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Serralunga d’Alba e il suo Castello

Un segno che, almeno per certe faccende, Lassù Qualcuno mi vuole bene è dato dalla stupenda giornata che mi viene donata per la mia visita a Serralunga. Dopo interminabili, tristi e sconfortanti giorni di pioggia, una mattina luminosa e tersa, come succede quando l’acqua ha provveduto a pulire l’atmosfera, mi rende ancora più interessante questa faccenda di accompagnare una mia vecchia amica a conoscere Serralunga e il suo Castello. Quando si parla di Langa e di Barolo, i più pensano a La Morra a Barolo a Monforte…Ma se un uomo della fatta di Angelo Gaja quando parla di Barolo – e sopratto quando scelse il Suo Barolo – si accende di passione per raccontare Serralunga, ci sarà pure una buona ragione, no? La ragione sta nel fatto che questo minuscolo borgo di origine medievale (con una popolazione di nemmeno 500 anime) è circondato da vigne portentose che danno i Barolo con più struttura: Rionda, Lazzarito, Collaretto, Marenca-Rivette (lo Sperss di Gaja), Gabutti, Cucco: chi vuole un Barolo di grande corpo deve per forza spremerlo dai Nebbiolo di queste vigne e i produttori lo sanno bene. Tornare a Serralunga è sempre un piacere: oggi, dovendo anche guidare una neofita, mi sono premunito e ho preso accordi con Maria Anselma Meier, amica che conoscevo, fino a oggi, soltanto virtualmente (Facebook), ma che si è rivelata (ne ero certo) una persona speciale. Oltre a essere la moglie di un discendente della famiglia Anselma (Franco), è una donna che ama in maniera particolare il paese che la ospita da ormai quasi vent’anni: è l’amore speciale che soltanto chi viene di lontano può donare alla Terra che ha scelto per vivere – anche perché la Terra natale non si sceglie, ahinoi! Della Famiglia Anselma, di Giacolin, della sua storia, dei suoi vini tratterò in un articolo a parte perché meritano tutta la mia attenzione e uno spazio adeguato.

Serralunga è un paese minuscolo, raccolto attorno al magnifico castello che si erge quasi come un grattacielo fortificato a sorvegliare da una posizione di particolare favore l’intera Langa. Fu costruito intorno al 1340, a opera dei Marchesi di Falletto che erano i feudatari che per tanti secoli furono i fortunati padroni di queste terre. Questa costruzione era adibita a scopi essenzialmente militari e le caratteristiche sia interne sia esterne sono assai chiare in questo senso. Quando  i loro possedimenti passarono ai Savoia, e siamo nel XVII secolo, il Castello cessò di essere importante dal punto di vista militare e venne adibito in buona sostanza a mero magazzino, svuotato di mobili e suppellettili. Nel 1949 fu acquistato dallo Stato Italiano e fa oggi parte del nostro immenso patrimonio pubblico. Un importante restauro fu effettuato alla fine degli anni Cinquanta, per diretto interessamento di Luigi Einaudi, Grande uomo di Langa e poi grande Presidente della nostra neonata Repubblica.

Oggi il Castello è assai visitato, grazie soprattutto all’attività dell’Associazione Amici di Serralunga che mette a disposizione il personale per l’accoglienza e la guida per accompagnare i turisti: due ragazzi competenti e appassionati (Massimiliano e Luciana, meritano di essere ricordati). La visita dura 20/30 minuti ed è di straordinario interesse certo storico, ma direi soprattutto paesaggistico. Non costa nulla! E qui mi verrebbe da scrivere un oceano-mare di invettive: la nostra Cultura non può essere regalata, non ce lo possiamo permettere. Inoltre, non mettere un prezzo a un servizio – comunque unico comunque emozionante comunque affascinante – è sbagliato perché riduttivo. Qui mi fermo. E continuo su altre strade: Serralunga è anche il suo Castello e il suo Castello non può essere soltanto un contenitore – pur affascinante – vuoto per turisti. Credo che questa costruzione potrebbe vivere una nuova vita se inserita, con le dovute cautele e il dovuto rispetto, in un contesto di animazione, eventi, rievocazioni che il Territorio e la Storia suggeriscono: Serralunga, i suoi abitanti, i suoi vini, chi ama questo piccolo e magnifico Borgo se lo meritano. Speroma.

