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Stefano Chiodi Latini a Villa Somis

Tra il XVII e il XVIII secolo la nobiltà torinese, al passaggio tra Granducato e Regno, prese a costruire sontuose e discrete dimore sulla collina torinese, spesse volte circondate da vigne ubertose in cui si coltivavano vitigni autoctoni (vedi il famoso Cari). Prima dell’assedio francese del 1706, se ne contavano almeno 150 di cui i francesi fecero scempio. Oggi rimangono ancora dimore come Villa Abegg, Villa Chinet, Villa Somis; le vigne sono scomparse, se si esclude la recente ripresa della Vigna della Regina, riportata in auge da un encomiabile progetto misto pubblico e privato affidato all’Azienda Balbiano di Andezeno che vi produce dal 2009 un’ottima Freisa di Chieri.

I conti Somis acquistarono verso la fine del XVII secolo una stupenda dimora situata in strada Val Pattonera (sulla sinistra, salendo verso Cavoretto). Lorenzo Francesco (1662-1736), musicista e medico di corte, fu il capostipite di una famiglia di valenti musicisti:  i figli Giovanni Battista (1686-1763) e Lorenzo Giovanni (1688-1775) furono violinisti virtuosi, direttori e compositori noti in Italia e in Europa.

Così come la stirpe dei Conti Somis diede i natali a valenti musicisti, altrettanto la famiglia Chiodi Latini è ormai celebre come stirpe di valenti ristoratori: Antonio è il titolare de I Nove Merli di Piossasco, Umberto (suo fratello) è lo stellato chef del Vintage 1997 di Torino e Stefano, figlio di Antonio, ha rilevato Villa Somis per trasformare questa splendida location in un luogo di alta cucina.

Ricordo Villa Somis perché nel 1996 ospitò un pranzo per festeggiare la pubblicazione della guida Mangiare a Torino: era una pubblicazione da me ideata e pubblicata dalla Proget, una delle mie imprese editoriali. Era una guida il cui intento era quello di indicare in maniera enciclopedica – senza fornire giudizi di sorta – i luoghi della ristorazione torinese dei quali si elencavano i recapiti, il tipo di cucina e la fascia di prezzo. Fu un bel successo.

Ritorno a Villa Somis, invitato da Stefano Chiodi Latini, con Mario BussoVinibuoni d’Italia, Touring Editore – e il dottor Flavio Boraso, collaboratore della guida de L’Espresso.

Il posto è di eleganza e bellezza sensazionale, situato in una posizione che nelle stagioni più favorevoli rendono esaltante. Ristrutturato nei colori e negli arredi, oggi permette sia di continuare la tradizione di grandi pranzi per celebrare matrimoni e convegni, sia di permettere una ristorazione più di qualità, più intima: la disponibilità di saloni e salette appartate può soddisfare le più diverse esigenze.

E poi la cucina di Stefano, che mi ha stupito: mi sbilancio, meglio del papà Antonio. A cominciare dall’astice su misticanza con fiori della celebre azienda olandese Koppert Cress. Per raggiungere l’apice con un salmone affumicato con foglie di tè che ci ha lasciati, concordi tutti e tre i commensali, per davvero stupefatti per finezza, complessità, eleganza, originalità di risultato per una materia prima tutto sommato banale. Tutte corrette le altre portate, pur se non memorabili come il salmone. Con la sorpresa finale di un sorbetto di sedano con mirtilli di nuovo epocale!

Ci ha servito uno champagne premier cru brut  Laurent Gabriel (due passi da Epernay) che ho trovato, e con me i miei amici, particolarmente acido, vinoso, lungo e tutt’altro che stucchevole. Abbiamo continuato e finito con uno strepitoso Sforzato del 1997: l’unico difetto (difetto?) la sua poca limpidezza, per il resto una bottiglia di quelle che ti restano nella memoria.

Servizio, tovagliato, posaterie, bicchieri e atmosfera all’altezza. In una serata nebbiosa, dolce: di quelle che la collina torinese sa donare d’inverno.

Bravo Stefano!

Esperienza da ripetere con calma e da consigliare, magari per una cena a due. Ovviamente, dite che vi mando io.

http://www.villasomis.it/it/default.asp

http://www.vincenzoreda.it/i-vini-del-collio-alla-maison-ai-nove-merli-di-piossasco/

Quando l’etichetta è orrenda, e anche poco etica

Scrivevo anni fa (Barolo & Co, ripubblicato sul mio Più o meno di vino ):

Il sostantivo “etichetta” compare nella nostra lingua nel 1797, introdotto dal francese: «Etiquette. Marca fissata a un palo, poi cartellino……..»

