Archive for the ‘MOSTRE’ Category
I miei dipinti a olio su tavola

Io sono famoso per essere il pittore che dipinge con il vino (fin dal 1993, prima mostra a Capo Liveri, Isola d’Elba, nel 1998), eppure a me piace anche usare tecniche classiche come olio o acquarello. Questi tre lavori sono del 2002  e sono olio su tavola e non su tela. Il più scuro è in formato 20×30 cm, gli altri due 35×50. Li ho esposti una volta soltanto e non sono incorniciati.

La mia Sindone profana

Questo lavoro l’ho concepito e eseguito nel 1998 su un tovagliato di cotone di fine ’800 formato 220×110 cm. circa. E’ un occhio/bicchiere speculare, dipinto lasciando colare il vino sulla stoffa piegata a metà e lasciando per diffusione capillare macchiare il tessuto sottostante: così ho realizzato l’effetto speculare.

Il vino è un Colorino toscano vinificato nel ’97 in purezza per le Cantine Corna da Claudio Gori; la piccola macchia scura in mezzo è il mio sangue autentico: firma che più mia non può essere.

Si intitola: “S’intona Sidone con Sindona?”. Quando ho immaginato questo lavoro è ovvio che pensavo (con tutto il rispetto dovuto, fuori da ogni dubbio) al Sacro Lenzuolo – The Holy Shroud – ma volevo comporre uno scherzo/riflessione dada sulla tradizione che lega sangue-vino-coppa-tessuto. Era il 1998, e a Torino si esponeva la Sacra Sindone. Quest’anno la Reliquia, che per me ha un fascino speciale – che poco o punto ha a che vedere, almeno direttamente, con le credenze cristiane – viene di nuovo esposta.

Il mio lavoro è in India, ma mi piacerebbe di riportarlo a Torino. E’ stato esposto al pubblico soltanto 3 o 4 volte e mai capito per quel che io l’ho concepito (ma questo è un fatto non insolito).

My best Christmas and New Year’s Greetings painted with Barolo Wine

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Ecco i miei auguri di quest’anno: due lavori dipinti con un Barolo del 1982 e un Nebbiolo del 2016.

Buona fortuna e belle cose a tutti, amici e non.

Vincenzo Reda.

Vincenzo Reda, mostra presso ristorante Fratelli La Bufala, Torino

Sono stato assai soddisfatto ieri sera all’inaugurazione della mia piccola personale presso Fratelli La Bufala (Torino, via Barbaroux, 37/39). Mi è piaciuto parecchio l’allestimento, particolare e scenografico, e mi hanno fatto piacere gli amici intervenuti tra i quali ricordo con piacere Giulio Tedeschi (cui devo questa mostra) e Nadia Sponzilli che è tra i pochi a scrivere (e recitare) poesie degne di questo nome.
La mostra è visitabile tutti i giorni a pranzo e cena, magari gustando l’ottima pizza (e non soltanto) che offre questo ristorante.

Miguel Bustinza e Patricia Trujillo Villar erano con noi ieri sera. Dopo la mostra abbiamo cenato al ristorante Fratelli La Bufala e insieme all’ottima pizza ho fatto loro gustare due vini poco o punto conosciuti a Torino: il Gragnano e il Lacryma Christi. Soprattutto il primo, leggermente frizzante, è un rosso fresco e leggero che accompagna la pizza in maniera davvero formidabile (è citato da Totò in una famosa scena del film Miseria e Nobiltà). Anche se non interessa la mia mostra, vi consiglio di provare questo ristorante e bere questi eccellenti vini vesuviani (Sorrentino ne è il produttore).

