Archive for the ‘SENZA CATEGORIA’ Category
Said “Pautasso” da Khourigba

Khourigba è una bella città di oltre 170.000 abitanti, situata 120 km. a sud-est di Casablanca, Marocco. E’ famosa per essere il centro di riferimento di un’area in cui si estraggono fosfati che sono esportati in tutto il mondo. Essendo molto frequentata dai soldati italiani durante la Seconda Guerra Mondiale, oltre all’arabo e al francese si parla anche italiano. Da questa città provengono moltissimi marocchini emigrati a Torino negli anni scorsi.

Said è un venditore ambulante che frequenta i locali del centro storico. E’ a Torino da vent’anni e parla perfettamente piemontese. E’ intelligente, furbo, sensibile. Mi chiama sempre “Maestro” e “Grande artista”, soltanto per propormi le sue sciarpe, accendini e cianfrusaglie varie. Oggi al Mood di via Cesare Battisti, dove ero in compagnia di Manuela e Giorgio, gli ho comprato un portachiavi (una tartarughina gialla con pila: orrenda, ma mia moglie ama le tartarughe in tutte le salse, anche quelle indigeste). Abbiamo fatto quattro chiacchiere: ecco uno che si è adattato a un lavoro precario con creatività, volontà, intelligenza. Vestiva un giaccone Napapijri…..

 

 

Sinossi di presentazione di me (l’ultima)/Short selfportrait of me (the last)

Bilancia con ascendente Gemelli, Luna in Sagittario e Venere in Scorpione. Nato montanaro silano nel 1954, inurbato a Torino nel 1960 ma da sempre amante del mare. Pittore e scrittore, artista e intellettuale, ma anche già operaio, manager, maratoneta, calciatore. Un personaggio sghembo: incontentabile, curioso, contraddittorio, fuori di ogni schema.

Ama la poesia, il vino, l’antropologia e, sopra ogni altra cosa, ama non appartenere; ama non essere definibile e non subire classificazioni che sente come  insostenibili sbarre di gabbie.

Questa fotografia è stata ripresa da Pippo D'Amico, titolare del Caffè Elena: sto dipingendo sopra uno degli storici specchi di questo locale uno dei miei bicchieri di vino. Non sono io, ma il riflesso di me sullo specchio. Superfluo ribadire che gli specchi sono un'altra delle mie ossessioni.

Cocina guatemalteca

Ecco alcuni piatti tipici dell’odierna cucina guatemalteca. Meno piccante di quella messicana, più delicata. Sempre a base di mais (le immancabili tortillas preparate in maniera tradizionale), di pomodori, avocado, erbe e frutti tropicali per comporre gustose zuppe e salsine e per insaporire carni di pollo e di maiale (così come riso e caffé) portate dagli europei dopo la scoperta del nuovo continente.

Un bicchiere di Bacò, vino antico

Ho bevuto un bicchiere di Bacò, uno solo, purtroppo. Me lo ha portato la mia amica Stefania dall’entroterra del Finalese. Produce questo vino – che non si può commercializzare perché è spremuto da uve che derivano da un incrocio di vite american e vite europea – un vecchio contadino ligure. Contrariamente a quanto si dice – vino da consumarsi entro ottobre, massimo – era eccellente: colore tipico blu profondo, quasi nero, naso d’uva e palato di confettura d’uva, leggermente abboccato. Straordinario! Meno di 10% vol. per un vino di quelli che discendono dai vari Clinton, Clinto, Fragolino: tutti incroci con viti americane. Proibiti perché, ufficialmente, contenenti un alto tasso di pectina (presente nei tannini delle bucce) e quindi di alcol metilico pericoloso per la salute. E’ vero: ma bisognerebbe berne un ettolitro tutti i santi giorni! Infatti, il contadino ligure sta benissimo. E’ una vecchia storia, questa dei vini proibiti per legge, sulla quale meriterebbe trattare in maniera approfondita. Lascio la parola a Giampiero Rorato che, in un convegno organizzato dalla Fisar il 29 aprile 2009 a Casarsa della Delizia (PN), su questi vini ha trattato con dovizia e competenza:

«Altro vitigno abbastanza diffuso in passato è il Bacò, un Ibrido Produttore Diretto, ottenuto dall’incrocio di Vitis Vinifera per Vitis Riparia. È originario della Francia, ottenuto probabilmente nei vigneti sperimentali dell’Università di Montpellier e il suo nome, secondo alcuni, si riferirebbe a Bacco, l’antico dio romano del vino. È però vero che il tecnico che ha selezionato questo ibrido si chiamava proprio “Baco” e la varietà ottenuta fu chiamata Baco noir. La storia di questo vitigno, poi, è molto simile a quella del Clinton col quale condivide la zona di tradizionale insediamento e, soprattutto, la bassa qualità del vino.

