Archive for the ‘TESTI D’ARTE’ Category
I Macchiaioli, Telemaco Signorini e Silvestro Lega

Fu in occasione della mostra a Palazzo Bricherasio, Torino – inaugurata nel maggio del 2007 – che m’innamorai perdutamente della pittura dei Macchialioli e, soprattutto dei quadri di Telemaco Signorini (Firenze, 1835-1901) e di Silvestro Lega (1926-1995). Certo era una faccenda che conoscevo, ma pensavo fosse una di quelle correnti artistiche provinciali e defilate che non avesse prodotto nulla d’interessante, a parte i grandi quadri a tema bellico e paesaggistico di Giovanni Fattori, verso cui non provavo particolare predilezione. Invece scoprii questi due pittori straordinari e mi resi conto che costoro, stimolati dai critici Diego Martelli e Adriano Cecioni a partire dalla metà degli anni Cinquanta del XIX secolo in Firenze, avevano anticipato gli Impressionisti francesi di quasi due decenni. Si ritrovavano nello storico Caffè Michelangelo e sviluppavano temi pittorici che spingevano l’arte pittorica verso gli orizzonti dell’avanguardia, stimolati dalla recente invenzione della fotografia. Le donne di Silvestro Lega e alcuni quadri (l’alzaia e il manicomio femminile) di Telemaco Signorini mi sono rimasti nel cuore.

 

Se un pomeriggio d’inverno, giù al Sud aspetti il tramonto….

Aspettare il tramonto in riva al mare campano, tra la costiera amalfitana e i monti del Cilento, a novembre…forse è una piccola – piccina per davvero – magia. Da solo, in compagnia dello sciabordare monotono, silenzioso delle onde; in compagnia dei colori sempre stupefacenti del tramonto. Soltanto in compagnia dell’assordante rumore dei tuoi pensieri, degli assurdi colori delle tue fantasie.

 

 

9 Settembre 2001, nine-eleven

Ho dipinto questi due quadri nel 2001, verso fine anno.

Sono stati dipinti con succo di uve Barbera raccolte nelle vigne di Piero Arditi (Cantine Valpane di Ozzano Monferrato) nel settembre del 2001.

Rappresentano il mio contributo di simbolica partecipazione al dolore di quel giorno.

Entrambi sono stati esposti degli Usa.

Il lavoro con lo sfondo del foglio di giornale oggi è a Baltimora.

Che iddio, o chi per lui, benedica i martiri, i terroristi e tutti noi, uomini assetati di cosmici dolori.

SUD, la sintesi di un concetto

Questo mio scatto, colto sul Gargano quest’anno a agosto, è la sintesi di un concetto ampio e assai relativo che tutti sono in grado di capire ma pochi sanno spiegare: il Sud. Questo frutto, il nopàl messicano diventato fico d’india, è nel mio immaginario l’emblema che meglio sintetizza il concetto di cui sopra.

La fotografia è, come dev’essere ogni cosa importante, semplice e diretta: ci ho messo quattro o cinque giorni a pensarla e a costruirla; poi due o tre scatti, con la luce giusta e non serve neanche la postproduzione in photoshop.

Vincenzo Vita, mio amico, produttore di vino e di olio, di origine salentina, ogni tanto mi porta dei fichi d’india dalle sue terre. Dato per scontato l’abbinamento con i vini locali (suggerisco bianchi di corpo, non troppo dolci), a me piace mangiarli freschi bevendoci insieme una Barbera d’Asti superiore di 4/5 anni: è un abbinamento che trovo sensazionale.

Di più: un lenimento (com’era uso presso i romani, che il vino lo usavano spesso come medicamento, vedi il mio pezzo sul Liber Medicinalis) a ogni guaio, non solo fisico: pene d’amore, mutuo da pagare, stipsi, colite, emicrania, Berlusconi, Inter, miss Italia, Vespa, D’Alema, mal di pancia. E financo Calderoli, Bondi e Di Pietro! Mangiate fichi d’india freschi, bevendoci Barbera d’Asti e vi passa tutto. Proprio tutto. Parola mia!

Quando l’etichetta è orrenda, e anche poco etica

Scrivevo anni fa (Barolo & Co, ripubblicato sul mio Più o meno di vino ):

Il sostantivo “etichetta” compare nella nostra lingua nel 1797, introdotto dal francese: «Etiquette. Marca fissata a un palo, poi cartellino……..»

Ma “etichetta” significa anche complesso delle cerimonie voluto  dall’uso e dalla cortesia di persone di un certo rango ( in origine le corti ): dal francese etiquette ( dicitura ) e dallo spagnolo etiqueta ( cerimoniale ). E’ lampante che l’etimo si rifà direttamente alla parola “etica” ( la scienza della morale, la norma, il costume, ecc….), dal latino ethica che discende dal greco ethike.

Dunque, “etichetta” significa certo: «dicitura, cartellino, marchio, ecc…..», ma nella parola è insito un concetto che in qualche modo riporta alla correttezza, all’onestà, all’etica, appunto.

Ora, su quanto siano etiche molte etichette avrei tanto da dire, ma l’oggetto di questa mia riflessione è prima tecnico e estetico, più che morale e, appunto, etico.

Parto da alcune considerazioni meramente tecniche.