Il Cari vino raro delle Colline Torinesi

Ne parla Giovanni Battista Croce per la prima volta in un testo, oggi abbastanza conosciuto, pubblicato nel 1606: lo cita come “Cario” e lo elogia come vino delicato, dolce, buono …che meglio dir si potria caro per la bontà sua. Era costui un milanese di cui si conosce poco: nato intorno alla metà del XVI secolo e morto intorno al 1616; orafo e architetto al servizio del duca Emanuele Filiberto, possedeva una vigna sulla collina torinese e vi attendeva con grande cura e competenza, essendo anche un esperto di orti e giardini. Di questo volume ne possiedo due copie: quella qui riprodotta è un’edizione anastatica abbastanza rara, pubblicata nel 1970 dall’editore torinese Ruggero Aprile e con un’introduzione di grande interesse scritta da Ada Peyrot. Nel 2000 ne venne pubblicata un’edizione a cura dell’Enoteca del Piemonte, con prefazione di  Pier Domenico Garrone.

Parlo del Cari perché è il vino che ho scelto per realizzare un lavoro che andrà a illustrare la locandina del convegno  ”Strade reali e vini dei Re” che si svolgerà presso la Palazzina di Caccia di Stupinigi il 25 settembre prossimo. In quell’occasione avrà luogo una mia mostra, completa delle installazioni in cristallo (Tavolvino e scacchiera), presso le scuderie della magnifica Palazzina. Questa manifestazione è stata ideata e voluta dall’attuale Commissario Straordinario del Parco di Stupinigi, Dr. Roberto Saini e avrà il patrocinio della Regione Piemonte e della Provincia di Torino con la collaborazione dell’Associazione “Strada reale dei vini piemontesi” e la presenza il suo Presidente, Dr. Francesco Balbiano.

http://www.vincenzoreda.it/stupinigi-25-settembre-2010-strade-reali-e-vini-dei-re/

Dal momento che io non dipingo mai con un vino che non ho prima bevuto, ho avuto modo di abbinare questo vino dolce e delicato, di colore rubino scarico, con dei fichi d’India: bevuto fresco, si sposa in maniera eccellente con questi frutti. Il Cari è un vino di difficile reperibilità che si spreme da uve Pelaverga di Pagno – il Pelaverga di Saluzzo che nulla ha da spartire con l’omonimo vitigno di Verduno, né con il rarissimo Peilavert del Canavese.


Painted with Chianti wine and my right foot (2006)

Pisco, altri lavori
I colori del Pisco, dedicati al Perù

I lavori sopra illustrati sono acquerelli diluiti con distillati, Grappa e Pisco. E’ una sperimentazione che vedrà soltanto poi l’uso del Pisco con soggetti ispirati alla cultura e alla storia del Perù. I distillati con cui uso i colori ad acqua sono più densi e asciugano più velocemente, dunque la tecnica è un poco diversa di quella “normale”. Questi sono in formato 35×50, i prossimi invece saranno 50×70, sempre su carte Fabriano o Archer.

Come al solito, i miei lavori hanno una struttura e una genesi concettuale: uso, come con il vino, soltanto distillati che conosco e che ho bevuto.

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Vincenzo Reda, 35×50 cm., olio su tavola, 2002 (anno palindromo).

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I miei auguri di vino dal 2005 al 2010, wine greetings 2005 2010

Il 2005, anno per me terribile, lo inaugurai con il Dolcetto d’Alba Vigna S. Lorenzo 2003 di Giribaldi: un produttore con cui non ebbi alcun feeling (e appunto l’anno fu disastroso…). Per gli auguri successivi scelsi il Murrae 2004 di Rocche Costamagna (avevo già usato il Rubis); il soggetto è uno dei miei più belli: un fiore-bicchiere fatto con i polpastrelli per un 2006 prospero. L’anno successivo scelsi il Dolcetto San Luigi 2005 di Quinto Chionetti, un altro produttore con cui non ebbi alcun feeling (anche maleducato, perché nemmeno mi ringraziò per gli auguri e io non avendogli chiesto proprio nulla, nemmeno le bottiglie che comprai…); il soggetto fu l’Ankh, simbolo della vita egizio. dipinsi una serie speciale, dedicata a faccende iniziatiche, con il soggetto G (7° lettera dell’alfabeto con potenti significati, anche personali – la abbino sempre alla M, 11° lettera): questa serie fu dipinta con il Dolcetto Colombè 2005 di Ratti dell’amico Massimo Martinelli e fu benaugurante. Il 2008 fu introdotto da un altro Dolcetto di Dogliani, il San Luigi 2006 di Bruno Porro: il simbolo l’0tt0 orizzontale che è l’infinito. Fu l’anno dei grandi viaggi in India, Guatemala, Stati Uniti. Il 2009 fu l’anno del magnifico Dolcetto 2007 di Flavio Roddolo: l’anno dell’OM e l’anno delle grandi mostre in India. Con il Dolcetto Borgogno 2008 dell’amico Oscar Farinetti augurai il 2010 che, alla sua fine, si sta rivelando una ottima annata. Mi auguro che il Bricco Mollea 2009, Dolcetto delle Langhe Monregalesi, di Massimo Martinelli accompagni un 2011 favorevole.

