Archive for the ‘RECENSIONI’ Category
Borgo Maragliano, Loazzolo, Alta Langa Astigiana, Piedmont (Italy)

Borgo Maragliano, Loazzolo (At), Piemonte - Tel. 0144 87132

www.borgomaragliano.com

«Le vigne di Loazzolo sono difficili ed erte così che proprio qui ho avvertito parlare la terra, attraverso le vigne al cielo; noi ne beviamo il vino e ci avviciniamo agli dei». Non potevo non cominciare un mio intervento a proposito di un vignaiolo di Loazzolo senza citare Luigi Veronelli: è un articolo de L’Espresso del 10 aprile 1989. Fu proprio Gino che, pochi anni prima, aveva incoraggiato Giancarlo Scaglione (Forteto della Luja) a credere nel tradizionale Moscato vendemmia Tardiva degli erti colli di Loazzolo. Scaglione immediatamente coinvolse il suo amico Giuseppe Galliano, viticoltore da molte generazioni in Loazzolo e nacque così la storia gloriosa della minuscola Doc Loazzolo Vendemmia Tardiva, istituita ufficialmente nel 1992. Non sono più di 30 ha (su circa 200 coltivati a Moscato) con una produzione di non oltre 20.000 bottiglie (da 375 cl.) per sei produttori (scarsi). Ho visitato Borgo Maragliano sabato 17 agosto scorso con Aragorn Molinar nell’ambito del progetto del festival di Parco Quarelli dell’8 settembre prossimo. Carlo Galliano e sua moglie Silvia Galliano Quirico ci hanno accompagnati prima in cantina e poi nella stupenda, panoramica sala di degustazione, a conoscere la loro lunga storia e i loro eccellenti prodotti. Non entro qui nel merito delle mie valutazioni organolettiche, ma la qualità dei loro Metodo Classico, sia da Pinot Noir sia da Chardonnay, sta ai vertici della Doc Alta Langa e, dunque, ai vertici della produzione italiana di vini spumanti. Cito il notevolissimo “Dogma” (Pinot in purezza, pas dosé, 36 mesi sui lieviti) e il classico “Giuseppe Galliano” (80% Pinot, 20% Chardonnay, con prima vendemmia nel 1989…). Mi riservo di ritornare con maggior dettaglio a occuparmi di questa magnifica realtà (40 ha per circa 400.000 bottiglie).

Ristorante Birilli, Torino

https://www.foodandcompany.com/ristorante-birilli/
Da Birilli ero stato diverse volte appena aperto, molti anni fa e mi ero trovato sempre abbastanza bene. Il Birilli è stato, nel 1991, il primo investimento nel campo della ristorazione di Piero Chiambretti (che conosco fin da quando eravamo giovani di belle speranze e lavoravamo insieme a Radio ABC Italiana). Quando ho scelto questo posto per il pranzo di ferragosto 2019 non nascondo che qualche timore lo avevo. Invece ho trovato dei miglioramenti: tutti i piatti cucinati e presentati in maniera più che accettabile. Eccellente lo zabaione (il nostro insuperabile sambajun), come le pesche e la crema di piselli con baccalà. Buono il sottofiletto e corretto il vitello tonnato. Ci abbiamo bevuto un impeccabile Nebbiolo rosa (non si trova facilmente e tra i vini rosa quello di Nebbiolo rappresenta, secondo me, l’eccellenza). Ho poi concluso il pranzo con un bicchiere di sorprendente Lugana. Abbiamo speso 40 € a testa e merita di ritornarci, magari durante la settimana. Il ristorante è ubicato nella prima precollina torinese, sulla destra orografica del Po.

Cucina Ligure, Barolo & Co 2/2019

http://www.vincenzoreda.it/ristorante-e-locanda-di-cucco-finale-ligure/

Che la nostra bella Italia sia una Nazione, prima che un Paese, di peculiari caratteristiche è un fatto per certo acquisito e si potrebbe sostenere addirittura enfatizzato, forse più del dovuto. Caratteristiche uniche, come succede sempre, grazie alla posizione geografica e, per logica conseguenza, alla sua storia. Queste ovvie considerazioni introduttive sono ancora più valide se il campo d’interesse si restringe alle nostre tradizioni alimentari. Sappiamo che una ricetta tradizionale rappresenta la sintesi del territorio che l’ha resa possibile e territorio significa, appunto, geografia e storia. L’Italia è una penisola con quasi 7.500 km di coste posta al centro del Mediterraneo, con la testa in Europa e i piedi in Africa. Malgrado questo enorme sviluppo costiero, quasi tutti i piatti tradizionali italiani sono da considerarsi continentali, con poche eccezioni. Non è un caso che su 10 ristoranti che quest’anno possono fregiarsi delle chimeriche (io direi meglio: famigerate) Trestellemichelin, soltanto uno, il più recente, si può definire un locale di tradizione costiera. E non sono moltissimi i ristoranti di mare onorati dalle oltre 360 stelle italiane della benedetta guida. Aggiungerei, inoltre, che in genere la qualità della cucina offerta sulle nostre belle coste è in genere abbastanza banale e poco rispettosa delle tradizioni delle marinerie locali. Con poche, e meno male notevolissime, eccezioni. Tra queste non troviamo, a mio avviso, la Liguria che, ossequiosa della Nazione di cui è parte importante, ha elaborato una tradizione che rappresenta il suo entroterra montagnoso meglio che i suoi oltre 300 chilometri di magnifica costa. Questa piccola regione, che disegna un arco sottile schiacciato tra mare e montagne incombenti, oggi vive una stagione turistica non proprio florida a causa di scelte storiche sbagliate (aver incoraggiato soprattutto la pessima mania delle “seconde case”): è una regione con circa 1,5 milioni di abitanti, assai vecchia come età media, con infrastrutture inadeguate che non ne valorizzano la bellezza ammaliatrice dei suoi innumerabili paesi, monumenti, paesaggi. A queste desolanti considerazioni occorre aggiungere il pessimo carattere dei suoi abitanti: i liguri, in genere, sono poco ospitali e poco disponibili verso “gli Altri”, quali che siano. Forse la loro storia travagliata li ha forgiati così non certo a caso.                                                                                     Da buon torinese, seppure d’adozione, sono innamorato della Liguria e la conosco assai bene, da Ventimiglia a Lerici; dovendo però scegliere un posto da eleggere a mio preferito, pur con difficoltà, sceglierei il Finalese. E dovendo trattare di cucina ligure tradizionale – escludendo locali costieri dediti a turisti che perlopiù sgranocchiano unti fritti misti, orate e branzini di dubbia provenienza, onnipresenti polpi sciatti e banali – ho scelto un locale situato nell’entroterra di Finale Ligure, nel suo borgo posto più in alto: San Bernardino. E l’ho scelto dopo un’accurata ricerca e, soprattutto, dopo una conversazione telefonica con la signora Tiziana: la sua inaspettata gentilezza e disponibilità mi hanno conquistato e, come di solito mi succede quando ragiono poco e mi fido dell’istinto, non ho sbagliato. Devo aggiungere che un motivo importante che mi guidato in questa scelta è dovuto al non trascurabile particolare che il ristorante offre alcune confortevoli camere per godere un dopo pasto privo di preoccupazioni varie e eventuali.                                               La ristorazione italiana più importante, e largamente più diffusa, è a base familiare per diversi motivi: storici, culturali e, fatto non trascurabile, sopravvivenza economica…

I nuovi vini della Cantina Brigante di Enzo Sestito

Oggi mi sono arrivati i vini di Enzo Brigante Sestito da Cirò Superiore. Ne parlerò diffusamente perché sono vini eccellenti prodotti da un piccolo vignaiolo appassionato e competente da vigne che abitano le colline che dominano la vecchia Cirò, il paese della mia famiglia materna.
Ne parlai già qualche anno fa:
http://www.vincenzoreda.it/ciro-brigante-un-cerchio-che-si…/

Comincio con il nuovissimo rosa ZeroGaglioppo in purezza senza solfiti aggiunti, senza lieviti selezionati e non filtrato; oggi questi vini va di gran moda chiamarli “Naturali“, anche se non può esistere il “vino naturale”. Comunque, questo vino rosa (solo acciaio, 14% vol., 2018) di Enzo è come al solito un bel vino, secco profumato, complesso, persistente. Altrettanto eccellente il Cirò rosso Zero da uve Gaglioppo (14%vol, 2018), vino che al naso e al palato racconta senza mezzi termini i frutti da cui è stato spremuto. Ricordo che l’etichetta Zero è stata premiata all’ultimo Vinitaly e comunque tutte le etichette di questo produttore sono contraddistinte da elegante semplicità.

Phemina è il Cirò bianco di Enzo Brigante Sestito, un vino di delicatezza assoluta, profumi erbacei di macchia mediterranea, leggermente abboccato ma con una persistenza amarognola lunghissima. 13% vol., 2018, 80% Greco biancoe 20% Chardonnay per un vino che è davvero femminile. Mi ha fatto pensare alla femminilità leggera e coinvolgente delle ragazze vietnamite: né sexy né sensuale ma straordinariamente femminile. L’ho accompagnato con le cozze alla tarantina, meravigliose ma troppo forti per questo vino delicato e elegante. L’ho meglio gustato con semplicissime patate silane bollite, condite con olio ligure, rosmarino e sale rosa (che mi piace soltanto per questioni meramente estetiche): fantastico! Certo che con il delicatissimo bianchetto sotto aceto (arrivato fresco fresco dalle mani calabre e prodigiose di mia cugina Fortunata), condito con l’olio ligure di Paolo Colombo, questo bianco regala il suo meglio. Attenzione, non esistono piatti poveri (espressione sciatta e deprecabile quasi come “street food“), i piatti sono di tradizione o semplicemente semplici: pochi, selezionatissimi ingredienti per esaltare il godimento del gusto.

