Fiat Mirafiori, Reparto Carrozzeria 1972-73, 13832322

In questi giorni in cui lo stabilimento di Mirafiori della Fiat a Torino è al centro dell’attenzione di tutto il nostro paese, mi piace di riportare in homepage il mio racconto, compreso nel volume Più o meno di vino, pubblicato nel 2009. Il racconto fu scritto 2 o 3 anni prima e riferisce fatti del periodo 1972/73 in cui ho lavorato in catena di montaggio nel reparto Carrozzeria di Mirafiori, l’auto era la gloriosa 127 (costava 920.000 lire, circa 500 €). Allora Mirafiori dava lavoro a quasi 60.000 addetti! Era un’immenso sferragliare di meccanismi e di uomini. E in quel periodo la Fiom era fortissima. I tempi oggi sono cambiati, né in meglio né in peggio: i tempi cambiano sempre; sono gli schemi che non cambiano mai. Ci mancherebbe.

“Avevo diciott’anni umidi e nebbiosi e freddi, com’erano freddi e nebbiosi e umidi quei primi anni settanta in una città che s’alzava al mattino sciatta come s’era coricata alla sera.  Dentro quel limbo sferragliante ho lavorato un anno ma il ricordo è quello di un novembre senza fine. Tornavo a casa tardi, scuola serale, neanche stanco: solo intorpidito, come in una trance dentro cui mi facevano precipitare le formule di prostaferesi o i diagrammi di carico delle travi doppiotì.

Non ho mai avuto bisogno della sveglia: mi alzavo ogni mattina alle cinque e cominciavo a agire sotto gli impulsi di una sorta di pilota automatico che governava i gesti del mio quotidiano.

Sentivo tanto freddo, era sempre novembre.

M’infagottavo ben bene per veleggiare lungo il rettilineo di via sanremo e farmi ingoiare dal cancello numero tre di corso tazzoli, confuso dentro un fiume di figuri, di fantasie in processione dentro un caos di luci e penombre e rumore formicolante di non vita.

Mirafiori, reparto carrozzeria.

La linea partiva alle sei in punto.

Venivano giù le scocche nude delle centoventisette che dovevamo trasformare in automobili: trecento ogni giorno. Ero uno dei primi: dovevo inserire i cavi elettrici del cruscotto con un mio compagno, un autentico contadino astigiano non ancora inquinato.

Faceva un freddo come non ne ho più sentito: bisognava aspettare almeno un’oretta prima che il ritmo ossessivo delle scocche permettesse di scaldarsi.

Tutti pativamo il freddo, anche quelli che operai lo erano davvero: chi per talento, chi per costituzione, chi per ceto, chi per tradizione.

Meno lui.

Era un veneto: tracagnotto, una bella pancia da esposizione. Me lo ricordo di una trentina d’anni e  un poco stempiato.

Alle sei e cinque minuti era già sudato e in canottiera. Una di quelle canottiere di lana bianca con le spalline sottili come usavano in quel periodo.

Diavolo di un tanghero, non riuscivo a capacitarmi di come  potesse sentire così caldo a quell’ora del mattino, quando anche le povere scocche parevano rabbrividire di quel freddo ostinato, scendendo nude dalla verniciatura, tutte piene di buchi e spifferi che a noi toccava di riempire.

Si cominciava alle sei in punto: arrivavo nello spogliatoio, sopra al primo piano, giusto in tempo per cambiarmi, scendere le scale, bollare la cartolina – 13832322 - e prendere in mano il primo fascio di cavi da inserire nella prima scocca. Il veneto era già in canottiera e sudava come se fossimo a quaranta gradi sotto il sole giaguaro.

Un’ossessione quel veneto gocciolante.

Fino a quando una mattina, chissà perché, arrivai una decina di minuti prima del solito: era ancora nello spogliatoio davanti al suo armadietto di lamiera grigia.

Me lo ricordo in piedi, indosso la canottiera di rigore ma non ancora gocciolante; mi voltava le spalle,  rivolto verso il suo armadietto aperto, un braccio lungo il corpo e l’altro all’interno a sostenere qualcosa.

Erano le sei meno un quarto e dal bottiglione di già ne mancava più che la metà…..”.





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