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Vincenzo Reda Curriculum Vitae in english

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I was born in a small village (Calabria), in 1954 during the harvest. Since 1960 I  moved to Turin.

I obtained the diploma of assistant director in ’75 with Adriano Cavallo (help of Orson Welles) at the Experimental Center of Dramatic Art of Turin with apresentatation  of I morti senza tomba by J.P. Sartre;

I worked at the Gobetti theater as stage director and lighting director for Federico Garcia Lorca’s La calzolaia admirabile.

In ’76 with Plinio Martelli I shot the experimental body art film Every body occupies its own space that was presented at the Venice Biennale in 1978, and is now owned by the G.A.M.(Gallery of Modern Art) in Turin.

Then until 1983 I did many photography exhibitions, of which the most important in 1980: The Devil wants you, performance with Bruno Chiarenza, presented for the first time at the Postino Cheval in Via Palazzo di Città.

Between 1976 and 1978 I had important experiences at Radio and TeleTorino International and, above all, at Radio ABC Italiana, of which I was Artistic director and for which I made several transmissions and wrote original texts.

Between 1979 and 1996 I directed companies, of which I was a partner, in the field of communication and publishing.

In the two-year period 1989/91 I held the position of Vice President of the Young Industrialists of Turin and, in 1993 and 1995, I was National Vice President of the AIPE (Association of small Italian publishers). Between 1996 and 2011 I worked as a consultant for the magazines : Prima Comunicazione, Oasis, Airone, Archeo and Medioevo, as well as numerous exhibitions (Ancona, Turin and Cosenza).

I started writing about wine and food in 2003.

In 1989 I published my first book: a volume of experimental poetry Caccole and tentlalia

Since 1993 I have been painting with wine on paper, fabric and crystal. In 2009 I publisheda new Book titled PIU O MENO DI VINO for Edizioni del Capricorno.

In 2010  a new book titled Quisquilie & Pinzillaccherewas released for Graphot types.

In 2011 I published for Newton Compton 101 Mayan Stories that you should know before the end of the world.

The same book was distributed by Focus Storia in November 2012, reprinted for Gruner-Mondadori.

In 2012 Rime Sghembe was released by Graphot. In July 2013 by Edizioni del Capricorno: Di vino e altro ancora. For Castelluccio Editore, 2016 the release of Sulle ali del Barolo by Gianni Gagliardo whose illustrations I took care of.

Between 2013 and 2016, with the national newspaper La Stampa, I published Il Peperone, 35th Piedmontese Festivals and The White Truffle of Alba.

On December 28th 2014 I participated in Mela Verde, Tv Canale 5, interviewed by Edoardo Raspelli.

In 2016, National Japanese TVteam came to Italy to film me fo a Special exclusive program on Wine and Wine Painting.

I began to exhibit my paintings at Capo Liveri (Isola d’Elba) in 1998; I was invited to participate in the main events related to wine in Italy and I exhibited in many Italian cities.

I have permanent exhibitions at the restaurantsLi Jalantuumene, Monte S. Angelo (FG) and L’Ostu Duca Bianco of La Morra (CN).

I exhibited in the USA in 2008/2009 and in New Delhi in 2009/2010.

I have alsopainted many  labels for important wines and some of my works have been purchased by collectors from India, USA, Brazil, Germany, South Africa, China and Japan.

The Piedmont Region has dedicated a monograph to me and the Radisson in New Delhi has printed a book with my works exhibited in India. The Air India magazine dedicated a page to me in 2010.

My chess board of wine on crystal was used for the Chess Olympics in Turin in 2006.

Last year I presented Italian food and wine in Hanoi (Vietnam), hosted by the Italian-Vietnamese Chamber of Commerce.

Currently I write for the professional magazine Barolo & Co and in Focus Storia.

I personally give lessons and courses in  history of food and wine at Eataly Lingotto.

I am a consultant for the communication of some important wine producers.

I have been married since 1990 and I have an Indian daughter, adopted in 1998 (born in Bombay in 1992)

Vincenzo Reda - Via Piave, 9 –  10122 Torino

Tel/Fax: +39011 18893288   Cell: +39335 5358828

redavincenzo@libero.it

www.vincenzoreda.it

Fichi d’india

Comincia la breve stagione dei fichi d’india (quest’anno un po’ in ritardo). Siccome ho scoperto che molte persone non sanno come trattarle, ecco il mio suggerimento. Innanzi tutto sceglierle grandi (bastardoni), poi, senza toccarle con le dita, sciacquarle in acqua corrente. Usare una forchetta e tagliare le due estremità ma non completamente. Incidere con il coltello per lungo e sollevare pian piano la scorza con la lama. A questo punto il delizioso frutto è pronto per essere gustato.
Con un buon bicchiere di vino, rosso e non dolce.

Il fico d’india (Opuntia ficus-indica) è originario del Messico e fu portato in Europa da Cristoforo Colombo. Gli Aztechi lo chiamavano Nopal e lo consideravano un frutto sacro: la leggenda racconta che la loro capitale, Tenochititlan, avrebbe dovuto essere fondata nel luogo in cui si fosse trovata un’aquila, posata su una pala della pianta, che stringeva tra il becco un serpente. Essendo una pianta infestante e molto resistente, si diffuse in pochissimo tempo in molti paesi del mondo, soprattutto nel Mediterraneo. Da noi si trova in Calabria, Basilicata, Puglia, Sicilia e Sardegna (anche sui litorali liguri, pur se non molto diffusa).

Festival Colline d’Arte (Roccaverano). Storie di produttori, prodotti e personaggi

Di seguito la presentazione di produttori, aziende e personaggi che saranno con noi Domenica 8 Settembre 2019

https://www.tenuta-antica.it
Verso la fine dello scorso millennio una coppia di informatici lombardi, Maria Pia di Bergamo e Mauro di Como, stanchi della frenetica vita milanese e in procinto di mettere al mondo il loro primogenito, decidono di cercare un’alternativa nella Langa astigiana. Rilevano un rudere composto da due ampi casali in rovina e 7 ettari di terreno parte incolto, parte con vigne in stato di abbandono. Ristrutturano il tutto, piantano un paio d’ettari di vigne nuove e un ettaro di noccioleto: dopo anni di lavoro imbottigliano la loro prima bottiglia di Barbera e cominciano ad accogliere e coccolare ospiti nelle numerose stanze dell’agriturismo. Ottengono intanto la certificazione Bio dell’ICEA e nel 2010 producono il loro Pinot Nero “La Follia”. Oggi Mauro, che è partito davvero dal nulla, produce quattro vini da uve bio: sono circa 10.000 bottiglie di Barbera d’Asti DOCG, Dolcetto d’Asti DOC, Pinot Nero e un ottimo rosa (50% Dolcetto e 50% Pinot Noir). Maria Pia si è specializzata nella cucina tradizionale che offre anche in versione vegetariana e vegana. Ho gustato sia i loro vini sia la loro cucina e sono rimasto colpito dalla qualità dei loro prodotti.
Oggi Luca e Daniele mostrano lo stesso entusiasmo e la stessa passione dei loro genitori, persone davvero formidabili.

