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I Festival COLLINE d’ARTE Domenica 8 Settembre 2019 Parco d’Arte Quarelli Roccaverano

Abbiamo completato l’allestimento con la tipica concitazione che anticipa un Festival; primo Roberto, BOTTEGA DEL GUSTO e si corre verso la prima postazione, mentre si apre la nuvolaglia sulla torre a Minareto di Adrian Tranquilli – The End of the beginning. Il service – CRUISER SOUND – non molla un attimo, dalle 07:30 della mattina. Pinuccio, il boss, si è portato dietro una bicicletta da cross per raggiungere più velocemente le postazioni lungo i trenta ettari del parco. Gruppi elettrogeni, sedie, plance, gazebo, acqua per le cucine …

Seconda postazione: Anna del CASTELLOTTO DI PAN allestisce il punto green ed intanto arrivano Vittorio Rossi e Irene Valesano … nella fretta abbiamo chiuso loro il passaggio con la postazione della cucina degli agnolotti d’asino con Barbera Superiore Gerbole. Si torna indietro e si risposta il tutto. Quindi scaricano il grande gong e le campane tibetane e i didgeridoo per l’intrattenimento della seconda postazione, mentre la ballerina Irene prova gli spazi e lungo il prato digradante si sistemano i cuscini e le coperte e i materassi in stile. Dal punto più alto del parco i leoni di bronzo di Davide Rivalta mirano l’avanzare dell’azzurro del cielo e del sole che spinge le nuvole lontano, verso oriente. Intanto inizia a squillarmi il telefono: Loretta LANGAMYLOVE – Maria Pia TENUTA ANTICA – Francesca, trentina trasferitasi in Alta Langa e volontaria del Festival, Gualtiero Caiafa, artista ospite in corte Quarelli, Marianna, proprietaria del Parco, etc. etc. Mentre con il service pensiamo a soluzioni, vediamo Pia, come la si chiama tra amici, arrivare con i suoi scatoloni e le sue leccornie green food lungo l’unica strada sterrata che attraversa la parte superiore del Quarelli, sorridente. “Nessun problema” ci dice “al massimo prendo una carriola e faccio da sola”. Una parola gentile, un altro sorriso e prepara tutto da sola. Sono così loro, quelli della Tenuta Antica di Cessole.

Frecce ed indicazioni sentiero e punti ristoro, scatoloni di vino, frighi, più il tempo stringe, più noi dell’organizzazione entriamo in trance lavorativa: deve essere tutto pronto per le 12:30. Corro alla Corte Quarelli, Loretta ha già scaricato tutti i prodotti del banchetto di degustazione e vendita dei prodotti dei partner e giunge Natasha Di Mario, la nostra blogger ed influencer fiamminga. Ed ecco in serie affollare la stretta provinciale per Mombaldone all’ingresso del Parco, gli altri partner: Silvia BORGO MARAGLIANO, Guido DELIZIE DI LANGA, Emanuele e Marta BUGANZA, e il nostro catering, Paolo e il cuoco Massimo, per la battuta di Fassone in terza postazione, MSZLAB, e poi Oscar GEMME DEL FOLLETTO, Maurizio ROMPICAPO, Federica e Marco ANGOLO DEGLI AIRONI, e subito dopo gli artisti della Agenzia CRU guidati da Fiammetta sul pulmino. Un attimo di panico … non ci passano tutti, e tutti chiedono cosa fare …

A questo punto interviene l’uomo che non esito a definire l’eroe della giornata: Mario, langhetto DOP con la sua infaticabile moto-carriola. Avanti e indietro, costante, superando ogni ostacolo, porta tutto e tutti alle postazioni terza e quarta, mentre posso montare la struttura per acrobatica aerea, preparare il backstage, coordinare i sette artisti del Festival giunti da Torino: Nabil Hamai, violino e loop station, Valentina Padellini, ballerina ed acrobata, Rio Ballerani, acrobata circense,

Fiammetta Lari, ballerina acrobata, Massimiliano Semenzato, beat boxer, cantautore, chitarrista, Raffaele Riggio, equilibrista ed acrobata, Eugenia Valentini, pittrice body painting.

