Kuo Ji, Cucina cinese e vini piemontesi, su Barolo & Co.

La Cina è il terzo paese più esteso dopo la Russia (17 mln di kmq) e il Canada (9,8 mln), con i suoi circa 9,6 milioni di kmq ha una superficie di poco inferiore all’Europa ma con il doppio della popolazione: 1,4 mln di persone. Il suo territorio si estende tra il tropico del Cancro e la Siberia, con una varietà climatica e geografica quasi senza eguali: 18.000 km di coste, le cime del Tibet, i deserti della Mongolia interna, le foreste sub-tropicali del sud e i grandi fiumi che ne incidono il territorio da ovest verso est.                                                                                                                                 Se si considera quanto sopra in rapporto con la sua storia millenaria e la sua straordinaria cultura, appare evidente che l’universo enogastronomico di questo paese è un insieme incredibilmente variegato di materie prime, di preparazioni, di tradizioni e di suggestioni. Ai cinesi dobbiamo la domesticazione del maiale, delle oche, delle anatre e dei bufali; così come la coltivazione del miglio, del riso (prima del 7.500 a. C.), della soia, del tè e del baco da seta, senza dimenticare gli agrumi, le pesche e le pere.                                                                                                                                                             Nel corso dei millenni la cucina cinese si è diversificata in otto differenti tradizioni regionali: Anhui, Cantonese, Fujian, Hunan, Jiangsu, Shandong, Sichuan, e Zhejiang che in buona sostanza sono rappresentative della diversità delle materie prime presenti nelle rispettive aree geografiche. A tutto questo occorre aggiungere che la tradizione cucinaria cinese è stata esportata in quasi tutto il mondo con importanti contaminazioni che hanno dato luogo a risultati sorprendenti soprattutto in Nord America e in Perù, senza contare l’influenza sui territori limitrofi di Corea e Giappone.                                                                                                                                                                                                   Gli strumenti di questa millenaria tradizione sono essenzialmente due: le bacchette e il wok. L’uso delle bacchette si fa risalire già all’epoca della dinastia Zhou (XII-III sec. a.C.), mentre l’invenzione della “frittura saltata”, oggi usata in tutto il mondo, risale al periodo Tang (VII-X sec.) e prevede l’uso del wok, una sorta di padella concava e profonda che può essere usata anche per la cottura a vapore. I piatti che oggi sono tipici della cucina cinese sono quasi tutti originari dell’ultimo periodo imperiale, la dinastia Qing (1644-1911).                                                                                           Fondamentale è capire la ricerca dell’armonia nell’alimentazione cinese; al principio femminile yin appartengono le verdure, gli ortaggi, le leguminose e la frutta: alimenti umidi e rinfrescanti. La carne, le fritture e i cibi speziati sono considerati cibi maschili, caldi: yang. Anche i cinque sapori (dolce, salato, acido, amaro, umami) devono essere in armonica sequenza, senza contare tutti gli incredibili riferimenti che intercorrono tra l’alimentazione e la medicina tradizionale.                                                                                                                                                                                   Comunque, quando si parla di cucina cinese in Italia, fatte salve rarissime eccezioni, ci si riferisce alla cucina tradizionale cantonese e di Hong Kong. Il primo ristorante cinese aperto in Italia fu lo Shanghai, nel 1949 a Roma in via Borgognona; si dovette aspettare la metà degli anni Sessanta perché anche a Milano e Firenze aprissero i primi locali che proponevano la loro cucina soprattutto alle comunità di immigrati, impiegati soprattutto nelle attività tessili e commerciali.                                                   A Torino, tra gli anni Settanta e gli Ottanta aprono i primi, storici ristoranti (ancora piuttosto cari e percepiti come vere curiosità esotiche): King Hua, Hong Kong, Mister Hu, Via della Seta e Zheng Yang. La comunità cinese a Torino è forse la più numerosa d’Italia e certo la più antica: i primi immigrati arrivarono durante la Grande Guerra a sostituire gli operai impegnati al fronte; ma l’immigrazione più importante si ebbe negli ultimi due decenni dello scorso secolo.                                                  Ho scelto il ristorante Kuo Ji, in via San Massimo, 4 a Torino, per effettuare gli accompagnamenti di vini piemontesi ai piatti della cucina cantonese. Aperto nel 1987 dalla signora Yu Mei, proveniente da Shanghai, oggi è gestito da Giusto, suo figlio quarantenne ancora nato in Cina ma con tre eredi ormai italiani a tutti gli effetti. Ristorante luminoso e pulito, 90/100 coperti, con materie di prim’ordine e servizio impeccabile. Lo frequento da quasi 25 anni e non ho mai avuto brutte sorprese; oltretutto, presenta una carta di vini interessante e un rapporto qualità/prezzo di assoluta convenienza.                                                                                       Cinque i piatti: riso cantonese, ravioloni di gamberetti, maiale in agrodolce, gamberetti alla griglia e anatra alla cantonese.                                                                                                                                                                                                Quattro, come al solito i vini e tutti del 2015: una Favorita storica da vigne di Langa e Roero, un sensazionale Arneis DOCG da Canale, un rosato di Nebbiolo da Barolo e un classico Dolcetto d’Alba da Monforte.                                                                 La Favorita  (vitigno Vermentino coltivato in Piemonte), con la sua piacevolezza e quel leggero pizzicore che non è propriamente frizzante, si sposa perfettamente con il riso cantonese che poi sostituisce il pane: riso tipo basmati (sottospecie japonica) bollito e poi saltato con uova strapazzate, cubetti di prosciutto cotto, piselli, salsa di soia e cipolla. Più sofisticato l’accompagnamento del riso con l’Arneis di Canale: vino complesso e corposo (13 % vol), vinificato in parte sulle bucce e con un’alta percentuale di mosto che non ha svolto la fermentazione malo-lattica. Ideale con gli ottimi gamberetti alla griglia, ma capace di accompagnare anche i ravioli di gamberi (la pastella è di farina di riso), come del resto anche la Favorita. Il maiale in agrodolce (a pezzetti e preparato in pastella con ananas e pomodoro) viene esaltato dall’eccellente rosato di Nebbiolo: vino fresco, franco, di grandissima piacevolezza ma capace di conservare parte delle note speziate di questo vitigno unico al mondo e con un retrogusto secco che ne esalta la semplice eleganza. Per l’anatra alla cantonese (brasata e poi stufata con succo e pezzi di ananas) ho scelto invece un classico Dolcetto d’Alba (13% vol) proveniente da vigne della zona di Monforte: un rosso di buona complessità ma non troppo corposo e invadente per un piatto che potrebbe anche sposarsi con un Nebbiolo giovane e fresco.                                                         In conclusione, mi pare che la cucina cantonese possa definirsi ideale per essere accompagnata da alcuni dei nostri vini: dovessi suggerirne uno soltanto, opterei per il rosato, vino che mi pare eccellente per quasi tutti i piatti complessi di questa straordinaria cucina.

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