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Cucina Nikkei al Made in Perù di Torino

Ristorante Made in Perù – Via Germanasca, 32/B – 10138 TORINO – Tel. 011 2074536/392 5386626  www.ristorantemadeinperu.com

Grazie a Gloria Carpinelli ho incontrato Miguel Bustinza e Patricia Trujillo Villar che nel loro ristorante Vale un Perù mi hanno fatto conoscere la magnifica cucina peruviana, di cui ho ampiamente trattato sia sul mio web site sia su Barolo & Co sia sui social. Poi ho avuta la buona ventura di gustare i piatti a base di Quinoa e di Tarwi (il lupino andino) preparati da Alfonso Perret, grande tra i cuochi peruviani.
Ora sono entrato in contatto con la cucina peruviana nei suoi risvolti più tradizionali e, grazie a Milagros Mayer (Paola), ho conosciuto e apprezzato (devo ammettere: con emozione) un piatto sensazionale: il Tiradito.
Figlio della tradizione Nikkei, fusion nippo-peruviana: oggi figura nella top ten dei food trend, il cui massimo esponente è lo chef Mitsuharu Tsumura, nato in Perù ma di origini giapponesi, con il suol Maido di Lima, uno dei 50 ristoranti più apprezzati dell’America Latina. La cucina Nikkei ha conquistato l’Occidente anche grazie al prezioso contributo di Gaston Acurio, di Astrid y Gastòn e Ferran Adrià: quest’ultimo, insieme al fratello Adrian, ha aperto a Barcellona un ristorante dedicato  alla cucina nippo-peruviana. Si chiama Pakta e ormai è diventata meta irrinunciabile dei gourmet di tutto il mondo. Lo chef catalano, maestro sempre all’avanguardia cucinaria, ha immediatamente compreso il valore di questa contaminazione cucinaria. Il Tiradito è un piatto invero assai semplice:  è composto da fettine sottili di ricciola marinate nel succo di lime e condite con coriandolo, aglio e zenzero, ai quali si aggiungono due salsine a base di ajì amarillo e rocoto. Il risultato è delizioso: equilibrio, eleganza, sapori distinti e sorprendenti: sono rimasto estasiato. Tutto il resto, ottimo (Chaufa, Causa e dolce di Lùcuma) e con sapori nei quali spiccano qualità di materia prima e abilità di preparazione.
Il ristorante di Paola e Ricardo Canales Cortez si chiama Made in Perù, via Germanasca angolo via Monginevro: da provare di corsa.

La Taba, ristorante argentino su Barolo & Co

L’Argentina è un grande paese che si estende per circa 2,8 milioni di kmq (quasi 10 volte la superficie dell’Italia) nella parte sud-orientale del continente sudamericano. La sua popolazione attuale conta 42 milioni scarsi di abitanti dei quali almeno 25 milioni sono di origine italiana. Abitata con certezza dal 11.000 a.C., fu scoperta dagli spagnoli nel 1516. La sua colonizzazione fu lenta e non conobbe, data l’assenza di ricche civiltà e la scarsezza di risorse minerarie importanti, la massiccia deportazione di schiavi dall’Africa come il Brasile e altri paesi sudamericani.  Buenos Aires fu fondata nel 1580 e l’indipendenza dalla Spagna risale al 9 giugno 1816, grazie a Manuel Belgrano (a cui si deve la creazione della bandiera argentina) e al generale José de San Martìn, poi liberatore di Cile e Perù. Purtroppo, la storia di questo straordinario paese comprende due tremendi periodi di assurda barbarie.            Tra il 1860 e il 1885 venne intrapresa una serie di campagne militari, “La conquista del deserto”, che ebbe come obiettivo lo sterminio delle popolazioni indigene dal nord amazzonico all’estremo sud patagonico e fuegino: vennero annientate le popolazioni indigene dei Guaranì, dei Mapuche, dei Tehuelche, degli Yàmana e degli Ona. Di quest’etnia fuegina, descritta per la prima volta da C. Darwin, l’ultima rappresentante pura (si chiamava Virginia) scomparve nel 1999.                            Poco più di un secolo dopo, tra il 1973 e il 1983, un’odiosa dittatura militare si macchiò di decine di migliaia di omicidi tesi ad annullare qualsiasi tipo di opposizione politica e ideologica. Per una cinquantina d’anni, a cavallo del XIX e del XX secolo, una massiccia immigrazione dall’Europa, soprattutto di italiani e spagnoli rese possibile un grande incremento dell’agricoltura e dell’allevamento.                   Ai nostri emigranti (prima dal nord e successivamente dal meridione) si deve lo sviluppo di un’importante attività vitivinicola nelle province occidentali di Cordova e Mendoza: il vitigno che venne adottato fu soprattutto il francese Malbec, a bacca rossa.                                                                                                                           Le sterminate praterie, le famose Pampas che coprono le pianure argentine a sud di Buenos Aires fino alla Patagonia, permisero l’allevamento estensivo di pecore e vacche provenienti dall’Europa; due le razze che oggi sono più diffuse e la cui carne viene esportata e apprezzata in tutto il mondo: la scozzese Aberdeen Angus e l’inglese Hereford, razze robuste, adatte al pascolo e capaci di fornire abbondante e ottima carne.                                                                                                       A Torino si può trovare un’ottima cucina argentina in diversi ristoranti nei quali ho avuto modo di gustare sempre una carne eccellente, perché cucina argentina significa soprattutto carne e quasi sempre preparata alla griglia.                                                   Tagli differenti da quelli cui siamo abituati in Italia e vacche diverse, quasi sempre di razza Aberdeen Angus e, più di rado, Hereford: bestie di taglia media, piuttosto robuste e resistenti.                                                                                                            Per questo articolo ho scelto il ristorante La Taba, aperto nel luglio del 2015 in via Piave, 1,  quasi angolo con via Garibaldi. Locale luminoso, arredato con piacevole stile minimalista, un’ottantina di coperti e altri circa 25 nel dehors.                               I titolari sono due trentenni argentini di lontana orine italiana: Pablo Miranda e Paola Giro, marito e moglie provenienti da Cordova, con due figli. Alla griglia,  Martìn Alejandro Lopez (da Bariloche, ma lunga esperienza in Italia) e in cucina Marcos Ponce, proveniente da Mendoza. Chiaro che qui si beve soprattutto un ottimo Malbec, ma il mio format prevede l’accompagnamento dei piatti tipici con vini piemontesi.                                                                                                           Ho scelto 4 differenti tipologie di Barbera. Una DOC Monferrato casalese di un piccolo produttore con lunga tradizione e  accertata qualità: millesimo 2010 e 14,5% vol, per le empanadas; una DOC Superiore di Alba, 2014, 13,5% vol, per accompagnare el pastel de papas; un DOCG Nizza 2013, 14,5% vol, di grande produttore, affinato 15 mesi in barrique, per il vacìo; infine, un’altra magnifica Alba DOC 2014 14,5% vol, anche questa  elevata per 16/18 mesi in legno piccolo, per l’entrecote (Bife de chorizo, il nostro sottofiletto; il filetto si chiama Bife de lomo).  Le empanadas sono fagottini di farina ripieni di carne bovina, uova e spezie varie; importate in America dagli spagnoli, sono di origine mediorientale (simili alle celebri  samosa) e possono essere preparate sia fritte sia al forno.                                           El pastel de papas è un piatto sudamericano a base di soffritto di carne macinata e speziata su cui viene steso uno strato consistente di una tipica purea di  patate.                 Tutti accostamenti particolarmente azzeccati e con l’evidenza che potevano essere intercambiabili. La carne servita era, ovviamente, di manzo (bestie di taglia piccola, 4/500 kg e 18 mesi)) Angus argentino, importato sottovuoto. Eccellenti le salsine (consiglio il chimichurri, a base di prezzemolo e aglio) che però a me personalmente, piacendo il gusto quasi primordiale della carne grigliata, sono poco gradite.                 Come gusto personale, consiglio il vacìo: un taglio sottopancia di particolare gusto e di prezzo assai conveniente. Ho evitato le varie parrilladas (grigliate miste) e gli altri asados (tagli vari sempre alla griglia) semplicemente perché desideravo una carne particolare e allo stesso tempo classica.                                                                           In conclusione, l’acidità della nostra Barbera sposa benissimo il gusto della carne argentina e il ristorante (spesa media 25/30 €) si è mostrato disponibile, piacevole e con un servizio da raccomandare senz’altro.                                                                 Ah, dimenticavo, La Taba significa: La Stampa.

Kuo Ji, Cucina cinese e vini piemontesi, su Barolo & Co.