Anna Fila Robattino nasce in un paesino del Biellese all’ombra ingombrante di Trivero e di un cognome importante ma di lontana e ormai non più efficace parentela. Dopo il diploma vorrebbe frequentare l’Isef ma riesce soltanto a iscriversi alla facoltà di filosofia a Palazzo Nuovo, a Torino: sono gli anni in cui imperversa Gianni Vattimo, per intenderci. Compie l’intero iter di studi ma, quando si tratta di discutere la tesi, abbandona tutto e si getta in quell’avventura che le cambierà la vita: ha incontrato i libri di Carlos Castaneda e comincia a studiare naturopatia e omeopatia. Nei primi anni 2000 incontra Aragon Molinar e tra i due si accende la magica scintilla dell’amore e nel 2008 nasce Elric. Trascina il suo compagno a Olmo Gentile, Alta Langa astigiana, e acquistano un casale in rovina che ristrutturano con tanto lavoro e immensi sacrifici. Oggi è diventato Castellotto di Pan dove, in collaborazione con Maria Pia di https://www.tenuta-antica.it, Anna tiene i suoi corsi e accompagna gli appassionati a conoscere e cucinare fiori e erbe selvatiche edibili. Equiseto, Amaranto, Luppolo, Artemisia, Farinello, Pimpinella, Melissa, Nepitella… Ho sperimentato la gioia di passeggiare conoscendo e assaggiando queste erbe straordinarie e ne ho gustato le preparazioni cucinarie: sempre emozionante. E ho potuto apprezzare la competenza e la passione di Anna sempre espresse in maniera morbida, semplice, accattivante: certo Anna, e io me ne intendo, è persona rara.

Loretta Verzegnassi l’avevo conosciuta quando andai a visitare Tenuta Antica di Cessole, il giorno in cui conobbi Maria Pia Lottini. Insieme a Anna Fila Robattino costituiscono un trio di donne, nessuna nata in Alta Langa, che stanno animando queste terre magnifiche in maniera straordinaria: la loro passione, la loro tigna, le loro competenze ne fanno un trio ineguagliabile. Loretta è nata a Trieste e fino ai suoi trent’anni inoltrati si occupò di insegnamento (matematica) e poi ebbe un’impiego nella pubblica amministrazione. Poi Bacco scagliò la sua magica freccia e allora decise di seguire il suo Gianni a Ricaldone nella di lui casa avita (siamo stati loro ospiti e ho fotografato il cortile con le cascate di viti americane). Misero al mondo Daniela, che oggi studia in una high school in Israele, e Loretta cominciò a perseguire le sue passioni: impostare e seguire progetti didattici e sociali. Ha maturato esperienze di rilievo soprattutto nei campi del turismo sostenibile e del commercio ecosolidale. Nel 2019 ha fondato http://www.langamylove.com, trovando ospitalità nel medievale castello di Monastero Bormida, grazie alla particolare sensibilità del sindaco, Luigi Gallareto.
Il suo contributo all’organizzazione del nostro evento Colline d’Arte, domenica 8 settembre, è imprescindibile. Personalmente, ho grande stima e apprezzamento per la dedizione e le competenze di Loretta e non lo scrivo per piaggeria.

http://www.ristorantedellaposta.it/index.html
Olmo Gentile è un comune astigiano (il più piccolo) di circa 70 anime. Situato a oltre 600 mslm, quasi al confine con la Liguria savonese, ha lontane origini medievali (è posto sulla famosa Via del sale) con un castello importante e la sua torre d’avvistamento. Il Ristorante della Posta è un locale storico, da molte generazioni fondato e gestito dalla stessa famiglia: oggi Silvana e le sue sorelle perpetuano questa tradizione da par loro. Qui si mangia una cucina tradizionalissima, familiare, con materie prime del posto (nocciole, robiole, latte, carni, insaccati, farine) di primissima qualità. Un locale con 50/60 coperti arredato in maniera tradizionale, servizio discreto e rapporto qualità/prezzo eccezionale. Fantastica la carne cruda con porcini freschi, così come il frittino piemontese, i tajarin ai funghi, la faraona arrosto e tutti i dolci. Ho bevuto un discreto Frumentin (è poi una varietà di Vermentino locale) come vino sfuso della cantina Terre Nostre. Certo qui profumi, sapori e atmosfere sono faccende da rimemorare.

Oltre al Ristorante della Posta di Olmo Gentile, avremo anche la disponibilità dell’Osteria Bramante, in piazza Barbero a Roccaverano. Devo sottolineare la qualità eccellente dei piatti di carne, preparati dalla titolare e ottima cuoca Giselda (nella foto con Aragorn). A circa 800 mslm, questa bellissima piazza accoglie la chiesa di Santa Maria Annunziata, la cui facciata, risalente ai primi anni del XVI secolo, è attribuita al Bramante.

Domenica 8 settembre prossimo, durante la passeggiata tra le installazioni artistiche di Parco Quarelli, faremo 4 soste dove si potranno consumare prodotti dell’Alta Langa. A questo proposito, racconto in breve due belle storie. La prima riguarda Guido Ladislao (Delizie di Langa, il suo laboratorio/bottega a Bistagno) che ci proporrà, nella 4° postazione, la sua torta di nocciole e altre delizie che saranno accompagnate dai vini della Cantina Borgo Maragliano di Loazzolo (di cui ho già trattato). Guido è un trentenne che avrebbe dovuto fare l’avvocato e invece il suo DNA (è il figlio di Maria Grazia, la cuoca del Ristorante della Posta di Olmo Gentile) ha prevalso e circa 3 anni fa s’è messo a lavorare come artigiano pasticcere di qualità: giuro, è diventato bravissimo.
Nella 1° postazione invece verranno serviti gli esclusivi agnolotti d’asino al sugo d’arrosto, prodotti dalla La Bottega del Gusto, storica macelleria di Aqui Terme dei fratelli Moretti, gestita da Marco Moretti e dalla cognata Monica. Credo sia sufficiente la loro fotografia per capire quanto sono bravi e affidabili…
Produttori di vino ne ho conosciuti a bizzeffe e aziende ne ho visitate millanta e millanta e quindi è difficile (certo non impossibile…) che possa prendere abbagli in questo campo. Aragorn mi mena in Roero a conoscere l’ultimo dei fornitori di suggestioni per il nostro evento dell’8 settembre a Parco Quarelli. Arriviamo a Piobesi d’Alba, Azienda Renato Buganza (http://www.renatobuganza.it). Ci accoglie Emanuele, unico erede del perito agrario Renato, figlio di una violoncellista e marito di Agnese, diplomata in pianoforte. Emanuele mi presenta un bicchiere di un Arneis DOCG (sono stati tra i primi a imbottigliare questo vino negli anni Ottanta) che ha chiamato “La Giga“: per me è troppo!! E poi scopro che le etichette del loro ottimo Barolo (La Morra, Annunziata) e del Metodo Classico Claudette (Arneis e altri autoctoni per un risultato più che interessante) sono illustrate con un dipinto di un noto pittore del XIX secolo che è in bella mostra nella sala di accoglienza della cantina. Vengo anche a sapere che Emanuele lavora in Rai e anima un pupazzo che da anni rende allegri i bambini. Intanto gusto ottimi Nebbiolo e Barbera d’Alba (Barolo e Barbera li berremo a Roccaverano, domenica prossima). Li producono in circa 11 ettari vitati degli oltre 30 di proprietà (con nocciole, seminativi e bosco) fin dai primi anni Ottanta. Sono tutti vini di livello eccellente e con un rapporto qualità/prezzo davvero sorprendente. Oggi ho gustato il loro Arneis Coclicò (surmacerato per 12 giorni, 13%: ottimo) con i miei amici Stefano Bonetto (titolare del Café Paris di via Garibaldi) e Roberto Ghiringhelli (vecchio predatore di vini): sono rimasti impressionati dalla qualità di questo Arneis così particolare. Ne riparlerò. Intanto venite a gustarli a Parco Quarelli con noi.