Ma “etichetta” significa anche complesso delle cerimonie voluto  dall’uso e dalla cortesia di persone di un certo rango ( in origine le corti ): dal francese etiquette ( dicitura ) e dallo spagnolo etiqueta ( cerimoniale ). E’ lampante che l’etimo si rifà direttamente alla parola “etica” ( la scienza della morale, la norma, il costume, ecc….), dal latino ethica che discende dal greco ethike.

Dunque, “etichetta” significa certo: «dicitura, cartellino, marchio, ecc…..», ma nella parola è insito un concetto che in qualche modo riporta alla correttezza, all’onestà, all’etica, appunto.

Ora, su quanto siano etiche molte etichette avrei tanto da dire, ma l’oggetto di questa mia riflessione è prima tecnico e estetico, più che morale e, appunto, etico.

Parto da alcune considerazioni meramente tecniche.

L’etichetta è un mezzo di comunicazione che attiene alla scienza del marketing: formulazione del prezzo, canali di distribuzione, packaging (etichetta, anche), pubblicità, promozioni, ecc. costituiscono il cosiddetto marketing-mix, ovvero tutte quelle decisioni, e dunque caratteristiche commerciali, che un produttore assume per posizionare il proprio prodotto entro una certa fascia di mercato.

Ora, io penso, e a questo proposito dubbi ne ho pochi, che la scienza del marketing sia assai poco frequentata dai produttori di vino; penso altresì che i produttori di vino abbiano anche poco senso estetico e dubbio gusto. Da quanto sopra, si deduce che la mia opinione sulla maggior parte delle etichette appiccicate su bordolesi, borgognotte, alsaziane, tronco-coniche e via dicendo, sono non solo brutte, ma anche tecnicamente malfatte e fanno un pessimo servizio al liquido di cui dovrebbero parlare e al suo produttore.

La prima considerazione è di ordine tecnico: un’etichetta che sta appiccicata sopra una bottiglia di vino ha l’obbligo di raccontare il vino che gli sta dietro. Invece, se alla grande maggioranza di etichette presenti sugli scaffali di enoteche, grande distribuzione e wine-bar sostituite il testo originale con una semplice sequenza di caratteri senza senso e poi chiedete a una qualsiasi persona che tipo di prodotto può rappresentare quell’etichetta, avrete ben poche risposte che riferiscono al vino. Anche per il semplice fatto che poche etichette sono opera di specialisti della comunicazione, perché – mi spiace per chi pensa altrimenti – ognuno dovrebbe fare il proprio mestiere. Vale a dire che un conto è assemblare un ottimo vino, altra faccenda è raccontare la bontà di quel vino sopra uno scaffale in mezzo a tante altre bottiglie. Il primo dovere di una buona etichetta, infatti, oltre al fatto ontologico di sapere di vino, è quello di chiamare il consumatore a voce più alta e con parole più convincenti di quanto facciano le concorrenti vicine.

A tutti i ragionamenti di cui sopra  occorre aggiungere che il messaggio dev’essere semplice, breve, chiaro, forte.

E qui ricasca il povero, proverbiale asino: sulle nostre brave etichette troviamo di tutto e di più.

A cominciare dalla scelta dei caratteri, veri e propri cataloghi di lettering tra i più sofisticati e illeggibili, per continuare con i testi che, spesse volte, sono più lunghi e contorti di un feuilleton; per finire con la parte iconografica su cui è doveroso stendere un velo pietoso ( fotografie di paesaggi, riproduzioni di quadri che niente hanno a che fare con la materia e sono pure brutti, grafismi fuori luogo, marchi che sembrano fatti per prodotti metalmeccanici…..).

Tutto quanto sopra è confermato dalle etichette qui a fianco. Quella “artistica”, commissionata all’artista Luigi Stoisa per vestire (stampata) i magnum che sono andati all’asta del primo vino della Villa della Regina, fa schifo. E’ brutta, sciatta, scontata. L’artista della “materia vino” non sa nulla, magari è anche astemio. Ha dipinto questo orrendo acquarello perché glielo hanno pagato, magari anche bene. Ma la colpa non è sua. La colpa è di quelle persone di formazione profondamente provinciale, prive di gusto e di buon senso che fanno queste scelte. E, per una volta, non c’entrano i produttori, che poi sono gli amici Balbiano. Sotto, invece, le etichette molto sobrie e anche eleganti – nella loro semplicità – che non avevano la necessità di essere artistiche.