Ecco altri suggerimenti per gustare il rosa di Enzo Sestito: risotto agli asparagi e insalata di fragole al limone accompagnati dal delizioso Cirò rosato Manyarì (13%vol., uve Gaglioppo in purezza). Garantisco deliziosi e sorprendenti risultati sia per l’olfatto (i profumi sono formidabili) sia per il palato. Un’altra bella proposta per le giornate più calde: preparate una bella insalata di frutta di stagione, finitela con zucchero, succo di limone e un po’ d’acqua. Aspettate che fermenti un paio di giorni e poi gustatela con un bel bicchiere di Manyarì. Dopo aggiungete 1/2 dose del succo della macedonia al rosato e gustatevi questo semplice e delizioso cocktail fruttato e poco alcolico.
Il grande Kingsley Amis sarebbe orgoglioso di me.

I vini Brigante sono complicati da trovare perché la cantina di Enzo è piccola e fuori mano (Cirò Superiore, Crotone). Ma io, soltanto per amici davvero interessati, posso essere utile (in maniera disinteressata: io il vino lo bevo e lo scrivo ma certo non lo commercio).

Lo storico Ristorante San Giors di Torino

http://www.sangiors.it
Sono andato a trovare il mio amico Manolo Murroni al ristorante San Giors, in via Borgo Dora 3/A, angolo c.so G. Cesare. Manolo lo conosco da qualche anno, da quando operava nel suo ristorante Tatì , un piccolo gioiello in zona San Salvario. Pubblicai i suoi piatti nel mio lavoro sui peperoni (2015). E’ un cuoco che si è fatto da solo, obbedendo al suo entusiasmo e alla voglia di esplorare, migliorare, imparare. Dopo un paio d’anni trascorsi in giro per l’Europa, me lo ritrovo in uno dei locali storici di Torino, ufficialmente aperto nel 1820, ma attestato come locanda già da fine XV secolo. Inoltre, per attestare quanto è significativa la storia del San Giors, uno degli specchi delle sale porta serigrafato il marchio Bosio&Caratsch, la birra italiana più vecchia. Giacomo Bosio e Simone Caratsch aprirono la loro birreria nel 1845 in via della Consolata a Torino. Nel 1889 il birrificio fu spostato in corso Principe Oddone, 81 e, infine, il glorioso marchio cessò l’attività nel 1969.                     Rilevato da poco dall’architetta Simona Vlaic, oggi propone una cucina tradizionale rivisitata dal talento di Manolo.
Correte a gustare il suo strepitoso bollito, i suoi antipasti (eccezionale l’albese!), i tajarin delicatissimi (ragout di anatra), il suo bonet.                                              Inoltre sono da mettere in risalto il vitello tonnato, ricetta tradizionale senza maionese: diventa sorprendente se gustato con uno spicchio di arancia. L’albese è presentata con verdure crude ma soprattutto con una salsina a base di olio di anice stellata e parmigiano: assicuro sublime.
Meno equilibrati ma di gusto sorprendente gli agnolottini del plin conditi con una riduzione di vino rosso.
Infine, le salsine per il bollito, alcune delle quali (ricordo la tipica cugnà) davvero interessanti.
Ho bevuto l’Arneis Tre fije di Marrone e il Pelaverga di Burlotto, ben proposti dal maitre Massimiliano.

I miei vini Bag in box di Vinchio Vaglio-Serra

http://www.vincenzoreda.it/apologia-del-vino-bag-in-box/

Nel maggio del 2013 avevo scritto un piccolo articolo sulla mia personale scoperta del vino confezionato nel nuovo packaging del Bag in box. Allora avevo acquistato una Barbera della cooperativa Vinchio Vaglio-Serra nella confezione da 10 litri. Ne ero stato colpito soprattutto dal rapporto qualità/prezzo e avevo consigliato di provare questo nuovo tipo di confezione. A distanza di sei anni devo confermare quelle mie prime impressioni: oggi consumo Nebbiolo, Barbera, Grignolino e Chardonnay nelle confezioni da 3 litri, sempre della medesima cooperativa che garantisce una buona qualità per un prezzo ottimo (più o meno 10 € per i 3 litri, a seconda del vino e del punto vendita scelto). Il trend è in costante crescita: oggi siamo intorno al 10% annuo anche se i volumi globali non superano il 3% del totale. Negli Usa e nei paesi del nord Europa hanno numeri ben più importanti che, comunque, certificano anche per noi un’indicazione forte per il prossimo futuro. Per un single o un consumatore di vino occasionale questo tipo di confezione è una garanzia per la conservazione delle caratteristiche organolettiche del prodotto. Personalmente preferisco i vini di Vinchio Vaglio-Serra (offre una quindicina di differenti tipologie in confezioni da 3 e 10 litri), nata nell’Alto Monferrato (patria della migliore Barbera d’Asti) nel 1959 dall’idea di 18 soci originari. Oggi i soci sono 185 con oltre 400 ha di vigneti e una qualità che garantisce i consumatori senza tema di smentita, quale che sia il vino o la confezione scelta.

https://www.vinchio.com/it/azienda/

Ristorante e Locanda di Cucco, Finale Ligure

Cucco, Locanda e Ristorante, si trova in via Marco Polo a San Bernardino di Finale Ligure (019 691267 - www.ristorantecucco.it). Il cuoco è un giovane trentenne, nipote del fondatore e si chiama Paolo Colombo. Nei giorni scorsi ci ha deliziati con specialità tradizionali. Abbiamo dormito in una delle tre camere sopra il ristorante in una posizione panoramica mozzafiato. Tengo a rilevare la gentilezza e la disponibilità di Paolo e della sua mamma, la signora Tiziana.                                                                                                                                  La storia di questo locale è di particolare interesse e non certo banale. Un ex partigiano della Divisione Garibaldi, Giovanni Colombo, nome di battaglia “Cucco”, nel primo dopoguerra soleva invitare gli ex commilitoni nella sua vecchia casa, posta in uno splendido poggio panoramico a San Bernardino, tra gli olivi, l’orto e i coltivi di famiglia; in cucina sempre la moglie Iole e le ricette soprattutto quelle a base delle erbe e degli animali della macchia mediterranea: pesce poco o punto. Poi, cucina oggi e cucina domani sempre al meglio, quella consolidata abitudine divenne una piccola locanda per 20/30 affezionati clienti e menu fisso. Andò per il meglio fino alla fine degli Ottanta, quando in pochi mesi un tragico destino portò via Iole e sua figlia. A quel punto il figlio maschio Sergio subentrò al vecchio comandante partigiano e avviò la ristrutturazione della casa avita allargando gli interni e costruendo un magnifico pergolato con vista su Finale. Anche la cucina evolve e compaiono i primi piatti di pesce: siamo nei primi Novanta e all’esplosione del turismo nel finalese. Paolo, figlio di Sergio, dopo la frequenza dell’Istituto Alberghiero di Finale subentra al papà intorno al 2010 e effettua l’ultima ristrutturazione del locale a cui vengono aggiunte le camere della locanda pochi anni dopo. Oggi il ristorante offre un centinaio di coperti in un ambiente arredato con semplice e luminosa eleganza e propone una cucina in cui tradizione e attente rivisitazioni convivono con una scelta di materie prime di qualità che rispettano e esaltano il territorio.                                                                                                                                                                        Dovendo sintetizzare la cucina ligure tradizionale, partirei da due erbe aromatiche annuali di lontanissime origini orientali: Basilico (Ocimum basilicum) e Borragine (Borago officinalis). Paolo mi ha proposto le sue trofie al pesto: Basilico di Albenga, pinoli, aglio piemontese, Pecorino romano, un poco di Grana padano e olio degli olivi di famiglia con pasta fresca. Con il ripieno di sola Borragine ho gustato i tradizionali agnolotti conditi con un delicato ragout di manzo tagliato a coltello, stracotto a fuoco lento con vino rosso e rifinito con pinoli.  Una ricetta non semplice da trovare è la Buridda. Nasce come una classica zuppa di stoccafisso e si può gustare, come tutte le zuppe di pesce italiane, preparata con le più differenti tipologie di fauna marina. Quella di Paolo, imparata dalla nonna materna, è a base di seppie e totani soffritti e poi cotti in brodo insaporito con pinoli, origano, rosmarino, maggiorana, timo e alloro. Due fette di pane raffermo completano un piatto sensazionale. Non posso non citare il celebre e delizioso Brandacujun (stoccafisso e patate con olio e prezzemolo “brandate”, ovvero mescolate a lungo da chi non sa fare altro…). Ancora un piatto non semplice da trovare, anche questo imparato dalle nonne, sono le lumache che Paolo prepara prima soffritte e poi annegate nel vino bianco e finite con un croccante pesto di frutta secca: le ho trovate davvero eccellenti. Eccellente il coniglio alla ligure (in padella con olive taggiasche); una classica focaccia, la Panissa (farina di ceci trattata come polenta); un inarrivabile tortino di acciughe con patate, pinoli, olive e prezzemolo e, per finire, magnifici tagliolini freschi con ragout di polpo e scampi. Bevuto ottimi vini liguri: Ormeasco, Pigato, Vermentino, Ciliegiolo.                                                                                                                       Più che un consiglio, per gli amici che apprezzano questo genere di piaceri della vita.