Tra gli Ibridi Produttori Diretti di prima generazione è uno dei pochi nel quale non è presente la Vitis Labrusca ma la Vitis vinifera europea, i cui caratteri più gentili sono, infatti, ben evidenti, confrontando questo vino con altri ibridi, come Isabella, Clinton, Oberlin, ecc. Abbiamo già ricordato che si tratta di un vino leggero, dal gusto particolare, con fondo dolciastro e di corta vita. Prodotto in piena estate, non regge a lungo le temperature elevate e soprattutto gli sbalzi termici che già a settembre possono essere notevoli. Praticamente, con l’arrivo dell’autunno, il Bacò era già finito e l’ultimo bevuto non lasciava rimpianti.»

http://giampierororato.blogspot.com/2009/05/i-vini-proibiti.html

Il bollito come si fa a casa mia

Scaramella (che è più o meno la parte addominale del bovino), testina, pollo, salsiccette; patate, carote e zucchine; salsa verde, salse rosse, tartare, maionese, senape. E una buona bottiglia: Barolo riserva 2004 Fontanafredda. Nulla di meglio. Poi si può opinare su cosa manca: il punto è che quando si è in pochi in famiglia non è proprio possibile avere tutti i tagli che un Gran Bollito esige: Ma le carni di cui sopra, con le opportune salsine, bastano e avanzano.

I miei vini e cibi di Capodanno 2012

Mi piace passare la fine dell’anno a casa mia con amici: quest’anno eravamo soltanto in quattro, essendo ormai i figli adulti. Camino acceso, sotto il murale del prigioniero maya (quest’anno in tema…) e tovagliato come si deve con la nostra storica, ormai, argenteria.Il menù che mettiamo insieme ogni anno è ideato secondo i nostri gusti e le preparazioni sono rigorosamente fatte in casa, evitando nel limite del possibile cibi esotici o eccessivamente costosi. I vini sono sempre di produttori amici, scelti con attenzione maniacale, così come i bicchieri. Quest’anno abbiamo aperto le danze con un rosé Champagne R. Blin & Fils (da Trigny, due passi a nord-ovest di Reims), neanche malvagio. Gli antipasti veri e propri – acciughe al verde e in salsa di pomodoro, vol au vent ripieni di insalata russa, salamino piccante calabrese e salame crudo piemontese (entrambi caserecci), olive ascolane, salmone in crosta – sono stati accompagnati anche dal delizioso Verdicchio Castelli di Jesi Il Coroncino 2009. Il primo, gnocchetti con ragout di mare, ha avuto come compagno il Cacc’e Mitte La Marchesa 2010. Per il cotechino in crosta con spinaci e le classiche lenticchie mignon, ho scomodato il  Bolgheri Camarcanda 2007. Per frutta e dessert, un ottimo Sartarelli Verdicchio dei Castelli di Jesi Passito 2007. Il brindisi al nuovo anno è stato consumato con un eccellente Fontanafredda Alta Langa Vigna Gatinera 2004. Che dio sia con noi!

I miei vini e cibi di Natale 2011

Gli antipasti: cupolette di carciofi (una specie di flan, delizioso), mousse di salmone e paté di fegatini di pollo.

Primo: pasta al forno tradizionale calabrese, quindi con le polpettine di carne e pane pesto fritte, uova, salamino piccante, prosciutto cotto, besciamella, mozzarella.

Secondo: arrosto di cinghiale sfumato con vino bianco e insaporito con mirto, pepe, ecc. e contorno di passato di mela preparato con cannella, chiodi di garofano e bucce di limone.

Frutta e dolci: licis, ananas, fichi d’india e cartellate tradizionali calabresi (con ripieno di vino cotto, vin santo, noci, marmellate di prugne e fichi, nocciole, uva passa).

Vini: il Tralivio 2010 di Sartarelli , il Dolcetto d’Alba 2010 e il Barolo Le Cinquevigne 2007 di Damilano, l’Asti Moscat0 Galarej 2009 di Fontanafredda. Sempre da mettere in rilievo l’eleganza e la finezza dei vini di Damilano con questo Barolo (uvaggio da vigne dei cinque comuni di produzione dell’azienda: Barolo, Novello, La Morra, Grinzane Cavour e Verduno) giovanissimo eppure già pronto per un palato di raffinata austerità. Come il Dolcetto, con note di viola davvero interessanti.

