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Go Wine, 2017 “Bere il Territorio”

 

GIOVEDÌ 2 febbraio 2017

Torino – Starhotels Majestic **** – Corso Vittorio Emanuele, 54

 “BERE IL TERRITORIO”

L’Associazione Go Wine propone a Torino con una serata dedicata al Concorso Letterario Nazionale “Bere il Territorio” e a tutti coloro che hanno contribuito a rendere l’iniziativa un punto di riferimento per i giovani appassionati al mondo del vino e della scrittura.

Durante la serata verrà consegnato il premio speciale “Vino d’Autore” alla scrittrice Sveva Casati Modignani, vincitrice di questa edizione, che alle ore 18.30 verrà intervistata dal giornalista Bruno Quaranta, del quotidiano La Stampa-Tuttolibri.

 A seguire, un interessante banco d’assaggio durante il quale sarà possibile degustare la selezione dei vini delle aziende italiane che compongono il comitato sostenitore del concorso e di quelle che sostengono il progetto culturale durante lo specifico evento di Torino.

Tra questi, mi piace segnalare  Mariuccia Borio  (http://www.cascinacastlet.com/) e i suoi vini, Barbera quasi in esclusiva. Li frequentavo quarant’anni fa e poi negli anni Ottanta ero stato suo cliente, tra i primi ad apprezzare Policalpo e Passum. Oggi, oltre a un ottimo rosato (80% Barbera e 20% Nebbiolo), ho scoperto l’Uceline da uve autoctonissime di Uvalino, un rosso di vendemmia tardiva sublime. 3/4000 bottiglie da 1,6 Ha. Ho gustato il 2011. Una rivelazione.

La Taba, ristorante argentino in Torino

A Torino si può trovare un’ottima cucina argentina in diversi ristoranti nei quali ho avuto modo di gustare sempre una carne eccellente, perché cucina argentina significa soprattutto carne e quasi sempre preparata alla griglia.                         Tagli differenti da quelli cui siamo abituati in Italia e vacche diverse, quasi sempre di razza scozzese Aberdeen Angus e, ogni tanto, l’inglese Hereford: bestie di taglia media, piuttosto robuste e resistenti. Per il mio articolo su Barolo & Co (uscirà nell’ultimo numero del 2016, nei primi giorni di dicembre) ho scelto il ristorante La Taba, aperto nel luglio del 2015 in via Piave, 1 quasi angolo con via Garibaldi. Locale luminoso, arredato con piacevole stile minimalista, un’ottantina di coperti e altri circa 25 nel dehors. I titolari sono due trentenni argentini di lontana orine italiana: Pablo Miranda e Paola Giro, marito e moglie provenienti da Cordova e con due figli (il maschietto nato in Argentina e la femminuccia già italiana). Alla griglia Martìn Alejandro Lopez (da Bariloche, ma lunga esperienza in Italia) e in cucina Marcos Ponce, proveniente da Mendoza. Chiaro che qui si beve soprattutto un ottimo Malbec, ma il mio format prevede l’accompagnamento dei piatti tipici con vini piemontesi.   Ho scelto 4 differenti tipologie di Barbera. Un Monferrato casalese (Perlydia Cantine Valpane 2010, 14,5% vol) per le empanadas; una DOC di Alba (Borgogno Superiore 2014, 13,5% vol) per accompagnare el pastel de papas; un Nizza (La luna e i falò 2013, Terre da vino) per il vacìo; infine, un altro magnifico Alba DOC (Bric du luv 2014, Caviola, 14,5% vol) per l’entrecote (Bife de chorizo, il nostro sottofiletto; il filetto si chiama Bife de lomo).Tutti accostamenti particolarmente azzeccati e con l’evidenza che potevano essere intercambiabili. La carne servita era, ovviamente, di manzo (taglia piccola, 4/500 kg e 18 mesi)) Angus argentino, importato sottovuoto. Eccellenti le salsine (consiglio il chimichurri, a base di prezzemolo e aglio) che però a me personalmente, piacendo il gusto quasi primordiale della carne grigliata, sono poco gradite. Come gusto personale, consiglio il vacìo: un taglio sottopancia di particolare gusto e di prezzo assai conveniente. Ho evitato le varie parrilladas (grigliate miste) e gli altri asados (tagli vari sempre alla griglia) semplicemente perché desideravo una carne particolare e allo stesso tempo classica. In conclusione, l’acidità della nostra Barbera sposa benissimo il gusto della carne argentina e il ristorante (spesa media 25/30 €) si è mostrato disponibile, piacevole e con un servizio da raccomandare senz’altro. Ah, dimenticavo, La Taba significa: La Stampa…

