Vòlta” che si trova nei pressi e che mi è stato indicato da Alessandra. Davvero ottimo, con una bella carta dei vini e un’offerta legata al territorio di eccellente qualità. Ho mangiato carne cruda di manzo al coltello e uno squisito coniglio. Ci ho bevuto un Valdobbiadene Prosecco docg Ruggeri e una mezza bottiglia di Dolcetto d’Alba Madonna di Como 2009 dei Marchesi di Barolo. Francesco Demichelis, figlio del titolare, mi è stato ottima guida. Per concludere, un ristorante da consigliare per qualità, pulizia, arredamento, accoglienza e prezzo giusto.
- Facciata del Mercato coperto
- La piazza del Popolo di Savigliano
Queste fotografie sono state riprese durante la mia esposizione a Eataly, nel dicembre del 2007. Sono due lavori che mi sono costati lunga fatica e hanno avuto una gestazione lunghissima. In particolare il “Tavolvino” è una sintesi metaforica – attraverso simboli, geometria e matematica – della mia visione del mondo. Chi è pratico di simbologia può trovarci un sacco di roba: dai primordi dell’uomo alle complicazioni di Fibonacci, passando tra cultura egizia e simbologia massonica. In fondo è un omaggio a Marcel Duchamp e al suo Grande Vetro, opera totalmente differente dalla mia….
Il mio “Tavolvino”, opera del 2007. E’ un tavolo di doppio cristallo inciso con le incisioni colmate di vino (Barbera). Il tavolo è inscritto in un rettangolo di dimensioni auree (110×68 cm.). E’ sorretto da due vasi di vetro che contengono vino bianco e vino rosso più tutti i tappi delle bottiglie che ho bevuto durante la realizzazione dell’opera. E’ stato esposto soltanto a Eataly e nel foyer del Cinema Empire, accanto al Caffè Elena a Torino. E’ disponibile per esposizione.
La mia “Scacchiera di vino” del 2005, è realizzata con vino bianco e vino rosso steso tra due cristalli di 64×64 cm. I bicchieri sono comuni calici che simboleggiano i pezzi degli scacchi, colmi di vino bianco e vino rosso. E’ stata esposta a Eataly e al Cinema Empire è stata usata per una partita simbolica alle Olimpiadi degli scacchi ti Torino, nel 2006, vedi foto sotto. E’ disponibile per esposizione.
In taberna quando sumus, / non curamus, quid sit humus,/ sed ad ludum properamus, / cui semper insudamus./
Quid agatur in taberna, / ubi nummus est pincerna, / hoc est opus, ut queratur, / sed quid loquar, audiatur. //
Quidam ludunt, quidam bibunt, / quidam indiscrete vivunt. / Sed in ludo qui morantur, /ex his quidam denudantur; /
quidam ibi vestiuntur, / quidam saccis induuntur / ibi nullus timet mortem., /sed pro Baccho mittunt sortem. /
Primo pro nummata vini ; / ex hac bibunt libertini. / Semel bibunt pro captivis,/ post hec bibunt ter pro vivis, /
quater pro Christianis cunctis, / quinquies pro fidelibus defunctis, / sexies pro sororibus vanis, / septies pro militibus silvanis. //
Octies pro fratribus perversis, / novies pro monachis dispersis, / decies pro navigantibus, / undecies pro discordantibus,/
duodecies pro penitentibus, / tredecies pro iter agentibus. / Tam pro papa quam pro rege / bibunt omnes sine lege. //
Bibit hera, bibit herus, / bibit miles, bibit clerus, / bibit ille, bibit illa, / bibit servus cum ancilla, /
bibit velox, bibit piger, / bibit albus, bibit niger, / bibit constans, bibit vagus, / bibit rudis, bibit magus. //
Bibit pauper et egrotus, / bibit exul et ignotus,/ bibit puer, bibit canus, / bibit presul et decanus, /
bibit soror, bibit frater, / bibit anus, bibit mater, / bibit ista, bibit ille, / bibunt centum, bibunt mille. //
Parum durant sex nummate, / ubi ipsi immoderate / bibunt omnes sine meta, / quamvis bibunt mente leta. /
Sic nos rodunt omnes gentes, / et sic erimus egentes. / Qui nos rodunt, confundantur / et cum iustis non scribantur.