Ho chiuso con un Single malt di Islay: Caol Ila 12 anni.

Mia moglie Margherita, con l’aiuto di Geeta, quest’anno è stata davvero una cuoca eccellente, in stato di grazia: da eleogiare soprattutto le preparazioni di carciofi e il delizioso paté!

Frittura di ghiozzi

Difficilmente, chi non è pescatore conosce certi pesci che sono deliziosi e oltretutto poco costosi. Un esempio emblematico è il ghiozzo. Appartiene alla famiglia dei Gobidi, i pesci a scheletro osseo più diffusi al mondo, presenti in tutti i mari del globo (eccetto le acque polari) con 2000 specie per circa 200 generi. Io lo pesco nel mio amato mare del Gargano. E’ un pesce bentonico, ovvero: vive attaccato al fondo ed è un predatore. I più grossi arrivano a 30 cm., io ne ho pescati di circa 25. Sembra semplice da fiocinare perché resta immobile, di solito all’imbocco della tana, in agguato. Invece riesce a scattare come un fulmine anche quando sembra facile preda. La sua qualità, a parte lo scatto fulmineo, è la capacità di mimetizzazione. Ha una carne bianca delicatissima, forse in assoluto la più delicata. Con una leggera infarinatura e una breve frittura in olio d’oliva extravergine si gusta un pesce straordinario, tra l’altro senza grandi problemi di spine. Si trova ogni tanto sui banchi del pesce, lo consiglio davvero, e costa poco.

La ribollita come piace a me

La ribollita ho imparato ad apprezzarla quando ho trascorso quasi un anno a lavorare in un’azienda agricola tra Monte San Savino e Castelnuovo della Berardenga, ossia tra Arezzo e Siena. Piatto invernale perché basato sul cavolo nero e quel suo gusto amarognolo che a me piace tantissimo. Noi la prepariamo con i fagioli, il sedano, la carota, aglio e cipolla. Un po’ di olio d’oliva extravergine (di questi tempi magari appena franto) e pane vecchio o tostato a fare da base. Il segreto è, secondo me, mangiarci insieme dei cipollotti crudi. Gusti d’altri tempi per un piatto di tradizione come pochi altri.

Pennette al pistacchio e grongo in umido

Assaggiai questo piatto tipico delle falde dell’Etna nel 2005, in occasione della mia ultima (ahimè) mostra in terra siciliana, precisamente a Trecastagni. Lo assaporai in un magnifico ristorante di Nicolosi di cui non ricordo il nome: magnifico perché ricavato in un vecchio frantoio di cui si conservavano gli incredibili e giganteschi ingranaggi in legno per azionare le macine di pietra. Il piatto è semplicissimo e di gusto particolare. Per quattro persone è sufficiente circa un etto edibile di pistacchi non tostati. Questi devono essere pestati in maniera non troppo fine affinché si possa poi apprezzarne in bocca la consistenza materica. Il pistacchio va poi stemperato con olio d’oliva e un poco di panna, nient’altro. In questo preparato vanno poi semplicemente saltate delle pennette rigate (prendono meglio il sugo). Una spolverata di pepe nero non gli fa male. Un piatto davvero squisito. A questo primo abbiamo poi fatto seguire un’altra preparazione semplicissima e poco costosa: grongo al forno in umido. Il grongo (Conger conger) è un pesce osseo del mediterraneo che somiglia a una grossa anguilla (può raggiungere i 3 metri di lunghezza e i 70 kg. di peso, ma la dimensione più normale non oltrepassa il metro e le femmine sono più grosse dei maschi). Questo è un pesce poco stimato, a torto: la sua carne un poco grassa è molto saporita e, infatti, viene assai apprezzato nei caciucchi e nelle zuppe da chi di pesce s’intende per davvero. In umido è ottimo.

Carne di maiale essiccata al peperoncino piccante

In Cina e specialmente in Tailandia si trova facilmente carne magra di maiale essiccata all’aria ma trattata con sale. Sono in genere lonza o arista. In Guatemala non l’avevo mai mangiata: me l’ha portata Enzo Brilli dal suo ultimo viaggio laggiù e, assicuro, è una delle migliori carni di maiale mai mangiate. Non so esattamente da quale parte del Guatemala arrivi, penso che con tutta probabilità sia un uso degli altipiani. Non so nemmeno come si prepara perché Enzo non me lo ha saputo spiegare. A buon senso credo che le sottili strisce di carne magrissima (non v’è traccia di grasso), vengano strofinate con abbondante peperoncino macinato non troppo fine (la carne presenta evidenti tracce dei semini gialli) e poi messa ad essiccare al sole. Sono striscioline non più spesse di un paio di centimetri e lunghe una trentina. Sono di sapore davvero straordinario!