Intanto Marianna con le ragazze del RISTORANTE BRAMANTE di Roccaverano preparano il buffet di benvenuto e gli antipasti e Laura, volontaria di LANGAMYLOVE con Clara, volontaria da Bergamo addirittura, impiattano il meraviglioso apribouche di FRANCONE – focacce pane e grissini arrivati prima di tutti alle 07:00 – e montano i bicchieri per il nostro calice di benvenuto Acqui Rosè COVENTO CAPPUCINI.

Si ringraziano ancora: la Proloco di Roccaverano, il Consorzio della ROCCAVERANO DOP, il Sindaco di Roccaverano Fabio Vergellato

Io insisto perché non si apra il Festival finché non è tutto pronto, e le guide, Vincenzo Reda, l’anima del Festival, Claudio Gallo, MONFERRATODAVEDERE, il miglior esperto del territorio, Anna, che abbiamo già incontrato, omeopata e naturalista, si preparano ad accogliere i loro rispettivi gruppi, e la tensione sale, arriva Pietro IMPRESSO STUDIO – sue le fotografie di reportage. La passeggiata enogastronomica ed artistica “il Bello e il Buono” ha incantato i nostri ospiti: i suoni e le danze di Vittorio Rossi e Irene Valesano sotto la vela Satura e Forma di Salvatore Astore erano una mistica del paesaggio, gustare un Barolo come quello di Buganza con la tipica battuta al coltello al cospetto della performance di Fiammetta Lari, trasfigurata in un mostro nato da Culture #1 di Ciro Vitale, risolveva e svelava l’anima carnivora dell’uomo, Raffaele Riggio interpretava alla perfezione in equilibrismo e fachirismo il rapporto dell’uomo contemporaneo con lo zucchero, piacere e veleno assieme, mitigato dallo spumante strepitoso di Borgo Maragliano Chardonnay.

Si tornava alla corte del Parco Quarelli, con l’anima leggera, lo sguardo sorridente, stupiti ed entusiasti.

Voglio in questa sede ringraziare il Capitano dei Carabinieri Alessandro Caprio e il Maresciallo dei Carabinieri Federica Mondo che ho avuto il piacere di condurre, insieme a consorti ed amici, per la passeggiata.

Una nota di merito va però sicuramente data a Eugenia per il suo lavoro di body painting sul tema naif di Henri Rousseau e per la performance su musica dal vivo di Nabil Hamai di Valentina Padellini. Quando l’arte sa davvero parlare improvvisamente in un evento affollato scende il silenzio …

La Cena Spettacolo conclude la giornata Con Paolo Romano, titolare MSZLAB, non ci siamo certo fatti fermare. Si è allestito in fretta, ma con la consueta cura per i particolari, nella sala museo del Quarelli una cena in alto stile per più di quaranta invitati, quasi tutti stranieri, i partner, i gestori del RISTORANTE DELLA POSTA con una folta rappresentanza di Olmo Gentile, i nostri blogger. Gli artisti della Agenzia CRU vengono ancora una volta ringraziati per la disponibilità a modificare, senza perdere forza ed intensità, il programma artistico della cena.

Una prima edizione quasi perfetta …

Aragorn Emrys Silvio jn. Molinar Dir. Art. Festival COLLINE d’ARTE

 

