Il cielo di Gilda

Questo è uno dei miei racconti preferiti. Tra quelli che ritengo meglio riusciti. Il concepimento e la scrittura occuparono un periodo piuttosto lungo, tra il 2006 e il 2010. Fu pubblicato in Quisquilie & Pinzillacchere (Graphot, Torino, 2010). E’ dedicato a Domenico Modugno, anche. E’ la storia di una tartaruga, Gilda, nata sulle spiagge sabbiose del lungomare di Torino….

«Domenico era un signore già avanti negli anni.

Domenico era brizzolato e aveva dei magnifici baffi ancora neri.

Domenico scriveva canzoni e quelle canzoni le cantava sempre, a volte a voce piena, altre volte, quasi vergognandosi, le sussurrava tra sé e sé: erano canzoni che parlavano di mare e di cielo, di pesci e di blu.

Domenico era l’unico che conosceva quella spiaggia prodigiosa di Torino: una spiaggia riparata, nascosta e dalla sabbia finissima che guardava il mare del Sud, un mare magico che mai era in tempesta: le onde lente, brevi, ossessive parevano lambire quella spiaggia come baci soffici con un rumore che qualcuno aveva scritto sopra un pentagramma sconosciuto.

Una musica malinconica, un’antica ballata dai ritornelli inesausti.

A Domenico piaceva passare le ore del tramonto e dell’alba su quella sabbia a cantare le sue canzoni, da solo, assorto e attonito: sbalordito dallo spettacolo che quel minuscolo angolo dimenticato sapeva regalargli ogni volta.

Domenico, si capisce, era un uomo semplice che riusciva a stupirsi e meravigliarsi col poco di quella spiaggia.

Ma Domenico sapeva che ogni tanto, sotto la rena finissima, avveniva un miracolo: in certi posti, sempre quelli, che egli conosceva bene, la sabbia cominciava a smuoversi; prima in maniera quasi impercettibile, poi via via sempre più evidente.

E allora ecco che, con fatiche immani, goffe, quasi ridicole, spuntavano da decine di bianchissime palline da ping pong malamente sventrate degli esserini di quattro, cinque centimetri che, agitando le zampette già forti, annusando il mare, vi si rivolgevano col loro vigore di giovani urgenze di fresca vita.

I musetti spinti in avanti a sentire l’aria salmastra, le zampette frenetiche a spingere con disperato impegno quel caos di granelli di sabbia umida che parevano organizzati per respingerle verso la placenta rorida e granulosa che le aveva accudite e protette, dentro le palline bianchissime, per qualche decina di giorni.

Domenico rimaneva sbigottito, accoccolato sulle gambe, a osservare tutta quella tenue e minuscola frenesia; tutte quelle vite appena appena sorte di sotto la rena agitarsi, tènere e ostinate, rivolgersi al mare, anelare il mare, guadagnare il mare.

In verità, Domenico si preoccupava di vigilare, senza intervenire direttamente, affinché i crudeli e voraci gabbiani, come stuka predatori, evitassero di avventarsi in picchiate mozzafiato a stroncare sul nascere quel brulicare miracoloso di vita.

Era sufficiente la sua presenza perché i maledetti uccellacci rimanessero in quota, in agguato, sperando in un momento di distrazione di quella sentinella inflessibile; quando qualcuno tra quei volatili, temerario e degli altri più affamato o coraggioso, aveva il malaugurato azzardo di tentare un attacco, Domenico reagiva in modo tale che l’uccellaccio malaccorto non potesse far altro che ritirarsi urlando e imprecando male parole, forse anche qualche bestemmia e certo insulti all’indirizzo di quel farabutto intruso guastafeste.

Una volta, fra le tante, successe un fatto inconsueto: uno di quegli esserini minuscoli, appena sbucato affannato di sotto la rena, dopo pochi sbilenchi tentativi di avanzare verso il mare si era fermato, come pietrificato.

Domenico, avendo notato quello strano comportamento con l’occhio esperto di chi quelle attività conosceva da molti anni, s’era avvicinato e aveva cominciato a osservare l’animaletto imbambolato col capino minuscolo, ancora in possesso del piccolo rostro che gli era servito per rompere il guscio dell’uovo, rivolto all’insù.

Era strana quella creaturina, leggermente differente dalle altre: ci mise un po’ Domenico a capire che cosa c’era di diverso in quella tartarughina imbambolata a fissare il cielo.

Aveva gli occhietti più grandi delle altre, molto più grandi e più espressivi: e fissava il cielo dell’alba, forse le rare stelle che ancora si attardavano per morire, ultime, annegate nella luce del sole incombente.

Domenico stette a osservarla per un po’, preoccupato anche del fatto che così ferma potesse costituire un comodo bersaglio per un gabbiano più audace degli altri; la sua grande esperienza gli suggerì che doveva trattarsi di una femmina: era stata infatti una delle prime a sbucare e dunque doveva essere tra quelle che abitavano le uova più in superficie che, causa la diversa temperatura, danno origine alle tartarughe di sesso femminile.

E quella sciocchina continuava a rimanere imbambolata col capino spinto all’insù e gli occhioni a fissare il cielo, le stelle, forse quelle bianche sagome veleggianti che non riusciva a sentire minacciose.

