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La Sardella di Cirò

Bisogna essere scriteriati e eresiarchi come me per bere Nebbiolo e Barolo (Anselma di Serralunga) con la sardella di Cirò: posso assicurare che la spremuta di uve Nebbiolo non ha nulla da invidiare al Cirò di uve Gaglioppo, almeno in termini di fidanzamento con la piccante mostarda di bianchetto che si fa dalle nostre parti. Si chiama anche “rosamarina” e  la zona originaria di produzione più pura è la costa ionica tra Torre Melissa, a sud, e Marina di Cariati a nord: in mezzo c’è Cirò Marina che si può considerare la patria della sardella. E mia cugina Fortunata abita, a pochi metri dal mare, dirimpetto al porto di questo recente paesone (il comune fu istituito nel 1951, essendo prima soltanto la frazione di Cirò Superiore, pochi chilometri distante nell’entroterra su un balcone da cui si gode un panorama unico). La sardella me la spedisce negli anni in cui il bianchetto è quello giusto: non sempre il minutame (sono i cuccioli neonati) di pesce azzurro è abbastanza fine da permettere una sardella come si deve. La pesca si fa in primavera a poche centinaia di metri dalla costa: si usano reti di particolare finezza che vengono trainate da barche a remi. Il bianchetto viene poi impastato con peperoncino macinato: l’intensità del piccante può essere assai variabile, dipende dai gusti di chi la prepara. Certo, questa che mi manda Fortunata è di qualità sensazionale e il piccante è di media intensità (per palati abituati, naturalmente). Il miglior modo di gustarla è semplicissimo: un bel po’ di olio come si deve e spalmata – fredda – sopra un buon pezzo di pane. E vino rosso a volontà: Il Barolo Collaretto 2006 e il Nebbiolo 2008, vini di Serralunga, quindi di grande struttura, mi sono stati grandissimi compagni. A Torino la sardella si può trovare, non così buona, in un certo banco del mercato di Porta Palazzo.

Vini e cibi per le feste di fine anno: il fatidico 2012

Per le feste di Natale e Capodanno 2012/2013 abbiamo scelto un menù classico, ma con antipasti particolari. Prima dei soliti agnolotti al sugo d’arrosto, brasato al Barolo con contorno di patate novelle e cipolline, cotechino con lenticchie, abbiamo gustato una serie di specialità di origini e tradizioni diverse. Una magnifica mousse di salmone preparata da mia moglie; funghi sottaceto (si chiamano rositi o sanguinelle, sono funghi che crescono sotto pini e abeti) che avevo preparato io stesso; un magnifico foie gras d’oie intero; bianchetto sottaceto di provenienza calabrese (mia cugina Fortunata) condito con olio ligure spremuto da amici; soppressata calabrese stagionata almeno due anni (sempre della deliziosa  Fortunata). Una galassia di gusti davvero assortita ma di qualità eccezionale e di non semplice reperibilità.

Per quanto riguarda i vini, ho privilegiato il Barolo a Natale e il Barbaresco di Gaja a Capodanno (ne tratto a parte).

Mi preme mettere il rilievo il Barolo Riserva Preve 2004 di Gianni Gagliardo: bere questo vino significa toccare gli apici del Barolo, ovvero significa toccare gli apici del vino, tout court! Un Barolo di 8 anni è nel pieno della sua maturazione: questa riserva (pochissime bottiglie e non tutti gli anni) è il meglio della produzione di Gagliardo. Colore aranciato non troppo scarico, grado alcolico elevato (14,5% vol), olfatto di straordinaria complessità e palato pieno, ricco, armonico ovviamente lunghissimo. Senza dubbio tra i migliori Barolo gustati, non soltanto quast’anno.

Eccellente pure l’elegante  Le Cinquevigne 2007 di Damilano, soltanto un poco meno maturo e dunque meno complesso. Ai Barolo ho fatto precedere il mio amato Marin 2009 di Fontanafredda: Nascetta e Rieseling per un bianco che ha una mineralità unica.

Non poteva, inoltre, mancare un vino del Sud: ho bevuto un’altra bottiglia mia prediletta, il Nerone della Marchesa 2009, Nero di Troia in purezza di Lucera.

Il Dolcetto 2011 di Gianni Gagliardo è stato il rosso per introdurre con delicatezza e eleganza i Barolo e il Barbaresco.

Il patè di  fegato grasso d’oca francese l’ho accompagnato con il sensazionale Balciana 2007 degli amici Sartarelli: 15,5% vol, color del bronzo, naso stupefacente e palato di magnifica armonia per uno dei migliori vini bianchi del mondo!

Invece del solito Metodo Classico Altalanga, quest’anno ho brindato al  2013 con un eccellente Verdicchio dei Castelli di Jesi vinificato da La Colonnara di Cupramontana: Ubaldo Rossi, metodo classico millesimo 2006 tra i migliori italiani che, una volta tanto, non fa troppo rimpiangere il Pinot Noir.

Ci tengo a precisare che vini e cibi gustati quest’anno sono tutti prodotti di amici o preparati direttamente da noi, a parte, ovviamente, il foie gras: unica concessione internazionale, ma di questo patè io sono particolarmente goloso, e allora va bene lo stesso (a prezzo proibitivo…, ma ne valeva la pena).