La cena di domenica sera a Roccaverano sarà conclusa con un dolce particolare: il Bunhot, ovvero un Bonet con gelatina di peperoncino. Questa specialità sarà accompagnata dall’Acqui Secco DOCG prodotto dalla cantina Convento Cappuccini della famiglia Bottohttps://www.bottovini.com.
Sono andato venerdì scorso a visitare la loro nuovissima cantina in Ricaldone (i loro vigneti, 20 ha, si trovano tra questo paesino, Cassine e Strevi, Alto Monferrato). Fu Pierluigi Botto a iniziare a produrre vino per il mercato nel 1994; in verità proviene da una famiglia che la vite la coltiva da 5 generazioni. Cominciò restaurando un antico convento di Cappuccini a Cassine. Oggi i figli Andrea e Stefano producono le DOCG Moscato, Barbera d’Asti, Brachetto d’Acqui (dolce), Acqui secco e Acqui Rosé (parecchio interessante). Inoltre, le DOC Dolcetto d’Acqui, Bianco Monferrato e Albarossa. Ecco, a parte i classici Brachetto, questo loro vino mi ha colpito in maniera particolare. Lo avevo gustato dai miei amici Bava, a Cocconato e mi aveva colpito. E’ spremuto dal vitigno omonimo creato nel 1938 dal grande Giovanni Dalmasso che innestò Chatus (Nebbiolo di Dronero) e Barbera. Un vino dal colore profondo, tannico, acido, di gran corpo che riempie naso e bocca. Da conoscere, pur se la produzione non supera i 70/80 ha per meno di 200.000 bottiglie.

 

FESTIVAL COLLINE D’ARTE, Parco Quarelli, 8 settembre 2019

«C’è un territorio in Piemonte alla sinistra del triangolo d’oro della Langa – Alba, Barolo, Barbaresco – chiamato Alta Langa … sono tra i luoghi selvatici più naturali rimasti nella nostra regione sotto i 1.000 metri: il bosco ceduo collinare. 

La I° Edizione del FESTIVAL COLLINE d’ARTE al Parco Quarelli porta in kermesse nella giornata di Domenica 8 Settembre l’eccellenza del territorio ALTA LANGA VALLE BORMIDA scegliendo il più evocativo dei parchi d’arte numerosi in questo territorio. Realizzato da Marianna Giordano, industriale in pensione, e aperto tutto i giorni gratuitamente, per la comunità, il Parco Quarelli è certo il protagonista del Festival, sculture ed allestimenti prestigiosi di forte impatto emotivo. 

Quindi … è terra di una produzione agricola con una lunga storia, una ricchezza di varietà enogastronomiche. In Alta Langa ogni vallata ha una tradizione e il fermento culturale ha creato innovazione. Un esempio tra tutti: il Tartufo Bianco e il Metodo Classico Alta Langa. I partner enogastronomici, le aziende, le cantine che presenteranno il meglio del territorio nella passeggiata enogastronomica ed artistica “il Bello e il Buono” e per la cena – spettacolo “Alta Langa in abito da Sera” ci sono : Azienda Agricola Buganza, Borgo Maragliano, Tenuta Antica.

L’Agenzia CRU ha sempre promosso nei suoi eventi artisti residenti in Piemonte, provenienti da tutto il mondo, molti formatesi a Torino, altri che hanno scelto questa splendida regione per vivere. D’altronde questa è la storia della mia vita: da Torino all’Alta Langa e ho avuto il piacere di costituire un trait d’union tra le eccellenze enogastronomiche e l’eccellente produzione artistica della nostra capitale nell’ambiente delle arti performative e della musica»

Silvia con Aragorn Molinar

Aragorn Molinar con Silvia Galliano di Borgo Maragliano

 

 

Queste sono le parole di Aragorn Emrys Silvio jr. Molinar, Direttore artistico e ideatore con Marianna Giordano dell’evento.

 

 

 

 

 

 

 

Lo staff è composto da:Paolo Romano, Erica Alice, Matteo Pranzini, mszlab; Pietro Ramunno, IMPRESSO Srl; Aragorn Emrys Silvio jr. Molinar, Fiammetta Lari, Agenzia CRU; Loretta Verzegnassi, LANGAMYLOVE; Anna Fila Robattino, CASTELLOTTODIPAN; Claudio Gallo, MONFERRATODAVEDERE; Marianna Giordano, B&B QUARELLI; Vincenzo Reda, artista e scrittore.

PROGRAMMA

Partenza Navette: h 11:00 – sino alle h 12:00 con relativa accoglienza in area B&B Quarelli

Apertura Festival: h 12:30 Ingresso 10 € concalice di vino ACQUI ROSE’ DOCG e apribouche Ingresso Ridotto: 5 € per bambini sotto i 13 anni

Intrattenimento in Corte Quarelli

Passeggiata enogastronomica ed artistica il Bello e il Buono

Attraverso un sentiero segnalato per un percorso ad anello per 4 Postazioni. Per ogni postazione una offertaenogastronomica, un gruppo espositivo tra i più suggestivi, uno spettacolo di circo contemporaneo.

Per chi vuole gustare  tutte le offerte enogastronomiche del percorso: Menu Completo Pranzo: 30 €.

A richiesta opzionale per gli ospiti verranno attivati percorsi guidati al costo di 5 € a persona 

- Guida Artistica ed Enogastronomica: condotta dallo scrittore e artista Vincenzo Reda per conoscere e capire i prodotti del territorio e i vini presentati nelle postazioni, con una critica attenta e acuta delle sculture e delle installazioni del Parco.

- Guida Storica ed Artistica: condotta dalla Guida Turistica Claudio Gallo di MONFERRATODAVEDERE, con la visita alla Torre romanica di Vengore, presentazione del contesto storico e culturale del territorio e dell’ambiente e delle opere del Parco, con una guida alle installazioni artistiche fuori dal circuito.

- Guida Naturalistica ed Esperienziale: condotta dalla Omeopata e Naturalista Anna Fila RobattinoCASTELLOTTODIPAN, per una comprensione dei diversi habitat del parco, il riconoscimento delle erbe spontanee officinali e alimentari, e suggestive esperienze di immersione nella Natura.

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* La passeggiata “il Bello e il Buono” dura indicativamente 3 h
(di cui 2 h per i pasti e gli spettacoli e 1 h per il percorso)
* Se guidata dura indicativamente 4 h
(di cui 2 per i pasti e gli spettacoli e 1 h per il percorso, 1 h per la guida)

Pomeriggio in Corte Quarelli: 

- I prodotti enogastronomici del territorio e dei partner in vendita e degustazione a cura LangaMyLove; – Arte e artigianato originale con stand interattivi.
- Area chill out.

Dalle 17:00

- Intrattenimento con flash mob di danza e circo contemporaneo con musica originale dal vivo e concerto di Nabil Hamai;

- Brevi escursioni alle opere e agli ambienti offerte dalle guide del Festival per una durata di circa 30 min; – Ristoro con Punto Green.

I° Rientro: Navette a partire dalle 17:30 sino alle 18:30

Allestimento Cena – Spettacolo Cena – Spettacolo: h 19:30 Costo 40 € a persona

- La Cena “l’Alta Langa in abito da Sera” a 4 portate con Cabaret degli artisti del Festival coniuga i prodotti del territorio per una cena servita di alto livello a cura del catering mszlab. Nel classico stile: un calice – intrattenimento – portata.

