COUNTRY BLOWJOB, da Quisquilie & Pinzillacchere

Non ricordo quale fosse il paese: ma era già buio.

La  rapida sequenza incisa nella mia memoria mi pare come se fosse stata girata e montata da Sergio Leone.

Sceneggiatura di Tonino Guerra.

Location: la riserva indiana, rossa che più rossa non si può, del Mugello…

Ero ormai solitario corridore: davanti a me gli atleti quelli veri, i professionisti; dietro di me, lontani, quelli della corte dei miracoli che arrancavano forse ancora sulle rampe di Fiesole, staccati di chilometri e chilometri.

Ho da poco superato l’ultimo casolare di chissà quale paesino di quelle montagne: è buio pesto e devo far bene attenzione alla strada ma i sensi sono vigili e tutt’intorno si sente, fortissimo, l’odore pungente del fieno umido appena tagliato.

Vedo, improvvisa, sul ciglio destro della strada, un’automobile scura che mi ostacola un poco il percorso: non ricordo il modello.

Gli sono a fianco, sto andando almeno a 12 chilometri l’ora: scorgo il finestrino del conducente abbassato; penzola, inerte lungo la portiera, il braccio sinistro.

Faccio in tempo a fissare nella memoria un’espressione di grande rilassamento, di soddisfazione, di quasi estasi nel volto reclinato di un giovane bruno.

Ho quasi sopravanzato quell’automobile nella mia corsa veloce quando, è un attimo tanto fugace quanto indelebile, riesco a cogliere un’ultima, definitiva immagine di quella piccola storia.

Sono le labbra, come in un primissimo piano di un film di Leone, di una fanciulla che sta uscendo dall’automobile: sono labbra che una lingua soddisfatta ripassa con voluttà, come a raccogliere l’ultima goccia di un sapore prezioso…..

Indimenticabile: mi è rimasta impressa nella memoria con la nitidezza di un lampo.

Tutta la sequenza sarà durata non più di qualche secondo: mi ha tenuto compagnia per qualche chilometro della mia corsa il pensiero di quella piccola storia.

Erano giovani, saranno stati fidanzati?

Sarà stata la prima volta?

Magari era una squallida storia di corna….o, peggio, una ripicca femminile, come spesso succede.

O, invece, quella fanciulla amava, e nel paese era risaputo, quei giochi meravigliosi di labbra e di lingua che tutti i maschietti apprezzano oltremodo: nessuna brava come lei!

Chissà. Chi può saperlo?

Tra tutti i miei pensieri, e questa è una considerazione importante, non ebbi per certo nemmeno il più piccolo, anche comprensibile, sentimento d’invidia che senza dubbio la bella espressione soddisfatta e rilassata del ragazzo avrebbe suggerito: io avevo la mia corsa nel buio, la mia strada, i miei chilometri, i miei sentori di fieno umido, le mie lucciole, la mia fatica.

Le crisi, terribili, cominciarono a farsi sentire a 30 chilometri dal traguardo: ma ero preparato a dominarle.

Conclusi la corsa estenuante in circa 13 ore e mezza, classificandomi intorno alla 380° posizione: avevo raggiunto il mio obiettivo con ampio margine e immensa soddisfazione.

Una soddisfazione che, pur di natura tanto differente, mi accomunava in qualche modo all’espressione di rilassato piacere impressa sul viso del ragazzo a bordo del veicolo lungo il ciglio della strada e al gesto voluttuoso di quella lingua passata, con altrettanta soddisfazione, sulle labbra ancora umide di sesso della giovane paesana.

………………

Se lo scritto qui sopra avesse la pretesa di essere un racconto a carattere sportivo, il mio desiderio sarebbe quello di dedicarlo al mitico Vito Melito, bolognese di Ariano Irpino: vinse 4 volte il Passatore tra il 1976 e il 1981. Stabilì un record che rimase imbattuto per molti anni: 6h.40’.31”.

Invece lo scritto qui sopra ha tutt’altre pretese e mi pare doveroso dedicarlo a Linda Susan Boreman, nata a New York, alle fine degli anni quaranta come Vito, e purtroppo scomparsa nel 2002 a Denver, causa un incidente.

Era meglio conosciuta con lo pseudonimo di Linda Lovelace, interprete nel 1972 del celeberrimo Deep Throat.

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