Vincenzo Reda, painting with wine

Ogni tanto qualcuno si sveglia e racconta che ha inventato la pittura con il vino. Per esempio, oggi (24 agosto 2019) su La Stampa, pg. 32 in nazionale a firma Roberto Fiori, è apparso un articolo secondo il quale una certa signora in Barolo ha inventato quattro anni fa la pittura con il vino…
Io ho cominciato nel 1993, ispirandomi alle macchie cadute sopra un bigliettino da visita del grande Aldo Novarese (il più grande disegnatore di caratteri del XX secolo, lavorava alla Nebiolo di Torino). Nel 1997 l’amico Luigi Veronelli vide i miei lavori e mi spinse a metterli in mostra: avvenne per la prima volta a Capoliveri (Isola d’Elba) nel 1998. Nel 2003 la Regione Piemonte pubblicò una mia monografia che venne stampata in molte migliaia di esemplari e già erano usciti diversi articoli su media importanti (magnifico quello di BarGiornale su due pagine). Dopo il 2008, quando cominciai a pubblicare i miei lavori sul mio sito www.vincenzoreda.it, diversi artisti in giro per il mondo vennero folgorati da questa tecnica e ne fui contento. Io non mi sono mai sognato di affermare che ho inventato la pittura con il vino, soltanto ho scoperto questa tecnica senza copiare nessuno; molto probabilmente qualcuno prima di me aveva certamente provato a usare questa particolare materia per qualche esperimento, non è possibile saperlo con certezza. Comunque, dipingere con il vino è una tecnica, un mezzo e non un fine o una manifestazione folcloristica: per me è un’ossessione dovuta alla forma bicchiere e alla materia di cui mi occupo da molti anni e nessuno può copiare le ossessioni di un artista se non scimmiottandone maldestramente lo stile.
Nei giorni scorsi, secondo quella preveggenza che abbiamo noi artisti, ero arrivato alla decisione di non pubblicare più i miei lavori sul web: ora è definitivo, non vedrete più alcuno dei miei nuovi lavori se non nelle mostre che farò sempre più di rado. Intanto sto preparando la prossima a Hyderabad, in India, in ottobre. Negli articoli successivi alcune testimonianze tratte da media in giro per il mondo. Salute.

Parco Quarelli, more

Domenica 8 settembre 2019 avrà luogo una manifestazione del tutto peculiare che avrà la presunzione di sintetizzare in una sola giornata i valori paesaggistici e enogastronomici dell’Alta Langa inserendoli nel contesto del Parco d’Arte Quarelli in Roccaverano, il più alto comune della provincia piemontese di Asti. Il Parco Quarelli nasce dal sogno di due imprenditori torinesi, marito e moglie, con la passione del paesaggio e dell’arte. Già editori di successo, acquistano su consiglio di un giovane sacerdote alcuni terreni boschivi con casali in stato di abbandono: Roccaverano è uno di quei paesi spopolato dallo sviluppo industriale, con conseguente e incontrollata inurbazione: passa da circa 2000 abitanti dell’immediato dopoguerra ai 400 scarsi attuali. La loro passione artistica li invoglia a sognare una galleria a cielo aperto in cui le opere e le installazioni artistiche possano vivere in simbiosi con i colori, i profumi e le luci dei boschi e delle radure che la Natura ha saputo mettere a disposizione delle umane cure. E così, nell’arco di qualche decennio, si concretizza il sogno di creare un parco che ospita una sessantina di opere di artisti internazionali, differenti per ispirazione, materiali, ossessioni, suggestioni. Sono presenti opere straordinarie di Luigi Mainolfi, Bruno Munari, David Tranquilli,  Francesco Lupo, Xu Zhongmin, Ciro Vitale, Johannes Pfeiffer, Ciro Vitale, Ronald Ventura… Aggirarsi tra questi boschi, inebriati dei loro profumi e luci e colori, e poi imbambolarsi all’improvviso al cospetto di un’installazione che inquieta, che rasserena, che induce a riflettere (non c’è, volutamente, unità artistica: qui si privilegia la diversità, la mutevolezza, la disomogeneità dell’arte, metafora della Vita): queste sono le suggestioni uniche che si provano percorrendo i sentieri del Parco Quarelli, il sogno di due persone straordinarie regalato a chi a queste faccende è sensibile.