Concerto: h 22:00 Condivisione in Loop Fine Concerto: h 22:30

II° Rientro: Navette a partire dalle 22:30 sino alle 23:30 Chiusura Festival: h 24:00

 

Passeggiata Enogastronomica ed Artistica  “Il Bello e il Buono”

David Tranquilli

David Tranquilli

 1 Postazione

OPERE: The End of the Beginning di Adrian Tranquilli – Senza titolo di Riccardo Cordero – Light a Star di Enrica Borghi
Agnolotti d’Asino al sugo d’arrosto BOTTEGA DEL GUSTO
Barbera Superiore Gerbole BUGANZA

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2 Postazione

OPERE: Sutura e Forma di Salvatore Astore
Succhi ed infusi corroboranti a cura CASTELLOTTODIPAN Green food a cura TENUTA ANTICA
Fabrizio Solinas in performance

Ciro Vitale

Ciro Vitale

3 Postazione

OPERE: You’ll never get to me di Adrian Tranquilli – Bouvet Island di Stefano Cagol – Libri Combusti di Ciro Vitale – Scultura 5 di Pierluigi Calignano
Battuta al coltello di Fassona CARNI VALLE BELBO
Barolo BUGANZA
Fiammetta Lari in performance 

Xu Zhongmin

Xu Zhongmin

4 Postazione

OPERE: NGC 6543 di Alfredo Aceto – Egg Shape n°2 di Xu Zhongmin – The Prayer di A. C. Andre Tanama – Cocoon 03 di Donna Ong
Mousse e Torta di Nocciola con Croccante ROBBA DUSSA
Chardonnay Met. Martinotti oppure Moscato d’Asti La Caliera BORGO MARAGLIANO
Raffaele Riggio in performance

Artisti:
- Nabil Hamai https://www.youtube.com/watch?v=CLv_1GdRCjE
- Rio Ballerani https://www.youtube.com/watch?v=70YCNpFp_0E
- Massimiliano Semenzato https://www.youtube.com/watch?v=6AVx51iAuHA

- Fiammetta Lari https://www.youtube.com/watch?v=JKPGXkn1iqc
- Fabrizio Solinas https://www.youtube.com/watch?v=oyJl7YIkKw8
- Valentina Padellini https://www.youtube.com/watch?v=7BcUc4-gTSU
- Raffaele Riggio https://www.youtube.com/watch?v=E2O1-uStxpU

 

Hotel Il Gabbiano, Cirò Marina, Crotone, South Italy

http://www.gabbiano-hotel.it

Some postcards from Sila, the biggest plateau in Europe (Calabria, South Italy)
I miei classici nudi in b/n degli anni Ottanta
Anni Ottanta Body-art

Questi scatti fanno parte di alcune ricerche che conducevo tra la fine dei Settanta e l’inizio degli Ottanta. La sequenza a colori è la rivisitazione dell’assassinio di Marat: il bagno è costituito da un monoblocco in plastica firmato da un famoso architetto (di cui non ricordo il nome). L’opera fu esposta a La Spezia per una rassegna biennale e pubblicata sul catalogo. Gli altri due scatti, ispirati tecnicamente a Newton, furono effettuati in una splendida casa nel quartiere Crocetta, a Torino. Per il colore usai una Hasselblad con un 50 mm; il b/n fu realizzato con una Nikon F2 e un 20 mm. con pellicola a alta sensibilità, da me sviluppata e stampata ad hoc.

 

Postcards from Finale Ligure (North-west Italy)

Ho passato a Finale Ligure qualche giorno della prima metà di agosto 2014.

E’ stato un periodo tranquillo e felice in cui ho avuto modo di riscoprire un posto che conoscevo bene e avevo frequentato, anche d’inverno, tanti anni fa. E’ un bel posto Finale: un posto in cui si sta bene.

Happyness: heavy sea in Liguria (Italy)

Un giorno di agosto, in Liguria (nei pressi di Finale Ligure, Savona): il mare grosso dipinge chiaroscuri di felicità. Attimi contrastati che sanno di fresche carezze dolcemente violente e salate e umide.

E la luce: che luce!

Some postcards from Sanremo, Italy
La Sardella di Cirò

Bisogna essere scriteriati e eresiarchi come me per bere Nebbiolo e Barolo (Anselma di Serralunga) con la sardella di Cirò: posso assicurare che la spremuta di uve Nebbiolo non ha nulla da invidiare al Cirò di uve Gaglioppo, almeno in termini di fidanzamento con la piccante mostarda di bianchetto che si fa dalle nostre parti. Si chiama anche “rosamarina” e  la zona originaria di produzione più pura è la costa ionica tra Torre Melissa, a sud, e Marina di Cariati a nord: in mezzo c’è Cirò Marina che si può considerare la patria della sardella. E mia cugina Fortunata abita, a pochi metri dal mare, dirimpetto al porto di questo recente paesone (il comune fu istituito nel 1951, essendo prima soltanto la frazione di Cirò Superiore, pochi chilometri distante nell’entroterra su un balcone da cui si gode un panorama unico). La sardella me la spedisce negli anni in cui il bianchetto è quello giusto: non sempre il minutame (sono i cuccioli neonati) di pesce azzurro è abbastanza fine da permettere una sardella come si deve. La pesca si fa in primavera a poche centinaia di metri dalla costa: si usano reti di particolare finezza che vengono trainate da barche a remi. Il bianchetto viene poi impastato con peperoncino macinato: l’intensità del piccante può essere assai variabile, dipende dai gusti di chi la prepara. Certo, questa che mi manda Fortunata è di qualità sensazionale e il piccante è di media intensità (per palati abituati, naturalmente). Il miglior modo di gustarla è semplicissimo: un bel po’ di olio come si deve e spalmata – fredda – sopra un buon pezzo di pane. E vino rosso a volontà: Il Barolo Collaretto 2006 e il Nebbiolo 2008, vini di Serralunga, quindi di grande struttura, mi sono stati grandissimi compagni. A Torino la sardella si può trovare, non così buona, in un certo banco del mercato di Porta Palazzo.

Cena storica peruviana, dal Siwichi al Seco de Ternera.

