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101 Storie Maya che dovresti conoscere…(a prescindere dalla bufala della fine del mondo)

Fino a ieri il popolo maya era considerato un popolo pacifico di osservatori del cielo, oggi invece sempre più spesso vengono descritti come una civiltà di feroci guerrieri, ossessionata da una concezione ciclica del tempo, unica nella storia. È nota a tutti l’oscura profezia che condannerebbe il mondo che conosciamo a scomparire il 21 dicembre 2012… I 101 racconti qui presentati intendono fare chiarezza su questa ricca cultura, fiorita tra selve inestricabili e altipiani tormentati da terremoti ed eruzioni, e rivelarne tutti gli aspetti ancora poco noti. A cominciare dalla verità sui sacrifici umani e sui riti, che includevano il cannibalismo, in cui i sacerdoti strappavano i cuori ancora palpitanti dai petti dei prigionieri. E ancora: racconti di piramidi altissime scoperte da avventurieri, sovrani costretti a donare il proprio sangue, eserciti di moderni “conquistadores” che scavano tra le rovine con la dinamite.

Dalla preistoria al colonialismo, un racconto in parte inedito che espone le scoperte archeologiche recenti, ma anche le teorie della New Age e della fantarcheologia: la vicenda dei Maya finalmente narrata a tutto tondo e che tocca anche il teatro e la poesia maya di cui quasi nessuno, fino a oggi, s’era mai occupato.

Dettagli prodotto

  • Brossura: 311 pagine
  • Editore: Newton Compton (10 novembre 2011)
  • Collana: 101
  • ISBN-10: 885413323X
  • ISBN-13: 978-8854133235
  • Prezzo:  € 12,90

Un grande ringraziamento a Marco Casareto, direttore di Focus Storia e Geo, e a Andrea Frediani, scrittore e editor (occasionale, ma assai gradito) del libro che è dedicato alla memoria del mio grande maestro dauno: Nicola Silvano Borrelli. Qui sotto i link della Casa Editrice e quello di amzon.it dove il volume si può acquistare on-line.

http://www.amazon.it/storie-dovresti-conoscere-prima-della/dp/885413323X/ref=pd_rhf_ee_p_t_3

http://www.newtoncompton.com/libro/978-88-541-3323-5/101-storie-maya-che-dovresti-conoscere-prima-della-fine-del-mondo

http://www.newtoncompton.com/collane/centouno 

Andrea Frediani, 101 segreti che hanno fatto grande l’Impero Romano

Andrea Frediani è uno scrittore di divulgazione storica assai bravo e apprezzato. Romano, laureato in Storia medievale è anche collaboratore di Focus Storia e Medioevo. Questo libro, edito da Newton Compton nella collana 101 (280 pp. per 9 €), è una bella lettura: leggera, fresca e fuori da certe pesantezze tipiche della saggistica storica italiana. Un bel consiglio per l’estate. Ne riporto parte della voce n.55 che si intitola: «Senza salsa non c’è gusto».

Ah, stavo per dimenticarmelo: Andrea è anche il redattore (editor è il termine inglese che va più di moda, ma io sono uno fuori moda) che sta lavorando sulle bozze del libro che ho appena finito di scrivere e che sarà pubblicato nella medesima collana per fine anno. Il titolo? Non lo dico ancora, per scaramanzia.

Uno dei piatti con cui Trimalcione, nel Satyricon di Petronio, stupisce i commensali, è una lepre presentata a imitazione di Pegaso. La fa portare al centro di un enorme vassoio; ai quattro angoli, dagli otri di quattro statuine esce salsa di garum in quantità tale da far sembrare vivi i pesci disposti nel canaletto che corre lungo il bordo del piatto. Oggi c’è qualcuno che non saprebbe mangiare un secondo, o un contorno, senza kechup. Ai tempi dei romani, allo stesso modo, erano davvero pochi coloro che rinunciavano a condire qualunque piatto con una salsa detta garum.

Nessuna classe sociale ne faceva a meno. C’era il garum per  ricchi, elaborato, e quello per i poveri, più scarno. Entrambi avevano un gusto che, a giudicare dagli ingredienti, renderebbe sgradevole l’alito di chiunque, al nostro moderno olfatto; l’idea che offre è quella di una poltiglia maleodorante di pesce putrido. Ma forse eraa qualcosa di simile alla pasta d’acciughe.

La ricetta del garum – altrimenti detto liquamen – descritta da Gargilio Marziale, autore del III secolo d.C., prevede l’utilizzo di pesci crudi di piccola taglia, come sardine e sgombri, oltre a interiora di altri pesci nella misura di un terzo (ma altri autori aggiungono triglie, acciughe, menole e bavose). I pesci vanno stesi in una vasca della capienza di almeno trenta litri, su uno strato di erbe aromatiche secche: aneto, menta, finocchio, sedano, mentuccia, origano, ruta. A essi va sovrapposto uno strato di sale spesso due dita.

L’operazione va ripetuta, alternando i tre strati, finché non si raggiunge l’orlo della vasca. Dopodiché, si mette un coperchio e si lascia a macerare per una settimana. Altri venti giorni sono richiesti per rimestare e amalgamare, lasciando la vasca sotto il sole. Infine, si raccoglie la brodaglia facendola filtrare attraverso un setaccio, ed ecco pronta la salsa che ha deliziato il palato di milioni di romani nel corso dei secoli. Ciò che rimaneva nel setaccio era comunque messo in commercio, col nome di alec; si trattava di un garum meno puro, ma alla portata dei ceti meno abbienti e dei palati meno raffinati.

[...] Plinio definiva il garum ‘brodaglia di roba putrescente’, ma sena disprezzarla. Anzi, magnificava le doti del garum proveniente dalla Spagna, dove sembra fosse prodotto il tipo più rinomato, tanto da costare quanto un profuno. In Italia, invece, il più ricercato era quello di Pompei.” .

Oggi la salsa più simile al garum è la colatura di alici di Cetara, una vera leccornia.