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Angelo Gaja: ovvero mitopoiesi

http://www.vincenzoreda.it/barolo-gaja-dagromis-2005/

http://www.vincenzoreda.it/il-cremes-di-gaja-una-piccola-eresia/

Se dal volgare marketing ci spostiamo verso territori a me più cari come la letteratura o l’antropologia culturale, scopriamo che lemmi come “marchio” o “brand” sono parole banali e poco significanti se vogliamo descrivere fenomeni  particolari come quelli legati a certi personaggi e alle loro attività che, spesse volte, dall’area meramente commerciale debordano verso questioni che attengono assai più alla sfera culturale e sociale.

Mitopoiesi è una parola di origine greca che significa, più o meno: “capacità di generare nuovi miti“.

E Angelo Gaja, con la sua storia, la storia della sua famiglia, i suoi vini e quella capacità carismatica di poco apparire e meno ancora parlare se non quando la parole devono pesare con la giusta tara, appartiene alla mitopoiesi.

Espletato il mio solito rito, pedante e presuntuoso (ma mi divertono queste faccende),  di questa introduzione, e rimandando ai link sopra evidenziati che trattano con esaustive note di Barolo Dagromis (Barolo “gay“, come lo definisco) e di Cremes (vino “eretico“), desidero qui parlare brevemente del Sito Moresco 2012 che ho bevuto, insieme al Dagromis 2010, di recente.

Innanzi tutto va detto che questi tre prodotti sono da considerare i gradini d’ingresso alla galassia del mito Gaja, vini che si trovano a prezzi compresi tra i 20 e i 40/50 € a bottiglia e che, considerando che si tratta di Gaja, sono prezzi onesti per vini che comunque possiedono, al di là del fascino del mito, caratteristiche organolettiche comunque di livello almeno medio-alto.

Il Sito Moresco è un vino che Gaja ha cominciato a produrre tra la fine dei Settanta e gli Ottanta in diversi ettari situati in zone differenti della proprietà (comunque tra Barbaresco e Treiso), è costitutito da un uvaggio di Nebbiolo, Cabernet Sauvignon e Merlot in percentuali più o meno paritarie. Uso di barrique non nuove che in questo caso sono proprio opportune per arrotondare e armonizzare tre vini assai differenti tra loro. Il risultato è un prodotto di qualità elevata, gran corpo, alcol al 14% e bel colore rubino intenso con tannini dolci e quel certo sentore erbaceo del Cabernet che spicca tra i velluti del Merlot. Vino di grande equilibrio e lunga persistenza (più al palato che in gola). Vino a tutto pasto che si può accompagnare con tanta roba. Mi raccomando: servire abbastanza fresco (15/16° sono la temperatura giusta).

Certo, avendo la fortuna di berlo in compagnia di Angelo Gaja, e magari della sua famiglia, si gusta più assai.

Salute.

Il mio Gaja Darmagi 1995: etichetta dipinta col vino della bottiglia (senza aprire la bottiglia…)

Nel 1999 chiamai Angelo Gaja, io perfetto sconosciuto alle prese con un signore che non aveva, e continua a non avere, fama di persona facile: volevo dipingere col suo vino e avevo in testa un giochino da fare con le etichette e volevo farlo appunto con un suo vino.

vino 2Tutto subito, il signor Gaja non mi prestò attenzione, poi, a seguito di un mio fax non proprio gentile, si degnò di ricevermi presso la sua azienda in Barbaresco.

Gli esposi il mio progetto e fu subito comprensivo e disponibile, fornendomi sei bottiglie di Darmagi 1995.

