Speech per Merano, sabato 7 novembre

Saluto e ringrazio tutti i presenti, in particolare ringrazio Mario Busso e Vincenzo Vita per merito, o colpa a secondo di come la si vuol considerare, dei quali sono qui a parlare.

Mi presento: sono Vincenzo Reda – calabrese silano, trapiantato a Torino da sempre -una sorta di miscuglio disomogeneo tra un artista e un intellettuale.

Dopo una gioventù ricca di esperienze artistiche importanti nel cinema d’avanguardia, nella fotografia di body-art e in teatro, ho abbandonato l’arte per un lungo periodo in cui mi sono dedicato a attività imprenditoriali, prima con una agenzia pubblicitaria e successivamente in campo editoriale.

Sono stato vicepresidente dei giovani industriali di Torino e vicepresidente nazionale dell’associazione piccoli editori.

Poi, l’essere artista ha di nuovo prevalso e ho cominciato, quasi per caso, a dipingere con il vino nel 1993, ma senza esporre i lavori.

Fino all’incontro del ’97, nella sua splendida e storica dimora di Bergamo alta in via Sudorno, con Gino Veronelli che mi spinse a mettere in mostra le mie ricerche di pittura col vino.

Ho fatto la prima mostra a Capoliveri, Isola d’Elba, nel maggio del ’98 e il mio primo estimatore e collezionista è stato, lo dico con grande orgoglio, Vittorio Fiore per il quale ho dipinto con il suo Carbonaione.

Nel 2004 per quasi un anno ho diretto una grande azienda agricola in Toscana, esperienza che mi ha permesso di conoscere a fondo il mondo del vino e dell’olio.

Nel frattempo Elio Archimede prima, per Barolo & Co e Donato Troiano successivamente, per Informacibo.it mi hanno chiamato a scrivere di vino, meglio di storie del vino.

Ho pubblicato quest’anno il volume, che in sostanza raccoglie 6 anni di scritti, “Più o meno di Vino” con le Edizioni del Capricorno.

Un artista deve, secondo il mio pensiero, vivere di ossessioni e io posso dire di averne tante. Per rimanere nel merito delle mie ricerche in questo campo, tutto nasce dall’ossessione per le macchie del vino sui tovagliati immacolati e per la mia mania che riguarda l’estetica dei calici di cristallo: nella forma del calice rivedo la forma perfetta dell’albero con le sue radici affondate nella terra, il fusto che è una sorta di ascensore e la chioma che respira il cielo.

Nella bottiglia di vino, prima di ogni colore, sentore e sapore ci vedo sempre una storia. Un racconto di rocce che si sfaldano, di terra girata e rivoltata, di radici che cercano ostinate acqua e minerali, di foglie e di frutti che amano essere baciati dal sole. E poi un racconto di uomini, tenaci e sognatori, che lavorano.

Bevo, conosco, amo i vini con cui dipingo e ne conosco le terre, i climi e gli uomini e questo è il significato delle mie ricerche, a prescindere da fama, successo e business.

Ho esposto in tutta Italia e lavorato con vini siciliani e trentini, rossi e bianchi, secchi e dolci, fermi e frizzanti. Amo sopra ogni altro il Dolcetto e, tra i bianchi, il Verdicchio sia di Jesi, sia di Matelica.

Lo scorso anno ho esposto negli Stati Uniti, vicino a Boston e in questo momento ho una personale al Radisson Hotel di New Delhi, nel ristorante Med del mio amico Giovanni Leopardi, grande chef torinese in giro per il mondo.

Grazie e salute a tutti.

Leave a Reply