Ho finito di dipingere il materiale grezzo su cui Vincenzo Gioanola lavorerà per montare un corto in animazione che sarà basato sul celebre testo, e altrettanto celebre musica, dei Carmina Burana di Carl Orff. Non ho idea di quando sarà pronto, ma confido in un grande risultato di cui la Giga è una interessante anticipazione (o bozza).
La vicenda è questa: mi spedisce un e-mail l’amico Piero Arditi delle Cantine Valpane (superba Barbera del Monferrato che da anni bevo e con cui dipingo sempre volentieri), c’è un articolo del Gamberorosso on line, a firma Loredana Sottile, in cui una pittrice fiorentina, tal Elisabetta Rogai, sostiene di aver inventato or ora quella che viene definita “Enopittura”.
Mando un messaggio in cui, in maniera semplice, dichiaro che è dal 1993 che dipingo col vino. Mi chiama la suddetta Loredana Sottile, molto gentile, e mi dice: “Dunque è lei che ha inventato la “Enopittura”!”.
Rispondo: “Guardi, io non ho inventato un bel nulla. Certo non ho copiato da nessuno, essendo stato il mio percorso una scoperta e una ricerca nata da una sera particolare (su questo sito è riportato il biglietto da visita di Aldo Novarese con le gocce di vino di quella sera lontana). Non so se a quei tempi, a parte i vinarelli (acquerelli stemperati con vino bianco anziché con acqua), qualcuno usasse il vino per dipingere. E poi per me il vino non è un colore e dipingere col vino non è folklore: il vino è materia, è ossessione, è Storia, è racconto di uomini. Io dipingo soltanto bicchieri, di notte. E non ci campo con i miei quadri, ne vendo pochi e soltanto a chi mi è simpatico…”.
Il risultato di quella chiacchierata telefonica è questo piccolo articolo in cui mi si attribuisce l’invenzione della “Enopittura”! Oltretutto, è questo un neologismo orrendo che mai mi azzarderei a usare. Ma che ci possiamo fare? così pare vada il mondo, oggidì.
- Con Silvia
- Foto d’insieme
- Vincenzo Vita tra la mia Scacchiera e il mio Tavolvino (sul tavolo Primitivo e Fiano Minutolo
- Con Tamara e Amid
- Con la Signora Firpo
- Con Vincenzo e Gaetano
Qui sopra le immagini e il depliant che illustra la mia mostra, completa delle installazioni in cristallo e stoffa – Tavolvino, Scacchiera e Sindone Profana – presso il ristorante La Tana del Re, in via Giovanni Vincenzo Virginio, prima traversa a sinistra della via Po. Ottimo ristorante, di cui ho già trattato in questo sito, e posto suggestivo in una via dalle mille suggestioni. Sono certo che avrò molte soddisfazioni da questo mio ennesimo show: questa zona di Torino costituisce una parte importante della mia vita. In questo posto, e in questa mostra confluiscono una serie di fatti che sono altrettante pietre miliari della mia ormai lunga strada. Tommaso Campanella e Luigi Firpo, l’Iran e Khayyam, Vincenzo Vita il Fiano Minutolo il Susumaniello e la Puglia, Paestum e il Cilento, e non basta……
Qui sotto alcuni provini in sequenza della ricerca di body-art “Il diavolo ti vuole” del 1980. Fu un lavoro complesso e tecnicamente assai raffinato. Per le foto da mettere in mostra usai una Hasselblad SWC con ottica Zeiss Biogon da 38/4,5 e pellicola negativa 6×6 Kodak Vericolor II Type S per luce diurna (volevo effetti molto caldi, usando luce ambiente con apparecchio sempre a pose lunghe su cavalletto). Pe l’audiovisivo usai una Nikon F2A con 20 mm. Nikkor, le musiche erano un mix di Tangerine Dream, Pink Floyd, D. Bowie, B. Eno e Kraftwerk. Fu presentato, insieme ai quadri dipinti da Bruno Chiarenza, al Postino Cheval in via Palazzo di Città. Le riprese avvennero tutte nello studio di Bruno in via Belfiore.