La Cina è il terzo paese più esteso dopo la Russia (17 mln di kmq) e il Canada (9,8 mln), con i suoi circa 9,6 milioni di kmq ha una superficie di poco inferiore all’Europa ma con il doppio della popolazione: 1,4 mln di persone. Il suo territorio si estende tra il tropico del Cancro e la Siberia, con una varietà climatica e geografica quasi senza eguali: 18.000 km di coste, le cime del Tibet, i deserti della Mongolia interna, le foreste sub-tropicali del sud e i grandi fiumi che ne incidono il territorio da ovest verso est.                                                                                                                                 Se si considera quanto sopra in rapporto con la sua storia millenaria e la sua straordinaria cultura, appare evidente che l’universo enogastronomico di questo paese è un insieme incredibilmente variegato di materie prime, di preparazioni, di tradizioni e di suggestioni. Ai cinesi dobbiamo la domesticazione del maiale, delle oche, delle anatre e dei bufali; così come la coltivazione del miglio, del riso (prima del 7.500 a. C.), della soia, del tè e del baco da seta, senza dimenticare gli agrumi, le pesche e le pere.                                                                                                                                                             Nel corso dei millenni la cucina cinese si è diversificata in otto differenti tradizioni regionali: Anhui, Cantonese, Fujian, Hunan, Jiangsu, Shandong, Sichuan, e Zhejiang che in buona sostanza sono rappresentative della diversità delle materie prime presenti nelle rispettive aree geografiche. A tutto questo occorre aggiungere che la tradizione cucinaria cinese è stata esportata in quasi tutto il mondo con importanti contaminazioni che hanno dato luogo a risultati sorprendenti soprattutto in Nord America e in Perù, senza contare l’influenza sui territori limitrofi di Corea e Giappone.                                                                                                                                                                                                   Gli strumenti di questa millenaria tradizione sono essenzialmente due: le bacchette e il wok. L’uso delle bacchette si fa risalire già all’epoca della dinastia Zhou (XII-III sec. a.C.), mentre l’invenzione della “frittura saltata”, oggi usata in tutto il mondo, risale al periodo Tang (VII-X sec.) e prevede l’uso del wok, una sorta di padella concava e profonda che può essere usata anche per la cottura a vapore. I piatti che oggi sono tipici della cucina cinese sono quasi tutti originari dell’ultimo periodo imperiale, la dinastia Qing (1644-1911).                                                                                           Fondamentale è capire la ricerca dell’armonia nell’alimentazione cinese; al principio femminile yin appartengono le verdure, gli ortaggi, le leguminose e la frutta: alimenti umidi e rinfrescanti. La carne, le fritture e i cibi speziati sono considerati cibi maschili, caldi: yang. Anche i cinque sapori (dolce, salato, acido, amaro, umami) devono essere in armonica sequenza, senza contare tutti gli incredibili riferimenti che intercorrono tra l’alimentazione e la medicina tradizionale.                                                                                                                                                                                   Comunque, quando si parla di cucina cinese in Italia, fatte salve rarissime eccezioni, ci si riferisce alla cucina tradizionale cantonese e di Hong Kong. Il primo ristorante cinese aperto in Italia fu lo Shanghai, nel 1949 a Roma in via Borgognona; si dovette aspettare la metà degli anni Sessanta perché anche a Milano e Firenze aprissero i primi locali che proponevano la loro cucina soprattutto alle comunità di immigrati, impiegati soprattutto nelle attività tessili e commerciali.                                                   A Torino, tra gli anni Settanta e gli Ottanta aprono i primi, storici ristoranti (ancora piuttosto cari e percepiti come vere curiosità esotiche): King Hua, Hong Kong, Mister Hu, Via della Seta e Zheng Yang. La comunità cinese a Torino è forse la più numerosa d’Italia e certo la più antica: i primi immigrati arrivarono durante la Grande Guerra a sostituire gli operai impegnati al fronte; ma l’immigrazione più importante si ebbe negli ultimi due decenni dello scorso secolo.                                                  Ho scelto il ristorante Kuo Ji, in via San Massimo, 4 a Torino, per effettuare gli accompagnamenti di vini piemontesi ai piatti della cucina cantonese. Aperto nel 1987 dalla signora Yu Mei, proveniente da Shanghai, oggi è gestito da Giusto, suo figlio quarantenne ancora nato in Cina ma con tre eredi ormai italiani a tutti gli effetti. Ristorante luminoso e pulito, 90/100 coperti, con materie di prim’ordine e servizio impeccabile. Lo frequento da quasi 25 anni e non ho mai avuto brutte sorprese; oltretutto, presenta una carta di vini interessante e un rapporto qualità/prezzo di assoluta convenienza.                                                                                       Cinque i piatti: riso cantonese, ravioloni di gamberetti, maiale in agrodolce, gamberetti alla griglia e anatra alla cantonese.                                                                                                                                                                                                Quattro, come al solito i vini e tutti del 2015: una Favorita storica da vigne di Langa e Roero, un sensazionale Arneis DOCG da Canale, un rosato di Nebbiolo da Barolo e un classico Dolcetto d’Alba da Monforte.                                                                 La Favorita  (vitigno Vermentino coltivato in Piemonte), con la sua piacevolezza e quel leggero pizzicore che non è propriamente frizzante, si sposa perfettamente con il riso cantonese che poi sostituisce il pane: riso tipo basmati (sottospecie japonica) bollito e poi saltato con uova strapazzate, cubetti di prosciutto cotto, piselli, salsa di soia e cipolla. Più sofisticato l’accompagnamento del riso con l’Arneis di Canale: vino complesso e corposo (13 % vol), vinificato in parte sulle bucce e con un’alta percentuale di mosto che non ha svolto la fermentazione malo-lattica. Ideale con gli ottimi gamberetti alla griglia, ma capace di accompagnare anche i ravioli di gamberi (la pastella è di farina di riso), come del resto anche la Favorita. Il maiale in agrodolce (a pezzetti e preparato in pastella con ananas e pomodoro) viene esaltato dall’eccellente rosato di Nebbiolo: vino fresco, franco, di grandissima piacevolezza ma capace di conservare parte delle note speziate di questo vitigno unico al mondo e con un retrogusto secco che ne esalta la semplice eleganza. Per l’anatra alla cantonese (brasata e poi stufata con succo e pezzi di ananas) ho scelto invece un classico Dolcetto d’Alba (13% vol) proveniente da vigne della zona di Monforte: un rosso di buona complessità ma non troppo corposo e invadente per un piatto che potrebbe anche sposarsi con un Nebbiolo giovane e fresco.                                                         In conclusione, mi pare che la cucina cantonese possa definirsi ideale per essere accompagnata da alcuni dei nostri vini: dovessi suggerirne uno soltanto, opterei per il rosato, vino che mi pare eccellente per quasi tutti i piatti complessi di questa straordinaria cucina.

La cucina indiana con i vini piemontesi (Barolo & Co 2/16)

BAROLO&CO_02-2016_WEB.pdfLe spezie sono la chiave di volta per descrivere la cucina indiana: di qui si parte e qui si arriva. Curry (mistura) è una parola inglese che in India dice poco o nulla; masala, letteralmente: spezie, è il termine che definisce l’universo dei miscugli di spezie indiane. Garam Masala: spezia calda, hot nel senso di piccante, è l’altra espressione comune con cui vengono identificate le mille e mille misture tritate di semi radici e cortecce che costituiscono cumino, cardamomo, curcuma, cannella, zenzero, chiodi di garofano, finocchio, sesamo, zafferano, noce moscata, pepe, peperoncino, coriandolo, macis, papavero. Alle spezie si deve sempre accostare lo yogurt o il ghee, burro chiarificato della tradizione già in epoca vedica. Spezie e latticini introducono un’altra delle caratteristiche della cucina indiana: il celebre tandoor. Tandoor è una parola di lontane origini forse semitiche o iraniane (tanur, tandir, tannur: termini che si ritrovano nell’arabo, nell’urdu, ma anche presso turchi e azeri), certo è che questa sorta di giara in terracotta, cilindrica e aperta sul fondo per ospitare le braci di cottura, è stata rinvenuta per la prima volta presso le rovine delle civiltà di Harappa e Mohenjo Daro, siti risalenti al terzo millennio avanti Cristo e situati tra India e Pakistan sul fiume Indo. In origine, questo manufatto era usato per cuocere, spalmati sulle pareti interne calde, i sottili impasti di acqua e farina non lievitati da cui si svilupperà la tradizione dei vari tipi di pane come il chapati e il naan, quest’ultimo mescolato al ghee e leggermente lievitato. Soltanto intorno al XVIII secolo, nelle aree intorno a Peshawar in Pakistan, il forno tandoor cominciò a essere usato per la cottura delle carni, tramite spiedi infilati direttamente nelle braci. È chiaro che si tratta di una cottura a secco che richiede una lunga marinatura, a base appunto di ghee, yogurt e spezie, che permette alla polpa di cuocere in modo uniforme, essendo morbida e ricca di liquidi; questo tipo di cottura rende il cibo leggermente affumicato e molto secco, da ciò l’uso di salse per ammorbidirne e caratterizzarne il gusto. Oggi le esigenze della ristorazione hanno richiesto la trasformazione di quelle antiche giare in più semplici forni metallici che sono simili a pentole a pressione: i gusti, è chiaro, non sono più gli stessi. Inoltre, e questo fatto ai puristi è inviso, con le caratteristiche della cottura tandoori si cucina di tutto, pesce e crostacei inclusi.

L’altro pilastro della cucina indiana è costituito dalle innumerevoli ricette con cui si prepara il riso basmati (varietà indica, i nostri sono di tipo japonica), sia come contorno, sia come piatto principale, mescolato a carne, pesce e, soprattutto, verdure e leguminose.BAROLO&CO_02-2016_WEB.pdf

Non si possono, infine, dimenticare le famose salse chutney, fredde o calde, a base di latte, yogurt, cocco, limone e sempre con abbondante uso di aglio, cipolla e spezie varie. Tikka, dhal e fugath sono altrettanti modi di cucinare: allo spiedo, stufati, al vapore, ecc..

Quando si parla di carne si tratta in genere di pollame e di agnello, poco diffuso il maiale e proibito il manzo; per pesce s’intende quasi sempre il pomfret, il grande pesce castagna con polpa e gusto simili alla nostra ricciola, e poi scampi, gamberi e gamberoni propinati in tutti i modi e con tutte le salse e sempre, comunque, deliziosi.

In India il cliente è sacro! Il cliente viene sempre trattato con deferente rispetto, a volte con gradevoli attenzioni e servito come fosse un principe, in qualsiasi posto e senza distinzione di classe, etnia o provenienza.

La comunità indiana a Torino conta non più di qualche centinaio di persone ma la ristorazione offre da almeno due decenni alcuni ottimi ristoranti nei quali la tradizionale cucina indiana viene offerta con sufficiente credibilità e buona qualità. Gandhi è un locale situato in corso Regio Parco, due passi dal centro storico torinese, aperto da Kumar, originario del Punjab, nord-ovest del sub-continente indiano, e dai suoi familiari nel 2001. È un locale che offre circa 85 coperti, arredato in maniera assai tipica con statue, suppellettili e luci calde e soffuse che permettono di sentirsi un poco in India. Pulizia, cortesia e accuratezza del servizio sono peculiari dei costumi di questo grande e coltissimo paese. Mi hanno preparato due piatti a base vegetariana: i classici Chana Samosa, sfoglie ripiene di crema di patate e piselli; e un Mix Pakora, verdure servite con farina di ceci; due piatti di pesce: Fish Tikka Tadoori (pesce spada condito con una salsa di spezie di leggera piccantezza e assai gustosa) e Jhinga Balchao, che sono gamberoni marinati in una salsa di pomodori e spezie, saporosissima ma non troppo piccante. Ho chiuso con un classico pollo al masala, tipico della zona di Nuova Delhi e un delizioso agnello al tamarindo, parecchio piccante, peculiare di Madras. Con i primi due piatti ho gustato un eccellente metodo classico 100% uve Nebbiolo della zona di Barolo. Ai piatti di pesce ho accompagnato un delizioso, tra i miei preferiti, Chardonnay 2013 con passaggio importante in barrique, vinificato da una storica famiglia di vignaioli dell’Annunziata di La Morra; è stato un incontro di grande intensità… Per il pollo al masala ho scelto uno dei vini piemontesi che, per le sue caratteristiche note olfattive di pepe, meglio si presta ad accompagnare le spezie indiane: il Pelaverga di Verduno, di cui ho scelto un 2015 del produttore che ritengo il migliore. Ovvio che un sontuoso Nebbiolo 2014, zona Barolo e vignaiolo tra i migliori, è stato capace di intrattenere una relazione eccellente con l’agnello di Madras.                   Nota finale importante: rispetto ad altre cucine etniche, nei ristoranti indiani è abbastanza normale bere vino, soprattutto piemontese; quando si tratta di rosso; per i bianchi i clienti chiedono di solito vini friulani, dell’Alto Adige e campani.      Kumar, buon intenditore, ha in carta una trentina di etichette di livello discreto e offre un ottimo Nebbiolo del Roero che i clienti, anche dato il buon rapporto prezzo/qualità, mostrano di assai gradire.