http://www.latabaristoranteargentino.it/

Biodinamico?

Biodinamico: aggettivo, singolare, maschile; dicesi di vino fermentato da frutta (uva) trattata secondo sistemi ispirati da Rudolf Steiner.

Vino biodinamico: sarà una “roba” buona o una “ciofeca”?

Biodinamico è una di quelle parole che scatenano reazioni che, di solito, sono proprie delle gradinate calcistiche stipate di tifosi integralisti.

Dal momento che io non sono né un integralista né un ultrà, quando mi viene offerto un vino definito biodinamico, innanzi tutto lo bevo. Poi lo valuto, a prescindere.

E prescindo anche se questo vino è figlio della passione di amici.

La premessa qui sopra per introdurre le mie personali valutazioni su due vini – un Cortese e una Barbera – che mi ha inviato Massimiliana Spinola (Castello di Tassarolo), figli che so diletti di Vincenzo Munì.

Si chiamano Titouan, nome del cavallo da tiro che sostituisce in vigna i normali trattori; sono fermentati da uve vendemmiate nel 2013 e sono entrambi biodinamici e privi di solfiti aggiunti.

Ebbene, sono entrambi due vini che mi sono piaciuti tanto. Vini eccellenti, per intenderci. Il Cortese è di un bel giallo paglierino di media intensità con spiccate note di pesca e di mela al naso e in bocca belle sensazioni sapide, larghe e con lungo e piacevole finale abboccato.

La Barbera è un vino dal colore rubino carico, al naso e in bocca note di mora di gelso e una bella acidità che finisce con un retrogusto particolarmente secco.

Due vini che mi sono piaciuti e che raccomando, molto semplicemente.

Salute.

http://www.vincenzoreda.it/castello-di-tassarolo-unemozione/

 

La Bernarda

Nel nostro straordinario mondo del vino succedono anche queste cose: un amico mi porta una strana bottiglia e mi invita a gustarla per poi fargli conoscere il mio giudizio.

IMG_5272Il vino si chiama: La Bernarda: è un uvaggio di Barbera e Bonarda; l’etichetta, per altro di un certo buon gusto e un pizzico di ironia, conferma che il nome del vino, oltre a ricordare con evidente assonanza i due vitigni da cui trae origine, ha precisi riferimenti con Quella Cosa Lì, quella che a tanti di noi (non a tutti, si badi bene) piace assai.

Bevo un vino di grande piacevolezza, leggermente vivace (si sente la rifermentazione naturale), non filtrato e di 13% vol., prodotto dall’Azienda Agricola di Trinchero Christian a San Martino Alfieri (AT).

M’incuriosisco e saccheggio la rete: senza risultati apprezzabili.

Chiamo il mio amico e gli chiedo il numero del cellulare di questo signor Christian Trinchero. Lo chiamo e lo interrogo sulla sua attività di produttore di vino e in particolare su questa benedetta La Bernarda. E vengo a sapere quanto segue.