L’etichetta è un mezzo di comunicazione che attiene alla scienza del marketing: formulazione del prezzo, canali di distribuzione, packaging (etichetta, anche), pubblicità, promozioni, ecc. costituiscono il cosiddetto marketing-mix, ovvero tutte quelle decisioni, e dunque caratteristiche commerciali, che un produttore assume per posizionare il proprio prodotto entro una certa fascia di mercato.

Ora, io penso, e a questo proposito dubbi ne ho pochi, che la scienza del marketing sia assai poco frequentata dai produttori di vino; penso altresì che i produttori di vino abbiano anche poco senso estetico e dubbio gusto. Da quanto sopra, si deduce che la mia opinione sulla maggior parte delle etichette appiccicate su bordolesi, borgognotte, alsaziane, tronco-coniche e via dicendo, sono non solo brutte, ma anche tecnicamente malfatte e fanno un pessimo servizio al liquido di cui dovrebbero parlare e al suo produttore.

La prima considerazione è di ordine tecnico: un’etichetta che sta appiccicata sopra una bottiglia di vino ha l’obbligo di raccontare il vino che gli sta dietro. Invece, se alla grande maggioranza di etichette presenti sugli scaffali di enoteche, grande distribuzione e wine-bar sostituite il testo originale con una semplice sequenza di caratteri senza senso e poi chiedete a una qualsiasi persona che tipo di prodotto può rappresentare quell’etichetta, avrete ben poche risposte che riferiscono al vino. Anche per il semplice fatto che poche etichette sono opera di specialisti della comunicazione, perché – mi spiace per chi pensa altrimenti – ognuno dovrebbe fare il proprio mestiere. Vale a dire che un conto è assemblare un ottimo vino, altra faccenda è raccontare la bontà di quel vino sopra uno scaffale in mezzo a tante altre bottiglie. Il primo dovere di una buona etichetta, infatti, oltre al fatto ontologico di sapere di vino, è quello di chiamare il consumatore a voce più alta e con parole più convincenti di quanto facciano le concorrenti vicine.

A tutti i ragionamenti di cui sopra  occorre aggiungere che il messaggio dev’essere semplice, breve, chiaro, forte.

E qui ricasca il povero, proverbiale asino: sulle nostre brave etichette troviamo di tutto e di più.

A cominciare dalla scelta dei caratteri, veri e propri cataloghi di lettering tra i più sofisticati e illeggibili, per continuare con i testi che, spesse volte, sono più lunghi e contorti di un feuilleton; per finire con la parte iconografica su cui è doveroso stendere un velo pietoso ( fotografie di paesaggi, riproduzioni di quadri che niente hanno a che fare con la materia e sono pure brutti, grafismi fuori luogo, marchi che sembrano fatti per prodotti metalmeccanici…..).

Tutto quanto sopra è confermato dalle etichette qui a fianco. Quella “artistica”, commissionata all’artista Luigi Stoisa per vestire (stampata) i magnum che sono andati all’asta del primo vino della Villa della Regina, fa schifo. E’ brutta, sciatta, scontata. L’artista della “materia vino” non sa nulla, magari è anche astemio. Ha dipinto questo orrendo acquarello perché glielo hanno pagato, magari anche bene. Ma la colpa non è sua. La colpa è di quelle persone di formazione profondamente provinciale, prive di gusto e di buon senso che fanno queste scelte. E, per una volta, non c’entrano i produttori, che poi sono gli amici Balbiano. Sotto, invece, le etichette molto sobrie e anche eleganti – nella loro semplicità – che non avevano la necessità di essere artistiche.

Le etichette realizzate da un artista che della materia vino si nutre e ci pasce sono altra cosa. Per esempio queste, le mie, tutte dipinte con i vini di cui devono parlare e alcune dipinte una per una. Ne sono orgoglioso. Mi sarebbe piaciuto dipingere quella per il Vino Della Regina, ma qualcuno ha deciso altrimenti. La mia presunzione m’impedisce di essere invidioso.

 

 

I vini di queste etichette sono Merlot, Pinot Noir, Muffato (Chardonnay) e Sangiovese.

 

Geeta Reda, arte

Ecco alcuni dei lavori scolastici di mia figlia Geeta. Speriamo voglia e possa seguire le orme di suo padre. Il talento non manca e l’anno prossimo ci sarà la maturità al liceo artistico. Per ora la faccio collaborare con me per le illustrazioni del libro che uscirà a fine novembre, illustrato oltre che scritto da me.

 

Vincenzo Reda, nient’altro che io, dipintore di vino

Alcuni scatti del mio murale, in piazza Vittorio Veneto a Torino, dipinto nel maggio dello scorso anno con il ruchè Laccento di Montalbera. Sembra sia passata un’epoca biblica e invece sono trascorsi soltanto 12 mesi. Il murale è bellissimo.

La mia etichetta più bella, il muffato “Armonia d’autunno” di Giacomo Marengo

Questa bottiglia di muffato 2004, vino spremuto da uve chardonnay ricche di muffe nobili (Botrytix cinerea) raccolte nei vitigni di dell’Azienda Agricola di Giacomo Marengo nel comune di Monte S. Savino (AR), è il mio capolavoro: l’etichetta fu stampata in oro con passaggio successivo laminato in oro. L’originale fu dipinto col vino della bottiglia in formato 50×70 cm. Io partecipai direttamente alla vendemmia, alla conservazione e alla spremitura al torchio con Refet e Riza, i due addetti macedoni delle cantine Marengo. Fu un inverno bellissimo con nevicate straordinarie. La bottiglia è un equilibrio di colore, grafica e semplice bellezza. Ne sono orgoglioso. La galleria delle foto qui sotto documenta i vari passaggi. Ne sono state prodotte 4.000 bottiglie.