Il coniglio grigio di Carmagnola (Barolo & Co 2/16)

BAROLO&CO_02-2016_WEB.pdfA fronte di circa 58 miliardi di polli e 1, 4 mld di suini (che, dato il peso, rappresentano la quantità di carne più consumata al mondo: 114 mln di tonnellate, mentre i polli toccano, in aumento, 106 mln di tonnellate), i conigli macellati in un anno sono circa 1,2 miliardi, in aumento nei paesi orientali e in diminuzione del 20% in Europa.                                              L’Italia alleva il 7% dei conigli del mondo e il 25% dell’Europa, con 43 razze riconosciute dall’Anci e distinte in leggere, medie e pesanti.                                                                                                          Il coniglio (Oryctolagus cuniculus) è un mammifero roditore appartenente all’ordine dei Lagomorfi. È allevato in molte decine di razze che si differenziano per taglia, colore, lunghezza e forma delle orecchie. I ricoveri per conigli devono avere gabbie in materiale lavabile e disinfettabile, quindi preferibilmente in metallo. L’ANCI gestisce le attività istituzionali (Libro Genealogico e Registro Anagrafico) sotto la vigilanza del MiPAAF, promuove lo sviluppo della coniglicoltura nazionale e svolge attività di assistenza tecnica a favore delle aziende cunicole.

Il coniglio raggiunge  la maturità sessuale dopo i 4 mesi nella femmina e dopo i 5 nel maschio; in linea generale, le razze giganti tendono a essere più tardive rispetto alle razze commerciali. Nell’allevamento del coniglio da carne si tende, in media, a far accoppiare la femmina intorno ai 4,5 mesi e ai 5,5 il maschio.
                                                                                                           Il coniglio è una specie a ovulazione indotta il che significa che l’ovulazione è indotta dal coito.
La monta naturale prevede che sia la femmina a essere portata dal maschio e, se è ricettiva, si lascerà coprire con facilità. Si preferisce fare accoppiare la coniglia quando i genitali assumono un colore che varia dal rosso al bluastro; una femmina può partorire fino a 14 piccoli. L’adozione è una pratica molto diffusa che prevede lo spostamento di coniglietti da una fattrice a un’altra in modo da pareggiare le nidiate e renderle omogenee per numero e dimensione dei piccoli.
Lo svezzamento avviene intorno ai 28-35 giorni, togliendo i piccoli alla madre e mettendoli in una gabbia separata.                                                                                                                  Il coniglio Grigio di Carmagnola ha avuto origine da una popolazione locale di conigli comuni a mantello grigio, molto diffusa nelle aziende piemontesi alla fine degli anni Cinquanta e poi quasi completamente scomparsa agli inizi degli anni Ottanta, almeno come razza pura.
Nel maggio del 1982 un gruppo di ricercatori dell’Istituto di Zootecnica Generale (ora Dipartimento di Scienze Zootecniche) della Facoltà di Agraria dell’Università di Torino ha dato il via a un’indagine su una popolazione di conigli a mantello grigio, costituendo un primo nucleo operativo di femmine acquistate sul territorio in cui tale popolazione risultava abitualmente presente: i comuni di Carmagnola, Piobesi e Vigone. La popolazione venne denominata “Grigio di Carmagnola” causa il colore e perché diffusa soprattutto nel territorio di questo comune della provincia di Torino, sede del Centro di Allevamento.
In assenza di uno standard di razza, i ricercatori ne stabilirono uno, sulla base delle caratteristiche tradizionali di questi conigli.                                                                                                                Razza media con muscolatura asciutta e soda, corpo allungato con spalle e lombi carnosi, dorso forte e ben curvato, bacino ampio, arti mediamente lunghi con cuscinetto plantare rivestito da pelo forte e folto.
Il peso varia, nei maschi da 3,5 a 5,5 kg; nelle femmine da 3 a 4,5 kg.                                                                                                                                                                      Dal 2008 è Presidio Slow Food, voluto dal compianto Renato Dominici che ha sempre creduto nell’eccezionale qualità delle carni del Grigio di Carmagnola, di gran lunga superiori a quelle degli altri conigli.

L’area di produzione è nel
Comune di Carmagnola e nelle aree limitrofe in provincia di Torino.

Gli allevatori sono riuniti nel Consorzio di Tutela delle razze 
avicunicole piemontesi
 Bionda, Bianca, Grigio
 Carmagnola (To)
via Papa Giovanni XXIII, 2
- Tel. 338 9317319.BAROLO&CO_02-2016_WEB.pdf

Gli allevatori sono: 

Pier Luigi Anfossi, 
Cavallerleone (Cn)
Via Nosca, 2 – 
Tel. 0172 88075
valerio.anfossi@gmail.com
;
Cascina Lisindrea
di Claudio Voarino,
Vicoforte (Cn)
Via Santo Stefano, 7 – 
Tel. 0174 563644,
331 7454799
 cascina.lisindrea@tiscali.itwww.cascinalisindrea.it; 

La Cerea 
di Ermanno Panero,
Pralormo (To)
Regione Roncaglia, Cascina Cerea, 7 – 
Tel. 011 9481265,  333 5742594, lacerea@libero.itwww.lacerea.com;

 Adriano Delù,
Murisengo (Al)
Via Rivo, 35 – 
Tel. 339 1218119,
331 2574195,
 agri.adri@gmail.com.

                                                                                    Fanno inoltre parte del Consorzio
Valeria Demonte e Carlo Alberto Ferrero.                                                                                                                  Ho avuto modo di visitare la Società agricola La Cerea, in Pralormo e di interloquire con Massimo Panero che, con i fratelli Ermanno e Valerio e le rispettive famiglie, conduce l’attività, ereditata dal padre Spirito, da circa vent’anni. Fu proprio Renato Dominici a spingere questa famiglia, e Massimo soprattutto, ad allevare il coniglio grigio, oltre alle vacche da latte e alle galline bionde piemontesi.                                                                                                              Oggi macellano circa 5/6.000 conigli all’anno, allevati in ambienti tenuti con estrema cura e isolati per evitare il pericolo di contagi e le conseguenti, sconsigliabili, terapie veterinarie. L’alimentazione consiste in orzo, erba medica e girasoli per le fattrici, mentre dopo lo svezzamento ai coniglietti viene tolta l’erba medica e aggiunti i semi di lino che contengono gli antiossidanti naturali omega 3.                                                                                                                                                                                                           Gli animali vengono macellati a un’età compresa fra i 105 e i 140 giorni e un peso lordo di circa 3,5/4 kg che al netto si riduce a 1,9/2,3 kg.                                                                                                                                                                                      Oltre a servire direttamente ristoranti e macellerie di qualità, La Cerea vende direttamente presso la propria sede di Pralormo (la quota sul totale è di circa il 15%) dopo almeno 12 ore di frollatura.                                                                             La carne di coniglio grigio si differenzia da quella degli altri conigli per la sua totale assenza di stopposità e per la delicatezza del gusto. In 100 gr contiene 0,5 gr di carboidrati, 5,3 gr di grassi, 22,1 gr di proteine e un valore energetico di 138 kcal. A fronte dei 5/6 € di prezzo al kg del coniglio normale, per il coniglio grigio occorre spenderne 8 o 9: ma ne vale per certo la pena.

 

Piemonte Anteprima Vendemmia 2015

  UNA ANNATA ECCELLENTE PER IL VINO PIEMONTESE 

I dati e l’analisi di Piemonte Anteprima Vendemmia 2015.

Un’annata di grande eleganza, qualitativamente eccellente, che promette vini importanti e longevi. La vendemmia 2015 merita un 110 e lode. Dopo un 2014 avaro in sole e qualità, un bel riscatto.

Se n’è discusso a Piemonte Anteprima Vendemmia 2015, l’annuale incontro promosso da Regione Piemonte, Consorzio Piemonte Land of Perfection e Vignaioli Piemontesi per presentare dati e valutazioni sulla vendemmia appena passata e per fare una riflessione sull’andamento del comparto vitivinicolo. Quest’anno l’evento è stato ospitato al Centro incontri della Regione Piemonte, a Torino, con la partecipazione di Giorgio Ferrero, assessore regionale all’Agricoltura, Giorgio Bosticco, presidente Piemonte Land of Perfection, Giulio Porzio, presidente Vignaioli Piemontesi, Gianni Marzagalli, presidente Consorzio dell’Asti, Filippo Mobrici, presidente Consorzio Barbera d’Asti Pietro Ratti, presidente Consorzio Barolo Barbaresco Alba Langhe e Roero.

L’agronomo Daniele Dellavalle e il giornalista Giancarlo Montaldo, direttore di Barolo&Co, hanno illustrato i dati sulla vendemmia 2015: è stata una annata caldissima, con scarse precipitazioni e uve perfettamente sane e mature. Tra i vigneti del Piemonte, la produzione di vino è di 2,47 milioni di ettolitri, (+ 2,7% sul 2014). In Italia si stima una produzione di circa 46 milioni di ettolitri, con un aumento del 10% sul 2014. Dunque, una vendemmia di alta qualità per il Piemonte; infatti dalle analisi e valutazioni svolte tutti i vitigni sono collocati nella vetta della classifica, ovvero le 5 stelle dell’eccellenza a Barbera, Nebbiolo, Dolcetto, Grignolino, Cortese ed Erbaluce. Gli altri vitigni stanno nella sfera dell’Ottimo, con 4 Stelle.

Il comparto vitivinicolo rappresenta la punta avanzata dell’agricoltura piemontese che si dimostra una realtà solida e vitale; un settore caratterizzato da fenomeni di rinnovamento, innovazione e di ricambio generazionale, soprattutto con l’inserimento di  migliaia di giovani agricoltori e una crescita della componente femminile (sono 22.000 le aziende agricole condotte da donne); 1/3 dei 64.000 occupati in agricoltura sono donne.

A prezzi agricoli di base, il valore del vino raggiunge i 386 milioni di euro (circa il 10% della produzione agricola regionale). Le aziende vitivinicole sono 19.100 su 67.000 totali, mentre gli ettari vitati sono circa 43.000.

Sono 54 le cantine cooperative che, con circa 12.000 soci, rappresentano 1/3 della produzione vitivinicola regionale.

Di grande rilievo i dati sull’ export, che continua il trend positivo, nel 2014 si attesta su 1,04 miliardi di euro su un export agroalimentare complessivo di 4,7 miliardi di euro. Il valore dell’export di vino rappresenta circa il 22% dell’export agroalimentare piemontese e circa il 20% dell’export vini nazionale.  Il Piemonte esporta circa il 60% della sua produzione, che in bottiglie sono: 56 milioni di Asti su 66 milioni totali; 23,8 milioni di Moscato d’Asti su 28 milioni totali; 10 milioni di Barolo su 13; 3 milioni di Barbaresco su 4,5 totali; 11 milioni di Barbera d’Asti su 22; 10,88 milioni di Gavi su 13,6; 2,2 milioni di Roero Arneis su 5,5; 1,8 milioni di Brachetto d’Acqui su 4,4 milioni. Il 70% viene assorbito dai Paesi UE, il restante 30% dai Paesi extra UE.