Delle foto singole, quella in b/n è lo scatto più importante, che vendevo in copie stampate a mano e numerate. Mi divertii un sacco a fare questo lavoro: c’era dentro tutta la mia ironia, di più, il sarcasmo che continua a alimentare la mia visione di bene/male come viene normalmente concepita e recepita. Soprattutto la simbologia che trovo esilarante. Com’è ovvio, i più presero tutto molto sul serio. Ma questo è un fatto scontato….
http://www.youtube.com/watch?v=xSfBXWmbn8s
Il link qui sopra rimanda alla visione di un breve filmato in animazione realizzato da Vincenzo Gioanola con alcuni dei miei quadri. La colonna sonora è costituita dal 4° movimento della Partita per violino n. 2 in re minore BWV 1004 di Johann Sebastian Bach suonata in maniera divina da Nathan Milstein (Londra 1973); di quest’opera io prediligo la Ciaccona che è l’ultimo movimento – un brano che per me è la cima inarrivabile della musica di tutti i tempi: come interpreta l’opera il divino violinista russo è la perfezione, nemmeno Uto Ughi riesce a raggiungere questi apici.
Vincenzo Gioanola lo conosco da oltre trent’anni: è una delle persone più dotata di talento che io ho incontrato (e ho avuto la fortuna d’incontrarne tante). Quando qualche giorno fa mi ha chiamato per dirmi che era interessato a realizzare un corto con i miei quadri, sono stato molto contento: era da tempo che volevo di nuovo lavorare con lui.
Qui sotto ci sono alcune immagini dei primi anni Ottanta, quando avevo un’agenzia di pubblicità e mi occupavo soprattutto di fotografia: Vincenzo suonava con La Lionetta e faceva parte di quella stupenda accozzaglia di talenti che era La Compagnia del Bagatto.
Nell’immagine che ritrae “Billo” – un furgone Bedford che era diventato un essere vivente, compagno fedele di mille viaggi avventurosi e sgangherati – ripresa nel cortile di via Piave al numero 5 (io oggi abito al 9 della stessa via), dove stava la sede della Compagnia, si riconoscono tra gli altri, Silvio e Alfio Bastiancich, Laura Malaterra, Marco Ghio, Raffaella Marsella. Il pieghevole era stato ideato dall’indimenticabile Mariano Gai-Lofaso, amico carissimo scomparso pochi mesi dopo.
Nell’altra immagine, uno scarto di fotografie realizzate per la copertina di un Lp della Lionetta, tutti i componenti del gruppo sono sospesi per aria: Vincenzo è il pazzo più in alto, nel gruppo suonava la ghironda. Le altre due immagini riguardano un lavoro – strepitoso – che la mia agenzia aveva commissionato a Vincenzo per le attività di teatro ragazzi a Torino in quegli anni: è una platea di personaggi assurdi e improbabili, opera dell’immaginazione di Vincenzo.
Il breve filmato in link, che è ancora una semplice bozza, testimonia del suo talento: Vincenzo, come me del resto, è uno di quelli noti e apprezzati in giro per il mondo e totalmente ignorati in questa gora di provincialismo che è la nostra, magnifica per altro, Città.
Questa mostra è un grande piacere per me: rivedere un amico dopo anni e realizzare con lui, e con la sua famiglia, questa piccola manifestazione è davvero un regalo.
Oggi il film (25′ in 16 mm, b/n) è di proprietà della Gam di Torino. Avevo poco più di 21 anni e Plinio Martelli mi aveva scoperto alla mia prima mostra di fotografia, pochi mesi prima, al Set Club.
Il film fu girato in una squallida mansarda di un palazzo tra i corsi Sommelier e Re Umberto, sempre a Torino. E’ una ripresa a inquadratura fissa con il rumore dell’acqua che scorre dal rubinetto del lavandino sulla sinistra. Sono 25 minuti del mio corpo che si contorce dentro uno spazio che lo assedia: angoscia e frustrazione che pervadono un’atmosfera di atroce costrizione. Superbo.