La sera di giovedì 19 aprile 2018, si è svolta nel ristorante torinese Vale un Perù (http://www.valeunperu.eu) una cena storica con quattro differenti ricette assemblate con i prodotti riferibili a quel preciso periodo. La cena è stata curata da Martìn Rios e da Miguel Bustinza. I fatti sono stati accompagnati da quattro vini dell’Azienda Marrone di La Morra (http://www.agricolamarrone.com/getcontent.aspx?nID=39&l=it), illustrati da Patricia Trujillo Villar e da Denise Marrone. Qui di seguito alcuni appunti storici e enogastronomici relativi alla serata.                                                                                                                                                                        Il classico piatto peruviano (che ha, come tutti i piatti tradizionali, innumerevoli versioni) è a base di pesce marinato crudo con diversi tipi di frutti. In genere si usano corvine e ricciole (carangide che può superare il quintale anche nei nostri mari). Sono pesci pregiati e solo di cattura. Spesse volte sono sostituiti dal persico, assai più economico. Soltanto un fine intenditore può distinguere il diverso sapore di questi pesci.                                                                                                                     Qualcuno oggi in Italia usa l’Ombrina (Umbrina cirrosa, nome scientifico), ma questo  è un pesce che vive esclusivamente nell’oceano Atlantico orientale, in Mediterraneo, Mar Nero e Mar Rosso. Quindi Moche e Quechua non potevano conoscere questo pesce. Magari oggi è usata l’ombrina, ma noi stiamo parlando di un piatto filologicamente corretto e dunque pesci dell’oceano Pacifico. Cebiche e/o Ceviche sono termini derivati dalla parola Quechua Siwichi che significa, più o meno, pesce fresco.                                                                                                                                                                 Il tumbo è un frutto delle valli andine. Gli ajies sono peperoncini (di varia piccantezza) originari del Perù. I sarandaja (o zarandaja) sono una specie di fagioli.                                                                           Infine, la chicha de jora è una bevanda di mais fermentato che bevevano, e continuano a bere, le popolazioni Quechua e Aymara. Questi prodotti indigeni accompagneranno il raffinato Siwichi di epoca classica (Mochica)                                                                                                                                       La cultura inca, partendo dall’originaria Cuzco nel XIII secolo (Manco Càpac si chiamava il primo, mitico sovrano), arrivò a dominare un impero che si estendeva per oltre 2 milioni di Kmq tra la Colombia e il Cile.                                                                                                                                                   Il mais (Zea Mays, originario del Messico nord-occidentale) era il loro alimento di base. Sara, mais in Quechua, e Lawa, zuppa: ecco il piatto d’epoca inca scelto per la nostra cena storica. Il mais più usato in Perù si chiama Choclo, con chicchi più grandi del normale. La zuppa viene insaporita con le erbe andine huacatay e muña (Minthostachys mollis): questa è una pianta aromatica che appartiene alla famiglia delle Laminacee, la stessa della menta, dell’origano e del rosmarino. Queste erbe, tra le innumerevoli usate da Quechua e Aymara, sono innanzi tutto medicinali e poi anche usate come infusi e per insaporire zuppe e stufati.                                                                                             A Cajamarca, nel nord-ovest del Perù a circa 2.500 mslm, fu catturato con l’inganno l’Inca Atahualpa il 16 novembre 1532.                                                                                                                   Compresa l’avidità degli spagnoli, il sovrano promise loro di riempire d’oro e d’argento la stanza in cui era prigioniero fino al punto in cui arrivava il suo braccio teso. La stanza fu riempita come promesso, ma Atahualpa fu ignobilmente giustiziato (garrota) il 29 agosto 1533.                            Quella stanza, El cuarto del rescate, esiste ancora oggi a Cajamarca (anche se non ci sono prove storiche inconfutabili in proposito). Da questo fatto ebbe origine la perifrasi: “Vale un Perù”.                                                                                     Francisco Pizarro nacque a Trujillo, in Estremadura, intorno al 1475. Era figlio illegittimo di un ufficiale del Tercio che aveva combattuto in Italia. Suo padre lo riconobbe ma non lo volle tra i piedi e così il futuro Conquistador del Perù crebbe analfabeta (sapeva appena scrivere la sua firma) e poverissimo. Guardiano di porci, forse in seguito alla perdita o al furto di una bestia fuggì alla volta del Nuovo Mondo. Fu con V. N. De Balboa nel 1513 a scoprire l’Oceano Pacifico e a sentire parlare di un favoloso e ricchissimo regno nel sud.                                                                                                         Dopo diversi tentativi, nel novembre del 1532 riuscì a catturare l’Inca Atahualpa che giustiziò nell’agosto dell’anno successivo.
Pizarro morì assassinato dagli uomini di un suo rivale (Almagro) nel 1541 a Lima, città ch’egli stesso aveva fondato. Nel settembre del 1572 fu decapitato Tùpac Amaru, l’ultimo Inca.
I maiali, a parte i riferimenti con Pizarro, furono (cavalli a parte) i primi animali che i nativi conobbero, apprezzarono e allevarono. In breve i suini costituirono un alimento fondamentale nella dieta degli amerindi. Pecore, capre, polli e manzi si diffusero un po’ più tardi.                                                                                                                   Sus scrofa domesticus è il nome scientifico del maiale, unico animale allevato soltanto per essere mangiato, tutto, senza scartare neanche le zampe. Oggi nel mondo si allevano oltre 1 miliardo di maiali (1,4 mld di vacche, 12 mld di pollame vario) che rappresentano il 37% di carne consumata, contro il 35% di pollame e il 22% di vacche.
Fu domesticato in Cina e subito dopo in Mesopotamia (8/6.000 anni a.C.). Colombo ne portò, assieme a molti altri animali, alcuni esemplari nel secondo viaggio del 1493. Ma il maiale, com’è ovvio, si diffuse immediatamente presso tutte le popolazioni americane.
Parlando di numeri demografici, ecco quelli relativi alle popolazioni. Nel 1500 nel mondo vivevano circa 460 mln di uomini, 90 in Europa e una quarantina in America (si stima in 15/20 mln la popolazione dell’impero Inca). Un secolo dopo la popolazione degli americani era scesa a meno di 10 mln di individui (in Europa si superavano i 110 mln.).
Dopo lo sterminio, dovuto per la quasi totalità alle malattie, si dovette aspettare la seconda metà del XIX secolo per tornare ai numeri del 1500.                                                                                                      Il chicharron è una specialità tipica sudamericana e spagnola. Equivale più o meno ai nostri ciccioli, ma è in pratica la cotica con residui di carne magra e grasso. Chancho, come cerdo, puerco, marrano e cochino sono i termini spagnoli per maiale.
In Quechua si chiama kuchi.
Il mote (mut’i in quechua) è un particolare mais bianco.
La patata, che gli spagnoli chiamano papa (parola quecha), è un tubero endemico andino. Le popolazioni indigene hanno molti nomi per indicare le differenti cultivar di patata (molte centinaia). In Europa, pur conosciuta, si diffuse in maniera intensiva non prima della fine del XVIII secolo e contribuì, col mais, a sfamare popolazioni colpite da terribili carestie e devastanti guerre. Con l’introduzione massiccia di questi alimenti, dopo le campagne napoleoniche, nessuno morì più di fame.                                                                                                                                                                Simón José Antonio de la Santísima Trinidad Bolívar y Palacios de Aguirre, Ponte-Andrade y Blanco, ossia Simòn Bolìvar, venezuelano (1783/1830) e José Francisco de San Martín y Matorras, ossia José de San Martin, argentino (1778/1850). Sono gli eroi dell’indipendenza delle repubbliche sudamericane. Entrambi massoni, entrambi affascinati dalle rivoluzioni americane e francese (Bolìvar conobbe personalmente Napoleone durante il suo esilio francese), entrambi di origine spagnola lottarono contro la Spagna per l’indipendenza delle colonie.
Il generale argentino José de San Martin conquistò Lima il 28 luglio 1821 e proclamò l’indipendenza del Perù: il 28 luglio è festa nazionale.
La sua statua a cavallo campeggia meritatamente a Lima.
Per la verità, dopo l’indipendenza dei paesi ex colonie spagnole, cominciò fra di questi una serie di guerre che ancora oggi pesano nel retaggio di quei popoli sfortunati.                                                                                                                         «I primi buoi che ho veduto aggiogati all’aratro erano intenti ad arare la valle del Cozco, correva l’anno 1550…Andai a vederli con un vero e proprio esercito di indiani, che accorrevano da tutte le parti, attoniti e sgomenti di fronte a uno spettacolo così incredibile e nuovo…E ben me ne ricordo, perché la curiosità per i buoi mi costò due dozzine frustate…».
Inca Garcilaso de La Vega, Commentari reali degli Incas, 1609.
Ho riportato questa citazione perché rende l’idea di com’era considerati i bovini ancora nel 1550 e di come servivano soprattutto da soma.
Il consumo alimentare di carne bovina, in Sudamerica come in Europa, si diffuse in maniera massiccia soprattutto nella seconda metà del secolo scorso.
Res in spagnolo significa manzo. Il piatto presentato per la nostra cena storica è uno stracotto di manzo, appunto.
Il coriandolo (coriandrum sativum), conosciuto anche come prezzemolo indiano e Cilantro in spagnolo, insaporisce questa ricetta.                                                                                                                   La lucuma (Pouteria lucuma, da non confondersi con il lucumo cileno, Pouteria splendens) è un albero originario delle Ande peruviane. Può arrivare a oltre 15 mt di altezza e fruttificare fino ai 3.000 mslm, anche se 500 mslm sono l’altitudine a cui rende il massimo. Il suo frutto, giallo e lungo fino a 10/15 cm, si può dire sia il frutto nazionale del Perù. Già testimoniato, e assai usato, in epoca Moche, costituisce la base di molti dolci e gelati. Sarà accompagnato dall’eccellente Moscato d’Asti dell’Azienda Marrone che da quattro generazioni (fine XIX secolo) produce vini di qualità in località Annunziata di La Morra. Il Moscato, come tutti gli altri vini, sarà presentato da Denise Marrone e Patricia Trujillo Villar.