Innanzi tutto Christian per campare svolge un altro lavoro e dunque è un vignaiolo “a rate“; possiede 5 ha scarsi che sono di proprietà familiare da almeno tre generazioni e che gli permettono di produrre 15.000 bottiglie, più una certa quantità di vino sfuso nelle tipologie classiche (Barbera d’Asti, Dolcetto, Bonarda e Nebbiolo): tutta la produzione è venduta direttamente in cantina o ad alcuni ristoratori affezionati clienti di vecchia data.IMG_5274

La Bernarda è nata da un’idea sbocciata tra una bevuta e l’altra di quelle che uniscono, antico rito, un gruppo di vecchi amici. L’assemblaggio dei due vitigni viene leggermente variato a seconda dell’annata, ma più o meno costituito da 40% Barbera e 60% Bonarda. Ne produce 2.500 bottiglie e costa, udite udite, ben 3.50 € a prezzo di cantina, pare ovvio….

Io, ripeto, l’ho trovato un vino assai gradevole e piacevole: mi riprometto prima o poi di fare una salto a San Martino Alfieri e provare gli altri prodotti di Christian, perché mi pare evidente che il vino Christian lo sa fare, anche se è soltanto un vignaiolo “a rate“.

 

Non avendo un sito web, posso lasciare volentieri l’indirizzo e-mail:

christian.trinchero@coldiretti.it

 

Langa, fine ottobre 2013

Il 21 ottobre 2013, una giornata uggiosa, appannata vede ancora tanti bei grappoli ancora attaccati alle loro viti di Nebbiolo. Sono compatti, opulenti e ben distribuiti sulle piante.

Quest’anno siamo ritornati ai tempi usati nelle vendemmie e sarà pure una buona annata: sia nelle quantità sia nella qualità delle uve (meno le prime rosse come Dolcetto e Barbera, meglio i frutti del Nebbiolo). Pur senza essere, in generale, un’annata eccezionale.

I vini di Bava

Bava è un’antica famiglia ancor prima che una storica cantina piemontese. Fin dal 1600 presenti sul territorio come agricoltori e produttori di vino, fondarono la loro cantina nel 1911 a Cocconato, paese del Monferrato sulle colline mioceniche tra l’astigiano e il torinese.

Bava è uno di quei casi esemplari che attestano la poca attendibilità delle guide vinifere: i vini di questo produttore godono di un loro quasi totale disinteresse, e c’è un motivo preciso: da queste parti non ci si è mai prestati ai giochini non troppo etici di molti editori (non tutti, intendiamoci) di guide: “Tu mi dai, io ti do“…

E in ogni caso da queste parti le loro oltre 500.000 bottiglie le vendono sempre tutte, senza bisogno che le guide ne parlino e le infarciscano di stelle, bicchieri, grappoli e novantanovesimi troppo spesso elargiti secondo parametri da cui la qualità latita quasi facendosene vanto.

Conosco i Bava, e soprattutto Roberto (dei tre fratelli il manager, essendo gli altri due, Giulio e Paolo, enologi che lavorano con la consulenza di Donato Lanati), da molti anni; per un verso o per l’altro, pur avendo diverse volte bevuto i loro vini, non me ne sono mai occupato con intenti professionali. Fino a oggi.

I vigneti di Bava sono ubicati intorno alla storica sede di Cocconato (Barbera, Albarossa e uve a bacca bianca), a Agliano (Barbera e Grignolino) e Castiglione Falletto (Nebbiolo e Dolcetto d’Alba). Sono un totale di 55 Ha, di cui 5 occupano, con annessa cascina, il Cru Scarrone a Castiglione Falletto.

Ho bevuto e valutato otto dei loro prodotti: RelaisBlanc 2012 (Sauvignon) e Albarossa 2010 in cantina; Stradivario 2007, Barolo 2008, Libera 2011, Grignolino 2012, Malvasia 2012 e ThouBlanc 2012.

Dei due vini bevuti in cantina, mi ha colpito l’Albarossa: è un incrocio tra uve Barbera e Nebbiolo realizzato nel 1938 dal prof. Giovanni Dalmasso. Un vino dal colore intenso e dai profumi fruttati che in bocca esalta i tannini intensi del Nebbiolo ma più morbidi della Barbera: una bella proposta, senza dubbio. Il Sauvignon qui ha dimenticato i suoi troppo famosi profumi di “pipì di gatto” per diventare un vino sempre di buona acidità ma più morbido.