I miei auguri di vino dal 1999 al 2004

Ho cominciato nel dicembre del 1998 a dipingere, uno a uno, i miei auguri. Sempre con un Dolcetto diverso di anno in anno e sempre scelto a seconda dei miei gusti, dei miei capricci, delle mie suggestioni.

Il primo era un Dolcetto d’Alba 1997 di una riserva speciale dei Marchesi di Barolo che mi aveva regalato un amico. Il secondo il Dolcetto d’Alba Cremes 1998 di Gaja.Il terzo, per gli auguri del 2001, il Dolcetto Dogliani 1998 dei Poderi Einaudi (in quell’anno dipinsi anche una piccola serie speciale per Gegè Mangano con il Primitivo di Felline 1998). Per il 2002 scelsi il Dolcetto d’Alba Villa Ile del 2000. L’anno successivo ne usai due: il magnifico Rubis, Dolcetto d’Alba, di Rocche Costamagna del 2001 e il Dolcetto di Diano 2001 Sorì Bric Maiolica dei Poderi Sinaglio. Infine, per il 2004, dipinsi con un Dolcetto di Ovada Superiore (Villa Montoggia 1998). Le riproduzioni dei biglietti da visita sono assai brutte: in quel periodo non usavo il digitale e neanche tutta la mia capacità tecnica nella riproduzione analogica: le immagini qui sotto sono assai brutte, ma sono scansioni di stampe fotografiche scadenti.

Vincenzo Reda e i suoi Piscarelli al ChickenRiko di Torino

Lo scorso 8 novembre ho dipinto un Piscarello nel corso della serata in cui presentavo la mia mostra nel locale di cucina peruviana ChickenRiko, in via Artisti, 1 a Torino.

E’ stata una serata di particolare intensità e di imbarazzante emozione.

Il pezzo dipinto con il Pisco e con l’aggiunta di polvere di peperoncino peruviano l’ho lasciato in omaggio ai gentilissimi proprietari del locale: Fiordeliz  e Salvatore, chef italiano.

Nella galleria di immagini anche i Piscarelli esposti a La Piazza dei Mestieri e quelli di proprietà del ristorante Made in Perù.

I miei EMOTICON di vino al Bar Pietro, Torino

Invitato da Filippo Maria Paladini, dell’associazione pre/tesTO, ho dipinto 11 lavori su carta Fabriano 50% cotton da 300 gr. formato 25×35 per una mostra che si è inaugurata giovedì 23 novembre alle ore 18.30 presso il Bar Pietro di via San Domenico, 34/f in Torino.

Ho usato un particolare Ruchè di Scurzolengo (Asti) della Cascina Tavijn, un Ruchè quasi amabile di 15% vol., di colore rubino intenso.

Durante la serata ho dipinto con un vino Oliena (Cannonau) di una vecchissima bottiglia custodita nelle cantine del Bar Pietro da almeno 25/30 anni. Vino liquoroso, ancora bevibile.

I quadri sono in vendita.

La mostra è dedicata al mio grande amico Mariano Gai Lofaso.