Questo lavoro di Plinio, in cui il mio contributo è fondamentale, ha partecipato alla Biennale di Venezia del Cinema d’artista (ricordo con piacere un gruppo formidabile di giovani artisti tra i quali Ugo Nespolo) nell’autunno del 1976 e è stato proiettato in molti paesi del mondo. Get back in pride, parafrasando Osborne.
Il 2005, anno per me terribile, lo inaugurai con il Dolcetto d’Alba Vigna S. Lorenzo 2003 di Giribaldi: un produttore con cui non ebbi alcun feeling (e appunto l’anno fu disastroso…). Per gli auguri successivi scelsi il Murrae 2004 di Rocche Costamagna (avevo già usato il Rubis); il soggetto è uno dei miei più belli: un fiore-bicchiere fatto con i polpastrelli per un 2006 prospero. L’anno successivo scelsi il Dolcetto San Luigi 2005 di Quinto Chionetti, un altro produttore con cui non ebbi alcun feeling (anche maleducato, perché nemmeno mi ringraziò per gli auguri e io non avendogli chiesto proprio nulla, nemmeno le bottiglie che comprai…); il soggetto fu l’Ankh, simbolo della vita egizio. dipinsi una serie speciale, dedicata a faccende iniziatiche, con il soggetto G (7° lettera dell’alfabeto con potenti significati, anche personali – la abbino sempre alla M, 11° lettera): questa serie fu dipinta con il Dolcetto Colombè 2005 di Ratti dell’amico Massimo Martinelli e fu benaugurante. Il 2008 fu introdotto da un altro Dolcetto di Dogliani, il San Luigi 2006 di Bruno Porro: il simbolo l’0tt0 orizzontale che è l’infinito. Fu l’anno dei grandi viaggi in India, Guatemala, Stati Uniti. Il 2009 fu l’anno del magnifico Dolcetto 2007 di Flavio Roddolo: l’anno dell’OM e l’anno delle grandi mostre in India. Con il Dolcetto Borgogno 2008 dell’amico Oscar Farinetti augurai il 2010 che, alla sua fine, si sta rivelando una ottima annata. Mi auguro che il Bricco Mollea 2009, Dolcetto delle Langhe Monregalesi, di Massimo Martinelli accompagni un 2011 favorevole.
Ho cominciato nel dicembre del 1998 a dipingere, uno a uno, i miei auguri. Sempre con un Dolcetto diverso di anno in anno e sempre scelto a seconda dei miei gusti, dei miei capricci, delle mie suggestioni.
Il primo era un Dolcetto d’Alba 1997 di una riserva speciale dei Marchesi di Barolo che mi aveva regalato un amico. Il secondo il Dolcetto d’Alba Cremes 1998 di Gaja.Il terzo, per gli auguri del 2001, il Dolcetto Dogliani 1998 dei Poderi Einaudi (in quell’anno dipinsi anche una piccola serie speciale per Gegè Mangano con il Primitivo di Felline 1998). Per il 2002 scelsi il Dolcetto d’Alba Villa Ile del 2000. L’anno successivo ne usai due: il magnifico Rubis, Dolcetto d’Alba, di Rocche Costamagna del 2001 e il Dolcetto di Diano 2001 Sorì Bric Maiolica dei Poderi Sinaglio. Infine, per il 2004, dipinsi con un Dolcetto di Ovada Superiore (Villa Montoggia 1998). Le riproduzioni dei biglietti da visita sono assai brutte: in quel periodo non usavo il digitale e neanche tutta la mia capacità tecnica nella riproduzione analogica: le immagini qui sotto sono assai brutte, ma sono scansioni di stampe fotografiche scadenti.
Ecco nella sequenza qui sotto il murale che ho dipinto negli spazi di Salento showroom in via Regina Isabella, 22 a Lecce (di fianco alla chiesa di Sant’Irene, dalle cui decorazioni ho tratto ispirazione). Nelle fotografie, oltre al murale e alla mia esposizione, ci sono le immagini delle persone con cui sono stato bene: Stefano, Marco, Giuliana, Laura (mancano Vincenzo e Stefano, ma sono comunque con noi).