Il Duomo di Orvieto

Orvieto è oggi una città con circa 20.000 abitanti, situata sopra uno sperone di tufo a circa 300 mslm. E’ un comune umbro in provincia di Terni. L’insediamento umano è antichissimo e la città fu una delle più importanti e potenti in epoca etrusca: conobbe il suo apogeo tra il VI e il IV secolo avanti Cristo. Distrutta dai Romani, fu vita via conquistata da Goti, Bizantini e Longobardi. Divenne libero comune intorno al XIII secolo. L’edificazione del Duomo di Orvieto, dedicato a Santa Maria dell’Assunta, fu iniziata nel 1290 e terminata verso la fine del XVI secolo. Vi hanno lavorato decine e decine di architetti, scultori e pittori. In queste immagini alcune immagini descrittive e alcuni particolari suggestivi. Ho cercato di descrivere il fascino che colpisce il visitatore al confronto degli spazi, della luce e degli affreschi. Le Cappelle laterali di San Brizio e del Corporale contengono tesori del Beato Angelico, di Benozzo Gozzoli, di Luca Signorelli, dell’Orcagna (autore anche del celebre rosone della facciata).Queste mie brevi note e le immagini hanno soltanto la pretesa (ottimistica) di invogliare qualche curioso/a a approfondire altrimenti il tema.

Parco d’arte Quarelli, Roccaverano (Piedmont, Italy)
A new wine art work is going to born…


Ho finalmente ripreso a dipingere.
Sto usando un Syrah siciliano assai particolare.
La tecnica che uso è la mia solita, la più complicata: stendere il vino direttamente sul foglio (questo è un Fabriano 50% cotone da 300 gr a grana fine, formato 50×70 cm) e aspettare che il vino penetri nelle fibre, regolandone l’intensità con la gradazione della sua quantità. Per ottenere dei toni più intensi, ne ho messo un poco in un piattino e ho atteso qualche giorno che evaporassero alcol e acqua e ricavarne in maniera naturale l’estratto secco denso di coloranti (polifenoli antociani) che mi serviranno allo scopo. Per completare il quadro servono almeno 12/15 gg.
Ovvio che ho provveduto a gustarne qualche bicchiere….

ASCOLTIAMO IL BAROLO, SORSEGGIANDO JAZZ

Armonia è un sostantivo che accomuna il vino e la musica.

IMG_3305Quando un vino si presenta al palato con un certo equilibrio di sapori – acidità, tannini, alcol, giusti residui zuccherini – lo si definisce armonico.

L’armonia nella musica rappresenta lo studio degli accordi: la tradizione della musica classica occidentale è di carattere armonico, così come la melodia è propria dell’oriente e il ritmo ci arriva dalla primordiale sensibilità musicale di mamma Africa, la Terra che ha generato la nostra specie.

In America, nei primi anni del XX secolo, armonia, melodia e ritmo hanno trovato la loro sintesi prodigiosa in una musica suonata da gente oppressa: schiavi e immigrati.

Una musica di dolore e di redenzione.

Senza scomodare i baccanali dionisiaci in cui si fondevano vino, musica e teatro, il vino trova la sua larga metafora nel jazz: ogni bottiglia è una sorpresa, ogni bottiglia una scoperta, ogni bottiglia una nuova interpretazione che dipende non soltanto dal fatto che il vino contenuto è, seppure impercettibilmente, differente; è diverso il suo sentire che dipende dalla compagnia, dall’ora, dall’occasione, dallo stato d’animo.

Proprio come il jazz.

L1100496E il Barolo, con i suoi tannini regali, il suo tenue colore, le sue spezie e l’eleganza che sa raggiungere quand’è maturo e grande, è il vino del jazz: quand’è giovane può essere un bebop nervoso e veloce di Parker, per trasformarsi in hard bop quando acquisisce invecchiamento e diventare cool raggiungendo la piena maturità.

Un grandissimo come Miles Davis può essere paragonato a un grande Barolo: con quell’eleganza e quelle pause da cui ogni nota pare sortire con raffinata cura, con colta e insuperabile tecnica, con estrema sensibilità.

Miles Davis più che ogni altro: Monk lo assimilerei a un Aglianico; Duke Ellington a uno champagne; Coltrane a un Barbaresco; Parker a una grande Barbera d’Asti; e Louis Armstrong a un meraviglioso Dolcetto d’Alba…..

E dunque, ascoltiamo jazz come gustassimo una sorprendente grande bottiglia di Barolo. E gustiamoci un Barolo come si ascolta uno stimolante brano, con le giuste improvvisazioni, di jazz.

Beviamo ascoltando, ascoltiamo bevendo.