Tre le misi a frutto bevendole con grande soddisfazione (bere bene mi ispira, non sia mai che dipinga con un vino che non ho bevuto e goduto! ), una la usai per dipingere  un paio di quadri su carta – secondo il mio solito stile – le altre due furono oggetto del seguente gioco: eliminai le etichette originali, prelevai dalle bottiglie, per tramite di due siringhe con aghi da vacca (lunghi e resistenti, per via del fatto che i sugheri di Gaja sono quelli che sono) infilati contemporaneamente attraverso i forellini della capsula, uno per l’immissione dell’aria e l’altro per il prelievo del liquido, 15/20 cl. di vino (è un’operazione lunga e delicatissima, per realizzare la quale occorrono un paio di accorgimenti che sono, ovviamente, segreti miei).

Con il vino preso da ogni bottiglia ho dipinto l’etichetta e la controetichetta.

Una bottiglia la conserva Angelo Gaja, l’altra fa parte della mia collezione ed è riprodotta a corredo di questo articolo.

Angelo Gaja passa per uomo burbero: con me fu gentile, disponibile, cordiale e anche assai riconoscente.

Mi è d’obbligo però specificare che, pur attestando una certa dignità grafica alle sue etichette, io non farei mai un’etichetta quadrata, non metterei mai più di due o tre elementi (scritte comprese) sull’etichetta, non rinuncerei mai alla controetichetta su cui indicare quanto, niente di più, prescrive la legge.

Mi viene la cacarella quando leggo, in modo particolare su etichette di grandi vini, gli abbinamenti e la temperatura consigliata per la degustazione……

Un’altra bella operazione la feci per conto di Claudio Gori: nel 2000 dipinsi, una per una e con i rispettivi vini,  sei etichette per otto produttori provenienti da tutta Italia per un’asta di beneficenza.

Le bottiglie furono tutte vendute.

Ancora con Claudio Gori facemmo nel 2001 un’operazione che mi è assai cara: Gori assemblò un vino per produrre circa settanta bottiglie, io trovai il nome:Idillio; Enrico Tallone stampò con i suoi preziosi caratteri in piombo le scritte essenziali ai piedi delle etichette che io dipinsi, ovviamente una per una, con lo stesso vino contenuto nelle bottiglie.

L’operazione costituiva il nostro regalo per il matrimonio di una persona cara, sommelier, che usò le bottiglie a mo’ di originale bomboniera.

Devo sottolineare che l’etichetta era rettangolare e naturalmente con i lati in proporzione aurea (il numero d’oro, ricordo, è :1,618).

Io ho in uggia le pretese etichette artistiche, alla stessa stregua delle cosiddette grafiche (stampe litografiche numerate e firmate dall’artista) o multipli, in cui si commissiona un quadro a un artista e poi lo si riproduce semplicemente e si cerca di vendere il tutto come opera d’arte: sgombriamo il campo dalle fesserie e dai mercanti, l’opera d’arte è e dev’essere unica e non riproducibile, alla faccia di Walter Benjamin!

 

Barbaresco

Questi sono vigneti di uve Nebbiolo a metà maggio: è tutto un gran bel progetto di Barbaresco. Da notare i cespugli di rose piantati in testa ai filari: una volta servivano per avvisare i contadini sulle malattie che potevano colpire le viti; infatti, le rose quelle stesse malattie le prendevano con qualche anticipo. Oggi, con le moderne conoscenze degli agronomi, non servono più, se non come ornamento.

Sperss: un sogno di “Nostalgia” ovvero…I have a dream

Il periodo era quello tra le due guerre. La severa valsusina Clodilde (Tildìn, in famiglia) mandava il figliolo Giovanni a vendemmiare i Nebbiolo in quel di Serralunga, ovviamente dopo la vendemmia delle vigne di proprietà in Barbaresco. E lì Giovanni si divertiva, gli piaceva lavorare senza il pesante assillo degli occhi di famiglia: e gli davano anche qualche soldo. E ancora: vendemmiare uve che sarebbero diventate Barolo costituiva una sorta di valore aggiunto per chi dai grappoli Nebbiolo spremeva da sempre Barbaresco. (continua…)