Delle sei bottiglie bevute, con molta calma, a casa mia, prima dei tre su cui mi soffermerò con più cura (Libera, Barolo e Stradivario), devo puntualizzare che mi ha colpito il Grignolino che arriva da Agliano. Ho dei ricordi adolescenti dei vini di Agliano: con mio padre andavamo da Durio, negli anni Settanta, a comprare il vino. Erano vini potenti, dal colore intensissimo, che sapevano di succo d’uva e che talvolta erano leggermente mossi (Grignolino compreso)! Questo di Bava offre uno straordinario e unico profumo di pepe accoppiato al tipico sentore di rosa appassita. Anche il colore è leggermente più carico del normale. 12%vol., ne producono soltanto 3.500 bottiglie (più o meno 12€ a scaffale), purtroppo. Anche lo Chardonnay è un vino piuttosto tipico, con profumi meno invasivi di quelli tipici del vitigno: più floreale e meno fruttato. 20/25.000 bottiglie, 12,5% vol. e circa 10€. La Malvasia di Castelnuovo Don Bosco è un vino dolce e leggermente frizzante di 5,5% vol. che ricorda molto il raro Cari: il famoso “Vino ciularino” di Cavour. Grande piacevolezza, da bere fresco nei pomeriggi d’estate…prima d’infrattarsi a cercare altre piacevolezze cavouriane!

Il Libera è una Barbera di Agliano: 40.000 bottiglie per un prezzo indicativo di 12/13€. Colore rubino carico, note di prugna e ciliegia per una bocca morbida e una lunga persistenza con tenore alcolico non troppo elevato di 13,5% vol., che di questi tempi costituisce un bel pregio.

Con il Barolo 2008 andiamo verso i piani alti. 15.000 bottiglie prodotte nelle vigne di Castiglione Falletto, per un prezzo intorno ai 30€. Barolo dal colore leggermente più carico del normale, con una nota eccezionale di pepe nero (che io assai gradisco) al naso, oltre ai classici sentori di frutta rossa matura. In bocca i tannini sono morbidi e spicca un’eleganza sorprendente per un Barolo ancora giovane. L’alcol si ferma ai 14%vol. per un vino di indubbia classe.

Con lo Stradivario 2007 si arriva all’apice. Pochissime Barbera ho bevute a questo livello. Le uve sono quelle del Bricco della Pieve di Cocconato, con vigna esposta a Sud. Questa Barbera Superiore viene prodotta soltanto quando il millesimo lo permette. Questo 2007 è notevole per davvero: colore rubino carico con lievi riflessi più caldi. Al naso s’impone un profumo di confettura di frutta rossa che inebria, con sfumature lievemente speziate e note di cioccolato. Al palato è un vino armonioso, morbido, largo che rimane a lungo sia in bocca sia in gola. Ne producono 12/15.000 bottiglie con 13,5%vol.: qui il prezzo, come pare giusto, s’inerpica oltre i 30€, ma sono soldi ben spesi.

Per concludere, due puntualizzazioni importanti. La prima: i Bava, a cominciare dal padre Piero, sono attentissimi al rispetto, quello autentico, dell’ambiente. Filari inerbiti, concimazione naturale anche con l’utilizzo delle biomasse, poca solforosa, trattamenti classici e ridotti al minimo, tappi di sughero, utilizzo di vetro e cartone riciclato. E ancora, impianti fotovoltaici e raccolta delle acque piovane con riutilizzo in vigna e cantina.

