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Citrico/Beppe Rinaldi

Era ormai lungo tempo che dovevo avere un incontro ravvicinato con Beppe Rinaldi, a Barolo e dintorni meglio conosciuto come Citrico.

L’occasione me l’ha fornita Collisioni con l’incontro, da Brezza, di Ornella Bonifacio: ti ci porto io da Citrico!

Così, dentro un caldo pomeriggio di luglio, forniti di un paio di calici di ottimo Brezza-Barolo ci siamo incamminati dalla periferia nord di Barolo verso la periferia sud, lungo la strada che unisce Monforte a Alba.

Il casale dove dimorano Citrico, le sue manie e i suoi vini sta poco fuori Barolo, sulla sinistra salendo verso Monforte; vi si accede violando un antico cancello di ferro battuto. Beppe era intento a armeggiare intorno a delle Vespe o Lambrette – io proprio non ho dimestichezza con la roba a motore a due ruote – nel suo apparente disordinato e farraginoso spazio (ma gli spazi sono sempre disegnati su misura e mai disposti casualmente, pare ovvio): fastidito da quei due intrusi che andavano a sovvertire tempo e spazio esclusivo e privatissimo.

Ma poi, dietro le apparenti superfici abrasive, Citrico è una persona di grande sensibilità e le persone, dopo averle rapidamente annusate, le classifica con estrema velocità: da una botte di 33 ettolitri ci ha spillato una bevuta in anteprima del suo Brunate 2011 che avrà tanto tempo da investire a riposare in cantina per poi essere sposato  con un Barolo proveniente da un altro cru (Le Coste) e dar vita a quel vino che avrà il compito di lenire gli stenti quotidiani di gente di buona volontà (sperando che sia gente in grado di meritarselo).

Nel frattempo si è unito a noi Maurizio Rosso: bella e degna compagnia. E poi giunge Marta, la figlia di Beppe: tutto si fa più normale; Citrico è quasi come si fosse messo di quinta…

Lascio la Cantina con una bottiglia di Nebbiolo 2011: l’ho bevuto con calma a casa mia. E’ un Nebbiolo vinifero, vinoso, antico; affatto (nel senso di completamente) differente dai Nebbiolo che conosco: più carico, più denso, con tannini importanti ma morbidi, rotondi. Mi è paiciuto!

Conosco poco i Barolo Rinaldi e sarei curioso di bere i suoi Freisa e Dolcetto: non mancheranno le occasioni, ne sono sicuro. Certo, mi vien fatto di pensare che se ci sono vini barricati – a me piace definirli legnati, ma comunque senza farsi prendere dall’eccesso di integralismo – qui siamo nel dominio dei vini barricaderi…e, trattando di Barolo, direi che siamo nel giusto.

Non mi dilungo sulla Storia della Famiglia Rinaldi, né entro nel merito dei vini e della produzione: sarebbe tautologico.

O no?

 

 

DIP: Different Important Person by Vincenzo Reda

Dip: questo è il mio acronimo – seguendo la moda malamente onomaturgica che infesta questi nostri tempi – che bene descrive le persone che mi attraggono.

Persone diversamente importanti, ecco, come quelle indicate nelle immagini sopra…

Oscar Farinetti: Storie di coraggio

Tra gli anni Ottanta e i primi Novanta ho avuto la fortuna di formarmi ai faticosi, costosi e piuttosto esclusivi corsi per imprenditori e top manager condotti dall’ingegnere Riccardo F. 1Varvelli e dalla sociologa e psicologa Maria Ludovica Lombardi per conto della Confindustria, a Torino. Scuola durissima, cui mi è riandata spesse volte la memoria leggendo il libro dell’amico Oscar Farinetti: tengo a precisare che, trattandosi appunto di un amico, la mia recensione dovrà per necessità risentire di questa particolare prospettiva che guida il mio giudizio.

Dicevo della mia formazione in Confindustria, perché più volte ho ritrovato nelle parole di Farinetti alcuni concetti che i due grandi formatori allora ci avevano inculcato con passione. Tra le tante caratteristiche che deve avere un imprenditore, alcune sono fondamentali: la propensione al rischio, la capacità di individuare i collaboratori giusti e poi di saperli motivare e gestire (con meno turn-over possibile); la gestione del proprio e dell’altrui tempo; la capacità di delega.

Allora tra i miei colleghi vi erano imprenditori di prima, seconda e terza generazione: nelle storie che Oscar racconta in questo libro ci sono case-history che possono essere considerate esemplari, arrivando in alcuni casi a descrivere vicende imprenditoriali di secoli e di molte generazioni, accostate a storie, invece, di uomini che la loro impresa l’hanno cominciata in prima persona, da non molti anni e tuttavia con grandi risultati. Storie di autentici visionari, capaci spesse volte di contrarre debiti importanti, spinti soltanto dalla motivazione d’inseguire un sogno.

