Lui (il Barolo) e noi, di Giovanni Arpino

Giovanni-ArpinoIl testo, inedito per quanto so, me lo ha regalato Giuseppe Rinaldi (meglio noto, per gli addetti ai lavori, con il soprannome “Citrico“) produttore tra i sommi di Barolo in Barolo. Non so quando e perché fu stato redatto, ma il solo fatto che sia di Giovanni Arpino (Pola, 27 gennaio 1927/Torino , 10 dicembre 1987) lo rende prezioso.

«Un uomo è sempre in debito con quanto beve. E nei riguardi del Barolo (un vino, sì, ma anche un luogo mentale, una forma di iniziazione, un patto segreto tra esperienze di chi beve e sostanza di quello che sta nel bicchiere) il debito aumenta.

Bisogna essere adulti, cioè maturi, per riconoscersi, tra Barolo e noi. Coscritti e adolescenti, primi assaggi e sbornie giovanili sono cose e passaggi indispensabili anche se spesso grotteschi: ma il Barolo, lui, sta lontano, abita ancora in altri luoghi di conoscenza. Arriva più tardi, come un giudice dall’esperienza finalmente maturata.

I rapporti sono cauti, persino difficoltosi: ad una certa età non si rivolge più con il “tu” a nessuno, tantomeno a un vino. Il Barolo non consente il “tu” ad anima viva. Si sottopone a un esame, a un giudizio, ad assaggi e testimonianze, affronta paralleli con altri ricordi, accetta benignamente e pudicamente uno scontro dottorale, ma sempre su un piano nobile di corrispondenze rispettosissime, che eliminano la facile confidenza o l’aggressivo colloquio intimo troppo prolungato, troppo godereccio.img027

Lui è un signore che allevia, conforta il debole, consola il moribondo, solleva problemi di gusto, impone scelte accurate. Noi possiamo, al massimo, riconoscergli i pregi, assisterlo perché non ci manchi, pregarlo perché non si decida ad abitare in altri paradisi, presso altri palati, più dignitosi e signorili dei nostri.

Lui è un vino che viene “dopo”, cioè quando tutto è già stato consumato, conosciuto, ripetuto, analizzato, depositato, archiviato. E noi queste sue particolarità dobbiamo conoscerle e saperle in ogni sfumatura, perché il rapporto di dare e avere funzioni secondo le regole del rispetto.

L’anima antica del Barolo possiede scintille e sfumature che noi, a lungo andare, abbiamo perduto. È molto raro, ormai, trovare l’uomo degno per la bottiglia meritevole, mentre tempo fa si poteva sostenere il contrario.

L’anima del Barolo è sentenziosa e prudente, ricca ma pudica, esaltante ma entro le quinte di un giudizio che non esorbita mai. Noi, avvicinandosi a quest’anima, ci sentiamo scarsi di concetto, di esperienza, di calibrate virtù umane. Lui è una sintesi, e noi una sperequazione. Lui è un re autentico, e noi soltanto dei sudditi malconci, vogliosi, fracassoni e pieni di smanie rozze.

Dovremmo riconoscere una volta per sempre che il Barolo esiste, sì, ma non è mai stato inventato il suo autentico bevitore.

Medicinale e tonico, indispensabile alla pressione, raro come un principe e conoscitore di ogni linguaggio gastrico, il Barolo è come un fratello, col rischio grave di instaurare, tra lui e noi, un rapporto troppo poco dignitoso e rispettoso.

La gente che sa manipolarlo, ruotarlo, stapparlo, versarlo, tenerlo tra lingua e denti e palato, è una popolazione rarissima, una sétta di fedeli che sa come di Barolo si vive, e spregia coloro che semplicemente, grossolanamente, il Barolo si limitano ad usarlo.

Il sogno di chi conosce il Barolo è una mappa di gesti rituali e propiziatorii, un rito quasi magico, da consumare in segreto. Perché è questo rito che introduce alla conoscenza dell’oggetto – un bicchiere, mezza bottiglia, una bottiglia di vino – e alla sua pensierosa comunicazione.

Chi è fuori del rito, prima impari, s’inginocchi, preghi, compia atti di contrizione. E solo dopo cerchi contatto con lui, il re in quanto simbolo, il re in quanto giustizia dei giusti, il re che non promette, ma dona».

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