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Aldo Palazzeschi

Lo portai alla maturità, circa 37 anni fa: Aldo Giurlani se ne andò quella stessa estate, il 18 agosto 1974, quasi novantenne. Morì a Roma, ma era nato a Firenze il 2 febbraio 1885. Ho sempre amato questo autore immenso, mai di moda e mai apprezzato quanto avrebbe meritato. Di lui credo di aver letto tutto, soprattutto tanta poesia, e poi i racconti e i grandi romanzi. Personalmente lo preferisco come poeta, fra i tre o quattro più grandi del secolo scorso. E poi come insuperabile narratore di piccole storie. I suoi romanzi, pur molto conosciuti e apprezzati, sono secondo il mio immodesto parere un poco meno interessanti.

Qui riproduco le copertine del suo ultimo libro di poesie, stupendo, pubblicato nel 1972 e il romanzo postumo, uscito nel 1988, Interrogatorio della Contessa Maria: una chicca che soltanto una sensibilità raffinatissima, omosessuale poteva aver scritto (è probabile che il manoscritto originale risalga agli anni Venti). Si trova facilmente questo libro (Mondadori): per le vacanze è una lettura leggera, divertente, ironica. Seguite i miei consigli e, magari, fatemi sapere.

 

Anche la morte ama la vita (Da Via delle cento stelle)

 

Non fare che la morte

ti trovi già cadavere.

Posta davanti alla carne putrefatta

arriccia il naso e corruga la fronte

contrariata e mal disposta,

ama la carne ancora fresca e gioiosa.

Fa’ che ti colga in piena danza

e ti mostri la sua faccia

incuriosita e soddisfatta:

«stai pur tranquillo»

ti sussurra in un orecchio

«che non sono tanto brutta»

mettendosi a danzare con te.


 

Lo sconosciuto, Torino on the road

Eccolo in queste immagini, Gaetano. Il protagonista di questo racconto, tratto dal libro Torino on the Road di Nico Ivaldi e Vincenzo Reda (Edizioni Il Punto-Piemonte in bancarella, Torino 2015).

 

«L’hai veduto passare stasera?

L’ho visto.

Lo vedesti ieri sera?

Lo vidi, lo vedo ogni sera.

Ti guarda?

Non guarda da lato

soltanto egli guarda laggiù,

laggiù dove il cielo incomincia

e finisce la terra, laggiù

nella riga di luce

che lascia il tramonto.

E dopo il tramonto egli passa.

Solo?

Solo.

Vestito?

Di nero è sempre vestito di nero.

Ma dove si sosta?

A quale capanna?

A quale palazzo?

La lirica qui sopra, di Aldo Giurlani – conosciuto dai più come Aldo Palazzeschi – è stata composta nei primi decenni del secolo scorso: uno sgangherato e improbabile figuro, che spunta tutte le sere verso le 18 dai portici di piazza dello Statuto e imbocca a passo svelto la via Garibaldi, pare quasi appropriarsene a pieno titolo.

[...] succede ogni tardo pomeriggio, estate e inverno, che piova che nevischi che il sole si attardi ancora a riscaldare le nostre anime: annunciato da una canzone sparata a tutto volume, spunta dall’angolo sinistro, sotto i portici guardando la piazza dalla via Garibaldi, un omino spelacchiato che pare sortito dalle fantasie nordiche di Tolkien.

Non arriva a toccare il metro e mezzo, è di quelli magri per missione: fuori e dentro; i radi capelli sono bianchi lunghi e stopposi; veste dei jeans larghi e lisi con sopra in genere una camicia e ai piedi grandi scarpe sportive chiare. L’incarnato è scuro, i lineamenti della faccia sono delicati con lo sguardo vigile e forse gli occhi pungenti.

Potrà avere cinquant’anni mal portati, o sessanta portati così così e, addirittura, settanta quasi buoni. Chissà.

Ma è quella benedetta appendice che trasporta sulla schiena che fa la differenza: uno zaino, non sempre dello stesso colore, che ai lati possiede due diffusori acustici da cui escono a tutto volume note delle canzoni degli anni Sessanta. E sono canzoni di tutti i generi, sempre italiane, a volte di quelle che tutti conoscono, a volte poco o punto sentite ma sempre di gradevole ascolto.