In Taberna quando sumus

In taberna quando sumus, / non curamus, quid sit humus,/ sed ad ludum properamus, / cui semper insudamus./

Quid agatur in taberna, / ubi nummus est pincerna, / hoc est opus, ut queratur, / sed quid loquar, audiatur. //

Quidam ludunt, quidam bibunt, / quidam indiscrete vivunt. / Sed in ludo qui morantur, /ex his quidam denudantur; /

quidam ibi vestiuntur, / quidam saccis induuntur / ibi nullus timet mortem., /sed pro Baccho mittunt sortem. /

Primo pro nummata vini ; / ex hac bibunt libertini. / Semel bibunt pro captivis,/ post hec bibunt ter pro vivis, /

quater pro Christianis cunctis, / quinquies pro fidelibus defunctis, / sexies pro sororibus vanis, / septies pro militibus silvanis. //

Octies pro fratribus perversis, / novies pro monachis dispersis, / decies pro navigantibus, / undecies pro discordantibus,/

duodecies pro penitentibus, / tredecies pro iter agentibus. / Tam pro papa quam pro rege / bibunt omnes sine lege. //

Bibit hera, bibit herus, / bibit miles, bibit clerus, / bibit ille, bibit illa, / bibit servus cum ancilla, /

bibit velox, bibit piger, / bibit albus, bibit niger, / bibit constans, bibit vagus, / bibit rudis, bibit magus. //

Bibit pauper et egrotus, / bibit exul et ignotus,/ bibit puer, bibit canus, / bibit presul et decanus, /

bibit soror, bibit frater, / bibit anus, bibit mater, / bibit ista, bibit ille, / bibunt centum, bibunt mille. //

Parum durant sex nummate, / ubi ipsi immoderate / bibunt omnes sine meta, / quamvis bibunt mente leta. /

Sic nos rodunt omnes gentes, / et sic erimus egentes. / Qui nos rodunt, confundantur / et cum iustis non scribantur.

 

 

 

Ho finito di dipingere  il materiale grezzo su cui Vincenzo Gioanola lavorerà per montare un corto in animazione che sarà basato sul celebre testo, e altrettanto celebre musica, dei Carmina Burana di Carl Orff. Non ho idea di quando sarà pronto, ma confido in un grande risultato di cui la Giga è una interessante anticipazione (o bozza).

http://www.vincenzoreda.it/giga/

I miei auguri per il 2011, My wine wishes for 2011

Quest’anno ho scelto il Dolcetto Doc Langhe Monregalesi Bricco Mollea 2009 di Massimo Martinelli – Monsù Barolo, come sarebbe meglio appellarlo. La carta è una Fabriano 300 gr. 50% cotton. Ne ho fatti 73 pezzi, ognuno dipinto e scritto a mano sul retro con il mio solito inchiostro viola e la mia vecchia Montblanc.

Ho scelto alcuni simboli tra quelli archetipici e arcaici (sono una ventina e da questi derivano tutti gli alfabeti) universali: incisi su rocce e pareti di caverne a partire da 30/40.000 anni fa. Spero sia di buon auspicio per tutti i miei amici. Il testo recita:

“Simbolo e archetipo a formulare una augurio per il 2011. Scolpito con il Dolcetto Bricco Mollea 2009 di Massimo Martinelli (Symbol and archetype to make a wish for 2011. Carved with wine Dolcetto Bricco Mollea 2009 by Massimo Martinelli).

Antonin Artaud, Al paese dei Tarahumara

Antonin Artaud nacque a Marsiglia nel 1896 e morì a Ivry-sur-Seine nel 1948. Morì a causa di un tumore al colon.

Nei nostri anni Settanta è stato uno dei riferimenti principali: Il teatro e il suo doppio uno dei testi fondamentali per chi come me e i miei compagni di allora facevamo teatro d’avanguardia. Un altro testo importante di Artaud è Van Gogh il suicidato della società.

A cavallo dei Venti e dei Trenta egli partecipò come attore a diversi film: rimane indimenticabile la sua parte nel Giovanna d’Arco di C. T. Dreyer. Nel 1936 abbandonò il teatro per recarsi in Messico alla ricerca del rito del Peyotl, il fungo allucinogeno che cresce nelle montagne del nord-ovest di quel paese e oggetto di culti iniziatici tra gli indios. Dopo un misterioso viaggio in Irlanda nel 1937, fu internato in manicomio fino al 1945.

Questo libro, uno dei primi della Biblioteca Adelphi, lo acquistai una ventina d’anni fa e ho appena finito di rileggerlo. E’ una raccolta di testi che accoglie, oltre quello che gli dà il titolo, scritti che abbracciano più di 20 anni, tra il 1923 e il 1946. E’ un libro inaudito, feroce, visionario, stravolto e stravolgente: soltanto in certi testi di Isidore Ducasse (il conte “impensabile” de Lautréamont, oggetto di uno scritto di questa raccolta) si possono ritrovare analogie, peraltro consapevoli.