Etichette d’autore

Finalmente ho finito. Un lavoro innanzitutto concettuale durato mesi e poi la difficile realizzazione: dipingere in rilievo (ed è vino!) una per una 73 etichette che andranno a impreziosire altrettante bottiglie di un grande Barolo, il Preve 2007 di Gagliardo. Ovvio che il vino usato è quello di un’unica bottiglia di Preve di cui, almeno un sorso, ho prima bevuto. E’ un lavoro “sinfonico” perché ha un senso nel suo svolgimento complessivo: interpretare una linea e uno spazio definito tramite le mie ossessioni, pur vivendo ogni etichetta una vita propria. Sono soddisfatto. Soddisfatto ma esausto.

Barolo Preve 2007 su legno per Gianni Gagliardo

Per i Gagliardo ho eseguito diversi lavori che si possono vedere su questo sito.

Tempo fa Piero Antonio Daviso, che cura il neg0zio Gianni Gagliardo in via Roma a Barolo, mi regalò lo stimolo per una bella idea nuova: dipingere con il vino i coperchi in pioppo delle cassette di sei bottiglie.

Ho dovuto faticare parecchio per ottenere questi risultati. Il vino semplice, anche concentrato, tende infatti a diluirsi a casaccio tra le fibre del legno e non mantiene il colore. Così, sfruttando l’esperienza del lavoro sui tini di calcestruzzo eseguito nel giugno 2015 per la Tenuta Mara nel riminese, ho messo a punto una miscela speciale (segretissima) che mi permettesse di raggiungere i risultati che desideravo. Anche la tecnica di pittura è abbastanza differente da tutte quelle che ho messo a punto per stendere il vino sulle altre superfici (carta, stoffa, scagliola, cristallo, cemento).

A questo punto sono pronto per realizzare, e saranno sempre su commissione, questo tipo di lavoro per le Cantine che me lo vorranno richiedere: mi pare una bella idea, sia per importatori sia per enoteche e ristoranti.

Vedremo come reagiranno i miei potenziali clienti.

Tra i miei preferiti

Questi sono alcuni dei miei lavori preferiti. Due sono stati venduti, gli altri due sono ancora miei.

Coprono un arco di quasi 15 anni.

Il mio Che di vino

Questo è il mio Che, dipinto con il Borgogno 2009 No Name, Nebbiolo (in verità è un Barolo, ma non per la legge).

Questo lavoro è stato eseguito sulla mia Arches 300 gr. in formato 35×50. L’ho fatto per me, ma poi successe che di questo lavoro se ne innamorò Oscar Farinetti e me lo comprò per pochi euro, da par suo….

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Capoliveri: la prima esposizione in pubblico

Era il 30 maggio del 1998 e in una piazzetta del centro di Capoliveri, paese stupendo dell’isola d’Elba, esponevo per la prima volta in pubblico i miei quadri.

Il giorno appresso venne Vittorio Fiore che molto apprezzò i miei lavori e m’invitò nella sua dimora, uno splendido casale medievale ristrutturato con sensibilità e cultura, in Chianti.

Dipinsi per lui, con il suo Carbonaione, alcuni quadri: posso affermare, non senza orgoglio, che Vittorio Fiore è stato il mio primo collezionista.

Dei 18 pezzi presentati a Capoliveri, 3 fanno parte della mia collezione privata – e sono i più estremi, quelli che mi piacciono di più: in pratica delle macchie di vino. 2 sono in India, uno è a San Damiano d’Asti e tutti gli altri sono stati venduti a prezzi oggi ridicoli.

Non so chi sia la bimba che mi siede a fianco, era una bimba cui ero simpatico e a cui piacevano i miei lavori: curiosamente, mia figlia Geeta sarebbe arrivata dall’India quello stesso anno in novembre.

A note of Barolo wine for Bob Dylan

Ricevo tre bottiglie di Barolo Oddero 2007 che mi servono per officiare uno dei miei riti astrusi.