Con questo zaino acustico sulla schiena e sempre un sacchetto di plastica, di quelli voluminosi da supermercato, in mano a passo sveltissimo, con andatura quasi concitata imbocca la via Garibaldi. E non alza lo sguardo verso nessuno.

Tutte le sere.

E poi, dopo una mezz’oretta, lo si vede ritornare e svanire, di dove era venuto, sotto i portici di piazza dello Statuto.

Chi è, di dove viene, dove va; perché le canzoni degli anni Sessanta, perché a tutto volume; perché sempre lo stesso percorso e sempre lo stesso orario…

Sono almeno un paio d’anni che questa storia si ripete.

Forse basterebbe fermare un momento quel suo veloce procedere e rivolgergli delle domande, domande che potrebbero essere lecite, accettabili, sopportabili.

O invece è meglio così: non sapere nulla, non indagare; lasciare questa storia sospesa e immaginarne tutti i possibili risvolti formulando le ipotesi quelle più impensabili; e continuare a elaborare congetture: è piemontese, è sposato, ha figli, è povero, è ricco, è uno squilibrato, è uno snob, è un semplice appassionato delle canzoni degli anni Sessanta…

Chissà».

Un po’ di Toscana, quella mia

Le immagini qui sopra sono riprese nella zona collinare (arriva quasi a 700 mslm) tra Arezzo e Siena, tra Monte San Savino e Castelnuovo della Berardenga. Queste alture segnano il confine tra la Val di Chiana e le Crete senesi: luoghi di bellezza incomparabile in cui ho avuto la fortuna di lavorare.

Da citare il borghetto di Rapale, che sovrasta la val d’Ambra: quando Aldo Palazzeschi scrisse la poesia “Rio Bo” spero che si sia ispirato a questo minuscolo e bellissimo paese.

Poi devo parlare della fiorentina (rigorosamente e per davvero chianina certificata) del ristorante La Scuderia in località Palazzuolo: in nessun altro posto ho mangiato una fiorentina come questa; non è a buon prezzo, ma ne vale la pena. Quella immortalata nell’immagine sopra era una “roba” di oltre un chilo e mezzo: ce la siamo goduta con il mio amico Patrick Spencer (californiano ma cittadino del mondo e ormai quasi toscano), accompagnandola con una bella bottiglia di Rosso di Montalcino.

Prima di arrivare a Palazzuolo, una deviazione sulla destra di circa un chilometro porta al famoso borgo di Gargonza: vale la pena di visitare i suoi secolari silenzi e l’appartato albergo con piscina e ottimo ristorante che custodisce tra le mura). Di Gargonza parla Padre Dante e ogni tanto vi si svolgono convegni importanti (se ne ricorda uno a carattere politico entrato nella storia recente).

Infine, ma non meno attraente, l’Agriturismo La Selva. Ne cura le pubbliche relazioni Patrick e, assicuro, è un posto fantastico: sta sul versante destro (andando verso Siena) della Val d’Ambra e offre sistemazioni straordinarie in case che furono nobiliari e con panorami mozzafiato. Consiglio con certezza di rendere un favore a chi mi legge.

Spero che le mie immagini e le scarne parole possano instillare in qualcuno dei miei lettori la curiosità di visitare questi luoghi bellissimi per davvero.

101 Storie Maya con Focus Storia

E’ in edicola Focus Storia di novembre 2012: in allegato il mio libro 101 Storie Maya che dovresti conoscere prima della fine del mondo. Lo speciale sui Maya l’ho curato interamente in prima persona, pur se l’articolo lungo è firmato a quattro mani con il caporedattore Aldo Carioli (con cui ho lavorato benissimo), gli altri pezzi non firmati, a parte quello su Gonzalo Guerrero (firmato V.R.) e il pezzo dedicato al Tempo Maya (firmato con lo pseudonimo Enzo Giurlani, che è il cognome vero di Aldo Palazzeschi…..).

Sono orgoglioso di questo lavoro durato oltre un mese. E sono orgoglioso del fatto che il mio libro sia stato scelto da Focus Storia: è l’attestazione della qualità dei miei quaranta anni di studio e di dedizione verso la storia e l’archeologia della Mesoamerica.

Come ho già scritto nella dedica sul mio libro, il mio grazie infinito va a Nicola Silvano Borrelli che nel 1971 seppe riconoscere e incoraggiare in un adolescente di 17 anni una passione straordinaria e inspiegabile. Insieme a Nicola silvano, un grazie particolare a Marco Casareto, ex direttore di Focus Storia che mi ha incaricato di questo lavoro, poi confermato dal nuovo direttore Jacopo Loredan.