Non ho nominato fino a questo punto la parola vino; certo: questo bel libro parla soprattutto di persone e di famiglie che il vino lo producono. Ma mi piace puntualizzare che, per chi sa leggere bene tra le righe, da questo libro è possibile imparare che il vino è, prima d’ogni altra considerazione, un medium che accomuna le persone di buona volontà (il territorio e tutto il resto vengono dopo, e non è detto che siano faccende fondamentali).

Ho scritto: bel libro.F. 2

Ed è proprio un bel libro, questo; un libro che è scritto in una lingua semplice, diretta; senza orpelli e arzigogoli: a somiglianza di chi lo ha concepito e poi realizzato, con l’aiuto fondamentale di Simona Milvo e Shigeru Hayashi.

Un libro redatto con cura e ben confezionato dal punto di vista editoriale: un cartonato con sovraccoperta plastificata di formato 16×24 cm (sarebbe una specie di 8°); carta avoriata uso mano di circa 90/100 gr. e carattere che a occhio mi pare un leggibilissimo Times in corpo 14, per 324 pp. (più 16 pagine fuori testo che riproducono a colori alcune belle immagini) e un, ottimo, prezzo di 16,90 €.

So che a Oscar piacciono i numeri (personalmente ne sono ossessionato,  ma io sono un artista e gli artisti devono per necessità alimentarsi di ossessioni), gli regalo questi, liberi da copyright: 16,90 euro diviso 340 pagine fa circa 4,97 centesimi a pagina,  che è un bel prezzo. Inoltre, 772 gr. di peso costano circa 2,19 centesimi al grammo e mi pare che siano pochi e comunque un conveniente investimento…Oscar magari non lo sa: uno dei più grandi artisti mai vissuti, Piero dei Franceschi (meglio noto come “della Francesca”), era uno dei migliori matematici del suo tempo! Perché i numeri sono poesia e la poesia (ma l’Arte tutta) è fatta di numeri, almeno per chi non sguazza nella superficialità e nella banalità.

Il libro è la cronaca di una sorta di viaggio, compiuto dal nord al sud d’Italia – dalla Valle d’Aosta alla Sicilia – che porta Farinetti e i suoi collaboratori a incontrare le storie di 12 produttori di vino e sono tutte storie straordinarie, trattate con leggerezza ma in maniera tutt’altro che superficiale: le famiglie, i luoghi e i territori; le caratteristiche tecniche dei vini e le strategie di produzione e di marketing; gli investimenti e i bilanci; i progetti e le idee politiche. Ma anche gli amori, le relazioni parentali…Tra le righe, le parole di Farinetti lasciano intendere tanto e assai di più a chi, come me, alcune di queste faccende le conosce abbastanza bene.

F. 3Certo, si percepisce in maniera evidente l’affinità elettiva di Oscar con Walter Massa; la deferenza per Angelo Gaja (l’unico che non lo riceve in azienda: è sempre formidabile questo autentico langhetto e galantuomo vero; ma anche l’unico che lo lascia senza fiato con una proposta inattesa…); l’ammirazione, un po’ distaccata, per Piero Antinori, Niccolò Incisa della Rocchetta, Marilisa Allegrini; e ancora, l’amicizia complice con “Citrico” Beppe Rinaldi, la passione per Josko Gravner

Pare ovvio che, discorrendo di vino, il vino lo si debba per necessità bere: sono 60 eccellenti bottiglie (tra le quali alcune strepitose birre d’autore) di cui l’ottimo Shigeru compone utili schede tecniche con valutazione organolettica e interessanti proposte di abbinamenti (che a me piace chiamare accompagnamenti).

A Oscar mi accomunano alcune questioni importanti: siamo nati durante la stessa vendemmia a pochi giorni di distanza, io sono più giovane; abbiamo lo stesso amore per i numeri e per il Barolo; entrambi non apprezziamo l’Amarone; discendiamo da famiglie paterne molto comuniste: lui di Langa con padre partigiano, io dai monti della Sila con nonno e padre contadini orgogliosamente stalinisti (di uno stalinismo che in verità faceva tenerezza…).

Sono stato fra i primi a intervistarlo per Barolo&Co nel febbraio del 2007 (il brano è riportato sul mio Più o meno di vino) e di lui mi piacciono la passione, la schietta esuberanza, la franchezza e la naturale simpatia, condite da una buona dose – non guasta mai – di ironia e, meglio ancora, di autoironia.

Comprate e leggetevi questo bel libro: io gliel’ho estorto (mica me lo voleva omaggiare…) a Fontanafredda il venerdì e me lo sono goduto in un paio di notti insonni; questa recensione, se tale si può definire, la sto scrivendo durante la notte tra la domenica e il lunedì: soffro d’insonnia da sempre e da sempre la curo leggendo, scrivendo, dipingendo e ascoltando musica. Mai preso un sonnifero.

Ps: ci sono alcune sviste (poche e forse avvertibili soltanto da chi, come me, ha fatto l’editore per molti anni e  conosce bene le questioni legate al vino) ma, trattandosi di un amico, saranno segnalate in privato. Mi pare ovvio.