Una la bevo con calma, per qualche giorno. E’ questo un Barolo prodotto dalle Cantine Oddero in La Morra: azienda storica che produce grande vino fin dal 1878. La tipologia del vino che bevo è peculiare: è il risultato di una cuvée di uve provenienti in parte dal cru Santa Maria, Bricco Chiesa (La Morra),  e in parte dal cru Bricco Fiasco (Castiglione Falletto). Dopo un’accurata raccolta manuale, le uve fermentano in maniera separata in acciaio (sulle bucce per circa tre settimane) e affinano in legno grande fino all’imbottigliamento. Il vino viene offerto ai sensi dei bevitori (sperando siano tutti meritevoli) dopo almeno sei mesi di ulteriore affinamento in bottiglia. E’ un Barolo ancora giovane, elegante, dal bel rosso granato scarico. I sentori al naso sono i caratteristici odori di spezie che evolvono verso fiori secchi e liquirizia. In bocca esplodono i tannini importanti che costituiscono la cifra di questo vino, austero, asciutto, persistente. Vino che è figlio di vigne venerande di 30/40 anni di età che hanno imparato a produrre poco e bene. Magnifico!

Gustato il vino, apro la seconda bottiglia e il suo contenuto prezioso lo stendo sopra un foglio di nobile carta Archer da 600 gr.: è una carta prodotta in maniera artigianale dalla macerazione di stracci di cotone. Praticamente eterna. Dispongo il liquido a comporre una nota: una sola nota dedicata a chi di note tante me ne ha regalate. Ma è una nota di Barolo. Come sono uso, il tutto avviene di notte, nel silenzio e assaporando ogni tanto un sorso di quel colore. Dura circa un mese la fase di rifinitura e asciugatura del vino che ha così il tempo d’impregnare le fibre di carta. Il lavoro è pronto: soltanto vino e pazienza, ascoltando i classici di Bob Dylan.

La terza bottiglia è privata della sua etichetta: ne dipingo una apposta. Il formato è, come sempre, in proporzione aurea secondo i numeri di Fibonacci (8×13 cm.), con una carta un poco meno pesante. Questa bottiglia contiene il colore del quadro che Bob Dylan potrà bere.

Il quadro e la bottiglia sono stati consegnati all’artista, direttamente nel suo camerino, il pomeriggio del 16 luglio, prima del suo concerto  a Barolo in occasione di Collisioni 2012. Non so cosa gli hanno raccontato. Spero abbia apprezzato: per parte mia ho fatto quel che dovevo fare, senza nulla pretendere – come ho imparato dalla Bhagavadgita. Così sia.

Body art 1976, Each body takes up its own space, Plinio Martelli

Oggi il film (25′ in 16 mm, b/n) è di proprietà della Gam di Torino. Avevo poco più di 21 anni e Plinio Martelli mi aveva scoperto alla mia prima mostra di fotografia, pochi mesi prima, al Set Club.

Il film fu girato in una squallida mansarda di un palazzo tra i corsi Sommelier e Re Umberto, sempre a Torino. E’ una ripresa a inquadratura fissa con il rumore dell’acqua che scorre dal rubinetto del lavandino sulla sinistra. Sono 25 minuti del mio corpo che si contorce dentro uno spazio che lo assedia: angoscia e frustrazione che pervadono un’atmosfera di atroce costrizione. Superbo.

Questo lavoro di Plinio, in cui il mio contributo è fondamentale, ha partecipato alla Biennale di Venezia del Cinema d’artista (ricordo con piacere un gruppo formidabile di giovani artisti tra i quali Ugo Nespolo) nell’autunno del 1976 e è stato proiettato in molti paesi del mondo. Get back in pride, parafrasando Osborne.

Creative Art & Food a Torino in occasione di Terra Madre

Inaugurata sabato 17 settembre 2016 la mostra collettiva “Creative Art & Food” al MIIT di C.so Cairoli, 4. Affollatissima e assai interessante, la mostra è visitabile fino al 26 settembre con orari 15.30/19.30 da martedì a sabato.

Working for japanese Tv: Vincenzo Reda dipinge con il vino
Vincenzo Reda Wines Paintings in La Piazza Restaurant – Torino
Botti concettuali e concetto di botti

La prima visita alla Cantina della Tenuta Biodinamica Mara, sulle dolci colline di San Clemente (basso riminese, a non più di 3/4 chilometri in linea d’aria dall’Adriatico), l’ho effettuata il 5 maggio scorso.