Casaslurp: cibo e design per un locale incredibile a Torino

Aperto da pochissimo (i primi giorni di novembre), mi ci ha portato a pranzo Alessandro Barbesino che è uno degli aficionados cui i proprietari dànno la chiave – a loro discrezione, gli altri devono suonare – e possono entrare nel locale in qualsiasi momento dell’orario di apertura (11/18, chiuso sabato, domenica e lunedì) e fruirne a loro piacimento. La caratteristica, unica, è costituita dal fatto che dentro questo posto è tutto in vendita: cibo, vino, luci, tavoli, sedie, mobili e soprammobili, quadri, ecc. Basta chiedere: chi l’ha ideato, Vittorio Beraudo, lo usava come ufficio-abitazione per la sua attività di designer. Vittorio arriva da Saluzzo, è a Torino da qualche anno e i figli Alberto e Matteo gestiscono da un paio d’anni il ristorante Slurp in via Massena, 26. A pranzo si mangia benissimo e a prezzi correnti, la cucina è curata con passione dal giovane chef  Gabrio Dei da Fucecchio, come il suo aiuto Matteo Burgassi. Anche i piatti e le posate sono opera del desing di Vittorio e possono essere acquistati. Il vino si può prendere in bottiglia (buona cantina a prezzi da enoteca), oppure a calice con una tessera apposita. Il locale occupa due piani, quello interrato non prevede servizio di cucina e offre deliziosi angoli per chiacchierare, ascoltare musica, lavorare, bere un buon bicchiere, ecc. Su prenotazione il locale è disponibile a qualsiasi ora e si presta assai bene per eventi privati: di recente è stato utilizzato dall’amico Piero Rondolino (Riso Acquerello) e da Bruno Rocca (grandi vini di Langa). Un posto così poteva germogliare soltanto in una città come Torino: così formale in apparenza, così incredibile appena appena si scalfisce la dura superficie. Andateci e dite che vi mando io.

beraudo.alberto@hotmail.it

www.casaslurp.com

Cime di rape saltate con salamino piccante, piatto tradizionale silano

Una delle mie coccole preferite, insieme a lampascioni e patate, consiste in una vecchia ricetta che mi riporta alla mia primissima infanzia calabrese, vissuta a Rovale, sul Lago Arvo ai quasi 1400 mt. della Sila magnifica. Le cime di rape (Brassica rapa sylvestris) nel nostro dialetto si chiamano “vrùocculi ‘e rapa” per distinguerli dai broccoli veri e propri che si definiscono “vrùocculi ‘e sponza“: è molto importante la pronuncia, perché nei dialetti meridionali (tutti) non esiste il dittongo e dunque è sempre tonica la prima vocale. Questa verdura, tipica della stagione fredda (si trova buona da ottobre ad aprile), è universalmente nota come condimento delle orecchiette pugliesi, da loro si chiama “strascinati“. Ma da noi si preparava in maniera molto semplice. Occorre prendere delle cime di rape con foglie piccole e pochi fiori (sono piccole infiorescenze gialline), i gambi devono essere sottili e presentarsi ben sodi. Si tagliano le foglie più grandi e i gambi in pezzi non più lunghi di 4/5 cm., scartando le foglie poco tenere e le parti più dure e grosse dei gambi. Una volta pulite e tagliate, le cime devono essere lessate con acqua e sale. Basta una mezz’oretta circa. Scolate ben bene vengono messe in una grossa padella e, una volta evaporata la residua acqua di cottura, si aggiunge abbondante olio extravergine d’oliva, alcune sottili fette di salamino piccante (aver cura di scegliere salami non stagionati, perché poco adatti a essere fritti), e del peperoncino verde tagliato a rondella. Sono sufficienti pochi minuti e il piatto è bell’e pronto. Saporosissimo, con quel delizioso gusto amarognolo che hanno le cime di rape che si devono mangiare insieme alle fette di salamino appena rosolate.