Aldo Palazzeschi, “Le carovane” e “Chi sono”

Le carovane

Oggi

io mi vedo davanti

una lunghissima,

interminabile via,

zeppa di carovane.

Lunghissima via polverosa

che si estende all’infinito

proprio davanti a casa mia.

Alla finestra della mia stanza da letto

io me ne sto a guardare

tutto quell’andare, quell’ansare, quel sostare.

Ferme, vaganti, volanti carovane,

si perdono nella via a me davanti.

Carovane alte e verdi

d’olivi e di castagni,

d’abeti, di platani e d’ontani,

di cipressi e di pini

vicini e lontani

lontani e vicini.

Carovane di casse, di capanne e di castelli,

di bovi, di cavalli e di cammelli,

carovane d’uccelli;

carovane d’insetti

sopra carovane di tetti;

carovane di navi e di barchette

su carovane di flutti;

carovane a ghirlande di rose e di violette,

carovane di fiori, carovane di frutti.

Carovane d’ali

scìan sagge o frullan folli,

carovane d’occhi,

occhi molli, pollini, grifagni,

sguardi vivi d’intelligenti,

sguardi privi, d’idioti.

Carovane di ragni

carovane di cani

carovane di piedi

carovane di mani,

scarpe, babbucce guanti,

carovane di grucce

carovane di calzoni

carovane di sottane.

Uomini giganteschi ricoperti di ferro,

uomini seminudi ravvolti di pellicce,

infustiti nell’eleganza delle marsine

o disinvolti nel vestito sport,

van via avanti avanti,

or lesti or lenti,

mescolati al bestiame tutti in carovane.

Rigidissime dame

bene composte nelle loro vittorie,

sguaiatissime puttane a sciame.

E sotto l’acque chiare

carovane di pesci si vedono gioiosi scivolare

luccicando,

e sotto quelle torve

gonfi di rabbia ingoian la sabbia

boccheggiando.

Mi fischiano agli orecchi

tanti stupidi pensieri,

volan per l’aria leggeri leggeri,

qualcheduno cammina più profondo

e pigia con la stampella

sicuro di sfondare il mondo.

Di sopra, a spiare argutamente,

carovane di stelle luccicanti.

Ma che cos’è tutto quel passare,

tutto quell’andare, sostare e ripigliare?

Son tutte carovane carovane carovane

vane vane vane vane vane vane

ane ane ane ane ane ane

eeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee

e… e… e… e… e… e… e…

In fondo io me ne sto a guardare

tranquillo alla finestra

della mia stanza da letto:

guardo e aspetto.

Ma ditemi, dove andate?

Dove andate, si può sapere?

Che cosa c’è in fondo a quella via?

Andate alla Città del Sole mio?

Idioti, mammalucchi: fermatevi!

Non lo sapete

che in quella città

non posso andarci che io?

Perdio!

Chi sono?

Son forse un poeta?

No, certo.

Non scrive che una parola, ben strana,

la penna dell’anima mia:

«follìa».

Son dunque un pittore?

Neanche.

Non ha che un colore

la tavolozza dell’anima mia:

«malinconìa».

Un musico, allora?

Nemmeno.

Non c’è che una nota

nella tastiera dell’anima mia:

«nostalgìa».

Son dunque… che cosa?

Io metto una lente

davanti al mio cuore

per farlo vedere alla gente.

Chi sono?

Il saltimbanco dell’anima mia.

L’intervista impossibile al pianeta Terra

“….(gli uomini) rosicchiano gli appartamenti della natura né più né meno come i tarli rosicchiano i loro appartamenti. E sapete quale ragione adducono per giustificare tale rosicchiamento? Dicono che la terra li attrae. Sissignori, li attrae. Vi si sono abbarbicati e seguitano a riprodursi con la rapidità degli insetti. La terra non chiederebbe di meglio che liberarsene rovesciandoli tutti insieme, sono la sua pietanza più indigesta, li ha tutti per la gola e sullo stomaco, nemmeno uno è riuscito a andarle giù. Ogni tanto dà uno scrollone e ne acciacca qualcuno, poi fa finta di non vedere e li lascia fare, finché non se ne ricorda e dà un altro scrollone: ciac!…..”