I miei auguri per la Santa Pasqua

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Ecco il mio ultimo lavoro per augurare a tutti i miei amici un Buona Santa Pasqua (Cristiana, pare ovvio).

In formato 35×50 cm. è stato realizzato su carta Fabriano 50% Cotton, 300 gr.

Ho usato il Ruchè Terra, 2016 (15% vol) di Cascina Tavijn di Katia Verrua (Scurzolengo, Asti).

Auguri e salute a Tutti.

La luce del vino, ph. by Vincenzo Reda, poems by Abu Nuwàs

ABU NUWAS

«Fate circolare la coppa, e si dileguerà
la sventura, e il mio occhio godrà
lo squisito profumo del mondo.
Un vino nel cui luccichio brilla il lampo,
e quando si svela alla vista, questa
ne è quasi accecata».

«Se ci mescolassi luce, essa si mescolerebbe
con lui, e ne nascerebbero altre luci
e fulgori».

 

Luigi (Gino per gli amici, tanti) Veronelli: “Farla mia come una vergine”

Mi permetto di citare un testo di Gino Veronelli ritrovato da Gian Arturo Rota.

«Stimolato da un “antico” lettore – Mario Leone – ho recuperato un testo veronelliano di eccezionale bellezza, anche per la sua candida e maliziosa insieme ambiguità; un testo, sottolinea Leone, sull’ardito parallelismo tra l’arte dello stappare una bottiglia e il rapporto carnale e amoroso.

Ardito o non ardito non so dire. Veronelli scriveva – sapeva scrivere – di vino, di cibo, di amore, di piacere, quant’altro, con soavità ed eleganza, oltre che con onesta libertà intellettuale.
So dire invece che ardore metteva – ardore sino all’attacco senza riserve – quando scriveva per denunciare le “volgarità” di chi operava contro il bene dell’uomo e della società. (Gian Arturo Rota)

L’ho salita dalla mia cantina con attenta cura, coricata sullo stesso fianco su cui giaceva, in un cestello di vimini, senza scosse, senza sobbalzi, senza ciondolamenti, fin sulla tavola (la bottiglia vi era sicura, coricata, con la bocca più alta, poco, del centro del suo fondo).
Dal momento che l’avrò aperta mi offrirà una creatura nuova.
Così che mi ripropongo di farla mia come una vergine (deflorare può ben volere dire cogliere un fiore, e non toglierlo).
Asporto la parte superiore della capsula metallica, con un taglio di mezzo centimetro sotto l’orlo della bocca (nel punto in cui il vetro fa di solito una piega) in modo che, quando si versa, il vino non abbia a trovarvi ostacolo; pulisco la bocca soprattutto nei punti di contatto col tappo; introduco il cava-cava ben diritto nel centro e lo faccio penetrare, lento, senza violenza alcuna, a fondo; lo estraggo anche lento, senza violenza; pulisco di nuovo la bocca; annuso il tappo (se ha cattivo odore, quasi certo il contenuto avrà cattivo sapore).
Mi verso il vino.
Contro quanto si è sempre detto e si dice, va bevuto/posseduto per sé solo ossia in due soli; meglio: in quell’esser, gioioso ed indicibile, di due fatti uno.

Il solo paragone possibile è con la compagna (non con la visione dell’arte o l’audizione della musica che ci penetrano ma non sono penetrati): quando ci fai l’amore sei solo con lei, lei sola con te, di due divenuti uno, a vicenda soggetto ed oggetto (ch’è poi la ragione “enoteica”).
Il rapporto non può essere multiplo; quando lo è (avviene) – fosse pure più “goduto” – è viziato dal voyeurismo degli altri e dall’esibizionismo “di noi due”.