Gustazione di vino: Terredavino

http://www.vincenzoreda.it/terredavino-horeca-n-64/

Con la mia mania di parole e dizionari e un certo fastidio – ammetto, un poco “snob” – per l’uso sciatto, e spesso l’abuso, di alcuni termini, ho scoperto che il sostantivo  ”gustazione” è assai più antico e classico dell’insopportabile “degustazione“. Entrambi hanno origine nobile nel latino, ma il secondo è entrato nell’uso comune dopo la seconda metà del XIX secolo, mentre il primo era già consueto ai tempi di Dante. Nel Tommaseo, infatti, si trova “gustazione” e è assente “degustazione”. Insomma, un po’ come “cucinario” e “culinario“: entrambe di origine latina, ma la prima d’uso assai più antico. Comunque, a prescindere da queste mie mere masturbazioni mentali, da ieri sera sto bevendo, gustando e valutando sei bottiglie della linea horeca dell’azienda piemontese Terre da Vino, in Barolo. Il tutto deve essere finalizzato in un articolo per il mensile Horeca nel numero che uscirà per il Vinitaly del marzo prossimo. Ho scelto questa realtà piemontese da circa 5 milioni di bottiglie e 20 mln. di euro di fatturato per la semplice ragione che è una delle poche aziende, forse l’unica, che distribuisce con lo stesso marchio  - ma vini di ben diversa qualità – sia nella linea horeca, sia nella gdo (con percentuali rispettivamente del 25 e 75). Per questo motivo, Terre da vino non gode, presso la stampa specializzata, dell’apprezzamento che secondo me merita. Senza entrare in dettagli che saranno oggetto del mio articolo tecnico, sto bevendo dei vini di qualità almeno medio-alta che presentano un rapporto qualità/prezzo davvero sorprendente. Barbera d’Asti eccellente “La Luna e i falò” 2009, tra le migliori 10/15 che ho bevuto (ben trattata dalle guide: ma si parla di 350.000 bottiglie!!). Il Barolo “Essenze” 2007, ancorché ancora molto giovane, è un Barolo come si deve, migliore senza dubbio di vini più blasonati e che costano anche di più. Mi hanno stupito il Nebbiolo “La Malora” 2009 e il Barbaresco “La Casa della collina” 2008: vini di ottima qualità, ben strutturati, con personalità e buona capacità di rappresentare il territorio da cui provengono. Buoni pure il bianco (Sauvignon/Chardonnay) “Tra Donne sole” 2010 e il Moscato Passito “La bella Estate” 2009. I rossi, dopo averli bevuti da soli, li ho accompagnati con i paccheri al ragout di cinghiale e un coniglio preparato al forno con salsa, olive e peperoni. Mi hanno confermato la qualità soprattutto Barbaresco e Nebbiolo, per la Barbera non ci sono bisogni di conferme.

Terre da Vino Spa  - Via Bergesio,6 - 12060  BAROLO (CN)  Tel. 0173 564611    Fax. 0173 564612

info@terredavino.it       www.terredavino.it

Grappoli di Nebbiolo che diventeranno Barbaresco 2010

A Neive, dietro la piazzetta Paolina Demaria, c’è una vignolina di neanche mezzo ettaro esposta a sud-est. Ci sono capitato per caso in questi primi giorni d’ottobre, tardo pomeriggio di giornata bigia. Si vede che è una vecchia vigna, a girapoggio, con sesto d’impianto di 4/5.000 piante, tenuto a spalliera a 5 fili, mi pare. Ogni pianta (si nota l’ottimo diradamento) non ha più di 4/5 grappoli per 2/3 kg. di frutta bella, opulenta che si vede matura al punto giusto. Credo la vendemmieranno entro pochissimi giorni. Ho voluto comprendere nel mio sito queste immagini di uva nobile che sta per farsi vino: sono bellissime, per chi d’uva e di vino capisce.

A pranzo con Angelo Gaja

Non capita tutti i giorni di essere ospiti esclusivi di Angelo Gaja: egli è un uomo che passa per essere un burbero, in realtà è soltanto una persona di grande realismo e di grande capacità di lettura degli uomini e non gli piacciono le persone banali, quelli che si atteggiano, gli adulatori e via dicendo (traduzione italiana di “quant’altro”).