Questo secolo non capisce più la poesia fecale, l’intestina malora, di colei, Signora Morta, che dai secoli dei secoli sonda la sua colonna di morta, la sua colonna anale di morta nell’escremento d’una sopravvivenza abolita, cadavere anche i suoi io aboliti, e che per il delitto di non aver potuto essere un essere, ha dovuto cadere, per meglio sondarsi essere, in questo abisso della materia immonda d’altronde così gentilmente immonda in cui il cadavere di Signora Morta, di signora uterina fecale, signora ano, geenna d’escremento dopo geenna, nell’oppio del suo escremento, fomenta fama, il destino fecale della sua anima, nell’utero del proprio focolaio…..Il nome di quella materia è cacca, cacca è la materia dell’anima, e ho visto tante bare spargere le loro pozze davanti a me…..Io rimprovero agli uomini agli uomini di questo tempo di avermi fatto nascere con le più ignobili manovre magiche in un mondo che non volevo, e di volere con manovre magiche similari impedirmi di farci un buco per lasciarlo. Per vivere ho bisogno di poesia, e voglio vederne attorno a me. E non ammetto che il poeta che sono sia stato rinchiuso in un ospedale psichiatrico perché voleva realizzare in natura la sua poesia.”.

Questo stralcio emblematico di testo è parte della lettera scritta il 6 ottobre 1945 da Rodez a Henry Parisot: è uno dei momenti più alti, più disarmanti, più teneri pur nello sviluppo visionario e stravolto delle metafore di Artaud.

Le Monde, by Pierre Debroucher

http://masmoulin.blog.lemonde.fr/2010/10/21/la-peinture-au-vin-–-painting-with-wine-pittura-con-il-vino/

Il link qui sopra rimanda a un articolo interessante di Pierre Debroucher scritto sul blog de Le Monde: purtroppo sono confuso con pittori che usano il vino come acquarello. La mia ricerca è altro: è ossessione materica, ossessione formale, ossessione concettuale. Io il vino PRIMA lo bevo, lo conosco, lo amo. Amo le vigne, le terre, le cantine, gli odori forti delle vinacce. E amo le storie del vino e, soprattutto, amo gli uomini del vino.

E lasciatemi divertire….(Aldo citando Giurlani)

Divertimenti distorsivi sulla mia faccia, pare faccenda innocente e soltanto estetica, ma mica è vero: soltanto i semplici distinguono fra estetica e contenuto. La questione è assai più complessa e intrigante. E io mi ci diverto.

 

J. S. Bach Partita per violino n. 2 in re minore BWV 1004

Da adolescente ascoltavo Dylan e Guccini insieme a Vivaldi, Beethoven, Tchajkovskij e Dvorak. A trent’anni scoprii il jazz di Monk e mi stonavo con le polacche, le mazurke e soprattutto la Ballata in sol minore opera 23, sonata da A. B. Michelangeli, di Frederic Chopin (tantissimo Horowitz, secondo me il più grande pianista, con Listz ovvio, di tutti i tempi). Nei primi anni Novanta arrivai finalmente al Mozart del Don Giovanni, del Flauto magico e, infine, del Requiem.

Di Bach ascoltavo ogni tanto le opere più famose: mi piaceva, lo conoscevo ma non avevo ancora capito un bel niente. Fino a quando, ormai quarantenne, non mi misi con passione a ascoltare le variazioni Goldberg di Gould e la Passione di San Matteo: pare ovvio che rimasi estasiato, ma era soltanto l’inizio.

Johan Sebastian Bach – nato a Eisenach il 21 marzo 1685 e morto il 28 luglio 1750 – mi conquistò la pancia  e tutto il resto quando scoprii la Partita per Violino solo sonata dal grandissimo violinista russo Nathan Milstein (1904-1992). Questo straordinario interprete sonava uno Stradivari del 1716 (ex-Goldman, da lui ribattezzato Marie-Thèrése in onore di moglie e figlia).

Lo scoprii grazie a una irripetibile iniziativa editoriale de Lo Specchio, settimanale de La Stampa. Dopo di allora quell’opera mi è stata compagna in innumerevoli serate a parlare con me stesso o con l’Insondabile; a volte, spesso, semplicemente seguendo e inseguendo le singole note che ne compongono le cinque parti (Allemanda, Corrente, Sarabanda, Giga e Ciaccona). Dura in tutto mezz’ora scarsa di cui quasi 14 minuti sono del movimento finale che è senza dubbio uno dei capolavori della musica di ogni tempo.

Ho poi apprezzato anche l’esecuzione di Uto Ughi e della Ciaccona ho una versione per pianoforte eseguita da Michelangeli: ma per me nessuno eguaglia Milstein e il suo Marie- Tèrése. La Giga mi è servita come colonna sonora di un corto animato da Vincenzo Gioanola con i miei bicchieri di vino.

Tra l’altro, questo Cd – oltre a contenere testi preziosi che descrivono le opere, i generi e riportano brevi biografie di compositori e esecutori – contiene alcuni magnifici esempi di Sonate di Arcangelo Corelli (La Follia), di Handel e tre opere di Domenico Scarlatti: tra queste, ascolto sempre volentieri e con grande piacere la Sonata per clavicembalo in mi maggiore K 380, eseguita da Ivo Pogorelich al pianoforte.