Mi ero portato del vino ridotto e così ho effettuato i primi interventi sulle pareti in cemento dei due tini a forma di uovo.

Visto il luogo, unico nel suo genere sia per la luce sia per le musiche (Canti Gregoriani), ho deciso di non alterare con uno strato di gesso le pareti dei tini, cosa che senza dubbio avrebbe messo in maggior risalto il colore del vino ma che sarebbe stata invasiva.

Avendo preso questa decisione, mi è venuto naturale ispirarmi a un certo graffitismo d’autore: Keith Haring e, soprattutto, Jean-Michel Basquiat, entrambi americani vissuti (e scomparsi giovanissimi) tra gli anni ’60 e  ’80 del secolo scorso.

Chiaro che ho declinato questo stile con le mie ossessioni sul simbolismo di tipo antropologico e cultuale che mira da sempre a un utopistico sincretismo: certi simboli sono, senza dubbio alcuno, di valore universale.

Su tutti, i due che contraddistinguono con la loro dimensione e posizione i due tini: quello più grande, a sinistra, reca l’OM sanscrito che rappresenta la sacra sillaba dei Veda (risalente ad almeno il X sec. a. C.), il mantra per eccellenza; la Preghiera Universale, in estrema sintesi. Il tino di destra reca invece il simbolo egizio ANKH, ovvero La Vita (Eterna): simbolo antichissimo spesso associato alla dea dell’Ordine Universale Maat e al Dio Horus (Falco), il cui sacro occhio sinistro è inscritto nell’ansa della croce.

Dopo questi due simboli importantissimi, ho deciso di riportare su entrambi i tini il Quadrato magico della Palindrome Sacra: SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS; attribuita a un vescovo di Lione della seconda metà del II secolo, è una frase che si legge nello stesso modo sia da destra a sinistra che viceversa e, messa nel quadrato, si legge sempre uguale da qualunque parte di cominci. La frase è in latino e significa: Il contadino Arepo lavora con difficoltà la ruota (dell’aratro). Considerata una frase beneaugurante, in verità è l’anagramma doppio di Pater Noster che viene incrociato e reca ai quattro lati dei bracci della Croce 2 α e 2 ω, ovvero le 4 vocali che crescono: l’ α e l’ω sono l’inizio e la fine di tutto.

Altri simboli importanti sono la sequenza di Fibonacci (1 1 2 3 5 8 13 21 34 55 89…); scoperta dal matematico pisano dopo i contatti con il mondo arabo, rappresenta lo schema che regola la matematica dell’Universo: ogni numero è la somma dei due precedenti e con l’ingrandirsi delle cifre il rapporto tra un numero e quello che lo precede diventa 1,618…. che è chiamato Numero D’Oro (il rapporto tra i lati che regola il Rettangolo Aureo del Rinascimento italiano). φ (fi) è il simbolo greco che rappresenta il Numero D’oro.

Poi c’è il glifo Kan: a seconda del determinativo che lo identifica, nella complessa scrittura dei Maya classici, significa Signore, Sole, Quattro ed è forse il glifo più importante di quella straordinaria cultura americana.

E ancora ci sono l’ideogramma cinese della fortuna, la spirale, la stella a sei punte, la falce e il martello, la Menorah (il candelabro a sette bracci ebraico)….

Detto della complessa simbologia che ho riportato sul cemento dei due tini a uovo, il lavoro è cominciato domenica 21 ed è finito giovedì 25 giugno 2015. In fasi successive ho spennellato con il Sangiovese Maramia 2012 e 2103, prodotto con processo biodinamico da Tenuta Mara, tutta la superficie dei tini.

Ho messo in evidenza macchie e colature che in questa fase sono di colore grigio-blu. Su questa patina ho cominciato a spennellare con vino ridotto di almeno ¼: occorrono molte mani e tanta pazienza.

Ma poi il risultato è stato pari a quanto avevo immaginato e progettato. E il vino che sarà contenuto in questi due specialissimi tini sarà, credetemi, più buono.

Salute!

Tenuta Mara, painting in the cellar