Gaia Gaja: Di padre in figlia, HoReCa n. 64

«L’incipit è folgorante, biblico addirittura: Io sono impastato con questa terra…”. Sullo sfondo della saletta elegante del 5 stelle Westing Palace Hotel di Milano è proiettata una diapositiva in cui la piramide perfetta del Monviso sorveglia austera la Langa. Così, con questo biblico incipit, Angelo Gaja comincia la sua chiacchierata di un’ora abbondante che costituisce la prima parte dell’evento milanese, organizzato per celebrare il secolo e mezzo di vita dell’Azienda di famiglia. E, dopo aver letto due brani di Cesare Pavese – da La luna e i falò – e di Beppe Fenoglio (racconto folgorante, in cui la passione per il gioco e per le donne dei Langhetti è stemperata nel fatalismo contadino), Angelo parte per davvero a raccontare la sua famiglia. Ricordo Gianni Agnelli cominciare le sue interviste e i suoi discorsi, spesse volte con: “Mio nonno…”. Fortunato colui che ha un nonno importante, non importa come, da tenere nel cuore. È da Clotilde – Tilde, Tildìn….- Rey, la nonna, montanara di Salbertrand, alta Val Susa, che parte il racconto di Angelo.

Angelo mi piace perché parla poco di vino nei suoi interventi pubblici: è di uomini, di persone che egli racconta.

E dalla nonna, severa, austera, che insegna l’importanza della qualità al nonno Angelo, passa a raccontare con fervore, con amore del papà Giovanni: è costui che con fede cieca nel suo Barbaresco impone il marchio Gaja come garanzia di qualità.».

Il brano qui sopra è tratto da un mio articolo in cui scrivevo, il 25 settembre del 2009, la cronaca di uno dei soli tre incontri che Angelo Gaja organizzò  in Italia per celebrare il 150° anno della fondazione della sua Azienda. E proprio pensando alla figura della bisnonna Tildìn – e ricordando mia nonna Filomena con i suoi occhi di brace il cui sguardo soltanto il suo confessore, Padre Pio, riusciva a sostenere – che mi accingo a intervistare Gaia, la primogenita di Angelo: in continuo viaggio per il mondo a raccontare i suoi vini. Gaia è ormai una donna fatta, volitiva, dallo sguardo fiero e dai bei lineamenti: una persona che è entrata in azienda guidata con leggerezza dalla mano di un papà importante con cui, per necessità, deve confrontarsi. Ma oggi il confronto è su un piano di assoluta parità.

Innanzi tutto, da quanto tempo sei entrata a tutti gli effetti in azienda e con quali mansioni?

A tutti gli effetti da Ottobre 2004. Non abbiamo uffici a compartimento stagno, pertanto ognuno svolge più mansioni. Io mi occupo della commercializzazione all’estero e della promozione dei vini ma non sono l’unica: mi consulto con mio padre, anche lui continua ad occuparsene. Viaggio e raccolgo idee che poi condivido con la mia famiglia, con i nostri collaboratori in cantina e in campagna e a volte da questi confronti nascono nuove idee e stimoli, nuovi progetti e esperimenti.

Quale è stata la tua preparazione scolastica?

Ho studiato al Liceo Classico di Alba e poi all’Università di economia Aziendale di Pavia.

Come sei stata accolta, o meglio: quali sensazioni hai provato nei primi rapporti con clienti e collaboratori?

La nostra è un’azienda a impronta familiare. I nostri collaboratori sono con noi da diversi anni. Non è stato difficile entrare in comunicazione con loro e creare una squadra: sono persone che conosco da diversi anni, ancor prima di iniziare a lavorare. Il rapporto con i clienti è stato ottimo da subito. Mi ritengo una persona fortunata, faccio un lavoro che mi piace e che mi porta a girare il mondo frequentando spesso persone interessanti, conoscitrici, appassionate che sono fonte di stimoli.

Secondo te, quanto il fatto di essere “figlia di” influisce in questi rapporti?