Oggi riesco a ascoltare di tutto e ho imparato a  apprezzare Shuman, Musorgskij, Ravel, Rachmaninov, Berlioz e Debussy. Poi ho continuato con il Jazz e tutto il resto: perfino la lirica e le avanguardie, almeno fino a Cage e Nono.

 

Brassaï, Conversazioni con Picasso

“…La mia illuminazione notturna è magnifica, la preferisco addirittura all’illuminazione naturale….Dovrebbe venire una notte a vederla….Quella luce che stacca ogni oggetto, quelle ombre profonde che circondano le tele e si proiettano sui travi, le ritrova nella maggior parte delle mie nature morte, quasi tutte dipinte di notte… L’ambiente, qualunque esso sia, diventa la nostra sostanza stessa, lascia su di noi le sue tracce, si organizza secondo la nostra natura…”

“…Un muro è sempre qualcosa di meraviglioso…Io sono sempre stato molto attento a ciò che vi capita sopra. Da giovane, spesso ho addirittura copiato dei graffiti, e quante volte ho tentato di fermarmi davanti a un bel muro e incidervi su qualcosa…Un giorno, a Parigi, aspettavo in una banca. La stavano rinnovando. Allora, tra le impalcature, su un pezzo di muro condannato alla demolizione, ho fatto un graffito…Finiti i lavori era sparito…Qualche anno dopo, in occasione di non so quale rimaneggiamento, il mio graffito è ricomparso. Lo si trovò strano e si venne a sapere che era di… Ricasso. Il direttore della banca fece interrompere i lavori e fece ritagliare la mia incisione con tutto il muro attorno, come se fosse un affresco, per inserirlo in una parete di casa sua.”

Gyula Halász, in arte Brassaï dal nome del paese natale Brasso in Transilvania – allora ungherese e oggi rumeno – nacque nel 1899 e si stabilì a Parigi definitivamente nel 1924. Amico di Bela Bartok, Kandinskij, Moholy-Nagy e Kokoschka, iniziò come fotografo, nel fervore di Montparnasse, accanto a personaggi come Michaux, Atget, Kertesz. Divenne il ritrattista ufficiale delle avanguardie, ruotanti attorno alla rivista «Minotaure»: Breton, Dalì, Eluard, Man Ray, Giacometti, Picasso…

Questo libro (Titolo originale: Conversations avec Picasso – 53 photographies de l’auteur), fu pubblicato nel 1964 da Gallimard e dedicato all’ottantatreesimo compleanno del genio spagnolo. Allemandi lo ha tradotto nel 1996, la mia è la prima edizione.

Un libro di piacevole e sorprendente lettura: vi si trovano aneddoti e risvolti inediti raccontati secondo una prospettiva che è quella di un artista, testimone e artefice di un tempo memorabile. Racchiude un’epoca compresa fra il 1943 e il 1962: semplicemente, formidabile.

Autoritratto 1973: spleen

Autoritratto 1973

Mentula/Cazzo/Cock/Minchia/Lingam: l’essenza orgiastica del bicchiere

http://www.youtube.com/watch?v=w-Uf1AeSva0

cazzo-bicchiere-1

Priapo: il simbolo maschile del sesso. Oggi ci vergogniamo di parlare e di mostrare il sesso: la tradizione cattolico-cristiana, condita da tanto  giudaismo, ci ha insegnato che il sesso è peccato. Non così per i greci, per i romani che appendevano grandi cazzi (simboli di Priapo) a protezione di orti e giardini; non così per gli indiani che adorano il sacro Lingam di Shiva. Noi, invece, ci vergogniamo della faccenda più naturale che ci sia: fonte di vita e di piacere.

Il mio lavoro, del 1998, dipinto col Colorino – vitigno che una volta era usato nella formula del Chianti Classico per donare colore al vino – vinificato in purezza da Claudio Gori, vuol essere un inno laico ai riti orgiastici di Dioniso-Bacco-Libero-Lieo-Zagreo (tutti i nomi del dio del vino). Questo lavoro, nel mio immaginario, vuol significare l’essenza del bicchiere: perché si può bere (e offrire da bere, com’è ovvio), per chi ne ha voglia e piacere, da un bel cazzo…senza alcuna vergogna, perché non si fa del male a nessuno, anzi!

Il quadro è in formato 50×70 cm, vino su carta di cotone da 300 gr. E’ in vendita per 1.500,00 €. Chi fosse interessato può contattarmi.

01.01.2010 i miei vini, i miei bicchieri, le mie foto

Con questi vini ho cominciato il 2010. Il muffato Armonia d’autunno di Giacomo Marengo l’ho spremuto con le mie mani, insieme a Risa e Refet, macedoni, in un posto meraviglioso vicino Monte S. Savino, e ne ho anche dipinto l’etichetta: penso che sia una delle più belle cose che io ho fatto. Il vino è strepitoso, ne sono state fatte soltanto 4.000 bottiglie da 0,375 per pochi fortunati. Era giusto cominciare quest’anno con questa meraviglia. Il Camaracanda 2006 è un gentile omaggio di Angelo Gaja: che Iddio ci conservi a lungo uomini come lui. Li conservi per gente come noi, che se li meritano e li sanno apprezzare.