Le etichette realizzate da un artista che della materia vino si nutre e ci pasce sono altra cosa. Per esempio queste, le mie, tutte dipinte con i vini di cui devono parlare e alcune dipinte una per una. Ne sono orgoglioso. Mi sarebbe piaciuto dipingere quella per il Vino Della Regina, ma qualcuno ha deciso altrimenti. La mia presunzione m’impedisce di essere invidioso.

 

 

I vini di queste etichette sono Merlot, Pinot Noir, Muffato (Chardonnay) e Sangiovese.

 

HoReCa maggio 2011, Rosati e Vino della Regina
Il Vino della Vigna della Regina

Il 13 aprile, finalmente, ho potuto bere la Freisa di Chieri Superiore “Vigna della Regina” dell’Azienda Melchiorre Balbiano. Dopo la presentazione nel sontuoso ambiente della Villa, di cui sotto riporto il comunicato stampa, Francesco Balbiano ha ospitato un gruppo ristretto di giornalisti, amici e funzionari della Soprintendenza nella terrazza panoramica del ristorante “Monte dei Cappuccini”. Abbiamo iniziato con una Freisa vinificata in rosé, gradevole; siamo poi passati a bere Il Vino: che presenta alla vista un bel colore rubino con riflessi granati, all’olfatto un ampio ventaglio di profumi di frutti di bosco e al palato…ruvidezze di un giovane che ha ancora qualche anno di strada da percorrere. Si percepisce la gioventù del vino e, ancor di più, la tenera età della vigna di cui il millesimo 2009 costituiva la seconda vendemmia di un impianto risalente a tre anni addietro. Ma le premesse per diventare un gran vino ci sono tutte, viste le caratteristiche del vitigno, della terra e dell’esposizione. Un Cari, sempre delizioso, ha accompagnato il dessert e la grappa distillata dalle vinacce della Freisa ha chiuso le danze con autorevolezza.

Per una questione di stile – sono stato parte in causa – non esprimo giudizi a proposito dell’etichetta dipinta apposta per i lotti di bottiglie che andranno all’asta.

Il vino, la grappa e la pastiglie
della Vigna della Regina
Dal reimpianto del Vigneto storico, parte integrante
del progetto di recupero di Villa della Regina

Torino, 13 aprile 2011: è stato presentato oggi a Villa della Regina dal direttore regionale per i beni culturali e paesaggistici del Piemonte Mario Turetta, dalla soprintendente per i beni storici, artistici ed etnoantropologici Edith Gabrielli, dalla direttrice della Villa della Regina Cristina Mossetti e dal titolare dell’azienda vitivincola Balbiano Franco Balbiano, il vino prodotto dalle uve del reimpianto del vigneto storico, cinquemila bottiglie con l’etichetta “Vigna della Regina”, prodotte dall’azienda vitivinicola Balbiano, insieme a quattrocento bottiglie di grappa dalle vinacce di “Vigna della Regina” (prodotta per conto di Balbiano dalla distilleria Berta di Mombaruzzo) e le celebri pastiglie Leone al gusto di vino “Vigna della Regina”, nelle versioni al Freisa e al Cari, in scatoletta metallica.

L’esordio odierno del vino di Villa della Regina ha un’importante appendice sabato 14 maggio, alle 16, quando si terrà l’asta benefica del “Vigna della Regina”, e saranno battuti da Giancarlo Montaldo (già banditore dell’Asta del Barolo e dell’Asta del Tartufo di Alba) 26 lotti di differente formato, Magnum da 1,5 litri, Jeroboam da 3 litri e Balthazar da 12 litri, magnum di grappa e cinque maxi latte delle pastiglie Leone al “Vigna della Regina”. Tutti pezzi unici, con etichette griffate dall’artista Luigi Stoisa. I proventi dell’asta saranno devoluti dall’azienda vitivinicola Balbiano a Villa della Regina per lavori di restauro e recupero della splendida residenza sabauda che si affaccia su Torino.

Tutte le informazioni sull’asta si possono trovare sul sito:

http://www.vignadellaregina.it/

Il complesso recupero del compendio di Villa della Regina, intrapreso dalla Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici del Piemonte dal momento del suo affidamento nel 1994, in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni architettonici e paesaggistici per le province di Torino, Asti, Cuneo, Biella e Vercelli, ha portato al riscatto dell’intera proprietà, una vigna collinare con parti auliche al centro di giardini formali, teatro d’acque con grotte, fontane e belvedere ed aree agricole.

