L’arnese del Geometra, dedicato ai miei amici juventini

Il testo qui sotto è parte di un racconto incluso nel mio Quisquilie & Pinzillacchere (Graphot, Torino 2010) e si intitola: L’arnese del Geometra:

Copertina Internet” [...] E venne un giorno che il Ragioniere dagli occhi di cielo ci convocò: si trattava di dare una mano al figlio del commendator Luigi Bertazzini da Cuneo, fotografo, da poco deceduto.

Erano i primi anni ottanta e l’architetto Bertazzini, figlio unico e unico erede del Commendatore, si ritrovava a dover gestire l’immenso archivio dell’illustre papà senza saper bene come uscirne.

La sede dello studio Bertazzini era situata in via Fratelli Calandra, quasi angolo con il corso Vittorio: era un grande interrato, una sorta di dedalo infernale, stipato con decine di migliaia di lastre negative in vetro, formato 9×12 e 13×18 e poi ancora migliaia e migliaia di negativi 6×6 e formato Leica che testimoniavano di fatti grandi e piccoli avvenuti nella Città nel corso di quasi cinquant’anni di cronaca diventata storia: matrimoni anonimi e matrimoni illustri, partite di calcio, corse automobilistiche nell’improbabile circuito del Valentino, ciclismo, concerti, eventi, mostre, sfilate di moda, visite di personaggi celebri. Insomma, un tesoro inestimabile di testimonianze.

Lavorammo come degli schiavi in quei sotterranei malodoranti di tiosolfato, di sali di alogenuri di argento, di iposolfiti e chissà cos’altro.

Catalogammo migliaia e migliaia di lastre e negativi; selezionammo parecchio materiale di sicuro interesse e destinammo alle discariche quantità bibliche di vetri e negativi inutili.

Ci industriammo per offrire delle testimonianze uniche a enti, istituzioni, privati della Città e non riuscimmo a trovare nessuno interessato: una selezione scelta di quell’immenso archivio fu acquistata per pochi soldi da un’azienda privata nordamericana; un tesoro buttato via, come succede spesso in questa Città ricca di tante cose ma debordante di provincialismo.

Da tutto quel mare oceano di istanti congelati su vetro e pellicola spuntò fuori, per caso, un negativo formato 6×6, senz’altro ripreso con una Rolleiflex biottica che per decenni aveva costituito la camera standard per i reportage dei reporter sportivi – prima delle reflex 24×36 formato Leica, molto più piccole e flessibili, attrezzate con super grandangolari e iper teleobiettivi capaci di prestazioni inimmaginabili per i poveri operai delle gloriose e ingombranti Rollei a ottica fissa e si tratta di marchingegni di epoche che rispetto a quelli odierni, elettronici e digitali, sono da considerarsi alla stregua di preistoria o protostoria della tecnica fotografica.

Quel negativo era un prodigio.

Ripreso da una prospettiva di tre quarti posteriore, il Geometra, nudo come l’aveva fatto sua madre, era nell’atteggiamento di chi si sta pesando su una di quelle bilance meccaniche a base rettangolare con pesi e contrappesi: spuntava, davanti alla coscia destra un pezzo, piccolino, del suo pisellino….

Che scoop: il Geometra nudo col pistolino di fuori: ne avremmo potuto ricavare una bella cifra offrendo il negativo in pasto a una di quelle riviste di gossip…

Ma qui venne fuori la mia statura etica di juventino a denominazione di origine controllata e certificata: mai avrei avuto l’ardire sacrilego di permettere alla mala stampa di esporre le nudità del grande Geometra – Presidente esimio, vettore insuperabile di quantità ineguagliate e ineguagliabili di trofei nella bacheca della gloriosa Vecchia Signora – al pubblico ludibrio.

Mi misi in contatto con il buon Camin, Vladimiro Camiti, siciliano, onesto scribacchino di Tuttosport e grande tifoso della Juventus; gli esposi il caso e gli comunicai la volontà di tenere quel negativo a disposizione del Geometra, con un desiderio: avrei voluto portargli personalmente in gentile e gratuito omaggio sia il negativo sia una stampa realizzata all’uopo.