Ecco le prime immagini della mia mostra a Lecce. Il posto è delizioso, attiguo alla chiesa di Sant’Irene (originaria patrona di Lecce, prima di Sant’Oronzo): la basilica è nel classico barocco leccese, un barocco che a me piace definire barocco-liberty perché è dominato da motivi floreali, leggeri delicati.
L’inaugurazione è andata bene: devo ringraziare soprattutto Stefano, Vincenzo, Giuliana, Laura e Marco, che mi hanno aiutato a risolvere alcune difficoltà non di poco conto. Stefano è con me nella foto qui sotto. Parlerò successivamente di Lecce, delle chiese di Lecce, del cibo e dei vini di Lecce.
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Murale al Caffè Elena di Piazza Vittorio Veneto a Torino, vino Ruché Laccento di Montalbera 2008

- Murale per il Med del Radisson a Delhi, dipinto nel novembre 2009 con Cabernet Sauvignon 2008 delle cantine indiane Sula


Murale dipinto su una parete del mio salotto. E' il centro della pietra del Sole trovata a Mexico City verso la fine del XVIII secolo. Rappresenta il Tempo e le 4 ere

Questo murale, dipinto con il vino, è in Hanover(New Hampishire)

Murale dipinto con vino nel locale di Bavnesh a Hanover (USA)
Grande successo ha avuto – a parte la mia mostra e i filmati che ho mostrato su scacchi, Caffé Elena e la bozza strepitosa dell’animazione di Vincenzo Gioanola con i miei lavori – il mio:
Decalogo del vino.
1) Il vino non si degusta, si beve.
2) Il vino è una questione sempre soggettiva.
3) Il vino è una faccenda che attiene alla poesia, non alla scienza.
4) Il vino non ama le guide: sono tutte più o meno false o inattendibili.
5) Il vino è succo d’uva fermentato, non è nettare.
6) Il vino non ha nulla a che spartire con gli dei.
7) Il vino, quando si parla di religione, tende a diventare aceto.
8) Il vino è geloso: ogni bottiglia è un universo che mira a essere assoluto.
9) Il vino è sensibile alle compagnie, al contesto, al clima….a tutto.
10) Il vino è un mistero insondabile, ma è il mistero meno misterioso del mondo.
C’è un undicesimo comandamento: mandate a cacare tutti quelli che cercano d’insegnarvi qualcosa del vino: sono tutti delinquenti, assassini, sodomiti, ladri; non pagano l’affitto, non pagano le tasse, non pagano le multe.
Veri furfanti sono e bugiardi e infingardi: non vi fidate. Parola di chi c’è cascato e pretende d’insegnarvi qualcosa di giusto del vino.
http://www.vincenzoreda.it/stupinigi-wow-prime-immagini-di-un-successo/
http://www.vincenzoreda.it/stupinigi-25-settembre-2010-strade-reali-e-vini-dei-re/
Questo è il lavoro, assai complicato dal punto di vista tecnico, che ho creato apposta per il convegno e la mostra alla palazzina di caccia di Stupinigi che si inaugura il 25 settembre 2010.
Con la mia ossessione per i valori della filologia, ho scelto un vino del torinese: un vino che vanta una bella storia anche se oggi dimenticato. E’ un vino dolce, a bassa gradazione alcolica che le coppiette usavano bere prima di andare a infrattarsi, protette dai boschi lenoni della collina torinese, per consumare ritualità di baci e carezze e sospiri.
Cavour, amante oltremodo delle grazie femminili, lo chiamava «vino ciularino»: e se ne intendeva parecchio, pare.
Ho detto sopra tecnicamente difficile: il Cari è un vino di colore scarico, dunque poco tannico e con pochi antociani e molti zuccheri che danno scarso colore e fanno fatica a penetrare le fibre della carta e a asciugare. Un lavoro del genere richiede molto tempo e tanta pazienza. Ho usato un Cari delle Cantine di Castelnuovo Don Bosco del 2008 che sono riuscito a trovare in quel magnifico negozio di Porta Palazzo che si chiama “Da Marco”: un ottimo indirizzo se si cerca un vino o un distillato difficile da reperire altrove.