 

 

 

 

Angelo Gaja: “Cambiamenti”

Ricevo da Angelo Gaja e volentieri pubblico.

CAMBIAMENTI. Non è solo il clima a minacciare di cambiare. VINEXPO BORDEAUX è stata per lungo tempo la fiera internazionale del vino per eccellenza. Nata nel 1981, con cadenza biennale, è via via cresciuta attirando espositori e visitatori da tutto il mondo. Anche troppi per una città che non era abbastanza grande da accoglierli tutti e soffriva momenti di forte disagio. Fu così che un numero crescente di produttori dell’area bordolese, in concomitanza, si attrezzarono ad accogliere negli chateaux gli ospiti più qualificati offrendo loro di partecipare agli eventi prestigiosi che venivano in essi organizzati; innescando una competizione con le manifestazioni fieristiche che non fu di beneficio alla qualità di Vinexpo Bordeaux e produsse disaffezione negli espositori. A gennaio 2020 per la prima volta nella capitale francese si svolgerà VINEXPO PARIGI, da tenersi ogni due anni in alternanza a VINEXPO BORDEAUX. Se non sorgeranno intoppi sarà Parigi in futuro ad ospitare la più prestigiosa fiera internazionale del vino che abbia luogo in Europa.

FIERE DEL VINO. Sarà invece sui mercati esteri dell’Asia e dell’Africa che i vini europei dovranno procurarsi nuovi consumatori. Assai più che attirarli a casa nostra, diventerà importante saperli intercettare a casa loro. Con questo obiettivo già competono VINEXPO, VINITALY, PROWEIN che grazie all’incentivo-droga dei contributi stanziati dall’OCM Vino organizzano eventi ripetitivi sul mercato asiatico che mettono a dura prova le cantine esponendole alla minaccia di uno spreco di risorse e di tempo. Cambiamento augurabile: che VINEXPO e VINITALY si alleino, progettino un unico salone congiunto capace di accogliere e divenire espressione di promozione del vino europeo sui mercati internazionali. L’interesse è reciproco, i produttori ringrazierebbero.

WINE ADVOCATE è la prestigiosa rivista americana nata per iniziativa di Robert Parker. Qualche anno fa venne acquistata da un imprenditore di Hong Kong che successivamente ne cedette il 40% alla Guida Michelin. Le voci che si rincorrono supporrebbero che la Guida Michelin sia interessata a rilevare il restante 60%. Così oltre che essere riconosciuta per le stelle assegnate alla ristorazione, diventerebbe anche la guida ai vini più prestigiosi francesi e non soltanto. Un primato strategico.

Angelo Gaja

Marzo 2019                                                                                                                                                                   

Spagnolino, peperoncino, capsicum anuum

SPAGNOLINI, RIMEDIO PER OGNI MALE

Cristoforo Colombo, già nella relazione del suo primo viaggio, nomina il peperoncino appena scoperto nelle isole caraibiche: lo chiama axì e lo descrive piccante come il pepe e consumato in abbondanza da quelle nuove popolazioni che reputano l’ortaggio dotato di grandi proprietà medicinali.

Durante il secondo viaggio del 1494, sarà il medico personale dell’Ammiraglio, Diego Alvarez Chanca, a occuparsi di portare e diffondere in Spagna i semi e le piantine di quella portentosa spezie.

Pochi sanno che il peperoncino, una solanacea – come pomodori, patate e melanzane – del genere Capsicum, è stata la prima pianta del nuovo mondo a diffondersi in Europa e, in maniera assai rapida, in tutti gli altri continenti: si può affermare che il peperoncino sia stata la prima pianta globale del mondo.

Mais, pomodori e patate entrarono nell’uso quotidiano della cucina europea a partire dalla seconda metà del XVII secolo e soltanto dopo il 1750, circa, si può cominciare a ragionare di cucina mediterranea come la intendiamo oggi.

All’epoca di Colombo le specie del genere Capsicum erano poche decine, oggi sono senza dubbio circa un centinaio; quella più comune e usata da noi è la Capsicum annuum, una piantina annuale che non cresce più di 80/90 centimetri, ama il caldo e presenta piccoli fiorellini bianchi da cui spunteranno i preziosi frutti, prima verdi e poi rossi.

La capsaicina, che è l’alcaloide che costituisce il principio piccante del frutto, è la sostanza cui si attribuiscono tutte le innumerevoli, vere o false che siano, proprietà medicinali associate al peperoncino.

Bisogna precisare che i nostri antenati, prima della scoperta di Colombo, conoscevano già il pepe del genere Piper, piante di origine indiana conosciute in Europa fin dal V secolo a.C. ma entrate nell’uso quotidiano in epoca imperiale, insieme alle mode e ai costumi orientali che, già in quei tempi, stuzzicavano appetiti bisognosi di faccende esotiche.

Dalla parola sanscrita pippali, che significa bacca, traggono origine etimologica, in tutte le lingue europee, i termini che indicano il pepe e il peperoncino.

Da “Vino al vino”, Mario Soldati

«…Un bicchiere d’acqua quando il nostro corpo ha sete è come un bicchiere di vino quando ha sete la nostra anima. Ecco perché un pasto senza vino mi fa pensare a un bambino incapace di ridere».

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«… Concludendo, il vino lo si giudica proprio da questo: che aiuta, nel ricordo o nella speranza, nella riconoscenza o nel desiderio, a sognare. E non si può descrivere il gusto di un vino se non si ricorre in qualche modo al sogno».

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Antonin Artaud, “Van Gogh il suicidato della società”

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«L’occhio di Van Gogh è quello di un grande genio, ma nel modo in cui lo vedo disseccare anche me dal fondo della tela da cui è sorto, non è più il genio di un pittore ch’io sento vivere in lui in questo momento, ma quello di un certo filosofo da me mai incontrato nella vita.

No, Socrate non aveva quell’occhio, prima di lui forse solo il povero Nietzsche ebbe questo sguardo che spoglia l’anima, che libera il corpo dall’anima, che mette a nudo il corpo dell’uomo, fuori dai sotterfugi dello spirito».

«E aveva ragione Van Gogh, si può vivere per l’infinito, soddisfarsi solo d’infinito, c’è abbastanza infinito sulla terra e nelle sfere per saziare mille grandi geni, e se Van Gogh non è riuscito ad appagare il desiderio di irradiarne l’intera sua vita, è perché la società glielo ha vietato. [...] Inoltre, non ci si suicida da soli. Nessuno è mai nato da solo. Così come nessuno muore da solo».
Antonin Artaud (Marsiglia, 4 settembre 1896 /Ivry-sur-Seine, 4 marzo 1948) scrisse questo saggio inaudito nel 1947, un anno prima di morire. Necessita ricordare che Artaud fu internato per nove anni in manicomio e da cui uscì nel 1945.

Se si ama Vincent Van Gogh, non si può ignorare questo scritto.