Camin fu molto disponibile, comprensibile e gentile: si offrì di informare il Presidente e si impegnò a fare in modo che il mio desiderio potesse essere realizzato.

Per me si trattava di un piccolo sogno: poter conoscere personalmente il grande Giampiero, Geometra e Presidente ineguagliabile e rendergli un favore senza prezzo; neanche mi preoccupai di pensare a come il grande ex campione e attuale dirigente avrebbe potuto reagire: se avesse apprezzato il gesto, se poteva in qualche modo provvedere a riconoscermi un compenso e di quale entità o natura.

Ero in maniera infantile assai felice di poter rendere un grande favore a un personaggio che io stimavo molto di più che appartenere a un semplice mito.

Nel ricordo malcerto pensavo che il fatto fosse accaduto in un giorno di primavera dell’85: ho una foto proprio mentre sto entrando nella sede storica dell’ultimo piano di Galleria S. Federico, 54 e i miei personali riferimenti iconografici mi riportavano a quel periodo, senza dubbio precedente il 29 maggio 1985; giorno funesto in cui mi ritrovai, inebetito dentro un incubo senza fine, all’Heysel di Bruxelles: e da quel giorno il calcio, tutto il calcio, non fu più per me quel meccanismo meraviglioso che era stato fino a quel momento, pur se rimasi sempre appassionato di quel gioco – assurdo e affascinante, euclideo e levantino; progettato per pirati e cavalieri; corsari e gentiluomini; eroi e bucanieri; nobili e tagliagole; beati e figlidiputtana – e tifoso della mia squadra.

Ho ritrovato recentemente la copia di una lettera che spedii al Geometra nel febbraio del 1985 e nella quale parlavo dell’incontro, avvenuto nel luglio dell’84, in cui gli avevo consegnato negativo e stampa: lettera senza risposta, dettata dal bisogno, infantile e ingenuo, di aver in qualche modo e in maniera ufficiale un ringraziamento formale che il Tanghero, uno dei tanti a cui tutto è dovuto, mai si sognò di elargirmi.

Ho ricordi vaghi di una grande stanza in penombra, arredata in modo semplice e con una scrivania scura, enorme, dietro cui due strette fessure emettevano un chiaro e tagliente raggio laser che percorse e percosse la mia figura dall’alto in basso e da sinistra a destra, più volte.

Poche parole di circostanza emesse da una maschera di marmo chiaro che non assunse alcuna espressione alla vista delle sue grazie giovanili evidenziate sulla foto in bianco e nero.

Un istante durò quell’incontro, con il Camin, adorabile, visibilmente imbarazzato e riverente.

Ne ricavai un distintivo in oro, tre cravatte, di cui una ufficiale, di Jack Emerson e una serata, indimenticabile, con annessa insipida cena, in compagnia di vecchi campioni.

Ricordo bene un’imponente e imbolsito John Charles, ricordo il grande Teobaldo Depetrini, mediano del quinquennio; ricordo un elegante e signorile Umberto Colombo, mediano sinistro, quello del famoso centrocampo degli anni cinquanta: Emoli, Cervato, Colombo.

Ricordo Pietro Anastasi, Petruzzu, siciliano, centravanti: l’eroe di noi ragazzini immigrati dal sud.

Sono certo, non c’era il mio capitano Giuseppe Furino, il Furia di quel brav’uomo, onesto cronista sportivo che tentava malamente di scimmiottare il Gran Giuan, che rispondeva al nome di Vladimiro Caminiti, Camin, siciliano.

No, Giampiero Boniperti non mi ha mai detto grazie per quel mio piccolo favore: mi dispiace un poco, ma in fondo quella foto io gliela portai non per averne in cambio una qualche forma di riconoscenza.

Ebbe a essere soltanto una mera questione di etica: era un dovere verso me stesso, mica verso il Geometra o, meno ancora, verso il suo arnese….

In quella lettera del febbraio 1985, mi dolevo un poco col Presidente per il fatto di non aver avuto l’anelato ringraziamento e concludevo augurandogli un anno indimenticabile di ricche soddisfazioni sportive.

Che vennero, insieme con quella giornata del 29 maggio a Bruxelles.

Dove, ripeto, io c’ero: e maippiù il calcio ritornò a essere per me com’era prima.”.

 

Leave a Reply