Per il contorno del bicchiere ho invece usato una vecchia spremuta di uva fragola, del 2001, che coltivava mio padre nel suo piccolo terreno di Beinasco: rappresenta una sorta di retaggio ereditario, essendo l’ultima uva della sua vita onorevole. Non avevo mai usato questo liquido prezioso e a modo suo simbolico. Mi auguro che sia di buon auspicio per una mostra che mi onoro di realizzare nel contesto di uno degli edifici più significativi della storia di Torino e d’Italia: l’opera sontuosa di un artista siciliano, migrante come me dal Sud, che in terra sabauda ha dato il meglio di sé, l’abate messinese Filippo Juvarra (e mi si perdoni, per una volta, l’enfasi colpevolmente – ma consapevolmente – retorica).
Ne parla Giovanni Battista Croce per la prima volta in un testo, oggi abbastanza conosciuto, pubblicato nel 1606: lo cita come “Cario” e lo elogia come vino delicato, dolce, buono …che meglio dir si potria caro per la bontà sua. Era costui un milanese di cui si conosce poco: nato intorno alla metà del XVI secolo e morto intorno al 1616; orafo e architetto al servizio del duca Emanuele Filiberto, possedeva una vigna sulla collina torinese e vi attendeva con grande cura e competenza, essendo anche un esperto di orti e giardini. Di questo volume ne possiedo due copie: quella qui riprodotta è un’edizione anastatica abbastanza rara, pubblicata nel 1970 dall’editore torinese Ruggero Aprile e con un’introduzione di grande interesse scritta da Ada Peyrot. Nel 2000 ne venne pubblicata un’edizione a cura dell’Enoteca del Piemonte, con prefazione di Pier Domenico Garrone.
Parlo del Cari perché è il vino che ho scelto per realizzare un lavoro che andrà a illustrare la locandina del convegno ”Strade reali e vini dei Re” che si svolgerà presso la Palazzina di Caccia di Stupinigi il 25 settembre prossimo. In quell’occasione avrà luogo una mia mostra, completa delle installazioni in cristallo (Tavolvino e scacchiera), presso le scuderie della magnifica Palazzina. Questa manifestazione è stata ideata e voluta dall’attuale Commissario Straordinario del Parco di Stupinigi, Dr. Roberto Saini e avrà il patrocinio della Regione Piemonte e della Provincia di Torino con la collaborazione dell’Associazione “Strada reale dei vini piemontesi” e la presenza il suo Presidente, Dr. Francesco Balbiano.
http://www.vincenzoreda.it/stupinigi-25-settembre-2010-strade-reali-e-vini-dei-re/
Dal momento che io non dipingo mai con un vino che non ho prima bevuto, ho avuto modo di abbinare questo vino dolce e delicato, di colore rubino scarico, con dei fichi d’India: bevuto fresco, si sposa in maniera eccellente con questi frutti. Il Cari è un vino di difficile reperibilità che si spreme da uve Pelaverga di Pagno – il Pelaverga di Saluzzo che nulla ha da spartire con l’omonimo vitigno di Verduno, né con il rarissimo Peilavert del Canavese.
Di questi lavori alcuni sono per davvero particolari: uno è dipinto con un vinaccio da qualche decina di centesimi al litro, acquistato in un supermercato; uno è dipinto con il mio piede destro; un altro è dipinto con le mani.
Tecnicamente, il vinarello è un acquerello a cui all’acqua si sostituisce il vino: è una tecnica vecchia già di molti anni, assai conosciuta grazie alla manifestazione che si svolge ogni anno anno a Torgiano. Tutt’altra cosa dalla mia ricerca che riguarda la pittura con il vino, bianchi compresi: a prescindere dalle difficoltà tecniche, la mia è un’ossessione perché il Vino mi scorre non tanto nelle vene quanto nei dendriti che formano le sinapsi del mio cervello intasato, sfasato, anarchico, decadente e caduto, o caduco?










































































































































