Poco più di un secolo fa, il 26 agosto 1898, nasceva a New York Peggy – il vero nome era Marguerite – Guggenheim, figlia di Benjamin e di Florette Seligman: due famiglie ricchissime di ebrei tedeschi emigrati nel XIX secolo in America a mettere insieme spropositate fortune con commerci e traffici nel campo delle miniere e della finanza.
Benjamin Guggenheim era il figlio “povero” e ribelle della sua potente e numerosa famiglia, figlio anche sfortunato che perì, pare da eroe, nell’aprile del 1912 vittima della tragedia del Titanic.
Peggy non era particolarmente ricca, né bella oltremodo o di particolare intelligenza e cultura: per quelle vie che in maniera misteriosa dipanano le vite di certe persone si ritrovò a essere vicina a personaggi che le inculcarono l’interesse per l’arte moderna, e che personaggi: Samuel Becket, Marcel Duchamp, Max Ernst – suo secondo marito…
Capitò a Parigi nei primi anni venti e conobbe e frequentò quell’entourage irripetibile di arte e cultura cosmopolita che arredava la capitale francese in quella stagione magica.
Peggy era, pur non bella, una divoratrice di uomini: si narrano storie incredibili a proposito dei suoi appetiti e gusti sessuali che esercitò senza limiti e senza ritegno, ma ebbe sempre la capacità di circondarsi dei consiglieri e degli artisti più talentuosi, conservando in ogni caso l’umiltà di ascoltarne e accettarne i suggerimenti.
Scoprì e protesse Jackson Pollock e Calder, fu tra le prime collezioniste di Brancusi, posò per Man Ray; ebbe l’ardire di innamorarsi di Venezia e portare in quella che era uno dei luoghi deputati dell’arte classica mondiale – con una elite nobile e borghese assai esclusiva e provinciale, oltre che molto conformista – la più importante collezione di arte moderna forse del mondo.
Acquistò nel 1949 un palazzo veneziano nobiliare in rovina in riva al Canal Grande e vi si stabilì, aprendo al pubblico, in maniera gratuita, la sua collezione. A Venezia morì, circondata dai suoi adorati cani, il 24 dicembre del 1979.
Questo volume, scritto da Antonio Gill nel 2001, è stato pubblicato in Italia da Baldini Castoldi Dalai nel 2004: è un bel lavoro di circa 500 pagine assai denso e argomentato. E’ una lettura di assoluta necessità per tutti coloro i quali amano l’arte del secolo scorso, insostituibile e irrinunciabile. Parola mia.

“Lo studio dello scultore Brancusi, la prima volta che lo vidi, mi fece l’impressione di una cattedrale…Entrare nello studio di Brancusi era come penetrare in un altro mondo: il bianco, che è dopotutto la sintesi di tutti i colori dello spettro, il bianco si estendeva perfino alla stufa di mattoni costruita a mano e alla sua lunga canna, e veniva qua e là enfatizzato da qualche trave di quercia appena sbozzata o dall’aureo, metallico luccichio di una levigata forma dinamica, irta su uno sgabello…Brancusi viveva come un eremita in quello studio nel cuore di Parigi. Fatta eccezione per un ristretto numero di amici devoti, le sue opere erano praticamente sconosciute in Europa. Si rifiutava di esporre…Penso che sia stato Steichen, il pittore e fotografo che viveva in Francia, a vincere la sua diffidenza e a persuaderlo a esporre da Stiegliz a New York. L’esperienza non fu senza delusioni, a cominciare dalla dogana che rifiutò di fa passare le sculture come opere d’arte, insistendo che bisognava tassarle come prodotti industriali. E poi la sciocca ironia di quanti vollero vedere nelle sue opere un certo erotismo.”