Cucina marocchina a Torino

A Torino i locali che offrono cucina magrebina sono moltissimi, eppure pochi di buona qualità e con ricette davvero tradizionali (spesso come ricette marocchine vengono offerte la Mussakà e l’Hummus che sono invece mediorientali). Sono abbastanza  ben distribuiti, ma concentrati soprattutto nella zona di Porta Palazzo, frequentati volentieri anche da italiani che, spesso, hanno visitato il Marocco.        Non essendo un particolare esperto di cucina magrebina, anche se ho avuto modo di visitare Tunisia e Algeria, sono ricorso a una mia vecchia amica marocchina, ottima cuoca, per i consigli del caso.                                                                                      Ho scelto un locale particolare, Al Andalus, situato nelle adiacenze di Porta Palazzo (in via Fiochetto, 15) e parte di un’associazione culturale araba, Hammam Al Bab. Il ristorante fu inaugurato nel 2000 dall’architetto Karim Muhseen, iracheno di Bagdàd a Torino dal 1980, con il socio,  lo scrittore e giornalista Yunis Tawfik, anch’egli iracheno di Ninive che presiede e gestisce l’associazione culturale.                              Il locale offre 80/100 coperti, con giardino; è arredato con semplicità e senza eccessivi orpelli folcloristici; offre la tipica cucina marocchina (Sadie, cuoca di Casablanca e Houssein, cuoco di Fez) a un prezzo medio di circa 18/20 €; il servizio, a cura di camerieri marocchini, è previsto tutti i giorni sia a pranzo sia a cena; c’è una decorosa carta di vini piemontesi per i clienti italiani.                                               Ho gustato un classico e ottimo Cous cous di manzo, con verdure e ortaggi  tradizionali. Assai particolare il Tajine di vitello con prugne e albicocche condito con sesamo. La pasticceria secca a base soprattutto di miele, mandorle, cioccolato, arachidi e  marmellate varie è di particolare interesse. Finisco con l’antipasto, i Briwat, che sono fagottini di farina di frumento ripieni di qualsiasi cosa, figli dei Samosa mediorientali e indiani, cugini dei Brick tunisini e nonni delle celeberrime Empanadas sudamericane (diffuse con la conquista degli spagnoli che le avevano conosciute dai berberi).

Cocina fusion peruana e vini piemonteis

Di solito, i peruviani accompagnano i loro pasti con le loro ottime birre (Cristal, Cusqueña…), non possedendo tradizioni legate al vino (a parte le uve dedicate a produrre i mosti da Pisco, fin dall’inizio del XVII sec.); ma uno chef peruviano importante, e frequentatore autorevole di cucine tradizionali per il mondo, da anni nella sua catena Punta Sal (ben 6 ristoranti in Lima fin dagli anni Ottanta) è uso servire vini italiani e in particolare vini piemontesi che conosce e che ama: si chiama Adolfo Perret Bermúdez. Ma a nostro avviso la splendida cocina fusion peruana  si sposa in maniera magnifica con i nostri vini. Piatti peruani e vini piemontesi: Cebiche (gallinella cruda marinata)/ Riesling-Chardonnay 21012 di Oddero; Anticucho (spedini di cuore di manzo)/Grignolino 2014 di Spertino; Causa (polpo e gamberetti su patata)/Pitasso (Timorasso) 2013 di Claudio Mariotto. Al Lomo saltado ho accompagnato il Dolcetto 2014 di Brezza.Il tutto suggerito dallo chef Miguel Bustinza, ormai da anni a Torino con il suo Vale un Perù (zona San Paolo) e da Gloria Carpinelli, autrice del libro di cucina peruviana Il fiore della cannella (Ed. Il Punto, Piemonte in Bancarella).Il Pisco lo bevvi, la prima volta, nello stand del Perù in una qualche edizione degli anni Novanta alla Bit di Milano, dentro un bicchierino di plastica e non mi lasciò alcuna sensazione. Poi ne ho bevuto diverse volte, senza particolari attenzioni né con particolare interesse.

Il Pisco:  ho bevuto questo, regalatomi da Gloria Carpinelli.
E l’ho bevuto con i sensi allertati. E cambia tutto! Questo è un distillato puro di mosto ricavato da uve coltivate da secoli con il solo scopo di essere distillate per produrre Pisco. Ho bevuto distillati di ogni tipo, ma mi considero un esperto soltanto di whisky di single malt, per cui ho speso capitali e ne conosco almeno un centinaio. Mi è venuta la voglia di conoscere bene questo prodotto delicato e gentile, ma per parlarne con discernimento dovrei cominciare un percorso di comparazioni, di bevute, di chiacchiere, di letture.
Certo, questo che mi ha regalato Gloria mi ha messo delle voglie perniciose. Sul futuro, soltanto la volontà di qualche dio, magari Pachacamac…

Vinosteria Celestino su Barolo & Co

Vinosteria Celestino

C.so Lombardia, 134

10149 Torino

Tel. 011 737172

info@vinosteriacelestino  www.vinosteriacelestino.it

Referenti: Celestino Aimaro e Virginia Rubinetti

Vini al banco: 7 vini sfusi e un centinaio di etichette disponibili.

Altri prodotti: cucina tradizionale piemontese di qualità

 

Celestino e Virginia, poco più che trentenni di belle speranze, aprono nel 1988 questo locale ormai assurto a luogo deputato di una certa maniera tradizionale di mangiare e bere – mai scordando l’arte dell’incontro – coccolati da un’atmosfera d’altri tempi, ascoltando termini dialettali e gergali insoliti e spesso desueti che mescolano nord e sud, giovani e anziani, camionisti e dirigenti.                                                      Situato dirimpetto a un largo spiazzo che unisce due grandi corsi in quel borgo Lucento che nacque e si sviluppò alla periferia nord-ovest di Torino tra i Sessanta e i Settanta, accogliendo soprattutto immigrati meridionali, è diventato un luogo di ritrovo quasi mitico, dove trionfa il rituale di bere vini schietti, soprattutto piemontesi (ma non esclusivamente), spiluccare e godere di piatti tradizionali come la bagna caoda, le acciughe, le uova sode, salumi e insaccati di territorio, primi piatti e pietanze che arrivano dagli usi contadini ormai lontani decenni nel passato.               E la bagna caoda la si può addirittura ordinare e consumare a casa propria.                     Virginia cura la cucina e Celestino soprattutto il vino: convolarono a nozze l’anno dopo l’apertura del locale e sono ancora lì, meravigliosamente insieme…                                            Si possono anche acquistare prodotti selezionati, tipici principalmente del territorio piemontese, ma anche liguri e valdostani di piccoli produttori che lavorano artigianalmente e con passione: particolari formati di pasta, dolci come i torcetti di Lanzo, le paste di meliga di Usseglio e gli amaretti di Mombaruzzo. E ancora marmellate, frutta sciroppata, sughi e insaccati aromatizzati; peperoncini ripieni al tonno oppure alle acciughe, bagnet vert, bagnet rus du diau, bagnet della nonna, pesto d’Alba al tartufo, ecc.
Le specialità tipiche del territorio ligure sono l’olio evo taggiasco, il pesto, la pasta di olive, le olive taggiasche snocciolate.                                                                            Il locale comprende due salette per non più di una trentina di coperti (strettini, ma va bene così) e resta aperto dal lunedì al venerdì con orario 7.30/20.00, il sabato chiude alle 15.00 e la domenica osserva il turno di riposo.                                                            I prezzi, inutile dirlo, sono più che modici: per un bicchiere di discreto vino sfuso (che è offerto tra i 2,50 e i 3,20 € al litro) si spendono 1 o 1,50 euro, bevendo i rossi classici piemontesi, un paio di bianchi (Arneis e Chardonnay) e un interessante rosato roerino.                                                                                                            Covo di tifosi – blandi e civili – granata, questa autentica “piola” è un luogo di cultura e civiltà che tutti gli uomini (e le donne, pare ovvio) di buona volontà dovrebbero conoscere e frequentare.

Volvér

“Volver… con la frente marchita, 
Las nieves del tiempo platearon mi sien…
Sentir… que es un soplo la vida,
 Que veinte anos no es nada,
 Que febril la mirada, errante en las sombras,
 Te busca y te nombra.
 Vivir… con el alma aferrada
 A un dulce recuerdo
 Que lloro otra vez…”

(Ritornare…con la fronte appassita,
 le nevi del tempo che argentarono la mia tempia…
Sentire…che è un attimo la vita,
 che 20 anni non sono niente
che febbrile lo sguardo,  errante nelle ombre,
 ti cerca e ti nomina
 Vivere…con l’anima aggrappata
a un dolce ricordo
che piango un’altra volta…).

Carlos Gardel – El morocho del Abasto – è uno dei grandi Miti dell’Argentina: gli altri sono Evita, El Pibe, El Che.

Volver – che significa ritornare, ma anche ricordare, rincasare, ecc. – è un tango che Gardel scrisse nel 1934, un anno prima di morire in Colombia causa un assurdo incidente aereo; era nato nel 1887, o forse nel ’90 in Francia, o forse in Uruguay: in fondo, per la costruzione di un mito, concorrono anche le origini incerte. Certo Gardel era un vero porteño del quartiere di Abasto, Buenos Aires.

Penso a Gardel quando entro nel ristorante argentino Volver in via Botero angolo via Barbaroux – pieno Quadrilatero, così viene definita la zona del castro romano da cui ebbe origine Torino. Penso a Gardel, ma mi torna in mente la voce straordinaria di Mercedes Sosa e ritorno con la memoria al film Sur di Fernando Ezequiel Solanas (1988, vincitore a Cannes) con il bandoneon magico di Astor Piazzolla…

Siamo fatti così, noi sognatori: corsari di suggestioni, bucanieri di sensazioni, pirati di emozioni. Argentina è un posto che amo da prima delle Patagonie di Bruce Chatwin e Paul Theroux; ancor prima delle meravigliose storie sconclusionate del mio grande Soriano; prima della scoperta di Cortàzar. Leggevo da adolescente le poesie giovanili di Borges (Fervor de Buenos Aires) e scoprivo da giovane la Patagonia di Darwin in uno dei più importanti libri della mia vita: Viaggio di un naturalista intorno al mondo.

Con in testa tutte le mie brave suggestioni, mi siedo con mia moglie a un tavolino - angusto, di quelli che si trovano in tanti ristoranti francesi – per due: avevo promesso allo chef, Martin Alejandro Lopez da Bariloche, giovane trentenne argentino, che sarei venuto a mangiare la carne dei manzi argentini che mi piace pensare allevati, bradi, a brucare erbe patagoniche sferzate dai venti australi.

Il locale è ampio, arredato per dare al cliente, in maniera anche dozzinale, l’idea del grande paese: dalle pareti lo sguardo utopico dell’Ernesto mi tiene compagnia, insieme a pelli di vacca e finimenti non so quanto originali.