Cresce anche il sistema delle strutture cooperative (circa 200 cooperative con 30.000 soci), e dei Consorzi di tutela e Associazioni di produttori che hanno contribuito a concentrare e rafforzare l’azione di marketing e soprattutto della promozione commerciale sui mercati esteri. L’esempio è Piemonte Land of Perfection, costituito dal 2011 da: Consorzio per la Tutela dell’Asti, Consorzio Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani, Consorzio Tutela della Barbera d’Asti e dei Vini del Monferrato, Consorzio Tutela del Gavi, Consorzio Tutela Brachetto d’Acqui e la Vignaioli Piemontesi. Quest’anno hanno aderito altri cinque Consorzi di tutela vini piemontesi: Il Consorzio Roero, il Consorzio Caluso Carema e Canavese, il Consorzio Freisa di Chieri e Collina Torinese, il Consorzio Alta Langa, il Consorzio Colli Tortonesi. Tutti insieme rappresentano oltre il 90% della produzione vitivinicola del Piemonte.

L’assessore regionale all’Agricoltura Giorgio Ferrero: “Una vendemmia eccellente in un contesto virtuoso e di forti potenzialità per il comparto vitivinicolo che, per il suo peso economico-produttivo e per i suoi valori aggiunti, si conferma un elemento di punta e di traino per il Piemonte. Ogni bottiglia di vino che va all’estero porta con sé, oltre alla qualità del prodotto, l’immagine di un territorio che viene così proiettata in paesi lontani, portando nel mondo la bellezza di paesaggi modellati dalla vite. Tutto ciò lo si deve al lodevole lavoro svolto dai nostri produttori vitivinicoli e dalle loro organizzazioni economiche e professionali. Ad essi va il ringraziamento della Regione Piemonte e l’impegno nel dare continuità all’opera di sostegno del comparto vitivinicolo, in particolare con il Programma 2014-2018 dell’ OCM Vino, che anche nella campagna 2016 prevede un intervento finanziario di oltre 20 milioni di euro. Un sostegno che sarà ancor più forte con il nuovo Programma di Sviluppo Rurale 2014-2020 del Piemonte, appena approvato dalla Unione Europea, con una dotazione finanziaria complessiva di 1.093 milioni di euro, dal quale si apriranno i bandi delle misure sulle quali potrà concorrere  il comparto vitivinicolo, ovvero quella sui “Regimi di qualità delle produzioni”, quella sugli “Investimenti in immobiliazzazioni immateriali”, quella sui “Pagamenti agro-climatici-ambientali” e quella sulla “Agricoltura biologica”.

Il presidente del Consorzio Piemonte Land of Perfection Giorgio Bosticco: “Il vino è un comparto a più voci. Nel 2015 abbiamo ottenuto un importante risultato: tutti i Consorzi del vino riconosciuti sono entrati a far parte di Piemonte Land. È un segnale di unione importante. Chiediamo ora di assumere un ruolo di cabina di regia di tutte le risorse pubbliche spese nel campo promozione. Dal prossimo anno cambieremo anche la formula di Anteprima Vendemmia: mantenendo il fondamentale patrimonio di dati, che da vent’anni si raccolgono, vogliamo dare all’evento un respiro anche nazionale e internazionale”.

Il presidente di Vignaioli Piemontesi Giulio Porzio: “Fare un vino è come fare un bambino: ci vogliono 9 mesi. S’inizia a gennaio con la potatura e si finisce a ottobre con la vendemmia. Bisogna tenerne conto per avere, alle fine, dei prezzi remunerativi. Non vanno dimenticati le piccole perle dell’enologia piemontesi, i vitigni minori come Grignolino Erbaluce e Ruché, che si ritagliano una loro piccola ma significativa nicchia di consumo. Negli anni abbiamo perso ettari di vigneti: dobbiamo chiederci come sarà il patrimonio di vigne UNESCO tra dieci anni e dobbiamo trovare gli strumenti da mettere in campo per creare reddito e far restare qui i giovani”.

Caffè Elena in Turin

Friedrich Wilhelm Nietzsche (1844/1900) trascorse qualche mese a Torino tra la primavera del 1888 e il gennaio del 1889. In via Carlo Alberto, 6 scrisse Ecce Homo, il suo libro più famoso, prima di impazzire.

Per certo, camminando i barocchi portici della via Po, ebbe modo di frequentare il Caffè Elena, locale storico in stile liberty, già attivo in quegli anni e ubicato nella magnifica piazza Vittorio Veneto, subito al termine della via, sulla sinistra guardando la collina al di là del fiume Po.

Più tardi fu un altro Grande a sedere le poltrone liberty del locale, a prendere appunti sui tavolini di marmo rosso e a godere della vista della splendida collina torinese: Cesare Pavese.

E ancora oggi tanti personaggi famosi, torinesi e non, amano frequentare questo locale, unico per davvero: unico per la sua storia, per la location, per la qualità del servizio, per la calda, eppur discreta, accoglienza.

Oggi è gestito da Antonella D’Arasmo e Matias Griffa, che hanno ripreso il locale, di loro proprietà fin dal 1989, da un paio di anni, dopo una serie di gestioni affidate ad altri.

Dal 1989 e fino al 2002, il Caffè Elena fu preso in gestione da Ivan Milani che lo fece diventare il primo, vero Wine Bar: un migliaio di etichette in carta per gli appassionati di vino che lo elessero a loro locale preferito e in Torino divenne un punto di riferimento per veri intenditori.

Il locale è aperto tutti i giorni, con orario 7.30-02.

Gli chef Davide Blanc e Francesco Cannatelli curano una cucina raffinata con proposte, a pranzo e cena, di grande qualità: la materia prima è eccellente, con preferenza per i prodotti piemontesi (salumi e formaggi soprattutto).

Eccellenti i cocktail, i dolci e le magnifiche tapas.

Una bella proposta è rappresentata dalle “Merende Reali del XIX sec.”: preparazioni che sono frutto di una ricerca specifica sulla cucina dei Savoia.

Un locale che, a prezzi di sicura convenienza, è da consigliare per il suo fascino indiscutibile e che offre, soprattutto nelle tarde mattinate – anche invernali -

le coccole del sole che spunta sulla sinistra a illuminare di una luce quasi accecante e calda la collina torinese e la maliarda piazza Vittorio: una vista unica per davvero.

Caffè Elena

Piazza Vittorio Veneto, 5/B – 1024 Torino

Tel. 011 8123341 /329 5767414

caffe.elena@gmail.com

https://www.facebook.com/pages/Caffè-Elena

 

Circa 40 etichette, soprattutto piemontesi (Ref: Antonella D’Arasmo e Matias Griffa)

Cocktail, Bicerin, tapas, dolci e cucina di qualità a pranzo e cena.

Calice di vino con piattino a 5/6 €.

Oltre 15 diverse tapas offerte tra i 2,5 e i 5 €.

Barolo & Co 1/2015: il mio articolo sui grissini

 

http://www.vincenzoreda.it/lobelisco-anticlericale-di-torino/

http://www.vincenzoreda.it/ghersa-gherssin-grissino-un-po-di-storia-seria/

Barolo & Co – 4/2014 – La Collina Torinese

La Collina torinese e le alture del Monferrato astigiano spuntarono come isole nel basso mare che sarebbe diventato la pianura Padana: accadde tra il Langhiano e il Messiniano (15/5 mln. di anni fa). Le Alpi erano al loro posto già da qualche milione di anni.

Una curiosità: il Po fino a qualche decina di migliaia di anni fa scorreva a sud-est della Collina!

Poi, 20.000 anni fa, da queste parti arrivarono i nostri antenati Sapiens che rimasero tali – sapiens, voglio dire – fino a quando non cominciarono a modificare l’ambiente invece che adattarsi a esso…

L’interazione, spesse volte scriteriata, dell’uomo con l’ambiente si chiama Antropizzazione: per le nostre colline cominciò assai tardi, dopo che Torino divenne, con Emanuele Filiberto, la capitale del Ducato di Savoia, verso la fine del  XVI secolo.

Ma, prima di ritornare alla Storia – e soprattutto alle straordinarie storie che la Collina racconta – vediamo di definire con i numeri questo magnifico angolo di  Piemonte su cui Torino ha la fortuna di insistere: sono circa 350 Kmq che comprendono 27 comuni la cui popolazione, con la porzione dell’oltrepò torinese, supera le 300.000 anime. Oltre 700 km. di strade ne costituiscono la complessa viabilità. Il Colle della Maddalena con i suoi 715 mslm. è il suo culmine.                                                            La nobiltà torinese scoprì la Collina durante il XVII secolo: presero a costruire delle magnifiche ville nelle quali era costume andare a villeggiare. Queste ville erano letteralmente circondate da orti e vigne: durante l’assedio del 1706 le truppe francesi saccheggiarono e distrussero almeno 150 appezzamenti coltivati a vigneto con vitigni autoctoni oggi scomparsi o rarissimi.                                      Tracce di quei vigneti si conservano a Villa Abegg e nei giardini di Vigna Chinet, come testimonia il suo attuale proprietario Giuseppe Crosetto, secondo cui ancora 20-30 anni fa l’uva era coltivata regolarmente e racconta anche di una certa Vigna di Mongreno, proprietà di un tizio che distillava acquavite.

E qui bisogna raccontare forse la più bella tra le storie che la Collina torinese custodisce: riguarda Villa della Regina. Risalendo la monumentale via Po – progettata dal Castellamonte e inaugurata nel 1674 – si arriva in piazza Vittorio Veneto (per i torinesi, semplicemente piazza Vittorio).                                                                                                                                                  Lo scenario è davvero formidabile: oltre il ponte, la cupola – ricorda il Pantheon – della Gran Madre di Dio; sopra quell’edificio neoclassico si compone lo scenario variegato dei verdi che la Collina torinese sa dipingere con le sfumature diverse per ogni ora e ogni stagione. E, tra quei verdi, a mezza costa, si staglia una serie di edifici compresi tra una vigna e splendidi giardini: è il complesso di Villa della Regina, oggi magnificamente restaurato, Vigna della Regina compresa.                                          Ecco la storia: questo formidabile insieme barocco di edifici, fontane e giardini fu voluto dal Cardinale Maurizio di Savoia (1593/1657), uomo coltissimo, fratello di Vittorio Amedeo I. Il progetto pare sia di Ascanio Vitozzi e la prima pietra fu posata nel 1617. Nel 1642 il Cardinale tornò da Roma, depose la porpora e sposò la tredicenne nipote Luisa Cristina (detta Ludovica, 1629/1692), figlia della cognata reggente, Maria Cristina d’Orleans, Madama Reale: quel matrimonio sancì finalmente la fine della guerra civile nel Ducato di Savoia.                                                                                                                                                         Ma si verificò un fatto straordinario: quello fu un matrimonio d’amore e la Villa della Regina fu il dono di un appassionato e innamorato cinquantenne alla sua giovanissima sposa Ludovica!                                                                                                            Oggi che il restauro è completo vale la pena di visitare questo luogo dal fascino unico: a parte la bellezza di tutto il complesso barocco, si gode un panorama su Torino che è ineguagliabile, soprattutto quando la giornata è tersa, magari all’alba (con le Alpi tinte di un pallido rosa) o al tramonto, in autunno, quando il sole va a nascondersi dietro la piramide perfetta del Monviso.                                                                                                                                                                                                                            Va detto che la Vigna della Regina – magnifica la sua Freisa di Chieri – è gemellata, proprio da quest’anno, con la celeberrima Vigna di Montmartre, a Parigi.

