Piero Ciampi

http://www.youtube.com/watch?v=a33Fa78zK5w

http://www.youtube.com/watch?v=77I7rpaQjVc

Il vino

Com’è bello il vino

rosso rosso rosso,

bianco è il mattino,

sono dentro a un fosso.

E in mezzo all’acqua sporca

godo queste stelle,

questa vita è corta,

è scritto sulla pelle.

Ma com’è bello il vino

bianco bianco bianco,

rosso è il mattino,

sento male a un fianco.

Vita vita vita,

sera dopo sera,

fuggi tra le dita,

spera, Mira, spera.

Quando sento Ciampi non penso al nostro bravo, onesto e patriota presidente livornese, Carlo Azeglio: per me, da sempre, il Ciampi corretto di nome fa Piero, anch’egli di Livorno; un tanghero allampanato e spilungone, i capelli scarmigliati dal vento eterno e lo sguardo allucinato e trasognato di chi ha sempre molto da imparare e poco da insegnare.

Piero Ciampi nacque a Livorno il 28 settembre del 1934 (un’altra fonte mi dice 20 settembre 1934).

Il padre di Piero Ciampi, Umberto, era un piccolo commerciante di pellami con bottega nella zona di Piazza Grande; i suoi due fratelli, Paolo e Roberto, erano come lui appassionati di musica.

Si iscrive alla facoltà di ingegneria di Pisa, che abbandona abbastanza presto; viene chiamato alle armi e al Car di Pesaro, tra ubriacature, scazzottate e serate trascorse a cantare e declamare strambe poesie, conosce Gianfranco Reverberi.

Pare che il suo primo strumento fosse il contrabbasso, che tentava di suonare assieme a qualche orchestrina nei locali di Livorno.

Comincia a scappare da Livorno verso il 1957, la meta è Parigi, dove frequentaartisti e localacci in cui trova il modo di esibirsi per pochi soldi.

Conosce Celine e ascolta Brassens, i francesi lo chiamano Piero L’Italianò e lo accostano a un altro livornese squilibrato di qualche anno prima: Amedeo Modigliani.

Torna a Livorno, senza soldi e senza scopo, un paio di anni dopo; in città zonzola tra una sbronza e l’altra, provando perfino a fare il pescatore, ma il mare vero lo atterrisce, il suo mare è pura metafora:

“Il mare

al tramonto

salì

sulla luna

e senza appuntamento

dopo uno sguardo

dietro tendine di stelle

se la chiavò”.

Poco dopo, il suo vecchio commilitone, Reverberi, se lo porta a Milano e gli fa incidere con il nome d’arte Piero Litaliano i primi dischi. E’ la stagione che dà alla luce i primi grandi cantautori.

I discografici vorrebbero farne un grande della canzone, con un lancio studiato a tavolino e un programma di marketing ambizioso; il fatto è che avevano sbagliato soggetto: l’unico marketing di Piero era il fiasco del vino, il gioco d’azzardo, la fuga perenne….

Nel 1963 riescono a fargli pubblicare il suo primo album con dodici canzoni:

“Ho scritto queste dodici canzoni per una donna che ho amato e che ho perduto. Questi dodici ricordi sono la Bastiglia del mio cuore. Per la mia donna ho fatto cose ben più grandi di queste canzoni, ma quelle cose sono ormai perdute. Ora restano soltanto dodici canzoni.”

In quegli anni vagabonda per mezza Europa, tra donne, lavori saltuari, qualche canzone scritta per altri (una per Gigliola Cinquetti) e le irrinunciabili sbornie; conosce una bella ragazza irlandese, Moira, che sposa, che gli dà un figlio e che scappa.

Una seconda storia d’amore sarà importante per Piero: Gabriella, romana, con cui convive qualche mese e da cui ha una figlia, Mira, che cita nella canzone dedicata al vino.

“…..tu metti una pentola sul fuoco,

ci facciamo un bel piatto di spaghetti al burro

mentre aspettiamo il trasloco,

poi ci ficchiamo a letto e te lo faccio vedere chi sono io:

ti sganghero!”