Terredavino, HoReCa n. 64

Concretezza, efficienza, qualità di processo, pochi fronzoli: quasi come spiegare in quattro concetti cosa significa rappresentare appieno il Piemonte che lavora. Quando scelsi di scrivere dell’azienda Terre Da Vino, in verità la molla che mi spinse fu la curiosità di capire i motivi per i quali un produttore di vino di una certa importanza decide di affidare a un unico brand linee commerciali diverse e quasi antitetiche come GDO e HORECA. Poco conoscevo i vini di questo produttore, certo avevo bevuto una Barbera che mi era parsa discreta, senz’altro ricordare. (continua…)

Gustazione di vino: Terredavino

http://www.vincenzoreda.it/terredavino-horeca-n-64/

Con la mia mania di parole e dizionari e un certo fastidio – ammetto, un poco “snob” – per l’uso sciatto, e spesso l’abuso, di alcuni termini, ho scoperto che il sostantivo  ”gustazione” è assai più antico e classico dell’insopportabile “degustazione“. Entrambi hanno origine nobile nel latino, ma il secondo è entrato nell’uso comune dopo la seconda metà del XIX secolo, mentre il primo era già consueto ai tempi di Dante. Nel Tommaseo, infatti, si trova “gustazione” e è assente “degustazione”. Insomma, un po’ come “cucinario” e “culinario“: entrambe di origine latina, ma la prima d’uso assai più antico. Comunque, a prescindere da queste mie mere masturbazioni mentali, da ieri sera sto bevendo, gustando e valutando sei bottiglie della linea horeca dell’azienda piemontese Terre da Vino, in Barolo. Il tutto deve essere finalizzato in un articolo per il mensile Horeca nel numero che uscirà per il Vinitaly del marzo prossimo. Ho scelto questa realtà piemontese da circa 5 milioni di bottiglie e 20 mln. di euro di fatturato per la semplice ragione che è una delle poche aziende, forse l’unica, che distribuisce con lo stesso marchio  - ma vini di ben diversa qualità – sia nella linea horeca, sia nella gdo (con percentuali rispettivamente del 25 e 75). Per questo motivo, Terre da vino non gode, presso la stampa specializzata, dell’apprezzamento che secondo me merita. Senza entrare in dettagli che saranno oggetto del mio articolo tecnico, sto bevendo dei vini di qualità almeno medio-alta che presentano un rapporto qualità/prezzo davvero sorprendente. Barbera d’Asti eccellente “La Luna e i falò” 2009, tra le migliori 10/15 che ho bevuto (ben trattata dalle guide: ma si parla di 350.000 bottiglie!!). Il Barolo “Essenze” 2007, ancorché ancora molto giovane, è un Barolo come si deve, migliore senza dubbio di vini più blasonati e che costano anche di più. Mi hanno stupito il Nebbiolo “La Malora” 2009 e il Barbaresco “La Casa della collina” 2008: vini di ottima qualità, ben strutturati, con personalità e buona capacità di rappresentare il territorio da cui provengono. Buoni pure il bianco (Sauvignon/Chardonnay) “Tra Donne sole” 2010 e il Moscato Passito “La bella Estate” 2009. I rossi, dopo averli bevuti da soli, li ho accompagnati con i paccheri al ragout di cinghiale e un coniglio preparato al forno con salsa, olive e peperoni. Mi hanno confermato la qualità soprattutto Barbaresco e Nebbiolo, per la Barbera non ci sono bisogni di conferme.

Terre da Vino Spa  - Via Bergesio,6 - 12060  BAROLO (CN)  Tel. 0173 564611    Fax. 0173 564612

info@terredavino.it       www.terredavino.it

I Barolo di Damilano

Assaggiare un pargoletto che viene pian piano, con dolcezza, accudito dentro legno di farnia di una botte da quasi 50 hl al fresco e al buio di una cantina in Barolo è un gran privilegio. Si è consapevoli che  lingua e  palato sono assaliti da urli e strepiti di un piccolino che sta crescendo e non è ancora capace di parlare con dolcezza persuadente ai sensi delicati.

Ma si capisce subito che il giovinetto ha talento, che imparerà, nel tempo che gli verrà concesso, a imbastire discorsi importanti e indimenticabili. Occorre pazienza. Tempo e pazienza perché questo Barolo Cannubi 2008, grande annata, arrivi nel 2014 alla maggiore età. E allora si potrà dire:«L’ho conosciuto da bambino e di già mostrava la classe ventura!». Guido Damilano, titolare, e Claudia Rosso, responsabile della comunicazione (e del marketing, che cura con grandi capacità) mi hanno accompagnato nella visita dell’Azienda, posta all’ingresso di Barolo e circondata dalle terre del cru Cannubi, forse il più elegante tra gli eleganti cru dei Barolo di queste terre. E bisogna apprezzare il fatto di bere vino che viene spremuto da uve maturate in vigne distanti poche decine di metri. Altro che chilometri zero…Prossimamente ne parlerò in maniera più approfondita.