La seconda: finalmente una cantina che tratta il make-up delle bottiglie con attenzione:  sono rivestite con rara eleganza e molta attenzione alla comunicazione. Mica poco, anche ricordando che qui c’è grande sensibilità per l’arte (musica soprattutto, che con il vino ben s’accompagna).

http://www.bava.com/it/

I Barolo di Giacomo Anselma

Delle circa 20.000 bottiglie che costituiscono la piccola produzione di Anselma, più dei 3/4 sono costituite da Barolo. Per il resto è presente (2.000 bottiglie) un Dolcetto d’Alba, una Barbera d’Alba (1.500 bottiglie) e una piccola produzione, da poco in essere, di Nebbiolo. Le vigne sono state ripiantate una quindicina di anni fa e sono condotte a guyot, con sesti d’impianto che non oltrepassano i 4.500 ceppi per ettaro. Franco esegue, vista l’età giovane, un opportuno diradamento. Importante: non si usano concimi chimici, ma soltanto rigorosamente minerali da fogliame. In cantina non si fanno filtrature, la solforosa è tenuta bassissima, le fermentazioni avvengono parte in acciaio e parte in vasche di cemento vetrificato. La Riserva Rionda sta a riposare in botti di legno da 42 hl. per cinque anni, il Collaretto invece i classici 3 anni. Qui c’è un rispetto quasi maniacale per la tradizione e i vini al naso, al palato, in gola e nello stomaco testimoniano di questo tipo di santa cultura vinosa.

Ho bevuto, mentre lo stavano mettendo in bottiglia, la Riserva 2006: sarà un Barolo grandioso, con struttura notevole, naso complesso ma non troppo, palato in cui i potenti tannini sono già quasi morbidi, in gola resta per tanto tempo e i 14% di alcol non si sentono proprio.

In Cantina avevo assai apprezzato il Nebbiolo 2008: anche qui un Nebbiolo di nerbo, potente, elegante e persistente come pochi altri. Non mi erano parsi di particolare evidenza né la Barbera né il Dolcetto, entrambi 2010. Ovviamente, mi aveva colpito il Barolo Collaretto 2006: un Barolo di grande struttura (e un prezzo sotto ai 20€!). E mi aveva lasciato senza fiato il Riserva Rionda 2004: ne ho bevuti tanti di Barolo negli ultimi mesi, ma questo è fra i 3/4 che mi rimangono nella memoria. Diverso dai Barolo elegantissimi e assai raffinati di La Morra e Barolo; diverso dallo strepitoso Barolo di Novello di Beppe Caviola. Questo è un Barolo di colore scarico, aranciato con riflessi giallognoli (anche da giovane), con sentori delicati di marasca e confettura: ma in bocca e in gola è un portento. Un vino schietto, pulito dall’armonia tutta sua che ha la caratteristica di rimanere attaccato al palato e in gola per tempi lunghissimi e che senti scendere nello stomaco quasi con una scia di calore rilassante. Ho continuato a berlo a pranzo, compagno di carne cruda, vitello tonnato, e agnolotti del plin: sempre eccellente. E ancora più eccellente bevuto da solo a fine pasto, oltretutto la bottiglia, aperta ormai da oltre 2 ore, aveva avuto modo di respirare per bene.

Negli assaggi che ho fatto con i tempi dovuti ( i miei richiedo almeno 2/3 giorni) a casa mia ho apprezzato la Barbera, meglio ancora il giorno dopo la stappatura: colore rubino molto, molto carico, naso delicato e palato complesso per un vino che somiglia più a una Barbera del Monferrato che a quelle classiche di Alba. 13% vol. per un vino migliorato da una parte di uve che arrivano dalla vigna Rionda, e si sentono! Il Dolcetto (2010, 13% vol. colore non particolarmente carico e tipologia molto “bio”) mi ha lasciato indifferente: non è un vino di particolare qualità, pur essendo corretto e piacevole da bere. Certo,  il Nebbiolo 2008 e il Barolo Collaretto 2006 (14% vol. per entrambi) sono magnifici, specialmente se lasciati riposare. Li ho bevuti addirittura accompagnandoli con una salsa rara di pepe rosso macinato e bianchetti della mia Calabria: hanno fatto gran figura e credo che anche il classico Cirò si sarebbe complimentato. Non ho volutamente aperto le due bottiglie Rionda Riserva 2003 e 2005 (il prezzo in cantina non supera i 35€): ho nella memoria lo Sperss di Gaja 2003 e tra qualche tempo, con la dovuta calma e nell’occasione più appropriata, lo confronterò con questo Barolo Riserva Rionda 2003 di Giacomo Anselma. Per finire, un appunto dedicato alle etichette (sono una delle mie manie): a parte quelle della Riserva Rionda (anonime ma non certo scorrette, né brutte) le altre sono davvero tremende, in ogni senso. Dovrò adoperarmi con Franco e Maria perché le rivedano totalmente!