Vincenzo Reda, some words in english (biographical notes and some about my art)

Vincenzo Reda

Biographical notes

He was born in Sila, mountain in the south of Italy , and now lives and works, from 1960, in Turin.

He works in publishing and writes about wine and food on very important magazines and web-sites in Europe.

He has been intensely active in  theatre and  photography (important shows like “Rayoghaphs and pictures lumieres”, Turin 1976 and “Il diavolo ti vuole” – The devil wants you – with painter Bruno Chiarenza, Turin 1980) and in the avant-garde cinema (“Ogni corpo occupa un suo spazio” – Every body occupies its space – Venice, Biennial of art cinema, 1976).

Since 1993 he has been painting on paper, cloth and glass using wine, red and white, exclusively.

He showed his art works all in Italy and in Usa.

Some of his works are on display in Usa, South Africa, Germany, Brasil and Russia.

He is a Grand Master of the” Order of the Vine Leaf.”

He is married from 1990 and has an adopetd a indian daughter, Geeta, from Mumbay (1998, she is now 17 years old).

He says:

“ Wine is made to be drunk.

And naturally I drink wine and I like it very much.

Sometimes, particularly at night, after having drunk some, I spread it on certain types of paper , and wait for the miracle to happen, because it is certainly a miracle. But sometimes I need to wait days, weeks and sometimes months. I work with lots of patient to allow that miracle to happen as I expect, and to form shapes and shades as I

desire.

Wine is not only a colour or a simple drink. Every wine is a story that starts from the flaking of rocks in geological times, continues with the evolution of the climate and growth of a tenacious but delicate plant, and concludes the start of another story, this time populate by people.

I am not only a painter who paints with wine.

Also, I am not only a painter.

Who am I?

Maybe italian poet Aldo Palazzeschi or Marcel Duchamp could me give that answer.”

“I think there is a great difference between a craftsman and a real artist.

An artist lives his obsessions and his art works, have magic stream embedded in people feeling.

My obsessions are the glasses (I immagine a glass like a tree: with roots, trunk and leaves; from the earth to the sky…), and the stains on white, when I am painting I immagine to steel some white.”

Who am I (not) – Litotes (Litote: chi [non] sono)

I was not born in Turin

I do not live in Calabria

I am not a tall, beautiful blond with blue eyes

I do not have less than 30 years

I am  not separated nor divorced

I have no sons

I have no degree

I have not ever run a marathon in less than 2h,58m

I am not particularly fond of Raphael or Vincent Van Gogh

I am not partial to Russian and French novelists

I do not like so those who do not love Aldo Giurlani

I do not play golf or the game bocce

I do not like to say things of grand importance

I do not know important things

I do not believe but not absolute

About Art, about my art

Arte.

Quando si tratta di arte, la faccenda più complicata è senza dubbio alcuno distinguere tra sublime artigianato e arte vera e propria. L’interazione mano/cervello – per intenderci meglio: ciò che ha permesso all’essere umano di evolvere verso quel che oggi è definibile uomo – è il territorio complesso e di confini incerti che complicano e rendono effimeri i giudizi su quanto è possibile definire arte e quanto è semplice, pur affascinante e attraente, artigianato.

L’arte, per quanto mi riguarda, è una sorta di corrente, di flusso magico, la quale attraverso quella che è propriamente l’opera d’arte trasmette emozioni forti tra chi esegue quel manufatto e chi si trova nella condizione di fruirne.

La rivoluzione degli inizi del secolo scorso, a opera soprattutto di Marcel Duchamp, che intese annichilire il concetto di abilità manuale per premiare soprattutto il concetto, dunque l’azione creativa della mente, ha portato ulteriori complicazioni nella definizione di ciò che è arte.

Il Novecento ha esaltato personalità straordinarie in questo senso: Piero Manzoni con le sue Merde d’artista, Gino De Dominicis con le sue incredibili performance alle Biennali di Venezia tra gli anni Sessanta e Settanta, Keith Haring e Jean Michel Basquiat con i loro lavori di graffitismo urbano, ma anche la nostra Arte povera e la Transavanguardia promossa dal critico Achille Bonito Oliva costituiscono esempi di come l’arte si sia trasformata negli ultimi cento anni.

E ho volutamente tralasciato geni come Jackson Pollock, Andy Warhol, Roy Lichtenstein, Cristo…evitando inoltre di toccare cinema, musica, teatro, letteratura, fotografia…

Oggi un artista straordinario è l’indiano Amish Kapoor con le sue strepitose sculture che sono magiche strutture invadenti e inquietanti; oggi ci sono artisti che si rivolgono alle immense risorse del mondo digitale, elettronico, matematico. Addirittura, la frontiera della geometria frattale è un campo di fervide ricerche (in qualche misura, la dinamica delle strutture frattali è parte delle mie esperienze).

Ma siamo nel campo delle forme: perché, in ogni caso, l’arte è una faccenda che attiene alla Forma.

Perché, al di là di ogni scontata e semplicistica contrapposizione forma/contenuto, è l’evoluzione delle forme che permette alla ricerca artistica di spostare i suoi confini sempre un poco più oltre. I Contenuti, quelli sono sempre gli stessi: una poesia d’amore scritta da un dilettante qualunque e un capolavoro di Pablo Neruda, Octavio Paz, Anna Achmatova hanno gli stessi contenuti. E’ la forma che cambia, e questo fa la differenza in termini di emozioni che si trasmettono.