http://www.cantinedamilano.it/it-ita/index.php

I cru di Barolo sotto La Morra

Cerequio, Brunate, Cannubi, Liste: eccole qui le vigne che dànno i migliori Barolo. Si estendono tra La Morra, in alto e Barolo, più in basso. Sono terre preziose (in tutti i sensi, qui un solo ettaro vale uno sproposito, ammesso che chi lo possiede voglia venderlo) che offrono uno dei vini più eleganti del mondo. Sono fotografate nel momento in cui i grappoli sono ancora verdi e gli acini non più grandi di pochissimi millimetri. Praticamente in fasce…

Barbaresco & Barolo, secondo Paolo Monelli

Barbaresco:

“…così l’oste col vino con cui ha consuetudine di mezzo secolo. «Ecco, così deve essere il barbaresco» dice. «Morbido, ma non dolce; con odor di mammola e vivace colore.». Ma io mi lascio andare alla sforzante grazia del suo nerbo; penso come gli sta bene questo nome che evoca tempi di corruccio e di sdegni, fuste brigantesche per l’assolato mediterraneo, bagliore di armi, e grato posare dopo le armi.[…] Barbaresco: chi ha detto che è un vino effeminato, arrotondato? Se mai, è guanto di velluto con dentro un pugno di ferro; ed ha la generosità dei forti, e penetra nel cuore col passo del buon guerriero. E Barbaresco, il borgo, ha una sua storia millenaria di fiere lotte. In cima al poggio la chiesa ha una mossa nei fianchi, come di bevitrice esilarata. La torre romana si stira nel sole, le si affaccia dal culmine un ciuffo di alberelli. La conserva così arzilla il fiato di questo vino; agita per saluto il ciuffo ai dondolanti colli intorno rigati dalle vigne su campi verdi e bianchi, al Tanaro sotto a perpendicolo grigiazzurro fra vaste golene, ad Alba laggiù dai tetti colori del vino.”

Barolo:

“Questo è il più gran vino del mondo: lo ha detto lo storico Cibrario, esploratore di cantine per tutte le nazioni d’Europa; e bisogna credergli. Ha il colore delle foglie autunnali, il fiato fresco della primavera, diffonde nelle vene un calore di temperata estate. Ne ho fatto il primo assaggio sopra una terrazza collocata fra i vigneti ed il borgo di Barolo, nella luce che il bevitore Carducci chiamava occidua. Barolo è stretto in una valle, le case si arrampicano su per un cocuzzolo dominato dal castello come su un albero di cuccagna in cima al quale ci sia da chiappare il sole.

Il vino barolo dà prima di tutto godimento all’occhio. Questo che bevo è di venerabile età, ha tredici anni; nel suo colore di caldo mattone rivedo le torri bolognesi ardere contro un cielo tempestoso nell’improvvisa schiarita del tramonto. Poi viene il gusto; quel suo modo suadente e pur energico di prender possesso del palato, con saporosa pienezza, con asciutto vigore. È onestissimo. Non dà alle gambe, non dà alla testa, prepara un sonno calmo e senza sogni, la mattina dopo vi svegliate chiedendo  al mondo una battaglia da vincere (è ben questo il vino che Cesare recò in anfore molte a Roma, e annotò il fatto nei suoi  Commentari). Così andai a letto alla Morra dopo aver spento il tepore del barolo con un bicchiere di facile grignolino (il che sarebbe come uscir da una reggia ed entrare nella locanda di fronte; ma una locanda linda, odorosa di spigo, con un letto enorme e fresco).”

Auguri/Greetings 2010

Non sarà un anno di pace, non sarà una anno sereno, non sarà un anno in cui le persone per bene saranno riconosciute, apprezzate e gratificate: sarà un anno come tutti gli altri, più o meno. Il punto, come sempre, sarà quello di cercare di sopravvivere, prendendo meno gol possibili e, soprattutto, evitando di farsi autogol.

Quest’anno ho scelto il Dolcetto d’Alba 2008 Borgogno dell’amico Oscar Farinetti, il creatore di Eataly. Lo avevo bevuto all’inaugurazione in Barolo della nuova e prestigiosa sede della storica cantina l’11 settembre scorso e mi era piaciuto assai: un Dolcetto d’Alba secondo la tradizione. pulito, asciutto, secco e con quel retrogusto amaro lungo che rimane in gola con persistenza.

Che sia di buon augurio per un anno proficuo in cui la salute, l’armonia, la curiosità e la capacità di mettersi in perenne gioco siano le caratteristiche forti.

Salute a tutti: parenti, amici, nemici e indifferenti.