Aldo Palazzeschi, Il codice di Perelà – Milano 1911

 

Dunque, ci siamo: evito convenevoli, ringraziamenti e ogni parola inutile tipica di casi del genere. E mi vien fatto di ridere: casi del genere! E quando mai altri hanno avuta una siffatta fortuna? Una Sua intervista…..A proposito, come debbo rivolgermi a lei: voglio dire al maschile o al femminile?

Cominciamo bene. Di già che c’eri, potevi chiedermi pure se sono di destra o di sinistra…

Mi pare una richiesta pertinente.

No! Maschio e femmina sono una semplificazione evolutiva, sono solo  una parte dei rapporti che regolano la sopravvivenza di alcune specie. Pensa alle amebe o, meglio ancora, pensa ai batteri.

Ma ogni organismo evoluto si divide in maschio e femmina!

Fesseria, una delle tante che sarò costretto ( uso il participio declinato al maschile per semplicità, visto che la vostra è una razza in cui la predominanza, almeno in apparenza, appartiene ai maschi ) a subire.

Mi spiego: i primi batteri, né maschi né femmine, sono arrivati da me circa 3,5 miliardi di anni fa. E oggi sono tali e quali. Non si sono, come dite voi, evoluti.

Esistono lo stesso: come molti scienziati sanno, dentro il vostro complesso organismo vivono insieme a 10 miliardi di cellule, una più una meno, circa 100 miliardi di batteri.

E sono vivi e vegeti, dunque evoluti come voi.

Di più: vivete grazie a loro.

Va bene, dunque né maschio né femmina: usiamo il maschile per comodità.

E’ una delle tante semplificazioni di cui il vostro, seppur magnifico, cervellino ha necessità: i dualismi per spiegare, per rendere semplice, per cercare di far capire.

La sostanza delle cose, ascolta bene, è Una, una sola in perenne divenire, in  perenne movimento.

Spazio e tempo sono una semplificazione della vostra meravigliosa eppure limitata mente. Dio e diavolo, bene/male, bello/brutto, più/meno, forma/sostanza: sono schemi assai semplici di cui avete necessità, ma tutta la Questione non funziona così… E’ troppo più complessa eppure molto più semplice di quello che credete. Adesso ti dovrei anche dire che la vostra bella etica non esiste in natura, o quantomeno è una faccenda che rientra in certe manifestazioni tipo la ruota della coda del pavone, le gare di trilli di certi uccelli, il ruggito dei leoni ….

Così come in natura non esistono bene e male: è in ogni caso uno stadio attraverso cui dovete passare. Come la definizione e la comprensione del concetto di infinito: ancora, e per molto tempo avvenire, fate fatica, non ci arrivate.

Vi chiedete dove e quando ha avuto luogo l’inizio e quando e dove avrà luogo la fine: fesserie.

Avete elaborato la teoria a prima vista affascinante del bigbang: e prima?

Sostenete che l’Universo si espande: ma per espandersi deve andare a occupare spazi e tempi che non gli appartengono, e dunque cosa sono e dove si trovano? Fuori dall’Universo, certo, ma esistono; e allora?

Calma, calma. Affrontiamo questioni più, come dire, terra terra se mi passa l’espressione e l’umorismo involontario.

L’umorismo è una delle belle scoperte della vostra razza, dunque bene accetto.

Sai di quanto umorismo mi sono nutrito nei 4,5 miliardi di anni della mia vita: ne ho viste di ogni colore prima che arrivaste voi. E poi voi siete arrivati  e le dosi di umorismo, spesso virato verso il sarcasmo, sono cresciute a dismisura.

Che vuol dire?

Che voglio dire? Il sarcasmo che mi genera sempre la vostra incommensurabile presunzione, innanzi tutto.

Cioè?

Frasi storiche sulla bocca di tutti, calciatori e veline compresi: bisogna salvare il pianeta. Il pianeta muore. Il pianeta soffre…..

Il pianeta, amico mio, se vuoi proprio saperlo, di voi se ne fotte.

Siete poco più che una punturina di spillo.

Sono due milioni di anni che siete arrivati: fino alla rivoluzione agricola, 7/8.000 anni fa, eravate proprio pochi e soprattutto cibo per  carnivori.