L’articolato intervento (1995-2010) ha inteso restituire identità alla Vigna reale, una Villa con appartamenti reali decorati ed arredati, giardini all’italiana “in forma di teatro” delimitati da una “corona boscata” ed aree destinate ad usi agricoli, nuovamente apprezzabile anche negli straordinari e peculiari aspetti paesaggistici ed ambientali che ne fanno il fondale storico della città. Parte integrante del Progetto Generale di restauro della proprietà demaniale è quindi il reimpianto del vigneto storico che sarà completato con il previsto recupero di tutte le parti storicamente produttive compresi gli orti adiacenti la Cascina del Vignolante, recentemente oggetto di intervento conservativo e strutturale. Il vigneto è descritto dai documenti come parte integrante della Vigna voluta ad inizio Seicento dal principe cardinale Maurizio di Savoia, un «Grande appezzamento di vigneto popolato da piante fruttifere» sulla collina a nord della proprietà. Dipinti, piante catastali e fotografie storiche attestano il persistere dell’interesse per questo aspetto del «Vivere in Villa» nel corso del Settecento e dell’Ottocento, quando il vigneto, allora dato in locazione, confinava con i «Giardini a Frutta», a loro volta contigui all’«Orto a legumi».

Il progetto voluto d’intesa dalle due Soprintendenze ed affidato all’arch. Federico Fontana, preparato da accurati studi ed indagini scientifiche, ha riscattato anche questa parte compromessa ed invasa dalla vegetazione infestante e riattivato l’attività produttiva storica affidata dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte nel 2008 alla Azienda vitivinicola Balbiano, da settant’anni conosciuta nel settore per la produzione di vino Freisa.

Il pubblico è stato invitato in occasione del Giornate del Patrimonio 2008-2010 a partecipare alla Vendemmia che contraddistingueva molte Residenze Sabaude extraurbane, un’esperienza peraltro tuttora unica nel contesto cittadino e che oggi caratterizza in modi diversi solo alcune grandi capitali europee come Parigi e Vienna.

Superficie del vigneto storico: 1,4783 ettari, superficie del reimpianto in uso: 0,7370 ettari. Barbatelle messe a dimora: 2.700 (di cui 2.546 di tre tipi di freisa e le restanti suddivise fra barbera, bonarda, carry, grisa roussa, neretto duro e balaran (vitigni rari).

Finanziamento: Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Fondi Lotto 2001-2003, Perizia n. 06/2001 Restauro del parco.

 

 

Vinitaly 2011, i vini

Soprattutto rosati, sui quali ho da scrivere un articolo per HoReCa di maggio: e allora i classici pugliesi di Leone de Castris (Five Roses) e Botromagno (Lulù): perché il rosato classico vuole come padre il Negramaro (magari con un poco di Malvasia nera). Poi, sempre nella tradizione, il Chiaretto Garda Classico. Ma nell’innovazione l’ottimo bio di Manincor (Alto Adige), il brut rosé di Marramiero (Abruzzo) e il sorprendente rosato da Freisa di Chieri di Balbiano (Piemonte). Sempre di Balbiano, il Vino della Vigna della Regina 2009, da uve coltivate nella ripristinata vigna, dentro la città di Torino, della Villa della Regina: Freisa di Chieri. Infine, i vini di Spertino: siamo nell’astigiano e qui c’è il Grignolino, sublime rosato naturale. Poi Spertino fa una Barbera memorabile e un Cortese che sembra un Rieseling da vigne vecchie di 50/60 anni: purtroppo (o forse meno male), ne fa soltanto 1.850 bottiglie,  per un bianco davvero sensazionale.

Doc Pinerolese, Torino e Collina Torinese

Finalmente ho finito di bere le famose 18 bottiglie che hanno tenuto compagnia ai miei lavori nell’allestimento presso le scuderie della Palazzina di Stupinigi. Bottiglie che appartengono alle 4 Doc della Strada Reale dei vini Torinesi. Finisco con le Doc Pinerolese e Collina Torinese.

Delle 3 bottiglie del Pinerolese, purtroppo, il Doux D’Henry 2008 delle  Cantine Il Tralcio di Bricherasio sapeva in maniera pesante di tappo, capita: non sono in grado di giudicare questo rosato naturale che, del resto, già conoscevo. Mi auguro che quella cantina me ne fornisca una bottiglia il cui contenuto prezioso non sia rovinato: in ogni caso, questo vino raro è caratterizzato da colore scarico, elevata acidità e scarso corpo che lo rendono adatto a essere bevuto con cibi delicati, magari come accompagnamento di merende sinoire nei caldi pomeriggi d’estate, a temperatura un poco più fresca del normale.