Scelgo un Malbec San Felipe del 2007 (Mendoza, 13° di volume alcolico, passato al 50% in barrique nuove per 7 mesi): è un ottimo compagno, grasso, sensuale, non troppo acido e con tannini equilibrati. Mia moglie è astemia, le viene portata dell’acqua naturale filtrata, come finalmente oggi in molti ristoranti usa.

Partiamo dall’Empanada di carne, che è una semplice sfoglia fritta ripiena di carne e di spezie, saporita e leggera.

Poi, ecco la carne: filetto e controfiletto di manzo alla griglia. Il controfiletto è lardellato con pancetta, si chiama Lomo bridado, il filetto viene definito semplicemente Bife. Le aspettative sono pienamente soddisfatte: la carne è per davvero ottima, pur se risente delle tipiche caratteristiche di surgelazione (non oso pensare a come devono essere i sapori ). Sono un appassionato di carnazza: ho nei ricordi giornate di assaggi dedicate alle carni chianine, stracotti e bolliti delle nostre razze piemontesi, spezzatini di sottopancia dei vitelloni bianchi marchigiani….

Si sta bene, si mangia bene, serviti da efficienti camerieri tutti argentini; il locale è tranquillo e anche ben frequentato.

Panqueque con dulce è il dessert che viene servito a mia moglie: un gigantesco involtino, che è poi una crêpe ripiena di cioccolata non troppo leggera, a fine pasto.

Finisco con un bicchiere di Legui, liquore abbastanza delicato di erbe.

Il prezzo è giusto per una cena soddisfacente. Posso prendermi la responsabilità di consigliarlo.

Martin Alejandro Lopez è soddisfatto della mia visita: sta partendo per  Volver al suo paese dopo quasi quattro anni di Torino. Nel frattempo ha sposato una fanciulla napoletana che sedici mesi fa gli ha regalato Giulia. Che iddio, o chi per lui, li protegga.

Kuo Ji, Cucina cinese e vini piemontesi, su Barolo & Co.

La Cina è il terzo paese più esteso dopo la Russia (17 mln di kmq) e il Canada (9,8 mln), con i suoi circa 9,6 milioni di kmq ha una superficie di poco inferiore all’Europa ma con il doppio della popolazione: 1,4 mln di persone. Il suo territorio si estende tra il tropico del Cancro e la Siberia, con una varietà climatica e geografica quasi senza eguali: 18.000 km di coste, le cime del Tibet, i deserti della Mongolia interna, le foreste sub-tropicali del sud e i grandi fiumi che ne incidono il territorio da ovest verso est.                                                                                                                                 Se si considera quanto sopra in rapporto con la sua storia millenaria e la sua straordinaria cultura, appare evidente che l’universo enogastronomico di questo paese è un insieme incredibilmente variegato di materie prime, di preparazioni, di tradizioni e di suggestioni. Ai cinesi dobbiamo la domesticazione del maiale, delle oche, delle anatre e dei bufali; così come la coltivazione del miglio, del riso (prima del 7.500 a. C.), della soia, del tè e del baco da seta, senza dimenticare gli agrumi, le pesche e le pere.                                                                                                                                                             Nel corso dei millenni la cucina cinese si è diversificata in otto differenti tradizioni regionali: Anhui, Cantonese, Fujian, Hunan, Jiangsu, Shandong, Sichuan, e Zhejiang che in buona sostanza sono rappresentative della diversità delle materie prime presenti nelle rispettive aree geografiche. A tutto questo occorre aggiungere che la tradizione cucinaria cinese è stata esportata in quasi tutto il mondo con importanti contaminazioni che hanno dato luogo a risultati sorprendenti soprattutto in Nord America e in Perù, senza contare l’influenza sui territori limitrofi di Corea e Giappone.                                                                                                                                                                                                   Gli strumenti di questa millenaria tradizione sono essenzialmente due: le bacchette e il wok. L’uso delle bacchette si fa risalire già all’epoca della dinastia Zhou (XII-III sec. a.C.), mentre l’invenzione della “frittura saltata”, oggi usata in tutto il mondo, risale al periodo Tang (VII-X sec.) e prevede l’uso del wok, una sorta di padella concava e profonda che può essere usata anche per la cottura a vapore. I piatti che oggi sono tipici della cucina cinese sono quasi tutti originari dell’ultimo periodo imperiale, la dinastia Qing (1644-1911).                                                                                           Fondamentale è capire la ricerca dell’armonia nell’alimentazione cinese; al principio femminile yin appartengono le verdure, gli ortaggi, le leguminose e la frutta: alimenti umidi e rinfrescanti. La carne, le fritture e i cibi speziati sono considerati cibi maschili, caldi: yang. Anche i cinque sapori (dolce, salato, acido, amaro, umami) devono essere in armonica sequenza, senza contare tutti gli incredibili riferimenti che intercorrono tra l’alimentazione e la medicina tradizionale.                                                                                                                                                                                   Comunque, quando si parla di cucina cinese in Italia, fatte salve rarissime eccezioni, ci si riferisce alla cucina tradizionale cantonese e di Hong Kong. Il primo ristorante cinese aperto in Italia fu lo Shanghai, nel 1949 a Roma in via Borgognona; si dovette aspettare la metà degli anni Sessanta perché anche a Milano e Firenze aprissero i primi locali che proponevano la loro cucina soprattutto alle comunità di immigrati, impiegati soprattutto nelle attività tessili e commerciali.                                                   A Torino, tra gli anni Settanta e gli Ottanta aprono i primi, storici ristoranti (ancora piuttosto cari e percepiti come vere curiosità esotiche): King Hua, Hong Kong, Mister Hu, Via della Seta e Zheng Yang. La comunità cinese a Torino è forse la più numerosa d’Italia e certo la più antica: i primi immigrati arrivarono durante la Grande Guerra a sostituire gli operai impegnati al fronte; ma l’immigrazione più importante si ebbe negli ultimi due decenni dello scorso secolo.                                                  Ho scelto il ristorante Kuo Ji, in via San Massimo, 4 a Torino, per effettuare gli accompagnamenti di vini piemontesi ai piatti della cucina cantonese. Aperto nel 1987 dalla signora Yu Mei, proveniente da Shanghai, oggi è gestito da Giusto, suo figlio quarantenne ancora nato in Cina ma con tre eredi ormai italiani a tutti gli effetti. Ristorante luminoso e pulito, 90/100 coperti, con materie di prim’ordine e servizio impeccabile. Lo frequento da quasi 25 anni e non ho mai avuto brutte sorprese; oltretutto, presenta una carta di vini interessante e un rapporto qualità/prezzo di assoluta convenienza.                                                                                       Cinque i piatti: riso cantonese, ravioloni di gamberetti, maiale in agrodolce, gamberetti alla griglia e anatra alla cantonese.                                                                                                                                                                                                Quattro, come al solito i vini e tutti del 2015: una Favorita storica da vigne di Langa e Roero, un sensazionale Arneis DOCG da Canale, un rosato di Nebbiolo da Barolo e un classico Dolcetto d’Alba da Monforte.                                                                 La Favorita  (vitigno Vermentino coltivato in Piemonte), con la sua piacevolezza e quel leggero pizzicore che non è propriamente frizzante, si sposa perfettamente con il riso cantonese che poi sostituisce il pane: riso tipo basmati (sottospecie japonica) bollito e poi saltato con uova strapazzate, cubetti di prosciutto cotto, piselli, salsa di soia e cipolla. Più sofisticato l’accompagnamento del riso con l’Arneis di Canale: vino complesso e corposo (13 % vol), vinificato in parte sulle bucce e con un’alta percentuale di mosto che non ha svolto la fermentazione malo-lattica. Ideale con gli ottimi gamberetti alla griglia, ma capace di accompagnare anche i ravioli di gamberi (la pastella è di farina di riso), come del resto anche la Favorita. Il maiale in agrodolce (a pezzetti e preparato in pastella con ananas e pomodoro) viene esaltato dall’eccellente rosato di Nebbiolo: vino fresco, franco, di grandissima piacevolezza ma capace di conservare parte delle note speziate di questo vitigno unico al mondo e con un retrogusto secco che ne esalta la semplice eleganza. Per l’anatra alla cantonese (brasata e poi stufata con succo e pezzi di ananas) ho scelto invece un classico Dolcetto d’Alba (13% vol) proveniente da vigne della zona di Monforte: un rosso di buona complessità ma non troppo corposo e invadente per un piatto che potrebbe anche sposarsi con un Nebbiolo giovane e fresco.                                                         In conclusione, mi pare che la cucina cantonese possa definirsi ideale per essere accompagnata da alcuni dei nostri vini: dovessi suggerirne uno soltanto, opterei per il rosato, vino che mi pare eccellente per quasi tutti i piatti complessi di questa straordinaria cucina.

86^ FIERA DEL TARTUFO BIANCO DI ALBA, 2 ottobre – 27 novembre 2016

L’86ª FIERA INTERNAZIONALE DEL TARTUFO BIANCO D’ALBA SCEGLIE L’ALBERO COME SIMBOLO DELL’EDIZIONE 2016, UN TRIBUTO AL MISTERO E AL RISPETTO DELLA NATURA CHE, ATTORNO ALLE SUE RADICI, GENERA IL PIÙ PREZIOSO FRUTTO DELLA TERRA

Venerdì 8 luglio, presso l’Albergo dell’Agenzia di Pollenzo (Bra), all’interno del complesso che è sede dell’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche, è stata presentata la nuova edizione della Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba, consacrata dal New York Times come evento “foodie” da non perdere e inserita dal Mipaaf, Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, tra le dodici principali manifestazioni nazionali.

In una sala gremita da oltre 200 persone, Liliana Allena, presidente dell’Ente Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba, ha illustrato le principali novità dell’edizione 2016: dal nuovo LOGO del Tartufo Bianco d’Alba, all’Abero come immagine e tema della nuova edizione; dal progetto che, nei prossimi anni, trasformerà la Fiera in un evento «green» e sostenibile, al primo crowdfunding per tutelare le aree tartufigene del Piemonte; dalle iniziative che legheranno il design internazionale al Tartufo Bianco d’Alba, alla sua candidatura come Patrimonio Immateriale dell’Umanità Unesco; fino alle grandi mostre, le manifestazioni culturali, folcloristiche, musicali e quelle dedicate ai bambini.

La Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba quest’anno abbraccia un periodo di otto settimane, dall’8 ottobre al 27 novembre, con il Palio degli Asini fissato per il 2 ottobre. Due intensi mesi di eventi che valorizzano il Tartufo Bianco d’Alba nel pieno della sua stagione di raccolta e promuovono il territorio di Langhe, Roero e Monferrato in uno dei periodi dell’anno più vivaci dal punto di vista culturale, turistico ed enogastronomico.

Tra i molti ospiti della conferenza stampa sono intervenuti Bruna Sibille, sindaco della Città di Bra, Maurizio Marello, primo cittadino della Città di Alba, Luigi Barbero, presidente dell’Ente Turismo Alba Bra Langhe e Roero, Giuliano Viglione, vicepresidente della Fondazione Cassa Risparmio di Cuneo, Piercarlo Grimaldi, rettore dell’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, Antonella Parigi, assessore alla Cultura e Turismo della Regione Piemonte e l’europarlamentare Alberto Cirio.

«La Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba è riconosciuta come il principale evento fieristico legato al mondo dei tartufi», spiega Liliana Allena, presidente dell’Ente Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba. «Con oltre mezzo milione di presenze sul territorio e centomila ingressi al Mercato Mondiale del Tartufo Bianco d’Alba, rappresenta l’apice delle manifestazioni turistiche ed enogastronomiche della Regione Piemonte. Una Fiera che, quest’anno, presenta importanti novità, a partire dalla creazione del nuovo LOGO, un’icona studiata per essere un brand duraturo, in grado di comunicare con immediatezza e semplicità il fascino, la rarità e la preziosità del Tartufo Bianco d’Alba nel mondo».

«Il simbolo scelto per la nuova edizione della Fiera è l’Albero», continua l’Allena, «come custode del paesaggio naturale riconosciuto Patrimonio Mondiale dell’Umanità, come culla dove nasce il Tartufo Bianco d’Alba e come emblema delle nostre radici: quelle della nostra cultura, delle nostre tradizioni, quelle della nostra storia e dell’enogastronomia, le radici che contraddistinguono i grandi uomini delle Langhe e del Roero, persone che sanno guardare al mondo senza perdere il legame con il proprio territorio. Sono queste le nostre “Radici del Gusto!”».

«Quest’anno la Fiera arriva a fine novembre – ha sottolineato il sindaco di Alba Maurizio Marello – Fino a sette anni fa gli eventi si fermavano ai primi di novembre. È segno dell’incremento turistico  degli ultimi anni, frutto di un grande lavoro nel tempo che abbiamo colto e riseminato. Oggi la nostra stagione turistica inizia a Pasqua e finisce a Natale. Quest’anno proseguirà fino a fine febbraio 2017 grazie alla mostra biennale della Fondazione Ferrero dedicata alle opere di Giacomo Balla. Un forte incremento di flussi c’è stato negli ultimi due anni grazie anche al riconoscimento Unesco sui nostri paesaggi vitivinicoli. Risultati importanti che ci responsabilizzano e ci spronano a continuare a lavorare in questo settore con capacità di innovazione accanto a tradizione e folclore. Dobbiamo avere anche la capacità di migliorare ulteriormente la nostra accoglienza. Abbiamo fatto tanto negli ultimi anni, ma dobbiamo continuare a lavorare per mantenere questo livello con grande spirito di umiltà».

«Insieme all’estensione della Fiera – dichiara l’Assessore a Cultura, Turismo e Manifestazioni del Comune di Alba Fabio Tripaldi – stiamo lavorando anche per incrementare l’offerta culturale della nostra città durante l’anno. Quest’anno, oltre alle mostre già previste come “Futur Balla” in Fondazione Ferrero, “After Omeros” di Francesco Clemente a cura della famiglia Ceretto, “Mario Lattes. Antologia personale”, altre esposizioni sono in via di definizione. Oltre a ciò, grazie alla collaborazione con la Fondazione Bottari Lattes, il 14 ottobre il nostro Teatro Sociale ospiterà Amos Oz. Il grande scrittore e saggista israeliano di spessore internazionale, vincitore del premio Bottari Lattes Grinzane – sezione “ La Quercia 2016” sarà ad Alba il giorno prima della premiazione a Grinzane Cavour, con una grande lectio magistralis. Insomma, si allunga la fiera, ma aumentano anche gli eventi culturali».

Bagni Lido, ovvero della semplicità che si fa virtù

Avevo chiesto all’amico Luigi Bellucci – Tigullio vino – alcuni suggerimenti sui locali migliori di Bordighera, avendo deciso di trascorrere da quelle parti la ricorrenza dei vent’anni di matrimonio con mia moglie Margherita. Luigi, molto gentile e disponibile come sempre, aveva provveduto a mandarmi via e-mail alcune dettagliate informazioni, nel merito delle quali (mi pare ovvio) non desidero entrare. Avevamo scelto di soggiornare in un gioiellino che è l’albergo Piccolo Lido (3 stelle, ma ne vale 4): grazioso, pulito, direttamente sul mare, poco costoso.

Per pranzo avevamo deciso con mia moglie di fare una prova dal suo vecchio compagno di liceo (lo scientifico Piero Gobetti, in origine 6° liceo, di Torino: prima nel lontano 1971) Paolo Bisoglio: proviamo come si mangia, è sul mare, è un tuo compagno, ci tratterà come si deve; se poi non ci troviamo bene, per la sera andiamo in uno dei ristoranti che ci ha consigliato Luigi.

Il posto è piccino (neanche 50 coperti), direttamente sul mare, arredato con semplicità ma carino. Mia moglie, senza farsi riconoscere, prende una nicoise; io provo con un filetto di tonno alla griglia: rischiosissimo, ma se va bene…Lo accompagno con un Pigato di Feola.

Ci va benissimo: l’insalata è come si deve – ma qui non c’erano grandi dubbi – e il tonno è fresco, non stopposo (lo avevo chiesto di cottura media, non fidandomi: avrei dovuto mangiarlo con una cottura più leggera, sarebbe stato ancora più buono). Il Pigato di Feola, pur non essendo eccezionale, mi è parso corretto, discreto, magari con profumi scarsi ma in bocca un buon vino con una discreta persistenza.

Fattasi finalmente riconoscere, bevuto un bicchiere di Rossese insieme (un Rossese corretto, anche questo, pur non eccezionale: Feola, enologo di origine campana, vinifica in Diano Marina e da quelli di Dolceacqua non è gran che considerato – pur sempre un foresto!), decidiamo che la sera torneremo a cenare dal vecchio compagno Paolo Bisoglio.

E ci troviamo benissimo; Paolo non è uno chef di quelli stellati/stellari, ma ha una grande dote: cucina in maniera semplice una materia prima di grande qualità. Indimenticabili i gamberoni rossi (rarissimi, provenienti da secche al largo di San Remo) crudi; una specie di tartare di ombrina con zucchine, sempre cruda e delle alici marinate, con ricetta rubata alla tradizione, presentate sopra una foglia di radicchio e accompagnate con capperi. Poi, un delizioso fritto di pesci di scoglio freschi, passato in olio (non esaurito!) di palma: fosse stato olio di oliva extravergine ligure sarebbe stato il massimo, comunque, un signor fritto difficile da provare altrove.

Ecco la dimostrazione che se la cucina è semplice, di tradizione; se la materia prima è come si deve, non bisogna armeggiare malamente con sifoni, azoto liquido e stramberie di moda che hanno la sola caratteristica di rovinare i sapori del cibo, quando è buono.

Siamo stati bene, accompagnati dal rumore del frangersi delle onde che è un ingrediente fondamentale quando si mangia pesce, checchè se ne dica.

Grazie Paolo e per certo mi prenderò la briga di consigliare il tuo Bagni Lido di Bordighera a chi se lo merita. (Per inciso, abbiamo pagato un conto assai conveniente, ma al di là del fatto che si era tra vecchi amici, i prezzi sono nella media per un locale non pretenzioso ma assai accogliente).

Casa Format

http://www.vincenzoreda.it/quanto-basta-per-star-bene-in-via-s-domenico-12b/

http://www.vincenzoreda.it/fiorfood-della-coop-in-galleria-san-federico-a-torino/

http://www.vincenzoreda.it/ristorante-la-credenza-di-san-maurizio-canavese/

http://www.vincenzoreda.it/igor-macchia/

Di Igor Macchia, Giovanni Grasso, Alessandro Gioda e Stefano Malvardi mi sono più volte occupato e tanto ne ho scritto su questo sito; i link qui sopra aprono alcuni articoli in cui ho raccontato le persone, le figure professionali e la filosofia di ristorazione a cui sono devoti. Come tutti i cuochi di cui parlo, sono diventati quasi degli amici, amici di cui mi fido, che apprezzo e che coinvolgo nelle mie performance d’autore che scrive di cibo, di bevande, di preparazioni culinarie, dell’arte dell’accoglienza e della capacità di soddisfare le esigenze dei clienti sapendole trasformare in piacere. Dunque, mi gratifica presentare la loro nuova idea/impresa appena nata all’ombra della Palazzina di Caccia di Stupinigi (simbolo che Vittorio Amedeo II volle edificare come simbolo del passaggio da Gran Ducato a Regno di Sardegna nella prima metà del XVIII secolo). Sono stato di recente a gustarne gli ambienti, le atmosfere e la cucina: una conferma con la piacevole aggiunta di una filosofia che propone salse e intingoli stimolanti a insaporire e rendere peculiari le proposte culinarie frutto di talento e grande esperienza. Ovvio che suggerisco a chi mi segue di conoscere e frequentare Casa Format (non più di 25′ di auto dal centro di Torino).

Di seguito un estratto del comunicato stampa che illustra al meglio l’intero progetto.

OSPITALITA’ E CUCINA RESPONSABILE

La Natura è equilibrio. La Natura ha i suoi tempi. La Natura è bellezza e unicità.  La Natura non spreca. La Natura accoglie.