Degustarlo con altri mi strania e fuorvia; mi irrita; diminuisce in me la capacità di cogliere e d’essere colto.
Confrontarmi col vino per me solo, con lui solo, a tu per tu, se mi estenua nei limiti (alti) delle mie capacità fisiche, aumenta a dismisura l’emozioni e i racconti, ed eccita la voglia di esternarli (quasi certo più per confermarli “miei”, che per missione); e quindi di scrivere.
Così che, faccio esempio, ho scritto – proprio per precisa imposizione, una necessità amorosa – a Tiz soz ciel, poetessa in Panigale: “Ami certo anche vendemmiare e fare all’amore. Non inquietarti! In ogni bicchiere di vino c’è l’immagine di una giovane donna. Vedi? Ti specchi nel giallo oro di questo Semidano. Viene da Sardera, alto sul Campidano di Cagliari, eppure il suo respiro è il tuo, e profuma di miele d’acacia, di banana e di fiori di biancospino; e la sua bocca è dolce, vellutata e sensuale. Ti bevo”.

Luigi Veronelli»

11 Settembre 2001, nine-eleven in New York

Ho dipinto questi due quadri nel 2001, verso fine anno.

Sono stati dipinti con succo di uve Barbera raccolte nelle vigne di Piero Arditi (Cantine Valpane di Ozzano Monferrato) nel settembre del 2001.

Rappresentano il mio contributo di simbolica partecipazione al dolore di quel giorno.

Entrambi sono stati esposti degli Usa.

Il lavoro con lo sfondo del foglio di giornale oggi è a Baltimora.

Che iddio, o chi per lui, benedica i martiri, i terroristi e tutti noi, uomini assetati di cosmici dolori.

Fuochi artificiali, immagini creative di Vincenzo Reda a Sanremo

14 agosto, porto di Sanremo: fuochi artificiali fotografati con tecniche particolari.

I Macchiaioli, Telemaco Signorini e Silvestro Lega

Fu in occasione della mostra a Palazzo Bricherasio, Torino – inaugurata nel maggio del 2007 – che m’innamorai perdutamente della pittura dei Macchialioli e, soprattutto dei quadri di Telemaco Signorini (Firenze, 1835-1901) e di Silvestro Lega (1826-1895). Certo era una faccenda che conoscevo, ma pensavo fosse una di quelle correnti artistiche provinciali e defilate che non avesse prodotto nulla d’interessante, a parte i grandi quadri a tema bellico e paesaggistico di Giovanni Fattori, verso cui non provavo particolare predilezione. Invece scoprii questi due pittori straordinari e mi resi conto che costoro, stimolati dai critici Diego Martelli e Adriano Cecioni a partire dalla metà degli anni Cinquanta del XIX secolo in Firenze, avevano anticipato gli Impressionisti francesi di quasi due decenni. Si ritrovavano nello storico Caffè Michelangelo e sviluppavano temi pittorici che spingevano l’arte pittorica verso gli orizzonti dell’avanguardia, stimolati dalla recente invenzione della fotografia. Le donne di Silvestro Lega e alcuni quadri (l’alzaia e il manicomio femminile) di Telemaco Signorini mi sono rimasti nel cuore.

 

Una storia esemplare: Laccento Montalbera e il murale

Una storia esemplare. Il 4 maggio del 2010 dipinsi il murale del Caffè Elena con il Ruchè Laccento di Montalbera (il bellimbusto stravaccato che mi sta osservando è Franco Morando, titolare). Il murale fu fotografato migliaia di volte e pubblicato anche su L’Espresso. 3 anni più tardi cambiò la proprietà e venne inopinatamente cancellato, coperto con una bella mano di vernice. Mi arrabbiai tantissimo, ma nel frattempo il Ruchè di Montalbera era diventato un vino imbarazzante e quasi mi ero pentito di averlo usato per il mio murale.
Oggi sono felice che quel bel lavoro, eseguito con un vino modaiolo di un’azienda che non mi piace, non esiste più se non nei ricordi di una documentazione fotografica.

Autoritratto censurato su Facebook

io-1

Questo non è un selfie, è un autoritratto (d’autore, 1973).
Fu realizzato con una rara Yashica 6×6 biottica (tipo Rolleiflex). Sviluppo e stampa a cura del soggetto.

L’autoritratto qui sopra è stato censurato da Facebook!!

My last wine artworks

Painting with Piedmont Pinot Noir (Brigante 2008 from Neviglie, Cuneo), Barbera La Pantalera 2011 Marrone (from La Morra, Cuneo) and Dolcetto 2014 Brezza (from Barolo, Cuneo). Also, I used two different papers: I like very much these.