Influisce in positivo e in negativo per cui gli effetti si annullano. Generalmente questa domanda la giro a mio padre Angelo, mi diverto a chiedergli come ci si sente a essere il “padre di”… Credo che essere “figlia di” accentua il comportamento della persona con cui mi sto relazionando, accentua la sua attenzione o prestazione o gravità…

Parlami del rapporto con tuo padre.

Come tutti i rapporti tra genitore e figlio, non si può liquidare questa domanda in poche parole. Ma posso dire che è sempre stato un rapporto molto costruttivo, fatto di insegnamenti costanti, visti, vissuti, spiegati. E’ un rapporto basato sulla stima e il rispetto e ultimamente anche un po’ di più sul confronto.

Oltre a un padre importante, che tutti conoscono, hai una madre molto presente ma assai meno conosciuta fuori dall’azienda: come ti confronti con lei?

Mia mamma….che sul lavoro ho imparato a chiamare Lucia (così come ho imparato a chiamare mio papà Angelo), è un esempio di vita in quanto mamma, confidente, amica, moglie, donna, cuoca e instancabile lavoratrice.

Senti il peso di essere un imprenditore di sesta generazione, con tutto ciò che implica questo fatto?

Non ne sento il peso, così come non mi pesano particolarmente i giudizi. Il peso che sento è quello del tempo che passa veloce e della necessità di impadronirmi sempre più e velocemente del mio mestiere, imparare a massimizzare il rendimento mio e delle persone che lavorano con me, imparare a prendere le decisioni che mi spettano tempestivamente, imparare ad attuare e rendere reali i sogni che ho e ciò che è giusto fare.

Avendo la vostra azienda uno scenario planetario, quali sono secondo te le prospettive di evoluzione in un simile mercato “globale”?

Sono molto ottimista, il mondo offre ovunque grandi opportunità. Ci sono nuovi paesi che si affacciano con interesse al mondo del vino che vanno seguiti con attenzione. Penso alle piccole cose che possiamo migliorare, ai dettagli ai quali dovremmo fare maggiore attenzione. Sono sicura che i riconoscimenti arrivino con il tempo.

Domanda scontata: quali suggerimenti ti senti di fornire a un giovane (una giovane) che abbia l’ambizione di misurarsi con le problematiche con le quali tu ti stai confrontando?

Saper ascoltare, rubare con gli occhi, imparare il mestiere dalle persone che questo mestiere lo praticano da una vita, leggere e tenersi aggiornati, essere tolleranti e rispettosi di tutti i colleghi che, in maniera anche diversa dalla propria filosofia, portano il vino italiano nel mondo e accrescono il valore del nostro paese. 

Per finire, dimmi due parole sulle donne e il vino.

Quando penso alla mia azienda penso che il ruolo svolto dalla mia bisnonna in passato sia stato determinante nell’educazione di mio padre. E mi piace pensare che sia stata una donna a dare un impulso alla crescita qualitativa dei nostri vini, in un momento per giunta in cui la donna non aveva grandi riconoscimenti. L’esempio costante di cosa voglia dire essere donna del vino ce l’ho in casa, è Lucia. Lavoro con mia sorella Rossana e abbiamo molte collaboratrici donne sia un ufficio sia in cantina e in campagna. Così come sono sempre più le consumatrici di vino mie clienti. E’ un dato di fatto.

Grazie e in bocca al lupo, per tutto.

 

.

 

2 Responses to “Gaia Gaja: Di padre in figlia, HoReCa n. 64”

  1. Intervista a Gaia Gaja, anteprima | Vincenzo Reda Says:

    [...] http://www.vincenzoreda.it/gaia-gaja-di-padre-in-figlia-horeca-n-64/ [...]

  2. Gaia Gaja sta facendo carriera…. | Vincenzo Reda Says:

    [...] http://www.vincenzoreda.it/gaia-gaja-di-padre-in-figlia-horeca-n-64/ [...]

Leave a Reply