Per quanto mi riguarda, oltre alle mie ossessioni (un artista deve vivere di ossessioni) che riguardano il vino, le macchie e i bicchieri – nel calice ritrovo la forma perfetta dell’albero, con le sue radici, il fusto e la chioma: terra, ascesa, cielo – oggi sono molto attratto da quella forma d’arte ancestrale che è la Land-art, arte che si esprime lavorando sul territorio.

La Piana di Giza, Stonehenge, Nazca, Goebekli Tepe, i Nuraghi: questo è quel che mi attrae e non è urbanistica o architettura. E’ il concetto di territorio che si fa arte: i vigneti della Langa visti dal Belvedere di La Morra, i giardini all’italiana, Stupinigi…. Questa è land-art, arte che attiene all’ecologia, al bello del territorio. Al bello della storia di un territorio. E in quest’arte emozioni violente si trasmettono a chi le sa sentire e non sono soltanto visive.

Perché mai bisogna dimenticare che almeno il 90/95 % dell’estetica dell’arte si riferisce soltanto ai sensi della vista e dell’udito: il tatto, l’olfatto, il gusto sono sensi abbandonati alla fruizione del cibo e dell’amore. Ma anche qui c’è dell’arte, per chi la sa capire o, meglio, la sa fare.

“I miei lavori sono pura forma.

I contenuti sono nel vino che uso,

nelle nebbie della mia mente,

nelle fantasie di chi guarda i miei quadri.”

Vincenzo Reda

Speech per Merano, sabato 7 novembre

Saluto e ringrazio tutti i presenti, in particolare ringrazio Mario Busso e Vincenzo Vita per merito, o colpa a secondo di come la si vuol considerare, dei quali sono qui a parlare.

Mi presento: sono Vincenzo Reda – calabrese silano, trapiantato a Torino da sempre -una sorta di miscuglio disomogeneo tra un artista e un intellettuale.

Dopo una gioventù ricca di esperienze artistiche importanti nel cinema d’avanguardia, nella fotografia di body-art e in teatro, ho abbandonato l’arte per un lungo periodo in cui mi sono dedicato a attività imprenditoriali, prima con una agenzia pubblicitaria e successivamente in campo editoriale.

Sono stato vicepresidente dei giovani industriali di Torino e vicepresidente nazionale dell’associazione piccoli editori.

Poi, l’essere artista ha di nuovo prevalso e ho cominciato, quasi per caso, a dipingere con il vino nel 1993, ma senza esporre i lavori.

Fino all’incontro del ’97, nella sua splendida e storica dimora di Bergamo alta in via Sudorno, con Gino Veronelli che mi spinse a mettere in mostra le mie ricerche di pittura col vino.

Ho fatto la prima mostra a Capoliveri, Isola d’Elba, nel maggio del ’98 e il mio primo estimatore e collezionista è stato, lo dico con grande orgoglio, Vittorio Fiore per il quale ho dipinto con il suo Carbonaione.

Nel 2004 per quasi un anno ho diretto una grande azienda agricola in Toscana, esperienza che mi ha permesso di conoscere a fondo il mondo del vino e dell’olio.

Nel frattempo Elio Archimede prima, per Barolo & Co e Donato Troiano successivamente, per Informacibo.it mi hanno chiamato a scrivere di vino, meglio di storie del vino.

Ho pubblicato quest’anno il volume, che in sostanza raccoglie 6 anni di scritti, “Più o meno di Vino” con le Edizioni del Capricorno.

Un artista deve, secondo il mio pensiero, vivere di ossessioni e io posso dire di averne tante. Per rimanere nel merito delle mie ricerche in questo campo, tutto nasce dall’ossessione per le macchie del vino sui tovagliati immacolati e per la mia mania che riguarda l’estetica dei calici di cristallo: nella forma del calice rivedo la forma perfetta dell’albero con le sue radici affondate nella terra, il fusto che è una sorta di ascensore e la chioma che respira il cielo.

Nella bottiglia di vino, prima di ogni colore, sentore e sapore ci vedo sempre una storia. Un racconto di rocce che si sfaldano, di terra girata e rivoltata, di radici che cercano ostinate acqua e minerali, di foglie e di frutti che amano essere baciati dal sole. E poi un racconto di uomini, tenaci e sognatori, che lavorano.

Bevo, conosco, amo i vini con cui dipingo e ne conosco le terre, i climi e gli uomini e questo è il significato delle mie ricerche, a prescindere da fama, successo e business.

Ho esposto in tutta Italia e lavorato con vini siciliani e trentini, rossi e bianchi, secchi e dolci, fermi e frizzanti. Amo sopra ogni altro il Dolcetto e, tra i bianchi, il Verdicchio sia di Jesi, sia di Matelica.

Lo scorso anno ho esposto negli Stati Uniti, vicino a Boston e in questo momento ho una personale al Radisson Hotel di New Delhi, nel ristorante Med del mio amico Giovanni Leopardi, grande chef torinese in giro per il mondo.

Grazie e salute a tutti.

Angelo Gaja

Angelo Gaja a Eataly nel 2008 in uno dei suoi memorabili interventi: due ore indimenticabili a parlare dei suoi uomini di vino. Cominciò da suo padre e finì con Gino Veronelli.