San Vitale (Ravenna, Italy)

La Basilica di San Vitale fu eretta tra il 525 (regnante l’ostrogoto Teodorico) e il 547 (sotto il bizantino Giustiniano II il Grande. E’ una delle più belle chiese cristiane di ogni epoca.

Sant’Apollinare in Classe

La basilica di Sant’Apollinare in Classe (5 km dal centro di Ravenna) fu edificata tra il 532 e il 549 d.C., anno della sua consacrazione da parte di Massiminiano, primo arcivescovo di Ravenna.

Sovraesposizione, sfocatura, mosso: tecniche fotografiche diverse

Questi ritratti di mia figlia Geeta li ripresi durante la Pasqua del 2007 in Toscana. Apparentemente sono completamente sbagliati. Invece ho usato certi errori tecnici (sfocature, mossi e sovraesposizione) per realizzare delle immagini vive, significative, emotive. Anche questa è la fotografia.

Antonin Artaud, Al paese dei Tarahumara

Antonin Artaud nacque a Marsiglia nel 1896 e morì a Ivry-sur-Seine nel 1948. Morì a causa di un tumore al colon.

Nei nostri anni Settanta è stato uno dei riferimenti principali: Il teatro e il suo doppio uno dei testi fondamentali per chi come me e i miei compagni di allora facevamo teatro d’avanguardia. Un altro testo importante di Artaud è Van Gogh il suicidato della società.

A cavallo dei Venti e dei Trenta egli partecipò come attore a diversi film: rimane indimenticabile la sua parte nel Giovanna d’Arco di C. T. Dreyer. Nel 1936 abbandonò il teatro per recarsi in Messico alla ricerca del rito del Peyotl, il fungo allucinogeno che cresce nelle montagne del nord-ovest di quel paese e oggetto di culti iniziatici tra gli indios. Dopo un misterioso viaggio in Irlanda nel 1937, fu internato in manicomio fino al 1945.

Questo libro, uno dei primi della Biblioteca Adelphi, lo acquistai una ventina d’anni fa e ho appena finito di rileggerlo. E’ una raccolta di testi che accoglie, oltre quello che gli dà il titolo, scritti che abbracciano più di 20 anni, tra il 1923 e il 1946. E’ un libro inaudito, feroce, visionario, stravolto e stravolgente: soltanto in certi testi di Isidore Ducasse (il conte “impensabile” de Lautréamont, oggetto di uno scritto di questa raccolta) si possono ritrovare analogie, peraltro consapevoli.

Questo secolo non capisce più la poesia fecale, l’intestina malora, di colei, Signora Morta, che dai secoli dei secoli sonda la sua colonna di morta, la sua colonna anale di morta nell’escremento d’una sopravvivenza abolita, cadavere anche i suoi io aboliti, e che per il delitto di non aver potuto essere un essere, ha dovuto cadere, per meglio sondarsi essere, in questo abisso della materia immonda d’altronde così gentilmente immonda in cui il cadavere di Signora Morta, di signora uterina fecale, signora ano, geenna d’escremento dopo geenna, nell’oppio del suo escremento, fomenta fama, il destino fecale della sua anima, nell’utero del proprio focolaio…..Il nome di quella materia è cacca, cacca è la materia dell’anima, e ho visto tante bare spargere le loro pozze davanti a me…..Io rimprovero agli uomini agli uomini di questo tempo di avermi fatto nascere con le più ignobili manovre magiche in un mondo che non volevo, e di volere con manovre magiche similari impedirmi di farci un buco per lasciarlo. Per vivere ho bisogno di poesia, e voglio vederne attorno a me. E non ammetto che il poeta che sono sia stato rinchiuso in un ospedale psichiatrico perché voleva realizzare in natura la sua poesia.”.

Questo stralcio emblematico di testo è parte della lettera scritta il 6 ottobre 1945 da Rodez a Henry Parisot: è uno dei momenti più alti, più disarmanti, più teneri pur nello sviluppo visionario e stravolto delle metafore di Artaud.