L’Argal 2006 delle Cantine Dora Renato di Frossasco è un uvaggio di Barbera, Freisa e Neretto: un vino che ha pretese di importanza ed eleganza ma che l’uso non proprio eccellente di legno piccolo rende un poco stucchevole. Un vino comunque che mantiene una certa personalità e buoni sentori di frutta di sottobosco e note speziate che lo rendono adatto ad accompagnare cibi importanti: certo è che con un uso più attento del legno, avrebbe molto da guadagnare.

Ottimo il Dolcetto 2008 Le Marie di Barge: un Dolcetto che ha profumi e sapori grassi, rotondi, molto peculiari che evidenziano un legame stretto con il territorio in cui nasce. Un vino che ti rimane nella memoria, un vino certo non eccezionale ma di forte carattere, schietto, vinoso.

Delle 5 bottiglie della Doc Collina Torinese ben 4 erano di Balbiano e una, Barbera 2009 Nonno Nando, di Stefano Rossotto di Cinzano: una Barbera di buon corpo e alcol senza pretese particolari ma corretta e con elevata acidità.

L’Azienda Melchiorre Balbiano di Andezeno merita un discorso a parte. Un produttore che conoscevo per la Freisa di Chieri: vino che ho avuto il piacere di bere per anni prodotto da un parente di mia moglie a Pino d’Asti. Una Freisa delicata, mossa, molto secca, di un bel rosso rubino non troppo carico, vinosa, franca, pulita: uno di quei vini che puoi bere d’estate e d’inverno, a pranzo e a cena, fresco o a temperatura ambiente; un vino che accompagna tantissimi piatti, versatile, gentile. Questo di Balbiano, annata 2009, è per davvero eccellente. Ma già lo sapevo. La sorpresa è stata la Bonarda 2009: un altro vino di grande versatilità, di facile beva; leggermente mosso, ti lascia la bocca pulita e non finisce mai di saziarti. Mi è piaciuto assai: vino da tutto pasto che non ti assedia il palato e accompagna discreto tutti i cibi, anche il pesce.

Non conoscevo la Freisa Superiore Federico I il Barbarossa. Ho bevuto questo vino dell’annata 2006, contenuto in una bottiglia particolare, asimmetrica, che non avevo mai vista prima. E’ un vino importante che ha riposato 6 mesi in tonneau e altri 8 mesi in bottiglia prima di essere messo in commercio: è una Freisa di Chieri al suo massimo potenziale sia come sentori, sia come palato. L’uso ponderato delle botti da 500 litri ne esalta i profumi di frutta rossa senza massacrarti le narici con l’insopportabile vaniglia che tutto copre. In bocca è asciutto, gentile, molto secco e tanto tanto vinoso, come piace a me. Vino eccellente! 13,5° di alcol che non si sentono per niente. La controetichetta ne spiega il nome: nel 1155 Federico I il Barbarossa assediò e saccheggiò Chieri (allora comune più importante e popoloso di Torino) devastandone le campagne; si salvarono pochi filari di vigna da cui ebbe origine la Freisa di Chieri, vinificata dolce fino all’avvento della famiglia Balbiano che, dal 1941 e sono ormai 3 generazioni, ne ha tratto questo vino secco e gentile. Da specificare che la Freisa Superiore è un vino fermo e non mosso come il suo fratello più giovane.

Cito per ultimo il rarissimo Cari, vino di cui ho già ampiamente trattato: Balbiano ne produce circa 2.000 bottiglie. Il Cari di Balbiano, rispetto a quello prodotto dalla Cantina Sociale di Castelnuovo Don Bosco, è leggermente più speziato e complesso, pur conservando i 5,5° di alcol che lo rendono un compagno appropriato di piccola pasticceria, gelati, dolci delicati. Io ci ho mangiato, con soddisfazione, i fichi d’india!

La Strada Reale dei vini torinesi

Queste diciotto bottiglie hanno tenuto compagnia ai miei quadri e alle miei installazioni nella recente mostra di Stupinigi. Sono tutti vini autocnoni, alcuni rarissimi e di piccoli produttori. Ora con calma le berrò una a una e ne parlerò su questo sito: un compito che assolvo con estremo piacere. Doux D’Henry, Avanà, Carema, Erbaluce, Freisa di Chieri, Cari: non son vini di cui le guide trattano, bisogna alzare le chiappe e andare per le strade (stavolta Reali per davvero) a cercarseli.