Abbiamo chiacchierato in libertà per un’ora e mezza prima di recarci a pranzo nel vicino ristorante Antica Torre, da qualche anno proprio sotto il parallelepipedo medievale che marchia Barbaresco. Lì si è tra amici per una cucina che è langarola, semplice, di provata tradizione; e per bere, nessun problema: Angelo s’era portata appresso una bottiglia del neonato Barbaresco 2007.

Carne cruda a coltello, vitello tonnato e insalata russa, tajarin freschi al ragout, pollo ruspante al forno con verdure lessate e delizioso bonet. Per accompagnare chiacchiere tra amici, chiacchiere magari anche riservate, di quelle che proprio soltanto tra amici si possono fare.

Che dire, Angelo è sempre un vulcano: uno stimolo, lasciarlo parlare e infervorare sulle questioni che gli stanno a cuore.

Barbaresco & Barolo, secondo Paolo Monelli

Barbaresco:

“…così l’oste col vino con cui ha consuetudine di mezzo secolo. «Ecco, così deve essere il barbaresco» dice. «Morbido, ma non dolce; con odor di mammola e vivace colore.». Ma io mi lascio andare alla sforzante grazia del suo nerbo; penso come gli sta bene questo nome che evoca tempi di corruccio e di sdegni, fuste brigantesche per l’assolato mediterraneo, bagliore di armi, e grato posare dopo le armi.[…] Barbaresco: chi ha detto che è un vino effeminato, arrotondato? Se mai, è guanto di velluto con dentro un pugno di ferro; ed ha la generosità dei forti, e penetra nel cuore col passo del buon guerriero. E Barbaresco, il borgo, ha una sua storia millenaria di fiere lotte. In cima al poggio la chiesa ha una mossa nei fianchi, come di bevitrice esilarata. La torre romana si stira nel sole, le si affaccia dal culmine un ciuffo di alberelli. La conserva così arzilla il fiato di questo vino; agita per saluto il ciuffo ai dondolanti colli intorno rigati dalle vigne su campi verdi e bianchi, al Tanaro sotto a perpendicolo grigiazzurro fra vaste golene, ad Alba laggiù dai tetti colori del vino.”

Barolo:

“Questo è il più gran vino del mondo: lo ha detto lo storico Cibrario, esploratore di cantine per tutte le nazioni d’Europa; e bisogna credergli. Ha il colore delle foglie autunnali, il fiato fresco della primavera, diffonde nelle vene un calore di temperata estate. Ne ho fatto il primo assaggio sopra una terrazza collocata fra i vigneti ed il borgo di Barolo, nella luce che il bevitore Carducci chiamava occidua. Barolo è stretto in una valle, le case si arrampicano su per un cocuzzolo dominato dal castello come su un albero di cuccagna in cima al quale ci sia da chiappare il sole.

Il vino barolo dà prima di tutto godimento all’occhio. Questo che bevo è di venerabile età, ha tredici anni; nel suo colore di caldo mattone rivedo le torri bolognesi ardere contro un cielo tempestoso nell’improvvisa schiarita del tramonto. Poi viene il gusto; quel suo modo suadente e pur energico di prender possesso del palato, con saporosa pienezza, con asciutto vigore. È onestissimo. Non dà alle gambe, non dà alla testa, prepara un sonno calmo e senza sogni, la mattina dopo vi svegliate chiedendo  al mondo una battaglia da vincere (è ben questo il vino che Cesare recò in anfore molte a Roma, e annotò il fatto nei suoi  Commentari). Così andai a letto alla Morra dopo aver spento il tepore del barolo con un bicchiere di facile grignolino (il che sarebbe come uscir da una reggia ed entrare nella locanda di fronte; ma una locanda linda, odorosa di spigo, con un letto enorme e fresco).”