L’olio di Santo Aquilino

 

Oggi è conosciuta come Enoteca Brosio, fino a pochissimi anni fa era una piola di quelle storiche, tradizionali, frequentate da persone che, in quell’ambiente traboccante di alcol e di suggestioni, diventavano personaggi.                                           Pare ovvio che oggi le enoteche non possano più essere piole, ma da Brosio qualcosa di quei tempi, ch’erano soltanto ieri e sono diventati cambriani, s’è miracolosamente preservata. Da Brosio tra un bicchiere e l’altro s’incontra gente di ogni età, di ogni ceto, di ogni cultura. E si chiacchiera di faccende perlopiù inutili, pur se disquisite sempre alla stregua di massimi sistemi: i differenti livelli alcolici ne determinano il grado di profondità e di affidabilità. Spesse volte dell’interlocutore s’ignora addirittura il nome, poi di cosa combina nella vita per guadagnare i quattrini da investire in salutari bicchieri di vino è in genere argomento di punto interesse. Ci si conosce, si beve, si interloquisce e tutto rimane sigillato nell’anonimato rassicurante della piola. Poi si scopre che qualcuno conosce vita morte e miracoli di tutti e a costoro ci si riferisce per soddisfare curiosità, pettegolezzi, pruriginose dicerie.            Da Brosio tutti sanno che mi occupo di enogastronomia e rare volte qualcuno mi torrona con argomenti di ogni tipo, magari pensando di farmi piacere: faccio sempre buon viso a cattivo gioco ma ogni tanto scopro qualcosa di interessante.                     Di Santino qualcuno mi aveva parlato, forse Anna che è una di quelle che conoscono tutti, ma non avevo registrato alcun interesse e non sapevo neanche accoppiare il nome a una di quelle tante facce che frequentano il locale. Da Brosio a me interessa andare a gustare i miei Kerner o Vermentino, nulla di più e lascio di norma pascere la mia distrazione. Poi succede che, seduti vicini per caso – e si sa che il caso è una fanfaluca – si comincia a parlare e la mia fama di giornalista mi porta a scoprire l’olio di Santo Aquilino ovvero la storia di Santo Aquilino.                                                  A un giovane laureato in Scienze politiche, metà degli anni Settanta, un paesino del calabro Aspromonte doveva naturalmente stare parecchio stretto e forse anche scomodo; dunque, discesa a rotta di collo verso quella specie di terra promessa che Torino rappresentava all’epoca. Lavoretti di vario genere, come usava allora, e poi un impiego rassicurante nella Pubblica Amministrazione. Raggiunta la pensione  con il grado di funzionario, il richiamo delle radici diventa non più sopportabile e la risalita verso i colli di Fossato Jonico, baciati dalle brezze dello Stretto, ne costituiscono la prevedibile soluzione.                                                                                                   Nel frattempo la sorella minore Rosetta aveva provveduto a curare le terre di famiglia: 15 ettari, quasi 2.500 piante di olivi centenari già di proprietà del nonno paterno. E così Santino si appassiona a quelle sue radici e contribuisce, con la sorella, a migliorare la produzione e a coprire nuovi mercati con quel suo olio di peculiari caratteristiche.                                                                                                  Nella provincia di Reggio Calabria, a cominciare dalla Piana di Gioia Tauro a nord-ovest, sono endemiche due cultivar di olivi: la Ottobratica (sinonimi: Dolce, Mirtoleo, Ottobratico) e la Sinopolese (sinonimi: Coccitana, Sciolarea, Chianota, Seminara), Sono piante più grandi delle cultivar più diffuse (Leccino, Frantoio, Coratina) e vanno a maturazione più tardi, tra ottobre e dicembre; le drupe sono piccine e danno una resa che non supera il 20%.                                                         La piantagione di proprietà dei Fratelli Aquilino, tale è il nome dell’azienda (con specificazione: Olivicoltori in Fossato Jonico dal 1878) è costituita da Ottobratiche per il 30% e Sinopolesi per il restante 70%. Ho valutato un olio di colore giallo dorato scarico, limpido, con profumi erbacei e palato inizialmente di grande finezza, con note di foglia di olivo e frutta bianca che termina con una persistenza gradevolmente amarognola che riporta alla mandorla. Un olio di bassa acidità che ho usato, dopo averlo gustato con fettine di pane raffermo tipo pugliese, per insalata mista, a crudo su pasta e ceci e a condire la delicata polpa di due gallinelle al forno con pomodoro e vino bianco: si è mostrato sempre un olio di sorprendente finezza e di palato gradevolissimo (davvero eccellente, crudo, per la minestra di ceci).            Io, come sa chi mi conosce, non parlo di prodotti che non ho provato e che non mi soddisfano, dunque quest’olio, di prezzo assai interessante, lo consiglio a chi mi segue con stima da anni.                                                                                          Santo Aquilino vende in tutta Italia, confezioni da 3, 5, 10 lt.                                     Per informazioni: Santo Aquilino (Az. Fratelli Aquilino), 328 0987894 – santo.aquilino53@gmail.com.

Ps: Santo ha pubblicato un volume interessante, scritto con tecnica più che dignitosa, ben redatto e ben stampato e di non sgradevole lettura (Il tempo era d’inverno, Edizioni Nosside Editore, 2017, 232 pp. 12,00 €).

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