Federico Rampini, La speranza indiana

Questo libro di Rampini è del 2007 (Mondadori, Collana Strade blu, 245 pp. 15 €): è un lavoro assai interessante che presenta l’universo indiano come Rampini sa fare. Certo, è pur sempre un’ottica occidentale, ma forse, proprio per questo motivo, comprensibile con maggior facilità dai lettori europei. Di seguito riporto un brano sulla questione per noi meno ammissibile: la faccenda delle caste.

Un apartheid millenario.

Il sistema delle caste è così antico che le sue origini si confondono con la stessa genesi dell’induismo. Fino a un’epoca abbastanza recente, del resto, si usavano indifferentemente il termine di induismo o quello di «religione braminica», dal nome della classe di sacerdoti e letterati che ha creato e domina il sistema delle caste. Il sistema braminico è la religione più antica che sia sopravvissuta senza interruzione nella storia umana. E le sue fonti scritte originarie (Rig Veda) risalgono al 1200 prima di Cristo e forse ancora più indietro. Organizza il sistema delle caste secondo una scala gerarchica di «purezza»: sotto i bramini vengono i guerrieri (kshatriya), quindi i commercianti (vaishya). In fondo ci sono le basse caste (shudra) che includono gli agricoltori e vari mestieri «impuri» come lavandai o barbieri. Oggi questi gruppi giuridicamente definiti come other backward classes (obc), cioè «altre classi arretrate» rappresentano almeno metà della popolazione indiana. Infine, all’ultimo gradino, ci sono gli  intoccabili, che Gandhi volle ribattezzare «i bambini di Dio» (harijans) e che dalla burocrazia vengono schedate come «caste schedate»: si stima che siano il 22% della popolazione. Queste grandi categorie si suddividono poi in un’infinità di sottocaste diverse a seconda dei mestieri e delle regioni dell’India. La stratificazione si è arricchita e complicata nei secoli, anche con fenomeni di mobilità sociale verso l’alto e verso il basso: alcune caste sono state «promosse» col tempo grazie al successo economico delle loro attività. [...] Ecco come ne descrive la legittimità e il ruolo uno dei più grandi filosofi indù del Novecento, Ananda Coomaraswamy: «….Nell’ordine sacro il lavoro di tutti gli uomini è necessario e ha un posto. Nella logica secondo cui ogni lavoro è sacrificio – per quanto ciò possa sembrare strano alla mentalità moderna dei profani – dal bramino al re e dal vasaio allo spazzino ognuno esercita un sacerdozio e ogni azione è un rito. Ciascuna delle loro sfere ha la sua etica professionale. a differenza della suddivisione industriale nata in Occidente, l’istituzione delle caste non comporta diversi gradi di responsabilità. Questa organizzazione indiana dei ruoli, delle lealtà, dei doveri reciproci, è assolutamente incompatibile con il carattere competitivo della società industriale: per questo viene sempre dipinta in modo negativo dai sociologi. Una totale confusione delle caste segna la morte di una società, trasformata in una folla amorfa. Di fatto è in questo modo che le società tradizionali vengono uccise e la loro cultura distrutta, a contatto con le civiltà industriali e proletarie». Poi Rampini cita un bel passo di Pier Paolo Pasolini tratto dagli Scritti corsari in cui il grande intellettuale, con la sua lucida visione antropologica non rigorosamente occidentale, rende merito alle ragioni di Coomaraswamy. Rampini, poco oltre, specifica che la democrazia indiana comprende partiti che rappresentano gli «intoccabili» e che questi sono degnamente rappresentati nel Parlamento indiano.

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