Se lo sguardo, magari passeggiando lungo i Murazzi, si sposta verso la sinistra, seguendo le ondulazioni delle colline oltre il fiume, a un certo punto si incrocia in lontananza una cupola: è la Basilica di Superga. Il 2 settembre 1706 il granduca Vittorio Amedeo II e suo cugino Eugenio di Savoia, da uno dei colli più alti della collina torinese, osservavano i movimenti delle truppe francesi che assediavano Torino. Lo sfortunato artigliere Pietro Micca era saltato per aria pochi giorni prima, il 29 agosto. Vittorio fece un voto alla Madonna: se avesse sconfitto i Francesi, Le avrebbe dedicato una chiesa edificata proprio su quell’altura. Il 7 settembre, tra Lucento e Madonna di Campagna, gli eserciti piemontese e austriaco sconfissero i francesi in quella che venne chiamata la Battaglia di Torino. Vittorio sciolse il voto e incaricò Filippo Juvarra di edificare la Basilica su quel colle, posto a 672 mslm. La prima pietra venne posta nel 1717 e la Chiesa fu inaugurata il 1° novembre 1731: Vittorio Amedeo II, primo re dei Savoia, era morente, fu suo figlio Carlo Emanuele III a inaugurare la Basilica di Superga.

Attraversando il Po più o meno dove il fiume riceve la Dora Riparia e salendo verso Pino Torinese – oggi paese residenziale di una ricca borghesia subalpina e sede di un osservatorio astronomico di fama europea – s’imbocca sulla sinistra, proprio prima del centro urbano, una strada: è la Panoramica. Unisce Pino Torinese alla Basilica di Superga: è una di quelle strade che rimangono impresse per sempre nella memoria. Pur tralasciando il panorama mozzafiato sulla Città e sulla corona delle Alpi che chiudono la vista in lontananza e che costituiscono uno spettacolo cangiante a ogni ora e in ogni stagione, la strada si dipana dolce, con curve lunghe e riposanti che sembrano intagliate dentro i boschi di querce, faggi, castagni, pini silvestri a cui l’opera dell’uomo ha aggiunto le specie esotiche di magnolie, cedri, platani, eucalipti e l’infestante, americana robinia (acacia, gaggìa…) che dalle nostre parti è arrivata dopo il 1750.                                                                                                             Arrivare a Superga percorrendo la Panoramica, magari in autunno, è forse il mio suggerimento più prezioso. E Superga è luogo delle mille storie: le tombe dei Savoia, la faccenda del cuore del Principe Eugenio (c’è o non c’è: mistero) e poi quel brutto giorno che fu il 4 maggio 1949…la Collina, complice una nebbia assassina, inghiotte in un solo, tragico boccone la più bella favola del nostro sport: il Grande Torino di Capitan Valentino. Senza dimenticare la Dentiera: circa 3 chilometri di un trenino che s’inerpica su per i ripidi pendii sopra una dentiera d’acciaio: fu inaugurata nel 1884 e rese la Collina più facilmente accessibile a tutti i torinesi.

Altra storia, Mario Soldati, Le due Città: «[…] Dunque, ci dicono Fontana dei Francesi, perché quando, una volta, Torino era assediata dai francesi, be’…i soldati piemontesi la difendevano, si capisce: e la linea del fronte era proprio qui. Sopra, c’erano i francesi. Sotto, i nostri. Ma non c’è acqua, si capisce, su in cresta. E guarda un po’ che, per bere, i francesi dovevano scendere fino qui. Venivano giù di notte. E i nostri li aspettavano e ci tiravano. Questa, almeno è la leggenda. A me, me l’ha contata mio papà, quando ero piccolo: venivamo sempre qui per Pasquetta.».

Mario Soldati frequentava il ristorante Fontana dei Francesi del mitico cavalier Guerino Franzin, tra i primi sommelier italiani. Situato in posizione panoramica (strada Pecetto), tra gli anni Sessanta e Settanta questo locale fu uno dei più in voga a Torino: celebre per le frequentazioni di Cesare Pavese e poi di tutta la congrega di intellettuali einaudiani, il Principe in testa. Pavese lo cita più volte in alcuni dei suoi romanzi e racconti.                                                                                                Purtroppo, chiuse i battenti nel 1998, con la scomparsa del cavalier Guerino: ma il pozzo, alimentato dalla famosa Fontana, c’è ancora nelle cantine dell’edificio che ospitava il ristorante.                                                                                                                    Villa Somis: un’altra storia che vale la pena di conoscere. I conti Somis acquistarono verso la fine del XVII secolo una stupenda dimora situata in strada Val Pattonera (sulla sinistra, salendo verso Cavoretto). Lorenzo Francesco (1662-1736), musicista e medico di corte, fu il capostipite di una famiglia di valenti musicisti: i figli Giovanni Battista (1686-1763) e Lorenzo Giovanni (1688-1775) furono violinisti virtuosi, direttori e compositori noti in Italia e in Europa.  Più tardi Villa Somis venne venduta e dopo alterne vicende ospitò un famoso albergo con ristorante annesso. Dopo un periodo di chiusura abbastanza lungo, Villa Somis è stata rilevata dalla famiglia Chiodi Latini e oggi Stefano la sta riportando agli antichi fasti: che merita un luogo di bellezza fuori del comune.                                                                                                                                                                                             Ci sarebbero ancora tante storie da raccontare: Il Monte dei Cappuccini e il Museo della Montagna, Cavoretto e il Parco Europa, l’Eremo con il Faro della Vittoria e il Parco della Rimembranza; e ancora, il Cari: vino ciularino di Cavour, l’Abbazia di Vezzolano…..

Purtroppo, lo spazio è limitato, dunque concludo con il consiglio più ovvio: il mio invito a zonzolare per le strade della Collina Torinese, una qualche emozione è li, dietro una curva, che vi attende.

 

Anteprima Vendemmia 2014, Palazzo Barolo

Piemonte anteprima vendemmia di Fiammetta Mussio (Da Millevigne)

Anteprima vendemmia 2014, l’annuale incontro promosso da Vignaioli Piemontesi, Regione Piemonte e Piemonte Land of Perferction per presentare dati e valutazioni sulla vendemmia e tracciare una previsione sull’andamento dell’annata, sarà ospitato lunedì 24 novembre a Torino, nelle sale di Palazzo Barolo, in via delle Orfane 7, in chiusura del congresso nazionale dell’Associazione nazionale sommelier. L’appuntamento è alle 10. Apre con un saluto Fabio Gallo, presidente Ais Piemonte. Intervengono l’assessore regionale all’Agricoltura Giorgio Ferrero (“Il Piemonte vitivinicolo e il suo contesto”), il presidente Piemonte Land of Perfection Giorgio Bosticco (“Aggregazione: fattore critico di successo del territorio e delle sue denominazioni”) e il presidente Vignaioli Piemontesi Giulio Porzio (“Ruolo delle organizzazioni dei produttori fra mercato globale e campanilismo”). L’agronomo Daniele Dellavalle e il giornalista Giancarlo Montaldo presenterà l’andamento della maturazione delle uve e la previsione sulla qualità della vendemmia 2014, assegnando le tradizionali “stelline” (da 1 a 5 a seconda della qualità che si prevede). L’annuale incontro sarà l’occasione per fare una riflessione sull’andamento del comparto vitivinicolo, di quali nuove sfide attendono il vino piemontese e quali strategie mettere in campo per vincerle. A orchestrare il dibattito sarà Fernanda Roggero, Food and Wine Editor de Il Sole24Ore. Il premio Piemonte Anteprima Vendemmia andrà alla memoria di Luigi Veronelli nel 10° anniversario della morte. Il premio sarà ritirato da Alberto Dragone, consigliere del Comitato decennale Luigi Veronelli.

Durante l’evento, si presenta il nuovo numero della rivista Barolo&Co diretta da Giancarlo Montaldo.

Aperitivo al vermouth e pranzo a buffet.

Info: 0173 210311, ufficiostampa@vignaioli.it

 

Barolo & Co

Venerdì 27 luglio scorso, presso la bella sede dei Vignaioli Piemontesi – via Alba, 15 a CastagnitoGianluigi Biestro (Dir. Editoriale) e Giancarlo Montaldo hanno presentato il primo numero interamente curato dalla nuova squadra di collaboratori e impostato dalla nuova proprietà, nel senso comunque della tradizione di questa testata prestigiosa, fondata da Elio Archimede – a cui va sempre indirizzato un pensiero di particolare stima e simpatia – e giunta oggi al suo XXXII anno.

In sala, oltre a tutti, o quasi, i collaboratori anche personaggi di grande prestigio come Angelo Gaja e Massimo Martinelli (per certi versi anch’essi collaboratori).

La serata ha visto Claudio Rosso e il sottoscritto aggregarsi a una tavolata d’eccezione al ristorante del Belbo da Bardon di San Marzano Oliveto: G. Morino, F. Mussio, la siciliana Marilena Barbera e altri ancora. Chiaro, come dimostra la prateria di calici pieni e i pochi piatti vuoti, che di grande bevuta s’è trattato. E come altrimenti avrebbe potuto essere? A ogni modo, il ristorante è da frequentare con passione: è un gran bel posto in cui si mangia benissimo, si beve altrettanto bene e, soprattutto, ci si sente bene per davvero (ristorantedabardon@alice.it).

Fateci un salto e, se vi fa piacere, dite che vi mando io.

Barolo & Co sposa Vignaioli Piemontesi

Alle 15.30 di sabato 15 marzo (le famose Idi romane, fatali a Gaio Giulio Cesare) si è tenuta la prima riunione editoriale di Barolo & Co, testata storica, con la nuova proprietà: Vignaioli Piemontesi. L’occasione è stata fornita dall’inaugurazione del nuovo spazio – emporio, enoteca, ristorante – aperto in via Alba, 15 a Castagnito (5 minuti da Alba in direzione Asti).

Presenti Elio Archimede – storico editore e Direttore di Barolo & Co – Chiara Castino – sua impareggiabile collaboratrice per pubblicità e marketing – e le nuove figure di riferimento (Gianluigi Biestro, Direttore Editoriale e Giancarlo Montaldo, Direttore della testata) si è riunito il gruppo storico di collaboratori del glorioso trimestrale.