Giancarlo Fulgenzi: lo sfogo di un Maestro Artigiano (1)

Giancarlo Fulgenzi, prima di essere un mio grande amico, è un Grande Uomo. Uomo di spessore morale e di spessore storico di rara schiatta. Ha scritto queste parole, amare ma d’amore; bisogna leggerle, fa bene.

ARTIGIANATO, MAESTRI ARTIGIANI E CIALTRONI.

COSI COMINCIAMMO

“ECLISSI ARTIGIANA – NEL 2015 SONO SPARITE 21.780 IMPRESE ARTIGIANE – ALCUNI MESTIERI COME BARBIERI, CALZOLAI, PELLICCIAI E CORNICIAI STANNO PER SCOMPARIRE – I GIOVANI NON SI AVVICINANO PIU’ A QUESTI MESTIERI E SENZA RICAMBIO I SAPERI SI PERDONO

LA CHIUSURA DI QUESTE ATTIVITÀ STA CAMBIANDO IL VOLTO DEI CENTRI URBANI. MA LA CRISI NON C’È PER TUTTI: IN AUMENTO PARRUCCHIERI, ESTETISTE, GELATERIE, ROSTICCERIE E IMPRESE DI PULIZIA…”

Ho ricavato queste note dal Blog di Dagospia. Lui giustamente pone l’accento su un problema che è di vitale importanza per l’ assetto, e l’ economia della attuale società, ma non coglie nel segno e trascura la parte principale del problema che accenna solo marginalmente: l’ importanza dell’ Artigiano nella Cultura, nella formazione di nuovi allievi, nella ricerca continua di nuove tecniche di lavoro e nuovi materiali; Artigianato come anticamera di attività artistiche.

Occorre per prima cosa stabilire che cosa si intende per Artigianato. Da sempre si confondono le piccole imprese con gli Artigiani veri. Non si possono mettere nella stessa categoria di lavoratori Intagliatori di legno, scultori, ceramisti, soffiatori di vetro, orefici, decoratori, con Imprese di pulizia e tassisti. L’Artigianato è una attività assolutamente creativa, l’ Artigiano è quel lavoratore che dalla materia prima grezza, con tecniche assolutamente personali e senza l’ aiuto di impianti e macchinari tipici dell’ industria produce manufatti di pregio che generalmente sono pezzi unici o riproducibili in piccola serie solo dall’Autore e dai suoi allievi.

L’ Artigiano insegna e tramanda ai suoi aiutanti tecniche e trucchi di un mestiere  ed è per questo che una volta si chiamavano giustamente Maestri Artigiani. L’ artigianato non è Arte, ma è un gradino sotto , ed è quell’attività che si svolge in botteghe dove perfino i ferri e gli attrezzi da lavoro sono opera e invenzione del Maestro. Tanti di quelli che oggi sono ritenuti Artisti eccellenti del passato e le loro opere ammirate giustamente come opere d’ arte, nella loro epoca erano ritenuti semplici artigiani.

Io non ho mai avuti ne voluti titoli di benemerenza nella mia vita , sono stato Presidente di associazioni, di commissioni, Amministratore delegato di importanti aziende, Direttore generale di questo o di quell’ altro  ma  credo che nessuno mi abbia mai sentito rammentare associato a queste situazioni, che mi sono capitate, che spesso non ho potuto rifiutare ma delle quali non mi sono mai vantato.

Una qualifica importante alla quale tengo molto invece c’è: io sono un

MAESTRO ARTIGIANO.

Quando ancora frequentavo il liceo ho lavorato tutti i pomeriggi nel laboratorio di Odontotecnico di mio padre.

Ora questi laboratori sono specializzati, nelle varie componenti delle protesi e dotati di materiali sofisticati. Quando lavoravo io ( anni 1945-55) dovevamo fare da noi anche i ferri per lavorare. Con quel mestiere io ho imparato a modellare a cera, modellare a gesso, ho imparato la fusione a cera persa sia di acciaio che di oro. Ho lavorato il caucciù, una gomma che serviva per le protesi mobili, ho lavorato le resine, ho battuto capsule in metallo oro o acciaio usando semplicemente un punzone di bismuto, una mattonella di piombo, e un martellino. Lucidavamo acciaio, caucciù e resine con acqua e pomice e tappi di sughero perche non c’erano soldi per i feltri.

Scusate questa lunga introduzione ma deve servire solo a dimostrare quante operazioni devono impararsi quando si fa dell’ artigianato vero.

Poi negli anni ’50 per una strana combinazione mi fu chiesto di fare galline di paglia.. Feci le galline di paglia (truciolo di legno, in verità) ed ebbero tanto successo che  mi indussero a sviluppare la tecnica ad una quantità di altri animali e ornamenti. Centinaia di persone lavorarono per quel progetto ed ebbi la gioia poi di essere chiamato in tanti paesi (Stati uniti, Sud Africa, e Australia principalmente), a mostrare il mio modo di lavorare.

So che la cosa vi sembrerà ingenua e strana ma la considererete  diversamente quando vi dirò che ad esempio in Sud Africa ho insegnato negli ospedali quelle lavorazioni, come attività di fisioterapia per che aveva handicap alle mani, negli Stati Uniti ho lavorato nei College per dimostrare ai ragazzi le imprevedibili capacità delle mani dell’ uomo quando queste sono abbinate a creatività e fantasia.

Compito e attività importantissima dell’artigiano è quella di formare nuovi lavoratori (ragazzi di Bottega) tramandando tecniche, trucchi e astuzie e nuove soluzioni di lavoro che altrimenti andrebbero perdute. Spesso da tutto ciò nascono spunti e suggerimenti che l’ industria riprende per svilupparli in progetti più vasti con grandi benefici per l’occupazione. 

In piazza Guido Monaco, c’era nel palazzo Madiai una vetrina della Camera di Commercio che espose un giorno un bigone di castagno di quelli che si usavano per vendemmiare . Un bigone è a modo suo un’opera d’arte e se vedete un uomo prendere legno di castagno grezzo e realizzare un oggetto come un bigone, certo vi domandate se quelle mani non sono state benedette da Dio. Vedendolo io pensai che il bigone con la crisi dell’agricoltura crescente e l’uso scellerato di botti e contenitori in cemento, probabilmente non era più interessante, ma le capacità di chi lo aveva saputo realizzare erano un tesoro da valorizzare e utilizzare per la produzione di oggetti più attuali.

Stava cominciando il miracolo industriale italiano, spesso basato su improvvisazioni politiche. Nello stesso tempo cominciò una serrata caccia all’Artigiano che ancora oggi deve finire. Camminando per le strade dei quartieri più vecchi delle città, era normale vedere spesso che in quei fondi poi trasformati in negozi fallimentari, lavorava un Artigiano, magari affiancato da uno o due ragazzi di bottega (come si chiamavano anche se erano un età adulta). Odore di colla calda, di legno piallato o scorniciato a mano (allora si usavano fra l’ altro ancora legni tipo cipresso o olivo molto profumati). 

In un altra bottega di fronte ad un banchetto piccolo e pieno di piccoli attrezzi, un calzolaio iniziava da una pelle di vacchetta e con lesiva , trincetto pece e qualche semenza sfornava scarpe e scarponi che sembravano opere divine. Più in la seduto su di uno strano trespolo con una ruota che faceva girare con i movimenti di un solo piede, un ceramista prendeva una palla di argilla e dopo averla rimbalzata ripetutamente tra le mani, la sbatteva al centro di una ruota che girava e affondandoci decisamente i pollici e poi accarezzandola con tutte le dita come a suonare uno strumento, tirava su, come per incanto un vaso, una brocca una ciotola che poi staccava dal fondo con un sottile filo di ferro, che riponeva poi con cura, incastrandolo in una fessura del legno del primitivo tornio, con cura e attenzione come se si fosse trattato di uno strumento raro e delicato.