E’ di quegli anni l’episodio legato a Gino Paoli, suo grande e problematico amico, assieme a Luigi Tenco: Paoli lo porta presso un’importante casa discografica, presentandolo come artista di sicuro successo, gli credono e sottoscrivono a Ciampi un ottimo contratto con adeguato e congruo anticipo; Piero Ciampi sparisce immediatamente a investire, come ben sa, tutto quel denaro e saranno chissà che sbronze, chissà che risse, chissà che giocate.

Da un’intervista del 1976 concessa a un settimanale:

“D – Che cosa crede d’avere, come livornese, anarchico e comunista, in più degli altri?

R – Niente, è questo il mio equilibrio, la mia politica. Cercare di non offendere gli altri avendo qualcosa in più dell’uomo più povero di questa terra. La poesia è la sola cosa che ho.

D – Che cosa le manca per sentirsi ricco?

R – Tante cose; una frittata di cipolle, un bicchiere di vino, un caffè caldo e un taxi alla porta. Non ho mai avuto tutte queste cose insieme.”

Nel 1970 conosce Gianni Marchetti, che sarà il musicista con cui realizzerà i suoi capolavori, l’unico che riesce a stargli vicino, a interpretarlo; Ciampi racconta che complici dell’incontro furono un pianoforte e una bottiglia di champagne.

Lo sente Aznavour che lo vuole in televisione con lui, pare che Villaggio, conduttore del programma, dovesse trascinarlo a forza in scena, ubriaco, come sempre.

“Ma come? Ma sono secoli che ti amo,

cinquemila anni, e tu mi dici di no?

Sai che cosa ti dico? Vaffanculo.

Te, gli intellettuali e i pirati. Non ho altro da dirti.

Sai che bel vaffanculo che ti porti nella tomba?

…..non conosci l’educazione, eh?

Portami una sedia, e vattene.”

Si trasferisce a Roma, dove frequenta alcuni pittori importanti (Turcato, Turchiaro, Schifano, Tano Festa, Ceroli), alcuni poeti (Alfonso Gatto), artisti geniali come lui: si racconta di interminabili partite a dama con Carmelo Bene, partite che finivano invariabilmente con scazzottate appassionate. Abitava dirimpetto alla casa di Moravia, che ovviamente non apprezzava; Moravia aveva un merlo a cui Ciampi dedicò una canzone assai strampalata in cui recita di volerselo mangiare, non mangiò il merlo dello scrittore, ma la povera bestia finì presto i suoi giorni strozzato da Moravia in un accesso d’ira.

Nei primi anni settanta molti lo cercano, molti vorrebbero lavorare con lui. Ma lui non c’è; è ubriaco, insulta tutti, litiga con tutti: manda a quel paese il pubblico al Premio Tenco, si scazzotta con Franco Califano, insulta in pubblico il celebre mago Silvan; molti suoi colleghi lo odiano, pochi altri lo venerano (Nada, Ornella Vanoni, Paoli…).

Registra qualche apparizione televisiva che viene tagliata o trasmessa in orari e periodi poco interessanti, visto lo stato sempre poco decoroso dell’artista.

Viene sempre invitato al Premio Tenco che, dopo l’apparizione memorabile e burrascosa del 1976, diserta invariabilmente.

Negli ultimi anni torna spesso a Livorno, dove prepara una degna uscita di scena a causa di una trionfale cirrosi epatica: invece la morte lo frega, lo uccide un cancro alla gola, a Roma.

In punto di morte chiede un fiore e un bicchiere di vino fresco, è il 19 gennaio 1980.

Ha quarantasei anni, uno in meno di Jack Kerouak, che aveva ricordato in una sua canzone.

“Ha tutte le carte in regola

per essere un artista:

ha un carattere melanconico,

beve come un irlandese.

Se incontra un disperato

non gli chiede spiegazioni,

divide la sua cena

con pittori ciechi, musicisti sordi,

giocatori sfortunati, scrittori monchi.”

Io, Piero Ciampi, l’ho amato e l’amo di un amore incommensurabile: Piero è unbambino, il mio fratellino minore che vorrei proteggere e consigliare; è l’amico fraterno con cui, unico, potrei confrontarmi perché, sono sicuro, saprebbe sempre non mentirmi e, quand’anche mentisse, sono certo, lo farebbe solo per il mio bene.

Vincenzo Reda

One Response to “Piero Ciampi”

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