Odio con tutte le mie forze i gazebo nelle Piazze Storiche

Non riesco a capacitarmi di come si possa continuare a insozzare le nostre piazze stupende con queste strutture posticce, con queste manifestazioni orrende. Di come si sottraggono spazi stupendi alla fruizione di cittadini e turisti. Questi godono nei loro sentori di salsicce e hot dog che infestano luoghi bellissimi. E pubblicità di oli, automobili, telefoni e qualunque azienda paghi quattro soldi.

FATELE IN PERIFERIA LE VOSTRE SAGRE STRAPAESANE E TAMARRE!

Roma, 8 novembre 63 a.C.

Scrivevo su questo sito qualche mese fa, senza poter sapere che oggi, 8 novembre 2011, pur senza un Cicerone che lo dicesse, un Catilina minore giunto ormai alla propria fine – rantolante, agonizzante – continuasse ad abusare della nostra pazienza!

«Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? Quamdiu etiam furor iste tuus nos eludet? quem ad finem sese effrenata iactabit audacia?

“Fino a quando, Catilina, abuserai della nostra pazienza. Quanto a lungo ancora codesta tua follia si prenderà gioco di noi? Fino a che punto si spingerà [la tua] sfrenata audacia?”.

Dov’è, oggi in Italia, un Marco Tullio Cicerone che interroghi con chiarezza la coscienza di una giovane Nazione sugli abusi indecorosi di un Catilina minore? Duemila anni sono trascorsi invano in questa nostra sciatta e gloriosa penisola: la testa in Europa, i piedi in Africa e tutto il corpaccio in un mare di escrementi malodoranti: che un qualche misericordioso dio abbia pietà di noi.».

Lampascioni e patate

Il termine scientifico è Muscari comosum e indica una pianta erbacea della famiglia delle Liliacee che fiorisce in primavera e presenta un tipico fiore con petali filamentosi di colore viola carico. I bulbi di questa pianticella sono i famosi lampascioni, lambascioni, ecc. Noi montanari calabresi li chiamiamo cipulline o cipulluzze. Non è vero che crescono soltanto in meridione (Puglia e Basilicata sono le terre in cui per tradizione meglio si conoscono e si preparano): mi ricordo che con mio padre andavamo a raccoglierle nei prati del quartiere Lingotto, lungo la ferrovia delle periferie torinesi nei primi anni sessanta.

Nella nostra tradizione silana si cucinano fritte con le patate o si mangiano a frittata con soltanto uova. La ricetta per cucinarle fritte (sono una di quelle 5/6 preparazioni che considero coccole personali) è la seguente.

Per 4 persone occorrono circa 1/2 chilo di lampascioni e 1/2 chilo di patate. E’ bene comprare i lampascioni più grossi perché si puliscono meglio: è la pulizia di questi cipollotti ricchi di fastidiosa resina, assai collosa, che è di particolare difficoltà. Dopo averli ben bene ripuliti degli strati esterni zeppi di terra, averne tagliato la sommità e la parte inferiore, si lavano con cura. Vanno poi lasciati almeno un paio d’ore in acqua e aceto (bastano un paio di cucchiai per 2 litri d’acqua. Trascorso questo periodo, che serve per far perdere molto del gusto amarognolo che è loro tipico, si tagliano in quattro pezzi e li si mette a stufare, con un poco della loro acqua e aceto, in una padella. Appena l’acqua è evaporata si aggiungono le patate, tagliate a spicchio, e l’olio (extravergine, mi raccomando). Vanno rimescolate spesso e le patate devono quasi spappolarsi. Occorre circa una mezzoretta a fuoco non troppo vivace per la giusta cottura. Impiattate e salate, il meglio consiste di condirle con una ricca spolverata di peperoncino rosso macinato. Un piatto dal sapore assai particolare, certo non delicato ma pur cui io personalmente impazzisco. Il vero problema è rappresentato dalle conseguenze notturne e del giorno dopo: io la chiamo guerra chimica….Dimenticavo: l’ultima volta ci ho bevuto un delizioso Nero di Troia di Lucera (Nerone La Marchesa 2010, en primeur).

Le Marche, album fotografico di una regione “al plurale”

Discorrendo con un’amica marchigiana, questa mi diceva che la sua Terra la fa pensare a una coperta: una sorta di plaid a grandi e colorati e diversificati pezzi di ondulato e caldo tessuto. Caldo e rassicurante, in qualche modo. E come non darle ragione.

