RIGOBERTA, I MAYA E IL MONDO. Rigoberta Menchù Tum Giunti, 1997

R. Menchù-1


“Cabeza clara, corazón combativo y puño solidario de los trabajadores del campo”


“(Il premio Nobel) effettivamente mi ha cambiato la vita. Da un altro punto di vista, però i cambiamenti non sono stati molti: la mia faccia da povera, la mia faccia da india, la mia faccia di donna india, difficilmente avrebbe potuto cambiarmela, e questa la porto ancora con me, la porterò con me per tutta la vita. Il premio Nobel vale per tutta la vita, ma anche le mie convinzioni e le mie origini valgono per tutta una vita. Ragion per cui, il premio Nobel dovrà rassegnarsi a convivere con me così come sono, per tutta la vita.”.

Rigoberta Menchù Tum, maya Quiché (o, meglio: K’iche’), nata nel villaggio di Chifel nel 1959, ha ricevuto il premio Nobel per la pace nel 1992. Nel 2007 è stata la prima donna del suo paese a essere candidata alle elezioni presidenziali. La sua vicenda umana è la storia dello sterminio della sua famiglia da parte dei militari al servizio dei poteri forti nel Guatemala della guerra civile, finita nel 1996. Il suo primo libro, Mi chiamo Rigoberta Menchù, del 1987 (Giunti, per l’Italia) è ormai diventato un testo di culto.

“I nostri mayores e anziani sono il risultato di una lunga esperienza, di una lunga vita. E dunque la nostra educazione si basa su altri punti di riferimento: comincia dalla necessità di rispettare i processi naturali, anche un piccolo e anonimo fiore. «Figli», diceva sempre mio nonno, «c’è per tutti noi il tempo per essere bambini, il tempo per essere adolescenti, il tempo per essere giovani, il tempo per essere adulti e il tempo per essere anziani». C’è un tempo per morire e un tempo per rinascere. A ciascuna età corrisponde una tappa, e in ciascuna di queste tappe noi siamo protagonisti di qualche cosa. Credo che nella nostra vita quotidiana avvenga la stessa cosa.

Noi ci siamo sempre considerati come una pannocchia: se alla pannocchia manca un chicco, quell’assenza si nota, si vede uno spazio vuoto, perché quel chicco aveva un suo posto, un posto particolare. Siamo, allo stesso tempo, individui e attori collettivi.”

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