“Vincenzo è una di quelle persone con cui si può parlare di tutto e di più,

uno da ascoltare.

Mi affascinano in lui le nostre diversità: non sopporto le macchie di vino,

pronto come sono a cancellarle subito, Vincenzo, invece, attende il silenzio

della notte per depositare sulla carta quelle dei vini che lo hanno

inebriato, nell’attesa di un prodigio, di un miracolo che si compia.

Sono calici sensuali, rifugi onirici, angosce silenziose, tremuli fiori,

delizie.”

Angelo Gaja

Il mio brodo primordiale: di dove mi venne l’idea di dipingere col vino

aldo-novarese

Recto e verso del biglietto da visita di Aldo Novarese, che quella sera d’autunno del 1993, al ristorante Da Gigi, vicino a Alpignano, mi ha fatto venire l’idea di dipingere col vino.

Aldo Novarese, scomparso nel 1995, è considerato il più grande ideatore e disegnatore di caratteri da stampa del mondo nel secolo scorso: ideare e disegnare un tipo di carattere significa disegnare tutte le lettere dell’alfabeto e i segni in normale e in corsivo, maiuscole e minuscole. Aldo nella sua vita ideò e disegnò circa 300 tipi di caratteri diversi (mi confessò che ogni carattere era stato ispirato da una donna diversa…). Aldo lavorò per tanti anni al reparto caratteri della gloriosa Nebiolo, macchine da stampa, di Torino e fu il maestro di Gianni Parlacino e Bruno Garavoglia, grafico e fotografo presso cui lavorai a cavallo tra gli anni settanta e gli ottanta: m’insegnarono la semplicità dell’eleganza nella grafica e nella fotografia. Di questo sarò loro grato per sempre.

Sul retro del biglietto ci sono, oltre le macchie di vino, anche gli schizzi di un maestro di scrittura parigino che mi spiegava l’origine di alcune lettere dell’alfabeto. Alla fine della cena eravamo tutti ubriachi e finimmo a parlare di calcio e donne e vino, dimenticando Garamond, Manuzio, Jenson, Caslon, Bodoni e tutti gli altri discorsi coltissimi e raffinatissimi dell’inizio della cena…..

Octavio Paz, Apparenza Nuda – L’opera di Marcel Duchamp

Di seguito uno straordinario brano di Octavio Paz, tratto da Apparenza nuda – L’opera di Marcel Duchamp, scritto tra il 1966 e il ’76 e pubblicato in Italia da Abscondita nel 2000.

È l’inizio del suo saggio fondamentale su Duchamp e su La Mariée mise à nu par ses Célibataires, même (Il Grande Vetro). Un testo tanto difficile quanto irrinunciabile per chiunque voglia approcciare l’arte moderna con serietà e in maniera approfondita.

Pablo Picasso (Malaga, 25 ottobre 1881-Mougins, 8 aprile 1973)

Marcel Duchamp (Blainville-Crevon, 28 luglio 1887-Neuilly-sur-Seine, 2 ottobre 1968)

“Forse i due pittori che hanno esercitato maggior influenza sul nostro secolo sono Pablo Picasso e Marcel Duchamp. […]

Picasso è ciò che accadrà e ciò che sta accadendo, l’evento futuro e quello arcaico, quello remoto e quello prossimo. La velocità gli permette di essere qui e là, essere di tutti i secoli senza smettere di essere dell’istante. Più che i movimenti della pittura del ventesimo secolo è il movimento fatto pittura. Dipinge in fretta e, soprattutto, la fretta dipinge con i suoi pennelli: il tempo pittore. I quadri di Duchamp sono la presentazione del movimento: l’analisi, la scomposizione e il contrario della velocità. Le figurazioni di Picasso attraversano velocemente lo spazio immobile della tela; nelle opere di Duchamp lo spazio cammina, si fonde e, divenuto macchina filosofica ed esilarante, confuta il movimento con il ritardo, il ritardo con l’ironia. I quadri del primo sono immagini; quelli del secondo, una riflessione sull’immagine.

Picasso è un artista dalla fecondità inesauribile e ininterrotta; le tele di Duchamp non raggiungono la cinquantina e furono eseguite in meno di dieci anni: infatti abbandonò la pittura propriamente detta quando aveva appena venticinque anni. Certo, continuò «a dipingere» per altri dieci anni ma tutto quel che fece a partire dal 1913 si inserisce nel suo tentativo di sostituire la «pittura-pittura» con la «pittura-idea». Questa negazione della pittura che egli chiama olfattiva (per il suo odore di trementina) e retinica (puramente visiva) fu l’inizio della sua vera opera. Un’opera senza opere: non ci sono quadri se non il Grande Vetro (il grande ritardo), i ready-mades, alcuni gesti e un lungo silenzio. L’opera di Picasso ricorda quella del suo compatriota Lope de Vega e, in realtà, parlandone bisognerebbe usare il plurale: le opere. Tutto quello che ha fatto Duchamp si concentra nel Grande Vetro, che fu definitivamente incompiuto nel 1923. […]

I due artisti, come tutti quelli che lo sono davvero, senza escludere i cosiddetti minori, non sono paragonabili. Ho associato i loro nomi perché mi sembra che, ognuno a modo suo, definiscano la nostra epoca: il primo per le sue affermazioni e le sue scoperte; il secondo per le sue negazioni e le sue esplorazioni.”