Per parte mia ricorro a una delle mie solite metafore stralunate: questa è una Terra che mi fa pensare alle donne. Alle 11 di sera quelle che si notano di più – è un’ora in cui sono tutte belle – sono quelle più appariscenti, quelle truccatissime e elegantissime: non bisogna giudicare l’interesse per una donna a quell’ora. Occorre attendere le 7 del mattino, appena sveglie: questa è l’ora della verità e allora si percepiscono la finezza dei lineamenti, il particolare taglio della bocca, l’eleganza del collo, l’intensità dello sguardo. E quelle sono le donne che meritano attenzione. Anche per la vita. Le Marche sono metaforicamente attraenti alle 7 del mattino e ti si insinuano nella mente pian piano. E lì restano. Anche per la vita.

Grazie a Alberto Mazzoni, Direttore dell’Istituto Marchigiano di Tutela  Vini – Gianfranco Garofoli ne è il Presidente -, che mi ha fornito la documentazione, ho messo insieme questa galleria di splendide immagini che costituiscono una sintesi efficace di quelli che sono i cangianti paesaggi marchigiani. Dal Conero a Sirolo, dalle Grotte di Frasassi ai Monti Sibillini, dalle vigne dell’Esino al Santuario di Loreto: un vero spettacolo.

Indignados a Torino: da noi tutto tranquillo e civile
Pallagrello Nero, Ambruco 2008 Terre del Principe

Ho già parlato sul mio sito del Pallagrello: era il vino spremuto dalle uve a bacca bianca dell’Azienda Selvanova (Acquavigna 2008) che mi aveva fatto bere Alessandro Barbesino. Vino bianco eccellente, senza dubbio alcuno. Sapevo che il Pallagrello era anche uva rossa: Campania, casertano.

Ho da ringraziare Marika e Sergio, grandi produttori in quel di Lucera di Nero  di Troia, per avermi reso omaggio di una bottiglia di Pallagrello Nero Ambruco 2008, prodotto dall’azienda Terre del Principe di Peppe Mancini che scopro essere l’artefice, con il suo enologo Luigi Moio, della riscoperta di questo antico vitigno: con tigna, contro tutti e contro tutto.

Erano i primi anni Novanta.

Oggi bevo un vino di rara eleganza, armonia, corpo e con antociani quasi devastanti (il rosso rubino è di un viola così intenso che si può paragonare soltanto a certi Dolcetto o a certi Lacrima di Morro d’Alba).

Al di là dei tre bicchieri assegnati (stavolta con pieno merito) dalla Nota Guida, questo è un grande vino, sotto ogni punto di vista. Bevuto dopo qualche ora dall’apertura della bottiglia – tempo che serve a stemperare  il troppo legno che la barrique un poco invasiva lo caratterizza al primo acchito – si apprezzano sorprendenti sentori erbacei sia al naso sia al palato: davvero magnifico!

Da consigliare per rapporto qualità/prezzo, per qualità assoluta, per peculiarità. Anche per farsi belli con quelli che frequentano i Vini dei Più: per sorprenderli e per far loro capire che la galassia del vino italiana è quasi infinita e inconoscibile. Salute.

Castel Campagnano, contrada Mascioni
Tel 0823.867126
Sito: http://www.terredelprincipe.com
Enologo: Luigi Moio
Bottiglie prodotte: 55.000
Ettari: 11 di proprietà
Vitigni: pallagrello bianco, pallagrello nero e casavecchia

SAVIGLIANO (Cn): Festa del pane 24-25 settembre 2011

La 6° edizione di questo evento biennale, organizzato dalla Città di Savigliano e dall’Ente Manifestazioni e in collaborazione con l’Associazione Panificatori della Provincia di Cuneo e dei panificatori saviglianesi, verrà inaugurata venerdì 23 settembre da un momento di riflessione di Carlin Petrini: Se il grano non muore, appuntamento organizzato in collaborazione con il festival letterario Collisioni. Ispirandosi a un testo di Andrè Gide e ai versi della Bibbia, il fondatore di Slow Food dialogherà con l’antropologo Marco Aime illustrando i pericoli che minacciano la piccola coltivazione e, passando dagli Ogm alla speculazione sui cereali, proporrà l’idea di un modello sostenibile di produzione che possa sopravvivere accanto a quello industriale.

Savigliano, per tre giorni vetrina di territori e tradizioni enogastronomiche, seguirà per le vie cittadine l’intera filiera del pane. In Piazza del Popolo saranno ricreati tutti i luoghi e i processi dell’arte bianca, dal chicco alla pagnotta. Le farine e i forni saranno il cuore dell’evento e una grande panetteria rappresentativa ne rilascerà tutta la fragranza.