Casa Format è il progetto di Ristorazione e Ospitalità responsabile, creato da un’idea del Ristorante La Credenza e che ha preso vita da pochi giorni a Orbassano, alle porte di Torino e a un passo dalla splendida Palazzina di Caccia di Stupinigi e dal suo  parco naturale.

Ospitalità, accoglienza, qualità del cibo, un ambiente in armonia con il luogo che lo circonda e con le persone che lo vivono.

La coltivazione diretta dell’orto di 2000 mq. Offre tutte le verdure utilizzate in cucina, seguendo la stagionalità. Non chiedete i pomodori o le zucchine a dicembre!

Il ciclo delle stagioni e il raccolto dettano la composizione del menù di Casa Format che cambierà seguendo il ritmo della natura. Lo Chef Stefano Malvardi e il suo staff si occupano anche di produrre salse, conserve e verdure sott’olio e sotto aceto con i prodotti appena colti, per portare sulla tavola del ristorante sapori sani e genuini.

Gli ingredienti utilizzati in cucina, quando non sono autoprodotti, provengono esclusivamente da fornitori del territorio selezionati, che condividono la passione e l’impegno per la sostenibilità ambientale di Casa Format. Sempre e inderogabilmente nel segno dell’eccellenza.

Il progetto è dell’Architetto Carlo Colombo: cinque camere dove soggiornare, il ristorante dalle ampie e luminosissime vetrate, una sala per eventi che accoglie fino a 120 persone. Ogni spazio di Casa Format è irripetibile, arredato con oggetti unici di design scelti dalle collezioni di Poliform e Lago, eccellenze indiscusse nel campo dell’arredamento.

Con la consulenza di Format Progetti Abitativi, tutti gli ambienti di Casa Format sono stati studiati per rappresentare un punto di riferimento per chi lavora nel settore del design. Anche la sala ristorante, diretta dal giovane ed esperto Alessandro Gioda, rispecchia il connubio tra bellezza e unicità, richiamando colori e materiali che si ispirano gli elementi naturali: terra, aria, acqua… gli arredi e i complementi sono stati ideati e realizzati da artigiani di eccellenza, attenti all’ambiente e alla creazione di oggetti che sposino perfettamente lo spirito di questo luogo.

La cucina è a vista: la preparazione dei piatti diventa così un’ulteriore occasione per vivere un’esperienza di familiarità e sostenibilità.

Casa Format è a impatto e spreco zero.

Un edificio prefabbricato realizzato interamente in legno, completamente coibentato, costruito in “classe A” con Certificazione Casa Clima, posizionato per sfruttare al massimo – nell’arco della giornata -  l’energia solare: tutto è stato studiato nei minimi dettagli e particolari per consentire a questa struttura di “vivere di energia propria”.

L’elettricità viene prodotta grazie al sistema fotovoltaico e dai pannelli solari; gli impianti di depurazione e riciclo delle acque abbattono gli sprechi idrici (una grande cisterna raccoglie l’acqua piovana che viene utilizzata per irrigare l’orto), l’illuminazione naturale garantita dalle vetrate ampie durante il giorno e dalle tecnologie più avanzate di illuminotecnica a Led, il sincronismo gestito in domotica di tutti gli apparecchi e gli strumenti della cucina, rendono Casa Format del tutto autosufficiente e parlano di utilizzo razionale delle risorse, amore e cura per l’ambiente, per le persone e per il futuro del nostro pianeta.

Casa Format è il luogo in cui sentirsi a casa. Tutto è stato pensato e realizzato a misura della persona e del corretto rapporto con la natura, sempre in armonia tra loro. L’intera struttura è accessibile ai disabili: dalle stanze, al ristorante, all’area eventi, all’orto luogo nel quale verranno organizzati, nella bella stagione, cene e aperitivi, per un’esperienza di contatto con la terra ed i suoi frutti davvero globale.

Il progetto della casa Ristorante, con il quale si può riassumere – senza peraltro sperare di riuscire a raccontare tutto – questa nuova e grande avventura, nasce dall’idea e dal bagaglio di esperienza e competenza de “La Credenza”, il ristorante stellato di San Maurizio Canavese (TO).

www.casaformat.it

Fecebook: casa format

 

 

Eataly Smeraldo a Milano, anteprima per la stampa

Sono appena tornato da Milano per la presentazione alla stampa dell’ultima impresa di Oscar Farinetti: Eataly Smeraldo, in piazza XXV aprile, 10 (due passi dalle stazioni Centrale e Garbaldi): la solita, magnifica location “alla Farinetti”, perché Oscar in questo specifico genere di attività credo sia insuperabile.

Tra tutte le Eataly che ho visto questa è quella che più mi piace: sarà che prende il posto di uno storico teatro, sarà che è dedicata a cibo e musica, sarà che durante la serata ho sentito Lucio Dalla che citava Thelonious Monk

«Se vince la Lega, giuro che invece di Eataly Smeraldo apro un Kebab!». Poi la Lega ha vinto e Farinetti s’è reso conto dell’enormità della sua affermazione, sparata un poco troppo alla leggera. Morale della favola: «Ci ho ripensato a bocce ferme e ho chiesto scusa a Maroni. La Democrazia impone che chi vince governa e chi perde accetta di buon grado, pur facendo sentire la propria voce dissidente. Maroni lo inviterò, è certo, ma una piccola sorpresa gliela farò: un bel kebab, di manzo anziché di montone!». Questo, e assai altro ancora, è Oscar Farinetti…

Poi, sul fatto che: “L’Italia dovrebbe essere una democrazia fondata sulla Bellezza“, come si può dargli torto? Ma occorre davvero impegnarsi perché quel “dovrebbe essere” diventi “è“…

Pubblico volentieri di seguito parte del comunicato stampa:

«Il 18 marzo del 1848 iniziavano le Cinque Giornate di Milano e da qui partì il Risorgimento, una data simbolica per ogni italiano e ogni milanese:  Eataly l’ha scelta come data d’apertura del nuovo punto vendita di Milano per ricordare che l’Italia non si deve fermare. Lo Smeraldo che risorge, seppur in forma nuova, può essere la metafora dell’esempio italiano.

Nato nel 1942, il Teatro Smeraldo era dotato della sala più capiente di Milano e ha visto debuttare una giovanissima Mina, il primo Celentano e i grandi cantanti della musica italiana e internazionale. Sede storica della città e meta di riferimento per i cittadini, il Teatro Smeraldo lascia oggi il posto all’ultimo nato della famiglia Eataly. Gianmario Longoni lascia le redini al patron di Eataly Oscar Farinetti che tre anni fa si è innamorato della location di Piazza XXV Aprile.

 

“Ogni Eataly che apriamo è legato a un valore: Eataly Smeraldo è dedicato alla musica. Non possiamo far dimenticare un luogo come lo Smeraldo, dove hanno cantato Bob Dylan e Ray Charles: per questo resterà il palco che ospiterà show e concerti. Eataly ha l’obiettivo di ridare vita a luoghi di pregio come ex librerie, ex teatri che oggi chiudono nel nostro Paese, vogliamo dare uno stimolo all’Italia di oggi per rinascere ”.

 

In omaggio alla storia e alla bellezza della musica e della cultura in cui Eataly crede fortemente, lo Smeraldo ospiterà un vero e proprio palcoscenico che proporrà una programmazione completamente gratuita per i clienti. A partire dal 18 marzo si esibiranno ogni giorno giovani musicisti come Jack Savoretti, Giulia Mazzoni, Marco Sbarbati, Selene Lungarella, Roberta Di Lorenzo e tanti altri. Fino al 22 marzo più di dieci concerti che spazieranno tra tutti i generi musicali per poi proseguire con appuntamenti quotidiani.

 

Con un investimento di circa 40 milioni, compreso l’immobile, oggi gli spazi rinnovati danno lavoro a 350 giovani in oltre 5.000 metri quadrati suddivisi in tre livelli tra vendita, ristorazione e didattica.

Eataly Smeraldo mantiene il suo classico format: mangiare, comprare e imparare, 15 luoghi di ristorazione tematici e informali con i relativi banconi per la vendita:  Salumi, Formaggi, Carne, Pesce, Verdure, Fritto, Pasta, Pizza e Rosticceria e  5 luoghi dedicati alla produzione artigianale a vista, la pasta fresca di Michelis, la panetteria con il suo forno a legna, la pasticceria “Golosi di Salute” di Luca Montersino, il panino ‘Ino di Alessandro Frassica e la piadineria dei Fratelli Maioli. Non poteva mancare il Mozzarella Show: “Miracolo a Milano” è un vero e proprio laboratorio caseario dentro lo Smeraldo, che tutti i giorni produce la mozzarella fiordilatte.

Per il caffè, Eataly Smeraldo ha scelto Lavazza che presenta il concetto “Tierra” al piano terra, mentre al secondo piano avrà posto il Caffe Vergnano.»

 

Kuo-Ji ristorante cinese – Chinese cooking in Turin

Frequentiamo questo ristorante cinese, aperto dal 1987, da almeno una ventina d’anni. Ci andiamo 6/7 volte all’anno perché mia moglie ama la cucina cinese e in particolare le preparazioni a base di gamberetti e le zuppe. Il ristorante è situato nel pieno centro storico di Torino, in via S. Massimo, 4. E’ un locale pulito e con una sua eleganza tutto sommato abbastanza discreta: è composto da due sale per 60/80 coperti. Il servizio è cordiale e sollecito, sempre discreto. Molto chiaro e leggibile il menù, con una piccola carta dei vini scelta con cura e di particolare convenienza: ho bevuto un discreto Friulano dei Produttori di Cormons a 11 euro! Io amo in particolare gli involtini e la strepitosa zuppa agropiccante – molto piccante – a base di soia, bianco d’uovo, funghi, verdure e piccoli pezzi di pollo: davvero ottima. In tanti anni di frequentazione non abbiamo mai avuto  alcun genere di problemi e, per dare un’idea, si mangia in tre persone – in maniera più che abbondante e alla carta – con poco più di 60 euro! Mica male, di questi tempi….E’ un locale che mi sento di consigliare senza riserve, ovviamente a chi ama la cucina cinese (che a Torino significa soprattutto cucina cantonese, essendo la cucina cinese un universo assai complesso e di gusti e preparazioni molto variegate).