Poi avete cominciato a fare un mare di figli, molti morivano naturalmente, altri continuavano a essere cibo per i carnivori, altri ancora vi servivano per sfamarvi….ma siete diventati un poco più numerosi. Diciamo che tra la prima età storica e il medioevo avete toccato i 300 milioni di individui, a volte un po’ di più a volte un po’ di meno, a seconda di guerre, batteri e virus bene o mal disposti nei vostri confronti e delle temperature della mia pelle o di scrolloni, eruzioni, pustole e tutto ciò che fa parte delle mie manifestazioni cutanee: non dimenticare mai che siete un po’ di corpuscoli che solleticano la mia cute, quei 30/40 chilometri di roba dura e fresca che racchiude il mio corpaccio rovente.

Non posso non ammettere che è un punto di vista autorevole!

Aspetta. Avete toccato il miliardo di individui nel 1800. All’inizio del 1900 eravate in 1.500 milioni. Cinquanta anni, dopo 2,5 miliardi. Oggi siete oltre 6 miliardi.

Forse troppi!

No, non ti preoccupare. Siete soprattutto presuntuosi. Il problema per me è relativamente piccolo. Ne ho viste di assai peggio e tante quante neanche puoi immaginare. Sai cosa significa l’impatto di un asteroide di qualche chilometro sulla mia pelle? Fa male, molto più di quanto voi, se foste pure 100 miliardi, possiate mai farmi. E prima ancora, ero giovanissimo, quando un colpo terrificante mi fece quasi morire e invece fu la nascita della mia cara Luna…

Non sarete mai troppi. Avete dentro una specie di anticorpo….quando sarà ora vi regolerete da soli. Il vostro cervello è certo limitato ancora, ma è destinato a crescere, la vostra storia è ancora lunga, non preoccuparti…

Ma il riscaldamento del clima, le specie che scompaiono…

A parte il fatto che sono faccende che possono interessare solo la vostra razza e quelle specie che comunque sono deboli e condannate ( tieni presente che la vita sulla mia pelle è cambiata mille e mille volte: razze fantastiche sono apparse e scomparse molto prima che vi fosse anche solo il sogno di una razza come la vostra): vai a chiedere agli scarafaggi, alle formiche, ai topi sulla terra e nel mare chiedi ai ghiozzi, ai ricci, alle amebe, ai vermi. Eppoi rivolgiti sempre ai batteri che sono i veri padroni e non hanno bisogno neanche del cervello…La vita è ovunque: le rocce sono vive, e l’acqua e l’aria. Le vostre considerazioni su ciò che vive e che è degno di vivere sono considerazioni molto semplici di organismi giovani, seppur dotati e promettenti. Un’ape o una formica valgono molto di più di un panda…..una felce è molto meglio di un’orchidea. Non so se mi spiego.

Fatico a capire…

Certo. Ma devi avere fede e speranza. Siete una razza giovane: dovete pensare alla razza più che al singolo individuo, come le formiche, i topi, le api.

Pensa  a questo fatto: Watson e Crick hanno scoperto l’elegante doppia elica del DNA appena negli anni ’50, sulla mia pelle esiste da miliardi di anni e arriva da ancor prima e di molto lontano.

Oggi chiunque parla di DNA ( non sa per certo che è il semplice acronimo di acido desossiribonucleico e non potrebbe spiegare la sequenza di adenina, timina, citosina e guanina legate da molecole di zucchero che si chiamano desossiribosio…) e tutti sanno più o meno cosa sia l’anidride carbonica (diossido di carbonio, per essere precisi), ma il cittadino medio ragiona seguendo gli spazi che giornali e televisioni debbono riempire con le notizie e le faccende che vanno nello stesso verso di precisi interessi e con utili a breve termine.

Pur se la conoscenza cresce e si diffonde, è la coscienza della sopravvivenza della razza che deve essere propagata: meno interessi individuali, o di gruppi ristretti e privilegiati, e più attenzione all’intera umanità – neri e gialli compresi -, con utili a lungo termine.

Ci saranno prezzi da pagare e dipenderanno appunto da quanto saprete sviluppare la coscienza di cui sopra. Ma siete ancora giovani e forti e in grado di sopportare costi elevati.

Magari avrete qualche milione o miliardo, poco conta, di morti individuali, ma la vostra è una razza destinata a vivere molto ancora e molto ancora sviluppare conoscenza.