Che dire? Se son rose, fioriranno. E, per parte mia, farò del mio meglio perché sian rose e sappiano fiorire a nuova vita.

Chiosa finale: è stato un vero piacere – e una sottile vena di commozione, peraltro dissimulata con grande classe e un poco di sabaudo pudore – riabbracciare Elio Archimede. A lui, a Chiara e a Andrea Tedaldi non soltanto una caldo abbraccio, fuor di retorica, ma anche tanto affetto, stima e riconoscimento.

I Farinetti: 5 anni di Borgogno

http://www.vincenzoreda.it/borgogno-11-9-09/

www.borgogno.com

Così come fui uno dei  primi, se non il primo, a intervistare Oscar Farinetti nel febbraio del 2007 (Eataly appena aperta a Torino, l’articolo fu pubblicato da Barolo & Co e riportato nel mio libro Più o meno di vino), fui altrettanto uno dei primi a sapere dell’acquisto della storica cantina Borgogno da parte del vulcanico Oscar. Cliccando sul link qui sopra, è possibile, inoltre,  rivivere alcuni momenti cruciali dell’inaugurazione ufficiale, nel novembre del 2009, della ristrutturazione della cantina nel centro di Barolo.

Domenica 19 maggio 2013, sotto un cielo di nuvole barocche a scorrazzare dentro una giornata umida e capricciosa di Langa, Andrea Farinetti – dal 2010 al vertice di Borgogno -, con il papà Oscar da una parte a occupare soltanto un ruolo defilato (come può essere defilato uno come lui…), ha presentato da par suo la prima annata del Barolo Borgogno griffato dalla famiglia Farinetti.

E se l’è tolta alla grande il giovane Andrea (che, pur privo dei baffoni del padre, gli somiglia assai: sia nelle fattezze sia nella brillantezza della comunicazione), presentando il rivoluzionario No Name 2009: vino 100% Nebbiolo che del Barolo ha le caratteristiche fondamentali. E poi i quattro Barolo 2008: l’assemblaggio dei tre cru e i vini prodotti singolarmente da Liste, Fossati e Cannubi (chiaro che Cannubi, non soltanto secondo me, è il meglio).

Organizzata per pochi amici (scarsi i giornalisti presenti, tra cui segnalo l’amico Paolo Alciati), la festa s’è svolta secondo quanto piace ai Farinetti: scarsa o punto formalità, grande convivialità, musica, cibo eccellente (con alcune chicche della galassia Farinetti) e Barolo con millesimi di quelli che non ti dimentichi.

Sia chiaro: io voglio bene a Oscar Farinetti. Non soltanto perché lo considero un amico (e viceversa), ma assai perché uomini come lui (pochi purtroppo) fanno bene al Barolo, alla Langa, al Piemonte, al nostro sgarrupato paese. Certo che poi ci sono gli ipercritici a tutti i costi. E gli invidiosi.

Ma sono affari loro. O no?

Quando l’etichetta è orrenda, e anche poco etica

Scrivevo anni fa (Barolo & Co, ripubblicato sul mio Più o meno di vino ):

Il sostantivo “etichetta” compare nella nostra lingua nel 1797, introdotto dal francese: «Etiquette. Marca fissata a un palo, poi cartellino……..»

Ma “etichetta” significa anche complesso delle cerimonie voluto  dall’uso e dalla cortesia di persone di un certo rango ( in origine le corti ): dal francese etiquette ( dicitura ) e dallo spagnolo etiqueta ( cerimoniale ). E’ lampante che l’etimo si rifà direttamente alla parola “etica” ( la scienza della morale, la norma, il costume, ecc….), dal latino ethica che discende dal greco ethike.

Dunque, “etichetta” significa certo: «dicitura, cartellino, marchio, ecc…..», ma nella parola è insito un concetto che in qualche modo riporta alla correttezza, all’onestà, all’etica, appunto.

Ora, su quanto siano etiche molte etichette avrei tanto da dire, ma l’oggetto di questa mia riflessione è prima tecnico e estetico, più che morale e, appunto, etico.

Parto da alcune considerazioni meramente tecniche.

L’etichetta è un mezzo di comunicazione che attiene alla scienza del marketing: formulazione del prezzo, canali di distribuzione, packaging (etichetta, anche), pubblicità, promozioni, ecc. costituiscono il cosiddetto marketing-mix, ovvero tutte quelle decisioni, e dunque caratteristiche commerciali, che un produttore assume per posizionare il proprio prodotto entro una certa fascia di mercato.

Ora, io penso, e a questo proposito dubbi ne ho pochi, che la scienza del marketing sia assai poco frequentata dai produttori di vino; penso altresì che i produttori di vino abbiano anche poco senso estetico e dubbio gusto. Da quanto sopra, si deduce che la mia opinione sulla maggior parte delle etichette appiccicate su bordolesi, borgognotte, alsaziane, tronco-coniche e via dicendo, sono non solo brutte, ma anche tecnicamente malfatte e fanno un pessimo servizio al liquido di cui dovrebbero parlare e al suo produttore.

La prima considerazione è di ordine tecnico: un’etichetta che sta appiccicata sopra una bottiglia di vino ha l’obbligo di raccontare il vino che gli sta dietro. Invece, se alla grande maggioranza di etichette presenti sugli scaffali di enoteche, grande distribuzione e wine-bar sostituite il testo originale con una semplice sequenza di caratteri senza senso e poi chiedete a una qualsiasi persona che tipo di prodotto può rappresentare quell’etichetta, avrete ben poche risposte che riferiscono al vino. Anche per il semplice fatto che poche etichette sono opera di specialisti della comunicazione, perché – mi spiace per chi pensa altrimenti – ognuno dovrebbe fare il proprio mestiere. Vale a dire che un conto è assemblare un ottimo vino, altra faccenda è raccontare la bontà di quel vino sopra uno scaffale in mezzo a tante altre bottiglie. Il primo dovere di una buona etichetta, infatti, oltre al fatto ontologico di sapere di vino, è quello di chiamare il consumatore a voce più alta e con parole più convincenti di quanto facciano le concorrenti vicine.

A tutti i ragionamenti di cui sopra  occorre aggiungere che il messaggio dev’essere semplice, breve, chiaro, forte.

E qui ricasca il povero, proverbiale asino: sulle nostre brave etichette troviamo di tutto e di più.

A cominciare dalla scelta dei caratteri, veri e propri cataloghi di lettering tra i più sofisticati e illeggibili, per continuare con i testi che, spesse volte, sono più lunghi e contorti di un feuilleton; per finire con la parte iconografica su cui è doveroso stendere un velo pietoso ( fotografie di paesaggi, riproduzioni di quadri che niente hanno a che fare con la materia e sono pure brutti, grafismi fuori luogo, marchi che sembrano fatti per prodotti metalmeccanici…..).

Tutto quanto sopra è confermato dalle etichette qui a fianco. Quella “artistica”, commissionata all’artista Luigi Stoisa per vestire (stampata) i magnum che sono andati all’asta del primo vino della Villa della Regina, fa schifo. E’ brutta, sciatta, scontata. L’artista della “materia vino” non sa nulla, magari è anche astemio. Ha dipinto questo orrendo acquarello perché glielo hanno pagato, magari anche bene. Ma la colpa non è sua. La colpa è di quelle persone di formazione profondamente provinciale, prive di gusto e di buon senso che fanno queste scelte. E, per una volta, non c’entrano i produttori, che poi sono gli amici Balbiano. Sotto, invece, le etichette molto sobrie e anche eleganti – nella loro semplicità – che non avevano la necessità di essere artistiche.

Le etichette realizzate da un artista che della materia vino si nutre e ci pasce sono altra cosa. Per esempio queste, le mie, tutte dipinte con i vini di cui devono parlare e alcune dipinte una per una. Ne sono orgoglioso. Mi sarebbe piaciuto dipingere quella per il Vino Della Regina, ma qualcuno ha deciso altrimenti. La mia presunzione m’impedisce di essere invidioso.

 

 

I vini di queste etichette sono Merlot, Pinot Noir, Muffato (Chardonnay) e Sangiovese.

 

Palazzo Barolo, Barolo 2000

Questo pezzo è stato scritto nel 2004 per Barolo & Co e pubblicato nel 2009 nel mio libro Più o meno di vino.

«“Nelle loro tenute di Barolo e Serralunga gli ultimi marchesi di Barolo crearono all’inizio dell’ottocento il vino Barolo e, valendosi delle loro conoscenze e dei lunghi viaggi, lo fecero conoscere ed apprezzare un po’ ovunque.

Le cantine di Palazzo ospitarono per anni le botti per l’invecchiamento del prezioso nettare, vinificato con cura ed amore per lungo tempo.

L’Opera ne continuò la produzione, facendolo conoscere sui mercati di tutto il mondo, ricevendo ambiti premi internazionali, sino al 1919 quando dovette cedere i vigneti in quanto non si addiceva ad una Opera Pia una attività commerciale.

La fantasia popolare ci tramanda un aneddoto curioso. Un giorno la marchesa di Barolo si trovava a corte, il Re Carlo Alberto in tono scherzoso le disse:

- Marchesa sento tanto celebrare il vino delle sue tenute: quand’è che ce lo farà assaggiare?

- Vostra Maestà sarà presto accontentata – rispose la Marchesa.

Difatti, qualche tempo dopo una lunghissima fila di carri tirati da buoi entrava in Torino tenendo tutta la via Nizza, diretti a Palazzo Reale. Su ogni carro stava una di quelle botti lunghe e piatte della capacità di sei ettolitri dette “carrà”, che una volta si usavano per il trasporto e anche come misura; e ognuna proveniva da una delle tante cascine (poderi) della marchesa. Erano più di trecento, una per ogni giorno dell’anno, ed erano l’ «assaggio» del Barolo che la medesima mandava al Re. Carlo Alberto ne fu così colpito, e trovò il vino così buono, che volle anch’egli avere una tenuta sua ove si producesse il Barolo per la mensa reale.”

Questa citazione, tratta dal prezioso opuscoletto edito da Daniela Piazza e dedicato a Palazzo Barolo, introduce l’evento che mi ha visto testimone e  a mio modo protagonista: la presentazione al pubblico del Barolo 2000 presso Palazzo Barolo ieri sera 16 settembre 2004.

Di seguito riporto una parte del comunicato stampa, così mi tolgo i fastidi del dovuto:

L’Enoteca Regionale del Barolo, che ha sede nel Castello Comunale Falletti, incontrerà nella tradizione e nella storia Torino Capitale presentando diversi appuntamenti tra la nobiltà del vino.

Nelle giornate del 16-17-18 settembre 2004, presso le sontuose ed eleganti sale di Palazzo Barolo a Torino, dimora storica dei Marchesi Falletti in via delle Orfane 7, verrà presentata la prestigiosa annata del Barolo 2000, l’ultima messa in bottiglia dopo quattro anni di invecchiamento e affinamento.