Specialità gastronomiche, antenate dell’attuale fast food, invaderanno gli angoli di Savigliano. Da Piazza del Popolo a Piazza Santarosa mercati e mercatini per trovare pane e companatico, prodotti da forno, un villaggio delle eccelenze e la campagna in città, proposta da Coldiretti.                                               Novità di questa edi­zione la partnership tra la manifestazione imperiese “OliOliva: Festa dell’olio nuovo” e la Festa del Pane, che vedrà tra i pre­senti alcune aziende olivicole facenti parte dell’Associazione Nazionale Città dell’Olio. E inoltre l’ esclusivo utilizzo in anteprima nella panetteria di Piazza del Popolo di “antiqua”, farina di grani piemontesi da agricoltura controllata macinata a mano.     Particolare attenzione alla didattica si articolerà con laboratori degustativi e dimostrativi allestiti per educare e sensibilizzare ai consumi consapevoli sul nostro territorio ma anche per conoscere la cultura gastronomica straniera.

Tanti gli appuntamenti da non perdere. A cominciare dalla lectio Non di solo pane. Il Risorgimento romantico di Antonio Scurati fino alle Il Pane quotidiano lontano da casa , un reading di Claudia Ceroni e Federica Demaria. Scalderà l’atmosfera Claudia Bonadonna che dialoga con Emilio Targia per un tributo a Patty Smith, mentre, presentato da Filippo Margiaria, il libro Anime in carpione di Paolo Ferrero svelerà con graffiante ironia una riflessione semiseria sul bere e sul mangiare. Due esponenti di diverse comunità religiose indagheranno – insieme ad uno scrittore esperto di cultura mediorientale e al direttore di Gazzetta d’Alba Don Antonio Rizzolo-  le simbologie del pane e del grano per dare un senso al Pane degli altri, l’enologo Lorenzo Tablino racconterà invece la storia, la tradizione e la cultura di un altro alimento simbolo del territorio cuneese: il vino. Sul palcoscenico, teatro, musica, concerti, spettacoli e performance illumineranno le serate saviglianesi. Arguta e profetica la conferenza-spettacolo di Luca Scarlini narrerà La leggenda del pane con immagini e parole. Intratterranno il pubblico la musica Klezmer dei sei componenti del gruppo Miskalè e la voce della cantautrice Maria Giua, in alternanza ad animazioni teatrali e letture diffuse intorno al tema del pane e a djset serali che chiuderà la giornata di sabato. Non mancheranno le mostre: dalle sculture di cioccolato proposte dagli Amici del cioccolato Pasticceri della Provincia Granda alle fotografie sul pane dal mondo a cura dell’Associazione Culturale di promozione sociale “Uomini e terre” ai dipinti eseguiti con il vino dal maestro Vincenzo Reda, fino all’incontro-performance di Diego Maria Gugliermetto, designer del cibo presso il Museo Civico “Antonino Olmo” di Via S.Francesco.

Un evento multiforme dunque per raccontare la grande storia del pane, ricca di sapienza e di poesia, d’arte e di tradizione. Per tutti i gusti, sarà pane da guardare, pane da assaggiare, pane da impastare, pane da raccontare e pane da ascoltare. E, ancora, sarà pane da condividere, poiché il pane attraversa le generazioni ed è denominatore comune alle popolazioni di tutto il mondo, da nord a sud, con le sue forme più strane e i suoi sapori più diversi.                                                                                                                       Una manifestazione ricca di sorprese che coinvolgerà agricoltura, commercio, arte e le tradizione e che si rivolgerà a grandi e bambini in un percorso nella storia del pane che solleticherà palato ed intelletto.

 

 

Sguardi che ogni giorno mi sento addosso, senza requie senza giustificazioni

http://www.vincenzoreda.it/locchio-eye/

Antonio, Pier Paolo, il principe Giulio, Luigi e anche Ivan, fra tanti Grandi: sono alcuni degli sguardi che so inflessibili con cui ogni giorno mi confronto. E soprattutto la sera, quando mi guardo allo specchio. So che non posso accampare giustificazioni, so che non v’ha pietà.

Ma quanto mi aiutano, queste pupille puntute, questi occhi dardeggianti, sempre vivi, sempre vigili….

Vendemmia 2011

Il fascino dei filari a girapoggio che incombono sulla Città. Vendemmia della Freisa di Chieri nella vigna di Villa della Regina a Torino, davanti alla Mole Antonelliana

L’antico vizio di esercitare generalizzazioni, in ogni campo, costituisce una delle più pericolose e diffuse tra le tentazioni della superficialità.