Lucilla Pacini Barbesino e il suo Osteria Casa del Pescatore

Dopo oltre trenta anni di esperienza come insegnante (Alberghiero Colombatto, Istituto For.Mont di Venaria Reale, Piazza dei Mestieri) e come consulente gastronomica di molte aziende italiane e straniere, il sogno si è finalmente realizzato nel giugno dello 2010 a Marina di Pietrasanta.

Luci è lucchese di nascita, torinese per amore avendo sposato il mio amico Claudio: tornare in Versilia è stato come tornare a casa. E all’Osteria Casa del Pescatore sta mettendo in pratica tutto quello che in una vita dedicata a insegnare cucina ha da sempre professato: la qualità quella vera. Io non amo il sushi né il sashimi – pur se quando ho avuto modo di mangiarne, preparato da un grande chef giapponese, al Lila di Delhi, sono rimasto estasiato – ma la tartare di tonno su radicchio, i gamberoni grigi e gli scampi crudi che ho avuto modo di mangiare da Lucia mi hanno lasciato senza fiato! Avevo mangiato i gamberoni rossi crudi da amici a Bordighera, ma qui siamo in paradiso: quando ti vien voglia di succhiare l’intera testa del gambero crudo e la trovi dolce, non c’è altro da dire. Senza parlare dei fritti e delle grigliate: la qualità qui è  ai massimi livelli possibili, parola di pescatore. E poi c’è Nicolò, l’aiuto in cucina di Luci. Niccolò ha avuto modo di frequentare uno dei migliori master possibili in fatto di pesce: suo nonno materno Franco Raffaelli, pescatore da sempre! Ho parlato della sua bottarga, ma parlare di cibo è inutile: il cibo bisogna mangiarlo e gli aggettivi li deve scegliere la lingua (anche il naso e gli occhi, ma in ossequio giudizioso al re gusto che deve sempre imperare). La cucina di Luci è un inno semplice alla qualità: l’olio, le paste, la deliziosa leggerezza e delicatezza della sua filosofia cucinaria.

Il ristorante ha una cinquantina di coperti che diventano ottanta d’estate; si trova nella prima, tranquilla parallela del lungomare di Marina di Pietrasanta. Come ho già suggerito su questo mio sito, che non ha alcun aspetto commerciale né deve rendere conto ad alcuna filosofia se non il mio giudizio (che può anche non essere condivisibile, ma che è franco e schietto): provate, se vi piace il pesce, ad andare a mangiare da Lucilla. Poi, se volete, ringraziatemi. Buon appetito.

I Barolo di Damilano 2012 en primeur da Massimo Camia

Sono due Barolo sempre eccelsi; il primo è un assemblaggio di uve provenienti da cinque vigne poste nei territori di Barolo (due), Novello, Grinzane Cavour e Monforte; il secondo è un classico che arriva da uno dei cru reali del Barolo, e di cui Damilano è indiscusso e tra i più importanti interpreti. Sono vini curati da Beppe Caviola che sceglie sempre processi di evoluzione in botti grandi e poi in bottiglia.

L’annata 2012 si presentò come assai calda con poche precipitazioni e la produzione fu  di quantità abbastanza scarsa, ma la qualità del vino, confermata dalle mie valutazioni, si dimostra di grande attenzione, anche rispetto alle due ottime annate precedenti. Millesimo che sarà eccellente: già pronti entrambi (per il Cannubi un po’ di pazienza in più); i tannini sono morbidissimi e l’armonia regna sovrana con una certa eleganza. Più sentori balsamici che spezie e frutti rossi che riempiono il palato. In bottiglia raggiungeranno a breve punteggi elevatissimi. Del Dolcetto 2015, quello dei miei auguri di quest’anno, ho già parlato: uno dei migliori gustati negli ultimi anni!

Valutazioni fatte il giorno di San Valentino e accompagnate ad alcuni piatti di Massimo (tra l’altro, gli ho portato bene: il Suo Toro ha anche vinto in trasferta, finalmente).Tra questi abbiamo gustato  i  suoi formidabili classici (agnello alla piastra con cottura secondo il gusto del commensale; risotto al Barolo, tagliata di Fassone) e poi un paio di preparazioni che non conoscevo ma che tanto mi sono piaciute: la crema di bietole e uno strepitoso fegato con gamberone sopra un bel letto di patate.
Un giorno mi piacerebbe tanto scrivere un libro sull’estetica del cibo: bicchieri, tovagliati, posate, contenitori, impiattamenti, colori…

Fiorfood della Coop in Galleria San Federico a Torino

Mi preme, ancor prima di entrare nel merito, mettere in evidenza il fatto che, mentre il presidente di Nova Coop, Ernesto Dalle Rive, enunciava strategie e cifre di questa importante e innovativa intrapresa, alle sue spalle uno schermo raccontava con preziose e inedite immagini la storia della riqualificazione urbana che ha rappresentato in Torino la realizzazione e le successive trasformazioni architettoniche della elegante e prestigiosa Galleria San Federico. In essa ebbero accoglienza importanti aziende e istituzioni torinesi (La Stampa, Juventus, Finpiemonte..) e si può affermare che questo luogo costituisce quasi una sorta di scrigno di quel che si può definire “Torinesità”, la più autentica.

L’apertura di questo concep store rappresenta il simbolo della palingenesi, della rinascita dell’affascinante complesso architettonico.

Le cifre sono importanti: 2 milioni di investimento per realizzare un modello di locale innovativo disposto su due piani e 1.300 mq. – con circa un centinaio di

addetti – in cui acquistare, a prezzi di assoluta convenienza, oltre 2.500 articoli (di cui il 70% a marchio Coop), fare colazione, consumare un rapido spuntino nella pausa pranzo e cenare in un locale condotto dai cuochi stellati del ristorante La Credenza.

Inoltre, una libreria con almeno 5.000 titoli e la possibilità di acquistarne altri 100.000 tramite la struttura di e-commerce  delle Librerie Coop e un impegno importante per realizzare eventi e presentazioni a carattere editoriale e culturale.

Ma forse il fatto più importante è l’annuncio che l’impegno della Coop non si esaurisce con questa inaugurazione: sono previsti altri importanti investimenti con la prospettiva di impiegare almeno altri 500 addetti diretti, e altrettanti nell’indotto, per continuare una riqualificazione innovativa da offrire ai cittadini e ai sempre più numerosi turisti che visitano e apprezzano la nostra Città.

Dal comunicato stampa:

«Giovedì 3 dicembre alle ore 08.00 apre al pubblico Fiorfood  il  primo concept store di Coop in Galleria San Federico, dove si respirano i fasti della storia e dell’architettura torinesi. Sono 8 le vetrine,  4 gli ingressi e due i piani a due passi da Via Roma, le piazze San Carlo e Castello e la stazione di Porta Nuova. Fiorfood, ad ingresso libero, sarà aperto tutti i giorni dalle 8.00 alle 23.00 al pubblico dal 3 dicembre (12.30-14.30 e 19.30-22.30 la ristorazione). Una liaison, quella tra la Coop piemontese, con 62 punti vendita sul territorio e un solido piano strategico che guarda alla convenienza, all’innovazione e al consolidamento,  e  i partner di progetto che fa pensare a come i valori fondanti della cooperativa di consumatori trovino una via per sposarsi con le  nuove tendenze sull’acquisto e  il consumo del Cibo.

Nova Coop ha colto la sfida, anche economica, che questa iniziativa racchiude in sé. Prendersi cura di un luogo così carico di storia e significato e ridargli vita attraverso attraverso un Concept Store innovativo”.  (Ernesto Dalle Rive, Presidente Nova Coop)…

Si tratta sicuramente di una grande e bella sfida – commentano gli chef Igor Macchia e Giovanni Grasso -. Siamo nel cuore di Torino, città che è cresciuta moltissimo dal punto di vista della cultura e dell’offerta legate al cibo. Noi non vogliamo inventare nulla, cercheremo di riproporre in questo luogo, che è davvero unico e meraviglioso, esperienze legate alla cucina, agli ingredienti, alla scelta delle materie prime. Lo faremo in modo coerente con quelli che sono il nostro spirito, la nostra esperienza, la nostra attenzione e il rispetto per la qualità, i valori del territorio e delle persone”.

Lo staff è guidato da Paolo Clerici e Sergio Vai  di Nova Coop che con la supervisione  degli chef stellati, hanno lavorato in questi mesi per affiatare uno staff professionale, giovane e motivato, per primi lo chef Giovanni Spegis e il sous-chef Silvano Ilardo, e tanta voglia di creare ed emozionare attraverso l’uso sapiente di ingredienti per la maggioranza Coop e competenza…

Questa innovazione deve essere chiara già dal nome:  per Cucina, prodotti a marchio Coop, territorio  e innovazione sono  temi al passo con i tempi, che  portiamo però in una location fino a poco tempo fa inimmaginabile per questo tipo di attività. Per questo il negozio di Galleria San Federico sarà in qualche modo unico.

È un atto d’amore verso una Città – spiega ancora Dalle Rive – che tanto ha dato e dà alla cooperazione. A pochi metri di lì nasceva nel 1854 la prima Cooperativa di Consumatori. Nova Coop è ormai una delle principali cooperative del paese e una delle primissime imprese della nostra regione. Per questo è giusto che questa prima sperimentazione si realizzi, a Torino: la città che vide muovere i suoi primi passi alla cooperazione di consumatori e che oggi assiste alla moderna evoluzione di quel modello”.                                                                                                                                                                         Come insegna è stato scelto Fiorfood, per esplicitare il legame con la linea di prodotti Fiorfiore Coop e comunica, in maniera sintetica, il concetto di ristorazione di alta qualità e di eccellenza enogastronomica. L’offerta di un’esperienza, come da tradizione Coop, accessibile a tutti».