My nudies 1975-1980

Queste fotografie sono state riprese nel periodo 1975/80. Usai Minolta 101, Nikon F2 e Hasselblad 500/C con pellicola diapositiva Kodak Ektachrome. Le location sono varie: Torino, alta Valle Susa, Sapri, Gargano.

I soggetti sono tre, oggi ancora magnifiche cinquantenni. Ma i miei nudi non hanno identità: sono soltanto linee e volumi e colori. Null’altro.

In una compare anche un personaggio maschile. Un mio grande amico che oggi non c’è più: svanì per sua volontà un triste giorno di luglio, vent’anni fa. Era una persona speciale.

I Lari l’aria, Sud

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Dopo un paio di mesi di elaborazione e due o tre settimane di lavoro tecnico, finalmente una notte insonne m’è servita per far sgorgare, con la consueta fatica, queste rime. Sofferte, affaticate, speciali; pensate e ispirate da qualcuno in particolare ma tutte mie, tutte per il mio rigoglioso Sud che perdo e rincontro mille volte ogni giorno. Che ogni giorno mi pervade con i suoi riverberi improvvisi, a volte abbacinanti. Parto davvero travagliato ma dal risultato che, come di rado succede, mi riempie di soddisfazione.

Sono contento, questo lavoro (14 dicembre 2014) mi è venuto proprio come desiderato.

Il Grande Da Venosta mi ha protetto e sorvegliato, come sempre sussurrandomi: Carpe, carpe diem…

Auguri a tutti

Formulare gli auguri per la fine dell’anno è considerato un atto di buona creanza, di buona educazione. In fondo – che lo si compia per dovere, per prassi, per noia, per piacere o per calcolo – costa davvero poco, se non si vuol proprio esagerare.

Dal punto di vista storico/antropologico, presso tutte le culture di ogni tempo e di ogni spazio questa consuetudine è vecchia tanto quanto lo sgomento di affrontare l’Ignoto che comincia dal prossimo attimo futuro e sempre sconosciuto; se chi ci vuol bene, ci stima o anche chi soltanto abbia a cuore, per i motivi più vari, le nostre buone sorti, ci esprime parole di sostegno con lo scopo di aiutarci nell’affrontare questo benedetto ignoto, pare ovvio: ci reca piacere.

Il termine ha etimo latino: l’àugure era un sacerdote che divinava osservando il volo degli uccelli e personalmente trovo questo fatto di fascino straordinario!

I miei, di auguri, hanno invece origine nell’uso rituale di condividere un calice di vino: consuetudine antica soltanto quanto la cultura di questo fermento d’uva e dunque non più di qualche millennio.

Dal 1998 scelgo sempre un Dolcetto, vino piemontese forse quanto mai altri: dev’essere un Dolcetto che conosco, di cui conosco il vignaiolo, delle cui vigne ho calpestato il suolo e goduto dei raggi del sole.

Lo stendo su 73 biglietti di carta di cotone e poi scelgo 73 persone che, secondo un rituale tutto mio, ritengo possano apprezzare questa mia particolare manifestazione augurale. Tutta questa operazione dura almeno una quindicina di giorni, e di notti: è una faccenda nella quale il mio coinvolgimento emotivo è di particolare intensità, in tutti i vari passaggi che richiede; quello che mi tormenta in maniera ogni volta più inquietante riguarda la scelta dei destinatari. Sembra una stupidaggine, eppure mi porta via energie inenarrabili.

Quest’anno la scelta è caduta, non a caso pare ovvio, sul Dolcetto di Diano DOCG 2013 di Gigi Rosso: dedicato a questo grande Signore del vino e ai due figli Claudio e Maurizio, con cui nel recente passato ho interloquito con grande piacevolezza e reciproca stima.

Dunque: i miei migliori auguri a tutti, proprio tutti: senza distinzioni di sesso, età, nazionalità, istruzione, cultura, intensità di frequentazione, simpatia, empatia, convinzioni etiche e politiche. Auguri a tutti, soprattutto senza calcoli, come insegna La Bhagavad Gita.

Leaves (Foliage)
Sulle Ali del Barolo