http://www.vincenzoreda.it/az-agricola-anselma-giacomo-di-serralunga/

Si fa presto a dire Bio

Andrea e Stefano hanno da poco aperto un piccolo negozio (Biobe) che propone alimenti biologici, veri: scelgono i loro fornitori personalmente e con una certa attenzione. Sono in via Genovesi, 5/E, dalle parti di corso Turati a Torino. Non li conoscevo, me li ha segnalati un amico e ve li consiglio, fanno anche gastronomia.

In verità mi avevano contattato per la presentazione di un produttore di vino di Calosso che produce vini biologici: io sono sempre molto sospettoso in proposito. E invece mi sbagliavo. Andrea Venturino,  figlio di Costantino (foto), in poco più di 3,5 Ha (il vero biologico non è che si possa fare su vigneti molto vasti), produce buon vino (Azienda Ca ‘d Tantin). Segnalo il Dolcetto, bello tosto e, soprattutto la Barberra Superiore del Monferrato 2007: un vino di ottima qualità (a un prezzo molto interessante). Producono anche l’Armonia, più modaiolo (ma sempre Bio): un taglio di Barbera e Cabernet.

www.biobe.it

www.catantinvinobio.com

2008: pittura con vino

“Il vino l’hanno creato gli dei: in colpa per aver riservato agli uomini un destino stento e meschino, con questo dono hanno cercato di alleviar loro le pene del sopravvivere quotidiano.

Il vino è fatto per essere bevuto.
Il vino naturalmente io lo bevo.
Il vino, io, dopo averlo bevuto, qualche volta e la notte specialmente, lo stendo su certe carte che conosco e aspetto che si compia il miracolo, ché per certo di miracolo si tratta.

Il vino non è un colore (e neanche un semplice miscuglio di sapori e di odori) il vino è una storia che comincia dallo sfaldamento delle rocce in ere geologiche, che continua con l’evoluzione del clima e la crescita di una pianticella tenace e delicata, che si conclude con l’inizio di un’altra storia, questa volta popolata di uomini.” Non sono un pittore che dipinge col vino. Non sono un pittore. Chi sono? Forse Aldo Palazzeschi potrebbe rispondermi, o Marcel Duchamp.”

“Bordeaux, Bourgogne, ma anche Barbera d’Asti, Lambrusco di Parma, Primitivo di Manduria, Morellino dell’Isola del Giglio, Colorino di Claudio Gori, Carbonaione di Vittorio Fiore, Darmagi di Angelo Gaja e alcuni straordinari vini del nostro sud.

Sono i miei colori che ho annusato, che ho toccato, che ho osservato, gustato e infine digerito (mentre il senso dell’udito, eccitato, si perdeva nei silenzi di Monk e Davis e Chopin); colori che sono diventati bicchieri perché i bicchieri sono semplicemente una mia ossessione e perché costituisce un fatto naturale, quasi ovvio, dipingere bicchieri col vino.

Ciò che stupisce e che incuriosisce nasce dal prodigio che sulla carta, evaporati l’alcol, l’acqua e le altre sostanze volatili, restano quelle decine e decine di composti organici e minerali che costituiscono uno dei tanti miracoli che sa compiere il vino, un liquido che nuoce solo a chi non lo sa bere.

Voglio precisare che io uso solo e nient’altro che vino, sempre vino che ho bevuto e che conosco bene, sempre partendo dal liquido contenuto in bottiglia. Negli anni con una ricerca non sempre facile ho messo a punto alcune tecniche che mi permettono di utilizzare qualsiasi vino. Alcune di queste tecniche richiedono molta pazienza e soprattutto molto tempo, a volte molti mesi per ottenere i risultati desiderati.