In bocca al lupo!

Fiorfood di Nova Coop s.c. Galleria San Federico 26, 10121 Torino

Fiorfood.torino@novacoop.coop.it

t. 011511771

www.fiorfood.it

FB Fiorfood

Instagram #Fiorfood #ciboedemozioni

Torino on the road, again

Personaggi famosi e non; protagonisti delle nostre storie; presentazioni, interviste, amici….Insomma: Torino on the road!

http://www.vincenzoreda.it/torino-on-the-road/

https://www.youtube.com/watch?v=6smtAY8dXSI

L’Aquila D’Oro

Trattoria Pizzeria L’Aquila D’Oro – Via Sant’Elia, 7 – Cirò Sup. (KR) – Tel. 0962 3855o/333 5893021

Be’, che dire: in questo posticino, situato a poche centinaia di metri dal centro storico della gloriosa Krimissa greca (VIII/VII sec. a.C.,oggi: Cirò) sulle alture di Santu Liu, si mangia (poi si gusta…) la nostra strepitosa cucina tradizionale calabrese.

Aperto dal ’90, con 30/40 coperti – sempre pieno, si consiglia di prenotare – Elisabetta in cucina, il giovane e bravo Giuseppe – diplomato all’alberghiero – e Salvatore in sala: questo è un localino pulito, accogliente, piacevole e, soprattutto, con una qualità per davvero eccellente.

Peperoni (pipi) fritti con ogni accompagnamento possibile: polpettine di carne, polpo (prupp) e patate – per me, il meglio ; salumi silani, strepitosi maccheroncini al ferretto con sugo di salsiccia o melanzane. E, infine, il delizioso capretto stufato con patate. qui occorre soltanto fare attenzione alle quantità…

Ci siamo bevute due bottiglie, a metri zero (la cantina Brigante è quasi adiacente) del formidabile rosato di Gaglioppo Manyarì dell’amico Enzo Sestito. Ottimi gli infusi di mirto, ciliegio, alloro e finocchietto (questo davvero sorprendente) che prepara Elisabetta, insieme con la pasta e il pane fatti in casa, come si deve.

Prenotate e andateci senza perdere altro tempo. E sono certo che mi ringrazierete per il suggerimento.

Buon appetito e salute!

 

Argotec, space food by chef Stefano Polato, from Turin (Italy)

http://www.argotec.it/argotec/

http://www.ristorantecampiello.com/

Stefano Polato ha poco più di trent’anni. Da tre anni è il responsabile dello Space Food Lab della Argotec di Torino, azienda che si occupa di ideare e produrre il cibo per gli astronauti della stazione spaziale europea. Di origine veneta, ha aperto da circa otto anni il suo ristorante Campiello a Monselice (PD), specializzato soprattutto in preparazioni tradizionali di pesce. Si è formato a Venezia.

E’ stata la conoscenza di Samantha Cristoforetti a permettergli di assumere questo ruolo all’interno della Argotec. A stretto contatto con la nostra astronauta, egli ha sviluppato un programma di ricerca per produrre cibo che ha forti origini nelle tradizioni del Made in Italy e declinarlo per lo spazio, dovendo attenersi a rigide specifiche tecniche che prevedono la totale assenza di conservanti e additivi di qualsiasi genere. Il cibo  viene trattato con un processo di termostabilizzazione a temperatura tra i 70 e gli 80 gradi Celsius. Viene poi sistemato in contenitori particolari che devono garantirne la perfetta conservazione per almeno 18/24 mesi.

Le dosi di queste preparazioni sono realizzate con un dosaggio perfetto dei vari nutrienti che tengono conto delle particolari esigenze di atleti speciali che lavorano in condizioni di totale assenza di gravità che sono poi gli astronauti della stazione spaziale.

Da  qualche tempo la Argotec ha avviato un programma di collaborazione con la Catena di Home Restaurant Gnammo per rendere queste ricerche disponibili anche per consumatori terrestri, magari atleti con particolari esigenze nutrizionali da soddisfare.

Le preparazioni comunque conservano un certo sapore, in alcuni casi di sorprendente piacevolezza: preparare cibi che abbiano un loro valore di apprezzabile gusto fa parte delle ricerche della Argotec e dell’impegno di Stefano Polato e del suo staff.

Importante citare, infine, il brevetto di una macchina per realizzare il caffè all’italiana in orbita, in collaborazione con la Lavazza.

http://gnammo.com/#3

Ristorante La Piazza, Piazza dei Mestieri a Torino

Te la trovi davanti alla cima di una piccola salita, ti si apre luminosa la corte quadrata della Piazza dei Mestieri, nel cuore del quartiere San Donato, le cui pietre raccontano storie di oltre 2 secoli.

I 7000 mq in puro stile liberty sono stati fabbrica e opificio, per poi trasformarsi in progetti e socialità. I portoni che nell’800 accoglievano gli operai e i lavoranti si aprono oggi a un plotone di studenti, oltre 500 giovanissimi avviati a un mestiere direttamente dai maestri della migliore tradizione culinaria e artigianale piemontese.

La Piazza dei Mestieri è prima di tutto un progetto che crea il futuro dei ragazzi, fatto di aule per le nozioni, laboratori per sperimentare, spazi condivisi per crescere: entrano allievi, ne escono cuochi, barman, cioccolatieri, pasticcieri, panettieri e grafici.

Dalla formazione alla tavola, ci si ritrova pochi metri più in là: alle tavolate del

Birrificio, dove il luppolo ambrato porta i nomi di Chagall e Renoir. Un capolavoro a

misura di boccale”.

Locale arioso, posto al secondo piano di un vecchio opificio ristrutturato con giudizio oltre dieci anni fa in zona San Donato (due passi da piazza dello Statuto). Aperto sette giorni su sette e gestito da circa un anno e mezzo da Maurizio Camilli e sua moglie Olga. Maurizio ha una bella carriera maturata in anni di lavoro con Teo Musso.

Servizio impeccabile,  arredamento, tovagliati, posate e bicchieri all’altezza di un locale fine/medio fine. Circa 50/60 coperti disposti con bella ariosità. Ottima carta dei vini (magari migliorabile, ma senza appunti gravi) con preponderanza, come si deve, per i nostri piemontesi.

Ho bevuto un Pelaverga di Alessandria, ottimo.

La cucina è davvero eccellente con una materia prima impeccabile a partire dalle carni, gli insaccati, i latticini, le verdure. Tra tutti i piatti gustati (nessuno meno che eccellente), davvero memorabili l’antipasto con la polpa di granchio (sensazionale) e il guanciale di patanegra (cotto a lungo a 60° e guarnito in maniera impeccabile con spinaci, carciofi e radicchio).

Si mangia e si beve benissimo (citazione per la birra speziata offerta come aperitivo) spendendo meno di 40 euro, vini esclusi (vini che comunque hanno ricarichi più che onesti: si può bere un Barolo discreto spendendo 35 euro!!).

Locale che consiglio con convinzione: chi seguirà le mie indicazioni, sono certo, mi ringrazierà  (è sufficiente che lo faccia tra sé e sé: iddio sa ascoltare…).

Insalata di verdura, foglie aromatiche, frutta, maionese vegetale e quinoa soffiata  
 10 €


Sfilata di antipasti (tonno di coniglio, salsiccia di Bra, giardiniera, acciughe del  cantabrico)    
11 €


Carpaccio di Gambero rosso e burrata con frutta disidratata     
11 €


Farro risottato con carciofi e capasanta
    10 €


Strozzapreti al burro, acciugha e cavolfiore   
 9 €

Guancetta di patanegra    16 € 

 

011.197.09.679

331.889.72.92

ristorante@piazzadeimestieri.it

http://www.ristorantelapiazza.com/lacarta/

Via Durandi 13 – Torino

 

 

Saper mangiare (e bere) a Peschiera del Garda

Una delle mie regole ferree nell’alimentazione è costituita dal seguente intendimento: in ogni posto bere e mangiare, se possibile, le specialità locali. In Italia è abbastanza facile e quasi sempre premiante.

Vinitaly significa fuggire da Verona al più presto possibile e rifugiarsi, la sera, nei magnifici posti seminati lì intorno nel raggio di pochi chilometri: Peschiera del Garda, per molti versi, è un’ottima scelta.

Quest’anno ho alloggiato all’Hotel San Marco, proprio in riva al lago: un tre stelle da consigliare senza indugi: rapporto prezzo/qualità eccellente, pulizia, servizio attento, location magnifica.

Ho mangiato due volte al ristorante (pizzeria) La Terrazza e una volta a La Plume: sono entrambi sul Viale del Risorgimento, distanti un paio di centinaia di metri uno dall’altro e poco di più entrambi dall’albergo.

Qui gli operatori turistici sono tra i migliori d’Italia: abituati da molti decenni a una clientela mitteleuropea esigente e assai educata. Si vede: nella qualità del servizio, dell’accoglienza e nell’onestà dei prezzi.

Bevuti due vini eccellenti e in bottiglia da 0,375 (pratica quando si è da soli a bere): Lugana Ottella (tra i migliori dei Trebbiano che qui si declinano come Lugana), complesso, fruttato, persistente; Chiaretto di Ca’ Maiol, un classico uvaggio del Garda (Marzemino, Sangiovese, Groppello e Barbera) vinificato in rosè, ottimo a far compagnia al Lavarello.

Specialità: il Lavarello in primis. Salmonide di lago (arriva nel XIX secolo dai laghi del nord), Coregonus Lavaretus (nei laghi del centro Italia si chiama Coregone), carni pregiatissime, si pesca soltanto con la rete. Consumato con una semplice griagliatura.

Capunsei: gnocchi tipici dell’alto Mantovano nella tradizione dei cibi poveri. Sono gnocchi di pane pesto impastati con uova, formaggio e brodo (anche vegetale). Cuoca Arleta e scelta deliziosa:per certo da provare.

Per il resto un po’ di mare: ottimi polipetti in umido con polenta e una classica frittura rivisitata con l’aggiunta di melanzane.

Il tutto con grande soddisfazione.