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Antonin Artaud, “Van Gogh il suicidato della società”

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«L’occhio di Van Gogh è quello di un grande genio, ma nel modo in cui lo vedo disseccare anche me dal fondo della tela da cui è sorto, non è più il genio di un pittore ch’io sento vivere in lui in questo momento, ma quello di un certo filosofo da me mai incontrato nella vita.

No, Socrate non aveva quell’occhio, prima di lui forse solo il povero Nietzsche ebbe questo sguardo che spoglia l’anima, che libera il corpo dall’anima, che mette a nudo il corpo dell’uomo, fuori dai sotterfugi dello spirito».

«E aveva ragione Van Gogh, si può vivere per l’infinito, soddisfarsi solo d’infinito, c’è abbastanza infinito sulla terra e nelle sfere per saziare mille grandi geni, e se Van Gogh non è riuscito ad appagare il desiderio di irradiarne l’intera sua vita, è perché la società glielo ha vietato. [...] Inoltre, non ci si suicida da soli. Nessuno è mai nato da solo. Così come nessuno muore da solo».
Antonin Artaud (Marsiglia, 4 settembre 1896 /Ivry-sur-Seine, 4 marzo 1948) scrisse questo saggio inaudito nel 1947, un anno prima di morire. Necessita ricordare che Artaud fu internato per nove anni in manicomio e da cui uscì nel 1945.

Se si ama Vincent Van Gogh, non si può ignorare questo scritto.

Antonin Artaud, Al paese dei Tarahumara

Antonin Artaud nacque a Marsiglia nel 1896 e morì a Ivry-sur-Seine nel 1948. Morì a causa di un tumore al colon.

Nei nostri anni Settanta è stato uno dei riferimenti principali: Il teatro e il suo doppio uno dei testi fondamentali per chi come me e i miei compagni di allora facevamo teatro d’avanguardia. Un altro testo importante di Artaud è Van Gogh il suicidato della società.

A cavallo dei Venti e dei Trenta egli partecipò come attore a diversi film: rimane indimenticabile la sua parte nel Giovanna d’Arco di C. T. Dreyer. Nel 1936 abbandonò il teatro per recarsi in Messico alla ricerca del rito del Peyotl, il fungo allucinogeno che cresce nelle montagne del nord-ovest di quel paese e oggetto di culti iniziatici tra gli indios. Dopo un misterioso viaggio in Irlanda nel 1937, fu internato in manicomio fino al 1945.

Questo libro, uno dei primi della Biblioteca Adelphi, lo acquistai una ventina d’anni fa e ho appena finito di rileggerlo. E’ una raccolta di testi che accoglie, oltre quello che gli dà il titolo, scritti che abbracciano più di 20 anni, tra il 1923 e il 1946. E’ un libro inaudito, feroce, visionario, stravolto e stravolgente: soltanto in certi testi di Isidore Ducasse (il conte “impensabile” de Lautréamont, oggetto di uno scritto di questa raccolta) si possono ritrovare analogie, peraltro consapevoli.

Questo secolo non capisce più la poesia fecale, l’intestina malora, di colei, Signora Morta, che dai secoli dei secoli sonda la sua colonna di morta, la sua colonna anale di morta nell’escremento d’una sopravvivenza abolita, cadavere anche i suoi io aboliti, e che per il delitto di non aver potuto essere un essere, ha dovuto cadere, per meglio sondarsi essere, in questo abisso della materia immonda d’altronde così gentilmente immonda in cui il cadavere di Signora Morta, di signora uterina fecale, signora ano, geenna d’escremento dopo geenna, nell’oppio del suo escremento, fomenta fama, il destino fecale della sua anima, nell’utero del proprio focolaio…..Il nome di quella materia è cacca, cacca è la materia dell’anima, e ho visto tante bare spargere le loro pozze davanti a me…..Io rimprovero agli uomini agli uomini di questo tempo di avermi fatto nascere con le più ignobili manovre magiche in un mondo che non volevo, e di volere con manovre magiche similari impedirmi di farci un buco per lasciarlo. Per vivere ho bisogno di poesia, e voglio vederne attorno a me. E non ammetto che il poeta che sono sia stato rinchiuso in un ospedale psichiatrico perché voleva realizzare in natura la sua poesia.”.

Questo stralcio emblematico di testo è parte della lettera scritta il 6 ottobre 1945 da Rodez a Henry Parisot: è uno dei momenti più alti, più disarmanti, più teneri pur nello sviluppo visionario e stravolto delle metafore di Artaud.