Succedono fatti strani certe volte, nel corso della vita di ognuno: senza alcuna ragione Domenico, ancora accoccolato a osservare e a sorvegliare quel curioso e buffo progetto di tartaruga, si sorprese a dargli un nome.

Gilda.

Quella tartarughina si sarebbe chiamata Gilda, senza perché, o forse senza conoscerne l’insondabile perché: perché c’è sempre un perché, solamente che noi a volte, forse spesso, non lo conosciamo.

E Domenico, per la prima volta, si ritrovò indeciso e confuso su come agire: avrebbe forse dovuto spingere, con la delicatezza del caso, la neonata tartaruga verso il mare?

Avrebbe dovuto, molto più accorto, aspettare che l’esserino decidesse da solo di procedere verso quanto l’istinto primordiale gli stava ordinando?

Chissà.

Decise di aspettare. Di sorvegliare e di aspettare. E si mise a canticchiare una canzone che parlava di cielo, di blu.

Accadde un altro fatto inspiegabile: dopo qualche parola e qualche nota, più sussurrate che cantate, di quella magica canzone la tartarughina abbassò la testa e rivolse verso di lui gli occhioni, non più stupefatti o attoniti: era per certo uno sguardo curioso e interessato.

A quella vista Domenico alzò un poco il volume della voce e prese a cantare in maniera più convinta, quasi interpretando il testo mentre pian piano si moveva verso il bagnasciuga: Gilda, sempre fissandolo, cominciò a seguirlo.

Occorse una quantità di tempo che Domenico non riuscì a computare, ma alfine riuscì a portare la tartaruga a ridosso delle onde più lunghe.

Allorché pareva aver concluso quell’operazione in qualche modo estenuante, e cominciava a sentirsi esausto e anche stanco di ripetere gli stessi versi e le stesse note di quella pur magnifica canzone, a pochi centimetri dalle prime onde, quelle che con fatica e quasi al rallentatore bagnano i lembi di sabbia più lontani, Gilda si arrestò.

Voltò la testolina verso l’ultima luce rimasta eroica nel cielo, che ormai s’era schiarito aspettando l’arancia lucente del sole spuntare da dietro le dune, sul fondo della piccola spiaggetta oppressa dai palazzi incombenti della città, e ristette ancora imbambolata con i suoi grandi occhi a fissare quella luce ormai tenue.

E non era una stella.

Era un pianeta, forse Venere?

Ma no, Venere calava da tutt’altra parte del cielo!

Eppure era un pianeta, sicuro: il pianeta di Gilda.

Domenico s’era fatto muto, di colpo.

Osservò Gilda fissare il suo pianeta, sbattere le palpebre, quasi sospirare come rassegnata, abbassare la testolina, osservare il frangersi delicato delle onde, volgersi ancora a guardare Domenico, di nuovo sbattere le palpebre.

Poi chiuse i suoi grandi occhi e si avventò, quasi con frenesia, incontro al mare che, ormai esausto di aspettare, l’accolse nel ventre confortevole, salato, nutriente.

Domenico rimase come inebetito, attimi eterni, a contemplare un puntino invisibile ingoiato dal mare.

………..

 Anni passarono, forse secoli o millenni o ere, chissà

E Gilda tornò.

Ma Torino non aveva più la sua spiaggetta portentosa, e il mare s’era fatto lontano lontano: risalì fiumi putrescenti, rivoltanti, popolati di mostri e carogne.

Nuotò per parasanghe e parasanghe che parevano mai finire, sempre seguendo quella magica voce senza suono.

E ritrovò, esausta, quello stesso posto ch’era stata la sua spiaggia in riva al mare.

Domenico, anch’egli, era svanito e con lui le sue canzoni di mare e di cielo e quella, quella che parlava del blu: non c’era più.

E il cielo non era lo stesso e il suo pianeta: tutto finito, tutto scomparso, tutto cambiato.

Un laghetto minuscolo, popolato da tante tartarughe che mai avevano veduto il mare, occupava quella che era stata la sua magica placenta umida e granulosa.

Un rumore di fondo, come una sorta di cacofonia sporcava l’aria e il cielo era diventato di un colore strambo: violaceo, marrone, terreo, orribile.

Mille luci confuse, disordinate, slabbrate pareva litigassero in quell’oscurità fangosa.

Gilda ebbe un moto di sconforto.

Abbassò la grande testa e trasse un profondo sospiro dal suo becco robusto.

I suoi occhi, i suoi grandi occhi si chiusero per un attimo eterno.

Poi, come d’incanto, le palpebre si misero a sbattere con frenesia: gli occhioni si spalancarono, la testa si alzò verso il cielo sul corto collo proteso e rimase impietrita.

Aveva sentito una vecchia canzone.

Si ritrovò ancora sbigottita a fissare il suo amico pianeta che lumicava di lassù.

Percepiva, pur senza vederlo, Domenico, con i grandi baffi neri, vicino a vigilare per  tenere lontani i gabbiani predatori.

E pensò: ecco, sono a casa.».

One Response to “Il cielo di Gilda”

  1. traslochi-roma Says:

    Articolo molto interessante… di sicuro non sempre i soliti consigli triti e ritriti… grazie per lo spunto.

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