Avete appena appena cominciato a capire cos’è la vostra galassia ( l’Universo è ancora un concetto troppo complesso per il vostro cervellino, ma col tempo imparerete molto, molto…), avete appena appena cominciato a capire che la vostra presunzione di essere unici è  solamente l’ingenua presunzione dei bambini che, naturalmente, si vedono centro assoluto del mondo…

Dentro alcuni  preziosi cervelli di vostri individui barlumi di luce pura, intuizioni che l’Essenza non a caso ha seminato e continua a seminare, sono stati accesi: Mahavira e il suo concetto jaina nel VI secolo e Euclide con i 13 libri della sua Stoicheia nel IV secolo avanti Cristo, H. Mandelbrot coi suoi frattali di recente; Leonardo Fibonacci, il pisano con il suo Liber Abaci e la scoperta della sequenza magica che regola molto di quello che vi succede intorno, già nel 1200.

E Einstein e Galileo e Tommaso Campanella e Giordano Bruno e Pitagora e Platone e Piero della Francesca e Bach: e voi che ancora non avete imparato che non esiste distinzione tra arte e scienza, tra scienza e magia, tra musica e matematica e letteratura e poesia.

I numeri sono poesia e musica e la poesia è matematica e musica e magia…..

E come faccio a pubblicare queste cose. Mi massacrano!

Che colpe possono darti, non è roba tua: riferisci solo faccende che io ti sto dicendo. Vai tranquillo.

Vai tranquillo! Ma sai come funzionano i media, da noi?

I media e tutte le altre cose che voi pensate essere proprie della vostra cultura funzionano come funziona tutto il resto.

Mi viene da ridere quando sento parlare dell’acqua come ne state parlando in questo periodo…

Perché, cosa c’è che non va?

C’è che quando parlate di acqua dimenticate che state parlando di circa lo 0,003% dell’acqua disponibile sulla mia superficie. Dimenticate di considerare nella sua estrema complessità, eppure molto semplice allo stesso tempo, il ciclo dell’acqua.

Dimenticate che il problema vero dell’acqua è limitato a aree geografiche molto ristrette. Dimenticate che qualcuno ha voglia di marciarci….Come la storia del petrolio: quante potrei raccontartene….

Posso immaginare.

Eppoi, non credere: anche i media seguono schemi che non hanno inventato gli uomini! Di nuovo la vostra infantile presunzione: non esistono leggi degli uomini che non siano leggi della natura!

E’ un concetto che fate fatica a comprendere: la natura vi comprende e vi regola, non viceversa.

Basta un mio raffreddore, una piccola convulsione, una minuscola eruzione cutanea e ne faccio scomparire a centinaia di migliaia di voi piccoli esseri insignificanti. E’ sufficiente che si incazzino – è una delle parole vostre che più mi attrae – alcuni dei miei cari batteri e tutta la vostra presunzione sai dove ve la mettete, giusto per usare ancora una delle vostre colorite espressioni?

Ce li avete anche oggi quelli che non vanno solo appresso ai propri interessi o a quelli delle loro lobby, come dite voi. Non pensare che io non segua gli articoli del danese Bjorn Lomborg; so benissimo chi sono Dennis T. Avery e  Fred S. Singer e le loro teorie, scomode ma non del tutto errate, sull’effetto serra. Altrettanto bene conosco gli allarmismi di Greenpeace, Legambiente, Al Gore e compagnia briscola; ma una cosa è certa e indubitabile e incontrovertibile, vale a dire che dovete fare attenzione: a voi, non al pianeta o ai panda. Il problema è tutto e solo vostro.

Te lo ripeto: probabilmente non ne avrò bisogno perché farete da soli ( le guerre sono uno dei tanti anticorpi, ma anche l’uso incauto delle conoscenze lo è… e penso non solo all’uso smodato e improprio delle tecnologie, ma soprattutto ai maneggi primordiali e pericolosi di genetica su virus e batteri), ma se appena appena dovessi scoprire che realmente possiate farmi un poco di male, mi basta uno scrollone più forte del solito o una febbre un po’ più alta del normale.

E… saranno cavoli vostri.

Come dice uno dei vostri pseudosaggi: meditate, gente. Meditate.

Che devo dire? Ringrazio dell’esclusiva e spero che a qualcuno possa servire e, soprattutto, che non mi facciano a pezzi.

Auguri e che viva il lupo e sia salvo l’ano della balena…..

Vincenzo  Reda

Torino, 8 ottobre 2007