Parliamo di vendemmia: come sarà quella che in molte zone (non tutte!) è cominciata con largo anticipo, oggi non possiamo né prevedere, né sapere. Lo conosceremo quando l’ultimo grappolo, nell’ultima vigna, sarà raccolto.

Si leggono stime al ribasso (44 milioni di hl. contro i 46,7 dello scorso anno), con minor produzione dei francesi (le loro stime parlano di 48 mln. di hl.).

Tutte queste sono operazioni che non hanno alcuna rilevanza. Così come le stime che riferiscono alla qualità: basta un po’ di pioggia in più o in meno nell’ultimo periodo e tutte le previsioni vanno a ramengo. Non soltanto: i microclimi influiscono in maniera determinante. Dunque, meglio prendere tutte le vane parole che si leggono in merito di questi tempi con il santo beneficio d’inventario.

Pare incredibile che il sano buonsenso sia sempre (oggi in maniera eclatante!) messo da parte. E poi i giochi continuano in cantina e si concludono sui mercati: non su giornali, né su blog più o meno seri…

 

 

 

 

Ekanta vada – Anekanta vada, speculazione meramente intellettuale sulle caratteristiche del discernimento

Questo bicchiere di vino fu dipinto nel 2009 con due vini di Marotti Campi, il Rùbico (Lacrima di Morro d'Alba eccellente) e lo Xyris

Ho trovato la risposta a una domanda importante: perché persone di grande intelligenza (dove questo termine è da intendersi come capacità di analisi e poi di sintesi, di memorizzazione dei dati e di capacità di correlazione dei dati stessi, in tempi rapidi e in modo speculativo e opportunistico) sono spesse volte incapaci di applicare questa loro qualità – caratteristica positiva – a fronte di fatti o fenomeni particolari?

La soluzione è la seguente: mancanza di flessibilità;  mancanza di capacità di cambiare punto di vista, prospettiva.

Mahavira – nel VI secolo prima di Cristo (ma forse addirittura secoli prima) con le teorizzazioni della filosofia jaina – era già pervenuto alla soluzione: un fenomeno è analizzabile e sintetizzabile a seconda di infiniti punti di vista; tra questi ve n’è almeno uno più conveniente degli altri in un dato momento, in una data posizione di tempo e di spazio, per il conseguimento di un dato, possibile obiettivo. La filosofia jaina c’era arrivata qualche anno prima di Hegel: la sua formula “tesi, antitesi, sintesi” si può considerare meno evoluta della formula jaina: “apparire, disparire, permanere” o “asti-nasti vada” vale a dire la filosofia che permette di definire un fenomeno o una cosa con  un’affermazione o una negazione. Anche: unità nella molteplicità, identità nella diversità, permanenza nel mutamento. Non bisognerebbe mai dimenticare che Gandhiji attinse dai jaina il concetto dell’Ahimsa (sintetizzato malamente come non-violenza, quando invece è amore uiniversale per ogni essere vivente che non permette di fare del male neanche alle piante) e della Satya (la sincerità che però non deve spingersi a fare del male). Nell’etica jaina il solo pensiero di fare del male è male: ci arriverà il Cristo qualche anno dopo.

Mutare prospettiva è faticoso, scomodo, doloroso spesse volte. Ma è sempre proficuo, sempre speculativo, sempre affascinante, sempre stimolante: non risolve mai il problema ma aiuta a comprenderlo e a stemperarlo nell’oceano infinito del relativo. Fatto salvo poi decidere di affrontarlo scegliendo, appunto, il punto di vista più conveniente. Più conveniente, si badi, non più giusto: bene e male sono faccende assai assai relative, quando si parla di punti di vista flessibili.

Beach colours from South of Italy
Mi piace fotografare gli olivi in agosto

Le fronde degli olivi, in agosto, sono assai grafiche. Lo sono per le forme e i colori delle foglie; lo sono per i frutti ancora non pienamente maturi; lo sono perché io penso che lo siano. Passo ore e ore a dondolarmi sulla mia amaca messicana e a guardare gli olivi. Con gli olivi ci parlo, mi confido, ascolto le loro confidenze. La gente ama assai più gli animali che le piante: io non sono la gente e le piante mi piacciono come gli animali. Anzi, certe piante anche di più che certi animali…E poi, per fare un animale bastano pochi mesi e dura pochi anni. Un olivo con meno di un secolo è un giovincello, e gli serve qualche secolo per raggiungere la piena maturità. I vegliardi attraversano due o tre millenni. Mica fesserie!