I ragazzi andando o tornando da scuola si  fermavano volentieri davanti a quelle fabbriche della magia e spesso poi finivano loro stessi a entrare come “ragazzi di bottega” per imparare il mestiere. Se nel lavorare mancavano una manciata di bullette o un p0’ di terra colorata, oppure olio di lino, l’artigiano faceva due passi fino al droghiere o alla ferramenta vicina ed era cosi anche l’occasione per due parole fra amici. Le botteghe restavano aperte senza pericolo alcuno e spesso un foglietto di carta attaccato ad un chiodo avvertiva: «Torno subito».

 

Libertà – Freedom

imbianchino

Non ho scelto se nascere o meno.

Non ho scelto dove, quando e da chi nascere.

Non ho scelto la sequenza delle macromolecole degli amminoacidi che compongono la doppia elica del mio acido desossiribonucleico, dunque non ho potuto stabilire se essere alto, basso, grasso, magro, bruno, biondo, eccetera.

Non ho scelto, soprattutto, se essere maschio o femmina.

Non ho scelto il grado di complessità che regola l’organizzazione delle sinapsi dei miei neuroni.

Non è detto che possa scegliere dove, quando e come morire.

Posso scegliere che vino bere questa notte, forse.

Posso scegliere quale libro leggere e per quale fazione politica votare – ammesso che queste scelte non siano condizionate già dalle mie origini e dalla mia educazione, che non ho scelto per certo io.

Date queste premesse, come posso affermare di essere una persona libera?

(I did not choose whether born or not. I did not choose where, when and by whom to be born. I did not choose the sequence of amino acid molecules that make up the double helix of deoxyribonucleic acid mine, so I have not be able to establish whether high, low, fat, thin, brown, blond, and so on. I have no choice, especially if being a male or female. I did not choose the degree of complexity that governs the organization of the synapses of my brain cells. It is not said I could choose where, when and how to die. I can choose what wine to drink tonight, maybe. I can choose which book to read and for what political faction to vote – if these choices are not already conditioned by my roots and my upbringing, which I did not choose me for sure.

In these circumstances, how can I claim to be a free person?)

Pancho Villa, Emiliano Zapata e altri ancora

 

La Rivoluzione messicana (1910/1920 circa) fu un’epopea che non ha eguali nella storia dell’uomo. Per parecchi motivi: le figure memorabili di alcuni personaggi assurti ormai all’onore del mito; per la crudeltà degli scontri e la totale assenza di qualsiasi regola; per il fatto che la rivoluzione fu combattuta attivamente da donne e bambini.                                                                                                                                                                                 Cominciò alla fine del 1910 contro l’ennesima rielezione del dittatore Porfirio Diaz, guidata da Francisco Madero cui si unì il già mitico Pancho Villa, bandito del nord. Diaz andò in esilio nel 1911 (morì ottantacinquenne in Europa nel 1915). Gli successe Francisco Madero che fu ucciso del suo generale Victoriano Huerta che rimase in carica fino al 1914 quando dovette fuggire in esilio (morì un paio d’anni dopo di cirrosi epatica a El Paso). A Huerta successe Venustiano Carranza, assassinato nel 1920. Alvaro Obregon, che aveva guidato la rivolta contro Carranza, fu assassinato nel 1928.                                                                                                                                                           Fino a oggi avevo sempre pensato Emiliano Zapata Salazar come il rivoluzionario perfetto e Pancho Villa come una sorta di bucaniere prestato per caso alla Rivoluzione. Ho cambiato questa mia idea, non tanto su Zapata quanto su José Doroteo Arango Aràmbula noto ai più come Francisco (Pancho) Villa, personaggio che è stato vittima di una leggenda “nera” che la sua vita non merita. Non è questo il posto per approfondimenti che sarebbero doverosi, ma una precisazione a esempio: Pancho era completamente astemio e non fumava… Pancho del nord (Durango), nato sotto il segno dei gemelli; Emiliano, di un anno più giovane, del sud (Morelos), leone di agosto. Furono entrambi assassinati a 4 anni di distanza: Emiliano nel 1919, ancora jefe indiscusso dei suoi; Pancho nel 1923 quando ormai si era ritirato a amministrare il suo ranch.                                    Le vicende della Rivoluzione (il libro migliore, anche se tutt’altro che storicamente esaustivo, è Il Messico insorge, dell’americano John Reed, 1914) sono stracolme di personaggi incredibili, per tutti il colonnello Peppino Garibaldi (figlio di Ricciotto e nipote di Giuseppe) che comandava una compagnia di stranieri tra i quali non si può non citare Dynamite Devil (Oscar Creghton), un americano che morì da eroe nel 1911. Però forse il generale Rodolfo Fierro (1880/1915) è uno dei personaggi più incredibili in cui mi è capitato d’imbattermi. Soprannominato “El Carnicero” (il carnefice), nei 3 anni scarsi che trascorse a fianco all’unica persona che riusciva a renderlo mansueto, Pancho Villa, uccise a sangue freddo molte centinaia di uomini. Coraggioso in battaglia come nessun altro, quando si ubriacava diventava una belva incontrollabile con supremo sprezzo della vita, sua e degli altri. Morì annegato perché s’intestardì a guadare un fiume a cavallo in un posto impossibile. Ma fu sempre fedele al suo Pancho Villa, astemio che fucilava chiunque dei suoi soldati si facesse trovare ubriaco. Tutti, tranne Rodolfo Fierro.

La storia della sua breve vita è una vicenda tragica fin dall’infanzia: meriterebbe una biografia appassionata.

 

La Dignità, Subcomandante Marcos

c_4_articolo_2047147__imagegallery__imagegalleryitem_0_imageChissà quanti ricordano oggi il Subcomandante Marcos (al secolo, Rafael Sebastiàn Guillén Vicente, nato il 19 giugno 1957 a Tàmpico, Tamaulipas)?
Venne agli onori delle cronache mondiali il 1° gennaio 1994, quando rese pubblico dalle selve maya del Chiapas il primo proclama dell’Ezln.
Sto concludendo il mio ciclo di approfondimento sulla Rivoluzione messicana (1910/1920) e quella Zapatista di Marcos di fine XX secolo né è il naturale corollario.
Ebbene, tutte queste 2000 pagine di letture e riletture mi stanno portando a profondi ripensamenti sulle mie posizioni (da sempre assai moderate e prudenti) sul concetto di Rivoluzione, pur nelle sue differenti declinazioni.     Tra i tanti scritti e proclami di Marcos mi piace riportare queste poche righe qui sotto. Parole che ogni uomo, ogni popolo dovrebbe pronunciare come proprie:                                                                                                                           «..e vedemmo, fratelli, che era la DIGNITA’ tutto quel che avevamo, e vedemmo che era grande vergogna averlo dimenticato, e vedemmo che era importante la DIGNITA’ affinché gli uomini fossero un’altra volta uomini, e la DIGNITA’ tornò ad abitare nel nostro cuore, allora tornammo ancora nuovi..».

Subcomandante Marcos, 1 febbraio 1994.

ogni-corpo-2

Welcome 2019 by Vincenzo Reda

2019

Turin, via Garibaldi rainy
Tartufo bianco/Langa white truffle
Fuochi artificiali, immagini creative di Vincenzo Reda a Sanremo

14 agosto, porto di Sanremo: fuochi artificiali fotografati con tecniche particolari.