Il “Re dei Vini”, sarà nuovamente protagonista sulla scena torinese e piemontese per presentarsi a tutti gli appassionati. L’evento, unico nel suo genere, vedrà ancora riunite le oltre cento aziende aderenti all’iniziativa e richiamerà l’attenzione di esperti  e giornalisti del settore.

L’iniziativa è rivolta a fornire un servizio al settore della ristorazione e della rivendita dei vini dell’area piemontese.

Durante le tre giornate sarà possibile degustare tutta la campionatura del Barolo ‘00 dei 120 produttori aderenti all’iniziativa.

La degustazione di presentazione, fissata per giovedì 16 settembre alle ore 18.00, sarà guidata da un buffet di prodotti tipici e verrà proposta le Selezione Ufficiale di Barolo d’annata 2000, frutto delle degustazioni dei tecnici dell’Enoteca e confezionata in un’apposita partita dedicata quest’anno all’artista Piero Angela.

L’etichetta ufficiale è stata realizzata dai pittori Francesco Tabusso di Torino e Kurt Mair di origine tedesca, le loro opere saranno esposte dal 16 ottobre 2004 al Castello Falletti di Barolo.”

Per questioni di correttezza, ho riportato fedelmente il testo del Comunicato stampa, punteggiatura creativa e refusi compresi; però, l’artista Piero Angela, poverino, non beve vino e non crede ai fantasmi ( a Palazzo Barolo ve n’è uno, quello dell’infelice marchesina Elena Matilde Provana di Druent, figlia del conte Ottavio e moglie di Gerolamo IV Gabriele Falletti, che, morta suicida a soli 27 anni, si aggira nottetempo nelle magnifiche stanze del suo Palazzo ). Non so se Tabusso sia astemio, certamente Mair, presente ieri sera, astemio non è, e meno male dico io………

I due pittori sono certo validi assai, quanto al risultato estetico sintetizzato sopra l’etichetta della selezione  Barolo 2000, beh, rimando i lettori al mio articolo che a felice proposito tratta su questo numero di etichette.

Mi piacerebbe a questo punto parlare diffusamente del Palazzo che ha ospitato l’evento in questione e, ancor più, raccontare delle figure eccezionali di Carlo Tancredi Falletti di Barolo (1792-1838) e della sua sposa Giulia Colbert di Maulévrier (1786-1864), una coppia di nobili che seppe occuparsi dei più deboli e dei più poveri, una coppia per cui la Chiesa ha avviato i processi di beatificazione.

E’ opportuno sottolineare che il Marchese fu sindaco di Torino e avviò la costruzione del Cimitero Generale, mentre alla Marchesa si deve l’istituzione, per testamento, dell’Opera Pia Barolo (1864). Non posso non citare Silvio Pellico che fu bibliotecario dei Marchesi e che ivi morì nel 1854.

Il Palazzo è incastonato nel dedalo di viuzze ortogonali dell’originario castro romano, nell’antica isola di Santa Brigida, a fianco al vecchio Tribunale, con le terga poggiate su piazza Savoia (quella dell’obelisco, antica piazza Susina dove si teneva il mercato dei rigattieri, “Contrà dle pate”, antenato del Balòn), attraverso cui occhieggia Palazzo Paesana: la mia Torino, io abito a due passi da lì.

Assenti dal comunicato stampa ma presenti dentro i saloni del Palazzo, osservavano gli invitati anche 10 quadri miei. Dieci bicchieri di vino, genuini, eseguiti da un’artista a cui il vino per certo non dispiace….

La serata è stata un successo, moltissimi i presenti; il Barolo 2000 di Bartolo Mascarello è risultato il più richiesto, per la semplice ragione che La Stampa ha pubblicato un cospicuo servizio sulla festa data alla Mole dai nuovi aspiranti Reali, John e Lavinia, sottolineando che il vino prescelto era appunto un Barolo del buon Bartolo…..

Molti vip, quasivip, piuomenovip, aspirantivip ecc., tutti sorseggianti l’eccellente Barolo 2000, un’annata che continua questo filotto prodigioso a cavallo del millennio.

Sono uscito mentre infuriavano le bevute, gli stuzzichini di salumi e formaggi, i pettegolezzi: una luce settembrina, tagliente, incerta, pitturava Piazza Savoia verso le sette di sera.

A novembre, verosimilmente venerdì 19, a Palazzo Barolo, nelle cantine del Palazzo, verrà presentato “Il tesoro del Palazzo”: in quell’occasione racconteremo ancora il Barolo e dedicheremo l’evento a chi quel vino lo ama, lo beve, lo sa bere.»

Viti torinesi monumentali: tifose, intellettuali, vetero-comuniste.

Appena pubblicato sull’ultimo numero di Barolo & Co.

Piazza Statuto, a Torino, è considerata un luogo infausto: in epoca romana di lì verso l’attuale corso Francia, orientata a nord-ovest, vi si trovava la necropoli; nel medioevo e fino ai tempi napoleonici vi si giustiziavano i condannati e, retaggio della rivoluzione francese, vi era collocata la ghigliottina.

Ma la piazza nella sua storia è stata testimone dei moti di sollevamento popolare, repressi con grande spargimento di sangue, che furono la reazione dei torinesi alla decisione di spostare la capitale del Regno da Torino a Firenze, verso la fine del 1864.

Proprio in quell’anno la società londinese di costruzioni Italian Building Society Ltd. iniziò la realizzazione dei palazzi che attualmente circondano la piazza, su progetto dell’architetto Giuseppe Bollati. Fu appunto in seguito all’abbandono di Torino da parte della dinastia dei Savoia che gli inglesi cedettero al Comune i Palazzi e l’intero progetto della piazza che fu intitolata allo Statuto Albertino, promulgato il 4 marzo 1848 da Carlo Alberto.

Non è possibile non citare l’erezione dell’orrendo monumento in onore dei caduti durante i lavori per la galleria del Frejus, realizzata nel 1879 e le durissime manifestazioni cominciate il 7 luglio 1962 delle maestranze della Fiat che protestavano contro la UIL, rea di aver firmato un accordo separato con l’azienda.

In realtà, la piazza Statuto oggi è un posto assai godibile, con molto verde e alcune magnolie che fioriscono molto presto in primavera e donano un tocco di delicato colore: non si respira una brutta aria nella piazza, e lo posso dire io che ai racconti dei posti e delle pietre sono di particolare sensibilità.

Questa lunga introduzione soltanto per fornire ai lettori attenti un adeguato contesto di quanto circonda e aleggia attorno al portone del numero civico 13 della piazza: in quel cortile, sede della gloriosa azienda Perruquet – cinque generazioni, fondata in via San Tommaso nel 1882 da Cipriano – vi sono due esemplari di viti  (uva fragola o uva americana, uva frôla in piemontese) che spuntano dal sottosuolo e sono ormai parte integrante del palazzo che le accoglie. E’ lecito ritenere che le piante siano antecedenti al 1864, anno di costruzione dei palazzi, come sopra ho accennato.

Le piante sono monumentali: si inerpicano per un’altezza di oltre 15 metri e costituiscono un pergolato che supera i 200 mq; floridissime e ben tenute hanno fornito succo da vino fino a qualche anno fa.

Pier Carlo Perruquet, classe 1940, vera istituzione cittadina della fede juventina, mi racconta queste cose e mi racconta di suo padre Emanuele che aprì la nuova sede dell’azienda, che commercia uova, nella piazza nel dopoguerra.

Mi racconta della tessera, datata 1930, di tifoso juventino del padre e del fratello Gianni, pecora nera – meglio: granata – della famiglia, venuto al mondo nel 1933 durante un derby, vinto dalla Juventus, e a cui il padre aveva assistito: “Dottore, io il mio l’ho già fatto nove mesi fa. Adesso vado a vedere il derby! Al resto ci pensa mia moglie, io a che servo?”.

Una delle due  immense viti è associata a un glicine altrettanto notevole: l’intero cortile vive all’ombra di queste piante monumentali: io di viti ne ho viste tante, ma mai come queste e perdippiù inglobate, associate, custodite dai muri ultracentenari di una piazza gloriosa, in pieno centro di quella Città contraddittoria e affascinante che è Torino. Sono certo di una cosa: le viti sono juventine!

Un’altra vite, per certi versi ancora più straordinaria di quelle di piazza Statuto, si trova all’interno di un palazzo al numero civico 34/A di corso Marconi, a due passi dal Palazzo del Valentino e dal fiume Po.

La casa editrice-libreria Cortina e il suo amministratore attuale, Walter Barp, li conosco da molti anni e  da altrettanto tempo so dell’esistenza di questo esemplare straordinario di vite.

Esso spunta dal pavimento degli uffici – non ci sono cantine in quella parte dello stabile – buca il soffitto e va a costituire il suo pergolato al primo piano dello stabile in un appartamento che oggi è sede di una rappresentanza dei sindacati di base.

Proprio Luigi Casali, uno dei responsabili del sindacato, mi dice che di una particolare varietà di moscato bianco, uva da tavola, si tratta.

La pianta è curata con attenzioni particolari e non ha bisogno di alcun tipo di irrigazione, affondando le radici, che devono esser particolarmente estese e profonde, nel terreno alluvionale che caratterizza quel luogo vicino al  Fiume.

Walter Barp, che abita quegli uffici dagli anni Sessanta, mi dice  che la proprietaria dello stabile – ragazza del 1899, scomparsa ultranovantenne – Maria Tabasso in Picco gli raccontava che la vite gloriosa era stata piantata dal nonno. Anche qui ci troviamo a confrontarci con un esemplare che i cent’anni li ha compiuti molto tempo fa: ma questa non è una vite tifosa, questa, vivendo tra libri e sindacalisti, è senza dubbio una vite intellettuale, forse radical-chic!

E proprio Luigi Casali mi indirizza verso un’altra storia: è il numero civico di una strada piccina, zona Pellerina: via Trivero, 16.

Nei primissimi anni cinquanta, un gruppo di ex partigiani e simpatizzanti comunisti si mise in società per acquistare un piccolo terreno su cui fondare un circolo o una sede distaccata del partito; il loro capo era Dino Rebbio, partigiano, scomparso attorno alla metà degli anni novanta, la sezione era la 39: gloriosa sezione che ha fatto la storia del partito comunista a Torino.

Mi racconta queste cose la signora Stefania, che per caso ho incontrato in quella sede che oggi è stata donata alla Fondazione Piero Gobetti e la signora mi mostra con orgoglio una vite che fornisce un pergolato di 250/300 mq che regala uva nera – molto probabilmente anche questa è fragola – e ombra ai frequentatori, un poco nostalgici di un’epoca che non è più, del circolo ancora oggi attivo. Anche questo esemplare, a giudicare dalle dimensioni, è probabile che sia di molto antecedente alla fondazione del circolo: se non sono cent’anni, poco ci manca.

E anche questa vite è in uno stato di conservazione invidiabile. Vite per certo operaia metalmeccanica e vetero-comunista fuor di dubbio!

Ho voluto raccontare tre storie che riguardano esemplari di viti cittadine che sono testimoni di fatti, di tradizioni, di uomini, di imprese straordinarie: perché la Vite non è una semplice pianta, è Storia, è Cultura, è trasmissione di Civiltà.

Eataly a New York

In occasione dell’ inaugurazione della nuova e prestigiosa avventura di Oscar Farinetti e della sua -proprio sua – Eataly a New York, mi fa piacere pubblicare sul mio sito l’articolo scritto nel febbraio del 2007, nemmeno un mese  dopo l’inizio a Torino di questa straordinaria avventura. Fui uno dei primi a occuparmene e l’articolo venne poi pubblicato su Barolo & Co, su Informacibibo.it ed è parte del mio libro Più o meno di vino.


Eataly

Comincio dalla fine, anche perché i fatti non capitano mai a caso e un filo invisibile, spesse volte ma non sempre, a noi ignoto li tiene uniti.

Tornavo a casa verso il centro sull’autobus numero uno: quel venerdì avevo deciso, infatti e insolitamente, di usare i mezzi pubblici invece della mia auto. Stavo rimuginando tra me e me  quelle quattro ore di visita alla nuova impresa dell’Eataly, l’evento ultimo della sempre più propositiva Torino di inizio millennio. Alzo gli occhi e noto un viso conosciuto: Luigi Blasi, mio amico, dirigente della Martini in pensione. La Martini …..

Martini, Ferrari: i due brand, marchi per i non addetti ai lavori, italiani più conosciuti nel mondo.

Tornavo dal posto in cui un certo Antonio Benedetto Carpano, nato a Broglio in provincia di Vercelli nel 1751, aveva creato nel 1786 il vermouth ( dal tedesco wermuth wein, vino d’assenzio ) e dato ai fratelli Cora, a Alessandro Martini, Francesco Cinzano, Carlo Gancia l’idea giusta su cui costruire fortune…..

Tornavo da un posto, Via Nizza 230, dirimpetto a un edificio inaugurato il 23 maggio del 1923 da re Vittorio Emanuele III, progettato da un certo Giacomo Mattè Trucco, nato in Francia da genitori canavesani, ispirato da uno scorbutico possidente valligiano, noto a tutti con l’appellativo di “Senatore”, che si chiamava in verità Giovanni Agnelli e che beveva esclusivamente il vermut Punt e Mes.

Tornando a casa e salutando Luigi, pensavo a cosa trasportavo in borsa, sopra il prezioso portatile Apple: una bottiglia di Muscat de Beaumes de Venise di Paul Jaboulet Ainè 1998 che Renato Dominici mi aveva appena regalato.

Renato Dominici era l’ultima delle persone che avevo incontrato all’Eataly prima di venir via.

“Salito il monumentale scalone vi accomoderete in una sala con porte e sovraporte di legno intarsiato che farebbero la felicità di un antiquario. Alla presenza di Renato Dominici non vi sentirete un avventore seduto al tavolo, ma un amico di famiglia invitato. E la cucina di Renato ed Anna è diversa da quella dei ristoranti  anche di classe; conserva il tono familiare ed è frutto solo di cultura e ispirazione….”.  A proposito del ristorante La Carmagnole, brano tratto dalla Guida d’Italia 1986 di Henri Wintermans, diventata poi, di moda, come guida dell’Espresso.

Renato, monumento della gastronomia italiana, sta seduto tutti i giorni in un  angolo strategico del vecchio stabilimento Carpano, rimesso meravigliosamente a nuovo: svolge il ruolo di “Consulente gastronomo”. Andate lì, vi sedete al tavolo dinanzi a lui e gli chiedete quel che vi occorre in cucina per stupire i vostri ospiti. E state sicuri che egli vi risponderà con la competenza di un grande e l’entusiasmo di un adolescente.

Una delle tante idee di Oscar Farinetti, imprenditore albese, creatore di Unieuro; visionario, mi pare, come  Giovanni, Antonio Benedetto, Francesco, Alessandro: perché un grande imprenditore deve sempre essere un  visionario, un sognatore e non è vero che alla fine dei conti è sempre una questione di soldi, anzi…

In verità mi sento un poco imbarazzato: quando di un fatto commerciale ti ritrovi a dover esprimere giudizi positivi pare che tu stia facendo, come si chiama in gergo giornalistico, la classica “marchetta” ( parlare bene di una faccenda perché, per dritto o per traverso, ti conviene): e io, pur avendo affrontato la visita con molte precauzioni e qualche pregiudizio, mi sono trovato di fronte a una realtà entusiasmante.

Oscar Farinetti l’ho incrociato per caso verso la fine del mio percorso, quando avevo deciso di togliere il disturbo. Era in compagnia di un giornalista americano del New York Times, stavo bevendo un bicchiere del loro rosè ( vigne a Santa Vittoria d’Alba, Arneis e Nebbiolo  al 50%, almeno sorprendente): tutto subito non mi aveva dato molta retta. Poi ci siamo seduti, abbiamo cominciato a bere insieme, si è fatto portare delle belle fette di salame tagliate spesse, l’ho guardato bene negli occhi scuri, profondi, baluginanti sopra due bei baffoni neri.

Ho capito.

Ho rivisto un visionario, un adorabile sognatore di quelli lucidi, di quelli che ti dicono che comunque di business si tratta, ma quel business che da sempre sognava di fare, in cui è riuscito finalmente a coinvolgere il figlio Francesco, che di Unieuro non voleva sentir parlare e oggi se lo ritrova che serve il vino sfuso

( Barbera d’Alba a 1,80 € al litro, di loro produzione, ottima e mi tocca dirlo per dovere di cronaca) ai clienti pensionati e gira tra le 1100 etichette di oltre 200 cantine con l’amore di un appassionato.

Ho incrociato Piero Alciati, erede del mitico Guido, anch’egli preso dall’entusiasmo, dal calore, dalla missione percepita quasi in maniera messianica: accidenti! mi sono detto.

E sembrano tutti così: 200 dipendenti che si agitano con organizzato entusiasmo dentro oltre 10.000 metri di superficie e 9.000 prodotti di qualità venduti a prezzi onesti: hanno inaugurato il 26 gennaio e fino a oggi ( metà febbraio) hanno avuto 250.000 visitatori con un incasso che è andato oltre ogni previsione.

Ho visto un manager milanese, a Torino per lavoro, che chiedeva al giovane Francesco Farinetti, con in mano un cesto pieno di bottiglie di vino, se e quando prevedevano l’apertura di una cosa analoga a Milano…..

La visita era stata guidata dal braccio destro di Farinetti, un fresco bocconiano milanese – ma sposato con una ragazza di Alba -, Luca Baffigo Filangieri.

Al principio aveva esordito malamente con i soliti termini anglofoni di marketing,  poi pian piano s’è sciolto e l’entusiasmo ha cominciato a prendere il sopravvento sul dover apparire “eff” (efficace-efficiente) di bocconiano apprendistato.

Mi ha mostrato il reparto carni di rigorosa razza piemontese ( hanno fatto un accordo con una trentina di allevatori della Granda a cui hanno assicurato mercato per alcuni anni); mi ha illustrato il forno a legna di 7 mq che sforna 30 quintali di pane fatto con farine biologiche macinate a pietra; mi ha fatto visitare al piano superiore il magnifico museo Carpano; mi ha snocciolato cifre: 20 milioni di investimento di cui 12 per ristrutturare il vecchio stabilimento concesso dal comune in comodato per 60 anni e previsione di breakeven point in tre anni, ma visto l’insperato successo, anche meno…

Eppoi il ristorante, con Alciati come consulente, il reparto pizze, il caveau di formaggi e insaccati, la biblioteca ( 1.500 volumi che si possono consultare e acquistare), i punti degustazione, la cantina….

Tutto all’insegna della filosofia creata da Oscar Farinetti: comprare, mangiare, imparare…

Incredibile! E, giuro, non ho scovato nulla che non andasse. O quasi: volevo il cavolo nero che non si trovava nel settore frutta e verdura: il responsabile mi ha spiegato che da noi quasi nessuno lo conosce e lo richiede, essendo tipico della Toscana ( è vero, serve a preparare la magnifica ribollita di cui sono ghiotto).

Ho trovato straordinario il reparto spezie, con rarità di tutto il mondo.

E infine, il sapore del pane cotto in un forno a legna.

Che dire d’altro?

Vincenzo Reda

L’ASSAGGIO DEL VINO, un libro serio sul vino

Questo volume è stato pubblicato da Sagittario Editore srl in Agliano Terme (Asti) – Editore del trimestrale Barolo & Co  per cui io scrivo da quasi otto anni – nel maggio del 2002.

L’opera è dell’ONAV (Organizzazione Nazionale Assaggiatori  Vino) e curata dall’enologo Armando Cordero con la collaborazione di Michele Alessandria, Renato Gendre, Roberto Rampone e Bruno Rivella e la revisione scientifica del prof. Mario Castino. Questo è un libro che non dovrebbe mancare nella biblioteca di chiunque tratta di vino in maniera seria.

Presentazione Eataly 22 aprile 2009

Serata magnifica in Sala Punt e Mes di Eataly. La presentazione è stata introdotta dal padrone di casa, Oscar Farinetti, che ha avuto parole di imbarazzante elogio nei miei confronti; il libro gli ha fatto compagnia nel suo ultimo viaggio in Giappone e ha molto apprezzato quanto scritto su Gino Veronelli. E’ intervenuto poi Elio Archimede per elogiare la mia capacità di saper far parlare le persone di cui scrivo. Ho poi ricordato la mostra a Eataly, con il servizio della troupe di Coppola sulla mia scacchiera che, mandato in onda su ItalianAmerican Network, web tv di NY, ha permesso le conseguenti mostre personali negli Usa e poi, indirettamente, la mostra di questi giorni a New Delhi, al Radisson con l’amico Giovanni Leopardi. Ho ringraziato il giornalista di Repubblica Luca Iaccarino che fu l’unico a parlare della mostra a Eataly ed egli ha elogiato la mia flessibilità, la mia capacità di saper cambiare prospettiva e punto di vista. E’ poi intervenuto Giorgio Diaferia che mi ha invitato a parlare di ambiente e del’ “Intervista impossibile” al pianeta Terra, con la particolare posizione che mi vede assai critico nei confronti dei media e del modo di comunicare il rapporto tra l’umanità e l’ambiente. L’editore Walter Martiny ha ricordato l’attività di manager  che ho svolto nella sua casa editrice, oltre 15 anni fa. Ho letto “Il grande bevitore” e “13832322″ che il numeroso pubblico ha dimostrato di apprezzare. La serata è finita con l’aperitivo offerto da Astesana con i vini di Castino e Cocchi.